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Posts Tagged ‘Il Messaggero’

Un altro stupratore in divisa… Dino Maglio, carabiniere

9 febbraio 2015 1 commento

Il nome di Massimo Pigozzi mi risuona spesso nella testa: il nome di un poliziotto stupratore mi rimane incastrato nei processi neuronali, la rabbia lo blocca tra le sinapsi, così che la memoria possa essere sempre bruciante e viva.
Perchè questi non vanno dimenticati: non vanno dimenticati i nomi dei maschi aguzzini e stupratori,
poi se son uomini di Stato, che calzano a pennello una divisa da tutori dell’ordine bhè…
lì il processo di memoria fa giri pindarici, e non si stacca più dal mio corpo.

Te la ricordi sta foto Ommemerd?? _foto di Baruda_

Oltre al nome di Massimo Picozzi, poliziotto; o di Francesco Tuccia, soldato dell’esercito italiano
possiamo aggiungere quello, ripugnante, di Dino Maglio, che indossava la divisa di Carabinieri e cha ha un storia molto particolare che è riuscita a “guadagnarsi” articoli sul Guardian.

Dino Maglio l’ha costruita bene la sua macchina di stupri seriali: era un internazionalista probabilmente questo playmobil dallo stupro facile perché aveva scelto come tecnica quella del Couchsurfing, parola che a molti sembrerà insulsa ma che rappresenta una piattaforma nata non da molto tempo ma con una fruizione in impennata, che permette ai viaggiatori lowcost di scambiarsi ospitalità, di offrire il proprio divano per una vacanza alternativa.
Lui ne ha ospitate diverse di ragazze, e sempre le drogava e violentava.

Il bello di tutta questa storia è che il fanciullo negli ultimi mesi era ai domiciliari proprio perchè denunciato da una sua ospite australiana di soli sedici anni: lui confessò anche di averla drogata e di aver avuto un rapporto sessuale con lei, minorenne.
Ma d’altronde è un carabiniere: ha continuato ad esserlo anche dopo questa denuncia,
ha continuato ad essere carabiniere anche quando con tutti i domiciliari in atto ha continuato ad adescare fanciulle con la stessa identica tecnica del Couchsurfing.
Il totale è 16 ragazze provenienti dalle più disparate zone del mondo.
Lui è Dino Maglio, 35 anni, Carabiniere.
Aho, tutte belle marcite e putrefatte ste mele di Stato!

Noi impariamo a difenderci, noi impariamo a non farci metter le mani addosso:
una manciata di giorni fa ho saputo che un uomo di merda che ha rovinato la mia vita per anni ha fatto di peggio su un’altra donna, che però è riuscita ad ottenere un allontanamento da lei e dalla sua bimba piccolissima.
Eppure lui è tra noi, nessuno lo è andato a prendere per il collo come sarebbe dovuto essere. Già molto tempo fa.
Anzi, ero matta io. E probabilmente, per quella brava gente che siamo, ora sarà matta lei.

lo schifo totale. Arriverà il giorno, pezzo di merda, arriverà…

LEGGI:
Pigozzi: il poliziotto stupratore
Omini di Stato, stupratori in divisa
Finanzieri che stuprano
Soldati americani e basi in Italia
Mario Placanica, assassino stupratore

 

 

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I quotidiani che rimuovono lo stupro e la condanna a Tuccia

1 febbraio 2013 11 commenti

Sembro una pazza, sfoglio sfoglio questi due quotidiani che ho davanti e rimango basita.
Io trovo infinite difficoltà a scrivere dopo una sentenza di tribunale, avendo un rifiuto totale per l’impianto giudiziario e ancor di più per quello carcerario: non sono capace a commentare la galera altrui,
soprattutto quando ad andarci sono stupratori, a maggior ragione se vestiti di qualche divisa di stato.
Per noi “contro il carcere” sempre e comunque non è mica facile da gestire una pagina di commento su otto anni di carcere ad un militare che ha lasciato una ragazza in fin di vita, sulla neve abruzzese, in piena notte, a morire là (cosa non avvenuta per un soffio)

La cosa che mi lascia sconvolta, e sfoglio sfoglio questi maledetti due giornali, è che a quanto pare anche il Corriere della Sera e Il Messaggero son così libertari e intrisi di pensieri abolizionisti che non reputano doveroso scriverne o non sanno come farlo.
Ieri si è concluso il processo dello stupro di Pizzoli, contro il soldato Francesco Tuccia
processo discusso e da sempre presidiato da donne di tutta italia,
ieri la colpevolezza del bravo soldatino dal faccino pulito è stata sancita dai loro tribunali
eppure tutto tace.
Tutta questa carta e nessuno si è degnato di mettere nemmeno una breve.
Una breve che raccontasse cosa è accaduto, con quale forza e dignità quella ragazza ha deposto e vissuto tutto il processo,
nessuno nella stampa nazionale (parlo di quel che ho davanti ovviamente) si è degnato di raccontarcelo,
di mettere una foto dell’infinita solidarietà attiva fuori da quel tribunale aquilano. Nulla.

