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Posts Tagged ‘pestaggi’

io propongo il NARCOTEST alla celere, oltre al numero identificativo…

16 novembre 2012 6 commenti

[leggi anche: I lacrimogeni DAL ministero]

L’altro giorno sono stata per qualche ora a stretto contatto con i reparti della polizia di Stato,
visto che son rimasta incastrata su Ponte Sisto, durante le prime cariche.
Ho poi seguito, insieme ad alcuni compagni e molti giornalisti, i drappelli che avanzavano,
verso Ponte Garibaldi, dove venivano compiuti rastrellamenti e arresti.

Ho scambiato qualche urlo, ho ricevuto tonnellate di “puttana bastarda”
“allontanatiiiii, vai via da qui brutta bocchinara comunista”…perché chiedevo agli arrestati i loro nomi, per darli agli avvocati.
Per l’ennesima volta e più del solito, in 17 anni di piazza, mi son trovata a che fare con dei bufali impazziti,
palesemente “stupefatti”, con le vene del collo che scoppiano, il fumo che esce dal naso come nei cartoni animati.

Ai tanti “puttana” ogni tanto qualche fanciulla rispondeva “ma quanto pippate? la pagate poco eh? vi esce dalle orecchie!”

Eh si, qualcosa dalle loro orecchie, narici, mucose, manganelli esce.
I reparti che gestiscono l’ordine pubblico sembrano sempre più orde di bisonti pippati…
e allora secondo me, faccio questa proposta,
oltre alla battaglia per il numero identificativo sui loro caschi,
dovremmo chiedere il narcotest,
io vorrei che un loro capello fosse analizzato prima di entrare in quelle camionette pronti a “gestire l’ordine pubblico” magari con migliaia di minorenni di fronte.

serve pure per il questore me sa…

Forse chiedo troppo, ma se il carabiniere che ha sferrato il calcio in faccia al ragazzo già bloccato a terra da altri agenti,
avesse avuto il numero identificativo ora vorrei un test tricologico del suo capello,
sì,
son curiosa di sapere quale sostanza aiuta così diligentemente lo Stato a massacrare minorenni, studenti, lavoratori….

poi son contro la galera, se sa…
so’ curiosa però…

Foto di Michele Massetani

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Arrestate e torturate due compagne del gruppo turco folk Grup Yorum

24 settembre 2012 3 commenti

Loro son più che famose, appartenenti ad un gruppo che ha una lunga storia nel paese turco.
Una storia di canti di lotta e attivismo politico contro il regime di Erdogan, con quasi 20 album pubblicati.
Prese ad una mobilitazione del DHKP-C, hanno immediatamente subito la violenza fisica mirata delle forze di sicurezza turche, che hanno rotto il timpano alla cantante e spezzato un braccio alla violinista.
Qui il racconto di Marco Santopadre:

Alcuni giorni fa la Polizia ha arrestato e torturato due musiciste del Grup Yorum, nota band della sinistra radicale turca. Un episodio che svelerebbe la brutalità della repressione di Ankara contro minoranze e opposizioni politiche. Se solo i media ne parlassero…

Due musiciste del Grup Yorum, storica formazione folk di sinistra della Turchia, sono state arrestate e torturate dalle forze di sicurezza di Ankara che da tempo perseguitano i componenti della band molto attiva a fianco dei movimenti che contestano il regime nazionalista e islamico di Tayyip Erdogan.
Il loro avvocato ha riferito che la violinista Selma Altin e la cantante Ezgi Dilan Balci sono state arrestate venerdì 14 ad Istanbul, insieme ad altre 25 persone (tra i quali alcuni minorenni) che stavano manifestando nei pressi dell’Istituto Forense per reclamare la restituzione del corpo di un giovane che l’11 settembre si era fatto esplodere davanti a una stazione di polizia, nel quartiere di Gazi, uccidendo un agente. L’attentato era stato rivendicato dal Fronte Rivoluzionario per la liberazione del popolo (DHKP-C), che anche Stati Uniti e Unione Europea considerano un gruppo terrorista.
Le due donne ”sono state torturate fin dal momento del loro arresto”, ha detto all’agenzia France Presse l’avvocato Taylan Tanay. Gli agenti dell’antiterrorismo di Istanbul hanno consapevolmente rotto il timpano di un orecchio della cantante del gruppo Selma Altin e rotto il braccio della violinista. Le due donne sono state ripetutamente percosse e le lesioni sono state procurate loro intenzionalmente ha dovuto ammettere l’edizione online del quotidiano turco Hurriyet. ”Sono state ammanettate, costrette a stendersi per terra e picchiate da molti agenti per diversi minuti. Le torture sono poi continuate in macchina. Gli agenti sapevano che Altin era la cantante del gruppo e le hanno rotto intenzionalmente il timpano, picchiandola ripetutamente sulle orecchie” ha denunciato l’avvocato.
Entrambe sono state liberate dopo alcune ore di prigionia in attesa del processo e il loro legale ha presentato una denuncia contro la polizia. Alcuni degli arrestati, tra i quali vari giornalisti, sono stati arrestati per “propaganda terrorista” e “incitamento alla violenza”.

grup yorum manifestationAlcuni giorni dopo l’arresto centinaia di persone, sostenute da un appello firmato da numerosi artisti, hanno manifestato in Piazza Taksim, a Istanbul, per protestare contro il trattamento riservato alle due componenti del Grup Yorum e a decine di attivisti dell’organizzazione della sinistra rivoluzionaria Fronte del Popolo. Durante la loro marcia verso piazza Galatasaray i manifestanti sono stati circondati da centinaia di agenti in tenuta antisommossa e dai mezzi blindati della polizia. Al termine del corteo uno dei componenti storici del gruppo musicale, Cihan Keşkek, ha detto: “Continueremo a rispettare il nostro impegno come artisti rivoluzionari, così come abbiamo sempre fatto negli ultimo 27 anni”.

Fondato nel 1985 da quattro studenti dell’Università di Marmara, il Grup Yorum é famoso in Turchia e all’estero per le sue canzoni rivoluzionarie. Ispirati dai cileni Inti Illimani e politicamente appartenenti all’area socialista internazionalista, non é la prima volta che i loro membri subiscono la repressione dello Stato turco, con il sequestro dei loro dischi e il divieto di tenere concerti. Diversi suoi membri in passato sono stati arrestati, e sostituiti volta a volta con altri musicisti. Hanno pubblicato 19 album e dato concerti in diversi paesi europei, fra cui Italia, Francia, Germania e Inghilterra.

Ponte Galeria: migranti ed evasioni

26 settembre 2011 4 commenti

PRENDO DA MACERIE, come spesso faccio, per poco tempo purtroppo di seguire tutto e per la totale fiducia in questo sito.
Ai link a fine articolo le due corrispondenze di Radio Onda Rossa di cui si parla qui.

Ma quanta gente è fuggita, in questi mesi, da Ponte Galeria? Noi, che come sa chi ci legge di queste contabilità ne abbiamo tenute spesso, e che tante volte fughe e rivolte le abbiamo seguite da vicino… abbiamo perso il conto. Dopo l’ultima grossa evasione di quindici giorni fa e le proteste della settimana passata, questo pomeriggio un altro gruppone di prigionieri del Cie romano ha tentato la fuga, in massa. Alcuni sono stati bloccati subito, altri ripresi a Fiumicino nelle ore successive e molti altri, invece, sono “uccel di bosco”: non sappiamo precisarvi, per ora, le proporzioni esatte, ma sembra che a varcare i cancelli siano stati almeno in settanta. Sappiamo dirvi, purtroppo, cosa è successo a chi non ce l’ha fatta a scappare: un bel pestaggio collettivo, con feriti e gambe rotte e gente all’ospedale. Prima ancora di ascoltare le due testimonianze raccolte da Radio Onda Rossa che descrivono più nei dettagli la fuga e la repressione, vi invitiamo a riflettere sulla domanda che facevamo all’inizio, ma formulata in un senso più ampio: solo da agosto ad oggi l’esperienza pratica dell’evasione da un Centro – con o senza battaglia con la polizia, con pazienti lavori di seghetto o con la furia della determinazione e del numero – è stata vissuta da centinaia di persone, persone che poi si sono sparpagliate per le nostre città o al di là di qualche altra frontiera europea a rimpolpare le schiere dei senza-documenti a fianco ai quali viviamo ogni giorno. Cosa può succere, allora, quando l’esperienza di essersi ripresi con la lotta la libertà negata diventa un fatto comune e diffuso, sedimentato nei ricordi di un pezzo sempre meno piccolo di città? In che modo questi pezzi di vita, vissuta e raccontata, potranno saldarsi con le rabbie e le lotte a venire? Belle domande che mai avremmo potuto immaginare di formulare prima, alle quali ovviamente non abbiamo risposta.
ASCOLTA LE CORRISPONDENZE DI RADIO ONDA ROSSA: 12

