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Posts Tagged ‘deportazione’

Ponte Galeria: quando l’autolesionismo è il mezzo per bloccare le deportazioni.

13 aprile 2015 1 commento

Dal blog Hurriya:

cie-ponte-galeria-17Ieri 11 aprile, un gruppo di solidali si è riunito in presidio di fronte alle mura del CIE di Ponte Galeria per sostenere le persone recluse, dopo le notizie degli ultimi giorni che raccontano l’ennesimo episodio di resistenza e repressione nel centro: di fronte ad un tentativo di deportazione in Tunisia alle 4 del mattino, un prigioniero, Mohammed, ha tentato di opporre resistenza tagliandosi le vene e ingerendo una lametta. Un gesto estremo, che ha messo a rischio la sua vita, per evitare di essere riportato con la forza nel paese dove lo aspetta il carcere e per protestare contro la macchina delle espulsioni che schiaccia le volontà dei singoli con la connivenza delle autorità implicate, italiane e dei paesi di origine dei reclusi (basti pensare che in questo caso era stata avanzata una richiesta di protezione internazionale).

Dopo essere stato lasciato per alcune ore senza alcuna forma di assistenza, disteso nel suo stesso sangue, finalmente qualcuno si è degnato di trasportarlo al pronto soccorso dell’ospedale San Camillo. Non per un atto di umanità ovviamente, ma solo grazie alla solidarietà degli altri reclusi che hanno spinto il personale del CIE ad intervenire e che, a seguito dell’episodio, hanno iniziato uno sciopero della fame. Mohammed è stato riportato dall’ospedale di nuovo al CIE ancora con la lametta nello stomaco e poi nuovamente al pronto soccorso dove ha subito un’operazione, mentre un piantone delle guardie non gli permetteva alcuna forma di comunicazione. Dubitiamo, ovviamente, della qualità dell’assistenza che ha ricevuto in un ospedale i cui medici non si sono fatti scrupoli a riconsegnarlo velocemente nelle gabbie del CIE senza preoccuparsi della sua salute. Ospedale, il San Camillo, tristemente noto per la sua collaborazione con la direzione del CIE con cui, evidentemente, collabora sulla pelle dei reclusi che vengono rimandati in fretta e furia al CIE senza le cure necessarie.

Proprio in queste ore Mohammed è stato riportato al CIE di Ponte Galeria e lo sciopero della fame dei reclusi sembra essere concluso.

La rabbia dei compagni di Mohammed è forte e ce l’hanno dimostrata durante il presidio, facendoci sentire urla e battiture, dando senso e forza alla nostra presenza lì, in un posto generalmente isolato dalla città ma, in occasione di una fiera commerciale, pieno di persone completamente indifferenti a quanto stava succedendo. Rabbia, la loro e la nostra, diventata ancor più forte dopo la notizia, arrivata dai reclusi, che due deportazioni verso la Tunisia erano effettivamente avvenute, con lo stesso volo su cui sarebbe dovuto salire Mohammed e che uno dei ragazzi deportati, una volta arrivato in Tunisia, è finito in ospedale dopo essere stato ferocemente picchiato dalla polizia italiana e tunisina. Rabbia, la loro, che ha anche spinto uno dei reclusi a cucirsi le labbra con il fil di ferro, come già accaduto in passato ad altri reclusi.

Solidarietà con i prigionieri e le prigioniere di Ponte Galeria
Contro tutti i CIE e contro tutte le frontiere

LEGGI: Sangue a Ponte Galeria

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Maurice, rifugiato politico, deportato in Nigeria … uno dei troppi.

