Archivio

Posts Tagged ‘Maher al-Assad’

Siria: la guerra civile regna sovrana. Una storia da Bosra ash-Sham

20 maggio 2013 Lascia un commento

Eravate dei cuccioli,
venivate ad aprire la porta, che mai riuscivo a riconoscervi tra voi,
sempre di corsa, sempre arrampicati da qualche parte, sempre dispettosi e allegri.
Aprivate la porticina del cortile e il sorriso di vostra madre e vostra nonna poi occupavano tutto,
e voi chissà dove scappavate, in quel villaggio immerso nei secoli lenti, nei giochi dei bambini, nel basalto cotto dal sole e forse anche dall’imbarazzo dell’esser così meraviglioso.

Ahmad, Zakarya e Maher ... tre fratelli, morti uno dopo l'altro.

Ahmad, Zakarya e Maher … tre fratelli, morti uno dopo l’altro.

Ricomparivate quando i vassoi si riempivano di fichi e melanzane ripiene, vi riempivate le mani e via, di nuovo nella polvere a giocare. Ho questo ricordo di voi tre, ricordo che capivo l’amore e l’orgoglio di vostra madre nel parlarmi dei suoi tre bei figli, e la capivo anche quando la lingua non ce lo permetteva, si capiva da quel brillare di occhi di madre.
Occhi che ora non posso nemmeno immaginare, che vorrei asciugare e baciare.
Tre fratelli, cresciuti insieme, corsi insieme alle manifestazioni di Daraa che hanno iniziato la rivolta e poi morti, in un anno, uno dietro l’altro.

Sei sempre tu, Bosra ash-sham.
A venti km dal confine giordanoe a 140 dalla capitale Damasco, è stato importantissimo centro vitale della via della Seta, nella tratta che portava verso Petra.
Diversi sono stati i momenti di prosperità e importanza internazionale di questa città dell’Hauran, che è stata capitale nabatea ed importante metropoli romana sotto Filippo l’arabo.
Anche nel Corano si parla di Bosra, quando il monaco Bahira predisse ad un Maometto ancora bambino il suo destino da profeta.

Ma cosa sta succedendo a Bosra?
Chi uccide questi tre ragazzi non è proprio l’esercito regolare di Bashar al-Assad, ma milizie sciite ormai in pieno possesso della città sostenute oltre che dall’esercito siriano, da Hezbollah ed Iran:
eh sì, la guerra civile attraversa il decumano, si apposta su ogni tetto con cecchini e fucili, lancia colpi di mortaio sulle case, uccide.

Bosra Ash-Sham (foto di Mechal al-Adawi)

Bosra Ash-Sham (foto di Mechal al-Adawi)

Bosra è ricca di popolazioni e religioni: Bosra è sunnita e sciita, drusa e cristiana.
La minoranza sciita ha una lunga storia in quella terra:
è stata accolta nella città a partire dal 1890, dopo la guerra civile in libano senza alcun tipo di frizione fino all’arrivo al potere di Hafez al-Assad, che ha drasticamente incrementato il numero di sciiti marginalizzando costantemente la componente sunnita.
Questo non ha certo limitato la solidarietà offerta durante la guerra del 2006 tra Israele ed Hezbollah, visto che centinaia di famiglie sciite libanesi sono state rifugiate per mesi, ricevendo tutte le possibili forme di assistenza.

Ma eccoci al 2011, alle manifestazioni di Daraa, all’inizio della rivolta nelle scuole e nelle strade che proprio da quella regione è partita prendendo piede nel resto del paese, prima di degenerare in una guerra civile alimentata da molti poteri esterni:
a Bosra (e non solo) la minoranza sciita si schiera immediatamente a fianco del regime, collaborando strettamente con i servizi segreti nel fornire i nomi di tutti i ragazzi che dalla regione si muovevano verso Daraa per partecipare alle manifestazioni.

Il campo profughi di Zaatari, in Giordania, dove quasi 40.000 persone da Bosra sono fuggite

Una guerra civile iniziata così, nome dopo nome, quindi morto dopo morto.
Morto dopo morto, contiamo 200 morti solo cecchinati, è iniziato il grande esodo verso il confine giordano e il campo profughi di Zaatari. Già analizzando il numero si capisce chiaramente la situazione: fuggono 5000 sciiti e più di 30.000 sunniti, lasciando la città quasi svuotata e stracolma di milizie sciite e cecchini.
Così i pochi giovani rimasti si trovano ad imbracciare un fucile anche per provare ad andare il prendere il pane, e spesso a morire, come i tre fratelli che vedete in quella foto.

E allora non so che altro dirvi, perché vorrei stringermi a quella famiglia che a me ha stretto forte forte tante volte,

Il campo profughi di Zaatari, in Giordania

vorrei non essere così lontana, vorrei non immaginare quel campo profughi, le tende che bruciano, il fango che avvolge la quotidianità, il ritorno che è sempre più lontano ed improbabile
Odio, odio le religioni e mai avrei pensato che potessero arrivare ad uccidere proprio là, nello spicchio di mondo che mi ha insegnato una tranquillità mai trovata altrove…ma forse bisogna iniziare a raccontare quel che accade,
malgrado il dolore e questa tuttologia complottarda mi facciano passare la voglia di farlo.
Bisogna iniziare almeno a raccontare.

La Siria di certo non si salverà in nessun caso.Leggi a riguardo:
Al telefono con Anna Frank
Comprendere l’esilio
Bosra , beduini e innamoramenti
Ciliegie e nostalgia
ma buon anno ddddechè
Ode al dolore
Le bombe in casa nostra
Ode a Damasco

I tre fratellini siriani…

27 febbraio 2013 1 commento

Nuova immagine

Tre fratelli: Rama, Israa e Omar

Loro erano tre fratelli di Damasco, rimasti sotto le macerie della loro casa:
da oggi invece saranno parte di questa carrellata di numeri.
maledetti bastardi vomitevoli numeri in continuo aggiornamento
(ma se uno lo dice è “servo del Qatar”, “leccaculo dei salafiti” “troia de al-qaeda”: sapevatelo!
virgoletto per rispetto all’autore)
e morite.

Syrians killed: 69,596
Children killed: 4,792
Females killed: 3,817
Soldiers killed: 7,897
Protesters killed under torture: 1,519
Missing: +60,000
Protesters currently incarcerated: +200,000
Syrians injured: +137,000
Syrian refugees since March: +936,717
Refugees in Turkey: +183,846
Refugees in Lebanon: +314,602
Refugees in Jordan: +300,341
Refugees in Iraq: +100,222
Refugees in Egypt: +20,064

Ieri… (12, 9 e 5 anni)

i quasi 40.000 cadaveri abbandonati, a pochi km dalla Palestina

26 novembre 2012 11 commenti

Foto di Mechal Al-adawi…la quotidianità smarrita di Bosra

Un video agghiacciante ha fatto da buongiorno.
Un video dove c’è solo un accumularsi di corpi di bimbi, un accatastarsi di urla di madri private del più grande amore,
strappato via nel sangue e nell’incomprensibilità di un conflitto che ormai è trasceso nella mattanza,
semplice, chiara, palese,
mattanza.
I bimbi di questo video si chiamavano, e per le loro madri continueranno a chiamarsi, Shahd, Muhammed, Adnan Fateba, Zainab, Iman, Ounoud e Mamdouh.
Un paese che era gelsomino e pane caldo, ora è un mattatoio, una tonnara,
un qualcosa di indescrivibile.

Ed ora non voglio parlare di quest’abominio,
non voglio dirvi quel che penso dei missili, dei coltelli che sgozzano, dell’areonautica che lavora bombardando senza sosta dell’esercito di Assad,
non voglio dirvi quel che penso delle truppe mercenarie che si son appropriate di una rivolta reale che finalmente muoveva mani piedi e voci contro anni di silenzio forzato, di tortura e carcere.
Ora come ora parlare di Siria vuol dire vomitare un odio e un disprezzo infinito per buona parte delle forze in campo: anche se consapevole di quanta mia Siria è lì a resistere alle truppe di Assad come ai proclami islamici dei ribelli arrivati da chissà dove,
consapevole di quanto popolo siriano ci sia e ci sia stato nelle strade che urlavano IRHAL, via via da qui, al regime del partito Baath.
Insomma nessun articolo di racconti di guerra, nessun articolo di sterile geopolitica incapace di parlare del dramma umano.

Quel che voglio chiedermi in queste righe è PERCHE’,
perché a meno di 400 km dalla Palestina si accumulano nei furgoncini corpi di bimbi come fossero sacchi di farina,
perché le urla di quelle mamme non arrivano alle vostre orecchie,
non vengono pubblicate sulle vostre bacheche facebook che fino a pochi giorni fa erano invase solo da Gaza.
Giuro, non riesco a capirlo,
Sarà che ho giocato con i bimbi di Palestina nelle stradine dei loro campi profughi,
ma che per anni ho diviso giochi e pasti con le famiglie siriane,
nella loro terra fertile e profumata,
ho amato le loro case, i loro vassoi sempre pieni, la loro dolce solidarietà costante ai fratelli palestinesi.
Sarà che per me la Siria rimane casa, ma non riesco a capire questo silenzio,
non riesco a capire come fino a ieri urlavate e vi strappavate i capelli cercando di bloccare la bastarda guerra sionista su Gaza,
e davanti a questo invece,
semplicemente,
vi girate dall’altra parte.

Non riesco a capire, ma credo sia meglio così.

e vi lascio le dolci e dolorose righe di quel che era il mio fratello siriano, e che ora è diventato il mio poeta esule fratello siriano.

Rimango a distanza,
osservando la mia tristezza,

Bosra ash-sham,ormai una vita fa…
Foto di Valentina Perniciaro

abbracciato alla nebbia
di questa triste mattina,
di quest’esilio forzato,
guardando lacrime di dolore
lavare il volto del mattino
…..
Ogni giorno mi alzo prima del sole
lo guardo
oggi ci porterai della speranza?
Ma il sole rimane nel suo letto,
sbadiglia,
forse si vergogna di sorgere,
se il sole
non sorgerà nella terra che ho dentro di me
sorgerà mai sulla mia terra, laggiù?
………
In esilio il dolore è più pesante,
la tristezza più profonda
l’esilio è un surgelatore,
portiamo con forza
tutta la nostra memoria
vicina e lontana,
alla ricerca di un po’ di calore
ma è tutto futile quel che cerchiamo
…….
Cerchiamo tra le macerie,
rimasugli di una terra natale,
per la speranza, comunque misera,
di attendere un nulla,
che ci dia speranza,
che ci lasci vivere
almeno per una notte,
ma è tutto futile quel che cerchiamo
………..
Rimango a distanza,
assediato dal mio dolore
stringendo forte al petto il mio dolore
è un dolore che annega in ogni direzione,
cerco la mia terra,
ma brucia come una candela,
evapora come acqua
la mia terra è cambiata,
un cimitero di fratelli seppelliti sui fratelli.
………
Nonostante tutti i miei vestiti invernali
mi sembra di camminare nudo
per le strade di Roma,
mi vergogno
della compassione negli sguardi della gente,
un povero vagabondo senza patria,
E così anche l’abbraccio di mia figlia Benedetta,
di mia sorella Valentina,
la calda accoglienza degli amici
Leonardo e Riccardo,
La vispa Claudia,
così come la gentilezza di Giulia e Margherita,
tutti loro mi han donato del calore,
ma è stato come un anestetico locale,
perché il mio gelo è così profondo
e i duri colpi del freddo hanno attraversato il mio corpo
tutti i vestiti del mondo
non daranno calore alla mia anima lacerata.
……..
Le lacrime di dolore
non mi scaldano nel freddo dell’esilio,
non splende sole sulla mia terra,
non brilla la patria che ho dentro di me.

di Mechal Al-Adawi

Alla terra più amata
Ode a dolore, alla nostalgia, a Bosra
Un urlo da Bosra: la storia di Abdul Hadi
A Tamer
Sobborghi e campi palestinesi
Le bombe in casa NOSTRA

In Egitto gli scontri proseguono; in Syria un deserto di morte.

6 febbraio 2012 8 commenti

Dal massacro avvenuto nello stadio di Port Said non c’è ovviamente più stata tregua…
a quei 73 corpi, massacrati, se ne sono aggiunti altri, che purtroppo aumentano di giorno in giorno.
Da giovedì solo al Cairo sono otto i manifestanti rimasti uccisi, mentre il numero dei feriti balla da fonte a fonte,
ma è comunque altissimo. Appena poche ore di tregua durante questa notte,
poi appena il sole ha iniziato a riflettersi nelle acque del Nilo,
gli scontri davanti al Ministero dell’Interno sono ricominciati.
Il popolo ribelle non vede diminuire le sue fila: composte da shebab di tutti i credo e i gruppi.
La rabbia esplosa dopo quel massacro, foraggiato dall’indifferenza assassina della polizia e poi dal suo infierire,
si è portata via il paese intero, con Il Cairo in prima fila.
A Suez, la città dove il livello di scontro è sempre più alto che altrove,
chi si è riversato nelle strade l’ha fatto andando a colpire subito i centri nevralgici della repressione:
le questure, i commissariati, i tribunali.
Questa è la lotta che si combatte ora in Egitto, prima ancora di quelle nei posti di lavoro:
la lotta per liberarsi dall’oppressione,
la lotta per liberarsi dalla morsa costante ed immutata delle forze di sicurezza,
dei tribunali militari, delle celle delle prigioni dove si continua a torturare: la guerra è a Hussein Tantavi
e a tutto il Consiglio Supremo delle Forze Armate.
Gli slogan cambiano tono: non c’è più la ricerca di cambiamento, ora sembra esserci il desiderio di veder rotolare le teste.

Anche da quelle parti le ultime dichiarazioni dello Scaf farebbero sbellicare se non ci fossero tonnellate di vite di mezzo:
tutto quel che è accaduto a Port Said e quindi poi in tutto il paese, è causato da “forze straniere” che tentano di destabilizzare la transizione che invece loro son bravissimi a gestire.
Certo.
Va bene, c’è sempre la mano straniera, è tutto molto semplice.
Intanto guardate il volto di questa fanciulla, attivista del Cairo, colpita al volto come molte altre persone intorno a lei,

Il volto di @Salmasaid

mentre manifestava nei pressi del Ministero.
Colpita con pallini da caccia, che tentano di mirare agli occhi, spesso riuscendoci.
A @Salmasaid questa volta è andata bene, perfortuna.

Del muro abbattuto dalla furia l’altro giorno è rimasto poco, tanto che lo SCAF ha predisposto la costruzione di ben 4 muri al posto di quello…
ma le ultime informazioni dalla piazza ci raccontano che dopo le ultime cariche, i blindati sono arretrati di qualche centinaia di metri.
La voglia di buttarli giù tutti è palese: è un desiderio che vuole spazzar via i palazzi del potere e tutti coloro che scaldano quelle sedie.
Stavolta è così, il gioco l’hanno capito: stavolta vogliono le teste e affronteranno i loro fucili,
il gas nervino nei lacrimogeni come a novembre,
perderanno altri occhi e altre vite…
ma vi spazzeranno via.

IRHAL IRHAL YA TANTAWI!
Ora aspettiamo di vedere che giornata sarà l’11 febbraio, in cui è stato programmato uno sciopero generale nazionale contro l’esercito.

Nel frattempo, in Syria, il massacro avanza e ruota tutto intorno alla città di Homs, già pesantemente colpita nei giorni scorsi.
Il quartiere di Khalidiya l’altro ieri e quello di Bab Amro da una 30ina di ore, vivono uno stato di guerra guerreggiata.
Circondati dai carri armati, imprigionati in un assedio impenetrabile, vengono bombardati da ore.
Dei 337 morti della prima notte non abbiamo saputo molto altro; non sappiamo da quel momento a che cifra siamo arrivati, ma cambia poco.
E’ un vero e proprio bombardamento: i racconti parlano di interi palazzi ridotti in briciole, con famiglie intere rimaste là, prive della possibilità di chiedere soccorso o portarlo.
Una storia irraccontabile.
Che mi spezza l’anima.

Siria: le poesie dal carcere di Faraj Bayraqdar

23 gennaio 2012 1 commento

(di Elena Chiti) da www.sirialibano.com
Torna di attualità Faraj Bayraqdar. Non che abbia mai fatto le prime pagine dei giornali. Certo non in Siria. Ma questo poeta originario di Homs e attualmente residente in Svezia ha fatto parlare di sé. O almeno storcere la bocca alle autorità siriane, che nel periodo della sua detenzione – di fronte alle voci di protesta che, soprattutto dall’estero, reclamavano la liberazione del poeta – sono arrivate a negare la sua stessa esistenza.

Faraj Bayraqdar, accusato di affiliazione al partito comunista, ha scontato quasi quindici anni (dal marzo 1987 al novembre 2000), visto che gli ultimi 14 mesi gli sono stati graziosamente abbonati dal regime, in cambio di una sua rinuncia a qualsiasi forma di militanza politica.
Ma non è bastato. Nel 2003, quando Bayraqdar – da uomo libero – si è rivolto all’Unione degli Scrittori siriani (Ittihâd al-Kuttâb al-Suriyyîn) perché gli pubblicassero Anqâd (“Rovine”), raccolta di poesie scritta negli anni vissuti da carcerato, si è sentito rispondere che, malgrado l’intrinseca qualità dei versi (espressamente riconosciuta nei rapporti dei due comitati dell’Unione incaricati della lettura), la raccolta era impubblicabile perché contenente molte poesie suscettibili di “nuocere al sentimento nazionale e al senso di appartenenza alla patria” (isâ’a ilâ al-fikr al-qawmî wa’l-intimâ’ ilâ al-watan).
Traduco qui sotto tre delle poesie più nocive, tratte dalla raccolta Anqâd (“Rovine”), con cui l’editore libanese Al-Jadîd apre il suo catalogo del 2012, presentato al Salone del Libro arabo di Beirut.

***
Giro (Titolo originale: Dawarân)

In esilio
sei tu che giri
intorno alla maledizione
in carcere
è la maledizione
che gira
intorno a te.

Carcere di Sednaya, 1995

***

Miseria (Titolo originale: Faqr)

Dio ha
un inferno di cui andare fiero
che miseria!
Non ha niente
di paragonabile al carcere di Tadmor
né di Mazza
o Adra
e nemmeno Sednaya.

Carcere di Sednaya, 1996

***

Matrioska siriana (Titolo originale: Mâtrûshkâ sûriyya)

Se il cielo è un velo
la terra è un velo
il mio paese è un velo
il carcere è un velo
il silenzio è un velo
la poesia è un velo
e io sono un velo
come faccio a vedere Dio
e Dio a vedere me?

Carcere di Sednaya, 1997

Siria e l’esercito di italiani che sostengono la repressione

26 novembre 2011 7 commenti

Non posso non girare quest’articolo, perché è una boccata d’aria.
Grazie di cuore, veramente
mentre a quelli che nei forum rivoluzionari mi danno della refardita perché ho pubblicato quest’articolo argomentando che siccome Trombetta scrive sulla Stampa sia per forza un venduto..ehehe, teneteve diliberto, la repressione, i cecchini e i carri armati, altro che le scintille rosse.
la sola cosa sana che ho letto in quelle righe è che è proprio dura star nel movimento: vero, è durissimo se voi siete la compagnia!

Siria, un esercito di Italiani sostiene la repressione
di Lorenzo Trombetta, Europa Quotidiano)
Preti, monaci, diplomatici, lettori di arabo nelle università, accademici, presidi di facoltà, giornalisti, segretari di partito, deputati. In Italia un vero esercito di insospettabili sostiene a spada tratta la tesi del Complotto ai danni del regime di Damasco, finendo colpevolmente a sostenere la repressione in atto in Siria da oltre otto mesi e che ha causato finora l’uccisione documentatadi oltre 4.000 persone.
La loro tesi è che la Siria in rivolta non esiste. Esiste un popolo in ostaggio di uno scenario reale (il regime degli al-Asad in piedi da 41 anni) e di due potenziali minacce: l’invasione della Nato e la conseguente occupazione americano-sionista o l’avvento di un emirato salafita oscurantista anti-tutto.

Ali Ferzat

Il compito di questa legione di sostenitori italiani di al-Asad – tra cui spiccano numerosi esponenti più o meno noti del fronte antagonista trasversale tra destra e sinistra – è delegittimare la rivolta in corso. Descriverla come una montatura delle due principali tv satellitari arabe (al-Jazira e al-Arabiya), parte di un complotto americano per contrastare l’ipotetico fronte irano-russo-cinese, simbolo per loro della Resistenza al Male.
Questi lealisti italiani diventano improvvisamente esperti di linguaggi mediatici, arabisti provetti, studiosi di Islam, professori di storia del Medio Oriente. Altri ammettono più candidamente la loro ignoranza, affermando di voler raccontare la Verità dopo un breve soggiorno nelle tranquille vie di Damasco, visitata per la prima volta senza conoscere una qaf di arabo.
Ciascuno per la propria parrocchia: dai Musolino e i Diliberto dei Comunisti italiani fino a quelli di Progetto Eurasia, passando per tanti altri con cui ho avuto in questi mesi occasione di confrontarmi direttamente o indirettamente, o di cui ho letto in Rete le loro riflessioni.

Accomunati dall’antagonismo all’imperialismo americano e dalla ricerca di visibilità, parlano moltissimo di Stati Uniti, di Israele, di al-Jazira e di salafiti, e pochissimo invece degli oltre 22 milioni di esseri umani che abitano la Siria. E visto che sulla questione siriana, i grandi gruppi editoriali italiani oscillano tra l’indifferenza e il sostegno alla tesi della rivolta di popolo contro il regime, per gli anatagonisti “esser contro” oggi significa anche esser contro i rivoltosi siriani. Che mentre si fanno ammazzare come mosche, sono a loro insaputa difesi dai grandi media del sistema. Agli occhi di questi professori, giornalisti, intellettuali e docenti, la morte dei civili siriani uccisi dalle forze di al-Asad non vale, ad esempio, come quella dei civili di Gaza uccisi da Israele. Semplicemente perché la questione palestinese serve la provinciale causa antagonista italiana. Mentre quella siriana li costringerebbe a mettere in discussione il loro credo ideologico.

Si negano così le uccisioni, gli arresti, le torture. Pratiche non certo nuove nel panorama siriano dell’ultimo mezzo secolo (dall’avvento del Baath, di fatto il partito unico, nel 1963), ma inedite per la vastità delle aree del Paese in cui vengono compiute e per la sistematicità ormai giornaliera con cui vengono commesse. Una realtà negata affermando che le decine di migliaia di testimonianze video non sono autentiche. Da otto mesi ho potuto visionare centinaia degli oltre 73.000 filmati amatoriali postati sui vari canali Youtube della rivolta. Non sono artefatti negli studi televisivi di Doha o Dubai, come molti antagonisti sostengono. Non sono registrati a Tripoli in Libano o a Falluja in Iraq negli anni passati come i lealisti affermano. Si riconoscono le strade delle principali località siriane. Si ascoltano i vari accenti locali. Si leggono targhe delle auto e le prime pagine dei giornali del giorno. Si vede con chiarezza il sangue schizzare dal foro della pallottola sotto la nuca di un bambino o sullo sterno di un giovane. Sono filmati autentici e sono un prodotto dei civili siriani in rivolta.

Gli analisti del Complotto e i paladini della Verità non sanno cosa rispondere alla domanda sul perché siamo costretti a basare gran parte dei resoconti su quanto avviene negli epicentri della repressione sui filmati amatoriali di Youtube. Né sanno rispondere alla questione sul perché in Siria non esista una stampa non controllata dal regime, sul perché numerosi giornalisti siriani non sono liberi di circolare e lavorare liberamente nel loro Paese. Sul perché è molto raro che un giornalista straniero – arabo o non arabo – possa documentare, anche e soprattutto visivamente, cosa sta accadendo a Idlib, Homs, Daraa, Hama.

Mazen Darwish, direttore del Centro siriano per la libertà giornalistica e di espressione, da anni impegnato nella lotta contro le violazioni contro gli operatori dell’informazione, ha documentato dal 15 marzo al 9 novembre, 117 casi di arresto e maltrattamento di giornalisti in Siria
Lo ha fatto presentando una lista completa di nomi, cognomi, affiliazione professionale, date e – ove possibile – luoghi di detenzione, tipo di maltrattamento e procedura giudiziaria seguita nei confronti di giornalisti siriani, e arabi e non arabi.
La realtà viene negata anche sostenendo che sono false o gonfiate tutte le testimonianze raccolte finora da noi reporter che non possiamo andare in Siria. Si tratta di racconti ascoltati e registrati dai profughi fuggiti in Libano, in Giordania e in Turchia.
Sommando il numero di siriani fuggiti in questi tre Paesi otteniamo la cifra approssimativa di 20.000 persone, per lo più civili. Sono tutti agenti del Complotto? Sono tutti sul libro paga dei sauditi, per conto degli americani e dei sionisti? E noi giornalisti siamo tutti prezzolati e in malafede oppure grandi ingenui pronti a riportare ogni parola senza verificare?
Altri analisti lealisti italiani affermano che l’Osservatorio per i diritti umani in Siria (Ondus), una delle principali fonti di  informazioni sulle violazioni giornaliere commesse nel Paese, diffonde ogni giorno menzogne e che riceve soldi dall’estero, perché il suo presidente trasmette le notizie da Londra.
E’ vero: Rami Abdel Rahman è ora basato nella capitale britannica ma nessuno si chiede perché non possa lavorare e vivere nella sua Siria? L’Ondus è comunque attiva e opera in Siria con una rete in loco di attivisti e ricercatori nel campo della difesa dei diritti umani – ora anonimi per ovvie ragioni di sicurezza – da almeno dieci anni. Di loro davo notizie ben prima che i vari analisti e turisti per caso si scoprissero difensori degli al-Asad.

Che dire poi del pestaggio subito dal vignettista Ali Farzat a Damasco? Dello sgozzamento del poeta Ibrahim Qashush a Hama? Dell’uccisione del fotoreporter Farzat Jarban a Qseir, vicino Homs? A Farzat hanno spezzato le dita con cui disegnava le caricature contro il regime. A Qashush hanno tagliato le corde vocali con cui aveva cantato la canzone “della rivoluzione”. A Jarban hanno cavato gli occhi. Gli abitanti di Qseir lo hanno trovato morto domenica 20 novembre fuori città dopo appena 24 ore dal suo arresto.
Chi è responsabile di questi crimini? Gli antagonisti sono pronti a dire che le bande di terroristi armati sono dietro il pestaggio di Farzat, lo sgozzamento di Qashush e la barbara uccisione di Jarban. Per dare la colpa – affermano – al governo di Damasco.
Domanda: perché avventurarsi in una simile e improbabile acrobazia logica, inventando entità (“bande armate di terroristi”) di cui nessuno ha ancora mai dimostrato l’esistenza pur di salvare un regime, i cui crimini sono invece noti da decenni e sono così simili a quelli commessi dal 15 marzo ad oggi?

Chi si ostina a voler credere alla retorica del regime, deve però avere la coerenza di andare fino in fondo. Qualche esempio: il presidente Bashar al-Asad continua a ripetere che sì, sono stati commessi “alcuni errori” dalle forze dell’ordine, ma che di questi “errori” terrà conto la Commissione d’inchiesta incaricata di far luce sugli “eventi in corso”. Sin da metà aprile, a circa un mese dall’inizio delle proteste e della repressione a Daraa, le autorità – Bashar in testa – hanno annunciato la creazione di una commissione d’inchiesta, che non aveva però la possibilità di lavorare se non sotto lo stretto controllo del regime. Da mesi non si ha più notizia dei risultati, seppur parziali, del suo lavoro. Perché?
Analogamente, a metà maggio, le autorità siriane annunciavano la creazione di una commissione d’inchiesta sul ritrovamento di una fossa comune a Daraa, contenente i corpi di almeno cinque persone, tutte membri della famiglia Abazid. Da allora, più nessuna notizia. Perché?
Un’altra commissione d’inchiesta è ufficialmente a lavoro, sempre da maggio, per alcuni “errori” commessi dalle “forze dell’ordine” a Banyas, sulla costa. Nessun’autorità siriana o media ufficiale ne parla più. Perché?
Su più larga scala, non si ha notizia alcuna dei processi a cui dovrebbero esser sottoposti le centinaia di terroristi che ogni giorno, sugli schermi della tv di Stato e sulle pagine del sito Internet dell’agenzia ufficiale Sana, vengono mostrati come rei confessi di aver compiuto ogni tipo di barbarie contro i civili e “le forze dell’ordine”. Perché?
Si tratta sempre di siriani (per la prima volta il 22 novembre si è appreso che un saudita di madre siriana è stato ucciso a Homs. Un po’ poco per denunciare orde di sauditi salafiti in Siria), molto spesso con la barba (“fondamentalisti”…) e originari delle zone rurali (“arretrati”…). Ma non si capisce perché mai da otto mesi siano in attesa di giudizio. Non è stato forse abolito lo stato d’emergenza? O forse i processi sono già iniziati, o addirittura le condanne sono state emesse, senza che la stampa “libera” di Damasco ne abbia dato conto?

A proposito dei fermati dal 15 marzo ad oggi: il 20 novembre gli attivisti fornivano una lista di oltre 14.000 persone ancora in stato di arresto, moltissimi in luoghi di detenzione sconosciuti ai parenti dei fermati. Il regime non ne dà conto. Perché?

Eppure, tra il 5 e il 15 novembre scorsi, le autorità hanno liberato – dandone notizia sulla Sana e sulla tv di Stato – circa 1.800 “fermati che non si sono macchiati di crimini di sangue”. Su che basi li hanno liberati?

Se fosse così – oh antagonisti e lealisti – non è forse questa una violazione della sovranità della Siria di fronte alle ingerenze esterne? Rimaniamo all’interno della logica del regime: anche se non hanno commesso crimini di sangue, quei 1.800 saranno pure stati fermati con un motivo valido, perché sospettati di aver commesso qualche crimine. Perché rilasciarli? Non sono più “terroristi”? Non sono più “agenti del Complotto”? Non sono più un pericolo alla sicurezza pubblica?
E ancora: la sera del 15 novembre, la tv di Stato ha trasmesso le immagini di alcuni di questi fortunati “terroristi” tornati in libertà: ripresi in quella che sembra essere un’aula scolastica, sono apparsi i volti di queste decine di ragazzi e uomini, quasi tutti con la barba, e nessuno con segni di percosse o tortura sul volto, tutti con l’aria di provenire da sobborghi degradati o dalle campagne.
Tra loro, si è appreso l’indomani, c’erano anche il medico Kamal Labwani, prigioniero politico di lunga data, e Rafah Nashed, psicanalista siriana arrestata ad agosto. Perché il fermo di questi due siriani non era mai stato ammesso dalle autorità.

La Nashed, che dopo un mese dall’inizio delle proteste e della repressione aveva avviato a Damasco un laboratorio di terapia di gruppo ”per sconfiggere la paura”, era stata accusata di incitamento al sovvertimento del sistema politico e violazione dell’ordine pubblico, e rischiava una pena di circa sette anni di detenzione. Né la Sana né la tv di Stato hanno mostrato le immagini della Nashed e di Labwani rimessi in libertà. Forse perché non avevano la barba? (Pubblicato su Europa Quotidiano il 25 novembre 2011).

Homs e la puzza di uova marce

10 ottobre 2011 4 commenti

La prima volta che ho sentito parlare di “puzza di uova marce” ero nel paesino abruzzese di Bomba, a parlare con una popolazione che si sta ribellando all’estrazione di gas da parte di una compagnia americana, proprio a pochi passi da un’enorme e quindi già preoccupante diga di terra.
Raccontavano di come in piena notte venivano svegliati da questa assurda e vomitevole puzza di uova marce, che avvolgeva la valle e quindi i centri abitati inerpicati sulle colline vicine: era il segno che la Forrest stava estraendo gas, stava cercando di capire quanto fosse e se era il caso di partire con le estrazioni.

Da Bomba allora arriviamo ad Homs, città siriana che da 7 mesi lotta è parte integrante della rivoluzione siriana, e una delle città che sta pagando il prezzo più alto, con incursioni ripetute da parte delle forze di sicurezza siriane, rastrellamenti e decine di morti e scomparsi.
Dal 3 ottobre è il quartiere di Rastan ad essere il più colpito, con più di 2000 arresti e cento morti oltre che la distruzione di decine di macchine, di botteghe e di abitazioni private: la macchina da guerra guidata da Bashar al-Assad e da suo fratello Maher calpesta con ogni mezzo e con una violenza tremendo la popolazione che però non desiste e non smette di scendere in piazza, contro cecchini, mortai e mezzi cingolati.
I video parlano chiaro,
ma son privi di olfatto.
Così, mentre ieri sera tutto il mondo era con gli occhi puntati al Maspero, la sede della televisione di stato egiziana al Cairo, dove l’esercito ha sparato sul corteo dei copti uccidendo decine di persone, con l’aiuto della

Vignetta di Ali Ferzat: la libertà d'espressione prima e dopo la cancellazione delle leggi speciali in Siria

Baltagheyya e cercando di far passare gli eventi per dei “tragici scontri inter-religiosi”, le truppe di Assad bombardavano e cannoneggiavano Homs.

E poco dopo, migliaia sono stati i messaggi su twitter provenienti da Homs, da Rastan, da Talbiseh, da Bab Sbaa, da Karm Zaitoon raccontavano la stessa cosa: una puzza mai sentita prima di uova marce che ha iniziato a terrorizzare la popolazione e che ha me ha fatto subito venire in mente i giacimenti di gas della Forrest e le signori abituate alla lavanda che si svegliano in piena notte con la sensazione di nuotare tra le uova marce.
Cosa vuol dire? Cosa stanno tirando sulla popolazione, qualcosa contenente acido solfidrico?
Non so certo rispondere, come non sanno rispondere tutti quelli che descrivono in rete questa puzza che sembra avvolgere l’intera città, che da ieri vive in una situazione di guerra totale, con decine di carri armati, continui cannoneggiamenti e scoppi di granate, cecchini e quant’altro.

Fortunatamente hanno la solidarietà della popolazione egiziana e tunisina, o quella del Bahrain e yemenita, perché qui alcune componenti anche della sinistra antagonista sembrano continuare a vivere vomitando complotti e alimentando l’appoggio ad un regime merdoso e assassino solo perchè abboccano ad una stantia e ridicola propaganda antisionista.

Con la popolazione di Homs, di Hama, di Dara’a, di Qamishli e di tutta la Siria…
anche dovessi esser la sola !

SIRIA: il massacro avanza. La storia di alcune donne, mamme, figlie …

23 settembre 2011 1 commento

Da Qamishli (pieno kurdistan) al sud druso, passando soprattutto per la zona centrale delle città di Hama e Homs, che stanno pagando il prezzo più caro in questi mesi di ribellione contro il regime del partito Baath e del presidente Bashar al-Assad, che sta vincendo il premio da macellaio , tra tutti i suoi colleghi mediorientali.

Zeinab al-Hosni, 18 anni, di Homs

La repressiona avanza drammaticamente nelle città e nei villaggi siriani: la violenza e l’accanimento delle forze di sicurezza si sta rivelando ogni giorno più macabra ed insostenibile.
Le notizie di questi ultimi giorni ci raccontano diverse storie assurde e vergognose: l’ultima salita alle cronache, di cui l’ufficialità c’è stata da poche ore, malgrado il volto di questa giovane donna girasse in rete già da un paio di giorni.
Si chiamava Zeinab al-Hosni e la sua storia è raccapricciante: arrestata il 27 luglio, probabilmente per intimorire e portare alla luce il fratello Mohammad Deeb al.Hosni, noto attivista di Homs e sospettato di essere uno degli organizzatori delle proteste.
Alla fine l’hanno convinto, chiamandolo, che consegnandosi avrebbe riscattato la libertà della sorella, diciottenne.
Niente da fare, mentre i familiari erano all’obitorio dell’ospedale militare di Homs per riconoscere il corpo di questo ragazzo, torturato fino alla morte nelle celle di sicurezza, hanno scoperto anche quello della loro figlia.
Violato in modo indecente: stuprato, decapitato, mutilato delle braccia e scuoiato in molti punti del corpo.
La mamma e il papà di Mohammad e Zeinab, hanno dovuto firmare -per poter aver indietro i corpi mutilati dei loro figli- un foglio in cui dichiaravano che erano stati portati via e uccisi da bande armate.
C’è altro da dire?

Volendo c’è anche la storia della famiglia Jandali, sempre di Homs.
Loro non hanno fatto altro che trovarsi dentro casa le forze di sicurezza del macellaio Assad, alla ricerca di loro figlio.
Ecco il trattamento che gli è stato riservato, visto che non hanno trovato il ricercato.

O la storia della signora Aldahik. Lei pochi giorni fa ha perso Ahmad, suo figlio, mentre cercava di girare un video di un rastrellamento: nemmeno 4 secondi è durato il filmato, che è stato cecchinato a morte.

La signora Jandali, di Homs

Ieri è morto anche suo fratello, di 24 anni: si chiamava Mahmoud Suleiman Aldahik, sceso in piazza contro il regime e per urlare la rabbia che aveva in corpo per l’assassinio di suo fratello.
Intanto oggi le manifestazioni, che chiedono a gran voce la liberazione di tutti i prigionieri, sono arrivate anche al centro della capitale: pochi minuti fa, alle nostre 14, c’è stato il primo morto in Baghdad Street, quella che prima rimaneva impressa per il gran traffico e le parolacce dei tassisti alla polizia stradale…

Il regime spezza le mani ai vignettisti … un macabro déjà vu

25 agosto 2011 8 commenti

Una vignetta di Ferzat

E’ (fortunatamente non dobbiamo parlare al passato) un vignettista molto famoso, un 61enne dotato di mani d’oro e intelligenza fine …

Ed ecco le sue mani e il suo volto, dopo il pestaggio

Ali Ferzat, questo il suo nome, è nato nella città di Hama in Siria  (che passa alla storia per il massacro del 1982 e poi quello dei primi giorni del Ramadan di quest’anno) ed ha una lunga storia da caricaturista politico, espulso dal partito Baath qualche decennio fa.  Una matita che non ha mai smesso di esser arma: il primo periodico indipendente (al-Domari) della storia della siria baathista, da lui fondato, è riuscito a sopravvivere meno di tre anni … chiuso con la forza nel 2003, sotto l’attuale presidente.

Ieri, dalla piazza della Moschea Omayyade di Damasco è stato catturato da alcuni uomini armati.
Oggi, come un Victor Jara mediorientale, è stato ritrovato: il suo corpo pestato a sangue è stato lanciato da una macchina in corsa, sull’autostrada che unisce Damasco al suo aereoporto (una trentina di km d’asfalto che tagliano l’oasi della Ghuta).
Ha il cranio fratturato e le braccia rotto: l’accanimento sulle sue mani e le sue braccia rivela senza troppi giri di parole le intenzioni dei suoi picchiatori.
Almeno è vivo … e presto le sue mani saranno di nuovo in grado di schiaffeggiare il regime.

Questa è la Siria di Bashar, quella che qualcuno crede baluardo antimperialista e antisionista…

Il suo sito continua ad essere oscurato.

_GUARDA LA VIGNETTA di Ferzat poche ore dopo il suo arrivo in ospedale_

Un post rabbioso, alla terra più amata!

3 agosto 2011 18 commenti

Non riesco a fare una vita normale con i carrarmati che cannoneggiano la terra più amata.
Non riesco, malgrado non posso evitare di provarci, a concentrarmi nè a distrarmi.
Non riesco.

Foto di Valentina Perniciaro _cupolette damascene_

Non riesco ad accettare questo silenzio: e quando parlo di silenzio, io, non parlo di Nazioni Unite, non parlo di organismi internazionali né di bombardatori per diletto e professione.
Parlo di noi, dei compagni, di quelli sangue del sangue … di quelli con cui ho sempre pensato che sarebbe stato facile condividere le gioie e le sconfitte,
condividere la rabbia e l’indignazione, condividere  la conoscenza e quindi la solidarietà, l’azione collettiva, la coscienza di essere parte di un qualcosa di grande, di enorme, un qualcosa che non abbia frontiere, barriere, etnie o padroni.
E invece?
Invece io mi sento sola, da quando i carri armati del macellaio Bashar al-Assad e di quel boia di suo fratello stanno calpestando una popolazione che conosco più di tante altre, che amo più di tante altre, che rispetto nella sua complessità e che provo con molta umiltà a capire e conoscere.
E invece?
E invece son circondata dallo stesso “sangue del mio sangue” che mistifica una verità che pensavo chiara da decenni, per tutti.
C’è la continua difesa del regime; un continuo domandarsi ” ma questi chi li muove, a chi fa comodo” e bla bla bla bla.
Un po’ quello che il Partito Comunista Italiano faceva nei confronti di tutte le organizzazioni armate che si son mosse su suolo italiano.
Parlavano di Cia, di infiltrazioni, di mani lunghe e straniere che muovevano le fila del tutto.
55.000 anni di carcere alla generazione che ha vissuto gli anni ’70, eppure a sentire il PCI erano tutti infiltrati, tutti dei servizi, tutti venduti “all’ammmericani”…tanto che molti stanno ancora in galera (si sa che gli agenti CIA scontano 30, 32, 35 anni di carcere)

Shukran Raida! ;-) Qui ci sono stati decine di migliaia di arresti, non c’è famiglia siriana che non ha un caro detenuto, o ferito, o sottoterra.
Eppure noi pensiamo solo a blaterare sul “ma perché scendono in piazza? A chi fa comodo?”

Sono sconcertata.
Sconcertata da chi mi aggredisce urlandomi contro che sono una stupida imbambolata davanti a “tagliagole della fratellanza musulmana mossi dalla CIA” e come prova di questo mi parla di Hassan Nasrallah e degli Hezbollah, che l’altra settimana hanno avuto una rivolta popolare contro in un villaggio libanese perché hanno assaltato e incendiato un negozio di alcolici.
Gente che si definisce contro i preti però se parlano Hamas ed Hezbollah è oro colato, mentre migliaia di uccisi e arrestati so’ tutti “servi degli americani e del Mossad”.
Ancora?? Ma perché non apriamo un po’ gli occhi?
Smettiamola di parlare di Libia e Siria perché son due MONDI diversi, son due fronti internazionali completamenti diversi e gli interessi in gioco non si assomigliano lontanamente: smettiamola di buttare tutto in un calderone e giudicare tutte quelle persone delle stupide marionette in mano degli americani ( ma quindi, fateme capì, anche noi eravamo marionette stupide e asservite nel ’43? bha).
Smettiamola di non mettere in conto la rabbia e la frustrazione di chi vive in quel territorio, di chi c’è nato, di chi vorrebbe tutt’altro tipo di accesso alla libertà, ad ogni tipo di libertà.

meglio che non scrivo, meglio che chiudo questa pagina.
Vorrei solo sapere di avere la mia “famiglia”, la mia gente, il mio sangue, schierato A PRIORI contro i tank di un regime,
schierato a priori contro la galera, la tortura, l’assedio e i soprusi del partito Baath.
Vorrei che la si smettesse di pensare che difendere Assad vuol dire esser antimperialisti: perché è la più grande idiozia immaginabile.

Mai la Siria ha usato nemmeno un decimo della violenza di questi giorni contro Israele: è stata in grado di farlo, nella sua storia, solo contro i palestinesi in Libano e contro i siriani, a casa loro…ma a quanto pare in troppi se lo dimenticano costantemente e preferiscono credere ai sermoni di Stato, alla propaganda di un regime che sta lì da decenni, sul sangue dei palestinesi, dei comunisti, dei dissidenti…. e così via…
amo quella terra come non ho mai amato nessun luogo al mondo.
e amo il suo popolo, che tanto m’ha insegnato e che non sta smettendo di farlo

Siria: cecchini, tortura, carcere…what else?

9 luglio 2011 6 commenti

Ogni venerdì è una scia di sangue.
Ogni venerdì le immagini che arrivano sono più raccapriccianti.
Ogni venerdì si cambia luogo, ma la scena è sempre la stessa: forze di sicurezza che entrano in massa in villaggi e città, ragazzi cerchianti, gruppi in borghese che corrono armati sparando sul volto di quelli che incontrano.
Ora è Hama la città assediata e senza respiro.

Syrian Ibrahim Jamal al-Jahamani, who was recently released from Syrian… (AP Photo/Raad Adayleh)

Poi ci sono i racconti dal confine turco, i racconti degli 11.000 che sono saltati al di là del confine e osservano terrorizzati i soldati siriani sulle colline a meno di un chilometro, che pattugliano le zone sfidando i limiti territoriali a caccia di chi scappa.
Poi ci sono i racconti di chi dalle carceri riesce ad uscire: dopo un paio di settimane o mesi di detenzione e soprusi, alcuni riescono a raccontare quello che hanno visto e soprattutto sentito nelle fatiscenti carceri siriane, dove tutto accade.

La storia del giovane Tamer è probabilmente simile a molti altri: ma di lui abbiamo nome e cognome: Tamer Mohammed Al-Sharei, di 15 anni arrestato ad una manifestazione ed uscito morto dal carcere col corpo martoriato.
“Arrestato in un sobborgo di Damasco, è stato massacrato lungo nove eterni interrogatori nei quali il suo corpo è stato brutalizzato in ogni sua parte, dalla testa ai testicoli, con la richiesta di urlare amore e devozione per il presidente Bashar al-Assad.Polso e avambraccio fratturato, denti rotti, il ragazzo ha perso conoscenza ma è arrivato un medico per rianimarlo, gli hanno fatto un’iniezione ed hanno cominciato a picchiarlo di nuovo, per poi lasciarlo per terra come un cane, che non aveva più la forza nemmeno di implorare aiuto ai genitori”, questo racconto è fatto da Jamal Ibrahim al-Jahaman, anche lui arrestato durante una manifestazione a Damasco e rinchiuso in questo centro di detenzione gestito dalla Syria’s Air Force Intelligence, per poi esser rilasciato il 31 maggio dopo circa 5 settimane.

E’ stato lui a riconoscere il corpo del ragazzo in un video che girava in rete: mentre la mamma urlava “questo è mio figlio” davanti a quel che rimaneva del corpo torturato del suo ragazzo, il suo compagno di prigionia l’ha riconosciuto ed ha iniziato a raccontare.
Malgrado la difficoltà di reperire notizie direttamente dalla Siria, quel che circola in rete parla chiaro.
Anche oggi i funerali di alcuni ragazzi sono stati cerchianti: 7 morti, come se niente fosse.
Nel frattempo tiriamo un sospiro di sollievo per un amico che ha riacquistato la libertà, dopo giorni di detenzione…

anche tu ya Bashar, sei destinato a fare una brutta fine.
Lunga vita a chi si ribella, a chi sfida i cecchini, a chi urla libertà!
Da queste immagini si vede bene come si muovono i reparti speciali e le forze di sicurezza…

Daraa, Siria: guardate questo video

15 maggio 2011 1 commento

Questo video gira da pochi minuti in rete e sta rimbalzando sui social network.
Non ha una data precisa, è stato girato a Daraa, la città siriana dove è iniziata la rivolta e dove la repressione delle forze di sicurezza ha colpito maggiormente, con il reggimento manovrato direttamente dal fratello del presidente.
Questo è quel che accade da un po’. Il video è duro, molto, ma questo è ed altre parole non riesco a trovarne

Siria: la lunga fila dei desaparecidos

10 maggio 2011 4 commenti

Uno non sa più dove partire per raccontare quel che accade nel mio pezzo di Mesopotamia, il regime si muove con passo sempre più pesante per calpestare ogni barlume di dissidenza in quelle strade. La cosa che più mette paura, più dell’assedio con i tanks di molte città, più del massiccio uso dei cecchini che aprono teste come noci di cocco, la cosa che più spaventa sono i rastrellamenti.L’altra notte un po’ tutto il paese è calato nel terrore:

Quando i fornai sceglievano Bashar come protettore dei sogni _Damasco qualche anno fa, foto di Valentina Perniciaro_

in molte, troppe città, le forze di sicurezza sono passate al kidnapping: centinaia di case rastrellate, decine d’attivisti portati via, presi dal letto, dai reparti d’ospedale, dai bar o dagli internet caffè. Si sparisce con una facilità impressionante: i numeri, sicuramente non corretti, parlano di 800 morti ma soprattutto di 10.000 persone che son semplicemente scomparse, desaparecide.
Probabilmente torturate in qualche scantinato sperduto nel deserto.

Poi c’è l’altro lato della medaglia: quello che vede una continua richiesta di intervento internazionale sul regime siriane, richiesta tritata dagli stessi attivisti, dalle stesse pagine che chiamano alle mobilitazioni continue. Intervento internazionale in Siria? E come? Con sanzioni o bombe?
Niente di peggio…spero sia solo un incubo che mai si presenterà…
Per ora l’Unione Europea è passata all’embargo di alcuni uomini di regime: oggi è partito ufficialmente il congelamento dei beni di chi è “ritenuto responsabile della repressione violenta contro la popolazione civile”. Tredici persone, tra cui spicca Maher, fratello minore del presidente, noto boia, che in questi giorni ha conquistato molti tristi primati con gli ordini che ha impartito.

Però, in piazza si muore e si scompare.
Ogni giorno di più!

Finito, per modo di dire, l’assedio di Daraa e Banias, è iniziato quello di Muaamadia, quartiere periferico di Damasco, di Homs e di alcuni villaggi dell’Hauran…

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: