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Migranti in rivolta nei CIE di tutta Italia: buona libertà a chi è riuscito a fuggire

24 luglio 2013 Lascia un commento

Una detenzione non giustificabile, quella dei migranti all’interno dei Centri di Identificazione ed Espulsione:
corpi prigionieri senza aver commesso reato alcuno.
Corpi privati della libertà perché hanno osato muoversi, scavalcare frontiere, varcare mari spesso letali.
Nessun reato gli è contestato se non quello di esistere in quanto fantasmi del pianeta, considerati dalla legislazione internazionale meno di un numero di matricola, privi anche di quei diritti minimi che hanno conquistato a fatica i detenuti reclusi nelle normali carceri italiane.
Nessun reato: ma un presente e un futuro non breve in un lager, che altro modo di definire i CIE non esiste.

Dannati della terra che si ribellano, dannati della terra che spesso son stati qui decenni, che hanno messo al mondo figli nati qui, che hanno lavorato, sono stati sfruttati dal primo all’ultimo giorno in posti di lavoro che non sembrano aver fretta di adeguarsi alla “legalità” di cui tanto si riempiono la bocca.
Nelle ultime ore è stata una rivolta dietro l’altra: il desiderio di riconquistare una libertà smarrita senza nemmeno capirne il motivo permette focolai di rivolta continui.
Torino, Trapani, Caltanissetta, Modena: il grido di libertà alza la testa.
A Trapani sono 4 i reclusi che son riusciti a darsi alla macchia, riabbracciando la libertà,
con la gioia di chi la strappa a morsi, senza nulla da perdere e con tutto da conquistare.

Che la vostra fuga non abbia fine.
CHIUDERE I C.I.E.
ORA!

[per altro materiale sui CIE: qui]

Uh Maro’, che risate!

22 marzo 2013 3 commenti

Praticamente prelevati con la forza, che poverini non se l’aspettavano.
“Le famiglie passano dall’euforia allo sconcerto”, uh poverini: la latitanza autorizzata direttamente dal Ministro Terzi per i due Marò, unici accusati dell’omicidio di due pescatori indiani, è terminata.
Sono in volo verso l’India, per rientrare in una prigionia che probabilmente non sarà comoda, protetta e ricca di permessi premio come era stata fino alla loro fuga,
su tappeto rosso ministeriale.
una figura di merda colossale, quasi da scompisciarsi dalle risate:
“Hanno ricevuto garanzie dal governo indiano”, come se prima non ce ne fossero state, visti i due permessi premio in Italia (uno per festeggiare il Natale in famiglia (!!) e l’altro per votare),
come se avessero passato il loro periodo di detenzione come dei cittadini indiani,
come se non ci fossero già state tutte le garanzie possibile, quelle che sull’attenti scattano immediatamente quando alla sbarra degli imputati siedono, o rischiano di sedersi, degli uomini in divisa,
anfibi e fucile.

L’ambasciatore italiano in India, colui che di suo pugno aveva firmato la promessa di rientro dopo la licenza premio per permettere il voto (ma non potevano vota’ come tutti gli italiani all’estero????) e che quindi ora si trovava privo della sua immunità e del suo passaporto, è tornato libero.
Loro in volo, verso cella e tribunale.

Terzi non si dimette eh, sia mai:
d’altronde non l’ha votato mai nessuno, è stato messo lì in quanto “tecnico” bravo bravo esperto esperto,
ha fatto una delle più colossali figure di merda della storia della diplomazia internazionale,
ma no, non si dimette. Che siete matti?!
Anzi, nel leggere le sue dichiarazioni sembra sia stato proprio un genio della diplomazia, un gioco delle tre carte che avrebbe permesso di strappare condizioni ottime, ampie assicurazioni. *
I giornali nel frattempo ci raccontano che ci son volute più di 5 ore a convincere i du’ soldatini a salire a bordo,
eh sì, il “torni a bordo, cazzo” continua a esser presente sulle nostre cronache.
Tanto inchiostro ci racconta il dolore e lo strazio di mogli e figli,
senza vergogna alcuna. Furente (!!!) il sindaco di Bari, tengono a dirci

Hanno moglie e figli, mariti e figlie, anche i quasi 70.000 detenuti nelle carceri italiane (senza diritto di voto in buona parte),
quelli per cui nessuno chiede “garanzie”, ammassati disumanamente e di cui una percentuale vomitevole in attesa di giudizio,
o in carcere per qualche furto, o smercio di sostanze stupefacenti.
Chi può provare ad accedere alle misure alternative, alle licenze premio, sono pochi, pochissimi,
un numero praticamente insignificante.
Insomma, non 70.000 persone che hanno scaricato l’intero caricatore dei loro supermegafantastici fucili,
contro due lavoratori in mezzo al mare.

Abbiate almeno il coraggio di vergognarvi un po’.

* ORE 12.30: LEGGO CHE “I militari risiederanno nell’ambasciata italiana a New Delhi. “‘
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Hai capito questi, quando parlano di garanzie tocca fidarsi. Niente sbarre, niente cemento,
avranno anche le famiglie accanto quando lo desiderano.
Un paese proprio libertario st’India: mortaccidetutti

Abbattiamo le carceri, a partire da quelle per minori! 14 aprile TUTT@ A CASAL DEL MARMO

18 marzo 2013 3 commenti

Un’iniziativa importantissima, bella, che mi rende felice.
Perché anche chi si occupa di carcere, chi si adopera per organizzare iniziative fuori le maledette mura che privano della libertà donne e uomini, spesso ci si dimentica delle carceri minorili,
come degli altri centri di privazione di libertà che possono essere i CIE, gli ospedali psichiatrici giudiziari e certi tipi di “case di cura”.
Istituzioni totali, già: quelle che ci abituano a pensare “sempre esistite”, quando non è così,
quelle che nell’immaginario che ci costruiscono davanti e dentro dalla nascita sembrano immutabili ed eterne,  ma che in realtà hanno una storia breve, che possiamo collegare alla proprietà privata dei mezzi di produzione, e alla successiva necessità di mostrificare, denigrare e quindi internare alcune figure sociali davanti ad un cambiamento della struttura economica della società.

Ora viviamo nella società della “sicurezza”, del panpenalismo che tutto fagocita, soprattutto la capacità di molti di comprendere i meccanismi dell’abolizionismo, quelli capaci di minare il dispositivo dell’internamento, del controllo, quindi del concetto di “sicurezza” e “rieducazione”.
Penso sempre all’isolotto di Santo Stefano, primo vero carcere d’Italia costruito dai Borboni nel lontano 1796 e in funzione fino al vicinissimo 1965. Ci penso perchè scesi alla Marinella, da barchini traballanti, appena iniziata la salita verso l’ergastulum, i detenuti si trovavano davanti questa scritta scolpita su roccia:
“Fintanto che la santa giustizia tiene tanti mostri di scelleratezza in catene sta salda la tua proprietà, rimane protetta la tua casa”
… erano avanti, il mito della sicurezza, effimero carceriere del presente, si faceva largo, tra i rumori di catene e cancelli e il canto dei gabbiani che osservavano liberi.

CIE: banane ed evasioni …

11 dicembre 2012 2 commenti

La mattina dopo stiracchiamenti vari,  cappuccino,  e  necessari passaggi igienico-sanitari consiglio a tutte e tutti coloro che mi leggono,
di aprire il sito Macerie,
occhio attento e vigile sull’universo dei lager della nostra splendida, democraticissima, civile società: i Centri di Identificazione ed Espulsione.
Un occhio vigile sopratutto su chi riesce a fuggire, evadere, riappropriarsi della propria libertà…
per quello ve lo consiglio,
perché non c’è cosa più bella di “una bella” , quindi diffondiamone la voce, quando accade…

O quando ci si prova…
W le lime, W la libertà,
W i complici di ogni evasione.
Il post che leggerete qui sotto è tratto da QUI

Un bel cesto di Banane. Banane di Porta Palazzo, s’intende, banane ripiene di lime. Non un lime nel senso di frutto tropicale, ma proprio cinque seghetti da ferro, di quelli buoni per segare le sbarre. Le banane in questione erano in un pacco che un anarchico di Torino ha portato mercoledì pomeriggio all’ingresso del Cie di corso Brunelleschi, ma purtroppo le lime sono state beccate.

«Che faccia tosta! – esclama la guardia dopo la scoperta – immaginare che a consegnare nelle mani di un prigioniero gli strumenti per riguadagnarsi la libertà fosse proprio un ignaro poliziotto.» «Questo ha letto troppi fumetti!» ridacchiano in questura e nelle redazioni dei giornali. «Che ingenuo! – sentenzia il saggio – non sa che esistono i metal detector?» «E che stolto! – gli fa eco il prudente – non poteva farle portare da qualcuno meno in vista che passasse inosservato?»

Se a poliziotti e giornalisti è buona usanza non rispondere, a tutti gli altri vale forse la pena di dir qualcosa. Ai saggi, basta ricordare tutte le volte che nel recente passato i prigionieri del Cie di Torino (e non solo) le sbarre le han segate per davvero, e che quindi dei seghetti in qualche modo saranno pur entrati, anche se chi sia riuscito a gabbare i controlli, e in che modo, non è dato sapere. Ai prudenti, diciamo semplicemente che non si può aspettare che un altro faccia quel che va fatto, che non si può delegare agli altri quel che la coscienza detta di fare.

Forse le banane non sono il posto migliore per imboscarle, ma l’unica domanda da porsi riguardo alle lime da ferro, dunque, non è tanto se sia possibile farle entrare o chi possa farlo, ma per l’appunto il come riuscirci. Per scoprirlo, occorrerà semplicemente provarci e riprovarci ancora, e sempre, o fino a quando non ci saranno più sbarre da segare.

Un anno e mezzo di lime (senza banane)

Nell’aprile 2011 una ventina di reclusi tentano di evadere dal Cie di Bologna. Si sono aperti un varco tagliando una sbarra di ferro e poi hanno scavalcato la seconda recinzione: in quindici guadagnano la libertà, altri vengono fermati dalla polizia. Soltanto il giorno dopo, durante una perqusizione, verranno ritrovati alcuni seghetti artigianali usati per l’evasione.

Nel settembre 2011, in due differenti evasioni, più di trenta reclusi scappano dal Cie di Torino. Il 9 settembre ce la fanno in dodici: lavorando con dei seghetti da ferro per più di un mese, i reclusi dell’area viola si erano preparti un varco nella rete e si erano costruiti pezzi di metallo affilati per tenere lontane le guardie durante la fuga. Durante le perquisizioni effettuate nei giorni successivi, la polizia non troverà traccia dei seghetti, rimasti forse ben nascosti in qualche angolo segreto del Centro. Non passano neanche due settimane e il 22 settembre scoppia una sommossa nel Centro. Le serrature delle gabbie, danneggiate di nascosto nei giorni precedenti, vengono scardinate e si aprono nuovi varchi nelle reti. La polizia riesce a fermare e arrestare dieci fuggitivi, ma in ventidue riescondo ad evadere.

Nel dicembre 2011, sempre dal Cie di Torino, evadono ventisei reclusi. La notte di Natale, approfittando della carenza di personale e del mancato intervento del fabbro per riparare i danni alle gabbie, i reclusi di tutte le sezioni maschili inziano una sommossa. Quasi contemporaneamente escono dalle gabbie, attraverso varchi aperti nelle reti o forzando le porte. Molti vengono fermati, ma in ventuno riescono ad evadere. Nei giorni successivi la Polizia alza il livello di guardia e in una delle tante perquisizioni viene ritrovato un seghetto. I reclusi non si perdono d’animo e la notte di Capodanno ci riprovano. Nonostante la Questura avesse riempito il centro di carabinieri in antisommossa, i ragazzi dell’area blu escono dopo aver forzato la porta, si scontrano con le guardie, e iniziano a scavalcare il muro di cinta. Le volanti che controllavano il perimetro esterno del Centro riescono a catturare un solo evaso, altri cinque invece sono liberi.

Nel maggio 2012 è il turno dei reclusi del Cie di Modena. Il 12 la Questura ordina una perquisizione a sorpresa nel blocco 6 e scoppia una sommossa. Poliziotti e militari vengono aggrediti da una sessantina di reclusi armati di sbarre di ferro e sono costretti a rimandare la perquisizione. Aluni giorni dopo gli agenti riescono a fare irruzione nel blocco e trovano dieci metri di lenzuola di carta annodate e quattro seghetti nascosti in un bocchettone dell’impianto di aerazione. La Polizia, forse convinta di aver sventato il piano dell’evasione, abbassa la guardia e canta vittoria sui giornali. Evidentemente i seghetti avevano già fatto il loro lavoro, e infatti un paio di giorni dopo una dozzina di reclusi riesce ad evadere dal Centro.

macerie @ Dicembre 9, 2012

Le carceri scoppiano: andiamo ad urlarlo al Ministero

28 luglio 2012 9 commenti

Sono oltre 67.000 le persone rinchiuse nelle carceri del nostro Paese in strutture che ne potrebbero contenere al massimo 42.000.
Il maggior sovraffollamento degli ultimi 60 anni. Un record.
Le condizioni di detenzione sono inaccettabili: mancanza di acqua e di igiene, di spazi per attività sportive o semplicemente per muoversi, docce insufficienti, vitto immangiabile, assistenza sanitaria nulla ecc.
Amnesty International le definisce “trattamenti inumani e degradanti” e “tortura”.

Per questi “trattamenti” lo Stato italiano è stato condannato più volte dalla Corte europea di Strasburgo.
Nel 2008 il Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu ha sottoposto il nostro Paese alla Universal Periodical Review, una procedura di revisione periodica riguardante i diritti umani.
Sull’Italia sono state emanate ben 92 raccomandazioni. Eppure si continua a torturare: alla Diaz, come a Bolzaneto e in piazza a Genova nel luglio 2001.
Non si tratta di episodi isolati e straordinari: ma di pratiche ordinarie dello Stato, delle classi dirigenti e delle istituzioni.

Qual è il motivo di questa “grande carcerazione” cosi come definita dagli esperti? In questi ultimi decenni i reati gravi contro le persone sono in diminuzione, e allora?
La risposta è che in un momento in cui l’Europa sta vivendo una delle più grosse crisi economiche, il sistema capitalistico risponde con la repressione e la carcerazione coatta per soffocare la nascita del conflitto sociale dove ogni violazione dell’ordine pubblico deve essere sanzionata. In sostanza il peso di questa crisi è scaricato sulle spalle, già massacrate, dei più poveri, di chi lavora in modo precario, di chi non trova lavoro, di chi con il magro salario non arriva alla terza settimana del mese.
Le carceri italiane non sono piene di potenti corrotti o inquisiti eccellenti, ma di autori di piccole trasgressioni: oltre 25.000 sono condannati a pene inferiori ai 3 anni (e per le leggi italiane dovrebbero trascorrere la sanzione in “misura alternativa” non in carcere).
Negli ultimi decenni sono state create leggi liberticide come la Bossi-Fini, la Fini-Giovanardi, la ex Cirielli sulla recidiva,
che sostenute dalle campagne forcaiole della stampa nostrana hanno alimentato un clima che rende sempre più difficile l’accesso alle misure alternative.
E’ con questa stessa repressione che per una manifestazione si rischiano fino a 15 anni di carcere;
ogni mobilitazione, ogni lotta subisce l’aggressione delle forze dell’ordine e la condanna della magistratura giunge puntuale con pene altissime.
In questo paese la cosiddetta “legalità” considera più grave una manifestazione collettiva per un bisogno negato (lavoro,
casa, sanità, ecc.), piuttosto che l’azione criminale di chi devasta l’ambiente, saccheggia le nostre vite e riduce alla fame e/o uccide.

Le detenute e i detenuti si ribellano, a questo massacro non ci stanno!

Sono decine e decine le carceri in lotta.
Dal sud al nord Italia la protesta si espande: scioperi della fame o del vitto, battiture delle sbarre e sciopero delle lavorazioni.
I detenuti e le detenute chiedono Amnistia, Indulto, accesso rapido alle misure alternative, di uscire dal carcere, di mettere fine a quel sovraffollamento spaventoso che rende, la già dura condizione di chi è privato della libertà, del tutto inaccettabile e invivibile.

Siamo al fianco di chi lotta in carcere e vogliamo fare nostri gli obiettivi di lotta della popolazione detenuta
Sosteniamo e diffondiamo in tutta la città la loro lotta!

Per questo invitiamo tutte e tutti a partecipare a un presidio
Giovedì 2 agosto davanti al Ministero di Giustizia in via Arenula a partire dalle ore 17.00.

LIBERE TUTTE LIBERI TUTTI

compagne e compagni contro il carcere

Nei CIE ci si rivolta: la libertà chiama!

28 maggio 2012 Lascia un commento

Son riusciti ad attraversare il cimitero liquido che è ormai il nostro Mar Mediterraneo,
son riusciti da mille martoriati punti di questa terra ad arrivare in quest’illusione europea di una vita diversa,
o comunque di una fonte di reddito che potesse magari sfamarla tutta, la casa da dove si è partiti.

Foto di “Medici per i Diritti Umani”

Sanno bene quindi, i giovani migranti che arrivano a colorare questo paese delle loro storie, cosa sia la libertà,
e quanto sia costosa, faticosa, pericolosa, spesso irraggiungibile.
I meccanismi infernali dei CIE, i centri di identificazione ed espulsione per i migranti irregolari che si azzardano a calpestare suolo italico, li abbiamo raccontati tante volte; lo scempio di finire tra delle maledette recinzioni solo per aver osato tentare,
solo per aver camminato senza un documento in un’Europa che difende i suoi confini come oro (forse perché gli è rimasto solo quello) è una delle pagine più vergognose di questa sventolante bandiera blu dalle tante stelline.

Pensavo l’altro giorno a come sarà bello spiegar la geografia a mio figlio, spiegargli i fiumi e i monti, i mari e i laghi come confini naturali tra popoli e lingue, usanze e sapori… poi? Come gliela spiego la terra dov’è nato?
Poi bho, sapessi disegnare farei una prigione, tutta circondata da filo spinato, muri, telecamere, barriere, soldati, radar …
Altro che il ponte levatoio, i coccodrilli, gli arcieri sulle torri, è tutto un po’ meno romantico, tutto surreale e di una violenza incalcolabile.
Deliro, lo so…ma la lucidità in queste settimane vola via appena accenno anche solo da lontano a qualcosa che abbia a che fare con la privazione di libertà.

Il sito Macerie ci racconta la sommossa e la fuga dal Cie di Modena, ci racconta come bastoni alla mano alcune decine di persone hanno provato a riprendere la via della propria fuga, pochi giorni fa.
Solo da poco si viene a sapere che più o meno nelle stesse ore, nel CIE di Ponte Galeria c’è stata una rivolta di grossa portata, tanto che il “povero” Maurizio Improta (capo dell’ufficio immigrazione della questura di roma) s’è dovuto svegliare alle 4 del mattino per andare a trattare e cercar di far tornare la calma. Tutto questo dopo un tentativo di evasione che, ci raccontano, è partito spranghe alla mano, e con l’uso di 27 lacrimogeni da parte della polizia di Stato, che per ore ha ricacciato nelle gabbie tutti coloro che tentavano di scappare.
Al contrario di Modena, nessuno è riuscito a fuggire e non si contano nemmeno feriti.

Lascia un po’ sconcertati la dichiarazione consigliere comunale del Pd Maurizio Dori dopo la rivolta nel lager per migranti di Modena: “E’ un episodio gravissimo, la vita di chi è deputato al controllo del Cie è stata messa a rischio. Questi uomini, tra l’altro, eseguono i loro compiti senza essere armati.
Questo brav’uomo vorrebbe le pistole nei reparti dei CIE e delle prigioni addosso a polizia e secondini?
Io inviterei il signor Maurizio Dori a una settimanella di camera di sicurezza, un soggiorno brevissimo in 41 bis…
poi, dopo, ne riparliamo eh!?!

NOCIE
NOJAIL
TUTT@LIBER@ 

Le voci degli evasi: belle!

13 gennaio 2012 2 commenti

Questa mattina su RADIO BLACKOUT 105.250FM, durante la trasmissione _Macerie (su Macerie)_ in onda tutti i giovedì dalle 10.30 alle 12.30, sono state mandate in onda due interviste a tre evasi dal Cie di Torino a Natale, e ad un altro evaso a Capodanno.

A passo di danza, al di là del muro!

Registrate in momenti e luoghi _top-secret_, queste testimonianze raccontano la rabbia e i conflitti quotidiani che si sviluppano ogni giorno dentro al Cie (come prende un caffè un poliziotto?), aneddoti divertenti accaduti durante le evasioni (garitte spostate, militari innaffiati, dentifrici rubati),  _alcuni_ aspetti organizzativi (come si discute tra reclusi? ci sono capi? come si fa con i confidenti della polizia?), le differenze tra l’evasione di Natale e quella di Capodanno, e altro ancora.

Per una volta, lasciamo da parte miseria, sofferenza, disperazione. Per una volta, gustiamoci la rivincita e assaporiamo la libertà, riconquistata con intelligenza, coraggio e altruismo. Buon ascolto, davvero.

1) Corrispondenza con uno degli evasi a Natale: ASCOLTA
2) Corrispondenza con un altro evaso a Natale : ASCOLTA
3) Corrispondenza con uno degli evasi di Capodanno: ASCOLTA

Il più bel regalo di Natale: fuga di massa dal CIE

27 dicembre 2011 2 commenti

DAL SITO MACERIE

È la notte di Natale, e dentro al Centro si riaccende la battaglia che era rimasta sopita da qualche settimana.
Intorno all’una di notte, probabilmente in seguito ad un tentativo di fuga, la polizia ha attaccato i reclusi dell’area rossa con gli idranti e ne ha picchiati duramente almeno tre. Non sappiamo al momento quale sia la situazione nelle altre aree. A presto dettagli e aggiornamenti.

Aggiornamento 25 dicembre. Sono le nove e mezza di sera e parte un’evasione di massa. Non si sa quante aree abbia coinvolto, né quanta gente sia riuscita a scavalcare le recinzioni. Dopo un’oretta i reclusi ripresi sembra siano due.

Aggiornamento 26 dicembre.  Iniziano a circolare i primi dettagli della grande evasione di Natale dal Cie di Torino. Approfittando delle festività natalizie (molti dei militari, poliziotti e crocerossini di stanza al Centro erano alle prese col panettone, e nessun fabbro era intervenuto per riparare le serrature scassate la notte della vigilia) i reclusi di diverse aree sono usciti dalle sezioni e si sono dispersi lungo il perimetro delle recinzioni. Le poche guardie presenti, per paura della massa, si sono rifugiate negli sgabbiotti in attesa di rinforzi. Nel frattempo i reclusi hanno cominciato a scavalcare reti e muri contemporaneamente da ogni lato, sbucando su corso Brunelleschi e su via Mazzarello. Alcuni per scavalcare meglio si sono perfino serviti di una garitta dei militari spostata di peso a ridosso del muro. Almeno un fuggitivo si è ferito nella caduta ed è stato subito catturato. Altri tre sono stati presi all’interno di un capannone nei pressi del Centro, in cui si erano rifugiati. Pare che la loro cattura sia stata favorita dalla segnalazione di un residente e dalla collaborazione attiva dei Vigili del Fuoco. In tutto, avrebbero partecipato all’evasione una sessantina di reclusi. Il numero esatto dei fuggitivi riacciuffati al momento non è noto, mentre quelli che sicuramente ce l’hanno fatta sono almeno una ventina. Questa mattina, la polizia sta effettuando la conta dei reclusi per capire il numero degli evasi.

Le immagini di un'evasione in Tunisia

Mentre il primo comunicato ufficiale della Questura parla di 21 evasi, continuano ad emergere altri dettagli sulla fuga di Natale. Innanzitutto, al tentativo di fuga hanno partecipato tutti gli uomini rinchiusi nel centro. Alcuni di loro hanno cercato di aprire le sezioni femminili per far scappare anche le donne, ma purtroppo le serrature hanno resistito agli sforzi. Inoltre, quando la polizia è intervenuta per bloccare i fuggiaschi ha utilizzato anche lacrimogeni (con tiri tesi e ad altezza d’uomo, “alla valsusina”) e idranti, ma un recluso è riuscito a strapparne uno di mano alle guardie, e ha inondato la guardiola in cui si trovava un militare. Infine, un recluso che cadendo dall’altra parte del muro si è fratturato entrambe le gambe, e che era stato riacciuffato, oggi verrà rilasciato dal Centro con un foglio di via. Pare che però i feriti, per le cadute e anche per le botte delle forze dell’ordine, siano diversi, alcuni anche gravi.

Aggiornamento 26 dicembre, ore 16,45. Arriva la vendetta dei militari e dei poliziotti, dopo i fatti della nottata.In questo momento stanno entrando nelle gabbie, con intenzioni minacciose. Non si sa se si tratta di una perquisizione o di un pestaggio.

Aggiornamento 26 dicembre, ore 18,44. Alla fine, l’irruzione della polizia nelle aree era finalizzata a riparare i buchi nelle reti. Ovviamente, gli agenti ne hanno approfittato per pigliarsi qualche soddisfazione sulla pelle di alcuni dei reclusi dando un po’ di botte a destra e a manca.

Ascolta una delle tante dirette con i reclusi del Cie di Torino, dai microfoni di Radio Blackout 105.250 Fm

Leggi la rassegna stampa a riguardo

Franca Salerno e la copertina con la stella

14 ottobre 2011 7 commenti

Mi son venuti i brividi quando ho letto queste righe.
Perché ho nostalgia degli occhi di Franca Salerno, non sapete quanta.

Franca e Antonio

Ed è indescrivibile quella per Antonio, suo figlio, di cui si parla in questo racconto dalle celle del carcere speciale di Badu’ e Carros, nel non così lontano 1977. La loro storia l’ho raccontata tante volte sulle pagine di questo blog.

“(…) L’estate mi portò a conoscere tante persone coinvolte nella politica rivoluzionaria allora in piena attività. Al femminile c’era F.S. (*), appartenente ai Nuclei Armati Proletari. Con lei, dopo qualche giorno dal suo arrivo a Nuoro ho avuto modo di sviluppare un buon rapporto amichevole. I colloqui avvenivano via finestra, ma riuscivamo ugualmente a dirci molte cose. Il direttore aveva consentito che ci scrivessimo usufruendo della posta interna. L’intensità del nostro rapporto ci portò a vivere quasi una specie di innamoramoento anche se nessuno dei due manifestò il sentimento che ci aveva presi.
All’arrivo a Nuoro non stava bene perché era stata ferita al momento della cattura. Mi raccontò come andarono i fatti e certe sue affermazioni mi sbalordirono, perché da noi nessun carabiniere si permetteva di mettere le mani addosso ad una donna.
Nello scontro a fuoco cadde ucciso un suo compagno, lei ferita e immobilizzata, venne malmenata con calci allo stomaco e alla pancia.
“Vedi”, mi disse “ora sono preoccupata perché dopo queste botte perderò mio figlio. Ho delle fitte tutti i giorni e altro non possono essere che un principio d’aborto.”
Fortuna che la sua fibra forte le fece superare ogni difficoltà.
Le mie attenzioni per lei si fecero ogni giorno più intense. Il suo pancione aumentava regolarmente, pure lei si era ripresa in salute.
Pensai al regalo che potevo farle in vista della nasacita del figlio. Scelsi un passeggino adatto anche in caso di trasferimento da un carcere all’altro, e chiesi di poter inserire tutto quello che occorreva per un neonato. Una mia sorella, abile in lavori a maglia, preparò una copertina dove spiccava una grossa stella a cinque punte.
Quando tutto fu pronto, i miei familiari portarono il dono al colloquio ma venne respinto immediatamente dalle guardie e ci vollero diverse udienze col direttore per convincerlo ad autorizzare questo mio regalo. Dopo qualche settimana venne finalmente il permesso.
La felicità di F. era tale che dalla sua cella ogni tanto faceva sventolare la copertina per far notare con orgoglio la stella a cinque punte.”
[Annino Mele, Il passo del disprezzo]

LINK:
Una vecchia intervista con Franca Salerno
Ciao Anto’
L’evasione di Franca Salerno e Maria Pia Vianale
Ciao Franca, cuore nostro
I funerali di Franca Salerno

Ponte Galeria: migranti ed evasioni

26 settembre 2011 4 commenti

PRENDO DA MACERIE, come spesso faccio, per poco tempo purtroppo di seguire tutto e per la totale fiducia in questo sito.
Ai link a fine articolo le due corrispondenze di Radio Onda Rossa di cui si parla qui.

Ma quanta gente è fuggita, in questi mesi, da Ponte Galeria? Noi, che come sa chi ci legge di queste contabilità ne abbiamo tenute spesso, e che tante volte fughe e rivolte le abbiamo seguite da vicino… abbiamo perso il conto. Dopo l’ultima grossa evasione di quindici giorni fa e le proteste della settimana passata, questo pomeriggio un altro gruppone di prigionieri del Cie romano ha tentato la fuga, in massa. Alcuni sono stati bloccati subito, altri ripresi a Fiumicino nelle ore successive e molti altri, invece, sono “uccel di bosco”: non sappiamo precisarvi, per ora, le proporzioni esatte, ma sembra che a varcare i cancelli siano stati almeno in settanta. Sappiamo dirvi, purtroppo, cosa è successo a chi non ce l’ha fatta a scappare: un bel pestaggio collettivo, con feriti e gambe rotte e gente all’ospedale. Prima ancora di ascoltare le due testimonianze raccolte da Radio Onda Rossa che descrivono più nei dettagli la fuga e la repressione, vi invitiamo a riflettere sulla domanda che facevamo all’inizio, ma formulata in un senso più ampio: solo da agosto ad oggi l’esperienza pratica dell’evasione da un Centro – con o senza battaglia con la polizia, con pazienti lavori di seghetto o con la furia della determinazione e del numero – è stata vissuta da centinaia di persone, persone che poi si sono sparpagliate per le nostre città o al di là di qualche altra frontiera europea a rimpolpare le schiere dei senza-documenti a fianco ai quali viviamo ogni giorno. Cosa può succere, allora, quando l’esperienza di essersi ripresi con la lotta la libertà negata diventa un fatto comune e diffuso, sedimentato nei ricordi di un pezzo sempre meno piccolo di città? In che modo questi pezzi di vita, vissuta e raccontata, potranno saldarsi con le rabbie e le lotte a venire? Belle domande che mai avremmo potuto immaginare di formulare prima, alle quali ovviamente non abbiamo risposta.
ASCOLTA LE CORRISPONDENZE DI RADIO ONDA ROSSA: 12

Quarta evasione da Ponte Galeria in pochi giorni: GIOIA INFINITA!

9 settembre 2011 3 commenti

In pochi giorni è già la quarta evasione da Ponte Galeria.
Altre 21 persone sono riuscite ad evadere dal Centro di Identificazione ed Espulsione alle porte di Roma, che potete leggere sul sito Macerie (seguitelose volete info sui CIE, i migranti reclusi ma soprattutto sulle lotte che intorno a questi lager ruotano) sono prese da Repubblica.
Ma ci basta la cronaca, i dettagli non ci interessano e son pure pericolosi.

EVASIONE!

La cosa più importante è sapere che 21 persone si sono riappropriate della propria libertà: è che sono fuori, liberi.
Ci dicono che son fuggiti durante un normale trasferimento interno di detenuti: la cosa che però sembra sempre più chiara è che i CIE stanno scoppiando e tutte queste evasioni ne sono la dimostrazione.
Con l’innalzamento da sei a diciotto mesi di reclusione per i fermati senza documenti di soggiorno, l’affollamento di questi lager di stato inizia a diventare insostenibile e la rabbia dentro sta esplodendo giorno dopo giorno.
Chi è recluso già da tempo ed aspettava, contando i giorni, il momento di uscire (le mamme rinchiuse nei CIE emiliani hanno fatto una rivolta, e son poi state pestate, proprio perché sapevano che stavano tornando dai loro figli) ha visto slittare di un anno la possibilità di riabbracciare la loro famiglia e la loro libertà.
La rabbia e tanta e fortunatamente lo sono anche le fughe.