13 marzo 2014 Lascia un commento

Una deportazione dietro l’altra,
non solo di neo sbarcati, che dopo mesi a far muffa in qualche Cara e poi Cie vengono fatti salire a bordo di aerei (spesso di linea e carichi di festanti viaggiatori –LEGGI-), ma anche di chi in questo paese aveva ricostruito la sua vita, aveva trovato compagni di vita e di lotta…
Continuo a pensare che questo debba essere il punto primo di ogni nostra battaglia,
quello a fianco dei nostri compagni migranti.
Vi lascio con la storia di Maurice, uno di noi: che da due giorni è stato rimandato nel paese da cui era fuggito, la Nigeria.
La dovreste proprio paga’ cara…in primis tutte le giunte di sinistra, i piddini -tanto democratici- responsabili di deportazioni e tortura.

Dal sito: hurriya.noblog.org
Maurice Amaribe, un compagno di origini nigeriane che si era battuto fin dai primi giorni dell’occupazione Casa de Nialtri ad Ancona (sgomberata ad inizio febbraio), è stato deportato nel suo paese di origine.

Maurice era stato prelevato la mattina del 6 marzo e da quel momento non si avevano sue notizie. Secondo quanto appurato dalla delegazione di Casa de Nialtri presso la questura di Ancona è stato rimpatriato il giorno successivo.

Nel comunicato diffuso (qui) Maurice viene descritto così:
Sempre gentile, rispettoso nei confronti di tutti, felice di dare quotidianamente il suo contributo ad un’esperienza che lo aveva da subito coinvolto. Maurice era da alcuni anni ad Ancona. Gli era stato riconosciuto lo status di rifugiato politico. Ma i documenti gli erano scaduti e non ha fatto in tempo a rinnovarli

Nello stesso comunicato si ribadiscono anche le responsabilità della giunta e (aggiungiamo) del sindaco (PD) Mancinelli che all’inizio di febbraio avevano sgomberato, mandando un piccolo esercito di sbirri, l’ex scuola in cui era sorta l’occupazione abitativa Casa de Nialtri.

Continua la barbara pratica della deportazione degli immigrati nei loro paesi d’origine per la sola accusa di non avere documenti, pratica che sempre più spesso riguarda i migranti che lottano e si espongono in prima persona.

Non va infine dimenticato che ad Ancona, secondo l’unione inquilini, ci sono 1300 richieste di assegnazione di case popolari a fronte di 100 posti disponibili e 110 sfratti ogni anno e la scuola sgomberata più di un mese fa è ancora vuota (in attesa che partano i lavori urgenti), ma le persone che si autorganizzano continuano ad essere avversate e criminalizzate.

Mistral Air: le deportazioni assicurate di Poste Italiane

27 gennaio 2014 Lascia un commento

Forse è perché oltretutto sono dipendente di Poste Italiane, ma a me ‘sta cosa che Mistral Air (compagnia aerea del gruppo Poste Italiane ) fosse estremamente attiva nella deportazione di essere umani mi ha fatto sempre incazzare non poco.
Ho avuto a che fare, per caso, durante una visita medica, anche con alcune persone che lavoravano direttamente per la compagnia, che difendevano schifosamente l’operato con frasi tipo “tanto se non lo facciamo noi lo fa un altro”, “ma sono direttive di Stato”, “ma signora, non si tratta di deportazioni”.

Si tratta proprio di deportazioni, le parole sono tante, hanno varie sfaccettature: qui la parola adatta è “deportazione”, che piaccia o no.
Perché non piace eh, se incontri i fanciullini tutti cravatta e scarpe a punta, che lavorano per società simili, determinate parole non piacciono, danno fastidio, costringono ad allentare un po’ il nodo della cravatta.
Iniziative importanti, mentre nei CIE divampa la protesta : da 3 giorni va avanti un determinato sciopero della fame e della sete nel Cie di Ponte Galeria, che ha bisogno della solidarietà attiva di tutti noi.
Questoinvece  quel che è accaduto oggi, attraverso il sito Macerie (ma lo seguite sì?)davanti a tre uffici postali di Milano.
Qui un vecchio post a riguardo: LEGGI
Sempre dal sito Macerie invece, vi consiglio di leggere il post “Sì, fuoco ai CIE”, perché sì. Punto.

Questa mattina un gruppo di solidali con le lotte dei reclusi del Cie ha dato vita a tre presidi-lampo di fronte ad altrettanti uffici postali di Porta Palazzo e della Barriera di Milano. Manifesti sulle vetrine, volantini e interventi al megafono per segnalare a clienti e impiegati che PosteItaliane, attraverso la loro controllata MistralAir, collaborano con le deportazioni dei senza-documenti. Una piccola contestazione, che però ha fatto andare in confusione gli impiegati di Porta Palazzo, che si sono barricati nell’ufficio lasciando fuori alcuni clienti e che hanno riaperto solo all’arrivo di una volante della polizia – rimasta poi di piantone fino all’orario di chiusura.
macerie @ Gennaio 27, 2014

La storia di Nadia, tra violenza in famiglia e detenzione in un CIE

12 gennaio 2012 2 commenti

Con Nadia e le altre, contro la violenza maschile e contro tutti i Cie!

Nadia è una ragazza di 19 anni che è detenuta da due mesi nel Cie di Ponte Galeria, il lager alle porte di Roma in cui lo stato italiano rinchiude le persone immigrate senza il permesso di soggiorno.
Ma Nadia in realtà non è “propriamente” un’immigrata: è un’italiana che vive sotto il ricatto del permesso di soggiorno. Lo stato la considera una straniera, da rinchiudere ed espellere, perché è nata in Italia da genitori marocchini.
Una doppia violenza, che si aggiunge a quella patriarcale subita all’interno delle mura domestiche.

GUAI A CHI CI TOCCA!!

Nadia e sua sorella, infatti, avevano denunciato il padre per violenza. E dal carcere il padre le ha “espunte” entrambe, per vendetta, dal rinnovo del permesso di soggiorno.
Inizialmente affidata a una casa-famiglia, Nadia è fuggita per costruirsi autonomamente la vita che desiderava, ma si è ritrovata senza documenti ed è stata rinchiusa nel Cie.
Dopo aver subito la violenza maschile, ora Nadia subisce anche quella dello stato che le nega la libertà personale e rischia di essere deportata in Marocco, il paese di origine dei suoi genitori, in cui in realtà lei non è mai stata.

Non solo Nadia, ma tutte le donne rinchiuse nel Cie di Ponte Galeria sono vittime di una doppia violenza, patriarcale e statale, proprio come lei.
La maggioranza delle detenute sono infatti vittime di tratta, che hanno trovato nella prostituzione forzata l’unica via di accesso a un percorso migratorio. Mentre le altre spesso sono rinchiuse nel Cie perché – come Nadia, Adama, Faith e le altre di cui non sapremo mai nulla – sono state così “ingenue” da chiamare la polizia per denunciare uno stupro o un tentato stupro: si aspettavano di essere sostenute e invece hanno trovato solo gabbie e recinti, ulteriori violenze e la prospettiva di una deportazione forzata.

In questi ultimi tempi il dibattito politico italiano si è concentrato spesso sulla possibilità di attribuire i diritti di cittadinanza ai figli e alle figlie dell’immigrazione. Paradossalmente, ne ha parlato anche il presidente Napolitano, tristemente noto per aver dato il nome alla legge che ha istituito gli ex Cpt, oggi Cie (la legge Turco-Napolitano del 1998). Ma negli interventi che abbiamo ascoltato i diritti sembrano riservati solo a chi si comporta come un “bravo cittadino integrato”, che aderisce acriticamente ai valori dell’italianità, senza mettere in discussione il potere esercitato dallo stato capitalista. Tutti gli altri sono considerati clandestini da sfruttare, rinchiudere e deportare.

Anche i casi di violenza domestica e di femminicidio che hanno coinvolto le comunità migranti sono stati spesso al centro dell’attenzione mediatica, proprio allo scopo di rinforzare la retorica dello scontro di civiltà, che serve a giustificare le politiche islamofobe, xenofobe e securitarie. Gli uomini immigrati sono rappresentati come stupratori che minacciano il corpo delle donne italiane, mentre le donne immigrate (specie se musulmane) come vittime di padri violenti e famiglie retrograde. Ma il movimento femminista ha saputo smascherare la strumentalizzazione e l’etnicizzazione dello stupro, affermando con decisione che il patriarcato è universale e che la violenza domestica non ha confini e non dipende dal passaporto.

Nadia è una giovane donna che ha avviato un percorso di autodeterminazione, ribellandosi sia alla violenza maschile che a quella dello stato.
Nadia – così come tutte le altre donne recluse che subiscono la violenza statale e patriarcale – non deve passare un minuto di più nel lager di Ponte Galeria!
Mentre scriviamo ci arriva proprio da Nadia la notizia che oggi pomeriggio uscirà dal Cie.
Condividiamo la sua gioia per l’imminente liberazione ma continuiamo a lottare al fianco di tutte le altre donne recluse nei lager di stato.

Nadia libera!
Libere tutte! Liberi tutti!
Chiudere tutti i Cie! Abbattere le frontiere!

Silenzio Assordante (Radio Onda Rossa)

Ismael riesce a scendere dall’aereo: la lotta paga! Ora lo vogliamo libero, lui e TUTT@

28 settembre 2011 Lascia un commento

Sempre dal sito di Gabriele Dal Grande prendo questo breve testo che ci racconta come sta proseguendo la storia di Ysmael che avevamo raccontato nel posto intitolato “tutti gli Ismael del mondo“: la storia di uno dei tanti detenuti nei Centri di Identificazione ed Espulsione, che però ha dalla sua parte una grande comunità di amici e parenti che stanno lottando per dimostrargli tutta la solidarietà possibile.
Non è solo come molti lo sono, nelle sue stesse condizioni, magari perché arrivati da pochissimo nel nostro paese che per loro è solo sbarre, pestaggi e privazione di praticamente tutto.
Ismaele è stato imbarcato su un aereo per la sua deportazione, che qui hanno l’uso di chiamare “rimpatrio”, ma è riuscito a ribellarsi e a scendere da quell’aereo su suolo ancora italiano, per essere di nuovo rinchiuso nel Cie: questa la sua storia.
Grazie a Gabriele che ce le racconta, e grazie anche al pilota di quel volo!

Ricordate la storia di Ysmael e il presidio dei peruviani sotto il Cie di Torino? Ieri sulla pagina facebook del circolo José Carlos Mariátegui di Torino e’ comparsa la locandina che vedete qua sopra “Lo hanno portato all’aeroporto di Milano come un pacco, ma il pacco ha alzato la voce ribelle e ora e’ di nuovo recluso nelle celle del Cie di Torino“. Gli amici, la sorella e i compagni di partito di Ysmael continuano a manifestargli la loro solidarieta’. Sono le uniche voci, al telefono, a tenergli compagnia nel reparto di isolamento dove e’ ritornato l’altro ieri dopo aver perso l’aereo. Si’ perche’ doveva essere espulso lunedi’ su un volo di linea da Milano a Lima. Ma appena l’hanno caricato sull’aereo ha iniziato a gridare e a dimenarsi nonostante il tentativo di immobilizzarlo degli agenti della scorta. La situazione e’ degenerata al punto che il pilota dell’aereo e’ dovuto intervenire personalmente. Ha chiesto a Ysmael se volesse partire o meno. E alla sua risposta negativa ha ordinato ai poliziotti, come in suo potere, di farlo scendere immediatamente. Adesso Ysmael e’ di nuovo al Cie di Torino, in isolamento. Pronto a fare di tutto per non tornare in Peru’. Perche’ a Torino ha una casa, una sorella e un lavoro onesto. Un lavoro da cui dipende il mantenimento del figlio di sette anni in Peru’ e della ex moglie. Estamos contigo.

TUTTI GLI ISMAEL DEL MONDO!

16 settembre 2011 1 commento

DA MACERIE, sito che vi consiglio di seguire quotidianamente

Poco più di una settimana fa Ismael è incappato in un controllo di polizia e, come succede a tanti altri senza-documenti qui in città, si è ritrovato nel giro di un paio d’ore prigioniero dentro le gabbie del Cie di corso Brunelleschi. Ora è chiuso là dentro, in balìa dell’umore di crocerossini-in-mimetica e di militari, ad aspettare decisioni e contro-decisioni di un qualche giudice di pace affamato di carte. Dalla sua ha la propria determinazione alla resistenza e la compattezza che, grazie anche alle lotte e ai sussulti di queste ultime settimane, si sta creando dietro le sbarre: la grande evasione della settimana passata, proprio per le sue modalità organizzative, dà conto del clima e della complicità che c’è tra i prigionieri.

Ma Ismael, dalla sua parte, ha anche la solidarietà dei suoi vecchi amici e compagni di fuori. Già, perché Ismael è molto conosciuto nei circoli più politicizzati dell’emigrazione peruviana a Torino. E così, i suoi compagni si sono messi in movimento ed han voluto trasformare in cosa pubblica e di lotta un evento che, per tanti altri amici e parenti e vicini di casa dei vari prigionieri di corso Brunelleschi, troppo spesso è vissuto come una sventura privata della quale quasi vergognarsi. «A volte la stessa vita ci fa imparare, più di quello che impariamo per vivere. La lotta ci fa imparare e adesso è il momento di lottare», ha spiegato uno di loro ai microfoni di Radio Blackout, «per i diritti di tutti gli Ismael del mondo». L’imprigionamento di un amico e compagno è l’illuminarsi della realtà che improvvisamente ti fa imparare che quello non è solo il caso suo, ma di tanti altri come lui, reclusi come lui. Un esempio bello e raro di come dovrebbero andare sempre le cose quando la polizia impacchetta e trasporta qualcuno, chiunque, dentro le gabbie per senza-documenti.

E così, per questo sabato 17 settembre, dalle 17,30 in poi, gli amici e i compagni di Ismael organizzano un presidio sotto le mura del Centro, per chiedere la liberazione sua e di tutti gli altri prigionieri.

È la prima volta, a memoria nostra, che una iniziativa davanti a corso Brunelleschi parte direttamente da gente toccata dalla detenzione di un proprio caro e non dalle differenti alleanze di militanti politici italiani o dalle varie generazioni di nemici delle espulsioni (noi compresi, ovviamente) che si sono susseguite in questi anni in città. Non che la lotta contro i Cie abbia visto come protagonisti solo “gli italiani”, al contrario: come sa benissimo chi ci legge tutti i giorni, quando la macchina delle espulsioni ha perso davvero qualche pezzo è stato sempre per la determinazione all’incendio e alla fuga dei reclusi. Il problema è il fuori dei Centri, il “cosa possiamo fare” di chi rischia di finirci o ci è appena uscito: è lì che si determina lo spazio vuoto abitualmente occupato dai militanti italiani o dai nemici dei Cie. Non che niente si sia mosso in questi mesi, anzi: per tutti, la grinta degli egiziani in corso Vinzaglio di giugno scorso, che hanno trasformato le lamentazioni in sommossa, facendo fuggire a gambe levate i militanti politici e lasciando noi piacevolmente stupiti, ma anche spiazzati. Sullo sfondo, la resistenza invisibile di alcuni pezzi di quartieri, coi fischi quando arriva la volante e i portoni che si aprono, o la gente che si mette in mezzo quando i numeri e la situazione lo consentono, o anche solo il ragazzo del mercato che regala la frutta per i senza-documenti prigionieri. Ma là davanti, dove si vede tanto bene cosa può voler dire dipendere da un pezzo di carta, alla fine ci va sempre chi il pezzo di carta, garantito a vita, in tasca ce l’ha.

Una bella novità, dunque, quella di sabato, che aspettavamo di potervi raccontare da molto tempo. E vedremo assieme se sarà feconda e che strada prenderà: quella delle mille mediazioni con i rappresentanti consolari, delle alleanze con i partiti-che-hanno-aperto-i-Centri e ora si nascondono dietro un dito, della ricerca spasmodica di una presa di posizione da parte di chi ha le mani sulle leve del potere, qui o sulle Ande; oppure quella della compliticità fattiva con chi lotta dentro, del mettersi in mezzo quando escono le camionette dei deportati, del provare a stoppare i voli dei rimpatri, del bloccare pezzi pur piccoli di città per costringerla a guardare cosa succede dentro a quelle maledette gabbie.

macerie @ Settembre 15, 2011

La deportazione di Sonia, mamma di 4 figli … che non la seguiranno

14 settembre 2011 1 commento

Vite in bilico (foto Reuters)

Ascoltate questa corrispondenza effettuata stamattina da Radio Onda Rossa, e se potete correte con quanta più fretta potete verso l’Aereoporto di Fiumicino, dove sul prossimo volo per la Tunisia verrà effettuata una deportazione.
Una di quelle 150 deportazioni che il nostro paese, attraverso l’agenzia Frontex (i voli sono spesso della MistralAir società di proprietà di Poste italiane, ne abbiamo già parlato) effettua ogni settimana tra Tunisia, Egitto ed altro…
la storia di Sonia è straziante.
E’ scappata da un marito di merda che la maltrattava e da un paese dove non voleva stare: s’è presa i suoi bambini ed è approdata, chissà come peraltro, nel nostro paese. Ventiquattro anni.
Ventiquattro anni a Roma, dove son cresciuti i suoi 4 figli, dove ha lavorato, dove ha stretto amicizie e relazioni, dove ha parlato con le maestre dei suoi bambini, ha dondolato sulle altalene giocando con i suoi cuccioli, ha tessuto la sua vita così come l’aveva voluta autodeterminare.
Lontana dai vincoli matrimoniali, religiosi o anche solo geografici, a cui era costretta.

Poi sai, nella loro condizione basta un secondo.
Basta perdere un lavoro, basta per un attimo non avere il rinnovo del permesso di soggiorno che l’inferno dei Centri di Identificazione ed Espulsione si materializza. I sei mesi di detenzione motivati solo da una posizione di irregolarità amministrativa (?!) e non dall’aver commesso un reato, son diventati diciotto, 18, DICIOTTO, con il nuovo emendamento.
E questa è la storia di Sonia come di centinaia di altre donne e uomini, chiusi nei nostri lager di Stato.
Storie di chi nel nostro paese ha tutto, storie di chi come lei oggi sarà deportato nel paese di nascita, senza i propri figli.
LE PAROLE NON CI SONO.
DOVREMMO SOLO FERMARLI

ASCOLTA LA CORRISPONDENZA di questa mattina da PONTE GALERIA

AGGIORNAMENTI DA MACERIE: Così, all’alba di oggi un gruppo di compagni si è ritrovato davanti ai cancelli del Centro. Troppo pochi per intralciare i mezzi nei quali la polizia aveva caricato Sonia e gli altri due ragazzi da deportare, i compagni si sono spostati all’aeroporto per cercare di parlare con il comandante dell’aereo che avrebbe dovuto portare i tre in Tunisia. Ma l’aereo è dell’Alitalia, e il comandante ovviamente irraggiungibile. A metà mattinata l’aereo è partito, non sappiamo ancora se con Sonia e gli altri sopra. Nell’attesa di sapere come è andata a finire, i compagni di Roma invitano tutti a martellare Ponte Galeria di telefonate, almeno per tutta la giornata di oggi: 06 65854224.

ECCO COME E’ ANDATA A FINIRE..PRENDIAMO TUTTO DALLE AGENZIE:

VOLI BLOCCATI CON POLIZIOTTI E TUNISINI DUE AEREI FERMI A PALERMO E 
 TUNISI PER QUESTIONI BUROCRATICHE (ANSA) - PALERMO, 14 SET - «Aerei per 
 i rimpatri degli immigrati fermi da ore con decine di poliziotti a bordo 
 e costi che salgono alle stelle». Lo denuncia il sindacato di polizia 
 Coisp che segnala il caso di due voli che oggi avrebbero dovuto 
 riportare in patria, in Tunisia, circa 100 migranti giunti in Italia. Il 
 primo è partito da Milano alle 2 della scorsa notte con a bordo 90 
 poliziotti di scorta, ed è giunto a Lampedusa, dove ha caricato 49 
 clandestini, per poi fare una prima tappa a Palermo e una seconda a 
 Tunisi, dove però solo 30 immigrati sono potuti scendere. «Secondo 
 quanto sostenuto dalle autorità locali - scrive il Coisp in una nota - 
 non più di tanti clandestini al giorno possono fare sbarco sul 
 territorio, e così 19 africani sono rimasti assieme ai 90 agenti 
 sull'aereo, tuttora bloccato in pista in attesa che la situazione possa 
 sbloccarsi». Una sorte non troppo diversa, secondo il sindacato, è 
 toccata a un secondo volo, partito oggi da Roma con a bordo circa 80 
 poliziotti, atterrato a Lampedusa dove sono saliti a bordo 50 migranti, 
 e di seguito a Palermo, dove però è ancora bloccato, in attesa 
 dell'autorizzazione a viaggiare verso Tunisi che non arriva. «Enormi i 
 disagi, non solo per tutte le persone coinvolte nell'incredibile vicenda 
 - accusa il sindacato di polizia - ma anche per le due linee aeree che 
 sono state private della disponibilità dei due mezzi da destinare ad 
 altri servizi». Per Franco Maccari, segretario generale del Coisp, «sono 
 situazioni cui si stenta a credere e che si traducono in costi 
 esorbitanti per i cittadini e disagi indicibili per i colleghi e per 
 tutti gli altri malcapitati protagonisti».
 
 AGENTI FERMI A TUNISI TORNERANNO DOMANI (V. 'IMMIGRAZIONE: COISP, VOLI 
 BLOCCATI CON...' DELLE 20.59) (ANSA) - ROMA, 14 SET - Si è sbloccata la 
 situazione dei poliziotti e dei migranti bloccati nell' aereoporto di 
 Tunisi perchè le autorità del Paese si erano rifiutate di accogliere un 
 numero di extracomunitari superiore rispetto a quanto previsto dagli 
 accordi. A tarda sera, fanno sapere dal Dipartimento della Pubblica 
 sicurezza, il governo di Tunisi ha acconsentito a riprendersi i migranti 
 sbarcati a Lampedusa mentre i poliziotti passeranno la notte nel Paese e 
 domani torneranno in Italia.
 
 DISORDINI IN CPA LAMPEDUSA, AGENTE FERITO (ANSA) - PALERMO, 14 SET - Un 
 poliziotto ferito da una pietra e alcuni tunisini contusi è il bilancio 
 di una rivolta scoppiata nel pomeriggio nel centro di accoglienza a 
 Lampedusa. I tunisini hanno cominciato a protestare dopo avere appreso 
 che 49 loro connazionali stamattina erano stati rimpatriati e altri 50 
 caricati su un secondo volo diretto a Palermo e poi a Tunisi. La polizia 
 è riuscita a riportare la calma, ma nel centro la tensione rimane alta 
 tant'è che sono stati rafforzati i controlli davanti il Cpa, con l'invio 
 di ulteriori cento agenti. Altri 110 tunisini nel pomeriggio sono stati 
 imbarcati sulla nave Moby diretta a Palermo, dove giungerà domattina. 
 Nel centro di Lampedusa al momento ci sono circa 800 migranti, cento 
 minori sono stati trasferiti nell'ex base Loran.
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