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Posts Tagged ‘dipartimento amministrazione penitenziaria’

Ben 350.000€ l’anno a vita: il salario del capo del Dap.

7 maggio 2020 Lascia un commento

ma-zio-paperone-era-feliceE’ lo stesso Dap, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziara a far trapelare la notizia, e direi che non è notizia da poco: il Capo di questo dipartimento, che in questo momento ha questo volto qui, ha una retribuzione annua di 350.000 €.
Trecentocinquantamila euro, cifra alquanto imbarazzante, soprattutto se immaginata sulla pelle dei detenuti, tra sovraffollamento e condizioni di vita indecenti.
Ma non è la sola notizia che si scopre, e quindi il valore reale di quella poltrona non è “solo” della cifra appena nominata, perché rimane come vitalizio anche dopo la fine della carica, e lo stesso accade a fini pensionistici. Mecojoni, se direbbe a Roma.

Una ragione in più per voler distruggere e abolire per sempre il carcere,
e con lui i suoi carcerieri, ricchi e poveri che siano.

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RENDERE L’INDISCIPLINA UN VETTORE DI LEGAME SOCIALE, una storia degli anni ’70

30 aprile 2020 Lascia un commento

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Quando partì la protesta, iniziammo subito a battere sulle sbarre con le gavette, partecipando al concerto che si era scatenato in sezione, condito di slogan e urla dalle finestre. Il rumore era assordante. La collera sembrava moltiplicare per mille. Le voci scavalcavano i recinti del carcere. Proprio questo era il punto. Bucare le mura. Giungere alle orecchie della gente libera. Rendere l’indisciplina un vettore di legame sociale.
Ma proprio questo si doveva impedire. Le guardie si presentarono in assetto antisommossa, decise a entrare e a sedare la “rivolta” con un ulteriore e più consistente pestaggio. Noi tre ci barricammo dentro, incastrando davanti alla porta tutte le suppellettili di cui disponevamo. Quando arrivarono, divelsero il cancello con dei palanchini, e usarono prima i lacrimogeni e poi gli idranti per spingerci agli angoli e fare irruzione senza problemi. Ci massacrarono di botte e, non ancora soddisfatti, ci trasferirono in un reparto disabilitato della sezione, dove ci spogliarono nudi, legandoci ai letti di contenzione in tre celle diverse.
Era la fine di febbraio. Sopra i nostri corpi avevano lasciato soltanto una schifosa coperta infeltrita. Tremavamo di freddo, con gli arti immobilizzati da strette fasciature che si raccoglievano in una specie di nodo scorsoio, chiamato in gergo “la fiorentina”, pensato per impedire anche qualsiasi movimento del collo. Restammo così per due giorni. Non portarono cibo. Non portarono acqua. Non vennero nemmeno a controllare se eravamo vivi o morti. Ci avevano legati talmente stretti da bloccare quasi la circolazione del sangue.  L’unico sollievo era pisciarsi addosso, per sentire un po’ di caldo, prima che l’urina defluisse dal buco ricavato nel tavolaccio, andando a finire nel bugliolo sistemato sotto il letto di contenzione.
Sono stato fortunato a subire queste cose da giovane.
Si hanno riserve di energia insospettabili. E l’odio zampilla pulito, robusto, capace di durare per anni.
Quando vennero a slegarci, ci trovarono viola, semi-assiderati e inetti a qualsiasi movimento. Fu una sorpresa essere trascinati nei cortile per venire mostrati ai detenuti, che si erano rifiutati di rientrare nelle celle dopo l’ora d’aria per chiedere la nostra liberazione dai letti di contenzione.
Zoppicavamo e facevamo schifo, ma era bello guardare negli occhi gli altri prigionieri.
La dignità è una cosa strana. 

PASQUALE ABATANGELO “Correvo pensando ad Anna”

Questo testo racconta una delle tante giornate, tutte molto simili, nel carcere delle Murate di Firenze, nel 1970 o comunque appena prima quella grande stagionie di lotte, rivolte, distruzioni di intere carceri, che sovvertirono l’ordinamento penitenziario e i rapporti di forza al suo interno, strappando condizioni di vita decisamente diverse da quelle che esistevano precedentemente all’arrivo di quella generazione di giovani che alzò la testa per tutti. Malgrado quello che costò.
Una pagina di tortura, che altra parola non c’è per definire quel che avete appena letto, su giovani rapinatori, su ragazzi di strada.
Anche la tortura cambiò in quegli anni, seguì l’evoluzione del movimento rivoluzionario, il suo organizzarsi e crescere, la sua forza dirompente che andava sventrata.
La tortura alla fine di quel decennio si strutturò con un apposito apparato centrale (guidato da un funzionario del ministero dell’interno, Nicola Ciocia) intento a metter fine per sempre alle organizzazioni rivoluzionarie armate, che come potete leggere da questo testo di Pasquale Abatangelo era un meccanismo quotidiano che dimostrava il potere assoluto dei carcerieri sui carcerati, sul loro corpo, sulla loro psiche. I carcerieri, i secondini, i portachiavi …  che all’epoca se non chiamavi “Superiore” erano manganellate sui denti e isolamento. bihihihgoiugo8g8o6tgo8

