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Posts Tagged ‘coprifuoco’

La punizione collettiva: continua l’operazione Brother’s Keeper

23 giugno 2014 2 commenti

Basta appena aprire gli occhi, quel minimo che permette alla luce e alle immagini di entrare,
basta quel minimo di fessura per capire che l’operazione Brother’s Keeper che Israele sta portando avanti in Cisgiordania e con i raid su Gaza,
è qualcosa di pianificato da tempo, e che il rapimento è solo una scusa.

Nel quartiere di Beit Hanina (gerusalemme est) 12 macchine e uno scuolabus sono state vandalizzate, così come ad al-Ashqariya dove non si era mai verificato prima un fatto simile. L’incursione dei coloni è avvenuta intorno alle 3 di notte. Sulle macchine le parole “vendetta” o “Morte agli arabi”…

Nell’intervista rilasciata al giornale ultra Ortodosso “Hadrei Haredim” (solo in lingua ebraica) da un ufficiale dell’IDF impiegato nella zona di Jenin, si parla di intenzionalità di alzare la tensione della popolazione provocando lanci di pietra, con cecchini pronti a sparare al primo lancio.
“C’era un gruppo di cecchini su un tetto, un intera unità si è mossa nella periferia di Jenin per crear problemi ed alzare la tensione. Questo è il principale obiettivo: provocarli per poi accusarli di aver causato i disordini.

L’IDF dichiara che l’operazione Brother’s Keeper ha due obiettivi: riportare a casa i tre coloni e infliggere un duro colpo ad Hamas in Cisgiordania; l’operazione durerà tutto il tempo che Israele lo riterrà necessario.

Una punizione collettiva, l’ennesima che il popolo palestinese si trova ad affrontare, non a subire, malgrado la sproporzione.
Lo ripeto, lo ripeterò fino alla nausea: un colono non è innocente.
Un colono deve sentirsi in pericolo ogni secondo della sua vita perché ha scelto di essere un corpo in guerra, occupante, stupratore di terra e cultura.
Un colono è un soldato, è il peggiore dei soldati,
un colono è un mercenario assetato di terra altrui e sangue.
Un colono non può essere considerato un civile, perché ha scelto di non esserlo.
E in Israele son 500.000, cinquecentomila persone che scelgono di vivere così (ogni tanto poi succede che ne pagano le conseguenze, ogni tanto)

Poi, anche non fossero coloni,
anche fossero i più pacifici cittadini del più pacifico dei popoli,
la proporzione qui non è nemmeno il 10 a 1 di Via Rasella, ma è molto più alta.
(non si può dire altrimenti siamo antisemiti nazisti blablablablablablablabla)
Ma sì, riempitevi la bocca: è la più grande democrazia del Medioriente.
5 morti, 410 arrestati durante i rastrellamenti casa per casa (38 nelle ultime ore), occupazione di interi villaggi col posizionamento dei cecchini,
coprifuoco, distruzione di case e infrastrutture…

Leggi: 3 rapiti, un popolo sotto assedio

Ogni casa, in ogni rastrellamento, in ogni villaggio e campo profughi…

Hebron… e l’arrivo di Tsahal

 

 

Amburgo ci insegna una nuova parola: gefahrengebiet. Sarà sinonimo di Acab?

7 gennaio 2014 6 commenti

Ad Amburgo c’è il coprifuoco.
Ad Amburgo c’è una zona rossa circondata da plotoni.
Ad Amburgo ci sono migliaia di poliziotti in piazza e ogni foglia che si muove viene identificata e portata via.
Ad Amburgo son settimane che accadon cose … che nessuno sembra volerci raccontare.

Ad Amburgo c’è un vecchio teatro che dal 1989 è stato rinominato RoteFlora,
ad Amburgo c’è un bel gruppo di migranti e militanti che dopo i morti di Lampedusa ha deciso di non tornare a casa in silenzio,
ad Amburgo ora si ha a che fare con la legge marziale, almeno questo è quel che sembra a guardar un po’ di immagini distrattamente,
ad Amburgo c’è una zona detta “gefahrengebiet” che solo se provi ad attraversarla ti arrestano.
Lo possono fare, come se niente fosse: ti fermano perchè esisti, e lì non devi esistere. Punto.

Difficile fare un riassunto dei fatti, perché son tanti e si accavallano tra le ultime settimane di dicembre e questo inizio d’anno: dal tentativo di sgombero del Rote Flora, all’immediata criminalizzazione del movimento nato dopo l’eccidio (posso chiamarlo così) di Lampedusa che non ha mai potuto muovere un passo senza esser caricato violentemente, passando per l’ “evacuazione” dell’ Esso-Hauser, un complesso di vecchi edifici, che verranno demoliti a luglio, senza che i 70 abitanti possano proferir parola (per ora sono sistemati in alberghi e avranno assistenza statale per una casa alternativa a quella da dove son stati evacuati)… la notte di capodanno poi ( e questo è uno dei motivi per cui è stata dichiarata la gefahrengebiet) ci sarebbe stato un attacco degli Autonomen contro la Davidwache, il commissariato di polizia a St.Pauli, durante il quale sarebbero rimasti feriti due poliziotti. Peccato che uno stesso comunicato della polizia parla di scontri con gli Autonomen sarebbero avvenuti a diverse centinaia di metri dal commissariato.

Cazzo è?

insomma, Amburgo ribolle e lo Stato pensa bene di rispondere a tutto ciò con l’istaurazione di uno stato di guerra.