Niente di più bello di una bella!
W la libertà e chi se la conquista

Ancora pestaggi al CIE di Ponte Galeria, e scoppia la rivolta

1 agosto 2011 4 commenti

DA FORTRESSEUROPE

È da poco passata la mezzanotte al centro di identificazione e espulsione (Cie) di Roma. Tre detenuti tentano la fuga. La polizia li trova. E li massacra di botte agli ordini di una ispettrice che ha deciso di fare la dura. Qualcuno però assiste alla scena. E indignato, sparge la voce tra i reclusi dell’area maschile. Scoppia la rivolta. I detenuti rifiutano di rientrare nelle camerate, la polizia in tenuta antisommossa fuori dalla gabbia minaccia di sfondare. Dentro si armano di pietre per difendersi e danno alle fiamme alcuni materassi. Intanto noi, da fuori, grazie a fonti fidate all’interno del Cie, seguiamo per tutta la notte gli sviluppi della rivolta. Leggete come è andata a finire. E se anche a voi sembra che non sia una roba normale, chiamate il centralino di Ponte Galeria allo 06.65854224. Facciamogli sentire che hanno gli occhi addosso.

Ore 00:47
La polizia sta picchiando 4 algerini al centro di identificazione e espulsione (Cie) di Roma. Li hanno presi un’ora fa mentre tentavano di scappare. Secondo alcuni testimoni li avrebbero pestati malamente. Gli altri reclusi del settore maschile stanno protestando fuori dalle camerate, si sono disposti davanti all’entrata della gabbia e impediscono l’ingresso della polizia che a quest’ora di solito li chiude a chiave nelle sezioni. Rifiutano di rientrare nelle camerate fino a quando non avranno visto in che condizioni hanno ridotto i quattro, che si trovano ancora isolati nella stanza dove sarebbero stati picchiati.

Ore 01:17
I reclusi continuano a rifiutare di rientrare nelle camerate e rimangono concentrati di fronte al cancello della gabbia. Di là dalla rete sono schierate le forze dell’ordine in tenuta antisommossa. Una ventina di militari e una trentina di agenti tra polizia e finanza, pronti a intervenire per far rientrare la protesta. I quattro algerini sono ancora rinchiusi nella stanza dove sarebbero stati picchiati. Si tratta di quattro algerini sbarcati a Lampedusa nelle settimane scorse e provenienti dalla Libia. Alla protesta partecipano anche gli egiziani presi dalla polizia durante la retata del 27 luglio ai mercati generali agroalimentari di Roma, a Guidonia-Montecelio, che ha portato alla reclusione di 16 lavoratori egiziani senza contratto. Non partecipano invece, per evidenti ragioni, i due reclusi ancora rinchiusi in isolamento, ormai da più di un mese, uno dei quali in sciopero della fame dal 22 luglio scorso.

Ore 01:33
Spunta un testimone oculare. I quattro fuggitivi sono stati bloccati in due posti diversi. Tre di loro sono stati immobilizzati davanti alla gabbia dell’area femminile. Secondo il racconto della nostra fonte, inizialmente gli agenti li hanno immobilizzati a terra e gli hanno ammanettato i polsi dietro la schiena. Fin lì tutto tranquillo, poi è arrivata sul posto un’ispettrice di polizia, che ha iniziato a prenderli a calci mentre erano già immobilizzati a terra, per poi schiacciargli la faccia al suolo sotto le suole degli stivali. A quel punto le detenute hanno iniziato a gridare e l’ispettrice ha dato ordine ai suoi uomini di portare via i tre, all’interno degli uffici.

Ore 01:54
Si prepara la rivolta. La polizia ha portato davanti al cancello i quattro algerini per farli rientrare nelle sezioni e ha chiesto ai reclusi di spostarsi dal cancello per lasciarli entrare e poterli rinchiudere nelle aree. Ma la reazione alla vista dei quattro è stata fortissima. Secondo testimoni oculari i quattro algerini sarebbero in brutte condizioni dopo il pestaggio subito. Dentro la gabbia si prepara la rivolta. Un gruppo di reclusi è riuscito a rompere due ferri della gabbia e ad aprirsi un varco per raggiungere un terreno vicino al muro di cinta dove prendere delle pietre con cui armarsi per difendersi nel caso in cui i trenta agenti in tenuta antisommossa dovessero entrare con la forza e picchiare i reclusi. Intanto uno dei detenuti si è tagliato con un ferro il braccio e la caviglia.

Ore 02:07
Secondo una nostra fonte, alla base della rivolta in corso al Cie di Roma, oltre al pestaggio dei quattro algerini di stasera, ci sarebbe una violenta espulsione avvenuta questa mattina. Si tratta di un cittadino tunisino, Monji, residente a Milano da 20 anni, con la moglie e due bambini, preso di forza dal letto mentre ancora dormiva questa mattina all’alba e portato via legato con lo scotch dopo che opponeva resistenza. Il signore in questione aveva già scontato nel Cie di Roma 5 mesi e 25 giorni di reclusione e sarebbe dovuto uscire dopo cinque giorni. La moglie, da Milano, gli aveva già inviato i soldi con Western Union per comprare il biglietto del treno per ritornare dalla sua famiglia in Lombardia. Secondo la nostre fonte questa sarebbe stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, in un momento in cui tutti i reclusi si sentono spaventati dalla nuova legge in discussione al Senato, che porta a 18 mesi il limite massimo di detenzione nei Cie

Ore 02:28
I reclusi continuano a gridare e a sbattere contro i ferri della gabbia. Gli agenti, in tenuta antisommossa non sono ancora entrati, anche perchè in inferiorità numerica. I reclusi infatti sono più di un centinaio e armati di pietre per difendersi. Nel cortile centrale della gabbia, sono stati dati alle fiamme 7 materassi per evitare l’avanzamento delle forze dell’ordine. Alla protesta partecipano anche sei albanesi, stranamente reclusi da ormai 40 giorni, pur essendo regolarmente entrati in Italia con il nuovo passaporto biometrico, che dal dicembre scorso consente la libera circolazione dei cittadini albanesi nell’Unione europea senza bisogno di visto. Chiedono di essere rilasciati, in Italia o in Albania, senza passare un solo giorno di più in detenzione. Intanto una ventina di reclusi sono saliti per protesta sul tetto delle celle.

Ore 02:55
Grazie all’utilizzo di un idrante, la squadra di agenti in tenuta antisommossa è riuscita a disperdere le decine di reclusi davanti il cancello e a entrare nella gabbia. A forza di manganellate, e proteggendosi con gli scudi dal lancio di pietre, gli agenti sono riusciti a costringere parte dei reclusi a rientare nelle celle, e hanno poi chiuso le gabbie con delle catene con il lucchetto, dal momento che nelle due ore precedenti, i reclusi avevano manomesso le serrature. Secondo una delle nostre fonti ci sarebbero almeno otto feriti tra i detenuti. Un gruppetto di reclusi è ancora fuori dalle celle e cerca di difendersi dal pestaggio lanciando sassi e altri oggetti.

Ore 03:16
Tutti i reclusi, compresi i quattro algerini picchiati tre ore fa, sono stati adesso ricondotti e rinchiusi dentro le celle. Al momento sembra essere tornata la calma. La polizia è uscita all’esterno della gabbia. Dentro però la rabbia è ancora alta. E va di pari passo con l’apprensione per la nuova legge sui sei mesi. Intanto sono emersi nuovi dettagli sull’espulsione di Monji di questa mattina. Testimoni oculari hanno descritto la sua espulsione come molto violenta. Intorno alle sei del mattino, una decina di poliziotti si sono presentati nella sua cella e mentre lui ancora dormiva, tre di loro gli si sono buttati addosso di peso per immobilizzarlo. A quel punto, svegliato di soprassalto, è stato costretto con la forza a inginocchiarsi e quindi è stato ammanettato con i polsi dietro la schiena e trascinato via di forza. I reclusi che hanno assistito alla scena si dicono scioccati. Si tratta del secondo caso di un tunisino espulso allo scadere dei sei mesi. Martedì scorso infatti, nel gruppo di 16 tunisini espulsi c’era anche un certo Mohamed, lavoratore presso il mercato del pesce di Bari e da più di dieci anni in Italia, a cui rimanevano soltanto quattro giorni per compiere i sei mesi di detenzione e uscire.

Ore 04:30
Perquisizione nelle celle. Una squadra di 8 agenti conta i reclusi, cella per cella. All’appello mancano tre persone che durante il caos degli scontri sono riusciti a nascondersi sui tetti. Si tratta di tre algerini.

Ore 7:00
Dei tre algerini che mancavano all’appello, due sono stati ritrovati e ricondotti in cella, apparentemente senza violenza. Il terzo invece è riuscito a fuggire dalla gabbia ed è di nuovo in libertà. Per capire di chi si tratti, la polizia fa una seconda conta, cella per cella, stavolta però con i registri e le foto.

Ore 7:30
Un gruppo di agenti in borghese fotografano i danni della struttura. Un pannello di plexiglass sfondanto all’ingresso della gabbia, 7 materassi bruciati, 2 telecamere distrutte e due ferri spezzati sul retro della gabbia, che vengono prontamente saldati, sotto la sorveglianza di tre agenti di polizia. Nessuno invece fotografa i detenuti feriti.

Ore 9:30
Per punizione, le celle sono ancora chiuse con le catene e i reclusi non possono uscire nel cortile della gabbia grande. Per tutta la notte, la direzione del Cie ha tenuto accese le luci nelle celle per impedire ai reclusi di riposare.

Ore 10:30
Il personale dell’ente gestore Auxilium porta la colazione, ma i reclusi rifiutano di essere serviti attraverso la gabbia, come se fossero animali, costretti a rimanere rinchiusi nelle celle. E proclamano lo sciopero della fame.

Ore 12:00
Per ritorsione, anche lo spaccio delle sigarette resta chiuso oggi.

Ore 13:30
Una ventina di agenti tra polizia e guardia di finanza entrano nella gabbia. Cella per cella, una squadra di otto composta da quattro poliziotti, due finanzieri e due agenti in borghese, armati di manganelli, prelevano alcuni reclusi. Finora dalle prime tre celle hanno prelevato 8 persone. Gli ultimi due erano egiziani del gruppo di lavoratori dei mercati generali agroalimentari di Roma presi nella retata di tre giorni fa. Ancora non si capisce se si tratti dei reclusi che saranno arrestati per la rivolta o se invece si tratti di un’espulsione collettiva in corso.

Ore 14:47
La questura diffonde la versione ufficiale, prontamente rilanciata dalle agenzie di stampa. La censura sulle ragioni della protesta e sulle violenze della polizia è totale.

FIAMME E LANCIO OGGETTI IN CIE PONTE GALERIA, ALCUNI TENTANO FUGA 
Roma, 30 lug. – (Adnkronos) – Protesta la notte scorsa al Cie di Ponte Galeria, in provincia di Roma. Alcuni immigrati hanno dato fuoco a materassi e coperte, mentre cinque persone hanno scavalcato la recinzione per fuggire. Sul posto sono intervenute le volanti della polizia che hanno bloccato gli immigrati in fuga. Contro gli agenti sono state poi lanciate bottiglie e altri oggetti. La protesta è scoppiata ieri sera poco prima di mezzanotte. La situazione è stata riportata alla normalità dalla polizia dopo un paio d’ore. Alcuni agenti sono rimasti feriti. Sul posto sono intervenuti anche i vigili del fuoco per spegnere i focolai.

AL CIE PONTE GALERIA SCONTRI ED INCENDI DOPO TENTATIVO FUGA
(ANSA) – ROMA, 30 LUG – Quattro persone la scorsa notte hanno tentato la fuga dal Cie di Ponte Galeria a Roma, ma sono state riprese dalla polizia ed una volta all’interno hanno distrutto alcune stanze, dato fuoco a materassi e coperte e lanciato oggetti con gli agenti. La «rivolta» è durata circa tre ore. A quanto si appreso, poco prima della mezzanotte quattro immigrati algerini, sono riusciti ad oltrepassare il varco del Cie. È subito scattato l’allarme ed è intervenuto il Reparto Mobile della Questura di Roma che è riuscito a riprendere i fuggitivi. Ma una volta riportati dentro si è scatenata una rivolta: gli immigrati hanno lanciato con gli agenti, bottiglie, sassi e tubi dei bagni sradicati dai muri. Altri extracomunitari hanno dato foco a coperte e materassi e sono dovuti intervenire i vigili del fuoco per domare le fiamme. La calma nel centro è tornata soltanto verso le 3. Otto poliziotti sono rimasti feriti, mentre due stanze sono state chiuse perchè dichiarate inagibili.

Ore 15:00
A Ponte Galeria è arrivato il deputato Andrea Sarubbi (Pd) per una visita ispettiva. Sarubbi aveva già visitato il Cie romano durante la mobilitazione nazionalelasciateCIEntrare, lo scorso 25 luglio.

Ore 15:13
Touadi e Gaudio (Pd) inviano un comunicato stampa sulla rivolta di Roma e sui fatti di Lampedusa, chiedendo la chiusura dei Cie

GAUDIO E TOUADI (PD), CHIUDERE DEFINITIVAMENTE I CIE
Roma, 30 lug. – (Adnkronos) – «Le notizie che giungono in queste ore, circa soprusi, pestaggi e violenti scontri, all’interno del Cie di Ponte Galeria, se confermati, rendono ancora una volta l’idea della necessità di una chiusura definitiva del modo in cui sono concepiti i Cie». È quanto dichiarano in una nota congiunta il deputato del Pd, Jean Leonard Touadi e Sergio Gaudio, responsabile del forum immigrazione del Pd di Roma. «Allo stesso modo, continuano a giungerci notizie della presenza di minori – continua – per esempio in quello di Lampedusa, in promiscuità con gli adulti e trattati esattemente con gli stessi metodi, senza alcun riguardo e senza alcun rispetto per la loro giovane età e per la loro condizione. Nulla in termini di garanzie sembra loro fornito»«Ci sembra incredibile – conclude – che situazioni di questo genere possano perdurare, in un paese civile quale l’Italia è. Il centrodestra continua in una campagna che sta facendo scivolare il nostro paese verso una deriva di intolleranza e di limitazione di diritti inviolabili che non è più accettabile»

Ore 16:30
Il deputato Andrea Sarubbi (Pd) esce dal Cie dopo aver parlato con le forze dell’ordine e con i detenuti. Sostanzialmente, le forze dell’ordine negano di avere fatto ricorso alla violenza e anzi lamentano di essere state oggetto del lancio di pietre. I reclusi invece confermano di essere stati malmenati. Grazie all’intermediazione di Sarubbi, la direzione del centro ha finalmente autorizzato la riapertura dei cancelli delle celle e la distribuzione di acqua e cibo nella mensa.

Ore 18,30
Il deputato Andrea Sarubbi pubblica sul suo blog un post in cui ricostruisce la rivolta di stanotte al Cie di Ponte Galeria.

Ore 24:00
La notizia della tentata fuga degli algerini e della rivolta viene diffusa in Algeria dal quotidiano nazionale El Watan, che cita Fortress Europe per la ricostruzione dei fatti

Amnistia in Tunisia

2 marzo 2011 Lascia un commento

E’ quello che chiede a gran voce anche tutto il popolo egiziano! Fuori tutti, liberi tutti!
Oggi la Tunisia, attraverso la voce dell’avvocato Samir Ben Amor (attivista dell’Associazione internazionale per il sostegno dei prigionieri politici):
«Gli ultimi prigionieri politici in Tunisia sono stati liberati oggi» ha detto , aggiungendo che «in totale, a partire da lunedì sera, sono 800 i prigionieri politici liberati in gruppi e tra i 300 e 400 sono stati liberati oggi». L’amnistia generale decretata il 20 gennaio scorso dal governo provvisorio, sei giorni dopo la caduta di Ben Ali, è entrata in vigore in questi giorni. «Restano tuttavia una decina di detenuti, condannati per terrorismo durante il regime – ha detto ancora Ben Amor – sui quali continueremo ad insistere con le autorità».
E poi ci ostiniamo a voler dire che questi due popoli non voglion fare la rivoluzione! Mi sembra che ce la stanno mettendo tutta: intanto aprendo le gabbie delle proprie prigioni. In Egitto, durante i giorni di rivolta, si sono contati circa 17.000 detenuti evasi, ed ora tutte le piazze e le organizzazioni chiedono la liberazione di TUTTI i prigionieri politici ancora privati della propria libertà.

