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Posts Tagged ‘Federico Aldrovandi’

Gli assassini di Aldro in servizio da gennaio 2014: è vero ministro Cancellieri?

30 marzo 2013 15 commenti

I loro volti

Io sono contro la galera, contro la galera sempre e comunque.
La considero un’istituzione (nata poi da non così molto tempo) da abbattere, non da rivedere o migliorare.

Mai ho proferito parola su questo sito, sulla scarcerazione praticamente immediata di Monica Segatto, l’unica donna tra i poliziotti condannati per l’omicidio di Federico Aldrovandi,
che doveva scontare il residuo pena di sei mesi in cella ed ha usufruito quasi immediatamente dello “svuota carceri” per finire agli arresti domiciliari.
Non mi interessa, il carcere -ripeto- è per me una delle più grandi aberrazioni della nostra società: avrei preferito vederli otto ore al giorno a pulire merda.

Però quei 4 assassini non possono tornare a fare il loro lavoro,
Quei 4 balordi assassini a freddo di un ragazzo, non possono indossare nuovamente quella divisa.
E allora guardo alle parole della ministro Severino, che ne ha usate di durissime verso i colleghi sbirri che hanno portato pubblica solidarietà ai colleghi assassini,
e mi chiedo come sia possibile che, da giugno 2013, appena finita la pena, passeranno sei mesi,
SOLO SEI FOTTUTI MESI, prima che possano ritornare ad esercitare il loro “mestiere”.
Rientreranno in servizio a gennaio 2014: la Commissione disciplinare del Dipartimento di Sicurezza avremmo stabilito sei mesi di sospensione dal momento del fine pena.

Poi torneranno in servizio.
Quattro assassini.
Siamo un paese in cui l’omicidio non si stabilisce a partire dal morto, ma dalla mano dell’omicida: se è in divisa è “eccesso colposo”, se è un proletario è un lurido assassino, se è un migrante…lasciamo sta.

Ma la Cancellieri, ministro dell’Interno, cosa dice?
Fossero stati condannati a soli sei mesi di più, quindi a cinque anni, avrebbero avuto l’interdizione perpetua dai pubblici uffici come qualunque cittadino italiano.
Gliela regaliamo quest’interdizione signora Ministro o devono tornare in servizio?

LEGGI:
A Patrizia Moretti, madre e guerriera
Applausi del Sap, camper del Cosip: la polizia si rivendica Aldro

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A Patrizia Moretti, madre e guerriera

29 marzo 2013 6 commenti

Chissà se una volta madri il dolore e l’empatia prendono colori e intensità diversi davanti a certe notizie, a certe sofferenze.
Non sono riuscita a capirlo, nemmeno da madre.

In questi giorni, lontana dalla rete (quella “mia”), ho osservato a lungo lo sguardo di Patrizia Moretti, guerriera, madre di Federico Aldrovandi … barbaramente massacrato da 4 uomini in divisa,
quattro poliziotti,  quattro assassini di Stato, ormai 8 lontani anni fa.
Sono stati condannati per omicidio, la sentenza che li condanna, LE sentenze che li condannano, parlano una lingua chiara, durissima, malgrado insabbiamenti e quant’altro.

8 anni, certo non servono a nulla per smussare il dolore della perdita del proprio figlio adolescente,
8 anni non cancellano quelle intercettazioni, quell’omicidio avvenuto con una metodologia che più di una volta non sono riuscita a descrivere, tanto il rischio che il vomito soffochi il respiro.
Federico, il nostro piccolo Aldro, è morto di una morte atroce e sadica,
voluta da 4 sbirri ai quali non va giù che siano chiamati assassini,

Aldro, cucciolo

che ci sia scritto OMICIDIO sulle carte che li hanno costretti ad assagiare il carcere,
anche se per un piccolo residuo pena.

