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Damasco, raccontata 700 anni fa…

16 aprile 2009 Lascia un commento

Il giovedì 9 del venerabile mese di Ramadan dell’anno giunsi a Damasco di Siria e presi alloggio nella màdrasa malikita, nota come al-Sharabishiyya [dei fabbricanti di sharbush, copricapo tipico degli emiri]. Damasco supera le altre città in bellezza e le oltrepassa con il suo splendore.

Foto di Valentina Perniciaro _Spruzzi damasceni_

Foto di Valentina Perniciaro _Spruzzi damasceni_

Ogni descrizione, per quanto precisa, è sempre troppo limitata per dirne tutta l’avvenenza, ma non vi sono parole più squisite di quelle di Abu al-Husayn ibn Jubayr, che così si espresse: “Sì, Damasco è il paradiso d’oriente, il luogo dell’origine della sua splendida luce; l’ultimo paese dell’Islam in cui siamo giunti, sposa novella fra le città che svelammo. Agghindata di fiori di piante odorose, spunta dai giardini avvolta in drappi di broccato e per la sua bellezza occupa un posto d’alto rango, s’asside sul trono nuziale con splendidi ornamenti. S’onora d’aver dato rifugio al Messia e a sua madre su un’altura tranquilla e irrigata di fonti, dove l’ombra è fitta e l’acqua paradisiaca. Qui i ruscelli serpeggiano ovunque e la brezza leggera dei giardini infonde vita agli animi. Damasco mostra il proprio fascino a chi l’ammira in tutto il suo splendore e dice: “Orsù venite qui, ove beltà risiede sia la notte che il dì!” La sua terra è a tal punto sazia d’acqua che quasi desidera aver sete, e poco ci manca che anche i duri e aspri sassi dicano: “Percuoti col piede la terra: ne sgorgherà acqua fresca buona a lavarti e per bere!” [Corano]. I giardini la circondano come l’alone che cinge la luna, sembrano petali tutto intorno ad un fiore. Verso

Foto di Valentina Perniciaro _passeggiando sulla via retta_

Foto di Valentina Perniciaro _passeggiando sulla via retta_

oriente si estende a perdita d’occhio la sua Ghuta verdeggiante e ovunque si volga lo sguardo, si resta ammaliati dallo splendore dei frutti maturi. Oh sì, ben son nel vero quanti di lei dissero: “Se il paradiso è qui sulla terra, esso per certo si trova a Damasco, ma se non può stare altrove che in cielo, in bellezza Damasco lo sfida quaggiù.”
Ibn Juzary aggiunge che un poeta di Damasco ha composto a tale proposito questi versi:
Se l’Eden eterno è qui sulla terra,
esso è a Damasco, e in nessun altro luogo.
Se invece è nei cieli, su Damasco ha disperso
la sua lieve brezza e le sue qualità.
Ecco un paese stupendo e un Maestro indulgente!
Gioiscine dunque da mane a sera!

Ibn  Juzary afferma inoltre: “Quel che hanno detto i poeti descrivendo le bellezze di Damasco è così tanto che non lo si può contare. Mio padre era solita descriverla declamando i versi di Sharaf al-Din ibn Muhsin:

Damasco! Mi rodo di struggente desiderio
come oppresso da calunnia e dal biasimo assillato…
Ah paese dove i ciottoli son perle e la terra appare d’ambra!
Vi frizza l’aria quale dolce vinello,
l’acqua vi scorre in libertà,
e rinfresca i giardini di un lieve soffio di vento!

E infine Nur al-Din:
Damasco: 
Siccome l’Eden è per lo straniero,
che qui si scorda il paese natio.
Ah, qui suoi sabati tanto famosi
stupendo spettacol di grande beltà!
Qui non si vedon che amanti e amati,
colombe che tuban sui rami al vento
e, tra gioia ed effluvi, superbi fiori

Questo brano è tratto da “I VIAGGI” di Ibn Battuta,  steso a partire  dal 1325. Personaggio incredibile, di origine berbera, passò 28 anni della sua vita percorrendo l’equivalente di quarantaquattro stati moderni (Africa, Medioriente, India, Cina, Isole Maldive, territori del Volga…). Il celebre libro fu steso da uno scriba del sultano che annotava con ordini i racconti e le sue osservazioni.

Prima poi metterò sul blog un altro piccolo omaggio alla mia amata Damasco… con qualche stralcio di poesie di Nizar Qabbani, straordinario  poeta siriano scomparso poco più di dieci anni fa

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Canti delle donne di Algeri

21 novembre 2008 1 commento

La boqala è un rito di poesia, un rito femminile delle donne algerine, che si riuniscono attorno al boccale (boqala) della padrona di casa, riempito con l’acqua di sette diverse sorgenti dove ogni donna lascia cadere un gioiello. A quel punto il boccale inizia a girare sette volte sotto un braciere d’incenso. 
Ed ecco che nasce l’incantesimo…a turno, una dopo l’altra, recitano una breve poesia di non più di 5 versi che può venire dalla più antica tradizione o essere improvvisata davanti alle compagne e al bicchierino di vetro pieno di thè alla menta. La boqala, poesia strettamente femminile e urbana, è anonima e raramente viene riportata se non oralmente.

Con le mani ho tagliato la carne
con le mani l’ho cosparsa di spezie
e con le orecchie ho ascoltato
le calunnie di chi ho conosciuto.
oh tu, malalingua, cosa vuoi guadagnare?
Il leone nella foresta lascia i cani abbaiare. 

Foto di Valentina Perniciaro _Nel suq di Aleppo_

Foto di Valentina Perniciaro _Nel suq di Aleppo_

Tra me e te una piccola finestra, 
grande quanto un bicchiere,
restano tra noi le nostre parole, che c’entra la gente?
La fama è come piombo:
quand’è fuso, si perde.

Foto di Valentina Perniciaro _Damasco, con gli occhi in su_

Foto di Valentina Perniciaro _Damasco, con gli occhi in su_

 

Da Smirne veniamo; dal mare, siamo infine approdati.
Portiamo il firmano del sultano,
l’han letto l’ufficiale e il capitano.
Gioisci, cuore in attesa, torniamo
e piova l’invidia dagli occhi di chi non ci ama.

Foto di Valentina Perniciaro _verso l'infinito_

Foto di Valentina Perniciaro _verso l'infinito_

Passava un giovane, un ramo scuro tra le mani.
La shashia cadeva bene sulla fronte, la veste era splendente.
I figli miei e lo sposo lascerei per lui
la mia città abbandonerei
fino a esser estranea alla mia gente.

Foto di Valentina Perniciaro _damascene_

Foto di Valentina Perniciaro _damascene_

Oh moro, dolce moro, che grazia il tuo vestito,
tu sei tra i gelsomini e rivaleggi coi narcisi.
Per te m’hanno schernito e in seguito invidiato. 
Tu sei l’anello d’oro, io la gemma che l’adorna
per contendere il tuo cuore a lottare sono pronta.

L’amore è in casa nostra, l’amore ci alleva.
L’acqua del pozzo dolce, l’amore solleva.
Apre come il basilico, l’amore i suoi rami.
Non asservito al sultano e neppure al qadi. 

bosra_ag06_donne

Foto di Valentina Perniciaro _Bosra, chiacchiere tra donne_

fabbricante di libertà…

30 settembre 2008 1 commento

“Nella nostra casa di Damasco nel quartiere di Mi’dhanat al-Shahm si convocavano riunioni politiche a porte chiuse e si progettavano scioperi, manifestazioni e atti di resistenza. Dentro le porte comunicavamo con

Foto di Valentina Perniciaro _Suq di Damasco_

Foto di Valentina Perniciaro _Suq di Damasco_

sussurri che facevamo fatica a capire. La mia immaginazione da piccolo non era in grado di cogliere le cose con chiarezza ma quando vidi i militari senegalesi entrare in casa nostra alle prime ore dell’alba con fucili e baionette per portare via mio padre in un’auto blindata verso un campo di concentramento nel deserto, seppi che mio padre esercitava un altro lavoro oltre
alla fabbricazione di dolci. Era fabbricante di libertà.”

