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Port Said: quando l’Egitto parla di autogestione e lotte operaie

27 febbraio 2013 2 commenti

Leggo questo reportage da Port Said col cuore sospeso.
Perché appena caduto Mubarak, dopo nemmeno 4 giorni,
siamo corsi proprio lì a vedere come la rivoluzione procedeva (in quei giorni si gioiva e basta) in quel territorio e in quello di Mahalla al-Kubra e Tanta, due importanti centri industriali e tessili del paese.
Mahalla aveva vissuto i grandi scioperi,
la chiusura forzata e continuativa delle fabbriche, le braccia incrociate nei campi di cotone…
Port Said era una città praticamente a rilento.
Il canale di Suez che mai per decenni e decenni si era fermato non vedeva muoversi una goccia d’acqua : gli scioperi che avevano bloccato tutto stavano terminando ma il giubilo era troppo perchè si potesse tornare ai ritmi soliti in poco tempo.
Una situazione elettrizzante, che poi ha subito anche lo sventramento di tutta la vicenda dei 75 morti allo stadio: pagina buia, molto buia del nuovo Egitto, soprattutto con le 21 condanne a morte.
Dove a pagare son sempre gli stessi, e non i mandanti e i responsabili politici.

Col cuore sempre in subbuglio seguo le vicende di quelle città, sempre obnubilate dallo spazio dato a Tahrir, almeno sulla stampa europea.
quindi queste righe pubblicate oggi da Infoaut sono una boccata d’aria: a dir poco bella!
buona lettura

Egitto. L’autogestione di Port Said e le lotte operaie

Una realtà senza precedenti si sta realizzando nella città di Port Said: una completa autogestione, un rifiuto di tutto ciò che rappresenta l’autorità. Una realtà che i protagonisti delle lotte egiziane di questo momento – i lavoratori – stanno cercando di riprodurre anche in altre città.

Port Said è diventato un luogo completamente nelle mani del popolo. All’entrata della città, se in passato molti erano i posti di blocco della polizia, adesso si trova un check-point formato però dagli abitanti, soprattutto lavoratori in sciopero, autoproclamatisi “polizia popolare”. La stessa cosa vale per il traffico: non più vigili urbani, ma giovani, studenti e lavoratori che autogestiscono il traffico urbano. photo P1000147_3308x2481_zps07e33c93.jpg

Disobbedienza civile: ciò che caratterizza adesso la città è un completo rifiuto del governo di Morsi in tutte le sue forme, dunque cacciata della polizia, rifiuto del lavoro e del sistema scolastico governativo.

Per quanto riguarda il fattore “sicurezza”, con l’autogestione, le strade risultano adesso più sicure che mai. La polizia – a seguito delle proteste di piazza, della rabbia popolare seguita alle 21 condanne a morte legate alla strage di Port Said e alle 40 vittime dei successivi scontri – la settimana scorsa si è vista costretta ad accettare di lasciare la città nelle mani del popolo.
Il governo Morsi ha accettato di richiamare la polizia sia per le inconfutabili prove video che mostrano poliziotti del regime sparare ed uccidere a  photo P1000148_3308x2481_zpsc574a820.jpgsangue freddo i manifestanti, ma anche perché convinto che una città da sola non avrebbe potuto autogestirsi e che Port Said avrebbe richiesto l’intervento del governo per sedare le probabili rivolte. Invece la realtà è molto diversa e mostra che una città senza le “forze dell’ordine” è più sicura e vive meglio. 

Vi è poi un tacito accordo che permette all’esercito (maggiormente rispettato dal popolo in quanto tradizionalmente meno legato al regime rispetto alla polizia, emanazione questa del potere e dei servizi segreti) di presidiare i punti nevralgici della città, ma senza potere di intervento.

Dunque la realtà è questa: militari inermi a presidiare luoghi come il tribunale e l’importantissimo porto (adesso in sciopero) e la “polizia popolare” che si occupa della sicurezza nella città.
Il rifiuto di tutto ciò che rappresenta l’autorità si ritova nella pratica di non pagare tasse governative e bollette, rifiutando anche qualunque comunicazione con il governo sia centrale che locale.

La chiusura del governo centrale e l’autorganizzazione di mezzi e modi di produzione, rendono l’esperienza di Port Said una realtà senza precedenti ed una sperimentazione di un nuovo modo di vivere, di produrre, di esistere.

Le fabbriche sono chiuse, il traffico marino è bloccato, si produce ciò solo che serve e rimangono aperti solo i servizi necessari.
 photo P1000156_3308x2481_zpsd8cf9433.jpgSi produce il pane (nella foto a destra un negozio che vende pane a prezzi popolari; i cartelli indicano le ragioni della protesta); gli alimentari, gli ospedali e le farmacie rimangono aperti. In ogni fabbrica, sono gli operai a decidere se continuare la produzione o meno e la risposta generale adesso è NO. Prima giustizia, prima completamento della rivoluzione e poi, semmai, ripartirà la produzione.

Una nuova forma di autorganizzazione si sta sperimentando anche nelle scuole. Queste rimangono aperte ma le stesse famiglie di Port Said rifiutano di mandare i propri figli nelle scuole del governo. Proprio in queste ore insegnanti e comitato popolare stanno cercando di organizzare scuole popolari nella piazza centrale, rinominata la Piazza Tahrir di Port Said, in cui, accanto alle materie scolastiche si vorrebbero insegnare la giustizia sociale e i valori della rivoluzione egiziana.

Una realtà che può sembrare impossibile. Anche sulle pagine di questo portale abbiamo in passato raccontato l’esperienza di Port Said con altri occhi. Ma dopo la condanna a morte dei 21 imputati per la mattanza dello stadio, una nuova coscienza popolare è sorta in questa città, probabilmente in passato molto tradizionalista. Infatti, ad essere condannati sono stati 21 giovani, prevalentemente studenti, mentre la colpa della mattanza va ricercata in ambito politico; la sentenza sembra essere stata più un contentino dato a chi cercava giustizia. Nessuno degli imputati proviene dalle fila della polizia o dello stato e dei suoi servizi segreti. Questo Port Said l’ha capito e, appena le condanne a morte sono state emesse, sono scoppiati forti proteste che hanno portato all’uccisione di una quarantina di manifestanti, alcuni dei quali addirittura durante i funerali delle vittime degli scontri di piazza. Da qui è iniziato lo sciopero, la disobbedienza civile.

Una realtà che anche noi stessi, prima di vederla con i nostri occhi, non avremmo mai immaginato.

Una rabbia, inizialmente nata da una voglia di giustizia per le condanne a morte e per le successive 40 vittime, ma che poi è cresciuta ed è diventata politica. Il forte protagonismo operaio, la crescita di coscienza della popolazione di Port Said hanno reso questa protesta una lotta senza precedenti che tanto fa tremare il regime di Morsi. Una lotta che, se realizzata anche in altre città, potrebbe veramente mettere il regime in ginocchio.

Adesso non si chiede più, come era appena una settimana fa, di non punire i cittadini di Port Said per colpe che invece ha commesso il regime. Adesso si chiede una giustizia per tutte le vittime della rivoluzione, adesso si chiede a gran voce la caduta del regime. 

Nella giornata di lunedì una grande manifestazione si è tenuta nelle strade di Port Said: photo P1000180_3308x2481_zps582517b6.jpg sindacato indipendente dei lavoratori, studenti, movimento rivoluzionario, in molti sono scesi in piazza, in molti sono partiti dal Cairo per portare solidarietà ai lavoratori ed alla città in lotta. Un grande corteo ha invaso le strade della città, appellandosi ad uno sciopero generale in tutto il paese. 

Intanto altre città egiziane hanno in queste ultime settimane sperimentato grandi scioperi: a Mahalla, Mansoura, Suez gli operai di molte fabbriche hanno incrociato le braccia per settimane. Allo stesso modo in centinaia sono scesi in piazza per invocare lo sciopero generale in tutto il paese, molte le scuole e le università che hanno annunciato un prossimo sciopero generale. Molti i lavoratori ed i settori sociali che stanno scioperando senza però riuscire – per adesso – a generalizzare lo sciopero e la lotta, come avvenuto invece a Port Said.

Non si sa quanto quest’esperienza, chiamata “la comune di Parigi egiziana”, possa continuare. Sicuramente è difficile portare avanti una lotta di questo genere in un momento in cui il potere centrale potrebbe staccare acqua ed elettricità e, per ora, se non lo fa è solo perché teme maggiori espolosioni di rabbia. Inoltre, il proseguimento o meno dello sciopero dei lavoratori, è fortemente legato alla possibilità che questo si generalizzi e si riproduca anche in altre città.

Inizialmente gli abitanti di Port Said avevano annunciato di voler continuare lo sciopero fino al 9 prossimo marzo – data in cui verranno confermate le 21 condanne a morte – adesso, con il protagonismo dei lavoratori, il futuro si presenta incerto, ma sicuramente ricco di potenzialità.
Le difficoltà al momento potrebbero sembrare tante, ma la presa di coscienza di tutto il popolo (dunque non solo operaia), la pratica del rifiuto del regime, l’autorganizzazione, sono tutti elementi che sembrano dare delle prospettive positive a queste lotte.