 

Sul carcere in quegli anni:
A mamma Clara
La rivolta delle Murate e l’uccisione di Giancarlo
Le torture su Buonoconto

Per informazioni sulle tecniche di tortura usate contro i militanti della lotta armata, leggi:
* Ecco come mi torturò De Tormentis
* Il pene della Repubblica
* Le torture su Sandro Padula
– La tortura sulle donne, quel pizzico in più di sadismo a sfondo sessuale:
* Le torture su Paola Maturi e Emanuela Frascella
* Cercando Dozier in vagina
* Chi è Oscar Fioriolli

Sull’ergastolo leggi:
L’ergastolo e le farfalle
Un fiore ai 47 corpi
Aboliamo l’ergastolo
Gli stati modificati della/nella reclusione
Il cantore della prigionia
Piccoli passi nel carcere di Santo Stefano, contro l’ergastolo
La lettera scarlatta e la libertà condizionale
Perpetuitè

Se questi non sono assassinii: la storia di Giuseppe Piccinini, 65 anni

5 novembre 2012 8 commenti

Da quando ho parlato di un morto in carcere su questo blog…
ne son morti tanti, di detenuti. Un numero sempre più impressionante, avvolto in un silenzio mostruoso, di cui si è tutti colpevoli.

Giuseppe Piccinini, 65 anni, sopravvissuto per meno di 48 ore al carcere.

Il carcere uccide, spesso lo fa con una lentezza micidiale,
altre volte con una velocità che è disarmante anche solo raccontarlo,
non si hanno strumenti per comprendere come può sprofondare la vita umana, in un lasso di tampo brevissimo, quando il proprio corpo entra nelle mani dello Stato.
Il buon vecchio caro Stato, che oltre a carcerarti, ti uccide.

La storia di Giuseppe Piccinini, di ben 65 anni, è sconcertante.
Giuseppe è morto per il vino, come nelle canzoni di De Andrè.
E’ morto per il vino perchè il giorno di Natale di 4 anni fa si rifiutò di fare l’alcoltest dopo un tamponamento subìto.
Immediata denuncia, quindi processo, quindi condanna.
Una condanna a 4 mesi, anch’essa notificata con un po’ di sapor di vino durante una partita a carte con la compagnia di sempre, al bar sotto casa: ordinanza di carcerazione.
La richiesta dei domiciliari presentata dall’avvocato era stata rigettata dal magistrato di sorveglianza per “mancanza di idoneità del domicilio nonchè di programma ambulatoriale presso il Sert per abuso di alcol”, malgrado fosse anche in attesa, a momenti, di intervento chirurgico delicato.
E così Giuseppe saluta gli amici, e si avvia in carcere, sottobraccio a quelli coi pennacchi in testa … la storia mentra la si racconta sembra di sentire le dita di Faber sulla chitarra.
Era venerdì pomeriggio.
Lunedì mattina è squillato il telefono, a casa sua: «Suo marito è mancato»
Sulla cartella per ora c’è un generico, e quanto mai monotono nelle carceri italiane, “arresto cardiaco”.

Odio i tribunali di sorveglianza quasi più della galera.
Ultimamente.

Condanne g8: Alberto è stato tradotto a Perugia

24 luglio 2012 6 commenti

Arriva da poco la notizia che Alberto Funaro, in carcere da dieci giorni a scontare la condanna per devastazione e saccheggio, di Genova2001, è stato trasferito da Rebibbia a Perugia, nella Casa Circondariale di Capanne.
Ce lo allontanano, dalla sua città, dalla sua famiglia,
dal poter ascoltare Radio Onda Rossa, la sua radio.
Per scrivergli ora l’indirizzo è:

Alberto Funaro
Casa Circondariale Capanne
Via Pievaiola 252
06132 Perugia

TUTTI LIBERI!
http://10×100.it

10×100 anni di carcere: GENOVA NON E’ FINITA!

Lecce: muore in carcere per sciopero della fame!

14 maggio 2012 3 commenti

Magari siete soliti andare al cinema, e tra i tanti film mandati giù c’è anche Hunger,
un quadro cinematografico sullo sciopero della fame dei prigionieri politici irlandesi e sulla morte di alcuni di loro,
primo fra tutti Bobby Sands, a cui è dedicata la pellicola.

E’ un film toccante, che racconta bene il carcere e le sue violenze,
ma che descrive soprattutto la sfaldatura corporea di chi decide di togliersi il cibo per protesta, fino alla morte.

Quella è una pagina di storia indelebile, patrimonio di molti noi.
Attualmente in sciopero della fame ci saranno migliaia di detenuti, sparsi per il mondo: è una forma di lotta violentissima, verso la propria stessa persona,
ed è spesso la sola conducibile in carcere, peggio ancora in isolamento.
In Palestina sono centinaia i detenuti che stanno protestando contro le condizioni di detenzione in cui sono costretti in Israele, per la fine della detenzione amministrativa e dell’isolamento: molti di loro se ne stanno andando, devastanti, dopo più di 75 giorni di sciopero.

