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I cani del Sinai
Fare il cane del Sinai pare sia stata una locuzione dialettale dei nomadi che un tempo percorsero il deserto altopiano di El Tih, a nord del monte Sinai. Variamente interpretata dagli studiosi, il suo significato oscilla tra correre in aiuto del vincitore,stare dalla parte dei padroni, esibire nobili sentimenti.
Sul Sinai non ci sono cani.
Dalla fine della guerra portavo, di mio padre ebreo e del mio segno di circonciso, una interpretazione che oggi comincio a intendere peggio che parziale, pigra come lo schema fascismo-antifascismo in cui si era disposta. I casi personali erano stati bruciati dall’enormità della vicenda d’allora.
In pratica -nella pratica della pigrizia- avevo accettato l’assurda idea che ebraismo, antifascismo, resistenza, socialismo fossero realtà contigue. Come ci si può ingannare!
Era accaduto che l’ebraismo fosse inseparabile da una persecuzione immensa e non ancora del tutto esplorata: testa di Medusa per chiunque. Era parsa riassumere qualsiasi altra persecuzione, qualsiasi altro strazio e quindi di perdere la sua specificità.
I difensori del pensiero democratico-razionalista avevano visto negli ebrei un universale, incarnazione di quanto l’uomo potesse avere di più caro, la tolleranza, la non violenza, l’amore della tradizione, la razionalità. Questo errore non era innocente.
[…]
Quanto più la piccola borghesia tradizionale s’è venuta identificando con gli addetti al Terziario e ha incluso larga parte della classe operaia, l’Uomo Ad Una Dimensione ha dovuto crearsi di necessità passioni, nazioni, devozioni, lealtà fittizie. L’antisemitismo sparisce moltiplicandosi. La frase “si è sempre l’ebreo di qualcuno” diventa vera alla lettera. Più che naturale che gli Israeliani – o meglio: coloro che ne controllano l’opinione- abbiano fatto ricorso all’onore della persecuzione storica come elemento potente di passioni ed orgogli patriottici: non solo nel nostro inno nazionale si dice popoli, per secoli, calpesti e derisi.
Altrettanto naturale ma molto più grave che – a quanto capita di udire e leggere- l’unione sacra tra i partiti si compia di necessità oscurando la rilevanza dei legami internazionali di Israele, insomma il compito politico che Stati Uniti ed Inghilterra sembrano aver assegnato a quel paese.
Quella oscurità , quella mancanza di chiarezza, peggio, quella chiarezza respinta e rimossa da un sacro egoismo (quante volte torna il sacro nella lingua morta del nazionalismo) in una non necessaria penombra, radicherà forse nella cultura israeliana un male peggiore (perchè difensivo, giustificatorio) di quello delle euforie militaresche e guerriere.
Molti ebrei-europei e molti italiani-europei amici degli ebrei si sono lasciati sorprendere nel sonno del loro vecchio antifascismo. Dovranno ripensare alla propria giovinezza e giudicarla. Il limite e lo scandalo sono sorti dall’incontro con le masse immense che non possono nè vogliono assimilarsi nè arruolarsi fra i tirailleurs sénégalais, i gurka, i rangers dei petrolieri o della Cia.
___FRANCO FORTINI: I Cani del Sinai___
Questi alcuni tratti di un capolavoro contro quanti amano correre in soccorso dei vincitori.
Il più grande intellettuale italiano contemporaneo, ebreo, analizza lo Stato ebraico di Israele pochi giorni dopo la fine della Guerra dei 6 Giorni,
iniziata il 6 giugno 1967
Foto di Valentina Perniciaro: Campo Profughi di Dheishe, Betlemme, West Bank, Palestina. Marzo 2002. Un piccolo spaccato di guerra permanente, di guerra d'occupazione, di apartheid. Foto 1: Prima notte di coprifuoco Foto 2: Il risveglio e la devastazione
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ya Beirut!
Scrivere di te mi viene naturale e lacerante allo stesso tempo.
Di te, che ti parlo come fossi una persona, come avessi uno sguardo.
Scrivere dello stupro della terra libanese assomiglia al parlare con un amore astratto.

Ma quella polvere mi è entrata nei polmoni e non riesce più ad uscirne,
quell’odore disperato m’è entrato nell’anima e accresce l’odio innato.
Mi piacerebbe passeggiare tra i tuoi sguardi, mi piacerebbe assaggiare ancora
i tuoi sapori…stringendo a me quelle mani sublimi, che mi fanno sognare.
Si, mi piacerebbe passeggiare con te per le terre che m’han rapito gli occhi.
Mi piacerebbe insegnarti quei suoni come stai facendo tu con me.
Mi piacerebbe poter volare via, poter avere il nulla sotto i piedi
e non questo cemento, queste strade, queste mura.
Mi piacerebbe tornare nei posti che ho amato, mi piacerebbe scoprirne milioni.
“ti amo come se sorvolassi il mare per la prima volta” -N.Hikmet-
Foto di Valentina Perniciaro. Settembre 2006. Beirut, Libano. Quartiere sciita di haret Hreik, roccaforte Hizballah raso al suolo dai bombardamenti israeliani
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stanno umiliando il mare
Siamo noi, siamo in tanti ci nascondiamo di notte per paura degli automobilisti degli attipisti, siamo i gatti neri, siamo pessimisti, siamo i cattivi pensieri. E non abbiamo da mangiare com'è profondo il mare! com'è profondo il mare! Babbo che eri un gran cacciatore di quaglie e di faggiani caccia via queste mosche che non mi fanno dormire e mi fanno arrabbiare Com'è profondo il mare! Com'è profondo il mare! E' inutile non c'è più lavoro, non c'è più decoro Dio, chi per lui sta cercando di dividerci, di farci del male, di farci annegare Com'è profondo il mare! Con la forza di un ricatto un uomo diventò qualcuno, resuscitò anche i morti spalancò prigioni, passò treni, correnti di vagoni Rialzò per un attimo il ruolo difficile da mantenere poi lo lasciò cadere e piangere ed urlare, sommerso in mare Com'è profondo il mare! Da solo un urlo diventò un tamburo, il povero come un lampo nel cielo sicuro cominciò una guerra per conquistare uno spazio di terra, nel suo cuore voleva coltivare. Com'è profondo il mare! Ma la terra gli fu portata via compresa quella che aveva addosso, lo scaraventarono in un palazzo in un fosso, non ricordo bene poi una storia di catene bastonate e chirurgia sperimentale. Com'è profondo il mare! Com'è profondo il mare! Intanto un mistico forse un'aviatore, inventò la commozione che mise d'accordo tutti, i belli con i brutti, qualche danni per i brutti che si videro consegnare un pezzo di specchio così da potersi guardare. Com'è profondo il mare! Com'è profondo il mare! Frattanto i pesci che poi li scegliamo tutti, assistettero curiosi al dramma collettivo di questo mondo che a loro indubbiamente può sembrare cattivo e cominciavano a pensare... Com'è profondo il mare! Com'è profondo il mare! E' chiaro che il pensiero da fastidio anche se chi pensa è muto come un pesce anzi invece un pesce, come i pesci difficili da bloccare Come protegge il mare! Com'è profondo il mare! Il commando non è disposto a fare distinzioni poetiche il pensiero come l'oceano non lo puoi bloccare, devi accettare... si sta accorciando il mare! Si stanno uccidendo! Così stanno umiliando il mare! Così stanno piegando il mare! LUCIO DALLA -Com'è Profondo il Mare-
Catturavi l’attenzione, inevitabilmente.
Con quella città semi-ferma nel tempo, che osservavi distante, distaccata, infinitamente parte di essa.
Catturava l’attenzione quel rosso brillante, quegli occhi profondi,
davanti a quei kilometri infiniti di terra profumata, di terra calda.
Terra di gelsomino, terra che urla la bellezza di un’inesistente libertà,
terra di basalto, di spezie, di sguardi sequestratori, di bimbi furbetti e resistenti,
terra che insegna ad innamorarsi.
Terra che insegna a guardare il tempo in altro modo.
Terra che avvolge, che si infila sotto pelle come il più meraviglioso degli amori.
Terra che, da quando amo in questo modo, sento più vicina.
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Odio il carcere
“Non mi ficcate entro una tomba, chè io odio il carcere anche dopo morto.”
__Ahmad al-Safi al-Najafi, poeta iracheno__
Foto di Baruda: SBARRE, interno di una cella singola dell'ex Carcere Minorile del San Michele, Roma
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_In coda_
“Ho chiesto un po’ di sole
e il poliziotto ha risposto:
Signore, mettiti in coda!
Ho chiesto inchiostro per scrivere il mio nome
E mi è stato detto : L’inchiostro scarseggia
devi attendere in coda il tuo turno.
Ho chiesto un libro da leggere
e una divisa kaki ha strepitato:
Chi vuole il sapere
deve leggere le pubblicazioni del partito
e gli articoli della costituzione.
Ho chiesto il permesso di incontrare la mia donna
e mi è stato risposto: E’ cosa ardua incontrare le donna
e l’innamorato deve
sopportare una lunga coda.
Ho chiesto l’autorizzazione
a mettere al mondo un figlio,
ma un ispettore, scoppiando a ridere, mi ha detto:
La prole è molto importante
ma aspetta in coda ancora un anno.
Ho chiesto di vedere il volto di Dio
ma un rappresentante di Dio ha urlato:
Perché?
Ho risposto: Perchè sono un uomo sconfitto.
Allora mi ha segnato a dito
ed ho compreso che anche gli sconfitti
stanno in coda.
Mio Signore:
desidero incontrarti, ma non lasciarmi
in coda come un cane randagio..
Da quando sono nato
sono in coda, immobile.
Mi si sono ghiacciati i piedi
simile alla carta straccia è la mia anima.
Spiagge calde e … uccelli.
Non so come recitare i miei versi
perché ovunque mi incalza la mannaia.
I fogli sono presi al laccio
le penne al laccio
al laccio i seni.