La corrispondente di Infoaut dall’area mediorientale

Leggi anche: Lo stupro del branco come arma politica

Rivoluzione Egiziana: istruzioni per l’uso

17 giugno 2012 1 commento

ASSOLUTAMENTE DA LEGGERE,
dal blogger Hossam el-Hamalawy, che da anni segue gli sciopero e la lotta di classe di Egitto.

Mentre parecchi in Egitto stanno piangendo la “morte della rivoluzione” ed il conseguente “colpo di stato militare”, è ora di sottolineare, o di ri-sottolineare, alcuni punti:

Foto di Hossam el-Hamalawy

1- Parlare di un colpo di stato militare nel giugno 2012 significa credere che, sin dal rovesciamento di Mubarak, l’Egitto abbia avuto un governo civile, il che è completamente ridicolo. Il colpo di stato è più o meno iniziato l’11 di febbraio 2011, quando i rivoluzionari sono riusciti a scalzare Mubarak, che venne rimpiazzato dai suoi generali.

2- Fin dall’inizio la giunta militare sta utilizzando tutte le sue armi costituzionali, legali e politiche per influenzare il processo [rivoluzionario], e non hanno esitato ad utilizzare i proiettili ogni qual volta che il loro “soft power” non falliva nell’intento.

3- Tra i vari attori politici, la giunta militare è quella che più di tutti vuole il “passaggio del potere” ad un governo civile. Durante la scorsa settimana i veicoli da trasporto truppe ed i camion militari erano in giro per le strade per distribuire comunicati ed per incoraggiare la gente ad andare a votare al secondo turno. Messaggi simili, sia indiretti che espliciti, sono trasmessi in continuazione dalle tv pubbliche. La giunta vuole “mollare” , tornare alle caserme con le garanzie legali, politiche e costituzionali che non verrà toccata la loro posizione, i privilegi, il potere decisionale ed il controllo sull’economia. In breve: sognano il vecchio “modello turco”.

4- Una rivoluzione non si fa in 18 giorni o 18 mesi. Se siamo tutti d’accordo che questa è una guerra con il regime che durerà per diversi anni, allora perché tutti sono improvvisamente preda al panico e stanno dicendo che è finita? Qualcuno credeva che la rivoluzione fosse una curva lineare di vittorie? Sicuramente stiamo attraversando un periodo catastrofico in cui la controrivoluzione è all’attacco, ma non dobbiamo credere che la rivoluzione sia finita. Quante volte nell’ultimo anno e mezzo è stato detto ed è stato scritto “È finita! La rivoluzione è sconfitta”, solo per poi essere sorpresi da una ripresa delle proteste di piazza, delle occupazioni e degli scioperi che hanno costretto la giunta a fare dei passi indietro?

Foto di Hossam el-Hamalawy

5- Questa rivoluzione ancora non ha una leadership semplicemente perchè nessuno dei gruppi politici esistenti ha un radicamento territoriale sufficiente per dirigerla. Per questo qualsiasi accordo politico tra lo SCAF [letteralmente: consiglio supremo delle forze armate, la giunta militare NdT] ed una qualsiasi forza politica con lo scopo di attenuare le proteste e gli scioperi è inutile.

6- Gli scioperi, che incarnano l’unica speranza per rovesciare il regime, non seguono mai in un percorso lineare verso l’alto. Proprio come le proteste di piazza, gli scioperi hanno flussi e riflussi. Eppure, rimane un fatto: l’ondata di scioperi è entrata nel suo sesto anno consecutivo, senza la prospettiva di una loro fine, semplicemente perché le ragioni oggettive e strutturali del suo scoppio sono ancora lì, e nessun candidato presidenziale, né un profeta può risolvere questi problemi finché il regime neoliberista rimane al suo posto.

7- Gli scioperi, anche se non sotto una leadership unificata, hanno visto ripetuti scontri diretti con l’esercito, cori contro la giunta militare, così come degli attriti con i parlamentari della Fratellanza Musulmana o dei salafiti che nelle loro zone hanno cercato di attenuare le mobilitazioni, oppure non si sono preoccupati di intervenire in sostegno dei lavoratori.

8- La stessa opposizione islamista è piena di contraddizioni e spaccature interne. Lo spettacolo penoso dato in parlamento (ora disciolto), la collaborazione con la giunta nell’anno passato, e l’incapacità di ottenere un qualsiasi vantaggio nazionale concreto per il popolo durante la breve e defunta legislatura può solo significare che potrebbe potenzialmente aumentare la disillusione tra i poveri ed i giovani.

9- Ci sono buone ragioni per aspettarsi alcuni mesi difficili davanti a noi. L’apparato del (formalmente) disciolto Partito Nazionale Democratico [il partito di Mubarak, n.d.t.] in queste elezioni aveva fortemente sostenuto Shafiq, e i membri del partito si sono sentiti a loro agio ad uscire allo scoperto dopo essere scomparsi per un anno dagli occhi dell’opinione pubblica. I capi della sicurezza di Mubarak sono stati tutti assolti, e ogni giorno ci sono notizie di agenti di polizia e caporali prosciolti da ogni accusa relativa all’omicidio di manifestanti. Anche se la legge di emergenza è stata revocata ufficialmente due settimane fa, il ministro della Giustizia ha concesso alla polizia militare ed ai funzionari dell’intelligence il potere di arrestare i civili . Senza un parlamento o di una costituzione in vigore, l’elezione di Shafiq come presidente porterà a dei severi provvedimenti contro gli attivisti democratici, i gruppi di opposizione, ed i rivoluzionari, con il pieno appoggio della SCAF.

10- La prossima ondata di repressione non la farà finita con la rivoluzione. Ancora una volta, ci vorranno diversi anni per permettere alla polvere di depositarsi. Il campo rivoluzionario non dispone degli strumenti essenziali per contrattaccare, in altre parole, non dispone di un’organizzazione nazionale dei settori più avanzati dei lavoratori e dei movimenti giovanili e di un fronte coerente e unito che coordini i diversi gruppi rivoluzionari nella capitale e nelle province. E in questi tempi difficili, quando la controrivoluzione va a tutta forza, la necessità di una tale organizzazione diventa sempre più urgente.

* Hossam El-Hamalawy è un giornalista indipendente ed attivista egiziano. Attivo fin dai tempi della dittatura è un membro di spicco dei Socialisti Rivoluzionari. Il suo blog è uno dei più seguiti in patria ed all’estero http://www.arabawy.org/ .

Titolo originale in inglese “The troubled revolutionary path in Egypt. A return to the basic”

Fonte: http://www.jadaliyya.com/pages/index/6012/the-troubled-revolutionary-path-in-egypt_a-return-

Traduzione a cura di Emanuele Calitri
International Tahrir 

Il muro di Mohammed Mahmoud, foto di Hossam el-arabawy

Il muro di Mohammed Mahmoud, foto di Hossam el-Hamalawy

Egitto: sciopero generale !

12 febbraio 2012 1 commento

Così come lo scorso anno la caduta del regime non è stata frutto solamente dello spontaneismo e dell’imponenza di Tahrir,
ma dell’enorme lavoro portato avanti in anni di lotte sui posti di lavoro, nei campi, negli scioperi generali, nel canale di Suez e nelle fabbriche…
Così ora è nelle loro mani l’avanzata di un processo rivoluzionario.
Nessuna altra strada esiste se non il portare il conflitto e la lotta nella quotidianeità dei posti di lavoro, tutti; con la nascita costante di organizzazioni capaci di canalizzare le energie e creare una coscienza di classe e operaia in grado di spazzar via gli anfibi del regime, così come quelli dell’esercito che dovrebbe garantire la transizione,
e che ovviamente sta garantendo solo la repressione, il terrore, l’annullamento del processo rivoluzionario.
LUNGA VITA ALLA RIVOLUZIONE EGIZIANA… TAHRIR IN OGNI POSTO DI LAVORO!

Vi allego, come sempre 😉 un articolo di Infoaut

Secondo gli organizzatori è stato “un vero successo!” lo sciopero generale del movimento rivoluzionario egiziano. E a parlare sono anche le cifre, come sempre ridotte all’impossibile, che sono state costrette a rendere note le fonti ufficiali: “almeno il 60% dei lavoratori”. La grande iniziativa di lotta era stata lanciata in un percorso politico e sociale tutto in salita perché se è vero che sabato scorso era il primo anniversario delle dimissioni di Mubarak non era affatto scontato che l’occasione da farsa celebrativa (per il potere) si tramutasse in giornata di lotta in continuità con il processo rivoluzionario.
Gli Imam e gli esponenti politici di spicco del movimento islamista moderato dei Fratelli Musulmani si erano sgolati tutta la settimana per sabotare lo sciopero
condannandolo duramente e invitando gli egiziani a non prendere parte all’iniziativa che avrebbe potuto trascinare nel caos l’economia egiziana. In perfetta sintonia con la fazione islamista anche i rappresentanti politici e clericali della comunità cristiana che si sono uniti al coro del ritorno all’ordine e alla pace sociale.
Eppure lo sciopero c’è stato e ha fatto male alla controparte individuata dal movimento nella giunta militare, lo Scaf, che venerdì in una nota si era detto molto preoccupato per i complotti in corso contro lo stato e per uno sciopero che a dir loro avrebbe messo a repentaglio gli esiti della rivoluzione.