A Lecce invece, proprio qui vicino, Popo Virgil Cristria, 38enne di Bucarest , è morto.
Condannato per reati contro il patrimonio e la persona, si era sempre dichiarato innocente ed ha provato ad attirare l’attenzione sul suo caso iniziando un rigido sciopero della fame per chiedere la sospensione della pena, terminato solo con la morte, nel silenzio totale.
E’ morto nell’ospedale Vito Fazzi di Lecce, dopo più di cinquanta giorni senza ingerire nulla nel carcere di Borgo San Nicola.

Come è possibile tutto ciò? Non è un assassinio?
Chi sono i medici di quella casa circondariale?
Quando è stato trasferito in ospedale? Dopo quanti giorni?

Chissà se chi ieri marciava per la vita prova il minimo interesse per la vita di Popo Virgil Cristria…..

Il disegno di Carlos Latuff, dedicato alle mamme dei prigionieri palestinesi in sciopero della fame

Il carcere e il suo pervadere i corpi …

19 marzo 2012 18 commenti

Ci son parole e meccanismi che fanno capire il carcere meglio di una settimana di isolamento.
Perché il carcere non è fatto solo di cemento e di ferro,
il carcere non è solo una branda sudicia e scomoda, uno spioncino, un blindato che sbatte prima o dopo altre decine di suoi simili.
Perché il carcere non sono solo le chiavi di ottone che pendono dalle divise, non sono i propri amori visti col contagocce davanti ad occhi inquisitori e sconosciuti,
perchè il carcere non è solo anfibi unti, non è solo lavarsi il culo dove si tiene a bagno la frutta,
il carcere non è solo sudore mischiato tra troppi,
non sono solo tanti corpi a russare, puzzare, lavarsi, mangiare, masturbarsi, gridare, giocare, bestemmiare, farsi belli per un colloquio.

Il carcere ti deve entrare in testa, e se per caso sei donna deve entrare anche nel tuo utero.
Il carcere pervade ogni istante del detenuto, ma anche di sua madre, di suo figlio, di sua moglie, di chi lo ama.
Il carcere si appropria della tua vita, anche in quelle tue zone interiori dove non penseresti mai che qualcuno possa entrare e sfondare tutto, o tentare di appropriarsi di tutto.
Perché il carcere con la scusa di rieducare cerca di puntellare la tua testa, di plasmarla,
di domare il tuo corpo e farti dire “sì signore” davanti alle assurdità più inconciliabili con la ragione.
Il carcere è sopruso psicologico e fisico, il carcere stupra chi ami,
sottopone anche i tuoi figli a violenze inaudite,
il carcere annulla la privacy della tua famiglia,
la calpesta, la deride, la violenta come se niente fosse.
Il carcere è un’ aberrazione che cerca di appropriarsi anche delle vite di chi non ha compiuto reati,
il carcere è forse l’istituzione che più di qualunque altra ti fa sognare di farne di reati.
Ti fa sognare enormi esplosioni, dove il ferro e il cemento si fondono con i loro meccanismi perversi, con le loro indagini comportamentali, con le loro relazioni psicologiche,

dove ad esplodere sia la privazione di libertà come quei continui tentativi di annientare la tua persona, anche quando non ce n’è bisogno.
Il carcere è un oceano di desiderio di reati: perché è inaccettabile
e come tutte le cose inaccettabili vanno distrutte.
Abolite.
Abbattute.

 

Dal carcere alle camere di sicurezza: deliri di un neo ministro della giustizia

7 gennaio 2012 5 commenti

Una "camera di sicurezza" delle questure e caserme italiane

Bell’idea ha avuto il nostro nuovo ministro della Giustizia: ha intenzione di svuotare le carceri mandando i detenuti in attesa di giudizio dentro le camere di sicurezza presenti in caserme e questure italiane, o meglio, senza tradurre i nuovi arrestati direttamente in carcere ma tenendoli nelle caserme fino alla direttissima, quindi per circa 48 ore.
Proprio gli stessi luoghi che più volte denunciamo per la violenza con cui vengono trattati i reclusi,
che senza aver la possibilità di entrare nel sistema carcerario (pieno di doveri ma anche di diritti minimi,ogni tanto), rimangono in mani che spesso hanno solo infinita esperienza con il manganello e gli anfibi …
le camere di sicurezza non hanno nulla: non hanno finestre, non hanno bagno, non hanno acqua corrente , non hanno strutture dove poter far respirare una boccata d’aria, non hanno mense dove poter fare i pasti… ma di che parla la Guardasigilli?
Ma come le viene in mente di proporre una cosa del genere?
Sa come è fatta una cella di sicurezza? Sa che quello che appare in questa foto è il top che si può trovare perché altre sembrano segrete, tanto che per entrare devi abbassare la testa?
La signora Severino sa qual è l’odore delle camere di sicurezza?
Sa che la maggiorparte della vita di un detenuto è fatta di ginnastica, di un po’ di socializzazione e magari anche di studi, di un po’ di cibo cucinato col fornelletto al butano (l’è dura senza nemmeno finestra… poi li fate passare per suicidi quando muoiono intossicati?); in una camera di sicurezza niente di tutto ciò sarebbe possibile.
Quanta gente vuole mandare a morire, signora Ministro?
Chi passa in quelle stanze, chi subisce la violenza psicologica e spesso fisica di quei luoghi fuori dal mondo e dalla legge, respira una boccata aria pulita e fresca quando mette piede in carcere… in confronto il sovraffollato putrido balordo carcere è una vacanza…

