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Posts Tagged ‘Ben Ali’

Funerali Brahmi: nasce la Regione Autonoma di Sidi Bouzid, e si sposta verso la capitale…

27 luglio 2013 Lascia un commento

Dal momento in cui l’undicesimo colpo di pistola che ha ucciso Brahmi, a pochi passi dalla sua abitazione e solo sei mesi dopo l’assassinio del suo compagno Choukri Belaid, le strade della Tunisia sono esplose.
Qui sotto la pagina, in costante aggiornamento, di Infoaut : LINK

La tomba di Brahmi

intanto da Sidi Bouzid ci si sta spostando verso la capitale…sembra che Ennahdha abbia le ore contate…
chissà…

Il funerale di Brahmi. Sidi Bouzid si dichiara Regione Autonoma.
Notte di ferro e fuoco in Tunisia. Tutto il paese è stato attraversato dalla furia della popolazione tunisina rivolta contro tutte le istituzioni del regime guidato dai demo-islamisti di Ennahdha. Durissimi scontri con la polizia si sono verificati ovunque e a Gafsa, città storica dell’opposizione rivoluzionaria magrebina, durante gli incidenti con la polizia un compagno del Fronte Popolare Mohamed Mufti è stato ammazzato con un colpo di lacrimogeno sparatogli in testa da un celerino. Arrivano notizie anche di scontri tra diverse fazioni politiche come a Susa dove le squadracce di Ennahdha hanno attaccato un presidio dei nostalgici del regime di Ben Ali, organizzati nel partito, capeggiato da Beji Caid Essebis, Nidaa Tounes.

Mohammad Mufti, ucciso ieri con un candelotto lacrimogeno in testa

L’appello alla rivolta pacifica contro il regime pronunciato dal portavoce del Fronte Popolare Hamma Hammami sta facendo tremare le istituzioni tunisine: blocco dei servizi, del pagamento delle tasse, sciopero ad oltranza, presidio nei pressi dell’Assemblea Nazionale Costituente, e manifestazioni ovunque. Numerose le sedi di Ennahdha date alla fiamme.

In mattinata l’ex segretario di stato agli affari esteri Touhami Abdouli durante una lunga intervista a radio Mosaique FM ha annunciato che la regione di Sidi Bouzid si dichiara Regione Autonoma e che da oggi rifiuta di riconoscere tutte le istituzioni del potere centrale. Gli abitanti della regione hanno eletto un loro governatore, un certo numero di delegati, responsabili amministrativi, un consiglio regionale di saggi e un proprio senato. L’iniziativa sostenuta dai compagni e dalle compagne del Fronte Popolare durerà fino almeno allo scioglimento dell’assemblea nazionale costituente e del governo. La Sidi Bouzid rivoluzionaria invita tutte le regioni vicine (che ricordiamo sono parte del grande bacino minerario da sempre terra di lotta, dignità e rivolta) a seguire il suo esempio.

Il sindacato UGTT continua a presidiare tutte le proprie sedi, seguendo l’indicazione di un membro della segreteria centrale che ha dichiarato alla stampa che “qualsiasi attacco violento contro le nostre sedi o i nostri militanti, avrà una risposta repentina e organizzata ancora più violenta!”. Forte della riuscita completa dello sciopero di ieri questa volta l’UGTT sembra determinato a seguire la rabbia della popolazione, che nel pomeriggio di ieri è montata ancora di più quando sono iniziate a circolare le informazione a riguardo dell’uomo che il ministero degli interni aveva indicato come l’esecutore dell’omicidio Belaid e Brahmi: Marouen Nelhaj Salah, salafita combattente, è morto a giugno in Siria.

Le figlie di Brahmi al suo funerale

Non pochi commentatori riconoscono nella disinformazione diffusa dalle conferenza stampa del ministero degli interni un disperato tentativo di calmare le acque e aggiungere del torbido per allontanare da Ennahdha l’accusa di mandante politico degli omicidi.

Intanto continuano le dimissioni dei deputati dell’Assemblea Nazionale Costituente (ad ora 53), mentre da più parti aumentano le accuse contro Ennahdha degli omicidi politici e di aver svenduto la rivoluzione e il paese all’America e alle corone del petrolio alleate.

La tensione resta altissima anche nella capitale: intorno alle 10 di questa mattina una macchina della polizia è stata fatta saltare nei pressi del commissariato della Goulette a pochi kilometri da Tunisi. Blindatissimo dai servizi di sicurezza il corteo funebre di Mohamed Brahmi, partecipato da migliaia e migliaia di tunisini e tunisine. Il corteo ancora incorso dovrebbe raggiungere il cimitero Jellaz dove solo 6 mesi fa è stato interrato il corpo del compagno Belaid.

Dopo Choukri Belaid, assassinato in Tunisia Mohamed Brahmi!

25 luglio 2013 3 commenti

Mohamed Brahmi insieme a Choukri Belaid: Mohamed è stato assassinato poche ore fa, Choukri a febbraio

Avevamo pianto la morte, l’assassinio, di Choukri Belaid, leader del Fronte Popolare tunisino solo il 6 febbraio di quest’anno. Era una morte annunciata dopo le numerose minacce ricevute dai gruppi islamisti più radicali, ed è stato un assassinio eseguito con 4 colpi di pistola alla testa, mentre usciva di casa alle 8 di mattina.
Un comunista rivoluzionario, un compagno.
Poche ore fa, anche il miltante e deputato all’Assemblea Nazionale Costituente per il Fronte Popolare, che in questa foto vediamo stretto a Choukri è stato assassinato: 11 colpi alla testa, davanti a casa sua e alla sua famiglia, a Tunisi. E’ stata la moglie a portarlo in ospedale dove è arrivato morto.
Intanto il Fronte ha convocato una manifestazione tra pochi minuti davanti alla sua sede, ma sono già migliaia ad affollare le strade e ad aver raggiunto il ministero degli interni, dove da un po’ ci son scontri e lanci di lacrimogeni.
A PUGNO CHIUSO!

