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Posts Tagged ‘Iran’

Siria: l’obiettivo ora è piegare Homs

9 settembre 2011 1 commento

Dopo Daraa, Lattakia, ed Hama ora sembra arrivato il turno di Homs, a pochi km dalla città dove è stato compiuto il “massacro del Ramadan” appena un mese fa.
Le forze di sicurezza di Assad ora stanno concentrando la loro potenza di fuoco ad Homs, nel centro del paese, facendoci pervenire notizie ed immagini che confermano quello che da mesi abbiamo davanti agli occhi, anche se facciamo finta di notarlo a malapena.

Il macellaio Assad disegnato da Carlo Latuff

Il regime di Assad è sempre più isolato: ieri l’Iran, oggi Erdogan hanno preso chiare le distanze dal governo siriano (a proposito di questo c’è un buon articolo di Christian Elia su Peacereporter ) e dalle metodologie repressive che da mesi ormai stanno piegando il paese facendolo precipitare in una latente guerra civile, invece che in un vero e proprio attacco al regime.
Una situazione drammatica, che allontana giorno dopo giorno le speranze che il massacro finisca presto, così come il regime.
Notizie di movimenti di mezzi e uomini che fanno pensare a preparativi di un attacco congiunto su più città contemporaneamente nel tentativo di sedare per sempre qualunque moto di rivolta.
La Lega Araba, da sempre serva di qualunque potere forte di turno e grande devota della dea vigliaccheria, ha rimandato la sua visita ufficiale che aveva il compito di chiedere la fine del bagno di sangue: è bastata una vaga comunicazione di Assad in cui chiedeva di posticipare la visita per “evidenti ragioni”, che il tutto s’è inchiodato. Poco importa, sarebbe stato inutile, come sempre.

Ad Homs gli scenari son di guerra: le comunicazioni sono spesso impossibili e le immagini che arrivano dai cellulari di chi non vuole mollare le strade alla violenza dei carri armati e dei rastrellamenti sono agghiaccianti.
Nei quartieri di Bab al-Dreib e Bab al-Hood, è difficile trovare uomini sotto i 40 anni: si son portati via centinaia di persone.
Diciotto persone sono state portate via dall’ospedale al-Barr, nel centro della città, il 7 settembre: comprese cinque persone prelevate dalla sala operatoria sotto anestesia, ed alcuni medici, come ci racconta anche il sito di Human Rights Watch. Dalle 6.30 del 7 settembre il terrore s’è appropriato delle strade di Homs, con un dispiegamento pesante di mezzi pesanti e con l’uso di artiglieria, come si vede anche in molti video, contro diverse abitazioni.
L’agenzia stampa di stato parla di “intervento contro gruppi terroristici” che a sentir loro avrebbero ucciso anche 8 membri delle forze di sicurezza: molti siti di attivisti ci raccontano altro, parlando anche di quel che è accaduto nel villaggio di Ibleen durante i rastrellamenti. Tra i soldati trovati morti ci sarebbe un ragazzo che proveniva proprio da quel villaggio, che s’era rifiutato di stare a quei maledetti ordini.

Oggi è un altro venerdì, l’ennesimo di guerra per molte delle città del paese.
Assad, nel perdere anche i suoi vecchi sostenitori, rischia di diventare molto più pericoloso di quel che è stato fino ad ora,
è il colpo di coda della bestia ormai ferita a morte, che non si rassegna a lasciare la presa.

Un paese di questurini, che fa finta di occuparsi di lapidazioni (solo iraniane ovviamente)

11 settembre 2010 Lascia un commento

Ne parlavamo l’altro giorno a quattr’occhi: non si evade più.
I numeri parlano da soli: nel 2010 ci sono stati 9 tentativi d’evasione dalle carceri italiane.
Nulla, se contiamo che mai come ora c’è stato un numero così alto di detenuti.

E non si evade…ti credo!
E dove vai? Esci per andare dove? Chi ti protegge? Chi ti nasconde? Chi batterà le mani al fatto che ti sei riappropriato della tua libertà?
Un paese di questurini, di ammiratori travaglisti dei tribunali e dei giudici, di lettori di Saviano e dei suoi amici Carabinieri, un paese che col suo popolo viola (l’avanguardia sinistrorsa no? mamma mia che schifo!) sa chiedere solo manette.
Un paese che si indigna per la lapidazione di Sakineh ma parallelamente espelle in Nigeria le prostitute fermate senza regolare permesso di soggiorno: faranno la stessa sorte di Sakineh, ma non è Iran, quindi non ce ne frega un cazzo!! Ipocrisia da P.D., ipocrisia da personaggi “di sinistra”, da non violenti, da pacifisti, da burattini manovrati quali sono!
E così anche i medici diventano guardie: i medici denunciano, i medici con il filo diretto con la Questura.
Ecco qui l’articolo da Macerie:

Trappole e vendette questurine

Mentre la Prefettura di Gorizia annuncia che sono stati autorizzati i lavori di ristrutturazionedel Cie – come ricorderete, già la settimana passata la polizia ha cominciato ad “alleggerire” le gabbie trasferendo gruppi di prigionieri in altri Centri – la caccia all’uomo dopo le evasioni di questa estate continua. E continua ben oltre i confini della provincia di Gorizia…

«Treviso. Il 15 agosto scorso, a Gradisca, in provincia di Gorizia, aveva architettato un’evasione di massa dal Cie, il Centro per l’identificazione e l’espulsione degli stranieri irregolari. Lui, E. T., 29enne dell’Honduras, lì in seguito a tre anni di carcere per rapina, era la mente: avevano appiccato degli incendi ed in una ventina avevano approfittato della baraonda per scappare. Una cosa organizzata anche con altri Cie sparsi per la Penisola. Durante la fuga, però, si era ferito in maniera seria ad un braccio con il filo spinato. Il giorno dopo si era presentato all’ospedale di Gorizia per essere medicato. I sanitari avevano avvertito le forze dell’ordine, ma lui era riuscito a scappare nuovamente. Da lì si era spostato in provincia di Treviso, dove ha dei parenti. La polizia l’ha atteso per gironi al Ca’ Foncello, dove si sapeva prima o poi sarebbe arrivato per farsi medicare la profonda ferita al braccio. E così è andata stamattina. Lui è rimasto di stucco quando si è trovato i poliziotti ad aspettarlo: non ha neppure provato a scappare. Immediata l’attuazione della procedura per l’espatrio.» (Da Oggitreviso.it)

Dal Mesopotamia Social Forum, finito ieri a Diyarbakir

30 settembre 2009 Lascia un commento

Articolo e scatti di Michele Vollaro, da Diyarbakir

Libertà, democrazia, uso comune delle risorse naturale: parole che in tanti paesi occidentali potrebbero anche sembrare retoriche, ma che a Diyarbakir hanno un significato ben concreto. Nella principale città del Kurdistan turco si conclude oggi il Mesopotamia Social Forum, un incontro organizzato da decine di organizzazioni sociali e politiche della regione, in vista del prossimo Forum Sociale Europeo che si terrà a Istanbul nel giugno del prossimo anno, per porre al centro dell’attenzione i problemi a cui è sottoposto il popolo curdo. A poche decine di metri dalla stazione ferroviaria, nel parco comunale Sümer Park, i ragazzi del Congresso della gioventù patriottica democratica (Ydgm), l’organizzazione giovanile del partito filo-curdo Dtp, hanno allestito un campeggio internazionale per ospitare i circa 300 attivisti venuti da numerosi paesi europei. “Non chiediamo la secessione dalla Turchia – spiega prima di partecipare a un seminario sulla frammentazione dei popoli in Medio Oriente Mehmet, studente presso la locale università – ma che vengano riconosciuti i nostri diritti culturali e sociali: non siamo trattati come cittadini allo stesso livello dei turchi”.GetAttachment-3.aspx
L’obiettivo, che per il momento rappresenta più un’utopia, di gran parte dei curdi e delle delegazioni venute da Iran, Iran e Siria per il vertice è costruire le basi di una confederazione che riunisca i popoli della Mesopotamia, una forma statale capace di superare il concetto di nazionalismo, imposto insieme ad altri valori e ideologie estranee alla cultura mediorientale dai paesi occidentali. In Mesopotamia, ripetono in tanti, sono nate la scrittura e con essa la storia dell’uomo, l’agricoltura grazie alla presenza dei fiumi Tigri ed Eufrate, le tre principali religioni monoteiste: per lungo tempo, questa terra è stata il centro del mondo. Finché l’Europa non ha preso il sopravvento ed è cominciata la rivoluzione industriale, quando i paesi europei hanno dovuto cercare in tutto il pianeta le risorse necessarie per far funzionare le nuove fabbriche e preservare la supremazia economica. A completare questo processo, la prima guerra mondiale, al termine della quale le potenze vincitrici imposero la dissoluzione dell’impero ottomano e la nascita in Medio Oriente degli stati-nazione, un concetto completamente alieno a questa terra. La storia dei curdi, come quella dei palestinesi che a Diyarbakir sono gli ospiti d’onore del Forum, è emblematica delle conseguenze dell’imperialismo occidentale. “Grazie al popolo curdo, perché ha aperto la strada della lotta contro il militarismo e il colonialismo, che potranno essere sconfitti solo a partire da questa terra”, dice in inglese Raffaella Bolini in rappresentanza del World Social Forum durante l’inaugurazione dell’incontro. La prima rivendicazione degli organizzatori del vertice è la fine dell’oppressione cominciata all’atto della fondazione della Repubblica turca, quando per costruire da zero una nuova identità nazionale fu vietato l’insegnamento della lingua curda, furono cambiati i nomi dei luoghi (e così l’antica Amida, in curdo Amed, fondata dagli Aramei nel XIII secolo a.C., divenne Diyarbakir), fu fatta tabula rasa di una tradizione e di una cultura con secoli di storia. Ma tra i tendoni montati nel Sümer Park e i padiglioni di un’ex fabbrica di mattoni riadattata a centro pubblico per lo svolgimento di corsi tecnici e professionali, i temi di discussione sono stati numerosissimi. Sei sale in cui sono stati svolti almeno tre seminari al giorno ognuna, seguiti dai partecipanti stranieri grazie a un servizio di traduzione simultanea. La colonizzazione del Medio Oriente, l’anti-militarismo, la questione delle donne in società tradizionalmente patriarcali, le alternative di gestione comunale realizzate dal basso, i diritti dei lavoratori in paesi sconvolti da guerre e repressione statale, la necessità di un sistema d’istruzione che non riproduca i soliti rapporti di potere sono solo alcuni degli argomenti affrontati. Ma è probabilmente il tema della gestione delle risorse naturali e della costruzione di nuove dighe nella regione, ciò che più interessa da vicino chi vive in Kurdistan.
GetAttachment-1.aspxIn Turchia, a partire dal 1954 sono state costruite un centinaio di dighe: secondo Işikhan Güler, membro della Camera degli ingegneri elettrici, la realizzazione di queste infrastrutture risponde da un lato a un discorso geo-strategico per il controllo del territorio e rappresenta dall’altro l’attestazione dell’avvenuta privatizzazione dell’acqua, che non può più essere liberamente usata dalle comunità che vivono lungo i fiumi. “Spesso – spiega Güler – queste dighe sono costruite ingannando la popolazione locale, a cui viene promessa l’elettrificazione della regione e raccontato che i nuovi bacini non causeranno allagamenti. In realtà, accade l’esatto contrario: le dighe non sono provviste di centrali idroelettriche e i nuovi bacini allagano vaste zone del territorio al solo scopo di bloccare l’afflusso d’acqua verso altre regioni e spingere così le popolazioni a emigrare altrove: il modo più drastico per ottenere il controllo politico del territorio”. Inserita nel Grande progetto anatolico (Gap), che prevede la costruzione di 18 nuove dighe nella parte meridionale dell’Anatolia, la seconda barriera di Ilisu sul fiume Tigri è l’infrastruttura che suscita i timori più grandi. Il governo turco, nonostante tutte le società europee che contribuivano a finanziare il progetto (tra cui l’italiana Unicredit) siano uscite dal consorzio, ha infatti cominciato ugualmente a erigere la nuova diga, che nei prossimi tre anni dovrebbe sommergere una superficie pari a due milioni di chilometri quadrati, causando tra l’altro la perdita di un importante sito archeologico come la città di Hasankeyf, risalente al periodo dell’impero sassanide. “L’acqua, simbolo di vita, e il suo uso da parte dell’uomo devono contribuire a costruire legami tra i popoli, non diventare una merce da cui trarre profitti – afferma Ipek Taşli della campagna per fermare la diga di Ilisu – Nel nostro paese, la questione dell’acqua viene usata strategicamente dall’esercito turco e dai ricchi capitalisti per impedire qualsiasi genere di opposizione sociale e politica: il problema, che ancora non è stato compreso, è che continuando a giocare in questo modo con la natura non ci rendiamo conto che dovremmo sopportare conseguenze inimmaginabili, per il nostro futuro e del pianeta tutto”.

Siamo tutte Neda!

22 giugno 2009 Lascia un commento

4983_1171887781011_1342523796_30475550_3271656_nTeheran, 22 Giugno 2009 (h. 10.08) — “Ieri avevo scritto un breve appunto perchè avevo un’idea fissa: ‘domani sarà un grande giorno [alla manifestazione] , ma io potrei essere uccisa…’ Invece ora io sono qui, viva, e a essere uccisa è stata mia sorella. Sono qui a piangere mia sorella morta tra le braccia di mio padre. Io sono qui per raccontarvi quanti sogni coltivava mia sorella… Io sono qui per raccontarvi quanto fosse una persona dignitosa e bella, mia sorella…Sono qui per raccontarvi come mi piaceva guardarla quando il vento le agitava i capelli… Quanto [Neda] volesse vivere a lungo, in pace e in eguaglianza di diriiti…. Di quanto fosse orgogliosa di dire a tutti, a testa alta, ‘Io sono iraniana’…

Di quanto fosse felice quando sognava di avere un giorno un marito con capelli spettinati, [sognava] di avere una figlia e di poterle fare la treccia ai capelli e cantarle una ninna-nanna mentre dormiva nella culla. Mia sorella è morta per colpa di chi non conosceva la vita, mia sorella è morta per un’ingiustizia senza fine, mia sorella è morta perchè amava troppo la vita… Mia sorella è morta perchè provava amore per tutte le persone…

Chiunque leggerà questa mia lettera, per favore, accenda una candela nera con un piccolo nastro verde alla base e ricordi Neda e tutti i Martiri di queste giornate, ma quando la candela si sarà spenta non dimenticatevi di noi, non lasciateci soli…

Durban 2: la polemica sul nulla

22 aprile 2009 Lascia un commento

Durban II: Conferenza sul razzismo, una polemica misteriosa
Pubblicato in Internazionale

Sedici pagine, cinque sezioni e 143 punti, ma nessun elemento polemico al suo interno nei confronti di alcun governo o gruppo particolare, ma solo, una burocratica e, volendo, anche noiosa sequenza formale di passi presi, da prendere e da mettere a punto per combattere il razzismo in tutte le sue forme. È questo quello che emerge da un’analisi approfondita della versione integrale della bozza del documento finale approvato venerdì scorso e che dovrà essere ratificato nella ‘Conferenza contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e le intolleranze connesse’ apertasi oggi nella sede Onu di Ginevra.un-logo-copy Dopo aver passato in rassegna tutti i 143 punti in cui è articolato il documento, non è stato possibile trovare traccia di alcun passaggio che potesse risultare offensivo nei confronti di alcun governo particolare o di alcun gruppo etnico, religioso preciso.
Seppur frutto di una revisione, il documento preso in esame integralmente questa mattina sembra (visti i toni formali e diplomatici che lo caratterizzano) difficilmente aver potuto lasciare spazio ad attacchi particolari. Nella versione approvata venerdì comunque (prima quindi che molti paesi occidentali confermassero la loro volontà di boicottare l’appuntamento) gli unici riferimenti precisi e degni di nota a qualche gruppo in particolare si trovano nella sezione più ampia (la quinta e ultima) e sono relativi ai migranti e ai richiedenti asilo, ai Rom-Sinti ai Gitani, alle popolazioni indigene di Asia e America Latina, ai discendenti degli schiavi africani, alle donne (discriminazione di genere), ai portatori di handicap o ai malati di Sindrome da immunodeficienza acquisita (Sida/Aids).

Sulla base della lettura effettuata, alcuni dei passaggi del documento politicamente più rilevanti e in una certa misura critici sono quelli in cui si ricorda agli Stati di “assicurarsi che qualsiasi misura presa nella lotta contro il terrorismo venga portata avanti nel pieno rispetto dei diritti umani, in particolare del principio di non discriminazione…” o, riguardo i migranti, l’invito a “prendere misure per combattere il persistere di comportamenti xenofobi o stereotipizzazioni negative dei non cittadini (ovvero migranti e richiedenti asilo, ndr) , anche da parte di politici, forze di sicurezza, funzionari dell’immigrazione e responsabili dei media, che hanno portato a violenze xenofobe, omicidi e attacchi a migranti, rifugiati e richiedenti asilo”.
Sempre sul fronte migranti – l’unico dove forse è possibile trovare passaggi che potrebbero aver irritato alcuni governi europei ed occidentali – il documento chiede un “approccio bilanciato e generale alle migrazioni”, invitando al dialogo internazionale e ad accordi di partnership tra paesi, oltre a “rinnovare la richiesta agli Stati di rivedere e, se necessario, modificare le politiche migratorie che risultano incompatibili con gli obblighi posti dal diritto umanitario internazionale”.

Riguardo alle polemiche relative a presunti passaggi antisemiti o anti-israeliani nel documento, dall’analisi effettuata non è stato possibile trovarne traccia.
Anzi, nella relazione al punto 12 si denuncia “l’aumento del numero di incidenti legati a violenza o intolleranza razziale o religiosa e che include islamofobia, anti-Semitismo, Cristianofobia, e anti-Arabismo”, mentre al punto 60 di chiede “con urgenza agli Stati di punire le attività violente, razziste e xenofobiche di gruppi fondati su principi neo-Nazisti o neo-fascisti e altre ideologie violente” mentre al punto 66 si “ricorda che l’Olocausto non deve mai essere dimenticato, e in questo contesto chiede agli stati membri di adottare le risoluzioni dell’Assemblea Generale 60/7 e 61/225”.
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Il nuovo governo israeliano

9 aprile 2009 3 commenti

Il nuovo governo israeliano di Benjamin Netanyahu è pronto. La cerimonia di insediamento del suo esecutivo avverrà martedì pomeriggio, alle 17 ora locale (le 16 in Italia). La compagine è composta dal partito della destra radicale laica Israel Beitenu di Avigdor Lieberman, dal partito religioso ultraortodosso dello Shas e dai coloni duri e puri del Focolare nazionale ebraico. Ma anche i laburisti, seppur divisi, del ministro della Difesa uscente Ehud Barak che manterrà la poltrona. Per accontentare questa pletora difforme di forze politiche Netanyahu ha dovuto effettuare una sorta di moltiplicazione di posti, 30 ministri, una scelta obbligata ma che non rappresenta certo una garanzia di stabilità.
I ministeri
Netanyahu terrà probabilmente per sé il dicastero delle Finanze e nominerà come suo vice Yuval Steinitz. Altri esponenti del Likud che entreranno nel governo come ministri sono: Yaakov Neeman (Giustizia), Gideon Saar(Istruzione), Yisrael Katz (Trasporti), Moshe Yaalon (Affari Strategici), Gilad Erdan (Protezione ambientale), Limor Livnat (Sport e Cultura) e Yuli Edelstein (probabile futuro ministro dei Media e delle Telecomunicazioni). Il leader del partito nazionalista Yisrael Beiteinu, Avigdor Lieberman, sarà invece il nuovo ministro degli Esteri.

Lieberman e il suo migliore amico

Lieberman e il suo migliore amico

Yisrael Beiteinu, terza forza alla Knesset con 15 seggi, avrà altri quattro ministri: Yitzhak Aharonovitch (Pubblica sicurezza), Uzi Landau (Infrastrutture), Stav Miznikov (Turismo) e Sofa Landover (Immigrazione). Cinque ministri anche per il Partito laburista. Il leader Ehud Barak, ministro della Difesa uscente, manterrà l’incarico; Benjamin Ben-Eliezer sarà ministro del Commercio, Lavoro e Industria; Isaac Herzog avrà il ministero del Welfare; Shalom Simhon il ministero per l’Agricoltura, mentre Avishay Braverman sarà ministro senza portafoglio con la responsabilità per le minoranze. All’opposizione resta il partito centrista Kadima di Tzipi Livni, che ha vinto le elezioni del 10 febbraio scorso di stretta misura, ottenendo un seggio in più del Likud. La Livni ha respinto i ripetuti inviti di Netanyahu per entrare in un ampio governo di unità nazionale, nonostante una parte di Kadima fosse disponibile.

 

I numeri in Parlamento
Ma passiamo ai numeri: Con il sostegno del Labour, Netanyahu arriverà ad avere una maggioranza di 66 seggi sui 120 della Knesset. Ma 7 degli 11 deputati del Partito Laburista hanno espresso la loro ostilità all’ingresso nella coalizione di destra. Se questi votassero contro, la coalizione non andrebbe oltre i 59 voti, e dunque sarebbe in minoranza. Ma non lo faranno, assicurano tutti i commentatori. Non lo faranno nel momento dell’insediamento del governo, ma dopo? Sarà questa una spada di Damocle su ogni decisione del governo. Un’instabilità caratteristica della attuale situazione in Israele, finché non si chiariranno le indicazioni provenienti da oltre oceano sul medio oriente.
Il governo è fatto ma alcune domande restano.

La "democrazia israeliana"

La "democrazia israeliana"

La prima: come mai Ehud Barak ha spinto il suo partito, il Labur Party, ad entrare nella coalizione guidata da Benyamin Netanyahu anche a costo di spaccarlo? E in realtà lo ha spaccato seppur non formalmente. Barak “sotterra una volta per sempre il laburismo israeliano”. “Nel nuovo governo a dare il tono saranno Bibi (Netanyahu), Avigdor Lieberman e gli ortodossi di Shas”, ha esclamato indignata l’esponente della sinistra laburista Shelly Yehimovic. Una possibile risposta si trova nelle parole del segretario della centrale sindacale Histadrut Ofer Eini che nell’assemblea laburista ha prospettato l’altro volto della medaglia con un discorso che ha commosso la platea. “Nei prossimi mesi – ha esordito – 100 mila lavoratori rischiano di perdere il loro posto di lavoro. Già 20 mila saranno licenziati a fine aprile, appena conclusa la Pasqua ebraica”. Eini ha dunque sollecitato i delegati ad essere pratici, ad impegnarsi con il governo, con il sindacato e con gli industriali, per sventare una crisi sociale senza precedenti nella storia di Israele. “I lavoratori hanno bisogno di noi adesso, non in un lontano futuro” ha esclamato. Difatti l’accordo di governo, a sentire Eini, prevede una serie di provvedimenti economici concordati proprio con l’ Histadrut che dovrebbero, nelle speranze dei firmatari, mettere al riparo la classe lavoratrice israeliana dalle ripercussioni della crisi economica mondiale. Ma molti dirigenti laburisti – tra cui il segretario organizzativo Eitan Cabel – affermano che l’ingresso del partito in forma gregaria in un governo con altri sei partiti confessionali e nazionalisti rappresenta “la sua sepoltura definitiva”. Una crisi economica, come quella attuale, con le sue ricadute sul mondo del lavoro può giustificare tante scelte, ma perché Barak ha voluto per sé il ministero della Difesa? Che c’entra questo dicastero con l’attuazione di provvedimenti a favore dei lavoratori? Altra risposta è quella che Barak abbia pensato di dare al nuovo governo, che presenta un ministro degli Esteri che porta il nome di Avigdor Lieberman e che inquieta parte della diplomazia internazionale, una verniciata accettabile, attento allo stile del nuovo inquilino della Casa Bianca. C’è infine un’altra interpretazione, ed è quella che utilizza delle fonti, ovviamente anonime, dei servizi segreti israeliani. Alcuni siti israeliani, ben informati, riferiscono che tra gli alti comandi militari si parla con insistenza di una prossima guerra. Preparazioni in tal senso sembra siano visibili ai più attenti osservatori. La guerra sarebbe quella contro l’Iran o direttamente o per interposto contro Hezbollah. Sempre che vi sia il consenso di Washington. Questo spiegherebbe la pervicacia di Barak di mantenere il ministero della Difesa, decisivo in quel prevedibile e terribile evento.

 

La ‘strana coppia’
Quale che sia la motivazione politica che ha spinto Barak a fare il grande balzo a costo di spaccare il Partito Laburista condannandolo a un probabile permanente ruolo secondario nella politica di Israele, ve ne è una, diciamo così, che parte da lontano. Andiamo a leggere dai diari del “come eravamo” per capire alcune particolarità della politica israeliana, che forse spiega più di tante altre valutazioni questi cambi di direzione politica. I due leader politici israeliani Benyamin Netanyahu e Ehud Barak si conoscono da anni, sono avversari politici ma “fratelli in armi”. Entrambi hanno militato nella più famosa delle unità speciali dell’esercito israeliano ‘Sayeret Matkal’. boycott-israel-free-palestineAllora però i ruoli di comando erano ribaltati: Barak era il comandante del corpo d’èlite e Netanyahu era un suo sottoposto, mentre ora Netanyahu sarà premier e Barak ministro della Difesa. Quell’unità d’assalto con i due attuali uomini politici, fu impiegata nel luglio del 1976, ad Entebbe, in Uganda, durante un dirottamento di un aereo dell’Air France compiuto dalla resistenza palestinese. La famosa ‘Operation Thunderbolt’ che ebbe luogo nella notte tra il 3 luglio ed il 4 luglio 1976, nell’aeroporto di Entebbe. L’operazione costò numerosi morti tra cui il fratello di Netanyahu, il colonello Yonatan. Sarà per questa “compagneria d’armi” che nel corso della campagna elettorale, il politico di destra Netanyahu, non ha risparmiato le lodi nei confronti del politico di sinistra Barak, definendolo suo ministro della Difesa ideale. Ogni paese è il prodotto dalla sua storia, in Israele pare che conti molto di più dell’identità religiosa o etnica quella maturata nei gruppi combattenti israeliani quando il tritolo e il mitra avevano il posto dell’attuale scranno ministeriale.
di Spartaco Salvo   😉

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