Un articolo dettagliato a riguardo

I medici lo rimandano in carcere: muore dopo 2 ore

19 maggio 2011 3 commenti

Mario Santini, 60 anni, è morto ieri pomeriggio verso le 16 in cella, nel carcere “Don Bosco” di Pisa. Questo il tragico epilogo di una vicenda che ha dell’incredibile.
Santini era considerato un detenuto a “bassa pericolosità”: assegnato alla Sezione di custodia attenuata “Prometeo”, aveva già fruito di diversi permessi-premio, dai quali era sempre rientrato regolarmente. Ma era anche un uomo gravemente ammalato, debilitato dalla tossicodipendenza e dall’Aids. A marzo, solo dopo che ha cominciato a “sputare sangue”, ottiene degli esami clinici approfonditi e gli viene diagnosticato un tumore ai polmoni, ormai allo stadio avanzato.
Francesco Ceraudo, già responsabile sanitario del “Bon Bosco” e attualmente direttore del Centro Regionale per la Salute in carcere della Toscana, che conosceva bene Mario Santini, si adopera subito perché ottenga una misura alternativa, o quantomeno il ricovero ospedaliero senza piantonamento, in modo da potersi curare in maniera adeguata.
Passano due mesi e Mario rimane in carcere. Una settimana fa ha una grave crisi respiratoria e solo allora lo trasportano all’Ospedale “Santa Chiara”, piantonato dagli agenti di polizia penitenziaria. Ieri mattina i sanitari lo dimettono e lo rispediscono in carcere. Alle 14.00 rientra in cella, alle 16.00 ha una nuova crisi respiratoria e muore. Nessuno se ne accorge, il suo corpo senza vita, già freddo, viene ritrovato alle 18.00.

Il dottor Ceraudo è furibondo: “Provo rabbia e indignazione per questo caso di gravissima malagiustizia e gravissima malasanità”. E prosegue: “Da quattro mesi (da quando ha lasciato l’incarico per il pensionamento – ndr) il carcere di Pisa è senza direttore sanitario e, in attesa del concorso per la nomina del nuovo funzionario, il servizio medico è precipitato nel caos”. Ceraudo è fermamente intenzionato a fare quanto in suo potere perché siano accertate le responsabilità sulla morte di Santini e conclude: “Se fossi stato nei panni del medico SIAS che prestava servizio ieri pomeriggio al carcere Don Bosco non avrei accettato il ‘paziente Santini’, avrei dichiarato la sua totale incompatibilità con il regime detentivo e l’avrei rimandato all’ospedale”.
Con la morte di Mario Santini salgono a 65 i decessi in carcere dall’inizio del 2010. Nella Casa Circondariale di Pisa l’ultimo decesso risaliva al 5 settembre 2010, vittima il 33enne Moez Ajadi, sulla cui morte fu aperta un’inchiesta che ne identificò la causa in una overdose da farmaci.

Ti spiegherò la pena di morte, nel tuo paese

16 gennaio 2010 2 commenti

Dovrò spiegargli che è nato in un paese dove esiste la pena di morte.
Che dolore solo pensarci, non sarò sicuramente in grado di trovare le parole senza sentire un groppo in gola, un senso di nausea.
D’altronde non si può negare la verità ai propri figli, non si può pensare di nascondergli la realtà per far sembrare il tutto meno pesante, non potrò certo proprio io evitare di fargli capire che razza di mondo e paese siamo ormai…
Ed è quindi ormai un dato di fatto, devo cominciare sin da ora a cercare le parole adatte per spiegargli che qui, nel paese dove è nato, piccolo piccolo che non si può credere quanto si può esser piccoli, esiste la pena di morte, anche se ce lo nascondono.

Ma siamo al 16 gennaio e questi sono i dati, i numeri, i nomi e cognome: [fonte: Ristretti Orizzonti]
 
Con la morte di Mohamed El Aboubj, ritrovato esanime nel bagno della sua cella nel carcere di San Vittore salgono a 6 i detenuti suicidi dall’inizio dell’anno: una frequenza mai registrata prima.
Mohamed El Aboubj era stato condannato in primo grado a 6 mesi di carcere per aver partecipato alla “rivolta” avvenuta 5 mesi fa nel Centro di Identificazione ed Espulsione (CIE) di Via Corelli.Tra un mese sarebbe stato scarcerato, probabilmente senza che arrivasse la sentenza definitiva, quindi dopo aver “scontato” in custodia cautelare una vera e propria “anticipazione della pena”.
L’avvocato Mauro Straini – legale di El Aboubj – ha commentato ad Apcom la morte del suo assistito spiegando che “nel 2009 in Italia si è registrato un record di suicidi tra i reclusi, 72 casi, e in questo primo scorcio dell’anno si sono già verificati alcuni casi. Invece di discutere solo in merito alla costruzione di nuovi penitenziari – ha aggiunto il legale – bisognerebbe ripensare seriamente al senso della pena e della custodia cautelare che andrebbe applicata soltanto in casi estremi ridimensionando la facilità con la quale viene disposta oggi“.

