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Posts Tagged ‘abolizionismo’

Un’intervista che ci racconta il carcere di Santo Stefano degli anni ’50

19 giugno 2014 Lascia un commento

Il panoptico di Santo Stefano dall’alto in una foto abbastanza recente

Quella che leggerete è l’intervista ad un maestro, Stefano di Filippo, che per un paio di mesi della sua vita si trovò sullo scoglio di Santo Stefano, ad insegnare ai detenuti dell’ergastolo che dal periodo borbonico, rimase aperto e stracolmo fino all’aprile del 1965.
L’intervista è di Melania Del Santo, compagna di Liberi dall’ergastolo, che lo scorso anno è venuta con me in Sicilia ad intervistare chi quel carcere l’aveva fatto ai ferri, il mitico bandito dell’Isola di Milano, Ezio Barbieri
da qualunque parte lo si racconti quel carcere si sente lo stesso odore di zuppa di piselli o fave, da qualunque parte lo si guardi, non si può non sentire la violenza della segregazione in un luogo mangiato dai mari e dai venti.
Un luogo che noi abbiamo scelto come simbolo per parlare dell’indecenza della segregazione e dell’aberrazione del Fine Pena Mai.
Anche quest’anno, il 14 giugno, siamo salpati: 60 persone da ogni dove, per raggiungere quel carcere e quel cimitero degli ergastolani.
Ancora una volta un’esperienza grande, ricca e infinitamente eterogenea: ancora una volta abbiamo portato i nostri fiori, le nostre voci, i nostri sorrisi sulla tomba di Gaetano Bresci e dei suoi 46 compagni di riposo.

CONTRO OGNI CARCERE.

M.: Professo’, raccontatemi un poco di questa esperienza. Quanto tempo siete stato a Santo Stefano?

Pr.: Ci stetti solo 3 mesi a S. Stefano, da ottobre a dicembre, fino alle vacanze di Natale.Gli ultimi giorni in carcere mi ammalai di tifo. Mi venne la

L'interno del panoptico, prima della costruzione del cordolo di cemento al terzo piano. (Che proteggeva i detenuti del terzo anello dal sole, ma che sta ora distruggendo col suo peso le arcate sottostanti)

L’interno del panoptico, prima della costruzione del cordolo di cemento al terzo piano. (Che proteggeva i detenuti del terzo anello dal sole, ma che sta ora distruggendo col suo peso le arcate sottostanti)

febbre alta, a 41 C.Mi ricordo quando avevo la febbre che sono stato chiuso un po’ di giorni nella cella… una notte mi sono alzato che mi mancava l’aria perché la cella era piccola e si era consumato l’ossigeno.Aspettavo ogni giorno il “vapore” (la barca) che non veniva da qualche giorno perché c’era il mare agitato. Ad un certo punto venne un carcerato: <<Professo’, professo’, la barca. La barca è arrivata!>>. E così finalmente me ne andai a Ventotene dove c’era mia moglie che abitava là perché insegnava nella scuola elementare di Ventotene. Il comune aveva messo a disposizione una barca che faceva servizio per chi lavorava al carcere. C’era un barcaiolo che lavorava per il comune che la guidava. Dopo qualche anno morì perché prese il tetano a causa di un chiodo arrugginito con il quale si ferì proprio mentre puliva la barca.A Ventotene a quel tempo non si stava bene. Era come andare ai lavori forzati per i maestri, come per mia moglie. Era una sede troppo disagiata.Quando il mare era mosso era pericoloso attraccare a Santo Stefano. Dalla barca bisognava fare un salto, tant’è vero che qualcuno era pure caduto in acqua… qualche guardia (ride).A volte anche per 4 o 5 giorni non arrivava la barca. Come quella volta che ebbi la febbre io. Tant’è vero che non attraccammo neanche al porto di Ventotene quando mi portarono via, ma dietro.

M.: Quanti maestri eravate?

Pr.: Nel carcere eravamo due insegnanti, io e un collega di Gaeta perché c’erano 2 sezioni. Si faceva scuola dal lunedì al venerdì, dalle 7.30 alle 11. La barca che faceva servizio da Ventotene a Santo Stefano arrivava tutti i giorni alle 7.30 per portare le guardie carcerarie. Ma poi alle 9 andava via e quindi dopo le 11 non c’era più il servizio del “vapore” che ci poteva riportare indietro. Allora io e il collega di Gaeta stavamo là tutta la settimana, come i carcerati, ma solo dal lunedì al venerdì.

M.: Professore, dove dormivate?

Pr.: Nella cella. Nel carcere c’erano gli appartamenti per il direttore e per gli impiegati della direzione. Alcune guardie carcerarie, quelle che avevano famiglia, vivevano là, sempre negli appartamenti. Invece i giovani scapoli che lavoravano nel carcere dormivano nelle celle vuote, adibite ad alloggi per i lavoratori più giovani. Come noi.

M.: Quanti erano i carcerati a quel tempo?

Pr.: Un centinaio, o forse meno.

M.: Che tipo di lezioni facevate?