Arresti, pestaggi, sevizie e torture: Grecia 2011

22 luglio 2011 1 commento

Alle barbarie rispondiamo con la solidarietà

Alba di sabato 9/7, Eksarxeia. Ancora un caso “isolato” di violenza poliziesca: X.K, 22 anni, uscendo da un concerto per la raccolta fondi
a favore degli arrestati durante i scioperi del 28-29 giugno al politecnico di Atene, ha subito un barbaro attacco dai “guardiani della  democrazia” in divisa. Fratture al cranio, alle braccia, alla spalla, alle gambe e danni ai reni sono i risultati delle pratiche dei servitori
del “ministero della protezione del cittadino”.
X.K non solo non ha avuto le cure mediche immediate di cui aveva bisogno ma e’ stato trattenuto a GADA (la centrale della polizia ad Atene) dove ha avuto “un speciale trattamento”, i torturatori versavano dell’acool etilico sul suo corpo. Affronta delle accuse pesanti per reati che comportano anche l’arresto immediato.
Denunciamo gli organi del mantenimento dell’ordine i quali, in maniera sistematica, usano la violenza e fabbricano delle accuse senza  fondamento. Denunciamo il comportamento del pubblico ministero che non ha rilevato nessuna violazione del diritto della legalità borghese anche nel caso di una persona insanguinata e barbaramente picchiata.
Denunciamo il governo che si sta servendo di pratiche totalitarie. Nella Grecia dei memorandum 1 e 2 la sola risposta dello stato alla rabbia
sociale e alla solidarietà sociale è la barbarie. Esigiamo dal potere giudiziario di svolgere il suo ruolo da potere indipendente e a valutare le responsabilità oggettive.
Ritiro immediato delle accuse a carico di X.K.
Solidarietà agli arrestati dei due giorni di sciopero.

Assemblea popolare Xolargos-Papagou (quartieri periferici di Atene, n.d.t.)

Lettera del ragazzo di 22 anni, che è stato ricoverato in ospedale dopo essere stato arrestato con violenza da una squadra di polizia, mentre lasciava il concerto auto-organizzato dalla stazione radio libera 98 FM al Politecnico di Atene Venerdì, 8 luglio (dopo mezzanotte).

Il 14 luglio un giudice istruttore ha visitato l’ospedale di Erithros Stavros [Croce Rossa], dove C.K. è stato ricoverato, dopo esser stato ferocemente picchiato dai poliziotti il Venerdì, appena fuori dal Politecnico. Il giudice istruttore ha dichiarato che C.K. è “pericoloso per la sicurezza pubblica” e ha emesso la decisione per la sua carcerazione cautelare. Quando ha visto le gravi ferite di C.K., ha avuto l’audacia di dire che “i poliziotti non fanno queste cose” e non si è preoccupata di prendere ulteriori informazioni per quanto riguarda l’incidente.
C.K. è accusato di reato a causa della testimonianza di un poliziotto contro di lui. Noi chiediamo a tutti coloro che erano presenti durante il momento dell’arresto e il pestaggio, un’aiuto per testimoniare in questo caso.

“All’alba di Sabato, 9 luglio, mentre stavo lasciando il concerto al Politecnico (Atene) all’altezza di via Bouboulinas, sono stato improvvisamente attaccato da una squadra di polizia anti-sommossa (MAT), che si trovava in un vicolo vicino. Una decina di uomini dell’unità di polizia anti-sommossa mi ha attaccato picchiandomi violentemente con i manganelli d’ordinanza, ma anche con pugni e calci. Mi picchiavano per lo più sulla testa e sulle costole con grande furia, molti di loro usando i manganelli dal lato di metallo e allo stesso tempo usavano frasi ingiuriose irripetibili.
Dopo pochi minuti, mentre ero sanguinante e in stato di semi-incoscienza mi hanno trascinato sul loro piu’ vicino furgone dove mi hanno lavato con acqua, etilene, alcol e qualsiasi tipo di liquido gli capitasse di avere intorno. Intorno alle 03.45 dopo mezzanotte, sono stato trasferito al quartier generale della polizia. Anche se la mia situazione era davvero brutta, nessuno mi prestava attenzione. Chiedevo un medico, dicendo loro che avevo dolori ma mi hanno risposto che prima dovevano portare a termine le procedure. Mi hanno lasciato sanguinante in un corridoio con indifferenza, nella situazione sanitaria in cui mi trovavo, anche quando ho perso i sensi.
La mattina dopo mi hanno annunciato che ero stato arrestato con l’accusa che… avevo lanciato una Molotov contro la squadra di polizia.
Anche se ho avuto un trauma profondo e una ferita profonda alcuni centimetri al centro del cranio e emorragie in diverse parti del corpo, mi è stato rifiutato il trasferimento in un ospedale adducendo che prima sarei dovuto comparire davanti al procuratore. Dopo mi hanno trasferito al tribunale dove sono stato formalmente accusato di due crimini e due infrazioni (attentato, possesso di esplosivi, disturbo della quiete pubblica e insulti). Poi sono stato trasferito in ospedale.
Dal mio incontro con le forze di ‘sicurezza’, a parte le accuse e il rischio immediato di essere incarcerato temporaneamente, ho ricevuto in ‘dono gratuito’ una serie di lesioni fisiche. Più in particolare, ho subito una frattura al centro del cranio, un profondo taglio in testa che ha avuto bisogno di 9 punti di sutura, un dente rotto, tagli sulla pelle del viso e delle orecchie, la fratturea del gomito e della spalla, una profonda ferita alla gamba che ha avuto bisogno di 10 punti, lussazione del ginocchio, ferite multiple provocate dai forti colpi dei manganelli alle costole e alla schiena, che mi hanno causato un’insufficienza renale.
Sono ricoverati in ospedale sorvegliato da poliziotti che cercano di rendere il mio ricovero ancora più difficile. Sono arrivati al punto di vietare di spegnere l’illuminazione della stanza, richiedendo me e gli altri pazienti di dormire con la luce accesa.
Lo scandalo più grande è che nel documento legale che è stato creato, a parte le false accuse contro di me, non si fà un minimo accenno agli abusi che ho subito. C’è solo la dichiarazione di un poliziotto (nessuno del resto della squadra di polizia vuol mettersi nei guai testimoniando o perché non hanno notato nulla o perchè hanno paura di assumersi la propria responsabilità). L’unica cosa che questo poliziotto ha notato sono stato io mentre lanciavo una molotov e poi che venivo arrestato (tutto secondo la legalità).
Non so ancora se ci sono danni permanenti per la mia salute. Ciò che so per certo, è che volevano uccidermi.
Ecco alcune foto, del risultato del mio incontro con la polizia, chiedo a tutti coloro che hanno assistito all’attacco contro di me o ha qualche materiale fotografico di contattarmi al seguente indirizzo e-mail: solidarity_xk@yahoo.gr.