“il colloquio con i prof. si fa da casa via Skype” una pagina di questo c’è sul Corriere della Sera..
di spazio da buttare o riempire un po’ a caso ce ne stava tanto quindi..
uno così inizia a pensare che sia proprio una scelta politica, o no?

Abbiamo dei quotidiani illeggibili perchè intrisi di una cronaca becera e poi certe cose si omettono.
Otto anni per uno stupro selvaggio e mostruoso, effettuato da un soldato dell’esercito italiano,
vengono rimossi, almeno dal quotidiano più venduto d’Italia.
Vergognatevi

Pagine di questo blog che ne hanno parlato
Uomini in divisa, stupratori in divisa
Lo stupro di Pizzoli e le donne del PD di L’aquila
Ci riguarda tutte
Si apre il processo

Ispezioni in carcere, chiunque può accompagnare i parlamentari

5 maggio 2011 1 commento

Non siamo abituat@ alle buone notizie ma questa volta è innegabile.
Avevamo parlato proprio pochi giorni fa del processo che si sarebbe svolto contro le mamme di una compagna e un compagno e la consigliera regionale Anna Pizzo, per un ingresso in carcere che secondo la magistratura era illegale. Quando di legale quegli arresti avevano veramente poco, visto l’impianto accusatorio, poi caduto.
Delle mamme che riescono a vedere i loro figli, privati della possibilità di aver colloqui, attraverso l’accompagnamento di un parlamentare (o consigliere regionale) in visita in carcere.
C’è stata la piena assoluzione, e ne sono entusiasta

Assolta la consigliere regionale Anna Pizzo
Ispezioni in carcere, chiunque può accompagnare i parlamentari

di Paolo Persichetti, Liberazione 6 maggio 2011

I parlamentari o i consiglieri regionali che conducono visite ispettive nelle carceri possono avvalersi dell’ausilio di accompagnatori di loro scelta. Membri del governo, parlamentari europei, sindaci e presidenti della provincia, magistrati a capo dei tribunali e delle procure dove hanno sede le carceri, presidenti delle Asl competenti per territorio, garanti dei detenuti ed altri ancora. E’ piuttosto ampia, anche se ancora del tutto insufficiente per rendere le mura delle prigioni trasparenti, la schiera di figure istituzionali che possono entrare nelle carceri per condurre visite ispettive senza previa autorizzazione. Nel corso delle visite queste autorità possono avvalersi delle presenza di accompagnatori, anche questi autorizzati a varcare la soglia degli istituti di pena senza necessità di nessuna autorizzazione. Lo prevede l’articolo 67 dell’ordinamento penitenziario.

Rivolta di Attica, 1971

Una prassi consolidata, che tuttavia non è indicata nella norma, contiene il numero degli accompagnatori ad un massimo di due a testa. L’amministrazione penitenziaria non ha alcuna autorità per introdurre limitazioni ad una norma di legge. Lo ha ribadito ieri con una decisione lampo il gip del Tribunale di Roma, chiamato a pronunciarsi su una denuncia depositata nel dicembre 2009 dalle direzioni del carceri romane di Regina Coeli e Rebibbia femminile contro l’allora consigliera presso la regione Lazio, Anna Pizzo, insieme alle due persone che l’avevano accompagnata durante le visite nei due istituti di pena. Si trattava delle madri di due giovani di un centro sociale della Capitale, il Macchia rossa, situato nel popolare quartiere della Magliana e finito al centro di un teorema accusatorio ispirato da alcuni esponenti locali del Pdl, ex An, che avevano come unico scopo quello di sloggiare l’occupazione, da parte di una decina di famiglie senza casa, di una scuola abbandonata da anni. Occupazione che ostacola la realizzazione di alcuni lucrosi progetti speculativi (cf. Liberazione del 10 dicembre 2009).
I due, Gabriele e Francesca, erano finiti in carcere e si trovavano in isolamento. Poche settimane prima, nella notte tra il 15 e il 16 ottobre, Stefano Cucchi era morto nel reparto carcerario dell’ospedale Pertini dove era finito dopo le percosse subite prima di passare davanti all’udienza di convalida dell’arresto in tribunale. Sui media campeggiavano da giorni polemiche e denunce sulle condizioni in cui si svolgevano i fermi nelle stazioni dei carabinieri e nei sotterranei del tribunale di piazzale Clodio. La visita in carcere venne realizzata per verificare le condizioni di salute e di detenzione dei due giovani e nel rispetto delle procedure previste. All’ingresso dei due istituti la consigliera regionale e le due donne che l’accompagnavano si videro obbligate a compilare un prestampato dell’amministrazione penitenziaria nel quale era indicata, senza altra possibilità di scelta, la funzione di “collaboratore” (da intendersi come figura stabile e continuativa) per qualificare il ruolo di accompagnatrici. Nel declinare le loro generalità le due donne fecero presente di non rientrare in quella fattispecie, ma poiché la burocrazia penitenziaria non prevedeva altre possibilità furono costrette a riempire l’unica casella esistente. Sulla base di queste dichiarazioni, in qualche modo “imposte” per un’imperizia burocratica dovuta ad una forzata interpretazione restrittiva della legge, le direzioni dei due istituti hanno successivamente inviato una segnalazione in procura provocando l’apertura d’ufficio di un procedimento penale per false dichiarazioni. «Il fatto non sussiste», ha stabilito il Gup.

