Archivio

Posts Tagged ‘hauran’

Siria: la guerra civile regna sovrana. Una storia da Bosra ash-Sham

20 maggio 2013 Lascia un commento

Eravate dei cuccioli,
venivate ad aprire la porta, che mai riuscivo a riconoscervi tra voi,
sempre di corsa, sempre arrampicati da qualche parte, sempre dispettosi e allegri.
Aprivate la porticina del cortile e il sorriso di vostra madre e vostra nonna poi occupavano tutto,
e voi chissà dove scappavate, in quel villaggio immerso nei secoli lenti, nei giochi dei bambini, nel basalto cotto dal sole e forse anche dall’imbarazzo dell’esser così meraviglioso.

Ahmad, Zakarya e Maher ... tre fratelli, morti uno dopo l'altro.

Ahmad, Zakarya e Maher … tre fratelli, morti uno dopo l’altro.

Ricomparivate quando i vassoi si riempivano di fichi e melanzane ripiene, vi riempivate le mani e via, di nuovo nella polvere a giocare. Ho questo ricordo di voi tre, ricordo che capivo l’amore e l’orgoglio di vostra madre nel parlarmi dei suoi tre bei figli, e la capivo anche quando la lingua non ce lo permetteva, si capiva da quel brillare di occhi di madre.
Occhi che ora non posso nemmeno immaginare, che vorrei asciugare e baciare.
Tre fratelli, cresciuti insieme, corsi insieme alle manifestazioni di Daraa che hanno iniziato la rivolta e poi morti, in un anno, uno dietro l’altro.

Sei sempre tu, Bosra ash-sham.
A venti km dal confine giordanoe a 140 dalla capitale Damasco, è stato importantissimo centro vitale della via della Seta, nella tratta che portava verso Petra.
Diversi sono stati i momenti di prosperità e importanza internazionale di questa città dell’Hauran, che è stata capitale nabatea ed importante metropoli romana sotto Filippo l’arabo.
Anche nel Corano si parla di Bosra, quando il monaco Bahira predisse ad un Maometto ancora bambino il suo destino da profeta.

Ma cosa sta succedendo a Bosra?
Chi uccide questi tre ragazzi non è proprio l’esercito regolare di Bashar al-Assad, ma milizie sciite ormai in pieno possesso della città sostenute oltre che dall’esercito siriano, da Hezbollah ed Iran:
eh sì, la guerra civile attraversa il decumano, si apposta su ogni tetto con cecchini e fucili, lancia colpi di mortaio sulle case, uccide.

Bosra Ash-Sham (foto di Mechal al-Adawi)

Bosra Ash-Sham (foto di Mechal al-Adawi)

Bosra è ricca di popolazioni e religioni: Bosra è sunnita e sciita, drusa e cristiana.
La minoranza sciita ha una lunga storia in quella terra:
è stata accolta nella città a partire dal 1890, dopo la guerra civile in libano senza alcun tipo di frizione fino all’arrivo al potere di Hafez al-Assad, che ha drasticamente incrementato il numero di sciiti marginalizzando costantemente la componente sunnita.
Questo non ha certo limitato la solidarietà offerta durante la guerra del 2006 tra Israele ed Hezbollah, visto che centinaia di famiglie sciite libanesi sono state rifugiate per mesi, ricevendo tutte le possibili forme di assistenza.

Ma eccoci al 2011, alle manifestazioni di Daraa, all’inizio della rivolta nelle scuole e nelle strade che proprio da quella regione è partita prendendo piede nel resto del paese, prima di degenerare in una guerra civile alimentata da molti poteri esterni:
a Bosra (e non solo) la minoranza sciita si schiera immediatamente a fianco del regime, collaborando strettamente con i servizi segreti nel fornire i nomi di tutti i ragazzi che dalla regione si muovevano verso Daraa per partecipare alle manifestazioni.

Il campo profughi di Zaatari, in Giordania, dove quasi 40.000 persone da Bosra sono fuggite

Una guerra civile iniziata così, nome dopo nome, quindi morto dopo morto.
Morto dopo morto, contiamo 200 morti solo cecchinati, è iniziato il grande esodo verso il confine giordano e il campo profughi di Zaatari. Già analizzando il numero si capisce chiaramente la situazione: fuggono 5000 sciiti e più di 30.000 sunniti, lasciando la città quasi svuotata e stracolma di milizie sciite e cecchini.
Così i pochi giovani rimasti si trovano ad imbracciare un fucile anche per provare ad andare il prendere il pane, e spesso a morire, come i tre fratelli che vedete in quella foto.

