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Posts Tagged ‘Guantanamo’

La sezione femminile del carcere di L’Aquila

23 marzo 2015 3 commenti

Giulio Petrilli conosce bene il carcere. E quando è lui a parlarne, o chi come lui, che il carcere se ne è fatto tanto tanto per poi essere pure assolto, bisognerebbe fare un secondo di silenzio e ascoltare.
Giulio Petrilli quando ti racconta la sua città e magari te la mostra tra le sue rovine, indecentemente e rovinosamente rimaste al suolo, non riesce a non parlarti di un pezzo di città che nessuno nota mai: il carcere.Asinara_caiennaitaliana
Era un po’ che non lo faceva, ma ora non ce l’ha fatta più, e ha ricominciato.

(Qui se volete leggere un suo comunicato di anni fa sulla Blefari Melazzi e le condizioni di detenzione che subiva, che l’hanno poi portata a scegliere il suicidio: LEGGI)

Purtroppo la mia città de L’Aquila, ha un triste primato nel mondo: quello di avere un carcere femminile peggiore di Guantanamo e di Alcatraz.
Nella sezione speciale femminile del carcere Le Costarelle de L’Aquila, le condizioni di vita delle detenute sono simili se non peggiori del famigerato carcere americano e peggiore anche di Alcatraz.
Isolamento totale, perquisizioni corporali quando si esce dalla cella nell’unica ora quotidiana.
Totale divieto di comunicare tra detenute.
Un bunker nemmeno paragonabile a Guantanamo come spazi, con celle due metri per due.
Spazio per l’aria, tre metri per tre senza mai sole.
Il sole non esiste piu’.
Due libri al mese, due soli quaderni per poter scrivere.
Corrispondenza con l’esterno praticamente inesistente, visto la forte censura.
Condizioni che ledono completamente i diritti umani.
Ma le donne democratiche della mia citta’ dove sono?
Ma non solo loro, anche gli uomini e non solo nella mia citta’ perche’ e’ un problema nazionale.
Tutto tace, tutti girano la testa dall’altra parte.
La sezione femminile del carcere speciale de L’Aquila, ha condizioni di gran lunga peggiori delle sezioni a 41bis e credo che questo dimostri che e’ l’unico carcere femminile al mondo cosi’ duro.
Non e’ una esagerazione, purtroppo e’ la realta’.
La tortura di per sé è un fenomeno incredibile, ma applicato nella detenzione delle donne, nel silenzio quasi totale, ha dell’incredibile.
Io racconto queste cose a ragion veduta, perché ho visitato diverse volte questa sezione speciale e leggo di denunce sulla situazione descritta, che non hanno visibilità.

Torno a riaffrontare questo tema dopo otto anni, quando dopo per aver partecipato a una manifestazione proprio a L’Aquila contro il 41 bis ho avuto conseguenze dure e difficili.

18.03.15 Giulio Petrilli

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Ancora tortura, quel rimosso tutto italiano

26 giugno 2011 1 commento

Tortura, quell’orrore quotidiano che l’Italia non riconosce come reato.

Se c’è stato un motivo per cui ho aperto questo blog è stato pubblicare materiale sulle torture compiute in questo paese, sui corpi dei militanti della lotta armata che nell’ “anno argentino” italiano, il 1982,  sono stati catturati e torturati con le più classiche tecniche di tortura usate nel mondo.
Donne e uomini che, privati della loro libertà, bendati e storditi, sono stati torturati da uomini di Stato per ottenere nomi, luoghi, dettagli.
Torture documentate, torture per cui ci son state anche condanne, torture però completamente rimosse dalla tanto brava “società civile”.
Alcuni dei torturati nel 1982 continuano ad essere in carcere, dopo 30 anni, dopo quello che hanno subito, senza aver mai potuto accedere a nessuna cura o conversazione capace di lenire i traumi che la tortura lascia perenni sul corpo e la mente di chi l’ha subita.
Dimenticati dal mondo, torturati nelle nostre caserme, chiusi ancora giorno e notte nella stessa cella.
Non c’è altro da dire, se non che dovrebbero esser liberi. PUNTO.
ELENCO DEI LINK:
1) Introduzione al libro di Alleg di Jean-Paul Sartre
2) breve cronologia ragionata e testimonianza di Ennio di Rocco, B.R.
 3) Testimonianze di Emanuela Frascella e Paola Maturi, B.R.
4)  Testimonianza Di Sisinnio Bitti, P.A.C.
5) Arresto del giornalista Buffa
6) Testimonianza di Adriano Roccazzella, P.L.

Dalla perizia del medico legale Mario Marigo, 3 febbraio 1982 Padova. Tracce di tortura compiuta con elettrodi sui genitali di Cesare Di Lenardo, militante dell Brigate rosse in carcere da 29 anni

Lettera dal lager di Ponte Galeria…

31 agosto 2009 Lascia un commento

«Quando sono entrato qui mi hanno detto che dovevo stare tranquillo, che qui ero libero… Ho visto la Croce Rossa e mi sono detto: “meno male, almeno non vedo la polizia intorno”. Invece mi sono sbagliato tanto, mi sono sbagliato tanto a pensare così…4317

La Croce Rossa mi ha dato un paio di ciabatte, un paio di lenzuola di carta di quelle che si usano sui treni, quelle usa e getta. Mi ha aperto un cancello e… lunghe sbarre, lunghe sbarre alte quattro metri. Tutto a sbarre. Avete presente gli zoo, come sono divisi gli animali? Una gabbia sono negri, una gabbia sono arabi, una gabbia sono del Bangladesh, una gabbia sono indiani, una gabbia sono europei… Da lontano ho visto i militari, e come girano intorno coi mezzi che usano lì in Afghanistan – armati! Subito mi sono reso conto che mi hanno detto una bugia, che non ero libero io: una persona chiusa in una gabbia 16 per 20 non può essere libera, non può essere libera!

1355410533_eb65112b61Qui non c’è la vita, non si può vivere così: ci danno il vitto solo per tenerci in vita. Sapete come ci sentiamo, sapete come ci sentiamo noi? Persone sequestrate! Una cosa è sentirla – vedete, mi viene la pelle d’oca – e un’altra cosa è trovarsi solo cinque minuti in una gabbia… e no, due mesi, tre mesi, quattro mesi, cinque mesi, sei mesi… E intorno a noi girono militari che sono tornati dall’Afghanistan. Vigili urbani, Polizia, Finanza, Carabinieri, Polizia stradale, militari… tutte le divise abbiamo qua. E in più abbiamo la Croce Rossa: per me il nome della Croce Rossa è infangato, infamato!, perché sotto le divise della Croce Rossa si nascondono gli ex militari. E questo lo posso confermare davanti a tutti, anche davanti al Presidente della Repubblica.
Qui non è come fosse Guantanamoè Guantanamo. È Guantanamo. È Guantanamo del signor Berlusconi, del signor Bossi, del signor Maroni, del signor Fini, del signor Casini e del signor Calderoli. Noi vogliamo che nostra voce si senta da qua a tutto il mondo come si è sentita per Guantanamo.Trasmettetela e ve ne saremo molto grati: le nostre sofferenze qua non si possono descrivere. Non si possono descrivere, non si possono descrivere…»                                                           Ponte Galeria, Roma, 30 agosto 2009

La teoria e la pratica della “detenzione amministrativa” in undici minuti di intervista: QUI

 

(Sono giornate agitate, queste, a Ponte Galeria. Aumenta la sofferenza ed aumenta la voglia di urlare. Un recluso oggi si è sentito male ed è stato portato via, un altro ha inghiottito due pile e non l’hanno portato in ospedale perché avevano paura che scappasse. Tra l’urlo e la lotta, forse, ancora qualche giorno.)

macerie @ Agosto 31, 2009

Le U.N. indagano sui centri di detenzione della C.I.A.

11 marzo 2009 Lascia un commento

Le nazioni unite, attraverso il lavoro due relatori speciali,  hanno aperto un’inchiesta sui centro di detenzione nel mondo, con l’attenzione rivolta soprattutto verso quelli gestiti dalla Agenzia d’Intelligence più famosa del mondo, la C.I.A.

Celle esterne ad Abu Ghraib

Celle esterne ad Abu Ghraib

Martedì è stato annunciato che l’inchiesta metterà sotto esame i voli di “traduzione” segreti verso paesi terzi di diversi sospettatati per reati di terrorismo internazionale, portati sotto interrogatorio illegalmente e sistematicamente vittime di torture.

