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Posts Tagged ‘legge Reale’

Quei 625 posti di blocco dove son partiti “colpi accidentali”

5 settembre 2014 25 commenti

IL Corriere della Sera ha il coraggio di parlare di “Tragedia”: parola aulica non certo adatta a descrivere un assassinio.

Un ragazzo di 17 anni ucciso da un colpo di pistola di un carabiniere non è una tragedia.
Un ragazzo di 17 anni che sfreccia su un motorino e non si ferma all’alt, se poi muore ammazzato non è una tragedia.
Un motorino con tre persone a bordo, di cui una muore ammazzata, non è una tragedia.

Era una tragedia se si schiantavano su un muro,
era una tragedia se li prendeva in pieno un Tir:
invece è stato ammazzato da un colpo di pistola, già una volta fermato il motorino dopo una caduta su un’aiuola.
E allora, cari fottuti giornalisti:
non è una tragedia ma un omicidio.

Perchè non è uno ma sono più di 620, e sono tutti uccisi dalla stessa legge,
tutti ammazzati dal piombo di Stato in nome dell’articolo 53  del codice penale e Legge 22 Maggio 1975, n. 152, conosciuto come Legge Reale.

Il più piccolo di loro aveva 13 anni, si chiamava Gerardino Diglio, e noi non smettiamo di ricordarlo,
come non dimentichiamo chi è l’assassino, sempre lo stesso, sempre con la stessa pistola o mitra d’ordinanza.

Non è una tragedia: ma un omicidio di Stato.
Ciao Davide Bifolco, qualunque fosse la ragione per cui eravate tre a sfrecciare,
qualunque fosse la ragione per cui non vi siete fermati: noi siamo con te.

Ci vorrebbe una Ferguson napoletana per farglielo capire bene…

Leggi: A Gerardino

P.S.: il numero 625 si riferisce ai casi che vanno dal 7 giugno 1975 al 30 giugno 1989 presenti : quando fu conclusa l’inchiesta che portò al Libro Bianco sulla Legge Reale uscita nel 1990.
Ora siamo oltre i mille, ma di molto oltre

 

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Ottobrata romana: 16-17-18 ottobre 2013, a due anni dagli scontri di San Giovanni

20 settembre 2013 Lascia un commento

Foto di Valentina Perniciaro _15 ottobre 2011_

Questo blog ha scritto molto riguardo il 15ottobre2011, l’ha vissuto sulla sua pelle (soprattutto dentro ai polmoni)…
una giornata che ha cambiato diverse cose, anche dentro di me,
che ha visto alzarsi spaccature velenose poi calmatesi col tempo, purtroppo o perfortuna, all’interno del movimento.

Una giornata che ha visto alzarsi il livello dello scontro, ma che ha scatenato violenza tra noi,
che ha rispolverato la delazione tra i compagni, i comunicati contro gli “sfasciacarrozze” e tante altre cose capaci di creare cicatrici ancora più che dolorose.
Innegabile il fatto che è una giornata che c’ha insegnato tanto, perché era tanto che non si teneva una piazza in quel modo, malgrado caroselli ogni istante più violenti e una pioggia di lacrimogeni che giusto nei boschi valsusini si era vista ultimamente.
Una giornata che poi puuuffff, è un po’ scomparsa dalle strade per apparire troppe volte dentro le aulee dei tribunali penali:
l’unico reale strascico di quelle giornate fino ad ora è stata una feroce e surreale repressione…

tra poco, a distanza di due anni, si tornerà a vivere la stessa piazza,
e quello che leggete nel box qui sotto è un comunicato che gira per la rete…

i testi caldi :) sul 15 ottobre:
Delazione e rimozione della propria storia
Gli scontri, i Cobas e la violenza dei non-violenti
Su quelle giornate e la repressione che ne è seguita:
Il comunicato su Giovanni Caputi
Ecco la prima condanna
Cobas contro Cobas
Un commento di Oreste Scalzone
Presidio a Regina Coeli
Infoaut risponde al comunicato dei Cobas
I “terroristi urbani”

16 – 17 – 18 Ottobre 2013 – Roma

Tre Giornate di Lotta in Solidarietà ai Rivoltosi e alle Rivoltose del 15 Ottobre 2011

15 ottobre 2011, una data impressa nella memoria di molti.
Che ci sarebbe stata una sommossa era nell’aria e così è successo.

Quel giorno, nelle strade di Roma, migliaia di persone si sono scontrate per diverse ore con la polizia attaccando i responsabili della miseria e dell’oppressione di tutti. Sono state colpite banche, agenzie interinali, compro oro, supermercati, auto di lusso, edifici religiosi, militari e amministrativi. Se molti sono scesi in piazza con intenzioni bellicose, altri hanno disertato le fila rassegnate dell’ennesimo inutile corteo approfittando della situazione che si era creata, altri ancora, sono arrivati quando si è sparsa la voce che gli scontri erano iniziati, quando si è capito che lo spettacolo era saltato, che si faceva sul serio.

Foto di Valentina Perniciaro _i muri del 15 ottobre 2011_

Quella che si è vista è una disponibilità a battersi che fa paura a chi comanda, così come fa paura la simpatia verso i ribelli, più diffusa di quanto gli amministratori del consenso vogliano farci credere. Infatti nonostante la condanna dei gesti da parte dei politici di ogni colore e la montagna di fango riversata dai professionisti della calunnia, abbiamo constatato quanto fosse popolare la convinzione che le ragazze e i ragazzi scesi in strada “hanno fatto bene” e che, anzi, la prossima volta “bisogna fare di più”. Una giornata di lotta memorabile il cui senso è sintetizzato da alcune delle scritte tracciate sui muri della capitale: “oggi abbiamo vissuto”, “pianta grane non tende”.

In quella giornata, chi si è battuto ha fatto debordare il corteo dagli argini della protesta sterile nella quale gli organizzatori volevano imbrigliarlo. Il carrozzone della sinistra riformista (disobbedienti, Sel, Idv, Cgil, Arci, Legambiente, Fai, Cobas, ecc…) si riproponeva di giocare le solite vecchie carte: partire da slogan altisonanti, sparati a tutto volume da colorati e pacifici sound system lungo le strade della capitale, per poi incanalare la rabbia e monetizzarla sotto forma di consenso politico e potere di contrattazione. Sono gli stessi che plaudono agli scontri quando si verificano in località distanti, possibilmente esotiche, per poi dissociarsi e calunniare quando le stesse cose avvengono a casa loro. Il 15 ottobre è finalmente emersa una prima risposta reale a trent’anni di lotta di classe a senso unico, cioè da parte dei padroni contro gli sfruttati. La fine di ogni spazio di contrattazione è diventata palpabile. “Non chiediamo il futuro, ci prendiamo il presente” era scritto sullo striscione di uno degli spezzoni più combattivi.

Foto di Valentina Perniciaro _piazza San Giovanni, 15 ottobre_

Il sistema capitalista che domina le nostre vite si manifesta sempre più inequivocabilmente come una guerra totale al vivente. Un’oppressione che diventa sempre più insostenibile e per questo aumentano continuamente quelli a cui la strada in salita della rivolta appare come l’unica via sensata e percorribile. L’insurrezione è il peggiore incubo di chi governa questo mondo, un incubo che può sembrare un’ipotesi lontana ma che si sta manifestando, a scadenze sempre più ravvicinate, nelle metropoli del mondo. La congiura dei rivoltosi abbraccia ogni angolo del pianeta. Nel ventunesimo secolo una metropoli può infiammarsi per un omicidio da parte della polizia, per un parco da salvare e persino per l’aumento del prezzo del biglietto dell’autobus, ma dietro le motivazioni d’occasione è facile scorgere la rivolta contro l’insostenibile degrado a cui è ridotta la vita, la voglia di farla finita, una volta per tutte, con questo vecchio mondo. Se politici, poliziotti e giornalisti si interrogano sul perché quel giorno si sia scatenata la rivolta, noi ci dovremmo domandare, invece, perché la rivolta non esploda tutti i giorni. La catastrofe è, infatti, ogni giorno in cui non accade nulla.

“Ogni giorno 15 ottobre” abbiamo letto in una lettera scritta da un compagno privato della libertà in seguito a quei fatti, ed è da qui che vogliamo ripartire. Se infatti quella giornata è stata una dimostrazione di potenzialità e un’apertura di possibilità, come in ogni battaglia sono stati fatti dei prigionieri. Va detto chiaramente: queste compagne e questi compagni non vanno dimenticati, vanno difesi e vanno liberati.

E’ da qui che si vuole continuare, dal 16 ottobre di due anni dopo. Per questo ci incontreremo tutti e tutte a Roma nelle giornate del 16, 17 e 18 ottobre, per riportare la conflittualità intorno al processo del 15 nel luogo dove è nato, nelle strade di questa metropoli. Una tre giorni di lotta in solidarietà agli imputati e alle imputate di questo processo che vede schierati, tra gli altri, alcuni padroni della città nel ruolo di accusatori.

Costoro chiedono risarcimenti milionari, accusando chi si è ribellato di aver “leso l’immagine turistica della città”. Bene, rispediamo le accuse al mittente: per una volta anche la nostra città è stata all’altezza delle altre capitali europee. Il Comune di Roma, l’Ama, l’Atac, la Banca Popolare del Lazio, oltre ai ministeri della Difesa e degli Interni, si sono costituite parte civile al processo e sono fra le componenti di quella macchina del potere che ci opprime, che ci impedisce di godere della nostra vita, delle nostre relazioni, dello spazio in cui viviamo: non mancheremo di farglielo notare.

In questo processo, la procura, vuole riutilizzare il reato di devastazione e saccheggio, un’accusa che ha già comportato pesanti condanne, a cominciare dal processo per Genova 2001. Il reato di devastazione e saccheggio è un’arma spianata contro ogni lotta che assuma il carattere della concretezza. Un’arma terroristica che colpisce nel mucchio, una vera e propria rappresaglia di un potere isterico e ferito. Un’accusa paradossale perché rivolta a chi si è battuto coraggiosamente contro l’unica entità responsabile della devastazione e del saccheggio a livello planetario: il sistema capitalista. Con questa farsa giudiziaria il potere si pone l’obiettivo di chiudere un’agibilità di piazza che rischia di far esplodere la polveriera nazionale.

Inoltre gli imputati e le imputate, come nel processo No Tav, sono scelti con precisione chirurgica, toccando tutto il frammentato arcipelago antagonista. L’obiettivo è chiaro: distruggere con fermezza ogni solidarietà rivoluzionaria faticosamente costruita negli ultimi anni. Perché non basta declinare la solidarietà come un concetto passivo, come qualcosa che arriva dopo gli arresti, dopo la sfortuna. La solidarietà deve essere pensata e praticata quotidianamente come un qualcosa che si genera nella lotta. Condividere il modo in cui viviamo e praticarlo ci permette di costruire quella solidità, da cui il termine solidarietà deriva, che permetterà alle varie iniziative conflittuali e autonome di propagarsi e moltiplicarsi.

Ed ecco perché una tre giorni di lotta. Una tre giorni di iniziative diffuse e molteplici che vogliono portare la difesa nelle strade dei quartieri in cui viviamo, mettendo in campo pratiche conflittuali nella città. E’ necessario rispondere con la giusta misura agli attacchi a cui si viene sottoposti. La ripetizione della solidarietà di maniera non è sufficiente. Abbiamo pensato a una tre giorni pratica con una modalità teorica di condivisione che prova a fare un piccolo salto in avanti. Provare non solo a condividere i momenti della tre giorni ma anche la sua preparazione è un tentativo in questa direzione. Diventare solidi per essere ancora più fluidi. Essere raggiungibili e riproducibili.

La nostra guerra non è finita e le giornate come il 15 separano e dividono, solo nella misura in cui dei muri si alzano tra chi ha deciso di percepirsi nella battaglia e chi ha deciso di chiamarsene fuori. Ed è di questa guerra che nei giorni dell’ottobrata romana vorremmo percorrere un altro pezzo di strada. Questa guerra che è nelle nostre vite, nei nostri quartieri, nelle nostre città, nelle nostre montagne. Questa guerra che ora prende la forma di un processo ai nostri compagni e alle nostre compagne ma che coinvolge tutti e tutte noi in ogni istante e in ogni luogo.

Complici e Solidali

https://ottobrataromana.noblogs.org/

A Gerardino Diglio, crivellato dallo Stato

12 novembre 2012 6 commenti

Oggi ricorre un anniversario silenzioso.
Silenzioso come gli altri 625. Sono 625 persone uccise alle spalle,
crivellate dal piombo dei proiettili di una pistola di ordinanza.
Sempre e solo colpiti alla schiena.
Perché non si sono fermati ad un posto di blocco, o perché viaggiavano in una macchina che non si è fermata ad un ALT di un poliziotto, o di un Carabiniere ( o spesso di un agente in borghese)

625 nomi.
Oggi ricorre l’anniversario di Gerardino Diglio,
che con i suoi 13 anni di vita doveva essere veramente un pericolo per questo Stato.
Un pericolo così ingestibile da essere risolto con 3 colpi di pistola conficcati nella sua schiena.
Era a bordo di una macchina con altri 3 amici: l’auto era rubata, all’alt sono andati dritti.
Raffica di mitra e un bambino di 13 anni muore.
In nome dello Stato Italiano.
In nome dell’ articolo 53  del codice penale e Legge 22 Maggio 1975, n. 152, conosciuto come Legge Reale.

Il comunicato di Radio Onda Rossa sulle condanne per il 15 ottobre

24 febbraio 2012 Lascia un commento

Alla vigilia della manifestazione del 25 febbraio in Val di Susa a sostegno del movimento NO TAV, la magistratura ha inflitto condanne pesantissime a due imputati per i fatti accaduti durante la manifestazione del 15 ottobre 2011 a Roma:
5 anni di reclusione a Giuseppe Ciurleo e 4 anni a Lorenzo Giuliani che si vanno ad aggiungere a quelle di 3 anni e 4 mesi a Giovanni Caputi e 2 anni a Robert Scarlett, anch’essi inquisiti per i medesimi fatti.
A questo punto ogni componente del movimento non può evitare la domanda: perché la repressione opera oggi con tale ferocia?
Al di là della evidente sproporzione tra reati contestati e condanne, avvertiamo il peso tutto politico di questa sentenza. Emerge netta un’offensiva dello Stato che, nel quadro generale di costrizioni e minacce che stiamo vivendo, di attacco al salario, ai diritti e alle condizioni di vita, cerca di imporre al conflitto di classe rigide regole di comportamento.
Gli arresti del 14 dicembre 2010, del 15 ottobre 2011, del movimento NoTav sono tutte dentro questo tentativo di imposizione di regole e modelli che vogliono segnare uno spartiacque tra un “dentro” e un “fuori” delle compatibilità del quadro capitalistico di gestione della crisi.
Regole che, all’interno del movimento, hanno lo scopo di recidere ogni legame solidaristico tra i movimenti e di avallare la nauseante differenza tra “buoni” e “cattivi”. Di questo passo, per usare le affermazione del procuratore di Torino Giancarlo Caselli, gli articoli del Codice penale finiranno per essere gli unici strumenti regolatori del conflitto di classe.
Non cadiamo nel tranello, come sta avvenendo per le condanne di Genova 2001. Vediamo con preoccupazione il riproporsi di una sostanziale incomprensione di alcune componenti del movimento, pensiamo al contrario che queste sentenze, dal duro monito repressivo, non debbano passare sotto silenzio.
Radio Onda Rossa continua ad essere al fianco dei compagni e compagne arrestate per il 15 ottobre e di tutte e tutti coloro che pagano con le denunce e la galera la loro voglia di ribellione.

La redazione di ROR

Su quelle giornate e la repressione che ne è seguita:

Il comunicato su Giovanni Caputi
Ecco la prima condanna
Cobas contro Cobas
Un commento di Oreste Scalzone
Presidio a Regina Coeli
Infoaut risponde al comunicato dei Cobas
La solidarietà di Radio Onda Rossa agli arrestati
I “terroristi urbani”
Delazione e rimozione della propria storia
Gli scontri, i Cobas e la violenza dei non-violenti

Le torture su Alberto Buonoconto, poi morto suicida … 1975, questura di Napoli

13 gennaio 2012 4 commenti

RIPORTO PER INTERO, RINGRAZIOLO, DAL BLOG CONTROMAELSTROM , così da integrare la lunga serie sulla tortura presente su questo blog

In questo paese si è sempre usata la tortura, per sopperire alle incapacità investigative degli inquirenti di fronte a fatti che colpivano la cosiddetta “opinione pubblica”. Ma dal 1975, comincia a diventare un metodo centrale dell’attività repressiva dei movimenti politici antagonisti e rivoluzionari.
Nel 1975 succedono fatti nuovi che ne consentono l’applicazione sistematica.

Correva la VI legislatura, era in carica il “IV Governo Moro” (23.11.1974 – 12.02.1976) formato da DC e Pri (presidente del consiglio Aldo Moro, vicepresidente Ugo La Malfa) agli interni, Luigi Gui, alla giustizia, Oronzo Reale (quello della “Legge Reale” ).            Nel 1975 inizia la “politica di solidarietà nazionale” (1975-1978), con la collaborazione prevalente tra Dc e Pci che porterà ai governi di “unità nazionale”, caratterizzati dall’assenza di qualsiasi opposizione parlamentare (se non piccole formazioni come Democrazia Proletaria e altre). Sull’esempio della “Grosse Koalition” in Germania Ovest tra Cdu/Csu (cristiano democratici/cristiano sociali) e Spd (socialdemocratici) che era stata formata il 1° dicembre 1966.
Sarà proprio l’unità tra tutte le forze politiche a consentire una “politica controrivoluzionaria” una repressione feroce e totalmente al di fuori del quadro costituzionale e dello “stato di diritto”. Da qui la tortura, introdotta gradualmente ma sempre più massicciamente, le leggi speciali, le carceri speciali, i processi speciali, ecc…
Vedi a questo link la tortura nei confronti del compagno Enrico Triaca nel 1978 e in questo la risposta dello stesso Triaca al suo torturatore

                    Alberto Buonoconto viene arrestato l’8 ottobre 1975 

Dal comunicato della “Lega per i diritti dei detenuti

…Due giorni dopo l’arresto nel carcere di Poggioreale, Alberto Buonoconto dichiarava al Sostituto Procuratore della Repubblica, dr. Di Pietro di essere stato interrogato nella Questura di Napoli per 10 ore consecutive, senza la presenza del legale di fiducia o di un difensore di ufficio. Precisava poi che nel corso dell’interrogatorio, aveva subito, da parte di funzionari e d agenti, percosse e violenze fisiche somministrate con sistemi scientifici tali da poter essere qualificate come vere e proprie torture.

Il Sostituto Procuratore dava atto che il giovane presentava escoriazione e contusioni multiple su innumerevoli parti del corpo. Nei giorni successivi 9, 10, 11, 12, 13, 14, 15, 16 ottobre il difensore del Buonoconto, avvocato Senese,vedeva costantemente respinta la richiesta di colloquio con il suo assistito, fino a che il giorno 17 ottobre (10 giorni dopo l’arresto) gli pervenne una denunzia autografa del giovane:

«Nella stanza dove mi hanno condotto ho trovato una decina di poliziotti, tutti in borghese, ed in più Fabbri e, credo, forse Ciocia (due funzionari PS di Napoli della squadra politica. N.d.r.), ed uno che gli altri chiamavano “dottore” mi diceva che lui mi faceva “gettare il sangue e l’anima”. Mi hanno fatto prima sedere normalmente su una sedia, poi, mentre mi schiaffeggiavano abbondantemente mi chiedevano se conoscevo i due che erano con me sulla macchina, mi tiravano cazzotti, e mi chiedevano quale “azione” ero in procinto di fare, mi tiravano la barba e mi strappavano i capelli per sapere dove avevo dormito la notte. Mi hanno tirato i nervi del collo, spremuto il naso, colpito violentemente con i tagli delle mani sul collo, sulle spalle e sulla schiena, stringendo anche le manette (dopo avevo i polsi il doppio di come li avevo entrando in Questura). Mi hanno storto le dita, le braccia, i gomiti, i polsi…poi mi prendono e mi stendono su una sedia. Uno di loro mi afferra con una mano il piede e con l’altra la coscia destra e fa leva col suo ginocchio. Non riuscivo più a tenere la testa alta, allora il sangue saliva e vedevo da questa posizione la dentiera di Fabbri che si apriva in larghi sorrisi di compiacimento per i suoi assistenti che mi tiravano calci sotto la testa per farmela tenere sollevata da terra… Hanno cominciato poi a tirarmi cazzotti nello stomaco, colpi di punta sul fegato, e continuavano in quella posizione distesa a tirarmi i capelli e a schiaffeggiarmi».

Immediatamente l’avvocato presentava denunzia alla Procura della Repubblica… contestualmente veniva richiesta ammissione al carcere di Poggioreale di un medico di parte, per costatare lo stato di salute del Buonoconto e l’entità delle lesioni. In data 20 ottobre il P.M. designato comunicò di non ammettere l’accesso al carcere del medico di parte, in quanto era stata già disposta , ed anche eseguita una perizia d’ufficio. Dichiarò inoltre che era stato omesso l’avviso alla difesa perché «le tracce delle lesioni potrebbero modificarsi durante il tempo necessario per la notifica dell’avviso».
Poiché per i reati commessi all’interno della Questura di Napoli, da alti funzionari, è assolutamente da escludersi la possibilità di reperire una qualsiasi prova testimoniale, appare evidente che privare la difesa del Buonoconto di una perizia medico-legale di parte, significa voler privare la denunzia di ogni elemento di prova . A confermare queste gravi considerazioni, sono venute nei giorni successivi, sulla stampa locale e nazionale, le giustificazioni dei funzionari della Questura di Napoli, che dichiaravano che il Buonoconto… si era prodotto lesioni sbattendosi la testa in un muro , all’atto del trasferimento dalla Questura al carcere. A parte che non esiste nessun referto ospedaliero sottoscritto dal Buonoconto, la stessa perizia eseguita dal medico-legale designato dal tribunale, elenca una lunga serie di lesioni, alcune delle quali localizzate in parti del corpo (fra le quali il collo), tali da dover escludere l’ipotesi dell’autoferimento.

Il prof. Faustino Durante dell’Università di Roma, ha infatti sostenuto in una sua controperizia, eseguita sulla scorta dei dati, di cui alla perizia del tribunale, che le lesioni subite dal Buonoconto gli sono state chiaramente e inequivocabilmente prodotte al seguito di colpi infertigli da terze persone.

Nonostante la controperizia… la Procura della Repubblica non ha ancora ritenuto di dover procedere all’invio di comunicazioni giudiziarie.

Una accorata testimonianza del padre di Alberto:
«…E ancora mi chiedo il perché di tanta crudeltà, di tanto spietato accanimento contro di lui, il perché delle torture che gli hanno inflitto dopo l’arresto, durante e dopo la lunga carcerazione, quel lungo calvario che giorno per giorno ha determinato la distruzione di Alberto.
[…] Ci lasciano per delle ore in una stanza [della Questura] e di tanto in tanto viene un funzionario a chiedermi che cosa so io di mio figlio. Perché non lo richiamo a casa? Da quanto tempo manca da Napoli? Ipocritamente con me insistono per sapere qualche cosa di mio figlio . Sono domande tranello perché Alberto è già nelle loro mani: lo stanno picchiano e seviziando.  Sono io che lo ignoro.
Poi vengo a sapere, dagli avvocati e dalla stampa, che Alberto è ferito. Le denunzie fatte sono state archiviate perché contro ignoti. Ignoti!!! le sevizie a lui inflitte, gli sono state fatte in un pubblico ufficio, dove sarebbe stato facile se solo avessero voluto, risalire ai responsabil
i.
Da quel giorno è iniziata la disperazione di tutti noi. Mio figlio ha pagato con la vita la sua lotta contro la diseguaglianza e l’ingiustizia. Un giorno, mio figlio, il mio Alberto e tanti altri come lui, presenteranno “il conto” a tutti quelli, potenti e indifferenti, che reprimono, schiacciano, uccidono.   
E il “conto” sarà salato».
Il 20 dicembre 1980, a Napoli, il militante dei NAP Alberto Buonoconto s’impicca a casa dei genitori, mentre ancora sta scontando la pena.  

Torture, vessazioni di ogni genere, carcere speciale, isolamento, portano Alberto al suicidio. Ma è un vero assassinio di Stato.
Su Alberto Buonoconto vedi su questo blog anche il post: http://contromaelstrom.wordpress.com/2011/09/07/ancora-tortura-negli-anni-settanta-e-ottanta/

Terroristi urbani: ecco il nuovo nemico

18 ottobre 2011 10 commenti

IL VIMINALE E IL SINDACO DI ROMA ATTACCANO IL DIRITTO DI MANIFESTARE
sulle pagine di Liberazione domani,
a firma di Paolo Persichetti

Quando in Italia si manifesta un’emergenza politico-sociale è subito pronta una legge d’eccezione. Un vizio che mette radici nei lontani anni 70. Anni tabù che si ripresentano continuamente sotto forma di spettro. Chi sabato scorso ha risposto ai pericolosi caroselli della polizia in piazza san Giovanni (tre mila secondo il Viminale) è un «terrorista urbano».
Il ministro degli Interni Roberto Maroni, dopo l’invocazione venuta da Antonio Di Pietro di una nuova legge Reale (la famigerata normativa sull’ordine pubblico che dal 1975 al 1990 ha provocato 625 vittime, tra cui ben 254 morti per mano delle forze di polizia), ha subito risposto coniando una nuova tipologia criminale (in incubazione da oltre un decennio) che va ad accrescere la lunga lista dei nemici politici dello Stato. In parlamento il ministro di polizia ha spiegato che sono in cantiere una serie di misure calco dei dispositivi d’eccezione già applicati per reprimere la delinquenza negli stadi: l’arresto in flagranza differita, i Daspo anche per i cortei (in barba all’articolo 21 della costituzione), l’ennesimo specifico reato associativo per chi esercita violenza aggravata nelle manifestazioni politiche (oramai siamo quasi a quota dieci all’interno del nostro codice penale, oggi molto più repressivo del testo originale coniato dal guardasigilli del fascismo Alfredo Rocco).
L’idea cardine contenuta nel nuovo edificio legislativo d’eccezione è quella di arretrare il più possibile l’avvio del reato, e dunque l’intervento penale, sanzionando non più soltanto il fatto compiuto o il suo tentativo ma gli «atti preparatori». Nozione incerta, volutamente fumosa, assolutamente pericolosa poiché apre all’abisso del processo alle intenzioni. Giuristi come Luigi Ferrajoli dissentono profondamente: «occultare l’incapacità del governo e la cattiva gestione dell’ordine pubblico con nuove misure repressive non serve. E’ assurdo che addirittura un sindaco possa introdurre un limite alle libertà costituzionali come quella di manifestare».
Per Gianni Ferrara, «una legislazione repressiva di questo tipo è inammissibile perché in contrasto non solo con un sistema costituzionale e una civiltà risultato di secoli di lotte sociali e politiche, ma è soprattutto inutile e dannosa come lo fu a suo tempo la legge Reale». Stavolta però questa nuova emergenza giudiziaria non è calata dall’alto dei Palazzi arroccati della politica. L’invocazione di legge ed ordine è venuta dall’interno stesso della manifestazione di sabato 15 ottobre. La reazione scomposta di pezzi ampi di ceto politico, le grida avventate di personaggi e strutture navigate, che hanno recepito le violenze e gli scontri come uno spodestamento del proprio ruolo, insieme all’ambiguo protagonismo di settori crescenti di società civile legati alla multiforme galassia giustizialista, vero must culturale egemone che tiene insieme i vari pezzi di ciò che resta della sinistra, subito pronti a lanciare la rincorsa alla delazione, le dichiarazioni dei vertici del Pd, la pressione di Repubblica(che aveva tentato di mettere il cappello alla giornata di sabato amplificando la grottesca dichiarazione dell’estensore della lettera della Bce, Draghi, nella quale si chiedevano lacrime e sangue per la popolazione italiana), hanno aperto la strada alla discesa in campo di Di Pietro e alla sortita di Marroni. Un boomerang clamoroso che ha portato addirittura all’ukaze di Alemanno, il sindaco che ha sospeso per un mese l’applicazione della costituzione a Roma, vietando tutte le manifestazioni. La politica e morta e che come Valentino Parlato che, memore di altre epoche, sul manifesto di domenica aveva provato a ricordare che «nell’attuale contesto, con gli indici di disoccupazione giovanile ai vertici storici era inevitabile che ci fossero scontri con la polizia e manifestazioni di violenza […]segni dell’urgenza di uscire da un presente che è la continuazione di un passato non ripetibile», è rimasto solo.

 

Nel frattempo per giovedì 20 ottobre alle 17 è stato convocato un presidio in solidarietà con gli arrestati durante la manifestazione:
L’appuntamento è al Gianicolo, all’altezza dell’Anfiteatro, sopra al carcere di Regina Coeli dove son rinchiusi i fermati (uomini)

Delazione e rimozione della propria storia…ancora sul 15 ottobre

17 ottobre 2011 60 commenti

Ci vuole un po’ a riaprire questo blog, visto quel che hanno creato le mie poche righe a caldo, sabato sera.
Quindicimila persone l’hanno letto, molte lo hanno commentato, tante mi hanno insultato.
Oggi mi citava anche Repubblica, come una “binladen” di piazza, una che ha avuto il suo primo orgasmo al primo fumo che s’alzava, poveri deficienti.
Sono stata contatta da Rai tre che mi voleva intervistare…eheheh, mi garantivano l’anonimato eh, come fossi latitante,
ma quando hanno capito che non avevano in linea una devastratrice/saccheggiatrice/infiammatrice e tutto quel che sia,
ma una donna incazzata, che ha un blog col suo nome e cognome, un cazzo di profilo Fb, twitter e stronzate varie
non gli interessava più parlare con me!
“ma conosci qualcuno di quelli coi caschi e i bastoni?”  “Arrivederci”.
Il livello è basso ovunque, nel giornalismo quasi non è calcolabile.

Siamo diventati tutti questurini,
delatori, invocatori di carcere, di pestaggi, di separazione tra bello e brutto, buono e cattivo.
Ho visto persone impacchettare minorenni vestiti “non in modo consono ad una sfilata pacifista” e consegnarli alla polizia,
e qui non mi metto a dire che la nostra polizia ha ucciso Cucchi, che la nostra polizia ha calpestato Aldro fino ad ucciderlo, o Bianzino, o Uva.
Non arrivo a tanto: perché mi basta dire “consegnato alla polizia” per sentirmi male.
Ma come si fa? Ma che siete diventati?
Ma dove siamo arrivati?

Foto di Valentina Perniciaro

La cultura di vent’anni di berlusconismo e anche di anti-berlusconismo, vent’anni di editoriali di Repubblica, vent’anni di Santoro ecco a cosa c’hanno portato: ad una società di delazione, di infamia, di rimozione della propria storia, del proprio sangue, delle proprie radici.
Quindi non parlo ai pacifisti, non parlo all’associazionismo cattolico, parlo ai compagni.
Parlo ancora delle parole e delle gesta compiute dal camion dei Cobas, da chi ne era voce e volante: perché non mi va giù, perché mi fa un male cane, perché è tremendo vedere compagni aggredire in quel modo altre metodologie politiche.
Quindi è un discorso per pochi intimi, ve lo ribadisco: per i militanti, per chi proviene dalla storia degli anni ’70, per chi m’ha cresciuto parlando di memoria e pure di espropri e poi ha urlato “fascisti andate via” a migliaia di persone,
non gli ha permesso di accedere a via Merulana dove il camion ha girato.
E i racconti di queste 48 ore sono stati tanti: anche di compagni che in quello spezzone non ci entreranno mai più, malgrado abbiano foraggiato l’organizzazione dei Cobas col proprio impegno e la propria intelligenza per anni.
Molti in piazza non andranno mai più dietro quel camion, perché quel che è accaduto è irripetibile e impensabile.

Io  non adoro chi distrugge bancomat.. non penso sia una cosa intelligente nè funzionale al movimento,
ma assaltare una caserma e un’agenzia interinale è un atto politico che possiamo certamente non condividere ma che dobbiamo osservare, comprendere, valutare … e invece rispondiamo con “fascisti, via da qui”.
Una manciata di almeno cinquemila persone che affrontano la polizia con quella determinazione e quasi senza alcuna paura…ne vogliamo parlare o risolviamo alla repubblica, invocando “pene esemplari”?
E poi? Ci lamentiamo se Di Pietro parla di Legge Reale, di sparare a vista?
E’ stato fatto da voi l’altro ieri, compagni cari, e Repubblica ha preso la palla al balzo ed ha un indirizzo email dedicato proprio alla raccolta delle immagini con i volti dei “blackbloc” per consegnarli alla polizia e magari far dare dai 9 ai 15 anni (come già si mormora) a qualche fanciullo o fanciulla (l’altra leggenda è quella che in piazza San Giovanni fossero solo uomini, letta in molti blog e totalmente ridicola) che non ha nessuna prospettiva di vita decente e nemmeno nessun sostegno o sbocco politico visto il vuoto pneumatico che le organizzazioni tutte hanno contribuito a costruire in questi ultimi anni.
Veramente troppi perché ci si stupisca che qualcuno ogni tanto abbia il desiderio di spazzare via tutto: e con tutto non dico la polizia e i suoi blindati che carosellano cercando di acciaccare corpi, ma proprio quei movimenti e quelle organizzazioni che non hanno dato nessuna prospettiva e nessuna possibilità di conflitto per decenni.
Ed ora? invece di rimboccarsi  le maniche , farsi un esame di coscienza, analizzare gli errori della costruzione di quel corteo: invochiamo carcere e polizia…
E quello sarà purtroppo per qualcuno.
Fosse stata Londra o Atene, tutti a trasformarsi in sociologi del cazzo per capire il fenomeno della generazione rabbiosa, quando sono i loro figli, son “fascisti, vigliacchi” e cose varie…andate affanculo, andate in pensione, voi che l’avete.

Intanto vi metto altri link, ne seguiranno altri.
Le cazzate di Repubblica
Una prima presa di parola di Acrobax
La carezza del celerino
Il complottismo gioca brutti scherzi
1% e 99%
Quello che chiamate BloccoNero (se trovate un link migliore me lo mandate? graaazie)
Io amo i Black Bloc

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