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Genova 2001: contribuiamo alle spese

15 ottobre 2012 2 commenti

Alla fine di luglio scorso avevamo dichiarato di voler continuare la campagna 10×100.

FAGIOLINO LIBERO!
MARINA LIBERA!
LIBERTA’ PER TUTTE e TUTTI

Non solo perché i processi non sono finiti ma anche perché siamo convinte e convinti che solo così potremo mantenere viva la nostra memoria sulle giornate di Genova e imparare da oggi in poi a fare fronte alle vicende giudiziare con la solidarietà e la forza che attraverso il web ci avete dimostrato.

Se un compagno e una compagna sono oggi in carcere, presto riprenderà il processo per i cinque che dovranno tornare in appello, un altro capitolo della storia giudiziaria di Genova che sta per riaprirsi.

Le spese totali dei processi ad oggi ammontano a circa 80 mila euro, cifra destinata a crescere con l’imminente ripresa dell’appello. Una cifra insostenibile per chiunque di noi, che eravamo lì nel 2001.

Insostenibile perché mette una ipoteca sulla vita delle persone, che si aggiunge alle misure detentive.

Pensiamo che sia importante far sentire la forza dei 300 mila che erano a Genova sostenendo le spese legali delle e degli imputati, per questo invitiamo tutte e tutti a sottoscrivere attraverso il sito di supporto legale www.supportolegale.org, o direttamente qui http://www.buonacausa.org/genovag8,
per far sentire a tutte e tutti la nostra solidarietà.

Se riusciamo a versare tutti anche un simbolico euro, riusciremo a coprire le spese che gli imputati si trovano a sostenere da soli.
Altrimenti no.

Vorremmo poi, che la campagna diventasse uno strumento per ragionare su quanto accade nelle piazze e sul reato di “devastazione e saccheggio”, su cosa significhi per lo Stato e i suoi apparati il termine “ordine pubblico”, quello stesso ordine pubblico che i 10 imputati per Genova 2001 avrebbero turbato.

E’ tempo, pensiamo, di capire da che parte stare..
se dalla parte di chi ruba nei supermercati o rompe i bancomat delle banche o dalla parte di chi le costruisce.

La campagna 10×100

www.10×100.it
info@10×100.it

Per scrivere ad Alberto :Alberto Funaro, Casa Circondariale Capanne, Via Pievaiola 252, 06132 Perugia
Per scrivere a Marina : Marina Cugnaschi c/o Seconda Casa Di Reclusione Di Milano – Bollate, Via Cristina Belgioioso 120,  20157 Milano (MI)

Dal Messico, per i prigionieri
Gli ostaggi iniziano ad entrare in cella
Le ragioni di una campagna
A poche ore dalla sentenza Diaz e “devastazione e saccheggio”

Dal Messico, per Alberto e tutti i prigioneri

10 ottobre 2012 1 commento

Ho un amico che si chiama Alberto che sta in galera
Ho un amico che si chiama Alberto che sta in galera
Alberto l’hanno rinchiuso perchè s’è ribellato a un ordine ingiusto e cieco
Alberto sta pagando un caro prezzo per difendere la potenza dei nostri sogni
Alberto ha gli occhi scuri e profondi e una scintilla s’accende veloce quando parliamo di resistenza
Alberto ha sempre odiato il carcere, giorno dopo giorno
Alberto quando l’hanno arrestato l’hanno torturato, l’hanno umiliato…

…l’hanno braccato decine di agenti e l’hanno costretto a camminare solo verso la cella

Il potere, per accanirsi contro Alberto, ha montato un processo farsa e l’ha condannato a marcire in galera per troppi, troppi anni…
Una sentenza spropositata per un capro espiatorio, una infame vendetta di Stato
Fanno pagare ad Alberto le lotte di tutti e tutte…
…vogliono così intimorire la gente, farla rassegnare al presente perpetuo del capitalismo.
Alberto è uno, nessuno, è trecentomila.
Alberto è uno, nessuno, è trecentomila.
Alberto è un indigeno tzotzil del Chiapas
Alberto è un libertario romano

Nel Chiapas della guerra permanente e dei massacri contro gli indigeni, Alberto Patishtán Gomez, detto el profe, è stato condannato a 60 anni accusato di un’imboscata contro sei poliziotti… Nell’Italietta dell’ipocrisia e della precarietà Alberto Funaro, er fagiolino, viene condannato a dieci anni per resistere nella Genova della guerra di strada, combattuta metro per metro contro 20,000 agenti. Nel Chiapas della rivoluzione zapatista e dei villaggi autonomi in resistenza, Alberto Patishtán è un ostaggio del Potere che non tace, che denuncia, che tesse reti ribelli nelle galere…
Nell’Italia dei territori in resistenza Alberto è dentro per una passione, quella passione che fa anche della cella una trincea, una passione che quando si contagia fa tremare il potere. Quando i governi dispiegano i loro sbirri a difesa di se stessi, si somigliano ancora di più. Ma non c’è oceano, non c’è latitudine, non c’è frontiera… non ci sono argini e dighe che tengano quando le resistenze si conoscono, confluiscono e formano la grande mareggiata che, goccia dopo goccia, li sommergerà.
Abbiamo scelto di parlare di Alberto, dei nostri Alberto, ma avremmo potuto usare migliaia di altri nomi. Non solo per parlare della vendetta di Stato su Genova, che comunque c’ha scosso anche qui in Messico, o per parlare della guerra a bassa intensità che si combatte in Chiapas e miete vittime…

Gli ostaggi in mano del potere sono ovunque e tutti patiscono i rigori di un regime punitivo e insesato chiamato GALERA. Una condizione di costrizione dei corpi e incasellamento delle menti che trova il suo corrispettivo nel disciplinamento globale della società: eserciti che pattugliano per le strade, frontiere chiuse ai migranti di ogniddove, impunità garantita ai corpi di polizia, leggi speciali a difesa dell’accumulazione di capitale.

Per questo salutiamo Alberto Patishtán e Alberto Funaro, ma anche tutti gli altri e le altre compagne schiacciate fra le umide pareti della prigione: salutiamo, fra i tanti, i 5000 prigionieri politici in Palestina, le centinaia di baschi e basche condannate come terroristi per difendere in un lembo di terra a ridosso dei Pirenei, i guerrieri Mapuche che – irriducibili – pagano con sentenze secolari la difesa dei loro boschi, gli anarchici sequestrati da ogni Stato del pianeta, le centianaia di egiziani ed egiziane, fiori strappati alla primavera araba… gli attivisti e le attiviste perseguitati per occupare ed esigere case. Salutiamo inoltre i migranti di qualsiasi terra, cacciati da qualsiasi governo e incarcerati negli infernali CIE costruiti lungo quelle cicatrici che dividono il mondo in Stati…

E in questo spazio di riflessione, di libertà e di memoria ricordiamo chi in galera è morto. Perchè di carcere non si muoia più, ma neanche di carcere si viva.