Al-Jazeera riporta le dichiarazioni di Manfred Nowak, relatore speciale delle Nazioni Unite che si occupa di torture: “ Abbiamo chiesto a tutti I governi di cooperare, non solo per avere chiarire I fatti, ma anche per garantire che questo tipo di centri segreti di detenzione non verranno più usati in futuro”. Sotto la presidenza George W. Bush, con l’allarme terrorismo scattato dopo gli attentati dell’11 settembre 2001,  si è avuta conferma che la Convenzione Internazionale dei Diritti dell’Uomo è diventata carta straccia, con l’uso di questi centri di detenzione (soprattutto in Medioriente, Asia ed Africa) e le direttive interne sull’uso della tortura
Barack Obama, neoeletto presidente statunitense ha dichiarato chiusa l’epoca delle detenzioni facili compiute dalla Cia e la controversa prigione Americana di Guantanamo, in territorio cubano.
Parallelamente alla notizia di questa nuova indagine delle Nazioni Unite, è arrivata la notizia di una frettolosa chiusura di due prigioni segrete (sempre gestite dalla CIA) in Polonia e Romania, e dell’immediato trasferimento delle persone ristrette al loro interno, dopo pesanti rivelazioni di Human Rights Watch

 

ABOLIAMOLE: presentazione del libro ABOLIAMO LE PRIGIONI? di Angela Davis al Volturnoccupato

6 marzo 2009 Lascia un commento

 

aboliamoleprigioni-davispAboliamo le prigioni?” sarà presentato domenica a Roma al Volturnoccupato, via Volturno 37 alle ore 19 nell’ambito di una “giornata sulla prigionia femminile” organizzata da Scarceranda e Ora d’aria 

di Vincenzo Guagliardo, Liberazione 6 Marzo 2009

Che fine ha fatto la famosa compagna afroamericana Angela Davis, per la cui liberazione ci si mobilitò in tanti, e con successo, sia in America che in Europa nei primissimi anni Settanta? E’ rimasta al suo posto: sempre idealmente vicina ai suoi vecchi “maestri”, il filosofo Marcuse e il detenuto ammazzato in carcere George Jackson,

Funerali di George Jackson

Funerali di George Jackson

da studiosa e militante ha continuato ad approfondire certi temi, e, mutando e migliorando sempre il suo approccio, propone ora come approdo la lotta per l’abolizione delle prigioni. Così come si è fatto prima per la schiavitù e, ormai in molti paesi, per la pena di morte. (Angela Davis, Aboliamo le prigioni? , minimum fax, 270 pagine, euro 14,50).
Le prigioni sono un cancro nel cuore della democrazia che, così, non è più tale. Il carcere infatti non è solo la prigione, è una vasta intricata e ignorata rete di interessi e conseguenze, è un «complesso carcerario-industriale». «Le strategie di abolizione del carcere riflettono una comprensione dei nessi tra istituzioni che di solito concepiamo come diverse e slegate (…) La povertà persistente nel cuore del capitalismo globale porta a un aumento della popolazione carceraria, che a sua volta rafforza le condizioni che perpetuano la povertà».
I carcerati sono gli eredi degli schiavi, persone senza diritti (e gli ergastolani gli eredi dei condannati a morte). La vecchia pena visibile si occulta dietro i muri, e grazie all’invisibilità viene accettata come cosa normale. Ma da questo laboratorio-memoria ogni tanto le sue tecniche devono fuoriuscire. Mica sono lì per niente. Quando ciò avviene, a cella_largeGuantanamo o ad Abu Ghraib in Iraq, magari sotto forma di tortura filmata, il progressista scende in campo in difesa della “democrazia”, cui tali aspetti sarebbero estranei: in realtà continua a ignorare la fonte, “il cancro” della cosiddetta democrazia, la sua realtà quotidiana. Ma ora in America ci sono più di due milioni di reclusi. Come nascondersi con tali numeri che il carcere è ormai un ghetto dove buttar via una buona parte della gente ormai considerata superflua, demonizzandola, sottoponendola a un trattamento che terrorizzi gli altri superflui e cementi la morale della gente perbene? E come ignorare che l’esportazione della “democrazia” americana esporta anche questo cancro, che esso ne fa parte… “di brutto”?
Ecco: un discorso semplice, lineare. Siamo arrivati a un momento chiave, possiamo ripercorrere a ritroso il cammino del cancro, giungere alla logica conclusione del discorso (la «democrazia dell’abolizione»). Ma immagino che l’intellettuale italiano medio qualificherà questa analisi come rozza: slogan pietrificati, detriti sociologici… E se fosse evangelica chiarezza? Il futuro che già vediamo in atto anche qui? Beh, se non lo riconosceremo, sarà allora difficile capire il successo ottenuto nel 1998 dagli studenti americani con sit-in e manifestazioni in cinquanta campus. Avevano visto in un filmato che «Le guardie del Brazoria County Detention Center usavano pungoli elettrici per il bestiame e altre forme d’intimidazione per ottenere il rispetto e costringere i prigionieri a dire: Amo il Texas». A guadagnare in quel carcere privatizzato era la Sodexho (con sede a Parigi!): tra le università che hanno rinunciato ai servizi della Sodexho figurano la Suny di Albany, il Goucher College e la James Madison University. La Sodexho ha ceduto, ha mollato il Brazoria…
Se non lo riconosceremo, faremo girotondi.
In appendice al libro della Davis, Guido Caldiron e Paolo Persichetti provano generosamente a dimostrare l’attualità delle tesi abolizioniste dell’autrice riferite alla situazione italiana ed europea. Un’attualità tutt’ora virtuale, s’intende…