Il letto d’amore
vuole un permesso di transito.
Mio Signore:
l’orizzonte è sempre più sottile
e questo paese è rannicchiato tra le acque
triste come una spada spezzata.
Se rifiutiamo la canfora
ancora più canfora ci porterebbero.
Mio Signore:
l’orizzonte è grigi
ed io mi struggo per un raggio di luce.
Se solo volessi aiutarmi
mio Signore … mi muteresti in un passerotto.
____Nizar Qabbani___
Tra le macerie di Beirut, nel quartiere di Haret Hreik, il desiderio di mutarsi in un passerotto è lo stesso che nella cella di una prigione. L’aria puzzolente e irrespirabile, polverosa e pesante.
Foto di Valentina Perniciaro -Beirut: settembre 2006- Quartiere sciita di Haret Hreik, dopo i bombardamenti israeliani
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L’infinito inizia.
Foto di Valentina Perniciaro -AFFACCIATI SULL'EUFRATE-
Qalat al-Jabar, Siria, Agosto 2003
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“osare riconoscerli”
Forse il tempo del sangue ritornerà. Uomini ci sono che debbono essere uccisi. Padre che debbono essere derisi. Luoghi da profanare, bestemmie da proferire incendi da fissare, delitti da benedire. Ma più c’è da tornare ad un’altra pazienza, alla feroce scienza degli oggetti, alla coerenza nei dilemmi che abbiamo creduto oltrepassare. Al partito che bisogna prendere e fare. Cercare i nostri eguali osare riconoscerli lasciare che ci giudichino guidarli esser guidati con loro volere il bene fare con loro il male e il bene la realtà servire negare mutare. ________FRANCO FORTINI______
Piove ininterrottamente da giorni, pioverà per giorni…sento anche le ossa bagnate.
Finalmente un po’ di pace, finalmente un rifugio dove poter star sola,
dopo questa notte in bianco, dopo questa notte con lo stomaco scombussolato.
Mi sento “tra color che son sospesi”, in attesa. Decisamente vuota malgrado la pienezza
ricevuta in dono. Meno male che esistono ancora librerie dove compri poesie di Fortini per 2,90 €, dove la mia patata ha trovato il suo Majakovskij quotidiano alla stessa cifra.
Tutto ciò ha reso il diluvio più sopportabile.
Non per questo il tempo sarà meno lento, non per questo l’attesa più leggera.
Foto di Valentina Perniciaro -Campo profughi di Deheishe, Palestina. Marzo 2002 -
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tempo di…
“Nella vita dell’uomo
per ogni cosa c’è il suo momento,
per tutto c’è un’occasione opportuna.
Tempo di nascere, tempo di morire,
tempo di piantare, tempo di sradicare,
tempo di uccidere, tempo di curare,
tempo di demolire, tempo di costruire,
tempo di piangere, tempo di ridere,
tempo di lutto, tempo di baldoria,
tempo di gettar via le pietre,
tempo di abbracciare, tempo di staccarsi,
tempo di cercare, tempo di perdere,
tempo di conservare, tempo di buttar via,
tempo di strappare, tempo di cucire,
tempo di tacere, tempo di parlare,
tempo di amare, tempo di odiare,
tempo di guerra, tempo di pace. ECCLESIASTE III, 1-8
Il panettiere addormentato di Damasco. Alle 4 di mattina, mentre si tornava a casa con la testa piena di ‘araq. Il mio panettiere, quello a due passi dal vicolo di casa mia, a pochi passi dal mio cortile e da quell’albero di arance che mi permetteva di godere il fresco anche con il sole alto.
E l’odore di quel pane sempre caldo, sempre soffice, sempre capace di insegnarti un modo nuovo di mangiare. Il pane di Damasco…il sapore di quelle cenette tra chiacchiere e sapori, tra lingue e lineamenti contrastanti.
Mi mancano le notti damascene, mi manca il canto dei minareti a spezzare la pace notturna,
mi mancano gli sguardi in cui si annega, mi manca il caos immanente delle sue strade.
Tempo di fermarsi, tempo di ricominciare.
Foto di Valentina Perniciaro : Il panettiere addormentato. Damasco, settembre 2006
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Beirut in fiamme.
Beirut sotto assedio.
Non ci posso pensare e quasi non ho voglia di leggere gli aggiornamenti , di capire in quali strade e quartieri si combatte e in quali è tutto tranquillo come sempre. Beirut è questo, Beirut è la contraddizione costante, è la guerra permanente, è la bellezza mutilata.
Ed ora, come sempre, sento il richiamo, il desiderio di correre a vedere che accade, di avvicinarmi al delirio di quel paese dilaniato, meraviglioso, struggente. Con il cuore fermo tra le strade dei campi, sul lungomare colorato, vicino al porto ora chiuso a causa dei combattimenti.
Ancora piombo nella dolce Beirut, ancora sangue sotto il vento libanese.

Foto: Valentina Perniciaro_Campo profughi di Rashidiyye, Libano del sud. Agosto 2003.
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