E ricordiamo la dignità di una donna, di una compagna, una nostra compagna.
Occhi blu imprigionati per 18 di anni, occhi di una donna che non ha mai smesso di essere quello che era: semplicemente una donna, incredibilmente una donna. Guerriera, compagna, madre, sorella, amica. Franca Salerno è viva nello scontro quotidiano contro la barbarie della galera, pattumiera della società patriarcale, verticale, colonialista, capitalista. Una lotta che è la stessa che suo figlio, con noi, ha animato contro la precarietà, contro le guerre imperialiste, per il diritto all’abitare: Antonio e i suoi occhi blu. Che il mare vi culli, una madre e un figlio. Uniti nella rabbia e nell’amore.

L’ultimo abbraccio – amici, sorelle, compagni e passanti – lo diamo insieme a voi a chi ci ha portato qui: Renato. Ci sono buone ragioni per continuare a lottare, buone ragioni per rischiare anche la galera… sono le stesse che fanno la vita meravigliosa: la solidarietà, la giustizia, l’amore, il calore di un sorriso e di un abbraccio. Le stesse ragioni che hanno fatto di Renato – il nostro Renato – un ricordo vivo, collettivo e indimenticabile.

Con tutto il bene dell’anima, dal Messico

Fazio e Nina

Condanne g8: Alberto è stato tradotto a Perugia

24 luglio 2012 6 commenti

Arriva da poco la notizia che Alberto Funaro, in carcere da dieci giorni a scontare la condanna per devastazione e saccheggio, di Genova2001, è stato trasferito da Rebibbia a Perugia, nella Casa Circondariale di Capanne.
Ce lo allontanano, dalla sua città, dalla sua famiglia,
dal poter ascoltare Radio Onda Rossa, la sua radio.
Per scrivergli ora l’indirizzo è:

Alberto Funaro
Casa Circondariale Capanne
Via Pievaiola 252
06132 Perugia

TUTTI LIBERI!
http://10×100.it

10×100 anni di carcere: GENOVA NON E’ FINITA!

Gli ostaggi iniziano ad entrare in cella…ALBERTO LIBERO!

15 luglio 2012 12 commenti

Una sconfitta lunga undici anni, il tuo pugno chiuso che usciva da quella macchina,
mentre girava l’angolo della Questura centrale.
Poi invece il tuo sorriso,
che mentre ci salutava apriva la strada e il cuore a quello che da oggi dovremo affrontare:

CONTRO IL CARCERE, GIORNO DOPO GIORNO
FAGIOLINO LIBERO

il tuo sorriso, quel saluto strappato prima in questura poi davanti alla porta carraia che ti ha mangiato,
ha chiuso definitivamente questa amara sconfitta,
così lunga,
intrisa a litri del sangue di quelle strade, del sangue dal volto di Carlo,
del sangue sui termosifoni e quello trascinato sui muri e sui gradini delle scale,
ed ora anche in gabbia,
avvolta tutto tondo da cemento e ferro, da anfibi e ammasso di corpi prigionieri.

L’ha chiusa con un dolore che io non so descrivere, col tuo sorriso spaventato e forte e le nostre lacrime a litri, implacabili,
di quelle che ti scavano il viso per sempre.
L’ha chiusa per aprirne una tutta nuova, che parte da voi, dai vostri corpi prigionieri, da quanto riusciremo a non farvi sentire soli.
Perché quando abbiamo aperto la campagna 10×100 le parole che ci sono venute a tutt@, spontanee e sanguigne, sono state che Genova non è finita, non può finire in questo modo: non con l’assurdità di questo reato, non con il capro dei capri espiatori.
Questa sentenza ne è la conferma, la prova lampante che non avendo nulla nelle mani si sono accaniti con 25, poi 10, poi 5 …
ed ora già tra le sbarre siete 2.

Cinque. Cinque persone su quei 300.000 che eravamo.
Cinque persone in carcere, per aver mosso gesto contro la proprietà, contro una vetrina, contro un simbolo.
Fino a quindici anni, per quelle loro maledette vetrine, per dei cocci assicurati,
per aver osato affrontare simbolicamente (parliamo di 3 banche su 300) i luoghi del potere finanziario.
Siamo al surreale che diventa realtà, di cemento e ferro.
Siamo agli ostaggi delle cose, corpi prigionieri della proprietà privata, dell’aver osato infrangere i vetri.
Loro possono passare le camionette sui nostri corpi, possono spararci dritto in faccia, possono sequestrarci nelle caserme per torturarci, per strapparci i piercing, per minacciare i nostri corpi di donne di esser violati dai loro manganelli di Stato,
loro possono tutto.
E con il reato di “devastazione e saccheggio”, con questo nuovo paradigma penale che sempre più ci troveremo ad affrontare,
possono anche sequestrarci, strapparci alla vita, alla politica, alla libertà,
per anni infiniti,
nella difesa della “robba”, delle cose, dei vetri che non vanno rotti mai.

Non ti posso pensare lì Fagiolino, non posso pensare quel tuo corpo buono, lungo lungo, che cerca una posizione in branda,
con quella condanna sul groppone. Non posso pensare a quella porta carraia, che già odio di mio, che ora si è presa anche te,
è una sensazione di rabbia e impotenza che fa male ad ogni pezzetto di corpo.
E’ un’ingiustizia, fratello mio, che mai sarebbe dovuta passare sulla tua pelle, portandoti via da tutti noi.
Non ci sarà un secondo di pace, in questo stomaco, finchè sarai lì,
perché ci stai pe’ tutti, Albè, stai lì per tutti noi e non ti lasceremo un secondo.
A te, come agli altri.
ALBERTO LIBERO! TUTTI LIBERI!

Nessuna condanna potra mai fermare le nostre lotte
In ogni caso, nessun rimorso
Segui : 10×100.it

PER SCRIVERE A FAGIOLINO:

Alberto Funaro
Casa Circondariale Capanne
Via Pievaiola 252
06132 Perugia

 

Oggi, domenica 15 luglio, presidio di solidarietà davanti al carcere di Rebibbia
Radiondarossa invita le compagne e i compagni di Roma a partecipare ad un saluto ad Alberto,
domenica 15 luglio a partire dalle 18 sotto Rebibbia angolo via Majetti.
Per un appuntamento molto partecipato con un microfono aperto alla solidarietà e alla vicinanza ad Alberto e a chiunque si trovi chiuso dentro un carcere.

Gli appuntamenti per il 13, giornata della sentenza di cassazione per “Devastazione e saccheggio”

12 luglio 2012 2 commenti

NON LASCIAMO CHE CHIUDANO 10 DI NOI!
NON LASCIAMO CHE IL LUCCHETTO SI CHIUDA

Il 13 luglio la Corte di Cassazione è chiamata ad esprimersi sulla sentenza che condanna 10 manifestanti accusati di devastazione e saccheggio – con pene che vanno dagli 8 ai 15 anni – per le giornate contro il g8 di genova 2001.

La campagna 10×100 dà appuntamento a tutte e tutti dalle ore 20.00 a Piazza Trilussa per prendere parola sull’esito della sentenza. Facciamo sentire la nostra vicinanza e la nostra solidarietà a dieci persone le cui vite sono sospese, in attesa della decisione di un tribunale. Dieci capri espiatori da colpire per educare chiunque voglia continuare a manifestare dissenso. Dieci condanne esemplari che mirano a intimorire i movimenti e chiunque produca conflitto contro i veri devastatori e saccheggiatori delle nostre vite e dei nostri territori.

Appuntamenti per il 13 luglio:

– ore 10.30 appuntamento davanti alla  Cassazione Piazza Cavour per seguire l’udienza
– ore 12.00 Conferenza stampa e consegna delle firme campagna 10×100
– ore 20 Piazza  Trilussa (trastevere) per prendere parola sull’esito della sentenza

Nessuna condanna potra mai fermare le nostre lotte
In ogni caso, nessun rimorso

10×100.it

Le ragioni della campagna 10×100: GENOVA NON E’ FINITA

7 luglio 2012 11 commenti

LEGGI E SEGUI: 10×100.it

[…]Che tempi sono questi in cui
Un discorso sugli alberi è quasi un reato
Perché comprende il tacere su così tanti crimini!
Quello lì che sta tranquillamente attraversando la strada
Forse non è più raggiungibile per i suoi amici
Che soffrono?
[…] b. brecht, 1939 – “A quelli nati dopo di noi”

Carlo Giuliani, pochi minuti prima della sua morte

Quando abbiamo lanciato la campagna 10×100 non immaginavamo che migliaia di persone sul web avrebbero raccolto questo appello.
Manca una settimana alla sentenza in Cassazione, quando 10 manifestanti, nostri compagne e compagni, vedranno deciso il loro immediato futuro. Se la sentenza di condanna in appello venisse confermata, il carcere diverrebbe la loro realtà quotidiana per i prossimi anni.

Nell’incontro “Costruzione del nemico : criminalizzazione degli indesiderati da Genova ad oggi” abbiamo voluto indagare insieme ad avvocati e attivisti per i diritti civili il peso che certe condanne – politiche – hanno nel ridefinire gli spazi del nostro agire, non solo in quanto attivisti, ma anche come abitanti di questo paese.

Pensiamo ai diversi casi di tortura che avvengono nelle celle delle caserme e delle carceri. Pensiamo alla progressiva sostituzione delle leggi con la decretazione d’urgenza. Ai diversi pacchetti sicurezza prodotti negli ultimi anni. Alla individuazione di siti di interesse strategico senza ascoltare le ragioni delle popolazioni (Val di Susa, discariche, siti per la costruzione delle centrali nucleari). Pensiamo al referendum popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua, disatteso e inascoltato. Pensiamo, quindi, all’accanimento con cui hanno perseguito 10 persone condannate per devastazione e saccheggio: un reato figlio del fascismo che
punisce in maniera spropositata reati lievi contro le cose, o la resistenza. Ma soprattutto punisce anche solo la partecipazione, la ”compartecipazione psichica”.

Il messaggio è chiaro, come ha dichiarato anche Antonio Manganelli nella sua relazione del 20 febbraio scorso: non è più importante capire se si commette un delitto o meno, ma che il solo manifestare, il solo scendere in piazza è già un elemento di colpevolezza.
In altri paesi certe dichiarazioni desterebbero scalpore, soprattutto se escono fuori dalla bocca del vicecapo della polizia all’epoca delle manifestazioni contro il G8 di Genova. Siamo però in Italia, e sappiamo che la catena di comando di Genova 2001 ha nel frattempo ottenuto avanzamenti di carriera e siede oggi ai vertici delle forze di polizia e d’intelligence del paese. Sappiamo che la Camera dei Deputati non ha mai voluto aprire una commissione d’inchiesta su quelle vicende. Sappiamo che si è voluto circoscrivere Genova a un enorme problema di ordine pubblico, che andava gestito con tutta la forza necessaria.

Nel suo libro “In marcia con i ribelli” Arundhati Roy torna a raccontare la “guerra ai poveri” condotta dallo stato indiano in difesa dei grandi poteri economici. A noi, che viviamo nella cara vecchia Europa, si dice che dobbiamo sopportare le ricadute pesanti della crisi economica, cercando di ritrovare l’ottimismo.

Se non vogliamo chiamarla anche noi guerra ai poveri è certo che le misure di austerity e le ‘manovre d’estate’ dei diversi stati europei ci renderanno tutte e tutti un po’ più poveri di prima, restringendo poi ulteriormente gli spazi d’espressione e di partecipazione delle e dei cittadini.

Le ragioni di una campagna come questa, dunque, risiedono qui.
Nel ricordare che prendere parola per i 10 condannati per devastazione e saccheggio vuol dire affermare che le vite delle persone valgono più di un oggetto danneggiato durante una manifestazione. Che la solidarietà è un valore opposto e contrario alla solitudine in cui le si vorrebbe lasciare. Non si tratta di decidere se sia giusto o sbagliato, se ci siano metodi più o meno corretti di manifestare. Si tratta, oggi più che mai, di capire che c’è una sfera incedibile si sovranità, che è quella che attiene al dissenso, alla volontà di cambiare le proprie condizioni di vita, di pretendere il meglio per sé e per gli altri.

Per questo diamo appuntamento VENERDI 13 LUGLIO davanti alla Cassazione a Piazza Cavour per le ore 10:30 per una conferenza stampa e a partecipare al presidio indetto.

A poche ore dalle sentenze Diaz e “devastazione e saccheggio”…

5 luglio 2012 8 commenti

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Foto di Valentina Perniciaro _sotto la cassazione: GENOVA NON E’ FINITA

A me le sentenze mettono ansia,
anche se non riconosco i loro tribunali,
anche se non mi cambia nulla se su un foglio sia sancita la colpevolezza, tantomeno dello Stato, per qualche litro di sangue lasciato su un muro.
Però la sentenza di cassazione per il massacro della Diaz mi mette ansia,
mi mette ansia perché inevitabilmente metterà la parola fine su questi undici anni di storia,
e di vita nostra.
Ho l’ansia per la sentenza di oggi, perché la sento troppo legata a quella di venerdì prossimo, 13 luglio, quando lo stesso maledetto tribunale metterà la parola fine al processo per “devastazione e saccheggio”.
Una parola fine che per 10 compagni potrebbe (anche il mio uso del condizionale è solo un’illusione) comportare galera, sbarre, blindati, casanza, domandine, colloqui, pacchi…
quante parole saranno costretti ad imparare,
quanta vita perderanno tra quel ferro e quel cemento,
per delle vetrine, per delle banche,
per del vetro spaccato.