ANGELA DAVIS: Oltre l’Impero, il carcere e la tortura

18 febbraio 2009 2 commenti

INTERVISTA AD ANGELA DAVIS, della quale metteremo diverse cose su questo blog.
Militante nera americana, ex detenuta, è il simbolo della lotta contro il carcere , per l’abolizionismo
“Nel Quaderno 03 di Scarceranda abbiamo pubblicato la traduzione di un brano del libro “Are prisons obsolete?” di Angela Y. Davis (2003) sulle alternative abolizioniste al carcere. Siamo quindi stati contattati dalla casa editrice minimum fax che ci ha annunciato la prossima pubblicazione (gennaio 2009) per i loro tipi della traduzione italiana dell’intero saggio della Davis insieme al suo libro-intervista “Abolition democracy. Beyond empire, prisons, and torture” del 2005 in un’unica pubblicazione in italiano dal titolo “Aboliamo le prigioni?”. Vi presentiamo qui, per gentile concessione dell’editore, un breve estratto dell’intervista di Eduardo Mendieta ad Angela Y. Davis nella traduzione di Giuliana Lupi.”aboliamoleprigioni-davisp
IL LIBRO E’ STATO PUBBLICATO DALLA MINIMUM FAX ED E’ VERAMENTE STRAORDINARIO.
CON IL LIBRO ANCHE UN SAGGIO IN APPENDICE A FIRMA DI GUIDO CALDIRON E PAOLO PERSICHETTI

 In questo momento abbiamo la globalizzazione della «guerra al terrorismo» e, in successione, dei centri di detenzione e delle prigioni statunitensi creati per eludere la legge statunitense e internazionale. Scorge dei nessi tra la globalizzazione di queste prigioni illegali e il complesso carcerario-industriale interno?

 