X.K.”

Ecco le testimonianza diretta, dai migranti detenuti a Ponte Galeria

17 luglio 2011 1 commento

Dal sempre più necessario ed insostituibile blog: FortressEurope, di Gabriele Del Grande
L’ultima volta sono entrati una settimana fa. Alle sei del mattino. Una ventina di agenti in tutto, tra quelli in divisa coi manganelli in mano e i civili. Ridha dormiva ancora, sotto gli effetti degli psicofarmaci che prendeva ogni sera per scacciare i cattivi pensieri. Era arrivato a Lampedusa un paio di mesi prima. E dell’Italia aveva visto soltanto le gabbie. Prima quella del centro di accoglienza di Lampedusa, poi quella di Ponte Galeria, il centro di identificazione e espulsione (Cie) di Roma.

Foto di Valentina Perniciaro _sbarre e privazione di libertà_

Ha aperto gli occhi soltanto dopo che lo hanno alzato di peso dal materasso, tirandolo su per le braccia. E allora ha cominciato a sbraitare. Nella camerata si sono svegliati tutti, tranne il libanese ustionato. Ma prima che qualcuno dicesse niente la polizia ha ordinato di rimanersene a letto. Venti contro sei, manganelli contro mani nude, nessuno se l’è sentita di dire niente. E sono rimasti a guardare, con gli agenti che portavano via il povero Ridha così come lo aveva trovano a letto: in pantaloncini corti e a torso nudo. Senza lasciarlo nemmeno andare in bagno per sciacquarsi il viso e fare i suoi bisogni. Il resto della scena i suoi compagni di cella l’hanno vista dalle finestre, nel cortile. “L’hanno legato come un pollo”, racconta oggi Brahim. Con una corda: alle gambe e ai polsi, con le braccia piegate dietro la schiena. E per non farlo gridare, gli hanno stretto una fascia sulla bocca e l’hanno portato via. Funziona così al Cie di Roma, e non solo. La destinazione è a pochi chilometri. Aeroporto di Fiumicino. I voli sono quelli di linea, prima fanno salire i passeggeri e poi all’ultimo minuto monta la polizia con i reclusi da espellere. Quel giorno erano in 20. Tutti tunisini. Destinazione Palermo, per le operazioni di identificazione che svolge abitualmente il Consolato tunisino, direttamente in aeroporto. E da lì il volo per Tunisi. Brahim la scena la ricorda bene. E di quando in quando se la sogna pure la notte.

“Facciamo tutti sogni brutti, viviamo nella paura. Di essere rimpatriati e di non conoscere il nostro destino”. In questo momento dentro il Cie romano ci sono circa 200 detenuti e una cinquantina di detenute. Una sessantina almeno sono tunisini, compresa qualche donna. Quasi tutti sbarcati nei mesi scorsi a Lampedusa. Tra loro c’è chi vorrebbe essere rimpatriato prima possibile pur di tornare in libertà, e chi invece non vuole essere rimpatriato a nessun costo. Entrambi però credono che sia profondamente ingiusto perdere 6 mesi della propria libertà rinchiusi in una gabbia, senza aver commesso nessun reato. Soprattutto quelli che di tempo della propria vita alle galere ne hanno già dato anche troppo.