6 detenuti suicidi in soli 15 giorni (1 morto ogni 60 ore, in media): una frequenza mai registrata prima, a fronte della quale non c’è alcun “piano carceri” che tenga, anche perché gli interventi recentemente annunciati dal ministro Alfano non prevedono alcun rafforzamento dell’attività “trattamentale” verso i detenuti, quindi l’assunzione di psicologi, educatori, assistenti sociali. Si edificheranno nuove celle (“se” e “quando” si edificheranno), si assumeranno nuovi agenti di polizia penitenziaria (“se” e “quando” si assumeranno), in modo da poter “contenere” e “sorvegliare” fino a 80.000 detenuti. Che possano arrivare vivi al termine della pena – possibilmente conservando anche un po’ di salute fisica e mentale – non sembra essere tra le preoccupazioni di chi governa (il Paese e le carceri).

Cognome Nome Età Data morte Causa Istituto
Mohamed El Aboubj 25 anni 15-gen-10 Suicidio Milano San Vittore
Abellativ Eddine 27 anni 13-gen-10 Suicidio Massa Carrara
Attolini Giacomo 49 anni 07-gen-10 Suicidio Verona
Tammaro Antonio 28 anni 07-gen-10 Suicidio Sulmona (AQ)
Frau Celeste 62 anni 05-gen-10 Suicidio Cagliari
Ciullo Pierpaolo 39 anni 02-gen-10 Suicidio Altamura (BA)


Nelle carceri è rivolta: “Amnistia”!

20 agosto 2009 1 commento

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Sollicciano

Dopo la prigione di Lucca, fuochi e tumulti al Bassone di Como e Solliciano
Paolo Persichetti, Liberazione 19 agosto 2009

Al calar della sera si sono accesi i primi bagliori di rivolta. È successo lunedì scorso, nemmeno 24 ore dopo la più grande visita parlamentare mai avvenuta nelle carceri italiane dal dopoguerra. Prima nella casa circondariale Bassone di Como, poi in quella di Sollicciano a Firenze. Ieri è stato il turno di Capanne, il penitenziario di Perugia. È allarme generale ma non una sorpresa: «Da giorni, settimane, mesi ripetiamo che la situazione penitenziaria del Paese, a causa del costante sovraffollamento, è ogni giorno sempre più critica», ha ribadito in un comunicato il segretario del Sappe, una delle maggiori sigle sindacali della polizia penitenziaria. L’incendio scoppiato all’interno di una cella del carcere di Capanne ha richiesto l’intervento di alcune squadre dei vigili del fuoco. Secondo le prime informazioni ad appiccare le fiamme sarebbero stati alcuni detenuti. A quanto pare l’episodio sarebbe circoscritto, a differenza di quanto è invece accaduto a Sollicciano tra le 23 e l’una di notte di lunedì. La battitura delle inferiate, programmata dai detenuti per dare voce alla protesta contro il sovraffollamento e rivendicare l’amnistia, si è rapidamente trasformata in una mezza sommossa.
Per far sentire oltre le mura il respiro affannato di chi è rinchiuso, l’impasto di sudore e afa, le brande infuocate, l’aria densa e immobile che affoga gli spazzi stracolmi delle celle, i detenuti hanno deciso la protesta del rumore, una delle più classiche e antiche manifestazioni che danno voce al mondo dei rinchiusi. Una battitura ritmica delle inferiate realizzata con pentole, coperchi, bombolette del gas vuote, sgabelli e quant’altro si può percuotere contro le sbarre delle finestre o i blindati. Il tutto accompagnato da urla, fischi, slogan in favore dell’amnistia e dell’indulto. Presi dall’adrenalina altri hanno, invece, cominciato a dare fuoco a tutto quello che si poteva incendiare: giornali, lenzuola, stracci da mostrare alla città. No, non c’era nessun piano, nessun complotto in una situazione dove spesso manca la stessa grammatica per organizzare una protesta. Solo disperazione, tanta rabbia che esplode e accende gli animi. Provate voi a stare accatastati in quel modo, in pochi metri quadrati anche solo per qualche giorno. 950 persone rinchiuse in una struttura che ha una capienza massima di 400. In quelle stanze non circola aria ma grisù. Basta un nulla che prende fuoco. Lo sanno gli agenti di custodia, e lo dicono ormai da diverso tempo. Lo sanno i direttori degli Istituti, lo sanno i dirigenti del Dap.