I funerali di Franca Salerno

5 febbraio 2011 15 commenti

Il mio corpo non aveva mai sostenuto quello di un corpo morto.

Baruda _I funerali di Franca Salerno_

Le mie spalle non avevano mai sorretto una bara prima di ieri pomeriggio… e ringrazio tutte di avermi coinvolto inaspettatamente.
Portare Franca sulla mia spalla è stata una grande emozione,
il suo peso sulle mie spalle è stato piacevole, il suo peso e quello della sua storia in questo modo sono entrate ancora di più nel mio corpo. Noi donne, a portare il tuo corpo.
Siamo donne Franca mia, e la rivoluzione -quando decidiamo di farla, che ci sia o no- passa sempre su di noi,  ci lacera la carne, ci entra dentro
Tu lo sai bene, sorella e compagna, madre e combattente: lo sai bene perchè la tua strada non ha avuto mai pace, mai una passeggiata che non fosse una faticosa salita.
Perchè il tuo corpo ha sempre pagato, perché hai messo al mondo una meraviglia che c’ha lasciato troppo troppo presto, perché da quando eri poco più di una bimbetta hanno cercato di spezzare il tuo volo e alla fine, comunque, non ci sono mai riusciti del tutto.
Portava i tuoi occhi quel dolce Antonio che tutti noi abbiamo amato, portava i tuoi occhi, occhi liberi!

Baruda _I funerali di Franca Salerno_

Ed ora tu libera lo sei sul serio…ora non ci sarà cemento né sbarre a fermare il tuo cammino e il tuo sguardo. E’ finito il dolore, ora sei libera come quel sorriso che c’hai donato-
Ora sei evasa sul serio da quella galera, come già aveva fatto il tuo corpo combattente e troppo libero per sottostare alla follia e alla tortura del carcere, del carcere speciale, dell’isolamento.
Non so come trovare le parole per salutarti, voglio solo dirti che la tua storia è la mia storia.
Che per me sei TUTTA da ricordare: la Franca della sua adolescenza in fuga, della sua militanza, della scelta delle armi, del carcere, delle evasioni, dei pestaggi sul pancione, dei primi anni di tuo figlio in isolamento con te in un carcere speciale sardo, della sua morte poi dopo che finalmente eravate tornati insieme, e poi la tua malattia e il modo in cui l’hai combattuta.
Ciao Franca, grazie

LINK:
Una vecchia intervista con Franca Salerno
Ciao Anto’
L’evasione di Franca Salerno e Maria Pia Vianale
Ciao Franca, cuore nostro
La copertina con la stella

Baruda _ciao Franca, cuore e sangue nostro_

L’evasione di Franca Salerno e Maria Pia Vianale

4 febbraio 2011 16 commenti

Prendo da Infoaut questo racconto dell’evasione di Franca e Maria Pia.
Proprio oggi, proprio ora, appena rientrata dai funerali di Franca Salerno. Funerali di cui ancora non riesco a scrivere…
CIAO FRANCA

I primi mesi del 1977 furono caratterizzati, in tutta Italia, da numerose rivolte all’interno delle carceri e da un consistente numero di evasioni da parte di militanti politici. Tra queste si annovera quella di Franca Salerno e Maria Pia Vianale, militanti dei Nuclei Armati Proletari, avvenuta nella notte tra il 22 e il 23 Gennaio; grazie ad un’azione coordinata tra l’interno e l’esterno dell’edificio, le due militanti riuscirono infatti ad evadere dal carcere femminile di Pozzuoli in cui erano rinchiuse in attesa del processo. Il progetto di fuga comprendeva inizialmente anche la terza compagna di cella delle due Nappiste, Rosaria Sansica, la quale decise però di rinunciare perché aveva ottenuto qualche tempo prima la libertà provvisoria per motivi di salute.

Oggi, l'ultimo saluto a Franca

Oggi, l’ultimo saluto a Franca

In quel periodo l’azione dei NAP era rivolta soprattutto alla liberazione dei militanti arrestati e a far sì che i processi in cui erano coinvolti non potessero aprirsi (obiettivo che veniva perseguito creando difficoltà a formare la giuria popolare e tramite una serie di proclami e ricusazioni volti a vanificare l’intero procedimento processuale), motivo per cui l’evasione fu programmata in concomitanza con il primo processo ai NAP che si stava svolgendo a Napoli, in cui erano imputate anche Franca Salerno e Maria Pia Vianale. Questa linea d’azione venne tra l’altro ribadita nel comunicato diffuso dall’organizzazione subito dopo la fuga dal carcere di Pozzuoli, in cui si legge: “La nostra libertà come è dovere di ogni rivoluzionario ce la riprenderemo da soli evadendo. Dalle carceri dai ghetti dove ci costringe la società borghese usciremo con le nostre forze. L’evasione è un momento della nostra lotta alla repressione di Stato”. Il ciclo di evasioni e rivolte mise in difficoltà le autorità carcerarie che, nel caso di Pozzuoli, licenziarono il Direttore del carcere nel tentativo di ricondurre a una negligenza della direzione quella che in realtà era un’azione politica su scala nazionale che non poteva non destare preoccupazione in chi quotidianamente si affannava a garantire un ordine ormai ampiamente compromesso.

Ai funerali di Franca Salerno, ex militante dei NAP, mamma del nostro Antonio [Foto Baruda

Il 24 Gennaio, in sede processuale, la fuga delle due Nappiste venne rivendicata tramite la lettura del seguente comunicato:“Sabato 22 Gennaio, alle ore 4, l’organizzazione comunista combattente NAP ha attaccato il carcere-lager di Pozzuoli. L’azione tendente alla liberazione delle compagne Franca Salerno e Maria Pia Vianale, militanti dell’organizzazione, si è sviluppata con un attacco coordinato interno-esterno ed ha raggiunto in pieno l’obiettivo fissato…il terreno reale dello scontro si sviluppa ora totalmente all’esterno dell’aula…è solo sulla parola d’ordine “portare attacco al cuore dello Stato” che si supera la parzialità delle esperienze di lotta armata e si ricompone l’unità della classe delle sue avanguardie armate nel partito combattente”.
Il processo si protrasse fino al 16 Febbraio, data nella quale la Corte inflisse 289 anni e 11 mesi di carcere a 22 nappisti (nonostante molti degli imputati si fossero dichiarati non appartenenti all’organizzazione).
Al dato delle condanne va però affiancato il percepibile clima di sfiducia nei confronti delle istituzioni che permeò l’aula per l’intera istruttoria: l’evasione di Franca Salerno e Maria Pia Vianale, infatti, non aveva certo contribuito a ristabilire la certezza dell’ordine e della legge. Le due militanti, sfuggite alle condanne di Febbraio, furono però nuovamente catturate il 1 Luglio, a Roma, assieme ad Antonio Lo Muscio, che rimase ucciso durante l’arresto in seguito ad una pallottola sparata a bruciapelo dalla polizia che lo raggiunse alla testa mentre si trovava già a terra.

Il clima di tensione, di “caccia all’uomo” e di violenza gratuita da parte degli agenti che caratterizzò le circostanze del loro arresto (nonché altri episodi) è ben descritto in un’intervista rilasciata da Franca Salerno alcuni anni dopo: “Sì, loro ti cercano, ti pedinano e quando ti catturano ti massacrano di botte. Per quei tempi era normale. Gridavano: “Ammazziamole, facciamole fuori”. Se non ci fosse stata la gente a guardare dalle finestre sarebbe stata un’esecuzione. A Pia hanno sparato perché si era mossa. Ricordo i loro occhi, dentro c’era rabbia e eccitazione; erano fuori di sè perché eravamo donne. Averci prese, per loro, era una vittoria anche dal punto di vista maschile“.

Una vecchia intervista con Franca Salerno
Ciao Anto’
Ciao Franca, cuore nostro
I funerali di Franca Salerno
La copertina con la stella

 

Tunisia (5): Carceri in rivolta ed evasioni di massa

15 gennaio 2011 2 commenti

 

Queste sono le notizie che vorrei dare quotidianamente, quelle che emozionano parola dopo parola e rendono difficile la scrittura.

Un paese che sta provando a liberarsi, la Tunisia, e passo passo sta tentando di mettere su strada quelli che sono i percorsi normali di un processo non dico rivoluzionario ma sovversivo e “liberatorio”.

E allora non si può passare che da lì…la liberazione di un popolo non può che passare per le celle delle proprie galere, non può che tranciare sbarre e abbatter blindati, non può che liberare i corpi reclusi e donare a loro nuova vita. E così la lista di nomi è lunga: sono circa mille i detenuti evasi solo dal carcere del Kasserine (una delle zone più calde della rivolta). Al-Jazira racconta che il direttore del centro ha deciso di aprire le celle, dopo una rivolta così violenta da non poter essre fronteggiata. Ma si è scappati ovunque nel paese e ovviamente qualche detenuto c’ha pure lasciato la pelle.
Nelle fiamme a Monastir, tra le pallottole della polizia a Madhia, a Sfax e Kairouan, a Biserta e Kram, a Cartagine e a Tunisi, nel carcere del centro città. Si parla di un centinaio morti tra i detenuti in rivolta di tutte le carceri tunisine e di migliaia di detenuti, ma poi arrivano conferme che sessanta morti sarebbero solo quelli contati nel carcere di Monastir, dove la tragedia è stata pesante. La rivolta ha portato i detenuti ad incendiare i propri materassi all’interno di uno dei bracci della prigione, dopo che dall’esterno si era provato ad abbattere i muri di recinzione con dei trattori, ed ora gli ospedali sono pieni di corpi devastati dalle fiamme.

Nel frattempo scende la sera e le strade, soprattutto dei sobborghi di Tunisi, si svuotano della popolazione a causa del coprifuoco; la voce diffusa è che le bande di cui si parla che starebbero saccheggiando e terrorizzando un po’ tutti sono uomini fedeli all’ex presidente Ben Ali, tanto che in molti quartieri la popolazione si sta autorganizzando e creando barricate per rendere più difficile la circolazione ai “razziatori”.

 

Quando a svegliarti è un plotone di robocop …

20 settembre 2010 Lascia un commento

Questa mattina alle 4 la polizia è entrata in forze, caschi in testa e manganelli in mano, nelle camerate del Cie di Gradisca. Ha svegliato i reclusi e per cominciare li ha fatti sdraiare tutti per terra. Dopo questa sveglia, tutti i reclusi (un’ottantina) sono stati concentrati in un’unica camerata (che di solito contiene 8 persone), mentre la polizia effettuava una perquisizione in tutte le altre celle. Al termine delle operazioni, i prigionieri sono stati di nuovo smistati nelle camerate, ma opportunamente rimescolati. Tutto questo gran lavoro da parte delle forze dell’ordine ha ovviamente ritardato la distribuzione dei pasti e delle sigarette. Pare che questa perquisizione sia una rappresaglia per un tentativo d’evasione sventato ieri (l’ennesimo, e nonostante le condizioni di reclusione a dir poco proibitive).

macerie @ Settembre 20, 2010

Un paese di questurini, che fa finta di occuparsi di lapidazioni (solo iraniane ovviamente)

11 settembre 2010 1 commento

Ne parlavamo l’altro giorno a quattr’occhi: non si evade più.
I numeri parlano da soli: nel 2010 ci sono stati 9 tentativi d’evasione dalle carceri italiane.
Nulla, se contiamo che mai come ora c’è stato un numero così alto di detenuti.

E non si evade…ti credo!
E dove vai? Esci per andare dove? Chi ti protegge? Chi ti nasconde? Chi batterà le mani al fatto che ti sei riappropriato della tua libertà?
Un paese di questurini, di ammiratori travaglisti dei tribunali e dei giudici, di lettori di Saviano e dei suoi amici Carabinieri, un paese che col suo popolo viola (l’avanguardia sinistrorsa no? mamma mia che schifo!) sa chiedere solo manette.
Un paese che si indigna per la lapidazione di Sakineh ma parallelamente espelle in Nigeria le prostitute fermate senza regolare permesso di soggiorno: faranno la stessa sorte di Sakineh, ma non è Iran, quindi non ce ne frega un cazzo!! Ipocrisia da P.D., ipocrisia da personaggi “di sinistra”, da non violenti, da pacifisti, da burattini manovrati quali sono!
E così anche i medici diventano guardie: i medici denunciano, i medici con il filo diretto con la Questura.
Ecco qui l’articolo da Macerie:

Trappole e vendette questurine

Mentre la Prefettura di Gorizia annuncia che sono stati autorizzati i lavori di ristrutturazionedel Cie – come ricorderete, già la settimana passata la polizia ha cominciato ad “alleggerire” le gabbie trasferendo gruppi di prigionieri in altri Centri – la caccia all’uomo dopo le evasioni di questa estate continua. E continua ben oltre i confini della provincia di Gorizia…

«Treviso. Il 15 agosto scorso, a Gradisca, in provincia di Gorizia, aveva architettato un’evasione di massa dal Cie, il Centro per l’identificazione e l’espulsione degli stranieri irregolari. Lui, E. T., 29enne dell’Honduras, lì in seguito a tre anni di carcere per rapina, era la mente: avevano appiccato degli incendi ed in una ventina avevano approfittato della baraonda per scappare. Una cosa organizzata anche con altri Cie sparsi per la Penisola. Durante la fuga, però, si era ferito in maniera seria ad un braccio con il filo spinato. Il giorno dopo si era presentato all’ospedale di Gorizia per essere medicato. I sanitari avevano avvertito le forze dell’ordine, ma lui era riuscito a scappare nuovamente. Da lì si era spostato in provincia di Treviso, dove ha dei parenti. La polizia l’ha atteso per gironi al Ca’ Foncello, dove si sapeva prima o poi sarebbe arrivato per farsi medicare la profonda ferita al braccio. E così è andata stamattina. Lui è rimasto di stucco quando si è trovato i poliziotti ad aspettarlo: non ha neppure provato a scappare. Immediata l’attuazione della procedura per l’espatrio.» (Da Oggitreviso.it)

BELLE che riescono…e altre che attendono!

30 luglio 2010 3 commenti

La fonte è sempre Macerie, eccellente sito dei compagni torinesi sui CIE. Eh si, le BELLE, le evasioni, ogni tanto riescono e la cosa riempie il mio cuore sempre di una gioia rara, il sangue di un calore e una velocità diverse. Ancora migranti in rivolta, migranti che fuggono, migranti che cercano di riappropriarsi della propria libertà e della propria vita.
Da oggi arrivano notizie dal CIE di Bari, dove durante una rivolta e un tentativo d’evasione in massa, sei persone sono riuscite a fuggire mentre gli altri si son scontrati con le forze dell’ordine: 18 arresti.
Ci riaggiorneremo su Bari tra un po’

Foto di Valentina Perniciaro (Erice'10) _Via libera!_

«Una cinquantina di extracomunitari questa notte hanno tentato di fuggire dal Centro Identificazione ed Espulsione (il Cie) del “San Paolo”. Un tentativo di fuga che ha subito richiamato l’attenzione delle Forze dell’Ordine e dei Militari del Battaglione “San Marco”. Inevitabile lo scontro.
Secondo la prima ricostruzione dei fatti compiuta dalla Questura di Bari, i rivoltosi, dopo aver sfondato le porte d’ingresso di tre settori destinati a moduli alloggiativi, sono giunti all’esterno dell’area ricettiva impugnando spranghe di metallo divelte dalla recinzione esterna della struttura. Ne è nato uno scontro con alcune unità della Polizia di Stato, dell’Arma Carabinieri nonché Militari del BTG “San Marco”.
L’intervento degli uomini in servizio nella struttura, subito affiancato da altre unità di rinforzo di Polstato, Carabinieri e Guardia di Finanza fatte giungere tempestivamente, ha consentito di contenere il tentativo di fuga. Solo 6 ospiti magrebini sono riusciti ad allontanarsi scavalcando le cancellate poste a protezione della struttura.
Una trentina di extracomunitari, invece, hanno raggiunto il tetto della struttura, lanciando oggetti contundenti, pezzi di metallo e bottiglie piene di acqua, all’indirizzo delle Forze dell’Ordine.
Durante gli scontri undici militari del reggimento “San Marco” e due Carabinieri, hanno riportavato lesioni, con prognosi variabili tra 3 e 15 giorni. Inoltre, sono rimasti feriti, durante il tentativo di fuga e nello scavalcamento della recinzione alta circa 5 metri, 6 cittadini extracomunitari ospiti della struttura, uno dei quali con trauma cranico con riserva di prognosi ed altri 5 soggetti con lesioni variabili tra i 5 e 35 giorni.
A conclusione degli scontri 18 cittadini extracomunitari, trattenuti presso il C.I.E., sono stati arrestati con l’accusa di devastazione, saccheggio seguito da incendio, resistenza, violenza e lesioni a pubblici ufficiali.» da Barilive

(Non appena avremo qualche notizia di prima mano di questa grossa sommossa – alcune agenzie parlano pure di due auto della polizia andate distrutte -, dei feriti e degli arrestati, ve le gireremo. Intanto riascoltatevi l’intervista ad Ammar, che giusto la settimana passata ci raccontava della situazione che si vive dentro al Centro barese)
macerie @ Luglio 30, 2010

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Che il Cie di Gradisca fosse un colabrodo, lo si sapeva già da tempo. Ma questa volta si può dire che i reclusi gliel’hanno fatta veramente sotto il naso, alle guardie del Centro. Approfittando del fatto che, per punizione, erano stati chiusi a chiave nelle celle, e che la porta non veniva aperta neanche per portare il cibo, alcuni di loro si sono messi tranquillamente al lavoro per praticare un bel buco nel soffitto. Da lì, hanno provato a scappare in 20: purtroppo ci sono riusciti solo in 9, però…
…però mentre la polizia era fuori dal Cie a caccia di evasi, dopo alcune ore dalla prima evasione, altri 3 sono riusciti a scavalcare il muro e a far perdere le proprie tracce! Proprio sotto il naso delle guardie, appunto. Con gran divertimento di chi non è riuscito a scappare e che, evidentemente, sa che la prossima volta potrebbe essere quella buona.

Leggi l’articolo del MessaggeroVeneto di oggi, 29 luglio 2010.
«Sei immigrati clandestini sono riusciti a fuggire, in pieno giorno, dal Cie di via Udine. Un bilancio ancora ufficioso considerando che, a ieri sera, erano ancora in corso sia gli accertamenti interni sia le ricerche nella campagna limitrofa alla struttura da parte delle forze dell’ordine. A quanto si è potuto apprendere, l’ennesimo tentativo di fuga di massa dal centro di identificazione ed espulsione isontino sarebbe scattato nel primo pomeriggio, poco dopo le 15, coinvolgendo circa una ventina di immigrati, riusciti a raggiungere il tetto della struttura forzando alcune grate in ferro posizionate sul soffitto di una camera. Un’azione fulminea che, sfruttando il mancato ripristino dei sistemi elettronici di sorveglianza (telecamere e sensori di passaggio a infrarossi erano stati pesantemente danneggiati nel corso della rivolta della scorsa settimana), avrebbe consentito ai clandestini di cogliere inizialmente di sorpresa le forze dell’ordine impegnate nel servizio di vigilanza. Nel corso dell’azione sei immigrati sarebbero riusciti a scavalcare le recinzioni esterne e dileguarsi nei campi retrostanti al Cie mentre per altri ospiti della struttura di via Udine il sogno di libertà si è infranto proprio a un passo dalla meta, grazie all’intervento delle pattuglie di vigilanza, riuscite a bloccarli proprio mentre stavano scavalando il reticolato. Un’altra decina di clandestini, invece, avrebbe desistito facendo autonomamente ritorno nelle camerate.»

macerie @ Luglio 29, 2010
CORRISPONDENZA CON IL CIE DI BARI EFFETTUATA DA RADIO ONDA ROSSA: ASCOLTA

Non un@ di noi! TUTT@ LIBER@

19 aprile 2010 Lascia un commento

 

Su un muro di Quarto, Napoli

Un’altra evasione da corso Brunelleschi.Questa volta è toccato a Nabil, uno dei reclusi trasferito a Torino da Roma dopo la grande rivolta della fine di marzo e da allora tenuto in isolamento. Lo stavano cambiando di blocco, ieri sera, ma lui è riuscito a sgattaiolare tra le sbarre e poi a dribblare il carceriere che gli si era parato davanti per impedirgli di avanzare. Una corsa e via, fino a guadagnare la strada.
Poche ore prima una sessantina di persone avevano dato vita al consueto presidio mensile contro i Centri, giusto là davanti: urla, battiture, mortaretti e messaggi di lotta e di solidarietà al microfono.

macerie @ Aprile 19, 2010

Qualche giorno fa invece:

Tentato suicidio nella sezione bianca del Cie di Torino. Nuer, un ragazzo tunisino, mercoledì mattina ha tentato il suicidio impiccandosi con una corda, soccorso in tempo e portato in ospedale da cui è stato dimesso in giornata. La sua storia è l’ennesima storia disperata frutto delle leggi assurde di questo paese. Nuer è stato detenuto in carcere per violenza privata per due anni, fino a quando non è arrivata l’assoluzione e la conseguente scarcerazione. Certo non si aspettava di passare da un carcere ad un altro centro di detenzione: il Cie di Corso Brunelleschi, perché dopo due anni di carcere aveva perso il permesso di soggiorno, quantomeno si aspettava di avere i cinque giorni di tempo che il decreto di espulsione concede per lasciare l’Italia. All’attuale non è neanche certo che riesca ad ottenere il rimborso per ingiusta detenzione.
La storia di Nuer ce l’ha raccontata Mustafa, un signore in Italia da vent’anni, che, a fine anni Novanta, insieme al lavoro ha perso anche il permesso di soggiorno, ed è stato quindi espulso. Ha deciso di tornare subito in Italia, ed ora è recluso nel Cie.
Nella stessa sezione di Nuer e Mustafa, la bianca, c’è anche Mohammed, che mercoledì ha interrotto lo sciopero della fame che portava avanti da ventitré giorni. Martedì era stato portato al repartino psichiatrico del Martini, e dopo un breve colloquio con la psichiatra, colloquio al quale ha partecipato anche la Guardia di Finanza che lo stava piantonando, alla faccia della riservatezza tra medico e paziente. Quello che Mohammed chiedeva era la visita di un medico che gli misurasse la pressione e che gli facesse un prelievo del sangue, quello che ha ottenuto è stata una psichiatra che gli ha confermato la sua salute mentale. Il commento di un crocerossino al suo ritorno nel Centro è stato: “Tu stai rischiando la vita, ti conviene smettere di fare lo sciopero, tanto non ti fanno uscire”.
Abbiamo anche saputo che quattro marocchini sono stati rimpatriati in settimana.

macerie @ Aprile 17, 2010

Aggiornamenti dopo la rivolta di Ponte Galeria

15 marzo 2010 1 commento

Ieri(13 marzo), alle ore 22.30, sono rientrati in cella i ragazzi che durante il presidio erano saliti sui tetti del lager di Ponte Galeria.
Dopo la protesta sono stati picchiati brutalmente dalla polizia.
Uno di loro non riesce più a muovere la mascella e sembra che un altro si sia tagliato un braccio come atto per scongiurare ulteriori pestaggi da parte dei burattini in divisa.

Successivamente la violenza è proseguita con la perquisizione nelle celle riservate agli uomini, ancora da accertare in quante sezioni sia avvenuta. Il giorno seguente (14 marzo) i/le reclus* riferiscono di essere in sciopero della fame.
Seguiranno aggiornamenti riguardo la protesta e l’adesione a questa.

Nella tua città c’è un lager, chiudiamo il C.I.E di Ponte Galeria!
Solidarietà a tutt* i/le reclus* in lotta!
Chiudere tutti i C.I.E!
Fuoco a tutte le gabbie!

Ponte Galeria in rivolta, una “bella” a Torino e la riacquistata libertà per i compagni torinesi! Che giornate!!

13 marzo 2010 1 commento

Mentre c’era chi sceglieva di scendere in piazza con una sciarpa viola, mentre c’era chi ascoltava Di Pietro, chi si sbrodolava per Travaglio,
mentre c’era chi ha preso pulmann per far da pubblico pagante al peggio che la storia della “sinistra” è riuscito a tirar fuori,
mentre gli ex girotondi, aspiranti “secondini” e carcerieri del paese intero, riempivano la vuota (di contenuti totalmente) piazza romana,

i compagni autorganizzati, le realtà di movimento e tutt@ coloro che portano solidarietà ai migranti reclusi nei Centri di Identificazione ed Espulsione, erano sotto i cancelli di Ponte Galeria ad urlare con tutto il fiato in gola la loro rabbia e il loro sostegno alla lotta dei migranti in stato di detenzione senza aver commesso alcun reato, in uno sciopero collettivo della fame terminato pochi giorni fa.
Dopo il tam tam telefonico l’iniziativa fuori dal CIE è stata seguita da una rivolta all’interno del centro di detenzione…alcune decine di migranti sono salite sui tetti e lì sono avvenute diverse cariche di polizia e carabinieri.
Senza troppe parole sprecate, è meglio ascoltare direttamente le corrispondenze effettuate da Radio Onda Rossa
1- I Detenuti salgono sui tetti ASCOLTA
2- La celere carica i migranti sui tetti ASCOLTA
3-  Ancora cariche sui tetti di Ponte Galeria ASCOLTA

Dopo le molte ore passate sotto il CIE di Ponte Galeria i/le compagn@ hanno ripreso il treno per Roma. Arrivati alla Stazione Trastevere è partito un corteo spontaneo che ha attraversato tutta Viale Trastevere fino al Lungotevere, con un ingente dispiegamento delle forze dell’ordine in assetto anti-sommossa.

SOLIDARIETA’ CON TUTT@ I/LE RECLUSE NEI CENTRI DI IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE PER MIGRANTI
LIBERTA’ PER TUTT@

Da Torino invece due BELLE NOTIZIE
Tutti liberi gli arrestati
nell’operazione del 23 febbraio scorso: nessuno dovrà più stare in galera o ai domiciliari, anche se qualcuno avrà l’obbligo di firma. Dopo due settimane, si iniziano a vedere le prime crepe nel castello di accuse malamente costruito dal PM Padalino (in un ritratto) e dal capo della Digos Petronzi (nella foto).

Ma la storia senza dubbio più emozionante è l’evasione di un gruppo di reclusi dal Cie di Torino. Avremmo voluto raccontarvela in anteprima, ma qualche agenzia di stampa ha già battuto la notizia: nella notte tra giovedì e venerdì sono riusciti a scappare almeno in otto, sembra attraverso dei buchi scavati da tempo, e fino ad ora sono ancora tutti liberi.

In culo alla Polizia, agli alpini, alla Croce Rossa e a tutti i magistrati, politici e giornalisti razzisti. Viva la libertà e chi se la conquista!

macerie @ Marzo 13, 2010

Martino Zicchitella

20 dicembre 2009 2 commenti

Prosegue la sezione di questo sito dedicata ai compagni uccisi durante azioni armate, tutti quelli che normalmente vengono rimossi dalla memoria collettiva, tutti gli “scomodi”.
Molti in questo ultimo periodo li ho saltati. Per problemi di tempo, ma non per dimenticanza, quindi il danno verrà riparato al più presto e tutti coloro che sembravano essere stati dimenticati dalle pagine di questo blog verranno ricordati.
Non ci si dimentica del proprio sangue.
Il tutto è tratto dal Progetto Memoria, Edizioni Sensibili alle Foglie 

MARTINO ZICCHITELLA

– Nasce a Marsala il 26 aprile 1936
– pochi anni dopo si trasferisce a Torino
– svolge attività extra-legali e viene arrestato per rapina del ‘66
– evade dal carcere di Firenze
– riarrestato milita nel movimento di rivolta dentro alle carceri
– milita nei Nuclei Armati Proletari
– resta ucciso a Roma, durante un’azione armata dei N.A.P. il 14 dicembre 1976

Scritture di Martino Zicchitella
– “Memoriale redatto da Zicchitella; Anarchismo n.10 – 11, Catania 1976
“Prima del mio arrivo nella Casa di reclusione di Lecce, mi era stato accennato come fosse usuale in questo luogo, conosciuto come il “lager del Salento”, percuotere i nuovi arrivati. Già il compagno S. N. in un memoriale presentato alla magistratura alcuni mesi fa, descriveva fatti avvenuti e metodi usati di violenza da restare sgomenti; egli si riferiva al caso di un detenuto che dopo essersi aperto il ventre dalla disperazione con un’arma da taglio, fu oggetto di un pestaggio da parte degli agenti di custodia, che lo ridussero in fin di vita a colpi di manganello e calci. Lo stesso poi (il suo nome era Caradonna), fu abbandonato in una cella sotterranea senza che gli fossero state apprestate le cure necessarie.
Trasferito in questo stabilimento, ebbi modi di constatare, e subire, i metodi che venivano messi in atto: un trattamento riservato quasi sempre ai compagni o simpatizzanti di sinistra.
Il 30 giugno 1975 faceva il mio ingresso nella menzionata casa penale proveniente da Rebibbia, dove fui trattato secondo il regolamento. Alla villa Bobò di Lecce invece, appena preso in consegna dal corpo di guardia del carcere, mi venne rivolta da un brigadiere degli agenti di custodia, questa frase: “E adesso che cosa avanzi?”
Certo non potevo immaginare cosa mi sarebbe accaduto nei seguenti 80 giorni. Dopo essere stato portato in un ufficio adiacente a quello del maresciallo comandante, fui perquisito da cima a fondo, senza rispetto alcuno della personalità umana, con accurate esplorazioni anali, poi introdotto in una sezioncina detta “Reparto isolamento”: qui fui rinchiuso in una cella che non aveva alcun arredo, solo mura, porte e inferriate di ferro. Qui ci rimasi circa mezzora, dopo di che fui invitato ad uscire in un corridoio dove c’erano ad attendermi un numero considerevole di guardie (una quindicina ).
Mi fecero percorrere il corridoio della sezione e a spintoni mi condussero in un passaggio che immetteva in un sotterraneo dello “la campana”. Si trattava di tre anguste celle lunghe due metri e trenta per uno e cinquanta. Appena scesi gli scalini e spinto in una delle tre cellette (la seconda), venni aggredito da alcune guardie che erano nel corridoio precedentemente, agli ordini di un appuntato.
Queste mi furono addosso in un baleno e mi percossero selvaggiamente per mezzora con calci e pugni, tanto da farmi svenire e procurarmi lesioni e dolori che accusai per oltre un mese. Dopo il primo pestaggio, chiusero la porta della cella e quella della sezione andandosene. Il locale maleodorante e sudicio era umidissimo, l’unica suppellettile era un bugliolo senza coperchio nel quale c’erano ancora escrementi umani.
Di lì a poco tempo con un rumore assordante di chiavi e ferri sbattuti, arrivarono altre guardie, era una seconda squadretta per il secondo pestaggio, l’appuntato era sempre lo stesso, aprirono la mia cella e mi si avventarono nuovamente addosso, dicendomene di tutti i colori, frasi come bastardo, fottuto, delinquente.
Mi strapparono da dosso la camicia e i pantaloni e questa volta ricevetti anche dei colpi con un bastone. Insomma avevo le ossa e il corpo in stato pietoso, era blu per le ecchimosi, il sangue mi fuoriusciva dal naso, dalla bocca, dalle abrasioni alle braccia e al corpo. Prima che se ne andassero gettarono nella cella due secchi d’acqua allagando l’angusto locale; in queste condizioni rimasi ben 24 giorni, cioè nudo con acqua sul pavimento e con scarso cibo, per i primi tre giorni non mi dettero nulla e per un mese non vidi un raggio di luce, e non presi una boccata d’aria all’esterno.
Nello stesso periodo ebbi modo di conoscere altri compagni che avevano subito o subirono vessazioni e pestaggi.
Il trattamento fu pressappoco analogo per tutti: il B.D.S. fu addirittura messo in un reparto denominato “il forno”, locale strettissimo e privo di finestre, nel buio più totale, per diversi giorni. Altri due mesi, poi me li fecero trascorrere in una cella di un piano superiore, dove c’era un pancaccio e un gabinetto alla turca. Alla “campana” per tutta la durata dei 24 giorni non mi fu data né una branda né un materasso. Dormivo a terra con una coperta sudicia che subito si inzuppava d’acqua, che mi veniva consegnata la sera alle 21 e ritirata la mattina alle 8.
Continue furono le istigazioni al suicidio e durante la notte mi costringevano ad alzarmi per il controllo della ronda, la luce era accesa giorno e notte, naturalmente per tutto il tempo che rimasi in quel buco, non potei acquistare cibo, né scrivere a mia madre, la quale dopo il mio trasferimento da Roma non sapeva dove fossi stato mandato. […]

– Martino Zicchitella, “Assassinio di un uomo”, Porto Azzurro, in: Autori Vari, Liberare tutti i dannati della terra, Roma 1972, Edizioni Lotta Continua
“Questa è la giustizia del nostro paese, condanne assurde, senza troppo andare per il sottile, labili indizi per ciò che concerne la colpevolezza, prove ed alibi di innocenza non tenuti in considerazione. Perché? Si tratta di un pregiudicato, pregiudicato divenuto per protesta di una società che fa schifo, democrazia di capitalisti, uomini che sfruttano milioni di altri uomini, salariandoli con molliche di pane, briciole lasciate cascare dalla loro sontuosa mensa, briciole che non sfamano, gocce che tengono in vita un moribondo.
Pregiudicato è colui che, stanco dei soprusi, stanco di essere sfruttato, stanco del massacrante turno di lavoro, dice al padrone: basta, ladro, restituiscimi ciò che mi hai rubato prima.
Stenti e fame alle dipendenze del padrone.
Stenti e fame durante l’espiazione della pena.
Stenti e fame dopo l’espiazione, scacciato e insultato.
Pregiudicato e operaio da noi, negro in America non sono che forme di preconcetti razziali del capitalismo, dei padroni che ci trattano come servi della gleba, quei padroni che vivono senza sapere che vuol dire un’esistenza squallida, nella miseria, senza sapere cosa significa desiderare pane e mortadella, di non aver avuto da bambino il piacere di possedere un giocattolo costoso, a volte il calore e l’affetto di una famiglia, del focolare.
L’orfanotrofio, il correzionale, il carcere, ecco sfornato il pregiudicato. Ed ora? … marcisca in una patria galera … rieducarlo ora? macché, carne da macello, taluni gridano pena di morte, altri no! Fatelo vivere, fatelo vegetare, l’organizzata industria della giustizia deve avere la sua materia prima.
Polizia, carabinieri, parte di una florida industria che produce … pregiudicati, e criminali, il carcere è l’università ove si laurea, la scuola per delinquere, il giovane che vi è rinchiuso oggi per un furtarello, sarà il rapinatore o l’assassino di domani, non importa, l’industria non deve fallire.
Le carceri magazzini di carne umana sono zeppe, si raggiunge ormai, in ogni stabilimento penale o giudiziario, la saturazione, uno sull’altro come animali, l’esempio più classico dei tre compagni arsi vivi a San Vittore in un’angusta cella, dico tre persone … tre giovani vite stroncate nel fiore dell’età per una assurda condizione carceraria, per il sadismo edilizio che costringe tre giovani a stare rinchiusi in due metri quadrati di spazio.
Nel carcere di Torino sono stato compagno di cella con Bobbio, Viale, Bosio, Mochi Sismondi, compagni e seguaci di Lotta Continua, al loro fianco ho compreso veramente il valore di ciò che significhi lotta per la libertà, lotta al capitalismo: ed a tutte le sue strutture borghesi, con profonde radici fasciste.
Con loro ho vissuto momenti di vera fratellanza, fummo commensali, discutemmo sulle occupazioni delle fabbriche, delle università, la Fiat, Palazzo Campana. Su queste basi capeggiai nell’estate ’68 una rivolta passiva. Un sit-in alla Bertrand Russel a protesta e a richiesta che si facesse di più per i detenuti, che si riformassero i codici, che si varasse l’ordinamento carcerario, fui prelevato di peso, attaccato dalla Stampa per il mio gesto e trasferito in casa di rigore. Ancora una volta dovetti subire la repressione da parte della polizia e voluta dai capitalisti.
Dovrò ancora scontare oltre 15 anni di carcere per dei reati che non ho commesso, con ingiustizie e provocazioni: uscirò … debbo uscire per scendere ancora in piazza e alzare la destra, serrare il pugno, dovrò contestare, dovrò combattere la polizia mia acerrima nemica, il capitalismo dovrà essere sconfitto, e con loro i servi e i fascisti, dovrò uscire per raggiungere i miei compagni e marciare al loro fianco verso un nuovo orizzonte.”

Documenti prodotti da organizzazioni armate per la persone o per l’evento in cui ha incontrato la morte
– Nuclei Armati Proletari, “Onore al compagno Zicchitella”, Roma 1976
“Il compagno Martino Zicchitella nacque a Marsala il 26-4-1936 ma fin da piccolo ha vissuto a Torino, la città della borghesia savoiarda, degli ex-repubblichini, la citta dei Valletta, la città in cui la sperequazione capitalistica è più evidente e più umiliante. La città metropoli in cui, già negli anni del boom, la vita sociale è pianificata, controllata e manipolata; dove ogni attività è finalizzata alla produzione di plusvalore e consenso, attraverso l’utilizzazione dei più rudimentali mass-media del tardo capitalismo.
Dai casermoni di Via Verdi ai portici di Via Roma lastricati di marmo, alla Barriera di Milano, alla Crocetta, i salariati di Torino si battono tra centinaia di contraddizioni giornaliere, simili a quelle di qualsiasi altro paese capitalista, ma tutte riconducibili a una sola: quella della propria appartenenza di classe, del proprio potere di acquisto dal quale dipende la gradazione della propria identità umana e sociale. Qui l’acquisizione e l’interiorizzazione dei valori legati all’ideologia borghese non sono scelta, sono induzione violenta, costante, asfissiante.
Martino sceglie la strada dell’appropriazione violenta ed individuale del benessere padronale: quella della rapina, per cui viene arrestato nel ’66.
Durante l’alluvione di Firenze, Martino evade, vive ancora contraddittoriamente la sua realtà di proletario detenuto; salverà invece alcuni giovani dalla melma dell’Arno.
Il carcere e lo scontro che in esso si vive collettivamente gli fanno acquisire i primi elementi di coscienza rivoluzionaria e lo portano nel ’68 alla testa, come direzione ed avanguardia riconosciuta, delle prime dimostrazioni pacifiche nelle carceri “Nuove” di Torino, alle quali il potere risponde brutalmente, come sempre.
Nel ’70 Martino ha pienamente chiarificato la sua identità, ha identificato lo Stato anche nelle sue appendici carcerarie e riesce ad evadere da Alessandria.
Rimane fuori poche ore con le gambe spezzate per il salto dal muro di cinta. Ripreso viene massacrato dalle guardie e rimarrà claudicante.
Nel ’71 è alla testa della rivolta delle “Nuove”. Con lui altri compagni che in quelle lotte e da quelle lotte hanno con sequenzialmente maturato la scelta della lotta armata; all’interno della quale rappresentano le avanguardie più alte e più coscienti del proletariato detenuto, al quale la loro prassi fornisce le più chiare indicazioni: l’evasione e l’organizzazione combattente.
Il ’71 è l’anno di Attica per i proletari che si ribellano in USA; quello di Porto Azzurro per i compagni come Martino. Le successive rivolte ad Alghero, Noto, Enna, lo vedono farsi carico, nella gestione delle lotte, degli interessi di sopravvivenza dei proletari prigionieri, della loro necessità di organizzarsi e combattere.
Nel ’74 a Viterbo inizia un confronto con altre avanguardie espresse dalle lotte dei detenuti sulla costituzione in organizzazione politico-militare all’esterno di alcune avanguardie rivoluzionarie.
Con la presenza a Viterbo di un militante dei NAP, il confronto prosegue e si sviluppa interno-esterno, sul piano politico quanto su quello organizzativo-militare.
Partecipa così alla costruzione e alla realizzazione della operazione coordinata con l’attacco armato interno-esterno del maggio ’75 che vede al primo posto la parola d’ordine della liberazione dei combattenti comunisti prigionieri.
L’attacco interno non coglie l’obiettivo della liberazione ma, per effetto dell’attacco esterno che vede imprigionato il boia Di Gennaro, è comunque un momento di enorme crescita politico-militare che Martino fa suo patrimonio all’interno dell’organizzazione dei NAP.
Trasferito a Lecce per rappresaglia subisce per mesi torture fisiche e psicologiche ma non cessa di porsi come direzione dello scontro organizzando e realizzando con un altro militante dei NAP l’azione armata dell’agosto ’76 che porta alla liberazione di 11 prigionieri.
La sua morte nello scontro di Roma caratterizza e definisce la sua vita e la sua coerenza di combattente comunista.”

Martino Zicchitella

Evasioni e lotte in Francia contro i C.I.E.

23 novembre 2009 Lascia un commento

Evasioni senza frontiere dal sito “MACERIE

 

 Intanto, un lancio d’agenzia dalla Francia:
«Otto stranieri in situazione irregolare sono evasi nella notte tra giovedì e venerdì dal Centro di Detenzione Amministrativa di Palaiseau, in Essonne. Dopo mezzanotte, sono riusciti a scappare dal primo piano, da dove sono scesi grazie ad un lenzuolo, dopo aver smontato le griglie di una finestra. Si tratterebbe di due rumeni, due marocchini, tre algerini e un burkinabé. Secondo una fonte vicina all’amministrazione, il responsabile del Centro avrebbe allertato molto recentemente la Prefettura in merito alla sicurezza del centro, chiedendo di effettuare lavori di ammodernamento.»

E poi, visto che ci siamo,  vi pubblichiamo qui sotto la versione elettronica di un opuscole che sta circolando oltralpe e che racconta delle lotte intorno ai Centri di lassù durante l’ultima estate. Alcuni passaggi riguardano proprio gli interventi negli aeroporti, che qui in Italia mancano del tutto. Chi mastica un po’ il francese, dunque, gli dia una occhiata.
Récits de révoltes et de solidarité

       macerie @ Novembre 22, 2009

Un film su Prima Linea

13 novembre 2009 Lascia un commento

Anche qui passo direttamente al ritrasmettere qualcosa di non mio.
Prendo dal blog
Insorgenze (tanto pe’ cambià) un pezzo sul film appena uscito tratto dal libro di Segio (“Miccia Corta”).
Poi, una serie di link su questo personaggio, sempre provenienti dallo stesso blog

Una storia di Prima linea
Il film girato da Nicola De Maria di cui non avevamo bisogno
Ora Sergio Segio si dissocia (come sempre nel suo stile) dal film che ha ispirato col suo libro, vendendo i diritti d’autore

micciaCon uno stile che a tratti cerca di imitare la moda gauchiste del noir, Segio narra in forma d’epopea l’evasione organizzata, il 3 gennaio 1982, dal carcere di Rovigo. In realtà il testo è un pastiche di generi diversi: si apre con una lunga introduzione “precauzionale” (non sia mai che il magistrato di sorveglianza si arrabbi), nella quale si avverte il lettore che i fatti raccontati non implicano il tragitto successivo del protagonista, ravvedutosi ampiamente delle sue gesta precedenti.
Dopo aver recitato la penitenza iniziale, l’autore finalmente si avventura nel racconto dell’assalto portato alle mura del carcere. Episodio narrato, almeno nelle intenzioni iniziali, col punto di vista di chi vorrebbe riprodurre parole, sentimenti, emozioni dell’epoca; quelle integrali e genuine, non quelle filtrate e deformate dalla memoria. In realtà, l’artificio letterario ricercato non riesce. La sequenza della giornata è intercalata da lunghi e noiosi intermezzi che diventano veri e propri excursus sulla nascita e la storia di Prima Linea, proposti dall’io narrante insieme ad altre riflessioni e considerazioni che svariano nel tempo, celando malamente il senno (?!) del poi spacciato per l’avvedutezza del prima.
Ove mai nel frattempo qualcuno avesse frainteso le intenzioni di un racconto fin troppo compiaciuto sull’evasione, o l’incedere minuzioso di lunghi passaggi sulle armamento, i vari calibri ben oliati, le loro caratteristiche, gli usi possibili e consigliabili (che disvelano il fanatismo ultramilitarista e stalinoide del personaggio che non mancò di processare e uccidere un suo compagno, William Vaccher, accusato di aver fato alcune ammissioni davanti ai carabinieri), nonché i riferimenti alle marche di champagne e ristoranti alla moda che sembrano anticipare gli anni della Milano de bere, il volume si conclude con un apparato di lettere e articoli che descrivono il percorso politico successivo alla cattura, per ricordare l’esperienza carceraria che condusse alla creazione delle «aree omogenee», al mutato giudizio sul passato, a quell’autocritica degli altri che prese il nome di «dissociazione della lotta armata».
Nonostante, in quel 1982, Segio avesse maturato la convinzione del fallimento della lotta armata, egli si racconta avvinto da un ineluttabile destino: «non c’è salvezza possibile per chi ha sognato di cambiare il mondo». Inanellando una serie impressionate di goffe citazioni scapigliate, fa torto a quella generazione che gli fu accanto nel lottare e che trascina nel «novero dei destinati alla sconfitta, che non scelgono l’esilio ma di andare sino in fondo, pagando quel che bisogna pagare al sogno a lungo coltivato».

 

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Prima Linea a processo: Segio e Ronconi

Come immerso nella recita di un consunto copione dannunziano, raffigura se stesso e i suoi compagni avvolti in un’atmosfera d’estetismo combattente, «anime capaci di tenerezza» che sceglievano «di morire non nella lenta emorragia della vita ma di fretta, senza risparmio, come candele accese dai due lati[…] non per malattia del corpo ma per quella della coerenza, per un’inguaribile infezione dell’anima». Poeti armati, esercito scapigliato, tribù del “mucchio selvaggio”, novelli sturm und drang del settantasette nostrano, sognatori impazienti, adepti del carpe diem. «I nostri attimi sono eterni e ci ripagano di tutto», quelli del nonostante tutto, fiori appassiti più che fiori del male, maledetti mancati ma redenti riusciti.
Le parole incedono al rimirar la poesia del gesto, la metrica dell’intenzione che conduceva ad un eroico «andar incontro alla bella morte» di saloina memoria. A metà tra l’imitazione di Marinetti e quella del Vittoriale, non manca persino il lieto fine holliwoodiano che condanna i protagonisti a vivere finalmente ravveduti e contenti.  Al di là di tutto, il libro una sua utilità la conserva comunque, poiché consente di comprendere meglio l’intimità corrotta della dissociazione e dei suoi personaggi di maggiore spicco, i suoi aspetti reconditi, un certo malanimo, la molta falsa coscienza.
Esemplare il risentimento schiumoso verso quei militanti che hanno sempre criticato il modello dissociativo. Forse è la prima volta che uno dei maggiori esponenti di quel movimento-istituzione, che fu appunto la dissociazione della lotta armata, affronta apertamente un tentativo di ricostruzione di quel percorso.
Il tentativo c’è stato. La ricostruzione un po’ meno. La storia può attendere. Il film fa schifo

 

Link
L’esportazione della colpa (1)
Sergio Segio: “Scalzone e i parigini condannino la lotta armata” (2)
Segio ha dimostrato solo di avere ancora molte cambiali da pagare per la sua libertà” (3)
“Monsieur de la calomnie” (4)
Scalzone: “Caro Segio, non c’ è nulla da cui mi devo dissociare” (5)
Sergio Segio, ovvero chi frequenta l’infamia (6)
Segio e la reinvenzione del passato (7)

Ancora con il diario dai CIE

6 ottobre 2009 1 commento

Sciopero della fame oggi al Cie di corso Brunelleschi a Torino. Quasi tutti i reclusi hanno rifiutato la colazione questa mattina e intendono proseguire almeno per tutta la giornata. Un recluso è in sciopero addirittura da sei giorni. Nel frattempo, continuano gli atti di autolesionismo e le denunce di condizioni di vita insopportabili, minacce, maltrattamenti continui e pestaggi brutali da parte dei militari. I reclusi sono molto determinati e consapevoli che in tutti gli altri Cie la situazione è calda.pinar

Ieri c’è stata una protesta molto forte al Cie di Crotone, cominciata con grida e battitura delle sbarre. Quando è intervenuta la polizia i reclusi hanno spaccato i mobili per difendersi. E quando la polizia è riuscita a portarsi via due ragazzi, l’effetto è stato quello di prolungare la protesta fino al loro rilascio. Alla fine, nonostante fosse domenica, sono arrivati di corsa quelli dell’Ufficio Immigrazione della Questura, con la promessa di fare il possibile per migliorare la situazione e sbrigare le pratiche di chi può essere rilasciato.

