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Posts Tagged ‘Hebron’

La punizione collettiva: continua l’operazione Brother’s Keeper

23 giugno 2014 2 commenti

Basta appena aprire gli occhi, quel minimo che permette alla luce e alle immagini di entrare,
basta quel minimo di fessura per capire che l’operazione Brother’s Keeper che Israele sta portando avanti in Cisgiordania e con i raid su Gaza,
è qualcosa di pianificato da tempo, e che il rapimento è solo una scusa.

Nel quartiere di Beit Hanina (gerusalemme est) 12 macchine e uno scuolabus sono state vandalizzate, così come ad al-Ashqariya dove non si era mai verificato prima un fatto simile. L’incursione dei coloni è avvenuta intorno alle 3 di notte. Sulle macchine le parole “vendetta” o “Morte agli arabi”…

Nell’intervista rilasciata al giornale ultra Ortodosso “Hadrei Haredim” (solo in lingua ebraica) da un ufficiale dell’IDF impiegato nella zona di Jenin, si parla di intenzionalità di alzare la tensione della popolazione provocando lanci di pietra, con cecchini pronti a sparare al primo lancio.
“C’era un gruppo di cecchini su un tetto, un intera unità si è mossa nella periferia di Jenin per crear problemi ed alzare la tensione. Questo è il principale obiettivo: provocarli per poi accusarli di aver causato i disordini.

L’IDF dichiara che l’operazione Brother’s Keeper ha due obiettivi: riportare a casa i tre coloni e infliggere un duro colpo ad Hamas in Cisgiordania; l’operazione durerà tutto il tempo che Israele lo riterrà necessario.

Una punizione collettiva, l’ennesima che il popolo palestinese si trova ad affrontare, non a subire, malgrado la sproporzione.
Lo ripeto, lo ripeterò fino alla nausea: un colono non è innocente.
Un colono deve sentirsi in pericolo ogni secondo della sua vita perché ha scelto di essere un corpo in guerra, occupante, stupratore di terra e cultura.
Un colono è un soldato, è il peggiore dei soldati,
un colono è un mercenario assetato di terra altrui e sangue.
Un colono non può essere considerato un civile, perché ha scelto di non esserlo.
E in Israele son 500.000, cinquecentomila persone che scelgono di vivere così (ogni tanto poi succede che ne pagano le conseguenze, ogni tanto)

Poi, anche non fossero coloni,
anche fossero i più pacifici cittadini del più pacifico dei popoli,
la proporzione qui non è nemmeno il 10 a 1 di Via Rasella, ma è molto più alta.
(non si può dire altrimenti siamo antisemiti nazisti blablablablablablablabla)
Ma sì, riempitevi la bocca: è la più grande democrazia del Medioriente.
5 morti, 410 arrestati durante i rastrellamenti casa per casa (38 nelle ultime ore), occupazione di interi villaggi col posizionamento dei cecchini,
coprifuoco, distruzione di case e infrastrutture…

Leggi: 3 rapiti, un popolo sotto assedio

Ogni casa, in ogni rastrellamento, in ogni villaggio e campo profughi…

Hebron… e l’arrivo di Tsahal

 

 

Un intero popolo sotto assedio per 3 ragazzi dispersi : si chiama Apartheid (o Israele)

20 giugno 2014 2 commenti

La verità è che ci son tre ragazzi scomparsi, probabilmente rapiti. La verità è che son coloni israeliani, giovani coloni israeliani: e questo comporta che siano degli occupanti per scelta. Comporta la decisione di vivere in un territorio occupato e in una guerra permanente da loro guerreggiata a cemento armato, insediamenti, muri e ovviamente piombo.
Essere coloni, ovviamente per scelta come tutti lo sono, comporta (dovrebbe comportare, se il mondo fosse più giusto e razionale) un elevato rischio quotidiano: d’altronde vivi in terra d’altri, bevi acqua d’altri, espropri case d’altri, seghi colline d’altri, sradichi alberi d’altri e così via,
fino al loro quotidiano tuffo in piscina. E’ l’abuso degli abusi, la violenza delle violenza: l’esser coloni israeliani.

Ieri, ucciso nel villaggio di Dura (Hebron)

Ma torniamo ai fatti: ci son 3 ragazzi scomparsi mentre facevano l’autostop.
C’è il precedente storico di Shalit, che però era un soldato, che rimase anni nelle mani dei suoi rapitori palestinesi, nella Striscia di Gaza.
Un ragazzo tornato a casa comunque, non ce lo dimentichiamo.

Dal momento in cui questi ragazzi son scomparsi la Cisgiordania è tornata ai tempi di Sharoniana memoria: sembra di essere nel 2002.
Le retate son costanti, gli arresti son ovunque: i campi profughi vivono continue scorribande e occupazioni dell’esercito israeliano.
I numeri parlano chiaro e fanno venire una grande impotente rabbia:
Ci sta Ammar Arafat (19 anni) del campo profughi di Jalazon (Ramallah) e poi c’è Mahmoud Jihad Muhammad Dudeen che di anni ne aveva 13 e che ieri è stato ucciso, colpito in pieno petto, nel villaggio di Dura (in questo caso vicino ad Hebron).
L’operazione “brother’s keeper” ha già fatto due giovanissimi morti e centinaia di arresti.
IL campo profughi di Dheishe ha visto l’irruzione anche nel centro culturale Ibdaa dove a decine son stati portati via incapucciati e da dove è stato sequestrato tutto il materiale tecnologico e l’archivio cartaceo. Hanno arrestato anche chi era stato appena liberato dopo 30 anni di detenzione, come Isa Abdel Rabbo, che fino a poco tempo fa aveva il triste record di esser il palestinese più anziano nelle mani degli israeliani. E’ stato rilasciato dopo un lungo interrogatorio.
Ovviamente nel frattempo siamo al quinto raid aereo su Gaza, che quelli non fanno mai male no?

Ci son tre ragazzi rapiti, tre coloni rapiti in pieno regime di Apartheid:
e c’è un intero popolo sotto scacco, con i cecchini fuori la porta, con la porta che salta con l’esplosivo, con arresti di massa senza senso, con devastazione di case, centri culturali e tutto quel che passa sotto i loro anfibi o cingoli. Sarà la solita storia per molti, ma noi non smettiamo di urlarvela in faccia,
che almeno la verità buchi le vostre orecchie.
FUORI TSAHAL DAI CAMPI, LIBERTA’ PER TUTTI I PRIGIONIERI.
LIBERTA’ IMMEDIATA PER I 196 BAMBINI PALESTINESI DETENUTI NELLE CARCERI ISRAELIANE
PALESTINA LIBERA!

(leggi: Is Israel trying to force a third Intifada? )

L’insediamento di Gush Etzion, da dove provenivano i tre ragazzi e sotto la strada che solo gli israeliani possono percorrere… c’è chi lo chiama Apartheid, chi la grande democrazia del Medioriente: fate voi…

Palestina: mobilitazioni per i prigionieri. Nuova intifada?

26 febbraio 2013 1 commento

L’aria che da laggiù arriva ha un odore intensissimo.
Che non è solo quello dei lacrimogeni israeliani, che piovon come riso a fine nozze, ma quello della rivolta.
Dell’Intifada.
Quella capace di scoppiare in ogni vicolo sbilenco di campi profughi, villaggi, città palestinesi,

Foto di Valentina Perniciaro _Il funerale di Ayyat, Dheishe, Palestina 2002_

sotto occupazione israeliana da tanti di quei decenni che in qualunque altro posto al mondo i ricordi della Nakba sarebbero sbiaditi.
Non in Palestina: lì non c’è storia che non è carne, lì non c’è profugo che non chiede ritorno,
lì non c’è ingiustizia alla quale non si resiste, con ogni mezzo a disposizione.
A partire dai propri corpi.
A partire anche dai corpi che più degli altri son prigionieri: rinchiusi nelle carceri israeliane.
La lotta dei prigionieri, il loro sciopero della fame senza possibilità di collaborazione,
la morte di Arafat Jaradat, oggi seppellito a Sair, vicino Hebron, ma morto in una cella del carcere israeliano di Megiddo:
tutto ciò ha riportato una solidarietà e una rabbia nelle strade, ad affrontare la polizia militare e l’esercito,
che non si vedeva da molto tempo, con queste dinamiche e prospettive.
Sembra di respirare veramente aria di una nuova Intifada.

Dal campo profughi di Aida poi, a pochi passi da Betlemme e incastonato nei miei ricordi, la notizia del gravissimo ferimento di un ragazzo di soli 13 anni, Muhammad Khalid alKirdi, colpito al torace da una pallottola che l’esercito nega di aver usato. (leggi qui il racconto della giornata ad Aida)
La solita storia, sui soliti giovanissimi corpi resistenti di Palestina.

[sempre sperando che chi prova empatia verso tutto ciò, senta muoversi dentro qualcosa anche per i 1076 morti che ci son stati solo in quest’ultima settimana di mattanza siriana, o per i 100.000 e passa profughi che stanno solo a Zaatari, uno tra i tanti campi ormai esistenti tra Giordania, Libano e Turchia]

Palestina Occupata: Ahmad Sa’adat trasferito in ospedale, mentre Marco vince l’appello contro il reimpatrio ma resta in carcere

30 aprile 2012 3 commenti

E’ di domenica la notizia del trasferimento di Ahmed Sa’adat, leader del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), dal maledetto carcere di Ramon all’ospedale, per le condizioni in cui si trova dato il prolungato sciopero della fame che sta portando avanti per combattere contro l’isolamento e le condizioni in cui son costretti i prigionieri palestinesi.
Con il corpo già martoriato da un lungo precedente sciopero della fame, tra il settembre e l’ottobre, il leader del Fronte ha ricevuto un’offerta da parte dei suoi carcerieri: la fine dell’isolamento per la conclusione dello sciopero della fame.
La risposta è stata la sola che poteva dare: lo sciopero e la lotta dei prigionieri palestinesi si fermeranno solo quando l’isolamento sarà tolto a tutti, nessun escluso.
In attesa di avere più informazioni sulle sue condizioni di salute, vi giro anche il comunicato del Gruppo italiano di supporto all’International Solidarity Movement palestinese, sull’arresto e gli sviluppi processuali di Marco, giovane attivista italiano arrestato ad Hebron l’11 aprile scorso ed ancora rinchiuso nelle carceri dell’occupante israeliano.

Ancora in carcere l’italiano arrestato a Hebron, Israele si appella alla sentenza
Fonte: italy.palsolidarity.org

È stato vinto l’appello contro il reimpatrio forzato di Marco, l’attivista italiano di 32 anni arrestato ad Hebron (al-Khalil). Ciò nonostante Israele ha deciso di appellarsi alla sentenza e il caso sarà portato davanti alla Corte Suprema domenica 29 aprile o nei giorni immediatamente successivi. Di seguito una breve cronologia dei fatti.

– L ’11 aprile Marco si trova a Hebron per partecipare alla conferenza internazionale sulla resistenza popolare nonviolenta. Sta facendo ritorno alla conferenza dopo la pausa pranzo quando la polizia israeliana con l’aiuto dell’esercito arresta lui ed altre 13 persone con l’accusa di partecipare ad una manifestazione non autorizzata. Come mostrano i video non c’è stata violenza da parte degli attivisti e non era in corso alcuna manifestazione.

– Quattro di queste tredici persone, due palestinesi e due italiani, rimangono in carcere. Ai due italiani, Marco e Giorgio, viene dato il reimpatrio forzato senza alcun processo, la qual cosa è una brutta novità anche per il sistema giudiziario israeliano. Nel frattempo vengono entrambi spostati in un centro di detenzione per migranti in attesa di espulsione.

– Marco decide di resistere all’espulsione affrontando la detenzione per potersi appellare contro il fatto che gli sia stato assegnato reimpatrio forzato e carcere senza un regolare processo. Martedì 17, dopo quasi una settimana di carcere (comunque senza alcun processo o formale accusa), Giorgio viene reimpatriato.

– L’appello contro il reimpatrio di Marco ha luogo lunedì 23. Il giudice si riserva di decidere l’indomani, nel frattempo Marco viene trasferito nel carcere per i detenuti comuni di Givon. Martedì 24 il giudice non si presenta, e mercoledì 25 la sentenza afferma che l’appello è stato vinto da Marco. In tutto questo tempo, l’attivista per i diritti umani resta in carcere.
Nonostante sia stato vinto l’appello, le forze di occupazione si contro-appellano chiedendo l’intervento della corte suprema. Questo secondo processo dovrebbe avere luogo domenica 29 o nei giorni immediatamente successivi. Nel frattempo Marco resterà in carcere, pur non esistendo ancora alcuna accusa formale nei suoi confronti.

L’arresto e la tentata espulsione ai danni di Marco si inseriscono all’interno di un escalation ai danni degli attivisti in difesa dei diritti umani che si recano o manifestano l’intenzione di recarsi nei territori occupati palestinesi.

Il 15 aprile a 1200 attivisti internazionali dei 1500 della flytilla “Welcome to Palestine” è stato impedito di raggiungere la Cisgiordania.

Il 17 aprile nella Valle del Giordano un attivista danese è stato colpito al volto da un soldato israeliano con il fucile d’ordinanza, la mitraglietta M-13. L’attivista partecipava ad una manifestazione nonviolenta che consisteva in un tour in bicicletta.

La violazione dei diritti fondamentali e l’incarcerazione senza motivo dei palestinesi resta invece tragicamente costante. Martedì 17 aprile 1200 palestinesi, detenuti nelle carceri israeliane sono entrati in sciopero della fame, il nome che hanno dato alla loro protesta è “we will live in dignity”, vivremo dignitosamente. Sono infatti più di 4700 prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane. Tra questi nove donne e 190 minori (alcuni hanno 12 anni). Circa 322 prigionieri sono in detenzione amministrativa questo vuol dire che non è stato formalizzata contro di loro alcuna accusa. I prigionieri sono oggetto di tortura e non hanno diritto a ricevere visite dai familiari.

Per maggiori informazioni potete chiamare Johnny (parla italiano), al numero:+972 592364644

Ucciso nel suo letto ad Hebron e altre storie quotidiane della terra di Palestina

20 gennaio 2011 3 commenti

Il letto di Amr Qawasme

Ucciso nel suo letto, nella sua camera da letto, senza avere vicino a lui alcuna arma da fuoco. Si chiamava Amr Qawasme, aveva 65 anni e risiedeva ad Hebron, fino alla sua morte, due settimane fa. Oggi un’agenzia ci racconta che il suo assassino, soldato dell’esercito israeliano è stato espulso dal corpo, malgrado abbia espresso il suo profondo rammarico per quello che aveva compiuto.
Avrebbe dovuto compiere un arresto in una casa, dentro la città palestinese di Hebron di cinque presunti membri di Hamas: “per errore” il soldato (di cui non ci viene fornito nessun dato) sarebbe entrato nell’abitazione di Qawasme (un piano sopra all’appartamento sospetto) uccidendolo dopo pochi secondi per una “mossa sospetta”, però non confermata dall’esercito, che infatti ha chiesto la sua espulsione.

Diverso il comportamento del Ministero dell’interno in un caso simile avvenuto a giugno dello scorso anno, a Gerusalemme Est.
Qui la vittima, ovviamente palestinese, Ziad Jilani è stata uccisa malgrado fosse già ferita e a terra: il ministero ha ammesso che la morte è avvenuta quando il sospettato era già a terra, ma giustifica il comportamento della polizia perchè gli agenti temevano di essere obiettivo di un attacco terroristico. Tutto normale insomma.

Da Jenin invece ci riferiscono oggi dell’uccisione di un palestinese che avrebbe aperto il fuoco contro un check point nei pressi dell’insediamento di Mevo Dotan. Sarebbe avvenuto intorno alle 11 di questa mattina: i colpi partiti da un soldato del Battaglione Netzah Yehuda, tristemente noto per aver reclutato un gran numero di giovani ortodossi e di coloni.
La “crema” di quel paese.

 

Territori Occupati: Israele demolisce pozzi e cisterne d’acqua

20 dicembre 2010 Lascia un commento

QUESTO VIDEO E’ FATTO DA UN GRUPPO DI PACIFISTI CATTOLICI.

MERCOLEDI 14 dicembre.

Khashem ad-daraj-hathaleen, colline a sud di Hebron, nei Territori Palestinesi Occupati.

L’esercito israeliano demolisce tre cisterne d’acquq e due pozzi nei villaggi beduini della zona.
I villaggi in questione si trovano in Area C, dove, secondo gli accordi di Oslo, Israele ha il totale controllo militare e civile.
Tra le strutture abbattute ci sono anche due pozzi, costruiti una 70ina di anni fa, colmati di terra dai bulldozer israeliani: trattandosi di strutture costruite prima dell’occupazione israeliana dei Territori del 1967. La loro demolizione risulta una palese violazione del diritto internazionale e della stessa legge militare israeliana riguardante la salvaguardia delle proprietà nei Territori Palestinesi Occupati.
L’impatto sulla comunità palestinese a sud di hebron e la sua sopravvivenza della distruzione di pozzi e cisterne è enorme.
La politica portata avanti da israele in Area C è quella di impedire lo sviluppo delle comunità palestinesi, negando ogni permesso di costruzione e demolendo ogni struttura considerata “illegale”.
Allo stesso tempo, gli insediamenti ed avamposti israeliani presenti nella stessa area, pur essendo illegali secondo il diritto internazionale, continuano ad espandersi senza sosta, mentre i coloni continuano ad attaccare impunemente la popolazione autoctona.
Questa politica di restrizioni, chiusure, demolizioni, evacuazioni e soprusi, unita alle continue violenze da parte dei coloni israeliani presenti nell’area, nega di fatto i diritti umani dei palestinesi, ostacolando la possibilità di vivere nei propri villaggi e coltivare le proprie terre, impedendo lo sviluppo delle comunità locali.

Marce xenofobe in Israele contro la popolazione arabo-israeliana: che si incazza e si difende la città

25 marzo 2009 1 commento

Foto di David Silverman _Getty Images_  

Foto di David Silverman _Getty Images_

 

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Foto Getty Images _la marcia xenofoba inizia, i tetti brulicano di manifestanti_

Parlavamo, appena due giorni fa, di come s’era spostata verso l’estrema destra xenofoba e confessionale l’asse della politica israeliana. Politica non solo di palazzo, dopo le elezioni di febbraio e gli accodi per il governo di coalizione che da ieri procedono a passo di carica; anche politica di strada, con una manifestazione organizzata dall’estrema destra israeliana, ad Umm al-Fahm (città israeliana, importante centro arabo, situata nel distretto di Haifa, con una popolazione di 45.000 persone, la maggiorparte arabo-israeliani).
Una manifestazione che era stata più volte rinviata per i rischi sulla sicurezza, ma poi autorizzata dalla Corte Suprema, che aveva come obiettivo quello di ribadire la sovranità israeliana della città. Dalle stampa internazionale leggiamo la dichiarazione di Michael Ben-Ari, esponente del partito di estrema destra Unione Nazionale (appena eletto alla Knesset): “Se non isseremo la nostra bandiera a Umm al-Fahm, un giorno avremo uno Stato palestinese che arriverà fino a Tel-Aviv”.
Una marcia vera e propria per provocare la popolazione araba residente all’interno dei confini dello stato ebraico: manifestazione composta da militante provenienti soprattutte dalle colonie israeliane di Hebron (la zona caratterizzata da sempre dagli scontri più feroci tra coloni e popolazione palestinese) e del resto della Cisgiordania. Umm al-Fahm oltre ad essere roccaforte araba lo è anche del partito comunista, tanto che alla contro manifestazione annunciata e violentemente voluta da tutta la popolazione della città, si sono uniti attivisti israeliani appartenenti alla sinistra e al partito comunista. Immediatamente, per poter permettere a tutta la popolazione di partecipare alla contro-protesta, per evitare che la marcia potesse entrare in città, è stato dichiarato uno sciopero generale che ha avuto una partecipazione totale.

Foto di Awad _Getty Images_

Foto di Awad _Getty Images_

La provocazione è scoppiata immediatamente in scontri con i 3000 poliziotti anti-sommossa schierati a difendere le fila fasciste della manifestazione. Poco, molto poco è durata la marcia, all’incirca una mezzora, sufficiente a far scoppiare poi ore ed ore di duri scontri iniziati con un fitto lancio di oggetti dalle strade e dai tetti della città, contro la marcia sionista che avanzava sventolando decine di bandiere con la Stella di Davide. Lancio che come risposta ha ricevuto idranti, granate assordanti ed urticanti che hanno causato 16 feriti tra i manifestanti,15 tra i poliziotti schierati e l’arresto di tre manifestanti (arabi, ovviamente). David Cohen, rappresentante della Polizia israeliana ha dichiarato di aver reagito in difesa della democrazia. Gli scontri sono terminati dopo che diversi agenti hanno riportato ferite a causa del lancio di oggetti e dopo l’uso di vari mezzi per disperdere la manifestazione”.
L’estrema destra che ha marciato è la stessa che sta formando il governo di coalizione che tra una decina di giorni prenderà le redini del potere politico e militare nello stato israeliano: il probabile ministro degli esteri Avigdor Lieberman (un vero e proprio nazista dichiarato, fondatore del partito Yisrael Beitanu) ha già proposto l’obbligatorietà di un giuramento di “lealtà” allo Stato ebraico per tutti gli abitanti di etnia araba. Anfibi sempre più neri marciano sulla terra degli ulivi, sulla terra di Palestina

Foto di Uriel Sinai/Getty Images

Foto di Uriel Sinai/Getty Images

SI VIENE A SAPERE DA POCO DEL FERMO DI 22 ARABI-ISRAELIANI CHE AVEVANO PARTECIPATO AGLI SCONTRI DI IERI CONTRO LA MARCIA XENOFOBA ORGANIZZATA ALLE PORTE DELLA CITTA’ UMM AL-FAHM. ACCUSATI DI AVER FOMENTATO GLI SCONTRI

Al-khalil. Il dramma di Hebron, la città divisa

20 novembre 2008 2 commenti

La situazione della città di Hebron, Al-Khalil, sta nuovamente precipitando senza che nessuno o quasi se ne accorga. La città della divisione, la città simbolo delle violenze dei coloni, di come uno Stato sia nato sulla pelle di un popolo, di come una terra sia stata stuprata, giorno dopo giorno da più di 60 anni.

Il centro storico di Hebron

Dalla rete: Il centro storico di Hebron

Prima di passare ai fatti di questa notte bisognerebbe scrivere cosa il mondo ha permesso ad Israele in quella città, ciò che si sono presi, strappandolo via ad un popolo che non aveva certo gli strumenti per capire, per organizzarsi, per difendersi e contrattaccare come sarebbe naturale fare.
Facile, troppo facile per un pachiderma foraggiato da tutti, calpestare le umili aiuole di qualche pastore, di qualche contadino che aveva come sola ricchezza il succo prezioso delle sue olive.
Erano 5000 anni che la vita procedeva in quel modo, ad Hebron.

Dal 1967 in poi, dopo periodi di violenti scontri tra il 1929 e il ’36, la situazione muta completamente. Un gruppo di coloni si finge gruppo turistico ed occupa il principale albergo della città, per poi occupare una base militare abbandonata che trasformeranno in poco tempo nel primo “mattone” dell’insediamento Kyriat Arba. Saranno le donne israeliane, colone illegali, ad occupare un’altra parte della città e a strappare l’appoggio assoluto dell’esercito che ha poi sempre coperto e legittimato il processo di espansione ebraica, mai terminato. Se guardiamo i dati del 2005 possiamo capire facilmente come è mutata la vita dei palestinesi residenti nel centro di Hebron o nelle aree limitrofe: ora sono più di 20 gli insediamenti, per un numero di coloni sempre più alto.
s7301137I coloni sono diversi dai normali cittadini. I coloni sono militanti di estrema destra (nella maggior parte dei casi), che soprattutto nel caso del centro di Hebron, occupano passo passo quel che riescono, girano armati fino ai denti permettendo che i loro figli prendano a sassate le case e le scuole dei loro coetanei arabi.
La parte palestinese della città è facilmente riconoscibile.
E’ un carcere. Un carcere vero e proprio, dove tutte le case, le finestre e le porte di ogni edificio pubblico e privato, le strade percorse….tutto è avvolto da fitte reti metalliche, per salvarsi dai ripetuti lanci dei coloni, soprattutto di donne e bambini. 
La vita di queste persone è distrutta da qualche decennio, il commercio è inesistente, le saracinesche tutte abbassate, i bambini vivono come piccoli detenuti, impossibilitati anche a giocare per strada, per le loro strade, le poche che gli sono concesse…. «Le violenze contro le famiglie arabe sono all’’ordine del giorno», racconta un ’attivista statunitense per i diritti umani. «I palestinesi hanno le inferriate alle finestre perché erano puntualmente prese a sassate dai coloni. I soldati dovrebbero intervenire, ma si limitano a raccogliere a voce le denunce». Idris, un macellaio che vive  nella zona alta di Tel Rumeida, mostra la bocca senza denti. «La mia vicina israeliana è entrata nella mia casa e mi ha colpito più volte con un bastone, accusandomi di occupare la sua terra», dice. «Quando sono arrivati i soldati hanno portato via uno dei miei ragazzi dicendo che l’’aveva provocata»

Hebron è un caso unico nell’assurdo conflitto israeliano. La città della divisione, delle reti metalliche, dell’odio infinito verso un popolo gemello, abitante delle stesse colline. Da troppo tempo.

Ma passiamo ai fatti di questa notte:
decine di coloni e di attivisti di estrema destra si sono scontrati la scorsa notte a Hebron con palestinesi e con soldati e poliziotti israeliani:  hanno sconsacrato tombe in un antico cimitero musulmano, scritto sul muro di una moschea slogan offensivi contro la religione musulmana “Maometto maiale” e “Morte agli arabi”,  danneggiato automezzi dell’esercito e della polizia.

Ovviamente la polizia e l’esercito sono intervenuti per calmare la situazione, sono impegnati a togliere le scritte e ripristinare l’ordine: nessuno è stato arrestato fino ad ora, malgrado questi scontri siano stati provocati dai coloni dopo che l’Alta Corte di Giustizia israeliana aveva imposto lo sgombero di uno stabile di quattro piani, illegalmente occupato. Da tutto lo stato israeliano, decine di attivisti di estrema destra stanno raggiungendo Hebron per aiutare i coloni  ad impedire lo sgombero.

Tutto tace da questa mattina: questo blog proverà a seguire gli sviluppi della situazione.

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