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Sui riti commemorativi del 25 aprile e 1 maggio: un testo di Salvatore Ricciardi

26 aprile 2020 Lascia un commento

Salvatore Ricciardi ci ha lasciato pochi giorni fa, il 9 aprile.
Mi fa piacere riportare una sua riflessione, scritta appeno un anno fa proprio in questa settimana che va dal 25 aprile al 1 maggio.
Giornate di ricorrenze, di commemorazioni, quest’anno anche modificate ed enfatizzate dalla condizione generalizzata di prigionia domiciliare che da 50 giorni viviamo nel paese a causa dell’emergenza Coronavirus e quindi dei decreti emergenziali che ne sono susseguiti.
Manca una riflessione come quella che fece lo scorso anno dalle pagine del suo blog manca soprattutto dopo aver visto ieri sfrecciare le Frecce tricolore  per il 25 Aprile,
Mancano le sue parole e quindi eccole:

pipasalvo2007

La pipa di Salvo

la storia è già stata riscritta e revisionata

Tante le parole usate in questi riti commemorativi. Io mi ritrovo con chi ha difficoltà ad accettare tali rituali. D’accordo, lo sappiamo, i riti hanno svolto un ruolo importante nella costruzione dell’identità di chi popola le nazioni contemporanee, però…!
Abbiamo ascoltato parole consumate dagli anni e parole nuove fatte con materiali ordinari, scadenti, ma anche parole impetuose come “Quando i popoli barattano la propria libertà in cambio di promesse di ordine e di tutela, gli avvenimenti prendono sempre una piega tragica e distruttiva”; parole dette dal capo dello stato il 25 aprile, e poi, di seguito, solide parole di monito volte a condannare “interessate riscritture della storia”.

Partiamo da qui, parole di ammonimento e di esortazione; ma c’è un fatto: la storia è stata già riscritta, ci sono già state profonde e “interessate riscritture storiche” che hanno smantellato l’impianto storico su cui si reggeva la nuova repubblica, secondo gli intendimenti di chi ha fatto la resistenza e di chi ha scritto la Carta Costituzionale e che dovevano definire la nostra identità collettiva.

Non possiamo far finta di niente, sottovaluteremo la propagazione odierna di linguaggi, di atteggiamenti e di culture che stanno intensificando comportamenti razzisti. E li vediamo chiaramente! Abbiamo il dovere di precisare il periodo e gli artefici di questa riscrittura, analizzare le cause del revisionismo storico, quello che c’è stato e che si è diffuso ovunque, dalla scuola, ai media, alla comunicazione, al linguaggio, alla cultura, ecc. Dobbiamo individuarne gli artefici, i complici, ma anche chi li ha lasciati fare, chi ha chiuso un occhio e anche tutti e due. Da questa conoscenza iniziare a combattere tutto ciò per sconfiggerlo. Altrimenti è inutile mettere in fila belle parole cui è stato sottratto il senso originale e resistente.

Provo a dare qualche contributo, nella convinzione che altre e altri riprendano e amplino la ricerca per arrivare, in poco tempo, a fare chiarezza e a farla finita con l’oscurantismo capitalista.

* l’assedio revisionista è iniziato quando ha preso piede quella cultura un po’ citrulla che si è prodotta negli anni Ottanta, ben definibile da una amabile vignetta Altan: “Dopo il freddo degli anni piombo, godiamoci il calduccio di questi anni di merda“.

*oltre alla privatizzazione dei servizi, alla drastica riduzione del welfare, c’è stato anche una privatizzazione della memoria, talmente forte che quella collettiva è stata travolta dal groviglio di memorie particolaristiche.

*La pervasività dei media, quelli conosciuti come grandi costruttori di identità e di verità e quelli “minori” che si sono affiancati: i social network. Questi ultimi si sono ritagliati il ruolo attuale dimesso e vago proprio perché hanno preso piede in un periodo in cui regnava il misero ritorno ai triti e ritriti sentimenti familisti e individualisti sospinti alla banalizzazione di aspetti complessi della realtà. Questo intreccio di fattori ha piegato anche le complesse ricostruzioni storiche, fino ad allora garantite, fino a sbianchettarle, farle scomparire. Così si è prodotto un coacervo di ricostruzioni commisurate più al convenzionale e banale senso comune, alle mode propagandate dai media, agli stereotipi e luoghi comuni che non al senso dell’appartenenza collettiva. Un linguaggio qualunquistico si è dunque affermato, più simile al fanatismo sportivo, che è andato di pari passo all’affermazione di ideologie politiche altrettanto banali. Una sorta di dittatura delle banalità, un tempo patrimonio dei bar degli avvinazzati.

*La nuova moda revisionista fatta di stereotipi ha cercato prima di far velo alla ricerca storica, complessa e laboriosa per poi sostituire del tutto le ricostruzioni storiche degli avvenimenti, anche di quelli che avevano un portato tragico. Il giudizio storico è stato progressivamente soppiantato da un paradigma vittimario che si è sovrapposto al dibattito storico, anche acceso e polemico intorno a fenomeni complessi, per confezionare una strana e per certi versi imbarazzante e confusa competizione tra le vittime alla ricerca di quelle che potevano attribuirsi, con giravolte ardite, un grado di sofferenza superiore alla altre. Un garbuglio che fa titolare allo storico Giovanni De Luna un libro che mette bene in chiaro questi passaggi: “la repubblica del dolore”.

*È stato, ed è in corso, il trionfo della memorialista e il calo delle riflessioni storiche con conseguente diminuzione, fino alla loro scomparsa, delle responsabilità di governi, istituzioni, partiti e di strategie politiche per la non riproduzione della banalità del male.

*L’ideologia vittimaria ha prodotto la moltiplicazione delle associazioni dei parenti delle vittime, di tutte le vittime. Da quelle della seconda guerra mondiale con al centro la tragedia della shoah, passando per le stragi degli anni Settanta, fino ai fenomeni più recenti.

Granatieri_a_Porta_san_Paolo_1943-1024x444Tutto si tiene con questa ideologia: la totale assenza di un qualsiasi rapporto col passato dei grandi partiti che da allora governano questo paese (ma non solo), il partito di Berlusconi che ha iniziato il processo revisionista inserendo personaggi reazionari nei media e nelle istituzioni, il partito democratico che ha seguito pedissequamente e il movimento 5stelle che… lo vedete da voi, fino alla Lega che per inventarsi un passato ha dovuto fare un salto indietro di quasi 900 anni; alla fine è arrivata la galoppata frenetica del legislatore per istituire “giornate della memoria” o “del ricordo” di questi o di quelli:

* 27 gennaio “giorno della memoria” per le vittime della Shoah e deportazione; 10 febbraio “giorno del ricordo” per le vittime delle foibe, ribaltando la conoscenza storica faticosamente elaborata nell’immediato dopoguerra grazie alla collaborazione di chi era presente e agente, combattente e civile, in quel periodo; 9 novembre “giorno della libertà” per festeggiare l’abbattimento del muro di Berlino, dimenticando che da allora i muri si sono moltiplicati ed estesi; 9 maggio giorno delle vittime del terrorismo, senza individuare quale terrorismo, né precisare il senso di questa parola e a chi attribuirla; 12 novembre “ricordo delle vittime” militari e civili delle missioni internazionali per la pace, ma erano veramente per la pace?; 4 ottobre “giornata della pace, della fraternità e del dialogo tra appartenenti a culture e religioni diverse”, che entra clamorosamente in contrasto con quella di prima; il 2 ottobre “festa dei nonni” forse per equilibrare il “giorno della mamma” e “del papà”; e ancora la giornata delle “vittime della criminalità”; così come a quelle “della mafia”, fino alle “vittime del dovere”; non potevano mancare le “vittime dei gulag sovietici”; ma anche le “vittime del comunismo”; e perché no le “vittime dell’incuria dell’uomo e delle calamità naturali”; e ancora le “vittime della libertà religiosa” e tante altre che non ricordo, ma potranno essere aggiunte da chi ne conserva memoria. Non si è riuscito a istituire il “giorno della memoria in ricordo delle vittime africane dell’occupazione coloniale italiana”, queste no!, nemmeno in questo prosperare di giornate delle vittime, quelle del colonialismo italiano continuano a non avere voce… e così sia!

Questo è solo l’inizio di un lungo ragionamento, che spero si diffonda e interessi la gran parte delle giovani generazioni, in modo che possano affrancarsi dalla sudditanza a una evidente omologazione dei consumi e degli stili di vita, decisi da altri.

di Salvatore Ricciardi

Leggete e diffondete il suo blog: CONTROMAELSTROM

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Italiani, brutta gente: l’archivio segreto fascista scoperto a Rodi

9 dicembre 2013 Lascia un commento

E’ da ieri che volevo mettere l’articolo di Marco Clementi, con le foto dell’archivio fascista di Rodi, da lui scoperto pochi giorni fa.
E’ riemerso però da un lungo silenzio anche il blog di Paolo, quindi prendo direttamente da lì la notizia,
rubandogli anche l’introduzione. (qui invece molte foto: GUARDA)
Son pigra. E li adoro.

[Su e di Marco Clementi su questo blog: QUI]

Dalla Cirenaica a Nassiriya le proiezioni italiane all’estero sono state sempre accompagnate dalla litania degli italiani “brava gente”. La scoperta di un archivio dei Carabinieri Reali – Ufficio speciale (una sorta di Ros attuale) di stanza a Rodi durante la dominazione italiana dell’arcipelago del Dodecaneso, rimasto segreto fino ad oggi, porta l’ennesimo colpo a questa retorica del “colonialismo buono”. Un controllo capillare e oppressivo, un abitante su quattro schedato; erano queste le basi del consenso e le forme di civiltà che la “grande proletaria”, evocata da Pascoli, dispensava nelle sue colonie.
Lo storico Marco Clementi, che ha contribuito a riportare alla luce queste carte segrete, ci racconta quel che ha potuto leggere fino ad ora

Marco Clementi
L’Huffington Post
  8 dicembre 2013

archivio dodecaneso italiano

Le immagini dell’archivio, Marco Clementi _ Rodi 2013 _

Rodi, Gruppo Carabinieri Reali – Ufficio Centrale Speciale. Dietro questa sigla si nascose per più di dieci anni, dal 1932 fino alla fine della seconda guerra mondiale, l’ufficio politico italiano di pubblica sicurezza, che riuscì a mettere sotto controllo praticamente l’intero Dodecaneso.
Su una popolazione di 130.000 abitanti furono raccolti circa 90.000 dossier, conservati oggi in un archivio unico e per il momento non accessibile agli studiosi, ma che si spera in un paio d’anni potrà fornire materiale in grado di aiutare a rileggere la presenza italiana nel Dodecaneso (1912-1947) e offrire nuovi spunti per la comprensione del fascismo.
Eirini Toliou, la direttrice del locale Archivio di Stato che ha acquisito i fascicoli, sostiene che fu Mussolini a volere questo stretto controllo. Probabilmente, nonostante un governo non disprezzabile, l’Italia non era stata in grado di ottenere la piena fiducia dei dodecanesini. Il luogo, inoltre, meta turistica di prestigio, si prestava allo spionaggio di stranieri residenti o di passaggio, provenienti dal Levante o dall’Europa, alleati o possibili nemici.
Scheda del nominato: così era chiamata la cartella contenente cognome e nome della persona controllata, paternità e maternità, data e luogo di nascita e residenza. In basso il numero di pratica, ossia il dossier, con l’indicazione dell’anno in cui era stato creato. Da quel momento, tutte le successive informazioni venivano allegate nella cartella originale. Persone normali si è detto, come Nichitas Zavolas, nato a Pigadia il 15 marzo 1897, o Teorodo Costantinidi fu Costantino, medico condotto, sul quale il 17 febbraio 1939 i carabinieri scrivono: “In passato fu un fervente irredentista ed era tenuto in molta considerazione dalla popolazione per l’opera che svolgeva a favore dell’unione di queste Isole alla Grecia”. Da diversi anni però (siamo nel 1939) “si disinteressa di politica ed affianca le autorità italiane dando a vedere di essere un leale collaboratore […]. Non è di razza ebraica”.
Cambiano i tempi. Siamo dopo la promulgazione delle leggi razziali in Italia. A Rodi è governatore Cesare Maria de Vecchi conte di Val Cismon, uno dei quadrumviri della marcia su Roma. Moderato verso gli ebrei, mantiene il Collegio rabbinico ma deve comunque gestire il formale controllo razziale. Ai cittadini viene fornito un questionario dove specificare, cancellando con un tratto di penna le indicazioni che non interessano, se si appartiene alla razza ebraica (padre o madre), se si è iscritti alla comunità israelitica o se ne professi la religione.
Gli ebrei e gli irredentisti sono tenuti sotto controllo. Si capisce. Ma anche gli amici, come il maggiore della polizia tedesca Rodolfo Kaufmann, numero di protocollo 1229 categoria 2=10=15=1938, o il presidente della compagnia di bandiera “Ala Littoria”, Umberto Klinger, l’onorevole Klinger, che partecipò all’impresa di Fiume e durante la seconda guerra mondiale diresse il 114º Gruppo Autonomo di Bombardamento, protocollo 4950 categoria 2.11.1698-1937. Con lui, i passeggeri dei voli per Rodi, tutti regolarmente segnalati.
Poi i nemici, certo, come Kermeth Arthur Noel Anderson, maggiore comandante le truppe inglesi in Palestina, protocollo 6880 categ. 2.10.41=1933, o il deputato “irakiano” Yassin Taymore (167:1.1-102:1939) e la certissima “agente servizio informazioni cecoslovacco” Margaret Kis, agganciata nel 1936.
Scoppia la guerra e il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, la cui giurisdizione non era stata estesa alle Isole Egee, diventa a Rodi il “Tribunale speciale per la difesa del Possedimento”, e condanna all’ergastolo Giorgio Chirmicali per aver “portato armi contro lo Stato italiano”. Prigioniero a Taranto, non può neanche ricevere un pacco dal padre Elias. Sono i Carabinieri dell’Ufficio Centrale Speciale a sconsigliarlo il 29 gennaio 1943, considerando il detenuto “non meritevole di alcuna agevolazione” a causa della gravità del crimine commesso.
L’epoca è complessa. Migliaia di ebrei fuggono dall’Europa, ma milioni restano. Alcuni vanno in Francia, altri negli Stati Uniti. Quelli cosiddetti “revisionisti”, convinti che la terra promessa sia la Palestina, si imbarcano come possono diretti verso Haifa. Le navi inglesi bloccano le rotte, affondano navi e carrette del mare entrano nelle acque del Dodecaneso, fanno naufragio. Il Possedimento accoglie i naufraghi. Alcuni ripartono subito, ma altri restano più a lungo, in improvvisati campi profughi. E sono messi sotto controllo. Nel frattempo l’Italia ha occupato la Grecia. I carabinieri collaborano con l’ufficio informazioni del Comando superiore delle Forze Armate dell’Egeo, si passano notizie e dati. Rosa Spiegel, di Bratislava, così come Eugene Reimann, non riceveranno mai alcune lettere inviate dalla loro città natale. Interviene la censura militare, blocca la corrispondenza, traduce e gira ai carabinieri, che aprono nuovi fascicoli. Sono decisi, fermi, ma alla fine trattano bene i profughi. Che nel 1942 vengono trasferiti in Italia, a Ferramonti, in Calabria, e il 16 settembre 1943 saranno i primi ebrei europei ad essere liberati dagli Alleati.
Qualche settimana fa lavoravo al “Titolario”, il vecchio indice dell’archivio amministrativo che fecero gli italiani nel 1942. Tra le tante voci, mi restava come sospesa la classe G del titolo IV: “tipografia, macchine tipografiche, gestione”. Una classe per la tipografia? Che senso ha, quando cose apparentemente più importanti come la costruzione di acquedotti o caserme sono una sottoclasse? Solo osservando le “schede del nominato”, ho capito l’importanza e la necessità di una voce separata dalle altre spese. La tipografia stampava le schede, a Rodi, in segreto. Gestire il potere, allora, osservare senza essere visti, significava avere anche il controllo totale di quelle macchine.

Dal blog dell’autore
Ansa med nel Dodecaneso
U
ntold story italian regime spied
Il Corriere della sera e cefalonia

Siria: la guerra civile regna sovrana. Una storia da Bosra ash-Sham

20 maggio 2013 Lascia un commento

Eravate dei cuccioli,
venivate ad aprire la porta, che mai riuscivo a riconoscervi tra voi,
sempre di corsa, sempre arrampicati da qualche parte, sempre dispettosi e allegri.
Aprivate la porticina del cortile e il sorriso di vostra madre e vostra nonna poi occupavano tutto,
e voi chissà dove scappavate, in quel villaggio immerso nei secoli lenti, nei giochi dei bambini, nel basalto cotto dal sole e forse anche dall’imbarazzo dell’esser così meraviglioso.

Ahmad, Zakarya e Maher ... tre fratelli, morti uno dopo l'altro.

Ahmad, Zakarya e Maher … tre fratelli, morti uno dopo l’altro.

Ricomparivate quando i vassoi si riempivano di fichi e melanzane ripiene, vi riempivate le mani e via, di nuovo nella polvere a giocare. Ho questo ricordo di voi tre, ricordo che capivo l’amore e l’orgoglio di vostra madre nel parlarmi dei suoi tre bei figli, e la capivo anche quando la lingua non ce lo permetteva, si capiva da quel brillare di occhi di madre.
Occhi che ora non posso nemmeno immaginare, che vorrei asciugare e baciare.
Tre fratelli, cresciuti insieme, corsi insieme alle manifestazioni di Daraa che hanno iniziato la rivolta e poi morti, in un anno, uno dietro l’altro.

Sei sempre tu, Bosra ash-sham.
A venti km dal confine giordanoe a 140 dalla capitale Damasco, è stato importantissimo centro vitale della via della Seta, nella tratta che portava verso Petra.
Diversi sono stati i momenti di prosperità e importanza internazionale di questa città dell’Hauran, che è stata capitale nabatea ed importante metropoli romana sotto Filippo l’arabo.
Anche nel Corano si parla di Bosra, quando il monaco Bahira predisse ad un Maometto ancora bambino il suo destino da profeta.

Ma cosa sta succedendo a Bosra?
Chi uccide questi tre ragazzi non è proprio l’esercito regolare di Bashar al-Assad, ma milizie sciite ormai in pieno possesso della città sostenute oltre che dall’esercito siriano, da Hezbollah ed Iran:
eh sì, la guerra civile attraversa il decumano, si apposta su ogni tetto con cecchini e fucili, lancia colpi di mortaio sulle case, uccide.

Bosra Ash-Sham (foto di Mechal al-Adawi)

Bosra Ash-Sham (foto di Mechal al-Adawi)

Bosra è ricca di popolazioni e religioni: Bosra è sunnita e sciita, drusa e cristiana.
La minoranza sciita ha una lunga storia in quella terra:
è stata accolta nella città a partire dal 1890, dopo la guerra civile in libano senza alcun tipo di frizione fino all’arrivo al potere di Hafez al-Assad, che ha drasticamente incrementato il numero di sciiti marginalizzando costantemente la componente sunnita.
Questo non ha certo limitato la solidarietà offerta durante la guerra del 2006 tra Israele ed Hezbollah, visto che centinaia di famiglie sciite libanesi sono state rifugiate per mesi, ricevendo tutte le possibili forme di assistenza.

Ma eccoci al 2011, alle manifestazioni di Daraa, all’inizio della rivolta nelle scuole e nelle strade che proprio da quella regione è partita prendendo piede nel resto del paese, prima di degenerare in una guerra civile alimentata da molti poteri esterni:
a Bosra (e non solo) la minoranza sciita si schiera immediatamente a fianco del regime, collaborando strettamente con i servizi segreti nel fornire i nomi di tutti i ragazzi che dalla regione si muovevano verso Daraa per partecipare alle manifestazioni.

Il campo profughi di Zaatari, in Giordania, dove quasi 40.000 persone da Bosra sono fuggite

Una guerra civile iniziata così, nome dopo nome, quindi morto dopo morto.
Morto dopo morto, contiamo 200 morti solo cecchinati, è iniziato il grande esodo verso il confine giordano e il campo profughi di Zaatari. Già analizzando il numero si capisce chiaramente la situazione: fuggono 5000 sciiti e più di 30.000 sunniti, lasciando la città quasi svuotata e stracolma di milizie sciite e cecchini.
Così i pochi giovani rimasti si trovano ad imbracciare un fucile anche per provare ad andare il prendere il pane, e spesso a morire, come i tre fratelli che vedete in quella foto.

E allora non so che altro dirvi, perché vorrei stringermi a quella famiglia che a me ha stretto forte forte tante volte,

Il campo profughi di Zaatari, in Giordania

vorrei non essere così lontana, vorrei non immaginare quel campo profughi, le tende che bruciano, il fango che avvolge la quotidianità, il ritorno che è sempre più lontano ed improbabile
Odio, odio le religioni e mai avrei pensato che potessero arrivare ad uccidere proprio là, nello spicchio di mondo che mi ha insegnato una tranquillità mai trovata altrove…ma forse bisogna iniziare a raccontare quel che accade,
malgrado il dolore e questa tuttologia complottarda mi facciano passare la voglia di farlo.
Bisogna iniziare almeno a raccontare.

La Siria di certo non si salverà in nessun caso.Leggi a riguardo:
Al telefono con Anna Frank
Comprendere l’esilio
Bosra , beduini e innamoramenti
Ciliegie e nostalgia
ma buon anno ddddechè
Ode al dolore
Le bombe in casa nostra
Ode a Damasco

Ode al dolore, alla nostalgia, a Bosra

30 ottobre 2012 13 commenti

E’ un blog che procede a rilento,
sarebbe meglio dire che è un blog che non procede in queste settimane.
No, non va.
Come il resto d’altronde.
E non parlo di vita personale, che si potesse tarare il mondo su quella, sarebbe tutto anche troppo bello.

Foto di Valentina Perniciaro _ a lavoro, davanti all’arco del vento, Bosra ash-Sham_

Parlo di me, di me che non sono, che non riesco ad essere me,
che son spazzata via e priva di lucidità, di speranza di trovarne.

Spinoza quando parla di casa, di casa propria, dice che la si trova dentro,
che la propria casa è la propria razionalità, la logica, la capacità di indagare quel che si ha intorno.
Eppure io una casa l’avevo. E mi manca.
Avevo una casa che profumava di gelsomino e rose,
Avevo una casa di basalto, marmo, polvere e sorrisi,
Avevo una casa dove dormivo senza tetto, se non cotone, dove la luna faceva l’amore con i miei sogni, dove il cielo era tetto, era giorno, era pace.
Avevo una casa piena di gatti pronti a rubare ogni cosa commestibile,
Avevo una casa dove i ricci la notte venivano a cercar calore nel mio letto di coperte beduine,
Avevo una casa dove le leggende incrociano i millenni, e diventano presente.

Si chiamava Bosra Ash-Sham
e tante volte ve ne ho parlato.
Un paio di centinaia di kilometri: sali su un bus a Baramke (stazione meridionale di Damasco) e dopo meno di 200 km verso sud, a pochi minuti dal confine giordano,
incontri la terra delle città nere,
quelle dove il basalto si erige nella terra rossa, e blocca i secoli con calore e rispetto.

Bosra è stata la mia casa per tanti anni,
Bosra è stata la sola casa che il mio corpo ha sentito “casa”.
Bosra e tutto quello che m’ha lasciato nell’anima è stata e continua ad essere la mia migliore amica, quella capace di darmi pace quando nella mia testa incazzosa non c’è tregua e solo rabbia,
Bosra mi ha insegnato a gioire di nulla, Bosra mi ha fatto conoscere persone e situazioni che mi sono dentro come i racconti trasteverini della mia famiglia.
Alla stregua. Stesso immenso patrimonio di familiarità, d’amore.

A Bosra ho incontrato un fratello e tutta la sua gente, che in pochi secondi è diventata mia.
A Bosra ho una mamma tutta matta, avvolta nel velluto beduino, che ogni volta che entravo nel suo cortile, pieno di alberi da frutto rigogliosi e zuccherosi, mi lanciava a terra su quella polverosa stratificazione di tappeti,
per giocare, cantare, rotolarci: come due bimbe.
Era difficile comunicare, ma i nostri corpi si son fusi in poco tempo.
Ora la sua voce al telefono è lontanissima, come se tra me e la mia amata casa ci fossero galassie.

Foto di Mechaal Al-Adawi
Kalybe…ormai conosciuto come “il letto della figlia del re”
RIDOTTO IN MACERIE DA UN TANK DELL’ESERCITO SIRIANO,
CHE HA APPOSITAMENTE MIRATO, DALLA PIAZZA DELL’AGORA’

E allora questo blog è fermo,
perchè da una settimana vorrei raccontarvi di come “il letto della figlia del re” s’è sbriciolato, colpito a morte da una cannonata di un tank,
un tank dell’esercito siriano, adagiato coi suoi maledetti cingoli sull’agorà,
la sola piazza romana di marmo bianco (lo fecero arrivare dalla lontana Jarasa)
al centro della città nera.
Kalybe, il gioiello di Bosra, il simbolo dello scorrere dolce dei secoli in una terra che aveva portato sempre rispetto per il suo patrimonio storico ed archeologico.
Ho incontrato bambini semi analfabeti che mi parlavano degli intarsi romani, di Apollodoro, delle greche nabatee che ornano capitelli e nicchie,
Ho incontrato un popolo che aveva poco cibo, ma che si nutriva della sua storia.

Ed ora anche quella sta sanguinando a morte.
Con lo sbriciolarsi di quel gioiello, con la distruzione di quella meraviglia che da 2000 anni accarezzava lo sguardo dei pastori,
sento che la mia serenità s’è definitivamente spappolata. Esplosa, frammentata.
E così ve la racconterò un altro giorno la storia di quella camera,
la storia dello scorpione che andò a cercare fino a lassù la bella figlia del re.
Ve la racconto un altra volta,
che le lacrime iniziano a scorrere e solcare il viso con una violenza che spezza il respiro.

Con il cuore poggiato tra cardo e decumano,
con il sorriso incastonato nell’albero di fichi al centro di quel cortile, ora spianato.
Con il solo desiderio di poter far vivere a mio figlio l’atmosfera di quella che è stata la sola casa che ho veramente amato.
Quella dove non riuscivo a non tornare continuamente,
da ogni luogo del mondo,
tutte le mie strade m’hanno sempre portato a Bosra…
E un giorno torneranno a farlo,
per mano al mio bimbo.

Qui potete vedere il video di ciò che è rimasto…
Kalybe? Fa parte dei sogni di una vita che non c’è più.

A breve la storia di questo monumento, e la sua maledetta ingiustificabile fine.
Leggi anche:
Un urlo di dolore da Bosra
Le bombe in casa nostra / 2
Alla bimba di Bosra
Dalla Siria, per la Siria
L’inizio
Basalto, beduini e innamoramenti

Una panoramica su Tienanmen

7 giugno 2012 9 commenti

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天安门事故

Vista così fa un altro effetto.
Vista così lascia ancora più senza fiato.
Spero che non lasci sconvolti quelli che appoggiano Assad,
Perché sarebbe surreale, fastidioso, ridicolo.
Che si vergognino, i sostenitori di qualunque carro armato che muove i suoi cingoli e punta i suoi cannoni contro chi chiede libertà.

Cosa accomuna Marcello Basili, pentito della lotta armata e oggi docente universitario, a Nicola Ciocia (alias professor De Tormentis), ex funzionario dell’Ucigos torturatore di brigatisti?

1 febbraio 2012 3 commenti

DAL BLOG INSORGENZE di Paolo Persichetti
mercoledì 1 febbraio 2012

La voglia d’oblio. Il tentativo di restare anonimi, di nascondersi tra le rughe del passato sperando di poter cancellare la propria storia. A Marcello Basili, oggi professore associato di Economia politica presso l’Università di Siena, il passato pesa come un macigno.
Nel 1982 fu arrestato per appartenenza alle Brigate rosse, brigata di Torre spaccata. Non attese molto per pentirsi. Vestì subito i panni del collaboratore di giustizia e da bravo «ravveduto» si adoperò nell’arte dell’autocritica degli altri, scaricando sui suoi coimputati accuse e chiamate di correo. Mentre parlava molti dei suoi ex compagni venivano torturati, con le stesse modalità impiegate da quel Nicola Ciocia, alias professor De Tormentis, capo di una squadra (i cinque dell’Ave Maria) specializzata negli interrogatori con l’acqua e sale, la tecnica del waterboarding impiegata per estorcere dichiarazioni.

Il pentito che vuole farsi dimenticare
Scrive Giovanni Bianconi sul Corriere della sera di oggi, 1° febbraio, che Basili ha chiesto attraverso il suo avvocato che il suo passato di militante della lotta armata sia cancellato dagli archivi telematici, invocando la legge sulla privacy e il «diritto all’oblio» per «non vedere incrinata o distrutta la propria riconquistata considerazione sociale».
Questione seria quella del diritto all’oblio che avrebbe meritato tutt’altro dibattito ma che appare del tutto inappropriata in casi come quello di Marcello Basili o di Nicola Ciocia.
Sempre secondo quanto rivela il Corriere, Basili si è rivolto al Centro di documentazione della Fondazione Flamigni intimando di eliminare il suo nome dagli indici e comunicando di opporsi «al trattamento dei dati» connessi ai suoi trascorsi sovversivi. Precedenti che, sostiene sempre l’insegnante universitario, «appartengono ormai al passato, sono già stati resi noti all’epoca e hanno perso quel carattere di attualità che ne potrebbe giustificare l’ulteriore pubblicazione».
A dire il vero la Fondazione Flamigni andrebbe stigmatizzata per altre ragioni, essendo il più grande collettore delle teorie del complotto, la più grande banca dati della menzogna storica sulla lotta armata per il comunismo.
Ma torniamo a Basili: se i dati in questione fossero impiegati con uno scopo discriminatorio, il docente dell’università di Siena avrebbe tutte le ragioni per lamentarsene. Tuttavia non sembra, fino a prova contraria, che Basili ne abbia ricevuto fino ad oggi un qualche svantaggio. I reati per cui subì un processo e la condanna prevedevono, per chi non collabora con la giustizia, oltre ad una lunga reclusione in carceri speciali anche l’interdizione automatica dai pubblici uffici una volta terminata la pena.
Basili al contrario, grazie allo status di pentito che gli ha permesso di esportare ogni responsabilità sulle spalle altrui, mandando in galera altri, ha avuto da parte dello Stato un trattamento di tutto favore: una reclusione breve e l’interdizione venuta meno. Circostanze che gli hanno consentito di svolgere una brillante carriera universitaria, mentre i suoi compagni di brigata erano, e in alcuni casi sono tuttora, in carcere.
Certo Basili potrebbe ricordare le tante amnesie e rimozioni che hanno avvolto e avvolgono le biografie dei molti padri della patria, la lunga fila di redenti con militanze giovanili infrequentabili che riempiono i ranghi della prima e della seconda Repubblica, compreso il nostro attuale capo dello Stato. Ma l’essersi buttato pentito, purtroppo per lui, non gli dà comunque il diritto di vantare un posto di prima classe sul carro dei vincitori.

La storia non si imbavaglia e tantomeno si rimuove: si elabora
La richiesta avanzata da Basili, anche se ha qualcosa di abietto, non deve tuttavia sorprendere più di tanto perché resta coerente con quella cultura del ravvedimento contenuta nella legislazione premiale introdotta dallo Stato per fronteggiare i movimenti sociali sovversivi. Nel corso degli anni 80 e 90 pentiti e dissociati ricevettero il mandato di amministrare la memoria degli anni 70, scritta e divulgata attraverso un fiume di delazioni, ricostruzioni ammaestrate e testimoninaze ammansite.
La magistratura, che ha gestito in Italia lo stato di emergenza, si è servita di questo personale fatto di ex militanti ravveduti e collaboranti, trasmettendo loro un irrefrenabile sentimento d’impunità che oggi porta quelli come Basili, o i funzionari di polizia addetti al lavoro sporco come Ciocia, privi del coraggio delle loro idee e delle loro azioni, a pretendere che la storia resti muta, senza traccia del loro passaggio.
Questa richiesta di trasformare un passato pubblico in un fatto privato è la conseguenza anche di quel processo di privatizzazione della giustizia che ha portato nell’ultimo decennio magistratura e sistema politico a delegare, sovraccaricare sulle spalle delle parti civili, la gestione della sanzione penale nei confronti dei prigionieri politici.

Il torturatore di Stato che continua a nascondersi
Esiste un parallelo tra l’atteggiamento di Marcello Basili è il comportamento di Nicola Ciocia, già funzionario dell’Ucigos e capo del gruppo di torturatori che per tutto il 1982 (ma anche prima per sua stessa ammissione, vedi il caso di Enrico Triaca nel maggio 1978 e ancora prima quello di Alberto Buonoconto nel 1975), ha imperversato tra caserme, questure e chiese sconsacrate d’Italia praticando l’acqua e sale contro persone arrestate con imputazioni di banda armata.
Questo signore, ora pensionato settantasettenne, nonostante sia stato chiamato in causa da un suo collega (Salvatore Genova), nonostante diversi articoli e un libro recente che ne hanno raccontato l’attività di seviziatore agli ordini dello Stato, indicandolo sotto l’eteronimo di professor De Tormentis, copertura sotto la quale lui stesso ha riconosciuto a mezzabocca le sevizie commesse, pur non rischiando più nulla sul piano penale non vuole venire allo scoperto.
Recentemente, dopo un esposto inviato all’ordine, il suo nome è scomparso anche dall’albo degli avvocati napoletani (attività a cui si era dedicato dopo aver lasciato il ministero dell’Interno con la qualifica di questore), dove compariva regolarmente fino a poche settimane fa.
Di “Nicola Ciocia-De Tormentis” ci siamo diffusamente occupati in questo blog (per gli approfondimenti rinviamo ai diversi link) e continueremo a farlo ancora. C’è infatti molto da raccontare: dall’organigramma delle tortrure, alla filiera di comando, al decisivo ruolo di copertura svolto dalla magistratura fino ad un illuminate dibattito sull’opportunità del ricorso alla tortura e sulla particolare forma di stato di eccezione che si è avuto in Italia sul finire degli anni 70. Discussione che si è tenuta alcuni anni fa sui maggiori quotidiani italiani.
La vicenda Basili-Ciocia (alias De Tormentis) dimostra come l’Italia abbia dato forma ad un singolare paradosso: alla memoria storica svuotata dei fatti sociali è stata sostituita la memoria giudiziaria; all’oblio penale si è sovrapposto l’oblio dei fatti sociali. Così un decennio di speranze e di lotte è divenuto l’icona del male contemporaneo, un simbolo negativo che cristallizza odii e risentimenti, sofferenze e malintesi.

A riguardo anche un articolo di Davide Steccanella, avvocato del foro di Milano : LEGGI

LINK SULLA TORTURA di questo blog:

1) Introduzione al libro di Alleg di Jean-Paul Sartre
2) breve cronologia ragionata e testimonianza di Ennio di Rocco, B.R.
 3) Testimonianze di Emanuela Frascella e Paola Maturi, B.R.
4)  Testimonianza Di Sisinnio Bitti, P.A.C.
5) Arresto del giornalista Buffa
6) Testimonianza di Adriano Roccazzella, P.L.
7) Le donne dei prigionieri, una storia rimossa
8 ) Il pene della Repubblica
9) Ma chi è il professor “De Tormentis”?
10) Atto I: le torture del 1978 al tipografo delle BR
11) De Tormentis: il suo nome è ormai il segreto di Pulcinella
12) Enrico Triaca, il tipografo, scrive al suo torturatore
13) Le torture su Alberto Buonoconto 1975
14) La sentenza esistente
15) Le torture su Sandro Padula, 1982
16) La prima parte del testo di Triaca
17) Seconda parte Triaca

La storia, e il bisogno di farla uscire dai tribunali…un post importante de “Il Marconista”…

16 gennaio 2012 1 commento

Del blog che vado a segnalarvi ho parlato spesso, su altre piattaforme, come twitter e fb,
per rendermi poi conto ora di non aver mai riportato suoi articoli.
Forse anche per troppa ignoranza… perché quando si leggono articoli scritti con totale cognizione di causa, inizia quello strano reverente rispetto che non mi permette di aggiungere una sola riga, quindi è spesso più facile condividere silenziosamente,
senza aprire il blog ed aggiungere parole che sarebbero superflue.
Ma il blog di Marco Clementi va letto e seguito, perché insegna molto, e con gli strumenti giusti, corretti, necessari.
E allora vi copio qui sotto il suo ultimo articolo sulle Fosse Ardeatine, sulla storia e su chi pensa di cambiarle nome con facilità per relegarla alle aulee di tribunale o alle carte processuali o peggio ancora, alla dietrologia più antistorica possibile.
All’interno dell’articolo, i link di altro, sempre dal blog  Il Marconista!

La storia è una scienza abbastanza esatta, nonostante i dubbi in proposito che esprimono molti. Storici non ci si improvvisa. Non è come parlare di calcio al bar, dove peraltro ci vuole del carisma, una voce grassa e qualche competenza specifica. E’ studio e ricerca.
Un brillante ricercatore di Berlino, Felix Bohr, ha scoperto nell’Archivio del Ministero degli Esteri della capitale tedesca un carteggio tra diplomatici italiani e tedeschi dell’Ovest risalente al 1959. Ci si accorda affinché il caso “Fosse Ardeatine” venga chiuso per sempre, con la scusa che i responsabili non siano più in vita o reperibili. Nel 1962 giungerà l’archiviazione da parte del tribunale militare di Roma. Tra le motivazioni che portarono il governo italiano a giungere a questa decisione troviamo il timore, espresso chiaramente nei documenti, che se Roma avesse insistito per processare i tedeschi responsabili dell’eccidio, allora anche paesi che da tempo chiedevano l’estradizione di presunti criminali italiani, come la Jugoslavia, l’Eritrea, l’Albania e la Grecia, avrebbero potuto risollevare la questione.
Ebbene, tutto ciò è in aperta contraddizione con quanto affermato da Davide Conti nei suoi libri pubblicati da Odradek e di cui si è parlato già in questo blog. La tesi di Conti, infatti, è che gli italiani scamparono i processi per la Guerra Fredda e la divisione del mondo in due blocchi. Tesi contestata da Marconista ma abbracciata interamente da Odradek. Se fosse vera, perché nel 1959 il governo italiano aveva ancora timore che Atene sollevasse la questione? E ancora, se era stata la Guerra Fredda a decidere per tutti, in quale campo mettiamo Grecia, Albania e Jugoslavia? Nonché l’Eritrea, della quale nel suo libro Conti neanche parla?
La tesi non regge; lo sapevamo, lo abbiamo detto. Felix Bohr, con la sua ricerca, lo conferma in modo chiaro e sostanziale. Altre furono le motivazioni, molto più complesse.
Sulle Fosse Ardeatine, ancora due cose. Proprio oggi in archivio ho trovato un documento inglese del 1944 dove sono riportati 149 eccidi perpetrati in Italia dai tedeschi. E’ accompagnato da un Warning del generale Alexander, comandante in capo delle Forze Alleate in Italia, rivolto agli ufficiali e ai soldati tedeschi dove ripete che tutti quegli episodi sono considerati dalle Nazioni Unite “crimini di guerra”.
Di questo Warning Marconista aveva scritto qualche anno fa sul “manifesto”.

(Si veda il testo riportato dall’Anpi )

Un’ultima cosa, che riguarda “l’armadio della vergogna”, ritrovato dal procuratore militare  Antonio Intelisano nel 1994 e rievocato nei pezzi usciti oggi a commento della scoperta di Bohr. Lo storico non deve attendere la magistratura per ricercare. Non ha bisogno di un avallo politico né di un avallo giudiziario. Non era difficile trovare notizie in archivio sugli eccidi tedeschi.
Marconista, che non si occupa di questo, ne ha trovate casualmente a Mosca ed Atene. Bastava cercare, come dimostra Felix.

MAELSTROM: ancora una recenzione

8 luglio 2011 2 commenti

Non smetterò facilmente di parlare di questo libro, come non smetto -IMPOSSIBILE- di amare il suo autore, 
pezzo di cuore, sangue, vita.
Questa un’altra recensione, di un libro che DOVETE LEGGERE! 

Che “botta” sto libro, altro che l’ombra di Banco che ricompare come uno spettro a turbare la mente di Macbeth, qui c’è un signore di 71 anni vivo e vegeto che dopo oltre 30 anni di galera  bussa con questo libro alla nostra porta per raccontarci per filo e per segno cosa è successo in Italia e nel mondo in quei 20 anni che hanno preceduto il suo arresto, e che, nei successivi 30 anni, quelli che lo hanno arrestato hanno evitato in tutti i modi di raccontare.

La rivoluzione in eterna costruzione (photo REUTERS/Stringer)

387 pagine di documenti, testimonianze e quant’altro snocciolati con la cura e la inoppugnabilità di chi ha avuto 30 anni di tempo per riordinare e metabolizzare da “dentro” quei 20 anni di vita vissuta mentre “fuori” operava la più assordante delle rimozioni, e che oggi, incredibilmente sopravvissuto (non solo nel corpo ma soprattutto nella mente) a quei tutto, rivendica il diritto del “vinto” ad integrare la storia fino ad oggi scritta, come sempre, dal vincitore, per il semplice motivo che anche lui…c’era.
Dunque “1960-1980 scene di rivolta e di autorganizzazione di classe in Italia” si legge nel sottotitolo perchè l’autore ha vissuto in prima persona e mano a mano sempre più da protagonista quel ventennio di lotte del movimento operaio che ha contrassegnato una rilevante parte della storia del nostro paese nel periodo che va tra l’inizio del cd. boom economico e la stagione del riflusso degli anni ottanta.
In questo lungo percorso l’autore ha direttamente partecipato a molti fatti in qualche modo “collaterali” e “collegati” al suo ventennale impegno di militante operaista, ivi compresi i celebri ’68 e ’77 fino al finale approdo alla più importante organizzazione di lotta armata operante in Italia che questo libro-diario ci spiega come obbligato in naturale continuità con tutto il suo “prima, e che quindi rappresenta solo una tappa finale di un percorso molto più lungo e complesso e che parte da molto lontano.

Quello che più colpisce di questo libro, e che lo rende a mio parere unico, è il fatto che anzichè raccontare, come han fatto tanti altri ex brigatisti, la loro esperienza nella lotta armata per magari richiamare in poche pagine il pregresso che li ha condotti a tale scelta, oppure narrare la propria odissea nel tanti anni di carcere speciale, Ricciardi fa esattamente il contrario.
Salvatore Ricciardi utilizza questo libro per ricostruire nel dettaglio la sua vita di militante a favore delle tantissime lotte operaie del dopoguerra italiano dal 1958 al 1977 fino al suo ingresso nelle BR a seguito dell’ultimo fallimento del movimento del 1977, e quindi riprende il racconto dal suo primo anno di carcere a Trani dove organizza la celebre rivolta del 1980, per quindi chiudere con il suo successivo trasferimento al carcere puntivo di Bad ‘a Carros all’inizio del 1981.

Sul resto nulla, nulla sui suoi 3 anni scarsi di partecipazione alla colonna romana delle BR e nulla sui successivi 30 anni di galera. Perchè dunque, aldilà dell’impressionate lavoro storico di certosina ricostruzione delle lotte operaie italiane e dei tanti tumulti rivoluzionari nel mondo di quegli anni, e che richiama, per ponderosità e completezza il famoso “L’Orda d’oro” di Ballestrini e Moroni di parecchi anni fa, questo libro, dicevo all’inizio, è una “botta” ?

aspettando l'ergastolo...

Perchè documenta tanti anni dopo e in modo assolutamente inoppugnabile quello che è accaduto realmente nel nostro paese nel ventennio 1960 al 1980, cosa che nessuno prima d’ora aveva mai osato o forse potuto fare, e questo direi che è motivo più che sufficiente per augurarsi una divulgazione di maelstrom il più estesa possibile presso chi ha potuto ascoltare in questi ultimi 30 anni solo il racconto di chi ha vinto, ma temo che ciò non avverrà. Il che tuttavia non toglie alcun valore, intendiamoci, alla scelta di avere scritto oggi e dopo 30 anni di galera questo importantissimo testo, se non altro  perchè, come chiude l’autore citando una frase  del drammaturgo Samuel Beckett:  “ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non discutere. Prova ancora. Fallisci ancora. Fallisci meglio !”.
A proposito di belle frasi, tante debbo dire, il pensiero che più mi ha colpito compare quasi all’inzio del libro, non mi ricordo le parole esatte ma diceva più o meno che diventare “compagni” è operazione che richiede anche un certo… tempo.

In conclusione la mia personale idea, magari sbagliata, di questo libro è che il messaggio dell’autore sia tipo “mi avete catturato e sono stato zitto per 30 anni, ora che sono libero mi pareva giusto riferire prima di ogni altra cosa anche tutto quello che non è mai stato detto su quegli anni, e ora se volete possiamo cominciare davvero a… parlarne”

DAVIDE STECCANELLA

[leggi la recensione di Marco Clementi]

Giornate della memoria e delle vittime…bha

9 maggio 2011 1 commento

Sono un bel regalo alla storia e all’intelligenza queste righe di Marco, Marco Clementi, giovane storico di infinita lungimiranza e precisione. Un bel regalo perché ci dimostrano come poche righe bastino per chiarire migliaia di pagine di carta straccia scritte a riguardo.
Perché ci fa capire anche come gli istituti, le fondazioni, i centri di ricerca che appartengono anche alla sinistra storica di questo paese da gettare al cesso, facciano solo demagogia utile al potere per girarsi la frittata, e girarla contro di noi. Com’è difficile, anche tra “noi”, trovare chi non cade nei tranelli del vittimismo, del giustizialismo, della visione delirante di quello che sono stati quegli anni e quindi quei morti, di quello che è stata l’Italia delle stragi e quella della lotta al capitale e allo sfruttamento.
Poche parole queste, serie.

E non serve niente più.

Storia e giornate della memoria

«Gli anni 70? E’ ora di affidarli agli storici»

31 marzo 2011 4 commenti


Paolo Persichetti intervista lo storico francese Marc Lazar, curatore de “Il libro degli anni di piombo”
«Gli anni 70? E’ ora di affidarli agli storici».

 

PALESTINA: storia di una pulizia etnica (1). Un po’ di citazioni, per iniziare a capire

12 ottobre 2010 8 commenti

“Il nostro pensiero è che la colonizzazione della Palestina debba avvenire in due direzioni: l’insediamento ebraico di Eretz Israel e la ricollocazione degli arabi di Eretz Israel in aree oltre confine. Il trasferimento di così tanti arabi può all’inizio sembrare economicamente inaccettabile, ma ciò non di meno è pratico. Insediare un villaggio palestinese su un’altra terra, non richiede troppo denaro.” _Leo Motzkin (pensatore liberale del movimento sionista) 1917_

“Uccidere la dirigenza politica palestinese.
Uccidere gli istigatori palestinesi e i loro finanziatori.
Uccidere i palestinesi che agivano contro gli ebrei.
Uccidere gli ufficiali e i funzionari palestinesi [ del sistema mandatario ]
Danneggiare i trasporti palestinesi.
Danneggiare le fonti di sussistenza palestinesi: pozzi d’acqua, mulini, etc
Attaccare i villaggi palestinesi vicini che avrebbero potuto partecipare ad attacchi futuri.
Attaccare i club, i caffè, i ritrovi palestinesi etc.”
_Piano C “Gimel” 1947_

“Possiamo far morire di fame gli arabi di Haifa e Giaffa se vogliamo farlo” _Ben Gurion, carteggio con Sharrett, dicembre 1947_

“C’è il 40% di non ebrei nell’area assegnata allo Stato ebraico. Questa composizione non è una base solida per uno Stato ebraico. E dobbiamo affrontare questa nuova realtà con rigore e chiarezza. Tale equilibrio demografico mette in questione la nostra capacità di mantenere la sovranità ebraica… Soltanto uno Stato con almeno l’80% di ebrei è uno Stato stabile e sostenibile”  _Ben Gurion, 3 dicembre 1947

“Si possono effettuare queste operazioni nella maniera seguente: distruggere i villaggi (dandogli fuoco, facendoli saltare in aria e minandone le macerie) e specialmente quei centri popolati difficili da controllare con continuità; oppure attraverso operazioni di rastrellamento e controllo, con le seguenti linee guida: circondare i villaggi e fare retate all’interno. In caso di resistenza si devono eliminare le forze armate e la popolazione deve essere espulsa fuori dai confini dello Stato” _Piano D “Dalet”, 10 marzo 1948_

TUTTE LE CITAZIONI SONO TRATTE DA “La pulizia etnica della Palestina” Ilan Pappe. Fazi Editore 2008

CONTINUA: 12

50 anni di magliette a striscie: GENOVA 30 GIUGNO 1960

30 giugno 2010 Lascia un commento

30 giugno 1960
Cavolo ma fa davvero 50 anni. Incredibile.
Mi stupisco più di tanti altri anniversari perchè ricordare il 30 giugno 1960 a Genova, ricordare i Camalli, i portuali dalle magliette a strisce che a suon di bastonate e sassaiole hanno cacciato i fascisti e chi voleva proteggerli.
Una giornata che ha segnato un passaggio, una giornata dove si sfoglia la pagina del libro e qualcosa cambia per sempre.
Per quello mi emoziona e stupisce così tanto che siano passati 50 anni e che quindi la prossima settimana siano 50 anni da Lauro Farioli, Afro Tondelli, Ovidio Franchi,  da Marino Serri e da tutti gli altri, “morti di Reggio Emilia” che sento nel sangue da quando so che mi scorre del sangue dentro.
Il giorno prima a Roma un corteo fu caricato pesantemente e rispose con coraggio alle cariche a cavallo.
50 anni di storia mia, di corde vocali che quasi si spezzano per la tanta rabbia in gola.
50 anni di gente mia, di compagni e sangue, di resistenza e sorrisi come di troppi lutti e sconfitte.

50 anni, e quelli dei camalli non invecchiano malgrado facciano parte di un rimosso totale.
OGGI COME IERI, con le magliette a strisce e in mano un sasso per le vostre camionette.

Ancora sul Mediterraneo, “terra” mia.

5 febbraio 2010 1 commento

Foto di Valentina Perniciaro _Come un'alga che cresce al contrario_

Una questione di radici…
mi fa sorridere l’immagine delle radici, perchè se dovessi pensare a dove sono piantate le mie, oltre che negli occhi di mia madre, oltre che nei sanpietrini della mia città, oltre che nella risata smarrita e indimenticabile di zietta mia bhè…la sola “terra” che penso è un mare.
E poi non sono una che vive tanto di mare, non sono una che si abbrustolisce al sole, che nuota per ore, che se deve scegliere e può scegliere decide di fare una rilassante vacanza al mare.
Sono una che ama viaggiare, e che per viaggio intende tante cose…
E il mondo lo desidero tutto… sogno da sempre l’Indocina e l’ossigeno che arriva a stento sulle vette peruviane, in un modo indicibile il mondo Africa, ne sogno ogni pezzetto di questo mondo…
Eppure di casa ne ho una sola ed è enorme.
Il sapore di casa è quello del Mediterraneo…il sapore del seno di mamma è quello del gelsomino e dell’oliva, l’odore d’infanzia è quello della resina e del sale, dei cedri e del miele…
la sola TERRA che sento mia è l’acqua che ci bagna, il mare che avvolgiamo, la storia che ne è stata bagnata…

“Che cosa è il Mediterraneo? Mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre. Viaggiare nel Mediterraneo significa incontrare il mondo romano in Libano, la preistoria in Sardegna, le città greche in Sicilia, la presenza araba in Spagna, l’Islam turco in Iugoslavia. Significa sprofondare nell’abisso dei secoli, fino alle costruzioni megalitiche di Malta o alle piramidi d’Egitto. Significa incontrare realtà antichissime, ancora vive, a fianco dell’ultramoderno: accanto a Venezia, nella sua falsa immobilità, l’imponente agglomerato industriale di Mestre; accanto alla barca del pescatore, che è ancora quella di Ulisse, il peschereccio devastatore dei fondi marini o le enormi petroliere. Significa immergersi nell’arcaismo dei mondi insulari e nello stesso tempo stupire di fronte all’estrema giovinezza di città molto antiche, aperte a tutti i venti della cultura e del profitto, e che da secoli sorvegliano e consumano il mare.”
Fernand Braudel

Citazione rubata al caro Franco Senia, dal suo splendido blog.

30 anni dopo: “Look mummy, there’s an aeroplane up in the sky!”

30 novembre 2009 Lascia un commento

Che faccio mi metto a parlare ad un disco?
Vabbhè ma mica è un disco normale, è consentito! Spero…
Non chiamate il 118 (per diversi motivi 😉 ) mentre mi leggete, tanto è una cosa che nella mia vita è successa diverse volte, è un vizietto psicotico che si ripete spesso nelle mie giornate: spesso parlo più con le cose inanimate che con le persone.
Spesso mi trovo a parlare con, non so, le pagine di un libro, le note di Faber, le parole di qualche poeta torturato in qualche cella…
insomma, di persone con cui dialogare se ne trovano tante nei meandri della mia mente.

Oggi mi sono svegliata ed ho letto che proprio tu, oggi, compi 30 anni.
“The Wall” … che ha scandito la mia infanzia, la mia adolescenza, ora anche il mio percorso nel diventare una mamma.
Una mamma che crescerà un bimbo anche con l’aiuto di quella marcia di martelli, anche con quel tritacarne dove infilare vita, anche con quei mattoni che crollano al suolo…
In questi 30 anni, ne parlavamo pochi giorni fa, di muri ne sono nati tanti…
ma quando sento le tue note, quando sento quella canzone, penso che forse un padre l’ho avuto anche io.
Un padre che oggi si chiama “The Wall” e che compie gli anni, un padre che m’ha insegnato tanto.
Così tanto che lo elogio e lo ricordo con una canzone che amo di quel disco-bibbia: MOTHER.

Mother, do you think they’ll drop the bomb? 
Mother, do you think they’ll like this song? 
Mother, do you think they’ll try to break my balls? 
Mother, should I build the wall? 
Mother, should I run for President? 
Mother, should I trust the government? 
Mother, will they put me in the firing line? 
Is it just a waste of time? 

Hush now baby, baby, don’t you cry 
Momma’s gonna make all of your nightmares come true 
Momma’s gonna put all of her fears into you 
Momma’s gonna keep you right here under her wing 
She won’t let you fly, but she might let you sing 
Momma’s will keep Baby cozy and warm 
Oooo Babe 
Oooo Babe 
Ooo Babe, of course Momma’s gonna help build the wall 

Mother, do you think she’s good enough 
For me? 
Mother, do you think she’s dangerous 
To me? 
Mother will she tear your little boy apart? 
Mother, will she break my heart? 

Hush now baby, baby, don’t you cry 
Momma’s gonna check out all your girlfriends for you 
Momma won’t let anyone dirty get through 
Momma’s gonna wait up until you get in 
Momma will always find out where you’ve been 
Momma’s gonna keep Baby healthy and clean 
Oooo Babe 
Oooo Babe 
Ooo Babe, you’ll always be Baby to me 

Mother, did it need to be so high?  

Basalto, beduini e innamoramenti…

2 ottobre 2009 7 commenti

La prima volta che ho toccato quei sassi, immediatamente ho capito che stava cambiando qualcosa.
Che non era una normale scoperta per me, che non era “il nuovo”, che non era infatuazione, ma desiderio di un’unione eterna e indissolubile.
Di quelle contro cui non puoi fare nulla, quelle che ti rubano il cuore dal primo secondo e ti scavano dentro per sempre. 

Foto di Valentina Perniciaro _Bosra: Il basalto, in un amplesso romano-nabateo_

Foto di Valentina Perniciaro _Bosra: Il basalto, in un amplesso romano-nabateo_

Mi è riaccaduto solamente una volta, di provare una simile sensazione, sfiorando il corpo che mi ha fatto perdere la terra sotto i piedi.
Di corpi nella vita se ne incontrano, ma poi la pelle si ferma su uno… la pelle, prima del nostro cervello obnubilato, ti manda quel segnale per dirti che devi fermarti. Che quello che cercavi da sempre è da qualche secondo sotto i tuoi polpastrelli.

Quando ho percorso il decumano di Busra ash-sham per la prima volta, l’innamoramento ha pervaso il mio corpo totalmente.
Un innamoramento che non aveva nulla di platonico, anzi, il desiderio era di toccare, accarezzare, di inserirmi in ogni pertugio del basalto, di arrampicarmi su ogni colonna… desiderio di penetrare e farsi penetrare completamente da colori, odori e millenni.
Passeggiare sui ciottoli neri di Bosra vuol dire avere un amplesso indimenticabile con la storia, con il miscuglio di genti che nei millenni hanno creato un luogo sospeso nel tempo, vero, umile e rurale. Unico, stavolta si può dire.
Bosra, in tutto il continente Siria, è il luogo magico che ho scelto come oasi nei vari anni passati a percorrere quel territorio … è il mio luogo, quello a cui penso ogni volta che sto male, quello che desidero costantemente, quello che mi fa dimenticare la merda di tutti i giorni.
Bosra mi aiuta a sopravvivere nel traffico di Roma, nella vita scandita da un carcere, Bosra mi fa sfiorare la mia pancia scalciante con molta serenità … come se potessi trasmettere anche a lui che può star tranquillo, che malgrado lo schifo che verrà a conoscere c’è anche quello al mondo: ci sono anche certi posti, certi sguardi, certi universi.

Ed oggi, ancora una volta, un pezzo della mia città nabatea-romana-ayyubbide e araba arriva a riempire la mia casa di colori e casino.
Il mio fratellone beduino è in volo…la cosa non può che emozionarmi.
La cosa non può non farmi pensare a…….. quanto vorrei portarvi lì. A voi due, che siete la vita mia.

 

vabbhè, poco delirio….meglio che mi avvio verso l’aeroporto! 

Foto di Valentina Perniciaro _Bosra: il mio beduino in primo piano, dietro di lui, la casa di Adriano_

Foto di Valentina Perniciaro _Bosra: il mio beduino in primo piano, dietro di lui, la casa di Adriano_

Per amore della storia…

11 agosto 2009 Lascia un commento

Sono passati diversi giorni dall’editoriale di Magris sul Corriere della Sera e da alcune risposte comparse su altre testate. Volevo riportare questa di Marco Clementi, comparsa qualche giorno dopo sulle pagine de L’Altro. La libertà di parola, la libertà di fare storia va difesa a denti stretti!

La storia è plurale. La memoria  vittimaria rientra nella sfera privata e sembra più vicina alla vendetta che alla giustizia, se usata come rivendicazione

Marco Clementi  L’Altro 4 agosto 2009

Un’intera generazione italiana, quella che ha fatto la lotta armata negli anni ‘70 e ‘80, scontate quasi tutte le pene dopo i secoli di carcere con i quali lo Stato l’ha punita, deve tacere. Questo, se non ho capito male, è il centro del discorso che sviluppa Claudio Magris sulle pagine del Corriere della Sera del 31 luglio. Lo studioso ammette che il brigatista può recuperare i pieni diritti civili e politici (anche se ciò, una volta scontata la pena, non avviene automaticamente ma bisogna attivare la procedura di “riabilitazione”), può esprimere la sua sulle piattole, se nel frattempo il carcere gli avesse fornito l’istruzione adeguata per farlo, ma non può dire una parola sul suo passato di combattente. bavaglioCerto, di fronte ad espressioni come quelle riportate nell’articolo e attribuite al militante di Prima Linea Sergio Segio – giustamente definite «pappa del cuore, vecchio vizio retorico italiano, posta sentimentale rosa vicina al rosso sangue versato» -, consiglierei al suo autore di tacere, ma non si vede perché tale raccomandazione debba essere estesa a tutti gli altri. In letteratura, come nel processo penale, la responsabilità è personale.
E così, il brigatista è un brigatista, e non un SS, un mafioso, uno stragista impunito. A ognuno il suo, per cominciare. E di brigatisti e brigatismo si deve allora parlare visto l’elenco di alcune delle vittime che fa Magris (non tutte peraltro colpite dalle Brigare rosse) considerate «le figure dell’Italia migliore, quella più libera e aperta e democratica, che avrebbe potuto e dovuto essere diversa da quella di oggi». Come se il motivo per cui oggi siamo qui è perché in Italia c’è stata la lotta armata. Intanto mi sembra uno strano recupero dei diritti quello di chi, riabilitato, può andare a votare per il Parlamento italiano ma non deve dire una parola sugli anni in cui fu protagonista. Da sempre i reduci hanno raccontato della propria guerra. Ma c’è dell’altro.
I brigatisti, primi e unici nella storia di questo paese, scelsero di rivendicare i propri delitti e di assumersene la responsabilità di fronte alla legge, indipendentemente dal loro coinvolgimento concreto. Al punto che molti sono stati condannati all’ergastolo per il sequestro Moro senza essere stati in via Fani, né in via Montalcini, né in via Caetani. Se avessero deciso di difendersi singolarmente, senza dichiararsi rei, la storia giudiziaria delle Br sarebbe andata molto diversamente e le condanne si sarebbero contate con numeri più piccoli. Che dire, poi, delle continue riforme del codice penale per adeguare la legge alla nuova situazione creata in Italia dalla presenza di questo gruppo armato? Tutto ciò induce a pensare che si trattò di una storia politica. Nessuno degli uccisori di allora lo fece per questioni personali; nessuno aveva un “conto aperto” da chiudere. Come ipotizza Magris, «pensava di costruire un’Italia migliore».
E le vittime, mi si dirà? E i parenti delle vittime? Perché è questo, in fondo, il contesto all’interno del quale si chiede, ovvero si impone ai brigatisti di tacere. Ma a quali brigatisti ci si riferisce? Ai pentiti, ai dissociati o ai cosiddetti “irriducibili”?
Le confessioni dei pentiti e quelle dei dissociati sono state qualitativamente differenti: i pentiti hanno offerto parole utili alle tesi dell’accusa in sede processuale (oltre che permesso in casi clamorosi l’arresto di decine di militanti), I dissociati hanno fornito ricostruzioni politiche della propria esperienza militante in linea con quella desiderata dello Stato. Lo hanno fatto molti anni dopo il loro arresto, contribuendo alla sconfitta politica della lotta armata, non a quella militare. A quanto risulta a chi scrive, i pochi ex-militanti della lotta armata che hanno partecipato in modo attivo alla memorialistica appartengono in maggioranza alla 112234652_de8dc17013schiera dei cosiddetti pentiti o dissociati. Per quanto concerne, invece, gli irriducibili, essi per lo più tacciono (e spesso i commentatori li accusano proprio per questo!) e anche quando parlano, come nel caso di Mario Moretti con un libro sulle Br per nulla apologetico, si sottolinea quello che non sarebbe stato ancora detto, perché è una verità predeterminata, quella che si vorrebbe ascoltare, non il pensiero di Moretti. Veniamo alla questione delle vittime e dei loro parenti. Il 9 maggio è il giorno della memoria delle vittime del terrorismo in Italia. Di tutte le vittime, senza distinzione di matrice, tipologia di attentato, obiettivo. Quest’anno, per l’occasione, la vedova Pinelli è stata invitata al Quirinale, dove ha incontrato la vedova Calabresi. L’iperbole è complessa, e va analizzata e spiegata. Da tempo ormai il calendario italiano si è riempito di giorni della memoria e del ricordo e si cerca di far passare l’idea che la memoria abbia una sorta di dignità parallela a quella della storia. Forse perché la memoria appartiene alle vittime, mentre la storia ai vincitori? In realtà non è così. La differenza è un’altra e ben più sostanziale. La memoria appartiene alla sfera privata, mentre la storia è pubblica. La memoria non si può verificare, laddove la storia attende un riscontro da parte della comunità scientifica. La memoria non sostituisce la storia, né si affianca ad essa; offre delle fonti, tutte da vagliare. Per questo, un incontro tra la vedova Pinelli e la vedova Calabresi può avere luogo solo nel giorno della memoria. Perché nella memoria si perdono i ruoli e Pinelli e Calabresi sono visti semplicemente come vittime. Nella storia, però, i ruoli sono attribuiti in un altro modo. L’assassinio di Pinelli è stato perpetrato all’interno di una struttura dello Stato nel corso di un’indagine sulla strage di piazza Fontana. Quello di Calabresi, in un contesto diverso e qualcuno che potrebbe spiegarcelo non vuole farlo. E, stranamente, a questi non si chiede di tacere. Ora, nel diritto moderno è lo Stato che regola il rapporto tra il reo e la giustizia, tanto che il pubblico ministero non difende i parenti delle vittime, ma sostiene l’accusa in nome del popolo italiano. La vittima, o i suoi parenti, si possono costituire parte civile, con un avvocato a rappresentarli. Il giudice, quindi, è terzo rispetto alle parti e non potrebbe essere altrimenti, da quando la dottrina giuridica e le costituzioni moderne hanno tolto alla famiglia il diritto di vendetta, sostituendolo con quello della giustizia. La memoria rientra nella sfera privata e sembra più vicina alla vendetta che alla giustizia, se usata come rivendicazione. Ovviamente i parenti di una vittima hanno tutto il diritto di scrivere, appellarsi e indignarsi. Non lo ha però lo Stato, che ha compiuto il proprio dovere arrestando i brigatisti e riuscendo a farli condannare, debellando il fenomeno. Dato però che lo Stato non dovrebbe vendicarsi, non può condannare nessuno né al silenzio, né all’oblio. Anzi, ne guadagnerebbe se, ora che la guerra è finita da tempo, si impegnasse per capire il motivo che ha indotto una generazione e una classe sociale a dire «mai più senza fucile», agendo di conseguenza. Gli ex lo possono spiegare, ed è interesse di tutta la comunità che lo facciano.

Link
Magris – Anni di piombo quei terroristi pentiti con la pappa nel cuore
Miccia corta e cervello pure

Fortini, questione palestinese ed “eredità” (di classe)

5 maggio 2009 1 commento

Ancora oggi mi avviene di leggere, scritto da rispettabilissime persone rimaste con la testa nel nostro Partito d’Azione del dopoguerra, quando la pensavo proprio come loro, che la nascita dello  stato d’Israele fu “una delle più alte creazioni della nostra età”.
Già, perché non sapevamo, allora, quasi nulla sulle vicende politiche e militari di quella nascita e il mondo arabo ci appariva identificato con i suoi capi, amici dei fascisti e dei nazisti.intifada
I sentimenti di colpa e di pietà impedirono allora a quasi tutti, a cominciare da chi scrive, di vedere a quale prezzo avvenne la fondazione di quello stato.
In uno studio sui rapporti fra questione ebraica e sinistra in Italia si distingue tra vittime e vittimismo.
E certo noi consideravamo, allora, gli ebrei come vittime. Lo erano.
Quel che, con la sua goffaggine mistica, dice la parola “olocausto” era quella innocenza simbolica. Oggi, leggo, sarebbero i palestinesi a fruire  di quella eco simbolica (il giusto come vittima) e intorno a loro si farebbe del “vittimismo” ossia della retorica emotiva sulla condizione di vittima.
Ma i palestinesi dell’Intifada non sono vittime. Sono gente che si ribella ad una condizione che è stata loro fatta e che paga per la loro ribellione. Non sono vittime almeno fino a quando si ribellano. Debbono essere considerati come i combattenti dei ghetti. Non dobbiamo loro pietà ma – e possiamo scegliere- indifferenza o ostilità o aiuto.

intifada1990Coloro ( e non sono pochi fra gli ebrei italiani e i loro amici) i quali ritengono che non si debba seguire innanzitutto una logica di schieramento ma una di mediazione e di pace, dicono in realtà che quel conflitto non può né deve coinvolgere questioni di principio. Come se si trattasse, che so, della terribile e sanguinosa guerra tra Iran e Iraq o di un conflitto fra la Libia e il Ciad.
Se così fosse, avrebbero assolutamente ragione. Ma così non è. Possono non saperlo gli israeliani, non possono non saperlo qui, o in Francia o negli Stati Uniti. E non solo per motivi non troppo diversi da quelli che costrinsero la coscienza di molti francesi (ma anche d’altre nazioni) a scegliere di stare dalla parte degli algerini e di aiutarli e quella di tanta parte degli europei e dei cittadini degli Stati Uniti di stare dalla parte dei vietnamiti e di aiutarli; ossia perché si faceva rientrare quel conflitto in un processo mondiale di lotta anticolonialista. Per quanto è di me non ho dubbi che quel conflitto rientri in un momento del processo mondiale di emancipazione  dei popoli in senso anticapitalistico. Ma a chi mi obiettasse che questo non basta a spiegare il sovraccarico di attenzione e di passione che non pochi portano a quel conflitto, bisogna convenire che sì[1], il rapporto che la cultura nella quale mi sono formato e viva ha con l’ebraismo (e quest’ultimo ha con lo stato d’Israele) aggiunge motivi di attenzione e partecipazione ad un conflitto che non è riducibile a quello che i due popoli sembrano combattere ossia un conflitto di nazionalità.run_flag
Per me, stare dalla parte dei palestinesi, quindi contro la politica militare del governo israeliano, e chiedere pronunce di parte immediatamente prima che di pace, vuol dire ricordare ai miei connazionali –non dunque solo agli ebrei, anzi e soprattutto non a costoro ma a chi, nella sinistra italiana, è loro amico- che esistono cause ( di giustizia o di solidarietà, di lotta anticolonialista o antimperialista internazionale; e ognuno scelga tra queste quella che meglio gli si confà) per le quali può essere necessario rompere i legami più cari e ardui; ossia scegliere che cosa mettere al primo posto: la fedeltà ad una patria, a un’etnia, a una cultura, a una tradizione religiosa o familiare, ai propri morti oppure altro. Questo “altro”, io che scrivo l’ho messo al primo posto, ogni volta che mi si è presentato un conflitto di doveri e di fedeltà. Non vorrei che si scambiasse, ancora una volta e secondo l’andazzo pseudo democratico oggi di moda, il rispetto per l’espressione del pensiero altrui col rispetto per un pensiero, o per azioni, che si ritiene sbagliate o false. E aggiungo che, poco paradossalmente, compete ai palestinesi, alla loro cultura assai diversa (nel senso di non-europea) da quella cui si richiama Israele, di rappresentare e richiamare noi ai principi di libertà di coscienza e di diritto all’insurrezione contro la tirannia, che hanno celebrato a Parigi il proprio secondo centenario.

Non chiedo, va da sé, che siano seguite le mie scelte; ma di riconoscere come delle scelte esistano e che la sofferenza da esse indotta è tanto salubre quanto corruttrice  ogni sofistica per evitarle. Più leggo ormai da vent’anni il complicatissimo, e sovrabbondante (e spesso mistificatore) discorso degli ebrei su se stessi ( e dei non ebrei sulla questione ebraica) con le loro mille correnti, più ho evitato di dire la mia, dopo I cani del Sinai (1967). Ma si danno situazioni e circostanze in cui mi è impossibile dimenticare che, foss’anche solo per il cognome della mia famiglia, ho forse un po’ più d’altri ( ma appena un poco) qualche dovere di parola.
2550_67020203277_618018277_2260849_6765907_nNon posso rispettare il silenzio e neanche il possibile dolore di persone che stimo e amo e che hanno, si diceva una volta, cura d’anime. Non ho rispettato, a suo tempo, le belle anime di sinistra straziate dallo stalinismo e dalle sue sequele. Non mi rispetterei se non avessi parlato. Non riesco a capire perché dovrei non interferire nelle scelte di coscienza sul conflitto  tra palestinesi ed ebrei quando quel diritto ce lo riconosciamo, fino a farcene un dovere, per quanto è delle opinioni e delle scelte in materia di attività professionali, valori culturali, atteggiamenti politici.
Un ulteriore discrimine è infine proprio questo: nulla è meno “privato” di quel che è classificato come tale da una cultura fondata proprio sulla distinzione e opposizione di “pubblico” e “privato”, di bourgeois e citoyen.

Non chiedo partecipazione per i “poveri” palestinesi ma per i falsi ricchi che saremmo noi.
Ma non è forse, quello che domando, una passione per la scelta in quanto tale invece che per i suoi contenuti? Non è forse privilegiare quel che è più difficile in luogo di quel che è più necessario o utile? Mi pare di sentire la risata di Brecht. Non sono forse molto meno interessato alla sorte reale dei ragazzi palestinesei e dei soldati israeliani di quanto sia desideroso di costringermi, e di costringere, ad atteggiamenti di sfida e di oscuramente desiderata sconfitta, di “eroismo” e di antagonismo?
Sì, questa è una mia eredità (di classe, dovrei dire). Dai miei anni, la vedo come si vede un’immagine in acqua bruna. Essa è all’origine dei miei errori e, nel medesimo tempo, di quel che ho di meglio da proporre e chiedere.

___FRANCO FORTINI: Extrema Ratio, 1989____

 

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Gli scontri di Umm al-Fahm _polizia israeliana anti-sommossa_

[1] In termini non molto diversi scrivevo sul Manifesto del 24 maggio 1989 attirandomi molte critiche e ingiurie: “[..] sono persuaso che il conflitto di Israele e di Palestina sembra solo, ma non è, identificabile a quei tanti conflitti per l’Indipendenza e la libertà nazionali che il nostro secolo conosce fin troppo bene. Sembra che Israele sia e agisca oggi come una nazione o come il braccio armato di una nazione, non diversamente dalla Francia in Algeria o gli Usa in Vietnam o l’Unione Sovietica in Ungheria o in Afghanistan. Ma, come la Francia era pur stata, per il nostro teatro interiore, il popolo di Valmy e gli Americani quello del 1775 e i sovietici quello del 1917, così gli ebrei, ben prima che soldati di Sharon, erano i latori di una parte dei nostri casi sacri, una parte angosciosa e ardente della nostra intelligenza, delle nostre parole e volontà. […]La distinzione tra ebraismo e stato d’Israele, che fino a ieri ci era potuta parere una preziosa acquisizione contro i fanatismi, è stata rimessa in forse proprio dall’assenso o dal silenzio della Diaspora. E ci ha permesso di vedere meglio perché non sia possibile considerare quel che avviene alle porte di Gerusalemme come qualcosa che rientra solo nella sfera dei conflitti politico-militari e dello scontro di interessi e di poteri. Per una sua parte almeno,quel conflitto mette a repentaglio qualcosa che è dentro di noi.

Ogni casa che gli israeliani distruggono, ogni vita che quotidianamente uccidono e persino ogni giorno di scuola che fanno perdere ai ragazzi di Palestina, va corrosa una parte dell’immenso deposito di verità e di sapienza che, nella e pa cultura d’Occidente, è stato accumulato dalle generazioni della Diaspora, dalla sventura gloriosa o nefanda dei ghetti e attraverso la ferocia delle persecuzioni antiche e recenti..
Ogni giorno di guerra contro i palestinesi, ossia di falsa coscienza per gli israeliani, a sparire o a umiliarsi inavvertiti sono un edificio, una memoria, una pergamena, un sentimento, un verso, una modanatura della nostra vita e patria comune. […] La nostra vita non è solo diminuita dal sangue e dalla disperazione palestinese; lo è dalla dissipazione che Israele viene facendo di un tesoro comune. Non c’è laggiù università o istituto di ricerca, non biblioteca o museo, non auditorio o luogo di studio e di preghiera capaci di compensare l’accumulo di mala coscienza e di colpe rimosse che la pratica della sopraffazione induce nella vita e nell’educazione degli israeliani. E anche in quella degli ebrei della Diaspora e dei loro amici.
Uno dei quali sono io. Se ogni nostra parola può togliere una cartuccia dal mitra dei soldati dello Tsahal, un’altra ne toglie anche a quelli, ora celati, dei palestinesi.

La Storia è la scienza dell’infelicità

4 marzo 2009 2 commenti

Se non vi fossero guerre o rivoluzioni, non vi sarebbe storia, non vi sarebbe materia di storia.
La storia non avrebbe oggetto.
Tutt’al più esisterebbero gli annali. La storia è la scienza dell’infelicità dell’uomo.
Raymond Quenau
fucileinspallaoperai1

Spike Lee e la storia violentata

1 ottobre 2008 2 commenti

Mi piacerebbe chiedere a Spike Lee cosa pensa della guerriglia.
Come si farebbe secondo lui ad attaccare un esercito nemico, occupante?
Si stupisce, il grande storico (!), che i partigiani colpivano per poi fuggire…
Cosa avrebbero dovuto fare?Mai sentito parlare di Mordi e fuggi?
Le conosce minimamente le tecniche possibili in simili situazioni?
Che facevamo..gli schieravamo l’esercito contro? Quale?
Un film che poteva risparmiarsi..un film che avrebbe dovuto sottintendere  degli studi, non dico specifici sulla resistenza italiana, ma sulla resistenza in generale.
Sulla guerriglia, sulle lotte di liberazione che sono mandate avanti da popoli armati e non certo da eserciti che si possono permettere di scegliere campo di battaglia, durata e scopo di un attacco.
Se lo poteva risparmiare…buono l’articolo di Giorgio Bocca uscito oggi su Repubblica.

“Non bisogna” il vecchio disse, “piangere per loro”.
“Non bisogna piangere?” disse Berta.
“No figliola. Non del sangue che oggi e’ sparso”.
“Non dell’offesa? Non del dolore?”
“Se piangiamo accettiamo. Non bisogna accettare”.
“Gli uomini sono uccisi e non bisogna piangere?”
“Certo che no! Che facciamo se piangiamo? Rendiamo inutile ogni cosa che e’ stata”.
[…]
“Ma che dobbiamo fare?”
“Oh!” il vecchio rispose “Dobbiamo imparare”.
“Imparare dai morti?”
“Si capisce. Da chi si puo’ imparare se non da loro? Loro soltanto insegnano”.
“Imparare che cosa?” chiese Berta. “Cos’e’ che insegnano?”.
“Quello per cui” il vecchio disse “sono morti”.
____Elio Vittorini___

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