Brindisi, invece, otto reclusi se ne sono andati dal Centro. È la seconda fuga da quando,questa estate, il Cie di Restinco è stato riaperto per “accogliere” i reduci della sommossa di Milano. I prigionieri sono fuggiti alle cinque del mattino, ma le guardie si sono rese conto della loro assenza solo alle otto: auguriamo loro buon viaggio. Ora dentro al Centro sono rimasti soltanto in quindici, ed otto di loro – come ricorderete – sono in sciopero della fame e della sete dalla settimana scorsa.

Roma la situazione è più tranquilla, a parte quattro rimpatri oggi all’alba e qualche scarcerazione in mattinata. Alcuni consiglieri regionali stanno facendo una visita dentro le gabbie e i detenuti hanno raccontato loro del pestaggio contro l’aspirante evaso di tre giorni fa: vedremo cosa dichiareranno i politici una volta usciti. Ieri sera le voci di alcuni reclusi sono finite nei titoli di testa del Tg3, insieme all’annuncio dello sciopero della fame… della settimana passata.
 

macerie @ Ottobre 5, 2009

In Italia da decenni: tra le sbarre dei CIE

5 ottobre 2009 Lascia un commento

PRENDO UNA SERIE DI STORIE DAL SITO FORTRESS EUROPE. SONO STORIE MOLTO DIVERSE TRA LORO; AD UNIRLE E’ LA DETENZIONE E IL FATTO CHE SONO QUASI TUTTI “ITALIANI” DA DECENNI O PARECCHI ANNI.
LA VERGOGNA DI QUESTO PAESE PASSA ATTRAVERSO LE STORIE DI CHI VIVE TRA LE GABBIE.
CHISSA’ SE I PARTECIPANTI ALLA MANIFESTAZIONE DI PIAZZA DEL POPOLO HANNO MAI DEDICATO UN MINUTO DELLA LORO VITA A TUTTO CIO’, INVECE DI LEGGERE IL TUTTOLOGO SAVIANO CHE PIANGE I CADUTI DEL SUD, QUELLI DELLA FOLGORE.

C’erano una volta gli sbarchi. E chi non faceva domanda d’asilo veniva smistato nei centri di identificazione e espulsione (Cie) d’Italia in attesa del rimpatrio o del rilascio con un ordine di allontanamento. Ma adesso che gli sbarchi sono diminuiti del 90% negli ultimi cinque mesi (dati del Viminale), chi è che finisce dentro i Cie? Per scoprirlo stiamo girando i Cie di tutta Italia. Cominciando da quello di Roma, a Ponte Galeria.

foto di Gabriele del Grande _Ponte Galeria_

foto di Gabriele del Grande _Ponte Galeria_

Lì abbiamo scoperto che, oltre a un terzo circa di ex detenuti trasferiti direttamente dal carcere, le vittime del giro di vite sulla clandestinità sono soprattutto “italiani”. Italiani tra virgolette, perché non hanno la cittadinanza, ma in Italia vivono da quindici, venti o trent’anni. Gente che ha avuto il permesso di soggiorno con le sanatorie del ‘93 e del ‘95, e che il permesso se l’è visto ritirare per scadenza termini, essendosi trovato senza datore di lavoro al momento del rinnovo. In vent’anni però in Italia uno si costruisce una vita. E allora c’è chi fuori ha moglie e bambini piccoli. Ci sono famiglie che rischiano di essere spezzate in due. In nome della sicurezza degli italianisenzavirgolette. Drammi che hanno portato alcuni a tentare il suicidio, bevendo la candeggina o tagliandosi i polsi. Oppure a imbottirsi di psicofarmaci per non impazzire. Fortress Europe ha raccolto per voi le loro storie. Ogni giorno ve ne racconteremo una

 

– Quando gli azzurri di Bearzot vinsero i mondiali di calcio del 1982 in Spagna, Z. Jacob viveva in Italia già da due anni. Era arrivato all’età di 19 anni, nel 1980, dal Camerun. Negli ultimi tempi a Roma lavorava al locale Jogodo, in via di Torre spaccata 127. Tutto in nero perché non aveva il permesso di soggiorno. Gli era scaduto durante la lunga convalescenza seguita a un grave incidente stradale di cui porta ancora le cicatrici sul cranio. A Roma aveva anche un magazzino di strumenti musicali. Li affittava per serate e concerti per guadagnarsi la vita. E aveva addirittura una associazione culturale, registrata a nome della moglie, l’associazione “Black and White”. La moglie già. Perché dopo 29 anni in Italia uno ha tutta la vita nel nostro paese. Jacob oltre alla moglie ha un figlio. Un bambino di 10 anni, a cui ancora la madre non ha spiegato dove sia finito il papà da quando lo ha fermato la polizia, lo scorso 31 agosto, per un banale controllo dei documenti. Rinchiuso da 29 giorni al centro di identificazione e espulsione di Ponte Galeria, a Roma, Jacob adesso teme il rimpatrio. Soprattutto per la sorte della sua famiglia e del figlio.

C’è un altro particolare tragicomico. Il 18 aprile del 2009, quattro mesi prima di essere fermato dalla polizia e portato al Cie per essere espulso, il signor Jacob aveva partecipato a Frascati a una giornata di studi sui diritti umani, intitolata “Dai prigionieri di guerra ai nuovi privati della libertà”. Mi mostra l’attestato di partecipazione. C’è scritto il suo nome. Indovinate chi organizzava l’evento? La Croce rossa italiana. Gli stessi che ora gestiscono la sua di privazione della libertà, all’interno del Centro di identificazione e espulsione di Ponte Galeria, dove ha già passato 33 giorni e da dove rischia di essere rimpatriato quanto prima.

immagine-7-49d9e304b8c7a– Su un piazzale di cemento sono piantate le sbarre di ferro alte quattro metri che delimitano i moduli della sezione femminile del Centro di identificazione e espulsione di Ponte Galeria, a Roma. I posti a disposizione sono 172, sei per ogni camerata. Di notte i cancelli di ogni modulo si chiudono. Nella prima sezione ci sono le ragazze nigeriane, molte sono vittime del racket della prostituzione. Più avanti si trova la sezione delle cinesi. Massaggiatrici da spiaggia e madri di famiglia detenute in nome della sicurezza degli italiani. H. è una di loro. È dentro da 45 giorni. Ma nella sua stanza ci sono quattro donne che sono qui da più di 60 giorni e chiedono che cosa sarà di loro con questa nuova legge. “Dopo tle mesi fai come passo” dice nel poco italiano che conosce. Accanto a lei, si alza dal letto, dove era seduta sulle lenzuola di carta stropicciate, Sunchi. Lei vive a Roma da sei anni. È una dottoressa di medicina tradizionale cinese. A Roma si guadagnava da vivere con l’agopuntura e i massaggi, in un appartamento a Piazza Vittorio. Ha 53 anni. La polizia l’ha fermata due mesi fa a Fregene, sulla spiaggia, mentre faceva massaggi ai bagnanti. In Cina ha un figlio di 25 anni, che si sta per laureare a Pechino. Tra sette giorni scadono i primi due mesi del trattenimento. Ancora non ha ricevuto la notifica della proroga del trattenimento, che potrebbe durare fino a sei mesi secondo le nuove disposizioni. Tuttavia è quasi sicura che non sarà rimpatriata. E come lei le altre donne. Un ispettore di polizia del Cie conferma. L’ambasciata cinese non collabora con le identificazioni. Insomma, sei mesi di detenzione e poi tutto ricomincia come prima. Sunchi lo sa. E per questo – tramite amici che ha fuori – sta continuando a pagare l’affitto del suo posto letto in un appartamento sulla Casilina.

C. segue la nostra conversazione. Non vuole che scriva il suo nome, ma ci tiene a far sapere la sua storia. Perché è una di quelle storie che non possono essere taciute. Questa donna di 42 anni vive in Italia dal 1999. E non è da sola. A Forlì la aspettano il marito e i due figli, di 18 e 19 anni. Il suo permesso di soggiorno è scaduto tre anni fa, perché non aveva un contratto di lavoro al momento del rinnovo. Ha provato anche a metterci un avvocato, ma sono stati soldi sprecati. L’hanno fermata a Forlì durante un banale controllo dei documenti, lo scorso 13 agosto. Da allora sente i suoi figli soltanto al telefono. Soltanto tra quattro mesi potrà riabbracciarli e tornare al lavoro, nella fabbrica dove era impiegata in nero.

Torino, Parigi, Teramo… dal sito Macerie

2 ottobre 2009 Lascia un commento

Giusto all’ora di pranzo di giovedì, una decina di antirazzisti è entrata nella mensa del Politecnico di Torino, esponendo uno striscione con la scritta “La Sodexho ingrassa sui lager” e distribuendo volantini ai presenti. Studenti, cassiere e cuochi sono così stati informati che la grande multinazionale del catering Sodexho, oltre a gestire questa mensa, ha anche l’appalto per la fornitura dei pasti ai reclusi dei Centri di identificazione ed espulsione di via Corelli a Milano e di Roma Ponte Galeria.
buongiorno-sodexhoReclusi che da sempre si lamentano per la pessima qualità del cibo e per la presenza di vermi e scarafaggi cotti. Reclusi che spesso, come da quattro giorni proprio al Cie di Roma, sono in sciopero della fame contro le condizioni di detenzione e contro l’estensione a sei mesi del tempo massimo di permanenza, per la libertà. Reclusi che spesso si ribellano e distruggono questi lager, come hanno fatto i quattordici rivoltosi di via Corelli, sotto processo per la grande rivolta dell’agosto scorso. Reclusi che spesso evadono da quelle gabbie, come è successo al Cie di Torino nella notte tra domenica e lunedì. Detto questo, il gruppetto si è dileguato prima dell’arrivo della polizia, chiamata da un’inviperita funzionaria amministrativa della Sodexho.

Scarica, stampa e diffondi il comunicato della Sodexho e il menu della giornata.

Parigi, invece, martedì sera una decina di solidali si sono auto-invitati a due dibattiti inseriti nel forum degli istituti culturali stranieri il cui tema di quest’anno è, pensate un po’ che pretese, “Sublimiamo le frontiere”. Il loro intento era quello di ricordare al pubblico dell’Istituto culturale olandese e di quello italiano che la parola stessa “frontiera” fa rima con controlli, lager, prigionia e morte per milioni di persone. Soprattutto ora, dentro alla moderna Europa di Schengen. Bisogna dire che l’accoglienza del pubblico che assisteva alla conferenza all’Istituto culturale olandese non è stata particolarmente calorosa: i presenti sul posto hanno cominciato molto presto a dare in escandescenze ed insultare i contestatori, e i volantini sono stati distribuiti e letti nonostante il loro gesticolare e il loro baccano. Al contrario, all’Istituto culturale italiano l’accoglienza è stata molto più cortese e comprensiva: i contestatori hanno letto la testimonianza di un recluso di Ponte Galeria ed hanno reso edotto il pubblico su quest’ultimo mese e mezzo di rivolte nei Centri italiani e del processo in corso contro i 14 di Corelli. “Sopprimiamo le frontiere” – così terminava il volantino distribuito in entrambe le occasioni.menu-sodexho

A Teramo, invece, nella notte tra martedì e mercoledì sono stati imbrattati due mezzi della Misericordia. I quotidiani locali riportano le due scritte che sarebbero state vergate con lo spray nero sui portelloni: “Assassini” e “Complici dei lager”. La Digos, come al solito, indaga, e sospetta che a muovere gli autori delle scritte sia il disprezzo verso l’istituzione della Misericordia che, come sapete, gestisce i Cie di Bologna e Modena.

macerie @ Ottobre 1, 2009

Espulso Miguel: prosegue lo sciopero della fame a Ponte Galeria

30 settembre 2009 Lascia un commento

Questa mattina, alle 7, Miguel è stato svegliato dai poliziotti dell’ufficio immigrazione del Cie di Ponte Galeria. L’hanno accompagnato nel loro ufficio e gli hanno annunciato che è arrivata l’ora della deportazione. Ora è in viaggio verso l’aeoporto. Non sappiamo se questa svolta nella sua storia sia il normale avanzare della macchina delle espulsioni oppure una rappresaglia contro la sua voglia di lottare ed una intimidazione rivolta anche a tutti i suoi compagni del Centro che da due giorni stanno scioperando.460_0___30_0_0_0_0_0_1_1

A proposito, lo sciopero della fame. Durante tutta la giornata di ieri lo sciopero è proseguito compatto: solo alcuni abbandoni, ma il grosso dei reclusi dell’area maschile ha continuato nella protesta. In tre sono svenuti per la spossatezza, due nel pomeriggio e uno la sera. In tutti e tre i casi i loro compagni hanno dovuto urlare a lungo per farli soccorrere, ed un poliziotto si è prodotto in una di quelle scene delle quali soltanto i portatori di divisa riescono ad essere protagonisti: si è avvicinato alle gabbie mentre dentro la gente urlava disperata, con il ragazzo svenuto in mezzo, ed ha cominciato a sputare oltre le sbarre, verso i reclusi, borbottando qualcosa. 
Poi la situazione è diventata ancora più tesa, nel tardo pomeriggio. Alle gabbie si sono presentati alcuni dei funzionari che governano il Centro (sicuramente il capo della polizia e quello della Croce Rossa, più altri ancora) per parlamentare con i reclusi. Quando hanno appreso che la rivendicazione principale della protesta è l’abolizione della norma del “pacchetto sicurezza” che ha allungato a sei mesi i tempi di trattenimento hanno risposto che non è cosa di loro competenza e che avrebbero potuto soltanto fare qualcosa per migliorare un po’ le condizioni di vita. Hanno anche affermato che avrebbero fatto tacere la protesta “con le buone o con le cattive”. Durante tutto il colloquio almeno tre pulman dell’antisommossa sono entrati nel Centro, a dare forza alle parole dei funzionari. Intorno alle 19,30, i funzionari se ne sono andati e i reparti della celere si sono ritirati. Al posto loro, però, sono entrati in campo i fabbri che – almeno fino alle undici di sera – hanno lavorato per rafforzare le gabbie: nuovi lucchetti per tutti.

Ascolta la testimonianza raccolta da Radio Blackout su http://www.autistici.org/macerie/?p=20363

Immagini del dopo pestaggio: Cie di Gradisca

26 settembre 2009 1 commento

«Ci furono tempi felici in cui si poteva scegliere liberamente: meglio morti che schiavi, meglio morire in piedi che vivere in ginocchio. E ci furono tempi infami in cui intellettuali rincretiniti hanno dichiarato che la vita è il sommo dei beni. Oggi sono arrivati i tempi terribili in cui ogni giorno si dimostra che la morte dà inizio al suo governo del terrore esattamente quando la vita è diventata il sommo bene; che chi preferisce vivere in ginocchio, muore in ginocchio; che nessuno può essere ucciso più facilmente di uno schiavo. Noi viventi dobbiamo imparare che non si può nemmeno vivere in ginocchio, che non si diventa immortali se si corre dietro alla vita, e che, se non si vuole più morire per nulla, si muore nonostante non si sia fatto nulla.»

H.A., 1942

 

Lettera a Maroni dalla redazione di Macerie : contro i lager di Stato

26 settembre 2009 Lascia un commento

Prendo questa lettera, per intero, dal sito Macerie. Sito che questo blog “frequenta” costantemente per il suo ottimo lavoro virtuale e reale che fa sui Cie, i Centri di Identificazione ed Espulsione per migranti. I nostri lager, per dirla in parole più semplici, quelli che dall’approvazione del “pacchetto sicurezza” del ministro Maroni stanno scoppiando, in una rivolta dopo l’altra. Sedate tutte nello stesso identico modo, dalla polizia e dall’incredibile “buon lavoro” della Croce Rossa.
Due redattori di Macerie sono sotto processo: un processo da tenere molto sotto controllo.
Con gli occhi ben aperti.

Signor Ministro,

Non sa più che pesci prendere, vero? È chiaro che la società che Lei pretende di controllare Le sta scoppiando tra le mani. Lo vede con i Suoi stessi occhi, e lo vediamo anche noi. Da qualunque parte la si guardi, la situazione è fuori controllo, e più Lei ripete i suoi «tutto va bene» sorridendo teso alla televisione, più alle sue spalle si vede il fumo delle macerie che sale.
sorvegliateciSignor Ministro, è inutile nasconderlo. Se i padroni alla fine ingrassano come sempre, gli sfruttati sono ormai finiti talmente sul lastrico da essere disposti a far letteralmente di tutto. In primavera un gruppo di disoccupati napoletani è arrivato a dar fuoco ad un autobus per protesta, ed ora non si conta più la gente arrampicata sui tetti dei capannoni e dei monumenti. E se un mattino all’alba sgomberate decine di famiglie da una casa occupata abusivamente, la sera stessa ne avete altre dieci a cui pensare. E tutto questo, per un semplice posto di lavoro o per una casa, mica per la giustizia o per un mondo migliore. Si figuri, signor Ministro.Guardiamoci in faccia e diciamoci la verità: a parte parlare ossessivamente di sicurezza, Lei e i Suoi colleghi non sapete che pesci prendere. E dire che le state provando proprio tutte, ma i risultati sono quelli che sono. Basta vedere il gran casino che ha provocato l’approvazione del Suo amato “pacchetto sicurezza”. I Centri di Identificazione ed Espulsione per “clandestini” stanno letteralmente scoppiando: di rabbia, non di reclusi, giacché da quando sono state introdotte le nuove norme la macchina delle espulsioni è inceppata e funziona più lentamente di prima. Persino i poliziotti di guardia e i crocerossini si lamentano di Lei, signor Ministro. Ma questo non le importa, «non c’è nessuna emergenza», perché Lei si consola con le immagini dei barconi respinti in Libia. E questo la fa sentire importante, la fa sentire potente, signor Ministro. E le ronde che Lei tanto ha voluto si risolvono in pagliacciate scortatissime dalla Sua polizia, che brontola per dover far da balia a questi gendarmi dilettanti, quando non finiscono in rissa con chi di squadracce in giro non ne vuole vedere neanche l’ombra. E sono sempre i Suoi prodi ad aver la peggio. Per non parlare poi del “reato di clandestinità” di Sua invenzione, che sta intasando i Tribunali e non lascia ai Giudici neanche più il tempo per condannare a mesi o anni di galera chi ruba un pezzo di formaggio al supermercato. Dall’aeroporto di Kabul fino a Porta Palazzo, non si può certo dire che Lei e il Suo governo stiate vincendo su tutti i fronti. Ma i morti e i feriti vi rimarranno sulla coscienza per sempre.

No, Signor ministro, così proprio non va, se è davvero l’Ordine che Lei vuole gestire. Se invece, così come pare a molti, è solo il Potere che Le interessa, allora bisogna dire che Lei e i suoi compari siete stati bravi a conquistarlo. Saperlo mantenere, questo Potere, è tutt’altra cosa. O potreste ritrovarvi un bel giorno a regnare sul nulla. matteotti-finale-49c26e63277a1Ma sappiamo anche qual è il vostro asso nella manica, la risorsa estrema, l’ultima carta da giocare. Che è poi il progetto politico preciso Suo e del movimento che Lei così degnamente rappresenta: scatenare una guerra civile permanente, che possa permetterLe di organizzare le masse in schiere pronte ad obbedire ai Suoi ordini con fervore e dedizione totali, assoluti. Pronte a tutto, pronte anche ad uccidere e stuprare in nome di un Capo e di una etnia, di una lingua o di una religione. Voi dite Padania, noi capiamo Bosnia. Voi dite Italia, noi capiamo Jugoslavia. Bisogna anche dire che in questo ambizioso progetto Lei non è affatto solo, signor Ministro. Non è lavoro da cospiratori questo, non ci sono trame segrete. C’è pure il rischio che Lei stia proprio “dalla parte della Storia” e del suo flusso osceno. Quando le macchine dentro alle fabbriche si fermano e sembrano non voler ripartire; quando i campi sono bruciati da guerre, pesticidi e carestie, le città devastate dagli affari delle Società per Azioni; quando la gente scappa e scappa in massa e valica le frontiere in lunghe file disperate; quando i Figli del mondo sono troppi, troppo rumorosi e troppo inutili; quando tutto si mescola e si confonde – allora quello stesso Capitale che in altri tempi si concede delle brevi e circoscritte apparenze di benevolenza tira fuori i denti e si prepara al totalitarismo. Servendosi proprio di uomini come Lei.

E, a proposito di uomini, signor Ministro, c’è ancora uno scoglio da superare prima di raggiungere il Suo ultimo obiettivo. Per rendere accettabile, desiderabile, buono e giusto l’incubo che state preparando, e di cui ci state facendo assaggiare qualcosa di più di un’anteprima, non basta la semplice propaganda, per quanto martellante e ossessiva. No, signor Ministro, Lei ha bisogno di una vera e propria mutazione antropologica, di un uomo nuovo. Di un uomo su cui la coscienza dell’ingiustizia scivoli via senza lasciare tracce, in cui la capacità di sentire su di sé le sofferenze altrui – da alcuni chiamata com-passione – sia un ricordo lontano. Un uomo che non individui come tali i sentimenti più odiosi e meschini, che non senta il bisogno di nasconderli o per lo meno di giustificarli ideologicamente, ma che li viva, al contrario, come la più placida delle normalità. Un uomo che, insomma, rendaantiquata anche l’ultima delle prerogative che un tempo erano proprie degli umani: l’ipocrisia.

Esagerazioni farneticanti? No, signor Ministro, se Lei pensa a quell’informatico leghista di Gallarate, amico del figlio stupido del suo Capo, che trovava, e immaginiamo trovi tuttora divertente giocare su internet a respingere barconi di “clandestini”. Mentre lei lo faceva sul serio, e donne, uomini e bambini morivano disidratati, affogati o torturati in Libia: essenzialmente assassinati da Lei, signor Ministro. Ecco, quell’informatico di Gallarate è proprio il prototipo dell’uomo nuovo che Lei sta costruendo. L’uomo che ride di fronte alla morte di gente che non ha mai neanche visto e che nulla gli ha fatto. migranti_sicurezzaUna persona orribile, senza ombra di dubbio, una persona orribile proprio come Lei, signor Ministro, talmente orribile che l’ultimo dei papponi della Pellerina sembra San Francesco in confronto. Ed è proprio per non soccombere di fronte a questo orrore, di fronte a questo baratro in cui precipitano gli ultimi residui di umanità che qualcuno, noi compresi, ha deciso di reagire, di rispondere, e di risponderLe.

Veniamo a noi, dunque, signor Ministro, a tutti noi che ci ostiniamo a non soccombere, e che per questo continuiamo a ribellarci, testardi, inguaribili guastafeste, una piccola parte di questo mondo che esplode, piccola ma non per questo disposta a rassegnarsi. Ebbene, come Lei saprà di sicuro, il Suo pupillo Spartaco Mortola – noto nel mondo intero per l’affaire delle molotov alla Diaz ed ora vicequestore qui a Torino – ha chiesto che si applichi a due di noi la misura di prevenzione della “sorveglianza speciale”. Se i Giudici di Torino lo riterranno opportuno, per quattro anni i due non potranno incontrarsi tra loro, non potranno uscire da Torino e neanche di casa la sera, non potranno partecipare a manifestazioni né chiacchierare per strada con gente di cui non possano certificare una fedina penale intonsa. Un bel castigo, non c’è che dire, un castigo per tutte quelle malefatte che la Sua polizia sostiene abbiano commesso e per le quali la magistratura non ha voluto o potuto infliggere condanne adeguate. Su questa lunghissima teoria di episodi che vengono loro contestati ci lasci dire solo questo, signor Ministro. Ad alcuni di questi i due hanno partecipato effettivamente, di altri invece ne ignoravano persino l’esistenza, ad altri ancora avrebbero partecipato volentieri. Perché di fronte all’accusa di essere stati in mezzo ad una folla che tenta di liberare dalle mani dei carabinieri un senza-documenti destinato alle gabbie di un Cie, nessun uomo che ama la libertà può dire null’altro che: «avrei voluto esserci anche io, se solo avessi saputo».

E qual è lo scopo di questo castigo chiamato “sorveglianza speciale”, Signor ministro? Spaventare, senza dubbio. E spaventare chi? Spaventare innanzitutto i due per i quali è stata richiesta la misura di prevenzione, con la minaccia di finire in galera se persistono nel vivere come hanno scelto di vivere. Spaventare i loro compagni, affinché la smettano di rompere i coglioni a Lei e a quelli come Lei. E spaventare, soprattutto, tutti quei pezzi di società, e sono tanti, che rischiano di intralciare il Suo progetto, affinché non si sognino neppure di poter alzare la testa e guardarLa dritto in faccia con tutto il disprezzo che Lei senza dubbio merita. E infatti, se pensiamo proprio a questi pezzi di società, scopriamo che la sorveglianza che la Sua polizia intende applicare a due di noi non è poi tanto speciale, comparata con i provvedimenti restrittivi che oramai è diventato normale applicare: agli stranieri, agli ultras, ai terremotati abruzzesi, per fare solo qualche esempio di tutti quei campi (siano essi campi di concentramento, campi da calcio o campi della Protezione Civile) in cui sperimentare meccanismi e dispositivi di compressione della libertà nel nome di una vera o presunta emergenza da agitare.

Ebbene, signor Ministro, si figuri se degli anarchici, che trovano intollerabile che la libertà degli altri sia messa in discussione, sono disposti a tollerare simili limitazioni della propria, di libertà. Si figuri se chi già di solito non è ben disposto a sottostare ai provvedimenti dell’Autorità può sottostare a misure come quelle che la Questura vorrebbe predisporre con il benestare del Tribunale. Si figuri se chi è abituato a non voltarsi dall’altra parte di fronte all’abisso dell’orrore a cui Lei e i Suoi simili ci costringono ogni giorno può aver paura di un simile provvedimento. Si figuri, signor Ministro, se qualcuno può smetterla proprio adesso che il mondo esplode e Lei non sa più che pesci pigliare. Noi no, no di certo.

                        La redazione di macerie (e storie di Torino)

(Dopo una prima udienza a giugno, il processo per la sorveglianza speciale a due redattori di macerie continuerà giovedì 1 ottobre. Se volete, potete scrivere a Maroni per dirgli quel che pensate di lui, usando queste cartoline: fronte e  retro)

macerie @ Settembre 25, 2009

I feriti della rivolta di Gradisca

24 settembre 2009 Lascia un commento

montaggioAncora un po’ di immagini che testimoniano dei pestaggi nel Cie di Gradisca d’Isonzo di lunedì mattina. Tra i feriti c’è chi ha avuto 60 punti di sutura, e in tanti denunciano la complicità del personale medico del Centro con la polizia. Ma non solo: i reclusi denunciano anche la sparizione di denaro e di altri oggetti (in particolar modo lettori mp3) durante la perquisizione che ha preceduto il massacro. La polizia sta cercando di insabbiare la vicenda, ricatta i feriti per evitare che questi denuncino i poliziotti e, per spezzare la resistenza, questa mattina ha trasferito una dozzina di prigionieri a Milano, in via Corelli. Come potete sentire dalla diretta che pubblichiamo qui sotto, però, la voglia di farsi sentire, dentro, è ancora alta. Sta a noi aiutarli.

Ascolta la diretta con un recluso di Gradisca d’Isonzo:

http://www.autistici.org/macerie/?p=19923

Sulla rivolta di Gradisca del 21 settembre leggi anche:

Rivolta al Cie di Gradisca

Sui pestaggi dentro ai Cie leggi anche:

Il tram

E sui furti nei Centri:

Sciopero della fame e della sete a Ponte Galeria

ospedale di Goriza, due giorni fa

ospedale di Goriza, due giorni fa

 

macerie @ Settembre 23, 2009

“Nella tua città c’è un Lager”: nasce un bollettino bisettimanale a Roma

23 settembre 2009 Lascia un commento

bollettino-roma-testataTra le tante cose che succedono nella capitale, qualche compagno ha anche trovato il tempo di raccogliere e mettere nero su bianco le notizie che arrivano dai centri di identificazione ed espulsione. “Perché nessuno dica che non sapeva” che c’è un lager nella sua città. Un piccolo regalo alla lotta contro la macchina delle espulsioni, che siamo lieti di mettervi a disposizione.
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Rivolta al C.I.E. di Gradisca

21 settembre 2009 1 commento

Mentre il paese intero si raccoglie nel lutto per i sei soldati morti in Afghanistan, mentre la Croce Rossa piange sulla vernice versata sulla facciata della sede di Roma, scoppia una rivolta nel Cie di Gradisca di Isonzo, provincia di Gorizia. Non sappiamo come sia cominciata, per ora le notizie sono frammentarie e confuse. Quel che è certo è che in una sezione è stato appiccato un incendio, e che la polizia sta picchiando forte chiunque gli capiti sotto tiro. Al momento, si contano almeno 15 feriti tra i reclusi, portati in infermeria sanguinanti.

Ascolta una breve conversazione con un recluso: http://www.autistici.org/macerie/?p=19743

Aggiornamento. Piano piano stiamo riuscendo a ricostruire la dinamica di questa rivolta.

In foto la sede della Croce di Rossa di Roma, attaccata da lanciatori di palloncini ed escrementi questa mattina. La Croce Rossa è complice nella gestione dei Centri di identificazione ed Espulsione

In foto la sede della Croce di Rossa di Roma, attaccata da lanciatori di palloncini ed escrementi questa mattina. La Croce Rossa è complice nella gestione dei Centri di identificazione ed Espulsione

Tutto comincia questa notte, quando in 35 tentano la fuga dal Cie. Purtroppo il tentativo è sventato dalla polizia, che comincia a picchiare brutalmente i fuggiaschi. A questo punto gli altri reclusi, anche chi non aveva partecipato all’evasione fallita, iniziano a protestare e salgono sui tetti, rimanendoci fino alle 6 di questa mattina. Pare che siano anche giunti sul posto dei giornalisti, che forse hanno preferito mantenere il riserbo sulla vicenda (sono sempre giorni di lutto, questi…). All’alba, dietro la promessa della polizia di non fare rappresaglie, i reclusi scendono dai tetti, e la situazione ritorna tranquilla. Fino alle 13, quando scatta una perquisizione. I poliziotti si lasciano andare ad offese pesanti, strappando in due un Corano, e pare che durante il loro passaggio siano spariti anche dei soldi e dei cellulari. Di lì a poco, scoppia la rivolta.

 

Al momento, e sono le cinque di pomeriggio, la rivolta è ancora in corso. Il numero di feriti è salito a una ventina. La polizia continua a picchiare e tirare lacrimogeni nelle celle. Dall’altro lato, i reclusi tentano di spaccare i lucchetti per arrivare ai poliziotti, “tanto qui siamo morti lo stesso”.

Ascolta una conversazione con un altro recluso http://www.autistici.org/macerie/?p=19743

Un altro aggiornamento. Pare che ora, verso le sette di sera, la situazione sia tornata relativamente tranquilla. Certo bisognerà presto capire la situazione dei feriti, alcuni dei quali sembrano davvero in gravi condizioni.

macerie @ Settembre 21, 2009

PER LE IMMAGINI: UN VIDEO GIRATO DENTRO QUALCHE GIORNO DOPO, PER VEDERE ” I RESTI” DELLA RIVOLTA

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