Archivio
Ancora dalla Grecia e sulla pelle dei migranti, questa volta bambini
UNA TESTIMONIANZA DA ATENE, SUI MINORI MIGRANTI e LA REPRESSIONE
Sei mesi di carcere per Hussain tre anni e il fratellino Isamt sette anni La vergogna senza fine di un Paese che condanna e perseguita persino i bambini.
La Grecia persiste con la politica anti-immigrazione, inasprendo di giorno in giorno le misure adottate, fino a raggiungere livelli di illegalità inaudita per un Paese Europeo.
Attualmente mi trovo ad Atene. Qui la situazione è molto cambiata nelgi ultimi mesi: poliziotti armati girano ovunque, li vedi trascinare per la strada minorenni in manette, o spiare la situazione in modo molto più attento del solito.
Prima delle ultime elezioni europee i profughi senza casa dormivano davanti alle chiese, nei parchi o alla stazione, ora invece si nascondono sulle montagne o in zone isolate per paura di essere trovati dalle autorità o dai branchi di naziskin che con l’ausilio della polizia imperversano ormai in tutta la Grecia.
Queste persone non scappano per timore di essere respinte, ma per non farsi picchiare o uccidere dalla polizia e dai naziskin, che di questi tempi sembrano ormai la stessa cosa. Oggi ho parlato a lungo con una famiglia, avevano due bambini: uno di nove anni e uno di cinque. Si trovano ad Atene da dieci mesi, perché è molto più probabile sopravvivere alle manganellate o alle coltellate qui in Grecia che alle bombe e ai terroristi in Afghanistan.
Appena arrivati, per quindici giorni, hanno affittato una casa, poi essendo senza soldi sono finiti a dormire per strada. Il figlio più grande affetto da un disturbo agli occhi è stato curato previo rilascio delle impronte. Piangendo dicevano di aver paura, perché i gruppi di naziskin cercano ogni giorno e ogni notte stranieri da “punire”. Temono per i loro bambini, dieci volte hanno già tentato di arrivare in Italia da Igoumenitsa, ma la polizia portuale li ha sempre cacciati via. Chiedevano loro il passaporto persino per andare in bagno. Non se la sentono più di rischiare ancora, la polizia ha iniziato a mandare in carcere per mesi anche donne e bambini piccolissimi. Tuttavia non vogliono nemmeno rimanere in quest’inferno fatto di notti dormite in strada, di pranzi e cene a base di rifiuti e di quotidiane agressioni danni dei loro connazionali.
Trenta famiglie con figli a seguito si trovano in questo momento in prigione. Tra di loro anche bambini di appena un anno di età. Questo riferisce Hassan, la cui moglie e i due figli sono stati arrestati pochi giorni fa mentre tentavano di prendere una nave diretta in Italia. Il più piccolo, Hussain, ha solo tre anni mentre il fratellino Ismat ne ha sette. Il padre non può aiutare la sua famiglia perché privo dei documenti, dei soldi per permettersi un avvocato e di una conoscenza anche solo basilare della lingua.
Pare irridere queste persone l’ultima denuncia da parte dell’Unchr: “Inaccettabili le condizioni di 850 migranti”. Alle istituzioni di questo tipo è rimasta solo la forza di denunciare, ma le parole non scalfiscono minimamente la Politica anticostituzionale di questo Paese, mancano azioni e contromisure atte ad impedire il perpetrarsi di tali barbarie.
Basir Ahang
DOPO I VIDEO DI PRIMA, TESTIMONIANZA DI QUELLO CHE VIVONO I MIGRANTI NEI CENTRI DI DETENZIONE, METTO QUESTO MOLTO BELLO SU UNA DELLE AZIONI CONTRO LA GUARDIA COSTIERA FATTE DAGLI ATTIVISTI del NOBORDER CAMP SULL’ISOLA DI LESVOS, IN GRECIA, LA SCORSA SETTIMANA.
Ecco le prove: la strage di Benghazi, le torture in Libia, gli accordi sulla pelle dei migranti
Adesso abbiamo le prove. Sono quindici foto in bassa definizione. Scattate con un telefono cellulare e sfuggite alla censura della polizia libica con la velocità di un mms. Ritraggono uomini feriti da armi di taglio. Sono cittadini somali detenuti nel carcere di Ganfuda, a Bengasi, arrestati lungo la rotta che dal deserto libico porta dritto a Lampedusa. Si vedono le cicatrici sulle braccia, le ferite ancora aperte sulle gambe, le garze sulla schiena, e i tagli sulla testa. I vestiti sono ancora macchiati di sangue. E dire che lo scorso 11 agosto, quando il sito in lingua somala Shabelle aveva parlato per primo di una strage commessa dalla polizia libica a Bengasi, l’ambasciatore libico a Mogadiscio, Ciise Rabiic Canshuur, aveva prontamente smentito la notizia. Stavolta, smentire queste foto sarà un po’ più difficile.
A pubblicarle per primo sulla rete è stato il sito Shabelle. E oggi l’osservatorio Fortress Europe le rilancia in Italia. Secondo un testimone oculare, con cui abbiamo parlato telefonicamente, ma di cui non possiamo svelare l’identità per motivi di sicurezza, i feriti sarebbero almeno una cinquantina, in maggior parte somali, ma anche eritrei. Nessuno di loro però è stato ricoverato in ospedale. Sono ancora rinchiusi nelle celle del campo di detenzione. A venti giorni dalla rivolta.
Tutto è scoppiato la sera del 9 agosto, quando 300 detenuti, in maggioranza somali, hanno assaltato il cancello, forzando il cordone di polizia, per scavalcare e fuggire. La repressione degli agenti libici è stata fortissima. Armati di manganelli e coltelli hanno affrontato i rivoltosi menando alla cieca. Alla fine degli scontri i morti sono stati sei. Ma il numero delle vittime potrebbe essere destinato a salire, visto che ancora non si conosce la sorte di un’altra decina di somali che mancano all’appello.
Il campo di Ganfuda si trova a una decina di chilometri dalla città di Bengasi. Vi sono detenute circa 500 persone, in maggior parte somali, insieme a un gruppo di eritrei, alcuni nigeriani e maliani. Sono tutti stati arrestati nella regione di Ijdabiyah e Benghazi, durante le retate in città. L’accusa è di essere potenziali candidati alla traversata del Mediterraneo. Molti di loro sono dietro le sbarre da oltre sei mesi. C’è chi è dentro da un anno. Nessuno di loro è mai stato processato davanti a un giudice. Ci sono persone ammalate di scabbia, dermatiti e malattie respiratorie. Dal carcere si esce soltanto con la corruzione, ma i poliziotti chiedono 1.000 dollari a testa.
Le condizioni di detenzione sono pessime. Nelle celle di cinque metri per sei sono rinchiuse fino a 60 persone, tenute a pane e acqua. Dormono per terra, non ci sono materassi. E ogni giorno sono sottoposti a umiliazioni e vessazioni da parte della polizia.
Sull’intera vicenda, i deputati Radicali hanno depositata lo scorso 18 agosto un’interrogazione urgente al Presidente del Consiglio e al Ministro degli Esteri, chiedendo se l’Italia “non ritenga essenziale, anche alla luce e in attesa della verifica dei fatti sopraesposti, garantire che i richiedenti asilo di nazionalità somala non siano più respinti in Libia”. Probabilmente la risposta all’interrogazione tarderà a venire in sede parlamentare. Ma nella realtà dei fatti una risposta c’è già. E il respingimento dei 75 somali di ieri ne è la triste conferma.
Siamo finalmente riusciti a parlare telefonicamente con uno di loro. A bordo erano tutti somali, ci ha detto. E avevano chiesto ai militari italiani di non riportarli indietro, perché volevano chiedere asilo. Inutile. In questo momento, mentre voi leggete, si trovano nel centro di detenzione di Zuwarah. Da quando sono sbarcati, ieri alle tredici, non hanno ancora ricevuto niente da mangiare. Né hanno potuto incontrare gli operatori dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite di Tripoli. Li hanno rinchiusi in un’unica cella, tutti e 75, comprese le donne e i bambini.
Nessuno di loro ha idea di quale sarà la loro sorte. Ma nessuno si azzardi a criticare l’Italia per la politica dei respingimenti o per l’accordo con la Libia. Tanto meno l’Unione europea e i suoi portavoce…
Lettera dal lager di Ponte Galeria…
«Quando sono entrato qui mi hanno detto che dovevo stare tranquillo, che qui ero libero… Ho visto la Croce Rossa e mi sono detto: “meno male, almeno non vedo la polizia intorno”. Invece mi sono sbagliato tanto, mi sono sbagliato tanto a pensare così…
La Croce Rossa mi ha dato un paio di ciabatte, un paio di lenzuola di carta di quelle che si usano sui treni, quelle usa e getta. Mi ha aperto un cancello e… lunghe sbarre, lunghe sbarre alte quattro metri. Tutto a sbarre. Avete presente gli zoo, come sono divisi gli animali? Una gabbia sono negri, una gabbia sono arabi, una gabbia sono del Bangladesh, una gabbia sono indiani, una gabbia sono europei… Da lontano ho visto i militari, e come girano intorno coi mezzi che usano lì in Afghanistan – armati! Subito mi sono reso conto che mi hanno detto una bugia, che non ero libero io: una persona chiusa in una gabbia 16 per 20 non può essere libera, non può essere libera!
Qui non c’è la vita, non si può vivere così: ci danno il vitto solo per tenerci in vita. Sapete come ci sentiamo, sapete come ci sentiamo noi? Persone sequestrate! Una cosa è sentirla – vedete, mi viene la pelle d’oca – e un’altra cosa è trovarsi solo cinque minuti in una gabbia… e no, due mesi, tre mesi, quattro mesi, cinque mesi, sei mesi… E intorno a noi girono militari che sono tornati dall’Afghanistan. Vigili urbani, Polizia, Finanza, Carabinieri, Polizia stradale, militari… tutte le divise abbiamo qua. E in più abbiamo la Croce Rossa: per me il nome della Croce Rossa è infangato, infamato!, perché sotto le divise della Croce Rossa si nascondono gli ex militari. E questo lo posso confermare davanti a tutti, anche davanti al Presidente della Repubblica.
Qui non è come fosse Guantanamo: è Guantanamo. È Guantanamo. È Guantanamo del signor Berlusconi, del signor Bossi, del signor Maroni, del signor Fini, del signor Casini e del signor Calderoli. Noi vogliamo che nostra voce si senta da qua a tutto il mondo come si è sentita per Guantanamo.Trasmettetela e ve ne saremo molto grati: le nostre sofferenze qua non si possono descrivere. Non si possono descrivere, non si possono descrivere…» Ponte Galeria, Roma, 30 agosto 2009
La teoria e la pratica della “detenzione amministrativa” in undici minuti di intervista: QUI
(Sono giornate agitate, queste, a Ponte Galeria. Aumenta la sofferenza ed aumenta la voglia di urlare. Un recluso oggi si è sentito male ed è stato portato via, un altro ha inghiottito due pile e non l’hanno portato in ospedale perché avevano paura che scappasse. Tra l’urlo e la lotta, forse, ancora qualche giorno.)
macerie @ Agosto 31, 2009
Milano: 14 arresti tra i migranti in rivolta
La rivolta è per ora terminata con 14 arresti: scoppiata subito dopo che 15 migranti costretti in cattività senza aver compiuto alcun reato, hanno ricevuto la notifica del proungamento del trattenimento in base alle nuove norme del pacchetto sicurezza. Dopo due giorni di proteste all’interno del Centro di Identificazione ed Espulsione di Via Corelli a Milano, la protesta s’è protratta per tutta una lunga notte con l’ingresso dei reparti antisommossa, da dove gli uomini da caschi e manganelli hanno dichiarato di essere usciti feriti.
La rivolta è partita dai reparti femminili (5 arresti sono tra le donne) per poi dilagare rapidamente in tutto il centro, fino all’arrivo sui tetti da dove sono stati lanciati oggetti (termosifoni staccati e suppellettili), mentre la polizia tentava di entrare nelle gabbie con l’uso di idranti e il massiccio lancio di lacrimogeni.
Nel corso della notte, intorno alle 24 un presidio di solidarietà con i rivoltosi organizzato dai centri sociali e dalle associazioni milanesi, si è svolto sotto i cancelli, senza alcun momento di tensione con la Polizia. Arrivano notizie di diversi feriti, soprattutto tra le donne, ma sono stati tutti divisi nei diversi reparti e non si riescono ad avere numeri e dati specifici sulla situazione. Nel frattempo prosegue lo sciopero della fame.
Aggiornamenti continui, anche audio, sul sito MACERIE
Tenerife: infarto sul lavoro, il “sin papel” viene lasciato morire
I fatti risalgono al 25 luglio scorso ma la notizia è uscita solamente due giorni fa sulla carta stampata spagnola, per fare poi rapidamente il giro della rete. Una notizia che viene dall’arcipelago spagnolo delle Canarie, in una località turistica nella zona settentrionale di Tenerife, ma che abbiamo sentito tante volte nel nostro paese e grazie alle nuovi leggi sull’immigrazione e all’introduzione del reato di clandestinità sentiremo con frequenza quotidiana.
Un malore sul posto di lavoro: Luis Beltràn Larrosa, 56enne uruguaiano “sin papel”, che lavorava in nero in un bar sulla spiaggia dell’isola si sente male durante il suo turno. Il titolare del bar, ex funzionario di polizia, pensa bene di prenderlo di peso, portarlo fuori, spogliarlo della sua tuta di lavoro e abbandonarlo lì, in mezzo alla strada. E’ stato un vicino a chiamare l’ambulanza, arrivata ormai quando il lavoratore irregolare era ormai spirato. Lo stesso che ha poi raccontato di aver visto il titolare del locale svestirlo dei suoi abiti di lavoro e abbandonarlo lì senza chiamare i soccorsi. All’arrivo della Guardia Civil l’uomo ha dichiarato di aver portato Larrosa fuori solo per farlo respirare meglio, e di aver aspettato con lui i soccorsi. Intanto, su denuncia del figlio, la notizia è venuta alla luce, in attesa dell’autopsia dell’ennesimo lavoratore fantasma, morto invisibile.
(Valentina Perniciaro, altronline)
Il CIE di Gradisca in rivolta
Il Pacchetto Sicurezza è realtà da 2 giorni. Una manciata di ore prima che entrasse in vigore, una giovane migrante in Italia da diverso tempo ha deciso di lanciarsi nel fiume Brembo proprio perchè non riusciva a regolarizzarsi ed era terrorizzata dall’idea di dover affrontare le nuove leggi razziali che regolamentano la permanenza dei migranti nel nostro paese. Si chiamava Fatima Aitcardi, 27 anni, proveniente dal Marocco, bagnato dal nostro stesso mare.
Introducendo il reato di clandestinità l’Italia ha deciso di porsi in fondo alla lista dei paesi civili, ha deciso di girare i tacchi ai diritti fondamentali dell’uomo, di rendere illegali i corpi e non le eventuali azioni delittuose.
Ieri, com’era prevedibile, è scoppiata la rivolta in uno dei Centri di Identificazione ed Espulsione presenti sul nostro territorio: centri che vedranno moltiplicare di molte volte il numero di migranti reclusi, per l’inasprimento delle pene causato dall’aggravante della clandestinità e l’estenzione del trattenimento da 60 a 180 giorni. Il primo ad espodere è stato il CIE di Gradisca d’Isonzo, con una rivolta iniziata subito dopo le 21 e protrattasi fino alle 2 di notte, con la presa dei tetti, da dove urlavano verso la statale, che poco dopo è stata chiusa e lanciavano oggetti contro la polizia che arrivava con diverse volanti a circondare il centro. Più della metà dei presenti nel campo ha preso parte alla rivolta, poi la polizia è intervenuta con un massiccio lancio di lacrimogeni che hanno causato l’intossicazione di alcuni rivoltosi.
di Valentina Perniciaro, L’altronline
Pestaggio a Ponte Galeria
4 agosto 2009
Un racconto tremendo, e un appello, dal Cie di Ponte Galeria. Nella serata di lunedì arriva nel Centro un gruppetto di algerini, appena trasferiti da Bari Palese. Tra di loro c’è anche un ragazzo gravemente malato di cuore, che si lamenta e protesta: la polizia non ha provveduto a portare da Bari le medicine che deve prendere ogni giorno. Invece di procurare i farmaci, i poliziotti lo portano in infermeria e poi nella cella di sicurezza. Lì lo massacrano di botte, stufi di tutti questi stranieri sempre pronti a lamentarsi.
Quando lo riportano in sezione è pieno di lividi e sangue. Lui è malato di cuore per davvero e durante la notte si sente malissimo: i suoi compagni danno l’allarme, e il malato lascia il Centro a bordo di una ambulanza. La mattina dopo i suoi compaesani, che stanno raccontando in giro gli avvenimenti della notte, vengono raggruppati e portati via. Tutti pensano ad un rimpatrio, e solo la sera si scoprirà che in realtà il gruppo è stato messo in “isolamento” nel reparto delle donne. Intanto, durante tutto il giorno, del ragazzo malato di cuore non si ha più alcuna notizia.
Passano le ore, e i reclusi del Centro si ricordano di Salah Soudami, morto soltanto cinque mesi fa in circostanze pressoché identiche, e pensano al peggio.
Così chiedono aiuto ai solidali che stanno fuori dai Centri e lanciano un appello dai nostri microfoni: vogliono avere notizie del loro compagno. Vogliono sapere come sta, se è vivo o morto, e dov’è. Lo hanno chiesto alla Croce Rossa e non hanno avuto risposta. Lo hanno chiesto pure agli agenti, e anche loro sono stati zitti: del resto, si sa, i poliziotti sono buoni solo a massacrare di botte i malati di cuore.
Ascolta la diretta con Ponte Galeria:
http://www.autistici.org/macerie/?p=17513
Ascolta la corrispondenza del 5 mattina di Radio Onda Rossa
9 LUGLIO : TUTT@ davanti al C.I.E. di Ponte Galeria
GIOVEDÌ 9 LUGLIO 2009, DALLE ORE 16.30 PRESIDIO DAVANTI AL CIE DI PONTE GALERIA
Nelle giornate in cui si svolgerà il G8 vogliamo stare a Ponte Galeria, mentre i cosiddetti “grandi della terra” saranno nascosti dentro una
caserma a parlare della crisi. I governi del mondo chiamano a gran voce la libera circolazione delle merci e dei capitali, pretendendo di
fermare e controllare i flussi migratori, mentre l’unica possibilità di movimento concessa alle persone sembra essere quella legata al mercato
del turismo o allo sfruttamento del lavoro.
Respingimenti, politiche securitarie e detenzioni indiscriminate sembrano essere le uniche risposte che i cosiddetti paesi industrializzati sono intenzionati a
praticare per fronteggiare questa crisi economica e sociale che hanno contribuito a creare. 
Vogliamo stare a Ponte Galeria perché nei CIE (Centri di identificazione ed espulsione) finiscono persone rastrellate per strada mentre tornano a
casa dopo una giornata di lavoro sottopagato, mentre fanno la fila per rinnovare il permesso di soggiorno, oppure mentre aspettano un amico per
uscire la sera. Puoi aver lavorato per vent’anni in Italia, puoi essere nata o nato qui, ed essere recluso solo perché non hai il permesso di
soggiorno.
All’interno dei CIE viene quotidianamente calpestata la dignità umana. Non è garantita l’assistenza igienico-sanitaria: spesso manca l’acqua
calda, non c’è ricambio di asciugamani e le persone dormono su lenzuoli usa e getta che sono costrette ad utilizzare per settimane. Ogni persona
ha diritto a un solo litro d’acqua al giorno, anche nei periodi più caldi. Molto spesso le persone detenute vengono imbottite di psicofarmaci, cosa che ha portato a collassi fisici, mentre viene rifiutata la possibilità di farsi visitare da un medico. Persone affette da malattie contagiose vengono lasciate a contatto con le altre, aumentando il rischio di epidemie, nell’indifferenza del personale sanitario e delle forze di polizia.
Chi è detenuto denuncia una carenza di comunicazione pressoché totale e le poche informazioni che sono disponibili non vengono tradotte nelle
diverse lingue. L’assistenza legale minima non è garantita. Le decisioni sulla detenzione e sulle espulsioni sono affidate ad avvocati civilisti
e giudici di pace, che non hanno le competenze necessarie per gestire i casi che si trovano di fronte.
Pestaggi e abusi da parte della polizia e della Croce Rossa (che gestisce il CIE di Ponte Galeria) sono all’ordine del giorno e chiunque si trovi a protestare subisce violenze fisiche e intimidazioni. Solo a Ponte Galeria negli ultimi tre mesi si sono registrate due morti: Salah Soudani, morto in circostanze poco chiare dopo che il personale sanitario ha rifiutato di fornirgli l’assistenza medica, e Nabruka Mimuni, che viveva in Italia da trent’anni e che, dopo aver
ripetutamente minacciato di togliersi la vita piuttosto che essere rimpatriata, è stata lasciata in balia del proprio destino.
Non è pensabile che persone che hanno scelto di andarsene dal proprio paese d’origine, mettendo spesso a rischio la propria vita per
costruirsi un futuro migliore, o per fuggire da un presente di oppressione, si trovino ad essere rinchiuse in un lager di stato.
La clandestinità non é un reato, ma una condizione imposta da politiche razziste, xenofobe, basate sullo sfruttamento. Noi non ci consideriamo
“italiani” o stranieri ma siamo tutti e tutte abitanti del mondo.
Reclamiamo la libertà di movimento di tutte e tutti.
Vogliamo la chiusura di tutti i Centri di Identificazione ed Espulsione.
Rifiutiamo la società dei recinti e delle frontiere.
GIOVEDÌ 9 LUGLIO, DALLE ORE 16.30
PRESIDIO A PONTE GALERIA: MUSICA, VOCI, PAROLE.
Portiamo tutta la nostra creatività, la nostra rabbia e la nostra forza davanti a quelle mura.
L’appuntamento è nel parcheggio della fermata “Fiera di Roma” del trenino per Fiumicino aeroporto
(Via Gaetano Rolli Lorenzini angolo Via Cesare Chiodi).
DOBBIAMO CHIUDERLI!!!
CHIUDIAMO I CENTRI DI IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE.
PER UN MONDO SENZA FRONTIERE E GALERE…. SIAMO TUTTI/E CLANDESTINI/E

Immagini dalla manifestazione sotto il Centro di Identificazione ed Espulsione di Ponte Galeria, fatta venerdì pomeriggio da alcuni attivisti. ABBATTIAMO LE FRONTIERE, ABBATTIAMO LE GALERE
Tutte le foto sono tratte da Indymedia
Mediterraneo, il mare nostrum è sempre più un cimitero liquido
“Non è spuntato ancora un Omero per cantare le imprese colossali e desolate dei migratori che traversano il mondo a piedi e salgono sulle onde ammucchiati in zattere. Non si è affacciato un poeta cieco e perciò visionario a raccontare il mare spalancato, la deriva e il naufragio. Non c’è un Omero e neanche lo straccio di un nocchiero, di un Miseno, nella ciurma di Ulissi senza governo, tra Eolo re dei venti e Posidone signore delle terre emerse.”
Erri De Luca, “Odissea di morte”
LEGGI:
Siamo tutti assassini!
Il mare della morte
La strage di Catania
I corpi sugli scogli
Uccisa Mabruka Mimuni nel Cie di Ponte Galeria: dallo stato, dalla Croce rossa, dal governo…
ASSASSINI ASSASSINI ASSASSINI ASSASSINI
Nella notte, nel Cie di Ponte Galeria è morta una detenuta tunisina.
Si chiamava Mabruka Mimuni e aveva 44 anni. Ieri sera le hanno
comunicato che sarebbe stata espulsa e questa mattina le sue compagne di cella l’hanno trovata impiccata in bagno. Da quel momento le recluse e i reclusi di Ponte Galeria sono in sciopero della fame per protestare contro questa morte, contro le condizioni disumane di detenzione, contro i maltrattamenti e contro i rimpatri. Nabruka lascia un marito, e un figlio. Era in italia da più di 20 anni. È stata catturata due settimane fa dalla polizia mentre era in coda in Questura per rinnovare il permesso di soggiorno.
Se dobbiamo dare un nome a chi l’ha uccisa, non basterebbero le poche righe che abbiamo a disposizione. Del resto, almeno qualche nome di questa lista lo conoscete già: intanto il ministro Maroni, che questa mattina si vantava della gente deportata in Libia senza neanche passare dai porti italiani; poi il partito del Ministro, e tutto il suo governo, che si apprestano a portare di nuovo a sei mesi il tempo di reclusione nei Centri di identificazione ed espulsione; e ancora la Croce rossa italiana, che gestisce il centro di Roma Ponte Galeria e diversi altri lager in Italia; e giù giù, tutte le brave persone che applaudono alle retate, che si radunano nelle strade ad urlare “espulsioni, espulsioni!”, che sputano rancore ad ogni passo.
Ascolta la diretta dai microfoni di radio Blackout di Torino con una reclusa del Centro di Ponte Galeria:
http://piemonte.indymedia.org/attachments/may2009/diretta_cie_roma.mp3
Una ronda non fa primavera
Da Padova a Forlì il mercato delle ronde apre la strada alla privatizzazione e politicizzazione della sicurezza
di Paolo Persichetti, Liberazione 1 marzo 2009
dal blog Insorgenze
Dopo l’entrata in vigore del decreto legge sulle ronde, in alte parti d’Italia si assiste ad un proliferare di «associazioni di volontari per la sicurezza», intenzionati a presidiare il territorio con funzioni ausiliarie delle forze dell’ordine.
A Padova, militanti di An e della Lega sono scesi in alcuni quartieri fino a quando hanno trovato la strada sbarrata dai giovani dei centri sociali. Un po’ di sberle e l’intervento della polizia hanno messo fine ad all’iniziativa.
L’indeterminatezza e la prosa allusiva contenuta nel testo varato dal governo lo scorso 25 febbraio hanno lasciato ampio spazio alle interpretazioni più pericolose e così si è immediatamente scatenata la corsa all’accaparramento del mercato politico-mediatico delle ronde. Il testo approvato, infatti, pur dando priorità alle associazioni composte da personale delle forze dell’ordine in congedo, estende il ricorso alla collaborazione con i comuni ad ogni altro tipo di «associazione tra cittadini non armati», purché compaiano in un’apposita lista depositata in prefettura e non usufruiscano di finanziamenti pubblici. Formulazione che sembra aprire al finanziamento privato della vigilanza, sul modello delle «agenzie private di sicurezza» teorizzato dai partigiani dell’ultracapitalismo selvaggio, come lo studioso americano Robert Noizick.
Ritagliato su misura sulle esperienze di vigilanza locale già sperimentate nelle cittadine governate da amministratori leghisti, l’impresa delle ronde è diventata subito un terreno d’accesa competizione per il controllo del territorio tra schiere di leghisti e squadre di An, Storace, Forza nuova e Fiamma tricolore.
A Verona la giunta comunale ha istituito gli «assistenti civici», ad Udine la Lega ha annunciato la creazione di ronde entro il mese. A Milano come a Napoli agiscono da tempo i City angels e i Blue berets. A Torino e Ferrara giovani di An sono scesi in strada, mentre a Trieste Fiamma tricolore sta organizzando ronde intitolate alla memoria di Ettore Muti. A Bologna ci sono state iniziative episodiche di An, Forza nuova e Lega. A Forlì la Lega ha creato delle «ronde civiche». A Roma invece è molto attiva la Destra di Storace che ha sguinsagliato i propri militanti e annunciato la nascita di «ronde rosa» nel quartiere dell’Eur. Il più delle volte si tratta d’effetti d’annuncio, scimmiottamenti mediatici con pettorine colorate di fronte a tv e fotografi, ma la tendenza a strutturare “squadrette”, camuffando un rinnovato squadrismo sotto le vesti delle milizie cittadine volontarie, è ormai avviata, al punto che anche La Russa, il ministro della Difesa che inizialmente aveva dato voce alle perplessità dell’arma dei carabinieri, ora si è detto favorevole. Anche lui prevede che i civili possano far parte dei cosiddetti «pattuglioni», ovvero una militarizzazione del territorio allargato non solo alla presenza di polizia e carabinieri, ma all’esercito, che già sorveglia i semafori, e alla polizia penitenziaria, guardia di finanza, forestale (e perché no anche ai guardiacaccia e guardiapesca?). Un’Italia, insomma, che assomigli sempre più al piazzale di una caserma con adunate e alzabandiera mattutini.
«Riprendiamoci la città» era uno degli slogan che più echeggiava negli anni 70. Lanciato da Lotta continua venne ripreso durante il movimento del 77, dove risuonò come una slavina durante gli enormi cortei. Dietro questa parola d’ordine agiva il protagonismo di soggetti deboli e misconosciuti, la partecipazione irruenta dei senza parola alla vita pubblica contro ogni forma di sfruttamento, sopraffazione, carovita, per un uso pubblico e sociale della città, dove trovassero soddisfazione i bisogni dei cittadini, reddito, trasporti, verde, cultura, spazi di socialità, musica, feste.
Mai il senso delle parole ha potuto segnare la direzione di un’epoca come in questo caso. Ciò che allora voleva indicare la riconquista condivisa dello spazio pubblico, un allargamento della cooperazione e della socializzazione, l’uscita dai ghetti della fabbrica, dei quartieri dormitorio, del privato, ora indica l’esatto opposto.
Oggi a lanciare questo slogan sono le truppe del Carroccio e le squadre della destra che coagulano gli interessi particolaristici dei bottegai, di cittadini blindati nei loro villini a schiera, di lavoratori atterriti dalla crisi economica.
Ma le ronde non fanno primavera.
Fiamme al C.I.E. di Lampedusa
Questa mattina la già tesa situazione del Centro di Identificazione ed Espulsione ( che fino a poche settimane fa era un Centro di Accoglienza ) dell’isola di Lampedusa è esplosa in alcuni momenti di scontri tra i migranti internati e le forze dell’ordine, che hanno immediatamente richiesto rinforzi.
La situazione è molto tesa da ieri pomeriggio, quando 300 persone hanno iniziato lo sciopero della fame per protestare contro il trasferimento di 107 connazionali a Roma, in attesa del rimpatrio coatto.
Risultano all’incirca una decina di feriti tra migranti e forze dell’ordine, che hanno anche usato gas lacrimogeni durante gli scontri. Poco dopo l’inizio delle tensione una fitta nube di fumo si è alzata dalla Contrada Imbriacola dove è situato il lager per migranti. Il capannone principale è stato completamente distrutto dalle fiamme e malgrado lo sforzo dei Vigili del Fuoco, pare che si stia estendendo anche ai due capannoni vicini anche a causa del forte vento che sta battendo l’isola.
Alcuni migranti erano riusciti a darsela a gambe ma poco fa tutti i quasi 900 detenuti presenti (comprese donne e molti bambini) sono stati concentrati in un’unica area dai reparti antisommossa che ancora circondano tutta la struttura, dichiarata comunque inagibile e di cui è stato chiesto un immediato sgombero dal sindaco dell’isola, Dino De Rubeis, che inoltre accusa il governo e chiede la rimozione immediata del Ministro Maroni “responsabile del fallimento totale dell’operazione”: “La colpa è del governo” dice ” che ha trasformato il centro in un lager. I migranti sono esasperati e pronti a tutto, da dicembre sono prigionieri della struttura”.
CI PREOCCUPIAMO DELL’ALIMENTAZIONE FORZATA DI ELUANA, SENZA VOLGERE SGUARDO O BATTITO DI CIGLIA ALLE MIGLIAIA DI MIGRANTI CHE FACCIAMO MORIRE PER MARI, DENTRO LE CARCERI O DENTRO STRUTTURE ILLEGALI COME IL C.I.E. DI LAMPEDUSA. NON CI PREOCCUPIAMO DI INTEGRAZIONE, DI PROGRAMMI SCOLASTICI ADEGUATI,
DI ASSISTENZA, DI ACCOGLIENZA NEL VERO SENSO DELLA PAROLA. L’UNICA COSA CHE PUO’ FERMARE LO SCEMPIO DI QUESTO PAESE, LE ORDE FASCISTE DI PICCHIATORI CHE SI SPACCIANO PER GIUSTIZIERI. SOLO L’INTEGRAZIONE CI SALVA DALLE LOGICHE SECURITARIE, DALL’EMERGENZA STUPRI E LE CONSEGUENTI RONDE E SPEDIZIONI PUNITIVE.
NOI, POPOLO DI MIGRANTI PER ECCELLENZA: NOI POPOLO CHE HA SUBITO LINCIAGGI E ACCUSE GRATUITE DI STUPRI E FURTI NEI PAESI DOVE SIAMO MIGRATI…PROPRIO NOI ITALIANI, QUELLI CHE MENO DI TUTTI SI POSSONO PERMETTERE DI ESSERE RAZZISTI
PER UN MONDO SENZA CONFINI E SENZA STATI. PERCHE’ SIAMO TUTTI CITTADINI DELLO STESSO MONDO.
PERCHE’ I CORPI POSSANO GIRARE LIBERAMENTE, SENZA FRONTIERE, SENZA BANDIERE, SENZA PATRIA, SENZA GALERE





































Commenti recenti