“Non so scrivere su Damasco senza che si intrecci il gelsomino sulle mie dita
Non so pronunciare il suo nome senza che sulla mia bocca si addensi il nettare dell’albicocca, del melograno, della mora e del cotogno
Non so ricordarla senza che si posino su un muretto della memoria mille colombe… e mille colombe volano.”

_NIZAR QABBANI_

Dell’albicocca…

24 settembre 2008 1 commento

Che i miei amici armeni mi perdonino: malgrado il nome, la Prunus armeniaca, ovverosia l’albicocca, non è originaria dell’Armenia, ma della Cina, proprio come la pesca, un’altra delizia che i botanici si ostinano ad attribuire alla Persia. E le albicocche migliori, non dispiaccia ai francesi, non sono quelle del Rossiglione, senza dubbio pregevoli, ma i frutti di miele e d’oro che si trovano soltanto nel Levante. E’ qui, sicuramente, in Turchia e in Siria, che un albero ritenuto difficile come l’albicocco sembra aver eletto il proprio domicilio, se mi si passa l’espressione, e se ne sta a suo agio come soltanto in patria si può stare. 
Sospetto perciò che proprio i siriani, e in particolare i damasceni, per altro poco inclini alla speculazione metafisica, abbiano diffuso, se non inventato, la leggenda secondo la quale l’albero di Adamo ed Eva, creato per insegnarci a distinguere il bene dal male, sarebbe l’albicocco e non il melo o il fico. Un modo come un altro per insinuare che non si può resistere alla tentazione dell’albicocca. Forse anche, con un abile sotterfugio, per collocare in Siria il giardino dell’Eden.
Bisogna dire che a Damasco, prima dei guasti dell’urbanizzazione, l’arte di vivere era scandita in qualche modo, almeno durante certi mesi, dal ciclo dell’albicocca. Molto presto, già da marzo, la fioritura dell’albicocco annuncia la primavera, attirando verso i giardini della Ghuta una folla eterogenea di gitanti.
Ma la meraviglia di fronte alla delicata bellezza dei fiori, corolle bianche ombreggiate di rosa tenero, non è priva di apprensioni, e i damasceni temono, come per ogni cosa precoce, i colpi imprevedibili del destino: una pioggia troppo abbondante, un vento un po’ violento, una gelata tardiva. Soltanto le grida dei venditori ambulanti, a partire da giugno, vengono infine a rassicurarli, quando si levano per celebrare le mishmish baladi, “pasticcini all’acqua di rose”, o il tipo detto hamawi, “regina di cuori” che andrebbe portata “in fazzoletti di seta”. Comincia così la stagione dell’albicocca, tanto breve, purtroppo, dopo la lunga attesa, che nella lingua parlata si designa con tale espressione tutto ciò che è fugace o improbabile.
Ci si mette dunque a mangiare albicocche, coscienziosamente, fino a sazietà, per paura di restare senza l’anno successivo. E sulle terrazze della città si vedono ben presto marmellate e confetture riposare al sole, all’aria aperta, in recipienti di tutte le misure, coperte appena di una mussolina che protegge dalla polvere e dagli insetti. Colta al momento giusto e ricolma di luce, l’albicocca non si è mai meglio conformata a una delle sue denominazioni latine, apricum, il frutto che ama la luce del sole. 


Foto di Valentina Perniciaro Suq di Damasco e abbondanza di melograni

Ma l’infatuazione dei damasceni di oggi per l’albicocca non è nulla in confronto a quella dei loro avi. Nel periodo mamelucco, se bisogna credere al viaggiatore egiziano Badri, egli stesso ghiottone impenitente, la Ghuta produceva ventuno varietà di albicocche, nove soltanto delle quali sono giunte fino a noi.
Per apprezzarle tutte nel loro giusto valore, in poco tempo, era indispensabile consacrarvisi anima e corpo. Di conseguenza, gli ulama non esitavano a mettersi in ferie, durante la stagione dell’albicocca, abbandonando senza ritegno cattedre e libri. Essi si piegavano in tal modo a un piacevole costume. Stagione benedetta da Dio, a più d’un titolo, in cui anche le muse partecipavano alla festa, ispirando ai letterati alcune delle loro metafore più frivole. A quanto pare mancava soltanto, per soddisfare tutti i gusti, il “vino” d’albicocca per il quale, stando al Libro dei Canti di Isfahani, il musicista Ishaq al-Mawsili andava matto.
Ai nostri giorni, non si estraggono dall’albicocca nè vino nè alcol, e sono stati dimenticati anche altri usi meno problematici come la mishmishiyya, spezzatino di albicocca e carne d’agnello, scomparsa da tempo dalle tavole di Damasco, al pari di altre pietanze agrodolci.
Curiosamente, il piatto che porta oggi questo nome non è preparato con delle albicocche, ma con le fave. Resta nondimeno il fatto che a Damasco, e solo a Damasco, l’arte di conservare le albicocche tocca il sublime. Solo le albicocche secche di Turchia possono competere coi nuqu’ siriani, che consistono in succulente albicocche baladi schiacciate con il nocciolo e seccate al sole.
Vengono consumate soprattutto nel mese di Ramadan, sotto forma di khoshaf, per calmare la sete.
Quanto al qamar al-din, alla lettera la “luna della religione”, nome che rimanda ad un’antica varietà turca molto apprezzata da Ibn Battuta, è patrimonio esclusivo di Damasco, e tale resterà fino alla fine dei tempi. Lo si ottiene impastando le albicocche e stendendo la pasta, privata dei noccioli, su tavole di legno lunghe due metri ed esposte al sole. Quando è secca, la pasta di albicocche è spennellata di olio di sesamo, perchè si mantenga brillante e vellutata, ed è infine arrotolata come un tappeto. Può essere degustata così, o ancora meglio macerata in acqua fresca.

 

SPEZZATINO ALLE ALBICOCCHE
Ingredienti per 4 persone

600 gr di spalla d’agnello disossata
600 gr di albicocche secche snocciolate
100 gr di olio d’oliva
1 cucchiaino da caffè di cannella
2 boccioli di rosa
2 cucchiai di zucchero
sale

@Tagliate la carne in 8 pezzi, condite con sale, cannella e boccioli di rosa sbriciolati, fate rosolare nell’olio e poi coprite d’acqua e portate ad ebollizione. Abbassate il fuoco e lasciate cuocere per un’ora con il coperchio.

@ A metà cottura, aggiungete le albicocche e lo zucchero e controllate il documento

@Prima di servire, fate restringere la salsa fino a renderla cremosa

tratto da “LA CUCINA DI ZIRYAB” di Farouk Mardam-Bey

“la mia non fu un’infanzia da fanciullo”

27 agosto 2008 Lascia un commento

La mia non fu un’infanzia da fanciullo; pensai, sentii sempre da uomo. Solo crescendo sono rientrato nella normalità; nascendo, ne ero uscito.”

“Tale fu il piano col quale mi misi in cammino, abbandonando senza rimpianto il mio protettore, il mio precettore, i miei studi, le speranze e l’attesa di una fortuna quasi certa, per iniziare un’autentica esistenza di vagabondo. Addio capitale, addio corte, ambizione, vanità, amore, belle donne e tutte le grandi avventure la cui speranza mi aveva condotto lì, l’anno prima. Parto con la mia fontanella e il mio amico Bacle, la cui borsa quasi asciutta, ma il cuore traboccante di gioia, non sognando altro che godere di quella felicità vagabonda cui avevo di colpo ridotto i miei splendidi progetti.   […]

Foto di Valentina Perniciaro.  'Ammara, suq di Damasco

Foto di Valentina Perniciaro. 'Ammara, suq di DamascoChissà quando tra le tante volte

 

Nel corso di tutta un’esistenza irregolare e memorabile per le sue vicissitudini, sovente senza tetto e senza pane, sempre ho guardato con occhio eguale opulenza e miseria. All’occorrenza, avrei potuto mendicare o rubare come chiunque altro, ma non spaventarmi d’essere ridotto a tali estremi. Pochi uomini hanno sofferto quanto me, pochi hanno versato tante lacrime in vita loro; ma la povertà o il timore di cadervi non m’hanno mai strappato né un sospiro né una lacrima. La mia anima alla prova della fortuna, non ha conosciuto veri beni o veri mali fuorché quelli che da essa dipendono, e proprio quando  nulla di necessario mi è mancato mi son sentito il più infelice dei mortali.”

“Invece di volgere indietro lo sguardo e guardare alla punizione, lo volgevo innanzi e guardavo alla vendetta.”

Un piccolo omaggio a Jean-Jacques Rousseau, che con le sue Confessioni mi sta regalando grandissimi momenti. Un piccolo omaggio a colui che era infinitamente fiero di “aver messo un germoglio in concorrenza con un grande albero, mi pareva il grado supremo della gloria

Ciliegie e nostalgia

23 agosto 2008 5 commenti

Mi manchi.
Mi mancano le ciliegie, mi manca quell’odore al risveglio che ogni mattina sembrava provenire da un diverso pianeta, mi manca quel canto antico e immutato, le urla degli ambulanti, la solitudine di quei vicoli e di me, che all’improvviso non avevo più nessuno al mondo.
E a coccolarmi non c’erano altro che i miei sensi, a coccolarmi c’era la curiosità, la diversità, il nuovo che prendeva a cazzotti tutto quello che avevo visto fino a quel momento.
Mi manca Baramke con il suo caos insopportabile e quelle spremute d’arancia che ti rimettevano al mondo, con quel ghiaccio ambiguo e sempre sicuro. Mi mancano le ore a camminare a temperature proibitive, chiacchierando con sconosciuti, costruendo il proprio presente sul nulla, sul caso, sulla scoperta.

Bosra, Siria. Una bimba e la sua colonna

Bosra, Siria. Una bimba e la sua colonna

 Mi manca quella sensazione di casa, di antico, di smarrito e ritrovato.Quella sensazione di aver fottuto il tempo, il progresso e il futuro…semplicemente fermandosi, assaporando, respirando a pieni polmoni un’aria priva di frenesia, di desiderio di potere.Mi manca quel cielo stellato, quel silenzio improvviso che fermava la città, mi manca il non capirci nulla, il vagare senza meta se non quella decisa dai rullini, dalla fame, dagli sguardi vogliosi di un mondo che ero solo io. Che non aveva amore, non aveva sesso, non aveva impegni…un mondo che non aveva nulla se non di guardare oltre, di catturare tutto per non lasciarlo andare mai più via.

 

Ed è quello l’unico bagaglio che mi son portata, l’unico che non mi hanno potuto strappare via.
Il ricordo di quel mondo che era tutto mio, che era giusto, che era nuovo.
Il ricordo che mi trasmette energia…la sensazione di pace che mi da il pensare che infondo è tutto lì,
che basta ricominciare il viaggio da dove lo si era interrotto.
Che basta ripartire da quel goccio d’olio, da quel confine violato, da quel dolore rabbioso.

Sei il mio pensiero felice, sei la mia forza, sei la mia energia. 
Se non torno a te è solo perchè mi hai insegnato a sognare, mi hai insegnato a mettere delle priorità, mi hai insegnato a guardare in un altro modo…quindi ci devo provare.

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