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Gezi Park: l’attacco finale della polizia? RESISTANBUL #geziparki

Arrivano da ogni dove, per circondare i manifestanti
Non son nemmeno le venti, nemmeno un’ora è passata dalle 19, scelte per il concentramento serale di questa giornata eterna, iniziata alle sette di mattina con il violentissimo tentativo di sgombero di piazza e parco da parte degli agenti antisommossa e dei reparti speciali turchi.
Una giornata campale, caratterizzata da una resistenza senza precedenti che ha tenuto la piazza e ha saputo ricacciare indietro ripetutamente la polizia, a Taksim come altrove, erigendo barricate li dove venivano abbattute dai TOMA ( i blindati turchi), difendendo passo passo ogni pezzetto conquistato in queste giornate.
Ma eccoci, e a guardarla sembra la resa dei conti.
GeziRadio, la radio dagli alberi, che seguiamo costantemente non ha fatto in tempo a ricominciare a trasmettere che eccola nel delirio più totale e di nuovo raggiungibile da poco (COMPLIMENTI!) : le cariche sembrano esser più pesanti di stamattina, se una cosa simile è immaginabile.
Ormai la piazza è un’enorme fitta nuvola tossica, da dove giungono le continue esplosioni delle granate assordanti.
Intanto dagli altri quartieri, che già si stavano recando verso la zona di Taksim, iniziano a muoversi cortei di ogni genere e tipo, dalle maschere antigas alle padelle: l’assedio della polizia inizia ad esser sotto assedio ancora una volta.
RESISTANBUL!!!!
AGGIORNAMENTI ORE 21.45:
Le immagini tolgono il fiato, la piazza è ormai una tonnara affumicata e le prime tende iniziano ad essere spazzate via dai reparti che avanzano, protetti da questa incredibile nuvola di armamento chimico che sembra muoversi con loro.
Intanto non è ovviamente Istanbul la sola piazza calda di queste lunghissima serata: Ankara, Bursa, Izmir, Edirne, in ogni dove ci sono migliaia e migliaia di persone in piazza, pronte a marciare anche al buio come a Bursa, dove l’amministrazione locale ha deciso anche di tagliare completamete l’illuminazione pubblica. Cosa che non fa desistere proprio nessuno.
Proverò ancora a dar notizie su Istanbul, dove ormai le tende sono in fiamme anche a causa dei candelotti lacrimogeni, e dove più di diecimila persone si stanno muovendo in corteo per cercare di raggiungere la piazza dove si combatte.
NON UN PASSO INDIETRO!
Il post di questa mattina QUI
e gli aggiornamenti pomeridiani QUI
I post dei giorni precedenti e i comunicati della piazza:
– Taksim / NoTav: una faccia, una piazza
– La brutalità della polizia, per immagini
– Le ultime parole di Abdullah
– I primi morti / Che poi son 3
– La rivolta dilaga nel paese
– Il comunicato della piazza / La risposta NoTav
Istanbul: è guerriglia in difesa del verde
Gli aggiornamenti del 31 maggio
Le immagini e gli aggiornamenti del 1 giugno
Le richieste della piazza
Cariche e scontri a Taksim: la giornata prosegue in guerriglia

Anche i giornalisti vengono trattati molto bene

Molotov vs TOMA
Dopo le prime righe mattutine (QUI) , la situazione è ulteriormente degenerata.
Per le 13 era stata convocata una grande manifestazione, in attesa che da tutta la città i manifestanti riuscissero a raggiungere Taksim e i quartieri intorno, malgrado il blocco della metropolitana e di tutti i mezzi di superficie.
Già da poco prima di mezzogiorno le autorità e le forze di sicurezza avevano fatto capire le loro intenzioni, come ad esempio facendo circolare dentro il palazzo di giustizia (Çaglayan) che “I cittadini che non hanno nulla a che fare con gli eventi, si allontanino o verranno arrestati”, tanto che poco dopo anche alcuni avvocati sono stati tratti in arresto e risultano ancora in stato di fermo.
Hanno provato a portare i fermati nella vicina stazione di polizia a Vatan ma quello che si son trovati davanti li ha costretti a cambiare rapidamente idea: migliaia di persone li stavano aspettando ed hanno iniziato ad avanzare senza paura verso di loro…. che via, son tornati da dove venivano.
Barricate si erigono qua e la a vista d’occhio e malgrado vengano abbattute dalle decine e decine di TOMA che carosellano per la zona, continuano a sbucare e bloccare l’avanzata.
Alcune immagini raccontano con chiarezza quasi comica quante volte la polizia è stata costretta ad arretrare gambe in spalla perché completamente circondata da tutti i lati.
L’appello degli ultimi minuti è rivolto ad infermieri e medici, di raggiungere l’infermeria da campa costruita a Gezi Park, dove il numero di feriti e intossicati dall’attacco chimico che Erdogan muove contro chi manifesta aumenta costantemente.

🙂
Il prossimo appuntamento cittadino unitario, anche se non esiste inizio e fine di manifestazione da dodici lunghi giorni e notti, è per le 19, sempre a Taksim, dove con cautela si ricomincia a prender posto,
visto con quanta determinazione si son cacciati via i soldatini di Tayyep.
A dopo.
I post dei giorni precedenti e i comunicati della piazza:
– Taksim / NoTav: una faccia, una piazza
– La brutalità della polizia, per immagini
– Le ultime parole di Abdullah
– I primi morti / Che poi son 3
– La rivolta dilaga nel paese
– Il comunicato della piazza / La risposta NoTav
Istanbul: è guerriglia in difesa del verde
Gli aggiornamenti del 31 maggio
Le immagini e gli aggiornamenti del 1 giugno
Le richieste della piazza

Sempre questo pomeriggio, Taksim
La polizia entra a Taksim: le prime notizie della mattinata
QUI GLI AGGIORNAMENTI POMERIDIANI: LEGGI
Eccoli.
Da questa mattina, poco dopo che la luce dal sole ha iniziato ad illuminare l’immensa città dei due continenti,
agenti antisommossa, TOMA, onde tossiche, idranti, manganelli e armi da fuoco hanno iniziato ad avanzare per ripulire il Gezi Park, che da più di una settimana sempra una piccolo stato a parte, liberato e resistente.

A Tarlabaşı, un TOMA in fiamme
“Fuori la polizia”, “Taksim è ovunque, la resistenza è ovunque”, “Governo: dimissioni”
chi sta resistendo in piazza dimostra tutta la sua determinazione, quella che in questi giorni abbiamo imparato non solo per le strade di Istanbul, ma in quelle di tutte le grandi e meno città turche: malgrado le folli e provocatorie dichiarazioni di Tayyep Erdogan, quello che sembra palese è che c’è una generazione che non vuole tornare a casa,
ma continuare a masticare i marciapiedi, marciando verso una libertà totalmente diversa.
La nottata nella sola città di Ankara è trascorsa con ore ed ore di scontri.
Rimanendo focalizzati su Istanbul: a Tarlabaşı ad Harbiye, a Istiklal Caddesi, la battaglia è pesantissima e la resistenza di piazza sta rilanciando al mittente migliaia di lacrimogeni e gas urticanti, oltre ad aver formato una catena umana (gestita dalla “Taksim Dayanismasi) che cerca di rendere fruibile a chi vuole la fermata metropolitana, invasa dal fumo, ma poi chiusa dal governo: la polizia da ore cerca anche di bloccare tutti gli autobus che dalle altre zone della città raggiungono Taksim e quell’area.
L’intenzione è isolare i manifestanti, con la stupida illusione che questo sia possibile blindando una zona della città e rendendola totalmente inadatta alla respirazione e alla sopravvivenza: non sarà così che fermeranno questa rivolta.
Son loro ad essere circondati.
Da qualche minuto a questa parte si è passati massicciamente all’uso di pallottole di gomma: dalla parte opposta oltre alla miriadi di sassi in volo e di candelotti boomerang, un largo uso di fuochi d’artificio aiuta a tener TOMA e celere minimamente distanti. Poveri alberi di Taksim, completamente gasati.

E non ce fate incazzà eh, che non ve conviene!
Non è una rivolta che si chiuderà con questi dodici giorni di autodeterminazione, resistenza e libertà:
una volta scesi in strada, una volta capito quanto forti si può essere, A CASA NON SI TORNA.
[Qui un link, in inglese, che racconta le violenze a sfondo sessuale che la polizia commette sui fermati: LEGGI ]
I post dei giorni precedenti e i comunicati della piazza:
– Taksim / NoTav: una faccia, una piazza
– La brutalità della polizia, per immagini
– Le ultime parole di Abdullah
– I primi morti / Che poi son 3
– La rivolta dilaga nel paese
– Il comunicato della piazza / La risposta NoTav
Istanbul: è guerriglia in difesa del verde
Gli aggiornamenti del 31 maggio
Le immagini e gli aggiornamenti del 1 giugno
Le richieste della piazza
Turchia / NoTav: “Una faccia, una piazza”. Taksim scrive al movimento NoTav
Avevamo già precedentemente pubblicato la prima lettera del movimento di Piazza Taksim al movimento NoTav e la successiva risposta. QUI: Il comunicato della piazza / La risposta NoTav
Il rapporto epistolare continua, e son felice di pubblicarlo.
Cari compagni No TAV,
fratelli di lotta;
la Resistenza in Val di Susa, come la Resistenza per Gezi park, e’ una resistenza contro un sistema di interessi e poteri; un sistema di valori che vorrebbe toglierci cio’ che e’ nostro – lo spazio, la valle, il parco, e la possibilita’ di viverci – in nome di un “progresso” che, nei fatti, vuol dire solo il profitto dei pochi che ci investono. Questo profitto e’ una forma di oppressione del quale la polizia, i lacrimogeni, la censura mediatica, i tribunali, le accuse di vandalismo sono soltanto l’espressione piu’ esterna.La vostra solidarieta’ ci onora. Non soltanto per il prezzo che continuate a pagare con la vostra resistenza ma soprattutto per quello che voi, come ora noi, avete imparato dalla resistenza: la riappropriazione di cio’ che ci appartiene, il coraggio di restare, l’occupazione, l’autorganizzazione, la fiducia gli uni negli altri. In questi giorni a Gezi abbiamo imparato a lottare insieme nonostante le nostre molte differenze interne: contro i lacrimogeni, si’ ma anche contro la pioggia che ci allagava le tende. Insieme si vince una piazza, insieme si montano le barricate; e insieme si distribuiscono le coperte, si organizza il cibo, si smaltisce la spazzatura, si monta una radio, ci si reinventa una nuova quotidianita’. Come avete fatto voi in questi anni di occupazione in valle.Mentre i nostri compagni ad Ankara, Antakia, Adana, Izmir vengono attaccati in queste ore ancora una volta da quei poteri forti che noi di Istanbul abbiamo lasciato al di la’ delle barricate appena una settimana fa, noi in questa piazza che ora e’ nostra stiamo imparando a restare uniti e ad avere fiducia nella lotta che ci ha fatti incontrare. Non sappiamo quanto riusciremo a restare qui, non sappiamo ancora che ne sara’ della nostra resistenza dopo questi pochi giorni. Ma abbiamo imparato a lottare insieme. E che da qui si puo’ soltanto imparare ancora di piu’. E siamo sicuri che in questo vi siamo fratelli, nonostante la nostra distanza geografica.
La vostra resistenza e’ la nostra resistenza e questo e’ soltanto l’inizio – la lotta continua!
Müştereklerimiz
Tutti i link sulla rivolta turca:
– Taksim – NoTav: una faccia, una piazza
– La brutalità della polizia, per immagini / Respiri lacrimogeni? sanguini!
– Le ultime parole di Abdullah
– I primi morti / Che poi son 3
– La rivolta dilaga nel paese
– Il comunicato della piazza / La risposta NoTav
Istanbul: è guerriglia in difesa del verde
Gli aggiornamenti del 31 maggio
Le immagini e gli aggiornamenti del 1 giugno
Le richieste della piazza– L’ennesimo attacco notturno: 15 giugno
Turchia: la brutalità della polizia per immagini. Com’è che si dice? A.C.A.B.

Lanciati dritto per dritto, per far male

Come potete vedere da quest’agghiacciante immagine. Tirati dritti in faccia, possibilmente a far saltare l’occhio

La voglia di ammazzare sembra essere tanta nella polizia turca

Neanche dentro casa c’è via di scampo

Chi finisce nelle loro mani viene pestato con spranghe e bastoni, oltre che con l’aiuto di squadracce

Per finire come questa ragazza, con ossa rotte e lividi ovunque

o la schiena di questo ragazzo

Malgrado questo non mi sembra che nessuno abbia intenzione di tornare in casa. La battaglia di Taksim si allarga a vista d’occhio, malgrado la pesante repressione, che mette mano ad ogni tipo di armamento contro chi manifesta. RESISTANBUL! TURCHIA RESISTE E LOTTA
1.2.1.3.
Tutti i link sulla rivolta turca:
– Taksim – NoTav: una faccia, una piazza
– La brutalità della polizia, per immagini / Respiri lacrimogeni? sanguini!
– Le ultime parole di Abdullah
– I primi morti / Che poi son 3
– La rivolta dilaga nel paese
– Il comunicato della piazza / La risposta NoTav
Istanbul: è guerriglia in difesa del verde
Gli aggiornamenti del 31 maggio
Le immagini e gli aggiornamenti del 1 giugno
Le richieste della piazza– L’ennesimo attacco notturno: 15 giugno
Turchia: le ultime parole di Abdullah.. e la lotta prosegue
“Ho dormito solo 5 ore in 3 giorni, ho respirato troppo gas al peperoncino, ho rischiato di morire 3 volte e tu sai cosa dice la gente? Stai tranquillo ragazzo, sei tu che vuoi salvare il tuo paese? Sì, anche se non
Abdullah Comert
dovessimo riuscirci morirei per questo ( sono così stanco che ho bevuto 7 bevande energetiche, ho preso 9 antidolorifici in 3 giorni, ho perso del tutto la mia voce ma anche stamattina mi sono alzato alle 6 del mattino. Per la rivoluzione!
P.S.: Cari vicini, per favore lasciate le porte dei vostri palazzi aperte”
Le ultime parole di Abdullah Comert, ucciso a colpi di pistola ad Antakya.
Nel frattempo la nottata è andata abbastanza tranquilla ad Istanbul, a partire dalle 2 di notte, quando son terminati gli scontri sia a Beylikdüzü che in piazza Gazi,
mentre ad Antakya si è andati avanti fino alle 5 di mattina.
Attendiamo gli aggiornamenti della giornata.
Oggi è 5 giugno: l’anniversario di una morte che ancora pesa.
Mara Cagol veniva uccisa quasi 40 anni fa dentro la Cascina Spiotta, luogo dalla lunga storia e molto amato da Mara, che come nome di battesimo aveva Margherita.
Due pagine su questo blog in suo nome, leggetele:
A MARA
QUANDO PORTAI UN FIORE IN SPIOTTA
Tutti i link sulla rivolta turca:
– I primi morti / Che poi son 3
– La rivolta dilaga nel paese
– Il comunicato della piazza / La risposta NoTav
Istanbul: è guerriglia in difesa del verde
Gli aggiornamenti del 31 maggio
Le immagini e gli aggiornamenti del 1 giugno
Le richieste della piazza
Dopo il comunicato di Taksim, la risposta solidale dei NoTav!
Nel momento in cui l’altro ieri ho pubblicato la traduzione dell’appello dal Taksim Solidarity Platform, vi ho sottolineato la loro richiesta di farlo leggere al movimento NoTav,
che in Turchia conoscono bene e che è nel cuore di chi sta rivoltandosi oggi nelle piazze di tutto il paese.
Qui il link del comunicato turco (LEGGI) , e qui sotto la risposta NoTav!

Anche i dervisci…che ve credete!
Cari compagni,
stiamo seguendo con solidarietà la vostra lotta al Parco Gezi di Istanbul.
La Val Susa ha una lunga storia di sgomberi, attacchi, assalti vigliacchi all’alba, carcere, di bulldozer mandati a distruggere le nostre terre. Non sono riusciti a prevalere grazie alla resistenza della nostra gente.
La vostra lotta è la nostra lotta. È la lotta per il futuro, consapevoli di rappresentare un pericolo per l’ordine costituito che si accanisce per batterci con ogni mezzo necessario, che vuole cancellarci perché sa che con noi e dopo di noi saranno in dieci, cento, mille.
Ma noi e voi abbiamo anche un’altra consapevolezza: sappiamo di poter vincere questa battaglia, perché abbiamo il tempo, le ragioni, i sogni e la caparbietà dalla nostra parte. E questo non può essere sconfitto né dai lacrimogeni, né dai tribunali.
Dal movimento No Tav, la nostra solidarietà
“Sevgili yoldaşlar ve arkadaşlar,
Gezi Park’ta vermiş olduğunuz mücadeleyi dayanışma ile Val Susa’dan (Turin) takip etmekteyiz.
Val Susa’nın (Susa Vadisi) polis baskınları, şafak vakti yapılan korkakça saldırılar ve hapis cezaları ile dolu bir tarihi vardır; Turin-Lyon adında işe yaramaz ve pahalı bir yüksek hızlı tren için bizim topraklarımızı yok etmek amacıyla gönderilen bir buldozere tanıklık etmiş bir tarih. Halkımızın direnişi bu planların başarıyla gerçekleştirilmesine izin vermedi.
Mücadeleniz mücadelemizdir. Ortak mücadelemiz ise gelecek mücadelesidir. Bu mümkün olan her türlü araçla bize saldıran kurulu düzen için bir tehlike arz ettiğimizin farkında olarak verdiğimiz mücadeledir. Bizleri ortadan kaldırmak istiyorlar çünkü bizden sonra bizim gibi onlarcası, yüzlercesi ve binlercesinin geleceğini biliyorlar.
Sizler de bizler de biliyoruz ki, bu kavgayı kazanabiliriz çünkü gaz bombası ya da mahkemelerce yenilemeyecek olan zaman, nedenler, hayaller ve inatçılık bizden yana.”
Tutti i link sulla rivolta turca:
– I primi morti / Che poi son 3
– Le ultime parole prima di essere ucciso
– La rivolta dilaga nel paese
– Il comunicato della piazza
Istanbul: è guerriglia in difesa del verde
Gli aggiornamenti del 31 maggio
Le immagini e gli aggiornamenti del 1 giugno
Le richieste della piazza
Turchia: 3 morti, numeri identificativi cancellati e scioperi in costruzione
Quando ieri parlavamo, anche attraverso l’articolo di Vollo (leggetelo che è interessante: QUI) che la protesta stava dilagando per tutta la penisola anatolica non stavamo certo delirando.
Un’altra serata e nottata che non hanno visto un secondo di tregua in ogni angolo del paese, proprio come i comunicati dalle piazze ci raccontano e purtroppo anche gli obitori.
Il terzo morto di quest’insurrezione che va avanti da quasi una settimana aveva anche lui solo 22 anni, Abdullah Comert è morto dopo molte ore di battaglia con un proiettile in testa, di cui non si conosce la provenienza.
E’ stato colpito ad Antakya, nell’Hatay, regione del sud ovest del paese, a pochi passi dal confine siriano.
Il “continente” turco è tutto in strada, in ogni dove, tutti insieme.

Questa è l’autostrada, a Bursa, bloccata dai manifestanti ieri sera
Ieri la piazza, quella principale (tra Taksim e Besiktas) ha visto anche un fatto importante e splendido: un gruppo ben organizzato si è infilato in piazza, nemmeno così piccolo, per andare a cercare dei kurdi da pestare.
Intuita l’aria, si son formati diversi cordoni di persone, strette attorno alla componente kurda in piazza, che urlavano “uniti contro il fascismo” e che hanno fatto correre gambe all’aria quelle merde,
scese tipo baltagheyya e intenzionate a fare il morto con le loro mani.
Ma è dura quando l’insorgenza è così inarrestabile, quando migliaia di ragazzi sono intenti a passarsi sassi e tutto il trovabile per bloccare le strade ed alzare barricate sempre più alte.
Contro la violenza di Stato, per la libertà.
Manca poco per lo sciopero generale: dopo la chiusura per protesta delle principali università del paese e delle scuole (vedi Istanbul ed Ankara) sono molte le categorie che si stanno unendo alla protesta, con l’intenzione di costruire nelle prossime ore un immenso sciopero generale.
Come la vedo male Tayyep, la vedo proprio male!
Ankara continua a rimanere la città dove la repressione muove mano pesante più che altrove,
forse proprio per l’enorme componente kurda in mobilitazione. Le immagini della nottata mostrano una violenza senza precedenti e intenzionale: basta guardare i caschi della polizia, che avrebbero il numero identificativo e invece lo potete trovare coperto da una mano di vernice in ogni scatto.

Ankara e i poliziotti col numero identificativo cancellato
Link dei giorni precedenti e comunicati dalla piazza:
– I primi morti
– Le ultime parole prima della morte
– La rivolta dilaga nel paese
– Il comunicato della piazza
Istanbul: è guerriglia in difesa del verde
Gli aggiornamenti del 31 maggio
Le immagini e gli aggiornamenti del 1 giugno
Le richieste della piazza
Istanbul: appuntamento oggi alle 19 per riprendere Taksim
Proseguono gli scontri e prosegue il dilagare di insurrezione nel paese, in particolar modo ad Ankara, dove la repressione si sta muovendo in modo ancora più brutale che ad Istanbul.
I morti accertati sono due ad Istanbul, ma non si riesce ad aver conferma degli altri gravi feriti, soprattutto nelle altre città.
Vi metto qui la traduzione del comunicato da poco diffuso, che invita tutti in piazza alle 19, per riprendersi Taksim.
Lo potete trovare su questo sito, che vi consiglio di seguire: mustereklerimiz.org
L’ondata di resistenza partito dal Gezi Park di Taksim ha raggiunto i più disparati angoli del paese, nelle strade, nelle case, negli ospedali, dento le università.A Taksim, Besiktas, in Ankara, in Adana, ed Izmir, siamo ora in una nuova fase della nostra esperienza: una sollevazione popolare che la polizia sta ancora tentando di reprimere con la violenza. Il terrore dichiarato dallo Stato contro quest’insurrezione è ciò che sta causando tutta questa follia e violenza brutale. Per dimostrare il terrore di Stato, per esporre le richieste della nostra resistenza, per salutare questi sei giorni di battaglia, noi della Taksim Solidarity Platform invitiamo tutta la cittadinanza di Istanbul alle 7 di questo pomeriggio per gioire insieme ancora una volta e riprenderci la nostra piazza.
Taksim Solidarity Platform
Gli altri Link:
– I primi morti
– La rivolta dilaga nel paese
– Il comunicato della piazza
Istanbul: è guerriglia in difesa del verde
Gli aggiornamenti del 31 maggio
Le immagini e gli aggiornamenti del 1 giugno
Le richieste della piazza
Ciao Ethem, morto ammazzato nella rivolta in Turchia

Etham Sarisuluk, ucciso ad Ankara
Aggiornamento ore 15.30: I morti confermati sono due, il secondo Mehmet Ayvalıtaş, 20enne, è stato travolto da un’auto. Era un attivista del Socialist Solidarity Platform.
Che fosse solo questione di attimi si era capito da poco dopo l’inizio degli scontri ad Istanbul.
L’incredibile resistenza popolare trovata in ogni dove dalla polizia turca, ha visto attacchi sempre più violenti e con tutti gli armamenti utilizzabili: ma per il piombo non s’è poi dovuto attendere così molto.
E mentre girano notizie non confermate di altri in pericolo di vita, compare il volto di Ethem completamente sanguinante e in morte celebrale dopo pochi istanti, ucciso ad Ankara
Cadi a terra ammazzato, nel giorno in cui Hikmet (tuo meraviglioso poeta) morì.

Abdullah Comert: Che la terra ti sia lieve come brezza di mare
Link sulla rivolta di Istanbul:
– 3 morti e caschi della celere contraffatti
– Le ultime parole prima di essere ucciso
– La rivolta dilaga nel paese
– Il comunicato della piazza
Istanbul: è guerriglia in difesa del verde
Gli aggiornamenti del 31 maggio
Le immagini e gli aggiornamenti del 1 giugno
Le richieste della piazza
Turchia: la protesta dilaga, di Michele Vollaro

Ci vanno leggeri
Un articolo coraggioso, perché fare un sunto di queste ore è veramente complicato: quindi vi consiglio di leggerlo.
Conoscendo bene quei vicoli, Michele Vollaro ci fa un’analisi dei fatti e della compagine presente nelle strade.
(sottobraccio per rivolte qua e la per il Mediterraneo, questa ci tocca guardarla da lontano, Vollo!!)
Vi consiglio di leggere anche questo suo articolo : La rivoluzione del Pkk contro identitarismi etnici e mono-nazionali
e i suoi reportage da Haiti: QUI
Turchia: si estendono in tutto il paese le proteste contro Erdoğan
Per il terzo giorno consecutivo sono proseguite ieri in numerose città della Turchia le manifestazioni che, cominciate a Istanbul per salvare un parco al centro della città dalla costruzione di un ipermercato e di una moschea, hanno rapidamente assunto il carattere di una protesta a livello nazionale contro le politiche portate avanti dal primo ministro Recep Tayyip Erdogan nel suo decennio di governo.
Una protesta che è emersa all’inizio della settimana scorsa, quando una cinquantina di abitanti del quartiere di Taksim hanno cominciato a riunirsi sotto i 600 alberi del parco di Gezi per impedire alle ruspe di abbatterli e ha visto prima l’appoggio del deputato curdo del Partito della pace e la democrazia (BDP), Sırrı Süreyya Önder, eletto in quel distretto, e poi anche di altri parlamentari membri del kemalista Partito popolare repubblicano (CHP).
La partecipazione, soprattutto di giovani e abitanti del quartiere, ai presidi nel parco al centro di Istanbul è andata aumentando fino a venerdì, quando è iniziata una serie di tentativi di sgombero violento da parte delle forze dell’ordine. La violenza utilizzata per cacciare i manifestanti da Gezi e il silenzio in merito da parte della maggior parte dei principali media nazionali, assordante mentre su internet e sulle reti sociali le cariche della polizia diventavano il principale argomento di discussione e venivano condivise le prime immagini e i video dalla piazza, hanno spinto ancora più persone ad aggregarsi ad Istanbul ed altre hanno cominciato a scendere in strada anche nelle altre città, nella capitale Ankara, a Smirne, Antalya, Adana, Trebisonda, Diyarbakır.
Ieri nel primo pomeriggio il ministro dell’Interno, Muammer Güler, ha riferito che da venerdì fino a quel momento erano state più di 1700 le persone arrestate nel corso delle manifestazioni svoltesi in 90 diverse città del paese, mentre i feriti sarebbero 53 tra i protestanti e 26 tra le forze dell’ordine. Anche se la maggior parte degli arrestati dovrebbe essere stata liberata dopo un primo interrogatorio, il bilancio dei feriti comunicato ad alcune agenzie di stampa indipendenti turche da fonti mediche aveva raggiunto domenica mattina circa un migliaio di persone portate negli ospedali ad Istanbul e di almeno altre 500 ad Ankara. Decine sarebbero quelli in gravi condizioni.
Dopo gli scontri che hanno caratterizzato la giornata di sabato a Istanbul, soprattutto nei quartieri di Taksim e di Beşiktaş, quando decine di migliaia di persone hanno affrontato i gas lacrimogeni ed i cannoni ad acqua della polizia opponendosi alle cariche fino ad ora tarda, i manifestanti sono scesi di nuovo per le strade domenica per pulirle dai rifiuti della notte precedente e partecipare festosamente alle iniziative previste nel parco di Gezi, riconquistato temporaneamente alle ruspe. Alcune cariche e tafferugli si sono registrati nei pressi dell’ufficio del primo ministro a Beşiktaş, ma gli scontri più gravi e violenti si sono registrati ieri soprattutto ad Ankara e Smirne, dove i manifestanti si sono scontrati per diverse ore con la polizia, che secondo alcune ricostruzioni avrebbe sparato oltre ai gas lacrimogeni ed ai proiettili di gomma anche pallottole vere.
Nonostante le dichiarazioni del presidente della Repubblica, Abdullah Gül, e del sindaco di Istanbul, Kadir Topbaş, entrambi colleghi di partito di Erdoğan, per alleggerire la tensione sostenendo che “abbiamo imparato la lezione”, il primo ministro ha reiterato ieri la propria volontà di voler andare avanti con il programma di ridisegno urbanistico della città respingendo le critiche di chi durante le proteste lo ha definito un “dittatore” per l’uso eccessivo della forza contro le manifestazioni.
Il suo controllo assoluto sul partito, che grazie ad una serie di riforme costituzionali si è lentamente esteso all’intero apparato statuale, la decapitazione attraverso il carcere con l’accusa di cospirazione o il prepensionamento dello stato maggiore dell’esercito che nel primo momento della sua avventura governativa si era opposto all’AKP, le forti pressione sui media che progressivamente si sono sempre più allineati alle posizioni del primo ministro, le recenti decisioni in politica estera in particolare rispetto agli eventi in corso in Siria ed infine tutta una lunga serie di misure volte a imporre un maggiore controllo dello Stato sulla vita dei cittadini, culminate con l’approvazione della legge per il divieto di vendita d’alcol durante la notte o il tentativo di vietare l’aborto e la pillola del giorno dopo, sono i motivi principali che hanno portato quella che sembrava essere destinata a rimanere una marginale protesta ambientalista ed anti-capitalista a forse la più importante sfida cui l’AKP si sia mai trovato a dover essere confrontato.
“La lotta per il parco di Gezi ha fatto scattare la rivolta giovanile di almeno due generazioni cresciute sotto i governi autoritari di Recep Tayyip Erdoğan e le imposizioni dell’AKP – si legge in un comunicato preparato dal Network per i beni comuni ‘Müştereklerimiz’, facente parte della piattaforma per la resistenza di Taksim – Sono i figli delle famiglie sfrattate da Tarlabaşı in nome della speculazione edilizia, sono gli operai licenziati in nome della privatizzazione, i precari schiacciati ogni giorno sotto la ruota del profitto”.
“Dal parco la resistenza ha travolto piazza Taksim, e da piazza Taksim via verso il resto del paese, finché Gezi è diventato per tutti noi lo spazio in cui tirar fuori tutta la rabbia contro chiunque voglia imporci come vivere nella nostra città – prosegue il comunicato – Le lotte a venire faranno tesoro di questa rabbia. Ma c’è molto di più. La resistenza per il parco di Gezi ha cambiato la stessa definizione di quel che chiamiamo spazio pubblico, perché la battaglia per il diritto a restare in piazza Taksim ha stracciato l’egemonia del vantaggio economico come regola morale”.
L’aspetto fondamentale di questa protesta è che per la prima volta nella storia recente della Turchia il primo ministro eletto per tre volte alla guida del governo, viene contestato e messo in difficoltà da un piazza composta da una pluralità di soggetti diversi: giovani della classe media, studenti, militanti dei più diversi partiti d’opposizione, venditori ambulanti, intellettuali, artisti, gruppi di tifosi, uniti dall’opposizione a quella che viene vissuta da una larga parte della popolazione turca come una sua deriva autoritaria. Alle manifestazioni partecipano persone che hanno votato l’AKP alle precedenti elezioni, affidandosi alle promesse di sviluppo economico e all’immagine islamica moderata di Erdoğan, ma anche militanti delle numerose organizzazioni della sinistra radicale così come simpatizzanti del nazionalismo kemalista laico e sostenitori del CHP. Ed è proprio la presenza in strada, discreta e senza bandiere di partito, di questi ultimi, che insieme all’esercito hanno dominato la politica turca dalla fondazione della repubblica, a suscitare gli interrogativi più interessanti su come potranno proseguire le mobilitazioni. Come ha scritto infatti lo storico turco Zihni Özdil, che insegna all’Università Erasmus di Rotterdam, nei Paesi Bassi, “se in precedenza i regimi laici al governo in Turchia prendevano di mira soprattutto il dissenso religioso, il governo dell’AKP ha utilizzato le stesse forme di repressione contro le critiche laiche”, ricordando poco più avanti che un suo amico impiegato presso l’Associazione per i diritti umani IHD, focalizzata sulla questione curda, ripetesse sempre “l’AKP è il CHP con il turbante”.
Istanbul: un’altra notte di guerriglia, che contagia le altre città

Istanbul: barricate in ogni dove
La rivolta in Turchia, che ormai va avanti da giorni e che dal quartiere di Taksim (istanbul) si sta espandendo rapida e determinata in tutto il paese, è definita dal presidente Erdogan nei modi più meravigliosi, che nemmeno Caselli aveva mai delirato tanto.
Passiamo da “è colpa di Twitter” a “non vi unite ai punks che distruggono la città” : non si capisce se sta cercando di vincere una battaglia in ridicolaggine competendo con il ministro dell’informazione siriana che parla dei vicini turchi come di cattivoni che sospendono la democrazia davanti a chi protesta. Da volergli quasi bene.
Nel frattempo la notte non ha certo portato tranquillità,
le barricate ormai sono in ogni quartiere (potremmo dire di ogni città, guardando Ankara, Izmir e tanti altri luoghi), il lancio di gas lacrimogeni e urticanti avvolge non solo le piazza ma entra nelle case con violenza (come si vede in migliaia di video) portando chi vi abita a resistere e mostrare ogni tipo di solidarietà attiva verso chi è in piazza a cercare di bloccare la violenza di stato.
Praticamente anche tutti i gruppi ultras della città si sono uniti compatti alla rivolta di strada.
Con i numeri ci si capisce poco in questi giorni: si parla di quasi duemila arresti, cinquecento feriti e forse 5 morti. Chi dice 2, chi 5, ma non riesco a trovare conferma da nessuna parte.
Si inizia a parlare di sciopero generale: mentre le università di Istanbul ed Ankara hanno già annunciato 3 giorni di chiusura.

Una ruspa “presa” dai manifestanti, rincorre i blindati della celere nel quartiere di Besiktas
Nella serata e nottata di ieri gli scontri più violenti si sono spostati da Taksim al vicino quartiere popolare di Besiktas…
vi lascio solo una foto per farvi capire come si resiste da quelle parti.
La ruspa che vedete rincorrere le camionette della celere è stata presa dai manifestanti: è nelle mani di chi protesta, e deve essere aggeggio divertente non poco.
Vi rilancio l’invito a diffondere il comunicato scritto ieri dalla piazza (potete leggerlo QUI). Chi me l’ha mandato, tra i fumi di Istanbul, mi raccontava quante volte è stata nominata la lotta NoTav da chi lo scriveva.
CONTINUATE COSI’, SIAMO TUTTI CON VOI!
ISTANBUL RESISTE!
Leggi i post a riguardo:
– Ciao Ethem, ucciso nella rivolta
– Il comunicato della piazza
– la rivolta dilaga nel paese
Istanbul: è guerriglia in difesa del verde
Gli aggiornamenti del 31 maggio
Le immagini e gli aggiornamenti del 1 giugno
Le richieste della piazza
Istanbul: la parola alla piazza. Diffondete!
Un comunicato dalla piazza, serrata contro la violenza della polizia.
Chi sta vivendo su quelle strade quei momenti ed ha contribuito alla traduzione e condivisione di queste righe, mi racconta che è stato scritto con la lotta NoTav nel cuore,
e quindi con la speranza che quel movimento lo legga e lo faccia proprio.

Ieri, a Taksim
Seguite http://mustereklerimiz.org/
Se ne diranno di cose, su questi quattro giorni. Si scrivera’, si parlera’, si tracceranno grandiosi scenari politici.
Ma che cose e’ successo veramente?
La resistenza per il parco di Gezi ha infiammato la capacita’ di gente come noi di autorganizzarsi ed agire – e per accenderla e’ bastata una scintilla. Abbiamo visto il corpo della resistenza stendersi verso di noi lungo il pontre del Bosforo, abbiamo visto il suo coraggio mentre combatteva per respingere gli idranti su Istiklal; Abbiamo visto le sue braccia in tutti quelli che, piegati da un’orgia di lacrimogeni, lottavano per mettere i compagni in salvo; abbiamo visto il corpo della resistenza in ogni negoziante che ci ha offerto il cibo, in ogni dottore sceso in strada per soccorrerci, in tutti quelli che hanno aperto la casa ai feriti, nelle nonne rimaste sveglie alla finestra a sbattere pentole tutta la notte contro la repressione.
La polizia ci aveva dichiarato guerra – ma non e’ riuscita a spezzare quel corpo. Ha finito le scorte di lacrimogeni contro di noi, ci ha gassati nei tunnel della metro, e’ venuta di notte a darci fuoco nelle tende, ha usato i proiettili di gomma.L’uso folle dei gas lacrimogeni, 1 giugno 2013, piazza Taksim, Istanbul
Ma era bastata una scintilla per accendere il corpo della resistenza, e ormai poteva solo continuare. E quel che rimane di tutte queste esperienze, di tutte le nostre storie quel che resta di tutte le nostre, sara’ la linfa per questo corpo, sara’ memoria collettiva. Ci seguira’ in altre resistenze ed altre battaglie, ripetendocelo ancora e ancora: possiamo scegliercelo noi, il nostro destino, agendo collettivamente. Possiamo sceglierci quale vita vivere – e in quale citta’ vogliamo viverla.
Gezi e’ stato un viaggio fatto di tenacia, creativita’, determinazione, e coscienza. Dal parco la resistenza ha travolto piazza Taksim, e da Piazza Taksim via verso il resto del paese, finche’ Gezi e’ diventato per tutti noi lo spazio in cui tirar fuori tutta la rabbia contro chiunque voglia imporci come vivere nella nostra citta’. Adesso che questa rabbia l’abbiamo vista, che questa solidarieta’ l’abbiamo assaggiata, niente sara’ piu’ come prima. Nessuno di noi sara’ piu’ lo stesso. Perche’ abbiamo scoperto qualcosa del nostro essere insieme che mai prima avevamo visto. E non l’abbiamo solo visto: l’abbiamo creato insieme. Ci siamo visti far partire una scintilla, accendere il corpo della resistenza e farlo camminare.
La lotta per il parco di Gezi ha fatto scattare la rivolta giovanile di almeno due generazioni cresciute sotto i governi autoritari di Recep Tayyip Erdoğan e le imposizioni dell’AKP.
The day after, stamattina
Sono i figli delle famiglie sfrattate da Tarlabaşı in nome della speculazione edilizia, sono gli operai licenziati in nome della privatizzazione, i precari schiacciati ogni giorno sotto la ruota del profitto. Le lotte a venire faranno tesoro di questa rabbia. Ma c’e’ molto di piu’. La resistenza per il parco di Gezi ha cambiato lo la stessa definizione di quel che chiamiamo spazio pubblico, perche’ la battaglia per il diritto a restare in piazza Taksim ha stracciato l’egemonia del vantaggio economico come regola morale. Ha respinto il piano di riqualificazione col quale l’AKP avrebbe voluto sconvolgere il ruolo sociale dei nostri spazi urbani, cambiare le regole di come viviamo la nostra citta’, e a quale prezzo, e con quale estetica. Recep Tayyip Erdoğan ha provato a imporci la sua idea di piazza, ma oggi quello che e’ piazza Taksim lo abbiamo deciso noi cittadini: Taksim e Gezi park sono i nostri spazi pubblici.
Questa invece è Ankara, sempre ieri
Abbiamo visto che basta una scintilla per accendere il corpo della resistenza. Adesso sappiamo che ci portiamo dietro altre scintille per altre nuove battaglie. Adesso sappiamo di cosa siamo capaci quando lottiamo collettivamente contro l’esproprio dei nostri beni perche’ abbiamo scoperto cosa si prova a resistere. Da qui non retrocediamo. Sappiamo che basta un momento perche una scintilla prenda fuoco – e di scintille ne abbiamo ancora tante.
Questo e’ soltanto l’inizio – la lotta continua!Müştereklerimiz
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Le richieste della piazza
Arresti natalizi a tappeto in Kurdistan!
GLI ARRESTI DI NATALE DEGLI AMMINISTRATORI KURDI
24 Dicembre 2009 – Questa mattina alle ore 5:00 ha avuto inizio una operazione di polizia da parte delle Forze di sicurezza turche che ha portato all’arresto di decine di sindaci e amministratori locali del neonato partito BDP (Partito della pace e della democrazia). Al momento si segnalano oltre 85 fermi in attesa di convalida dell’arresto.
Questa operazione, attuata nel giorno della vigilia di Natale, dimostra, ancora con maggior forza, l’assoluta mancanza di volontà della Turchia di avviare un reale confronto democratico col popolo kurdo ed i suoi rappresentanti, legalmente e democraticamente, eletti nelle elezioni amministrative della scorsa primavera.
Questa operazione chiude un 2009 che ha visto da marzo ad oggi, l’arresto di migliaia di amministratori locali dell’ex DTP (Partito della società democratica) e attivisti della società civile kurda, la chiusura da parte della Corte costituzionale turca del DTP ed una serie di violenze di piazza che rendono quest’anno che volge al termine, l’ennesimo anno di violenza e repressione e che vede le speranze di pace e dialogo che sembrava si stessero concretizzando, allontanarsi sempre di più.
Giungono notizie di assembramenti di uomini e mezzi dell’esercito turco nella zona kurda in preparazione di operazioni militari: il riaccendersi della guerra sembra essere prossimo e concreto.
Consapevoli che alla repressione delle forme democratiche e alla cancellazione del diritto di rappresentanza politica segue la repressione armata e la guerra, ci rivolgiamo con forza a tutti gli amministratori locali italiani, che in molti casi in questi anni hanno iniziato degli importanti progetti di collaborazione e di sviluppo con le amministrazione del DTP nel Kurdistan turco, ed ai mezzi di informazione affinché facciano sentire la loro protesta forte e la loro denuncia contro questo ennesimo tentativo di affossare la pace e di reprime il legittimo diritto di un popolo ad esistere.
Aggiungiamo la lista aggiornata dei fermati:
Sindaci in carica fermati:
- Leyla Güven, Sindaco di Viranşehir, (Membro della assemblea degli enti locali del Consiglio d’Europa)
- Aydın Budak, Sindaco di Cizre,
- Selim Sadak, Sindaco di Siirt – ( Ex. Deputato del DEP che è stato in carcere per 10 anni con Leyla Zana) ,
- Zülküf Karatekin, Sindaco di Kayapınar,
- Ethem Şahin, Sindaco di Suruç,
- Ahmet Cengiz, Sindaco di Çınar,
- Ferhan Türk, Sindaco di Kızıltepe,
- Abdullah Demirbaş, Sindaco di Sur,
- Necdet Atalay, Sindaco di Batman
- Songul Erol Abdil, Sindaco di Dersim
Ex Sindaci :
- Emrullah Cin, Sindaco di Viranşehir
- Hüseyin Kalkan, Sindaco di Batman
- Fikret Kaya, Sindaco di Silvan
- Abdullah Akengin.Sindaco di Dicle
- Avv. Firat Anli, Il presidente della federazione del DTP Diyarbakır e ex. Sindaco di Yenisehir,
- Ali Simsek, il vice sindaco di Diyarbakır,
– Hatip Dicle, copresidente del DTK (Congresso della Società Democratica ed ex. Deputato del DEP che è stato in carcere per 10 anni con Leyla Zana)
Ex dirigenti del DTP: Aydın Kılıç, İlyas Sağlam Il presidente della Federazione del DTP di Batman, Nurhayat Üstündağ, Abdullah Ürek, Celil Piranoğlu ed il consigliere del comune Batman Şirin Bağlı
Ed in oltre :
- Avv.Muharrem Erbey,il presidente del IHD (Associazione dei diritti umani) di Diyarbakir
- Sakine Kayra, membro del movimento delle donne libere e democratiche,
- Fethi Suvari, Agenda locale 21,
- Avv. Servet Özen, Presidente del DİSKİ ed il suo vice Yaşar Sarı,
- Gülizar Akar, Impiegata dell’ assemblea delle donne Kadın,
- Kerem Çağıl, Dirigente del asso. Göç-Der (Associazione dei sfolatti Interni),
- Ferzende Abi, Presidente del Associazione MEYADER di Van,
- Gli altri arresti secondo le citta:
– Diyarbakır: Adil Erkek, Bedriye Aydın, Fatma Karaman, Ramazan Debe,
– Van: Tefik Say, M. Sıdık Gün, Yıldız Tekin, Hilmi Karakaya, Cafer Koçak, Ferzende Abi, Sabiha Duman, Ahmet Makas, Zihni Karakaya, Resul Edmen ve ismi öğrenilemeyen bir öğrenci
– Urfa: Mehmet Beşaltı, Müslüm Caymaz, Mehmet Çağlayan, İbrahim Halil Göv, Abdürrezzak İpek,
– Şırnak: Memduh Üren, Necip Tokgözoğlu, Sami Paksoy, Ömer Yaman, Serbest Paksoy, Mesut Altürk, Hasan Tanğ, Serdar Tanğ, Yusuf Tanğ, Cahit Tanğ, Ekrem Babat, Segban Bulut, Mustafa Tok, Agit Berek.
Turchia: conversazioni in una sede del DTP, partito kurdo dichiarato fuorilegge
Oggi (14 dicembre) ho fatto visita ad una Sezione locale del DTP di un quartiere di Istanbul.
di Aldo Canestrari
Era una visita per me irrinunciabile: dopo la chiusura del partito, decisa dalla sentenza dell’11 dicembre dalla Corte costituzionale turca, avvertivo la necessità di ascoltare finalmente dalla viva voce dei membri del partito, e non solo da una caterva di pagine di giornali e notiziari sorbiti tramite Internet, le reazioni ed i commenti a tale evento.
Si tratta della sede del DTP di un quartiere della costa asiatica che si affaccia sul Mar di Marmara, zona altamente industrializzata, con alta percentuale di immigrati kurdi. Nella stanza erano presenti sei o sette membri del partito, l’atmosfera era vivace, attiva e serena. Subito ho chiesto se la loro sede aveva subito vessazioni. Una compagna del partito mi ha risposto che i fascisti si erano radunati sotto la sede, anche ieri, ma – ha aggiunto con una punta di orgoglio – non avevano avuto il coraggio di attaccare: “hanno paura di noi”.
Una notizia che non mi ha stupito: in questi giorni sono molte le sedi del partito che subiscono attacchi di varia portata, a partire dalla sede di Ankara, e sono numerosi anche i casi di attacchi ed aggressioni di strada ai kurdi, come quello verificatosi pochi giorni fa nel quartiere di Istanbul dove abito, Tarlabas, documentato da foto che mostrano gli aggressori fascisti armati di pistola e in atto di lanciare pietre; un giovane kurdo è stato ferito, poi – nei giorni successivi – gli autori dell’aggressione sono stati identificati e portati in questura, ma subito rilasciati (i ragazzi kurdi che lanciano pietre alle camionette blindate della polizia, invece, vengono condannati a decine di anni di carcere).
Ho voluto sapere quali erano state, nel loro quartiere, le reazioni dei kurdi alla chiusura. Mi ha risposto un “vecchio dirigente”, cioè uno che aveva vissuto tutte le precedenti chiusure dei partiti kurdi, dicendomi che questa volta la reazione prevalente era stata diversa: le altre volte la chiusura non aveva destato stupore, ma ora, dopo l’affermazione del partito in parlamento, dopo l’inizio di una fase di maggior partecipazione istituzionale e di apertture di dialogo, la reazione di amarezza e di delusione è assai maggiore, viste anche le prospettive che si erano recentemente aperte, di inizio di un possibile processo di pace. Maggior sconforto, maggiore rabbia, ma anche inalterata volontà di continuare la lotta, e di proseguire attraverso i metodi della partecipazione democratica.
Un altro argomento che abbiamo approfondito è stato quello della posizione dell’Europa in questa vicenda. Ho riferito ai miei interlocutori della notizia da me letta su Internet proprio stamane: le valutazioni negative espresse dal Presidente della Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa sulla decisione turca di chiudere il DTP: una prospettiva incoraggiante per l’imminente esame della vicenda da parte della Corte europea dei Diritti umani.
Ma su questo tema i miei interlocutori hanno mostrato diffidenza e scetticismo sull’Europa. Come se ci si trovasse di fronte a una sorta di… “lacrime di coccodrillo”. Mi è stato fatto presente che, quando si dibatteva l’anno scorso la possibile chiusura del partito di governo, l’AKP di Erdogan, l’Europa aveva protestato a gran voce sin dall’inizio; ora invece si limita, a cose fatte, ad esprimere una tiepida disapprovazione. E pure il contesto generale dell’atteggiamento europeo sulla questione kurda viene valutato con scetticismo: il dirigente di partito mi dice che, mentre in un primo tempo l’Unione europea aveva mostrato posizioni coraggiose, ora si sono rinsaldati i legami politici con il governo di Erdogan, e, soprattutto, si sono intensificati gli investimenti ed accordi economici europei in Turchia, creando una rete di interessi economici che induce l’Europa ad un orientamento benevolo verso il governo turco.
Il gruppo parelamentare, mi è stato confermato, dovrebbe lasciare il Parlamento (di propria spontanea volontà e come atto di protesta, poiché i parlamentari, essendo stati eletti come indipendenti e non come partito, in teoria potrebbero resare in parlamento anche dopo l’avvenuta chiusura del partito, se lo volessero). L’appuntamento decisivo sarà alle prossime elezioni politiche, previste per l”11 luglio 2011.
Ma sin da ora, come titola il fascicolo odierno del quotidiano kurdo “Günlük”, la parola è al popolo, che ovunque ha manifestato in piazza, nonostante i continui e violenti attacchi della polizia, per testimoniare il proprio sostegno al partito.
Anche da altri partiti e gruppi politici democratici, mi è stato detto, esponenti e delegazioni sono venuti nella sede di quartiere del DTP ad esprimere la loro solidarietà.
Ho voluto quindi sapere quali sarebbero state le conseguenze della chiusura del partito sulle moltissime Municipalità governate dal DTP. La risposta è stata confortante: nulla di serio muterà. Solo quattro sindaci, in quanto presenti nella lista delle persone colpite dal provvedimento della Corte costituzionale, decadranno, mentre nessuna Municipalità sarà colpita: i Consiglieri e le Giunte municipali permarranno immutate (e rieleggeranno sindaci anche dove i quattro sindaci colpiti sono decaduti), solamente non potranno più valersi della sigla del DTP, bensì di quella del… nuovo nascituro partito kurdo. Sì, perché questo è stato l’argomento più confortante dell’incontro: il nuovo partito kurdo sta nascendo, in pratica c’é già, anche se non sarà breve il periodo del… “trasloco”. Si chiama (sì, è già stato… “battezzato”…) “Partito della Pace e della Democrazia” (“Baris ve Demokrasi Partisi”), e mi è stata anche mostrato il drappo della nuova bandiera: su sfondo giallo campeggia una quercia (assai più alta, robusta e frondosa di quella che fu dei DS italiani…).
Istanbul, Aldo, 14 dicembre 2009
Ankara, chiude il partito curdo
Scontri tra manifestanti e polizia nel sud-est, mentre si rischiano le elezioni anticipate
di Michele Vollaro
La minaccia era nell’aria, ma si è concretizzata solo nella serata di venerdì. Come da copione, la Corte Costituzionale turca ha deciso la chiusura del Partito per una Società Democratica (Dtp), il partito curdo rappresentato nel Parlamento di Ankara da 21 deputati, accusandolo di attentare all’unità dello stato e di avere legami con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk). È la venticinquesima volta che un partito democraticamente eletto viene dichiarato illegale in Turchia dal 1980, anno dell’ultimo colpo di stato militare; la quinta che i provvedimenti di chiusura riguardano organizzazioni politiche curde: in passato erano stati banditi il Hep, il Dep, il Ozdep e l’Hadep, mentre nel 2005 il Dehap ha deciso di sciogliersi e trasformarsi in Dtp prima che i provvedimenti giudiziari a suo carico giungessero a termine. Venerdì i giudici della massima istanza giudicante in Turchia hanno accolto all’unanimità le richieste del procuratore capo della Suprema Corte d’Appello, lo stesso che l’anno scorso aveva cercato di far chiudere il Partito di giustizia e sviluppo (Akp) del primo ministro Recep Tayyp Erdogan. Su 219 dirigenti curdi sotto accusa, a 37 è stato vietato di svolgere attività politica per i prossimi cinque anni, come ai sindaci di tre tra le più importanti città a maggioranza curda nel sud-est del paese, Mardin, Batman e Van, dove il Dtp aveva ottenuto un grande successo elettorale. Ma tra i politici colpiti dal provvedimento ci sono anche il segretario e parlamentare Ahmet Turk e Leyla Zana, eletta deputata nel 1994, che trascorse 10 anni in carcere per aver detto in curdo durante il giuramento: “viva la fratellanza tra il popolo curdo e il popolo turco” e mai iscritta al Dtp. Una decisione pesante, quella presa dalla Corte Costituzionale, che avrà gravi ripercussioni sulla speranza di arrivare a una soluzione negoziata tra turchi e curdi, alimentata nei mesi scorsi da una ‘road map’ proposta dal leader del Pkk Adbullah Ocalan, in carcere dal 1999, e da una cosiddetta “Iniziativa democratica”, un pacchetto di riforme annunciato dal governo guidato dal Partito di giustizia e sviluppo (Akp) di Erdogan. Da venerdì sera, intanto, migliaia di manifestanti curdi sono nelle strade di Diyarbakir, capitale simbolica del Kurdistan turco, impegnando la polizia in violenti scontri, mentre altri cortei spontanei sono in corso a Istanbul, dove vive un’importante comunità curda, e nelle principali città del sud-est del paese. Nei giorni scorsi, i dirigenti del Dtp avevano avvertito dei rischi di una chiusura del partito, affermando che una decisione di questo tipo avrebbe potuto alimentare le tensioni tra lo stato centrale e i 15 milioni di curdi che vivono nel paese. “Il possibile verdetto di chiusura – dicevano i dirigenti del Dtp in un comunicato – non sarebbe un verdetto legale, sarebbe un verdetto politico: portare il Dtp al di fuori dell’arena politica democratica servirebbe solo ad aumentare il caos ed il processo di crisi esistente in Turchia e indebolirebbe la fiducia curda nella politica parlamentare”. Così, i 19 deputati curdi eletti nelle ultime elezioni politiche al Parlamento di Ankara, cui la legge avrebbe consentito di restare a far parte dell’assemblea come “indipendenti”, hanno già annunciato le loro dimissioni. Se fossero 24 i parlamentari dimissionari, potrebbe venire a mancare il numero legale e l’unica strada per non paralizzare il paese sarebbero le elezioni anticipate, con il partito al governo in calo di consensi e la strada per entrare nell’Unione Europea sempre più in salita.
La Turchia accenna un’apertura verso il Kurdistan
Un po’ di aggiornamenti dal Kurdistan, perennemente nel mio cuore e raramente sulle pagine del mio blog.
Questa mattina Peacereporter aggiorna le sue pagine dicendoci che questa nuova apertura del governo turco verso il Kurdistan sta iniziando a passare anche per la televisione: sono state ridotte le restrizioni per i programmi tv in lingua non turca.
Potranno quindi, sulle reti private, andare in onda trasmissioni in lingua kurda senza l’obbligo dei sottotitoli e i limiti di tempo prestabiliti.
Come riporta l’agenzia Anatolia, rimane però il divieto per le trasmissioni educative in idiomi diversi dal turco.
Mercoledì scorso c’era un interessante articolo della Casagrande. Non sono riuscita a leggerlo in rassegna stampa, ve lo ripropongo su queste pagine.
Turchia: Debutta l’“iniziativa kurda”
di Orsola Casagrande, Il Manifesto, 11 novembre 2009
Striscioni, urla, insulti. Il parlamento turco ieri si è trasformato in una sorta di ring. All’ordine del giorno l’annuncio ufficiale, per molti versi storico, da parte del ministro degli interni Besir Atalay della cosiddetta “iniziativa kurda”, ovvero il pacchetto di misure messe a punto dal governo per “risolvere” la questione kurda. Il ministro Atalay non è riuscito a pronunciare che poche parole prima di essere letteralmente travolto dagli insulti e dalle urla dell’opposizione.
Che protestava sia per la proposta (ancora non annunciata pubblicamente) del governo sulla questione kurda, sia per la scelta di discutere di questa proposta nel giorno del settantunesimo anniversario della morte del padre della patria, Mustafa Kemal Ataturk. Due affronti ritenuti inaccettabili dai kemalisti del Chp (partito della repubblica del popolo), all’opposizione, che guidati dal loro leader Deniz Baykal hanno costretto il presidente del parlamento prima a sospendere a più riprese la seduta e quindi ad aggiornarla a oggi, mentre giovedì sarà il premier Recep Tayyip Erdogan a intervenire.
La settimana scorsa il partito al governo, l’islamico moderato Akp (Partito della giustizia e dello sviluppo), aveva presentato una mozione parlamentare richiedendo la convocazione per ieri per discutere con i partiti di opposizione della proposta governativa per una soluzione della questione kurda. Da mesi ormai il governo dice di avere pronto un pacchetto di misure per risolvere il conflitto che insanguina la Turchia da un quarto di secolo. In realtà di questo pacchetto ben poco si sa. Il governo si era affrettato a dire di avere pronta una proposta tre mesi fa, dopo l’annuncio che il presidente del Pkk, Abdullah Ocalan (rinchiuso dal 1999 nel carcere-isola di Imrali, in Turchia) stava scrivendo una sua “road map” che avrebbe pubblicamente presentato, tramite i suoi avvocati, a settembre.
Il ministro degli interni Atalay aveva frettolosamente e vagamente citato le linee guida di questo pacchetto: riconoscimento della lingua kurda attraverso l’istituzione di corsi, una sorta di “perdono”, non amnistia, per quei militanti del Pkk che avessero abbandonato le armi e di fatto abiurato la lotta armata, l’istituzione di un istituto di kurdologia all’università di Mardin. Nei fatti l’iniziativa del governo ha come obiettivo principale quello di “facilitare” il ritorno dei militanti del Pkk in Turchia. Il test sulla genuinità di questo obiettivo è stato fatto qualche settimana fa quando 34 guerriglieri del Pkk scesi dalle montagne del Kurdistan iracheno sono entrati in Turchia, salutati da una folla immensa a Diyarbakir.
L’arrivo dei “gruppi di pace” è stato subito bloccato dal governo dopo le critiche dell’opposizione che sosteneva che “i terroristi tornano a casa a festeggiare la vittoria”. Nelle intenzioni dell’esecutivo i guerriglieri non sarebbero arrestati ma mandati a seguire un “programma di riabilitazione” di tre mesi. L’arresto sarebbe evitato perché i guerriglieri dovrebbero prima dire di essersi pentiti della scelta fatta (come previsto dall’articolo 221 del Codice Penale, noto come “legge del pentimento attivo”). Tra gli altri punti dell’iniziativa del governo lo svuotamento, sotto la supervisione delle Nazioni unite, del campo profughi di Mahmur (oltre dodicimila persone), in nord Iraq, ritenuto dalla Turchia il rifugio dei guerriglieri kurdi. Proprio ieri, mentre il ministro Atalay cercava di parlare, è arrivata la notizia che molti profughi avevano cominciato a lasciare il campo diretti verso la Turchia, in una sorta di nuovo “gruppo di pace”. Il ministro Atalay ieri non è riuscito a parlare, lo farà probabilmente oggi o domani. Comunque è chiaro che in Turchia sta accadendo qualcosa di nuovo. E di storico, perché mai era accaduto che in parlamento si discutesse di questione kurda con una ipotesi (per quanto vaga o inadeguata) di risoluzione del conflitto. Al massimo se ne era parlato per approvare nuove operazioni militari o prolungare lo stato d’emergenza nelle zone kurde.
Accusando il governo di denigrare il padre della patria, Ataturk, il leader del Chp, Baykal ha urlato che “per la prima volta nella storia della Turchia viene messo in atto un complotto da parte del partito di governo contro le conquiste della repubblica. Stanno mettendo in pratica questo complotto in nome dello sviluppo della democrazia”, ha tuonato Baykal, mentre i suoi colleghi di partito srotolavano striscioni che dicevano “Ataturk, noi seguiamo il tuo cammino” e “La Repubblica è la tua eredità e noi la porteremo avanti”. Inutili i richiami del presidente del parlamento che alla fine si è visto costretto a rinviare la seduta a oggi.
Prove di dialogo tra Ocalan ed Erdogan
PROVE DI DIALOGO FRA ERDOGAN E OCALAN.
di Orsola Casagrande, Il Manifesto
Dopo il «promettente» incontro del 5 agosto fra il premier turco e il partito kurdo Dtp, il 15 agosto il leader incarcerato del Pkk forse rivelerà i termini di una «yol haritasi», una road map che potrebbe portare alla soluzione del conflitto. Parla il rappresentante del Pkk in Europa
Cresce l’attesa per la yol haritasi, la road map che il presidente del Pkk Abdullah Ocalan renderà pubblica probabilmente il 15 agosto. Alla vigilia di quest’appuntamento e mentre tutta la Turchia è in agitazione, consapevole che una nuova fase politica potrebbe presto aprirsi, abbiamo intervistato il responsabile del Pkk per l’Europa, che ha risposto necessariamente in forma anonima. In quale contesto nasce la yol haritasi?
Il ventunesimo secolo è un’epoca in cui in tanti luoghi le questioni nazionali e etniche sono state risolte, o sono in via di risoluzione, con metodi pacifici e democratici. Invece in Kurdistan e in Turchia, da 35-40 anni è in corso una guerra fra il popolo kurdo e la sua avanguardia, Pkk, e il colonialismo della Turchia. Entrambe le parti hanno cercato di raggiungere il loro obiettivo con la guerra e la violenza. Ma nonostante questo la soluzione della questione è rimasta irrisolta. Perchè una soluzione non si poteva raggiungere con l’atteggiamento dello stato turco di negazione del riconoscimento dell’identità e esistenza di un popolo. La lotta contro questa negazione ha raggiunto un certo livello. In altre parole la guerra e la violenza hanno giocato il loro ruolo. Il presidente Ocalan si è speso in molti modi per arrivare ad affrontare la questione kurda con il dialogo e la pace.
Murat Karayilan, il comitato centrale del Pkk, ha descritto in una intervista i punti fondamentali per parlare di processo di pace. Quali sono? E’ cambiato qualcosa dopo le elezioni di marzo?
Da anni la nostra organizzazione come contributo a una soluzione pacifica ha dichiarato dei cessate il fuoco unilaterali e periodi di non-scontro, ha proposto e reso pubbliche idee per una soluzione condividendole con l’ opinione pubblica. In ogni occasione abbiamo sottolineato la nostra convinzione per una soluzione politica e pacifica. Il nostro presidente ha chiesto proposte e idee a intellettuali e accademici della Turchia, alla società civile, ai politici, alla popolazione e anche alla diaspora kurda in Europa, per preparare una road map. Ha chiesto cioè il parere di ogni settore della società per poter costruire un percorso di pace. E’ stato un lavoro faticoso ma nei prossimi giorni la road map sarà condivisa con l’opinione pubblica. Senza anticipare nulla, possiamo dire che il popolo kurdo chiederà tutti i diritti che devono essere riconosciuti a un popolo. Di vivere e organizzare la sua identità liberamente. Di porre sotto garanzia della costituzione diritti culturali e identitari, di arrivare ad un sistema di autonomia – intesa come autonomia in materia di enti locali. In altre parole chiederà diritti politici, culturali e la libertà.
Prima della elezioni di 29 marzo il nostro movimento ha dichiarato una tregua unilaterale, per favorire uno svolgimento democratico delle elezione. Possiamo dire che lo stato turco ha risposto in maniera positiva a questa decisione. Non ha condotto grandi operazioni militari, evitando di acuire le tensioni. Le elezioni sono state motivo di grandi aspettative e anche di pressione contro il popolo kurdo. La pressione è stata particolarmente forte nei confronti del Dtp (Partito della società democratica) rappresentante del popolo kurdo, con arresti di massa. Ma le elezioni si sono svolte tutto sommato in un ambiente tranquillo. Sulla stampa questo è stato notato. L’Akp, l’esercito e la burocrazia dello stato si sono mossi insieme contro il partito kurdo. In Kurdistan le elezioni erano una sorta di referendum tra lo stato turco e il movimento di liberazione del popolo kurdo. Nonostante le difficoltà il Dtp ha avuto un grande successo. L’aspettativa era che iniziasse un dialogo sulla questione. La realtà è stata diversa: lo stato non ha tollerato i risultati, sono stati ordinati arresti di massa di esponenti politici kurdi. Ad Amara e Dogubeyazit sono stati uccisi 3 patrioti kurdi. I telegiornali hanno mostrato le torture che i bambini sono stati costretti a subire. Si voleva demolire la volontà democratica del popolo kurdo, ma il popolo ha continuato resistere e sta resistendo ancora. Il governo turco insiste nel dire che il Pkk deve abbandonare le armi. Qual è la vostra opinione?
L’insistenza del governo turco su questo punto è comprensibile. E c’è anche chi crede che se il Pkk sarà disarmato la questione sarà risolta. La vera intenzione del governo turco però è di portare il popolo kurdo a trovarsi senza difesa e senza lotta. La politica dunque è quella di tentare di prendere in ostaggio psicologicamente i kurdi, concedendo loro diritti quando è utile e negarli quando non lo è, lasciandoli completamente indifesi. Il popolo kurdo è salito sulle montagne non perchè amava le armi o perchè lo divertiva. Il Pkk è stato costretto alla lotta armata. Al popolo kurdo sono stati negati i diritti umani fondamentali, i diritti nazionali. Su di esso è stato praticato un colonialismo che è arrivato al massacro culturale, economico e politico. Libertà e democrazia? Era in un periodo in cui perfino parlare o organizzarsi veniva punito. Il Pkk si è armato in questo contesto e ha continuato la lotta armata. Ma il Pkk ha sempre voluto combattere per la libertà e la democrazia alla luce del sole, con mezzi legali. Ma questo non era possibile. E il prezzo pagato è stato molto alto. Non dimentichiamo che in famiglia era vietato parlare kurdo, ascoltare casette in kurdo, usare nomi kurdi. «Trasgredire» bastava per essere torturato, mandato in esilio o essere condannato a morte. Ma il popolo kurdo non poteva accettare di essere l’agnello del sacrificio. Ha preso le armi per difendersi. E visto che la realtà è questa e la questione non è risolta non si può chiedere al Pkk di deporre le armi. Se l’esercito avesse avuto la forza di disarmare il Pkk, lo avrebbe fatto. Ha detto, lo annienteremo, lo finiremo e lo sradicheremo. E il capitale internazionale, l’Europa, gli Usa, gli stati della regione hanno sostenuto lo stato turco. L’obiettivo dello stato turco era quello di eliminare il Pkk. Ma non ci è riuscito. E ora dice che il Pkk deve deporre le armi. No, prima c’è una questione che va risolta e allora i motivi della lotta armata scompariranno. Ci sarà una nuova realtà. E in questa nuova realtà sarà necessario deporre le armi, ma la cosa verrà pianificata, discussa, decisa a un tavolo di trattativa.
Il governo turco sta facendo molta propaganda nel tentativo di svuotare la yol haritasi. Cosa pensate del ruolo del governo in questo momento?Il presidente Gul e il premier Erdogan hanno finora fatto tanti discorsi ma nessun atto concreto. Pensate che questa volta potrebbe cambiare qualcosa?
Nei prossimi giorni vedremo più chiaramente se il governo turco vuole svuotare la road map. Senza dubbio se userà palliativi e comportamenti che mirano a perdere tempo e a ingannarci questo non farà che complicare la situazione. Se non sono onesti nel loro approccio alla questione kurda faranno di tutto per svuotare la road map. Se invece sono onesti saranno più realisti e obiettivi. Il presidente della repubblica Gul e il primo ministro Erdogan hanno detto qualcosa. La questione esiste e si deve risolvere. E già queste dichiarazioni in Turchia sono considerate un passo positivo. Ma dalle parole bisogna passare ai fatti. Dichiarazioni ce ne sono state anche in passato. Lo stesso Erdogan nel 2005 a Diyarbakir aveva detto «se è necessario lo stato chiederà scusa». E poi sono ricominciate le operazioni militari. Dall’impero ottomano l’idea è che lo stato sia capace di tutto, sia nel contempo causa del conflitto e suo unico risolutore. E’ positivo che lo stato sia arrivato alla conclusione che bisogna risolvere questa questione, ma il fatto che continui a non riconoscere come interlocutore i kurdi non va nella direzione giusta. Una soluzione è possibile solo con un negoziato fra le parti. Non sappiamo che c’è dietro la porta ma nei prossimi giorni la nebbia si diraderrà. Noi come movimento ci assumiamo le nostre responsabilità e valorizzeremo qualunque piccolo passo verso la pace.
Pensate che la società turca sia pronta a discutere di processo di pace?
Certamente pensiamo che la società turca sia pronta. In questi lunghi anni di guerra lo stato ha creato una società molto sciovinista e nazionalista e non sarà facile gestire questa fase. Ma se lo stato sarà genuinamente coinvolto, se la stampa contribuirà al processo, crediamo si possa coinvolgere in maniera positiva anche la società turca. Non ci facciamo illusioni: rimangono forze fasciste come Ergenekon, e ci saranno sempre quelli che cercheranno di fermare un percorso positivo. Anche elementi del Chp cercheranno di bloccare un processo di pace, e lo stesso faranno i fascisti e nazionalisti del Mhp. Ma non sono così forti.
Alcuni intellettuali stanno facendo dichiarazioni interessanti. Il ruolo degli intellettuali anche per Ocalan è importante. Come?
Parto con una critica. Sia in Turchia che in Kurdistan gli intellettuali non dovevano aspettare così tanto. Avrebbero dovuto parlare anni fa, mostrare più di coraggio. Anche se sono arrivati tardi, il loro ruolo sarà molto importante. Soprattutto la sensibilità di intellettuali come Yasar Kemal è molto importante in questa fase. Sia gli intellettuali kurdi che quelli turchi hanno pagato molto nella politica negazionista dello stato. Sono stati incarcerati, torturati, mandati sotto processo. Migliaia hanno perso la vita. Gli intellettuali sono la coscienza di una società, da loro ci si aspetta che con coraggio dicano quello che ritengono giusto.
Il ruolo dell’Europa in questa fase?
Quale Europa? mi chiedo. Se si parla di Europa degli stati, potrà fare molto se punterà sulla democrazia e la pace. Ma se l’Europa continua a tenere lo stesso atteggiamento opportunista avuto fin qui, con i suoi silenzi che contribuivano alla continuazione del conflitto, giocherà un ruolo negativo. Le relazioni dell’Europa con lo stato turco sono dettate da interessi economici. Ma questi interessi non vengono usati per premere per una soluzione del conflitto, e una Turchia che non risolve la questione kurda è un peso sulle spalle dell’Europa. E non credo che l’Europa possa continuare a sostenerlo. Il popolo kurdo crede che se l’Europa avesse voluto contribuire alla soluzione della questione avrebbe potuto farlo. Ma fin qui ha risposto alle richieste turche, per esempio inserendo il Pkk nella lista dei gruppi terroristi.
Come valutate la conferenza stampa del ministro degli interni?
Come che ha detto il ministro, più che una proposta si trattava di una dichiarazione su linguaggio e metodi da usare. Non è stato presentato un programma o una proposta per affrontare la questione. Si è trattato di una dichiarazione che cercava il sostegno dell’opinione pubblica e della stampa a qualcosa che ancora non è chiaro.
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