Le nostre teste, le nostre vene, le nostre vite invece, quelle non hanno mai contato nulla: sono sempre state il loro pane quotidiano,
dentro le caserme, per le strade, dentro le celle.
Il nostro sangue nutre lo Stato da sempre, quindi inutile pensare che qualcuno possa pagarla, inutile sperare in oggi,
inutile credere che un tribunale possa liberarci dalla violenza gratuita mossa contro di noi quel giorno, come sempre.

In carcere ci vai se rompi qualcosa, se “devasti”, se “saccheggi”…
la proprietà privata, le cose, la “robba”
tutto il resto non conta.
Un dibattito interessante quello dello scorso martedì, organizzato dalla campagna 10×100; interessante vedere la storia di questo reato,
interessante capire come procede la costruzione del nemico, come si adatta il codice penale ( non solo fascista, ma anche pre-fascista) alle lotte esistenti, ai rapporti di forza esistenti (inesistenti, bisognerebbe dire).
Ed io son d’accordo con chi dice che “bisogna di nuovo innamorarsi della parola AMNISTIA, bisogna farla tornare patrimonio del proletariato e del movimento rivoluzionario”…
cavolo se è vero.
Dovremmo lottare per liberare tutti, per liberare tutti coloro che sono entrati (e troppi ne entreranno) in carcere per le lotte sociali,
per la difesa della loro casa, del loro posto di lavoro, del loro diritto al movimento (pensiamo a quanti migranti!),
di qualunque slancio mirato al cambiamento di questa realtà,
alla riappropriazione di tutto quel che desideriamo,
a partire dalla libertà.

Tra dieci giorni il carcere potrebbe abbattersi sui nostri sorrisi come una falce…ed io non posso pensarci.
Abbiamo molto da costruire e da fare, per loro dieci come per gli altri,
tutti gli ultimi della terra privati della propria libertà solo perché hanno alzato la testa,
ognuno con i suoi mezzi, ognuno con le sue parole d’ordine,
ognuno col suo desiderio di abbattere questo stato di cose
e costruire altro.
Ora.

TUTTI LIBERI!

questa sera appuntamento a Piazza Trilussa a partire dalle 18.30:

Giulia Anania
Adriano Bono
(en solo)
Funkallisto
4tet
Rosso Malpelo

Wogiagia

99 Posse Dj set (Marco Messina and JRM)
Incursioni Teatrali del Teatro Valle occupato

Esibizione di artiste e artisti di strada
Laura Riccioli
leggerà Artaud

Per farla finita con il giudizio di Dio-

Daniele Vicari …e altre partecipazioni a sorpresa per i 10 condannati in appello per il reato di devastazione e saccheggio- Perché Genova 2001 non è finita

Inizia il processo ai NOTAV: hanno inserito il turbo

9 giugno 2012 5 commenti

Caselli atto primo:
a due giorni dalla riconferma a capo del palagiustizia di Torino nonostante lo sformanento di età ecco la prima sorpresa (poi neanche troppo sorpresa) del programmino punitivo del noto magistrato.
46 rinvii a giudizio su 46,
questa la allarmante verità che emerge dagli atti presentati questa mattina ai legali del movimento no tav.
Le accuse sono tutte confermate e così i no tav indagati si dovranno presentare, dalle loro dimore di restrizione e per quattro ancora dal carcere in aula ad inizio luglio per l’udienza preliminare. Ma le sorprese non finiscono qui ed ecco allora spuntare il calendario delle udienze vere e proprie, palagiustizia blindato e prenotato per tutte le settimane centrali del mese di luglio escluse le domeniche e i sabati.
Si chiama procedura d’urgenza ed è stata adottata in pochi casi di estrema importanza, ultimo quello del processo minotauro per le infiltrazioni mafiose nel nord Italia (ovviamente dopo aver messo al sicuro e fuori inchiesta i politici istituzionali piemontesi che spuntavano nei primi incartamenti). Ma di quale urgenza stiamo parlando in questo caso?
Urgenza movimento no tav, sì perchè il 26 luglio scadono i termini per la custodia cautelare, passati i sei mesi finalmente gli imputati in attesa di giudizio sarebbero tornati liberi. E invece no, pur di mantenere vivo un procedimento che cadeva da solo facendo acqua da tutte le parti nelle motivazioni di carcerazione e nelle prove si procede con urgenza. I commenti in questo caso li lasciamo tutti per i lettori, per il movimento questo processo diventa inevitabilmente come nel caso di nina e marianna e nel caso degli altri processi no tav un momento di lotta contro una giustizia di parte, pericolosa e inaffidabile.

Altro materiale NOTAV: QUI
Il sito NOTAV.INFO: QUI

Notav: inizia lo sciopero della fame, dopo il rigetto della richiesta dei permessi lavorativi.

10 maggio 2012 4 commenti

Quello che segue qui sotto è il comunicato scritto da Antonio Ginetti, notav di Pistoia, arrestato il 26 gennaio e agli arresti domiciliari dal 17 febbraio.
Antonio non ha avuto diritto alla presunzione di innocenza come del resto tutti gli altri inquisiti Notav, ed oltretutto si vede respinta la sua richiesta di poter lavorare.Antonio, il giorno della sua scarcerazione
E’ questo il motivo per cui ha scelto di entrare da oggi in sciopero della fame, per lottare contro quest’abuso che non permette, ad una persona non ancora condannata per alcun reato, di sostentare se stesso e la sua famiglia,
andando a lavorare sotto controllo della polizia di zona.
No.
Mi viene in mente quel modo di dire “il dottore ha detto che hai da morì” .
Se finisci nelle mani dello Stato come sovversivo o presunto tale, conoscerai il lato peggiore dello Stato, quello che si accanisce anche contro il tuo respirare, quello che sadico ride della tua impossibilità di continuare a vivere con dignità.
Questo è lo Stato che dobbiamo abbattere,
queste, qualunque forma abbiano, le galere che dovremmo distruggere.

TUTTI LIBERI!

Il 16 aprile il G.I.P. di Torino respingeva l’ istanza dei miei avvocati tesa ad ottenere un alleggerimento degli Arresti Domiciliari.
La motivazione stava nella mia: “mancata presa di coscienza e di critica di quanto commesso”
In tal modo il GIP torinese non solo mi riconfermava gli Arresti domiciliari, ma mi toglieva il diritto a rivendicare la mia estraneità ai fatti contestatimi, mi toglieva la “PRESUNZIONE D’INNOCENZA.

Il 26 aprile presentavo una richiesta di permesso ad uscire per recarmi al lavoro.

a) questo non influiva nella realtà dei Domiciliari, in quanto chiedevo solamente di uscire per il tempo del lavoro. Dunque non il sabato e la domenica. E comunque i Domiciliari rimanevano.
b) Nella richiesta scrivevo: “mi rendo disponibile, previo accordo…a presentarmi quotidianamente alla polizia Giudiziaria per controlli”
c) il sottoscritto vive solamente del proprio onesto lavoro. Dal 1986 sono iscritto alla Camera di Commercio quale Ditta individuale.

La risposta del G.I.P. anche su questo è stato il rigetto.

Con la motivazione che: “la dichiarazione di non aver nè orari nè sede rende l’attività incompatibile con la misura domiciliare;
Dopo avermi tolta la “PRESUNZIONE D’INNOCENZA”, ha voluto pure togliermi il diritto al proprio mantenimento.
Non potendo contare ancora sui miei risparmi, considerato l’allontanamento dal lavoro che si protrae dal 26 gennaio, mi trovo in grosse difficoltà economiche.
Pertanto non mi rimane che utilizzare l’unico strumento in mio possesso per oppormi a questo che considero unicamente un accanimento repressivo.

Da giovedì 10 maggio sarò in sciopero della fame.

 Antonio Ginetti

Ferragosto tra le sbarre…

14 agosto 2011 3 commenti

ALMENO QUEST’ANNO NON FA IL SOLITO CALDO, E PER VOI E’ SICURAMENTE UN SOLLIEVO.
MA E’ UN PO’ STUPIDO PARLARE DI SOLLIEVO, ME SA.
UN PENSIERO A CHI E’ RECLUSO, UN PENSIERO A CHI HA DAVANTI UN FUTURO DI RECLUSIONE,
UN PENSIERO A CHI E’ PRIVATO DELLA PROPRIA LIBERTA’ PERCHE’ HA SFIDATO IL MEDITERRANEO E QUESTA E’ LA SUA SOLA COLPA.
UN PENSIERO A CORPI RECLUSI, AI CINQUE SENSI CHE SCOPPIANO, CHE SI ALIENANO, CHE SI LACERANO…
le parole che seguiranno sono tutte tratte da “Il Bosco di Bistorco” , un libro che vi consiglio di leggere per capire cos’è la reclusione…

Quell’impossibilità di rispondere alla domanda: quando si spalancherà il Grande Cancello?
Quell’impossibilità di credere che resterà chiuso per sempre.

Foto di Valentina Perniciaro _blindato e ruggine_

Impossibilità per chiunque – non solo per chi è schiacciato dalla parola MAI vergata da un burocrate anonimo sulla sua cartella.
Ed allora, giorno dopo giorno, nel corpo torchiato da queste ed altre impossibilità, scorre il film della vita passata.
Proprio come, fotogramma dopo fotogramma, negli stati di morte imminente, in un attimo denso di tempo, il vissuto ricapitola tutta la sua trama.
Quella necessità di crearsi forti attese per ristrutturare l’impossibile.
Quell’angoscia di restar reclusi tra le sbarre del loro mancato inveramento.

L’ETERNITA’ PROBABILMENTE NON NACQUE COME CONCETTO,
MA COME PAROLA CHE DESCRIVEVA UN’ESPERIENZA DI ASSENZA DI TEMPO.
UNA REALTA’ ESPERIENZALE IMMEDIATA PIUTTOSTO CHE UN CONCETTO
DI DURATA TEMPORALE INFINITA
_CHARLES TART: Stati di coscienza, Roma 1977_

Il suo “fine pena” era: MAI.
Le parole di un compagno uscito dopo vent’anni riaffiorarono, senza che sapesse perché, tra i suoi pensieri: “Lasci la libertà che è giovane e la ritrovi come una vecchia signora”.
Pensò: “Quindi anche la libertà muore!”

Ci fu subito un’ondeggiamento inatteso: il gruppo barcollò.
Poi, dopo il primo stupore, ognuno cercò l’altro e, tutti insieme, si rannicchiarono in un angolo del campo.
Rimasero vicini, fianco a fianco. Quasi a volersi vicendevolmente proteggere dall’aggressione di quel grande spazio.
Da anni i loro piedi misuravano soltanto i quattro passi e dietro front delle celle o i nove passi e dietrofront dei passeggi.
Ora, il primo muro era a sessanta metri. Ses-san-ta-me-tri!
Ripresero un po’ di fiato, con l’ardore di tanti ragazzini si cercarono in una partita di pallone. Ma fu un’ecatombe.
Cadute rovinose, strappi muscolari, stiramenti, slogature: come in una danza folle ogni gesto mancava il suo scopo e si perdeva fuori luogo e fuori tempo.
Divenne presto chiaro: la programmazione psicomotoria di ogni giocatore restituiva le misure dello spazio interiorizzato negli anni di restrizione precedente. E nelle dismisure del nuovo spazio carcerario il corpo annaspava spaesato.

Per resistere alla reclusione si era appassionato alla cultura indiana e alla meditazione orientale.
Nel concentrarsi, però, incontrava ogni volta una difficoltà: la puzza di galera. Sì, quell’odore insopportabile gli impediva la meditazione.
“Non è un caso -disse- che tutti in carcere usino fiumi di profumo, guardie e detenuti.
E lavino per terra e disinfettino i muri: ma non c’è niente da fare. Hai presente l’odore delle bestie in gabbia?
Al mattino presto, al momento della conta, quando si aprono i blindati, ti arriva in faccia quel fetore di chiuso, di sofferenza notturna.
Ti colpisce come uno schiaffo.
[Aprì la busta e una soave fragranza lo rapì. Rapì il suo cuore. Sui fogli della lettera, come sempre, lei aveva lasciato cadere lacrime discrete di profumo] 

Volantinaggio al San Camillo: contro i CIE, contro tutte le gabbie, in solidarietà con FAID

19 novembre 2009 2 commenti

LO STATO UCCIDE: NEI CIE, NELLE GALERE, NELLE QUESTURE
I suoi servi negano, insabbiano, nascondono

 C’è tensione nel CIE di Ponte Galeria. Da quando i reclusi non hanno più notizie di un loro compagno, di nome FAID, che nella notte tra venerdì 13 e sabato 14 novembre è stato portato all’ospedale per problemi cardiovascolari. Sembra che l’uomo lamentasse dolori da giorni e che dopo l’ennesima richiesta di soccorso l’abbiamo ricoverato all’ospedale S.Camillo. Già da domenica si era diffusa dentro al CIE la voce che FAID fosse morto ancor prima di arrivare all’ospedale, notizia che era stata confermata anche da un avvocato in contatto con due reclusi, mentre la Croce Rossa, davanti alle domande dei solidali e dei reclusi, ha continuato a negare tutto, come al solito, rifiutandosi di fornire informazioni sulle sue condizioni di salute e sul motivo del suo ricovero.

 All’alba di domenica 15 novembre, invece, un altro recluso tunisino, di nome MOHAMED BACHIR, è stato ricoverato all’ospedale Forlanini perché probabilmente affetto da influenza A. E’ quanto hanno ipotizzato i reclusi ascoltando i crocerossini che l’hanno prelevato e che infatti indossavano mascherine su viso e naso. La cosa ha ovviamente diffuso il panico tra i reclusi all’interno del centro, che sono rimasti a contatto per giorni con il virus, al freddo, in spazi angusti e senza alcuna precauzione.
A Ponte Galeria infatti dall’inizio dell’inverno non funziona il riscaldamento e l’acqua calda sembra sia tornata in funzione solo da qualche giorno.
Solo oggi, martedì 17 novembre, apprendiamo che FAID è ancora ricoverato in ospedale in seguito a un’ischemia cerebrale e che fortunatamente, a quanto pare, non sarebbe in pericolo di vita, mentre BACHIR è riuscito a scappare dall’ospedale, ma non ci è dato sapere se sia davvero affetto da influenza A, né se vi sia un reale rischio di contagio all’interno del centro.
Tutto questo non fa altro che mettere nuovamente in risalto la complicità dei crocerossini nella gestione di questi lager e nello stendere un velo d’omertà e di silenzio su quanto succede al loro interno. Insabbiare e negare – che si tratti di torture, stupri o violenze – è quanto fanno la Croce Rossa e chi gestisce questi centri, complici di militari, governi e servi al loro seguito. Diffondere paura – dell’immigrato, del diverso, dell’emarginato – e sventolare il mito della sicurezza è quanto fa lo Stato per legittimare questi lager. La loro panacea è sempre la stessa: repressione e reclusione.

 Così, per il silenzio che si stende sulla situazione di FAID e di BACHIR, per protestare contro le condizioni che si vivono in questi lager e contro il prolungamento a sei mesi della detenzione, buona parte dei reclusi della sezione maschile domenica scorsa è entrata in sciopero della fame. Anche se da ieri sera lo sciopero è stato sospeso, da dentro ci chiedono di mobilitarci dall’esterno, visto che loro la lotta la stanno già portando avanti, come ogni giorno, per la libertà.
Per questi motivi l’assemblea cittadina che si è tenuta mercoledì 18 novembre all’Ex Snia ha deciso di lanciare una mobilitazione di fronte all’ingresso principale dell’ospedale Forlanini,(p.zza Carlo Forlanini), per venerdì 20 novembre alle ore 17.00, per un volantinaggio in solidarietà con Faid.

Libertà per tutte e tutti
Contro tutte le gabbie
Chiudere i lager di stato, chiudere i CIE!
Nella tua città c’è un lager!
Chiudiamo il CIE di Ponte Galeria!

40 anni dalla rivolta di Battipaglia

9 aprile 2009 Lascia un commento

Il 9 aprile del 1969 si ebbero gravi incidenti a Battipaglia, al diffondersi della notizia della decisione di chiudere due aziende storiche come la moti_stazionemanifattura dei tabacchi e lo zuccherificio. Per la città è una tragedia, dal momento che metà della popolazione vive su queste due fabbriche, sulle coltivazioni e sull’indotto. La chiusura di queste aziende significherebbe quindi disoccupazione e miseria. Vengono indette manifestazioni di protesta e cortei, e lo scontro con le forze dell’ordine è drammatico. L’assedio dei dimostranti diventa un attacco, e la polizia perde la testa e spara sulla folla uccidendo due persone: Carmine Citro, operaio tipografo di 19 anni, e Teresa Ricciardi, insegnante in una scuola media di Eboli, che viene raggiunta al petto da una pallottola mentre è affacciata alla finestra di casa sua. Le cariche della polizia si susseguono per tutto il pomeriggio, ed in tutto si contano 200 feriti (di cui 100 da arma da fuoco) fra i dimostranti, e 100 tra i membri delle forze dell’ordine.

Il giorno seguente la gente scende in piazza inferocita, blocca ferrovie, strade e autostrade, dalle 17 mattino_1969alle 22 la città è in mano a tremila dimostranti, che devastano la stazione, incendiano il municipio, danno fuoco a duecento auto e poi assediano il commissariato di polizia e la caserma dei carabinieri. A Roma arriva invece la notizia che ci sono stati cinquanta morti e, temendo una insurrezione generale, viene subito trovato un accordo per la riapertura delle due aziende.

Battipaglia nove aprile

tutti in piazza sono scesi

rossi, bianchi, d’ogni colore
per difendere il lavoro.



Come sempre li padroni

la sbirraglia hanno mandato
con i mitra caricati

come ad Avola e Viareggio.


Chista è storia di oggi

storia di povera gente

ammazzata come cani

per difendere lu pani.

Nella terra di Campania

dove Cristo s’è fermato

scorre il sangue nella strada

della gente più sfruttata.

Carmine si chiamava

lu guaglione assassinata

e Teresa la maestra

che lu core ci hanno squarciatu.



E la storia si ripete

come sempre c’è l’inchiesta
gli assassini restan fuori
e i poveri in galera.

Giuliano Naria…fiabe quasi fiabe

28 agosto 2008 4 commenti

CONTRO I MANGIATORI DI DONI   [dal carcere di Trani]

Disprezzare ciò che è lento è già un donare.
Essere nei gesti delle parole è ricevere doni da te.
Soltanto quando il cielo sbucherà dai soffitti potrai vedere i miei doni per te.
Non compatisco i mangiatori di doni perché non sanno ricevere. E non potranno fare a meno di ricevere quello che meno vogliono. E dovranno accettare doni che non sono fatti per loro. E non saranno doni d’amore quelli che dovranno ricevere.
Superare il tempo in velocità è il mio primo dono d’amore per te.
Vedere nel futuro questo presente è il mio secondo dono per te.
Conficcare nell’immagine non l’immaginazione soltanto ma le parole e i gesti e i gesti delle parole e poi palpare e palparne gli occhi di sole, con il sole negli occhi, addentando il prossimo quanto il remoto, è il mio ottavo dono per te.

Foto di Valentina Perniciaro, passeggiando per il gheto, a testa in su

Foto di Valentina Perniciaro, passeggiando per il ghetto, a testa in su

Togliersi una maschera migliore dello stesso volto e togliersi anche il volto migliore della maschera e ripassare di vernice tutti i sogni e i simboli e i segnali, è il mio quarto dono per te.
Superare l’azione e l’immaginazione dell’azione e l’azione dell’immaginazione per divenire contraddizione degli scopi  e mezzo di questa contraddizione, nel divenire del suo processo  e nel movimento di questo divenire processo è il mio dodicesimo dono per te. Pronunciare: perché? per chi? con che? a che? dove? come? E aspettare i tuoi doni oltre la Soglia e superare cercando e creando un mondo per poterlo pensare e poi farlo perire vivendolo, è il mio settimo dono per te.
Infine abbracciare le stelle dentro e ricostruire attraverso questo abbraccio la mappa del firmamento e distinguere in tanti punti e linee-sfere il visibile e l’enunciabile, ciò che appartiene alle parole e ciò che appartiene alle cose, ciò che non è più discorso, ma non è neppure esperienza, nè identico nè differente, nè continuo, nè discontinuo. Questo abbraccio non è più neppure un dono, ma uno strappare ai mangiatori di doni la stessa possibilità di inventarmi per te e anche amarti come un dono donato da te.

E’ VIETATO CALPESTARE LE AIUOLE E STRAPPARE I FIORI   [San Vittore, marzo 1981]

C’erano vapori allucinogeni nell’aria ed era difficile distinguere il luogo e il tempo dai molti altri paralleli e intersecati. Dimensioni diverse si attorcigliavano fra loro inestricabilmente sino a confondere i sensi.
I sensi impiastricciati, impasticcati, avviticchiati, moltiplicati e divisi, incredibilmente “diversi”.
Nic Niven si chiamò dentro di sé, raccolse i sette spiriti astrali e li ingoiò. Si aggrappò tenacemente alla realtà, intrigandosi con essa; appoggiò le mani sulla terra e ritrovò se stessa.

Foto di Valentina Perniciaro, passeggiando per il ghetto

Foto di Valentina Perniciaro, passeggiando per il ghetto

Lei non aveva paura di perdere l’amore di Oberon, questo, ne era certa, non era in alcun modo possibile. Avevano in comune un regno segreto che apparteneva a loro, creato da loro, era indecifrabile. Ma temeva la malattia dell’anima di Oberon che insieme li avrebbe corrosi.
Separò a forza parte del cervello per trovare la sua interiorità. Con il coltello obbligò i sensi a ricomporsi; obbligò a separare i numeri esterni per sentire solo le voci; il naso le separò dal fumo e non odorò che assenzio; gli occhi si voltarono in dietro e guardò il suo cervello; offese il tatto perché si ritraesse in buon ordine; riempì la bocca di saliva e deglutì a lungo e non sentì più sapore. Scrigno chiuso in sè dentro uno scrigno, blindato, e si trovò lucida e attenta.
Ti regalo lo scrigno, abbine cura e abbi cura di te.

IL SOGNO E LO SPAZIO [carcere di Palmi]

C’era una volta, miliardi e milioni di anni fa, il sogno di un uomo e di una donna, di un bambino e una bambina, di un fratello e una sorella, di un compagno e una compagna.
Questo sogno era un narciso che sbocciava solo a primavera.
Questo sogno era sognato insieme, era vissuto insieme, era un sogno di spazi e di viole, un sogno di prati e di primavere, un sogno in cui non occorreva che si battesse il tempo per poterlo scorrere.
Questo sogno aveva la proprietà degli spazi infiniti e simultanei in un tempo zero. Ogni mattina il loro sogno spariva e spariva con il sogno la dimensione dell’insieme in cui il sogno era vissuto.
Il Tempo ingoiava il sogno e non lasciava più lo spazio di sognare, il Tempo divorava lo spazio e non lasciava più il sogno dei loro spazi vissuti insieme.

Foto di Valentina Perniciaro, tartarughe per il Ghetto

Foto di Valentina Perniciaro, tartarughe per il Ghetto

Gli spazi come i sogni sparivano al mattino lasciando sulle loro labbra brividi di salvia e la misura della quantità del tempo che li separava.
Restavano i narcisi, i narcisi bianchi con sfumature sul viola, i narcisi dai profumi dolci e simpatici, i narcisi sinceri, buoni, che esprimevano la loro amicizia, il loro amore. I narcisi racchiudevano i loro ricordi e le loro discussioni, tutte le loro sensazioni, tutte quelle carezze e quei baci e quegli incontri che non sarebbero mai potuti appassire come quei fiori.
I loro volti assomigliavano a quei fiori, come i narcisi erano ugualmente profumati, colorati, distribuivano e sprizzavano meraviglie e meravigliosità.
(Si racconta, inoltre, che solo chi è insensibile alla grandezza di questo fiore è portato ad essere sensibile nell’amore).
I fiori di narciso racchiudevano in uno stesso spazio i loro sogni, perché nei sogni non solo non si muore, ma gli amori si fanno cristallo e superano ogni limite e confine.
Ogni mattina, quando quel sogno veniva loro rubato, i loro capelli si drizzavano e da ricciolini che erano diventavano simili a degli spaghettini.
Avevano fatto una scommessa su se stessi, con se stessi, battere il tempo, dovevano impedire di farsi trascorrere da lui.
……………………………………………………………………….
E liberarono il loro desiderio di loro, liberarono il loro gesti e le loro parole, quelle parole che non fanno in tempo a fermarsi perchè i gesti sono più veloci.
Si innamorarono del loro amore perché su di questo il tempo non aveva potere, non aveva dominio e il narciso li raccolse nel sogno e dal sogno per portarli lontano da tutto ciò che non erano prati e fiori di primavera.
Nel corpo del fiore era possibile proiettarsi oltre e anche di là. Qui la matematica e la geometria dell’ignoto funzionavano pienamente.
………………………………………………………………………..
Sparirono percorrendo le poliedriche possibilità delle pieghe e degli angoli, proteggendosi dalla tenebra e dalla luce. Come saranno ora i loro capelli?

Giuliano Naria, operaio genovese, era un militante delle Brigate Rosse. Accusato dell’azione che porta alla morte di Coco, passa diversi anni nelle carceri speciali (kampi) di Fossombrone, Cuneo, Asinara… Gli arresti domiciliari per gravi motivi di salute vengono concessi a Giuliano solo nell’estate del 1985. L’anno dopo viene assolto dall’accusa di avere ucciso Coco e la sua scorta. Negli anni successivi viene assolto anche dalle altre accuse, ma il suo fisico è ormai gravemente debilitato. Nel 1995 gli viene diagnosticato un tumore e muore nel 1997. Ha scontato 9 anni e 16 giorni per poi essere dichiarato innocente.