Sollicciano tra le "fiamme" d'agosto

Sollicciano tra le "fiamme" d'agosto

Lo sa il ministro Alfano. Lo sanno tutti. E sanno anche qual’è l’unica soluzione. Ma fino ad oggi hanno deciso di fare finta di nulla accampando un piano carceri che, anche se solo riuscisse a decollare in parte dopo i tanti rinvii, non risolverebbe nulla se non gonfiare i portafogli di quegli imprenditori che avranno gli appalti. A Sollicciano lunedì sera la tensione è salita alle stelle. Le cronache raccontano l’attivazione di un immediato piano sicurezza. La casa circondariale è stata subito circondata da gazzelle del nucleo radiomobile dei carabinieri e da agenti delle volanti. Altri rinforzi sono arrivati dal reparto mobile della polizia. Attorno al carcere è stato costituito un fitto cordone di sicurezza, neanche avessero dovuto fare fronte a una guerra civile. Ma forse è un po’ a questa idea che i governanti vogliono prepararci. Già ad ogni crocicchio e semaforo di strada si vedono mimetiche dell’esercito armate di tutto punto. Nell’immediato dopoguerra alcune rivolte esplose in diverse carceri sovraffollate come oggi vennero sedate a colpi di cannone. Ci fu un massacro.
Stiamo attenti, dunque. Per fortuna l’altra sera la situazione si è placata nel giro di alcune ore, la polizia penitenziaria è entrata sezione dopo sezione per spegnere i focolai d’incendio. La protesta è di nuovo ripresa alle 10 e 30 del mattino successivo con una nuova battitura. Il garante per i detenuti Franco Corleone dopo un sopralluogo ha spiegato che le proteste nascono da una somma di carenze, diffuse un po’ ovunque nei penitenziari della penisola, aggravate dall’affollamento: la riduzione dei colloqui con familiari e delle ore di passeggio causa ferie del personale di custodia, la mancanza di docce, l’impossibilità di avere visite mediche rapide, sommata alla mancanza di spazi, l’impossibilità di lavorare o svolgere attività, la sordità delle magistrature di sorveglianza che negano i benefici penitenziari. Non stupisce allora se anche a Como, una delle strutture penitenziarie più degradate d’Italia, la protesta è durata tre giorni. Dalla battitura iniziale e lo sciopero della fame intrapreso da alcuni, si è passati nei giorni successivi all’esplosione delle bombolette di gas in dotazione per i fornellini da cucina fino alla rottura dei neon delle celle col tentativo di provocare cortocircuiti, almeno secondo quanto riferito da un esponente della Uil penitenziaria.
Angelo Urso, in una nota ha ricordato come nel carcere di Como «in questi anni non sono mai stati realizzati interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria. Pertanto la fatiscenza e l’insalubrità dei locali non può che aggravare la condizioni detentive». Qualcosa di simile era già accaduto nella prigione di Lucca nei primi giorni di agosto. Anche lì, una protesta dimostrativa si era trasformata in un piccolo tumulto con il lancio di bombolette e focolai d’incendio nelle sezioni. Insomma si assiste ad una fisiologica tendenza all’inasprimento delle forme di lotta conseguenza dell’esasperazione suscitata dalle condizioni d’invivibilità. Nonostante questi ripetuti segnali e i continui appelli lanciati da tutti gli operatori del settore, dal cielo della politica non vengono risposte. Il governo è in vacanza, come i vertici del Dap e del ministero. Intervistato dal Gr della Rai, Ionta ha ribadito le virtù del suo piano straordinario d’edilizia carceraria, senza però indicare date precise sulla sua presentazione. Un’incertezza dietro la quale si nasconde l’assenza di copertura finanziaria e una sostanziale mancanza di credibilità. L’opposizione dovrebbe mobilitarsi con una grande iniziativa politica per impedire che nelle carceri avvengano tragedie. È ora di riaprire la vertenza sull’amnistia

 
Per ascoltare la battitura dei detenuti del carcere di Sollicciano

Carceri galleggianti e manodopera dei detenuti: il Medioevo avanza a passo di carica

15 maggio 2009 2 commenti

Ansa, 14 maggio 2009 

crack_09Carceri “galleggianti”, vale a dire piattaforme o navi ormeggiate a Genova, Livorno o in uno qualsiasi dei numerosi porti italiani, dove trasferire i detenuti così da risolvere l’emergenza sovraffollamento arrivata oggi a 62.473 posti occupati contro un limite regolamentare di 43.201 e una tollerabilità di 63.702. L’ipotesi – una delle tante, oltre alla costruzione di 46 padiglioni e di 22 nuovi istituti, di cui 9 già finanziati, per arrivare a un incremento complessivo di 17.129 posti – è contenuta nel piano straordinario che il capo del Dipartimento dell’ amministrazione penitenziaria (Dap), Franco Ionta, ha consegnato all’inizio del mese al ministro della Giustizia Angelino Alfano.
Nelle 19 pagine di relazione si sottolinea che la nuova edilizia penitenziaria terrà conto di “soluzioni alternative” a quelle fino ad ora adottate, anche attraverso “strutture modulari”, più economiche nella manutenzione-gestione oltre che più rapide da costruire, nonché “la previsione di strutture penitenziarie galleggianti”. Se il piano di Ionta avrà il placet del governo, l’Italia adotterà una soluzione già messa in pratica negli ultimi 20 anni in Paesi come Stati Uniti (la prima chiatta-prigione fu ormeggiata a New York nell’89, lungo il fiume Hudson), la Gran Bretagna (la nave-prigione “Weare” è stata ancorata dal 1997 al 2005 nella baia di Porland, in Dorset), e più recentemente l ’Olanda.