Pr.: Facevamo lezioni di italiano, matematica, storia e geografia. Nella mia classe c’erano 3 o 4 di quelli della banda Giuliano. Il vice di Giuliano, si chiamava Terranova, e poi ‘On Pisciotta (ndr. Don Pisciotta. Da un po’ di ricerche fatte poteva essere Salvatore, padre di Gaspare il quale nel ’57 era già morto). Poi c’erano diversi altri detenuti che avevano fatto varie cose, dall’omicidio alla… strage di persone! Questi della banda Giuliani erano ben istruiti, preparati, “scafati”. Con loro si potevano fare discussioni più alte rispetto agli altri detenuti. Anche quelli che sapevano leggere e scrivere, venivano lo stesso a scuola, per perdere un po’ di tempo. Parlavamo anche di argomenti di attualità, ragionavamo di cose come lo sbarco sulla Luna che in quel periodo era un dibattito molto acceso (ndr: Sputnik 1, sovietico, 4 ottobre 1957; Sputnik 2, 3 Novembre 1957). Ti ricordi il cane Laika? Soprattutto i siciliani erano assai interessati. Avevamo materiale didattico. Si facevano compiti scritti, ma anche dibattiti su argomenti che leggevamo sul giornale. Era bello.

M.: C’erano le guardie in classe?

Pr.: Quando insegnavo c’era sempre una guardia di piantone per difendermi, ma non ce n’è stato mai bisogno. Era un ambiente tranquillo.

M.: E di pomeriggio che facevate?

Come appariva l'ingresso del cimitero degli ergastolani prima che il carcere fosse dismesso e poi abbandonato

Come appariva l’ingresso del cimitero degli ergastolani prima che il carcere fosse dismesso e poi abbandonato

Pr.: Anche di pomeriggio continuavamo le discussioni iniziate in classe, oppure andavamo a parlare in direzione o col ragioniere. Parlavamo sempre nella piazzetta quando c’era il sole, chi diceva una cosa, chi un’altra, era un ambiente non pericoloso. Ognuno aveva i propri compiti e là dentro erano liberi. Mo’ ti racconto un aneddoto. Quando stavamo liberi (fuori dall’orario scolastico) passeggiavamo per il cortile circolare con qualcuno di questi della banda Giuliani. Quando incontravamo una guardia, il detenuto la chiamava con un soprannome che era uno storpiamento del cognome. Io chiedevo, ma se tu sai il cognome, perché la chiami così? E loro dicevano: noi abbiamo la matricola, veniamo chiamati con un numero, allora per dispetto cambiamo il nome pure noi alle guardie. Però erano “contranomi” senza cattiveria.

M.: Che facevano i carcerati durante la giornata?

Prof.: Alcuni lavoravano in un laboratorio, un bel laboratorio di tessitura. Cotone, seta… stava al piano terra. L’attività principale era proprio nel laboratorio tessile, ma questi prodotti erano gestiti dalla direzione. Altri facevano i muratori e altri erano addetti alla manutenzione del carcere. Alcuni detenuti poi lavoravano alla casa colonica che stava fuori. In questa casa abitava una famiglia di affittuari o mezzadri. Coltivavano le lenticchie che erano prodotti locali, nella fattoria che stava fuori. I prodotti però là (nel carcere) non arrivavano. Quelli che lavoravano la terra fuori percepivano la mercede.

M.: Come era tenuto il carcere a quel tempo?

Prof.: Il carcere era tenuto bene, i detenuti lavoravano per tenerlo pulito e facevano tanti lavoretti di manutenzione.

M.: Come era organizzato logisticamente?

Prof.: A piano terra, vicino al cortile, c’era la direzione e un vano che era un centro di commercio dove venivano gli ambulanti che portavano scarpe, pantaloni ecc. per i detenuti. Alcuni detenuti lavoravano l’uncinetto, facevano cose tipo sciarpe, centrini mantelline che vendevano in questo centro agli ambulanti per fare un po’ di soldi da mandare alle famiglie.

M.: I detenuti percepivano una paga?

Prof.: Sì, i detenuti percepivano la mercede, uno stipendio dato dallo stato per i lavori che facevano. Una parte di questi soldi li mandavano alle famiglie, una parte invece serviva a loro.

M.: Professore, si ricorda di qualche detenuto?

Prof.: Prima di prendere servizio a Santo Stefano io non avevo mai visto un detenuto. Quando arrivai il primo giorno fui accolto da un signore vestito a righe. Questo era un ergastolano che faceva il segretario, l’uomo di fiducia del direttore. Era lui che riceveva quando il direttore non c’era.

M.: Si ricorda chi era questo signore?

Prof.: Era un alunno d’ordine delle ferrovie. Una notte mentre era di servizio con il capostazione cercò di scassinare la cassaforte per prendere i soldi. Mentre stava facendo questa operazione arrivò il capostazione e allora lui… lo ammazzò (sussurrato). Era un bel giovanotto. Poi c’era un altro, il nipote del ministro Spadaro. Prima era stato un ufficiale dell’aeronautica ed aveva un’amante, una signora ricca, più anziana. Una notte la ammazzò per prendersi tutti i gioielli. Questo ragazzo faceva l’operatore della televisione perché ne capiva. Infatti nella mensa c’era la televisione.

Un fiore contro il Fine Pena Mai, Santo Stefano 2014

M.: C’erano detenuti politici?

Prof.: Quando stavo io non c’erano detenuti politici, ma prima, soprattutto durante il fascismo erano tutti antifascisti. Mi hanno raccontato che c’era stato Settembrini. Lo sai che all’inizio del Novecento c’erano i briganti che vivevano a Ventotene nelle grotte?

M.: Avevate dei rapporti migliori con alcuni detenuti piuttosto che con altri?

Prof.: Non c’erano detenuti preferiti per noi, ma sicuramente c’erano detenuti più colti, alcuni erano ingegneri. Quelli più importanti erano quelli della banda Giuliano. Gli altri detenuti li chiamavano “i nobili”. Quindi le differenze tra i detenuti erano evidenziate da loro stessi. Riconoscevano quelli della banda Giuliano, diciamo, come intellettuali va.

M.: Dove mangiavate?

Prof.: C’era il refettorio e la cucina dove cucinavano stesso i detenuti. Però il cibo buono non c’era.

M.: Che mangiavate?

Prof.: Per esempio pasta e polvere di piselli. Pasta e polvere di fave. Roba secca. Mangiavamo tutti insieme: guardie, detenuti e maestri, sia a mezzogiorno che la sera. Qualche guardia qualche volta si portava cibo da Ventotene e se lo faceva preparare. Allo spaccio però cibo buono non ne arrivava.

M.: Quindi i detenuti non erano rinchiusi .

Pr.: No no, i detenuti, erano “liberi”, non stavano chiusi nelle celle. Invece le famiglie delle guardie stavano sempre chiuse dentro casa perché, soprattutto i detenuti muratori che spesso stavano in giro, era facile che andassero a bussare alle porte delle mogli delle guardie per… (ride). Mi ricordo un muratore che stava sempre arrabbiato, stizzoso.

M.: I parenti dei detenuti venivano?

Pr.: I parenti dei detenuti non venivano mai, erano come dimenticati. Le guardie ci dicevano che non dovevamo fidarci dei detenuti perché se ne potevano approfittare per far uscire delle lettere fuori dal carcere. C’era la censura, la posta non poteva uscire. Alcuni ci tenevano a farsi ben volere da noi per poter far uscire fuori le lettere indirizzate ai parenti. Il capo reparto del laboratorio tessile stava sempre vicino a me, mentre le guardie (o il direttore) mi dicevano di stare attento. Usavano la tattica di avvicinarsi e raccontare la loro storia, dicendo <<sì abbiamo sbagliato>>, ammettendo il loro errore, però sempre giustificando la causa e dando una spiegazione a quello che avevano fatto. Avevano un’arte nel farsi ben volere.

M.: Ma voi sapevate i loro reati?

Pr.: In direzione c’erano le schede con i reati dei detenuti, ma erano riservate. A volte qualcuno ci diceva qualcosa, ma noi non le potevamo leggere. I detenuti non ci parlavano mai di quello che avevano fatto gli altri. Il detenuto che ne parlava, al massimo parlava del suo reato, ma soprattutto per giustificarsi. Per dire “je nun so’ malament’. Nun so’ cattivo”. Voleva dimostrare che era una brava persona, e quello che avevano fatto aveva una spiegazione, che c’era una ragione alla causa, diciamo così. Invece quelli di Giuliani non ne parlavano mai di quello che avevano fatto, del perché stavano là dentro. Erano quelli “più spiccioli” che ne parlavano.

M.: Si ricorda del cimitero?

Pr.: Quando facevamo le passeggiate, in un certo punto, prima del cimitero, c’era un’immagine che chiamavano l’incompiuta, vicino al muro. L’avevano fatta un paio di detenuti che chiesero al direttore il permesso di dipingere questa immagine. Lo scopo però era quello di scappare. Un giorno che andarono a dipingere si tuffarono e scapparono a nuoto fino a Ventotene. Presero una barca per scappare a Ischia, però poi furono presi. E quindi l’immagine rimase incompiuta. Il cimitero era chiuso, non si poteva entrare. C’erano due colonne con la scritta: “Qui finisce la giustizia umana, qui comincia la giustizia divina”.Ci sono andato una sola volta. Poi non ci sono mai più tornato.

M.: E al carcere ci è mai più tornato?

Prof.: Dopo le vacanze natalizie tornai là per dare le consegne e andai a salutare i ragazzi dicendo che mi dispiaceva, ma che me ne dovevo andare. Proprio quelli della banda di Giuliani mi dissero: “Professore, ci dispiace che ve ne andate perché siete una brava persona, però siamo contenti che ve ne andate da questo luogo schifoso che non è per voi”. Alla fine posso dire che si stava bene comunque là, anche il mio collega di Gaeta lo diceva, e lui stava da due anni. Se non mi fosse venuta la febbre sarei rimasto. E poi era conveniente stare nella scuola carceraria, venivamo pagati dallo Stato, dal Ministero di grazia e giustizia e dal provveditorato. Nei confronti del maestro c’era un gran rispetto. E l’ambiente era gioioso perché si discuteva molto. Nella vita mi è piaciuta questa esperienza che ho fatto. E’ stata breve a causa di quella febbre, però bella.

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Ancora, con il nostro pellegrinaggio libertario verso Santo Stefano

13 giugno 2014 Lascia un commento

Anche quest’anno parteciperò al nostro annuale pellegrinaggio libertario,
anche quest’anno, tra una manciata di ore, attraverserò quel tratto di mare che ci ha rubato il cuore e che ha fatto nascere l’affiatato gruppo di “Liberi dall’ergastolo”, ormai una grande famiglia a cui è sconosciuto il concetto di privazioni.

Foto di Valentina Perniciaro _ i gironi di Santo Stefano_

Dovrei usare altre forme verbali però, visto la vita che strada ha preso dopo che ho lasciato quello scoglio, ormai un anno fa.

E’ cambiato tutto,
tutto è cambiato dentro me e attorno a me,
ora con l’ergastolo ho una dimestichezza nuova, ora l’ergastolo mi è entrato nella vita,
un ergastolo che ha conosciuto altre sbarre ed altre istituzioni, ma senza liberarsi della sua violenza.
Ho conosciuto l’ergastolo della malattia, della disabilità, ho conosciuto quell’ergastolo che segue quando sbeffeggi la morte e rimani in vita malgrado tutto:
ho conosciuto un dolore nuovo e lacerante, che toglie il respiro come le scudisciate che risuonavano nel cortile di Santo Stefano quando il detenuto da punire veniva messo al centro,
così che tutti potessero vedere e sentire con i propri organi la lacerazione della pelle, le urla del dolore, la rabbia della dominazione.
Al centro di quel panoptico, sotto le cinghie dei carcerieri ci son stata, ci sono ancora,
ci sto costruendo la vita di mio figlio, sto cercando di insegnargli (in realtà è lui che lo insegna a me) come conquistare e costruire una libertà in ogni piccolo movimento muscolare… quest’anno a Santo Stefano vestirò la casacca del carcerato,
ma proverò a farlo con un sorriso, con lo stesso sorriso che quel posto mi ha sempre donato.

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Vengo a trovarti nuovamente Gaetano Bresci, e mai come questa volta voglio che mi insegni ad “uccidere un principio” più che un re!
Mi devi insegnare come hai fatto, mi devi dar la tua forza e la mano ferma per affrontar questo futuro privo di arti per correre leggeri,
da te quest’anno vengo per imparare, non solo per portarti il profumo dei fiori freschi.
Quest’anno per me sarà come la prima volta: poggerò il cuore in quelle 99 celle, sulla ruggine e il cemento che cade pezzo pezzo,
lo poggerò su quelle tombe, sulla terra che smuoverò per piantare nuove vite in un luogo che volevano di morte e redenzione.

SI SALPA SABATO 14 GIUGNO,
alle ore 12 dal porticciolo di Ventotene. Alcuni gommoni ci porteranno verso la Marunnell, selvaggio approdo di un’isola che volevano solo intrisa di dolore, ma che noi vogliamo terra di libertà, libertà contagiosa.
Contro l’ergastolo, come ogni anno,
porta un fiore al cimitero degli ergastolani.

Vi lascio i molti link prodotti in questi anni di “pellegrinaggio” in quel magico luogo:

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Herman Wallace e gli Angola3: oltre 40 anni di segregazione

3 ottobre 2013 1 commento

Herman Wallace

Immaginare l’isolamento per 40 anni non è facile.
Conosco lo sguardo di chi ha vissuto la detenzione per oltre 30anni, conosco lo sguardo di chi, una volta caduto nelle mani dello Stato, è stato ripetutamente torturato per strappare dalla bocca parole utili ad altri arresti. Parole che spesso sono uscite, altre volte no.
La tortura è complicata da immaginare, ma quando senti raccontarla molte volte inizia ad aver tratti familiari, vista la sua scientificità: la tortura si può immaginare, arrivi a sentirla nello stomaco, a sognarla la notte, a sentirne i rumori.

L’isolamento è diverso: immaginare 40 anni di isolamento è molto più difficile secondo me. Quarant’anni, già quelli non so come son fatti, figuriamoci se posso aver a che fare con l’immagine di circa 14.965 giorni passati da solo, in una cella, per 23 ore al giorno.
Pensate a “fa’ la stecca” a 344.195 ore di solitudine e non mi dite che riuscite a vederli, a creare un’immagine palpabile, che non ci credo.

Herman Wallace il 1 ottobre 2013, durante la scarcerazione Photograph: Lauren McGaughy/AP

I giornali ci parlano della “libertà” di Herman Wallace, ottenuta ieri dopo quasi 41 anni e  dopo aver tristemente conquistato il record dell’uomo che ha vissuto in isolamento per più tempo nella storia degli Stati Uniti d’America, è uscito.
Malato terminale di un cancro al fegato, su una barella, senza nemmeno la forza di proferire una parola: ma parlano di libertà, loro.
Passerà gli ultimi giorni della sua vita ricoverato in ospedale, invece che nella sua cella: proprio gli ultimi, le sue condizioni sono tali da aver fatto già sospendere la terapia. Sta solo aspettando la morte.
Herman Wallace, nero, in carcere per una rapina e , è uno dei tre che composero gli Angola Three (insieme a Robert King, libero dal 2001 e Albert Woodfox, ancora detenuto), che presero il nome dalla più grande prigione americana chiamata appunto Angola (perché costruita su 18.000 acri di un’ex piantagione di schiavi) in cui erano detenuti e di cui denunciavano gli abusi tremendi e la pesante segregazione.
Scioperi della fame e del lavoro, i tre detenuti catturarono l’attenzione dei boia della Louisiana e da quel momento iniziò la loro segregazione, terminata solamente ieri per Herman, con la montatura dell’omicidio di una guardia penitenziaria, bianca ( non esistevano secondini neri nell’America di quegli anni). Una maledetta storia, che è riuscita a diventar lunga 40anni grazie all’accanimento statunitense, che li ha murati vivi in una cella sperando che finissero i loro giorni nell’oblio
cosa che non è.
Mentre i suoi avvocati cercano ancora di mandare avanti la battaglia per la riapertura del processo a loro carico,
sappiamo che la sola cosa che può esser utile, oltre la memoria e la solidarietà, è la lotta per l’abbattimento del carcere a partire dai suoi punti più alti: ergastolo, segregazione e tortura, fino ad arrivare ad aprire ogni blindato.
Per la libertà dei prigionieri,
per la libertà di tutti e tutte.

Quando si lotta contro 41 bis e fine pena mai …con un comunicato da Parma

1 giugno 2013 Lascia un commento

Lo scorso fine settimana si è svolto a Parma, davanti alle mura del suo carcere speciale,
una manifestazione contro il 41 bis, la differenziazione e l’isolamento.

Il manifesto del corteo di Parma dello scorso 25 maggio

Una manifestazione di solidarietà verso tutti i detenuti, in particolar modo verso coloro che subiscono l’accanimento delle restrizioni speciali all’interno delle nostre prigioni.
Pochi giorni fa, anche grazie alla comparsa delle immagini del colloquio tra Provenzano e la sua famiglia (qualcosa di veramente inguardabile) avevamo pubblicato del materiale sulla deprivazione sensoriale assoluta, sull’aberrazione del 41bis, la sua stravagante storia, e sulla scientifica metodologia di tortura e annientamento che viene fatta nel nostro paese in nome della sicurezza, massima sicurezza. (Leggi: Se questo è un uomo)
La battaglia contro il 41bis, come quella contro l’ergastolo, non possono non entrare nella quotidianità di chiunque sente di far parte di quello spicchio di mondo contro la pena di morte, la tortura, il controllo chimico e tutto quello che è sottinteso in queste forme di prigionia.

Il comunicato che vi giro, preso dal sito Parmantifascista, racconta come la città è stata costretta a vivere quella giornata, come lo Stato e i suoi organi dediti alla tutela dell’ordine pubblico hanno pensato di preparare strade e popolazione a quella che era una manifestazione di solidarietà.
Una vergogna, che certo non stupisce.
Lottare per la libertà, per l’abbattimento della prigionia, è una cosa che a quanto pare irrita non poco l’ordine costituito.

NO AL 41BIS, NO AL FINE PENA MAI!
Qui il materiale della campagna Liberidallergastolo: LEGGI

IN MERITO AL CORTEO CONTRO IL CARCERE
Come gruppi cittadini che hanno partecipato al corteo contro carcere, differenziazione e 41bis, intendiamo intervenire in merito a quanto riportato sulle testate locali e al clima che queste hanno contribuito a creare in città prima della giornata di sabato 25 maggio.

Non è la prima volta che a Parma si organizzano mobilitazioni o presidi sotto le mura del carcere, ma questa volta tutta la città ha assistito a un’enorme e dispendiosa esercitazione di polizia e subito i suoi effetti; riteniamo spropositato l’uso di così tanti uomini e mezzi, compresi due elicotteri (!), per un corteo il cui obiettivo era quello di portare solidarietà ai detenuti di via Burla, che si dimenticano essere degli esseri umani.

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Da tale umanità i giornalisti sono sembrati essere avulsi: le ragioni di quel corteo hanno lasciato il posto a una descrizione della mobilitazione come quella dell’arrivo di un’orda di teppisti, per giunta supporters dei mafiosi.

La ragione reale per cui abbiamo manifestato insieme all’assemblea Uniti contro la repressione, è quella che in questa città ci si ricordi che esiste un carcere di massima sicurezza, non per niente costruito lontano dagli occhi e dal cuore; una prigione altamente punitiva e non “riabilitativa”, in cui vige un regime di carcere duro, non solo applicato nel 41bis ma che, data l’esistenza di questo settore, viene esteso a tutta la popolazione detenuta. Non si tratta di un’ipotesi: questo ci viene raccontato da detenuti, ex detenuti e loro familiari ormai da molti anni. A questo regime si aggiunga che nel carcere di via Burla, si soffrono anche le condizioni che affliggono tutte le prigioni dello Stato, come il sovraffollamento. Carceri sovraffollate da persone che, in genere, hanno commesso reati minori, da proletari. Carceri in cui vige una “pena di morte-di fatto”, prodotto delle condizioni terribili della detenzione, delle cure mediche assenti o insufficienti, di induzioni al suicidio, ecc.

Per questo si intendeva ancora una volta cercare di dare voce a chi non può essere sentito, e farsi sentire da chi non può sentire. Noi sogniamo un mondo, una società, in cui ci si possa liberare della necessità del carcere, che possa affrontare le contraddizioni esistenti e le problematiche sociali, economiche, psichiatriche, senza la privazione totale della libertà e l’utilizzo di pratiche di tortura inumane e degradanti, quale è quella del 41bis e per la quale l’Italia è stata condannata dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura. In queste sezioni, ci sono anche detenuti che non sono capi mafiosi; un terzo di essi è in attesa di un giudizio definitivo e molti di coloro che sono stati condannati in via definitiva hanno già scontato la pena per il reato “ostativo” alla concessione dei benefici penitenziari, che ha motivato l’applicazione del 41 bis.

Parma e l’accoglienza della Polizia di Stato

Ebbene, queste ragioni erano scritte nero su bianco nei comunicati e nei manifesti di indizione del corteo, ma ciò che campeggiava sulle testate è stata la sola “questione di ordine pubblico” e i presunti rischi che avrebbero subito i cittadini dal passaggio di un corteo di qualche centinaia di persone. Ma anche dopo il corteo, è stata completamente ignorata dalla stampa la risposta calorosa da parte dei detenuti che ci aspettavano aggrappati alle sbarre e che, come hanno potuto, ci hanno fatto sentire le loro grida, vedere le loro mani.

Chiediamo: chi ha scelto e deciso di spendere tutti questi soldi in una esercitazione militare per il corteo di sabato? Chi ha deciso persino di rimuovere le bici (!) dei residenti? Di vietare il parcheggio agli abitanti? Chi ha bloccato tutti gli ingressi al quartiere e addirittura fatto chiudere anticipatamente le scuole e i negozi? Secondo quale logica dovrebbero essere imputati questi sprechi e queste misure ai manifestanti, visto che il corteo era autorizzato? Chi ha deciso che tutto questo fosse realmente necessario, fino ad utilizzare addirittura le squadre dell’Unità Artificieri? Soprattutto, con questa operazione, quale immenso pericolo è stato sventato?

Lo spostamento d’asse dalle ragioni delle mobilitazioni all’inutilità di cortei e lotte in quanto “dispendiosi per la collettività”, o “pericolosi” e “ideologici” è figlio dei tempi che viviamo e della gestione corrente della pubblica opinione, dei conflitti, delle problematiche sociali ed economiche. Non solo a Parma, la gestione delle lotte nell’ambito del lavoro o dei diritti è considerata questione di ordine pubblico, da dare in pasto a celerini e magistrati. Come è successo proprio in questi giorni a Bologna con gli studenti, o durante le lotte degli operai della logistica, non lontano da noi. Questa gestione governativa nazionale e locale, si estremizza nei periodi di crisi. Così, operai, studenti, sfrattati diventano mera carne da macello quando si mobilitano o rivendicano i propri diritti negati. La stampa diventa complice di questa gestione nel momento in cui presta il fianco alla criminalizzazione, “creando il vuoto” attorno a chi protesta o si mobilita, fornendo una “spettacolare” e virtuale visione delle rivendicazioni, come se non si trattasse della vita reale di uomini e donne in carne ed ossa.

In questo contesto, constatiamo il completo avallo del Movimento 5stelle a questo dispendio di forze, anche economiche, in una totale mancanza di autonomia politica rispetto al diritto a manifestare, delegando la gestione della città intera alla questura, accettando la blindatura di quartieri, strade, uscite della tangenziale, e senza chiedersi se effettivamente fosse il caso di mettere in scena questa enorme rappresentazione da giorno del Giudizio, una vera e propria esercitazione per possibili scenari d’intervento repressivo. In ultimo a loro, che credono che “il carcere debba essere non solo punitivo ma anche riabilitativo”, chiediamo se sia riabilitazione o tortura vivere in isolamento totale, 22 ore chiusi in cella, con il blocco della posta, delle visite, in stanze senza finestre e senza poter accedere ad alcuna attività, tantomeno corsi scolastici, e se questo, per loro che credono nella “cittadinanza civile”, non rappresenti invece il rischio di degrado del senso di umanità, del diritto e del rispetto della persona umana.

Collettivo Insurgent City
Rete Diritti in Casa
Gruppo anarchico A. Cieri – FAI
Spazio Popolare Autogestito Sovescio
Compagni e compagne contro il carcere

Sull’ergastolo leggi:
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Una morte in carcere che urla l’inutilità dell’ergastolo

21 maggio 2013 1 commento

La storia di Giuseppe Ciulla parla da sola:
ci racconta un uomo che ha passato quarant’anni in carcere per poi morirci solo.
Ci racconta di un uomo che passa più di vent’anni in carcere, per poi uscire e rientrarci per sempre.
Ci racconta l’inutilità di una pena così lunga e tanto più di una pena eterna,
ci racconta senza mezzi termini come “l’amministrazione” e la pena siano stati totalmente privi di meccanismi capaci di limare rancori e re-immettere un uomo nelle strade.
La morte di Ciulla urla un NO ALL’ERGASTOLO che dovrebbe lesionare i nostri timpani.

Vi lascio al racconto di un suo compagno di carcerazione, e vi rinvito alla bella iniziativa che stiamo costruendo a Milano, ormai prossima: Lunedì prossimo vi aspettiamo al Cinema Mexico per una serata che chiede l’abolizione del fine pena mai.

Di Paolo Persichetti, tratto dal blog Insorgenze:
L’avevo conosciuto al Mammagialla di Viterbo tra il 2003 e il 2004. Veniva dal Penale di Rebibbia da dove era stato allontanato perché considerato indesiderabile. Finire al Mammagialla voleva dire una cosa sola: trovarsi in punizione. La casa circondariale di Viterbo era (e da quanto ne so ancora non è cambiata) un “istituto eminentemente custodiale”, che tradotto vuol dire con un regime detentivo rigido: celle sempre chiuse, poche attività “trattamentali”, accesso a misure alternative e benefici pressoché nullo. Insomma un carcere punitivo dove si sta chiusi e basta.
Ma Giuseppe Ciulla, così si chiamava, per così poco non si scoraggiava affatto. Ne aveva viste di molto peggio nella sua lunga carriera penitenziaria. Il carcere era la sua vita. C’era entrato a 27 anni e fatta eccezione per un breve periodo, circa un anno e mezzo, non era più uscito. Alla fine quasi quarant’anni in tutto. Diciotto di fila la prima volta e poi il resto. Ho letto la notizia della sua morte sul notiziario di Ristretti orizzonti. Da alcuni anni avevo perso le sue tracce. L’ultima volta che gli avevo scritto era in un centro clinico penitenziario, credo a Pavia, ma la lettera mi tornò indietro. Gli avevo mandato copia di una sentenza della Cassazione che poteva essergli utile per la battaglia che conduceva da tempo, vedersi riconosciuta la sospensione della pena per gravi motivi di salute. Era ancora a Viterbo con me quando fu mandato d’urgenza in ospedale. Una grave forma di diabete gli aveva provocato una cardiopatia molto seria. Lo operarono e da allora non si è mai ripreso veramente. Mi scriveva di sentire continuamente forti dolori al petto.
A Viterbo era arrivato a causa delle uova, tre uova tirate al direttore di Rebibbia, mancandolo. Il diabete gli aveva attinto la vista. Ci vedeva poco e dunque mancò il bersaglio. Raccontava ridacchiando che gli ispettori della custodia non gli rimproverarono tanto il suo gesto quanto non aver centrato il bersaglio.
Da ragazzo aveva ottenuto il diploma di perito elettronico, raccontava che per questo aveva dato il suo piccolo contributo durante la rivolta nel carcere di Trani, lui che non c’entrava nulla con i politici ma che aveva incrociato perché all’epoca per ragioni disciplinari era riuscito a farsi differenziare finendo negli speciali. Dalle radio e le televisioni, di cui si era occupato come riparatore in una delle sue prigioni passate, era diventato un appassionato di computer, di hardware soprattutto. Smontava e rimontava, leggeva tonnellate di riviste specializzate. Il suo sogno era quello di assemblare un mega computer. E così un componente alla volta si era fatto inviare a Rebibbia penale, dove il regime detentivo molto liberale lo consentiva, una super macchina. Ma la paranoia che qualcuno potesse metterci le mani dentro lo spinse a congegnare una password invalicabile di 36 caratteri, tra lettere e numeri. Una follia. Ovviamente perse presto l’appunto con la pass, impossibile da ricordare per la sua lunghezza, e così il computer divenne inutilizzabile. Chiese di farlo uscire per inviarlo ad una società specializzata, il che dopo un’estenuante tira e molla burocratico gli venne concesso. Solo che, una volta uscito, il computer non rientrò più. La Direzione non concesse mai l’autorizzazione. Iniziò così una lunga prova di forza con Ciulla che faceva istanze, riempiva domandine senza successo. Nel frattempo la rabbia montava, la convinzione di subire un torto personale anche, una sorta di persecuzione mirata, fino al lancio senza successo delle uova. In poche ore dovette fare il sacco e salire su un blindato direzione Mammagialla, la prigione dei reprobi del Lazio.

Adotta il logo contro l’ergastolo: libera te stesso e i tuoi spazi dal FINE PENA MAI

Non so perché, non ricordo più, ma era stato chiamato al casellario (il magazzino), forse per dei libri che mi erano arrivati. Il regime Eiv (elevato indice di sorveglianza) a cui ero sottoposto prevedeva un controllo sistematico dei materiali di lettura che ricevevo. Il carcere doveva fotocopiare le copertine, raccoglierle in una cartellina ed inviarle ad un apposito ufficio del Dap che le verificava. Per farne cosa? Stilare il mio profilo ideologico-culturale, controllare l’evoluzione dei miei interessi, oppure farsi le seghe. Con tutti quei testi in francese chissà cosa avranno mai capito?
Una volta in magazzino vidi appesa sulla parete una gabbietta con dentro dei pappagallini. Chiesi di chi fossero.
– Di un ergastolano, mi disse la guardia.
– In questo istituto non possono entrare. Abbiamo avvertito la Lipu che ora verrà a prenderli.
Quei pappagalli erano di Ciulla. Lui era qualche cella prima della mia. Quando capii che i piccoli volatili erano i suoi ci andai a parlare. Iniziò un lungo racconto. Quegli animali erano il suo mondo affettivo. Separato da moglie e figli, non aveva altro. A Rebibbia vivevano liberi nella cella (scusate l’ossimoro), potevano anche uscire dalla finestra, tanto facevano piccoli voli, qualche giro e poi tornavano. Nella sua vita aveva ucciso due volte, la seconda aveva ammazzato la madre. «Quella lì», diceva quando ne parlava senza mai pronunciare il nome. Verso di lei covava ancora un odio profondo, terribile. Era un sentimento che mi turbava. Mi chiedevo quale trauma originario avesse scatenato quel conflitto insieme a tanta avversione. La famiglia l’aveva ripudiato.
Eppure Ciulla sapeva essere affettuoso, leale, quasi un bambino. Un detenuto d’altri tempi, con le sue regole un po’ all’antica anche se all’improvviso il suo umore poteva scurirsi.  Riusciva ad accumulare un risentimento senza fine, un odio profondo che poteva scatenarsi in crisi d’ira senza controllo contro il carcere e tutto ciò che lo rappresentava. Era in eterno conflitto con “l’amministrazione” senza saper elaborare un minimo di strategia efficace. Quella guerra lo teneva in vita. Un probabile disturbo della personalità lo rendeva a quel punto paranoico. Non saprei dire quanto tutto ciò esistesse già prima dell’entrata in carcere o fosse una naturale conseguenza di quel lunghissimo imprigionamento e dei mille soprusi subiti. Chiamato davanti al comandante o al direttore era capace di fare mostra di sferzanti monologhi infarciti di dotte citazioni che studiava nella sua testa per giorni, ripetendoli a memoria.
Con lucida onestà un’educatrice, che aveva preso parte ad un consiglio di disciplina nei suoi confronti, mi raccontò una volta d’aver detto agli altri membri del collegio esterrefatti dal suo show:
– Tutto questo odio l’abbiamo prodotto noi. Questa persona è il risultato dell’istituzione. Un fallimento.
Ciulla era un maestro di ricette carcerarie. Siciliano, si inventava manicaretti carichi di calorie, che certo non facevano bene al suo diabete. Era un mago nel ricucinare la casanza. Per oltre un anno ho mangiato con lui, guardato con stupore dagli altri. Giuseppe si fidava molto di me, ed io riuscivo a calmarlo. Nelle ore di socialità aveva sempre un aneddoto su qualche carcere dove era stato, un racconto su un lontano episodio. Sembrava che non fosse mai stato fuori. Il suo era un mondo dentro.
Anche se la sua vista era menomata, era abilissimo con le mani. Aveva imparato a lavorare la creta. Ma al Mammagialla non era possibile, non era ammesso e quindi faceva oggetti con la pasta di pane che poi dipingeva. Me ne ha regalati diversi. Anche una falce e martello, sì perché il suo cuore era socialista.
Ora Giuseppe se n’è andato. Morto di ergastolo. Penso alla sua solitudine. Avrà forse pensato che anch’io l’ho abbandonato. Un’altro di quelli che non tengono la parola.
Ciao Giuseppe, ci siamo accompagnati per un po’ tra quelle mura.
Speravo riuscissi a resistere per vedere prima o poi alleggerire la tua pena.

I passi dei detenuti: il cerchio e la linea retta

14 aprile 2013 1 commento

Vincent Van Gogh _ la ronda dei carcerati_

Rinchiusi in prigione si lasciano morire: così viene detto dei Masai, dei Fulani, degli Aborigeni australiani ed anche di certe altre popolazioni amerinde ed esquimesi.
Vivendo pienamente nel presente, i membri di queste etnie, non appena reclusi, immaginerebbero che tutti i giorni a venire saranno nient’altro che una ripetizione del giorno che li sta facendo soffrire. E quest’idea insopportabile li stroncherebbe spingendoli alla morte.
Proviamo a punteggiare in altro modo. Perché non dire, ad esempio, che per una creatura felicemente integrata col suo ecosistema, la recisione dei legami relazionali con l’ambiente è condizione più che sufficiente per morire?
In tal caso non sarebbero i Masai, i Fulani, gli Aborigeni, gli amerindi o gli esquimesi a non sapersi adattare alla prigione poiché incapaci di ristrutturare le loro rappresentazioni del tempo. Sarebbe invece proprio la prigione che non si adatta a loro, alla loro vita e alla loro cultura.
Ed allora l’accento potrebbe essere spostato dalla “incapacità a vivere recluse”, attribuita a queste popolazioni, alla scelta di chi le reclude come scelta omicida.

Era stato appena arrestato. Di fronte alla porta blindata della sua cella, quella di un passeggio.
Dal buco dello spioncino riusciva a scorgere i reclusi che lo popolavano: tutti in isolamento, come lui.
Non sapeva spiegarsi perché alcuni camminassero in modo da descrivere un cerchio, mentre altri sempre e solo tracciando una linea:
avanti e indietro, come movimento macchinico, gli occhi puntati a terra e la testa china.
Anni dopo comprese: quelli che descrivevano un cerchio erano “dentro” per la prima volta.
Ecco: smettere di “circolare” è il primo modo in cui la reclusione entra nella carne.
Ma essere “tolto dalla circolazione” sarà mai l’inizio della retta via?

— Entrambi i testi son tratti da “IL BOSCO DI BISTORCO”, di Curcio, Petrelli e Valentino

PERCHE’ L’ERGASTOLO NON E’ UNA PENA ACCETTABILE,
PERCHE’ NON ESISTA PIU’ IL FINE PENA MAI, L’ISOLAMENTO, E IL CONCETTO STESSO DI RECLUSIONE.

Testi sull’ergastolo:
Adotta il logo contro l’ergastolo!!
L’ergastolo e le farfalle
Un fiore ai 47 corpi
Aboliamo l’ergastolo
Gli stati modificati della/nella reclusione
Il cantore della prigionia
Piccoli passi nel carcere di Santo Stefano, contro l’ergastolo
La lettera scarlatta e la libertà condizionale
Perpetuitè

Iniziativa a Milano il 27 Maggio: Qui le info

http://liberidall’ergastolo.wordpress.com : vai sul sito e adotta il logo!

Abbattiamo le carceri, a partire da quelle per minori! 14 aprile TUTT@ A CASAL DEL MARMO

18 marzo 2013 3 commenti

Un’iniziativa importantissima, bella, che mi rende felice.
Perché anche chi si occupa di carcere, chi si adopera per organizzare iniziative fuori le maledette mura che privano della libertà donne e uomini, spesso ci si dimentica delle carceri minorili,
come degli altri centri di privazione di libertà che possono essere i CIE, gli ospedali psichiatrici giudiziari e certi tipi di “case di cura”.
Istituzioni totali, già: quelle che ci abituano a pensare “sempre esistite”, quando non è così,
quelle che nell’immaginario che ci costruiscono davanti e dentro dalla nascita sembrano immutabili ed eterne,  ma che in realtà hanno una storia breve, che possiamo collegare alla proprietà privata dei mezzi di produzione, e alla successiva necessità di mostrificare, denigrare e quindi internare alcune figure sociali davanti ad un cambiamento della struttura economica della società.

Ora viviamo nella società della “sicurezza”, del panpenalismo che tutto fagocita, soprattutto la capacità di molti di comprendere i meccanismi dell’abolizionismo, quelli capaci di minare il dispositivo dell’internamento, del controllo, quindi del concetto di “sicurezza” e “rieducazione”.
Penso sempre all’isolotto di Santo Stefano, primo vero carcere d’Italia costruito dai Borboni nel lontano 1796 e in funzione fino al vicinissimo 1965. Ci penso perchè scesi alla Marinella, da barchini traballanti, appena iniziata la salita verso l’ergastulum, i detenuti si trovavano davanti questa scritta scolpita su roccia:
“Fintanto che la santa giustizia tiene tanti mostri di scelleratezza in catene sta salda la tua proprietà, rimane protetta la tua casa”
… erano avanti, il mito della sicurezza, effimero carceriere del presente, si faceva largo, tra i rumori di catene e cancelli e il canto dei gabbiani che osservavano liberi.

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