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Posts Tagged ‘documenti’

Maurice, rifugiato politico, deportato in Nigeria … uno dei troppi.

13 marzo 2014 Lascia un commento

Una deportazione dietro l’altra,
non solo di neo sbarcati, che dopo mesi a far muffa in qualche Cara e poi Cie vengono fatti salire a bordo di aerei (spesso di linea e carichi di festanti viaggiatori –LEGGI-), ma anche di chi in questo paese aveva ricostruito la sua vita, aveva trovato compagni di vita e di lotta…
Continuo a pensare che questo debba essere il punto primo di ogni nostra battaglia,
quello a fianco dei nostri compagni migranti.
Vi lascio con la storia di Maurice, uno di noi: che da due giorni è stato rimandato nel paese da cui era fuggito, la Nigeria.
La dovreste proprio paga’ cara…in primis tutte le giunte di sinistra, i piddini -tanto democratici- responsabili di deportazioni e tortura.

Dal sito: hurriya.noblog.org
Maurice Amaribe, un compagno di origini nigeriane che si era battuto fin dai primi giorni dell’occupazione Casa de Nialtri ad Ancona (sgomberata ad inizio febbraio), è stato deportato nel suo paese di origine.

Maurice era stato prelevato la mattina del 6 marzo e da quel momento non si avevano sue notizie. Secondo quanto appurato dalla delegazione di Casa de Nialtri presso la questura di Ancona è stato rimpatriato il giorno successivo.

Nel comunicato diffuso (qui) Maurice viene descritto così:
Sempre gentile, rispettoso nei confronti di tutti, felice di dare quotidianamente il suo contributo ad un’esperienza che lo aveva da subito coinvolto. Maurice era da alcuni anni ad Ancona. Gli era stato riconosciuto lo status di rifugiato politico. Ma i documenti gli erano scaduti e non ha fatto in tempo a rinnovarli

Nello stesso comunicato si ribadiscono anche le responsabilità della giunta e (aggiungiamo) del sindaco (PD) Mancinelli che all’inizio di febbraio avevano sgomberato, mandando un piccolo esercito di sbirri, l’ex scuola in cui era sorta l’occupazione abitativa Casa de Nialtri.

Continua la barbara pratica della deportazione degli immigrati nei loro paesi d’origine per la sola accusa di non avere documenti, pratica che sempre più spesso riguarda i migranti che lottano e si espongono in prima persona.

Non va infine dimenticato che ad Ancona, secondo l’unione inquilini, ci sono 1300 richieste di assegnazione di case popolari a fronte di 100 posti disponibili e 110 sfratti ogni anno e la scuola sgomberata più di un mese fa è ancora vuota (in attesa che partano i lavori urgenti), ma le persone che si autorganizzano continuano ad essere avversate e criminalizzate.

Mistral Air: le deportazioni assicurate di Poste Italiane

27 gennaio 2014 Lascia un commento

Forse è perché oltretutto sono dipendente di Poste Italiane, ma a me ‘sta cosa che Mistral Air (compagnia aerea del gruppo Poste Italiane ) fosse estremamente attiva nella deportazione di essere umani mi ha fatto sempre incazzare non poco.
Ho avuto a che fare, per caso, durante una visita medica, anche con alcune persone che lavoravano direttamente per la compagnia, che difendevano schifosamente l’operato con frasi tipo “tanto se non lo facciamo noi lo fa un altro”, “ma sono direttive di Stato”, “ma signora, non si tratta di deportazioni”.

Si tratta proprio di deportazioni, le parole sono tante, hanno varie sfaccettature: qui la parola adatta è “deportazione”, che piaccia o no.
Perché non piace eh, se incontri i fanciullini tutti cravatta e scarpe a punta, che lavorano per società simili, determinate parole non piacciono, danno fastidio, costringono ad allentare un po’ il nodo della cravatta.
Iniziative importanti, mentre nei CIE divampa la protesta : da 3 giorni va avanti un determinato sciopero della fame e della sete nel Cie di Ponte Galeria, che ha bisogno della solidarietà attiva di tutti noi.
Questoinvece  quel che è accaduto oggi, attraverso il sito Macerie (ma lo seguite sì?)davanti a tre uffici postali di Milano.
Qui un vecchio post a riguardo: LEGGI
Sempre dal sito Macerie invece, vi consiglio di leggere il post “Sì, fuoco ai CIE”, perché sì. Punto.

Questa mattina un gruppo di solidali con le lotte dei reclusi del Cie ha dato vita a tre presidi-lampo di fronte ad altrettanti uffici postali di Porta Palazzo e della Barriera di Milano. Manifesti sulle vetrine, volantini e interventi al megafono per segnalare a clienti e impiegati che PosteItaliane, attraverso la loro controllata MistralAir, collaborano con le deportazioni dei senza-documenti. Una piccola contestazione, che però ha fatto andare in confusione gli impiegati di Porta Palazzo, che si sono barricati nell’ufficio lasciando fuori alcuni clienti e che hanno riaperto solo all’arrivo di una volante della polizia – rimasta poi di piantone fino all’orario di chiusura.
macerie @ Gennaio 27, 2014

Ismael riesce a scendere dall’aereo: la lotta paga! Ora lo vogliamo libero, lui e TUTT@

28 settembre 2011 Lascia un commento

Sempre dal sito di Gabriele Dal Grande prendo questo breve testo che ci racconta come sta proseguendo la storia di Ysmael che avevamo raccontato nel posto intitolato “tutti gli Ismael del mondo“: la storia di uno dei tanti detenuti nei Centri di Identificazione ed Espulsione, che però ha dalla sua parte una grande comunità di amici e parenti che stanno lottando per dimostrargli tutta la solidarietà possibile.
Non è solo come molti lo sono, nelle sue stesse condizioni, magari perché arrivati da pochissimo nel nostro paese che per loro è solo sbarre, pestaggi e privazione di praticamente tutto.
Ismaele è stato imbarcato su un aereo per la sua deportazione, che qui hanno l’uso di chiamare “rimpatrio”, ma è riuscito a ribellarsi e a scendere da quell’aereo su suolo ancora italiano, per essere di nuovo rinchiuso nel Cie: questa la sua storia.
Grazie a Gabriele che ce le racconta, e grazie anche al pilota di quel volo!

Ricordate la storia di Ysmael e il presidio dei peruviani sotto il Cie di Torino? Ieri sulla pagina facebook del circolo José Carlos Mariátegui di Torino e’ comparsa la locandina che vedete qua sopra “Lo hanno portato all’aeroporto di Milano come un pacco, ma il pacco ha alzato la voce ribelle e ora e’ di nuovo recluso nelle celle del Cie di Torino“. Gli amici, la sorella e i compagni di partito di Ysmael continuano a manifestargli la loro solidarieta’. Sono le uniche voci, al telefono, a tenergli compagnia nel reparto di isolamento dove e’ ritornato l’altro ieri dopo aver perso l’aereo. Si’ perche’ doveva essere espulso lunedi’ su un volo di linea da Milano a Lima. Ma appena l’hanno caricato sull’aereo ha iniziato a gridare e a dimenarsi nonostante il tentativo di immobilizzarlo degli agenti della scorta. La situazione e’ degenerata al punto che il pilota dell’aereo e’ dovuto intervenire personalmente. Ha chiesto a Ysmael se volesse partire o meno. E alla sua risposta negativa ha ordinato ai poliziotti, come in suo potere, di farlo scendere immediatamente. Adesso Ysmael e’ di nuovo al Cie di Torino, in isolamento. Pronto a fare di tutto per non tornare in Peru’. Perche’ a Torino ha una casa, una sorella e un lavoro onesto. Un lavoro da cui dipende il mantenimento del figlio di sette anni in Peru’ e della ex moglie. Estamos contigo.

TUTTI GLI ISMAEL DEL MONDO!

16 settembre 2011 1 commento

DA MACERIE, sito che vi consiglio di seguire quotidianamente

Poco più di una settimana fa Ismael è incappato in un controllo di polizia e, come succede a tanti altri senza-documenti qui in città, si è ritrovato nel giro di un paio d’ore prigioniero dentro le gabbie del Cie di corso Brunelleschi. Ora è chiuso là dentro, in balìa dell’umore di crocerossini-in-mimetica e di militari, ad aspettare decisioni e contro-decisioni di un qualche giudice di pace affamato di carte. Dalla sua ha la propria determinazione alla resistenza e la compattezza che, grazie anche alle lotte e ai sussulti di queste ultime settimane, si sta creando dietro le sbarre: la grande evasione della settimana passata, proprio per le sue modalità organizzative, dà conto del clima e della complicità che c’è tra i prigionieri.

Ma Ismael, dalla sua parte, ha anche la solidarietà dei suoi vecchi amici e compagni di fuori. Già, perché Ismael è molto conosciuto nei circoli più politicizzati dell’emigrazione peruviana a Torino. E così, i suoi compagni si sono messi in movimento ed han voluto trasformare in cosa pubblica e di lotta un evento che, per tanti altri amici e parenti e vicini di casa dei vari prigionieri di corso Brunelleschi, troppo spesso è vissuto come una sventura privata della quale quasi vergognarsi. «A volte la stessa vita ci fa imparare, più di quello che impariamo per vivere. La lotta ci fa imparare e adesso è il momento di lottare», ha spiegato uno di loro ai microfoni di Radio Blackout, «per i diritti di tutti gli Ismael del mondo». L’imprigionamento di un amico e compagno è l’illuminarsi della realtà che improvvisamente ti fa imparare che quello non è solo il caso suo, ma di tanti altri come lui, reclusi come lui. Un esempio bello e raro di come dovrebbero andare sempre le cose quando la polizia impacchetta e trasporta qualcuno, chiunque, dentro le gabbie per senza-documenti.

E così, per questo sabato 17 settembre, dalle 17,30 in poi, gli amici e i compagni di Ismael organizzano un presidio sotto le mura del Centro, per chiedere la liberazione sua e di tutti gli altri prigionieri.

È la prima volta, a memoria nostra, che una iniziativa davanti a corso Brunelleschi parte direttamente da gente toccata dalla detenzione di un proprio caro e non dalle differenti alleanze di militanti politici italiani o dalle varie generazioni di nemici delle espulsioni (noi compresi, ovviamente) che si sono susseguite in questi anni in città. Non che la lotta contro i Cie abbia visto come protagonisti solo “gli italiani”, al contrario: come sa benissimo chi ci legge tutti i giorni, quando la macchina delle espulsioni ha perso davvero qualche pezzo è stato sempre per la determinazione all’incendio e alla fuga dei reclusi. Il problema è il fuori dei Centri, il “cosa possiamo fare” di chi rischia di finirci o ci è appena uscito: è lì che si determina lo spazio vuoto abitualmente occupato dai militanti italiani o dai nemici dei Cie. Non che niente si sia mosso in questi mesi, anzi: per tutti, la grinta degli egiziani in corso Vinzaglio di giugno scorso, che hanno trasformato le lamentazioni in sommossa, facendo fuggire a gambe levate i militanti politici e lasciando noi piacevolmente stupiti, ma anche spiazzati. Sullo sfondo, la resistenza invisibile di alcuni pezzi di quartieri, coi fischi quando arriva la volante e i portoni che si aprono, o la gente che si mette in mezzo quando i numeri e la situazione lo consentono, o anche solo il ragazzo del mercato che regala la frutta per i senza-documenti prigionieri. Ma là davanti, dove si vede tanto bene cosa può voler dire dipendere da un pezzo di carta, alla fine ci va sempre chi il pezzo di carta, garantito a vita, in tasca ce l’ha.

Una bella novità, dunque, quella di sabato, che aspettavamo di potervi raccontare da molto tempo. E vedremo assieme se sarà feconda e che strada prenderà: quella delle mille mediazioni con i rappresentanti consolari, delle alleanze con i partiti-che-hanno-aperto-i-Centri e ora si nascondono dietro un dito, della ricerca spasmodica di una presa di posizione da parte di chi ha le mani sulle leve del potere, qui o sulle Ande; oppure quella della compliticità fattiva con chi lotta dentro, del mettersi in mezzo quando escono le camionette dei deportati, del provare a stoppare i voli dei rimpatri, del bloccare pezzi pur piccoli di città per costringerla a guardare cosa succede dentro a quelle maledette gabbie.

macerie @ Settembre 15, 2011

Ecco le testimonianza diretta, dai migranti detenuti a Ponte Galeria

17 luglio 2011 1 commento

Dal sempre più necessario ed insostituibile blog: FortressEurope, di Gabriele Del Grande
L’ultima volta sono entrati una settimana fa. Alle sei del mattino. Una ventina di agenti in tutto, tra quelli in divisa coi manganelli in mano e i civili. Ridha dormiva ancora, sotto gli effetti degli psicofarmaci che prendeva ogni sera per scacciare i cattivi pensieri. Era arrivato a Lampedusa un paio di mesi prima. E dell’Italia aveva visto soltanto le gabbie. Prima quella del centro di accoglienza di Lampedusa, poi quella di Ponte Galeria, il centro di identificazione e espulsione (Cie) di Roma.

Foto di Valentina Perniciaro _sbarre e privazione di libertà_

Ha aperto gli occhi soltanto dopo che lo hanno alzato di peso dal materasso, tirandolo su per le braccia. E allora ha cominciato a sbraitare. Nella camerata si sono svegliati tutti, tranne il libanese ustionato. Ma prima che qualcuno dicesse niente la polizia ha ordinato di rimanersene a letto. Venti contro sei, manganelli contro mani nude, nessuno se l’è sentita di dire niente. E sono rimasti a guardare, con gli agenti che portavano via il povero Ridha così come lo aveva trovano a letto: in pantaloncini corti e a torso nudo. Senza lasciarlo nemmeno andare in bagno per sciacquarsi il viso e fare i suoi bisogni. Il resto della scena i suoi compagni di cella l’hanno vista dalle finestre, nel cortile. “L’hanno legato come un pollo”, racconta oggi Brahim. Con una corda: alle gambe e ai polsi, con le braccia piegate dietro la schiena. E per non farlo gridare, gli hanno stretto una fascia sulla bocca e l’hanno portato via. Funziona così al Cie di Roma, e non solo. La destinazione è a pochi chilometri. Aeroporto di Fiumicino. I voli sono quelli di linea, prima fanno salire i passeggeri e poi all’ultimo minuto monta la polizia con i reclusi da espellere. Quel giorno erano in 20. Tutti tunisini. Destinazione Palermo, per le operazioni di identificazione che svolge abitualmente il Consolato tunisino, direttamente in aeroporto. E da lì il volo per Tunisi. Brahim la scena la ricorda bene. E di quando in quando se la sogna pure la notte.

“Facciamo tutti sogni brutti, viviamo nella paura. Di essere rimpatriati e di non conoscere il nostro destino”. In questo momento dentro il Cie romano ci sono circa 200 detenuti e una cinquantina di detenute. Una sessantina almeno sono tunisini, compresa qualche donna. Quasi tutti sbarcati nei mesi scorsi a Lampedusa. Tra loro c’è chi vorrebbe essere rimpatriato prima possibile pur di tornare in libertà, e chi invece non vuole essere rimpatriato a nessun costo. Entrambi però credono che sia profondamente ingiusto perdere 6 mesi della propria libertà rinchiusi in una gabbia, senza aver commesso nessun reato. Soprattutto quelli che di tempo della propria vita alle galere ne hanno già dato anche troppo.

Brahim è uno di loro. Ha un precedente penale per spaccio di droga. Pagato con tre anni e sei mesi di carcere. L’hanno rilasciato un mese fa, ma all’uscita del carcere l’aspettavano con le manette per trasferirlo in un’altra prigione, dove si finisce senza condanne penali, ma soltanto per avere dei documenti scaduti. E adesso sono altri sei mesi, che se passa al Senato la legge sui rimpatri diventeranno 18. Per essere identificato e espulso. Lui che in Italia ci vive ormai da 8 anni. In carcere ha preso tre diplomi di formazione professionale e ha lavorato durante tutto il periodo di detenzione. Era pronto a rifarsi una vita, ma adesso si trova a scontare una pena accessoria. “In carcere paghi per un reato che hai fatto – dice -. È normale, è giusto così. Chi sbaglia paga. Ma qui siamo tutti innocenti, non c’è nessuno che ha commesso un reato, perché non ci lasciano andare?”.

Foto di Mark Wilson

Foto di Mark Wilson

Lui che ha provato sia il carcere che il Cie, di dubbi non ne ha. Mille volte meglio la galera. “In carcere abbiamo il lavoro, la scuola, la biblioteca, il medico, l’assistente sociale. Qui non c’è niente. Siamo in gabbia dalla mattina alla sera. E siamo trattati senza rispetto. Operatori e polizia neanche ti rispondono se li saluti. Devi fare la fila per mangiare, se arrivi tardi non ti lasciano neanche la colazione. Se alzi la voce ti prendono da parte e ti danno una manganellata. È come se per loro fossimo il nemico”.
Mentre mi parla al telefono, nel letto a fianco al suo il libanese continua a dormire. Non gli è rimasto altro da fare. Ha metà del corpo ricoperto da ustioni. Ogni mattina si sveglia pieno di dolori, va in infermeria, ritorna con gli occhi a spillo e la voce impastata di psicofarmaci e antidolorifici, e si rimette a dormire. Si sveglia solo di notte, quando fa gli incubi e si sogna di nuovo il fuoco sui vestiti, oppure quando si fa la pipì addosso. Avrebbe bisogno di cure adeguate, ma in ospedale non ce lo portano. Probabilmente stanno soltanto aspettando che si riprenda per poi espellere anche lui. Lui è un altro che in Italia ci vive da una vita.

Al Cie di Roma c’era arrivato lo scorso gennaio, per un banale controllo di documenti, per strada. Quando lo chiamarono per fargli le impronte digitali si rifiutò categoricamente. Un colpo di testa che gli costò caro. Prima le minacce, poi le botte, la sua reazione, il pestaggio e l’arresto. Nonostante gli ematomi, il giudice che lo ha processato per direttissima lo ha condannato a sei mesi di carcere. Perché i medici del centro non avevano rilasciato nessun certificato che indicasse che le ferite erano state subite durante un’aggressione. A Ponte Galeria ci è ritornato soltanto un mese e mezzo fa, dopo aver scontato quattro mesi di galera. Era l’inizio di giugno. È diventato l’inizio di un nuovo dramma.
È successo tutto la sera del 18 giugno. La tensione era alle stelle. La sezione maschile era insorta e i detenuti stavano devastando il centro, spaccando tutto quello che c’era da rompere e appiccando il fuoco a materassi, lenzuola e tutto quando fosse infiammabile. In quel frangente un operatore dell’ente gestore Auxilium avvicinò dalle sbarre della gabbia il libanese, per chiedergli se gli riportava la borsa che alcuni reclusi in rivolta gli avevano rubato. In buona fede e con un pizzico di ingenuità, il libanese acconsentì di fargli il piacere, ma quando gli altri reclusi insorti lo videro parlare con operatori e polizia pensarono al tradimento e gli si scagliarono addosso buttandogli contro un materasso incendiato. È stato così che si è bruciato metà del corpo. A salvarlo quella sera furono Brahim e un altro tunisino della sezione, che spensero le fiamme e lo portarono in infermeria.

La fidanzata non l’ha ancora visto nelle condizioni in cui si è ridotto. È un’algerina con la cittadinanza spagnola. È venuta a trovarlo al centro una sola volta, più di un mese fa. È il suo unico legame con il fuori e con la vita che fu. Una vita ormai rovinata dalla dipendenza dagli psicofarmaci, dai pestaggi della polizia, dalle ustioni che l’hanno sfigurato, dalle quotidiane umiliazioni, e prima ancora, prima di tutto, da un banale controllo di documenti nel gennaio scorso.
Brahim, il libanese, Ridha. Le loro storie non riescono a bucare lo schermo. Un po’ perché il Viminale ha vietato l’accesso della stampa nei Cie dal primo aprile scorso. Un po’ perché la società tutta ha coscientemente rimosso il problema. Al punto che dentro i Cie si sentono tutti dannatamente soli.

E alla domanda perché non protestate rispondono: “L’abbiamo fatto, ma è tutto inutile. Da quando sono dentro io, abbiamo fatto uno sciopero della fame di tre giorni, e non ne ha parlato nessuno. Abbiamo bruciato il centro, e non ne ha parlato nessuno. Siamo saliti sui tetti con le lenzuola e gli striscioni, e non ne ha parlato nessuno, a parte radio onda rossa. A che serve allora?” Allora forse, il prossimo 25 luglio potrebbe essere una data per ricominciare. Quel giornoun gruppo di parlamentari visiterà diversi Cie di tutta Italia. Con l’obiettivo di rompere il silenzio sui centri di identificazione e espulsione. Quel giorno, non lasciamoli da soli. Giornalisti, associazioni e liberi cittadini, unitevi alla nostra campagna sui Cie.LasciateCIEntrare!

PS: Per motivi di privacy e di sicurezza, abbiamo usato nomi di fantasia per i protagonisti di questa storia, raccolta grazie a un’intervista telefonica con uno dei reclusi del Cie di Roma, registrata il 15 luglio 2011

I Cie bruciano giorno dopo giorno…

22 marzo 2011 Lascia un commento

Mense

cie_brunelleschi_41.jpgA Gradisca, Torino e Brindisi i Cie vanno in fiamme e cadono a pezzi, ma il Ministero si ostina a tenere chiusi i prigionieri negli spazi comuni o nelle mense – visto che le camere sono inagibili. Non resta che bruciare pure quelli, evidentemente. A  Torino hanno già cominciato: intorno alle 14 di oggi la mensa dell’area verde del Cie di corso Brunelleschi è andata a fuoco. Ora lì non c’è veramente più posto, tolto il cortile. Ascolta una diretta con un recluso dell’area verde,trasmessa da Radio Blackout poco prima di quest’ultimo incendio:

Aggiornamento ore 16.15. I reclusi sono in cortile da due ore, guardati a vista dalla polizia armata di manganelli. Ancora nessuno ha comunicato loro dove li faranno stare.

macerie @ Marzo 22, 2011

QUESTO INVECE SOLO IERI…

A neanche un mese dall’ultima rivolta, torna il fuoco dentro alle gabbie del Cie di Torino. Intorno a mezzanotte i reclusi dell’area verde hanno incendiato i materassi nelle stanze e sono usciti in cortile. Ora – ed è mezzanotte e mezza – sono lì all’aperto, circondati dalla polizia armata di manganelli, e il fumo esce ancora dalle porte. Intanto si sono fatti avanti pure i reclusi dell’area blu: c’è del fuoco pure là e sono i crocerossini in prima persona che si stanno avvicinando con i manicotti anti-incendio per spegnere le fiamme.
Già durante il presidio di questo pomeriggio i reclusi avevano risposto molto rumorosamente agli slogan e alle battiture – «Libertà! Libertà!» – a dimostrazione della loro voglia di lottare. Tra le altre cose, ieri la polizia aveva perquisito un’area, a quanto sembra proprio per prevenire sommosse: hanno ottenuto l’effetto contrario, e ben gli sta. A presto aggiornamenti.
Aggiornamento ore 1,30. Sono due le camere andate a fuoco nell’area blu del Centro, mentre nell’area verde, dove è partita la sommossa, le stanze danneggiate sono sicuramente di più – qualcuno dice tutte, ma staremo a vedere. Non si sa ancora se alcune di queste verranno considerate inagibili, e quante. A differenza del mese scorso, però, il Centro ora è completamente utilizzato e non ci sono posti per far spostare i reclusi delle stanze danneggiate. Per ora, dunque, i reclusi sono rimasti nelle rispettive aree e presumibilmente verranno fatti dormire per terra – se non all’addiaccio.
Aggiornamento ore 9,30. A detta delle prime agenzie di stampa, le stanze “messe in sicurezza” dai Vigili del Fuoco, e quindi forse già chiuse, sono tre. Intanto, si è saputo che alcuni reclusi di altre sezioni che per sostenere la protesta erano saliti sui tetti sono stati messi in isolamento dopo essere stati obbligati dai soldati a scendere.
Aggiornamento ore 11,30. I reclusi dell’area verde durante la notte sono stati ammassati tutti dentro alla mensa della sezione: nessuna camera, dunque, è aperta.
Aggiornamento ore 13,30. Proteste e diverbi con i militari dentro all’area rossa del Centro, dovuti alla qualità del latte distribuito a colazione: alcuni reclusi sono stati visitati in infermeria. I reclusi radunati nella mensa dell’area verde sono ancora lì, solo con dei nuovi materassi ma senza coperte e, secondo le notizie che man mano fa uscire la Questura, sarebbero tre le camere che rimarranno chiuse perché danneggiate seriamente dagli incendi della notte.
Aggiornamento ore 19,30. Nel pomeriggio, i due reclusi che questa notte erano saliti sul tetto e che erano stati messi in isolamento si sono tagliati e sono stati medicati in ospedale e riportati al Centro. Nell’area viola, invece, in tre si sono cuciti la bocca per protesta.
Aggiornamento ore 22,30. Urla e confusione, di nuovo, dentro al Centro di corso Brunelleschi quando in prima serata i reclusi hanno cominciato a sentire botti e slogan da fuori, grazie ad un presidio-lampo di solidali. Intanto, i prigionieri dell’area verde hanno fatto uscire un messaggio da dentro le gabbie: «Bon soir, nous sommes dans la cuisine depuis hier. On dort sans couverture et il fait froid. On veut la libertà, aides nous Torino!». Che sta significare: «Buona sera, siamo nella cucina [in mensa, in realtà] sin da ieri. Dormiamo senza coperte e fa freddo. Vogliamo la libertà, aiutaci Torino!»

macerie @ Marzo 21, 2011


Resoconto da una giornata sotto le mura di un lager del nuovo millennio

15 marzo 2011 Lascia un commento

RESOCONTO PRESIDIO AL CIE DI PONTE GALERIA A ROMA
sabato 12 marzo 2011
Libertà per tutti, con o senza documenti

Circa 300 solidali, giunti davanti alle mura del Cie di Ponte Galeria per dare vita al presidio annunciato da tempo, sono stati accolti da un gran numero di ragazzi migranti reclusi, saliti sul tetto per unirsi alla protesta.
Continua a crescere la partecipazione mentre dal microfono viene lanciato un primo saluto a tutte le persone rinchiuse in quelle mura.
Grida e slogan riempiono il vuoto nel quale è stato costruito quel mostro di cemento, mentre dal cortile della sezione femminile cresce una colonna di fumo nero che, accompagnato dalle grida, non abbandonerà mai la giornata di protesta.
Slogan e messaggi di solidarietà in tutte le lingue vengono amplificati dalle casse del sound, mentre una piccola delegazione di alcune compagne si prepara ad avvicinarsi al cancello del campo d’internamento per consegnare delle radioline a chi è privata/o della propria libertà dentro quelle gabbie.
Mentre l’amministrazione della cooperativa Auxilium si nasconde dietro il cordone della celere negando la propria responsabilità e lasciando gestire la situazione a qualche energumeno in divisa blu, continua lo scambio di voci tra chi protesta dentro e fuori le mura del lager.
Al fermo diniego di fronte al tentativo di consegnare gli apparecchi radio, i/le solidali hanno scelto di rinforzare la comunicazione diretta con il lancio di palline da tennis contenenti messaggi di solidarietà.
Nonostante i pessimi lanci e il nervosismo delle guardie, alcuni messaggi sono stati raccolti dai destinatari.
Dopo poco meno di tre ore il presidio si scioglie e ritorna compatto in città per comunicare tra le strade affollate del sabato sera, con un corteo partecipato, compatto e rumoroso.
Apprendiamo con disgusto e rabbia che la mattina seguente al presidio, gli aguzzini in divise blu hanno sfogato le loro frustrazioni sulle recluse, ree di aver fatto “troppo casino” durante il presidio di sabato.

CORRISPONDENZA:Una donna racconta ai microfoni di Radio OndaRossa che gli uomini delle “forze dell’ordine” l’hanno portata in un ufficio all’interno del centro, per picchiarla, insieme ad altre donne.
CORRISPONDENZA: Nonostante i pestaggi e le cure mediche negate, le recluse chiedono con forza che i presidi dei/lle solidali continuino. Quando viene chiesto loro cosa possiamo fare dall’esterno per sostenerle, ci viene risposto senza un attimo di esitazione: just we want freedom!

LIBERTÀ PER TUTTI E TUTTE, CON O SENZA DOCUMENTI!

Dibattito pubblico: Libertà per tutti e tutte, con o senza documenti

6 marzo 2011 Lascia un commento

6 Marzo, 2011 – 17:00
occupazione di via del casale de merode, 8

R.A.P. gruppo inchiesta, Radio OndaRossa, Rete no-Cie e occupanti di Casale de Merode
invitano tutte e tutti coloro che vogliono un mondo senza gabbie né frontiere
a partecipare a un dibattito pubblico sui Cie
DOMENICA 6 MARZO 2011
all’occupazione abitativa di via del Casale de Merode, 8 (Tormarancia)
– dalle ore 17.00:

dibattito pubblicolibertà per tutte e tutti! con o senza documenti!
per scambiarci informazioni ed esperienze sulle lotte contro i Cie e le deportazioni forzate,
sulle strategie di resistenza e sulle forme di autorganizzazione

mostre fotografiche sui Cie e sulle insurrezioni in corso nel Maghreb, materiali informativi, Nella tua città c’è un lager (bollettino bisettimanale sulle vicende che si susseguono nei cie), Scarceranda (l’agenda di Radio OndaRossa contro ogni carcere, giorno dopo giorno)

– a seguire:
cena con tutti i sapori del mondo

il ricavato della cena servirà ad acquistare delle radioline portatili da consegnare alle recluse e ai reclusi durante il prossimo presidio solidale del 12 marzo davanti al Cie di Ponte Galeria perchè ascoltare una radio è un modo per mantenere un contatto con l’esterno

PORTA UNA RADIOLINA A PONTE GALERIA!
contribuisci anche tu a rompere il muro del silenzio e dell’isolamento!

>> VERSO IL 12 MARZO <<
per un mondo senza gabbie né frontiere! chiudere tutti i Cie!

>> ASCOLTA LO SPOT DELLE DUE INIZIATIVE <<
>> ascolta/scarica/diffondi lo spot contro i Cie<<

Chiedendo l’asilo politico: racconti dalla questura romana

27 ottobre 2010 1 commento

Pubblico questa notizia che sta girando per la rete e che potete trovare sulla homepage del sito dell’associazione Senza Confine.
Niente di nuovo, niente che ci stupisce, niente che ci lascia a bocca aperta … ma credo sia comunque importante sapere cosa accade a chi richiede l’asilo politico nel nostro paese.

Ciò che segue è il racconto di quella che Bianca, Valeria e Aldo, volontari di Senzaconfine, hanno definito “una mattinata di ordinaria follia”, vissuta oggi insieme ai richiedenti asilo (i nomi riportati sono di fantasia) che ogni mattina (o meglio dal lunedì al giovedì, perchè il venerdì non si riceve il pubblico) si mettono in fila la mattina molto presto, con il caldo e con il freddo, sperando di rientrare nel ristretto numero dei fortunati che passano dalla clandestinità alla condizione di richiedenti asilo (solo la prima tappa di un lungo gioco dell’oca….con caselle Dublino, CARA, Commissione, Tribunale, etc…).
Alcuni fra voi conosceranno questo tipo di racconto; negli anni è successo svariate volte. Ma quello che voglio farvi notare oggi è che fortunatamente questi volontari hanno reagito, non hanno pensato che non serve a nulla parlarne, e hanno pensato di scrivere quanto successo oggi. E’ un dialogo surreale, specchio di cosa è diventata oggi l’Italia, così come surreale è che un agente di polizia pensi che chi cerca di far rispettare i diritti delle persone che vengono così impunemente violati altro non sia in realtà che un profittatore.
Lascio a voi i commenti; da parte mia aggiungo solo due righe prese in prestito da Pablo Neruda e che mi sono arrivate da qualcuno in rete: “La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose; il coraggio per cambiarle”.

