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Posts Tagged ‘mesopotamia’

Heracleion: dalle acque del Mediterraneo la scoperta che asciuga un po’ di lacrime siriane

2 maggio 2013 Lascia un commento

Bronze statuette of pharaoh of the 26th dynasty, found at the temple of Amon area at Heracleion. The sovereign wears the “blue crown” (probably the crown of the accession). His dress is extremely simple and classical: the bare-chested king wears the traditional shendjyt kilt or loincloth. ©Franck Goddio/Hilti Foundation, photo: Christoph Gerigk

Ieri chiacchieravo sulla genialità di chi ha provato a costruire una lingua comune a tutti,
che era il mio sogno di bambina, da aspirante viaggiatrice nomade qual’ero.

A colossal statue of red granite (5.4 m) representing the god Hapi, which decorated the temple of Heracleion. The god of the flooding of the Nile, symbol of abundance and fertility, has never before been discovered at such a large scale, which points to his importance for the Canopic region. ©Franck Goddio/Hilti Foundation, photo: Christoph Gerigk

Una lingua comune a tutti, che ci avrebbe permesso di giocare con una contadina ucraina, così come con un bimbo malese o dell’Isola di Pasqua: poi col crescere, con gli studi, con l’amore sfiorato per la linguistica ho capito che “la lingua” era una delle poche cose in cui sentivo di far parte.
Io, lontana anni luce da identitarismi di ogni genere o da attaccamenti morbosi al “suolo natìo”, ho capito che l’unica terra che non avrei mai potuto lasciare era proprio lei, la mia lingua, i suoi accenti, la miscela di dialetti e stratificazioni di memoria collettiva.
Da vagabonda e studentessa di lingue orientali, dopo, ho compreso che forse avevo ragione: che la sola separazione presente era quella, la lingua, vera e unica terra natale che abbia mai amato e che so non potrò mai abbandonare, ovunque finirò.
Perché sono arrivata a dire questo non lo so: in realtà volevo parlare di tuttaltro ma ormai mi sono disabituata a scrivere qui, a seguire forzatamente il filo logico della comprensibilità, quindi pazienza, proseguo a ruota libera.
La poca capacità di scrivere, l’assenza di desiderio di coltivare queste pagine che per anni e anni sono state quotidianità, so da dove vengono.
Vengono da vicoli stretti e strade polverose, vengono dal basalto e dalla terra rossa,
dal dolore che avvolge ogni mio movimento da mesi che son diventati anni, due lunghi anni di ripetuti stupri e torture, di guerra porta a porta, di terre che mai torneranno a vivere come prima, con i sorrisi, la lentezza e l’umiltà di prima.
La devastazione tocca una terra che non è solo la “più cara” per me che non sono nulla,
questa devastazione tocca una terra unica al mondo, un crogiolo di popoli, lingue, religioni e millenni che altrove non ha mai avuto non solo la stessa intensità ma nemmeno la stessa secolare capacità di conservare e amare il proprio patrimonio archeologico.
La Siria è casa nostra:
è la Mesopotamia di ogni di noi, è i colonnati del nostro passato di schiavi o imperatori,
è quel fiume dalle acque calde e fertili, è giacigli romani, sotto ai nabatei, sotto ai bizantini, sotto agli omayyadi, sotto agli abbasidi, sotto ai miei amici: una stratificazione stupefacente di vita,

The stele of Heracleion (1.90m) had been ordered by Pharaoh Nectanebo I (378-362 BC) and is almost identical to the stele of Naukratis in the Egyptian Museum of Cairo. The place where it was supposed to be erected is explicitly mentioned: Thonis-Heracleion. ©Franck Goddio/Hilti Foundation, photo: Christoph Gerigk

anche di guerre, mai però capaci di devastare in questo modo la storia, i marmi, gli stucchi, i mosaici, i ciottolati.
Al contrario di ora.