Il post di Infoaut appena pubblicato: LEGGI

Leggi:
La Tunisia brucia dopo l’assassinio di Belaid
L’omaggio del FPLP a Belaid
Un’intervista a Besma, compagna di Belaid

Un’intervista a Besma, compagna di Belaid

11 febbraio 2013 1 commento

Poco dopo la morte di suo marito, ecco Besma Khalfaoui che si unisce al corteo, con il suo dolore, la sua incredibile dignità e forza.

PRENDO QUESTA PAGINA DA INFOAUT.
Grazie

 

Pubblichiamo l’intervista a Besma Khalfaoui, moglie di Chokri Belaid, diffusa da RTL soir, dopo poche ore dall’omicidio del compagno tunisino. Besma è scesa subito in piazza con il segno della vittoria! Insieme ai compagni e alle compagne ha lanciato uno dei più grandi scioperi generali della storia della Tunisia. Il saluto a Belaid si è tramutato in una gigantesca manifestazione politica che ha portato più di un milione e mezzo di manifestanti a gridare “il popolo vuole la caduta del regime!”. “Ennahdha degage!” nelle strade della capitale. La presenza delle donne della rivoluzione durante la manifestazione è stata altissima quanto determinata. Anche questa è la straordinaria Tunisia di lotta e di dignità! Differente e contrapposta a quelle poche migliaia (3000) di manifestanti pro-governo e legati ad Ennahdha e altre fazioni islamiste, che ieri hanno avuto anche il coraggio di scendere in piazza al fianco del Ministero degli Interni, nel mal riuscito e meschino tentativo di deturnare il dibattito pubblico scandendo slogan contro la Francia.

Il segno della vittoria di Besma, già in strada dopo poche ore dall’assassinio di Belaid, che sia da monito alla transizione democratica degli islamisti a stelle e strisce, e dei fascisti verdi delle petrol-monarchie.

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DOMANDA: vostro marito Chokri Belaid, segretario generale del Partito dei Patrioti Democratici Uniti, è stato assassinato questa mattina mentre usciva dalla vostra abitazione. Si sentiva minacciato in questo periodo?

RISPOSTA: certo, era sempre minacciato, riceveva minacce da ben quattro mesi:su facebook, al telefono. Alcuni responsabili politici lo avevano avvisato avvertendolo della gravità della situazione.

D: secondo lei perché è stato preso di mira?

R: perché divulgava informazioni per far sapere le verità del suo paese; non voleva che tali informazioni venissero nascoste al popolo tunisino. In questo paese ci sono alcune persone messe in sicurezza e altre, come mio marito, uccise alle 8 di mattina in mezzo alla strada, davanti a tutti con quattro colpi sparati alla testa e al cuore in modo che non si potesse più muovere.

D: quando parla di “alcune persone”, si riferisce al partito islamista al potere?

R: si esattamente, parlo proprio del partito islamista Ennahdha che è al potere. Ci sono due correnti all’interno del partito, quella fuori dal potere che continuava a dichiarare pubblicamente, dentro le moschee, la morte di mio marito e l’altra, costituita dal ministero degli interni che avrebbe dovuto garantire la sicurezza ad un leader politico. Accuso Ennahdha di essere responsabile dell’omicidio.

D:come vi spiegate che malgrado le minacce esplicite il governo non abbia protetto vostro marito?

R: non sono io che devo rispondere a queste domande!

D:quindi lei sta affermando che al governo andava bene che suo marito non fosse protetto?

R: certo. Andava bene al partito Ennahdha. Loro vogliono uccidere chi dice la verità, vogliono uccidere la democrazia, vogliono affondare la popolazione nella violenza.

D: domani è stato chiesto uno sciopero nazionale da quattro partiti dell’opposizione, questa sera lei chiederà la fine del governo?

R: io lo spero, io spero nella fine del governo.

D: oggi, a due anni dall’inizio della primavera araba, lei può dire di rimpiangere Ben Ali?

R: ah no, io non rimpiango assolutamente Ben Ali perché è a causa sua che ora ci troviamo in questa situazione, io ora aspetto, chiedo solo la democrazia. Ora siamo qui(siamo contro questo governo) perché questo potere è lontano dalla democrazia, è un potere che non conosce il dialogo.

D: potete affermare che vostro marito è morto per la democrazia?

R:certo, mio marito è morto per il paese. E’ morto per la democrazia, lui stava instaurando la democrazia.

D: stiamo assistendo ad un ritorno della violenza nelle strade in Tunisia, volete mandare un messaggio agli oppositori che stasera scenderanno a manifestare per la morte di suo marito?

R: voglio dire a tutti di essere uniti per evitare che il potere vinca. Uniti contro questa espressione di violenza.

D:domani andrete a manifestare signora Khalfaoui?

R: oggi sono scesa a manifestare, perche mio marito avrebbe fatto la stessa cosa. Domani farò lo stesso, scenderò di nuovo nelle strade. Io e i suoi compagni continueremo in nostro percorso. Non smetteremo mai di parlare. Ci saranno 1000 Chokri Belaid.

La rivoluzione in Tunisia vuole ricominciare: “Via la nuova dittatura, ci vuole una nuova rivoluzione”

9 aprile 2012 1 commento

A tutti coloro che evitano di parlare delle “primavere arabe”,
a tutti coloro che lo fanno strumentalmente parlando solo di Libia e Siria per cercare di convincerci che ci sia per forza la mano occulta imperialista dietro a chi alza la testa,
a tutti coloro che si sentono proprietari della rivoluzione, intrisi di occidente becero, pronti a dare dei salafiti, come dei sionisti, a chiunque ci metta la faccia e il cuore per cercare di capire i cambiamenti del Nord Africa e del Medioriente,
a tutti coloro che si schierano con gli Hezbollah per difendere Assad, parlando di “asse del bene”  usando gli stessi linguaggi e criteri geopolitici del dipartimento di stato americano,
a tutti coloro che attaccano chi scende in piazza dandogli dei pericolosissimi Fratelli Musulmani sunniti,
prendendo le loro parole dalle componenti sciite ( mamma mia si arriva anche a questo in Italia) senza nemmeno conoscere le varie componenti che da mesi e mesi riempiono le piazze arabe, da Tunisi a Manama…

leggete quel che accade nelle strade di Tunisi,
leggete come siamo solo all’inizio.
Leggete e capite quanto c’è da imparare ed amare nei giovani maghrebini e mashreqini che scendono in piazza
sfidando qualunque tipo di repressione.
LUNGA VITA ALLE RIVOLUZIONI CHE SI AFFACCIANO PER LE STRADE DEL MONDO,
E CHE COMBATTONO CONTRO TUTTO E TUTTI, PER LA LIBERTA’…quella vera.
Ringrazio Infoaut per l’articolo e per gli aggiornamenti che seguiranno:

Duri scontri nel centro di Tunisi tra manifestanti e polizia che sta facendo ampio uso di lacrimogeni caricando un partecipatissimo corteo. Sembra che alcuni militanti del sindacato UGTT ed esponenti della società civile e dei partiti della sinistra radicale (come Hamma Hammami del Partito dei lavoratori tunisini) siano stati selvaggiamente pestati e poi arrestati. Alle 10am l’appuntamento era sull’Avenue Mohamed V con l’obiettivo di dirigersi verso l’Avenue Bourguiba interdetta alle manifestazioni da un provvedimento imposto dal Ministero degli Interni. Quest’ultimo approfittando dello show architettato lo scorso 28 marzo dalle fazioni salafite nel centro della città aveva promulgato il divieto a manifestare sull’Avenue Bourguiba, decisione contestata dai movimenti di lotta che fin da subito hanno tentato di respingere la provocazione congiunta di salafiti e polizia

Sabato 7 aprile un grande presidio organizzato dal Coordinamento dei Diplomati Disoccupati era stato attaccato dalle forze dell’ordine che a suon di manganellate e lacrimogeni erano riusciti a scacciare dal centro (dopo una lunga resistenza) i disoccupati in lotta. E da settimane andava avanti la repressione contro l’associazione dei martiri e dei feriti della rivoluzione che più volte hanno tentato di avvicinarsi al Ministero dei Diritti dell’Uomo per far sentire le proprie ragioni contro un ministro che da quando si è insediato, al di là di qualche futile sortita mediatica, ha risposto ordinando pestaggi e provocazioni poliziesche contro l’associazione.

Insomma la misura era colma per la piazza di Tunisi che in queste ore è tornata a battersi gridando “ il popolo vuole la caduta del regime!”, “viva la Tunisia, viva i Martiri”, “no alla nuova dittatura, ci vuole una nuova rivoluzione”. Ma lo slogan che oggi assume un valoretunis_2 davvero importante per la Tunisia post Ben Ali è quello che recita: “il popolo tunisino è un popolo indipendente, noi non vogliamo né il Qatar né gli USA!”, il 9 aprile è infatti la data che ricorda i martiri tunisini della lotta anti-coloniale contro i francesi, una data dai fortissimi lineamenti politici che oggi viene intelligentemente curvata dal movimento tunisino contro quei paesi che tramite politiche di debito e investimento (orientato verso le lobby affaristiche delle fazioni islamiste più o meno moderate) stanno tentando di scippare la rivoluzione alla Tunisia alle prese con un fragile termidoro islamista.

In questi minuti apprendiamo che gli scontri si stanno allargando anche ai quartieri limitrofi del centro di Tunisi con il proletariato giovanile della zona impegnato a dare manforte come sempre al movimento rivoluzionario. E’ la stessa piazza che solo un anno fa ha imposto il “game over” al rais Ben Ali e che ora torna a muoversi per staccare direttamente la spina a quella macchina perversa di un regime che tramite elezioni farsa e vesti moderate islamiste credeva di poter ricominciare a rapinare impunemente il popolo tunisino. Il 9 aprile in Tunisia non è più da oggi una ricorrenza retorica ma sta divenendo barricata su barricata, pietra su pietra, slogan dopo slogan una giornata della rivoluzione, della nostra rivoluzione globale contro l’1% del vecchio regime…

Seguiranno aggiornamenti… intanto ci uniamo allo slogan “Tahya Tunes”, “Forza Tunisia” con l’augurio che sia l’inizio della fine di questo breve termidoro!

 

Tunisia: un paese in assemblea permanente. Che invidia.

5 maggio 2011 2 commenti

Tunisia, il tappo del regime è saltato

La Tunisia è in assemblea permanente. L’effervescenza partecipativa e la rivendicazione continua non riguardano solo la capitale: in ogni località ci si imbatte in presidii e cortei spontanei. I giovani discutono sulle sorti della rivolta e sui tentativi di normalizzarla.
di Annamaria Rivera, da il manifestoBasta passeggiare in avenue Bourghiba, a Tunisi, per rendersi conto dell’euforica passione per la libertà che ha preso i tunisini e le tunisine. A ogni ora della giornata, i tavolini all’aperto dei caffè sono affollati d’ogni genere di avventori: giovani abbigliati nei modi più diversi, ragazze «velate» accanto ad altre che ostentano piercing e capelli cortissimi, coppie con bambini, gruppetti di donne mature, da sole, il capo coperto da un hijab nero. Vi sono anche, soprattutto, militanti e dirigenti dei numerosi partiti di sinistra, che discutono di politica e delle sorti della rivoluzione del 14 gennaio, come viene detta ufficialmente. Se li si vuole incontrare basta sedersi, a partire dal primo pomeriggio, davanti al caffè L’Univers che sta a metà dell’avenue.
Nei pressi del caffè, lo slargo sul marciapiede di fronte è divenuto una sorta di Speakers’ Corner: malgrado la lunga barriera di filo spinato e i carri armati dell’esercito a protezione permanente del Ministero dell’Interno, capannelli densi e numerosi si formano incessantemente, dal mattino alla sera e tutti i giorni, non solo la domenica come a Hyde Park. Anche lì si discute di politica, più che altro a partire da fatti quotidiani: un’ingiustizia subita, un sopruso poliziesco, lo scandalo di certe assunzioni pubbliche in cambio di cospicue tangenti, l’ennesima prova della permanenza o dell’infiltrazione del Rcd, il partito di Ben Ali, in istituzioni locali, amministrazioni pubbliche, imprese private bastano ad agglutinare le piccole folle contigue. Poco lontano, la scalinata del Teatro Municipale è occupata ogni giorno da manifestazioni spontanee, soprattutto di giovani che hanno partecipato alla rivoluzione e che protestano contro i tentativi di confiscarla al popolo. Può succedere perfino, come abbiamo constatato, che da un sit-in si stacchi un corteo non autorizzato che si dirige temerariamente verso il Ministero dell’Interno.
L’effervescenza partecipativa e la rivendicazione permanente non riguardano solo la capitale: in qualsiasi località si arrivi, ci si può imbattere in presidii o cortei spontanei.
Per dirne una, a Grombalia, lungo la strada da Tunisi a Nabeul, abbiamo visto un gruppo di giovani, donne e uomini, che esibendo cartelli scritti a mano, protestavano davanti al Municipio contro la chiusura di un ipermercato e il licenziamento in tronco di ottanta dipendenti.

È come se, saltato il tappo del regime, l’ebollizione della società, contenuta a forza di repressione feroce, dominio del terrore, spionaggio e delazione capillari, fosse scoppiata in forma di geiser caldi, potenti, continui. Per farsi un’idea di quel che fosse il regime cleptomane e poliziesco di Ben Ali e della sua banda, basta parlare con qualche dirigente o semplice militante di uno dei numerosi partiti di sinistra, a quel tempo fuori legge. Essi raccontano dell’attività politica clandestina durante il regime svolta sotto falso nome e in località lontane centinaia di chilometri dal luogo di residenza: perfino tra compagni di partito i veri nomi erano reciprocamente ignorati, anche i parenti più stretti erano tenuti all’oscuro del loro impegno.

A demonstrators faces police during clashes in Tunis, Friday, Jan. 14, 2011. Tunisia’s president declared a state of emergency and announced that he would fire his government as violent protests escalated Friday, with gunfire echoing in the North African country’s usually calm capital and police lobbing tear gas at protesters. (AP Photo/Christophe Ena)

L’esperienza della clandestinità è la forza – determinazione e spirito militante non mancano – ma anche la debolezza, ci sembra, dei partiti e movimenti di sinistra, che ancora esitano a mettere al primo posto il lavoro sociale. Ed è questa una delle tante ragioni del successo di Ennahda, il partito islamista, che invece, anche grazie alle ingenti risorse materiali di cui dispone, riesce a essere presente ovunque, soprattutto nelle regioni più povere, fra le classi popolari e i diseredati. E non solo: in uno dei tanti villaggi della frontiera fra la Tunisia e la Libia, che ha accolto ben tremila rifugiati, Ennahda, insieme ad altri gruppi islamisti venuti dalla Francia, svolge un’attività molto efficiente, ci hanno riferito, degna delle massime organizzazioni umanitarie.
La frantumazione del panorama politico tunisino (finora sono almeno 65 i partiti legalizzati) e soprattutto della sinistra, condurrebbe di sicuro alla vittoria degli islamisti nelle prossime elezioni di luglio dell’Assemblea costituente se l’«Istanza superiore per la realizzazione degli obiettivi della rivoluzione» non avesse adottato il sistema proporzionale con i resti, che favorirà la rappresentatività di buona parte dei partiti che presenteranno liste elettorali. L’Istanza superiore ha anche deciso che le liste debbano essere costituite per la metà da donne.

L’asimmetria di mezzi e di consenso popolare, forse anche una certa vaghezza, finora, dei loro programmi politici, spinge i partiti di sinistra a definirsi spesso per opposizione a Ennahda, che talvolta è oggetto di una sorta di demonizzazione, più di quanto meriti: certo, tende alla doppiezza politica, è talvolta compiacente verso il Rcd, ma in fondo può essere considerata anche un argine contro il rischio dell’estremismo islamista violento. Ma la definizione di sé per opposizione a un avversario concepito quasi come un nemico assoluto non va fino al rifiuto di conservare nella nuova costituzione l’articolo che definisce la Tunisia come un paese arabo-musulmano. Su questo punto alcuni militanti di sinistra con i quali abbiamo parlato sono molto cauti. Sostengono, infatti, che «le masse» non comprenderebbero il loro rifiuto, che in fondo conservare quell’articolo è solo fotografare la società tunisina. E quando obiettiamo che della società tunisina sono parte integrante le minoranze linguistiche, culturali, religiose e non-religiose – berberofoni, francofoni, italofoni, ebrei, cristiani, agnostici, atei… – replicano che queste saranno oggetto di protezione e che la libertà di culto sarà garantita. Fra l’altro sottovalutano, ci sembra, lo spirito laico e pluralista, se non cosmopolita, che cova fra tanti giovani che hanno acceso le rivolte e partecipato alla rivoluzione.

A Tunisian woman waves the national flag in front of the interior ministry during clashes between demonstrators and security forces in Tunis on January 14, 2011. Thousands of Tunisians demanded the departure of President Zine El Abidine Ben Ali in marches in the capital and other towns, a day after he pledged to not seek another term to end growing unrest. AFP PHOTO / FETHI BELAID (Photo credit should read FETHI BELAID/AFP/Getty Images)

Ben più legato «alle masse» sembra l’Ugtt (Unione generale tunisina del lavoro), la principale e storica centrale sindacale. Da aver avuto leadership asservite al regime, perfino corrotte, ha finito, grazie alla pressione della base, per sostenere e partecipare al movimento di rivolta contribuendo decisamente al suo successo. Sempre per pressione della base, la sua dirigenza, dopo aver accettato di partecipare al governo di unità nazionale di Mohamed Ghannouchi, è stata costretta subito a dimettersene. Oggi il l’Ugtt è trasformato nella forza propulsiva della rivoluzione più diffusa e organizzata. Lo scorso 23 aprile, all’incontro promosso dal sindacato locale a Ben Arous, cittadina a sud della capitale, della sessantina di partecipanti un buon terzo è costituito da donne; a presiederlo ci sono tre donne, una delle quali nera, tre uomini e due giovani maschi. L’incontro si è concluso col concerto di un gruppo ugualmente misto, che ha eseguito canzoni rivoluzionarie su musica tradizionale. Come da manuale, l’ultimo pezzo proposto è stato L’Internazionale, cantata in più lingue insieme al pubblico, che si è levato in piedi entusiasta e commosso.

Nessuna donna, al contrario, al tavolo della presidenza del Comitato per la salvaguardia della rivoluzione di Medina El Jedida, un altro sobborgo di Tunisi, riunito quello stesso giorno. Per la verità i sette uomini che presiedevano l’incontro, dedicato a riferire (lo fa un giurista accademico) e a discutere le decisioni dell’Istanza superiore, di tutto hanno l’aria tranne che di rivoluzionari: formali, impettiti, vestiti col tipico gessato scuro, sembrano piuttosto dei funzionari del vecchio regime. Ma, si sa, lo stile non è tutto: può darsi che la rigidità apparente nasconda cuori ribelli…
Densa di cuori palesemente ribelli è invece la grande assemblea – circa tremila partecipanti- che il 24 aprile, nel Palazzo dei Congressi di Tunisi, ha sancito l’unificazione fra due formazioni che si definiscono marxiste-leniniste: l’Mpd (Movimento dei patrioti democratici) e il Ptpdt (Partito del lavoro, patriottico e democratico). Nella dichiarazione finale denunciano «le manovre orchestrate da ambienti imperialisti » per confiscare al popolo e far fallire la rivoluzione tunisina e le altre del mondo arabo. Il pubblico – tanto folto da straripare nella hall, nei corridoi, nelle altre sale del Palazzo

Mohamed Ghannouchi

– non potrebbe essere più eterogeneo: donne e uomini, proletari e piccolo-borghesi, giovani e anziani, numerose coppie con figli. Per i quali sono stati organizzati giochi di animazione nel piazzale davanti al Palazzo. Mentre all’interno si discute delle manovre imperialiste, fuori un dj e due clown (una ragazza e un ragazzo) fanno ballare i bambini a suon di rap. L’atmosfera è calda, euforica, amichevole. Qui, come in qualsiasi incontro cui abbiamo partecipato, siamo accolti a braccia aperte come compagni.
Uno dei segni della potenza della rivoluzione ma anche dei tentativi di normalizzarla è che essa sia divenuta una sorta di logo. I suoi slogan, i suoi elementi iconografici principali – la bandiera nazionale, i ritratti di Mohamed Bouazizi e di Che Guevara – campeggiano ovunque, anche dove meno te lo aspetti. Perfino La Gazelle, la rivista patinata della Tunis Air distribuita gratuitamente sugli aerei, dedica il titolo e la foto di copertina del numero del primo trimestre 2011 alla «révolution du jasmin» (detta così a uso dei turisti). All’interno un articolo esalta la rivoluzione come fosse una delle tante attrattive turistiche del Paese.

La migliore libreria di Tunisi, in Avenue Bourghiba, ha una vetrina dedicata solo a libri e poster sulle malefatte del regime e sulla rivoluzione. In bella mostra c’è la riedizione di un libro pubblicato nel 1999 da La Découverte, Notre ami Ben Ali: l’envers du miracle tunisien, dei giornalisti Nicolas Beau et Jean-Pierre Tuquoi. All’epoca il volume scomparve dal mercato dei paesi francofoni in pochi giorni: i servizi consolari tunisini avevano ricevuto l’ordine di comprarne il maggior numero possibile di copie. All’interno della libreria campeggiano due ritratti del Che e una caricatura di Ben Ali con svastica, baffetti e postura alla Hitler.

Fotocopie sbiadite di caricature di Gheddafi, Mubarak e Ben Ali sono in vendita per un dinaro anche su un modesto banchetto ambulante che vende i quotidiani tunisini mainstream: un tempo asserviti al regime, oggi, cambiata la casacca, hanno conservato un certo conformismo e la tendenza a censurare tutto quel che sa di «disordine» e di sinistra. Ed è questa, finora, un’altra delle debolezze della rivoluzione: non disporre di organi d’informazione che la rappresentino e la raccontino degnamente e fedelmente.
Finora la rivoluzione ha appena scalfito – ma non potrebbe essere diversamente – tratti strutturali del regime come il sistema di corruzione, capillare e diffuso, e la tendenza a usare il potere, grande o minimo che sia, in modo arrogante o violento contro coloro che stanno più in basso.
Seduti con amici tunisini a prendere un caffè nella grande sala dell’hotel El Hana International ci è capitato di assistere a una scena esemplare. D’un tratto due agenti privati al servizio dell’albergo, alti e corpulenti, fanno irruzione nella hall trascinando un omino dall’aria dimessa che si agita disperato. Lo strattonano e lo schiaffeggiano senza vergogna davanti alla cinquantina di avventori, in gran parte tunisois di classe media, mentre lui protesta e cerca di liberarsi. I due bruti lo afferrano ancor più strettamente per le ascelle e quasi sollevandolo lo trascinano per la sala verso il corridoio di servizio che conduce all’aperto. Eccetto tre di noi – cerchiamo d’intervenire finché le guardie non ficcano lo sventurato in un gabbiotto esterno -, nessuno nella sala reagisce, anzi quasi tutti fingono di non vedere.

Le stesse gerarchie sociali, di classe e di potere, sembrano scarsamente intaccate dal processo rivoluzionario, anche a causa della crisi economica, aggravata dal crollo del settore turistico e del suo vasto indotto informale. Certo, la solidarietà popolare diffusa, la tendenza a soccorrere chi ha bisogno, la socialità densa, le relazioni faccia a faccia valgono a compensare le spietate disuguaglianze sociali.
Sono proprio questi tratti che hanno contribuito a far sì che atti individuali – il suicidio col fuoco di Mohamed Bouazizi e di altri – suscitassero, nelle regioni più povere del Paese, l’indignazione collettiva, che questa si trasformasse in rivolta, che la rivolta dilagasse ovunque diventando rivoluzione. E che questa determinasse l’incredibile accelerazione della storia alla quale la sorte ci permette oggi di assistere. Speriamo che il destino ma soprattutto l’opera degli umani siano generosi nei riguardi della rivoluzione del 14 gennaio e la conducano verso il traguardo che merita.

(5 maggio 2011)

Tunisia: sciolta la polizia politica

7 marzo 2011 Lascia un commento

Era una delle richieste da sempre e subito avanzata dal Fronte 14 gennaio, quello che dal primo giorno ha guidato -autorganizzandosi- le proteste tunisine che hanno portato alla caduta del regime di Ben Ali: sciogliere la polizia politica, che per anni ha abusato del suo potere tenendo sotto scacco tutti i militanti e gli attivisti del paese. Sciolta. Non esiste più.

Il premier del governo provvisorio instaurato in attesa delle elezioni previste per il 24 luglio prossimo, Beji Caied Essebsi ha fatto pronunciare al suo ministro dell’Interno un discorso più che chiaro che annuncia alcune misure che mirano alla “rottura definitiva con ogni forma di organizzazione simile alla polizia politica, sia a livello di struttura che di mandati e prassi.” Allo stesso modo è stato eliminata la direzione della sicurezza di Stato (!) e l’impegno del nuovo ministero è di rispettare la libertà e i diritti civili. «Queste misure – continua il comunicato del ministero dell’interno tunisino – sono in simbiosi con i valori della rivoluzione, nella preoccupazione di rispettare la legge, nel testo e nella pratica, e in ossequio al clima di fiducia e di trasparenza nei rapporti fra i servizi di sicurezza e il cittadino». Le misure – conclude la nota – «si iscrivono nella volontà di proseguire nell’azione già imbastita per contribuire alla realizzazione dei valori della democrazia, della dignità e della libertà».

 

Amnistia in Tunisia

2 marzo 2011 Lascia un commento

E’ quello che chiede a gran voce anche tutto il popolo egiziano! Fuori tutti, liberi tutti!
Oggi la Tunisia, attraverso la voce dell’avvocato Samir Ben Amor (attivista dell’Associazione internazionale per il sostegno dei prigionieri politici):
«Gli ultimi prigionieri politici in Tunisia sono stati liberati oggi» ha detto , aggiungendo che «in totale, a partire da lunedì sera, sono 800 i prigionieri politici liberati in gruppi e tra i 300 e 400 sono stati liberati oggi». L’amnistia generale decretata il 20 gennaio scorso dal governo provvisorio, sei giorni dopo la caduta di Ben Ali, è entrata in vigore in questi giorni. «Restano tuttavia una decina di detenuti, condannati per terrorismo durante il regime – ha detto ancora Ben Amor – sui quali continueremo ad insistere con le autorità».
E poi ci ostiniamo a voler dire che questi due popoli non voglion fare la rivoluzione! Mi sembra che ce la stanno mettendo tutta: intanto aprendo le gabbie delle proprie prigioni. In Egitto, durante i giorni di rivolta, si sono contati circa 17.000 detenuti evasi, ed ora tutte le piazze e le organizzazioni chiedono la liberazione di TUTTI i prigionieri politici ancora privati della propria libertà.

Rivolte libiche e bandiere del feudalesimo…

24 febbraio 2011 2 commenti

A me tutto questo sventolare della bandiera senussa di re Idriss mi inquieta.
Sarà il popolo libico a determinare le sue scelte, non sono una di quelle che mette etichette o pregiudizi, però questo sventolare una bandiera del feudalesimo non mi può trovare d’accordo. Almeno su Via Nomentana… la compagnerìa potrebbe aver il buon gusto almeno di sapere cosa sta sventolando. Andare contro al regime di Ghaddafi non può voler dire appoggiare il sistema medievale che vigeva precedentemente. Tutto qui.

Foto di Valentina Perniciaro _Carri armati per Il Cairo_

Leggo spesso commenti pesanti sulla “rivoluzione” egiziana: gli facciamo il pelo parlando di un golpe militare “democratico” a cui stiamo abboccando, e poi sventoliamo la bandiera di re Idriss come fosse rossa…bha. In Egitto c’è un processo in corso, così come nella vicina Tunisia estramemente diverso da quello che sta accadendo in Libia.
Conosco poco la situazione libica, ancor meno le spaccature tribali all’interno delle tre province che ora palesemente stanno guerreggiando tra loro, oltre che contro il loro folle dittatore e le migliaia di truppe mercenarie assoldate per sparare sulla popolazione in rivolta.
Oggi il bombardamento aereo ha toccato Zawia, il numero dei morti è sconosciuto ma ovviamente altissimo. Le strade, tutte le strade, per Tripoli strabordano di posti di blocco di truppe mercenarie, che sembra la Somalia…

Dobbiamo sostenere queste rivolte, sostenerle ma anche capirle.
Scindere quel che è accaduto in Tunisia ed Egitto da quel che sta accadendo nel territorio libico. Senza mettere per forza etichette, che dal nostro occidente ignaro delle dinamiche di quella terra, sarebbero sicuramente errate. Però vi prego, cerchiamo di non appropriarci di quella bandiera….bruciamola insieme alle altre che stiamo bruciando in questi giorni.
Giorni di rivolta e di popoli che alzano la testa, giorni inaspettati fino a poco fa.

Tunisia (6): ancora tumulti in strada. Un saluto al reporter francese ucciso.

18 gennaio 2011 1 commento

Tunisi_ Foto di Lucas Mebrouk Dolega, il giorno della sua uccisione

Tunisi_ Foto di Lucas Mebrouk Dolega, il giorno della sua uccisione

Tunisi_ Foto di Lucas Mebrouk Dolega, il giorno della sua uccisione

Ahmed Fria, nuovo ministro dell’Interno tunisino ieri ha dato i numeri della rivolta, quelli ufficiali e dichiarabili: ben 46 posti della Guardia Nazionale dati alle fiamme, 85 posti di polizia, 43 banche e 66 negozi. I morti sarebbero 78, i feriti altri 94.
Mentre avevo iniziato a scrivere questa mezza riga, stavo appunto per battere quello che i media principali riferivano dal risveglio, cioè di una Tunisi tornata alla calma e solamente presidiata in alcuni punti chiave…ma, come si poteva immaginare, erano chiacchiere, facilmente smentite pochi secondi dopo. Ad Avenue Bourghiba stavano marciando centinaia di persone in un corteo e pochi minuti fa sono stati dispersi da una carica della polizia, arrivata massicciamente, e dal lancio di numerosi e potenti lacrimogeni. Gli slogan sono sempre gli stessi, oltre a manifestare contro il partito dell’ex presidente Ben Ali, tenevano nelle mani molti filoni di pane! Insomma, la calma totale di cui parla la Bbc da ore è una barzelletta.
Anche Biserta è in piazza con centinaia di persone che chiedono senza mezzi termini le dimissioni di Mohammed Ghannouchi, attuale primo ministro e lo scioglimento del Rassemblement Constitutionnel Democratic (Rdc), partito dell’ex presidente e dell’attuale premier. Elicotteri sorvolano minacciosi il centro città.
Nel frattempo nei dintorni l’aria si surriscalda…in Algeria ieri 4 disoccupati si sono dati fuoco e uno, Maamir Lofti, è morto poco dopo, in Mauritania stessa cosa…in Libano in questa settimana ci sono state molte manifestazioni contro il carovita e qualche ora di coprifuoco notturno nei quartieri meridionali di Beirut; in Giordania c’è stato un grosso corteo davanti la sede del parlamento con gli stessi slogan che rimbombano nel Maghreb ed il re Abdallah II ha ordinato la riduzione immediata del 10% dei prezzi degli alimenti e della benzina. Cosa che non ha molto cambiato la situazione.

Un lancio d’agenzia “simpatico” viene da quel miracolo della natura che è l’isola di Lampedusa, attuale sede di una prigione per migranti. E’ sbarcato un lussuosissimo yacht, venerdì sera, dopo una richiesta di soccorso per un’avaria ai motori. Una volta attraccato i due componenti dell’equipaggio hanno detto che la proprietà era del nipote di Ben Ali e che loro avevano il compito di “portarlo in salvo”. Hanno poi presentato domanda di asilo politico, ora al vaglio della Questura di Agrigento.

E’ morto invece Lucas Mebrouk Dolega, fotografo dell’Epa che venerdì scorso era stato colpito da un lacrimogeno: è stata dichiarata la sua morte celebrale a causa dell’encefalogramma piatto. Trentadue anni, fotografo con una grande esperienza di tumulti e di Maghreb, è morto sul lavoro, sulle strade dove amava scattare. Lo salutiamo con i suoi ultimi scatti.

Tunisi_ Foto di Lucas Mebrouk Dolega, il giorno della sua uccisione

Tunisi_ Foto di Lucas Mebrouk Dolega, il giorno della sua uccisione

Qui le pagine precedenti dedicate alla rivolta del carovita tunisina: LINK!

Tunisia (5): Carceri in rivolta ed evasioni di massa

15 gennaio 2011 2 commenti

 

Queste sono le notizie che vorrei dare quotidianamente, quelle che emozionano parola dopo parola e rendono difficile la scrittura.

Un paese che sta provando a liberarsi, la Tunisia, e passo passo sta tentando di mettere su strada quelli che sono i percorsi normali di un processo non dico rivoluzionario ma sovversivo e “liberatorio”.

E allora non si può passare che da lì…la liberazione di un popolo non può che passare per le celle delle proprie galere, non può che tranciare sbarre e abbatter blindati, non può che liberare i corpi reclusi e donare a loro nuova vita. E così la lista di nomi è lunga: sono circa mille i detenuti evasi solo dal carcere del Kasserine (una delle zone più calde della rivolta). Al-Jazira racconta che il direttore del centro ha deciso di aprire le celle, dopo una rivolta così violenta da non poter essre fronteggiata. Ma si è scappati ovunque nel paese e ovviamente qualche detenuto c’ha pure lasciato la pelle.
Nelle fiamme a Monastir, tra le pallottole della polizia a Madhia, a Sfax e Kairouan, a Biserta e Kram, a Cartagine e a Tunisi, nel carcere del centro città. Si parla di un centinaio morti tra i detenuti in rivolta di tutte le carceri tunisine e di migliaia di detenuti, ma poi arrivano conferme che sessanta morti sarebbero solo quelli contati nel carcere di Monastir, dove la tragedia è stata pesante. La rivolta ha portato i detenuti ad incendiare i propri materassi all’interno di uno dei bracci della prigione, dopo che dall’esterno si era provato ad abbattere i muri di recinzione con dei trattori, ed ora gli ospedali sono pieni di corpi devastati dalle fiamme.

Nel frattempo scende la sera e le strade, soprattutto dei sobborghi di Tunisi, si svuotano della popolazione a causa del coprifuoco; la voce diffusa è che le bande di cui si parla che starebbero saccheggiando e terrorizzando un po’ tutti sono uomini fedeli all’ex presidente Ben Ali, tanto che in molti quartieri la popolazione si sta autorganizzando e creando barricate per rendere più difficile la circolazione ai “razziatori”.

 

Tunisia (4): Stato d’emergenza in tutto il paese dalle 17

14 gennaio 2011 1 commento

Davanti al ministero dell'Interno di Tunisi, poco fa (Photo credit should read FETHI BELAID/AFP/Getty Images)

FLASH ORE 19: AL-JAZIRA COMUNICA CHE BEN ALI STAREBBE PER LASCIARE LA GUIDA DEL PAESE. TRA POCHI MINUTI DOVREBBE ESSERCI L’ANNUNCIO UFFICIALE, MENTRE GIRANO VOCI CHE LUI SIA GIA’ A PARIGI o a MALTA SOTTO PROTEZIONE LIBICA. I SUOI FAMILIARI SONO STATI ARRESTATI

Ieri sera e questa mattina i nostri media cercavano di dirci che la situazione stava tornando sotto controllo, che il presidente avrebbe abbassato i prezzi, ordinato ad esercito e polizia di smettere di sparare, che non si sarebbe ricandidato alle prossime elezioni…addirittura cercavano di dire che le settimane turistiche primaverili prenotate nelle coste tunisine non dovevano essere annullate perchè la situazione sarebbe velocemente rientrata in tutto il paese.  In realtà sono stati rimossi tutti i membri dell’attuale governo con la promessa di elezioni anticipate entro 6 mesi,  in pieno pomeriggio è stato dichiarato lo stato d’emergenza (quindi anche il coprifuoco) in tutto il paese a partire dalle 17 e il conto dei morti solo a Tunisi degli scontri della tarda serata di ieri è di 13 ragazzi uccisi dai proiettili di polizia ed esercito. E’ stato tentato l’assalto da parte di molte centinaia di persone della sede della banca centrale e del Ministero dell’Interno che la polizia ha difeso con un massiccio lancio di lacrimogeni e molti spari.

Le ultimissime parlano di spazio aereo chiuso e aereoporto di Tunisi occupato dall’esercito, coprifuoco in TUTTO il paese dalle 18 alle 6 di domani mattina per “preservare la sicurezza dei cittadini e la salvaguardia dei beni”. “E’ vietata ogni riunione di più di tre persone sulla pubblica via.

(Photo credit should read FETHI BELAID/AFP/Getty Images

Le forze di sicurezza e dell’esercito nazionale possono fare uso delle armi contro qualsiasi persona sospetta che non rispetti l’ordine di fermarsi o che cerchi di fuggire”. Poco dopo l’annuncio dello stato d’emergenza, alle 17, si sono udite sparatorie nel centro di Tunisi di cui ancora si sa poco, mentre sta bruciando in questi minuti la stazione centrale (a pochi passi dall’ambasciata italiana) e una concessionaria di auto di proprietà di un familiare di Ben Ali. Ansamed ci dice da pochi minuti di incendi in corso a Le Kram (periferia settentrionale di Tunisi) vicino alla zona fieristica dove la popolazione sta accorrendo sulla spiaggia per sfuggire al fumo asfissiante di cui ancora non si conosce l’origine. Incendi anche a Radsh, dove bruciano due banche, il commissariato, il municipio e la sede locale dell’ufficio delle finanze, senza che alcun uomo in divisa si veda nei paraggi.

L’unica notizia positiva è la liberazione di Hamma Hammami, leader del Pcot, arrestato mercoledì mattina a Tunisi nella sua abitazione poco dopo aver rilasciato un’intervista.

QUI le precedenti notizie sulla rivolta del carovita tunisina di questi ultimi giorni

Tunisia: un resoconto di queste ultime ore

12 gennaio 2011 1 commento

Alle 16 il bilancio della giornata parla già di “almeno dieci morti” in tre diverse città tunisine: Douz, Dagache e Qabali. E’ difficile seguire le notizie proprio per la quantità di mobilitazioni simultanee presenti in numerosissime città del paese. Proprio a Douz è stato registrato anche il suicidio di un docente universitario dopo i due morti avvenuti, questo è quanto viene riferito dalla tv satellitare Al-Arabiya. A Sfax, dove già dalla prima mattinata sfilavano in piazza più di ventimila manifestanti, ci sarebbero due ragazzi colpiti alle gambe da pallottole esplose dai militari: la polizia si sta ritirando per lasciare la città in mano all’esercito. Nemmeno Tunisi è stata risparmiata: violenti scontri e l’uso di pesanti lacrimogeni che stanno torturando i ribelli, insieme al fischio dei proiettili che sempre più spesso taglia l’aria anche a pochi passi dalla sede del Consiglio dei ministri. Qui si è parlato per un paio d’ore di due giornalisti del Tg3 aggrediti dai manifestanti proprio nel centro della capitale, ma poco fa è stata la stessa Maria Cuffaro a raccontare all’Adnkronos che l’aggressione subita da lei e dal suo operatore è stata opera di poliziotti in borghese, che hanno preso e danneggiato la telecamera, manganellato l’operatore e lanciando a terra la giornalista.

Ben Ali, riferisce poco fa Al-Jazira, ha convocato il Parlamento per domani alle 14, per discutere della situazione. Chissà quanti altri morti ci saranno da qui a domani; le immagini che sempre più numerose affollano la rete, provengono sempre più spesso dagli ospedali che non riescono a reggere il numero dei feriti in continuo arrivo.
La nottata è stata pesante come le precedenti: retate e perquisizioni, estremamente violente, sono avvenute in molte località del paese e ancora non si riesce ad avere un numero preciso delle persone in stato di fermo o arresto. Oggi invece, il neo ministro dell’Interno Ahmad Faria, ha ordinato l’arresto di Hama al-Hamami. Ex detenuto politico scarcerato nel 2002, portavoce del Partito Comunista del Lavoro (fuorilegge nel paese) e leader della rivolta dei disoccupati:  sarebbe stato prelevato dalla sua abitazione insieme al suo avvocato, trovato all’interno dell’appartamento.
Nell’attesa di nuovi aggiornamenti segnalo una notizia da Tozeur, città alle porte del deserto del Sahara, dove da circa tre ore il tribunale è avvolto dalle fiamme.

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