Car*,
vi scrivo per raccontarvi quello che è successo oggi in questura, o meglio, quello che io Bianca, Aldo, Valeria e Mehmet abbiamo dovuto subire oggi.
Come sapete il povero Mehmet è andato ben quattro volte in questura prima di oggi, ma ogni suo tentativo di fare domanda di asilo politico è stato vano perchè ogni volta è stato brutalmente cacciato dalla poliziotta opportunamente soprannominata da Aldo “la belva”.
Questa mattina, quando siamo arrivati, lui era già il primo della fila al cancello. Noi ci siamo messi in disparte, aspettando di vedere cosa sarebbe successo. Chiaramente la belva l’ha riconosciuto e, invece di dargli il modulo per la richiesta asilo, gli ha urlato contro dicendogli “Turchia?!?!te ne devi annà a casa!”, mimando il tutto con un esplicativo gesto della mano. 
A quel punto sono intervenuta dicendo che lo accompagnavo per sapere il motivo per cui non potesse fare richiesta d’asilo; non mi è stata data risposta, ma dopo 5 minuti lui ha ricevuto il suo modulo. Hallelujah!
Ma il peggio doveva ancora arrivare…
Alle 11.30 finalmente ci chiamano allo sportello. Riporto il dialogo che abbiamo avuto (io e Valeria abbiamo scritto su un quaderno tutto quello che ci hanno detto mentre tornavamo in metro, cercando di evitare interpretazioni)

LA BELVA: Questo ha preso ‘n’espulsione a Bolzano, e dopo manco 3 giorni già è venuto a Roma? Perchè non ha chiesto asilo lì?
MEHMET (tradotto da Aldo): Sono venuto a Roma perchè a Bolzano la polizia mi ha cacciato e mi ha impedito di fare domanda d’asilo.
LA BELVA: E hanno fatto bene! Come ho provato a fà io ‘stamattina!
BIANCA: Ma è un suo diritto fare domanda d’asilo!
LA BELVA: Ah si? E perchè è venuto a Roma? To’ dico io perchè! Perchè questo è ‘r paese dei balocchi. A Bolzano o rimannavano a casa. E invece qua ce state voi che aiutate questi…
POLIZIOTTA 2: E poi ve ‘nformate un pò de questi che aiutate? Chi sò questi? Voi aiutate pure l’assassini!
BIANCA: Ma perchè lui è un assassino?
POLIZIOTTA 2: é ‘n’esempio, pè dì!
LA BELVA: Si ma perchè pè loro sò tutti bboni, sò tutti bbravi. Tanto a voi ve pagano!
BIANCA E VALERIA (all’unisono!): No veramente noi non siamo pagati!
LA BELVA: forse voi no ma l’associazione ne pija dè sordi!
BIANCA E VALERIA (di nuovo all’unisono): No veramente no!
LA BELVA: E pè che o fate, pè la gloria??
BIANCA: No, perchè crediamo sia giusto far rispettare i diritti…
LA BELVA: Ah la giustizia. BRAVE BRAVE (battendoci anche le mani)
LA BELVA: si ma comunque perchè è venuto a Roma?
BIANCA: Guardi è venuto anche perchè a Roma c’è un grande centro di curdi…
LA BELVA (rivolgendosi all’altra poliziotta): eh sì, perchè nun c’o sai che i Turchi sò tutti curdi? Dò sta scritto che questo è curdo?
BIANCA: Sul suo documento!
POLIZIOTTA 2: Ah si? e faccelo vedè sto documento!
(gli diamo la carta d’identità di Mehmet)
POLIZIOTTA 2:e ‘ndò sta scritto Kurdistan?
ALDO: Ma guardi se mi dice la città glielo dico io, ci ho vissuto 10 anni in Turchia (e sottovoce) altrimenti le porto una cartina!

Nel frattempo finiscono di sistemare i fogli e gli tirano il suo modulo perchè aveva sbagliato a scrivere la data di arrivo in Italia, mettendoci la data di oggi.
In più tutta la conversazione è stata condita da commenti sul fatto che tanto lo status non glielo danno, che questi vengono solo per dargli un pò più di lavoro a loro, commenti sul povero Mehmet (la poliziotta lo guardava e diceva “guarda che faccia” ed è volato anche un ” ‘sto pezzo de merda!”)
Bè, peggio di così…
Continua Aldo, che parla la lingua turca: Mehmet doveva ancora aspettare che gli venisse materialmente consegnato il tagliando di prenotazione che finalmente gli era stato promesso, occorreva un po’ di tempo perché lo preparassero, per cui anche io me ne stavo nel salone ad aspettare, ad una trentina di metri dallo sportello, quando, da dietro lo sportello, un funzionario mi fa cenno con le mani di andare da lui allo sportello.
Gesticolando con le mani mi schermisco: cosa c’entro io? Lui insiste, per cui mi avvicino per capire cosa vuole, lui mi indica una signora al suo fianco, dietro il vetro dello sportello, vestita in abiti civili, italiana, la quale inizia con me una conversazione mezza in turco e mezza in italiano…
comincia a chiedermi se sono turco o italiano, e cosa ci vengo a fare lì; gli dico che i richiedenti hanno talvolta difficoltà per la lingua, e mi avevano chiesto un aiuto per comunicare allo sportello; lei mi risponde di essere proprio lei la interprete della questura incaricata per la lingua turca; io le rispondo che sono lietissimo che in questura esista anche una interprete per la lingua turca, ma che proprio non ero riuscito ad accorgermene, perché avevo constatato la volta scorsa ed oggi stesso che invece quando i kurdi arrivavano allo sportello non c’era nessun presente che facesse da interprete per loro, tanto meno lei; ma certo! – mi risponde – lei sovente è nelle stanze interne, compare solo quando… i funzionari di polizia la chiamano.
Poi mi dice che io potrei occupare meglio il mio tempo, che così facendo si favorisce l’immigrazione clandestina, che esistono molte associazioni che si occupano di assistenza ai rifugiati, se proprio voglio rendermi utile dovrei farlo lì invece che venire in questura , al che le rispondo di concordare con lei sull’utilità di impiegare meglio il mio tempo, e sul fatto che andare a spasso nei parchi sia assai più gradevole che venire in questura, ma che in tal caso sarebbe utile che lei fosse veramente presente allo sportello quando ce n’è bisogno, in modo da permettere la comunicazione in turco senza che io debba venir fin lì…

27/10/2010

Tutt@ a salutarle, prima della deportazione … la solidarietà è un’arma!

12 febbraio 2010 Lascia un commento

Sabato 13 febbraio 2010 appuntamento alle 10.00 di mattina alla stazione Ostiense per andare al CIE di Ponte Galeria a salutare Helen e Florence e far sentire la nostra solidarietà ai reclusi e alle recluse in sciopero della fame.
La notte scorsa hanno trasferito furtivamente in diversi CIE le cinque donne imprigionate dopo la rivolta nel CIE di via Corelli a Milano, che il 12 febbraio avrebbero dovuto essere scarcerate insieme a Mohamed Ellabboubi, morto in circostanze misteriose nel carcere di San Vittore.
Stanno cercando di obbligarle al silenzio perché durante il processo una di loro ha denunciato il tentativo di stupro da parte dell’ispettore-capo Vittorio Addesso.
Pensano così di indebolire la solidarietà e la protesta dentro e fuori i lager di stato, che in questi mesi si è sviluppata in diverse città.

Joy, Helen, Florence, Debbie, Priscilla e tutti i rivoltosi di Corelli non sono più invisibili.
La violenza istituzionale sulla loro pelle non deve passare inosservata.
La solidarietà è un’arma!

Invitiamo tutti e tutte sabato 13 febbraio alle 10.00 alla stazione Ostiense per andare in treno davanti al CIE di Ponte Galeria.
Saluteremo Helen e Florence che stanno per essere deportate a Ponte Galeria ed esprimeremo sostegno ai reclusi e alle recluse in sciopero della fame nei CIE di Roma, Torino, Milano e Bari.

FINCHE’ I CIE ESISTERANNO NESSUNO E NESSUNA POTRA’ DIRSI LIBERO/A CONTRO LA VIOLENZA RAZZISTA E SESSISTA DELLO STATO CONTRO OGNI GABBIA E REPRESSIONE LIBERTA’ PER TUTTI E TUTTE CHIUDERE I CIE

FUOCO AI C.P.T. e ai C.I.E.! MERDA AI RICCHI!

23 marzo 2009 Lascia un commento

DOPO IL BLITZ DENTRO IL LUSSUOSO RISTORANTE TORINESE, PUBBLICHIAMO IL VOLANTINO CHE E’ STATO DISTRIBUITO E UN PO’ DEGLI ADESIVI CHE STANNO CIRCOLANDO PER LA CITTA’ PIEMONTESE.
LA MOBILITAZIONE CONTRO I CENTRI DI IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE PER MIGRANTI STA CRESCENDO 

 fameSIAMO QUELLO CHE MANGIAMO?

Se immaginassimo uno straniero che, ignaro sugli usi del nostro paese, si facesse oggi un giro in questo supermercato del gusto, certamente si farebbe l’idea di una società civile e raffinata, ove ciascuno è libero di soddisfare come preferisce i propri appetiti e desideri. Purtroppo le cose non stanno così, e gli stranieri in particolare non se la passano affatto bene.

Per questo siamo qui oggi, affinché nessuno si dimentichi che questi privilegi sono possibili solo al prezzo 3di vergognose diseguaglianze, sulle quali non è più possibile tacere. Non è un mistero per nessuno che ormai la stragrande maggioranza dei lavori più bassi e faticosi, dalla raccolta nei campi alla cura dei nostri anziani, dai cantieri edili alle pulizie, siano lasciati agli immigrati. Mal pagati, sfruttati e denigrati dai padroni italiani, sono costretti a vivere a testa bassa in cambio delle nostre briciole, col ricatto costante di essere trovati senza documenti ed essere trattenuti in un CIE. In questi luoghi i pestaggi da parte della polizia sono all’ordine del giorno, come le omissioni di soccorso del personale medico e gli psicofarmaci nascosti nel cibo per provocare un sonno lungo e silenzioso. Con le nuove normative in materia di sicurezza ora la prigionia è stata prolungata fino a sei mesi; poi c’è l’espulsione coatta.

E tuttavia questo regime di paura e segregazione non sembra togliere l’appetito agli italiani.

7In questi ultimi giorni, da quando i reclusi del Centro di Lampedusa hanno deciso di ribellarsi e bruciare quel lager, in molti CIE si susseguono rivolte e gesti disperati, da Malta a Milano, da Bologna a Gradisca d’Isonzo. A Torino alcuni detenuti del CIE di Corso Brunelleschi si sono tagliati per protesta, qualcuno ha ingerito delle batterie e ne è rimasto avvelenato, qualcuno prosegue lo sciopero della fame e della sete, un altro ha cercato di impiccarsi, un altro ancora siccome ha reagito contro il poliziotto che gli toccava la ferita è stato arrestato e trasferito in carcere. A Bari si sono cuciti le labbra, a Roma dopo l’ennesimo morto i reclusi di Ponte Galeria sono entrati tutti in sciopero della fame. Il ragazzo algerino diceva di sentirsi male, ma il medico non l’ha voluto visitare, e gli è stato risposto che le medicine poteva andarsele a prendere al suo paese. È stato picchiato dalla polizia e il giorno dopo, giovedì mattina, è stato trovato morto.

Non staremo a guardare mentre politici di destra e di sinistra varano leggi razziste e 81diffondono parole di odio e persecuzione. Non ci rassegneremo all’indifferenza dei più, né al silenzio imposto dall’informazione di regime, perché non possiamo più sopportare di vedere gente perbene che assapora delizie mentre altri ingoiano ferri e sono costretti allo sciopero della fame per essere ascoltati. Chiedono di essere lasciati in libertà, ed hanno bisogno del nostro aiuto. Siamo sicuri che tra un bicchiere di vino biologico ed un risotto equo e solidale in molti avranno lo scrupolo di riflettere su questi fatti gravissimi che succedono con sempre più drammatica frequenza. Qualcuno forse ci griderà contro, altri vorranno sapere come fare qualcosa, nessuno in ogni caso potrà rifiutarsi di fare un piccolo esame di coscienza.

2Se a ragione si dice spesso che siamo quello che mangiamo, non possiamo più nascondere ai nostri occhi quel confine sempre più netto che separa chi ha tutto da chi non è niente, chi è libero da chi è schiavo.

CHIUDIAMO I LAGER! SOLIDARIETA’ CON TUTTI GLI IMMIGRATI IN LOTTA PER LA LIBERTA’!!!

Assemblea Antirazzista di Torino

SGOMBERATO COX 18, la Libreria Calusca e l’Archivio Primo Moroni

22 gennaio 2009 2 commenti

22 gennaio 2009, ore 08.00
Alla fine sono arrivati. Sono già davanti al portone per sgomberare il centro.05
Non permettiamo l’ennesimo sgombero a Milano.
Proviamo a opporci.

Venite tutti.

cox18 

Irruzione della polizia stamattina nello spazio sociale occupato Cox18 di via Conchetta a Milano, che fra le altre cose, ospita la libreria calusca e l’ archivio Primo Moroni.
Alle 7 di oggi, senza alcun mandato giudiziario, la polizia di Stato e quella locale hanno approfittato dell’effetto sorpresa per effettuare lo sgombero dei locali occupati dal 1976 da questa storica relatà di movimento milanese. Immediata la risposta dei militanti.
Alcune centinaia di compagni e compagne sono giunti in mattinata sul posto per dare man forte agli occupanti, che hanno denunciato da subito quest’atto di polizia illegale e provocatorio. Nel tentativo di avvicinarsi allo stabile sono stati ripetutamente caricati. Ne è nato un presidio nelle vicinanze dal quale sono partiti ripetuti slogan contro il sindaco Moratti e l’assessore De Corato.
Verso le 12 è stato deciso di sigillare lo stabile e adesso i compagni e le compagne dovranno ricorrere d’urgenza presso il tribunale. A seguire, circa trecento militanti del movimento milanese hanno dato vita ad un corteo improvvisato per le vie della città, terminato pochi minuti fa. Durante la manifestazione, ci sono stati lanci di oggetti contro la polizia, ma nessuno scontro cruento. Al momento la situazione è in stallo, con diverse centinaia di persone tornate in presidio fuori dal Cox18. Un altro presidio di protesta contro questo sgombero illegale è stato promosso per questo pomeriggio a Milano. L’appuntamento è alle 15.30 in Piazza della Scala, in concomitanza con l’inizio del consiglio comunale che si terrà a Palazzo Marino. L’aggiornamento con Stefano, compagno del Cox18

COS’E’ L’ARCHIVIO MORONI ?

I molti che l’hanno conosciuto possono dirlo: Primo Moroni ha sempre dialogato con chi andava in Calusca per libri e riviste, per portarvi le proprie edizioni, incontrarsi e discutere con altri compagni, o farsi “raccontare” da lui il “com’è andata”.

 

Nel corso fluido della narrazione, cercando tra la massa di materiali stipati dietro il bancone, forse caotica ma ben disegnata nella sua mappa mentale, Primo vi attingeva immancabilmente l’opuscolo, il foglio volante, il libro “giusto”, a sostegno del suo argomento o utile all’interlocutore.

Di quella mappa fa parte anche la grande quantità di materiale documentario che, raccolto nell’intero arco della sua lunga e densa “presenza alla storia”, è andata via via ad arricchire la sua biblioteca personale: una parte significativa delle culture espresse dai movimenti rivoluzionari e dalle esperienze corrosive dei sistemi di valori conservativi, monocentrici e patriarcali, negli anni Sessanta-Settanta, poi negli Ottanta e fino a oggi, in Italia e all’estero.
Per quanto frammentario, quel che oggi ne rimane dopo molteplici peregrinazioni e traversie (tra cui ingenti sequestri da parte degli organi repressivi dello Stato italiano), e cioè le varie migliaia di libri e riviste, poi i documenti, il fittissimo numero di opuscoli, i bollettini “ciclinprop.”, i testi o gli audiovisivi prodotti dall’ampia e variegata area dell'”editoria diffusa” e del “no copyright”, basta a delineare tanto una straordinaria visione d’insieme di quegli anni quanto uno spaccato minuto, fin nelle pieghe intime e strette, di collettivi sconosciuti ai più o di esperienze dimenticate.1232618142053_00e2d5a1

D’altro canto, la Libreria Calusca, fondata da Moroni nel 1971, è stata sin dai suoi inizi un crocevia di innumerevoli percorsi di elaborazione teorica, controinformazione, controculture, pratiche sociali non omologate. Così anche quando, nel 1992, la libreria ha preso il nome di “Calusca City Lights”: è allora che si è aperta alla convivenza con i giovani dello spazio occupato di Cox 18, che vi esprimevano nuove soggettività e forme di lotta, e con i ragazzi e le ragazze della Shake Edizioni Underground, che nel Centro portavano la propria esperienza punk, poi cyberpunk e cyberfemminista. Qui in Conchetta, la Calusca di Primo ha proseguito la sua funzione di connettore tra costellazioni, traiettorie e modi d’essere financo divergenti, di sensore delle soggettività e dei cambiamenti sociali, facendosi spazio condiviso, tale da oltrepassare radicalmente la dimensione del “negozio di libri” e del “consumo culturale”.
Tutto questo, con lo spessore di incontri reali, di vite con-vissute, costituisce l’humus e dà respiro al molto che resta della biblioteca di Primo.
Lui avrebbe voluto farne un centro di documentazione: già l’aveva pensata così, nel concreto, accarezzando tra l’altro l’idea di un archivio in rete collegato con altri, prima di tutto con quello della Calusca-gemella, a Padova (si veda “Il Centro di documentazione Calusca City Lights”, in Primo Moroni, Calusca City Lights, Milano, s.d.).
12Attorno all’idea di Primo, dopo la sua morte, ci siamo ritrovati, conoscendosi poco o nulla, in un gruppo di compagne e compagni sia esterni che interni a Cox 18. L’abbiamo fatta nostra, perché ne condividiamo il senso per l’oggi e la proiezione futura. Inoltre, glielo dobbiamo. Per alcuni di noi la cura di questo progetto è anche una forma minima di affettuosa, necessaria “restituzione”: sullo sfondo della prossimità, della conoscenza, dell’amicizia politica.
Non è sostituibile la capacità di orientamento nelle stratificazioni della storia, delle vite, delle lotte che ha rappresentato il segno distintivo della figura di Primo Moroni. E neppure la sua dote quasi sensitiva di ascolto e vibrazione a ogni segnale di cambiamento, né la propensione alla relazione teorico-politica, pregnante e vitale, tra quanto mai “archiviato” è depositato nei libri d’archivio e le trasformazioni dei soggetti, della città e dell’intorno globale. Ma, tuttora, creare connessioni è quanto ci aspetta: “Leggi e fai circolare!”.

Ineludibile premessa è la conservazione più rigorosa dei materiali e la realizzazione delle migliori condizioni per un’agile consultazione. Proponimenti, questi, che assumono un significato politico aggiuntivo se soltanto si considera quella parte di scritti che, realizzati dall'”umanità sofferente che pensa” e dall'”umanità pensante che viene oppressa” (Marx a Ruge, maggio 1843) nel corso degli sconvolgimenti sociali degli anni Sessanta e Settanta, sono poi stati dispersi, negati o travisati, seguendo la sorte di tanti tra i soggetti che li avevano prodotti. Vogliamo evitare che quelle o analoghe testimonianze restino preda del “grande freddo”. Oppure che si riducano a oggetto di ricerca per quell’umanità che pensa ma non soffre. Che, soprattutto, ignora il “rapporto immediato e sostanziale” esistente tra quei materiali e gli affrontamenti storici di allora.
La complessità del compito, dunque, non ci sfugge. E neppure la limitatezza dei mezzi. Ma rimane ferma l’intenzione di mantenere integro lo spirito che ha animato il progetto dell’archivio come ogni altra iniziativa di Primo Moroni: non solo quindi una “struttura di servizio” per ciò che una volta era chiamato “il movimento”, ma un ambito di sperimentazione dove il tempo scorra diversamente e le ore e i minuti non vengano misurati in termini di prestazioni o di tornaconto, non scandiscano flussi di danaro che altro non è se non l’equivalente generale del nulla. Va da sé che l’archivio sarà autonomo e autogestito, avverso alle noiosissime, e sempre uguali, leggi del mercato.

il gruppo di lavoro dell’Archivio

http://www.inventati.org/apm/

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