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Siria: ora è Lattakia, ma sta entrando l’esercito

26 marzo 2011 Lascia un commento

Dall’Hauran da dove è iniziato tutto, estremo meridione del paese, le notizie più allarmante di oggi vengono da Lattakia, città marina e vicina al confine turco, ridente cittadina vacanziera e a maggioranza alawita, da cui proviene la famiglia Assad e quelle a lei alleata. 
L’ultimo testimone intervistato da al-Jazeera, Wael, racconta che suo fratello è stato ucciso con un colpo alla testa, e che dopo l’arrivo in ospedale non hanno più avuto modo nemmeno di riavere il corpo. Racconta, come molti altri testimoni, che forze di sicurezza e agenti in borghese hanno sparato indiscriminatamente sulle persone e che molti colpi letali sembrano esser giunti da un vero e proprio cecchinaggio.
Un ragazzo che stava partecipando ad un’assalto ad una sede del Baath è stato colpito alla testa ed è morto sul colpo (c’è il video su al-jazeera english), ma la polizia ha dichiarato di non esserne responsabile e che sarebbero stati “cecchini non identificati”, come nel caso di altri due ragazzi.
I giornalisti iniziano ad avere il fiato del governo sul collo: è già scattata l’espulsione per Khaled Oweis, capo ufficio della Reuters a Damasco.

ORE 22.00: drastico cambio della situazione. Il giornalista di al-jazeera Ali Wajih conferma che l’esercito è entrato a Latakia “in modo massiccio” per riportare l’ordine, cosa che ancora non era mai successa.
Fino a questo momento i militari erano rimasti ai margini delle proteste e controllavano prettamente la gestione dei posti di blocco vicino a Daraa e nelle altre città in fermento. Da pochi minuti sono entrati a Lattakia.

Qui una buona scheda su Lattakia, a firma di Lorenzo Trombetta dell’Ansa
Latakia, l’antica Laodicea, teatro oggi dell’uccisione di un numero imprecisato di civili da parte di ignoti cecchini appostati sui tetti della città, è il capoluogo della regione a maggioranza alawita, da cui provengono la famiglia presidenziale degli Al-Assad e i clan a lei alleati, al potere da quarant’anni. In Siria il cuore del regime non è controllato dagli alawiti in quanto comunità, ma dagli Assad e altre influenti famiglie alawite. Sono loro, minoranza nella minoranza, che tengono di fatto in pugno il Paese dietro la copertura ormai formale del Baath, partito al potere dal 1963.

Foto di Valentina Perniciaro _Esercito siriano_

Gli alawiti, una delle numerose branche della galassia sciita, assieme ai cristiani costituiscono la più consistente minoranza confessionale della Siria (il 12% della popolazione). Originari delle montagne intorno a Latakia, vivono ormai da decenni nelle principali città del Paese, mentre circa 50.000 si trovano nel vicino Libano. Da molti esponenti dell’ortodossia islamica ritenuti eretici, gli alawiti basano la loro fede su una complessa dottrina ricca di influssi cristiani, zoroastriani e anche pagani. Storicamente sedentari, si riferiscono più di tutto al loro villaggio d’origine, entità non solo geografica ma anche sociale. Ogni famiglia fa parte di un clan che, assieme ad altri, forma una tribù. Gran parte delle tribù sono organizzate in quattro grandi confederazioni, tra cui spiccano i Jurud, cui appartiene la tribù dei Kalbiyya e la famiglia Assad. Quando alla fine del 1920 i francesi smantellarono la provincia ottomana di Siria, crearono quattro staterelli confessionali, di cui uno fu ritagliato nell’area di Latakia, che divenne capitale dell’entità provvisoria. Gli alawiti in massa furono arruolati da Parigi nelle Troupes du Levant, un contingente coloniale cui partecipavano anche armeni e circassi e usato per reprimere le rivolte dei nazionalisti arabi. Da allora sugli alawiti della montagna – tradizionalmente malconsiderati dai siriani delle città, musulmani sunniti – è pesata per decenni l’etichetta di collaborazionisti del nemico. Con l’avvento al potere del Baath ma soprattutto con l’ascesa nel 1970-71 del generale Hafez al-Assad, gli alawiti hanno trovato riscatto. Arruolati per lo più nell’esercito e nelle sezioni locali del Baath, non tutti sono stati però ammessi ai circoli più alti del regime. Prima di assumere il potere con un golpe militare, il defunto presidente aveva sposato una giovane appartenente al clan rivale dei Makhluf, formando una delle più salde alleanze inter-alawite della storia locale. Ancora oggi, uno degli uomini più potenti e ricchi di Siria è Rami Makhluf, imprenditore miliardario, cugino dell’attuale rais Bashar al Assad. Questi è ai vertici di un regime protetto da quattro agenzie di controllo e repressione e da tre corpi speciali tutti comandati da suoi parenti o comunque da membri di clan alleati. Dalla metà degli anni ’60, Latakia si è trasformata da dimenticato porto del Mediterraneo con un entroterra agricolo e depresso, in uno dei centri urbani e militari più importanti della Siria. Durante la recente visita nel Paese di due navi iraniane, alcune fonti hanno riferito di un accordo tra Damasco e Teheran, alleati da 30 anni, per costruire un porto navale militare proprio nell’antica Laodicea