Le sue favole sono un percorso dolce e colorato di evasione. Le sue favole hanno la capacità di svicolare, di scivolare dalle mani dei carcerieri, di volare libere. 

Alì Juburi, morto in una cella d’agosto

14 agosto 2008 Lascia un commento

Alì Juburi è morto nel carcere nel carcere di L’Aquila dopo due mesi di sciopero della fame.
Nel silenzio più totale. 

Quando in galera è il tuo corpo che diventa il luogo della rivolta

di Paolo Persichetti, Liberazione 13 Agosto 2008

La vicenda di Alì Juburi, il detenuto iracheno quarantaduenne morto lunedì scorso a causa di uno sciopero della fame intrapreso per protesta contro una condanna che considerava ingiusta, è una di quelle notizie che troviamo confinate nelle brevi dei grandi quotidiani nazionali o che al massimo riempiono lo spazio di un articolo della stampa locale. Vite che scivolano via nell’indifferenza generale, sospiri persi nelle distrazioni di una estate afosa. Le cronache ci dicono che si trattava probabilmente di una persona sorpassata dagli eventi, triturata dai meccanismi di un dispositivo burocratico-punitivo che non riabilita ma macera le esistenze, soprattutto quando sono fragili.

Arrestato a Milano, rinchiuso a san Vittore, subito dopo la condanna di primo grado gli è toccato il destino dei tanti stranieri ospiti delle nostre carceri: lo sfollamento. I grandi carceri giudiziari funzionano così. I detenuti appena condannati vanno via per lasciare posto ai “nuovi giunti”. Qualcuno ce la fa a restare perché c’è sempre una piccola sezione penale pronta ad accogliere i raccomandati, quelli che hanno un mestiere utile al carcere (muratori, idraulici, elettricisti) e gli asserviti alla custodia. I residenti finiscono nei “penali” della città, se esistono, o nelle carceri della provincia. I più sfigati vengono distribuiti nella regione. Una norma del regolamento penitenziario salvaguarda il diritto di prossimità al luogo di residenza dei familiari, l’istituto di assegnazione non deve distare oltre i 300 chilometri. Così c’è scritto… Il criterio non vale per le categorie speciali, come i detenuti in 41bis, gli Eiv.

Gli stranieri (una volta si diceva “forestieri”, parola migliore che indica soltanto la provenienza da fuori, non l’estraneità, la diversità), che nella stragrande maggioranza dei casi sono soli, vengono sbattuti, “tradotti” (altro termine della burocrazia penitenziaria) nei quattro angoli del paese. Da una città del Nord a causa di uno sfollamento si può arrivare anche in Sicilia. Juburi era finito a Vasto, sul litorale abbruzzese. Condannato a un anno e tre mesi era rimasto in carcere. Non risulta che avesse recidive, non aveva altre condanne e si protestava innocente per quella che aveva subito. Secondo la legge avrebbe potuto essere fuori. Per gli incensurati che incorrono in pene inferiori ai due anni è prevista la condizionale. Il pacchetto sicurezza, che per alcuni reati detti di «particolare allarme sociale» modifica questa norma, è stato approvato solo più tardi. Juburi deve essere incappato in un giudice che ha anticipato i tempi, uno di quelli che annusano con particolare solerzia la direzione del vento. Sicuramente non aveva avvocato, non poteva permettersene uno bravo. Avrà avuto un legale assegnato d’ufficio che senza parcella non si è minimamente interressato al suo caso. Per lui nessuna misura alternativa. 

Se sei straniero non vale. È più facile che ti condannino perché su di te pesa un pregiudizio sfavorevole. Magari ti manca il permesso di soggiorno e hai una residenza al nero che non puoi certificare. Allora non ti resta che accettare il carcere e aspettare che passi. Potresti fare una richiesta di rimessa in libertà, ma non lo sai, non parli bene la lingua, non conosci le leggi, ti chiedono solo di rispettarle. Hai solo doveri ma non diritti. Magari sei sfortunato e non incontri nessuno che vuole o può aiutarti. Nessuno che si sofferma a parlarti, che ti chiede da dove vieni, perché sei lì. Sei solo un paria, uno dei tanti buttati in fondo a una cella. Non capisci cosa succede e perché ce l’hanno tanto con te che volevi solamente vivere, mangiare, vestirti, avere una donna, dei figli. No, per te non vale. Allora ti monta la rabbia, una rabbia che ti torce le budella, ti prende lo stomaco, ti fa digrignare i denti. Vorresti urlare al mondo quell’assurda situazione, ma oltre le mura del carcere c’è solo campagna. Una bella campagna che ti ricorda la tua terra. Gli alberi da frutto, gli ulivi. Ricordi quando eri bambino e correvi tra i campi di grano. Invece ora apri gli occhi e vedi solo sbarre e cemento mentre la vita scorre ritmata dal rumore di grosse chiavi d’ottone. Fuori non c’è nessuno, solo il vento. La rabbia allora fa il cammino inverso, ritorna in te, s’impadronisce del tuo corpo, lo usa come un’arma. Tu diventi il luogo della lotta, lo strumento della protesta. Non hai altro. Hai solo quel corpo e lo usi.

Un filosofo che conosce quelle parole che tu non sai la chiama la «nuda vita». Tu fai della nuda vita il mezzo della rivolta. Non accetti quel che succede. Smetti di mangiare. I primi giorni senti freddo, tanto freddo. Brividi atroci lacerano le tue ossa, la notte il cuore batte fortissimo, ti prende l’affanno. Poi senti come una febbre che ti brucia la pelle. Il corpo divora se stesso. Il tuo peso precipita ma tu già non senti più il morso della fame. Lo stomaco si è chiuso, le forze mancano, ma basta stare fermi e coperti. Le ore passano nel dormiveglia. Ormai sei nella vertigine e non sai più tornare indietro.

Dicono che sia un mezzo di lotta nonviolenta. Che fesseria! Non c’è forma più violenta di uno sciopero della fame, di un corpo che divora se stesso. Autofagia. Altri si mutilano, si tagliano a fettine. Sfregiano la propria pelle con idelebili cicatrici. Rughe che parlano di dolore. Piaghe vive, zampilli di sangue che sporcano i muri tra urla eccitate e fuggi fuggi generale. Un modo di richiamare l’attenzione, segno di fragilità, di disperata voglia di comunicare senza avere gli strumenti giusti per farlo. Nel 2007 (fonte Antigone) gli atti di autolesionismo recensiti sono stati 3687. Circa duemila in meno del 2004, grazie agli effetti dell’indulto. Comunque l’8,14% della popolazione detenuta. La triste storia di Alì Jaburi insieme a queste cifre cifre ci dice che il carcere è il problema, non la soluzione.

                                   ODIO IL CARCERE! 

 Foto di Valentina Perniciaro   "Regina Coeli"
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