Foto di 3arabawy

All’indomani della strage dello Stadio di Port Said il movimento ultras di Piazza Tahrir aveva fatto appello alla vendetta contro la giunta militare ritenendola responsabile della punizione contro una delle tifoserie più attive della piazza rivoluzionaria. Ne erano seguiti giorni di scontri violentissimi nei pressi del Ministero degli Interni in cui erano stati uccisi dalla polizia anche numerosi manifestanti. Lo sciopero generale di sabato era stato indetto proprio in questo contesto altamente conflittuale anche con l’obiettivo di dare uno sbocco alla forza politica che il movimento stava esprimendo sulle barricate. Solo venerdì decine di migliaia di manifestanti erano riusciti a raggiungere il Ministero della Difesa scandendo lo slogan delle ultime settimane “il popolo vuole giustiziare il federmaresciallo” esortando a continuare la lotta e a costruire per il giorno dopo (il sabato dello sciopero) una importante iniziativa.

Allo sciopero generale, oltre a settori del pubblico e del privato, hanno preso parte anche diverse università e moltissimi studenti medi che fin dalle prime ore del mattino hanno presidiato gli edifici dei propri istituti per poi muoversi in corteo scandendo slogan contro lo Scaf. In questo modo il processo rivoluzionario si è mostrato per quello che è: radicatissimo nel cuore dei rapporti sociali del paese, tra fabbriche, università e quartieri.

Lo sciopero generale di sabato è riuscito a raggiungere i suoi obiettivi: ha mostrato la completa autonomia del movimento, è riuscito a dare sbocco politico e sociale all’alta conflittualità raggiunta negli scontri di piazza degli ultimi giorni, e, elemento decisivo, sta continuando a provocare le controparti (Scaf, potere esecutivo, e Fratelli Musulmani, potere legislativo) facendole emergere per quello che sono: il blocco reazionario in marcia. Viste le cifre di adesione allo sciopero c’è da chiedersi quanti elettori del movimento islamista vi hanno preso parte non curanti degli appelli ad andare al lavoro ripetuti dalla fratellanza, e come avranno digerito le dichiarazioni dei propri eletti all’assemblea parlamentare che per alcuni giorni hanno parlato in sintonia con le dichiarazioni della giunta militare evocando complotti contro lo stato di chissà quale potenza oscura.

Un nuovo goal per il movimento rivoluzionario egiziano, che c’è da crederlo fino a quando non raggiungerà l’obiettivo minimo di scacciare i militare dal potere non lascerà la piazza, ma anzi sembra proprio ben attrezzato per raggiungere anche ben altri e importanti grandi scopi.

LEGGI IL RESTO SULL’ EGITTO: QUI

Finalmente il movimento rivoluzionario egiziano si distacca dalla fratellanza, a suon di ceffoni !

1 febbraio 2012 3 commenti

La cosa era nell’aria,  già da qualche settimana precedente le commemorazioni per l’anniversario, il primo , di quella che ormai chiamiamo “rivoluzione egiziana”.

Foto di Valentina Perniciaro, pane caldo per il Cairo

La vittoria delle elezioni, schiacciante,  ha aperto a nuovi scenari, non poi così inaspettati: la cosa che speravo, e che sembra stia iniziando ad avvenire con una cadenza quasi quotidiana, è che la piazza (tutte le piazze egiziane) capissero che quel tipo di potere, colluso ed accondiscendente da sempre con i meccanismi e i meandri del regime di Mubarak, non è altro che un rivale, l’ennesimo servo del “tutto rimarrà immutato, malgrado voi e la vostra Tahrir”.
E così già la scorsa settimana, nel 25 gennaio ormai simbolo di liberazione, il corteo più radicale e partecipato, che ha puntato subito verso il Maspero si è già caratterizzato come una manifestazione che NON desiderava alcuna partecipazione da parte della fratellanza musulmana.
Se ne potevano rimanere a Tahrir, sotto i loro due enormi palchi, troppo enormi e sfarzosi per piacere a chi è stato abituato a cucire le proprie ferite nelle tende della piazza, tra uno sgombero ed una carica.
Insomma… eccolo il nuovo terreno di scontro che dobbiamo osservare ed alimentare. Ecco quel che dobbiamo imparare a conoscere del nuovo Egitto, ai suoi primi vagiti.
Sperando che questo movimento rivoluzionario sappia trovare le capacità organizzative necessarie, che sappia entrare nelle fabbriche e nei campi, che sappia spazzare via i servi di regime, qualunque maschera indossino.

VI LASCIO CON UN ARTICOLO PRESO DA INFOAUT, che ringrazio

Duri scontri tra il movimento rivoluzionario e i Fratelli Musulmani al Cairo. Almeno 40 i feriti. E’ l’episodio più cruento mai avvenuto fino ad ora nell’ambito dei regolamenti di conti tra i soggetti politici emersi nell’immediato post-Mubarak e le forze sociali rivoluzionarie egiziane.

Doveva essere il pomeriggio delle celebrazioni ufficiali per il nuovo parlamento insediatosi dopo le elezioni con tanto di intervento del premier Kamal El-Ganzouri, e invece l’attenzione si è concentrata sulle strade intorno all’edificio dove i cortei convocati dal movimento rivoluzionario sono entrati in collisione con il servizio d’ordine, armato di tutto punto (anche di manganelli teaser), dei Fratelli Musulmani. Il movimento islamista moderato a quanto pare non poteva sopportare che i protagonisti della rivoluzione gli rovinassero la festa per la schiacciante vittoria conseguita alle elezioni politiche.

Foto di Valentina Perniciaro _una strada in salita, molto, ma da percorrere assolutamente_

Foto di Valentina Perniciaro _una strada in salita, molto, ma da percorrere assolutamente_

Più di 40 organizzazioni rivoluzionarie avevano indetto per oggi, il martedì della perseveranza, diversi cortei che si sarebbero dovuti concludere con un presidio unitario nei pressi del parlamento. L’obiettivo dei manifestanti era contestare lo Scaf rivendicandone lo scioglimento e la messa a giudizio da un tribunale, e l’immediata convocazione delle elezioni presidenziali per l’11 febbraio (data delle dimissioni di Mubarak). Ma invece di trovare solo i plotoni della polizia militare a difendere uno dei palazzi del potere questa volta il movimento si è trovato di fronte anche il servizio d’ordine dei Fratelli Musulmani.

Che la tensione era salita alle stelle era già chiaro dalle iniziative del 25 gennaio. Durante il primo anniversario dell’inizio della rivoluzione più di 2milioni di egiziani avevano raggiunto piazza Tahrir per dare continuità alla lotta contro lo Scaf. Spesso in quell’occasione lo slogan “irhal!”, “vattene!”, da sempre rivolto contro Mubarak o gli uomini del vecchio e attuale regime, venne gridato da migliaia di manifestanti in faccia ai portavoce dei Fratelli Musulmani che si alternavano sul palco del movimento islamista. Non è servito a niente alzare il volume dell’impianto audio che per coprire la contestazione pompava versetti del corano a tutto volume visto che i numerosi contestatori per esprimere ancora meglio l’ostilità politica contro “La Fratellanza” alzarono le scarpe minacciosamente in aria.

Foto di Valentina Perniciaro _l'Egitto e il potere_

Foto di Valentina Perniciaro _l'Egitto e il potere_

I Fratelli Musulmani che non hanno mai aderito ufficialmente al movimento rivoluzionario, oggi godono, con il loro partito Libertà e Giustizia, di 235 seggi su 498 e di ben 12 commissioni parlamentari su 19. Da subito configuratisi come forza politica del “ritorno all’ordine e alla pace sociale” sono entrati fin dalle prime ore post-Mubarak in perfetta sintonia con lo Scaf di cui hanno appoggiato la proposta delle (leggere) riforme costituzionali al posto dell’elezione dell’assemblea costituente come reclamato dalla piazza rivoluzionaria. I Fratelli Musulmani si sono caratterizzati come uno degli elementi attivi della transizione democratica in senso reazionario e gli eventi di oggi approfondiscono radicalmente l’abisso tra il movimento rivoluzionario egiziano e le forze della contro-rivoluzione. La frattura post-islamista praticata dal movimento rivoluzionario tunisino ed egiziano non poteva avere solo come nemici le persistenze del vecchio regime ma anche le formazioni politiche islamiste che un tempo seppur avendo vissuto all’opposizione dei Rais, non hanno poi esitato un solo istante a collocarsi nel nuovo scenario politico istituzionale come forze reazionarie e organizzate per bloccare e contrastare le straordinarie trasformazioni politiche, sociali e culturali interne ai processi rivoluzionari.

Seppur costata numerosi feriti tra i compagni e le compagne, la giornata di oggi può essere salutata come un nuovo passo avanti del movimento rivoluzionario che dopo le insurrezioni d’autunno continua a definire, localizzare ed isolare i propri nemici. La tendenza in atto sembra voler spingere il potere esecutivo e lo Scaf ad esprimere il suo ruolo reazionario nella forma più pura, isolata e allo stesso tempo fragile per costringerli allo scioglimento e conquistare lo spazio per un ulteriore sviluppo del processo rivoluzionario.

Intanto con l’entrata in scena del nuovo potere legislativo il movimento non ha aspettato un solo istante a dare battaglia per svelarne l’orientamento esplicitamente reazionario e approfondire l’ostilità tra la posizione islamista moderata e il punto di vista rivoluzionario.


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Quattro chiacchiere con Hossam el-Hamalawy, con l’Egitto nel cuore

5 ottobre 2011 1 commento

Foto di Hossam el-Hamalawy

Foto di Hossam el-Hamalawy

Hossam El-Hamalawi non ha iniziato la sua attività di blogger nelle giornata di piazza Tahrir, così come la sua militanza nel movimento socialista rivoluzionario in Egitto. Ed è proprio quello che è venuto a raccontarci in una splendida serata al CSOA Ex Snia di Roma, il 4 ottobre.
Se avesse avuto davanti una platea di persone che non sapevano nemmeno dove collocare l’Egitto geograficamente, è cosa certa che tutti si sarebbero alzati con una consapevolezza profonda di quel che sono i mutamenti che sta vivendo quell’enorme paese, immenso nella sua storia e nel suo territorio.
Una rivoluzione appena iniziata, certamente non terminata con la caduta di Hosni Mubarak.
La prima cosa che ha voluto sottolineare, con quella durezza e chiarezza che caratterizzano il suo modo di parlare, è stato proprio il grande superficiale errore di denominare le rivolte della primavera araba come le “rivoluzioni dei social network”. Erano ironici ma anche furiosi i suoi occhi mentre sciorinava le definizioni multimediali che sono state affibbiate al movimento egiziano che ha portato milioni di persone in piazza, fino alla caduta di Hosni Mubarak, ma non del suo regime.
E’ venuto a raccontarci una rivoluzione che non è nata il 25 gennaio 2011, che non è stata un evento su Facebook, che non è stata trascinata dietro dalle rivolte tunisine e la caduta di Ben Ali: è stato lì, con un timbro di voce forte e orgoglioso, a spiegarci la lunga strada della rivoluzione egiziana, gli anni e le lotte che hanno portato a quell’improvvisa e per tutti inaspettata folla rabbiosa, che ha sfidato tutto e tutti per ottenere almeno il primo pezzo delle propria libertà.
Il lavoro di Hossam, sul suo blog, si concentra soprattutto sulle lotte e gli scioperi dei lavoratori egiziani: dal Delta del Nilo dove le industrie tessili impiegano decine di migliaia di operai e operaie, al Sinai del Canale di Suez, dei gasdotti, dei grandi porti.
I primi scioperi degli anni 90 e l’ondata di repressione che ha caratterizzato quel decennio: sparizioni , carcere, tortura sono sempre stati all’ordine del giorno per chiunque provava solo a reclamare qualche pound in più sul proprio salario.
L’enorme macchina di controllo e sicurezza di Hosni Mubarak e dei suoi scagnozzi non permetteva nemmeno di sussurrare il suo nome, nemmeno in aperto deserto.

Foto di Valentina Perniciaro _Mahalla al-Kubra: la serrata delle fabbriche_

Poi l’anno della svolta, il 2000, quando anche grazie al fervore della seconda intifada palestinese, il panorama nei posti di lavoro e dentro le facoltà universitarie è iniziato a cambiare, anche se ancora nessuno aveva il coraggio di uscire per la strada, di manifestare nelle piazza, di cantare slogan contro il potere, il regime, gli abusi, la mancanza totale di libertà, i salari da fame.
Tahrir inizia ad esser “presa” da piccoli gruppi di manifestanti a partire dal 2003, con l’invasione statunitense dell’Iraq  e la nascita del movimento Kifaya (“basta” in arabo), che poi verrà definitivamente sventrato, nell’estate del 2006, dal regime.
Ma è proprio nel dicembre 2006, ci racconta Hossam, che gli scioperi di Mahalla portano per le strade 27.000 operai a braccia incrociate, e 3000 donne: proprio loro sono state a trascinare le industrie tessili nei quattro storici giorni di sciopero. Sono state loro ad entrare per prime in sciopero, le operaie, e a trascinare per il bavero i loro uomini, padri mariti e figli verso un nuovo livello di scontro.
Da Mahalla al-Kubra è un attimo, e tutte le fabbriche del Delta del Nilo incrociano le braccia, fino ad arrivare ad Alessandria e al Sinai: per la prima volta il regime trema, le basi di piazza Tahrir iniziano a costruirsi, la gente inizia a trovare il coraggio non solo di nominare il rais, ma di inventare e cantare slogan contro di lui.
Insomma, Hossam non lascia spazio a fraintendimenti su questo: la rivoluzione di piazza Tahrir di gennaio nasce molti anni prima, negli scioperi sempre più consistenti e nelle richieste della classe operaia, nasce a Suez, nasce nelle zone dei campi di cotone, nasce nell’indotto del Canale da Port Said al Mar Rosso, nelle richieste tutte politiche di chi scende in piazza sfidando le forze di sicurezza, il loro piombo e le loro retate.

Poi, il 25 gennaio.
L’inaspettato. Per tutti. Nessun egiziano, e questo me l’hanno raccontato tutti per le strade di quella città e di quei villaggi, si sarebbe mai aspettato quel che è accaduto: nessuno immaginava di arrivare in quella piazza in decine di cortei spontanei che si spostavano da ogni quartiere. Nessuno avrebbe mai pensato che quel giorno tutti, di ogni strato sociale d’Egitto, stavano riempiendo le strade urlando una sola cosa: IL POPOLO VUOLE LA CADUTA DEL REGIME.
La Fratellanza Musulmana, che non aveva aderito immediatamente alle mobilitazioni s’è vista costretta a farlo perché tutti i suoi giovani erano in piazza.
I copti, malgrado il terrore iniziale ( per decenni il regime li ha convinti che la loro sopravvivenza dipendeva dalle forze di sicurezza di Mubarak) hanno iniziato a scendere in piazza: nessuno è rimasto a casa.
E non li hanno fermati i cecchini sui tetti, non li hanno fermati la baltagheyya e la battaglia dei cammelli: nessuno ha potuto fermare quella marea umana che avanzava verso l’inizio di un nuovo Egitto, faccia alta e mani vuote.
Hossam ci ha raccontato di Tahrir ma anche di come nulla sarebbe cambiato se non fossero state tutte le altre città a rivoltarsi, in alcune zone anche con livelli di scontro estremamente pesanti, come a Suez: non è stata piazza Tahrir a far cadere il regime, ma gli scioperi di massa che dopo pochi giorni dalle prime mobilitazioni hanno inchiodato il paese tutto.

Foto di Valentina Perniciaro _Bye bye Mubarak_

Ha sottolineato però, che la controrivoluzione sta avanzando: c’ha raccontato come il Consiglio Supremo delle Forze Armate sta reprimendo le mobilitazioni e tentando di eliminare la possibilità di scioperare per i lavoratori, c’ha raccontato con nomi e cognomi come ancora gran parte dell’apparato di regime sia al suo posto, seduto comodamente sulla sua poltrona, c’ha raccontato di quanto ancora deve avanzare questa rivoluzione e del grande circo che saranno le elezioni del prossimo novembre. I socialisti e tutti i gruppi della sinistra rivoluzionaria le boicotteranno.

Difficile raccontare tutto quello che è uscito dalla bella chiacchierata di ieri sera.
Quando gli è stato chiesto della partecipazione femminile c’ha detto: “ma come, se v’ho detto che son state le donne a prender i lavoratori per il collo e a farli scioperare urlando che eran dei codardi!”. Con tono molto critico ha detto di come sia sterile la lotta di alcuni movimenti femministi della borghesia egiziana che si stanno mobilitando solamente per le quote rosa e per la possibilità di muoversi con il passaporto senza il lasciapassare di un uomo della propria famiglia. Importantissime istanze -ovviamente- ma, dice Hossam, ora dobbiamo preoccuparci delle priorità delle donne egiziane, delle lavoratrici, delle donne dei villaggi e dei piccoli centri che non sanno neanche cosa sia un passaporto. Per Hossam, e mi trova d’accordo, il processo di liberazione femminile in Egitto -essenziale e prioritario per il cambiamento del paese- non passa certo per le quote rose, ma casa per casa nella quotidianeità di ogni donna, ogni ragazza, ogni bambina.

Si è parlato ovviamente di Siria, dell’infinita solidarietà verso chi si sta ribellando al regime di Bashar al-Assad e del partito Baath, sopportando una repressione che non s’era ancora vista in questa stagione di rivolte mediorientali e nordafricane. Spazzato via in quattro chiare parole qualunque discorso su deliri complottistici e ingerenze occidentali o sioniste in Siria, il caro Hossam el-Hamalawy ha conquistato la mia più profonda stima.
Saremmo stati per ore a parlare e fargli domande, ma la stanchezza di queste giornate italiane a raccontare la sua esperienza era più che leggibile nel suo sguardo:un ragazzo che a trent’anni ha conosciuto la tortura e il carcere, che ha passato la sua vita a seguire sciopero per sciopero i lavoratori in lotta,
un giovane rivoluzionario che c’ha dato un po’ di grandi piccole lezioni in poche ore insieme.
C’ha raccontato di una rivoluzione reale, che sta passando sul corpo delle donne, dei lavoratori, degli studenti d’Egitto; una rivoluzione che non vuole fermarsi nè farsi ingannare, che sa riconoscere i suoi nemici, che cerca la solidarietà di ogni pezzetto di mondo e che ha l’orgoglio di voler ispirare il mondo che la circonda.
Grazie ad Hossam, alle sue parole chiare, al suo immenso lavoro, al suo essere per la strada giorno dopo giorno.
Fino alla vittoria.

Foto di Valentina Perniciaro

APPENA SARA’ POSSIBILE LINKERO’ L’AUDIO DELLA SERATA.

QUI IL BLOG DI HOSSAM: 3ARABAWY

Incontro con Hossam El Hamalawy a Roma

3 ottobre 2011 4 commenti

CON MOLTA GIOIA SONO FELICE DI PUBBLICIZZARE QUI UN’INIZIATIVA A CUI PARTECIPERO’ DOMANI,
ALL’EX SNIA di ROMA, IN COMPAGNIA DEL CARO HOSSAM EL HAMALAWY,
COMPAGNO DI PIAZZA TAHRIR, CHE ATTRAVERSO IL SUO BLOG MI/CI HA PERMESSO DI STARE ACCANTO A QUELLA RIVOLUZIONE ANCHE UNA VOLTA TORNATA A CASA…
Grazie ad Hossam, di cui consiglio a tutt@ il Blog, Grazie a tutta Tahrir,
che possa crescere, giorno dopo giorno.

 

Martedì 4 ottobre 2011 – ore 19:00
C.S.O.A. EX SNIA – Roma

Dieci, cento, mille Tahrir.
Che fare della rivoluzione egiziana?

Incontro con Hossam El Hamalawy
(giornalista, blogger, attivista)
e presentazione del libro
I Diari della rivoluzione, Fandango Libri, 2011

I Diari della rivoluzione raccoglie le voci e i ricordi di blogger, attivisti e giornalisti, per un racconto in presa diretta di quella che passerà alla storia come la prima rivoluzione promossa, supportata e diffusa dalla rete. Questo libro ricostruisce “i 18 giorni che hanno sconvolto l’Egitto”, rivissuti attraverso la penna di alcuni dei giovani protagonisti. I loro diari si concludono l’11 febbraio 2011, quando l’83enne presidente Hosni Mubarak è stato costretto a lasciare la presidenza, dopo quasi 30 anni al potere.

C.S.O.A. EX SNIA
via Prenestina 173 – Roma
http://www.exsnia.it
contatti@exsnia.it

Egitto: irruzione nell’ambasciata israeliana! una corrispondenza con Radio Onda Rossa

9 settembre 2011 2 commenti

In un post di appena poche ore fa, scrivevo sbigottita di come il muro costruito in difesa dell’ambasciata israeliana del Cairo fosse venuto giù a colpi di martelli e slogan di una folla di persone che da piazza Tahrir si son mosse compatte.
In realtà ora, che è la mezza, la situazione è difficile da comprendere: un’ora fa una parte dei manifestanti, che da ore cantavano sui pezzi del muro distrutto, è riuscita a fare irruzione nell’ambasciata.
Cambio di bandiera: quella israeliana spazzata via da quella egiziana e palestinese.
Migliaia di fogli dell’archivio sono stati lanciati dalle finestre e presi dai manifestanti di cui non oso immaginare lo stato di grazia.

Una nottata che ancora proseguirà per molto e cambia le carte in tavole sul panorama egiziano e mediorientale.
Israele non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali…staremo a vedere.
Intanto vi linko la corrispondenza che ho fatto poco fa in RADIO, per raccontare questa giornata egiziana indimenticabile, mentre in ValSusa i lacrimogeni e le sassaiole fanno da ninnananna!
Che nottata…
ASCOLTA LA CORRISPONDENZA CON RADIO ONDA ROSSA

ore 00.35: si parla di un morto e di quasi 200 feriti

Egitto: distrutto il muro dell’ambasciata israeliana, il popolo di piazza Tahrir più rabbioso che mai

9 settembre 2011 4 commenti

Ancora è difficile fare un bilancio della giornata che sta vivendo il popolo Egiziano, soprattutto al Cairo, oggi, per il “venerdì del ritorno sulla strada giusta”
Le manifestazioni convocate da questa mattina e che sembravano essere iniziate con un profilo molto basso visto le poche presenze all’ora di pranzo in piazza Tahrir, che non superavano le 3000 persone. La Fratellanza Musulmana ha fatto di tutto per boicottare questa mobilitazione contro l’Esercito, che è invece voce della parte più progressista e laica del movimento.

Il muro davanti all'ambasciata israeliana del Cairo, prima di esser distrutto dai manifestanti

Poco dopo pranzo da Zamalek, da Giza, da Talaat harb, molti sono stati i cortei che son confluiti nel primo pomeriggio nella piazza centrale e tutti estremamente affollati, rabbiosi e decisi ad arrivare agli obiettivi prefissati.
Una volta colmata la piazza ci si è divisi in diverse direzioni: molti verso l’Ambasciata Israeliana, poi il Ministero dell’Interno e il palazzo di Giustizia.
I nemici del popolo di Piazza Tahrir oggi sono stati tutti spudoratamente presi d’assalto.
Davanti l’ambasciata Israeliana, grazie ai nuovi freschi accordi di sicurezza siglati tra Egitto ed Israele, aveva un muro nuovo di zecca costruito dal Consiglio Supremo delle Forze Armate in difesa della bandiera israeliana … il muro è stato assaltato da migliaia di persone, alcune delle quali dotate di martelli che in poco tempo hanno completamente distrutto il muro.
I pezzettini stanno andando a ruba tra i giovani venditori ambulanti delle strade del Cairo.
Il ministero dell’Interno, come il palazzo di Giustizia sono ricoperti di scritte e graffiti, dopo il fitto lancio di sassi che hanno rotto buona parte dei vetri, centinaia di giovani hanno divelto e poi portato in corteo come trofeo la grande aquila fissata sul palazzo.
La richiesta è così semplice: la fine definitiva dei processi militari per i civili, la liberazione di tutti i prigionieri e gli arrestati per manifestazioni e scioperi e l’indipendenza della magistratura dall’esercito.

La serata è ancora lunga, le fotografie che ci arrivano si son lasciate alle spalle anche le luci del tramonto sulle rive di quel Nilo che non vuole mollare la lotta iniziata a gennaio: la serata sta calando rapida, ma nessuno -ancora una volta- sembra aver alcuna intenzione di tornare a casa

Entra nella categoria: EGITTO LIBERO

ORE 23.10 La tensione è salita per tutta la serata, ma alla fine, malgrado l’aumentare del dispiegamento di forze di sicurezza (alcune anche disarmate e quasi spogliate dai manifestanti), una del presidio è riuscito ad entrare nell’ambasciata israeliana.
I messaggi che girano in questi momenti sono di lanci di centinaia di fogli dal primo e dal secondo piano … come fossero banconote, lanciati a chi sta sotto, che incredulo urla all’unità tra egiziani e palestinesi.
Entrambe le bandiere ora sono sventolanti e fiere … sull’ambasciata israeliana!
E’ quasi inimmaginabile!
QUI GLI ALTRI AGGIORNAMENTI E LA CORRISPONDENZA CON RADIO ONDA ROSSA

Occhi puntati su piazza Tahrir oggi: giornata della rabbia, dopo gli arresti delle ultime settimane

27 maggio 2011 Lascia un commento

Foto di Valentina Perniciaro _Le giornate di Piazza Tahrir al Cairo_

Lo dicevamo da un po’ di giorni di come avanzava al galoppo la controrivoluzione in Egitto, contro quella massa di giovani incazzati e speranzosi che aveva animato l’occupazione di piazza Tahrir e che per settimane aveva resistito agli attacchi della polizia e dei loro scagnozzi in borghese.
Una rivoluzione a metà, l’abbiamo sempre detto: una rivoluzione che invece di avanzare a passo di carica aveva lasciato che passasse il pericoloso concetto di “transizione” dal regime di Hosni Mubarak alle nuove e prime libere elezioni.
Una transizione che sarebbe stata sostenuta e garantita dall’esercito, che nei giorni di piazza Tahrir aveva dimostrato di voler stare dalla parte di un sovvertimento di regime, anche se non interno alle forze armate.
Una rivoluzione regalata ad un esercito non è una rivoluzione.

Certo.
Ma non era facile parlare di questo tra le strade egiziane in quei giorni: quando ci provavamo vedevamo occhi brillanti e speranzosi che rispondevano “ce la faremo, abbiate fiducia in noi”. Niente da fare, malgrado la tenacia e gli occhi brillanti di chi pensava di aver già vinto, la controrivoluzione ovviamente dilaga: l’esercito si comporta da esercito, la repressione è ripartita in quarta, come se il vecchio regime fosse saldo al suo posto.
E l’hanno capito questa volta i giovani egiziani rabbiosi, l’hanno capito e lo stanno pagando sulla loro pelle, per l’ennesima volta.
Dal 15 maggio, anniversario della Nakba palestinese, l’ondata di arresti non s’è più fermata: abbiamo iniziato con le retate in difesa dell’ambasciata israeliana nel giorno della “catastrofe” ed ora sembra arrestino chiunque prova a dare un volantino per la manifestazione #May27, quella di oggi pomeriggio.
Ieri sono stati catturati tre noti artisti/blogger mentre affiggevano manifesti vicino al sindacato dei giornalisti, in pieno centro, per chiamare alla manifestazione di oggi, il “secondo venerdì della rabbia”.
Tra loro anche Ganzeer (mohammad fahmy) famoso per i suoi graffiti e molto seguito su twitter dai giorni della rivolta!
Si arresta per i volantini: vedremo oggi che accade.

Occhi puntati su piazza Tahrir, che deve portare avanti la sua rivoluzione…
nel frattempo a Roma abbiamo l’onore di avere Wahel Abbas, blogger tra i più famosi di questi mesi egiziani, ospite di alcune iniziative promosse da Un Ponte Per…

Piazza Tahrir: immagini dei miei ricordi!

22 marzo 2011 Lascia un commento

ehehehe…Baruda che s’aggira per piazza Tahrir!
me piace! grazie Misna

Egitto: il referendum non doveva andare così!

21 marzo 2011 1 commento

Ci son rimasta male, anche se inizio ad avere una certa età per credere nei sogni con così tanto fervore; poi ci rimango male.

Foto di Valentina Perniciaro _le porte di Mahalla al-Kubra, città operaia_

La chiamata alle urne in Egitto non è andata come doveva andare anche se tutte le autorità mondiali giocano a chi fa prima d sbrodolarsi dicendo che è l’opzione migliore per la transizione e l’arrivo alle nuove elezioni. Io non la penso così e con me tutto il popolo di piazza Tahrir, quello che ha mosso lo spirito del nuovo Egitto, esclusa i Fratelli Musulmani.
Tutti i sondaggi e i pronostici davano il no per favorito: ma facciamo un po’ di chiarezza.
Se avesse vinto il NO tutto sarebbe stato da ridiscutere: l’intera Costituzione si sarebbe rivista ed era il desiderio delle giovani organizzazione nate durante la rivoluzione, il desiderio dei lavoratori che in massa hanno scioperato per settimane, il desiderio delle donne che avrebbero potuto ridiscutere pezzo pezzo il loro “accesso” alle libertà individuali in modo diverso. Passando il No sarebbe andato al vaglio anche l’art. 2 della Costituzione che sancisce la legge islamica alla base della legislazione nazionale: motivo per cui tutta la comunità copta ha votato compattamente per la riscrittura. Insomma, l’intero popolo della rivoluzione del 25 gennaio, quello che ha mandato a casa Mubarak dopo 30 anni, confidava in un secco NO.
Quello si che sarebbe stato un bello schiaffone al vecchio regime, all’esercito, agli attuali aspiranti candidati (anche se entrambi i potenziali candidati hanno dato la preferenza al NO) e uomini della nuova pagina di quel paese così strategicamente importante, così centrale nella scacchiera mediorientale.

Credit Image: © Cai Yang/Xinhua/ZUMAPRESS.com

E invece la reazione alla fine ha prevalso ed anche con percentuali più che ampie (pare che la vittoria ruoti intorno al 77%): colpevoli sicuro i Fratelli Musulmani che hanno appoggiato il SI insieme al partito del potere, del regime, dell’ex rais. Si sperava in un comportamento diverso visti i rapporti nati nei due lunghi mesi di vita per le strade che abbiamo alle spalle…ma invece, come sempre, la “reazione” ha prevalso nella principale organizzazione islamica, che pur di uscire dalla clandestinità politica in cui s’è mossa sotto il regime non spinge i propri simpatizzanti per un ulteriore salto.

Niente da fare.
Passano i dieci emendamenti costituzionali: saranno riviste le modalità per presentarsi alle elezioni e anche quelle riguardanti la tempistica della carica, ma buona parte delle norme che regolavano il vecchio regime rimarrano intoccate.
La strada, per il popolo meraviglioso di piazza Tahrir, è solo un po’ più in salita del previsto…

 

Egitto: maledetta Baltagheyya

9 marzo 2011 2 commenti

Ciò che è accaduto questo pomeriggio a piazza Tahrir e un po’ tutto quello che sta avvenendo da una decina di giorni a questa parte, palesa che son state prese alla leggera un po’ troppe cose dai giovani rivoltosi egiziani.

Foto di Valentina Perniciaro _il mio arrivo al Cairo con il paese in festa, febbraio 2011_

Le squadracce del regime, la Baltagheyya, che tanto spesso abbiamo nominato in questo blog per descrivere la situazione egiziana, stanno di nuovo passando all’attacco. Probabilmente anche questi improvvisi scontri confessionali, che hanno fatto dieci morti in due giorni, puzzano della loro mano: almeno a me, che ho visto con i miei occhi l’unione tra copti e islamici in questo inizio di rivoluzione in Egitto.
I copti hanno permesso ai Fratelli Musulmani di pregare tranquillamente in piazza durante le tre settimane di piazza Tahrir: loro cordonavano gli islamici piegati a recitare il Corano, loro con quelle piccole croci tatuate sui polsi. Tutti i volantini, tutti i manifesti, tutti i giornali e tutti i volti hanno parlato dal primo giorno di unione tra confessioni per un nuovo paese e la stavano e stanno costruendo con forza e determinazione.
Ora…piazza Tahrir attaccata dalle squadracce, come a gennaio; la manifestazione di ieri, otto marzo, di donne e per donne, finita nel peggiore dei modi; gli scontri confessionali che riappaiono improvvisi, anche alla luce di molte prove uscite sugli attacchi contro le chiese copte, mossi non da gruppi di fondamentalisti islamici ma direttamente dal vecchio ministero dell’Interno…

Foto di Valentina Perniciaro _uno dei simboli più diffusi a piazza Tahrir, l'unità tra musulmani e copti_

Piazza Tahrir, attaccata come dicevamo da queste maledette squadracce che stanno provando a fermare il mutamento in corso con i soli metodi che conoscono, è stata poi definitivamente sgomberata di tutti i manifestanti dall’esercito, che sembra averlo fatto senza usare forza e senza nemmeno reagire al fitto lancio di sassi di un gruppo di giovani che non voleva lasciare il luogo ormai simbolo di un popolo che cerca di liberarsi del regime e dei suoi scagnozzi.
Per qualche ora è circolata  la notizia che il coprifuoco era stato anticipato alle 21 in tutta wast al-balad, il quartiere dove si trova piazza Tahrir, notizia smentita poco fa dalla tv di stato.
La rivoluzione non è un pranzo di gala, diceva un tipo tempo fa… il popolo in lotta d’Egitto lo sta imparando sulla sua pelle giorno dopo giorno.
Il popolo di piazza Tahrir

Egitto: piccolo approfondimento su Radio Onda Rossa

5 marzo 2011 Lascia un commento

Con qualche giorno di ritardo riesco a pubblicare il link della trasmissione radiofonica fatta mercoledì mattina dai microfoni di Radio Onda Rossa.
Precedente alle dimissioni del premier Shaqif, è attualmente un po’ “vecchia” vista la velocità con cui corrono le vicende della rivoluzione egiziana…
si parla anche di lotta di classe, di province più lontane dalla capitale e dalla piazza simbolo di questo nuovo Egitto.
Buon ascolto
e ascoltatela sempre Radio Onda Rossa!

QUI INVECE LE PAGINE DEL BLOG SULLA RIVOLUZIONE EGIZIANA

Foto di Valentina Perniciaro _Il Cairo, piazza Tahrir e i suoi colori_

Altra vittoria per Piazza Tahrir

4 marzo 2011 2 commenti

Venerdì … l’ennesimo in piazza.

Foto di Valentina Perniciaro _Mahalla al-kubra e i volti del nuovo Egitto_

Il Cairo oggi si ritroverà invaso da centinaia di migliaia di persone appartenenti a quel movimento e a quella nuova classe politica che sta ribaltando, passo dopo passo, l’ordine costituito egiziano. Ieri c’è stata un’altra vittoria: il primo ministro incaricato ad arrivare alle nuove elezioni, Ahmed Shaqif (ex generale dell’aviazione e uomo di fiducia di Mubarak), ha presentato ieri le sue dimissioni richieste a gran voce da tutti i manifestanti. Momentaneamente è stato incaricato, dal Consiglio supremo delle forze armate egiziano, Essam Sharaf, docente universitario che in passato fu ministro dei Trasporti (poi rinunciò all’incarico) e che ha vissuto piazza Tahrir durante i giorni della rivoluzione.
Insomma, è un uomo che non dispiace alla coalizione dei giovani che porta avanti la lotta e le rivendicazioni di piazza Tahrir. La prima richiesta che gli viene fatta, oggi, è di andare a prestare giuramento nel luogo ora più importante per la vita politica egiziana: la piazza.

Anche questo venerdi, a due di distanza da quello vissuto con voi, avrò il cuore tra quelle strade, in questo ’68 egiziano che sta crescendo e cogliendo i primi frutti. C’è voglia di protagonismo e riappropriazione: c’è il desiderio chiaro di ridistribuire i miliardi rubati dalla classe politica corrotta e di ridistribuirli in servizi, case, istruzione. C’è voglia di cancellare la storia egiziana di Saadat e Mubarak, di tornare alle nazionalizzazioni nasseriane, di alzare i salari e dare diritti a tutti i lavoratori. La Coalizione dei giovani della rivoluzione ridiscuterà della gestione dei confini (!!!) e degli accordi di Camp David… insomma, tutto è da fare e i nuovi movimenti giovanili che stanno venendo alla luce sembrano ogni giorno di più voler prendere una strada opposta al neoliberismo, come in Tunisia.
Questa mattina, corteo per il diritto alla casa, nella periferia de Il Cairo, nei distretti di al-Nahda e al-Salam.
Je vous adore !
VI CONSIGLIO QUEST’ARTICOLO!

AGGIORNAMENTO, ORE 13: mezzora fa, alle 13.30 locali, il neo premier egiziano Essam Sharaf si è unito ai manifestanti presenti in un milione in piazza Tahrir, proprio come da loro era stato chiesto. “Sono in questa piazza perchè la legittimità mi viene da voi, dal popolo di piazza Tahrir.
Voi avete fatto una grande cosa con la vostra rivoluzione, ma ora è giunto il momento di ricostruire l’Egitto.
Avete compiuto il Jihad (“lo sforzo”) più piccolo – ha detto alla piazza straripante – ora vi aspetta quello più grande che è ricostruire il paese.
Il mio primo messaggio una volta arrivato qui è di saluto per i martiri e i feriti di questa rivoluzione, dobbiamo continuare la nostra lotta basandoci sulla volontà e la determinazione che abbiamo avuto qui a piazza Tahrir».

L’Egitto e la lotta di classe…

1 marzo 2011 1 commento

Foto di Valentina Perniciaro _Tank e macerie, a pochi passi dalla residenza dell'ex rais Hosni Mubarak, Il Cairo, febbraio 2011_

La lotta in Egitto non si vuole fermare, tantomeno quella della classe operaia e contadina, che non vuole più sottostare a certe regole e dinamiche di sfruttamento.
Oggi più di un migliaio di lavoratori delle industrie chimiche e farmaceutiche , con sede a Shubra, hanno scioperato e manifestato con un lungo sit-in. Quella fabbrica dal 27 febbraio ha incrociato le braccia, quando la proposta di 3 giorni di “vacanza premio” ha irritato i lavoratori, che l’hanno giustamente vista con un becero tentativo di bloccare le proteste di queste ultime settimane. Chiedono le dimissioni di tutti coloro indagati per corruzione tra i dirigenti dell’azienda, chiedono forme contrattuali a tempo indeterminato e un aumento dei salari.
Contemporaneamente, più di tre centinaia di lavoratori della Samuel Tex, che produce biancheria, hanno annunciato uno sciopero per richiedere il pagamento dei salari, l’aumento degli stessi, un contratto a tempo indeterminato e una turnazione più umana. Il loro padrone, Samuel Louis, ha imposto turni di 12 ore giornaliere e un contratto per cui possono essere licenziati arbitrariamente in qualunque momento.

Insomma, la “rivoluzione egiziana”, come tento di urlare quasi svociandomi da settimane, non è solo piazza Tahrir.

Foto di Valentina Perniciaro _Il Cairo, e i suoi cimiteri abitati_

Non è solo l’enorme movimento di giovani che ha deciso di riappropriarsi delle strade per chiedere e strappare al potere libertà politiche e sociali: non è solo questo. Le richieste sono quelle di una classe proletaria affamata da anni, incazzata, ma anche molto determinata a far sì che questo nuovo spiraglio di speranza per un futuro nuovo in Egitto e in tutta l’area, porti l’intera popolazione ad una consapevolezza reale dei propri diritti, come cittadini e come lavoratori. Come donne, come uomini e giovani che non vogliono abbassare la testa, nè davanti al rais di turno, ma nemmeno davanti ai padroncini (spesso stranieri) che speculano sul loro sudore e il loro lavoro.

Sempre oggi, ci sono un po’ di novità anche sul “fronte piazza Tahrir”. La scorsa notte il generale dell’esercito Hassan al-Ruwaini, alla testa del comando centrale de Il Cairo, ha esortato i manifestanti ad evacuare definitivamente la piazza (venerdi scorso, per la prima volta, l’esercito egiziano ha sgomberato con violenza midan al-Tahrir), per poter dare alle forze armate la “possibilità di soddisfare le esigenze del popolo egiziano. La risposta della piazza è stata una sonora pernacchia: più volte il suo discorso è stato interrotto da slogan contro il capo del governo ad interim Ahmed Shafiq e altri che comunicavano chiaramente all’esercito che nessuno tornerà a casa fino a quando tutte le richieste fatte non verranno soddisfatte.
Io continuo ad avere cuore e testa tra i marciapiedi riverniciati di piazza Tahrir, e tra i suoi volti dipinti.
Se vuoi leggere altro a riguardo CLICCA QUI

Foto di Valentina Perniciaro _Il Cairo, piazza Tahrir saluta i suoi morti_

 

Il Cairo: il giorno dopo la repressione dell’esercito

26 febbraio 2011 1 commento

Dopo lo scoppio improvviso della repressione da parte dell’esercito, la popolazione di piazza Tahrir s’è riconvocata per questa mattina. Le parole d’ordine sempre le stesse, ma urlate con una nuova consapevolezza dopo l’attacco della scorsa notte, sia in piazza Tahrir che più tardi davanti al palazzo dell’Assemblea popolare: immediate dimissioni del primo ministro ed una condanna forte ed unanime contro il comportamento avuto dall’esercito.

Foto di Valentina Perniciaro _Mahalla al-kubra, città di scioperi e di lavoro in fabbrica, si affaccia al nuovo Egitto_

Confermate anche le testimonianze che parlavano dell’uso di pistole taser contro i manifestanti e di alcuni pestaggi veri e propri nei dintorni del Museo archeologico, che si affaccia proprio sulla piazza. Quel che è accaduto ieri ha colpito e scosso la fiducia che l’Egitto riponeva nel suo esercito: pochi giorni fa, e cavolo se cercavo a tutti di far questa domanda, nessuno sembrava dubitare del proprio esercito, parcheggiato in bella mostra su dei baciatissimi tank agli angoli di tutte le strade principali. E così stamattina sono stati in tanti, esponenti del movimento del 6 Aprile, della fratellanza, della chiesa copta, come della miriade di organizzazioni giovanili, laiche e progressiste, che stanno nascendo in queste settimane, hanno ripiantato le tende in quella piazza che ha già visto passare un bel pezzo di storia tra la sua pavimentazione divelta e poi così amorevolmente ripulita. “Abbiamo un obiettivo e non abbiamo nessuna intenzione di fermare il nostro desiderio di arrivarci” racconta Khalid sulle pagine di Al-masr al-youm, quotidiano egiziano con un’ottima versione online anche in inglese. Khalid è un fiume in piena quando racconta ciò che è avvenuto la scorsa notte: “potevamo ordini simili dal ministero degli Interni, ma non avremmo mai immaginato che l’esercito si comportasse così, attaccando una piazza pacifica a colpi di pistole taser”.

Foto di Valentina Perniciaro _solo una settimana fa, sui tank ci si giocava! Il Cairo, Piazza Tahrir, 18 febbraio 2011_

Di interviste se ne susseguono tante oggi sulla stampa egiziana: Mona, giovanissima manifestante, ha perso i sensi dopo esser stata colpita da un taser, una volta rinvenuta è stata picchiata e calpestata con violenza. Salma Saeed invece è un’attivista da tempo e racconta, che mentre i soldati distruggevano le tende appena istallate al centro della piazza, un ufficiale minacciava che se anche la sera successiva la piazza si fosse azzardata a violare il coprifuoco, le munizioni sarebbero diventate vere. Chi nelle precedenti settimane aveva vissuto sulla propria pelle la violenza della polizia, ormai scomparsa dalle strade egiziane, racconta con vero e proprio terrore la stessa esperienza sotto i colpi dell’esercito.

Incredula, la piazza della Liberazione d’Egitto, deve rivalutare quello che aveva pensato del suo esercito, quando per settimane ha rifiutato gli ordini dei generali e s’è alleato alla popolazione in lotta… ieri dopo l’attacco si sono sbrigati a chieder scusa, per tentare di non infiammare troppo gli animi, senza comunque ammettere l’uso di taser. L’assemblea fiume di oggi della “coalizione dei giovani” dove dibattono da giorni tutte le varie organizzazioni protagoniste delle giornate in piazza, sembra aver accettato le scuse dopo un lungo scambio con l’esercito, avvenuto anche attraverso facebook (!)
ora bisogna vedere quello che verrà determinato dalla rabbia e dallo stupore di un popolo che vuole realmente cambiare le proprie condizioni economiche, sociali, politiche …non lasciamoli soli! Loro non hanno voglia di lasciare le loro strade e un sogno reale di uscire dal regime di Mubarak e dei suoi scagnozzi e tornare a riappropriarsi del proprio futuro.
Tutto da costruire!

Foto di Valentina Perniciaro _Il Cairo, i marciapiedi appena riverniciati di Piazza Tahrir_

Il Cairo, strade piene di cortei, prive di polizia…

25 febbraio 2011 1 commento

Foto di Valentina Perniciaro, Il Cairo ... cristiani e musulmani uniti

Oggi, ad un mese esatto da quel 25 gennaio che ha segnato la storia d’Egitto, piazza Tahrir è tornata ad esplodere di volti e bandiere, richieste e slogan.Un mese fa si sarebbe dovuta festeggiare la festa della polizia, come ogni 25 gennaio degli ultimi anni: la solita dimostrazione di forza di un corpo maledetto e detestato nel suo paese.
La festa je l’hanno fatta, non c’è che dire: non una caserma è rimasta in piedi, al Cairo come a Suez, ad Iskyndria come a Port Said.L’odio per la polizia e la Baltagheyya aspettava solo di poter esplodere, così la festa della polizia s’è trasformata nella sua scomparsa. Non c’è un poliziotto per le strade del Cairo: le caserme son vuote e bruciate.

Nei primi giorni di normalità qualcuno in divisa s’è anche visto… qualcuno ha provato a tornare alla solita caffetteria con i tavolini sul marciapiede per un thè zuccherato e una fumata, ma non  ha ricevuto buon’accoglienza.

Foto di Valentina Perniciaro _Il nuovo Egitto passa notte e giorno per la strada_

I bar strabordano di giovani, di militanti, di neo attivisti; i piccoli sbilenchi tavolinetti da due, tre persone si trasformano facilmente in tavolate dove si parla e si discute, ci si prepara per le assemblee o i volantinaggi. L’atmosfera di quei tipici luoghi del Cairo è mutata rapidamente e completamente.
E’ pieno di donne poi, cosa rara su quelle sedie tra una shisha e un caffè arabo fino a poco fa. Bhè, se un poliziotto in divisa prova a sedersi si crea il vuoto in un attimo: in tanti mi hanno raccontato di queste scene, nel centro del Cairo. Intere strade che si svuotano, per creare un buco di silenzio intorno a quei pochi che hanno ancora il coraggio di vestire quella divisa. E’ divertente parlare della scomparsa della polizia dalle strade con un egiziano: Ma fi, Qalas! Non ci sono, è finita!
Non devono farsi vedere!
Poi in realtà riposizionare i topi nelle rispettive fogne non è lavoro poi tanto semplice, in Egitto come altrove. L’altro ieri sono anche scesi in piazza per chiedere la riammissione in servizio dopo tre settimane di nulla: la manifestazione s’è conclusa davanti al ministero dell’Interno, attaccato anche con bottiglie molotov a quanto pare. Notizie di spari dall’interno, nessun ferito e tutto tornato come prima, almeno leggendo le agenzie…

Foto di Valentina Perniciaro, Mahalla al-kubra

Ed oggi piazza Tahrir, e quindi tutte le piazza Tahrir d’Egitto (ogni città ora ha la sua!) è tornata ad urlare la sua voglia di cambiamento: è caduto il regime di Mubarak ma con lui ancora c’è molto da far cadere e la lotta vuole andare avanti, urlano i manifestanti. Le piazze non si svuotano come messaggio chiaro al Consiglio Supremo delle Forze Armate che ha il potere nelle mani e deve garantire l’arrivo alle elezioni, c’è la pressione costante di milioni di manifestanti! Le nuove organizzazioni politiche, i fratelli musulmani, i copti, tutti vogliono che cadino le teste dei ministri di Difesa, Giustizia, Interni ed Esteri: la vecchia guardia deve sparire subito, non dopo le elezioni preventivate per settembre. E poi chiedono ancora il rilascio di TUTTI i detenuti politici, le dimissioni dell’attuale primo ministro Shafiq e un processo rapido per il vecchio rais, nascosto tra le sue mura a Sharm el-Sheikh.

Buona manifestazione, popolo di Tahrir (che nostalgia!)

Foto di Valentina Perniciaro _The Gang, in piazza Tahrir, al Cairo_

Rivolte libiche e bandiere del feudalesimo…

24 febbraio 2011 2 commenti

A me tutto questo sventolare della bandiera senussa di re Idriss mi inquieta.
Sarà il popolo libico a determinare le sue scelte, non sono una di quelle che mette etichette o pregiudizi, però questo sventolare una bandiera del feudalesimo non mi può trovare d’accordo. Almeno su Via Nomentana… la compagnerìa potrebbe aver il buon gusto almeno di sapere cosa sta sventolando. Andare contro al regime di Ghaddafi non può voler dire appoggiare il sistema medievale che vigeva precedentemente. Tutto qui.

Foto di Valentina Perniciaro _Carri armati per Il Cairo_

Leggo spesso commenti pesanti sulla “rivoluzione” egiziana: gli facciamo il pelo parlando di un golpe militare “democratico” a cui stiamo abboccando, e poi sventoliamo la bandiera di re Idriss come fosse rossa…bha. In Egitto c’è un processo in corso, così come nella vicina Tunisia estramemente diverso da quello che sta accadendo in Libia.
Conosco poco la situazione libica, ancor meno le spaccature tribali all’interno delle tre province che ora palesemente stanno guerreggiando tra loro, oltre che contro il loro folle dittatore e le migliaia di truppe mercenarie assoldate per sparare sulla popolazione in rivolta.
Oggi il bombardamento aereo ha toccato Zawia, il numero dei morti è sconosciuto ma ovviamente altissimo. Le strade, tutte le strade, per Tripoli strabordano di posti di blocco di truppe mercenarie, che sembra la Somalia…

Dobbiamo sostenere queste rivolte, sostenerle ma anche capirle.
Scindere quel che è accaduto in Tunisia ed Egitto da quel che sta accadendo nel territorio libico. Senza mettere per forza etichette, che dal nostro occidente ignaro delle dinamiche di quella terra, sarebbero sicuramente errate. Però vi prego, cerchiamo di non appropriarci di quella bandiera….bruciamola insieme alle altre che stiamo bruciando in questi giorni.
Giorni di rivolta e di popoli che alzano la testa, giorni inaspettati fino a poco fa.

Resisti Libia!

22 febbraio 2011 1 commento

Foto di Valentina Perniciaro _Il Cairo, Piazza Tahrir e i feticci della rivoluzione_

Con la testa ancora per le strade del Cairo, da dove sono rientrata da poco, riesco ad avere poco tempo e ancor meno lucidità per seguire attivamente la vicenda libica, i bombardamenti aerei sulle piazze dei manifestanti, la scia infinita di sangue che sta scorrendo per le strade di quel paese a noi tutti troppo sconosciuto.
Già quasi 600 morti, almeno per quel che arriva alle nostre orecchie, con mercenari dei paesi africani che sparano con armi a calibro pesante sui manifestanti (molte delle vittime registrate sono donne). Comunque, secondo l’International federation for human rights (Ifhr), una ong con sede a Parigi, sono circa una decina le città in mano agli insorti. Oltre a Bengasi, dice Ifhr, i ribelli hanno preso il controllo di Sirte e Torbruk oltre che di Misrata, Khoms, Tarhounah, Zenten, Al Zawiya e Zouara.
Resistete!!!

Rivoluzione d’Egitto: scope e cestini!

21 febbraio 2011 1 commento

Foto di Valentina Perniciaro _Tutto il potere al popolo_

Foto di Valentina Perniciaro _Tutto il potere al popolo_

La prima vittoria schiacciante è quella di essersi riappropriati delle strade, della parola, della socialità.
Tre settimane a dormire fianco a fianco e Il Cairo ora non riesce a smetterla con questa promiscuità, con quest’esaltazione dello stare insieme, finalmente, senza badare a nulla e  nessuno, tantomeno all’orologio e al coprifuoco.
Il “coprifuoco all’egiziana” è divertente perché non lo rispetta nessuno. Le strade si svuotano svogliatamente, più per quel senso di spossatezza che comunque inizia a colpire dopo questo mese senza quasi mai tornare a casa.
La prima vittoria schiacciante, dicevo, è proprio stare insieme e tutti, senza distinzioni religiose né di genere.
C’è la scusa di pulire poi! Ed è dilagata nel paese intero, dalla capitale ad Iskyndriya (Alessandria), dalle città dal Delta alla ribelle Suez, la più incazzosa e radicale nei giorni della rivoluzione.

Foto di Valentina Perniciaro _Mubarak chi?? 😉

Ora i giovani e i giovanissimi, che poi compongono la stragrande maggioranza di questo paese, hanno deciso che quelle sporchissime strade (incredibili!! Anche a causa degli scioperi costanti delle settimane precedenti) le ripuliranno una ad una…
e così a migliaia li vedi, a gestire le loro città e ripulirle: le piazze e le strade dove, pettorina e guanti, scope pennelli e vernice, hanno anche una fitta autorganizzazione per la gestione del traffico!
Al centro delle rotonde, questi neo-ventenni gestiscono il traffico della città dimostrando l’inutilità di tutte le divise che infestavano la città (e ci tengono a sottolinearlo in ogni conversazione)… nel frattempo volantinano e vendono i gadget della rivoluzione che qua e là producono per finanziare tutti quei barattoli di vernice con cui stanno ricolorando marciapiedi e ringhiere, panchine e pali …
Poi i giornali…è un continuo correre di ragazzini e fanciulle con fasci di giornali al braccio.
“Il popolo della rivoluzione”, “L’alba” … ogni giorno ne spunta qualcuno, venduti da attivisti e militanti in tutti i locali, infilati nelle macchine, nei milioni di taxi, tirati ai soldati che stazionano sui tank agli angoli delle strade.
Si parla, si scrive, si volantina…
i quattordicenni buttati nelle aiuole mettono per iscritto la LORO Costituzione: se ne scriveranno centinaia al giorno. In ogni strada e marciapiede, in ogni aula di scuola, nei tetti sbilenchi che vedono il sole filtrato dallo smog e dalle tempeste di sabbia dell’inizio primavera…
che atmosfera…..

Foto di Valentina Perniciaro _VIA!ANDATE VIA! L'Egitto è un paese nuovo e mai tornerà come prima!__

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