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Il Gruppo 22 ottobre e la morte di Floris

26 marzo 2011 1 commento

Genova, venerdì 26 Marzo 1971: è la data stabilita dalla “banda 22 Ottobre” per una rapina che andrà a colpire l’Istituto autonomo case popolari (Iacp).

26 marzo

La banda genovese, nata nell’Ottobre del 1969 e di composizione variegata (ex partigiani, operai, portuali, alcuni dei quali militanti cresciuti nelle sezioni del Pci) è tra le prime, assieme ai GAP, a portare la lotta armata sul panorama italiano; il gruppo, già noto per altre azioni, tra cui il rapimento di Sergio Gadolla avvenuto nell’estate del ’70, in una prima fase mira a colpire il capitale e finanziatori di forze politiche di destra; il colpo allo Iacp si inserisce invece in un’ottica di lotte per l’autoriduzione dei canoni di affitto (che proprio l’Istituto, accusato anche di malgestione e corruzione, aveva recentemente aumentato).
Il colpo è stato studiato da tempo nei dettagli soprattutto grazie all’aiuto di Giuseppe Battaglia, membro della banda che lavora all’Istituto e che ha così potuto studiare il giorno e le modalità di arrivo delle paghe dei dipendenti.

La sera del 25 Marzo il gruppo si riunisce per dividersi i compiti: Mario Rossi e Augusto Viel scipperanno la borsa con le paghe e scapperanno a bordo di una Lambretta rubata in precedenza; ad attenderli su un’auto poco più in là, pronto a ricevere il bottino, ci sarà Malagoli, il quale lo consegnerà poi a Marletti per la custodia.
L’intenzione è di svolgere il tutto senza sparare, lanciando un po’ di pepe negli occhi del capoufficio dell’Istituto, Giuseppe Montaldo, e del suo fattorino Alessandro Floris, ma Rossi è irremovibile sul fatto di recarsi comunque armato all’azione.