Nella zona che è stata dichiarata gefahrengebiet vivono migliaia di persone: possono recarsi a casa solamente a piedi, e una volta raggiunta non devono lasciarla, se non in orari prestabiliti.
Se sei un giornalista ti ritirano il tesserino e te lo distruggono , se sei un fotografo… peggio.
Il coprifuoco per migliaia di persone.
Per quanto? e poi dove ancora?
La gentrificazione avanza a mano armata, col grasso appena passato sugli anfibi.

In questo paese abbiamo ambasciate, consolati e molto altro battente bandiera tedesca.
Dovremmo pensare ad una gefahrengebiet:
Per loro!

ecco la zona rossa …

Area Spa: aiutiamo il presidente siriano Assad a rastrellare e uccidere!

4 novembre 2011 7 commenti

Mentre gli aerei per e dalla Siria son sempre più vuoti di chi la ama, la abita o la visita, si riempiono di quei mercenari di ogni genere che guadagnano e investono sulla repressione e i sistemi di sicurezza usati dai regimi per sedare qualsiasi tentativo di rivolta.
Questa volta parliamo di una società che ha sede a pochi chilometri da Varese (nel comune di Vizzola Ticino), oggi nominata da Bloomberg in un lungo articolo che racconta come sta lavorando, da marzo, per il regime siriano, impegnata proprio nell’istallazione di un sofisticato sistema per intercettare e catalogare tutti messaggi telematici che attraversano la Siria.

Foto di Valentina Perniciaro _Siria: quante delle porte che m'hanno accolto saranno state buttate giù dagli anfibi della repressione di Assad?_

Si chiama “Asfador” e ci dicono che ancora non è stato ultimato, ma che sarà in grado di monitorare in tempo reale un po’ tutto: email, social network e chat, in un archivio che abbia una capillarità tale da archiviare utente per utente.
Pare che in ballo, tra il governo siriano (attraverso la compagnia Syrian Telecomunication Establishment) e la società italiana ci sia un accordo di ben 13 milioni di euro, sulla pelle di più di 3000 morti in sei mesi, di tortura e repressione (AH! In Italia ha messo in mobilità 41 dipendenti da marzo per la grossa crisi che ha colpito la società). Calcolando come vengono effettuati i rastrellamenti, calcolando le migliaia di persone finite in carcere, non oso immaginare quanto enorme sia la responsabilità degli arresti casa per casa, famiglia per famiglia, della società del varesotto.
La compagnia delle telecomunicazioni siriana riesce a controllare una piccola percentuale del traffico internet, ma con il programma che la Area SPA sta ultimando, grazie all’utilizzo di attrezzature di compagnie americane per quanto riguarda hardware e software ( Net App Inc, californiana) ed europee per la decriptazione dei social network (la francese Qosmos) e la connessione delle linee telefoniche ai pc impiegati per il monitoraggio (la tedesca Utimaco).
Nessuna di queste società si è impelagata con contratti ed accordi con il macellaio presidente siriano Bashar al-Assad: l’hanno fatto con la compagnia italiana, che è tranquillamente volata a Damasco.
Anzi Bloomberg ci descrive anche la stanza affittata dai tecnici italiani, in un quartiere residenziale vicino allo stadio, probabilmente dietro Baramke: meglio che non ci penso, che mi sento male.

Non solo al servizio delle procure nello schedare gli italiani, ora al servizio dei rastrellamenti: CHE SCHIFO!
Questo il loro sito e qui il numero di telefono, se volete dirgli qualcosa.

Nel frattempo il governo siriano prende in giro il mondo.
Nemmeno a 3 ore dall’accordo con la Lega Araba per il ritiro dell’esercito da tutte le città e i villaggi e il rilascio delle migliaia di persone detenute in questi mesi solo ad Homs si erano registrati 18 morti e stamattina i mezzi cingolati si son presentati anche a Lattakia, Hama, in alcuni villaggi dell’Hauran e a Zabadani, vicino Damasco.
Pensa se non arrivavano all’accordo, maledetto macellaio

Siria: la lunga fila dei desaparecidos

10 maggio 2011 4 commenti

Uno non sa più dove partire per raccontare quel che accade nel mio pezzo di Mesopotamia, il regime si muove con passo sempre più pesante per calpestare ogni barlume di dissidenza in quelle strade. La cosa che più mette paura, più dell’assedio con i tanks di molte città, più del massiccio uso dei cecchini che aprono teste come noci di cocco, la cosa che più spaventa sono i rastrellamenti.L’altra notte un po’ tutto il paese è calato nel terrore:

Quando i fornai sceglievano Bashar come protettore dei sogni _Damasco qualche anno fa, foto di Valentina Perniciaro_

in molte, troppe città, le forze di sicurezza sono passate al kidnapping: centinaia di case rastrellate, decine d’attivisti portati via, presi dal letto, dai reparti d’ospedale, dai bar o dagli internet caffè. Si sparisce con una facilità impressionante: i numeri, sicuramente non corretti, parlano di 800 morti ma soprattutto di 10.000 persone che son semplicemente scomparse, desaparecide.
Probabilmente torturate in qualche scantinato sperduto nel deserto.