Sotto processo le mamme di compagni e compagne: vergogna!

28 aprile 2011 Lascia un commento

Il 5 maggio p.v.si avvierà l’udienza che vede come imputate le mamme di Francesca e Gabriele e l’ex consigliera regionale di SEL Anna Pizzo.

Il 14 settembre 2009 viene messo in atto un assurdo e scenografico arresto dei compagni, della compagna e di alcuni occupanti della ex scuola 8 marzo. Tali arresti, voluti dal PDL romano, si basavano su accuse false ed infamanti con l’unico scopo di bloccare una piccola lotta sociale in corso che vedeva protagoniste alcune decine di famiglie che, con i compagni del C.S.O.A. Macchia Rossa, avevano occupato l’ex scuola 8 Marzo abbandonata da anni.

Il giorno dopo gli arresti, le mamme di Francesca e Gabriele, accompagnate da alcuni consiglieri regionali, si recano in visita presso il carcere di Regina Coeli e Rebibbia. Il direttore di Regina Coeli Mauro Mariani denuncia la presenza della madre di Gabriele che in quanto familiare diretto non poteva vedere il proprio figlio prima dell’interrogatorio di garanzia. Il suo zelo contagia anche a direttrice di Rebibbia Femminile dr.ssa Zainahi, che a posteriori denuncia la madre di Francesca. La comunicazione della chiusura delle indagini ed il provvedimento di rinvio a giudizio per le mamme e per la consigliera Anna Pizzo seguono di lì a poco con sospetta tempestività, quando i compagni e la compagna erano ancora agli arresti domiciliari.

Le mamme e la consigliera Anna Pizzo sono entrate in carcere perché conoscono la violenza che regna all’interno delle caserme, dei commissariati e degli istituti penitenziari. E’ di soli pochi giorni più tardi l’agghiacciante notizia della morte di Stefano Cucchi: ragazzo assassinato per mano di carabinieri, agenti di polizia penitenziaria e medici dell’Ospedale Pertini, quelli cioè che dovrebbero essere i tutori della legge, delle buone condizioni di vita all’interno delle carceri e assicurare l’assurdo concetto di “rieducazione” e di quelli che dovrebbero garantire il diritto alla salute ed alla vita. Ma le nostre madri non vengono dalla montagna del sapone, Sconvolte politicamente e ed ancor più emotivamente dall’arresto e da una campagna stampa che ci dipingeva come dei mostri, degli aguzzini, dei razzisti, guerrafondai , dei ladri e come cioè persone prive di qualunque scrupolo, hanno voluto costatare con i loro occhi, che ai loro figli non fosse stato torto un capello. Hanno voluto con la loro presenza dimostrarci la loro vicinanza e solidarietà, per un arresto ingiusto che si era abbattuto su di noi e che stava infamando un intero movimento.

L’aver rinviato a giudizio le mamme e la consigliera Anna Pizzo, è soltanto l’ennesimo tassello di un accanimento giudiziario ed una campagna diffamatoria, come non se ne vedevano da molti anni e che da aprile 2009 ha intessuto la cronaca della ex scuola 8 marzo. Crediamo che questa udienza sia l’antipasto di un boccone ben più ghiotto che vuole mettere a processo non solo i compagni e la compagna ma attraverso loro anche un intero movimento come quello per il diritto all’abitare , che si organizza e lotta. Questo processo vuole mettere alla sbarra la capacità di tanti/e di autodeterminarsi e sottrarsi al ricatto del affitti a nero e dello sfruttamento e riconosce nella lotta e nello strumento della autorganizzazione l’unica possibilità di riscatto politico e sociale.