La mattina successiva il colpo viene effettuato ma non tutto va come dovrebbe: l’arrivo di Montaldo e Floris si fa attendere molto più del previsto, cosicché Malagoli si allontana con l’auto convinto che qualcosa non abbia funzionato; Rossi e Viel riescono ad afferrare la borsa e fuggono a bordo della Lambretta ma Floris, nonostante le ripetute intimidazioni dei due membri della banda, li insegue ostinatamente, Rossi spara alcuni colpi in terra per tenerlo lontano e uno di questi colpisce accidentalmente a morte il fattorino.
I due proseguono la fuga per le vie del centro genovese ma l’azione non è passata inosservata e alcuni automobilisti si lanciano al loro inseguimento; Viel riesce a rifugiarsi nell’appartamento di un amico, mentre Rossi viene bloccato ed arrestato da alcuni carabinieri.
Il giorno successivo i giornali operano un vero e proprio linciaggio mediatico nei confronti di Rossi, definito senza esitazioni come un mostro e un omicida volontario; l’obiettivo è raggiunto anche grazie all’uso di alcune fotografie, scattate casualmente da uno studente residente nei paraggi dell’Istituto, che vengono però proposte dalla stampa nell’ordine sbagliato e in modo parziale o rielaborato per avallare ricostruzioni dei fatti affrettate e poco veritiere.
Il 2 Ottobre del 1972 si apre il processo non solo a Rossi, ma anche a quasi tutti gli altri componenti della banda, arrestati nei mesi precedenti con prove spesso labili; tutti i componenti affermano tra l’altro di essere stati trattati in modo feroce durante la detenzione.
Il processo si conclude con pene pesantissime, basate perlopiù su testimonianze poco attendibili ed indizi.
L’esito incontra l’approvazione e l’applauso quasi unanime dei giornali ma altre voci si levano invece a denunciare le irregolarità con cui indagini e processo si sono svolti: l’eco della banda XXII Ottobre arriva fino in Francia, dove si forma persino il “Comité aux camarades du XXII ottobre” secondo cui i compagni italiani sono stati sottoposti ad un processo “degno delle dittature sudamericane”.
Durante l’istruttoria, inoltre, da un registratore montato all’esterno del tribunale riecheggia, tramite le frequenze di Radio Gap, un comunicato di solidarietà agli imputati: “Compagni della 22 Ottobre, fra voi e noi si alzano le mura di questo infame edificio. Sono mura robuste, ma non possono impedire che la nostra voce vi giunga. Inutilmente le forze coalizzate del potere hanno tentato di serrare intorno a voi il muro ben più tenace della menzogna e del silenzio. […] La 22 Ottobre ha aperto la via; altre forze la sostituiranno, alimentate continuamente dalla stessa ferocia distruttiva del potere dominante“.
COPIAMO INVECE DA “LE PAROLE SCRITTE”. VOL 2 del PROGETTO MEMORIA. Edizioni Sensibili alle Foglie
“Attenzione attenzione qui Radio Gap. Non avvicinatevi, è pericoloso. Compagni del 22 ottobre, fra voi e noi si alzano mura di questo infame edificio. Sono mura robuste, ma non possono impedire che la nostra voce vi giunga. Inutilmente le forze coalizzate del potere hanno tentato di serrare intorno a voi il muro ben più tenace della menzogna e del silenzio. L’esercito dei poliziotti che vi controlla e le menzogne della stampa che vi isolano non riusciranno a cancellare il fatto fondamentale che voi, con le vostre azioni, avete iniziato in Italia una tradizione che nessuno più estirperà. Per questo vi temono e continueranno a temervi. Non disperate per le apparenze, oggi i padroni e i loro servi appaiono più forti ma dietro questa forza si nasconde la loro debolezza, la loro insicurezza. Sentono di non avere ormai altro scopo che la difesa del loro miserabile potere, la sua conservazione a tutti i costi e sono certo pronti a distruggere tutto attorno a sè pur di conservarlo, a trascinare tutti nella rovina, ma i proletari non hanno nulla da perdere. Venga pure la loro rovina perché da essa soltanto comincia la nostra vita. Il 22 ottobre ha aperto la via; altre forze lo sostituiranno, alimentate continuamente dalla stessa ferocia distruttiva del potere dominante. Compagni del 22 ottobre, di fronte a voi i padroni di Genova hanno tremato. Voi siete riusciti laddove hanno fallito decine di lotte inutili e perdenti. Non fatevi intimidire, andatene fieri.
non c’è miglior corteo di quello che vi accompagna tutti i giorni al processo. NOn c’è ritrovo più adatto per gli uomini veri di un tribunale di giustizia. Sono quelle oggi le vie obbligate per chi rifiuta il compromesso di una lotta politica inutile.
Ben lo sa chi di voi ha scontato anni di galera sotto il fascismo. Andate fieri anche della calunnia che la stampa imbastisce nei vostri riguardi. La verità infatti appartiene solo a noi. Lasciate pure che l’Unità vi chiami fascisti, la calunnia è infatti alimento quotidiano con cui il PCI tiene ancora insieme il corpo putrido del suo apparato. Compagni del 22 ottobre, voi avete scelto la via più difficile e coerente, e con la vostra scelta avete iniziato un processo inevitabile. 
Detenuti del carcere di Marassi, solidarizzate con i compagni del 22 ottobre. Per voi come per loro il carcere non è certo il luogo di espiazione.
Da anni nelle carceri si è aperto il fronte di lotta proletario; le grandi rivolte di Genova, Torino, Milano, sono state parte dello stesso movimento rabbioso e cosciente che ha aggredito i centri del potere capitalistico. Anche voi, detenuti del carcere di Marassi, ne siete stati protagonisti. I carnefici del tribunale e delle caserme, i vari Sossi, e Napolitano, i Corallo e i Lo Muscio non sanno immaginare le rivolte che come opera astuta e interessata di alcuni sobillatori, come calcolato disegno di cui voi sareste gli ingannati strumenti e i cui scopi vi sarebbero estranei. Ciò si può ben capire.
Essi hanno paura della realtà. si illudono di poter confinare la marea montante della rivoluzione nell’immagine di uno stato maggiore che azioni a comando l’insurrezione e la resa, di una consorteria di capi che manovrino a loro piacimento una massa inerte. Essi cercano di separarvi dalle ragioni reali del vostro rifiuto, le ragioni della vita umana e della libertà dall’oppressione sociale.
Vi blandiscono con promesse di riforme che ancora oggi non avete visto, vi minacciano di punizioni più dure, aumento delle pene, botte, morte.
E voi sapete purtroppo che non  minacciano invano. Chi di voi non ricorda il sadico torturatore Ferrigno? Chi ha dimenticato il massacro a sangue freddo nelle carceri di Rebibbia ordinato dal ministro per dare esempio?
Ora vi chiamano canaglie, ora bravi uomini, per farvi sentire diversi e umiliati; sempre cercano dio coltivare in voi, senza riuscirvi, la figura disperata del delinquente incallito e quella mite e rassegnata del cittadino tornato sulla retta via dell’onestà, del faticoso lavoro che aumenterà i loro profitti, i loro privilegi, la vostra miseria.
A tutto ciò voi avete risposto da tempo con un no deciso e violento. La vostra rivolta sorge come la nostra, come quella di ogni proletario che non vule morire per condizioni insopportabili a cui bisogna porre fine. Il carcere non può essere trasformato, deve essere distrutto anche materialmente.
L’esempio ci viene dai detenuti di Torino che l’anno scorso hanno incendiato e rese inabitabili le carceri di quella città.
W i detenuti di Marassi
W il 22 Ottobre
RADIO GAP, GENOVA, AUTUNNO 1974 (Comunicato trasmesso con un registratore su un traliccio fuori le mura del carcere di Marassi durante il processo di primo grado al Gruppo 22 Ottobre

 

Egitto: attacco frontale al cambiamento!

26 marzo 2011 1 commento

Gli sviluppi egiziani non stanno andando per il verso giusto, e si era capito già dai risultati dei referendum, che avevano tirato il freno a mano su un percorso di transizione favorevole alla coalizione dei rivoltosi, che hanno guidato i giorni di Piazza Tahrir.
Il referendum è andato male perchè ha vinto il desiderio di rallentare la corsa, di non fare il salto di riscrivere la propria Costituzione, quindi prendere nelle proprie mani realmente la possibilità di cambiare drasticamente le “regole” di gestione del potere e i diritti minimi di una popolazione stremata da un silenzioso e decennale regime.

Foto di Valentina Perniciaro _le porte di Mahalla al-kubra, città operaia_

Amnesty International ci ha raccontato pochi giorni fa come si sono svolti gli arresti delle donne della rivoluzione, avvenuti nei giorni di piazza Tahrir e durante i primi scontri con le forze di sicurezza di Hosni Mubarak. Non solo ispezioni vaginali, ma test della verginità. Le parole dei racconti di quelle donne sono agghiaccianti, il sopruso su quei corpi è vergognoso, aumentato anche dalla possibile incriminazione per “prostituzione” qualora il test avesse dato risultati negativi. Una pagina di tortura che si aggiunge a tante altre.

La notizia di ieri invece ha lasciato senza parole tutto il movimento egiziano: dopo aver fatto cadere, a furor di popolo, anche il primo ministro succeduto alla caduta di Mubarak ed aver fatto giurare il suo successore (Sharaf) direttamente in piazza davanti ai manifestanti, il colpo di coda è arrivato.
Pesante. A tentare di travolgere tutto quello che si è costruito, anche sui corpi di più di trecento giovani rimasti uccisi.
Ora l’attacco frontale è al diritto di sciopero e a quello di manifestare: il potere si sta ritrincerando e vuole rimettere dei paletti solidi per non esser più facilmente spodestato da un popolo che crede di aver ora il diritto di scender nelle strade per difendere e conquistare diritti. Niente più diritto a manifestare nè tantomeno a fermare le attività lavorative: pericolosissimo e agghiacciante, visto il salto democratico ottenuto proprio invadendo le strade, giorno e notte, per mesi. Ora vogliono riportare tutti a casa, fare in modo che ci si dimentichi di come si stava, tutti insieme, nelle tante piazze Tahrir nate in quel paese. Parlano anche di una multa per chiunque sia trovato a manifestare o scioperare che può raggiungere anche i sessantamila euro: eheheh, praticamente il reddito di qualche villaggio.
La Coalizione dei giovani del 25 gennaio, che tanto aveva confidato anche nel Consiglio supremo delle forze armate ora è costretta ad aprire gli occhi, ad alzare il livello dello scontro se non si ha voglia, subito, di riabbassare la testa e risottomettersi ad un potere militare.

TUTTI GLI ARTICOLI SULL’EGITTO!

 

Occupazione di via Papareschi: arrivano i plotoni

26 marzo 2011 Lascia un commento

I MANGANELLI FERMATI DALLA DETERMINAZIONE E DALLA RESPONSABILITA’ DEI MOVIMENTI

Centinaia di carabinieri e poliziotti antisommossa questa mattina a Roma hanno militarizzato l’intero quartiere  Portuense –  Marconi, schierandosi a difesa di privilegi consolidati e di nuovi profitti da realizzare, pronti ad intervenire per sgomberare circa 300 nuclei familiari e decine di attivisti dei movimenti per il diritto all’abitare che ieri avevano occupato l’ex deposito militare di via dei Papareschi abbandonato da anni, e minacciando l’intervento contro le altre occupazioni presenti in città

Foto di Valentina Perniciaro ---plotoni in avanzamento---

L’iniziativa dei movimenti nasce dentro la necessità di aggredire l’immobilismo dell’amministrazione comunale attorno al problema della casa. Un vaso stracolmo e traboccante di un’emergenza abitativa che ha raggiunto proporzioni oramai esplosive. La scelta di occupare una delle caserme che il Campidoglio ha inserito nella delibera di “valorizzazione” (e già  contabilizzate come entrate nel bilancio), voleva dimostrare che è possibile  e necessario sottrarre spazi alla rendita e alla speculazione immobiliare  resituendoli alla città come servizi e case popolari.  3 anni di tensione e di mobilitazione, fino alla sottoscrizione di un protocollo di intesa siglato dal sindaco Alemanno lo scorso 21 febbraio, rischiavano di trasformasi, infatti, in un drammatico nulla di fatto.
Questa mattina, grazie all’intervento dell’Assessore alla Casa Antoniozzi e al senso di responsabilità dei movimenti, si è evitato in extremis che la situazione degenerasse, costruendo sul posto un incontro nel quale si è stabilito un percorso chiaro e definito nei tempi per l’attuazione delle misure previste dal protocollo. All’incontro a cui hanno partecipato, oltre all’assessore alla casa e ai rappresentanti dei movimenti, anche il delegato del sindaco all’emergenza abitativa Berruti e quello alla sicurezza Ciardi, l’amministrazione si è impegnata a:

– Richiedere oggi stesso l’apertura di un tavolo di confronto con il Governo e la Regione Lazio per affrontare il tema degli sfratti, degli inquilini degli enti previdenziali, della necessità di realizzare un piano straordinario di edilizia popolare.

–  Verificare entro lunedì la possibilità di  emettere direttamente un’ordinanza di blocco temporaneo degli sfratti anche per le categorie non ricomprese nelle attuali tutele ed in modo particolare per le situazioni di morosità incolpevole.

– Predisporre e presentare in un prossimo incontro fissato per Giovedì 31 alle ore 10,00 presso l’assessorato alla casa, il testo di una delibera finalizzata a riconoscere l’emergenza abitativa presente in città garantendo soluzioni certe  ai nuclei familiari costretti a vivere in situazioni abitative precarie ed inadeguate.

Movimenti per il diritto all’abitare
Roma, 25 marzo 2011

Info:
3458365942
3497117095

UNA CORRISPONDENZA DI RADIO ONDA ROSSA

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