Brahim è uno di loro. Ha un precedente penale per spaccio di droga. Pagato con tre anni e sei mesi di carcere. L’hanno rilasciato un mese fa, ma all’uscita del carcere l’aspettavano con le manette per trasferirlo in un’altra prigione, dove si finisce senza condanne penali, ma soltanto per avere dei documenti scaduti. E adesso sono altri sei mesi, che se passa al Senato la legge sui rimpatri diventeranno 18. Per essere identificato e espulso. Lui che in Italia ci vive ormai da 8 anni. In carcere ha preso tre diplomi di formazione professionale e ha lavorato durante tutto il periodo di detenzione. Era pronto a rifarsi una vita, ma adesso si trova a scontare una pena accessoria. “In carcere paghi per un reato che hai fatto – dice -. È normale, è giusto così. Chi sbaglia paga. Ma qui siamo tutti innocenti, non c’è nessuno che ha commesso un reato, perché non ci lasciano andare?”.

Foto di Mark Wilson

Foto di Mark Wilson

Lui che ha provato sia il carcere che il Cie, di dubbi non ne ha. Mille volte meglio la galera. “In carcere abbiamo il lavoro, la scuola, la biblioteca, il medico, l’assistente sociale. Qui non c’è niente. Siamo in gabbia dalla mattina alla sera. E siamo trattati senza rispetto. Operatori e polizia neanche ti rispondono se li saluti. Devi fare la fila per mangiare, se arrivi tardi non ti lasciano neanche la colazione. Se alzi la voce ti prendono da parte e ti danno una manganellata. È come se per loro fossimo il nemico”.
Mentre mi parla al telefono, nel letto a fianco al suo il libanese continua a dormire. Non gli è rimasto altro da fare. Ha metà del corpo ricoperto da ustioni. Ogni mattina si sveglia pieno di dolori, va in infermeria, ritorna con gli occhi a spillo e la voce impastata di psicofarmaci e antidolorifici, e si rimette a dormire. Si sveglia solo di notte, quando fa gli incubi e si sogna di nuovo il fuoco sui vestiti, oppure quando si fa la pipì addosso. Avrebbe bisogno di cure adeguate, ma in ospedale non ce lo portano. Probabilmente stanno soltanto aspettando che si riprenda per poi espellere anche lui. Lui è un altro che in Italia ci vive da una vita.

Al Cie di Roma c’era arrivato lo scorso gennaio, per un banale controllo di documenti, per strada. Quando lo chiamarono per fargli le impronte digitali si rifiutò categoricamente. Un colpo di testa che gli costò caro. Prima le minacce, poi le botte, la sua reazione, il pestaggio e l’arresto. Nonostante gli ematomi, il giudice che lo ha processato per direttissima lo ha condannato a sei mesi di carcere. Perché i medici del centro non avevano rilasciato nessun certificato che indicasse che le ferite erano state subite durante un’aggressione. A Ponte Galeria ci è ritornato soltanto un mese e mezzo fa, dopo aver scontato quattro mesi di galera. Era l’inizio di giugno. È diventato l’inizio di un nuovo dramma.
È successo tutto la sera del 18 giugno. La tensione era alle stelle. La sezione maschile era insorta e i detenuti stavano devastando il centro, spaccando tutto quello che c’era da rompere e appiccando il fuoco a materassi, lenzuola e tutto quando fosse infiammabile. In quel frangente un operatore dell’ente gestore Auxilium avvicinò dalle sbarre della gabbia il libanese, per chiedergli se gli riportava la borsa che alcuni reclusi in rivolta gli avevano rubato. In buona fede e con un pizzico di ingenuità, il libanese acconsentì di fargli il piacere, ma quando gli altri reclusi insorti lo videro parlare con operatori e polizia pensarono al tradimento e gli si scagliarono addosso buttandogli contro un materasso incendiato. È stato così che si è bruciato metà del corpo. A salvarlo quella sera furono Brahim e un altro tunisino della sezione, che spensero le fiamme e lo portarono in infermeria.

La fidanzata non l’ha ancora visto nelle condizioni in cui si è ridotto. È un’algerina con la cittadinanza spagnola. È venuta a trovarlo al centro una sola volta, più di un mese fa. È il suo unico legame con il fuori e con la vita che fu. Una vita ormai rovinata dalla dipendenza dagli psicofarmaci, dai pestaggi della polizia, dalle ustioni che l’hanno sfigurato, dalle quotidiane umiliazioni, e prima ancora, prima di tutto, da un banale controllo di documenti nel gennaio scorso.
Brahim, il libanese, Ridha. Le loro storie non riescono a bucare lo schermo. Un po’ perché il Viminale ha vietato l’accesso della stampa nei Cie dal primo aprile scorso. Un po’ perché la società tutta ha coscientemente rimosso il problema. Al punto che dentro i Cie si sentono tutti dannatamente soli.

E alla domanda perché non protestate rispondono: “L’abbiamo fatto, ma è tutto inutile. Da quando sono dentro io, abbiamo fatto uno sciopero della fame di tre giorni, e non ne ha parlato nessuno. Abbiamo bruciato il centro, e non ne ha parlato nessuno. Siamo saliti sui tetti con le lenzuola e gli striscioni, e non ne ha parlato nessuno, a parte radio onda rossa. A che serve allora?” Allora forse, il prossimo 25 luglio potrebbe essere una data per ricominciare. Quel giornoun gruppo di parlamentari visiterà diversi Cie di tutta Italia. Con l’obiettivo di rompere il silenzio sui centri di identificazione e espulsione. Quel giorno, non lasciamoli da soli. Giornalisti, associazioni e liberi cittadini, unitevi alla nostra campagna sui Cie.LasciateCIEntrare!