E’ un lutto eterno, che capisco possiate non sentire dentro di voi, ma che attanaglia ogni respiro di chi sa di cosa stiamo parlando:
seguo costantemente la fila di cadaveri, o di stupri, o di sfollati,
e poi anche quella dei musei saccheggiati, delle tavolette cuneiformi, dei contratti d’affitto di quasi 6000 anni fa, di quelle donne dalle tante tette e dagli occhietti spalancati (5000 anni che quei seni nutrono la storia di ognuno di noi)… è un dolore senza fine,
senza numeri, senza ritorno.

Sono mesi di lacrime senza sosta e senza consolazione.
Poi stamattina apro gli occhi, e cado su questa notizia: Heracleion è tornata.
Eccola, eccola nel suo splendore, nelle sue statue, in più di 700 ancoraggi intatti, e barche, e lampade, e steli, e gioielli…
Dice Goddio, che da decenni la cercava, che ci sarà da cercare e scavare per altri 200 anni:
un regalo incredibile per chi sta perdendo brandelli di storia pezzo pezzo,
un regalo del nostro dolce mare, che ha conservato praticamente intatta, per 1200 anni una splendida città, di cui tutti noi abbiamo letto e studiato.
Heracleion per i greci, Thonis per gli egizi, sonnecchiava a meno di trenta metri di profondità, poco lontana da Alessandria, che a causa di un suolo meno argilloso è rimasta attaccata a terra, invece di sprofondare nell’abbraccio del mare nostrum.

Stamattina le lacrime davanti alla storia sono di gioia ed emozione.
Bentorata Heracleion, grazie di quest’emozione travolgente

Decine di link interessanti ma vi consiglio di andare direttamente sul sito di Goddio, ricco di foto e video stupefacenti: QUI

Bronze oil lamp (late Hellenistic period, about 2nd century BC) discovered in the temple of Amun. ©Franck Goddio/Hilti Foundation, photo: Christoph Gerigk

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Dal canto dei rapaci

11 maggio 2011 Lascia un commento

È l’anniversario di un colpo di pistola alla schiena, di un corpo di donna, di 19enne caduto al suolo per sempre..
Giorgiana, compagna e memoria nostra.
Per ora il canto dei rapaci avvolge le giornate, come l’odore di neve sciolta e del verde che vince su di lei, senza nemmeno combatter poi così tanto.
Da questo paradiso un pensiero alle strade mesopotamiche in lotta, un pensiero ai miei compagni e compagne che attraversano il valico di Rafah verso Gaza, un pensiero a chi lotta o combatte contro il mare per arrivare a riva…
Come sempre

Siria: la lunga fila dei desaparecidos

10 maggio 2011 4 commenti

Uno non sa più dove partire per raccontare quel che accade nel mio pezzo di Mesopotamia, il regime si muove con passo sempre più pesante per calpestare ogni barlume di dissidenza in quelle strade. La cosa che più mette paura, più dell’assedio con i tanks di molte città, più del massiccio uso dei cecchini che aprono teste come noci di cocco, la cosa che più spaventa sono i rastrellamenti.L’altra notte un po’ tutto il paese è calato nel terrore:

Quando i fornai sceglievano Bashar come protettore dei sogni _Damasco qualche anno fa, foto di Valentina Perniciaro_

in molte, troppe città, le forze di sicurezza sono passate al kidnapping: centinaia di case rastrellate, decine d’attivisti portati via, presi dal letto, dai reparti d’ospedale, dai bar o dagli internet caffè. Si sparisce con una facilità impressionante: i numeri, sicuramente non corretti, parlano di 800 morti ma soprattutto di 10.000 persone che son semplicemente scomparse, desaparecide.
Probabilmente torturate in qualche scantinato sperduto nel deserto.

Poi c’è l’altro lato della medaglia: quello che vede una continua richiesta di intervento internazionale sul regime siriane, richiesta tritata dagli stessi attivisti, dalle stesse pagine che chiamano alle mobilitazioni continue. Intervento internazionale in Siria? E come? Con sanzioni o bombe?
Niente di peggio…spero sia solo un incubo che mai si presenterà…
Per ora l’Unione Europea è passata all’embargo di alcuni uomini di regime: oggi è partito ufficialmente il congelamento dei beni di chi è “ritenuto responsabile della repressione violenta contro la popolazione civile”. Tredici persone, tra cui spicca Maher, fratello minore del presidente, noto boia, che in questi giorni ha conquistato molti tristi primati con gli ordini che ha impartito.