CSOA Macchia Rossa
Coordinamento Cittadino di Lotta per la Casa

Sullo stupro avvenuto nell’ex-scuola “8marzo” di Magliana

18 febbraio 2010 Lascia un commento

Ritengo necessario pubblicare questo comunicato che da un po’ di ore sta girando su indymedia e nelle liste di “movimento”.
Necessario pubblicarlo, dopo lo spazio che questo blog ha dato a tutta la vicenda giudiziaria contro i compagni/occupanti dell’ex scuola “8 marzo” a Magliana, Roma.
Necessario per portare solidarietà in primis alla donna vittima dell’aggressione e poi a tutt@ i/le compagn@ di Magliana, che hanno avuto il coraggio di queste righe!

Comunicato  sullo stupro avvenuto nella ex-scuola “8 marzo”

Foto di Valentina Perniciaro _Chiaro e tondo!_

Alcuni giorni fa all’interno della scuola occupata “8 marzo” tre uomini occupanti hanno agito violenza contro una donna ospite, anche lei, dell’occupazione. La donna ha denunciato gli stupratori.
Noi ci schieriamo a fianco di questa donna a cui riconosciamo il coraggio della denuncia ed esprimiamo a lei tutta la nostra solidarietà.
Purtroppo la nostra esperienza politica e sociale ci ha insegnato che la sopraffazione degli uomini sulle donne avviene anche in quegli ambienti che dovrebbero essere liberi, come gli spazi di movimento, e che tali violenze  non cesseranno mai di esistere se non vengono costantemente messi in discussione i rapporti di potere tra i generi e contemporaneamente e fermamente condannati gli atteggiamenti e i comportamenti sessisti che troppo spesso  vengono  assunti come “normali” in una società patriarcale e uomo-centrica e passano pertanto in secondo piano.
Abbiamo invece appreso, con rabbia e rammarico, che la donna non ha ricevuto alcun tipo di solidarietà da parte degli altri occupanti. Anzi è stata letteralmente cacciata fuori dalla 8 marzo dopo essere stata picchiata! Inoltre non solo gli occupanti continuano a convivere tranquillamente con gli uomini violenti, ma, a quanto ci viene riferito, iniziano a girare voci che denigrano la donna per il suo stile di vita e per i suoi comportamenti: un copione che da sempre accompagna gli episodi di violenza contro le donne quando queste denunciano pubblicamente la violenza subita.

Donne in piazza, Roma 1976

Tra le persone accusate di violenza c’è Sandro Capuani, un occupante che, pur non avendo mai fatto parte del CSOA Macchia Rossa, è stato coinvolto nel procedimento giudiziario contro alcuni militanti e una militante del centro sociale e della 8 marzo occupata. Esprimiamo la nostra netta condanna nei confronti di tale soggetto a cui, da ora in avanti, neghiamo ogni forma di sostegno politico, legale ed umano. A questo punto ci aspettiamo ogni sorta di strumentalizzazione da parte dei carabinieri della stazione di villa Bonelli e dai cosiddetti giornalisti loro sodali, vista la fervida fantasia di cui hanno saputo dare prova. Questo non toglie nulla alla drammaticità dei fatti.

Nell’ottobre del 2007 c’era stata un’altra grave aggressione ai danni di una occupante della “8 marzo” da parte del suo compagno. Allora, però, il comportamento degli/delle occupanti era stato ben diverso: l’aggressore era stato messo in fuga ed il massimo sostegno era stato fornito alla donna, arrivando anche a testimoniare in tribunale sull’avvenuta aggressione.
Dal 14 settembre 2009, data del ben noto arresto di alcuni compagni e di una compagna, le cose sono cambiate. Hanno tentato di farci credere che in un occupazione dove ci sia un’assemblea che si dà delle regole finalizzate ad una convivenza civile ed al contrasto di comportamenti violenti, in particolare contro le donne, è da considerarsi un crimine. Un crimine da punire con la galera. O almeno questo, secondo il teorema accusatorio costruito da carabinieri e magistratura, è quello che vogliono farci credere.
Nei mesi successivi a quella data la situazione all’interno della “8 marzo” non ha fatto che peggiorare: dietro l’esplicita minaccia della repressione, i meccanismi di autogestione hanno smesso di funzionare, compagni e compagne sono stati progressivamente allontanati/e dall’occupazione, che si è di fatto auto-isolata dal contesto cittadino della lotta per la casa. A parte alcuni che hanno tentato di evitarlo, la maggioranza degli\delle occupanti, sempre dietro la minaccia dei carabinieri, ha di fatto abbandonato la strada dell’autorganizzazione, accettando la convivenza con informatori e spie, tralasciando la lotta e negando nei fatti la solidarietà ai compagni e alla compagna inquisiti.
Per tutti questi motivi, purtroppo, ad oggi i compagni e le compagne del CSOA Macchia Rossa non hanno nulla a che fare con la gestione dell’occupazione “8 marzo” e dichiarano pubblicamente e politicamente la loro estraneità a quello che accade in un’occupazione gestita dai carabinieri e priva delle fondamenta dell’autorganizzazione sociale, della lotta e della solidarietà.

CSOA Macchia Rossa – Magliana

Libertà immediata per Francesca e Simone: comunicato da Magliana

25 novembre 2009 1 commento

Un lungo comunicato arriva dai compagni di Magliana. Un comunicato importante per avere aggiornamenti sui compagni colpiti dagli arresti e ora da una persecuzione che non sembra voler finire. Soprattutto nei confronti di Francesca, l’unica compagna coinvolta in questa storia, alla quale stanno togliendo qualunque diritto al ritorno ad una vita normale, almeno il ritorno nel suo posto di  lavoro.

Libertà immediata per Francesca e Simone! Libertà per chi lotta!!

Giovedi 19 novembre la Magistratura romana ha mostrato ancora una volta il suo vile volto reazionario e intimidatorio: ha negato i permessi lavorativi a Francesca, occupante della 8 Marzo di Magliana.
Dopo 17 giorni passati in tre carceri diversi (Rebibbia, Civitavecchia e Perugia) e dopo quasi due mesi di arresti domiciliari, il GIP Cecilia Demma ritiene di dover negare i permessi lavorativi a Francesca con motivazioni odiose, false e contraddittorie: le viene negato il permesso lavorativo perchè, in base al quadro emerso dall’inchiesta, viene considerata “persona non idonea a lavorare con il pubblico”, in particolare con le “cosidette fasce deboli”.
La GIP, inoltre, motiva il respingimento affermando che si tratta di una “misura concessa in casi particolari”, mentre questa stessa misura è stata invece concessa solo qualche giorno fa ad un altro occupante la cui posizione nell’inchiesta è molto simile a quella di Francesca.
Infine la sentenza afferma che il luogo di lavoro di Francesca è “difficilmente controllabile”, quando in realtà si tratta di una casa famiglia con indirizzo noto alla magistratura e alle forze dell’ordine.
Appare chiaro come i Giudici utilizzino la discrezionalità delle misure cautelari con intenti punitivi, come arma rispondente a precise indicazioni politiche.

Insieme a questa negazione della libertà per Francesca la Gip Demma e la Pm Lionetti continuano a negare la riduzione delle misure cautelari anche per Simone che dal 14 settembre scorso si trova agli arresti domiciliari con il divieto di vedere persone che non siano i suoi familiari diretti e con l’impossibilità perfino di poter usare telefono e internet. A queste pesanti restrinzioni solo ultimamente è stata fatta una deroga: la possibilità di uscire due ore solo ed esclusivamente per mansioni di supporto alla anziana nonna con cui Simone vive, senza poter parlare con nessuno.

A causa di queste restrinzioni alla libertà personale Simone ha perso il lavoro precario che aveva.

1987: consultori a Magliana

È ora di dire le cose come stanno:
Francesca è una operatrice sociale di una cooperativa che da anni si impegna per migliorare le pessime condizioni di vita di chi è recluso/a e di cui le recenti cronache ci hanno dato una triste conferma. Simone è un lavoratore precario costretto a cambiare lavoro ogni mese e ad affrontare lunghi periodi di disoccupazione.
Francesca e Simone sono occupanti della “8 marzo”, una ex scuola di proprietà comunale, abbandonata per oltre 20 anni al peggiore degrado.
Francesca e Simone, insieme ad altre decine di persone senza casa, hanno occupato quella scuola, l’hanno ristrutturata con i soldi del proprio stipendio e con le iniziative sociali di sottoscrizione popolare fatte alla luce del sole. Francesca e Simone hanno poi aperto al quartiere quella Casa Occupata, trasformandola anche in uno spazio di organizzazione contro l’emergenza abitativa nel territorio, contro il razzismo, con degli spazi sociali come la palestra popolare e il laboratorio teatrale. Francesca e Simone sono anche militanti del Centro sociale “Macchia Rossa” che da anni si batte nel quartiere contro gli sfratti e gli sgomberi, che ha organizzato una ciclofficina popolare e mille altre attività assenti in un quartiere abbandonato dalle istituzioni come è la Magliana.
Francesca è una militante del movimento femminista che si è battuta con forza, insieme ad altre donne del quartiere, contro la chiusura del Consultorio della Magliana, e che conduce ogni giorno battaglie politiche culturali insieme alle donne del quartiere e della città contro il sessismo e il maschilismo imperanti.
Francesca è una compagna che agisce con un approccio di genere partendo dal presupposto che la realtà è radicalmente sessuata e che donne e uomini la sperimentano in maniera diversa. Per questo il suo percorso politico dentro la 8 marzo e a Magliana è stato anche una continua e quotidiana lotta contro i rapporti di potere che sono alla radice delle disuguaglianze sociali fra i generi. Smascherando le forme più o meno latenti del machismo diffuso, Francesca ha così sempre lottato contro gli stereotipi vecchi e nuovi che esprimono e legittimano il patriarcato.
Per contrappasso, il ritratto di Francesca tratteggiato dalle croniste del quotidiano Il Tempo sembra ricalcare i più frusti luoghi comuni della fiction televisiva e letteraria più becera, divenendo l’emblema della criminalità femminile: dietro l’apparente dolcezza, quest’efferata criminale capeggerebbe difatti con ferrea determinazione e lucido calcolo una banda di malfattori soggiogati. Attraverso di lei, vengono così stigmatizzati i percorsi individuali e collettivi di protagonismo politico di quelle donne che non intendono assumere il ruolo dell’abnegazione silente e della dedizione caritatevole, destinato alla soggettività femminile nella sfera dell’impegno sociale.

Le decisioni maturate in sede giudiziaria lasciano pensare che la dottoressa Demma e la dottoressa Lionelli, come le giornaliste del quotidiano romano, siano fruitrici di questa letteratura passatista di cui evidentemente sposano i valori. Difatti come spiegare altrimenti la decisione di escludere solo lei da ogni permesso? Perché, a differenza degli altri imputati, non sono state allentate le restrizioni alla libertà di Francesca?
Le accuse vergognose di associazione a delinquere e di estorsione che sono state rivolte contro di loro sono assolutamente false e servono solo a screditare la figura di militanti che da anni sono impegnati nelle lotte sociali in questa sempre più fascista città. Vogliono farli passare per estorsori, criminali comuni, per poterli confinare così in un angolo, togliendogli la dignità politica e sociale delle lotte che portano avanti nel massimo riconoscimento del contesto sociale in cui vivono.
Forse è questa la nuova strategia delle istituzioni: visto che non riescono a reprimere le lotte sociali e a fermare i/le compagni/e li criminalizzano, per farli apparire agli occhi dell’opinione pubblica come pericolosi criminali comuni e non più come soggetti politici pensanti impegnati ad aprire spazi di libertà.
Ora dietro a questa decisione della GIP c’è un ampio fronte di nemici delle libertà sociali: In primis il Sindaco Gianni Alemanno con i suo committenti, i vari Caltagirone, Bonifaci, Mezzaroma.

1977: manifestazione per il diritto alla casa

Poi i rappresentanti più ferocemente reazionari del suo schieramento come Fabrizio Santori, consigliere del Pdl e presidente della commissione sicurezza del comune di Roma e gli esponenti delle varie correnti comunali e municipali come Marco Palma, Federico Rocca, Augusto Santori, Piergiorgio Benvenuti, in guerra fra loro ma sempre uniti nel condurre una vergognosa battaglia per chiedere lo sgombero delle occupazioni e degli spazi occupati del territorio. Tutti costoro, forti dell’appoggio governativo, trovano importanti alleati in personaggi potenti che rimangono sullo sfondo come il Generale dell’Arma dei carabinieri Vittorio Tomasone che ha condotto gli arresti del 14 settembre e che oggi compare nella gestione dell’affare Marrazzo costato già la vita ad un paio di persone. Nel quotidiano l’inchiesta viene condotta da quasi un anno dal Maresciallo dei carabinieri della caserma di Magliana Pietro Bernando che da due anni minaccia, insulta, perseguita spesso anche con mezzi non leciti gli/le occupanti della 8 Marzo insieme alla P.M. Santina Lionetti che pur di compiacere i militari dà credito ad un’inchiesta vergognosa e totalmente falsa contro Francesca, Gabriele, Simone, Sandrone, Sandro e Michele, tratti in arresto lo scorso 14 settembre.
Un fronte ampio e ben organizzato che va dalle forze dell’ordine alla magistratura, dai giornalisti ai consiglieri del Pdl fino ai palazzianari che uniti hanno cercato di schiacciare nel fango uno spazio di lotta e di libertà come la 8 marzo e che hanno sgomberato l’Horus, il Regina Elena, che criminalizzano gli studenti che occupano le scuole e l’università, che scatenano campagne razziste contro rom e lavavetri, che stanno ridisegnando una città razzista, violenta, sessista, omofobica e asservita al volere degli speculatori di sempre.
La storia del tentato sgombero della 8 Marzo e dell’arresto di 6 compagni cade non a caso in un momento in cui, per chi in Italia pratica percorsi organizzativi delle lotte sociali, il clima è divenuto pesante. Ne sono un esempio i processi sugli eventi del G8 di Genova del 2001 che hanno visto pesanti condanne ai danni di 11 manifestanti e assoluzioni totali o quasi per le forze dell’ordine che hanno attuato una repressione feroce che ha prodotto migliaia di feriti e la morte di Carlo Giuliani. Oppure come i numerosi casi che vedono compagni e compagne arrestati/e o colpiti/e da provvedimenti amministrativi fascisti della Questura, come il famigerato articolo 1, secondo il quale si può essere considerati sorvegliati speciali e dunque essere costretti a limitazioni assurde come l’obbligo di dimora nella stessa casa dalle 21 alle 7 o l’impossibilità di accompagnarsi con più di tre persone contemporaneamente.
Infine, come non citare il gravissimo episodio di violenza padronale consumato all’Agile –ex Eutelia- azienda, condotta al fallimento, dove quasi 2000 lavoratrici/ori dopo essere stati messi in mobilità sono stati anche aggrediti da una squadraccia prezzolata guidata dall’ex amministratore Landi durante un presidio nel loro posto di lavoro. Avvenimenti molto diversi tra loro ma che hanno in comune la repressione di forme di lotta sociale.

La crisi economica, al di la delle dichiarazioni dell’establishment, sta producendo un numero enorme di licenziamenti e cassaintegrati il che, unito ai continui tagli ai servizi (scuola, università, sanità), sta creando un impoverimento di vasti settori della popolazione italiana. In questa situazione sono già emerse, durante l’estate e l’autunno forme di resistenza e conflittualità sociale. Ovviamente questo di per sé non compromette la pace sociale necessaria a far uscire i padroni indenni dalla crisi, ma ha una potenzialità che in qualche modo disturba e preoccupa. In questo senso ci spieghiamo anche diversi provvedimenti legislativi assunti dal centrodestra in questi ultimi tempi: dalle limitazioni al diritto di sciopero, al tentativo di limitare le manifestazioni a Roma, fino al pacchetto sicurezza.
In questa situazione il movimento di lotta per la casa, a Roma, pur nei limiti e nelle difficoltà, riesce ancora a prendere l’iniziativa. Questo fa sì che un etereo spettro di organizzazioni delle lotte sociali si aggiri per l’urbe e questo è sufficiente alla giunta Alemanno affinché gli dichiari guerra. Dichiarazione avvenuta il primo settembre con lo sgombero dell’ex Regina Elena, seguito poi dallo sgombero di Via Salaria e dal tentato sgombero della 8 Marzo durante il quale sono stati tratti in arresto Francesca, Giobbo, Simone, Sandro e Sandrone.

I tetti della 8 marzo, il giorno degli arresti

Certo è una guerra condotta facendo due passi avanti e uno indietro ma indubbiamente non amano pensare che Roma sia una delle ultime città d’Europa dove ancora vengono occupati stabili abbandonati. Di per sé questo non è sufficiente a muovere una guerra nel nome della legalità; evidentemente la spinta propulsiva a questa offensiva la fornisce chi ha degli interessi concreti, materiali ed immediati legati agli stabili occupati e alle zone circostanti. Nel caso dell’ex Regina Elena ciò è evidente dalle dichiarazioni del Rettore e dallo stato avanzato dei progetti (nonostante lo stop della sovrintendenza ai beni culturali). Nel caso dell’ex scuola 8 marzo queste motivazioni sembrano, se non meno chiare, almeno meno urgenti. Quello che è noto è che da poco è stato rinominato lo staff dirigenziale dell’ex Sviluppo Italia che ha sempre avuto interessi speculativi sull’immobile di via dell’Impruneta 51. Tra i nuovi dirigenti risulta esserci nientemeno che Caltagirone. Il loro progetto, ancora in una fase iniziale, è di demolire lo stabile e di costruire al suo posto un enorme parcheggio giustificato dal nuovo collegamento, in via di discussione, di una funivia che colleghi le due sponde del Tevere. Questo progetto uscito fuori dal cilindro di Veltroni già più di due anni fa (e allora aspramente criticato da Alemanno e dalla destra) ha riscosso e riscuote tuttora i consensi del P.D. ed ora sembra essere rilanciato in sordina dal centrodestra romano. Del resto la torta è abbastanza grande da poter garantire una fetta a tutti. Sembra chiaro che in un periodo di crisi in cui il mercato immobiliare subisce una (leggera) flessione, i signori del mattone devono cercare altri investimenti per far tornare i conti dei loro profitti e quale occasione migliore se non quella di una speculazione su un bene pubblico come una ex scuola del Comune? O come quella sulla ex Fiera di Roma? O come il nuovo stadio della A.S. Roma con annessi palazzi residenziali e centro commerciale da costruire su terreni a destinazione agricola ancora una volta in deroga al già vergognoso Piano Regolatore? E’ chiaro che quelle forze politiche che sono al governo della città e quelle che sperano di tornarci fanno a gara per cercare il consenso dei palazzinari, veri padroni di Roma. Questi sono, a nostro avviso, alcuni degli elementi che concorrono a far luce sul perché alcuni compagni e una compagna accusati di niente vengono privati della loro libertà per mesi.

Non facciamoci intimidire dalla repressione, non restiamo in silenzio: estendiamo le lotte sociali contro la crisi!
Libertà per Francesca, Simone e gli altri occupanti della ex scuola 8 Marzo!

Comitato d’ Occupazione Magliana
Centro Sociale Macchia Rossa
Ciclofficina Macchia Rossa

Continua la persecuzione nei confronti dei compagni della 8 marzo

17 novembre 2009 Lascia un commento

Francesca è stata arrestata il 14 settembre, insieme ad altri quattro giovani, nel blitz dei carabinieri contro l’occupazione dell’ex scuola 8 marzo e, dopo due mesi di misure cautelari nei suoi confronti, temiamo oggi che facciano difficoltà a darle il permesso di andare a lavorare. Lei, incensurata, ha scontato 17 giorni di carcere preventivo durante i quali è stata trasferita due volte, da Rebibbia a Civitavecchia e da Civitavechia a Perugia, senza contare i trasferimenti in tribunale per il riesame, sempre in gabbiotto chiuso posto dentro il cellulare. Dal 30 ottobre è agli arresti domiciliari con un unico permesso di andare a trovare il nonno novantenne, nello stesso condominio, col divieto assoluto di incontrare chiunque, anche la badante.

Ma di chi stiamo parlando, di una nuova Sig.ra “Gabetti” che a Milano “vendeva” gli alloggi popolari o di quale orrenda megera che potrebbe inquinare le indagini o perpetrare i crimini? E quali sono i crimini?
Francesca è laureata in sociologia e lavora con le cooperative per le carceri. Fa parte del Centro Sociale “Macchia Rossa” che nel quartiere si batte da decenni contro gli sfratti ed in sostegno dei senza tetto. Nel giugno 2007, 40 famiglie hanno occupato uno stabile abbandonato da più di 20 anni, l’ex scuola 8 marzo, lo hanno reso abitabile rifacendo gli impianti e mettendo in sicurezza persino il tetto, hanno aperto il giardino e gli spazi al piano terra al quartiere.
Quando c’è stato un grave episodio di violenza ad ottobre 2007 e Iwona – una senzatetto ospite nell’ ex scuola occupata – è stata accoltellata dal suo convivente, Francesca ha passato giorni e notti al suo capezzale all’ospedale Forlanini. Sempre disponibile per qualsiasi tipo di necessità, non si sottraeva neanche al lavoro manuale, persino quando si trattava di aggiustare il tetto. Mi sono chiesta più volte perché una brillante giovane donna dedicasse gran parte della sua vita a quella piccola comunità.
Poi “l’inchiesta- teorema” dei carabinieri e le denuncie di alcuni stranieri allontanati dall’occupazione perché violenti, raccolte sempre dallo stesso maresciallo e perfettamente sovrapponibili l’una all’altra e contemporaneamente una campagna di stampa diffamatoria dei quotidiani Il Tempo ed il Messaggero (proprietà dei noti costruttori Bonifaci e Caltagirone), fino alla violenta irruzione di decine, se non centinaia di carabinieri per arrestare i cinque e perquisire lo stabile.
Gran parte delle accuse sono subito cadute come l’associazione a delinquere, le bottiglie incendiarie (armi da guerra) non sono state trovate, il furto di rame dichiarato inesistente dalle perizie. Dell’impianto accusatorio rimane la presunta estorsione di 15 euro a persona al mese che l’assemblea degli occupanti gestisce per le spese comuni, le cui ricevute sono state presentate al GIP. Rimangono poi accuse di violenze senza un riscontro, un referto medico o del pronto soccorso, se non la denuncia di immigrati irregolari e senza tetto, strumentalizzati e ricattabili.
Nonostante il castello accusatorio si vada sgretolando perchè privo di ogni ragionevole fondamento, continua la persecuzione giudiziaria contro di loro cui non è estraneo il sindaco e la sua amministrazione. Tra le accuse dei carabinieri, infatti, anche l’aver contrastato la propaganda elettorale di Alemanno. Il risultato è che tre degli arrestati sono ancora privati della loro libertà.
Per fortuna a Gabriele, il compagno di Francesca, ricercatore di fisica, è stato almeno concesso di andare a lavorare, mentre Francesca non ha ancora ricevuto risposta alla sua istanza. Il terzo è Simone, il più giovane del gruppo, anche lui molto penalizzato, ha perso il lavoro e continua ad subire la forma più restrittiva di misura cautelare ai domiciliari, non potendo neanche ricevere visite o telefonate. Insieme a Francesca ci sembrano le vittime designate e chiediamo a tutti e in particolare alle donne di esprimere solidarietà e di far crescere la mobilitazione perché sia loro restituita la libertà.

di Patrizia Bonelli

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