Quel che riesce, ed ha dell’incredibile questo!, addirittura a superare in orrore tutta questa storia è il presente, quello che avviene ad 8 anni da quell’assassinio.
E’ la continua persecuzione che la famiglia di Aldro, e soprattutto sua madre, sono costretti a vivere da più di un mese, da quando questo merdoso sindacato di polizia (Cosip), ha deciso di portare solidarietà attiva ai 4 colleghi condannati, con striscioni e pulmino, in giro per Ferrara.
(LEGGI : Applausi del Sap, camper del Cosip: la polizia si rivendica Aldro)
Così attiva da presentarsi anche sotto il municipio della città, sotto le finestre dove lavora Patrizia, che è stata poi costretta a scendere e a mostrare, per l’ennesima volta, la foto del corpo martoriato di suo figlio. Fotografia che il segretario di questo sindacato ha anche apostrofato per “taroccata”, quando è agli atti processuali.
Di un processo concluso, concluso con 4 assassini.

Franco Maccari, segretario del Cosip al quale auguro una pioggia di carcinomi maligni,  afferma:
“La signora Moretti mamma di Federico e tutti dipendenti comunali, hanno abbandonato il loro lavoro per manifestare con una foto falsa. Hanno fatto una manifestazione senza autorizzazione, è un reato penale molto grave e qualcuno dovrà provvedere. Un gruppetto di maledetti bastardelli ha condizionato la nostra protesta”.

Il ministro Severino ha usato parole dure, è vero, davanti a questa schifosa provocazione,
ma non basta di certo.
Quelle divise vanno stracciate, quei distintivi fatti a pezzi: di tutti coloro che hanno portato solidarietà a quei 4 balordi, di tutti coloro che son andati sotto le finestre di sua madre,
di tutti coloro che si son permessi di insultarla,
e di insultare ancora Federico.

Che non vi dimenticate,
non è solo figlio di tutte noi madri di Italia,
ma è soprattutto sangue di tutti i compagni e le compagne.
E il sangue prima o poi si vendica, o comunque non lo si scorda mai.
Mai, statene certi
MALEDETTI ASSASSINI

Il ringraziamento più grande va ad Anonymous, che ha buttato giù i loro siti,
a questo link potete leggere il comunicato.

Suicidio collettivo di poliziotti tunisini per protesta? Che la lotta si allarghi!!

19 marzo 2013 Lascia un commento

Straordinaria questa notizia, e ringrazio Fulvio che l’ha messa in circolazione. La potete leggere dal francese con i vostri occhi a questo link.

Mi sento a questo punto di allargare l’appello, di istigare alla lotta le forze dell’ordine del nostro bel paese,
ma tutte: polizia, carabinieri, secondini, gruppi operativi mobili e quant’altro.
Un suicidio collettivo, come ci racconta il segretario generale dell’unione dei sindacati di polizia Montasser Materi, che intervistato ai microfoni di una radio comunica un tentativo (ma solo tentativo??) di suicidio collettivo, si darebbero tutti fuoco, di poliziotti davanti al ministero dell’Interno come forma di protesta contro i licenziamenti.
Dice anche di non esagere, di non farsi prendere la mano, insomma di pensarci due volte prima di appicciare il tutto, visto che le trattative sono in corso con il nuovo governo tunisino.
L’appello è unico: allarghiamo questa protesta, rendiamola mediterranea, senza confini, internazionale.

Un suicidio collettivo di divise, per protesta ovvio, che coinvolga anche i sindacati di polizia nostrani,
quelli che si dilettano a portare solidarietà attiva agli assassini di Aldrovandi, quelli dei camper solidali coi poveri poliziotti accusati di falsità, quelli che battono le mani ai processi,
quelli dal manganello facile, quelli che ho visto pisciare sui vestiti delle persone negli sgomberi degli immobili occupati,
quelli dal “puttana comunista” facile facile,
quelli che chiudono e aprono i blindati.
E’ un lungo elenco:
BUONA LOTTA, SBIRRAGLIA, seguite l’esempio dei vostri colleghi tunisini!
SBIRRI DI TUTTO IL MONDO UNITEVI!

P.S. : si accettano donazioni di materiale infiammabile, che i tagli so’ stati pesanti 🙂

Applausi del Sap, camper solidali del Cosip: ecco come la polizia si rivendica Aldrovandi

26 febbraio 2013 14 commenti

E non venitemi a parlare di mele marce eh! Che nemmeno si riesce a commentarla questa notizia,carica
tanto è lo schifo che provo per voi,
maledetti assassini di Stato.

(ANSA) – BOLOGNA, 26 FEB – E’ uscito dall’aula del tribunale
di Sorveglianza di Bologna, che deve decidere se disporre il
carcere, tra gli applausi dei colleghi: c’erano una trentina di
appartenenti al Sap (sindacato autonomo di polizia) ad
accompagnare e manifestare vicinanza a Enzo Pontani, ultimo dei
quattro agenti condannati per l’omicidio di Federico Aldrovandi
a dover ancora discutere la propria posizione. Gli altri tre,
Monica Segatto, Luca Pollastri e Paolo Forlani sono in carcere
dopo l’ordinanza del tribunale del 29 gennaio.

Anzi, il Cosip, sindacato indipendente di polizia ha fatto proprio il Camper della solidarietà in difesa dei 4 boia di Aldro. DIcono che dal 2 marzo gireranno per Ferrara (provincia compresa) con il loro bel camper per dimostrare la vicinanza alle “vittime di una campagna d’odio attuata da alcuni contro le forze dell’ordine”.
Il resto delle dichiarazioni nemmeno riesco a riportarle, che è già abbastanza così

Per Renato Biagetti, 31 agosto-1 settembre 2012

31 agosto 2012 1 commento

31 Agosto_1°Settembre 2012
Renoize 2012

27 Agosto 2006 – 27 agosto 2012.
Il 27 agosto 2006 Renato veniva accoltellato ed assassinato in un’aggressione di natura fascista.

Ma la storia di Renato non è solo la sua storia.
Non è solo un ricordo dell’intimità dei suoi parenti o amici, non è il privato dolore o la solitudine che può rendere impotenti. La storia di Renato è la storia di tutti/e noi che abitiamo questa metropoli e che, nelle sue vene, vediamo scorrere il sangue sempre più avvelenato della paura che genera diffidenza, intolleranza e odio.
E’ la storia di Valerio Verbano, Dax, Carlos; ma anche di Carlo Giuliani, Federico Aldrovandi e di una lista ancora troppo lunga di nomi.
E’ il veleno delle parole mortifere del neo-fascismo, sono le aggressioni dell’intolleranza omofoba, l’arroganza della violenza di apparati dello Stato.

La nostra storia è un ingranaggio collettivo, in cui le dinamiche sviluppano legami solidali, in cui i sogni di Renato hanno costruito progetti collettivi e le lacrime per la sua morte si sono unite alla passione delle battaglie di verità e giustizia. L’ingraneggio collettivo è la capacità di leggere il passato e il presente per immaginare il futuro, come è avvenuto a Genova 2001; quello che sapevamo allora è quello che si avvera oggi.

Per questo abbiamo deciso di anticipare Renoize con una giornata in cui proietteremo un film che racconta una parte di Genova2001 ma, soprattutto, ci confronteremo su come si rilancia di fronte al monito dello Stato che, con le condanne di devastazione e saccheggio, lancia un avvertimento a chi prova a costruire prospettive diverse. Chi prova a far girare quell’ingranaggio.

E poi ci saranno il sudore per allestire Parco schuster, ci sarà la musica compagna di viaggio di Renato, ci saranno le parole e i video: ci saranno le relazioni, i sogni e la cooperazione che si faranno politica costituente.
Quella che immagina un futuro diverso, con Renato per mano.
E naturalmente contro il fascismo.

Venerdì 31 agosto
@Ex-Cinodromo, via della vasca navale 6
“Genova 2001 non è finita”

ore 19 Apericena per la campagna 10X100
ore 21 Proiezione del film “Diaz”

Sabato 1°Settembre @Parco Schuster (Basilica San paolo)

dalle 17 – Spazio giochi/Diretta audio di ROR87.9/ Bar/Cibo/Ristoro/Mostre/Info point
dalle 18.00 – Concerto:

– Cheers!Monkey
– Rapnoize & Artemigrante/mangrovie
– Giulia Anania
– Rancore
– Elio Germano
– Squartet
– Bestie Rare
– Funkallisto
– Canto d’inizio_Piccola orchestra di musica popolare

Giuseppe Uva: la violenza è a sfondo sessuale

22 marzo 2010 2 commenti

Emergono nuove circostanze che gettano una luce ancora più inquietante sulla morte di Giuseppe Uva, l’uomo di 43 anni morto il 14 giugno del 2008 nell’ospedale di Varese dopo un pestaggio subito nella caserma dei carabinieri.
Sembra che tra lui e uno dei militi che lo avevano fermato la notte precedente ci fossero degli screzi personali legati a una donna. Alberto Biggiogero condotto in caserma insieme ad Uva, e che racconta di aver sentito le grida atroci dell’amico provenire dalla stanza dove era stato rinchiuso tanto da chiamare il centralino del 118 per chiedere un intervento (circostanza che ha trovato piena conferma dalla registrazione della telefonata e dai successivi contatti del 118 con la caserma), ha sostenuto in un’intervista che Uva «aveva avuto una relazione con la moglie di un carabiniere e questo, in seguito, aveva promesso di fargliela pagare». Biggiogero non sa chi fosse questa donna, ma la sera del fermo per schiamazzi notturni accadde qualcosa di molto simile a quanto paventato dall’amico. Nella dettagliata denuncia presentata alla procura di Varese, Biggiogero descrive la scena: «Un carabiniere si avvicina a noi con uno sguardo stravolto urlando “Uva, cercavo proprio te, questa notte te la faccio pagare!”», quindi avrebbe cominciato a spintonarlo e picchiarlo per poi spingerlo insieme con altri colleghi in una delle volanti accorse. Insomma, stando alle parole del testimone, il movente del brutale pestaggio continuato in caserma e finito in tragedia avrebbe potuto essere quello del forte risentimento personale nutrito da un esponente dell’Arma che avrebbe coinvolto altri suoi colleghi.
La presenza in passato di uno screzio con i carabinieri, sempre per questioni di donne (Uva era incensurato), viene confermato anche dalla sorella dell’uomo, Lucia. D’altronde la descrizione del corpo martoriato di Uva, in particolare le tracce di sangue sul retro dei pantaloni, la scomparsa degli slip, il sangue attorno ai testicoli e alla zona anale, lasciano supporre il ricorso a sevizie di natura sessuale compatibili col movente indicato. L’avvocato Anselmo, legale della famiglia, è più prudente e preferisce procedere con metodo: «Basterebbe poter consultare il traffico delle chiamate in uscita e in entrata sull’utenza del cellulare di Uva per accertare la verità». Per questo nei prossimi giorni depositerà una memoria avanzando diverse richieste per la riapertura delle indagini, tra cui la riesumazione della salma affinché venga realizzata una nuova autopsia finalizzata a nuovi accertamenti medico-legali sulla natura delle ecchimosi e dei lividi raffigurati nelle foto e la presenza di eventuali fratture e altri traumi.
Nel frattempo il procuratore capo di Varese, Maurizio Grigo, ha rivendicato «il corretto operato dei colleghi titolari del procedimento». In un comunicato ha reso noto che «il 30 settembre 2009 la dottoressa Sara Arduini ha aperto un nuovo procedimento proprio per verificare le nuove accuse della famiglia e le dichiarazioni rese da Alberto Biggiogero ed accertare ulteriori ipotesi di determinismo sull’accadimento».

Non vi sarebbero per il momento persone iscritte nel fascicolo degli indagati, ma a detta del procuratore «sono state espletate ulteriori attività istruttorie e altre ne verranno svolte, nel caso con la possibile partecipazione dei difensori». Per quanto riguarda, invece, il procedimento per omicidio colposo nei confronti dei due medici del reparto di psichiatria dell’ospedale di Varese che diedero assistenza a Uva durante il ricovero, il procuratore ha sottolineato che «si è in attesa della fissazione della prima udienza preliminare». A ventuno mesi dalla morte di Giuseppe Uva cominciano a trovare conferma molti elementi che smentiscono la versione ufficiale fornita dalle autorità. Tuttavia numerose domande attendono ancora risposta, tra queste il numero dei militi dell’Arma e degli agenti della polizia di Stato presenti nella caserma la notte tra il 13 e 14 giugno e perché questi non sono mai stati ascoltati.

Giuseppe Uva, altro assassinio per mano dello stato

20 marzo 2010 10 commenti

Non è solo abuso di potere, non è solo infamia dello stato su corpi prigionieri, è sadismo, è una patologia di sopraffazione che ormai pervade le forze dell’ordine.
Eh si, non è un’esagerazione questa frase, proprio no perchè i numeri sono troppi, iniziano ad essere insostenibili anche agli occhi dei più ciechi. Non è possibile.
Non è possibile che si possa morire per un fermo in stato d’ebbrezza.
Non è possibile morire come Stefano Cucchi, o massacrato su un marciapiede come Aldro. Non è possibile morire come Marcello Lonzi, che sembrava inciampato in un secchio di vernice rossa in quella maledetta cella.

Non si può morire come Aldo Bianzino.
Ed oggi scopro che non si può morire nemmeno come Giuseppe Uva, 43enne, fermato da una volante dei carabinieri il 14 giugno del 2008, a Varese.
Ecco la sua storia:

Giuseppe Uva e Alberto Biggiogero vengono fermati in stato di ebbrezza verso le 3 di mattina di sabato 14 giugno 2008 da una volante dei carabinieri, mentre spostano alcune transenne bloccando l’accesso a una strada del centro di Varese. Uno dei due carabinieri all’interno della volante riconosce Uva, lo chiama per nome e inizia a inseguirlo mentre questo tenta la fuga. Alberto Biggiogero cerca di correre in aiuto di Uva, richiamato dalle grida di questo, per impedire al carabiniere di colpire l’amico. L’altro carabiniere, che guidava l’auto, lo immobilizza e gli impedisce di intervenire. Poco dopo sopraggiungono due volanti della polizia di stato, Biggiogero verrà spinto a forza in una di queste, Giuseppe Uva verrà invece costretto in quella dei carabinieri. Le tre macchine arrivano nella caserma dei carabinieri verso le 3.30 (i quattro agenti delle due volanti di polizia vengono raggiunti dall’altra volante in servizio quella notte, tutti e sei i poliziotti restano in caserma per le successive due ore fino a quando Uva non verrà trasportato in ospedale, saranno due di loro, tra l’altro, ad accompagnare in ambulanza Uva al pronto soccorso, secondo una procedura del tutto anomala). I due amici vengono separati, Biggiogero resta in una stanza collocata a sinistra dopo il portone d’accesso alla caserma, controllato a vista da poliziotti e carabinieri. Da lì sente chiaramente le urla dell’amico provenienti da un’altra stanza, posta probabilmente sulla destra del corridoio, per un lunghissimo lasso di tempo. Grida ai presenti di smetterla di “massacrare” l’amico e viene minacciato di subire la stessa sorte.

Verso le quattro del mattino, approfittando degli attimi in cui viene lasciato solo, chiama con il proprio cellulare il 118, chiedendo l’intervento di un’ambulanza in caserma perché lì era in corso un massacro. L’operatore del 118 dice che manderà un’ambulanza, dopo due minuti chiama in caserma per accertarsi che ci sia veramente bisogno dell’intervento del mezzo, riferendo di essere stato contattato da un signore che denunciava un pestaggio all’interno della caserma. Il carabiniere che ha risposto al telefono lo fa attendere in linea per verificare, al suo ritorno all’apparecchio dice che si tratta di due ragazzi ubriachi e che ora si sarebbero occupati di toglier loro il telefonino (la trascrizione delle due telefonate è agli atti e disponibile).
Biggiogero fa anche in tempo a chiamare il padre e chiedergli di venirlo a prendere prima che il cellulare gli venga portato via. Biggiogero dichiara, poi, di non aver sentito le sirene dell’ambulanza ma che dopo circa 20 minuti dalla sua telefonata si è presentato in caserma un uomo in impermeabile con una valigetta che viene indicato come “il dottore”. Nel frattempo arriva anche il padre di Biggiogero che riuscirà a portare a casa il figlio e si dice disposto a portare personalmente Uva al pronto soccorso. I carabinieri diranno che non ce n’è bisogno in quanto l’arrivo del medico è sufficiente. Alle 5 del mattino (presumibilmente mezz’ora dopo che Biggiogero e il padre uscivano dalla caserma) una telefonata dei carabinieri alla guardia medica richiede un’ambulanza e dice che alla persona fermata deve essere effettuato un Tso. Uva viene trasferito quindi al pronto soccorso dell’ospedale di Circolo, dove viene richiesto il Tso e così, dopo circa due ore (verso le 8.30 del mattino), Uva viene trasferito nel reparto psichiatrico presso lo stesso ospedale. Due ore dopo viene constatato il decesso per arresto cardiaco.

Dagli esami tossicologici risulta che gli sono stati somministrati dei farmaci, inequivocabilmente e tassativamente controindicati in caso di assunzione di alcol. L’arresto cardiaco è stato provocato da questo “errore”. La testimonianza del Comandate del posto fisso della polizia di stato ubicato presso il pronto soccorso dell’ospedale di Circolo riporta alcune affermazioni estremamente significative.
La prima: si è venuti a conoscenza della morte di Uva in ritardo “pur non trattandosi come si evince dall’allegato referto medico di evento non traumatico” (si legga: è stato un evento traumatico). La seconda: la salma di Uva giaceva “supina e senza abiti, con la parte ossea iniziale del naso in zona frontale, munita di una vistosa ecchimosi rosso-bluastra, così dicasi per la parte relativa del collo sinistro, le cui ecchimosi proseguivano con discontinuità, su tutta la parete dorsale, lesioni di cui non viene fatta menzione nel verbale medico di accettazione”. Il comandante aggiunge: “che non vi è traccia degli slip del de cuius e su chi abbia provveduto alla loro rimozione dal corpo, indumento tra l’altro, neppure consegnato ai parenti (probabilmente perché intrisi di sangue).
E tuttavia non si può sottacere il riscontro obiettivo di pseudo macchie ematiche riscontrate a tergo sui pantaloni poi posti successivamente sotto sequestro unitamente agli altri capi di vestiario con un particolare inquietante riscontrato anche sulle scarpe di stoffa che stanno verosimilmente ad indicare una estenuante difesa ad oltranza dell’uomo effettuata anche con calci”. Ciò è evidenziato dal fatto che “la parte anteriore di entrambe calzature destra e sinistra, si presenta vistosamente consumata”. L’autopsia è stata fatta in maniere platealmente sbrigativa e parziale, senza gli esami radiologici necessari ad accertare fratture e minimizzando o ignorando l’importanza delle lesioni presenti sul suo corpo, in particolare sul dorso e nella regione anale.

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