E allora non so che altro dirvi, perché vorrei stringermi a quella famiglia che a me ha stretto forte forte tante volte,

Il campo profughi di Zaatari, in Giordania

vorrei non essere così lontana, vorrei non immaginare quel campo profughi, le tende che bruciano, il fango che avvolge la quotidianità, il ritorno che è sempre più lontano ed improbabile
Odio, odio le religioni e mai avrei pensato che potessero arrivare ad uccidere proprio là, nello spicchio di mondo che mi ha insegnato una tranquillità mai trovata altrove…ma forse bisogna iniziare a raccontare quel che accade,
malgrado il dolore e questa tuttologia complottarda mi facciano passare la voglia di farlo.
Bisogna iniziare almeno a raccontare.

La Siria di certo non si salverà in nessun caso.Leggi a riguardo:
Al telefono con Anna Frank
Comprendere l’esilio
Bosra , beduini e innamoramenti
Ciliegie e nostalgia
ma buon anno ddddechè
Ode al dolore
Le bombe in casa nostra
Ode a Damasco

Annunci

Al telefono con Anna Frank, ora residente in Siria

10 gennaio 2013 5 commenti

Quanti anni avevo quando ho letto il Diario di Anna Frank?
C’è sicuramente scritto dentro, accanto al mio nome, come in ogni libro, nella prima pagina in alto a destra.
Avevo 9 anni mi sembra,

Io…e il mio Hauran amato sotto ai piedi!

toccavo quelle pagine con emozione, me ne sentivo parte,
le ho scritto qualche volta, abbozzi di prime lettere non spedibili.
Quindi la sensazione di “scrivere” ad Anna Frank ancora la ricordo; ero una bambina che sentiva quel dolore e quella segregazione nel sangue, la sentivo sorella, prendevo le sue confidenze come segreti tra noi.

Invece la sensazione di parlarci al telefono, quella no,
quella ha sbaragliato la realtà ieri. Per la prima volta in quasi 31 anni di vita:
SBAAAM, ieri son bastati pochi minuti per perder contatto con la terra, con la ragione,
con la capacità di razionalizzare il dolore.

ieri ho parlato con Anna Frank:
ha la voce di un ragazzo, mio coetaneo, che da 10 anni considero un fratello.
Un trillino sul telefono.
Il prefisso è giordano, cavolo! richiamo immediatamente, sarà sicuramente il mio amico da Bosra.
Di Bosra vi ho parlato tante volte, è la mia casa in Siria,
così vicina al border giordano che chi ancora vi resiste, ha la possibilità (almeno quello) di poter parlare un po’, senza pericolo che le proprie parole possano essere usate come arma contro la propria famiglia,
perché passano su altre antenne, oltre confine.

Foto di Valentina Perniciaro _Il pane di Bosra, che ora non c’è più_

Ho richiamato subito quello sconosciuto numero giordano,
subito e col cuore in gola. Un po’ di tentativi prima di prendere la linea, poi eccola la voce di Z., si sentiva chiara e vicina, decisamente diversa dall’ultima volta che c’eravamo sentiti,
appena una manciata di giorni fa.

“Ciaoooooooo, come stai?”
“Non me lo chiedere, ti prego. La situazione è di molto peggiorata dall’ultima volta che ci siamo sentiti.
Siamo scappati tutti dalla città vecchia, ora siamo a Bosra nuova, in 18 dentro due stanze.
Da 4 giorni non abbiamo nulla da mangiare, nevica e non c’è modo di trovare qualcosa per scaldarsi.
Più della metà della popolazione della città è scappata verso il campo profughi di Zaatari, in Giordania *.
Tuo figlio come sta?”
“Bene, ma che domande fai! Tua figlia come sta?”
“Mi fa strano pensare che i nostri figli hanno la stessa età: lei non cresce da molto tempo, rimane piccola, da quando è iniziata la guerra e da quando la situazione a Bosra è peggiorata la sua crescita è ferma.
Non c’è cibo, è terrorizzata dai continui colpi che sente.
Sai cosa succede qui intorno? Noi siamo tagliati fuori da tutto.”
“So che sotto bombardamenti in quella zona c’è Bosra al-harir e che nelle ultime 48 ore è peggiorata la situazione lungo l’autostrada Daraa-Damasco, ormai zona di guerra.”
“Grazie Vale, io da qui non so nulla, solo il bianco della neve che guardo fuori, la fame e il freddo.
La situazione è drammatica: Bosra la conosci bene, è sempre stata un crogiolo di religioni. Il regime è riuscito a far scoppiare la guerra civile tra noi, l’ha alimentata e c’è riuscito.
Io fino a poche settimane fa non sapevo il credo di nessuno delle persone con cui son cresciuto: è la cosa peggiore che poteva accadere.”

