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Posts Tagged ‘insediamenti israeliani’

Del Pride,di Israele,di apartheid e di gente senza vergogna

26 giugno 2012 2 commenti

Paro paro riporto quest’articolo dal blog FreePalestine,
perchè ne ero ignata, impegnata nel viaggio contro l’ergastolo al carcere di Santo Stefano (che tra poco cercherò di raccontarvi, ma che ancora non riesco a metabolizzare).
Ignara della polemica, non dei cartelli,
ignara delle parole scritte a riguardo
non ignara dello schifo di paese dove abito.
Siete veramente una vergogna,
e ringrazio la rete che anima il FreePalestine, per queste righe chiare.
BOICOTTA ISRAELE, LIBERA LA PALESTINA.
DISTRUGGI IL SIONISMO, DISTRUGGI IL MURO DI SEPARAZIONE, DISTRUGGI L’APARTHEID!

Portare 2 cartelli al Pride costa un po’ e non parliamo di denaro.

Prima devi fare la scritta e aspettare che la vernice si asciughi, poi devi fare i contorni scegliendo il colore che rende tutto più leggibile.

Il lavoro non è finito, tocca armarsi di cantinelle, sparapunti e cacciavite (se l’avvitatore è scomparso dal magazzino), devi prendere bene le misure e costruire una struttura che possa essere utile per portarli entrambi e agile da trasportare… alla fine bisogna provare ad alzare il tutto: “Oddio regà, è storto, non entra in macchina e con il vento si spacca e vola via!” Si parte verso il concentramento del Pride con quel “coso” che esce dalla macchina, content* comunque di portarcelo dietro.

“Enjoy Stonewall, Smash the Apartheid Wall” – “Boicotta il turismo in Israele” è un cartello fronte/retro che costa più delle scenografie dei mega Tir del Pride e ancora una volta non parliamo di soldi… è un cartello che ci racconta, conferma la nostra scelta di non finanziare l’economia di Israele con il suo progetto coloniale in Palestina e di combattere la propaganda che cercano di costruire anche con il turismo.
Quel cartello è un piccolo strumento di “verità” che sei dispost* a portare lungo tutto il corteo ma che fortunatamente viene “ospitato” dall’unico carro di compagni e compagne presente al Pride già pieno di contenuti: “La nostra identità non è nazionale” e “Genova 2001 non è finita” a sostegno della campagna 10X100.

Non useremo in maniera strumentale le dichiarazioni di Anastassia Michaeli, membro del Parlamento israeliano, che due giorni fa ha dichiarato che l’aborto rende le donne lesbiche, in Italia abbiamo centinaia di “Anastassie” di questo tipo.
Non faremo neanche facile ironia sulla gamba di Netanyahu rotta durante una partita organizzata per sponsorizzare il turismo in Israele, mentre lo stesso Stato imprigiona da 3 anni un calciatore della nazionale palestinese senza alcuna accusa, senza alcun processo e senza la possibilità di avere una difesa legale.
Non abbiamo mai detto che Tel Aviv è una città dove gay, lesbiche, trans e queer israeliani vengono perseguitat* o assaltati come nelle strade di Roma, vi abbiamo però raccontato cosa c’è dietro quel “velo pink” che decanta diritti basati sul privilegio, cercando di nascondere le brutalità del progetto coloniale e l’apartheid.

Dal giorno del Pride di Tel Aviv continua a circolare la frase “Fieri di essere gay, anche in uniforme” che accompagna la celebre foto di due militari israeliani che si stringono la mano camminando. Il “fascino della divisa” è sempre stato un orgoglio nazionale e non si tratta di gusti quando in noi suscita il totale disprezzo.
Ci occupiamo da tempo di documentare tutte le violenze disumane dell’esercito sionista, combattiamo la militarizzazione dei nostri territori e il controllo sulle nostre vite, disprezziamo l’ordine gerarchico di qualsiasi bandiera. Come possiamo parlare di una grande conquista di diritti se, come ormai noto, in Israele il servizio militare è obbligatorio per tutt* e chi non è fiero di quella divisa e rifiuta con dignità di fare il servizio militare per uno Stato assassino viene incarcerat*?

Non amiamo rispondere ad accuse infamanti che si basano su profonda ignoranza (che vorremmo tanto fosse involontaria) ma, se il cartello portato al Pride ha costretto celebri difensori del colonialismo di Israele a prendere parola, vorremmo almeno dare qualche suggerimento per la prossima volta:

– La campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni) non è contro le persone o la popolazione ma contro responsabili e complici del colonialismo sionista e dell’apartheid. Possibile che leggete solo i manuali di propaganda e non vi accorgete che ci sono israeliani che portano avanti la campagna vivendo in Israele?

– La prossima volta che vi troverete a difendere lo Stato di Israele farneticando o sarete costrett* a sponsorizzare il turismo, vi consigliamo un tour molto “friendly” a Gush Etzion (complesso coloniale di Israele) : qui potrete imparare nel vero spirito sionista ad ammazzare la gente in sole 2 ore di corso aperte anche ai più piccini… ovviamente se preferite utilizzare il fosforo bianco e uccidere 1443 persone (di cui 430 bambin*) e ferirne altre 5000 in soli 22 giorni, quando pagherete il corso verrà applicato uno sconto!

Ai pennivendoli che sono andati appositamente a cercare le dichiarazioni infamanti e false resta solo il ruolo di sciacalli. Avete dimenticato di riportare “Enjoy Stonewall” perchè quando vogliamo tutto, noi non chiediamo niente, lottiamo per prendercelo. Le spiegazioni potevate chiederle a noi, abbiamo una lunga lista di motivi per boicottare Israele e un trafiletto al giorno per 10 anni di seguito non basterebbe.

Content* che i 2 cartelli abbiano retto bene fino in fondo…
La nostra identità non è nazionale!
Boicottiamo Israele e rifiutiamo l’Apartheid!
La “linea” del vostro Pride NON E’ IN NOSTRO NOME! NON USATE I NOSTRI CORPI!

Stop occupation, FREE PALESTINE!

Contro segregazione ed Apartheid: ecco i Freedom Riders in Palestina, come negli USA degli anni ’60

15 novembre 2011 2 commenti

I Freedom Riders, nell'America degli anni '60, contro la segregazione razziale

Oggi è toccato ai coloni.
La peggior faccia d’Israele, la più violenta, quella genocidaria e assetata di sangue,
quella che estirpa ulivi, alimenta la devastazione e l’Apartheid, oltre ad uccidere spesso per gioco.

Oggi hanno vissuto una giornata da “palestinesi” almeno per quanto riguarda la libertà di movimento.
Siamo in West Bank, quella che io ho sempre chiamato Territori Occupati, Palestina Occupata: quella terra che a macchia di leopardo vede le metastasi dell’occupazione rosicchiare pezzo pezzo i suoi confini, il suo interno, le sue fonti, i suoi punti fertili.
La terra più triste, più martoriata, più abituata all’Apartheid, ai checkpoint che non permettono spostamenti se non dopo deliranti e incomprensibili ore in attesa di qualche permesso, spesso negato.
La libertà di movimento, nella terra che Israele (quello vero) ha “lasciato” ai Palestinesi, è un diritto dei coloni: loro hanno le loro strade, le loro ferrovie, i loro bus, i loro taxi. Tutto il resto si muove se la mano dell’occupante lascia passare, altrimenti può morire così, ai tornelli metallici che chiudono in gabbie tutti gli incroci di Palestina.

Oggi alcuni attivisti hanno, anzi lo stanno facendo proprio in questi minuti, tentato di usare, occupare, fruire, rallentare la normale circolazione dei bus utilizzati normalmente dai coloni per sportarsi: sono mezzi di trasporto vietati agli arabi, come nei peggiori racconti sud-africani. NO ARAB. Poca differenza col NO BLACKS.

In questi secondi in molti sono ancora su quei mezzi, malgrado i coloni siano scesi velocemente e scomparsi nel nulla lasciando che i bus venissero circondati dalla polizia militare israeliana e dall’esercito: nessuno ha intenzione di scendere.
L’obiettivo è arrivare a Gerusalemme:
qui potete seguire la diretta video,
altrimenti seguite su twitter l’hashtag #FreedomRides
Spero di aver modo di aggiornare tra poco..

STOP APARTHEID – END COLONIZATION – BOICOTT ISRAEL
FREEPALESTINE!

AGGIORNAMENTI: I soldati hanno preso uno dei bus, pieno di attivisti, e lo sta facendo dirigere verso il checkpoint di Hizmeh.
Verranno probabilmente arrestati da un momento all’altro.
Nel frattempo il livestream è saltato, purtroppo
ORE 16.15: Uno ad uno, vengono arrestati dall’esercito israeliano. L’accusa è l’ingresso illegale nello stato d’Israele: un manifesto all’Apartheid!

Della scherma e del boicottaggio allo Stato d’Israele: Sarra Besbes

11 ottobre 2011 7 commenti

Sarra Besbes è una giovane donna tunisina, una delle migliori spadiste africane;
ieri in pedana ai mondiali di scherma di Catania contro un’ avversaria israeliana di nome Noam Mills.
Ha scelto di non gareggiare, ma non di ritirarsi.
Ha deciso volutamente di rimanere ferma e di subire le cinque stoccate che valgono per la sconfitta, perché certo di vittoria non si può parlare.
Una forma di boicottaggio allo stato di Israele, lo stesso che persevera scientificamente nella pulizia etnica della terra di Palestina e nel mantenimento di un regime di Apartheid all’interno dei suoi confini, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza.
Una forma di boicottaggio che deve essere costata molto ad una donna che ha costruito una vita per combattere su quella pedana, e che immobile ha deciso di  lasciare la vittoria a chi, da più di 60 anni, è abituato a vivere in uno Stato che abitualmente infierisce su un corpo disarmato per poi chiamarla vittoria.
على راسي

Aggiornamenti dalle carceri israeliane: DIFFONDIAMOLI

7 ottobre 2011 3 commenti

Il 27 settembre è iniziato uno sciopero della fame dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane, per chiedere la fine delle condizioni di detenzione che in migliaia vivono, per chiedere la fine dell’isolamento per Ahmad Sa’adat e la fine delle politiche repressive nei confronti dei familiari e dei visitatori dei prigionieri, costretti a subire costanti vessazioni che spesso rendono impossibile anche solo un’ora di colloquio al mese con i propri cari in regime di detenzione, nelle carceri di un paese occupante.
Chiedono la fine degli abusi durante le traduzioni da un carcere all’altro e molto altro, oltre che la solidarietà internazionale e la diffusione delle notizie sulla lotta che stanno portando avanti, sul proprio corpo, l’unica cosa a loro disposizione.

Ovviamente le autorità israeliane e i funzionari del dipartimento che gestisce le carceri nel paese dell’Apartheid hanno risposto aumentando la violenza psicologica e le condizioni dei detenuti: dal carcere di Nafha i detenuti politici palestinesi raccontano delle minaccie subite sulla negazione dei colloqui con i familiari. Per ogni giorno di partecipazione allo sciopero della fame ci sarà un mese di divieto di incontro con i propri cari. In molti sono stati trasferiti in altri carceri, di cui ancora non si riesce a conoscere il nome.
I membri del F.P.L.P hanno subito tutti il trasferimento in celle di isolamento e la confisca di tutti i loro beni personali, compresi i propri vestiti.
Durante una visita con le famiglia le autorità delle prigioni dell’occupante israeliano hanno sequestrato i documenti di identità di tutti i loro familiari dando come motivazione proprio la partecipazione allo sciopero della fame, che li precluderà per mesi a qualunque incontro, compreso quello con il proprio avvocato.
Nella prigione di Asqelan infatti è stato vietato l’accesso ad un’avvocato che doveva visitare i prigionieri Ahed Abu Ghoulmeh, Allam Al-Kaabi e Shadi Sharafa: gli è stato comunicato che in quanto partecipanti all aprotesta, non potranno incontrare i loro avvocati, non si sa fino a quando.

Oltre ai prigionieri militanti del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, che hanno iniziato questa mobilitazione in nome del loro rappresentante Ahmad Sa’adat (detenuto a Gerico) si stanno unendo molti altri prigionieri, come alcuni componenti di Fatah, tra cui quelli che hanno il triste primato di essere da più tempo in regime di detenzione: Fakhri Barghouti entrato nelle carceri israeliane 34 anni fa, ed Akram Mansour,malato di cancro, detenuto da 33 anni.
Anche molte donne prigioniere stanno partecipando alla lotta: Sumoud Kharajeh, Linan Abu Ghoulmeh, Duaa Jayyousi e Wuroud Kassem sono state trasferite in isolamento totale mentre Linan Abu Ghoulmeh è stata messa in regime di detenzione amministrativa in modo totalmente arbitrario.

PER SEGUIRE GLI AGGIORNAMENTI: The Campaign to Free Ahmad Sa’adat

DIFFONDIAMO QUESTA NOTIZIA, CREIAMO SOLIDARIETA’ ANCHE PER I PRIGIONIERI PALESTINESI, PROPRIO ALLA LUCE DELLE DISCUSSIONI SULLO STATO PALESTINESE.
NON PUO’ ESSERCI STATO SENZA LA LIBERAZIONE DI TUTTI I PRIGIONERI,
SENZA IL DIRITTO AL RITORNO DI TUTTI I PROFUGHI,
SENZA LA FINE TOTALE E DEFINITIVA DEL REGIME DI APARTHEID,
SENZA LA CANCELLAZIONE DELL’OCCUPAZIONE MILITARE E L’ABBATTIMENTO DEL MURO DI SEPARAZIONE E DEGLI INSEDIAMENTI.
PALESTINA LIBERA.

Israele e le maschere grossolane

22 maggio 2011 Lascia un commento

Reuters/Baz Ratner

Reuters/Baz Ratner

Nuove divise della polizia militare israeliana? Questo è il campo profughi di Shuafat, nei Territori Occupati

Territori occupati palestinesi: retate e arresti a Silwan, incursioni di coloni a Hawara

3 maggio 2011 2 commenti

L’occupazione militare israeliana non si arresta mai nei suoi meccanismi multipli di repressione: da un lato le infinite ed noni presenti operazioni militari o gli arresti della polizia militare israeliana (come anche palestinese purtroppo), da un lato le azioni dei coloni, il lato più facinoroso, xenofobo e genocitario della società israeliana.Solo nelle ultime ore i Territori Occupati sono stati colpiti su diversi fronti, mentre Hamas e Fatah siglavano il loro accordo al Cairo e il mondo parla dell’ennesima e forse definitiva morte del n.1 della mostruosità planetaria (! bella battaglia ultimamente!) Silwan, quartiere arabo di Gerusalemme vedeva l’ennesima incursione dell’esercito. Sei arresti da quel che si dice per ora, cinque ragazzi e Suad al-Shoukhi, una ragazza di 24 anni, portata via dagli ufficiali israeliani “per un interrogatorio”. Suad è stata rilasciata due anni da da un’interrogatorio durato 18 mesi di detenzione amministrativa, per gli scontri avvenuti in quella zona tra abitanti palestinesi e le formazioni israeliane di estrema destra che hanno focalizzato le loro azioni in quel quartiere, prossimo alla città vecchia.

Altra bella notizia del giorno viene da poco distante, nella cittadina palestinese di Hawara, che questa mattina ha trovato il villaggio cosparso di scritte xenofobe contro arabi e musulmani e una moschea interna ad una scuola data alle fiamme.
Il villaggio di Hawara si trova nella zona meridionale della provincia di Nablus, circondata da 39 insediamenti.

Israele e la vendetta del cemento dopo la strage di Itamar

13 marzo 2011 1 commento

Lo stato di Israele, se volesse bene al suo popolo prenderebbe altre misure, e invece…
ieri nell’insediamento israeliano di Itamar, situato nei territori occupati vicino Nablus, cinque persone sono state uccise, di cui tre bambini, da un uomo (ora si parla di due) che è riuscito ad infiltrarsi nella colonia e poi nella loro abitazione, per dileguarsi dopo aver pugnalato a morte cinque degli otto membri della famiglia Fogel. Un gesto efferato, che ha lanciato nel panico i coloni: i peggiori elementi presenti sul pianeta terra, assassini matricolati, integralisti dell’occupazione militare e del genocidio del diverso, l’arabo palestinese in questo caso.

Davanti ad una simile strage, dove la vittima più piccola ha appena tre mesi di vita, anch’essa pugnalata nel sonno in piena notte, si dovrebbe parlare di smantellamento delle colonie illegali, di fine dell’occupazione della Cisgiordania… di tanto dovrebbe parlare il governo israeliano e invece: stamattina alle 7 è partita l’autorizzazione per la costruzione di 500 nuove unità abitative.Un’intera notte in riunione straordinaria per i vertici politici e militari d’Israele della Commissione interministeriale per la politica di iinsediamento: «Il consiglio ministeriale con delega per gli insediamenti ha deciso ieri di autorizzare la costruzione di alcune centinaia di unità abitative a Gush Etzion, Maale Adumin, Ariel e Kyriat Sefer», è stato il verdetto finale. La vendetta è stuprare ancora quel territorio, riempirlo di case spesso sfitte per secoli o abitate da maledetti coloni armati fino ai denti, spesso milizie organizzati delle tante organizzazioni xenofobe  che teorizzano l’eliminazione del popolo palestinese.

 

Palestina: i “Fiati sprecati” a Bil’in

25 gennaio 2011 Lascia un commento

Morire in Palestina, una giornata particolare di normale quotidianità

I Fiati Sprecati alla manifestazione contro il muro a Bil’in, 31 dicembre 2010

Vista la diffusione rapida di video ed anche di informazioni poco chiare o addirittura errate sulla manifestazione del 31/12/2010 a Bil’in, vogliamo raccontare quella che è stata la nostra esperienza diretta.

Il 31 dicembre eravamo a Bil’in per la consueta manifestazione dei Comitati popolari di resistenza non violenta. Dal 2005, per reagire alla costruzione del muro che sta divorando i terreni agricoli del villaggio di Bil’in con l’obiettivo di permettere l’espansione della vicina colonia israeliana, centinaia di persone, palestinesi, internazionali e israeliani contrari all’occupazione, si ritrovano ogni venerdì per manifestare contro questo muro dell’apartheid e contro gli insediamenti che Israele continua a costruire sottraendo terre alla Palestina. Sapevamo dei rischi che potevamo correre partecipando a questa manifestazione, ci avevano raccontato dei lacrimogeni e dei gas dell’esercito israeliano, ma volevamo portare la nostra solidarietà, attraverso la musica, alla popolazione di questo villaggio. Da Ramallah siamo saliti su un pulmino in direzione Bil’in. A circa 2 Km dal villaggio di Bil’in abbiamo trovato le camionette dell’esercito che bloccavano la strada.

In Palestina funziona così: l’esercito israeliano arriva, dichiara un pezzo di territorio Palestinese “area militare chiusa” e lo militarizza. Quel giorno il motivo dell’appostamento era bloccare le vie d’accesso alla manifestazione (addirittura era stato chiuso il check point di Kalandia, unica via d’accesso per la West Bank e Ramallah per chi proviene da Gerusalemme e passaggio obbligatorio per i palestinesi autorizzati che devono raggiungere i loro territori). Non ci siamo fatti scoraggiare, siamo scesi dal pulmino e ci siamo incamminati nei campi di ulivi per raggiungere Bil’in. Abbiamo trovato un villaggio ingabbiato tra mura, insediamenti e recinzioni. Lo Stato di Israele, sta annettendosi le terre di Bil’in per la costruzione della Barriera di Separazione e l’ampliamento degli insediamenti dei coloni; distrugge le proprietà degli abitanti di questo villaggio ogni giorno di più, e li confina in una prigione a cielo aperto. Gli abitanti cercano di resistere e di far continuare ad esistere il loro villaggio. Lottano per salvaguardare la loro terra, i loro uliveti, le loro risorse e la loro libertà.

Il breve percorso della manifestazione, che si diparte dalla moschea, percorre una stradina in discesa circondata dai secolari uliveti palestinesi. Scendendo per la stradina, di fronte a noi, dove la strada risale, il reticolato della barriera e i militari con giubbotti antiproiettile, caschi, fucili, lancia lacrimogeni e blindati.
Una strada divisa a metà, da una parte della collina i palestinesi, dall’altra l’esercito schierato a 50 metri di distanza dai manifestanti e comunque al di là della loro stessa linea di confine a tutela della colonia. Alcuni ragazzi hanno tagliato un pezzo di recinzione e lo hanno messo a terra di fronte ai soldati come a dire “è roba vostra, riprendetevela, riportatela a casa vostra”. Un gesto simbolico di liberazione della propria terra dall’occupazione.
L’esercito spara lacrimogeni ad altezza uomo mirando direttamente ai manifestanti. Delle palle nere di 8 centimetri di diametro con attaccato un cilindro in metallo. Alcune persone sono colpite e sono portate in ospedale. I lacrimogeni israeliani se centrano organi vitali, per il metallo con cui sono fatti, possono uccidere.

A Bil’in il 31 dicembre una donna si è ritrovata avvolta dal fumo dei lacrimogeni. E’ stata portata all’ospedale di Ramallah dove è morta durante la notte per asfissia polmonare dovuta ai componenti tossici presenti nel gas lacrimogeno usato dai militari israeliani. Si chiamava Jawaher Abu Rahmah. Era sorella di Bassem Abu Rahmah, morto nell’aprile del 2009, colpito all’addome da un lacrimogeno sparato dai soldati israeliani. Il contrasto è evidente. Da una parte i Palestinesi armati solo del loro desiderio di libertà e qualche sasso, dall’altra gli Israeliani armati fino ai denti.
Abbiamo cominciato a suonare, il nostro muro del suono avanzava verso l’esercito. Quasi subito è arrivata una scarica di lacrimogeni e di proiettili di gomma. Ci siamo ritrovati avvolti nel fumo, con il respiro bloccato. La tosse ci dava convulsioni, voglia di vomitare. Non si riusciva a vedere niente e gli occhi bruciavano e non riuscivamo a tenerli aperti. Qualche palestinese riesce a raggiungere i soldati con una bandiera in mano. Niente di più. Si va avanti così per qualche ora. Alla fine della manifestazione ripercorriamo in salita la stretta stradina in mezzo agli uliveti. Una famiglia di palestinesi con la casa di fronte alla moschea ci invita ad entrare. Ci preparano succo dei pompelmi del loro orto. Suoniamo e cantiamo con loro “Bella ciao”.

La manifestazione di Bil'in del 31 dicembre 2010

Dopo essere stati a Bil’in ci rimane difficile accettare le parole di Saviano che parla di Israele come di uno stato democratico. Centinaia di israeliani hanno manifestato il 1 gennaio a Tel Aviv contro le azioni dei militari a Bil’in e in solidarietà alla famiglia di Jawaher . Molti di loro sono stati arrestati dalla polizia israeliana e portati in carcere. Ci rimane difficile pensare che tutte le nazioni, compresa la nostra sostengano questa indegna occupazione, e il lento massacro di un popolo. Abbiamo visto uno stato che agisce con la violenza, la sopraffazione, che nega ogni rispetto per i diritti umani, che imprigiona le persone anche senza avere un motivo. Uno stato dove non c’è uno stato di diritto, dove vige il libero arbitrio nei confronti dei non-ebrei in barba ad ogni accordo internazionale. Uno stato troppo ricco e troppo armato.
Abbiamo dovuto rivedere le nostre idee su una pace fatta di mani israeliane e palestinesi che si stringono, per non parlare poi dei tavoli degli accordi internazionali. Se Israele non smetterà di occupare la Palestina ogni accordo sarà impossibile. Solamente restituendo ai palestinesi la sovranità sulla propria terra e il diritto all’autodeterminazione, intesa come libero governo del territorio e gestione di una propria giustizia e solamente di fronte a due popoli liberi, aventi gli stessi diritti sui propri territori, si potrà cominciare a parlare di pace. Dove continua la sopraffazione e la violenza, dove c’è una forza che si impone con carri armati e soldati ed una che può solo resistere con bandiere e qualche fionda nessuna pace sembra possibile. Per molto meno di quello che succede in Palestina, la comunità internazionale avrebbe reagito inviando eserciti e armamenti, ma non lo fa, e questo pone seri interrogativi. A tal proposito vogliamo ricordare che:

• L’occupazione israeliana della Palestina è condannata dalla risoluzione 242 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (1967) e dalle successive (336, 338, 446, 452, …..);
• La costruzione del muro e la conseguente annessione delle terre palestinesi, sono condannate dall’Onu e dalla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja (2004);
• La presenza armata in territorio straniero, come a Bil’in, è una situazione che dovrebbe essere ritenuta illecita dall’Onu e dovrebbe essere perseguibile addirittura con un intervento armatointernazionale (v. Kuwait 1991);
• La prassi dell’Occupazione è una continua violazione degli articoli della quarta Convenzione di Ginevra (1949);
• La repressione armata durante le manifestazioni a Bil’in è vietata da tutte le Corti e le procedure internazionali in quanto viola i diritti umani;
• Tutte le forme di “punizioni collettive” sono punibili secondo la Quarta Convenzione di Ginevra e considerate crimini di guerra dall’Onu.
• Le stesse disposizioni militari israeliane vietano, nel caso di uso di lacrimogeni, di mirare direttamente alle persone.

I Fiati Sprecati – Banda Popolare di strada (Firenze)
Progetto delle bande popolari italiane “MURO DEL SUONO”

LINK:

Foto Fiati Sprecati in Palestina
http://www.flickr.com/photos/murodelsuono/sets/

ALTRI VIDEO



Video Manifestazione a Tel Aviv del 1/01/2011 contro le azioni dell’esercito a Bil’in il 31/12/10

Ucciso nel suo letto ad Hebron e altre storie quotidiane della terra di Palestina

20 gennaio 2011 3 commenti

Il letto di Amr Qawasme

Ucciso nel suo letto, nella sua camera da letto, senza avere vicino a lui alcuna arma da fuoco. Si chiamava Amr Qawasme, aveva 65 anni e risiedeva ad Hebron, fino alla sua morte, due settimane fa. Oggi un’agenzia ci racconta che il suo assassino, soldato dell’esercito israeliano è stato espulso dal corpo, malgrado abbia espresso il suo profondo rammarico per quello che aveva compiuto.
Avrebbe dovuto compiere un arresto in una casa, dentro la città palestinese di Hebron di cinque presunti membri di Hamas: “per errore” il soldato (di cui non ci viene fornito nessun dato) sarebbe entrato nell’abitazione di Qawasme (un piano sopra all’appartamento sospetto) uccidendolo dopo pochi secondi per una “mossa sospetta”, però non confermata dall’esercito, che infatti ha chiesto la sua espulsione.

Diverso il comportamento del Ministero dell’interno in un caso simile avvenuto a giugno dello scorso anno, a Gerusalemme Est.
Qui la vittima, ovviamente palestinese, Ziad Jilani è stata uccisa malgrado fosse già ferita e a terra: il ministero ha ammesso che la morte è avvenuta quando il sospettato era già a terra, ma giustifica il comportamento della polizia perchè gli agenti temevano di essere obiettivo di un attacco terroristico. Tutto normale insomma.

Da Jenin invece ci riferiscono oggi dell’uccisione di un palestinese che avrebbe aperto il fuoco contro un check point nei pressi dell’insediamento di Mevo Dotan. Sarebbe avvenuto intorno alle 11 di questa mattina: i colpi partiti da un soldato del Battaglione Netzah Yehuda, tristemente noto per aver reclutato un gran numero di giovani ortodossi e di coloni.
La “crema” di quel paese.

 

Nuove costruzioni a Gerusalemme Est, soliti uccisi a Gaza

2 dicembre 2010 Lascia un commento

coloni israeliani

Coloni israeliani

E’ di questa mattina la notizia, passata alla radio israeliana, dell’autorizzazione data alla costruzione di ben 625 nuove unità abitative nell’insediamento di Pisgat Zèev, a Gerusalemme Est. Ci specificano che il ministero degli interni ha finalmente dato il via libera definitivo: che la danza del cemento e dell’occupazione abbia di nuovo inizio, senza che si sia mai fermata.
Tutto fermo, i negoziati iniziati il 2 settembre e miseramente falliti nemmeno tre settimane dopo, per non dire già prima di partire, si sono arenati proprio sulla richiesta di congelamento delle nuove costruzioni di colonie in Cisgiordania.
Cosa che Israele non può accettare.
Figuriamoci qualunque tipo di moratoria sulle costruzioni a Gerusalemme Est, impensabile!
Quella è la sua natura: demolire, distruggere, eliminare ogni traccia, occupare, cancellare.

Nel frattempo nella Striscia di Gaza sono stati uccisi due palestinesi dal fuoco dei soldati israeliani, mentre tentavano di infiltrarsi in Israele la comunicazione è arrivata dal sito di Hamas e poi è stata confermata anche da fonti militari israeliane che specificano di aver trovato sui corpi armi leggere e materiale esplosivo.
Diversi tank israeliani e mezzi blindati sostano nella zona del cimitero di al-Shuhada, ad est di Gaza.

 

Completamente raso al suolo villaggio in Cisgiordania

24 novembre 2010 2 commenti

Oggi Tsahal s’è mosso con i piedi di piombo: la devastazione portata oggi dai bulldozer israeliani ha superato il livello solito di media devastando diverse cose in Cisgiordania. E’ avvenuto tutto in una regione della valle del Giordano adiacente alla città di Gerico e molto vicina al confine giordano: il fatto più grave è avvenuto nel villaggio di Abu al-Ajaj, letteralmente raso al suolo.

I due bulldozer che sono entrati, coperti da 200 soldati,  hanno abbattutoTUTTE le casi del villaggio, che ora ha 1000 persone per la strada, private per sempre di qualunque loro bene. Non è ancora chiaro se l’area appena demolita, evacuata, sgomberata e rastrellata sia destinata per l’edificazione di nuove colonie, l’allargamento di Masua (colonia illegale nelle vicinanze) o per qualche avamposto militare.
Sempre forze di sicurezza israeliane hanno poi abbattuto diverse costruzioni palestinesi nella zona, tra cui anche una tenda e due rifugi per il bestiame, che l’esercito d’Israele considerava illegali, forse perchè troppo vicini all’insediamento (quello si illegale) di Masua. Poi terrazzamenti, palizzate e sistemi d’irrigazione: tutto spazzato via.
Ynet news, importante sito d’informazione israeliano ci informa di scontri scoppiati dopo le demolizioni, ma che per ora non risultano arresti né feriti.

Sconcertante: arrestato il bambino palestinese investito da un colono

12 ottobre 2010 5 commenti

Non avevo pubblicato la foto di quel bimbo di 8 anni investito a Silwan, quartiere arabo di Gerusalemme, teatro di numerosi scontri.
Non l’avevo pubblicata perchè mi faceva schifo, perchè non volevo vederla sul mio blog, malgrado ci sia di peggio da digerire.
Ma quel colono che investiva un bambino non riuscivo a metterlo.
Oggi però la situazione è diversa, perché c’è una novità non da poco. Mufid Mansur, di -ripeto- 8 anni è stato prelevato dalla sua casa dalla polizia israeliana che oltretutto ha impedito al padre di accompagnarlo.
Il colono invece, uomo più che noto, è libero. Si chiama David Beeri ed è il leader di un’organizzazione di estrema destra israeliana -ELAD- impegnata nell’acquisto di immobili per colonizzare Gerusalemme Est. E’ stato rilasciato immediatamente dopo l’incidente, perchè “si stava difendendo da una sassaiola”.
Cercheremo di aggiornarci tra poco su Mufid.

Tanto per farvi capire l’atmosfera che si respira a Silwan: oggi si tiene la riunione dei capi dei coloni presenti in Cisgiordania proprio lì.
Cecchini sono posizionati sui tetti, i carri armati circondano tutta la zona. Il vertice è previsto nell’insediamento di Beit Jonathan, costruito più di un anno fa nel quartiere Batn al-Hawa di Silwan.

 

FP PHOTO/ILIA YEFIMOVICH

 

Munizioni DUM DUM, adolescenti e barriere illegali: Arrigoni da Gaza

3 ottobre 2010 2 commenti

Ha lottato tutta la notte in un letto d’ospedale in bilico fra la vita e la morte, ma alla fine pare averla scampata Sliman, lo studente palestinese di vent’anni colpito ieri al confine da un cecchino israeliano.

terrorism by israel L’ultima vittima civile di un confine a Est della Striscia di Gaza che pressoché quotidianamente s’inghiotte vite umane, tramite le torri di sorveglianza munite di mitragliatrici dal grilletto facile, i carri armati, le jeep, i droni, gli elicotteri Apache, i caccia F16. Saliman Abu Hanza di Abbasan Jadida è stato centrato da un tiratore scelto durante le manifestazioni che ieri mattina hanno visto riversarsi dinnanzi al reticolo di filo spinato centinaia di palestinesi accompagnati da alcuni giornalisti e dagli attivisti dell’International Solidarity Movement, per chiedere a gran voce la fine dell’assedio criminale, lo stop al proliferare delle colonie israeliane illegali in West Bank, e per rivendicare il diritto a calpestare la loro legittima terra dinnanzi al confine.

Le manifestazioni non violente si sono svolte in contemporanea alle 11 in tre diverse aree della Striscia: a Nord-Est a Beith Hanoun, e nel centro-Est ad Al Maghazi, i militari israeliani hanno sparato a in direzione dei dimostranti fortunatamente senza ferirne  alcuno, mentre ad Faraheen vicino a Khan Younis i cecchini entravano in azione. Kamal, un amico di Sliman, descrive l’accaduto: “Ero con Sliman e stavamo camminano assieme verso la linea di confine con in mano le nostre bandiere. Quando  le jeep sono accorse i soldati israeliani hanno iniziato immediatamente a spararci addosso e io sono fuggito indietro cercando un riparo. All’improvviso ho visto il mio amico cadere  colpito allo stomaco. E’ stato un colpo singolo, chiaramente mirato, partito dal fucile di precisione di un cecchino.”

3 OTTOBRE: AGGIORNAMENTI. SLIMAN HA RIPRESO CONOSCENZA E COMBATTE PER LA SUA VITA

Con altri ragazzi Kamal si è preso in spalle il corpo dell’amico ferito che perdeva copiosamente sangue e per 500 metri lo hanno trascinato fino ad un motocarro, sul quale Sliman è stato trasportato fino all’ospedale Europa di Khan Younis. Entrato in sala operatoria verteva in una situazione critica: “Seri danni interni al suo addome, tre lesioni all’ intestino, alla vena iliaca sinistra e al retto. Ha subito giù  una serie di operazioni chirurgiche e molte  trasfusioni di sangue, le prossime 24 ore sono cruciali.”  A detta del dottore che lo ha preso in cura. Come avvenne perl’omicidio di Ahmed Deeb, il 28 aprile scorso sempre durante una manifestazione non violenta al confine, anche contro Sliman Abu Hanza. Il cecchino israeliano ha utilizzato un particolare tipo di proiettile, comunemente detto “dum dum”, che si frantuma al momento dell’impatto producendo gravissime  lesioni interne e causando spesso la morte della vittima. L’uso dei dum dum è stato vietato dalle Convenzioni di Ginevra dopo la prima guerra mondiale, così come il fosforo bianco, le bombe dime e le “flechettes”, armi illegali che l’esercito israeliano non lesina di adoperare contro la popolazione civile di Gaza, come dimostrato ampiamente dalle maggiori organizzazioni per i diritti umani.

Interpellato questa mattina un dottore dell’ospedale Europa mi ha confermato che Sliman è in cura intensiva e le sue condizioni sono stabili.
Sliman è la soltanto l’ultima vittima  dell’esercito israeliano dal 2 settembre, data che se da un lato ha visto la ripresa dei colloqui fra Netanyahu e Abu Mazen, qui Gaza è coincisa con una escalation di violenza contro  la popolazione civile. Sono sette morti ammazzati dai soldati israeliani dall’inizio di questo mese nella sola Striscia. Venerdì, il giorno dopo il verdetto con cui la  Commissione per i Diritti Umani dell’ONU condanna Israele per “omicidio e  tortura” in riferimento al massacro della Freedom Flotilla, un giovane pescatore, Mohamed Bakri, è stato assassinato dalla marina di Tel Aviv mentre con la sua minuscola imbarcazione stava pescando poco distante dalla costa.
Una ulteriore riprova di ciò che andava affermando il compianto Edward Said: “I negoziati di pace sono i primi ostacoli alla pace“. Dopo oltre 15 anni di colloqui farsa, che hanno sortito come unico risultato meno  terra e meno diritti per i palestinesi e il proliferare delle colonie illegali israeliane, non è più riposta molta fiducia nella comunità internazionale e nei giochi politici.
Semmai i palestinesi guardano con più speranza verso le mobilitazioni della società civile mondiale in loro sostegno, alla campagna di boicottaggio del BDS Movement, alle  missioni umanitarie che cercando il modo con cui spezzare l’assedio riportano la tragedia di Gaza in auge sui media occidentali, come il convoglio Viva Palestina attualmente in viaggio, e l‘Irene, l’imbarcazione di pacifisti ebrei in navigazione in queste ore verso Gaza.

Restiamo Umani.
Vittorio Arrigoni da Gaza city

Nakba e sangue: 15enne ucciso da un colono vicino Ramallah

14 maggio 2010 Lascia un commento

Il “bollettino di guerra” più costante della storia dell’uomo è ormai quello proveniente dalla terra di Palestina, terra stuprata da un’occupazione militare di cui domani si “festeggia” l’anniversario.
La NAKBA, catastrofe del popolo arabo di palestina, catastrofe mai terminata dal 1948.
Quella di oggi è stata l’ennesima giornata insostenibile per quel popolo e quella terra: sono 60 anni di nomi di morti, di martiri bambini, di fanciulli falciati su una strada assolata.
Nemmeno 15 anni aveva Ayssar Yasser al-Zaben, residente nel villaggio di Mazra Ash-Sharquieh, a pochi kilometri da Ramallah, sulla maledetta statale numero 60.
Ucciso non dall’esercito e nemmeno dalla polizia israeliana: ucciso da un solo colpo che l’ha centrato al cuore, colpo partito dall’arma di un colono israeiano.
La sparatoria (se così si può chiamare l’uccisione con un colpo al cuore di un fanciullo di 15 anni, classe 1994) sembrerebbe partita dopo un lancio di sassi in direzione di una macchina con dentro due coloni israeliani. L’assassino, occupante integralista di quella porzione martoriata e ridicola che ormai è la West Bank, si è fermato sul ciglio della strada ed ha aperto il fuoco con la sua arma personale.
Normale amministrazione.
Normale amministrazione soprattutto da quando il governo israeliano è guidato da Bibi Netanyahu e dal ministro Avigdor Liebermann: la loro politica sugli insediamenti israeliani a Gerusalemme e in Cisgiordania è palese ed ha legittimato una pericolosa escalation di attentati contro proprietà arabe, moschee e campi coltivati.

Gerusalemme e la “collera”

17 marzo 2010 Lascia un commento

Ieri non ho avuto modo di aggiornare il blog, quindi non ci sono mie righe di commento ai fatti di Gerusalemme e, nemmeno, alla decisione del premier israeliano di accordare la costruzione di nuovi insediamenti, in barba non solo a decine e decine di risoluzioni ONU, ma anche alle direttive statunitensi.
Momento di tensione eccellente quindi, come poche voltre in precedenza: i rapporti diplomatici e politici tra Israele e Stati Uniti hanno preso una bella sprangata sui denti dopo questa decisione unilaterale di Nethanyahu.
Così ieri la popolazione è scesa in piazza, soprattutto a Gerusalemme, in quella che è stata denominata la “giornata della collera”.
Ieri ci sono stati scontri e pestaggi, barricate e sassaiole per la città che non sto qui a raccontare visto anche lo spazio che hanno trovato nei media mainstream.
Scrivo in ritardo di un giorno quindi, solo per ribadire la mia totale vicinanza a quel popolo in lotta, in una lotta che anno dopo anno è sempre più massacrante, estenuante e contro un nemico che fa rimpiangere i “mulini a vento”.
Ieri, oltre alla giornata della collera e dell’ira era anche l’anniversario della morte, dell’assassinio di Rachel Corrie, schiacciata da un bulldozer dell’esercito israeliano mentre manifestava pacificamente contro le demolizioni di case palestinesi nella Striscia di Gaza.
Ciao Rachel, sorella di Palestina.

In questa pagina il ricordo che ho fatto lo scorso anno, con stralci delle sue lettere e un po’ di immagini!

Franco Fortini: Israele e “decenza democratica”

3 maggio 2009 2 commenti

Quel che “succede” (violenze, arresti, assassinii) accade a pochi kilometri da qui, alla periferia; e tutti i giorni, da diciotto mesi.
Sul Jerusalem Post di oggi la notizia degli ultimi due morti ammazzati,  quelli di ieri (vittima uno di un colono, l’altro dell’esercito è nascosta in due righe, all’interno di un articolo. Non è, in alcun senso, una notizia. “E più nessuno è colpevole”.

Ma'aleh Adumin, insediamento israeliano in continua espansione

Ma'aleh Adumin, insediamento israeliano in continua espansione

Tornato da pochi giorni a Milano ho udito con le mie orecchie un distinto e anziano giornalista politico dichiarare nel corso di una pubblica tavola rotonda che la insistenza della stampa di sinistra italiana sui ragazzi palestinese ammazzati nel corso dell’Intifada altro non era se non la ricomparsa del mito fanatico che agli ebrei attribuiva l’assassinio rituale di bambini cristiani.
Mi sono alzato, con una stretta allo stomaco, e sono uscito.
Ma i più dei presenti anche se di avviso difforme da quello dell’oratore avranno certamente pensato che si debbono rispettare tutte le opinioni.
Avranno educatamente applaudito la fine dell’intervento.
Hanno imparato la virtuosa decenza democratica.
                   _FRANCO FORTINI_ “Extrema Ratio” 1989

 

LUNEDI’ 4 MAGGIO, dalle ore 18, PRESIDIO A LARGO ARGENTINA CONTRO IL BOIA LIEBERMAN, MINISTRO DEGLI ESTERI ISRAELIANO, LEADER DEL PARTITO XENOFOBO “ISRAEL BEITENU”
pal_muro

OSPITE NON GRADITO: Lieberman tra qualche giorno è a Roma

29 aprile 2009 2 commenti

 

Il neo ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman

Il neo ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman

OSPITE NON GRADITO
Il 4 maggio sarà a Roma  il Ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman del nuovo governo guidato da Benjamin Netanyahu, leader del partito xenofobo di estrema destra Israel Beitenu.

INIZIA IL PROGETTO PER AMPLIARE MAALEH ADUMIN: LA CISGIORDANIA SI SPACCA IN DUE

25 marzo 2009 1 commento

Malgrado la aperta opposizione dell’Anp e anche degli Stati Uniti, il governo di Benyamin Netanyahu progetta di estendere in maniera significativa la città-colonia di Maaleh Adumim e di collegarla di fatto alla zona metropolitana della vicina Gerusalemme. Lo ha affermato oggi la radio militare secondo cui esiste in merito una intesa verbale fra il Likud boycott_logoe il partito di destra radicale Israel Beitenu di Avigdor Lieberman. In una intervista alla emittente il sindaco di Maaleh Adumim Beny Kashriel ha confermato di aver ricevuto da Lieberman l’impegno che nei prossimi anni saranno realizzati importanti progetti edili nel suo insediamento. In particolare, secondo la radio militare, è prevista la costruzione di 3.000 unità abitative nella zona E-1, fra Maaleh Adumim e Gerusalemme. Gli Stati Uniti hanno già chiarito da tempo che la realizzazione di quel progetto rischia di spaccare in due tronconi la Cisgiordania e di rendere impossibile la costituzione di uno stato palestinese dotato di continuità geografica

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