Poi c’è l’altro lato della medaglia: quello che vede una continua richiesta di intervento internazionale sul regime siriane, richiesta tritata dagli stessi attivisti, dalle stesse pagine che chiamano alle mobilitazioni continue. Intervento internazionale in Siria? E come? Con sanzioni o bombe?
Niente di peggio…spero sia solo un incubo che mai si presenterà…
Per ora l’Unione Europea è passata all’embargo di alcuni uomini di regime: oggi è partito ufficialmente il congelamento dei beni di chi è “ritenuto responsabile della repressione violenta contro la popolazione civile”. Tredici persone, tra cui spicca Maher, fratello minore del presidente, noto boia, che in questi giorni ha conquistato molti tristi primati con gli ordini che ha impartito.

Però, in piazza si muore e si scompare.
Ogni giorno di più!

Finito, per modo di dire, l’assedio di Daraa e Banias, è iniziato quello di Muaamadia, quartiere periferico di Damasco, di Homs e di alcuni villaggi dell’Hauran…

Siria: carriarmati in città

26 aprile 2011 3 commenti

Foto di Valentina Perniciaro _periferie siriane_

Da ieri il confine tra Siria e Giordania è chiuso.
Una situazione un po’ surreale per la mobilità mediorientale, come giustamente raccontava ieri il corrispondente di Al-Jazeera: non c’è possibiltà di entrare in Libano se si proviene dalla Palestina.
L’unico border disponibile tra Israele e Libano è proprio il confine siro-giordano, chiuso da ieri.
La strada che da Amman porta a Damasco, strada che taglia a metà la regione dell’Hauran, oltre alla chiusura del border, ha posti di blocco militari ogni manciata di kilometri.
La popolazione siriana vive in una sorta di coprifuoco non ufficiale, mentre Daraa sta vivendo ore di guerra vera e propria.
I tanks sono dispiegati alle porte della città e pattugliano il centro della città cannoneggiando contro qualunque cosa si muove:  tagliata la corrente elettrica, le linee telefoniche e la connessione internet in tutta la zona, arrivano notizie di una “mattanza” di cisterne d’acqua, quelle posizionate sopra ogni tetto, come in tutto il medioriente.
I video che circolano in rete ci raccontano una cittadina sotto pesante attacco delle forze speciali e di quelle dell’esercito: i morti nella giornata di ieri sembrano essere 25.
La tv di stato siriana da questa mattina manda immagini dei funerali di soldati e poliziotti: il resto è carne da macello.

Ayyat, una storia di Palestina scolpita nel mio cuore

27 marzo 2011 5 commenti

La piccola Ayyat

Poco dopo aver messo piede in Palestina, nel marzo del 2002, che ancora non avevo vent’anni ho imparato a pronunciare il tuo nome.
Una bella faticata percorrere quei 14 km che ci dividevano: non avevo mai percorso un tragitto in quella martoriata terra di Palestina e non pensavo ancora, senza averlo provato sulla mia pelle, cosa significa superare i check point israeliani…per noi fu una passeggiata. Ricordo che i soldati israeliani ci sorrisero, ricordo ancora quel “Italian? Hi friend”…e il mio/nostro silenzio.
Ricordo che un secondo dopo nacque in me una rabbia che non mi ha mai lasciato…quando quello stesso soldato parlò con i due ragazzi dietro di me,
che ancora li immagino lì, in perenne attesa di poter tornare al proprio villaggio, città, o campo profughi.
Noi dovevamo solo raggiungere la periferia di Betlemme da Gerusalemme…una cosa veramente breve, in teoria…anche perchè ancora non esisteva lo scempio per eccellenza: il maledetto muro dell’Apartheid che circonda e spezza il territorio palestinese, quello che ne è rimasto.

Arrivati nel campo profughi di Dheishe dimenticammo subito tutti i check point, i tank, il confine con la Giordania (passare quello non è proprio piacevole). L’accoglienza di quelle persone fu indimenticabile … circondati da centinaia di bambini curiosi, ancora ignari di quel che sarebbe accaduto poche ore dopo.
Che tempismo noi nell’arrivare nei Territori Occupati: nemmeno 24 ore dopo sarebbe scoppiato tutto, la seconda Intifada (quella in larga parte caratterizzata dagli uomini/donne bomba) sarebbe arrivata al culmine e con lei la rappresaglia israeliana, che poco dopo ci tagliò fuori dal mondo, circondando la basilica della natività e poi, compiendo (tra i tanti) il massacro di Jenin, una pagina di genocidio. Ma ora voglio parlare di altro; scrivo queste righe solo per ricordare Ayyat, la diciottenne del campo profughi di Dheishe, proprio quello che ci ospitava.


La prima donna nella storia dei kamikaze che si fece saltare in aria, che oltre a quello porta un altro triste primato: la più giovane.
Aveva solo diciottanni la bella Ayyat e, ferita dall’assassinio del suo futuro marito (ucciso sul colpo da un missile israeliano che colpì la macchina dove viaggiava, un paio di settimane prima). Il giorno successivo al nostro arrivo ci fu il funerale di Jihad, il ragazzo che era a bordo con lui, che per due settimane aveva lottato contro ferite ed ustioni, invano (ci son diverse foto in questo blog del suo funerale).

Ayyat, poco prima di morire

Ayyat non resse a tutto ciò, il suo amore, giovane ingegnere del campo, era stato strappato a lei con la più infame delle azioni, lei non voleva esser da meno. Per noi fu un esperienza incredibile…io la sua famiglia non la dimenticherò mai, così come non dimenticherò mai il corteo a cui partecipò tutto il campo, pochi minuti dopo la notizia della sua morte. Tutto il campo, sparando in aria, andò ad omaggiarla…tutti noi andammo sotto casa sua.
E molti di noi ci rimasero a dormire dentro, noi internazionali, per evitare che la sua casa fosse immediatamente bombardata e rasa al suolo dall’aviazione israeliana, com’è tradizione: non accadde infatti.
Ma solo 18 ore dopo iniziò l’assedio di Dheishe, con noi dentro…e furono solo tank e cecchini, coprifuoco e isolamento…
Questo solo per ricordare te, piccola Ayyat, di cui abbiamo anche una foto da bimba…che è un’altra lunga storia.

Egitto: gli scagnozzi di regime attaccano la piazza della Liberazione

2 febbraio 2011 5 commenti

S’era capito in mattinata che la situazione in piazza Tahrir oggi non sarebbe stata la stessa della grande marcia e nemmeno quella dei giorni precedenti.
Dalla tarda mattinata l’esercito è stato più che chiaro: ora ve ne dovete tornare tutti a casa. Ci sarà la transizione, ma ora tornate a casa: l’Egitto deve tornare alla normalità. Ora basta. Si parlava da ieri di una manifestazione pro Mubarak indetta per oggi, non distante da Piazza Tahrir; sinceramente avevo dato poca importanza a questa notizia e anche ai primi lanci mattutini in cui si diceva che i manifestanti pro-presidente si avvicinavano nervosi verso la piazza opposta.
Invece è tutto il giorno che vanno avanti gli scontri,  i manifestanti in difesa del regime appaiono molto ben organizzati, impedendo pure l’accesso delle ambulanze nella piazza. C’è tutta la Baltagheyya di Mubarak in questi movimenti.
La piazza gli urla che son tutti apparati di Stato, che c’è la baltagheyya al completo.! Sono arrivati armati di spranghe e coltelli, sono arrivati a cavallo e in cammello, caricando la piazza a bastonate e pare anche con armi automatiche. Anche le molotov sono tante: alcune hanno centrato anche il Museo egizio che si trova proprio in un lato della piazza, mentre brucia completamente l’ex sede del ministero degli Esteri, storico edificio della città.

L’ultimo bilancio parla di 3 morti e 1500 persone ferite in piazza. I giornalisti occidentali oggi sono stati attaccati da questa nuova comparsa delle strade egiziane, i manifestanti in difesa della dittatura. E’ stato riconosciuto e picchiato Anderson Cooper, inviato di punta Cnn, con la sua troupe; così come un giornalista dell’Ansa.Una troupe canadese è stata salvata dall’esercito poco prima di un vero e proprio linciaggio. La colpa sarebbe quella di raccontare al mondo la rivolta egiziana, di mostrare immagini false e di non “rispettare” quel brav’uomo del loro presidente.
L’esercito per ora osserva, non fa un solo passo.La polizia probabilmente verrà nuovamente dispiegata, ma con la licenza di sparare.

Siamo alla guerra civile o sono solo bande armate di regime?

[Nessuna notizia ancora di Wael Ghonim, blogger egiziano e membro dello staff di Google per il Medioriente. E’ stato una grande fonte di notizie in diretta nei primi giorni della rivolta. E’ dal 27 dicembre che non si hanno sue notizie e cresce il tam tam online in sua solidarietà.
“Un governo che ha paura di Facebook e di Twitter dovrebbe governare una città in Farmville, non un Paese come l’Egitto.”, ha scritto poco prima di un ultimo tweet preoccupato per gli eventi della giornata e poi il silenzio]

L’Egitto e “i parenti di Dio”

29 gennaio 2011 8 commenti

CLICCA QUI per un po’ di racconti dalla rivoluzione egiziana!

Non solo non ho modo di aggiornare queste mie pagine, ma nemmeno di seguire come voglio la rivolta egiziana e un po’ tutto quello che in quella larga sponda di mediterraneo sta accadendo da giorni e in queste ultimissime ore.
Niente connessione, vivo e forse vivrò ancora una manciata di ore, in un batuffolo di ovatta che mi fa venire ancora più voglia di andare a guardare con i miei occhi, di salpare e attraccare sull’altra riva dello stesso identico mare.
Sentire le urla di quelle piazze, sentire il fischio di quegli spari che assomiglia a tutti gli altri, lui si.
non posso far altro che starci col cuore… e queste righe sono di quanto più bello mi è venuto in mente ora, per l’Egitto e le sue barricate. Per quel desiderio di libertà che sa montare sui carri armati.

Il Cairo, 25 gennaio 2011

Una volta il governatore della città veniva
solo per chiamare la gente alla moschea
il venerdì
e nella sua eccelsa omelia affermava
di appartenere ai prediletti di Dio
ai fedeli di Dio
agli amici di Dio.

Una volta il governatore
di questa città conquistata,
piegata,
triste
veniva solo per dichiarare di essere il rappresentante personale,
il portavoce di Dio.
Mi è forse consentito
chiedere all’Altissimo
se ha concesso loro un’esclusiva
sigillata e firmata
affinché siedano sul collo del nostro popolo
sino all’eternità?
Se ha ordinato a costoro
di distruggere il nostro paese
e di annientarci come grilli
per decreto divino
e di malmenarci
per decreto divino?
Se tu chiedessi a uno di questi governanti
chi gli ha concesso di occuparsi nella vita terrena delle nostre questioni
ti risponderebbe che sei un ignorante
se non sai che lui
é imparentato con Dio.

Il Cairo, plotoni e pane

Voglio gridare:
Oh Dio! Sei tu che hai nominato il ministro del Tesoro?
Allora… perché è scoppiata la povertà?
Perché si è perduta la pazienza?
Perché sono peggiorate le cose?
Il nostro piatto principale è la spazzatura.
Gli uccelli nel nostro paese non trovano più avanzi da mangiare.
Forse l’aumento del prezzo del pane é una questione che riguarda Dio?
E pure l’aumento del ful? Dell’hummus?
Dei sottaceti, del crescione , é una faccenda che riguarda Dio?
Forse l’incremento delle morti e dei sudari è cosa che riguarda Dio?
Allora perché i potenti mangiano caviale mentre noi mangiamo le scarpe?
Allora perché i burocrati bevono whisky mentre noi beviamo fango?
Perché il povero nel nostro paese non distingue la pagnotta di pane dalla mezzaluna?
E perché nel ventre delle madri i figli si suicidano?

Il Cairo e l'Intifada

Vorrei chiedere all’Altissimo
Se ha loro insegnato
a trasformare la nostra pelle in tamburo,
a lavarci il cervello,
a insultare le nostre donne,
a montarci come asini e cavalli.
Desidero chiedere all’Altissimo
Se ha ordinato loro di spezzarci le ossa,
di spezzare le nostre penne,
di uccidere il soggetto e l’oggetto,
di impedire ai fiori di sbocciare nei prati.

Desidero chiedere a Dio
se ha dato loro
un assegno in bianco
per comprare Versailles e il Regno Unito,
Babilonia e i giardini pensili,
e per comprare la stampa mercenaria.
Se ha dato loro un assegno in bianco
Affinché comprassero la corona britannica e i palazzi,
e le donne in gabbia come uccelli
e la verde luna nel cielo di Nishapur.

Infine voglio chiedere
a Dio
Se è diventato loro parente
per davvero.
Se tra gli uccisori del suo popolo
vi sono parenti di Dio.

NIZAR QABBANI
_IL FIAMMIFERO è IN MANO MIA E LE VOSTRE PICCOLE NAZIONI SONO DI CARTA_

 

Il Cairo _"Non ci fermiamo più"

Foto di Valentina Perniciaro -ridatemi mio figlio com'era prima-

Tunisia (5): Carceri in rivolta ed evasioni di massa

15 gennaio 2011 2 commenti

 

Queste sono le notizie che vorrei dare quotidianamente, quelle che emozionano parola dopo parola e rendono difficile la scrittura.

Un paese che sta provando a liberarsi, la Tunisia, e passo passo sta tentando di mettere su strada quelli che sono i percorsi normali di un processo non dico rivoluzionario ma sovversivo e “liberatorio”.

E allora non si può passare che da lì…la liberazione di un popolo non può che passare per le celle delle proprie galere, non può che tranciare sbarre e abbatter blindati, non può che liberare i corpi reclusi e donare a loro nuova vita. E così la lista di nomi è lunga: sono circa mille i detenuti evasi solo dal carcere del Kasserine (una delle zone più calde della rivolta). Al-Jazira racconta che il direttore del centro ha deciso di aprire le celle, dopo una rivolta così violenta da non poter essre fronteggiata. Ma si è scappati ovunque nel paese e ovviamente qualche detenuto c’ha pure lasciato la pelle.
Nelle fiamme a Monastir, tra le pallottole della polizia a Madhia, a Sfax e Kairouan, a Biserta e Kram, a Cartagine e a Tunisi, nel carcere del centro città. Si parla di un centinaio morti tra i detenuti in rivolta di tutte le carceri tunisine e di migliaia di detenuti, ma poi arrivano conferme che sessanta morti sarebbero solo quelli contati nel carcere di Monastir, dove la tragedia è stata pesante. La rivolta ha portato i detenuti ad incendiare i propri materassi all’interno di uno dei bracci della prigione, dopo che dall’esterno si era provato ad abbattere i muri di recinzione con dei trattori, ed ora gli ospedali sono pieni di corpi devastati dalle fiamme.

Nel frattempo scende la sera e le strade, soprattutto dei sobborghi di Tunisi, si svuotano della popolazione a causa del coprifuoco; la voce diffusa è che le bande di cui si parla che starebbero saccheggiando e terrorizzando un po’ tutti sono uomini fedeli all’ex presidente Ben Ali, tanto che in molti quartieri la popolazione si sta autorganizzando e creando barricate per rendere più difficile la circolazione ai “razziatori”.

 

Tunisia (4): Stato d’emergenza in tutto il paese dalle 17

14 gennaio 2011 1 commento

Davanti al ministero dell'Interno di Tunisi, poco fa (Photo credit should read FETHI BELAID/AFP/Getty Images)

FLASH ORE 19: AL-JAZIRA COMUNICA CHE BEN ALI STAREBBE PER LASCIARE LA GUIDA DEL PAESE. TRA POCHI MINUTI DOVREBBE ESSERCI L’ANNUNCIO UFFICIALE, MENTRE GIRANO VOCI CHE LUI SIA GIA’ A PARIGI o a MALTA SOTTO PROTEZIONE LIBICA. I SUOI FAMILIARI SONO STATI ARRESTATI

Ieri sera e questa mattina i nostri media cercavano di dirci che la situazione stava tornando sotto controllo, che il presidente avrebbe abbassato i prezzi, ordinato ad esercito e polizia di smettere di sparare, che non si sarebbe ricandidato alle prossime elezioni…addirittura cercavano di dire che le settimane turistiche primaverili prenotate nelle coste tunisine non dovevano essere annullate perchè la situazione sarebbe velocemente rientrata in tutto il paese.  In realtà sono stati rimossi tutti i membri dell’attuale governo con la promessa di elezioni anticipate entro 6 mesi,  in pieno pomeriggio è stato dichiarato lo stato d’emergenza (quindi anche il coprifuoco) in tutto il paese a partire dalle 17 e il conto dei morti solo a Tunisi degli scontri della tarda serata di ieri è di 13 ragazzi uccisi dai proiettili di polizia ed esercito. E’ stato tentato l’assalto da parte di molte centinaia di persone della sede della banca centrale e del Ministero dell’Interno che la polizia ha difeso con un massiccio lancio di lacrimogeni e molti spari.

Le ultimissime parlano di spazio aereo chiuso e aereoporto di Tunisi occupato dall’esercito, coprifuoco in TUTTO il paese dalle 18 alle 6 di domani mattina per “preservare la sicurezza dei cittadini e la salvaguardia dei beni”. “E’ vietata ogni riunione di più di tre persone sulla pubblica via.

(Photo credit should read FETHI BELAID/AFP/Getty Images

Le forze di sicurezza e dell’esercito nazionale possono fare uso delle armi contro qualsiasi persona sospetta che non rispetti l’ordine di fermarsi o che cerchi di fuggire”. Poco dopo l’annuncio dello stato d’emergenza, alle 17, si sono udite sparatorie nel centro di Tunisi di cui ancora si sa poco, mentre sta bruciando in questi minuti la stazione centrale (a pochi passi dall’ambasciata italiana) e una concessionaria di auto di proprietà di un familiare di Ben Ali. Ansamed ci dice da pochi minuti di incendi in corso a Le Kram (periferia settentrionale di Tunisi) vicino alla zona fieristica dove la popolazione sta accorrendo sulla spiaggia per sfuggire al fumo asfissiante di cui ancora non si conosce l’origine. Incendi anche a Radsh, dove bruciano due banche, il commissariato, il municipio e la sede locale dell’ufficio delle finanze, senza che alcun uomo in divisa si veda nei paraggi.

L’unica notizia positiva è la liberazione di Hamma Hammami, leader del Pcot, arrestato mercoledì mattina a Tunisi nella sua abitazione poco dopo aver rilasciato un’intervista.

QUI le precedenti notizie sulla rivolta del carovita tunisina di questi ultimi giorni

Tunisia (3): morti su morti, anche oggi. Un bollettino agghiacciante

13 gennaio 2011 2 commenti

Mentre il presidente tunisino Zine El Abidine Ben Ali fa annunciare al suo primo ministro che si provvederà ad abbassare i prezzi di quei prodotti base che in questi ultimi giorni sono vertiginosamente aumentati, la situazione degenera ancora una volta. Le notizie si susseguono frettolose…Appena un’oretta fa si cominciava a parlare di fumi provenienti da barricate nel centro di Tunisi e anche del fischio di qualche pallottola, ora invece i bollettini hanno altre parole d’ordine, ogni momento più drammatiche. La polizia sta aprendo il fuoco contro un folto gruppo di manifestanti in Rue de la Libertè e in Rue Palestine (proprio così) in pieno centro e contemporaneamente sta blindando interi quartieri della capitale, come nella zona di via La Fayette. In pochi minuti siamo già ad altri due morti da aggiungere alla lunga lista pubblicata poco fa ed un ferito in condizioni drammatiche: tutti sembrerebbero essere stati colpiti in avenue de Lyon, così riferisce da pochi minuti FrancePresse.

Nelle ultime ore invece arrivano diverse notizie dalla città di Gafsa e altre, più drammatiche da Gabes.

Una violenta manifestazione in quest’ultima città (importante centro minerario del paese) avrebbe già un bilancio di 6 morti. Da Gafsa ci arrivano notizie attraverso le parole di un sindacalista in collegamento telefonico con al-Jazeera “«In questo momento la città di Gafsa versa in uno stato di anarchia completa con bande che stanno saccheggiando liberamente i negozi del centro. Questa mattina c’era stata una manifestazione sindacale caricata dalla polizia che è intervenuta con il lancio di gas, ferendo 4 persone – ha affermato – subito dopo la polizia si è ritirata e sono giunte in città bande di incappucciati che stanno saccheggiando i negozi». Secondo il sindacalista «si tratta di bande organizzate e legate al governo perché hanno come obiettivo quello di screditare il movimento di protesta e di portare il terrore tra i cittadini».

Io quando posso provo ad aggiornare

Tunisia…siamo arrivati a 66 morti

13 gennaio 2011 5 commenti

Ci sono 58 nomi e cognomi, quindi almeno questo numero purtroppo si può confermare. Cinquantotto morti ammazzati dalle pallottole e dalla repressione del governo, della polizia e dell’esercito tunisino, dall’inizio dei tumulti contro il carovita, iniziati il 17 dicembre scorso.
E’ al-Arabiya che, citando fonti di alcune organizzazioni per i diritti umani tunisine, ci racconta nome per nome gli ultimi minuti di questi giovanissimi uccisi. E’ lo stesso Souhayr Belhassen, presidente del FIDH (Federazione internazionale delle leghe dei diritti dell’uomo) a dirci che a questo bilancio vanno aggiunti altri otto nomi, di persone uccise nel corso della lunga notte precedente, nella periferia di Tunisi.
Oggi ci sono stati diversi momenti di scontri finchè l’esercito non ha deciso di battere in ritirata lasciando nel centro città la gestione alle poche camionette di polizia posizionate nei punti nevralgici: poco fa è ricominciato un finto lancio di lacrimogeni intorno a Rue de Rome dove centinaia di manifestanti stavano tentando di arrivare ad Avenue Bourguiba. La situazione più critica stamattina sembra essere a Biserta, città vicino a Tunisi dove l’esercito è schierato per le strade da ieri sera in modo massiccio: le agenzie di tutto il mondo non fanno altro che battere notizie sui saccheggi che sono avvenuti nella cittadina appena la polizia s’è ritirata per lasciare mano libera all’esercito, che non sta ancora intervenendo.
Poco dopo però (lo riferisce l’Ansa) alcune decine di giovani hanno formato un corteo spontaneo per tentare di fermare i saccheggi e la distruzione dei negozi: molti tra la popolazione sostengono che siano stati organizzati e pianificati dalla polizia, «Non vogliamo saccheggi, la polizia è andata via perchè qualcuno li potesse fare. Noi non vogliamo saccheggi, sono atti premeditati». Non fanno altro che ripetere questo.
Sousse invece, terza città del paese, posizionata sulla costa mediterranea, sta vivendo un partecipato sciopero generale, indetto dai sindacati di Ugtt a sostegno del movimento di protesta che sta infiammando la Tunisia: domani a Tunisi sono previste due ore di sciopero generale. La rivolta sta avvolgendo anche località famose perchè importanti centri turistici: ieri anche ad Hammamet si sono registrati due morti, mentre a La Marsa e Sidi Bou Said la situazione sta rapidamente precipitando. Forse con questi nomi e queste località in fiamme il mondo si accorgerà di qualcosa.
Yalla Shabab, non vi lasciamo soli

AGGIORNAMENTI QUI

“Rompere l’assedio”! L’Egitto vuole fermare la Gaza Freedom March

21 dicembre 2009 Lascia un commento

Il governo egiziano vuole impedire l’entrata a Gaza della Freedom March

A tutti i partecipanti italiani alla Gaza Freedom March. A tutti i compagni e gli amici del movimento di solidarietà con il popolo palestinese.

Ho ricevuto dalla nostra ambasciata al Cairo la comunicazione che il governo egiziano, dopo aver convocato gli ambasciatori delle 42 nazioni cui appartengono i volontari della Gaza Freedom March, li ha avvertiti che la Marcia non è autorizzata. Di conseguenza, pur non potendo impedire l’arrivo in Egitto di cittadini stranieri, impedirà ogni violazione delle leggi e della sicurezza del Paese, se necessario anche procedendo ad arresti. La nostra ambasciata non ha potuto che prendere atto delle dichiarazioni egiziane, non potendo agire autonomamente, in quanto la dimensione del problema va molto oltre i rapporti bilaterali italo-egiziani. Di seguito, trovate la traduzione del comunicato emesso, a nome di tutte le organizzazioni della GFM, dal Comitato organizzatore e un testo suggerito da inviare via mail/fax/tel. alle ambasciate egiziane. La mail dell’ambasciata in Italia è ambegitto@yahoo.com .  

Gaza Freedom March

21 dicembre 2009 

Siamo determinati a rompere l’assedio 
Continueremo a fare tutto il possibile perché si realizzi 
Con il pretesto di un aumento delle tensioni sul confine tra Gaza ed Egitto, il Ministero degli Esteri egiziano ci ha informato ieri che il confine di Rafah 
sarà chiuso nelle prossime settimane. Abbiamo risposto che la tensione c’è sempre al confine a causa dell’assedio, che non ci sentiamo minacciati e che, se ci sono rischi, sono rischi che siamo disposti a correre. Abbiamo anche detto che ormai è troppo tardi per gli oltre 1.300 delegati provenienti da più di 42 paesi per cambiare i loro programmi. Abbiamo entrambi convenuto di proseguire i nostri scambi. 
Anche se lo consideriamo un passo indietro, è comunque qualcosa che abbiamo incontrato – e superato – in passato. Nessuna delle delegazioni, grandi o piccole, che sono entrate a Gaza nel corso degli ultimi 12 mesi ha mai ricevuto un’ autorizzazione finale prima di arrivare al confine di Rafah. 
La maggior parte delle delegazioni sono state scoraggiate persino da lasciare il Cairo per Rafah. Alcune hanno avuto i loro pullman bloccati lungo la strada.
Ad alcune è stato detto chiaro e tondo che non potevano andare a Gaza. Ma a seguito di pressioni pubbliche e politiche, il governo egiziano ha cambiato la sua posizione e le ha lasciate passare.  
I nostri sforzi e i nostri piani rimangono invariati, a questo punto. Abbiamo deciso di rompere l’assedio di Gaza e marciare il 31 dicembre contro l’assedio israeliano. Continuiamo nella stessa direzione. 
Le ambasciate e missioni egiziane in tutto il mondo devono sentire la nostra voce e quella dei nostri sostenitori (per telefono, fax ed e-mail) nei prossimi decisivi giorni, con un messaggio chiaro: lasciate che la delegazione internazionale entri a Gaza e lasciate che la Gaza Freedom March faccia il suo cammino. 
Avete aderito e vi sieti iscritti per partecipare alla Gaza Freedom March: è stato il primo passo. Adesso, chiamate e scrivete all’ambasciata egiziana a Roma e chiedete ai parlamentari da voi eletti di chiamare a vostro nome.
Contattate i media locali per dire che state partendo per Gaza. Poi fate le valigie e venite al Cairo pronti a camminare insieme ai nostri fratelli e sorelle  di Gaza. 
Aspettiamo di vedervi tutti la settimana prossima. 

Comitato organizzatore
Gaza Freedom March 

** Esempio di testo per le chiamate/fax/email all’ambasciata  egiziana

 Scrivo per esprimere il mio pieno sostegno alla Gaza  Freedom March del 31 dicembre 2009. Chiedo al Governo egiziano di  consentire ai/alle 1.300  delegati/e internazionali di entrare nella Striscia di Gaza attraverso l’Egitto. Obiettivo della marcia è esigere da Israele la fine dell’assedio. La  delegazione internazionale consegnerà anche aiuti medici di cui c’è grande scarsità, così come materiale scolastico e giacche invernali per i bambini di Gaza. 
Per favore, lasciate che questa storica Marcia possa procedere. 
Cordiali saluti,

Il Canale YouTube della Gaza Freedom March

Memoria vs. dimenticanza

11 luglio 2008 Lascia un commento

“La lotta contro il potere è la lotta della memoria contro la dimenticanza.”   _Milan Kundera_

Palestina, Betlemme. Manifestazione contro l'imposizione del coprifuoco, poco prima dell'assedio della basilica della natività. Marzo 2002Foto di Valentina Perniciaro

I cani del Sinai

18 giugno 2008 3 commenti

Fare il cane del Sinai pare sia stata una locuzione dialettale dei nomadi che un tempo percorsero il deserto altopiano di El Tih, a nord del monte Sinai. Variamente interpretata dagli studiosi, il suo significato oscilla tra correre in aiuto del vincitore,stare dalla parte dei padroni, esibire nobili sentimenti.
Sul Sinai non ci sono cani.

Dalla fine della guerra portavo, di mio padre ebreo e del mio segno di circonciso, una interpretazione che oggi comincio a intendere peggio che parziale, pigra come lo schema fascismo-antifascismo in cui si era disposta. I casi personali erano stati bruciati dall’enormità  della vicenda d’allora. 
In pratica -nella pratica della pigrizia- avevo accettato l’assurda idea che ebraismo, antifascismo, resistenza, socialismo fossero realtà contigue. Come ci si può ingannare! 

Era accaduto che l’ebraismo fosse inseparabile da una persecuzione immensa e non ancora del tutto esplorata: testa di Medusa per chiunque. Era parsa riassumere qualsiasi altra persecuzione, qualsiasi altro strazio e quindi di perdere la sua specificità.
I difensori del pensiero democratico-razionalista avevano visto negli ebrei un universale, incarnazione di quanto l’uomo potesse avere di più caro, la tolleranza, la non violenza, l’amore della tradizione, la razionalità. Questo errore non era innocente.

[…]
Quanto più la piccola borghesia tradizionale s’è venuta identificando con gli addetti al Terziario e ha incluso larga parte della classe operaia, l’Uomo Ad Una Dimensione ha dovuto crearsi di necessità passioni, nazioni, devozioni, lealtà fittizie. L’antisemitismo sparisce moltiplicandosi. La frase “si è sempre l’ebreo di qualcuno” diventa vera alla lettera. Più che naturale che gli Israeliani – o meglio: coloro che ne controllano l’opinione- abbiano fatto ricorso all’onore della persecuzione storica come elemento potente di passioni ed orgogli patriottici: non solo nel nostro inno nazionale si dice popoli, per secoli, calpesti e derisi. 

Altrettanto naturale ma molto più grave che – a quanto capita di udire e leggere- l’unione sacra tra i partiti si compia di necessità oscurando la rilevanza dei legami internazionali di Israele, insomma il compito politico che Stati Uniti ed Inghilterra sembrano aver assegnato a quel paese. 
Quella oscurità , quella mancanza di chiarezza, peggio, quella chiarezza respinta e rimossa da un sacro egoismo (quante volte torna il sacro nella lingua morta del nazionalismo) in una non necessaria penombra, radicherà forse nella cultura israeliana un male peggiore (perchè difensivo, giustificatorio) di quello delle euforie militaresche e guerriere.

Molti ebrei-europei e molti italiani-europei amici degli ebrei si sono lasciati sorprendere nel sonno del loro vecchio antifascismo. Dovranno ripensare alla propria giovinezza e giudicarla. Il limite e lo scandalo sono sorti dall’incontro con le masse immense che non possono nè vogliono assimilarsi nè arruolarsi fra i tirailleurs sénégalais, i gurka, i rangers dei petrolieri o della Cia.

___FRANCO FORTINI: I Cani del Sinai___

Questi alcuni tratti di un capolavoro contro quanti amano correre in soccorso dei vincitori.
Il più grande intellettuale italiano contemporaneo, ebreo, analizza lo Stato ebraico di Israele pochi giorni dopo la fine della Guerra dei 6 Giorni,
iniziata il 6 giugno 1967 

Dheishe, prima notte di coprifuoco 

 

Dheishe_ il risveglio

Foto di Valentina Perniciaro:
Campo Profughi di Dheishe, Betlemme, West Bank, Palestina.
Marzo 2002. Un piccolo spaccato di guerra permanente, di guerra
d'occupazione, di apartheid.
Foto 1: Prima notte di coprifuoco
Foto 2: Il risveglio e la devastazione  
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