Utilizzo manodopera dei detenuti

Per costruire nuove carceri, oltre che per ampliare o ristrutturare quelle vecchie, saranno impiegati i detenuti, seppure soltanto per “interventi edilizi complementari”. Lo prevede il piano straordinario che il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), Franco Ionta, ha consegnato al mese al ministro della Giustizia Angelino Alfano per far fronte all’emergenza sovraffollamento detenuti. Il piano ipotizza la realizzazione complessiva, al massimo entro dicembre 2012, di 46 nuovi padiglioni in altrettanti carceri già esistenti e la costruzione di 22 nuove carceri (di cui 9 già in costruzione) per un totale di 1 miliardo e 590 milioni di euro, così da arrivare a creare 17.129 posti letto. Di questi ultimi, 4.605 saranno pronti entro un paio di attraverso l’ampliamento di carceri esistenti con nuovi padiglioni o ristrutturazioni, e la realizzazione di nuovi penitenziari già finanziati (costo complessivo 205.730.000 di euro); altri 6.201 posti, per un costo di 405milioni di euro, con fondi già individuati nella Cassa delle ammende (circa 120-130milioni di euro ai quale il commissario straordinario Ionta può ora attingere, mentre fino a due mesi fa l a Cassa era solo per il reinserimento dei detenuti), o nei fondi Fas per le aree sottosviluppate; infine 6.323 posti che costeranno 980milioni di euro con fondi ancora da individuare.

Il complesso carcerario industriale in un articolo di Paolo Persichetti

15 marzo 2009 Lascia un commento

Anche in Italia rischia di prendere forma un complesso carcerario-industriale?

Diliberto, Fassino, Castelli, Alfano: nell’ultimo decennio sinistra carceraria e destra hanno tentato in tutti i modi di favorire l’ingresso del capitale privato nella costruzione e gestione delle carceri

di Paolo Persichetti
Liberazione 14 marzo 2009 (versione integrale non censurata)

«Complesso carcerario-industriale» è la definizione introdotta dalla sociologia critica e dagli attivisti abolizionisti americani per definire la carcere-fabbrica postfordista. Il termine è stato introdotto per la prima volta da Mike Davis, attento studioso di sociologia urbana, per descrivere il sistema penale californiano (Città di quarzo, manifestolibri 1991; Geografie della paura, Feltrinelli 1999; Il pianeta degli Slum, Feltrinelli 2006, sono solo alcune delle sue opere tradotte). Lo ricorda Angela Davis in una sua raccolta di saggi, Aboliamo le prigioni?, da poco pubblicata dalla Minimum fax.

Negli Stati uniti l’impresa privata utilizza la manodopera carceraria. prison-industryIl vantaggio è notevole: «Niente scioperi né sindacati. Niente indennità di malattia, sussidi di disoccupazione o compensi da pagare ai lavoratori. Le nuove prigioni sono fabbriche cinte da mura. I detenuti immettono dati per la Chevron, ricevono prenotazioni telefoniche per la Twa, costruiscono circuiti stampati, il tutto per un costo molto inferiore a quello della manodopera libera». Qualcosa del genere rischia di accadere anche da noi? Da un buon decennio a questa parte ha fatto breccia nella cultura politica l’idea di un coverimagecoinvolgimento dell’impresa privata all’interno del sistema penitenziario. In parte ciò accade già. Alcuni servizi sono stati esternalizzati per ridurre costi e rendere maggiormente efficienti le prestazioni. Per esempio, in alcuni istituti penitenziari le cucine sono state date in gestione a cooperative sociali di ex detenuti. Nella casa circondariale di Velletri si produce addirittura del vino, il fuggiasco, ricavato da vitigni lavorati con cura da una cooperativa di detenuti. A Rebibbia e san Vittore sono attivi dei call center della Telecom. Niente a che vedere, ancora, con lo sfruttamento che le grandi privates corporation americane fanno della manodopera reclusa. L’idea è quella di favorire l’autoimprenditorialità sociale come uno dei percorsi di recupero e integrazione previsti dalla legge Gozzini, dove il lavoro è ritenuto un passaggio verso l’uscita graduale dal carcere, grazie alle misure alternative (lavoro esterno, semilibertà, affidamento in prova). Anche le condizioni contrattuali rispettano i parametri sindacali minimi previsti all’esterno: contributi, ferie, malattia. Ma la difficoltà di stare sul mercato va lentamente snaturando queste esperienze, risucchiate da logiche molto lontane dai loro presupposti iniziali. La pratica dei subappalti e il controllo del mercato da parte d’imprese più grandi condannano nel tempo queste esperienze locali. Il capitalismo ha le sue leggi.

Tuttavia la costituzione e la legislazione italiana restano, per ora, un ostacolo insuperato per chi vorrebbe privatizzare il sistema penitenziario nel suo complesso. Prima che ciò accada veramente occorre che si realizzi un passaggio concettuale importante: separare la punizione dal suo legame con il reato. privatiedprisonsIn sostanza che il castigo non sia più legato al delitto ma una diventi tout court una forma di controllo sociale e sfruttamento delle fasce più basse della popolazione. Per certi versi già avviene in alcune limitate circostanze. Basti pensare a come, nell’accidentato percorso terapeutico della tossicodipendenza, la ricaduta nell’uso di sostanze stupefacenti è assimilata alla recidiva penale e non alla fisiologia clinica.

Un altro requisito è l’esplosione dei tassi di carcerazione, la scelta strutturale di fare della penalità, del sistema giudiziario-penitenziario, un asse essenziale delle politiche di governo sociale. I numeri che vedono ormai superata la soglia limite dei 60 mila detenuti, a fronte di una capienza legale di 43 mila, la retorica dilagante sulla certezza della pena, il populismo penale e l’ideologia vittimaria, sono lì a dimostrarlo: siamo già all’interno di questo processo. Tra il 1995-2005 la popolazione carceraria è cresciuta del 22% rispetto alla media europea, mentre la capacità di accoglienza è rimasta pressoché stabile (+5,5%). prison-industry

Il sovraffollamento, l’eccedenza d’esseri umani rinchiusi, è il cavallo di Troia utilizzato per far passare nel nostro paese l’idea che il ricorso ai privati sia una necessità. Fino alla svolta degli anni 80, i flussi penitenziari venivano governati attraverso il ricorso periodico ad amnistie e indulti. Una politica che non suscitava allarmi sociali e non ha mai pregiudicato la sicurezza e l’ordine pubblico. La paura non era ancora uno dei temi essenziali del marketing politico e diffusa era la consapevolezza che la devianza non aveva radici etiche, non era frutto di un male teologico, ma aveva cause socio-economiche che andavano aggredite. Al di là della ovvia repressione, soltanto politiche strutturali potevano ridurne la dimensione. Insomma l’obiettivo non era solo quello di «sbattere dentro», ma d’intervenire sulle radici sociali del crimine.davis-m_slum1 Poi è arrivata la rivoluzione conservatrice di Reagan, una nuova filosofia della correzione ha avuto il sopravvento anche in Italia e la società è tornata a rinchiudere, incarcerare pezzi di popolazione sempre più ampi. Dietro al sovraffollamento carcerario non c’è un semplice incremento della «devianza sociale», suscitato da quel movimento tellurico che è lo spostamento migratorio di popolazioni verso le zone più ricche del pianeta e dalla precarizzazione strutturale della nuova economia, ma la scelta di fare del carcere uno strumento di governo di questi nuovi flussi. Un fenomeno che ricorda quanto avvenne agli albori del protocapitalismo con le enclosures, le recensioni delle terre coltivabili che spinsero la popolazione delle campagne a cercare fortuna nelle città. Un’improvvisa eccedenza di popolazione che l’immaturità della nuova economia capitalistica non riusciva ad assorbire suscitando l’immensa piaga del vagabondaggio, represso con leggi durissime e l’internamento nelle case-lavoro antesignane della prigione moderna. privatiedprisons

Come sempre accade nella storia d’Italia, le svolte a destra maturano quando al governo c’è la sinistra. Era il 30 gennaio 2001 quando il ministro della Giustizia Piero Fassino, uno dei peggiori assieme a Oliviero Diliberto, dispose la dismissione di 21 carceri e l’individuazione di nuove aree per la costruzione di un modello inedito di prigione, di media sicurezza e trattamento penitenziario qualificato. Progetto che prevedeva l’ingresso dei privati nella costruzione e gestione dei nuovi istituti. Roberto Castelli, il successivo guardasigilli leghista con laurea in ingegneria, non fece altro che raccogliere l’idea. Era il periodo delle cartolarizzazioni e della finanza creativa di Giulio Tremonti. Venne creata la Patrimonio spa, società del governo che doveva raccogliere gli introiti delle dismissioni di Regina Coeli a Roma e San Vittore a Milano, liberando aree urbane centrali che facevano gola alla grande speculazione edilizia. La Dike Aedifica, controllata al 95% dalla Patrimonio, amministrata da Vico Valassi, un amico del ministro, doveva invece coinvolgere i privati. L’operazione però non decollò e della vicenda s’interessò soltanto la magistratura. Con la nomina di Franco Ionta, capo del Dap, a commissario straordinario all’edilizia penitenziaria con poteri speciali, il guardasigilli Angelino Alfano è tornato alla carica. L’obiettivo ora sarebbe quello di costruire carceri di nuova generazione a impianto radiale, edifici concepiti per essere ampliati successivamente. Carceri «leggere» per detenuti in attesa di giudizio. Nuovi edifici modulari costruiti su terreni demaniali con criteri ecocompatibili.

I fondi verranno presi dalla Cassa delle ammende (utilizzata fino ad ora per il reinserimento dei detenuti. Una bella beffa!) e poi si tenterà nuovamente di coinvolgere i privati attraverso il «project financing». Chi costruisce avrà in cambio la gestione dei servizi (mensa, lavanderia, manutenzione) che non sono di competenza esclusiva dello Stato (sicurezza e sanità). Ma poiché tali servizi non sono sufficientemente remunerativi dei capitali investiti, per invogliare il capitale privato il governo ha previsto a titolo di compenso una permuta con i penitenziari situati nei centri storici di alcune città, come Roma, Milano, Palermo, oppure con quelli situati in posti di indubbio valore naturalistico (ma facilmente convertibile in valore turistico) come Pianosa, Procida o Nisida, oltre all’ipotesi di leasing ventennali o trentennali.

La banda del mattone s’appresta a fare soldi a palate.

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