I due processi sono chiaramente correlati. Innanzitutto entrambe le istituzioni appartengono al sistema penale statunitense e sono classificate insieme nel censimento annuale del Federal Bureau of Statistics. Questa classificazione comprende le prigioni statali e federali, le carceri di contea, le prigioni in territorio indiano, i centri di detenzione gestiti dal Dipartimento della Sicurezza Interna, le prigioni territoriali in aree che gli Stati Uniti si rifiutano di riconoscere come proprie colonie e le prigioni militari, tanto all’interno degli Stati Uniti che fuori dei confini nazionali. La crescita della popolazioneangela_wantedcarceraria nazionale, la nascita di nuove industrie che dipendono da questa crescita, la riqualificazione di vecchie industrie per adeguarsi al mercato carcerario e trarne profitto, l’espansione dei centri di detenzione per immigrati e l’uso delle prigioni militari come un’arma importante nella cosiddetta guerra al terrorismo, la combinazione della retorica contro la criminalità con la retorica contro il terrorismo sono alcune delle nuove caratteristiche del complesso carcerario industriale.Il complesso carcerario-industriale è un fenomeno globale, che non si può comprendere appieno come uno sviluppo isolato all’interno dei soli Stati Uniti. Ciò che è stato consentito negli Stati Uniti e la proliferazione di strutture e popolazioni carcerarie; la rapidità con cui il capitale è affluito nell’industria carceraria cosicché non è più un settore di nicchia, bensì una componente importante dell’economia statunitense; tutto questo ha implicazioni globali. È lo stesso percorso che ha fatto della produzione militare un settore centrale della nostra economia. È una delle principali ragioni per cui abbiamo scelto di diffondere il termine complesso carcerario-industriale : perché riecheggia per tanti versi il complesso militare-industriale.Così le prigioni, la loro architettura, la loro tecnologia, i loro regimi, le merci che la loro popolazione consuma e produce e la retorica che legittima la loro proliferazione, partono tutti dagli Stati Uniti verso il resto del mondo. Perché un paese come il Sudafrica, che sta costruendo, speriamo, una società giusta – non razzista, non sessista, non omofoba – ha bisogno delle tecnologie repressive del carcere di massima sicurezza? Perché la Turchia ha bisogno di prigioni di tipo F [a celle di isolamento, n.d.t. ] del tipo statunitense? L’introduzione di queste prigioni in Turchia ha provocato nelle carceri di quel paese un lungo sciopero della fame – digiuno fino alla morte – che è costato la vita a un centinaio di detenuti.È importante riflettere sui diversi livelli di questo processo globale. Come riconosciamo che la prigione di Guantánamo, per esempio, o quella di Abu Ghraib, alle porte di Baghdad, riflettono ed estendono la normalizzazione della tortura nelle prigioni all’interno degli Stati Uniti? Per quanto orrende siano le recenti rivelazioni circa il trattamento dei prigionieri di Guantánamo e Abu Ghraib, non è qualitativamente diverso da quanto accade nelle prigioni statunitensi. Prendiamo per esempio l’onnipresenza della violenza sessuale, soprattutto nelle carceri femminili. Le detenute del Michigan hanno intrapreso un’importante azione legale contro lo stato, in cui sostenevano che il governo autorizzava condizioni carcerarie che consentivano molestie e abusi sessuali, implicando con ciò che lo stato stesso fosse colpevole di violenza sessuale. Human Rights Watch ha presentato un rapporto intitolato Un evento fin troppo familiare: l’abuso sessuale nelle prigioni statali statunitensi che documenta questo abuso sistematico. cambogia-camere-di-torturaPerciò le molestie sessuali nella prigione di Abu Ghraib confermano i nessi profondi tra la violenza sessuale e le pratiche sessualizzate di disciplina e di potere insite nei sistemi detentivi. Queste pratiche trasmigrano facilmente da un sistema all’altro: detenzione comune, carcerazione militare e reclusione degli immigrati. In tutti e tre queste tipologie carcerarie, la coercizione sessuale è una tecnica comprovata di disciplina e potere. La tortura e la coercizione sessuale che appaiono così barbare e terribili ai telespettatori quando le vedono trasmesse da 60 Minutes non sono così eccezionali come si potrebbe credere, perché alla loro base c’è la violenza quotidiana, di routine, che è giustificata come un normale mezzo di controllo sulla popolazione carceraria negli Stati 

• L’enfasi che lei pone sulla continuità disciplinare m’induce a riesaminare i presupposti su cui si basava la mia domanda, uno dei quali riguardava l’importanza di una discontinuità legale. Il fatto che queste prigioni e questi centri di detenzione gestiti dagli Stati Uniti sfuggano al controllo della legge, dei legislatori e dei media statunitensi…

Ma si potrebbe dire lo stesso delle prigioni sul territorio nazionale.

• Il che solleva la questione del ruolo della legge stessa. La legge fa davvero una differenza significativa in questo caso? Che ne è del suo potenziale di mettere in discussione questi abusi? L’esistenza della legge nel caso del sistema carcerario interno è un argomento su cui potremmo fare leva?char_davis01

Anche se sarebbe sbagliato considerarla come l’arbitro ultimo dei problemi sociali, la legge ha effettivamente un’importanza strategica nella lotta per il progresso e la trasformazione radicale. Può però anche essere uno degli ostacoli peggiori per il cambiamento, proprio perché le si dà l’ultima parola. In vari momenti, le battaglie legali hanno consentito riforme specifiche del carcere, ma, il più delle volte, quelle riforme hanno fondamentalmente consolidato l’istituzione. Certo, dobbiamo appellarci alla legge, tanto a livello nazionale quanto internazionale, ma ne dovremmo anche riconoscere i limiti. La miriade di battaglie legali contro la pena di morte non sono ancora riuscite ad abolirla

• Posso essere d’accordo sul fatto che la legge non basta, ma abbiamo i mezzi per contestare le azioni, se non abbiamo la legge?

Non lo so. Sono un po’ indecisa su questo punto, perché non so se sono disposta a riconoscere così tanto potere alla legge. Nei casi in cui ci sono state vittorie importanti, nel caso dei detenuti statunitensi, per esempio, quelle vittorie sono state, per la maggior parte, vittorie sulla legge, di solito con l’assistenza cruciale di movimenti organizzati di massa. La legge non opera nel vuoto. Sì, ci affidiamo a essa se la possiamo usare per ottenere quelli che definiamo obiettivi progressisti, ma, di per sé, è impotente. Riceve il suo potere dal consenso ideologico. Avendo combattuto il sistema carcerario da un discreto numero di anni, penso che dobbiamo sollecitare gli individui e le organizzazioni già impegnate nella lotta contro le disuguaglianze di razza e di classe e contro la repressione generalizzata prodotta dalle prigioni comuni a riorganizzare la loro militanza contro il carcere in modo da affrontare e contrastare le atrocità perpetrate nei centri di detenzione controllati dagli Stati Uniti in Afghanistan, in Iraq e nella baia di Guantánamo.

 • Per tornare al suo rilascio, è sembrato più il risultato dell’attivismo politico e del conseguente cambiamento nel dibattito nazionale che non il risultato di considerazioni su basi legali.

Sì, e dell’impatto che quell’attivismo politico ha avuto sul procedimento giudiziario. Questa è la dinamica – la dialettica – che vorrei sottolineare.

• Noam Chomsky ha detto che l’agente primario del terrorismo è lo stato…free_angela_button

Sì, è vero. Sono assolutamente d’accordo con lui…

• Concorda anche sul fatto che il complesso carcerario-industriale sia uno dei meccanismi mediante i quali lo stato fa del terrorismo, del tipo di cui parla Chomsky, giustificandolo – nelle prigioni – con il fatto di combattere la criminalità?

C’è un fondo di verità in ciò che lei dice, ma la questione è un po’ più complessa, soprattutto dato che il ruolo delle prigioni nella società statunitense è diventato quello di soluzione di ripiego ai principali problemi sociali del nostro tempo. Perciò èterrorismo, ma terrorismo in risposta a un’economia politica ingestibile. Anziché affrontare seriamente i problemi che affliggono tante comunità – povertà, mancanza di alloggi, di assistenza sanitaria, di istruzione – il nostro sistema getta in prigione le persone che soffrono per questi problemi. Il carcere è diventato l’istituzione per eccellenza dopo lo smantellamento dello stato assistenziale. Perciò parlerei sì di terrorismo di stato, ma è terrorismo con uno scopo, non gratuito o soltanto come reazione a una resistenza politica conscia.

• Nel suo saggio Race and Criminalization lei scrive: «La figura del criminale – la figura razzializzata del criminale – ha finito per rappresentare il nemico più minaccioso della “Società Americana”. Praticamente tutto è accettabile – tortura, brutalità, un grande dispendio di fondi pubblici – fintantoché lo si fa nel nome della sicurezza pubblica». Pensa che il «terrorista» sia il nostro nuovo criminale razzializzato?

Ricordo che quando scrissi quel saggio pensavo al «criminale» come surrogato del «comunista» nell’epoca di «legge e ordine». Pensavo a questa nuova figura teorica del criminale, che aveva assorbito gran parte del discorso a proposito del nemico comunista. Dopo l’11 settembre, la figura del «terrorista» mobilita paure collettive in un modo che richiama e consolida le ideologie precedenti sul nemico nazionale. Sì, il terrorista è il nemico contemporaneo. La retorica, le conseguenti ansie e le strategie diversive prodotte dall’uso della figura del terrorista sono molto simili alla produzione del criminale come minaccia diffusa e fanno affidamento a essa in modi molto concreti.botero_abu_ghraib_57

• Nel ripercorrere il cammino storico dal comunista al terrorista, assistiamo anche a un cambiamento nella dinamica dei rapporti razziali qui in patria, e in particolare dei rapporti razziali tra le comunità afroamericane, musulmane e arabo-americane dopo l’11 settembre. Cosa pensa di questo cambiamento?