“baciami la tua bambina, tua madre…”
“Eccola mia madre, te la passo, dice che le manca giocar con te sotto al fico”
“Non sai a me Z., non sai quanto mi mancate tutti voi: mi raccomando, proteggete la vostra pelle, stai stretto stretto alla tua bimba: provo ad inviarvi soldi entro la settimana.
Ti voglio bene, ti chiamo presto…e presto i nostri figli giocheranno insieme”
“Lo spero; spero ci saremo ancora tutti quando il telefono squillerà di nuovo, grazie”

Sono circa 24 ore che cerco di riprendermi da questa chiacchierata, circa 24 ore che cerco di riposare,
di permettere al sangue di scorrere senza sentirsi così pesante,
sono 24 ore che cerco di essere forte, di non piangere, almeno di non farlo col singhiozzo
che ieri ha avvolto ogni cosa.

* Zaatari: il campo profughi da giorni è una distesa di fango, con le tende che galleggiano e qualche decina di migliaia di persone prive di tutto, in condizioni umanitarie non descrivibili.

comprendere l’esilio …

4 gennaio 2013 6 commenti

“Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque”
con queste parole mi hanno insegnato l’esilio, che ero una bambina; ci hanno provato, almeno.

Così, come una bastonata sui denti…. Bosra ash-sham, mio paradiso casa oasi mondo … in un Siria che probabilmente esisterà solo dentro di noi…

Solo ora capisco che l’empatia totale verso quel dolore, che sentivo così mia, era un’illusione, stolta e infantile.
Non lo conosco ancora l’esilio, perché ho imparato a capire che certe cose si comprendono solo quando aprono la carne,
quando spaccano la pelle come un callo dopo tonnellate di ore, giorni e mesi di ripetitiva fatica,
quando penetrano con violenza, come lama.
Pensavano di insegnarci l’esilio, pensavano di farci credere che Foscolo scrivesse dell’esilio per raccontarci qualcosa,
invece urlava solamente. Urlava, urlava come ora urlano i miei fratelli esuli, senza forse nemmeno il desiderio che qualcuno li ascolti.
Perchè, l’esilio, è un dolore che non si può raccontare, è un dolore che non riesce a costruire parole adatte malgrado milioni di capolavori siano stati scritti intrisi di quel sentimento dall’apparenza letale; malgrado la condizione d’esule è forse quella che più porta la mano a lasciar il segno sulla carta…
Ora che lo vedo, lo leggo, lo sento e lo osservo negli occhi blu di un fratello, e in quelli di sua madre,
mi sembra di conoscerlo meglio questo maledetto esilio.
Al punto che non lo sopporto, che non sopporto la letteratura che ne parla, al punto che pure i sonetti con cui son cresciuta mi sembrano delle minacce vaganti,
pronte a lanciarmi in lacrime nel vuoto, nel silenzio, nell’impossibilità di darmi delle risposte.

Foto di Mechal Al-Adawi Bosra ash-sham, e i suoi mille strati di storia…

Osservo le foto di quella cittadina polverosa e ne sento ogni rumore.
Non mi era mai successo prima. Non mi era mai successo prima di sentir l’odore di una fotografia,
di sentire il sapore scendermi in gola, farmi felice, riempirmi come il più gustoso sesso.
Il dolore di questa nostalgia ha un sapore schizofrenico: scende dolce, riempie il palato e sembra arrivare in testa in un effluvio di sapori di casa e mani sapienti
poi l’amaro prende il sopravvento,
obnubila il tutto, vela il panorama di grigio e di sangue.
L’esilio non conosce giorno e notte, come gli occhi del mio fratello, ormai venati di una stanchezza senza possibilità di ristoro.
Senza tetto, cibo, acqua, sangue, cuore che batte, bocca che ride, mano che stringe e accarezza: l’esilio sembra non riuscire ad aver sembianze di vita.