Però, in piazza si muore e si scompare.
Ogni giorno di più!

Finito, per modo di dire, l’assedio di Daraa e Banias, è iniziato quello di Muaamadia, quartiere periferico di Damasco, di Homs e di alcuni villaggi dell’Hauran…

Shilim Eren, prigioniera politica kurda condannata a morte

9 maggio 2010 Lascia un commento

Shirin Elem prigioniera politica kurda condannata a morte, ha scritto una lettera all’opinione pubblica.
Nella lettera racconta le condizioni della prigione e la ragione del suo arresto.
Quella che segue e’ una parte della sua lettera:

E’ da tre anni che sono stata incarcerata,tre anni di agonia e di dolore dietro le mura della prigione di Evin.Per i primi due anni della mia incarcerazione non ho potuto sentire,niente avvocati, la mia accusa e’ stata sospesa.Mi hanno tenuto in isolamento in modo arbitrario senza traccia. Nei due anni in cui la mia accusa e’ stata sospesa ho avuto veramente un periodo duro a causa del maltrattamento delle Guardie Rivoluzionarie.
Mi sto ancora chiedendo come mai sono stata imprigionata o perche’ devo essere giustiziata?Se la risposta e’ a causa della mia identita’,quindi voglio dire che sono nata kurda e a causa del mio essere kurda sono stata soggetto a dolore,agonia e isolamento!
La mia lingua e’ il kurdo e ho comunicato con gli amici e la mia famiglia con questa lingua e sono anche cresciuta con questa lingua. Questa lingua e’ stata un ponte tra me e il mio ambiente.
Cio’ nonostante non mi e’ consentito usare il mio linguaggio per comunicare. Non mi permettono di parlare nella mia lingua madre. Non mi permettono di scrivere nella mia lingua nativa.
Sono condannata a negare il mio essere curda e a rinnegare il fatto che sono kurda, ma mi sono detta che se avessi fatto tutto questo avrei rinnegato me stessa.

Onorevoli giudici,cari interrogatori!

Quando mi stavate interrogando io non ero in grado di parlare la vostra lingua.Ho appreso il persiano negli ultimi due anni della mia detenzione nella prigione di Evin.Ho imparato il persiano dai miei compagni di prigionia. Ma mi avete interrogato con la vostra lingua mentre non ero in grado di comprendere una parola di quello che stavate dicendo.
Non avevo alcun idea di quello che stava succedendo nel giorno del processo e non potevo parlare per difendere me stessa;Io non capivo la vostra lingua!
Tutte le torture alla quale sono stata soggetta sono state un incubo per me.Sto vivendo ora con un tormento quotidiano e una sofferenza che nessuno puo’ sopportare. I forti colpi che ho ricevuto mentre mi torturavate hanno danneggiato fatalmente la mia testa.
Alcuni giorni sento un’orribile dolore nel mio corpo,il dolore nella mia testa cresce in modo tale che io non distinguo cosa stia accadendo nel mio ambiente ed io divento incosciente per qualche ora. A causa della gravita’ del mio dolore il mio naso comincia ad insanguinare; e dopo aver provato tutto questo, ritorno al mio stato naturale.
Un altro dono che l’accusa mi ha concesso e’ che la vista dei miei occhi e’ stata significativamente danneggiata e si deteriora costantemente. Avevo chiesto degli occhiali che non mi hanno ancora fornito.Quando sono stata arrestata non avevo un filo grigio nei miei capelli,ma ora dopo tre anni di prigione ogni giorno vedo parti grigie nei miei capelli.
Io sono ben consapevole che voi non non avete commesso questi atti solo contro di me e la mia famiglia, ma avete torturato tutti gli attivisti kurdi,e tra questi  Zeyneb Celalayan e  Runak Sefazade.
Gli occhi in attesa delle madri kurde spargono lacrime. Loro sono terrorizzate da quello che sta per succedere.Con ogni telefonata possono essere informate sulle condanne a morte comminate ai loro figli e alle loro figlie.

Il 2/05/2010 dopo un lungo periodo mi hanno chiamato alla cella,numero 2009; loro hanno ripristinato le loro accuse infondate contro di me. Mi hanno chiesto di cooperare con loro  e avrebbero ritirato la mia condanna a morte. Io non ho idea di quale tipo di cooperazione intendessero perche’ non c’e’ altro che io non abbia gia’ detto. Allora mi hanno chiesto di ripetere quello che avevano detto, ma io mi sono rifiutata. Quelli che mi hanno interrogato avevano detto inoltre che mi volevano liberare lo scorso anno ma che non avevano potuto perche’, secondo loro, la mia famiglia non ha collaborato.
Chi mi ha interrogato ha confermato che io sono solo un’ostaggio nelle loro mani e fino a quando non avranno raggiunto i loro scopi, o mi giustizieranno o non vorranno mai liberarmi.

Shirin Elem Holi

Dal Mesopotamia Social Forum, finito ieri a Diyarbakir

30 settembre 2009 Lascia un commento

Articolo e scatti di Michele Vollaro, da Diyarbakir

Libertà, democrazia, uso comune delle risorse naturale: parole che in tanti paesi occidentali potrebbero anche sembrare retoriche, ma che a Diyarbakir hanno un significato ben concreto. Nella principale città del Kurdistan turco si conclude oggi il Mesopotamia Social Forum, un incontro organizzato da decine di organizzazioni sociali e politiche della regione, in vista del prossimo Forum Sociale Europeo che si terrà a Istanbul nel giugno del prossimo anno, per porre al centro dell’attenzione i problemi a cui è sottoposto il popolo curdo. A poche decine di metri dalla stazione ferroviaria, nel parco comunale Sümer Park, i ragazzi del Congresso della gioventù patriottica democratica (Ydgm), l’organizzazione giovanile del partito filo-curdo Dtp, hanno allestito un campeggio internazionale per ospitare i circa 300 attivisti venuti da numerosi paesi europei. “Non chiediamo la secessione dalla Turchia – spiega prima di partecipare a un seminario sulla frammentazione dei popoli in Medio Oriente Mehmet, studente presso la locale università – ma che vengano riconosciuti i nostri diritti culturali e sociali: non siamo trattati come cittadini allo stesso livello dei turchi”.GetAttachment-3.aspx
L’obiettivo, che per il momento rappresenta più un’utopia, di gran parte dei curdi e delle delegazioni venute da Iran, Iran e Siria per il vertice è costruire le basi di una confederazione che riunisca i popoli della Mesopotamia, una forma statale capace di superare il concetto di nazionalismo, imposto insieme ad altri valori e ideologie estranee alla cultura mediorientale dai paesi occidentali. In Mesopotamia, ripetono in tanti, sono nate la scrittura e con essa la storia dell’uomo, l’agricoltura grazie alla presenza dei fiumi Tigri ed Eufrate, le tre principali religioni monoteiste: per lungo tempo, questa terra è stata il centro del mondo. Finché l’Europa non ha preso il sopravvento ed è cominciata la rivoluzione industriale, quando i paesi europei hanno dovuto cercare in tutto il pianeta le risorse necessarie per far funzionare le nuove fabbriche e preservare la supremazia economica. A completare questo processo, la prima guerra mondiale, al termine della quale le potenze vincitrici imposero la dissoluzione dell’impero ottomano e la nascita in Medio Oriente degli stati-nazione, un concetto completamente alieno a questa terra. La storia dei curdi, come quella dei palestinesi che a Diyarbakir sono gli ospiti d’onore del Forum, è emblematica delle conseguenze dell’imperialismo occidentale. “Grazie al popolo curdo, perché ha aperto la strada della lotta contro il militarismo e il colonialismo, che potranno essere sconfitti solo a partire da questa terra”, dice in inglese Raffaella Bolini in rappresentanza del World Social Forum durante l’inaugurazione dell’incontro. La prima rivendicazione degli organizzatori del vertice è la fine dell’oppressione cominciata all’atto della fondazione della Repubblica turca, quando per costruire da zero una nuova identità nazionale fu vietato l’insegnamento della lingua curda, furono cambiati i nomi dei luoghi (e così l’antica Amida, in curdo Amed, fondata dagli Aramei nel XIII secolo a.C., divenne Diyarbakir), fu fatta tabula rasa di una tradizione e di una cultura con secoli di storia. Ma tra i tendoni montati nel Sümer Park e i padiglioni di un’ex fabbrica di mattoni riadattata a centro pubblico per lo svolgimento di corsi tecnici e professionali, i temi di discussione sono stati numerosissimi. Sei sale in cui sono stati svolti almeno tre seminari al giorno ognuna, seguiti dai partecipanti stranieri grazie a un servizio di traduzione simultanea. La colonizzazione del Medio Oriente, l’anti-militarismo, la questione delle donne in società tradizionalmente patriarcali, le alternative di gestione comunale realizzate dal basso, i diritti dei lavoratori in paesi sconvolti da guerre e repressione statale, la necessità di un sistema d’istruzione che non riproduca i soliti rapporti di potere sono solo alcuni degli argomenti affrontati. Ma è probabilmente il tema della gestione delle risorse naturali e della costruzione di nuove dighe nella regione, ciò che più interessa da vicino chi vive in Kurdistan.
GetAttachment-1.aspxIn Turchia, a partire dal 1954 sono state costruite un centinaio di dighe: secondo Işikhan Güler, membro della Camera degli ingegneri elettrici, la realizzazione di queste infrastrutture risponde da un lato a un discorso geo-strategico per il controllo del territorio e rappresenta dall’altro l’attestazione dell’avvenuta privatizzazione dell’acqua, che non può più essere liberamente usata dalle comunità che vivono lungo i fiumi. “Spesso – spiega Güler – queste dighe sono costruite ingannando la popolazione locale, a cui viene promessa l’elettrificazione della regione e raccontato che i nuovi bacini non causeranno allagamenti. In realtà, accade l’esatto contrario: le dighe non sono provviste di centrali idroelettriche e i nuovi bacini allagano vaste zone del territorio al solo scopo di bloccare l’afflusso d’acqua verso altre regioni e spingere così le popolazioni a emigrare altrove: il modo più drastico per ottenere il controllo politico del territorio”. Inserita nel Grande progetto anatolico (Gap), che prevede la costruzione di 18 nuove dighe nella parte meridionale dell’Anatolia, la seconda barriera di Ilisu sul fiume Tigri è l’infrastruttura che suscita i timori più grandi. Il governo turco, nonostante tutte le società europee che contribuivano a finanziare il progetto (tra cui l’italiana Unicredit) siano uscite dal consorzio, ha infatti cominciato ugualmente a erigere la nuova diga, che nei prossimi tre anni dovrebbe sommergere una superficie pari a due milioni di chilometri quadrati, causando tra l’altro la perdita di un importante sito archeologico come la città di Hasankeyf, risalente al periodo dell’impero sassanide. “L’acqua, simbolo di vita, e il suo uso da parte dell’uomo devono contribuire a costruire legami tra i popoli, non diventare una merce da cui trarre profitti – afferma Ipek Taşli della campagna per fermare la diga di Ilisu – Nel nostro paese, la questione dell’acqua viene usata strategicamente dall’esercito turco e dai ricchi capitalisti per impedire qualsiasi genere di opposizione sociale e politica: il problema, che ancora non è stato compreso, è che continuando a giocare in questo modo con la natura non ci rendiamo conto che dovremmo sopportare conseguenze inimmaginabili, per il nostro futuro e del pianeta tutto”.

Del montone: del mansaf e della maqluba

13 ottobre 2008 2 commenti

I beduini del Vicino Oriente sono gli inseparabili compagni del montone, senza dubbio perchè lo frequentano da quando è stato addomesticato in Mesopotamia, ottomila anni or sono. E’ vero sì che ignorano, e non a caso, lo squisito sapore dell’agnello allevato nei pascoli vicini al mare, e non è dalle loro parti che si aspetta il cosciotto come un innamorato, secondo quanto raccontava Grimond de la Reynière. Resta il fatto che Alexandre Dumas confessa nel suo Grand Dicionnaire de cuisine di aver mangiato in Tunisia, sul limitare del deserto, nel 1833, il miglior montone di tutta la sua sbalorditiva carriera di buongustaio. L’animale, ripieno di datteri, fichi, uva passa e miele, era cotto con tutta la pelle sotto la cenere, come si potrebbe fare con una patata o una castagna…
In Giordania, i valori beduini sono esaltati in tutti i toni.
Non potrete perciò sottrarvi al mansaf, un piatto che i pastori nomadi apprezza da sempre.
Consiste in carne d’agnello, cosciotto o spalla, bollita con cipolle tritate, zafferano, paprica, pepe e cannella fino ad essere cotta perfettamente. Il brodo è poi mescolato con latte di pecora fermentato, cotto in precedenza. Quando lo yogurt è di latte vaccino, come in Francia, bisogna aggiungervi una chiara d’uovo sbattuta e un po’ di farina prima di metterlo a fuoco medio mescolando ininterrottamente con un cucchiaio di legno. Il mansaf è poi preparato come una panata: in fondo al piatto di portata è disposto il pane tagliato in quadratini, poi il riso pilaf sul quale versano la carne e la salsa. Il tutto è guarnito con pinoli dorati nel samn (burro raffinato).
So che molti francesi esiteranno anche di fronte al mansaf più sontuoso, sia per ragioni religiose, dato che l’Antico Testamento vieta di cuocere l’agnello nel latte della madre, sia perchè uno yogurt, per loro, è un dessert al sapore di fragola o lampone, destinato alle merende dei bambini.

 


MAQLUBA (rovesciato) 

ingredienti
@ 1 kg.carne di agnello, montone o pollo
@ 2 melanzane affettate
@1/2 kg. di cavolfiore
@ 1 kg diriso
@ 1/2 cucchiaino di noce moscata
@ 1/2 cucchiaino di cannella
@ olio, sale e pepe
@ altre spezie a scelta  

 

Mettere il riso in ammollo con acqua calda per circa 15 minuti e quindi risciacquarlo per togliere l’amido. Rosolare una cipolla tritata e la carne in una pentola profonda. Versare sopra circa un litro d’acqua e, aggiungere un cucchiaio di sale, cannella, noce moscata e lasciare a bollire per 20 minuti circa; dopo di che togliere la carne dalla pentola e lasciare il brodo nella pentola perchè ci servirà in seguito. Dividere il cavolfiore a pezzettini e salare le fettine di melanzane per assorbire l’acqua interna e farle perdere l’amaro. Rosolare il cavolfiore e le melanzane in olio e togliere via dalla padella. In una pentola sovrapporre degli strati; primo strato di carne; secondo strato di melanzane e cavolfiore; terzo strato aggiungere il riso; a questo punto versare il brodo sopra il riso finchè rimane tutto coperto dal brodo per 1cm circa. Cuocere a fuoco basso e a pentola coperta per 30 minuti circa o finché il riso è cotto e il brodo è assorbito. Rosolare 1/2 etto di pinoli e mandorle a parte.Togliere la pentola dal fuoco. Appoggiare il piatto da portata sulla pentola e rovesciarla. Decorare il piatto con i pinoli e le mandorle rosolate.
Il piatto viene servito quasi caldo e accompagnato da insalata di pomodori e cetrioli tagliate fini oppure con lo yogurt naturale.

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