Prima di rispondere alla sua domanda, vorrei dire molto semplicemente che il razzismo era un ingrediente significativo delle campagne anticomuniste. Basti considerare che Martin Luther King era descritto spesso dai suoi avversari come un comunista e non perché fosse iscritto al Partito Comunista, ma perché si pensava che la causa dell’uguaglianza razziale fosse una creazione dei comunisti. L’anticomunismo ha consentito di opporsi ai diritti civili in un’infinità di modi, e viceversa; il razzismo ha favorito la diffusione dell’anticomunismo. In altre parole, il razzismo ha avuto un ruolo chiave nella produzione ideologica del comunista, del criminale e del terrorista.
Però vorrei provare a rispondere alla sua domanda sull’impatto della nascita di questa nuova figura di nemico e su quanto le comunità afroamericane siano state coinvolte in questo nuovo razzismo. Subito dopo l’11 settembre, una nuova mobilitazione nazionalista ha fatto affidamento sulla presentazione del nemico terrorista come musulmano, arabo, del Sud dell’Asia, del Medio Oriente, e così via, e per la primissima volta altre persone di colore sono state accolte nell’abbraccio nazionale. E questo fatto, stranamente, lo si è vissuto come la realizzazione di quella nazione multiculturale che era stata l’obiettivo delle lotte per la giustizia sociale – il sogno di Martin Luther King, se vuole – e molte comunità precedentemente escluse hanno avvertito – sia pure momentaneamente – un senso di appartenenza nazionale. Ovviamente il processo si fondava sull’esclusione del terrorista e di quei corpi ai quali era appiccicata quell’etichetta. Siamo ancora alle prese con le conseguenze di quel momento.
ghosts-of-abu-ghraib_filmstill1Talvolta i neri stentano ad ammettere che sia possibile per loro essere razzisti allo stesso modo dei bianchi. Questa è oggi una sfida importante. Non è più possibile presumere che le vittime del razzismo non siano vulnerabili anche loro alle stesse ideologie che hanno insistito sulla loro inferiorità. Non c’è un passaggio garantito dall’attivismo radicale di un tempo alle posizioni progressiste odierne. La cosa più promettente adesso sono gli attuali sforzi per costruire alleanze tra le comunità nere e arabo-americane. In un momento in cui esponenti di governo neri come Colin Powell e Condoleezza Rice rivestono ruoli di spicco come architetti della guerra globale, queste alleanze saranno fondamentali per la creazione di reti di resistenza. Ma è altrettanto importante cercare alleanze con altre comunità di immigrati, soprattutto quelli originari dell’America Latina e dell’Asia.

• Come per il «comunista» e il «criminale», quando parliamo del «terrorista» finiamo ben presto per parlare della sua carcerazione. Abbiamo visto che la baia di Guantánamo, in particolare, è diventata un simbolo potente della carcerazione. Quale pensa che sia l’opera ideologica svolta dalla prigione statunitense di Guantánamo?

In questo particolare momento, intende?

• Sì.