PS: Per motivi di privacy e di sicurezza, abbiamo usato nomi di fantasia per i protagonisti di questa storia, raccolta grazie a un’intervista telefonica con uno dei reclusi del Cie di Roma, registrata il 15 luglio 2011

I Cie bruciano giorno dopo giorno…

22 marzo 2011 Lascia un commento

Mense

cie_brunelleschi_41.jpgA Gradisca, Torino e Brindisi i Cie vanno in fiamme e cadono a pezzi, ma il Ministero si ostina a tenere chiusi i prigionieri negli spazi comuni o nelle mense – visto che le camere sono inagibili. Non resta che bruciare pure quelli, evidentemente. A  Torino hanno già cominciato: intorno alle 14 di oggi la mensa dell’area verde del Cie di corso Brunelleschi è andata a fuoco. Ora lì non c’è veramente più posto, tolto il cortile. Ascolta una diretta con un recluso dell’area verde,trasmessa da Radio Blackout poco prima di quest’ultimo incendio:

Aggiornamento ore 16.15. I reclusi sono in cortile da due ore, guardati a vista dalla polizia armata di manganelli. Ancora nessuno ha comunicato loro dove li faranno stare.

macerie @ Marzo 22, 2011

QUESTO INVECE SOLO IERI…

A neanche un mese dall’ultima rivolta, torna il fuoco dentro alle gabbie del Cie di Torino. Intorno a mezzanotte i reclusi dell’area verde hanno incendiato i materassi nelle stanze e sono usciti in cortile. Ora – ed è mezzanotte e mezza – sono lì all’aperto, circondati dalla polizia armata di manganelli, e il fumo esce ancora dalle porte. Intanto si sono fatti avanti pure i reclusi dell’area blu: c’è del fuoco pure là e sono i crocerossini in prima persona che si stanno avvicinando con i manicotti anti-incendio per spegnere le fiamme.
Già durante il presidio di questo pomeriggio i reclusi avevano risposto molto rumorosamente agli slogan e alle battiture – «Libertà! Libertà!» – a dimostrazione della loro voglia di lottare. Tra le altre cose, ieri la polizia aveva perquisito un’area, a quanto sembra proprio per prevenire sommosse: hanno ottenuto l’effetto contrario, e ben gli sta. A presto aggiornamenti.
Aggiornamento ore 1,30. Sono due le camere andate a fuoco nell’area blu del Centro, mentre nell’area verde, dove è partita la sommossa, le stanze danneggiate sono sicuramente di più – qualcuno dice tutte, ma staremo a vedere. Non si sa ancora se alcune di queste verranno considerate inagibili, e quante. A differenza del mese scorso, però, il Centro ora è completamente utilizzato e non ci sono posti per far spostare i reclusi delle stanze danneggiate. Per ora, dunque, i reclusi sono rimasti nelle rispettive aree e presumibilmente verranno fatti dormire per terra – se non all’addiaccio.
Aggiornamento ore 9,30. A detta delle prime agenzie di stampa, le stanze “messe in sicurezza” dai Vigili del Fuoco, e quindi forse già chiuse, sono tre. Intanto, si è saputo che alcuni reclusi di altre sezioni che per sostenere la protesta erano saliti sui tetti sono stati messi in isolamento dopo essere stati obbligati dai soldati a scendere.
Aggiornamento ore 11,30. I reclusi dell’area verde durante la notte sono stati ammassati tutti dentro alla mensa della sezione: nessuna camera, dunque, è aperta.
Aggiornamento ore 13,30. Proteste e diverbi con i militari dentro all’area rossa del Centro, dovuti alla qualità del latte distribuito a colazione: alcuni reclusi sono stati visitati in infermeria. I reclusi radunati nella mensa dell’area verde sono ancora lì, solo con dei nuovi materassi ma senza coperte e, secondo le notizie che man mano fa uscire la Questura, sarebbero tre le camere che rimarranno chiuse perché danneggiate seriamente dagli incendi della notte.
Aggiornamento ore 19,30. Nel pomeriggio, i due reclusi che questa notte erano saliti sul tetto e che erano stati messi in isolamento si sono tagliati e sono stati medicati in ospedale e riportati al Centro. Nell’area viola, invece, in tre si sono cuciti la bocca per protesta.
Aggiornamento ore 22,30. Urla e confusione, di nuovo, dentro al Centro di corso Brunelleschi quando in prima serata i reclusi hanno cominciato a sentire botti e slogan da fuori, grazie ad un presidio-lampo di solidali. Intanto, i prigionieri dell’area verde hanno fatto uscire un messaggio da dentro le gabbie: «Bon soir, nous sommes dans la cuisine depuis hier. On dort sans couverture et il fait froid. On veut la libertà, aides nous Torino!». Che sta significare: «Buona sera, siamo nella cucina [in mensa, in realtà] sin da ieri. Dormiamo senza coperte e fa freddo. Vogliamo la libertà, aiutaci Torino!»

macerie @ Marzo 21, 2011


Un po’ di notizie dai CIE e un comunicato delle compagne su Joy

4 novembre 2010 Lascia un commento

Dopo qualche mese dall’uscita di Joy dal circuito Cie-carcere-Cie, ci siamo incontrate all’interno dell’appuntamento nazionale di Torino contro i Cie e le espulsioni (21-24 ottobre) per confrontarci tra compagne provenienti da varie città sul proseguimento della lotta contro i lager della democrazia.
L’imminente scadenza del 2 dicembre, giorno fissato per l’udienza preliminare dell’ispettore capo di polizia Vittorio Addesso (alle ore 12), ci ha trovate ancora una volta unanimi nel rifiutarci di delegare allo Stato e ai suoi tribunali l’accertamento di una verità che già da un anno andiamo ribadendo: nei Cie la polizia stupra.
Una verità che è emersa non appena la legge Turco-Napolitano ha creato i Cpt, nel 1998. La quotidianità di ricatti sessuali e stupri contro le donne immigrate da parte di uomini in divisa dentro e fuori i lager della democrazia è, per noi, un dato di fatto. Come è un dato di fatto il sistema di connivenze che garantisce a questi aguzzini la licenza di fare ciò che vogliono dei corpi di uomini e donne reclusi nei Cie e in ogni altra istituzione totale.
I Vittorio Addesso possono esistere perché ci sono magistrati che denunciano le donne che, come Joy ed Hellen, hanno il coraggio di rompere il silenzio. Ricordiamo, infatti, che Antonella Lai, in qualità di giudice del processo contro le/i rivoltose/i di Corelli, in sentenza ha disposto la trasmissione degli atti alla procura per il reato di calunnia contro le due ragazze nigeriane.
I Vittorio Addesso possono esistere perché ci sono quelli che, come Massimo Chiodini, responsabile della Croce Rossa nel lager di Corelli, pur di garantirsi lauti profitti sono disposti a testimoniare il falso e a coprire gli abusi. Ma d’altronde che aspettarsi da chi ha scelto di ingrassare il proprio portafogli lavorando per gli enti gestori dei Cie? Che si chiami Croce Rossa o Lega Coop per noi non fa alcuna differenza, e ci fa lo stesso schifo.
I Vittorio Addesso possono esistere perché sanno che questori come Vincenzo Indolfi – ex questore di Milano, recentemente promosso a prefetto con funzione di ispettore generale di amministrazione del consiglio dei ministri – e ministri come Roberto Maroni faranno di tutto per espellere quell’immigrata che osi denunciare un poliziotto per violenza sessuale nel Cie.

Le continue ribellioni e fughe dai lager della democrazia dimostrano una sola cosa: i Cie vanno chiusi senza se e senza ma. Di quei luoghi non possono che rimanere macerie, per ricordare che per creare tali abominii non c’è bisogno di un regime nazista ma è sufficiente la logica disumanizzante dello sfruttamento di donne e uomini.
Non intendiamo essere complici di uno Stato che, dopo aver fatto di tutto per chiudere la bocca ad una donna che ha avuto il coraggio di ribellarsi contro il suo aguzzino, ancora una volta utilizzerà la logica ipocrita delle “mele marce” per farsi garante della giustizia.
Marcio, per noi, è tutto il sistema: chi costruisce i Cie, chi li gestisce, chi deporta donne e uomini immigrati e rom, chi discrimina a colpi di leggi, chi sfrutta lavoratori e lavoratrici, chi fa della sicurezza un’arma di comando e controllo, chi usa gli stupri per criminalizzare in base al passaporto e tace sulle violenze quotidiane che avvengono nella “sacra famiglia”, chi condanna le donne che reagiscono, senza delegare, a vessazioni e violenze.
Siamo dalla parte di chi si ribella, perché anche noi ci ribelliamo quotidianamente.
Non ci interessano i rituali e le ipocrisie di chi si dichiara contro la violenza sulle donne e poi distingue o strumentalizza in base alle proprie convenienze.
Il 25 novembre 2009, quando ci siamo mobilitate contro i Cie in diverse città in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, a Milano la polizia caricò con violenza e ripetutamente il presidio in piazzale Cadorna perché uno degli striscioni esposti diceva a chiare lettere che “Nei centri di detenzione per immigrati la polizia stupra”. Quelle cariche avevano, da parte della questura milanese, il chiaro obiettivo di stroncare sul nascere lo smascheramento di connivenze e coperture sulle violenze sessuali nei Cie. Di molestie e stupri nei Cie non si doveva parlare, perché questo avrebbe aperto un varco nella cloaca del dispositivo. Ma il poliziesco atto di forza in piazzale Cadorna si palesò immediatamente per quanto era in realtà: un grande atto di debolezza e paura nei confronti di pratiche ed enunciati che andavano formandosi.
Nei mesi successivi intimidazioni e denunce si sono susseguite nei vari territori contro chi andava ribadendo la realtà della violenza quotidiana nei lager della democrazia, in particolare contro le donne immigrate. Tutto questo non ci ha fatte arretrare di un passo!
Ad un anno di distanza proponiamo che il prossimo 25 novembre sia l’inizio di una settimana di lotta contro i Cie come luoghi di sopruso ed abominio, dove la violenza di genere è pratica quotidiana, una lotta che ciascuna realtà declinerà come vuole nel territorio in cui agisce per poi convergere a Milano il 2 dicembre in un presidio sotto al tribunale, consapevoli di non essere lì per sostenere una “vittima”, ma una donna che si è ribellata alla violenza di un uomo – di un uomo in divisa.
E non sarà che un nuovo inizio…

Tutte quelle che non intendono essere complici

DAL LAGER DI VIA CORELLI:

Ieri notte a Corelli, intorno alle due, è scoppiata, nella sezione C l’ennesima rivolta. Cartoni e suppellettili bruciate. Il motivo scatenante è stata un’irruzione della polizia in una sezione verso le due del mattino per fare “la conta” manganelli alla mano. L’irruzione della polizia di notte non è una novità. Ci raccontano che spesso gli sbirri entrano nelle sezioni verso le due del mattino per fare “perquisizioni”. Più precisamente entrano nelle camere, denudano tutti i detenuti e li lasciano lì in piedi e al freddo. Li insultano, li colpiscono con i guanti, con le mani, ripetono che loro lì hanno solo “il diritto di non avere diritti” e che sono loro che comandano. Queste le “perquisizioni”.
La “conta”, invece, è in genere gestita dalla solerte Croce Rossa, che con funzioni sempre più di polizia, tre quattro volte a settimana entra di notte nelle camere e si accerta che nessuno sia scappato via. Ieri invece è stata la polizia a entrare nelle sezioni per “contare”, manganelli alla mano, i reclusi. Quando i ragazzi vedono che una trentina di sbirri in antisommossa che vogliono entrare cominciano a bruciare dei cartoni per fermarli. Gli sbirri spengono il fuoco con delle canne dell’acqua, entrano in una stanza e si mettono a pestare un ragazzo mentre è a letto. Quando i suoi compagni di cella cercano di fermarli, cominciano a pestare pure loro al grido di “negri di merda”, mentre altri sbirri gettano loro addosso secchiate d’acqua gelata e li costringono a denudarsi. In almeno sette finiscono all’ospedale per le botte prese. In sei rientrano con fasciature alla testa e alle braccia, uno è ancora ricoverato per le botte prese in testa. Non contenti stamattina gli sbirri hanno proceduto ad un pestaggio nella sezione E.
Da dentro si chiedono, terrorizzati: “questa notte a chi toccherà?”
Questo il numero di Corelli: 02.70001950

LA VENDETTA

La Digos di Caltanissetta ha eseguito 10 delle 17 ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di extracomunitari che nella notte tra il 13 e 14 novembre 2009 parteciparono alla rivolta degli ospiti del Centro di identificazione ed espulsione di Pian del lago. La polizia ha effettuato gli arresti a Bologna, Perugia, Torino e Firenze, dove si erano trasferiti gli extracomunitari dopo aver lasciato il centro di Caltanissetta. Quella notte a Pian del lago c’erano 96 ospiti e 21 di essi guidarono i disordini nella struttura di accoglienza, devastando i padiglioni e incendiando vestiti, materassi e coperte. Tentarono inoltre di coinvolgere altri ospiti nella rivolta, che durò fino all’alba e impegnò poliziotti, carabinieri, militari dell’esercito e i dipendenti della cooperativa Albatros che gestiva l’assistenza e la refezione per gli extracomunitari. Nelle ore seguenti tutti gli ospiti vennero trasferiti da Caltanissetta all’aeroporto di Catania e da lì nei Cie di Lamezia Terme, Crotone, Bologna, Gorizia e Modena, con voli charter organizzati dal dipartimento della pubblica sicurezza. I gravi danni causati ai tre padiglioni del Cie di Pian del lago, sono stati quantificati dal consulente incaricato dalla Procura in circa 300 mila euro. A distanza di quasi un anno il ministero dell’Interno ha stanziato 1 milione e 50 mila euro per il completo ripristino della struttura. Per quella vicenda furono chieste a giugno scorso 21 ordinanze di custodia cautelare, ma 4 furono annullate. Su 17 provvedimenti 10 sono stati appena eseguiti. [Ansa]

 

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