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Archive for settembre 2013

Ottobrata romana: 16-17-18 ottobre 2013, a due anni dagli scontri di San Giovanni

20 settembre 2013 Lascia un commento

Foto di Valentina Perniciaro _15 ottobre 2011_

Questo blog ha scritto molto riguardo il 15ottobre2011, l’ha vissuto sulla sua pelle (soprattutto dentro ai polmoni)…
una giornata che ha cambiato diverse cose, anche dentro di me,
che ha visto alzarsi spaccature velenose poi calmatesi col tempo, purtroppo o perfortuna, all’interno del movimento.

Una giornata che ha visto alzarsi il livello dello scontro, ma che ha scatenato violenza tra noi,
che ha rispolverato la delazione tra i compagni, i comunicati contro gli “sfasciacarrozze” e tante altre cose capaci di creare cicatrici ancora più che dolorose.
Innegabile il fatto che è una giornata che c’ha insegnato tanto, perché era tanto che non si teneva una piazza in quel modo, malgrado caroselli ogni istante più violenti e una pioggia di lacrimogeni che giusto nei boschi valsusini si era vista ultimamente.
Una giornata che poi puuuffff, è un po’ scomparsa dalle strade per apparire troppe volte dentro le aulee dei tribunali penali:
l’unico reale strascico di quelle giornate fino ad ora è stata una feroce e surreale repressione…

tra poco, a distanza di due anni, si tornerà a vivere la stessa piazza,
e quello che leggete nel box qui sotto è un comunicato che gira per la rete…

i testi caldi :) sul 15 ottobre:
Delazione e rimozione della propria storia
Gli scontri, i Cobas e la violenza dei non-violenti
Su quelle giornate e la repressione che ne è seguita:
Il comunicato su Giovanni Caputi
Ecco la prima condanna
Cobas contro Cobas
Un commento di Oreste Scalzone
Presidio a Regina Coeli
Infoaut risponde al comunicato dei Cobas
I “terroristi urbani”

16 – 17 – 18 Ottobre 2013 – Roma

Tre Giornate di Lotta in Solidarietà ai Rivoltosi e alle Rivoltose del 15 Ottobre 2011

15 ottobre 2011, una data impressa nella memoria di molti.
Che ci sarebbe stata una sommossa era nell’aria e così è successo.

Quel giorno, nelle strade di Roma, migliaia di persone si sono scontrate per diverse ore con la polizia attaccando i responsabili della miseria e dell’oppressione di tutti. Sono state colpite banche, agenzie interinali, compro oro, supermercati, auto di lusso, edifici religiosi, militari e amministrativi. Se molti sono scesi in piazza con intenzioni bellicose, altri hanno disertato le fila rassegnate dell’ennesimo inutile corteo approfittando della situazione che si era creata, altri ancora, sono arrivati quando si è sparsa la voce che gli scontri erano iniziati, quando si è capito che lo spettacolo era saltato, che si faceva sul serio.

Foto di Valentina Perniciaro _i muri del 15 ottobre 2011_

Quella che si è vista è una disponibilità a battersi che fa paura a chi comanda, così come fa paura la simpatia verso i ribelli, più diffusa di quanto gli amministratori del consenso vogliano farci credere. Infatti nonostante la condanna dei gesti da parte dei politici di ogni colore e la montagna di fango riversata dai professionisti della calunnia, abbiamo constatato quanto fosse popolare la convinzione che le ragazze e i ragazzi scesi in strada “hanno fatto bene” e che, anzi, la prossima volta “bisogna fare di più”. Una giornata di lotta memorabile il cui senso è sintetizzato da alcune delle scritte tracciate sui muri della capitale: “oggi abbiamo vissuto”, “pianta grane non tende”.

In quella giornata, chi si è battuto ha fatto debordare il corteo dagli argini della protesta sterile nella quale gli organizzatori volevano imbrigliarlo. Il carrozzone della sinistra riformista (disobbedienti, Sel, Idv, Cgil, Arci, Legambiente, Fai, Cobas, ecc…) si riproponeva di giocare le solite vecchie carte: partire da slogan altisonanti, sparati a tutto volume da colorati e pacifici sound system lungo le strade della capitale, per poi incanalare la rabbia e monetizzarla sotto forma di consenso politico e potere di contrattazione. Sono gli stessi che plaudono agli scontri quando si verificano in località distanti, possibilmente esotiche, per poi dissociarsi e calunniare quando le stesse cose avvengono a casa loro. Il 15 ottobre è finalmente emersa una prima risposta reale a trent’anni di lotta di classe a senso unico, cioè da parte dei padroni contro gli sfruttati. La fine di ogni spazio di contrattazione è diventata palpabile. “Non chiediamo il futuro, ci prendiamo il presente” era scritto sullo striscione di uno degli spezzoni più combattivi.

Foto di Valentina Perniciaro _piazza San Giovanni, 15 ottobre_

Il sistema capitalista che domina le nostre vite si manifesta sempre più inequivocabilmente come una guerra totale al vivente. Un’oppressione che diventa sempre più insostenibile e per questo aumentano continuamente quelli a cui la strada in salita della rivolta appare come l’unica via sensata e percorribile. L’insurrezione è il peggiore incubo di chi governa questo mondo, un incubo che può sembrare un’ipotesi lontana ma che si sta manifestando, a scadenze sempre più ravvicinate, nelle metropoli del mondo. La congiura dei rivoltosi abbraccia ogni angolo del pianeta. Nel ventunesimo secolo una metropoli può infiammarsi per un omicidio da parte della polizia, per un parco da salvare e persino per l’aumento del prezzo del biglietto dell’autobus, ma dietro le motivazioni d’occasione è facile scorgere la rivolta contro l’insostenibile degrado a cui è ridotta la vita, la voglia di farla finita, una volta per tutte, con questo vecchio mondo. Se politici, poliziotti e giornalisti si interrogano sul perché quel giorno si sia scatenata la rivolta, noi ci dovremmo domandare, invece, perché la rivolta non esploda tutti i giorni. La catastrofe è, infatti, ogni giorno in cui non accade nulla.

“Ogni giorno 15 ottobre” abbiamo letto in una lettera scritta da un compagno privato della libertà in seguito a quei fatti, ed è da qui che vogliamo ripartire. Se infatti quella giornata è stata una dimostrazione di potenzialità e un’apertura di possibilità, come in ogni battaglia sono stati fatti dei prigionieri. Va detto chiaramente: queste compagne e questi compagni non vanno dimenticati, vanno difesi e vanno liberati.

E’ da qui che si vuole continuare, dal 16 ottobre di due anni dopo. Per questo ci incontreremo tutti e tutte a Roma nelle giornate del 16, 17 e 18 ottobre, per riportare la conflittualità intorno al processo del 15 nel luogo dove è nato, nelle strade di questa metropoli. Una tre giorni di lotta in solidarietà agli imputati e alle imputate di questo processo che vede schierati, tra gli altri, alcuni padroni della città nel ruolo di accusatori.

Costoro chiedono risarcimenti milionari, accusando chi si è ribellato di aver “leso l’immagine turistica della città”. Bene, rispediamo le accuse al mittente: per una volta anche la nostra città è stata all’altezza delle altre capitali europee. Il Comune di Roma, l’Ama, l’Atac, la Banca Popolare del Lazio, oltre ai ministeri della Difesa e degli Interni, si sono costituite parte civile al processo e sono fra le componenti di quella macchina del potere che ci opprime, che ci impedisce di godere della nostra vita, delle nostre relazioni, dello spazio in cui viviamo: non mancheremo di farglielo notare.

In questo processo, la procura, vuole riutilizzare il reato di devastazione e saccheggio, un’accusa che ha già comportato pesanti condanne, a cominciare dal processo per Genova 2001. Il reato di devastazione e saccheggio è un’arma spianata contro ogni lotta che assuma il carattere della concretezza. Un’arma terroristica che colpisce nel mucchio, una vera e propria rappresaglia di un potere isterico e ferito. Un’accusa paradossale perché rivolta a chi si è battuto coraggiosamente contro l’unica entità responsabile della devastazione e del saccheggio a livello planetario: il sistema capitalista. Con questa farsa giudiziaria il potere si pone l’obiettivo di chiudere un’agibilità di piazza che rischia di far esplodere la polveriera nazionale.

Inoltre gli imputati e le imputate, come nel processo No Tav, sono scelti con precisione chirurgica, toccando tutto il frammentato arcipelago antagonista. L’obiettivo è chiaro: distruggere con fermezza ogni solidarietà rivoluzionaria faticosamente costruita negli ultimi anni. Perché non basta declinare la solidarietà come un concetto passivo, come qualcosa che arriva dopo gli arresti, dopo la sfortuna. La solidarietà deve essere pensata e praticata quotidianamente come un qualcosa che si genera nella lotta. Condividere il modo in cui viviamo e praticarlo ci permette di costruire quella solidità, da cui il termine solidarietà deriva, che permetterà alle varie iniziative conflittuali e autonome di propagarsi e moltiplicarsi.

Ed ecco perché una tre giorni di lotta. Una tre giorni di iniziative diffuse e molteplici che vogliono portare la difesa nelle strade dei quartieri in cui viviamo, mettendo in campo pratiche conflittuali nella città. E’ necessario rispondere con la giusta misura agli attacchi a cui si viene sottoposti. La ripetizione della solidarietà di maniera non è sufficiente. Abbiamo pensato a una tre giorni pratica con una modalità teorica di condivisione che prova a fare un piccolo salto in avanti. Provare non solo a condividere i momenti della tre giorni ma anche la sua preparazione è un tentativo in questa direzione. Diventare solidi per essere ancora più fluidi. Essere raggiungibili e riproducibili.

La nostra guerra non è finita e le giornate come il 15 separano e dividono, solo nella misura in cui dei muri si alzano tra chi ha deciso di percepirsi nella battaglia e chi ha deciso di chiamarsene fuori. Ed è di questa guerra che nei giorni dell’ottobrata romana vorremmo percorrere un altro pezzo di strada. Questa guerra che è nelle nostre vite, nei nostri quartieri, nelle nostre città, nelle nostre montagne. Questa guerra che ora prende la forma di un processo ai nostri compagni e alle nostre compagne ma che coinvolge tutti e tutte noi in ogni istante e in ogni luogo.

Complici e Solidali

https://ottobrataromana.noblogs.org/

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Pavlos Fissas, ammazzato dai fascisti

19 settembre 2013 2 commenti

A pugno chiuso, Pavlos!

The world has become a big prison
and I ‘m looking for a way to break the chains.
There is a place waiting for me,
there at a high mountain peak for me to arrive.
That’s why I stretch again my two hands very high,
to steal some light from the bright stars.
I cannot take it down here and I’m about to choke from
this human misery, as much as sorrow.
I cannot stand it anymore and all these people were not from me,
so I followed another path and not the one they forced me to.
It was rough, tough and with many pitfalls,
bad love and friends like venomous vipers.
It had monsters with strange uniforms
always secretly lurking in the shadows.
Don’t stop if you decide to follow it,
tighten your teeth firmly and do not cry.
I took it myself and reached its end
and as the old wise people write in books
when the sun reaches its end,
eagles will light a fire from above.
To those who betrayed me by back stabbing me I want them to know that
I will not bother to cry.
And to all my old loves I want them to know that
I will not bother to cry.
And to those that threatened me burning chains I want them to know that
I will not bother with fear.
Let them come and find me at the mountain top, I’m waiting for them and
I will not bother with fear.

They told me not to have “crazy” dreams,
not dare to look at the stars,
but I ‘ve never took them seriously,
I took the whole world in my arms.
They want nowadays to build me a nest,
where there ‘s more fear, ugliness
and a moaning cry and a heavy chain,
carrying the curse of the gods and blasphemy.
I will not shed a tear and I will not be afraid.
I will not let them steal my dreams.
I fly free, high, very high
while they are jealous of my proud unbound wings.
And I’m waiting for other brothers to come here
in this mountain peak waiting for them all,
as long as they don’t cry and fear
living in this well thought fraud.

To those who betrayed me by back stabbing me I want them to know that
I will not bother to cry.
And to all my old loves I want them to know that
I will not bother to cry.
And to those that threatened me burning chains I want them to know that
I will not bother with fear.
Let them come and find me at the mountain top, I’m waiting for them and
I will not bother with fear.

To those who betrayed me by back stabbing me I want them to know that
I will not bother to cry.
And to all my old loves I want them to know that
I will not bother to cry.
And to those that threatened me burning chains I want them to know that
I will not bother with fear.
Let them come and find me at the mountain top, I’m waiting for them and.. 

Il testo di una canzone di Pavlos Fissas, conosciuto nel mondo della musica come Killah P…
ucciso dai fascisti di Alba Dorata nelle strade di Keratsini, periferia ovest ateniese.
Trentaquattro anni, rapper, era con un amico e la sua fidanzata in giro quando è sono stati attaccati da un gruppo di Alba Dorata, partito neonazista greco, finchè non è arrivata una macchina, il cui autista è sceso e l’ha colpito a morte, al cuore e allo stomaco.
E’ morto poco dopo in ospedale, mentre la sua morte è stata “vigilata” da una moto della polizia che è intervenuta solamente a coltellate date: il suo assassino, 45enne appartenente ad Alba Dorata di nome Georgios Roupakias (Γεώργιος Ρουπακιάς) e più che conosciuto nel mondo dell’estrema destra greca, è stato poi arrestato.

Ecco quei cosi schifosi de Alba Dorata

Le strade greche hanno risposto immediatamente a questo balordo assassinio: più di 26 città hanno visto ogni vicolo riempirsi di determinazione, odio antifascista e scontri con la polizia. Athens, Thessaloniki, Patras, Larisa, Chania, Rethimno, Iraklio, Kozani, Trikala, Komotini, Mytilene, Chios, Kalamata, Corinth, Preveza, Volos, Agrinio, Arta, Ptolemaida, Mesollogi, Samos, Serres, Giannena, Alexandroupolis, e Livadia: tutte queste città erano solo una piazza, solo uno slogan,
un solo urlo di rabbia che si propaga per un paese che non ne può più della repressione dello Stato e della manovalanza fascista che sempre più colpisce migranti e antifascisti.
Si contano centinaia di arresti, ma anche una determinazione che non verrà fermata con la repressione, nè con le cariche della polizia.

A PAVLOS, A PUGNO CHIUSO!
Leggi anche: Ufficiale della marina italiano punta pistola contro antifascisti a Patrasso, QUI

 

Una scuola per bambini non per clienti o consumatori. Mc Donald’s non ci deve entrare

16 settembre 2013 8 commenti

20130912-113041.jpgIn 4 giorni più di undicimila persone hanno cliccato i due post che ho pubblicato sulla pubblicità che la multinazionale Mc Donald’s è venuta a farsi il giorno della riapertura delle classi all’interno dell’asilo per l’infanzia del comune di Roma dove quest’anno ho iscritto mio figlio.
La vicenda ha assunto una tale rilevanza che dopo l’iniziale risposta del sindaco, anche l’assessore alla Scuola, Giovani e Pari Opportunità del comune, Alessandra Cattoi, è intervenuta stamani con una intervista rilasciata a metronews.it, che potete leggere in integrale nel box qui sotto.

Dalle risposte dell’assessore veniamo a sapere che l’ingresso di Mc Donald’s all’interno dell’istituto scolastico sarebbe dovuto all’improvvida iniziativa di una educatrice su consiglio di un genitore: «È stato uno scivolone di una delle educatrici della scuola, su suggerimento di un papà. Non ne era al corrente nemmeno la coordinatrice dell’asilo».
La coordinatrice per l’infanzia di un municipio romano ha ricordato, in uno dei tanti commenti (più di 60) apparsi sotto i due post sulla vicenda, che secondo quanto previsto dai regolamenti amministrativi del comune di Roma, «nella scuola pubblica non si possono vendere, ne comprare e/o promuovere beni e servizi se non secondo procedure rispondenti al progetto educativo e disposte per delibera degli organismi di partecipazione».
Una norma che ai miei occhi appare fin troppo permissiva poiché non preclude affatto la vendità, l’acquisto o la sponsorizzazione di beni e servizi ma la lega alla presenza di un progetto educativo a cui dovrebbero essere finalizzati e al rispetto delle procedure di deliberazione degli organismi di partecipazione, nei quali sono presenti tutti i soggetti che fanno parte della comunità scolastica.

Capite che in questo modo si potrebbe consentire, sia pur nel rispetto delle procedure, la vendita da parte di privati di offerte educative, dall’attività sportiva, ai corsi di recupero o corsi specialistici eccetera. Questa norma apre molto subdolamente all’ingresso del mercato nella scuola pubblica. Le avvisaglie ci sono da tempo, dalla pubblicità sui libri, agli sponsor. Sarebbe la definitiva morte dell’insegnamento pubblico, della scuola per tutti anche nell’età dell’obbligo. In questo modo andranno a scuola solo i figli delle famiglie che potranno permetterselo, che hanno un reddito tale da poter pagare le offerte educative. Mentre gli altri andranno per strada, al massimo verranno ammassati in cameroni, per loro vedrete ci sarà chi comincerà a predicare la necessità di reintrodurre principi correttivi rigidi, la responsabilità penale a 13 anni, come è accaduto in Gran Bretagna, e al posto della scuola avranno una bella casa di correzione.

Ma a parte queste mie considerazioni, quel che è accaduto il primo giorno di scuola alla Cittadini del mondo non rientra in nessuna delle caratteristiche legali previste dalla norma indicata: la presenza di Mc Donald’s non rientrava in nessun progetto educativo e nessun organismo partecipativo d’istituto aveva deliberato una decisone del genere, sconosciuta persino alla coordinatrice scolastica. Insomma un’abuso totale.

Ora che un genitore (ovviamente diamo per acquisita la buona fede) non possa aver mai saputo che una scuola pubblica non è un mercato (per giunta anche quelli sono regolati eccome!) dove si può vendere, comprare, fare pubblicità, ci può anche stare. Certo bisogna riconoscere che è un segno dei tempi degradati che corrono. Siamo nell’era della servitù volontaria dove anche chi ha tutto da perderci è convinto che privato sia bello, che il suo padrone sia un benefattore non uno che ricava dalla sua prestazione profitto tanto che il giorno in cui non gli conviene più lo lascerà per strada con un bel calcio nel sedere, in una società dove chi ha contratti precari può scordarsi ammortizzatori e indennità di dicoccupazione e chi ha meno di 40 anni non avrà mai una pensione.
Ma che un’educatrice non sapesse che una multinazionale non può entrare impunemente in una scuola a spacciare e fare pubblicità per i suoi prodotti lascia di stucco. Certo che lo sà, altrimenti dovremmo pensare che i nostri figli sono in mano a delle incapaci!

Voglio aggiungere solo un’altra cosa, l’assessore Cattoi dice: «Da quando sono assessore a Roma ho scoperto che i genitori sono attentissimi a quel che mangiano i figli in mensa, il cibo a volte viene prima dell’insegnamento».

Si potrebbe facilmente rispondere che nell’insegnamento rientra anche l’educazione alimentare. Lo sanno bene gli organismi centrali della sanità che devono affrontare le conseguenze su scala nazionale della cattiva alimentazione che ha costi tali da ripercuotersi sulla collettività.

Invece bisogna capire che questa vicenda ha una significato centrale proprio per l’insegnamento: la scuola non è un mercato, ciò vuole dire che esistono spazi che non rispondono alla legge della domanda e dell’offerta o ad altre variabili del genere. La scuola deve restare uno spazio comune, libero, autonomo dove far crescere bimbi che dovranno essere persone consapevoli, dotate di strumenti che gli consentano di saper e poter scegliere, di avere uno sguardo critico e autonomo, persone appunto, non clienti, non consumatori. PERSONE LIBERE!

da http://www.metronews.it/master.php?pagina=notizia.php&id_notizia=15886

Metronews

Se il Mc Donald va all’asilo, parla l’assessore alla scuola del comune di Roma
di Paolo Chiriatti

Mi Consenta ad Alessandra Cattoi, assessore alla Scuola, Giovani e Pari Opportunità

La scorsa settimana in un asilo comunale alla periferia di Roma personale del Mac Donald ha accolto i bambini all’interno della struttura con palloncini, thermos di tè, e soprattutto tanti buoni pasto da consumare nei suoi fast food. Come è stato possibile?
“È stato uno scivolone di una delle educatrici della scuola, su suggerimento di un papà. Non ne era al corrente nemmeno la coordinatrice dell’asilo”.

Non c’è un controllo sulle iniziative che vengono fatte nelle scuole?
Certo, alcune sono verificate direttamente dal Comune, altre dai vari municipi.
Diciamo che questa volta un’importante catena di ristorazione è riuscita a farsi pubblicità…
Beh, diciamo anche che per fortuna un gruppo di mamme che accompagnava i figli all’asilo si è subito accorta di quest’anomalia e ha segnalato il caso. Da quando sono assessore a Roma ho scoperto che i genitori sono attentissimi a quel che mangiano i figli in mensa, il cibo a volte viene prima dell’insegnamento.

E lei cosa pensa di questa vicenda?
Che i fast food non siano campioni della buona alimentazione lo sanno in primo luogo le mamme e i papà, e non credo che un episodio simile si possa ripetere.


Gli altri post su Mc Donald’s in un asilo romano

Mc Donald ci da il benvenuto alla scuola materna!

Anche in Francia si parla del Mc Donald’s nella materna del comune di Roma

Anche in Francia si parla del McDonald’s nella materna del Comune di Roma

15 settembre 2013 8 commenti

Un paio di tweet che raccontavano le prime due ore di scuola materna di mio figlio e si è scatenato giustamente il panico:
una multinazionale come McDonald’s che organizza la festa di inizio anno scolastico dentro una scuola materna del Comune di Roma non ha sconcertato solamente me; la viralità dei tweet e quello che si è scatenato dopo lo dimostrano.

L’arrivo del bidone del thè “gentilmente offerto da McDonald’s ai bambini” della materna comunale “cittadini del mondo”

Poi solo un rapido post su questo blog, scritto al volo dal telefono, e il giorno dopo la bagarre dalla rete s’è spostata anche sulla carta stampata,
con un articolo del Messaggero che raccontava come il sindaco Ignazio Marino m’ha immediatamente risposto a riguardo, dicendo che l’iniziativa non era ovviamente “comunale” e che avrebbe immediatamente parlato con il dirigente scolastico.

Insomma, un’indignazione generale, che ha costretto il responsabile nazionale della comunicazione di McDonald’s Italia e il sindaco a “metterci una toppa” il primam possibile.
Quel che sconcerta, e che vi invito a leggere, è la reazione di alcune “mamme” che hanno pensato bene di tartassarmi di messaggi aggressivi e quasi minacciosi perché avevo osato denunciare questa cosa quando ce ne sono di molte più gravi in quella stessa scuola (il tetto che verrebbe giù da un momento all’altro) invece di un “gentile” pensiero di McDonald, per le quali non ho mai visto nè sentito alcuna mobilitazione…e son solo 31 anni che sto qui…
Sono basita sì, non riesco a capire come non si possa realizzare la gravità di questo fatto: una multinazionale che entra in una scuola con palloncini e gadget, buoni sconto e inviti a far feste di compleanno nei loro locali, oltretutto porta un bidone giallo lurido aperto, lo lava in qualche secondo nel bagno dei bambini per poi metterci una polverina che loro chiamavano thè: potete vedere dalle foto come era stato trattato quel bidone,
non potete vedere le condizioni igieniche in cui si trovava ma ve le lascio immaginare.

Non una pizzetta si può portare…quei bei panini con la frittata con cui son cresciuta non si possono portare per motivi igienici (solo industriali impacchettati) ma il lurido bidone del Mc è “un pensiero gentile per i nostri bambini”…
sarebbe bello vederne l’autorizzazione ad entrare, quali firme ci sono, quali controlli sanitari son stati fatti.

Neanche sto a commentare quel che scrivonoo, non più: certo, sono parole interessanti le loro, uno studio antropologico sulla fine del funzionamento delle sinapsi andrebbe fatto fare…

Nel frattempo la storia ha varcato anche il confine, vi allego qui sotto un articolo in francese uscito su Fr.Novopress.info…
pensa quanto se incazzeranno le “mamme” ( 😉 ) :

15/09/2013 – 08h30

Pronto da servire! A sto punto era mejo, ma moooolto mejo, una CocaCola

ROME (NOVOpress) – La maternelle s’appelle « Citoyen du Monde » – ça ne s’invente pas. La rentrée y avait lieu mercredi, comme dans toutes les écoles publiques de Rome. Et pour accueillir les petits, « pour qu’ils ne soient pas traumatisés d’être séparés de Papa et Maman » … la société MacDonald’s, avec ballons, boissons à gogo et bons de réduction pour un Happy Meal (en anglais dans le texte). Tout cela alors que le gouvernement italien vient de prendre en fanfare un nouveau décret pour « favoriser la consommation consciente des produits fruitiers dans toutes les écoles d’Italie » : l’objectif, selon le ministre des politiques agricoles, est de « faire comprendre aux enfants l’importance d’une alimentation équilibrée et leur faire adopter dès leur plus jeune âge des habitudes et des styles de vie sains ».

Une mère de famille, laïque « de gauche », qui a découvert le spectacle en accompagnant son fils à l’école, s’en est émue sur son blogue et a apostrophé sur twitter le nouveau maire de gauche de Rome, Ignazio Marino, dont c’était aussi la première rentrée. « Grâce à Ignazio Marino, les enfants de la maternelle ont la réduction chez MacDonald’s ». « Aujourd’hui à la maternelle, on gonfle les ballons MacDonald’s. Faut-il envoyer nos enfants chez les curés ??? » Et encore « merci, maire Ignazio Marino, cette école du capitalisme et des multinationales était justement ce que nous voulions : ça nous manquait ».

La pauvre femme est manifestement de ceux qui n’ont pas compris que la gauche « citoyenne du monde » était la meilleure alliée des multinationales. Le nouveau premier ministre « de gauche » Enrico Letta, membre du Partito Democratico comme Ignazio Marino, n’avait-il pas publiquement revendiqué, avant les élections, le patronage de la Banque Goldman Sachs, dont il avait salué « le courage et la lucidité d’analyse » ?

La polémique ayant enflé sur les réseaux sociaux, le maire s’est hâté de dégager sa responsabilité. À l’en croire, il s’agit d’une initiative de l’école « Citoyen du Monde », pas de la municipalité. Le responsable de la communication de MacDonald’s a affirmé de son côté que la compagnie avait répondu à la demande d’une enseignante. « Nous avons servi du thé froid [à des enfants de maternelle ?, NdT] et distribué des ballons à titre gracieux. Il s’agissait d’un acte de gentillesse, et non d’une opération de marketing ».


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Turchia: vittime collaterali

14 settembre 2013 2 commenti

Un post da @workingclasshero che ci racconta le ultime ore ad Istanbul,
Grazie caro!

20130914-115706.jpg

Serdar Kadakal è morto stamattina. È morto per un attacco cardiaco dovuto a inalazione di gas. È morto perché da tre giorni a Kadikoy, quartiere in parte asiatica di Istanbul, va in onda uno spettacolo pirotecnico di fuochi d’artificio offerto dalle forze dell’ordine. Non è dunque il gas delle mura domestiche che ha stroncato Serdar, ma quello nostrano delle forze del disordine. Omicidio? Suvvia non scherziamo. Chiamiamola tragica fatalità.

Una fatalità che aveva già preso tra le sue braccia il destino di Metin Lokumcu, Irfan Tuna e Selim Onder. Non c’è due senza tre. Ora siamo arrivati a quattro. Quattro vittime – morti non basta – collaterali agli eventi di occupygezi. Difatti nessuna di queste quattro persone è morta negli scontri, anche se le famiglie spingono su questo fatto, anche se la loro scomparsa è legata a questi. Una morte indiretta, se vogliamo, ma scordatevi la casualità. Non si muore per caso.

Ma perché da tre giorni si protesta a Kadikoy? A questa domanda vorrei rispondere non in maniera sintetica, preparatevi a sorbirvi un mezzo pippone. Anzi, no. Prima rispondo, non sia mai si vada a cercare la ragione tra le pagine di qualche infausto quotidiano. A Kadikoy – e a Istanbul, Ankara, Izmir e altre città – si protesta perché pochi giorni fa è morto (ammazzato?) un manifestante. Ahmet Atakan, 22 anni, secondo la polizia si è buttato di sua volontà da un muretto, mentre per i ribelli è stato centrato in pieno da un candelotto lacrimogeno sparatogli da cinque metri. Dov’è la verità? In un video, in effetti, si vede cadere Ahmet da un muretto. Ma cade a peso morto, come un pupazzo, senza muovere un arto; per gli sviluppi si aspettano il RIS di Parma o il CSI. Domanda tecnica per gli esperti di balistica: i candelotti non si sparavano a 45 gradi dal terreno?

Pippone. In Turchia non si manifesta da tre giorni. La protesta non si è mai fermata. Continua dalla fine di maggio e, come tutte le cose, si è evoluta (o involuta, dipende). C’è meno gente che a giugno/luglio, ma più che ad agosto. Niente bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. E nemmeno occupygezi due, che fa molto vendemmia. No. È la natura che è cambiata, meno di pancia e più con il cervello – anche se i morti sembrano smentirmi. Ci sono più partiti adesso che aprono le bandiere dentro le manifestazioni, tipo il BDP e il CHP, e non è necessariamente un male; peccato che questo nuovo partito non ce l’ha fatta a formarsi e non ci sia segno di una grosse koalition. I forum, comunque, stanno dando una spinta eccezionale alla protesta e continuano e continuano, non si sono mai fermati.

Il motivo vero per il quale si è perso di vista la protesta in Turchia, in Italia come altrove, è che non interessa. Diciamocelo. Non fa audience. I morti assordanti dell’Egitto hanno rubato giustamente la scena per poi essere rimpiazzati da quelli silenziosi della Siria. Per un giorno eh, non di più. Poi, pure per loro, dura minga. Dicono che un premio per la pace si prepara a combattere l’ennesima guerra, io non lo so, non so più chi è il buono e chi è il cattivo. Il brutto è che girarsi è troppo facile, ignorare è troppo facile, fare finta di niente è troppo facile. La Turchia è finita sui giornali pochi giorni fa quando Istanbul ha perso la possibilità di tenere le olimpiadi del 2020, ancora ho letto di gente che in Italia pensava a un’opportunità persa per la “democrazia” quando qui i capulcu erano per le strade a festeggiare. A festeggiare una sconfitta. Ossimori, eh?

E così mi sento un po’ io. Sconfitto. Ma non ancora vinto. E fino a quando avrò fiato scriverò le mie parole su un pezzo di carta e che buon pro vi faccia.

Appello per una campagna nazionale contro la Repressione e la Tortura di Stato

14 settembre 2013 1 commento

Un appello per una “campagna nazionale contro la repressione e la tortura di Stato” era quel che ci voleva per iniziare questa nuova stagione di lotte e mi apre il cuore, visto il solitario impegno di questo blog nel pubblicare quanto più materiale possibile a riguardo e nel far luce, durante tutto lo scorso anno sull’affaire Triaca.
Il 15 ottobre ci sarà finalmente la revisione del processo, che vedeva un torturato condannato per calunnia nel momento in cui aveva sporto denuncia ai suoi aguzzini: ora si può ristabilire un po’ di verità, ora possiamo mandare avanti una battaglia che faccia luce sulle metodologie che lo Stato ha usato per combattere “il terrorismo negli anni ’70/’80”, nient’altro che cilene.
Pubblico l’appello del Comitato “La tortura è di Stato, Rompiamo il Silenzio!”, ma prima ancora il ringraziamento di Enrico Triaca,
che il 15 ottobre avrà la possibilità di vedere i suoi aguzzini.

– Per informazioni sulla figura di De Tormentis leggi:
*Chi è De Tormentis?
* Il segreto di Pulcinella sull’identità del torturatore
– Per informazioni sulle tecniche di tortura usate contro i militanti della lotta armata, leggi:
* Ecco come mi torturò De Tormentis
* Il pene della Repubblica
* Le torture su Sandro Padula
– La tortura sulle donne, quel pizzico in più di sadismo a sfondo sessuale:
* Le torture su Paola Maturi e Emanuela Frascella
* Cercando Dozier in vagina
* Chi è Oscar Fioriolli

Approfitto di questo articolo per ringraziare tutti i compagni e compagne che in questi anni si stanno battendo per far sì che tale battaglia non sia portata avanti silenziosamente come se fosse una guerra personale, ma diventi collettiva e rumorosa, perché tale è, e tale deve essere!, perché l’uso della tortura da parte dello stato è uno strumento contro i movimenti politici di tutti i tempi e non solo del passato. Perché il tentativo di silenziare tale dibattito, la benevolenza con cui si trattano i torturatori smascherati, ci dice chiaramente che lo stato non ha nessuna intenzione di rinunciare a tale strumento, perché negli anni lo stato ha avuto buon gioco, con la complicità di buona parte della Società Civile, a negare tali pratiche, anzi, qualcuno è arrivato anche a giustificare la creazione di una “zona grigia” in periodi “eccezionali”. Una battaglia quindi che indaghi il passato non solo per ripristinare una verità VERA ma anche per capire il presente e futuro e attrezzarsi contro la propaganda infame e denigratoria di regime.

Enrico Triaca

 

1.       Il caso Triaca e la continuità della tortura negli apparati repressivi di Stato.

Lo scorso 18 giugno la Corte d’appello di Perugia ha accolto l’istanza di revisione del processo che nel 1978 vide condannato per calunnia Enrico Triaca dopo che questi, arrestato il 17 maggio dello stesso anno nel corso delle indagini sul caso Moro, denunciò di aver subito torture fisiche e psicologiche fin dalle prime ore che seguirono la sua cattura. Il prossimo 15 ottobre, dunque, saranno chiamati a testimoniare personaggi chiave che hanno ricostruito o custodito le confidenze di Nicola Ciocia, alias “Professor De Tormentis” – capo della squadra di aguzzini alle dirette dipendenze del Ministero degli Interni, istituita per estorcere confessioni ai militanti delle Br nel pieno della guerra civile che si combatteva in Italia alla fine degli anni ’70. In calce a queste brevi righe abbiamo selezionato una piccola bibliografia che vuole essere in grado, seppur sommariamente, di ricostruire la vicenda di Enrico Triaca: l’obiettivo che ci prefiggiamo è, infatti, anche quello di riscostruire in maniera pubblica e collettiva una storia che è stata volutamente sepolta nel dimenticatoio della storia italiana per oltre 35 anni. Ciononostante, non è solo la vicenda di Triaca in sé a spingerci a scrivere e diffondere questo appello. Crediamo infatti che oggi, nei giorni in cui si fa forte nella sinistra antagonista la discussione pubblica sull’amnistia e sull’introduzione del reato di tortura nel nostro ordinamento penale, sia doveroso non lasciare taciute le evidenti connessioni che legano la repressione di Stato odierna alla sistematica opera di distruzione, nei decenni ’70-’80, dei tentativi rivoluzionari e di tutte le esperienze politiche che portarono a un livello senza precedenti lo scontro di classe nell’Italia postbellica. Seppur con intensità differenti e direttamente proporzionali alle forze messe in campo dal movimento di classe, lo Stato ha agito una strategia di annientamento delle forze politiche e sociali che hanno provato a invertire e sovvertire i rapporti di forza nel nostro paese. Una strategia giocata senza esclusione di colpi, ricorrendo alla violenza politica e alla tortura, andando ben oltre i limiti consentiti dalle leggi “democratiche”, con buona pace della litania che ci propinano da decenni sulla “vittoria legale” dello Stato nella “guerra contro il terrorismo”. Il caso Triaca assume quindi una forte valenza simbolica, sineddotica: da un lato grimaldello per fare opera di memoria su quanto accaduto in Italia ai militanti politici tra il ’78 e l’82, dall’altro spiraglio per aprire un dibattito storicizzante sulle lotte degli anni’70, senza tabù e rischi di astrazioni decontestualizzanti volte a perimetrarne la portata e screditare con sommario arbitrio le esperienze rivoluzionarie che ne furono avanguardie.

2.       La campagna che immaginiamo: vademecum per le lotte di oggi.

Proprio un’attenta analisi di questa linea di continuità nella repressione di Stato ci spinge oggi a prendere parola in questi termini, provando a inquadrare il fenomeno delle torture in un’ottica differente, di classe, capace di discernere il singolo episodio di sadismo delle forze dell’ordine da un disegno più ampio, studiato, calibrato sulla preoccupazione che le lotte sociali e politiche sono oggi in grado di destare nelle articolazioni nazionali del capitale. Testimone di questa nostra volontà è l’obiettivo che vediamo alla fine del processo che si sta istruendo: non una cieca volontà di risarcimento giudiziario (nonostante l’assoluzione di Triaca faccia parte del giusto risultato cui tende la campagna), ma una testimonianza politica che sia in grado di riportare alla luce del dibattito nazionale l’analisi delle strategie di Stato in termini di repressione e controrivoluzione preventiva. Le stesse sospensioni di diritto praticate nella caserma di Bolzaneto, nel 2001, sono figlie – siamo certi – di quella lunga e continua filiera repressiva che gli apparati di governo hanno messo a punto per esercitare non solo una certosina bonifica dell’insorgenza rivoluzionaria e di classe ma anche per perfezionare un sadico strumento di deterrenza preventiva. Con gli stessi scopi è stata negli anni varata una serie di provvedimenti – dai «braccetti della morte» dell’articolo 90 della legge sull’ordinamento penitenziario del 1975 (isolamento totale, divieto di corrispondenza, divieto di acquisto di libri e quotidiani), poi non rinnovato dalla metà degli anni ’80, al «regime di carcere duro» (un solo colloquio al mese attraverso un vetro divisore, censura della corrispondenza, una sola ora d’aria al giorno) previsto dall’articolo 41 bis della stessa legge e modificato nel 1992 – inizialmente diretti agli accusati per mafia e, in seguito, estesi ai militanti politici e ad altri detenuti. Pensati in chiave deterrente e terroristica,  oltre ad essere veri e propri strumenti di “tortura raffinata”, essi mirano ad annientare (fisicamente e psicologicamente) i detenuti sottoposti a queste condizioni. Fare luce su ciò che incombe sul nostro passato è dunque il primo passaggio per avere chiaro quale deve essere il parametro con cui decifrare l’attuale stretta repressiva che i movimenti e le opzioni politiche antagoniste stanno subendo. Assumono così un senso ancor più profondo e chiaro le dure condanne per la giornata di piazza a Roma lo scorso 15 ottobre 2011, così come crediamo siano legate alla stessa logica di repressione preventiva le numerose carte che giacciono sui tribunali chiamati a criminalizzare le lotte per il diritto all’abitare come le lotte contro l’alta velocità, le battaglie sui luoghi di lavoro e quelle per la difesa dell’istruzione pubblica. Liberare gli anni ’70, favorirne un dibattito squisitamente politico, storicizzare il ciclo di lotte per cui oggi ancora qualcuno paga nella solitudine di una cella, crediamo siano i risultati cui mirare insieme. Contestualizzare all’oggi queste rotte di riflessione e legarle alle lotte contro il 41bis e l’ergastolo che molti detenuti politici hanno lanciato nel corso degli anni sono gli obiettivi che si pone questa specifica campagna, nella convinzione che senza una presa di coscienza collettiva su ciò che sono state la repressione e la tortura di Stato nei decenni passati non si può immaginare di affrontare con determinazione e forza d’animo le lotte che vogliamo costruire domani.

  1. Verso l’udienza del 15 ottobre. Che fare?

Il tempo è galantuomo, e dopo 35 anni offre alla Corte d’appello di Perugia la possibilità di revisionare il processo che nel ’78 condannò Enrico Triaca a 1 anno e 4 mesi per calunnia. Ma il tempo è tiranno, si sa anche questo, e ci lascia un margine molto ristretto per ottimizzare le energie di tutte e tutti in questa campagna. Come primo step immaginavamo di poter sottoporre questo breve appello (i punti 1 e 2) a tutte le realtà, strutture e singolarità che vogliano impegnarsi in questa direzione; soggetti politici che condividano non solo la volontà di fare luce sul caso Triaca ma anche, e soprattutto, la necessità di chiarire quali furono le strategie di Stato che hanno oliato una macchina repressiva ancora oggi in funzione. Il Comitato “La tortura è di Stato! Rompiamo il silenzio!” si impegnerà a promuovere – attraverso l’autonoma condotta dei singoli aderenti – azioni, campagne di sensibilizzazione, interventi, segnalazioni e quant’altro sia utile all’implementare il dibattito in vista dell’udienza del 15 ottobre. Nella speranza e con l’auspicio di poter crescere giorno dopo giorno, firma dopo firma, valuteremo se dovessero esserci le forze per indire, nella giornata del 15 ottobre e a partire dalle ore 9, un presidio sotto la Corte d’appello di Perugia (Piazza Matteotti), in concomitanza con la prima (e forse più importante) udienza del nuovo processo, in cui verranno ascoltati i tre teste chiave (Nicola Rao, Matteo Indice e Salvatore Rino Genova. Per maggiore informazioni sui personaggi citati e il ruolo che ricoprono nella vicenda di Enrico Triaca rimandiamo alla bibliografia che segue).

COMITATO “LA TORTURA è DI STATO! ROMPIAMO IL SILENZIO!”

Settembre 2013

Prime adesioni:

Valerio Evangelisti (scrittore), Osservatorio sulla Repressione, Caterina Calia (avvocato), Cristiano Armati (Red Star Press), Collettivo Militant – Roma (Noi Saremo Tutto), Mensa Occupata – Napoli (NST), Insurgent City – Parma (NST), LP Gagarin 61 – Teramo (NST), Rete dei Comunisti, “Polvere da sparo” baruda.net (blog), Insorgenze (blog), La Scintilla – Bellinzona, Enrico Di Cola, Zaccaria Dale…

Per info e adesioni:

rompiamoilsilenzio@autistici.org

rompiamoilsilenzio.wix.com/home

www.facebook.com/latorturaedistato

***

Bibliografia sul “caso Triaca”:

Progetto Memoria, Le torture affiorate, Sensibili alle foglie, 1998.

Nicola Rao, Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali”, come lo Stato uccise le BR. La storia mai raccontata, Sperling & Kupfer, 2011.

http://www.militant-blog.org/?p=9311

http://insorgenze.wordpress.com/2013/06/20/non-erano-calunnie-il-tribunale-di-perugia-riapre-il-processo-sulle-torture-contro-le-br/

http://insorgenze.wordpress.com/2012/01/19/enrico-triaca/

http://insorgenze.wordpress.com/2012/01/25/enrico-triaca-dopo-la-tortura-linferno-del-carcere-seconda-parte/

http://insorgenze.wordpress.com/2013/06/18/il-processo-alle-torture-di-fara-la-corte-dappello-di-perugia-accoglie-la-richiesta-di-revisione-della-condanna-contro-il-tipografo-delle-br/

http://legislature.camera.it/_dati/leg08/lavori/stenografici/sed0482/sed0482.pdf – Resoconto stenografico delle sedute alla Camera del 22 e del 23 marzo 1982 “Interpellanze e interrogazioni sulle presunte violenze subite dai detenuti accusati di terrorismo”

http://legislature.camera.it/_dati/leg08/lavori/stenografici/sed0528/sed0528.pdf – Resoconto della seduta alla Camera del 6 luglio 1982 “Interpellanze e interrogazioni sull’arresto di cinque appartenenti alla polizia di stato”

http://alienati.org/antipsichiatria/ebooks_2009-01-05/La%20Tortura%20in%20Italia.pdf – Pdf del libro bianco sulla tortura in Italia (1982)

https://www.youtube.com/watch?v=HqI1QPSqYWg – Intervista a Triaca e a Genova (in cui ammette la tortura) a “Chi l’ha visto?”

Categorie:ANNI '70 / MEMORIA, Torture in Italia Tag:, , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

Roma: McDonald ci da il benvenuto alla scuola materna!

12 settembre 2013 76 commenti

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Mi scuso per la qualità delle immagini, ma il primo giorno di materna di mio figlio m’ha un po’ lasciato basita e non ho avuto molta lucidità “giornalistica” e mano ferma.
Due ore di inserimento e la “sorpresa” per i bimbi in una scuola del Comune di Roma è stata questa:

Sconti, palloncini, bibite e quant’altro dal McDonald!

Purtroppo in queste settimane di delirio il mio pc ha pensato bene di essermi solidale esplodendo..
Quindi un bacio al volo..
E grazie sindaco Ignazio Marino, questa scuola del capitalismo e delle multinazionali era proprio ciò che desideravamo: ne sentivamo il bisogno.

Per le altre foto c’è la mia pagina twitter! A presto !

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Qui un articolo che fa il sunto della situazione: leggi

Tra i commenti qui sotto trovate le risposte anche di alcuni coordinatori scolastici del Comune di Roma, nonchè l’intervista all’assessore alla scuola…. oltre che l’accanimento di alcune “mamme della parrocchietta” che partono con le loro aggressioni, vi consiglio di leggerli.

Anche in Francia se ne parla: LEGGI QUI

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