La storia di Guantánamo è lunga e brutta. Dieci anni fa, la prigione militare di Guantánamo era utilizzata come l’unico centro di detenzione al mondo per profughi sieropositivi. Nel 1993 alcuni prigionieri haitiani fecero uno sciopero della fame per protestare contro la propria detenzione, e un gran numero di persone negli Stati Uniti partecipò al digiuno in un gesto di solidarietà. Ma lei si riferisce alla prigione militare illegale dove all’inizio tutto era possibile perché il governo degli Stati Uniti credeva che una struttura fuori del territorio nazionale potesse essere anche fuori del controllo della legge nazionale. Così, l’amministrazione Bush si è comportata come se potesse agire senza dover rispondere delle proprie azioni.Vorrei sfruttare questa occasione per parlare brevemente delle idee ufficiali di democrazia che circolano oggi e del perché attivisti, intellettuali, studiosi, artisti, operatori culturali devono prendere molto sul serio quelli che sono segnali chiari di imminenti politiche e pratiche fasciste. Uso il termine fascista a ragion veduta. Non è un aggettivo che abbia mai utilizzato con leggerezza. Ma in che altro modo si possono descrivere le torture, l’abbandono e le malvagità inflitti ai reclusi di Guantánamo, persone che sono state arrestate per il solo motivo di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato? Ci sono state famiglie rimaste per anni senza alcun contatto con i propri figli imprigionati che, a detta dei massimi funzionari governativi, non hanno diritto a un avvocato perché non si trovano sul territorio degli Stati Uniti. E Guantánamo è solo uno dei tanti buchi controllati dagli Stati Uniti in cui la gente scompare.Se si prende in considerazione la crescente erosione delle libertà e dei diritti democratici sotto gli auspici dell’ USA PATRIOT Act, per esempio, dovrebbe essere un indizio della necessità di un nuovo movimento di massa. Fortunatamente, grazie ai cittadini britannici che sono stati rilasciati di recente e hanno tenuto delle conferenze stampa ampiamente diffuse, abbiamo potuto ottenere molte più informazioni su ciò che accade a Guantánamo che se non fossero stati cittadini britannici. Il fatto che i media fossero molto più interessati a cittadini del Regno Unito che non a cittadini dell’Afghanistan o del Pakistan è estremamente inquietante, perché implica che gli afgani privi di un passaporto britannico o gli iracheni sottoposti a brutalità e violenze sessuali non sono considerati degni dell’attenzione dei media. Posso soltanto dire che si tratta di segnali davvero preoccupanti di un futuro repressivo che molti di noi hanno paura perfino di immaginare. Dobbiamo però affrontare questa possibilità se ci preme la creazione di un futuro democratico negli Stati Uniti e nel mondo.

• Le sue osservazioni circa il rilascio di cittadini britannici da Guantánamo sembrano illustrare ancora una volta il potere di un’opinione pubblica organizzata nel fare pressioni sul governo, sia britannico che statunitense, per ottenerne la scarcerazione in assenza di meccanismi legali e di giurisdizione…

Proprio così.

• Pensa che Guantánamo abbia soppiantato la prigione di massima sicurezza come minaccia carceraria estrema nell’immaginario sociale?abu_ghraib_new-721906

Le spaventose realtà di Guantánamo hanno effetti materiali ed emotivi per tutti quelli che hanno la disgrazia di esservi detenuti. Ma Guantánamo è anche quell’ambiente sociale immaginario per tutti quelli etichettati come «il nemico». È la tecnologia della repressione che un nemico si merita, a quanto si dice. Le strutture detentive militari come quelle di Guantánamo sono state rese possibili dal rapido sviluppo di nuove tecnologie nelle prigioni su territorio nazionale. Al tempo stesso, le nuove carceri di massima sicurezza sono state rese possibili dalle torture e dalle tecnologie militari.
Mi piace pensarle come simbiotiche. Il centro detentivo militare come luogo di tortura e repressione non soppianta quindi il supercarcere su territorio nazionale (che, per inciso, viene esportato in tutto il mondo); piuttosto, costituiscono entrambi dei luoghi estremi nei quali la democrazia ha perso ogni diritto. In un certo senso, si potrebbe affermare che la minaccia del carcere di massima sicurezza supera perfino quella del centro detentivo militare. Non mi piace creare gerarchie della repressione, perciò non sono neanche sicura che dovrei esprimermi in questi termini. Quello che voglio dire è che la normalizzazione della tortura, la quotidianità della tortura che è caratteristica del supercarcere potrebbe avere un potere più duraturo rispetto alla prigione militare illegale. Nel carcere di massima sicurezza si applica la deprivazione sensoriale e i contatti umani sono così scarsi che spesso i detenuti arrivano al punto di usare le escrezioni del proprio corpo – urina e feci – come un mezzo di azione e libertà. Questa regolarizzazione, questa normalizzazione può essere ancora più pericolosa, soprattutto se la si dà per scontata e quindi non la si reputa degna dell’attenzione mediatica. Le pratiche del supercarcere non sono mai rappresentate come aberrazioni, come è accaduto invece per i fatti di Guantánamo o Abu Ghraib, descritti non come normali o di ordinaria amministrazione, bensì come pratiche eccezionali di cui sono responsabili singoli individui. Il supercarcere non lo si può descrivere come un’aberrazione. È classificato attualmente come il più sicuro tra i sistemi detentivi interni. Una volta, un minimo implicava un medio e un massimo . Ora il minimo implica il carcere di massima sicurezza e chissà cos’altro in seguito. Ma ovviamente con questo non voglio sottovalutare gli orrori delle prigioni militari illegali.

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