Per la prima volta forse, dopo una ventina d’anni da quando ho sentito l’urlo di Foscolo e il suo “fato di illacrimata sepoltura” credo di poter pronunciare la parola esilio, proprio ora che non ne ho la forza,
perché si ferma, non esce tutta intera senza tremare, senza affievolirsi tra le labbra, come un ultimo respiro.
Cerco disperatamente immagini attuali di quei vicoli di basalto e trovarle mi getta nella disperazione: mi sento violentata ad ogni scheggia di basalto che vola via,
sento ancora il sorriso di quei bimbi, i tramonti a giocar a nascondino nell’agorà, sottobraccio ai secoli…
proprio quando ho queste nette sensazioni di far ancora parte di quella terra, quando ne sento i rumori e il dialetto nella testa mi domando quanto ci si possa illudere di conoscere l’esilio, il significato reale di questa parola.
Quasi me ne vergogno, mio dolce beduino dagli occhi blu, di usare le parole senza sentirne il peso.
Il dolore, pietra nelle vene.

Beati quelli che credono in un Dio, beati loro che si affidano alle sue assenti cure e ne sentono il conforto,
beati quelli che credendogli possono accusarlo di cotanta distruzione improvvisa e imperdonabile, e poi di nuovo innamorarsene, confidando in un ritorno e in un ristoro, almeno celeste. Almeno non hanno il bisogno di razionalizzare il dolore come provo a far io, fallendo miseramente.

Questa la dedico a te, e alla tua bella mamma…

Leggi:
Al telefono con Anna Frank
Bosra , beduini e innamoramenti
Ciliegie e nostalgia
ma buon anno ddddechè
Ode al dolore
Le bombe in casa nostra

Siria: cecchini, tortura, carcere…what else?

9 luglio 2011 6 commenti

Ogni venerdì è una scia di sangue.
Ogni venerdì le immagini che arrivano sono più raccapriccianti.
Ogni venerdì si cambia luogo, ma la scena è sempre la stessa: forze di sicurezza che entrano in massa in villaggi e città, ragazzi cerchianti, gruppi in borghese che corrono armati sparando sul volto di quelli che incontrano.
Ora è Hama la città assediata e senza respiro.

Syrian Ibrahim Jamal al-Jahamani, who was recently released from Syrian… (AP Photo/Raad Adayleh)

Poi ci sono i racconti dal confine turco, i racconti degli 11.000 che sono saltati al di là del confine e osservano terrorizzati i soldati siriani sulle colline a meno di un chilometro, che pattugliano le zone sfidando i limiti territoriali a caccia di chi scappa.
Poi ci sono i racconti di chi dalle carceri riesce ad uscire: dopo un paio di settimane o mesi di detenzione e soprusi, alcuni riescono a raccontare quello che hanno visto e soprattutto sentito nelle fatiscenti carceri siriane, dove tutto accade.

La storia del giovane Tamer è probabilmente simile a molti altri: ma di lui abbiamo nome e cognome: Tamer Mohammed Al-Sharei, di 15 anni arrestato ad una manifestazione ed uscito morto dal carcere col corpo martoriato.
“Arrestato in un sobborgo di Damasco, è stato massacrato lungo nove eterni interrogatori nei quali il suo corpo è stato brutalizzato in ogni sua parte, dalla testa ai testicoli, con la richiesta di urlare amore e devozione per il presidente Bashar al-Assad.Polso e avambraccio fratturato, denti rotti, il ragazzo ha perso conoscenza ma è arrivato un medico per rianimarlo, gli hanno fatto un’iniezione ed hanno cominciato a picchiarlo di nuovo, per poi lasciarlo per terra come un cane, che non aveva più la forza nemmeno di implorare aiuto ai genitori”, questo racconto è fatto da Jamal Ibrahim al-Jahaman, anche lui arrestato durante una manifestazione a Damasco e rinchiuso in questo centro di detenzione gestito dalla Syria’s Air Force Intelligence, per poi esser rilasciato il 31 maggio dopo circa 5 settimane.

E’ stato lui a riconoscere il corpo del ragazzo in un video che girava in rete: mentre la mamma urlava “questo è mio figlio” davanti a quel che rimaneva del corpo torturato del suo ragazzo, il suo compagno di prigionia l’ha riconosciuto ed ha iniziato a raccontare.
Malgrado la difficoltà di reperire notizie direttamente dalla Siria, quel che circola in rete parla chiaro.
Anche oggi i funerali di alcuni ragazzi sono stati cerchianti: 7 morti, come se niente fosse.
Nel frattempo tiriamo un sospiro di sollievo per un amico che ha riacquistato la libertà, dopo giorni di detenzione…

anche tu ya Bashar, sei destinato a fare una brutta fine.
Lunga vita a chi si ribella, a chi sfida i cecchini, a chi urla libertà!
Da queste immagini si vede bene come si muovono i reparti speciali e le forze di sicurezza…

Dai cuccioli di Rafah, “guastatori bambini” a quelli di Bosra…

17 giugno 2011 2 commenti

Foto di Valentina Perniciaro _la casa dell'imperatore Adriano, e il profilo dell' "imperatore " di Bosra _

Una poesia scritta da mano palestinese e rivolta ai bimbi di Rafah e della Palestina tutta.
Oggi però la dedico a chi da quella terra non dista molto: dedico queste righe ai bimbi di Bosra, la mia unica oasi di pace al mondo dopo gli occhi di mio figlio e l’abbraccio di chi amo. La dedico a quei bambini, la dedico ai miei amici, a coloro che come nessun altro m’ha fatto sentire a casa.
Ripetutamente. La dedico a te, che sei sangue mio, fratello beduino.

A colui che scava nella ferita di milioni la sua strada
A colui che sul carro armato schiaccia le rose del giardino
A colui che di notte sfonda le finestre delle case
A colui che incendia l’orto, l’ospedale e il museo
e poi canta sull’incendio.
A colui che scrive con il suo passo il lamento delle madri
orfane dei figli,
vigne spezzate.
A colui che condanna a morte la rondine della gioia
A colui che dall’aereo spazza via i sogni della giovinezza
A colui che frantuma l’arcobaleno,
stanotte i bambini dalle radici tronche,
stanotte i bambini di Rafah proclamano:
noi non abbiamo tessuto coperte da treccia di capelli
noi non abbiamo sputato sul viso della vittima
(dopo averle estratto i denti d’oro)
Perché ci strappi la dolcezza
e ci dai bombe?
E perché rendi orfani i figli degli arabi?
Mille volte grazie.
Il dolore con noi ha raggiunto l’età virile
e dobbiamo combattere.
Il sole sul pugnale di un conquistatore
era nudo corpo profanato
e prodigava silenzio sul rancore delle preghiere,
intorno facce stravolte.
Urla il soldato della leggenda:
“Non parlerete?
Bene! Coprifuoco tra un’ora”
E dalla voce di Ala’uddin esplode
la nascita dei guastatori bambini:
io ho buttato una pietra sulla jeep
io ho distribuito volantini
io ho dato il segnale
io ho ricamato lo stemma
portando la sedia
da un quartiere…a una casa…a un muro
io ho radunato i bambini

e abbiamo giurato sulla migrazione dei profughi
di combattere
finché brillerà nella nostra strada il pugnale di un
conquistatore.
(Ala’uddin non aveva ancora dieci anni)

_Samih al-Qasim, poeta palestinese_

Foto di Valentina Perniciaro _lasciateci ancora giocare, Bosra, Syria_

Sulla Siria, i cecchini, Amina e i complotti…

13 giugno 2011 5 commenti

Ieri sera Tom è uscito allo scoperto, ha riaperto il blog di Amina (cioè il suo) per dichiarare al mondo intero che è sua l’invenzione, sue le parole di Amina, sue le parole della cugina di Amina. Lui, un americano residente ad Istanbul, ha peggiorato per giorni il suo inglese fingendosi una ragazza damascena, lesbica ed incazzata con il regime. Tom MacMaster, questo il suo nome.

Baruda e l'Hauran, terra rossa e di basalto... ora terra d'assedio e terrore...

Un giochino merdoso, in cui siamo caduti in tanti.
Ma pazienza.
Apro questo post per parlare di Siria senza elencare i fatti, anche se è l’unica cosa che sono in grado di fare.
Vi consiglio di ascoltare l’intervista che compare sulle pagine di questo blog che ho fatto ad una compagna in Siria,
un’intervista che ci racconta fatti visti con i propri occhi, che ci parla di una terra più che conosciuta per lei e per me che le parlo,
un’intervista che ci racconta come avanza il regime e come è disorganizzata una protesta che è partita perché con quello che aveva al di là dei confini non poteva fare altrimenti, ma che sta rischiando di sfociare in guerra civile, anche grazie ai giochi di regime, che stanno armando minoranze confessionali come alawiti, cristiani ed armeni per far precipitare la situazione.
Ingerenze occidentali? Certo che si, ma quindi?
Quindi siamo dalla parte dei regimi? Dei cecchini? Dei tank?
Quindi basta un blog fake per staccarci definitivamente dalla solidarietà ad un popolo che viene schiacciato da apparati di sicurezza di tutti i generi e tipi appena mette il naso fuori casa?
Perchè mi scrivete a decine “ah, ma hanno le armi americane”, “ah, baruda anche tu appoggi la guerra del mossad e della cia”…
secondo me state fuori di brutto.
Il Mossad con quello che ha intorno penso non sappia più che pesci pigliare….per quanto riguarda le armi americane me ne fotto completamente.
Non erano americane anche le armi dei nostri partigiani?
Noi vediamo ingerenze occidentali e ci schieriamo immediatamente dal lato di un regime perchè ci illudiamo faccia guerra ad Israele quando da più di 40 anni ci dimostra solo di far demagogia sulla pelle dei siriani e dei rifugiati palestinesi?
Bha!
Non è facile capire quel che accade, anche Al-Jazeera fa strani giochi, ma i fatti escono nel fare un paragone tra le varie fonti.
Basta un po’ di intelligenza, qualche scaffale di dizionari e un po’ di buona volontà.

Foto di Valentina Perniciaro _vagando per la Mesopotamia_

Siria: l’assedio di Daraa peggiora

30 aprile 2011 Lascia un commento

Il border Siria-Giordania continua ad essere chiuso ermeticamente.
La popolazione, che in massa ha tentato di raggiungere il Libano tra ieri
e l’altroieri, non può muoversi liberamente verso il meridione mesopotamico.

La prima pagina del sito del governo siriano, hackerato ieri 😉

Oggi ad Al-Ramtha, città giordania situata proprio sul confine, s’è tenuta una massiccia manifestazione di solidarietà nei confronti dei cittadini siriani e soprattutto per gli abitanti della città di Daraa, ormai sotto assedio militare da tempo.
Scontri anche interni all’esercito si sono effettuati in questa città a maggioranza drusa: il quarto reggimento è giunto in tutta rapidità da Damasco per cannoneggiare i “colleghi”del quinto, che in massa s’erano rifiutati di sparare e cannoneggiare contro i manifestanti o le abitazioni.
Una città tagliata fuori dal mondo, priva di cibo e riserve d’acqua, con un coprifuocopermanente e manifestazioni continue attaccate a colpi di cecchino.
Importante da sottolineare è che la gestione del reggimento che sta cannoneggiando la popolazione dell’Hauran è tutta in mano del fratello del presidente Assad. E’ lui in persona a gestire l’attacco.
Le immagini dei cadaveri ammassati nei corridoi della moschea centrale lasciano senza parole.
Ieri i morti dell’ennesimo venerdì di sangue sono stati 27: centinaia le città scese in piazza e più di 10.000 persone vicino alla moschea Omayyade di Damasco (questa si, una novità).
Oggi, venti nuovi tanks hanno fatto il loro ingresso a Daraa…

ORE 11: diversi testimoni raccontano ad Al-Jazeera che l’esercito sta usando armamenti pesanti contro la popolazione nella città vecchia di Daraa. Nel quartiere di Karak sono già quattro le palazzine colpite e rese inagibili
ORE 13.30: I cannoneggiamenti proseguono pesanti a Daraa, soprattutto nei quartieri circostanti alla Moschea di Omar. Truppe sono state “scaricate” anche dagli elicotteri militari. Circa 300 militari si sono uniti alla popolazione in lotta.
La polizia segreta ha fatto irruzione a casa di Sheikh Ahmad al-Sayasneh, imam della moschea, accusato di essere uno dei fomentatori della rivolta: suo figlio, interrogato per ore, non ha dato comunicazione della sua posizione. Infatti poi è stato ucciso

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: