Archivio

Posts Tagged ‘cimitero degli ergastolani’

Un’intervista che ci racconta il carcere di Santo Stefano degli anni ’50

19 giugno 2014 Lascia un commento

Il panoptico di Santo Stefano dall’alto in una foto abbastanza recente

Quella che leggerete è l’intervista ad un maestro, Stefano di Filippo, che per un paio di mesi della sua vita si trovò sullo scoglio di Santo Stefano, ad insegnare ai detenuti dell’ergastolo che dal periodo borbonico, rimase aperto e stracolmo fino all’aprile del 1965.
L’intervista è di Melania Del Santo, compagna di Liberi dall’ergastolo, che lo scorso anno è venuta con me in Sicilia ad intervistare chi quel carcere l’aveva fatto ai ferri, il mitico bandito dell’Isola di Milano, Ezio Barbieri
da qualunque parte lo si racconti quel carcere si sente lo stesso odore di zuppa di piselli o fave, da qualunque parte lo si guardi, non si può non sentire la violenza della segregazione in un luogo mangiato dai mari e dai venti.
Un luogo che noi abbiamo scelto come simbolo per parlare dell’indecenza della segregazione e dell’aberrazione del Fine Pena Mai.
Anche quest’anno, il 14 giugno, siamo salpati: 60 persone da ogni dove, per raggiungere quel carcere e quel cimitero degli ergastolani.
Ancora una volta un’esperienza grande, ricca e infinitamente eterogenea: ancora una volta abbiamo portato i nostri fiori, le nostre voci, i nostri sorrisi sulla tomba di Gaetano Bresci e dei suoi 46 compagni di riposo.

CONTRO OGNI CARCERE.

M.: Professo’, raccontatemi un poco di questa esperienza. Quanto tempo siete stato a Santo Stefano?

Pr.: Ci stetti solo 3 mesi a S. Stefano, da ottobre a dicembre, fino alle vacanze di Natale.Gli ultimi giorni in carcere mi ammalai di tifo. Mi venne la

L'interno del panoptico, prima della costruzione del cordolo di cemento al terzo piano. (Che proteggeva i detenuti del terzo anello dal sole, ma che sta ora distruggendo col suo peso le arcate sottostanti)

L’interno del panoptico, prima della costruzione del cordolo di cemento al terzo piano. (Che proteggeva i detenuti del terzo anello dal sole, ma che sta ora distruggendo col suo peso le arcate sottostanti)

febbre alta, a 41 C.Mi ricordo quando avevo la febbre che sono stato chiuso un po’ di giorni nella cella… una notte mi sono alzato che mi mancava l’aria perché la cella era piccola e si era consumato l’ossigeno.Aspettavo ogni giorno il “vapore” (la barca) che non veniva da qualche giorno perché c’era il mare agitato. Ad un certo punto venne un carcerato: <<Professo’, professo’, la barca. La barca è arrivata!>>. E così finalmente me ne andai a Ventotene dove c’era mia moglie che abitava là perché insegnava nella scuola elementare di Ventotene. Il comune aveva messo a disposizione una barca che faceva servizio per chi lavorava al carcere. C’era un barcaiolo che lavorava per il comune che la guidava. Dopo qualche anno morì perché prese il tetano a causa di un chiodo arrugginito con il quale si ferì proprio mentre puliva la barca.A Ventotene a quel tempo non si stava bene. Era come andare ai lavori forzati per i maestri, come per mia moglie. Era una sede troppo disagiata.Quando il mare era mosso era pericoloso attraccare a Santo Stefano. Dalla barca bisognava fare un salto, tant’è vero che qualcuno era pure caduto in acqua… qualche guardia (ride).A volte anche per 4 o 5 giorni non arrivava la barca. Come quella volta che ebbi la febbre io. Tant’è vero che non attraccammo neanche al porto di Ventotene quando mi portarono via, ma dietro.

M.: Quanti maestri eravate?

Pr.: Nel carcere eravamo due insegnanti, io e un collega di Gaeta perché c’erano 2 sezioni. Si faceva scuola dal lunedì al venerdì, dalle 7.30 alle 11. La barca che faceva servizio da Ventotene a Santo Stefano arrivava tutti i giorni alle 7.30 per portare le guardie carcerarie. Ma poi alle 9 andava via e quindi dopo le 11 non c’era più il servizio del “vapore” che ci poteva riportare indietro. Allora io e il collega di Gaeta stavamo là tutta la settimana, come i carcerati, ma solo dal lunedì al venerdì.

M.: Professore, dove dormivate?

Pr.: Nella cella. Nel carcere c’erano gli appartamenti per il direttore e per gli impiegati della direzione. Alcune guardie carcerarie, quelle che avevano famiglia, vivevano là, sempre negli appartamenti. Invece i giovani scapoli che lavoravano nel carcere dormivano nelle celle vuote, adibite ad alloggi per i lavoratori più giovani. Come noi.

M.: Quanti erano i carcerati a quel tempo?

Pr.: Un centinaio, o forse meno.

M.: Che tipo di lezioni facevate?

Pr.: Facevamo lezioni di italiano, matematica, storia e geografia. Nella mia classe c’erano 3 o 4 di quelli della banda Giuliano. Il vice di Giuliano, si chiamava Terranova, e poi ‘On Pisciotta (ndr. Don Pisciotta. Da un po’ di ricerche fatte poteva essere Salvatore, padre di Gaspare il quale nel ’57 era già morto). Poi c’erano diversi altri detenuti che avevano fatto varie cose, dall’omicidio alla… strage di persone! Questi della banda Giuliani erano ben istruiti, preparati, “scafati”. Con loro si potevano fare discussioni più alte rispetto agli altri detenuti. Anche quelli che sapevano leggere e scrivere, venivano lo stesso a scuola, per perdere un po’ di tempo. Parlavamo anche di argomenti di attualità, ragionavamo di cose come lo sbarco sulla Luna che in quel periodo era un dibattito molto acceso (ndr: Sputnik 1, sovietico, 4 ottobre 1957; Sputnik 2, 3 Novembre 1957). Ti ricordi il cane Laika? Soprattutto i siciliani erano assai interessati. Avevamo materiale didattico. Si facevano compiti scritti, ma anche dibattiti su argomenti che leggevamo sul giornale. Era bello.

M.: C’erano le guardie in classe?

Pr.: Quando insegnavo c’era sempre una guardia di piantone per difendermi, ma non ce n’è stato mai bisogno. Era un ambiente tranquillo.

M.: E di pomeriggio che facevate?

Come appariva l'ingresso del cimitero degli ergastolani prima che il carcere fosse dismesso e poi abbandonato

Come appariva l’ingresso del cimitero degli ergastolani prima che il carcere fosse dismesso e poi abbandonato

Pr.: Anche di pomeriggio continuavamo le discussioni iniziate in classe, oppure andavamo a parlare in direzione o col ragioniere. Parlavamo sempre nella piazzetta quando c’era il sole, chi diceva una cosa, chi un’altra, era un ambiente non pericoloso. Ognuno aveva i propri compiti e là dentro erano liberi. Mo’ ti racconto un aneddoto. Quando stavamo liberi (fuori dall’orario scolastico) passeggiavamo per il cortile circolare con qualcuno di questi della banda Giuliani. Quando incontravamo una guardia, il detenuto la chiamava con un soprannome che era uno storpiamento del cognome. Io chiedevo, ma se tu sai il cognome, perché la chiami così? E loro dicevano: noi abbiamo la matricola, veniamo chiamati con un numero, allora per dispetto cambiamo il nome pure noi alle guardie. Però erano “contranomi” senza cattiveria.

M.: Che facevano i carcerati durante la giornata?

Prof.: Alcuni lavoravano in un laboratorio, un bel laboratorio di tessitura. Cotone, seta… stava al piano terra. L’attività principale era proprio nel laboratorio tessile, ma questi prodotti erano gestiti dalla direzione. Altri facevano i muratori e altri erano addetti alla manutenzione del carcere. Alcuni detenuti poi lavoravano alla casa colonica che stava fuori. In questa casa abitava una famiglia di affittuari o mezzadri. Coltivavano le lenticchie che erano prodotti locali, nella fattoria che stava fuori. I prodotti però là (nel carcere) non arrivavano. Quelli che lavoravano la terra fuori percepivano la mercede.

M.: Come era tenuto il carcere a quel tempo?

Prof.: Il carcere era tenuto bene, i detenuti lavoravano per tenerlo pulito e facevano tanti lavoretti di manutenzione.

M.: Come era organizzato logisticamente?

Prof.: A piano terra, vicino al cortile, c’era la direzione e un vano che era un centro di commercio dove venivano gli ambulanti che portavano scarpe, pantaloni ecc. per i detenuti. Alcuni detenuti lavoravano l’uncinetto, facevano cose tipo sciarpe, centrini mantelline che vendevano in questo centro agli ambulanti per fare un po’ di soldi da mandare alle famiglie.

M.: I detenuti percepivano una paga?

Prof.: Sì, i detenuti percepivano la mercede, uno stipendio dato dallo stato per i lavori che facevano. Una parte di questi soldi li mandavano alle famiglie, una parte invece serviva a loro.

M.: Professore, si ricorda di qualche detenuto?

Prof.: Prima di prendere servizio a Santo Stefano io non avevo mai visto un detenuto. Quando arrivai il primo giorno fui accolto da un signore vestito a righe. Questo era un ergastolano che faceva il segretario, l’uomo di fiducia del direttore. Era lui che riceveva quando il direttore non c’era.

M.: Si ricorda chi era questo signore?

Prof.: Era un alunno d’ordine delle ferrovie. Una notte mentre era di servizio con il capostazione cercò di scassinare la cassaforte per prendere i soldi. Mentre stava facendo questa operazione arrivò il capostazione e allora lui… lo ammazzò (sussurrato). Era un bel giovanotto. Poi c’era un altro, il nipote del ministro Spadaro. Prima era stato un ufficiale dell’aeronautica ed aveva un’amante, una signora ricca, più anziana. Una notte la ammazzò per prendersi tutti i gioielli. Questo ragazzo faceva l’operatore della televisione perché ne capiva. Infatti nella mensa c’era la televisione.

Un fiore contro il Fine Pena Mai, Santo Stefano 2014

M.: C’erano detenuti politici?

Prof.: Quando stavo io non c’erano detenuti politici, ma prima, soprattutto durante il fascismo erano tutti antifascisti. Mi hanno raccontato che c’era stato Settembrini. Lo sai che all’inizio del Novecento c’erano i briganti che vivevano a Ventotene nelle grotte?

M.: Avevate dei rapporti migliori con alcuni detenuti piuttosto che con altri?

Prof.: Non c’erano detenuti preferiti per noi, ma sicuramente c’erano detenuti più colti, alcuni erano ingegneri. Quelli più importanti erano quelli della banda Giuliano. Gli altri detenuti li chiamavano “i nobili”. Quindi le differenze tra i detenuti erano evidenziate da loro stessi. Riconoscevano quelli della banda Giuliano, diciamo, come intellettuali va.

M.: Dove mangiavate?

Prof.: C’era il refettorio e la cucina dove cucinavano stesso i detenuti. Però il cibo buono non c’era.

M.: Che mangiavate?

Prof.: Per esempio pasta e polvere di piselli. Pasta e polvere di fave. Roba secca. Mangiavamo tutti insieme: guardie, detenuti e maestri, sia a mezzogiorno che la sera. Qualche guardia qualche volta si portava cibo da Ventotene e se lo faceva preparare. Allo spaccio però cibo buono non ne arrivava.

M.: Quindi i detenuti non erano rinchiusi .

Pr.: No no, i detenuti, erano “liberi”, non stavano chiusi nelle celle. Invece le famiglie delle guardie stavano sempre chiuse dentro casa perché, soprattutto i detenuti muratori che spesso stavano in giro, era facile che andassero a bussare alle porte delle mogli delle guardie per… (ride). Mi ricordo un muratore che stava sempre arrabbiato, stizzoso.

M.: I parenti dei detenuti venivano?

Pr.: I parenti dei detenuti non venivano mai, erano come dimenticati. Le guardie ci dicevano che non dovevamo fidarci dei detenuti perché se ne potevano approfittare per far uscire delle lettere fuori dal carcere. C’era la censura, la posta non poteva uscire. Alcuni ci tenevano a farsi ben volere da noi per poter far uscire fuori le lettere indirizzate ai parenti. Il capo reparto del laboratorio tessile stava sempre vicino a me, mentre le guardie (o il direttore) mi dicevano di stare attento. Usavano la tattica di avvicinarsi e raccontare la loro storia, dicendo <<sì abbiamo sbagliato>>, ammettendo il loro errore, però sempre giustificando la causa e dando una spiegazione a quello che avevano fatto. Avevano un’arte nel farsi ben volere.

M.: Ma voi sapevate i loro reati?

Pr.: In direzione c’erano le schede con i reati dei detenuti, ma erano riservate. A volte qualcuno ci diceva qualcosa, ma noi non le potevamo leggere. I detenuti non ci parlavano mai di quello che avevano fatto gli altri. Il detenuto che ne parlava, al massimo parlava del suo reato, ma soprattutto per giustificarsi. Per dire “je nun so’ malament’. Nun so’ cattivo”. Voleva dimostrare che era una brava persona, e quello che avevano fatto aveva una spiegazione, che c’era una ragione alla causa, diciamo così. Invece quelli di Giuliani non ne parlavano mai di quello che avevano fatto, del perché stavano là dentro. Erano quelli “più spiccioli” che ne parlavano.

M.: Si ricorda del cimitero?

Pr.: Quando facevamo le passeggiate, in un certo punto, prima del cimitero, c’era un’immagine che chiamavano l’incompiuta, vicino al muro. L’avevano fatta un paio di detenuti che chiesero al direttore il permesso di dipingere questa immagine. Lo scopo però era quello di scappare. Un giorno che andarono a dipingere si tuffarono e scapparono a nuoto fino a Ventotene. Presero una barca per scappare a Ischia, però poi furono presi. E quindi l’immagine rimase incompiuta. Il cimitero era chiuso, non si poteva entrare. C’erano due colonne con la scritta: “Qui finisce la giustizia umana, qui comincia la giustizia divina”.Ci sono andato una sola volta. Poi non ci sono mai più tornato.

M.: E al carcere ci è mai più tornato?

Prof.: Dopo le vacanze natalizie tornai là per dare le consegne e andai a salutare i ragazzi dicendo che mi dispiaceva, ma che me ne dovevo andare. Proprio quelli della banda di Giuliani mi dissero: “Professore, ci dispiace che ve ne andate perché siete una brava persona, però siamo contenti che ve ne andate da questo luogo schifoso che non è per voi”. Alla fine posso dire che si stava bene comunque là, anche il mio collega di Gaeta lo diceva, e lui stava da due anni. Se non mi fosse venuta la febbre sarei rimasto. E poi era conveniente stare nella scuola carceraria, venivamo pagati dallo Stato, dal Ministero di grazia e giustizia e dal provveditorato. Nei confronti del maestro c’era un gran rispetto. E l’ambiente era gioioso perché si discuteva molto. Nella vita mi è piaciuta questa esperienza che ho fatto. E’ stata breve a causa di quella febbre, però bella.

Adotta il logo contro l’ergastolo!!
L’ergastolo e le farfalle
Un fiore ai 47 corpi
Aboliamo l’ergastolo
Gli stati modificati della/nella reclusione
Il cantore della prigionia
Piccoli passi nel carcere di Santo Stefano, contro l’ergastolo
La lettera scarlatta e la libertà condizionale
Perpetuitè
Il cerchio e la linea retta
Con gli occhi di Luigi Settembrini

Ancora, con il nostro pellegrinaggio libertario verso Santo Stefano

13 giugno 2014 Lascia un commento

Anche quest’anno parteciperò al nostro annuale pellegrinaggio libertario,
anche quest’anno, tra una manciata di ore, attraverserò quel tratto di mare che ci ha rubato il cuore e che ha fatto nascere l’affiatato gruppo di “Liberi dall’ergastolo”, ormai una grande famiglia a cui è sconosciuto il concetto di privazioni.

Foto di Valentina Perniciaro _ i gironi di Santo Stefano_

Dovrei usare altre forme verbali però, visto la vita che strada ha preso dopo che ho lasciato quello scoglio, ormai un anno fa.

E’ cambiato tutto,
tutto è cambiato dentro me e attorno a me,
ora con l’ergastolo ho una dimestichezza nuova, ora l’ergastolo mi è entrato nella vita,
un ergastolo che ha conosciuto altre sbarre ed altre istituzioni, ma senza liberarsi della sua violenza.
Ho conosciuto l’ergastolo della malattia, della disabilità, ho conosciuto quell’ergastolo che segue quando sbeffeggi la morte e rimani in vita malgrado tutto:
ho conosciuto un dolore nuovo e lacerante, che toglie il respiro come le scudisciate che risuonavano nel cortile di Santo Stefano quando il detenuto da punire veniva messo al centro,
così che tutti potessero vedere e sentire con i propri organi la lacerazione della pelle, le urla del dolore, la rabbia della dominazione.
Al centro di quel panoptico, sotto le cinghie dei carcerieri ci son stata, ci sono ancora,
ci sto costruendo la vita di mio figlio, sto cercando di insegnargli (in realtà è lui che lo insegna a me) come conquistare e costruire una libertà in ogni piccolo movimento muscolare… quest’anno a Santo Stefano vestirò la casacca del carcerato,
ma proverò a farlo con un sorriso, con lo stesso sorriso che quel posto mi ha sempre donato.

ADOTTA IL LOGO CONTRO L’ERGASTOLO

Vengo a trovarti nuovamente Gaetano Bresci, e mai come questa volta voglio che mi insegni ad “uccidere un principio” più che un re!
Mi devi insegnare come hai fatto, mi devi dar la tua forza e la mano ferma per affrontar questo futuro privo di arti per correre leggeri,
da te quest’anno vengo per imparare, non solo per portarti il profumo dei fiori freschi.
Quest’anno per me sarà come la prima volta: poggerò il cuore in quelle 99 celle, sulla ruggine e il cemento che cade pezzo pezzo,
lo poggerò su quelle tombe, sulla terra che smuoverò per piantare nuove vite in un luogo che volevano di morte e redenzione.

SI SALPA SABATO 14 GIUGNO,
alle ore 12 dal porticciolo di Ventotene. Alcuni gommoni ci porteranno verso la Marunnell, selvaggio approdo di un’isola che volevano solo intrisa di dolore, ma che noi vogliamo terra di libertà, libertà contagiosa.
Contro l’ergastolo, come ogni anno,
porta un fiore al cimitero degli ergastolani.

Vi lascio i molti link prodotti in questi anni di “pellegrinaggio” in quel magico luogo:

Adotta il logo contro l’ergastolo!!
L’ergastolo e le farfalle
Un fiore ai 47 corpi
Aboliamo l’ergastolo
Gli stati modificati della/nella reclusione
Il cantore della prigionia
Piccoli passi nel carcere di Santo Stefano, contro l’ergastolo
La lettera scarlatta e la libertà condizionale
Perpetuitè
Il cerchio e la linea retta
Con gli occhi di Luigi Settembrini

Di ritorno da un viaggio che non vuol finire… contro l’ergastolo e la società penale, per la libertà!

1 luglio 2013 1 commento

Era molto tempo che questo blog non rimaneva fermo per così tanto.
Forse in tutti questi anni non era mai successo, ma fa bene: soprattutto quando la pausa è “causata” da un viaggio non lungo temporalmente ma infinitamente ricco di incontri, ancora tutti da metabolizzare e interiorizzare.

Foto di Valentina Perniciaro _Ergastulum di Santo Stefano_

Foto di Valentina Perniciaro
_Ergastulum di Santo Stefano_

Anche quest’anno il carcere di Santo Stefano: e come ogni volta il viaggio è stato diverso,
diversa l’accoglienza degli isolani, diverso il rapporto con il panoptico e il cimitero dove invece di stare le solite due ore siam stati una giornata intera visitando luoghi rimasti al buio per più di un decennio anche allo stesso custode.
Ogni volta quei due scogli in mezzo al mare, uno di catene e l’altro di confino, c’hanno donato delle emozioni forti, tessendo rapporti e progetti che sembrano aver già radici profondissime.
Difficile trovar le parole per descrivere il nostro viaggio, continuamente in costruzione, sempre e dico sempre vissuto con gli occhi emozionati e il sangue nelle vene che pulsa con prepotenza: devo ancora aspettare un po’ per riuscirvi a raccontare …

il viaggio, il lungo viaggio intrapreso due anni fa tra i chiavistelli di quell’ergastulum è stato molto più lungo…
l’obiettivo era scavare ancora nella storia di quel carcere, anche nello sguardo di chi c’ha vissuto.
E così fino a Barcellona Pozzo di Gotto, luogo di lager e terrazza struggente sull’arcipelago delle Eolie: ci aspettava ( e sembrava più emozionato di noi) un vecchio banditone meraviglioso, dalla storia fitta e incredibile,
che da “l’Isola” di Milano, dalle razzie ai gerarchi, dalla goliardìa contro gli sbirri e i fascisti, e le grandi rapine (con successiva

fantastico, Ezio Barbieri

redistribuzione di parte del bottino tra i poveri del quartiere), è finito ad essere l’uomo più temuto nelle carceri italiane dell’immediato dopo guerra.
Quello della “pasqua rossa” di San Vittore e poi delle celle d’isolamento di Santo Stefano, dei mesi di letto di contenzione di Porto Longone…e  poi della Sicilia, dove le sue altre mille vite hanno preso inizio.

Un incontro stupefacente, quasi bambino: i 91 anni di Ezio Barbieri, malgrado le lastre che svelano decine e decine di pallini, malgrado le tante torture subite e l’internamento coatto sono 91 anni allegri e giocosi, ricchi di memoria, lucidi.
La sua accoglienza non la dimenticherò mai… quei bigliettini messi a costruirci un percorso perfetto dal vicolo di campagna fino alla porta del suo salone con scritto “Benvenuta Valentina e compagni” hanno aperto le porte ad un incontro fortissimo,
e ci hanno fatto capire ancora di più come Santo Stefano possa essere un ponte per ricostruire una memoria perduta,
e per essere simbolicamente il luogo perfetto per una battaglia contro l’ergastolo e l’istituzione carcere.

E quindi grazie,
grazie a Salvatore che oltre alle chiavi di quel carcere, di quelle storie e di quei mari ci sta donando molto altro,
grazie a Ezio, che a 91 anni potrebbe aprire una scuola dell’esser bambino alla faccia di tutti i suoi carcerieri,
grazie a Liberidallergastolo, che è esperienza sempre più emozionante e costruttiva,
grazie a Melania, al suo modo di muoversi leggera nelle celle come tra le sue stelle,
aho, grazie pure allo zappatore!

A presto per i racconti di tutto ciò …

Per vedere la versione integrale del lavoro dello scorso anno fatto dai compagni del Folletto : QUI

Link sull’ergastolo e su Santo Stefano:
Adotta il logo contro l’ergastolo!!
L’ergastolo e le farfalle
Un fiore ai 47 corpi
Aboliamo l’ergastolo
Gli stati modificati della/nella reclusione
Il cantore della prigionia
Piccoli passi nel carcere di Santo Stefano, contro l’ergastolo
La lettera scarlatta e la libertà condizionale
Perpetuitè
Il 41 bis: se questo è un uomo

Prima di salpare per il cimitero degli ergastolani, una serata contro il fine pena mai!

19 giugno 2013 3 commenti

Venerdì approderemmo alla nostra Mecca, per raggiungere il giorno dopo il carcere borbonico sullo scoglio di Santo Stefano e il suo cimitero di ergastolani. Ancora un fiore, ancora un grande gruppo di persone che andranno simbolicamente a riportare dignità, colore e profumi in quel piccolo cimitero del Fine Pena Mai.

Prima di partire, domani, per chi vuole farsi due chiacchiere su ergastolo, 41bis, premialità e carcere e vedere i video realizzati nei precedenti viaggi, saremo tutti in  Casetta Rossa, a Garbatella a partire dalle 18

Adotta il logo contro l’ergastolo.

Giovedì 20 giugno alle 18.00:
ABOLIAMO L’ERGASTOLO – Riflessioni, proiezioni e azioni per liberare la società dalla schiavitù dell’ergastolo-
Liberi dall’ergastolo è una presa di posizione da fare in tutta coscienza, come un sospiro di sollievo, che accomuna chi non vuol vivere in una società che immagina se stessa attraverso istituzioni di paura.
L’ergastolo viene comminato nei tribunali in nome del “popolo” ma ciò non esclude che porzioni di popolo possano dire: “non in mio nome”.”

Riflessioni su ergastolo, 41 bis e carcere con:
Nicola Valentino (sensibili alle foglie) , avvocato Caterina Calia, Valentina Perniciaro (baruda.net) e Paolo Persichetti (insorgenze.wordpress.com)

Proiezioni:
– ERGASTOLO s.m. [sec.XV] Pena detentiva a vita di Giacomo Pellegrini, Mattia Pellegrini e Letizia Romeo
– PASSAGGI DI UN VIAGGIO A SANTO STEFANO a cura del Follettto 25603/La Terra Trema

liberidallergastolo.wordpress.com

www.casettarossa.org
06/89360511

Sull’ergastolo leggi:
Adotta il logo contro l’ergastolo!!
L’ergastolo e le farfalle
Un fiore ai 47 corpi
Aboliamo l’ergastolo
Gli stati modificati della/nella reclusione
Il cantore della prigionia
Piccoli passi nel carcere di Santo Stefano, contro l’ergastolo
La lettera scarlatta e la libertà condizionale
Perpetuitè
Il 41 bis: se questo è un uomo

Verso l’ergastolo di Santo Stefano per l’ennesimo fiore ed urlo contro il “fine pena MAI”: yalla, se vi va

2 giugno 2013 2 commenti

Luigi Veronelli, enologo anarchico, voleva trasformare Santo Stefano e il suo cimitero nella sua Mecca,
un luogo simbolico dove far pellegrinaggio ogni anno, per compiere un passo in più verso la consapevolezza dell’ergastolo e quindi la sua abolizione. Bitch+I+m+Fabulous_a4ae8b_3413462
Noi ci stiamo provando, e quest’anno andremo a Ventotene e poi allo scoglio prigionieri di Santo Stefano per spolverare quella prigione, per curare un po’ le tombe rimaste in quel cimitero del Fine Pena Mai,
dove siamo riusciti a riposizionare qualche nome, sulle tombe semi distrutte, presenti in quel piccolo cimitero sull’isola.
Tombe scavate, costruite, curate per anni dagli stessi detenuti, consapevoli che proprio quella stessa terra li avrebbe ricoperti da morti, loro che morti già lo erano su carta.

E allora partiamo, saltiamo su un gommone, con i nostri fiori e la voglia di abbattere la tortura della prigionia eterna,
a salutare Bresci e i suoi compagni di prigionia e morte, a smuovere ancora quella terra che tiene segreta una sofferenza che riusciamo a malapena ad immaginare.
In nome dei 1500 ergastolani del nostro paese, 1000 dei quali destinati a crepare in cella perchè accanto ad ergastolo hanno ricevuto in dono anche la parola “ostativo”: perché anche loro abbiano il diritto ai numeri,
al conto alla rovescia verso il loro fine pena.

693d5-the_santo_stefano_bQui sotto l’appello per il viaggio di quest’anno con un po’ di istruzioni,
poi una carrellata di link sull’ergastolo e sulla nostra bella avventura di Liberidallergastolo,
che prosegue (dopo la splendida iniziativa al cinema Mexico di Milano) e vi aspetta.

Potete scrivere anche qui o al mio indirizzo mail baruda@hotmail.it per comunicarci la vostra presenza ( gli altri contatti son presenti a fine comunicato)

PORTA UN FIORE PER L’ABOLIZIONE DELL’ERGASTOLO
22 GIUGNO 2013
Viaggio al cimitero degli ergastolani nell’isola di S. Stefano (Ventotene)

Il 22 giugno 2013, in occasione della  giornata mondiale dell’ONU contro la tortura, ritorneremo al cimitero degli ergastolani dell’isola di Santo Stefano (Ventotene), attiguo al vecchio carcere borbonico. Un luogo simbolico da vedere e far vedere  perché racconta in modo emblematico, con le sue 47 tombe, non solo la spietatezza dell’esclusione degli ergastolani dal consorzio umano anche dopo morti, ma soprattutto ciò che oggi è l’ergastolo.
La mattina del 22 attraverseremo il mare che separa Ventotene dall’isola di Santo Stefano per visitare il carcere guidati da Salvatore dell’associazione Terra Maris che ce ne illustrerà la storia.

Adotta il logo contro l’ergastolo sul tuo sito/ bacheca / blog / negozio / cruscotto / bar preferito / vicolo / banco di scuola etc etc

Cammineremo poi verso il cimitero per ricordare, portando dei fiori, l’appartenenza alla comunità umana  delle persone che lì sono sepolte, e di tutti coloro che si spengono socialmente e muoiono fisicamente all’ergastolo.
Per il pomeriggio sera stiamo cercando di organizzare altri due momenti da poter condividere:
Una visita alle Cisterne romane di Ventotene dette “dei carcerati”, dove vissero reclusi per volere di  Ferdinando IV di Borbone, cento forzati, che lavoravano sull’isola e che intervennero con pitture murali, disegni e graffiti sulle pareti di queste particolarissime celle.
Un incontro aperto alla cittadinanza (nella piazzetta antistante le Cisterne)  per proiettare i filmati che documentano il viaggio del 2012. Illustrare il progetto “liberi dall’ergastolo”. E raccogliere riflessioni, idee sull’esperienza in corso e l’immaginario che essa ci apre.

Istruzioni per organizzare in autonomia il viaggio:
Per arrivare a Ventotene si parte da Formia o con traghetto o con aliscafo.
Alcuni di noi saranno a Ventotene già venerdì 21 giungo.
Chi decide di arrivare direttamente sabato mattina può prendere il traghetto da Formia delle ore 9,15. L’appuntamento per tutti è all’arrivo di questo traghetto al porticciolo di Ventotene alle ore 11,15. Per prenotare il pernottamento bisogna rivolgersi alle varie agenzie di Ventotene, lo scorso anno abbiamo utilizzato l’agenzia Bentilem 0771 85365. Per comunicare la propria adesione e per informazioni scrivere a:
assliberarsi@tiscali.it;
nicovalentino@tiscali.it;
baruda@hotmail.it.
Per informazioni e immagini sui precedenti viaggi e sul progetto “liberi dall’ergastolo”:    liberidallergastolo.wordpress.com 

 

Sull’ergastolo leggi:
Adotta il logo contro l’ergastolo!!
L’ergastolo e le farfalle
Un fiore ai 47 corpi
Aboliamo l’ergastolo
Gli stati modificati della/nella reclusione
Il cantore della prigionia
Piccoli passi nel carcere di Santo Stefano, contro l’ergastolo
La lettera scarlatta e la libertà condizionale
Perpetuitè
Il 41 bis: se questo è un uomo

 

ERGASTOLO: la pena più inutile

30 aprile 2013 6 commenti

Vi aspettiamo il 27 maggio al Cinema Mexico di Milano!

di Tommaso Spazzali

Di tutte le pene la più inutile e crudele, in Italia, è il cosiddetto ergastolo ostativo.
Si tratta di una pena che non si sconta: la si subisce e basta, come la pena di morte. Chi vi è condannato si trova nella condizione di non avere alcuna realistica prospettiva di uscire di prigione mai se non mandando in prigione qualcun altro al posto suo.

Questo orrore, che fa pensare più ad un sistema totalitario che ad uno stato di diritto, è figlio di due storture, inutili e crudeli tanto quanto: il sistema premiale dell’ordinamento penitenziario e la pena dell’ergastolo.

La pena dell’ergastolo è, per definizione, “carcere a vita”. Fine pena 99/99/9999 come è scritto nei sistemi informatici dell’amministrazione penitenziaria. Uscire prima si può: avvalendosi del beneficio della libertà condizionale. Beneficio che può essere richiesto, ma non necessariamente viene concesso, dopo aver scontato almeno 26 anni di detenzione.
La legislazione premiale, invece, prevede che alcuni comportamenti (buona condotta, ravvedimento, dissociazione, pentimento…) possano permettere al condannato di accedere a determinati benefici riducendo, ad esempio, la durata del periodo detentivo.

Alcuni detenuti condannati per reati considerati più gravi (sequestro di persona, associazione di tipo mafioso, traffico di sostanze stupefacenti e via discorrendo) possono accedere ai benefici esclusivamente se riconosciuti come collaboratori di giustizia. Poiché la libertà condizionale è considerata un beneficio sono altrimenti condannati a scontare interamente la pena, che per una condanna all’ergastolo corrisponde al carcere a vita (fine pena: 99/99/9999).

Legge 23 dicembre 2002, n. 279, Art. 1
(Modifiche all’articolo 4-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354):
1. L’assegnazione al lavoro all’esterno, i permessi premio e le misure alternative alla detenzione previste dal capo VI, esclusa la liberazione anticipata, possono essere concessi ai detenuti e internati per delitti commessi per finalità di terrorismo, anche internazionale, o di eversione violenta dell’ordinamento costituzionale,[…], solo nei casi in cui tali detenuti e internati collaborino con la giustizia a norma dell’articolo 58-ter della presente legge.

Legge 26 luglio 1975, n. 354, Art. 58-ter
(persone che collaborano con la giustizia):
1. I limiti di pena previsti dalle disposizioni del comma 1 dell’articolo 21, del comma 4 dell’articolo 30- ter e del comma 2 dell’articolo 50, concernenti le persone condannate per taluno dei delitti indicati nei commi 1, 1-ter e 1quater dell’articolo 4- bis, non si applicano a coloro che, anche dopo la condanna, si sono adoperati per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori ovvero hanno aiutato concretamente l’autorità di polizia o l’autorità giudiziaria nella raccolta di elementi decisivi per la ricostruzione dei fatti e per l’individuazione o la cattura degli autori dei reati.

L’Unione delle Camere Penali Italiane affronterà questo argomento il 17/18 maggio nel convegno DETENZIONE E DIRITTI UMANI – Il regime del 41 bis O.P.; il reato di tortura; l’ergastolo ostativo.
Sarebbe utile che si approfittasse dell’occasione per rispondere alla domanda posta dalla più inutile e crudele delle pene non limitandosi ad aggiungere una nuova condizione (fosse anche “migliorativa”) ma intervenendo sulle due esistenti, che ne sono la causa. Agendo, per così dire, alla radice ed eliminando due storture, inutili e crudeli tanto quanto.

CONTRO L’ERGASTOLO, PER L’ABOLIZIONE DELLA PIU’ INUTILE ED ABERRANTE DELLE PENE,
UN’INIZIATIVA A MILANO: VI ASPETTIAMO TUTT@, PER L’ADOZIONE DEL LOGO CONTRO L’ERGASTOLO,
PER LIBERARE SPAZI, PEZZO PEZZO, DAL FINE PENA MAI E DAL CARCERE!
(qui tutte le info: LEGGI)

LIBERATEVI DALL’ERGASTOLO!

I passi dei detenuti: il cerchio e la linea retta

14 aprile 2013 1 commento

Vincent Van Gogh _ la ronda dei carcerati_

Rinchiusi in prigione si lasciano morire: così viene detto dei Masai, dei Fulani, degli Aborigeni australiani ed anche di certe altre popolazioni amerinde ed esquimesi.
Vivendo pienamente nel presente, i membri di queste etnie, non appena reclusi, immaginerebbero che tutti i giorni a venire saranno nient’altro che una ripetizione del giorno che li sta facendo soffrire. E quest’idea insopportabile li stroncherebbe spingendoli alla morte.
Proviamo a punteggiare in altro modo. Perché non dire, ad esempio, che per una creatura felicemente integrata col suo ecosistema, la recisione dei legami relazionali con l’ambiente è condizione più che sufficiente per morire?
In tal caso non sarebbero i Masai, i Fulani, gli Aborigeni, gli amerindi o gli esquimesi a non sapersi adattare alla prigione poiché incapaci di ristrutturare le loro rappresentazioni del tempo. Sarebbe invece proprio la prigione che non si adatta a loro, alla loro vita e alla loro cultura.
Ed allora l’accento potrebbe essere spostato dalla “incapacità a vivere recluse”, attribuita a queste popolazioni, alla scelta di chi le reclude come scelta omicida.

Era stato appena arrestato. Di fronte alla porta blindata della sua cella, quella di un passeggio.
Dal buco dello spioncino riusciva a scorgere i reclusi che lo popolavano: tutti in isolamento, come lui.
Non sapeva spiegarsi perché alcuni camminassero in modo da descrivere un cerchio, mentre altri sempre e solo tracciando una linea:
avanti e indietro, come movimento macchinico, gli occhi puntati a terra e la testa china.
Anni dopo comprese: quelli che descrivevano un cerchio erano “dentro” per la prima volta.
Ecco: smettere di “circolare” è il primo modo in cui la reclusione entra nella carne.
Ma essere “tolto dalla circolazione” sarà mai l’inizio della retta via?

— Entrambi i testi son tratti da “IL BOSCO DI BISTORCO”, di Curcio, Petrelli e Valentino

PERCHE’ L’ERGASTOLO NON E’ UNA PENA ACCETTABILE,
PERCHE’ NON ESISTA PIU’ IL FINE PENA MAI, L’ISOLAMENTO, E IL CONCETTO STESSO DI RECLUSIONE.

Testi sull’ergastolo:
Adotta il logo contro l’ergastolo!!
L’ergastolo e le farfalle
Un fiore ai 47 corpi
Aboliamo l’ergastolo
Gli stati modificati della/nella reclusione
Il cantore della prigionia
Piccoli passi nel carcere di Santo Stefano, contro l’ergastolo
La lettera scarlatta e la libertà condizionale
Perpetuitè

Iniziativa a Milano il 27 Maggio: Qui le info

http://liberidall’ergastolo.wordpress.com : vai sul sito e adotta il logo!

27 Maggio 2013: “Aboliamo l’ergastolo”, Cinema Mexico, Milano

14 aprile 2013 10 commenti

27 maggio al cinema Mexico, via Savona 57, Milano dalle 21.30
“ABOLIAMO L’ERGASTOLO”
con
letture a cura di
Gigi Gherzi ( Attore e Regista teatrale / Drammaturgo )

interverranno:

Nicola Valentino (sensibili alle foglie)
Valentina Perniciaro (baruda.net)
Giuliano Capecchi (associazione liberarsi)
Mirko Mazzali (Presidente Commissione Sicurezza di Milano,Osservatorio Carcere Ucpi )
dalle 21.30

Proiezione di:

“PASSAGGI A SANTO STEFANO”
a cura di Folletto 256037 /La terra trema (2012, 20 min)

“ergàstolo s.m. [sec.XV] – pena detentiva a vita”
di Giacomo Pellegrini, Mattia Pellegrini e Letizia Romeo (2012, 7.20 min)

Il 23 giugno 2012 siamo stati al Cimitero degli Ergastolani dell’isola di Santo Stefano (Ventotene). Ci siamo andati per chiedere l’abolizione dell’ergastolo e un orrizonte liberato dalle carceri. Ci siamo andati per portare dei fiori sulle tombe e per ridare il nome alle persone sepolte. Abbiamo fatto questo viaggio insieme a un gruppo di una quarantina di persone, aiutati da uno scritto di Luigi Veronelli, che qualche tempo dopo la chiusura del carcere fece un viaggio sull’isola addentrandosi fin nel cimitero alla ricerca della tomba di Gaetano Bresci, ricostruendo anche la mappa nominale di gran parte delle 47 tombe. Poco prima di morire scrisse ancora di S. Stefano, un testamento.

LIBERI DALL’ERGASTOLO
L’ergastolo viene comminato nei tribunali in nome del “popolo” ma ciò non esclude che porzioni di società possano dichiarare: Non in mio nome!
L’ergastolo è una prigione anche per chi non vi è recluso, d’altronde lo stesso Beccaria lo prospettava per la funzione terrifica che avrebbe esercitato sull’immaginario sociale. Liberi dall’ergastolo costituisce quindi una presa di posizione da fare in tutta coscienza, come un sospiro di sollievo, per non vivere in una società che immagina se stessa attraverso istituzioni di paura.

PORTA UN FIORE per l’abolizione dell’ergastolo
Ogni anno nel mese di giugno, in occasione della giornata mondiale indetta dall’ONU contro la tortura, sarà possibile recarsi al cimitero degli ergastolani dell’isola di Santo Stefano (Ventotene) attiguo al vecchio carcere borbonico. Un luogo simbolico da vedere e far vedere perché racconta in modo emblematico, con le sue 47 tombe, non solo la spietatezza dell’esclusione degli ergastolani dal consorzio umano anche dopo morti, ma soprattutto ciò che oggi è l’ergastolo. In particolare la tortura dell’ergastolo senza speranza, quello cosiddetto ostativo, che prevede oltre alla morte sociale e civile dei reclusi, la loro effettiva morte in carcere.

Ergastulum di Santo Stefano: entrando con gli occhi di Luigi Settembrini

28 agosto 2012 6 commenti

Queste righe sono un quadro.
Un maledetto quadro dai colori nitidi, capace di urlare ai venti di quel braccio di mare, cosa è stato quel posto.
Torno ancora, stavolta solo con la testa, all’approdo sdrucciolevole dell’isola di Santo Stefano, quello scoglio splendido e maledetto da sempre, che si bagna nello stesso mare di Ventotene, sua sorella maggiore.
Torno al carcere di Santo Stefano, alle tante parole contro l’ergastolo che quel luogo muove in chiunque (spero),
torno a quella salita che graffia le gambe e l’anima,
a quello scoglio di dolore e meraviglia, dove troppi morti senza libertà si accalcano nella terra,
o nel ricordo del pasto delle acque spesso affamate di carni e catene.
Torno lì regalandovi questo quadro, scritto da Luigi Settembrini (1831-1876) che in quel bagno penale, in quel maledetto ergastulum ha passato un decennio, lui che ebbe anche il padre rinchiuso in quelle celle.
I suoi scritti su Santo Stefano sono una testimonianza grandiosa ed importante,
che vi consiglio di leggere se per qualche motivo della vostra vita siete inciampati su un sasso di Santo Stefano, o sul gradino d’accesso di qualche segreta di Stato.
Buona lettura…questa descrizione dell’ergastolo è solo una parte di quello che cercherò di mettervi prossimamente…

NO ALL’ERGASTOLO!
NO FINE PENA MAI!

Qui intanto qualche link: LEGGI

“Ma entriamo in questa tomba, dove son sepolti circa ottocento uomini vivi:

L’ergastolo

L’ergastolo di Santo Stefano

Chi si avvicina a Santo Stefano vede da mare sull’alto del monte grandeggiare l’ergastolo, che per la sua figura quasi circolare sembra da lungi una immensa forma di cacio posta su l’erba.
Il gran muro esterno, dipinto di bianco e senza finestre, è sparso ordinatamente di macchiette nere, che sono buchi a guisa di strettissime feritoie, che dànno luogo solo al trapasso dell’aria. Per iscendere sull’isola si deve saltare su di uno scoglio coperto d’alga e sdrucciolevole. Cominciando a salire per una stradetta erta e scabra, si trova in prima una vasta grotta, nella quale il provveditor dell’ergastolo suol serbare sue provvigioni; poi montando più su si vede il dosso del monte industriosamente coltivato. Sino a pochi anni addietro l’isola era tutta selvaggia ed aspra: ora è coltivata, tranne una ghirlanda intorno, dove tra gli sterpi e le erbacce pascono le capre pendenti dalle rocce, sotto di cui si rompe il mare e spumeggia. Su la parte più larga e piana del monte sorge l’ergastolo.
Non si può dire che tumulto d’affetti sente il condannato prima di entrarvi: con che ansia dolorosa si sofferma e guarda i campi, il verde, le erbe e tutto il mare, e tutto il cielo, e la natura che non dovrà più rivedere; con che frequenza respira e beve per l’ultima volta quell’aria pura; con che desiderio cerca di suggellarsi nella mente l’immagine degli oggetti che gli sono intorno. Fermato innanzi la terribile porta vede una strada lunga un cento cinquanta passi, in capo della quale un casolare fabbricato sulle rovine della villa di Giulia; e vicino a questo un recinto di mura con una croce che è il cimitero de’ condannati. Se gli è permesso di camminare un poco verso la sinistra dell’ergastolo vede una casetta del tavernaio divenuto coltivatore dell’isola, ed un’altra stradetta più malagevole della prima, per la quale con l’aiuto delle mani e dei piedi scendesi al mare. E null’altro vede, perché null’altro v’è fuori che il mare, ed il cielo, e le isole lontane, e il continente più lontano ancora, a cui vanamente il misero sospira.

Un edifizio di forma quadrangolare sta innanzi l’ergastolo, e ad esso è unito dal lato posteriore. Il lato anteriore o la facciata di questo edifizio ha due torrette agli angoli, ha cinque finestre, ed in mezzo una trista porta guardata da una sentinella: su la porta sta scritto questo distico:

Donec sancta Themis scelerum tot monstra catenis vincta tenet, stat res, stat tibi tuta domus.
“Finché la santa Legge tiene tanti scellerati in catene, sta sicuro lo stato, e la proprietà.”

Ventotene e lo scoglio di Santo Stefano

Parole non lette o non capite dai più che entrano, ma che stringono il cuore del condannato politico e lo avvertono che entra in un luogo di dolore eterno, fra gente perduta, alla quale egli viene assimilato. Bisogna avere gran fede in Dio e nella virtù per non disperarsi. Varcata la porta ed un androne si entra in un cortile quadrilatero intorno al quale sono le abitazioni di quelli che sopravvegliano l’ergastolo, magazzino per provvigioni, il forno, la taverna. Custodi dell’ergastolo, come di ogni altro bagno, sono il comandante, che è un uffiziale di fanteria di marina, un sergente suo aiutante che è detto comite, pochi caporali, e bastevol numero di agozzini; un altro uffiziale comanda un drappello di soldati, i quali guardano l’esterno. Vi sono ancora due preti; due medici, un chirurgo, e tre loro aiutanti: v’è il provveditore, ed il tavernaio.
Nel cortile sei circondato dagli agozzini coi loro fieri ceffi, i quali ti ricercano e scuotono le vesti, ti tolgono la catena se sei condannato all’ergastolo, e te la osservano e ribadiscono se sei condannato ai ferri. Uno scrivano ti dimanda del nome e delle tue qualità personali: ed il comandante, dopo averti biecamente squadrato da capo a piè, ti avverte di non giocare, non tener armi, starti tranquillo, se no vi sono le battiture e la segreta: e ti manda al luogo che egli destina facendoti accompagnare dal sergente e dagli agozzini.

Dopo il cortile entri in un secondo androne, nel quale un custode apre una porta, e ti fa entrare in uno spazzetto scoperto, chiuso intorno da un muro con palizzata e da un fosso, su cui è un ponte levatoio. Un secondo custode apre un cancello di legno, varchi il ponte, ed eccoti nell’ergastolo. Immagina di vedere un vastissimo teatro scoperto, dipinto di giallo, con tre ordini di palchi formati da archi, che sono i tre piani delle celle dei condannati: immagina che in luogo del palcoscenico vi sia un gran muro, come una tela immensa, innanzi al quale sta lo spazzetto chiuso dalla palizzata e dal fosso: che nel mezzo di esso muro in alto sta una loggia coverta, che comunica con l’edifizio esterno, e su la quale sta sempre una sentinella che guarda, e domina tutto in giro questo teatro: e più su in questa gran tela di muro sono molte feritoie volte ad ogni punto. Così avrai l’idea di questo vasto edifizio, che ha forma maggiore di mezzo cerchio, con in mezzo un vasto cortile, ed in mezzo al cortile una chiesetta di forma esagona, chiusa intorno da vetri. Il cortile è lastricato di ciottoli, ha due bocche di cisterne, e tre basi di pietra, con ferri che sostengono fanali. Il lastricato e le cisterne son fatte da pochi anni: prima nel cortile erano ortiche e fossatelle d’acqua, dove i condannati andavano a bere, e spesso coi coltelli contendevano per dissetarsi a quelle fetide pozzanghere.

All’interno di Santo Stefano…

Ciascun piano è diviso in trentatré celle: nel primo e nel secondo piano sono trentatré archi, ciascuno innanzi ciascuna cella: nel terzo piano è una loggia scoperta che gira innanzi tutte le celle, e non è più larga di quattro palmi. Ogni cella ha una porta ed una piccola finestra ferrata che guardano nel cortile; e sul muro opposto ha un buco o feritoia lunga un palmo, stretta tre dita, dalla quale trapassa l’aria esterna, e si può vedere una striscia di mare. Il primo piano è a livello del cortile, e tiene innanzi un muro con sopra una palizzata, onde chiamasi le barriere, anche perché è scompartito da mura in varie porzioni, ciascuna contenente diverso numero di celle. Nello spazio tra la palizzata e le celle passeggiano i condannati; ed è brutto di fango e di acqua che vi gittano o vi cade da sopra. Per montare ai piani superiori vi sono due scale a destra e sinistra della gran tela di muro; ma chiuse da cancelli di legno tenuti da custodi. Il secondo piano ha innanzi una loggia coverta formata da un secondo ordine di archi, e larga quanto quella del terzo piano; ed è diviso in due porzioni. Nel terzo piano le ultime undici celle sono divise dalle altre, ed addette ad uso di ospedale: e queste sole invece di buchi esterni hanno finestrelle ferrate, dalle quali si può vedere un po’ di verde e la vicina Ventotene, hanno invetriate, e pareti bianchite. Una metà delle celle del primo piano è destinata per un centinaio di condannati ai ferri: in tutte le altre celle sono gli ergastolani: nell’altra metà del primo piano i più discoli; nel secondo i meno tristi; nel terzo quelli che han dato pruova di essere rassegnati.

I soli condannati ai ferri hanno la catena che li accoppia, e possono passeggiare nel cortile. Tra essi i fortunati vanno soli, portando o tutte le sedici maglie della catena o pure otto maglie: i fortunatissimi ne portano quattro, e fanno uffizio di serventi o di cucinieri, votano i cessi, portano acqua, vanno a spendere alla taverna: sono beati quei pochi che escono fuori a lavorare la terra. Gli ergastolani non hanno catena; ma nessuno può uscir del suo piano e del suo scompartimento: un tempo nessuno poteva uscir dalla sua cella. Queste divisioni sono necessarie per impedire le continue risse che nascono per stolte e turpi cagioni, e pel sempre funesto amore di parti; dappoiché questi sciagurati, che una pena tremenda dovrebbe unire, sono divisi tra loro secondo le province: e siciliani, calabresi, pugliesi, abruzzesi, napolitani, si odiano fieramente fra loro, spesso senza cagione e senza offese; e se per caso si scontrano si lacerano come belve e si uccidono. Non si cerca di spegnere questi odi di parte, perché per essi si hanno le spie, si vendono favori, si fanno eseguir vendette, si fa paura a tutti: una è l’arte di opprimere, ed ogni malvagio la conosce.

Per questa condizione de’ luoghi e degli uomini, gli ergastolani non hanno altro spazio che le celle, e la stretta loggia, dalla quale invidiando guardano il cortile dove non possono passeggiare, ed il cielo che è terminato dalle alte mura dell’ergastolo, e che come un immenso coverchio di bronzo ricopre il tristo edifizio e ti pesa sull’anima. Se passa volando qualche uccello, oh come lo riguardi con invidia, e lo segui col pensiero e con la speranza stanca, e con esso voli alla tua patria, alla tua famiglia, ai tuoi cari, ai giorni di gioia e di amore, che sempre ti tornano a mente per sempre tormentarti. Ma neppure puoi star molto su questa loggia ingombra di masserizie e di uomini che ti urtano, gridano, cantano, bestemmiano, accendono fuoco, fendono legne: e poi nel cortile non vedi che condannati trascinare penosamente le sonanti catene, taluno d’essi con oscena voce andar gridando: “Vendiamo e mangiamo”: spesso vedi lo scanno sul quale si danno le battiture, spesso la barella con entro cadaveri di uccisi. Il vento ti molesta, il sole ti brucia, la pioggia ti contrista, tutto che vedi o che odi ti addolora, e devi ritirarti nella cella.

Ogni cella ha lo spazio di sedici palmi quadrati [11 mt quadrati], e ce ne ha di più strette: vi stanno nove o dieci uomini e più in ciascuna. Son nere ed affumicate come cucine di villani, di aspetto miserrimo e sozzo; con i letti squallidi, coperti di cenci, e che lasciano in mezzo piccolo spazio; con le pareti nere dalle quali pendono appese a piuoli di legno pignatte, tegami, piattelli, fiaschi, agli, peperoni, fusa, conocchie, naspi ed altre povere e sudicie masserizie: una seggiola è arnese raro, un tavolino rarissimo. È vietato ogni arnese di ferro, e persino i chiodi, le forchette, i cucchiai, le bilance sono di legno: ed invece di coltellaccio per minuzzare il lardo usano un osso di costola di bue. Con un’industria incredibile fendono grossi ceppi e tronchi di albero mediante piccolissimi cunei di ferro, non permessi ma tollerati, e però da essi nascosti. Chi non vuole il cibo cotto in comune, e che non è altro che fave o pasta, lo cuoce da sé in fornacette di tufo, che si mettono sul davanzale della finestra ed anche sulle tavole del letto. Pochi fanno comunanza, perché il delitto li rende cupi e solitari: spesso ciascuno accende il suo fuoco, onde esce un fumo densissimo che ingombra tutta la cella e le vicine, ti spreme le lagrime, e ti fa uscire disperatamente su la loggia, dove trovi altre fornacette accese che fumano, ed invano cerchi un luogo non contristato dal fumo, che esce dalle porte, dalle finestre, da ogni parte. Alle due pareti opposte della stanza è legato uno spago, dal quale pende una canna, che dall’altro capo fesso in su tiene sospesa una lucerna di latta, la quale con questo ingegno può portarsi qua e là, e pendere nel mezzo della stanza, per dar lume la sera a tutti che fanno cerchio intorno e filano canape.

Santo Stefano_ Aboliamo l'ergastolo 2012: ridando un nome agli ergastolani_

Santo Stefano_ Aboliamo l’ergastolo 2012: ridando un nome agli ergastolani_

Tetre sono queste celle il giorno, più tetre e terribili la notte; la quale in questo luogo comincia mezz’ora prima del tramonto del sole, quando i condannati sono chiusi nelle celle, dove nella state si arde come in fornace, e sempre vi è puzzo. O quanti dolori, quante rimembranze, quante piaghe si rinnovellano a quell’ora terribile! Nel giorno sempre aspetti e sempre speri: ma quando è chiusa la cella ed alzato il ponte levatoio, più non aspetti e non speri, e ti senti venir meno la vita. Allora non odi altro che strani canti di ubbriachi, o grida minacciose che fieramente echeggiano nel silenzio della notte, come ruggiti di belve chiuse; talvolta odi un rumor sordo ed indistinto di gemiti o di strida, e la mattina vedi cadaveri nella barella. Quando stanco d’ozio, d’inerzia, e di noia cerchi un po’ di riposo e di solitudine sul duro e strettissimo letto, mentre dimenticando per poco gli orrori del luogo corri dolcemente col pensiero alla tua donna, ai tuoi figliuoletti, al padre, alla madre, ai fratelli, alle persone care all’anima tua, senti il fetido respiro dell’assassino che ti dorme accanto, e sognando rutta vino e bestemmia.
O mio Dio, quante volte ti ho invocato in quelle ore di angosce inesplicabili; quante notti con gli occhi aperti nel buio io ho vegliato sino a giorno fra pensieri tanto crudeli, che io stesso ora mi spavento a ricordarli.

Ritorna il giorno, e ritornano i suoi dolori, e l’un giorno non è diverso dall’altro. Sempre ti stanno innanzi gli stessi oggetti, gli stessi uomini, gli stessi delitti, le stesse azioni. Ogni giorno primamente ti si porta un pane; poi una porzione di orride fave o di arenosa pasta, che molti prendono cruda e poi cuocciono essi stessi con miglior condimento, poi cinque grani ai soli condannati all’ergastolo. Due volte il mese ti si da un pezzo di carne di bue: son due giorni di festa, in cui si beve più vino, e si fanno più delitti. Quando il mare non è agitato vengono alcune donne da Ventotene: portano a vendere pesce e verdure, e comprano il nero pane de’ condannati col quale sostengono sé stesse ed i loro figliuoli. Tanta miseria è in quell’isola, che di là si viene a spendere nelle taverne dell’ergastolo. Sebbene il continente sia poco lontano, pure raramente vengono barche, e se vengono ed approdano a Ventotene, non sempre si può traversare il canale su i battelli e venire a Santo Stefano, dove spesso si manca anche del necessario alla vita. Anche più raramente hai lettera o novella della tua famiglia. Ogni lettera che ricevi o mandi deve essere letta, ogni oggetto rivolto e ricercato per ogni parte. La prima lettera che io ebbi, e che io tanto avevo aspettata, mi strappò molte lagrime, e mi rendette convulso per più giorni. Io serbo ancora quella prima lettera, unita ad un’altra della mia figliuola Giulietta, che mi fu conceduto di tener caramente stretta in mano durante quei due giorni che io stetti condannato a morte in cappella; perché mi pareva che tenendola in mano io sarei morto abbracciando e benedicendo i miei figlioli.
Qui si vive a discrezione de’ venti e del mare, divisi dall’universo, e soffrendo tutti i dolori che l’universo racchiude.

 

Liberiamoci dall’ergastolo: ancora, sul viaggio a Santo Stefano

27 giugno 2012 6 commenti

Ancora parole, e troppe ne seguiranno, sul nostro viaggio al carcere di Santo Stefano,
contro l’ergastolo, contro l’idea di ergastolo, contro qualunque cosa preveda un fine pena mai,
quel 99/99/9999 che sancisce l’ergastolo sulle carte processuali.
Parole non mie stavolta, ma di compagni di viaggio che per la prima volta hanno assaggiato con lo sguardo dei blindi, delle sbarre, delle celle ..
il primo carcere, il primo ergastolo, forse il più toccante che esiste sul nostro territorio…
CONTRO L’ERGASTOLO,
CONTRO LA PRIVAZIONE DI LIBERTA’…
grazie carissimi, le vostre parole son proprio belle

Liberiamoci dall’ergastolo

Non è semplice parlare d’esperienze che ti segnano così profondamente.
La pagina bianca è come sempre un campo di possibilità infinite ma in questi casi è chiaro quanto sia impossibile tracciare le emozioni e determinare l’importanza del trovarsi all’interno di queste esperienze.
Il 24 giugno siamo partirti, in circa una trentita, verso l’isola di Santo Stefano per portare un fiore agli ergastolani e a dare finalmente un nome alle loro tombe.

Foto di Mattia Pellegrini

Quest’isola carcere per due secoli ha imprigionato e portato a morte decine e decine di ergastolani. Una piccola isola circondata da un mare stupendo che il Panoptico, perfettamente benthamiano, nascondeva allo sguardo dei reclusi; ho subito pensato a questa torsione sul corpo del detenuto, torsione di “prospettiva” più che visiva.
Ho pensato che magari potevano sentire il suo rumore, le onde che battono sugli scogli, ma una volta sull’isola ti accorgi che anche i canti dei gabbiani possono diventare angoscianti.
Ti senti travolto dalla violenza che si espande dalle pareti delle gabbie appositamente create per separare gli indesiderati, i colpevoli che le società giudica tracciando le proprie categorie (temporali) da punire.
Se vogliamo seriamente pensare alla possibilità del Liberarsi dall’ergastolo è questa, in primis (come lo è stato per la pena di morte), una lotta all’interno delle nostre soggettività. Essere contro l’ergastolo è il tentare di pensarlo non “in particolare” (il crimine commesso) ma “in generale” (la pena disumana).
E’ il pensare che qualsiasi crimine un individuo possa commettere non sarà mai crudele quanto l’essere partecipi passivi di una società che crea un sistema, complesso e condiviso, che porta lentamente alla morte di un altro essere umano.

Questo video vuole essere una traccia di quella giornata, una piccola parte che necessariamente deve interagire con le altre interpretazioni dei nostri nuovi amici, così da comporre uno sguardo collettivo e condiviso.
Consapevoli del fatto che per aprire una discussione sul “fine pena mai” sarà determinante la trasformazione delle nostre soggettività in moltitudine.

Giacomo Pellegrini
Mattia Pellegrini
Letizia Romeo

Anche gli ergastolani ora hanno un nome … piccoli splendidi passi nel carcere dell’isola di Santo Stefano

27 giugno 2012 28 commenti

Foto di Valentina Perniciaro _ridiamo un nome agli ultimi della terra: cimitero degli ergastolani, Isola di Santo Stefano_

Un’emozione che non riesco a descrivere.
Quando lo scorso anno misi piede per la prima volta su quello scoglio meraviglioso le emozioni furono immense,
piene di gioia e di quella addolorata rabbiosa sensazione di prigionia.
Visitare l’isola di Santo Stefano e il suo ergastolo è un’esperienza incredibile, se la si affronta con la libertà nel sangue.

In quattro navigammo quel tratto di mare, quattro persone, una macchinetta fotografica, una super8, pala, piccone, acqua e fiori: non era accettabile che quel cimitero di ergastolani fosse avvolto dall’oblio,

Foto di Valentina Perniciaro _il cimitero degli ergastolani, tutto pulito_

non era accettabile che quei corpi e quelle 47 croci vivessero abbandonate così,
tra i canti dei gabbiani e quel vento di mare che sa di libertà, e la cura di Salvatore, da solo.
Tra quei corpi tanti fratelli, tra quei corpi anche il caro “uccisore di re” Gaetano Bresci,
anche lui abbandonato lì, senza nome, senza ricordo, senza quel minimo di dignità che dovrebbe esser garantita sulla tomba di tutti, figuriamoci la sua.

Ora di quelle 47 croci solo pochissime sono senza nome: ora quei corpi privati della propria libertà, quei corpi seppelliti dai propri stessi compagni di prigionia, hanno un giaciglio che ricorda il loro nome, e la data della loro dipartita.

Foto di Valentina Perniciaro _in cella, nell’ergastolo di Santo Stefano_

E’ stata un’emozione forte, per quello queste mie parole non riescono ad uscire.
Perchè ancora devo metabolizzare l’immagine di quel cimitero tutto pulito, di quelle tombe quasi belle come non erano da chissà quanti decenni, e tutte con  un nome, come non erano praticamente mai state.

E quindi scrivo qui, confusamente, senza riuscire probabilmente a trasmettervi la storia di questo gruppo,
che lo scorso anno era composto da 4 persone, e che invece ha visto aggiungere uno zero a quel numero.
Un gruppo che s’è creato in autonomia approdando su quell’isola da sconosciuti, un gruppo mosso dalla volontà di abolire l’ergastolo, di liberarsene completamente.
Quest’anno eravamo in tanti a navigare quel tratto di mare,
in tanti a girare quella curva in salita, sotto al sole,  in passato dominata  dal cartello “Questo è un luogo di dolore”.
Lo è ancora un luogo di dolore, lo sarà sempre, come qualunque carcere e forse più di molti altri per la portata storica e violenta che ha con sè;

Foto di Valentina Perniciaro _La campagna 10×100 Genova non è finita, approda nel carcere di Santo Stefano: NON LASCIAMO CHE CHIUDANO QUEI LUCCHETTI!

un carcere dove le storie di evasioni son purtroppo poche mentre abbondano i dettagli delle fustigazioni, della segregazione, dell’impazzimento.
Ma è anche  un carcere che ha vissuto anche un periodo diverso, dove i detenuti erano molto liberi, dove si potevano fare colloqui con i propri familiari di 24 ore, in apposite case, cosa che ora a dirla pare un film.
Insomma, queste confuse righe non sono nulla se non un appuntamento a prestissimo, con un po’ di storie di quegli uomini,
con un po’ di racconti di ogni tempo,
con la vicinanza totale che sento, dal primo momento, con tutti coloro che da lì son passati, ultimi della terra, rinchiusi il più lontano possibile dalla società.
A presto con quelle storie,
con il blu di quel mare che urla libertà,
con la ruggine di quei blindi che ancora grida la violenza della prigionia.

A Gaetano Bresci,
a tutti i suoi compagni di prigionia
di ieri, di oggi e di sempre.

Foto di Valentina Perniciaro _Gaetano Bresci, ed un nome sulla tomba_

Torniamo a portare un fiore al cimitero degli ergastolani: VENITE?

4 giugno 2012 4 commenti

Per me quello è stato un viaggio lunghissimo, anche se è durato poche ore.
L’isola di Santo Stefano e il suo carcere lasciano un solco profondo, arrugginito come le sbarre di quel carcere borbonico, profumato come quella vegetazione che selvaggia s’è riappropriata di quasi tutto, rosicchiando strade e pezzi di storia priva di libertà.

Foto di Valentina Perniciaro _L’ergastolo di Santo Stefano_

In quel piccolo pezzetto di terra è racchiusa tantissima storia, e la senti con una violenza dirompente, da quella porta d’accesso sul mare, che col sole  e il mare calmo sembra il paradiso, a quella salita, verso l’ergastolo.
Così si chiamava, quello è il nome che porta e che sventra il panorama e la storia di quell’arcipelago…e in pochi posti al mondo si riesce a respirarne il significato come in quell’isoletta meravigliosa e triste.
Il FINE PENA MAI dell’ergastolo prende corpo tra i canti dei gabbiani che ti accompagnano in ogni passo,
perché dal carcere la strada porta al cimitero, al cimitero di quei 47 corpi senza nome  (c’è anche Gaetano Bresci tra loro) che lì riposano,
nell’oblio della storia che l’ha voluti buttati così, senza diritto alla memoria.
E allora, fiori in spalla, andiamo a portare un po’ di colore tra quell’erba alta, andiamo a dar un nome a quelle tombe, andiamo a riappropriarci della storia di quel posto, del suo dolore, della sua lunghissima lotta per la libertà.

Qui il mio racconto del viaggio: LEGGI
Il resoconto di Nicola Valentino: LEGGI

PORTA UN FIORE per l’abolizione dell’ergastolo 

23 giugno 2012

Viaggio al cimitero degli ergastolani nell’isola di S. Stefano (Ventotene)

Foto di Valentina Perniciaro _le celle dell’ergastolo di Santo Stefano_

Il 23 giugno 2012 ritorneremo al cimitero degli ergastolani dell’isola di Santo Stefano (Ventotene). Lo faremo nuovamente in occasione della  giornata mondiale indetta dall’ONU contro la tortura, con lo stesso spirito con il quale abbiamo fatto il primo viaggio nel giugno 2011. Il cimitero degli ergastolani di S. Stefano, attiguo al vecchio carcere (1795- 1965), costituisce un luogo simbolico da vedere e far vedere  perché racconta in modo emblematico, con le sue 47 tombe senza nome, non solo la spietatezza dell’esclusione degli ergastolani dal consorzio umano anche post-mortem, ma soprattutto ciò che oggi è l’ergastolo. In particolare la tortura dell’ergastolo senza speranza, quello cosiddetto ostativo, in base al quale due terzi delle persone attualmente condannate alla pena eterna, sono sostanzialmente escluse da quei benefici che permetterebbero la concessione, almeno teorica, dell’uscita dal carcere dopo 26 anni di pena scontata. Per questi reclusi l’ergastolo costituisce un  “fine pena mai” effettivo, che prevede oltre alla morte sociale e civile, la loro effettiva morte in carcere.

Il primo viaggio del 24 giugno 2011 è stato sostenuto oltre che da molti reclusi ergastolani, anche da alcune delle aree sociali che in quei giorni si sono mobilitate contro la tortura nelle carceri e contro la pena dell’ergastolo. L’iniziativa è stata inoltre  bene accolta da realtà associative, culturali ed istituzionali dell’isola che ne hanno apprezzato lo spirito  invitandoci a tornare. In chi ha vissuto l’esperienza, il luogo  ha consegnato l’energia della commozione e alle persone credenti anche lo slancio spirituale  per alzare lo sguardo verso un orizzonte  libero dall’ergastolo. Alcuni di noi sono tornati al cimitero di Santo Stefano in compagnia di altre persone. L’artista Rossella Biscotti nel mese di settembre si è rimessa in viaggio dall’Olanda con un gruppo, per effettuare, con l’aiuto di persone del posto, un intervento artistico, nelle celle e nei passeggi del vecchio carcere.

Il prossimo viaggio lo stiamo immaginando sia per portare nuovamente dei fiori sulle tombe ma anche per ridare il nome alle persone sepolte. Faremo questo tentativo aiutati da uno scritto di Luigi Veronelli[1], che qualche tempo dopo la chiusura del carcere, fece un viaggio sull’isola addentrandosi fin nel cimitero alla ricerca della tomba di Gaetano Bresci, ricostruendo anche la mappa nominale di gran parte delle 47 tombe. Intervenire ridando i nomi alle persone sepolte, vuol essere un modo per riportare nel consorzio umano e nella memoria sociale esseri umani cancellati per sempre.

Questo momento di presenza alla condizione di vita e di morte delle persone condannate all’ergastolo sarà accompagnato da un omaggio del chitarrista jazz Angelo Romano e dalla lettura di frammenti epistolari, poesie, pensieri che chi vorrà potrà comunicare ai presenti. Chi vorrà potrà riprendere l’evento per darne la più ampia comunicazione. Anche quest’anno martedì 26 giugno nelle carceri e fuori dalle galere ci sarà una giornata di digiuno per ribadire l’opposizione alla tortura che viene praticata nelle carceri italiane attraverso l’ergastolo, le sezioni del 41 bis, il sovraffollamento in molte sezioni penali e giudiziarie (ma anche a.s.), il permanere degli ospedali psichiatrici giudiziari e le case di lavoro (sottoposte alla “pericolosità sociale” che può essere reiterata a vita), la presenza ancora di bambini e bambine con le loro madri in sezioni carcerarie, le numerose morti …E il nostro viaggio al cimitero degli ergastolani è strettamente legato a questa giornata di lotta nonviolenta e ad altre manifestazioni che si terranno in questo stesso periodo.

Stiamo cercando di organizzare anche un incontro per il 23 sera nell’isola di Ventotene per illustrare pubblicamente l’esperienza ed il progetto porta un fiore che auspichiamo riesca ad affermarsi con una sua ritualità, come momento simbolico e partecipato di un processo di liberazione dall’ergastolo.

Istruzioni per arrivare a Ventotene si trovano in internet ma si parte da Formia e il traghetto delle 9:15 arriva a Ventotene alle 11:15…ecc…

L’appuntamento ripetiamo è fissato per sabato 23 giugno. La mattina alle 11,30/12 da Ventotene andremo all’ergastolo di Santo Stefano con il nostro amico Salvatore dell’Associazione Terra Maris che ci farà da guida. Ritorneremo a Ventotene verso le 17 . Alle 17,30 è previsto il dibattito in un altro luogo simbolico: sopra la cisterna dei carcerati. Questa iniziativa è organizzata da le associazioni Liberarsi e Terra Maris, dalla Cooperativa Sensibili alle foglie e dalla Libreria L’ultima spiaggia (libreria e casa editrice che è un’ altra realtà importante dell’isola di Ventotene).   Abbiamo chiesto anche il patrocinio alla Riserva naturale  e al Comune dell’isola che ci dovrebbero aiutare stampando una locandina, volantino e procurando un certo numero di sedie per il dibattito.

Poi cercheremo un luogo dove mangiare qualcosa insieme. E’ ovvio che bisogna aver prenotato il pernottamento che per chi viene da Roma o da Napoli può essere solo di una notte (quella del 23), per chi viene da lontano è necessario prenotare anche la notte del 22 e essere già nell’isola il 23.

Per chi volesse prenotare il pernottamento può utilizzare l’agenzia Bentilem 0771 85365.

Per comunicare la propria adesione e per informazioni scrivere a: assliberarsi@tiscali.it

Per info sugli sviluppi dell’iniziativa:
baruda.net
sensibiliallefoglie.it
informacarcere.it
assliberarsi@tiscali.it
coop.saf@tiscali.it
rossellabiscotti@gmail.com


[1] Luigi Veronelli muore a Bergamo nel 2004, è stato enologo, gastronomo, anarchico e scrittore.

Resoconto del viaggio al cimitero degli ergastolani…

17 luglio 2011 7 commenti

Resoconto del viaggio al cimitero degli ergastolani nell’isola di S. Stefano (Ventotene)
24 giugno 2011 di Nicola Valentino

Il 24 giugno siamo partiti in quattro verso l’isola di Ventotene. Oltre me, che portavo anche il sostegno all’iniziativa di Sensibili alle foglie, era presente Giuliano Capecchi dell’associazione Liberarsi, Rossella Biscotti (artista), Valentina Perniciaro (blogger: baruda.net). Giuliano era anche in sciopero della fame, in solidarietà con i reclusi di molte carceri italiane anch’essi in sciopero nei giorni tra il 24 ed il 26, in concomitanza con la giornata mondiale contro la tortura indetta dall’ONU. Uno sciopero per affermare che dentro la parola tortura vanno incluse: la condizione attuale delle carceri italiane, l’ergastolo ed il regime di isolamento detentivo del 41 bis.

Foto di Valentina Perniciaro _L'ergastulum di Santo Stefano_

Oltre me che ho trascorso circa 28 anni all’ergastolo, ognuno portava nel viaggio anche la sua esperienza di incontro con la reclusione a vita, una conoscenza, soprattutto per Giuliano e Valentina, segnata dal rapporto diretto con persone, attualmente o in passato, recluse all’ergastolo.
Lo scopo del viaggio: portare dei fiori sulle 47 tombe senza nome del cimitero degli ergastolani che si trovasull’isolotto di Santo Stefano, a pochi metri dal vecchio ergastolo, funzionante dal 1795 al 1965. Vedere e documentare un luogo emblematico per comprendere ciò che è l’ergastolo oggi, soprattutto l’ergastolo che riguarda oltre mille degli attuali 1500 ergastolani e che non prevede possibilità di uscita ma solo la morte in carcere. In questi giorni, nel carcere di Spoleto si è impiccato Nazareno, un uomo condannato all’ergastolo, da 22 anni in carcere, che si è messo una corda al collo due giorni dopo aver saputo che il suo ergastolo era di quelli che non prevedono la richiesta dei benefici penitenziari e che quindi sarebbe morto lentamente in carcere proprio come i reclusi di Santo Stefano.

Abbiamo portato in questo viaggio anche il sostegno di reclusi e recluse di oltre 50 carceri, e decine di persone libere che non si sono potute mettere in cammino ci hanno chiesto di deporre dei fiori anche per loro.   Erano stati informati del nostro arrivo sia il direttore dell’ente parco di Ventotene e Santo Stefano, che ha autorizzato di buon grado la visita ai luoghi del carcere, sia Salvatore dell’associazione che si occupa di guidare le persone nel vecchio carcere, in gran parte pericolante, e nei luoghi limitrofi, tra cui il cimitero.
Quando siamo approdati a Ventotene il primo passo è stato recarci dalla fioraia per comperare delle piantine di gerani da interrare nei pressi delle tombe. La fioraia, incuriosita e sorpresa per questa nostra missione, ci ha raccontato che fino a qualche anno fa durante la festa della santa patrona dell’isola, alcuni ventotenesi, insieme al prete della parrocchia locale, si recavano a portare fiori e preghiere al cimitero degli ergastolani.

Foto di Valentina Perniciaro _il cimitero degli ergastolani, senza diritto a nome_

Con in mano le piantine, attraversando la piazza, ci siamo fermati nella libreria dell’isola che si cura molto di documentare la storia e la vita dei reclusi che sono stati detenuti a Santo Stefano. Ci ha ricevuti anche il direttore dell’ente parco apprezzando la nostra attenzione per quel cimitero, invitandoci a ritornare ogni qual volta l’avessimo voluto, anche perché sembra esserci un attenzione sociale nell’isola alla valorizzazione storica e culturale di Santo Stefano, innanzitutto attraverso il recupero degli archivi del carcere.

Con Salvatore, la guida, abbiamo cercato una barca che ci trasbordasse sull’isolotto. Il barcaiolo ha apprezzato lo scopo non turistico del nostro viaggio, facendoci uno sconto sul costo della traversata. L’approdo non è facile e la salita verso il carcere faticosa, ci muoveva verso l’alto la narrazione di Salvatore, che ha cominciato a popolare di uomini e di eventi un luogo che all’apparenza si presenta solo come un sito di archeologia penitenziaria, ma che attraverso il suo racconto si vivifica e mostra una storia sociale ed istituzionale ancora drammaticamente attuale. Salvatore e la sua associazione hanno raccolto con molta cura una efficace documentazione. Una fotografia in particolare ha guidato il nostro immaginario nel cammino verso il cimitero: la foto ritrae il funerale di un ergastolano. Si vedono i reclusi, che hanno accompagnato in corteo funebre il loro compagno morto, fermi fra le croci bianche. Assistono alla tumulazione della bara. Una bara di legno che loro stessi hanno costruito nella falegnameria del carcere.

Come ha osservato Valentina: “Io non so dove morirò, non so dove come e chi parteciperà ai miei funerali. Non ho idea di come verrà riposto il mio corpo, di cosa verrà detto, di quale viale sarà percorso se ne sarà percorso uno. A loro bastava guardarsi intorno, bastava tenere gli occhi ben aperti per assistere al proprio funerale, per veder costruire una bara uguale identica a quella che poi sarebbe stata costruita per loro stessi”.

Abbiamo scelto due tombe per interrare le piantine di gerani e deposto fiori di campo sulle altre 45 tombe.
Ma a chi stavamo offrendo un fiore? Per chi ho pregato? Sono solo 47 i corpi sepolti oppure, considerati i tre secoli di vita del carcere quel cimitero è anche da considerarsi come una fossa comune? Ma se prima c’erano delle croci bianche di pietra come si vedono nella foto d’epoca, forse c’erano anche dei nomi! Quante persone sono state sepolte lì e quali erano i loro nomi?

Foto di Valentina Perniciaro _che la terra vi sia lieve, almeno lei_

La cancellazione del nome si presenta come l’atto più estremo di cancellazione della persona, che entra nella vita sociale proprio con la scelta che altri fanno di un nome per lei. Un condannato a morte nello stato del Texas dichiarò che la cosa più terribile per lui non era la sedia elettrica ma sapere che sarebbe stato sepolto in una tomba contrassegnata solo con il numero: il 924.

Mentre scendiamo nuovamente verso l’approdo della “madonnina”, scambiamo insieme all’acqua da bere alcune prime impressioni che l’esperienza ci consegna: innanzitutto il modo che hanno le persone che abbiamo incontrato della comunità di Ventotene, di parlare dell’ergastolo. Un modo di parlarne che non mostrifica le persone che vi sono state recluse. Questa modalità culturale è importante da valorizzare, se si considera che la produzione del mostro è il primo passo per la condanna all’ergastolo, e che questa cultura non mostrificante, si esprime in una delle comunità che ha vissuto a stretto contatto con il più antico degli ergastoli. L’altra sensazione che tutti abbiamo è che lì sia importante tornare, non solo come un fatto rituale ma immaginando un lavoro che riesca a ridare i nomi alle persone sepolte. In un certo senso la pratica sociale  per l’abolizione dell’ergastolo è importante che sia  anche retroattiva, che operi perché nessun essere umano possa essere cancellato per sempre  dal consorzio umano, ieri, oggi e per il futuro.

30 giugno 2011                                                                   Nicola Valentino

Per la documentazione fotografica: baruda.net

altri siti: informacarcere.it


Ergastolo di Santo Stefano: un fiore ai 47 corpi senza nome

25 giugno 2011 11 commenti

Siamo approdati sull’isola di Santo Stefano con un piccolo gommone.

Foto di Valentina Perniciaro _L'ergastolo di Santo Stefano si avvicina_

Scesi al volo, il piede si aggrappa subito ad un suolo minuscolo e spigoloso, uno scoglio meraviglioso, intriso però in ogni suo sasso di dolore.

L’ergastolo di Santo Stefano è il primo vero carcere nato sul suolo italiano; ha sentito sbattere le sue chiuse ferrose la prima volta nel 1797 per lunghi interminabili anni, fino al nostro 1965. Non un vecchio convento o castello, ma una struttura progettata per la detenzione e il controllo.  Salvatore non si può definire un custode, è più l’anima di quell’isola.
Sono le sue mani a sistemare il poco di sistemabile, ad aprire e chiudere i cancelli ai curiosi, a chi su quel posto scrive e ricerca, a chi invece come noi voleva portare un fiore a quelle tombe senza nome, con la speranza e l’impegno preso di provare a darglielo al più presto.

Foto di Valentina Perniciaro _le celle di Santo Stefano, isola del fine pena mai_

47 tombe ci sono, e grazie al lavoro decennale di Salvatore ci sono ora anche 47 croci di legno, avvolte però dalle erbacce e dalla vegetazione che su quello scoglio cresce selvaggia come se mano d’uomo non ci fosse quasi mai passata.
E invece, mani di uomini in catene, mani di uomini legati l’uno all’altro, mani di uomini che con gli stenti della fame e della sete che ha quasi sempre caratterizzato la prigionia isolana hanno vissuto quella terra stupefacente ma ostile. Piccola e capace di avere un concentrato di vissuto e di dolore che pochi altri luoghi hanno.

Foto di Valentina Perniciaro _L'ergastolo di Santo Stefano e la sua ruggine_

Bisogna andare a visitare quel luogo, bisogna vedere quell’abbozzo di Panopticon (la costruzione del carcere è precedente di qualche anno al progetto di Bentham) e soprattutto quel cimitero per capire, per sentire un po’ sulla propria pelle cosa significa privazione della libertà personale, cosa significa detenzione e soprattutto cosa significa ERGASTOLO.

Quel cimitero racchiude in se una solitudine mai sentita prima d’ora.
Quei corpi di cui la storia ha deciso di non aver memoria di un nome (c’è anche Gaetano Bresci tra quei corpi) hanno vissuto il proprio funerale molte volte prima che il loro corpo vi fosse seppellito, da altre mani prigioniere.

Detenuti che tagliano la legna, detenuti che chiodo su chiodo costruiscono una bara.
Detenuti che preparano quel corpo da chiudere nel legno, che dalla terra libera arriva con un piccolo battello.
Detenuti, uomini prigionieri, che accompagnano sotto quel sole e su quella terra nera il proprio compagno sulla collina, dove il grande mare avvolge tutto.

Foto di Valentina Perniciaro _il vero FINE PENA MAI_

Ci sono alcune immagini di quei funerale, che Salvatore custodisce amorevolmente in un album ingiallito… nel guardarle, nel vederli tutti vestiti uguali che si inginocchiano per salutare un altro vestito come loro, che s’è liberato prima di quella condanna terrena che aveva velleità di eternità, ho pensato che quegli uomini hanno vissuto chissà quante volte il loro funerale.

Io non so dove morirò, non so dove come e chi parteciperà ai miei funerali.
Non ho idea di come verrà riposto il mio corpo, di cosa verrà detto, di quale viale sarà percorso se ne sarà percorso uno.
A loro bastava guardarsi intorno, bastava tenere gli occhi ben aperti per assistere al proprio funerale, per veder costruire una bara uguale identica a quella che poi sarà costruita per loro stessi: chissà che aria c’era in quel blu che lì tutto circonda, nel momento in cui la terra cadeva sul legno, col canto dei tanti gabbiani e i colori incredibilmente vivi che sparano tutt’intorno.

Vorrei raccontarvi molte cose di quel posto…ci sarà modo, ancora devo digerirne i racconti e i sussulti del sangue.

Tutti al cimitero degli ergastolani, per dire NO al FINE PENA MAI!

20 giugno 2011 4 commenti

Il cimitero degli ergastolani

Il 26 giugno sarà la Giornata internazionale dell’ONU contro la tortura. Il 24-25-26 giugno nelle carceri italiane i detenuti daranno vita a una mobilitazione contro la tortura del carcere e nel carcere. All’esterno degli istituti di pena si mobiliteranno in vario modo associazioni, partiti, sindacati, movimenti e organizzazioni della società civile. Nel quadro di queste iniziative sollecitate dall’Associazione Liberarsi, si stanno raccogliendo le adesioni per un viaggio, proposto da Nicola Valentino verso un luogo simbolico della pena a vita.

“L’ergastolo di S. Stefano (1795- 1965) è noto per essere il primo carcere costruito dai Borboni secondo il moderno dispositivo panottico: gli ergastolani o altri reclusi  che vi erano rinchiusi, vivevano costantemente sotto sguardo dei loro reclusori. Ma la vera natura dell’ergastolo la si incontra  all’esterno del carcere, seguendo  un viottolo che porta al cospetto di un arco. Varcata questa soglia si scorge poggiato su un blocco di pietra, un piccolo portafiori vuoto che anticipa alcune file di tombe, ricoperte ormai da erbacce, con croci in legno senza nome. In fondo al piccolo cimitero dimenticato si scorge quel che resta di una vecchia cappella. Attualmente il cimitero è in completo abbandono, diversi anni or sono se ne prese cura un agente di custodia in pensione che scelse di vivere un po’ come un eremita a custodia di quel carcere ormai in disuso e in questa veste si preoccupò di contornare le singole tombe e di mettervi delle croci di legno. Se ne prese cura perché per quegli ergastolani la sola famiglia che era loro rimasta era S. Stefano. Questo luogo narra al di là d’ogni equivoco la natura dell’ergastolo. Cancellati socialmente e civilmente al momento dell’ingresso in carcere, quegli ergastolani sono morti in solitudine e senza nome, esclusi dal consorzio umano anche dopo morti.

L'ergastolo di Santo Stefano

Il cimitero degli ergastolani di S. Stefano è importante da vedere e far vedere perché racconta in modo emblematico e crudo anche ciò che è l’ergastolo oggi, in particolare la tortura dell’ergastolo senza speranza, l’ergastolo cosiddetto ostativo, in base al quale, delle attuali 1500 persone condannate alla pena eterna oltre 1000 sono sostanzialmente escluse da quelle limitate possibilità giuridiche che permetterebbero la concessione dell’uscita dal carcere dopo 26 anni di pena scontata. Si configura in Italia, diversamente da altri Paesi dell’Unione Europea, un “fine pena mai” effettivo, che prevede oltre alla morte sociale e civile delle persone condannate, la loro effettiva morte in carcere”.   Nicola Valentino

Un piccolo gruppo di persone è già pronto a partire venerdì 24 giugno ed è in cerca di altri compagni e compagne di viaggio: Giuliano Capecchi, Beppe Battaglia, Antonio Ruffo, (Associazione Liberarsi), Nicola Valentino (Sensibili alle foglie), Salvatore Verde, Dario Stefano Dell’Aquila (Associazione Antigone Napoli)….. Sono arrivate anche molte adesioni di reclusi ergastolani e non, di singole persone ed associazioni che però non possono intraprendere il viaggio.

Le persone che partecipano sono invitate a portare strumenti vari per documentare l’esperienza.
Il viaggio prevede l’arrivo a Ventotene al mattino con traghetto da Formia, il trasbordo in barca nell’isola di S. Stefano. La partenza da Ventotene nel pomeriggio.

Traghetto-andata, Formia ore 09:15 – Ventotene ore 11:15               Euro 12.30.
Aliscafo-ritorno, Ventotene, ore 16:40 – Formia,ore 17:40 Euro 17.90.
Treno andata-ritorno  da Roma. Roma ore 07:39, Formia ore 08:44, Euro 14.50. Formia ,ore 18:14 – Roma. ore 19:21. Treno andata-ritorno da Napoli. Napoli, ore 07:17. Formia, ore 08:12, Euro 9.50. Formia ore 18:18. Napoli, ore 19:30

Per info: 3664937843, assliberarsi@tiscali.it
o anche questo blog, che parte, ovviamente!

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: