Archivio

Archive for the ‘ATTUALITA’’ Category

Fascisti carogne

26 agosto 2008 Lascia un commento

Sono passati ormai 2 anni da quando , il 27 agosto del 2006, Renato, uscendo da una dance hall reggae sulla spiaggia di Focene, insieme alla sua fidanzata e al suo amico Paolo, furono aggrediti da due giovani scesi dalla loro auto coltelli alla mano. Gli urlarono di tornare a casa, che quello non era il loro territorio. Colpirono Renato che, a 26 anni, morì poche ore dopo in ospedale. Nella disperazione di quei giorni i familiari, gli amici e i compagni si trovano a spiegare una scomoda verità: chi esce di casa armato di coltello per colpire chiunque possa essere considerato diverso, altro, di colore, gay, di sinistra, è un fascista. Che solo a Roma, nell’anno precedente c’erano state più di 130 aggressioni di matrice fascista. Oggi, che sono passati quasi 2 anni, si apre il processo per l’imputato minorenne. Il PM sostiene che Renato sia stato ucciso al termine di “banale diverbio degenerato per futili motivi”, e così lo uccidono una seconda volta.

Il prossimo 27 agosto saranno 2 anni che una mano fascista ci ha portato via il sorriso e gli occhi di Renato. Tante iniziative in questi 2 anni, frutto della passione di tanti compagni e compagne hanno permesso di realizzare i suoi sogni. Uno di questi è la sala prove e registrazione Renoize attraversata in questi pochi mesi di vita già da tantissimi giovani gruppi musicali e fucina di riflessioni sulle autoproduzioni. Grazie a questo progetto il prossimo 29 agosto ricorderemo Renato attraverso la musica, la sua grande passione, in un concerto in cui si esibiranno Apostoli della strada, Bestie Rare, Rancore, Ork’s Machine vs Muver, Filippo Gatti, Bobo Rondelli e i 24 Grana e in cui attraverso i suoni, le immagini e le parole racconteremo ancora una volta la verità su cosa accadde quella maledetta notte sul litorale di Focene, quando l’odio per il diverso di due giovani di 17 e 19 anni strappò con 8 coltellate la vita di Renato. Con Renato nel cuore, ma anche per Carlo, Dax, Federico e Nicola che sono Ognuno di Noi
Venerdì 29 agosto 08 dalle 18 alle 24 Parco della Basilica di San Paolo Via Ostiense, Roma.

Con rabbia e con amore

i compagni e le compagne di Renato

 

Ladri poco scaltri.

23 agosto 2008 2 commenti

Emergenza e devozione!

23 agosto 2008 4 commenti

Il pugilato è riscatto sociale

21 agosto 2008 3 commenti

«Il pugilato è riscatto sociale. E’ democrazia, ricerca, innovazione»

Intervista di Paolo Persichetti a Massimo Scioti

“Anche gli operai vanno in Paradiso» dice il coach Francesco Damiani, accarezzando la testa del “suo” Vincenzo Picardi, che ieri ha raggiunto la semifinale dei pesi mosca vincendo un match molto tirato col valido tunisino Walid Cherif. E’ il terzo semifinalista italiano, dopo Clemente Russo e Roberto Cammarelle. Il che vuole dire già tre bronzi assicurati. Un traguardo importante se comparato all’unico bronzo raccolto ad Atene, mentre crescono le attese per l’oro e l’argento. Ne parliamo con Massimo Scioti, che prima di diventare consigliere della Fip, formatore dei tecnici dal 1985 e dal 2001 coordinatore esecutivo nazionale dei tecnici sportivi, è stato un coraggioso sperimentatore sociale nelle periferie romane degli anni 70. Fu il primo a portare un ring in una scuola media, nella borgata di Primavalle, e avviare corsi di scherma pugilistica dove si apprendeva un filosofia sportiva molto diversa dai luoghi dove si allenavano i picchiatori della destra neofascista romana. Chi l’intervista è stato il suo primo allievo. Era il 1975.

Come si è arrivati a costruire una squadra con queste prestazioni?
C’è stato un perfetto gioco dei ruoli federali. Il processo che ha portato i sei atleti italiani a vincere le selezioni per partecipare ai giochi di Pechino dimostra che tutti i dirigenti federali, in misura diversa, hanno contribuito al risultato. Le qualificazioni sono dure perché il traguardo più ambito di un atleta è partecipare ai giochi olimpici. L’allenatore federale degli azzurri Francesco Damiani e il metodologo russo Vassily Filimonov hanno assunto pienamente la responsabilità di condurre gli atleti nazionali ad accettare consapevolmente le sfide nel momento in cui esse si presentano. Nello sport è difficile vivere un tempo di dimensione “escatologica”, tempo in cui si realizza un finale previsto. Il tempo è vissuto dagli atleti per fare esperienza e divenire “campione di sé stesso”. Il senso del tempo nella psiche di un atleta è coordinare rapidamente il reperimento dei mezzi con il raggiungimento di uno scopo: sferrare colpi veloci, precisi ed efficaci, decisi in microtempi, (da 21 a 42/millesecondi). Il fascino del pugilato sta nell’attaccare pensando alla difesa e nel difendersi attrezzandosi al contro-attacco. Attacco e difesa non sono separabili come la tecnica dalla tattica e dalla strategia. Chi le separa compie operazioni abusive.

La ministra Meloni aveva invitato gli azzurri al boicottaggio dei giochi. Clemente Russo gli ha risposto: «Certi politici sono incompetenti e non sanno quello che dicono. Rinunci lei all’occasione della vita». Poi ha aggiunto che andrà a trovarla al ministero e gli spiegherà il suo punto di vista con la medaglia al collo. Le olimpiadi sono sempre state una grande tribuna per la politica. Quale è il miglior modo per un atleta di far convivere l’impegno sportivo e quello civile?
Le olimpiadi moderne hanno un vizio d’origine: De Coubertin, non tutti lo vogliono ricordare, era ministro degli esteri francese in un periodo di forte espansione coloniale. All’epoca i giovani si bruciavano con la ”fata verde”, l’assenzio. Il ministro senza giovani con salde braccia come poteva perseguire una sana espansione?! Come catalizzare la loro energia per quei nobili fini?! Lo sport e’ sicuramente capace di rinvigorire la gioventù. Non dimentichiamo Mexico ’68. La strage dei campesinos che chiedevano l’acqua in piazza delle tre culture. Monaco 1972, undici morti. Mosca 1980, olimpiadi monca perché gli Usa e i loro alleati non parteciparono ai giochi per protestare contro l’invasione dell’Urss in Afghanistan. L’Italia si distinse per aver assunto una posizione singolare: non parteciparono quegli atleti che si trovavano in forza nei nostri apparati militari. Sappiamo che la polizia, la finanza, i carabinieri e l’esercito hanno il loro gruppo sportivo. Gli atleti militari non parteciparono a Mosca perché sotto giuramento di fedeltà alla Repubblica. In quel momento l’Italia dimostrò di non avere autonomia nei confronti degli Usa. Gli atleti civili parteciparono a livello individuale. Nel 1984 ancora un’olimpiade mutilata: fu disertata da tutti quei paesi che erano sotto l’influenza dell’Urss. La ministra Meloni farebbe meglio a rendersi conto che oggi chi fa politica è come un sovrano spodestato che si aggira nella società resa inservibile perché non legittima la sua sovranità. Oggi la politica prende le decisioni guardando l’economia e l’economia guarda le risorse tecnologiche. La politica non decide e non programma più nulla. Il luogo delle decisioni si è trasferito nella tecnica. Ricordiamoci l’insegnamento Heiddegeriano: l’essenza della tecnica non sta nella tecnica stessa ma nella volontà di dominio dell’uomo sulla natura… Il simpatico e generoso Clemente, a cui voglio molto bene, se vorrà lo accompagnerò dalla ministra per fare due parole tutti insieme, riflettendo sull’utilità professionale in senso sociale e avanzare così oltre la sfera degli interessi individuali e privati.

Russo e Picardi provengono da Marcianise. Una realtà sociale difficile. Il pugilato è ancora uno strumento di promozione sociale per chi proviene da ghetti urbani o da realtà sociali dure? Il profilo di Cammarelle, originario di Cinisello Balsamo, agente di Ps, sembra forse suggerire delle novità?
I sei atleti partecipanti ai giochi di Pechino 2008: Di Savino (Esercito) proviene dal Lazio; Parrinello (Esercito), Valentino (FfOo) e Russo (FfOo) provengono dalla Campania; Cammarelle (FfOo) proviene dalla Lombardia ma la sua famiglia è di origine pugliese. Possiamo ricordare che nel sud risiedono virtù, intelligenze e talenti. Purtroppo spesso queste qualità vengono sciupate e lasciate impazzire perché messe al servizio delle organizzazioni criminali. Pierpaolo Pasolini nel 68 indirizzò a noi studenti, contestatori, una lettera. Ci spiegava che i tutori dell’ordine erano dei “proletari in divisa”, perché le uniche industrie che esistevano nel sud erano Polizia e Carabinieri. Per noi fu illuminante e la realtà attuale, malgrado siano trascorsi decenni, non è tanto cambiata.

Quale è la situazione del pugilato in Italia?
Si parla di crisi perenne di questo sport ma i dati segnalano un aumento di tesserati, di calendari agonistici, di risultati internazionali di prestigio. In più c’è l’apertura delle palestre di pugilato in fasce orarie consone a fruitori che vogliono apprendere uno sport complesso per avere vantaggi di benessere. Ma il pugilato, aldilà di rappresentazioni e differenzazioni, rimane uno sport d’elite per l’elevato impegno che richiede e per la sua complessa struttura d’azione.

Quali sono state le tue linee guida in questi anni come responsabile nazionale dei tecnici di pugilato?
Incrementare le occasioni di confronto, trasmissione e circolazione delle conoscenze. Proporre in modo tematico aspetti cruciali della preparazione atletica e tecnica-tattica individuale, del controllo del peso e dei piani alimentari, dell’analisi del match. Non separare la formazione dall’aggiornamento. Omogeneizzare la preparazione degli atleti in modo che dalla periferia al centro Nazionale d’Assisi ci fosse una continuità e una condivisione di metodi e contenuti. Raccogliere le originalità provenienti dal territorio e generalizzarle. In sintesi: democratizzare, innovare, ricercare, sperimentare.

—NESSUN VIETCONG MI HA MAI CHIAMATO NEGRO— Muhammad Alì 1966

il più bello dei miracoli.

17 agosto 2008 2 commenti

Ieri mi hai fatto il più bello dei regali. La più bella delle lune.
Il più bello degli amori.
L’ombra della terra riflessa sulla luna…che emozione.

 

Foto di Valentina Perniciaro.L'eclissi di luna.

Sognatore è chi trova la sua via alla luce della luna… punito perché vede l’alba prima degli altri -O.Wilde-

Alì Juburi, morto in una cella d’agosto

14 agosto 2008 Lascia un commento

Alì Juburi è morto nel carcere nel carcere di L’Aquila dopo due mesi di sciopero della fame.
Nel silenzio più totale. 

Quando in galera è il tuo corpo che diventa il luogo della rivolta

di Paolo Persichetti, Liberazione 13 Agosto 2008

La vicenda di Alì Juburi, il detenuto iracheno quarantaduenne morto lunedì scorso a causa di uno sciopero della fame intrapreso per protesta contro una condanna che considerava ingiusta, è una di quelle notizie che troviamo confinate nelle brevi dei grandi quotidiani nazionali o che al massimo riempiono lo spazio di un articolo della stampa locale. Vite che scivolano via nell’indifferenza generale, sospiri persi nelle distrazioni di una estate afosa. Le cronache ci dicono che si trattava probabilmente di una persona sorpassata dagli eventi, triturata dai meccanismi di un dispositivo burocratico-punitivo che non riabilita ma macera le esistenze, soprattutto quando sono fragili.

Arrestato a Milano, rinchiuso a san Vittore, subito dopo la condanna di primo grado gli è toccato il destino dei tanti stranieri ospiti delle nostre carceri: lo sfollamento. I grandi carceri giudiziari funzionano così. I detenuti appena condannati vanno via per lasciare posto ai “nuovi giunti”. Qualcuno ce la fa a restare perché c’è sempre una piccola sezione penale pronta ad accogliere i raccomandati, quelli che hanno un mestiere utile al carcere (muratori, idraulici, elettricisti) e gli asserviti alla custodia. I residenti finiscono nei “penali” della città, se esistono, o nelle carceri della provincia. I più sfigati vengono distribuiti nella regione. Una norma del regolamento penitenziario salvaguarda il diritto di prossimità al luogo di residenza dei familiari, l’istituto di assegnazione non deve distare oltre i 300 chilometri. Così c’è scritto… Il criterio non vale per le categorie speciali, come i detenuti in 41bis, gli Eiv.

Gli stranieri (una volta si diceva “forestieri”, parola migliore che indica soltanto la provenienza da fuori, non l’estraneità, la diversità), che nella stragrande maggioranza dei casi sono soli, vengono sbattuti, “tradotti” (altro termine della burocrazia penitenziaria) nei quattro angoli del paese. Da una città del Nord a causa di uno sfollamento si può arrivare anche in Sicilia. Juburi era finito a Vasto, sul litorale abbruzzese. Condannato a un anno e tre mesi era rimasto in carcere. Non risulta che avesse recidive, non aveva altre condanne e si protestava innocente per quella che aveva subito. Secondo la legge avrebbe potuto essere fuori. Per gli incensurati che incorrono in pene inferiori ai due anni è prevista la condizionale. Il pacchetto sicurezza, che per alcuni reati detti di «particolare allarme sociale» modifica questa norma, è stato approvato solo più tardi. Juburi deve essere incappato in un giudice che ha anticipato i tempi, uno di quelli che annusano con particolare solerzia la direzione del vento. Sicuramente non aveva avvocato, non poteva permettersene uno bravo. Avrà avuto un legale assegnato d’ufficio che senza parcella non si è minimamente interressato al suo caso. Per lui nessuna misura alternativa. 

Se sei straniero non vale. È più facile che ti condannino perché su di te pesa un pregiudizio sfavorevole. Magari ti manca il permesso di soggiorno e hai una residenza al nero che non puoi certificare. Allora non ti resta che accettare il carcere e aspettare che passi. Potresti fare una richiesta di rimessa in libertà, ma non lo sai, non parli bene la lingua, non conosci le leggi, ti chiedono solo di rispettarle. Hai solo doveri ma non diritti. Magari sei sfortunato e non incontri nessuno che vuole o può aiutarti. Nessuno che si sofferma a parlarti, che ti chiede da dove vieni, perché sei lì. Sei solo un paria, uno dei tanti buttati in fondo a una cella. Non capisci cosa succede e perché ce l’hanno tanto con te che volevi solamente vivere, mangiare, vestirti, avere una donna, dei figli. No, per te non vale. Allora ti monta la rabbia, una rabbia che ti torce le budella, ti prende lo stomaco, ti fa digrignare i denti. Vorresti urlare al mondo quell’assurda situazione, ma oltre le mura del carcere c’è solo campagna. Una bella campagna che ti ricorda la tua terra. Gli alberi da frutto, gli ulivi. Ricordi quando eri bambino e correvi tra i campi di grano. Invece ora apri gli occhi e vedi solo sbarre e cemento mentre la vita scorre ritmata dal rumore di grosse chiavi d’ottone. Fuori non c’è nessuno, solo il vento. La rabbia allora fa il cammino inverso, ritorna in te, s’impadronisce del tuo corpo, lo usa come un’arma. Tu diventi il luogo della lotta, lo strumento della protesta. Non hai altro. Hai solo quel corpo e lo usi.

Un filosofo che conosce quelle parole che tu non sai la chiama la «nuda vita». Tu fai della nuda vita il mezzo della rivolta. Non accetti quel che succede. Smetti di mangiare. I primi giorni senti freddo, tanto freddo. Brividi atroci lacerano le tue ossa, la notte il cuore batte fortissimo, ti prende l’affanno. Poi senti come una febbre che ti brucia la pelle. Il corpo divora se stesso. Il tuo peso precipita ma tu già non senti più il morso della fame. Lo stomaco si è chiuso, le forze mancano, ma basta stare fermi e coperti. Le ore passano nel dormiveglia. Ormai sei nella vertigine e non sai più tornare indietro.

Dicono che sia un mezzo di lotta nonviolenta. Che fesseria! Non c’è forma più violenta di uno sciopero della fame, di un corpo che divora se stesso. Autofagia. Altri si mutilano, si tagliano a fettine. Sfregiano la propria pelle con idelebili cicatrici. Rughe che parlano di dolore. Piaghe vive, zampilli di sangue che sporcano i muri tra urla eccitate e fuggi fuggi generale. Un modo di richiamare l’attenzione, segno di fragilità, di disperata voglia di comunicare senza avere gli strumenti giusti per farlo. Nel 2007 (fonte Antigone) gli atti di autolesionismo recensiti sono stati 3687. Circa duemila in meno del 2004, grazie agli effetti dell’indulto. Comunque l’8,14% della popolazione detenuta. La triste storia di Alì Jaburi insieme a queste cifre cifre ci dice che il carcere è il problema, non la soluzione.

                                   ODIO IL CARCERE! 

 Foto di Valentina Perniciaro   "Regina Coeli"

VIETATO VIETARE

14 agosto 2008 4 commenti

PIU’ POTERI AI GRANDI SINDACI DELLE NOSTRE CITTA’!LA SAGRA DELLA STUPIDITA’ UMANA E’ APERTA.
MA VIETARE AI GIORNALISTI DI SCRIVERE? VIETARE AL CORRIERE DELLA SERA CERTI SERVIZI?
VIETARE LA LETTURA DI STRONZATE, MAI??? 

Ecco l’elenco di alcuni divieti comparsi in alcune località italiane:

VENDITORI AMBULANTI: vietata la vendita abusiva di qualsiasi merce sulle spiagge. Multa 
da 250 euro a 1.500 euro. In diverse località, come Roma, Venezia, Firenze ed Alassio (Sv) è vietato trasportare merce in borsoni, sacchetti di plastica e simili. Multa da 25 euro a 250
ANIMALI – A Sirolo, in provincia di Ancona, è proibito l’ingresso di gatti e cani, anche con guinzaglio e museruola. Multa fino a 155 euro
MASSAGGI – Niente massaggi da personale ambulante sui litorali toscani e romagnoli. Multa da 2 mila euro a 10 mila
NUDISTI – A Ravenna no al nudismo, altrimenti si paga una sanzione fino a 102 euro
FUOCHI D’ARTIFICIO – A Positano non si possono sparare i fuochi d’artificio durante le feste private, ad esclusione del sabato. Multa da 50 euro a 500
PICCIONI – In diverse città italiane è vietato dare da mangiare ai piccioni. Multe da 50 euro a 500.
FONTANE – Vietato rinfrescarsi nelle fontane pubbliche. Multa da 50 euro a 500
CABINA – Non si può cucinare all’interno delle cabine da spiaggia. Il pranzo fai-da-te può costare fino a mille euro di multa
ASCIUGAMANI – È proibito prenotare il proprio posto in spiaggia lasciando l’asciugamano in terra. Multa fino a 1.000 euro
ZOCCOLI – Camminare con gli zoccoli è troppo rumoroso, per questo è stato vietato a Positano e Capri. Multa 50 euro
BANCHETTARE – Vietati i picnic in spiaggia o in strada a Positano, Ravello, Venezia, Capri, Firenze. Multa da 25 euro a 500
DECORO – In diverse località non si può camminare per strada senza maglietta o solo in bikini. Multa da 50 euro a 1.000
GIOCHI IN SPIAGGIA – No al calcio, bocce, racchettoni e altri giochi in spiaggia. Ad Eraclea, Venezia, è vietato anche costruire castelli di sabbia, perché ostruiscono il passaggio ai bagnanti e non si possono scavare buche. Multa da 25 euro a 250. In molte spiagge è vietato tuffarsi. Multa da 100 euro a 1.000. A Torino sono banditi dalle piscine pubbliche vandali, bulli e disturbatori
SPIAGGIA – È vietato occupare la fascia di 5 metri della battigia destinata al transito dei bagnanti e anche accendere fuochi. Multa da 100 euro a 1.000. Ad Eraclea, nel veneziano, non si possono raccogliere conchiglie e portare via la sabbia. Multa da 25 euro a 250. È proibito appropriarsi di relitti trovati in fondo al mare o sulla spiaggia. Multa fino a 1.032 euro
TAGLIARE L’ERBA – A Forte dei Marmi è vietato usare il tagliaerba nelle ore pomeridiane e nei weekend. Multa fino a 500 euro
SKATEBOARD – No agli skateboard nel centro storico di Viareggio. Multa da 25 euro a 500
ACCATTONAGGIO – Vietato chiedere l’elemosina, importunare i turisti, chiedere spiccioli ai passanti, in tutte le città d’Italia. Multa da 100 euro a 1.000
SOSTA NEI PARCHI – A Novara, vietato sostare in più di due persone nei parchi pubblici dopo le 23.30. Multa da 25 euro a 500
FUMO – Non si può fumare nei parchi giochi pubblici attrezzati per i bambini a Verona. Multa 50 euro. Divieto assoluto a Napoli e Bolzano. Multa da 25 euro a 500. Sigaretta bandita in in spiaggia a Is Aruttas (Oristano). Multa fino a 360 euro
EFFUSIONI AMOROSE – Anche un bacio è vietato nelle automobili a Eboli (Sa). Multa fino a 500 euro
PIERCING – A Bologna è vietato farsi un piercing «su parti anatomiche le cui funzionalità potrebbero essere compromesse». La multa non è ancora stata decisa
RISCIO’ – A Mintumo, Latina, non si possono usare i risciò a pedali sul lungomare nei fine settimana di luglio e in tutto il mese di agosto. Multa 500 euro
PROSTITUZIONE – Divieto di praticare l’attività su tutti il territorio comunale. Multe salate anche per i clienti
BIBITE E ALCOLICI – In alcune località sono vietate le bibite di vetro. Multa fino a 500 euro. Nel centro storico di Genova il divieto riguarda gli alcolici sia in bottiglia che in lattina . Multa fino a 360 euro. 
SOSTA – A Capri è vietato sedersi sulle scalette della famosa piazzetta. Multa 50 euro. A Genova non si può bivaccare nei vicoli del centro storico dalle 22 alle 6. Multa fino a 250 euro. A Voghera, nel pavese, non si può sostare sulle panchine e nei parchi pubblici, dopo le 23. A Viareggio, invece, è vietato appoggiare i piedi sulle panchine pubbliche in qualsiasi ora del giorno. Multa da 25 euro a 500 euro
FUNGHI E FRUTTI DI BOSCO – Vietato calpestare e danneggiare i funghi sui terreni pubblici dell’Alto Adige. SI rischia di pagare fino a 113 euro. Sul Monte Gran Paradiso è vietato raccogliere fragole, lamponi e mirtilli. Multa da 25 euro a 1.000
MUSICA – Sulla spiaggia, dalle 13 alle 16, bisogna tenere il volume basso della radio. La multa arriva fino a 1.000 euro
CARTELLI DIVIETI – Divieto di danneggiare o rubare i cartelli che recano messaggi di divieto. Multa da 77 euro a 428
AUTO E MOTO – Divieto di sosta sia per la auto che le moto nei pressi della spiaggia demaniale. Multa fino a 1.032 euro. In Emilia Romagna è vietato accedere con mezzi a motore nelle aree boschive. Multa salata: da 2.000 euro a 10.000
VOLANTINAGGIO – È vietato fare volantinaggio in spiaggia. Multa fino a 250 euro
BURQA – A Azzano Decimo (Pn), vietato alle donne musulmane girare per le vie del paese con indosso il tradizionale burqa
REDDITO MINIMO – Per richiedere la residenza a Cittadella (Padova), bisogna avere un reddito minimo di sopravvivenza di 5000 euro
LAVAVETRI – Divieto di intralciare in qualsiasi modo il traffico. Una misura per impedire che i lavavetri sulle strade. Multa 206 euro
ALIMENTI – Vietato vendere cibi crudi, nel periodo compreso tra il primo giugno e il 30 settembre, in Emilia Romagna. Multa fino a 206 euro
[CORRIERE DELLA SERA]
AH!DIMENTICAVO….a Trieste è vietato fotografare i bambini in piscina!

L’altra metà dell’arancia

12 agosto 2008 2 commenti

ORA MAHMOUD DARWISH PUO’ TORNARE ALLA SUA TERRA

di Valentina Perniciaro
DA LIBERAZIONE DI OGGI, 12 AGOSTO 2008
Mahmud Darwish, il poeta della resistenza palestinese, è morto sabato scorso a Houston, negli Stati Uniti. Aveva 67 anni e il suo cuore non ha retto all’ultimo delicato intervento subìto.
La sua vita è il manifesto della sua terra, storia marcata dalla Nakba , il dramma che colpì la Palestina nel 1948, anno della fuga e dell’esilio mai terminati.
Nasce nel 1941 ad al-Barweh, un villaggio della Galilea poche miglia a est di Acri, in quel momento sotto mandato britannico. E’ lui stesso a raccontare la notte in cui la sua vita smise di essere quella di un bambino, quando fu costretto a fuggire sotto braccio alla sua famiglia verso il confine libanese.
«A 7 anni smisi di giocare e ricordo bene come e perché: in una notte d’estate, quando si usava dormire sui tetti a terrazza delle case, fui improvvisamente svegliato da mia madre e mi trovai a correre con centinaia di contadini in mezzo ai boschi, inseguito dalle pallottole. Quella notte ho messo fine alla mia infanzia. Non chiedevo più nulla, ero diventato improvvisamente adulto[…]. In Libano ho imparato – mai lo dimenticherò – che cosa significa la parola “patria”. Là ho imparato parole nuove che hanno aperto davanti a me una finestra su un mondo nuovo: guerra, notizie dalla patria, profughi, esercito, confini, TERRA».
Non ha mai tralasciato un dettaglio nel racconto di quei giorni e di quell’anno passato nei campi profughi gestiti dall’Unrwa; con la sua penna ha permesso al mondo di capire la rabbia di un bambino di 7 anni in fila per la sua razione di cibo, l’odiata fetta di formaggio giallo. Dopo solo un anno la sua famiglia tenta il ritorno; della notte prima della partenza lui ricorderà:
«Tornare a casa significava per me la fine del formaggio giallo, la fine della provocazione continua dei ragazzi libanesi che mi insultavano con l’epiteto “profugo”». Pensava di tornare a casa mentre superava il confine con il petto che strisciava a terra, ma il villaggio dov’era nato non c’era più: come altri 600 era stato fatto saltare in aria e tutto era stato confiscato dalle autorità del nuovo Stato. La loro identità volatilizzata, così come la terra e il diritto di cittadinanza. «Non capivo nulla. Non capivo come avesse potuto essere distrutto un villaggio intero. Non capivo come fosse accaduto che l’intero mio mondo fosse sparito, né chi fossero quelli che lo avevano annientato».
Si stabilirono poco lontano, nel villaggio di Der al-Asad e lui iniziò a crescere come un “profugo nella sua patria”, destino comune a tutti coloro che non erano scappati o che erano riusciti a rientrare in Israele. Così, al suo vocabolario esistenziale imparato da piccolo profugo, si aggiunsero altre parole: iniziò a frequentare la seconda elementare da “infiltrato”. Il direttore infatti, lo chiudeva in uno sgabuzzino ogni volta che passavano i controlli dell’ispettore.
«Anche a casa ogni tanto mi dovevano nascondere. Mi era proibito vivere nel mio proprio paese e per ottenere la carta d’identità israeliana imparai a dire che ero vissuto con le tribù beduine a nord del paese, e non in Libano».
Iniziò a scrivere liriche che era appena un ragazzo, a cantare la sua identità legata in modo viscerale alla terra, ad un luogo unico e costante che nei suoi testi rimane sempre astratto ed espresso solamente attraverso alcuni, ripetuti, simboli come l’ulivo, le arance, il gelsomino, il timo, il pozzo. Dalle sue prime poesie il filo conduttore è sempre quel legame indissolubile, quella nostalgia eterna, quell’orgoglio di resistente che coltiva quotidianamente la memoria e l’amore per le radici estirpate.
Dal 1961 la sua voce inizia ad infastidire, per questo viene continuamente controllato, imprigionato cinque volte con la sola accusa di scrivere poesie e muoversi senza permesso all’interno dello stato d’Israele. Motivo per il quale non riuscirà nemmeno a conseguire la laurea. Dopo l’ennesimo periodo di detenzione decide per l’esilio volontario, partendo alla volta del Cairo dove inizia a collaborare con il prestigioso quotidiano al-Ahram . Partirà poi per raggiungere l’Olp a Beirut e lavorare al Centro di ricerca palestinese fino al 1982 quando, con migliaia di altri militanti approda a Tunisi. La sua firma appare tra i redattori del testo della Dichiarazione d’Indipendenza dello Stato Palestinese, documento promulgato nel 1988 e riconosciuto da diversi stati. Il suo esilio durerà 26 anni quando, nel 1996, riceverà un permesso per poter visitare i suoi famigliari in Israele.
La sua casa ormai era a Ramallah, finchè la malattia che da sempre tormentava il suo cuore non l’ha costretto a partire per gli Stati Uniti, dove è deceduto.
La sua patria non era altro che la sua poesia, la sua terra era fatta di parole e profumo di gelsomino, la sua vita era un’arancia spaccata a metà che non è mai riuscita a ritrovare il sapore dell’altra parte. Edward Said, altro grande intellettuale palestinese da poco scomparso e anche lui figlio della Nakba , diceva che la poesia di Darwish «non era un rifugio lontano dall’esistenza consueta, ma una battaglia tra la poesia stessa e la memoria collettiva, dove una preme sull’altra». Fin dal suo esordio nel panorama della poesia araba, amava assimilare il testo ad una “partitura musicale” che lui molto spesso recitava pubblicamente. La sua voce carismatica e le sue parole sono state un ripetuto appuntamento che ha richiamato migliaia di persone in tutto il Medioriente e non solo.
«Quando l’uomo perde tutto, proprio tutto, persino l’esilio in cui annientarsi, resta il canto che si ripeterà e s’innalzerà fino agli abissi dei mari. E’ un altro miracolo nel racconto a episodi della storia del popolo palestinese. Niente esilio, niente patria. Ma c’è una cosa di cui nessuno mi può privare: la poesia e il canto».
La sua bibliografia è composta da quindici spessi volumi di poesie e cinque di opere in prosa scritti quasi completamente in lingua araba e tradotti ormai in 20 lingue. Purtroppo i lettori italiani non sono così fortunati. Sono solamente tre i libri disponibili nelle nostre librerie: Oltre l’ultimo cielo (Edizioni Epoché, 2007, 14€), Una memoria per l’oblio (Edizioni Jouvance, Roma 2002, 15€) e Perché hai lasciato il cavallo alla sua solitudine? (Edizioni San Marco dei Giustiniani, Genova 2001, 18€). Fortunatamente molte sue poesie e prose sono state tradotte e inserite nelle più importanti antologie di letteratura araba palestinese.
Mahmoud Darwish scriveva per dimostrare la sua esistenza, per urlarla in faccia ad un nemico che voleva privarlo proprio di quella. Era il cantore della libertà e delle catene spezzate, del pane preparato dalle mani materne, dell’ulivo e dei frutti della sua infanzia. La Palestina piange il suo più dolce poeta. Che il suolo della sua terra gli sia lieve come una carezza.

12/08/2008

Scrivo per mostrare la mia esistenza

10 agosto 2008 4 commenti

“A 7 anni smisi di giocare e ricordo bene come e perché: in una notte d’estate, quando si usava dormire sui tetti a terrazza delle case, fui improvvisamente svegliato da mia madre e mi trovai a correre con centinaia di contadini in mezzo ai boschi, inseguito dalle pallottole. Non capivo niente, ma dopo un’intera notte di disorientamento e di fughe arrivai con alcuni parenti in un villaggio sconosciuto, abitato da molti bambini. Chiesi ingenuamente: “Dove sono?”  Sentii per la prima volta la parola “Libano”.

Quella notte ho messo fine all mia infanzia. Non chiedevo più nulla, ero diventato improvvisamente adulto. In Libano ho imparato –mai lo dimenticherò- che cosa significa la parola ‘patria’: là, infatti, per la prima volta e senza nessuna precedente preparazione, mi trovai a fare la coda allo scopo di ottenere il mio primo pasto all’UNRWA. Il pasto principale consisteva in una razione di formaggio giallo. Là ho imparato parole nuove che hanno aperto davanti  a me una finestra su un mondo nuovo: guerra, notizie dalla patria, profughi, esercito, confini, TERRA. 
Ho cominciato a studiare , a capire e a conoscere la nuova situazione che mi aveva privato dell’infanzia. 
Dopo più di un anno mi dissero che saremmo tornati. Ricordo che quella notte non chiusi occhio dalla felicità. Tornare a casa significava per me la fine del formaggio giallo, la fine della provocazione continua dei ragazzi libanesi che mi insultavano con l’epiteto umiliante di “profugo”. 
Il viaggio del ritorno avvenne di notte: strisciavamo pancia a terra io, mio zio e la guida. Dopo tanta fatica mi trovai in un certo villaggio. Che delusione! Non era il mio; casa mia non c’era e non c’erano nemmeno i miei compagni. Continuavo a chiedere: “Quando torniamo a casa?” Le risposte erano tante, nessuna convincente. Non capivo nulla. Non capivo come avesse potuto essere distrutto un villaggio intero. Non capivo come fosse accaduto che l’intero mio mondo fosse sparito, né chi fossero quelli che lo avevano annientato.
Nel nuovo villaggio, Deir al-Asad, frequentai la seconda elementare. Il direttore era molto gentile. Ogni volta che l’ispettore veniva a controllare, ricordo, lui mi chiamava e mi nascondeva in uno sgabuzzino  o in un armadio perché le autorità mi consideravano un “infiltrato”. Aggiunsi così una nuova parola al mio vocabolario esistenziale. Anche a casa, ogni tanto, mi dovevano nascondere. Mi era proibito di vivere nel mio proprio paese e per ottenere la carta d’identità israeliana mi imparai a dire che ero vissuto con le tribù beduine del nord del paese, e non in Libano.”


IL LUOGO NON E’ SEMPLICEMENTE UNO SPAZIO, E’ UNO STATO MENTALE; NE’ GLI ALBERI SONO SOLAMENTE ALBERI, MA COSTOLE DELL’INFANZIA.”   

“Vuoi andare in Grecia. Chiedi all’autorità competenti del tuo paese di avere un passaporto e scopri che non sei cittadino, perché tuo padre o uno dei tuoi parenti era scappato portandoti con sé durante la guerra della Palestina.  Eri un bambino, allora.  Scopri che chiunque sia scappato dalla guerra in quel periodo poi, ritornano di nascosto, ha perso il diritto alla cittadinanza. Rinunci al passaporto e chiedi un “Laissez Passer”. Scopri che non sei residente nel tuo paese e quindi non puoi avere un certificato di residenza. Pensi che sia uno scherzo e ne parli al tuo amico avvocato:  “Eccomi qui: non sono cittadino e non sono residente. Allora, dove e chi  sono?” Sorprendentemente vieni a sapere che la legge è dalla loro parte, e tu devi dimostrare che esisti. Ti rivolgi al Ministero degli interni: “Sono o non sono?”
Dammi un filosofo e gli proverò che esisto. Capisci che filosoficamente esisti ma legalmente no.”
SCRIVO PER MOSTRARE LA MIA ESISTENZA, PER VIVERE, PER ESSERE PRESENTE

Ancora un saluto a Mahmoud Darwish, grande poeta della terra e dell’ulivo.
La Palestina ti piange. 
 

E’ morto Mahmud Darwish.

9 agosto 2008 Lascia un commento

LEGGI: L’altra metà dell’arancia
Scrivo per mostrare la mia esistenza

Potete legarmi mani e piedi

Togliermi il quaderno e le sigarette

Riempirmi la bocca di terra:

La poesia e’ sangue del mio cuore vivo

sale del mio pane, luce nei miei occhi.

Sara’ scritta con le unghie, lo sguardo e il ferro,

la cantero’ nella cella della mia prigione,

al bagno,

nella stalla,

sotto la sferza,

tra I ceppi

nello spasimo delle catene.

Ho dentro di me un milione d’usignoli

Per cantare la mia canzone di lotta.

E’ morto il poeta Mahmud Darwish. E’ morto poco fa, a Ramallah, un uomo che aveva il potere di far profumare i versi di gelsomino e resistenza. Un resistente, un dolce poeta, un uomo innamorato della sua terra, grande cantore, ultimo romantico di quella striscia di terra fertile e dilaniata. Nato ad Akka nel 1941, pochi anni prima la Nakba, pochi anni prima che la grande tragedia si abbattesse sulla Terra delle arance e degli ulivi.

Allah ma’ek usthad … addio grande maestro, che il suolo di Palestina ti sia dolce letto.
Che almeno ora tu possa rimangiare quelle arance…
PALESTINA LIBERA! PALESTINA ROSSA!

Palestina, Betlemme,Campo profughi di Dheishe -Marzo 2002- Funerale di un ragazzo morto a causa delle ustioni causate da un missile che ha colpito la macchina dove viaggiava.Foto di Valentina Perniciaro 

Ho scritto sulla mia agenda:

amo l’arancio e odio il porto,

 ho aggiunto sulla mia agenda:

al porto mi fermai 

la vita aveva occhi d’inverno,

avevamo le bucce dell’arancio 

e dietro di me la sabbia era infinita!

 

Giuro, tesserò per te

un fazzoletto di ciglia

scolpirò poesie per i tuoi occhi

con parole più dolce del miele

scriverò “sei palestinese e lo rimarrai”

 

Palestinesi sono i tuoi occhi,

il tuo tatuaggio

Palestinesi sono il tuo nome,

i tuoi sogni

i tuoi pensieri e il tuo fazzoletto.

 Palestinesi sono i tuoi piedi,

la tua forma

le tue parole e la tua voce.

                                                  Palestinese   vivi,   palestinese   morirai.

Iniziano i Giochi

8 agosto 2008 2 commenti

FACCE COME IL CULO!

7 agosto 2008 1 commento

“Soltanto in Italia si contano come morti sul lavoro, al fine di poter dare benefici assicurativi da parte dell’Inail, anche le morti che avvengono per incidenti stradali capitati mentre si va al lavoro o mentre si torna a casa a fine giornata. Morti che evidentemente – sostiene – nulla hanno a che vedere con la sicurezza in fabbrica”.
Il sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti, Roberto Castelli continua dicendo:  
“È arrivato il momento di fare un’operazione verità, sui dati .È il momento di smetterla – dice – di criminalizzare gli imprenditori italiani. Se infatti estrapoliamo gli incidenti che avvengono in agricoltura e in edilizia, vedremo che in Italia la sicurezza delle aziende manifatturiere è ai migliori livelli europei”. 

 ALLORA, PER DIO, VAI A LAVORARE IN CANTIERE, IN FERRORIA, VAI A PULIRE CISTERNE.
CHE SCHIFO!

Foto di Valentina Perniciaro. Luglio 2007
Scalo San Lorenzo, Reparto Manutenzione Locomotori.
Ferrovie dello Stato, Roma.

Scarcerata, FINALMENTE, Marina Petrella!

6 agosto 2008 2 commenti

SCARCERATA MARINA PETRELLA, RIDOTTA ORMAI A 39 KG.
FINALMENTE UN PO’ DI RAZIOCINIO IN TERRA FRANCESE. ORA SI CONTINUA A LOTTARE PER BLOCCARE L’ESTRADIZIONE. 

Marina Petrella, Processo Moro

 

DALLA PRIMA PAGINA DI LIBERAZIONE DI OGGI

«Il nostro impegno proseguirà con la richiesta al presidente Sarkozy di ritirare il decreto applicando la clausola umanitaria prevista nella convenzione europea sulle estradizioni», ha poi concluso. Ora la piccola Emma, la seconda figlia della Petrella nata in Francia, potrà rivedere la madre. Forse non subito viste le condizioni di salute dell’esiliata italiana arrivata a pesare 39 kg. «L’ho trovata estremamente indebolita, si direbbe che sia invecchiata di 20 anni. Mi ha guardato negli occhi e mia ha detto: “lo sai che sarà dura, ma avranno soltanto il mio cadavere. Non porteranno via nient’altro”», ha raccontato Hamed ad una radio parigina, il compagno che aveva finalmente potuto rendergli visita per la prima volta dopo tre mesi.
La decisione era nell’aria da alcuni giorni, dopo il cordoglio suscitato dalla scomparsa di uno degli avvocati di Marina Petrella, Jean-Jacques De Félice, figura storica del foro di Parigi sempre in prima fila nella difesa dei sans papiers e dei senza tetto, membro del comitato di difesa dell’Fln ai tempi della guerra d’Algeria. A smuovere le acque è stata anche la ferma presa di posizione del professore Frédéric Rouillon, titolare della cattedra di psichiatria presso l’università René-Descartes che in passato aveva denunciato la presenza di gravi errori nelle scelte terapeutiche impiegate sulla fuoriuscita. Sulle pagine del quotidiano Libération del primo agosto, il responsabile del servizio dove la Petrella è in cura, aveva spiegato che il ricovero d’urgenza della paziente era avvenuto disattendendo quanto previsto dalla legge e domandone, per questo, una rapida scarcerazione affinché potesse essere sottoposta ad un trattamento terapeutico efficace. Non c’è stata, quindi, nessuna particolare sorpresa quando nella serata di lunedì 4 agosto le agenzie hanno diramato la notizia che il giorno successivo sarebbe stata discussa la rimessa in libertà, su richiesta stessa della procura generale che annunciava anche il suo orientamento favorevole alla scarcerazione.
Se è vero che questa decisione non influisce minimamente sulla proseguio della procedura d’estradizione, il Consiglio di Stato deve infatti ancora pronunciarsi sul ricorso sospensivo depositato dall’avvocato Irène Terrel, tuttavia segnala un evidente cambio di rotta del potere politico francese.
Un cambio di strategia che si era già palesato con le dichiarazioni rese dal presidente della repubblica francese a conclusione del vertice del G8 in Giappone e con l’invio di una lettera al primo ministro Berlusconi, nella quale si chiedeva al governo italiano di farsi latore di una domanda di grazia presso il Quirinale. Gli argomenti esposti da Sarkozy sono andati col tempo affinandosi dopo la confusione iniziale. Soprattutto l’ospite dell’Eliseo ha insistito ripetutamente sull’insensatezza di sanzioni penali, per giunta infinite, che restano ancora pendenti a distanza di decenni dai fatti incriminati.
Che Sarkozy sia in qualche modo tornato sui suoi passi, lo dimostra anche la politica globale messa in campo negli ultimi tempi sull’intera materia dei residui penali dei conflitti politico-sociali che hanno segnato la fine del Novecento.
È di questi giorni, infatti, la concessione della liberazione condizionale a Nathalie Ménigon, membro di Action directe in semilibertà da un anno, arrestata nel 1987 e condannata a diversi ergastoli. Dopo Joëlle Aubrun, liberata a seguito delle sue gravi condizioni di salute e deceduta nel frattempo, e Jean-Marc Rouillan, messo in semilibertà da alcuni mesi, Sarkozy ha deciso la chiusura degli «anni di piombo» francesi. Tutti i militanti legati alla stagione della lotta armata svoltasi in Francia tra la fine degli anni 70 e gli anni 80 sono stati concentrati nell’istituto penitenziario di Fresnes, nella periferia sud di Parigi, dove è presente il Centro d’osservazione nazionale incaricato di valutare la pericolosità sociale dei detenuti prima che questi vengano ammessi al regime di prova della semilibertà e successivamente in libertà condizionale. Sono altre le emergenze che preoccupano il presidente francese. Le nuove politiche securitarie si indirizzano ormai contro i migranti, i residui penali del Novecento rappresentano solo una zavorra anche per la visibilità sociale dei vecchi militanti incarcerati, sostenuti da una parte della società civile che ne chiede da tempo la scarcerazione. Solo in Italia il passato divora il futuro e si nutre di vendette senza fine. Come è accaduto per Rita Algranati estradata nel 2004 per scontare l’ ergastolo.
PAOLO PERSICHETTI, LIBERAZIONE 6 Agosto 2008

Manuel Eliantonio, 22 anni, morto in cella

28 luglio 2008 52 commenti

Aveva 22 anni Manuel.
Aveva una condanna di soli 5 mesi per resistenza a pubblico ufficiale.
Ma non uscirà mai dalla cella dove l’avevano chiuso, nel carcere genovese di Marassi.
Cella dove lo massacravano di botte almeno una volta alla settimana, cella da dove veniva tolto per esser messo in isolamento ogni volta che le loro manganellate lo rendevano impresentabile.

Non tornerà da sua madre alla quale aveva spedito un’ultima lettera pochi giorni prima di morire: lettera agghiacciante, che ora la madre rilegge urlando il suo dolore e il suo odio.

«Cara mamma, qui mi ammazzano di botte almeno una volta alla settimana. Adesso ho soltanto un occhio nero, ma di solito…». E ancora: «Mi riempiono di psicofarmaci. Quelli che riesco non li ingoio e appena posso li sputo. Ma se non li prendo mi ricattano con le lettere che devo fare». E ancora: «Sai, mi tengono in isolamento quattro giorni alla settimana, mangio poco e niente, sto male».

Non solo è morto a 22 anni, ma i giornali si sono anche accaniti a manipolare la situazione facendolo passare per un tossico che si “sballava” con il butano del fornelletto da campeggio che aveva in cella.
Operazione schifosa portata avanti soprattutto da “Repubblica”.

«Mio figlio lo hanno ammazzato. Lo hanno pestato a sangue e lo hanno stordito con psicofarmaci. Lo hanno ucciso, e stanno cercando di coprire tutto. Voglio andare fino in fondo a questa storia. Mio figlio era malato. Non avrebbe dovuto assumere psicofarmaci. Doveva essere curato, non sedato. Avrebbero dovuto portarlo in ospedale se stava male, non abbandonarlo in una cella, solo».
«Doveva essere scarcerato il 5 agosto», racconta. «Quando la lettera è arrivata gli ho subito risposto con un telegramma: “Resisti, figlio mio. Resisti, è quasi finita”. Speravo di rivederlo tra qualche giorno, invece è arrivata soltanto quella maledetta telefonata da Marassi».
Il mio articolo su Liberazione: QUI

Manuel Eliantonio

ODIO IL CARCERE

prima o poi…

20 luglio 2008 10 commenti

E’ MORTO UN PARTIGIANO.
NE NASCONO ALTRI CENTO!

Carlo Giuliani, 20 luglio 2001

Ciao Carletto.
Mi piace ricordarti con questa foto. Mi piace ricordarti vivo, per le strade di quella città,
a pochi passi da me, a pochi passi da tutti noi.
Mi piace pensare che un giorno, prima o poi, ti vendicheremo!

“Noi viviamo stretti in un giuramento di ferro.
Per esso si va sulla croce e incontro ai proiettili.
Nelle nostre vene scorre sangue, non acqua.
Noi marciamo tra l’abbaiare dei revolver,
per incarnarci, morendo,
in navi,
in versi,
e in altre opere di lunga durata.” 

Vladimir Majakovskij

LEGGI ANCHE:

LO STATO SI ASSOLVE.

15 luglio 2008 Lascia un commento

A CHI PARLA DI CERTEZZA DELLA PENA.
A TUTTI QUESTI GIUSTIZIERI VAGANTI CHE CHIEDONO CARCERE PER TUTTI.
HANNO DATO 1 ANNO E 2 MESI A CHI STRAPPAVA PIERCING!
QUESTO E’ IL NOSTRO PAESE: QUESTA E’ LA PROVA CHE PAGA SEMPRE UNA PARTE SOLA.
PAGA CARO, PAGA ETERNAMENTE.

 

MA ANCHE LA NOSTRA MEMORIA E’ ETERNA.
LA MEMORIA DI TUTTO IL PROLETARIATO E’ ETERNA, AL CONTRARIO DELLA PAZIENZA! 

http://www.repubblica.it/speciale/2008/bolzaneto/index.html
QUI SOTTO VI COPIO IL TUTTO; MA NON CREDO VERRA’ LEGGIBILE 

IMPUTATOINCARICOREATORICHIESTA PMSENTENZA
Antonio Biagio Gugliotta
ispettore della polizia penitenziaria abuso d' ufficio, abuso di autorita' contro i detenuti o arrestati, lesioni personali, percosse, ingiurie 5 anni, 8 mesi e 5 giorni di reclusione e interdizione perpetua dai pubblici uffici 5 anni di reclusione
Massimo Luigi Pigozzi
assistente capo della Polizia di Stato lesioni personali gravi 3 anni e 11 mesi3 anni e 2 mesi di reclusione
Alessandro Perugini
vicedirigente Digos questura di Genova abuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti3 anni e 6 mesi e interdizione temporanea 2 anni e 4 mesi di reclusione
Anna Poggi
commissario capo della polizia di Statoabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti3 anni e 6 mesi e interdizione temporanea2 anni e 4 mesi di reclusione Oronzo Doriacolonnello polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti3 anni e 6 mesi di reclusione assolto Ernesto Ciminocapitano del disciolto corpo degli agenti di custodiaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti3 anni e 6 mesi di reclusione assolto Cap. Bruno Pellicciacomandante del personale del Servizio Centrale Traduzioni della Poliziaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti3 anni e 6 mesi di reclusione assolto Franco Valerioispettore superiore della polizia di Statoabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti1 anno e 3 mesi di reclusione assolto Daniela Maidaispettore superiore della polizia di Statoabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti2 anni e 6 mesi di reclusione1 anno e 6 mesi di reclusione Gianmarco Brainicomandante del contingente dei carabinieri del 9° Battaglione Sardegna, addetto al servizio di vigilanza della camere di sicurezzaabuso di autorita' su detenuti o arrestati, percosse, lesioni personali2 anni e 9 mesi di reclusioneassoltoPiermatteo Baruccosottotenente dei carabinieriabuso di autorita' su detenuti o arrestati, percosse, lesioni personali2 anni e 6 mesi di reclusioneassoltoAldo Tarascioispettori o sovrintendenti della Polizia di Statoabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida un anno a nove mesi di reclusione assolto Antonello Taluispettori o sovrintendenti della Polizia di Stato abuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida un anno a nove mesi di reclusione assolto Matilde Areccoispettori o sovrintendenti della Polizia di Stato abuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida un anno a nove mesi di reclusione1 anno di reclusione Natale Parisiispettori o sovrintendenti della Polizia di Stato abuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida un anno a nove mesi di reclusione1 anno di reclusione Mario Turcoispettori o sovrintendenti della Polizia di Statoabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida un anno a nove mesi di reclusione1 anno di reclusione Paolo Ubaldiispettori o sovrintendenti della Polizia di Statoabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida un anno a nove mesi di reclusione1 anno di reclusione Maurizio Piscitellicarabiniereabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida 1 anno a 1 anno e 3 mesi di reclusione assolto Antonio Gavino Multinedducarabiniereabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida 1 anno a 1 anno e 3 mesi di reclusione assolto Giovanni Russocarabiniereabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida 1 anno a 1 anno e 3 mesi di reclusione assolto Corrado Furcascarabiniereabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida 1 anno a 1 anno e 3 mesi di reclusione assolto Giuseppe Serronicarabiniereabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida 1 anno a 1 anno e 3 mesi di reclusione assolto Mario Foniciellocarabiniereabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida 1 anno a 1 anno e 3 mesi di reclusione assolto Reinhard Avoledocarabiniereabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida 1 anno a 1 anno e 3 mesi di reclusione assolto Giovanni Pintuscarabiniereabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida 1 anno a 1 anno e 3 mesi di reclusione assolto Pietro Romeocarabiniereabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida 1 anno a 1 anno e 3 mesi di reclusione assolto Ignazio Muracarabiniereabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida 1 anno a 1 anno e 3 mesi di reclusione assolto Diana Mancinipoliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti6 mesi di reclusioneassolto Massimo Salomonepoliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti7 mesi di reclusioneassolto Gaetano Antonello poliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti1 anno e 4 mesi di reclusione1 anno e 3 mesi di reclusione Barbara Amadei poliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti10 mesi e 20 giorni di reclusione9 mesi di reclusione Daniela Cerasuolo poliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti8 mesi di reclusioneassolto Alfredo Incoronato poliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti1 anno di reclusione1 anno di reclusione Giuliano Patrizi poliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti7 mesi di reclusione5 mesi di reclusione Francesco Paolo Baldassarre Tolomeopoliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti9 mesi di reclusione assolto Egidio Nurchispoliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti9 mesi di reclusione assolto Marcello Mulas poliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti9 mesi di reclusione assolto Giovanni Amoroso poliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti9 mesi di reclusione assolto Michele Sabia Colucci poliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti9 mesi di reclusione assolto Giuseppe Fornasiereufficiale di polizia penitenziaria abuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti assolto Giacomo Toccafondi medico abuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti2 anni e 3 mesi di reclusione1 anno e 2 mesi di reclusione Aldo Amentamedicoabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutirichieste di pene variabili da 3 anni, 6 mesi e 25 giorni a 2 anni e 3 mesi di reclusione10 mesi di reclusione Adrana Mazzolenimedicoabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutirichieste di pene variabili da 3 anni, 6 mesi e 25 giorni a 2 anni e 3 mesi di reclusioneassolto Sonia Sciandramedicoabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutirichieste di pene variabili da 3 anni, 6 mesi e 25 giorni a 2 anni e 3 mesi di reclusioneassolto Marilena Zaccardimedicoabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti richieste di pene variabili da 3 anni, 6 mesi e 25 giorni a 2 anni e 3 mesi di reclusione assolto    Foto di Valentina Perniciaro Genova, G-8 2001, Piazzale kennedy, 20 luglio  

VERGOGNA: siamo tutt@ Graziella!

2 luglio 2008 2 commenti

“CI SONO COSE CHE VANNO CONTRO NATURA MOLTO PIU’ DELL’OMOSESSUALITA’ -COSE CHE SOLTANTO GLI UOMINI POSSONO FARE- COME AVERE UNA RELIGIONE O DORMIRE IN PIGIAMA” 
                       _Magnus Enquist, etologo dell’università di Oslo_ 

In relazione ai comunicati di Arcigay Arcilesbica e del Comitato Bologna Pride

Facciamo Breccia esprime la propria indignazione su quanto accaduto sabato scorso a Bologna e  rigetta le insinuazioni calunniose contenute nel comunicato di Mancuso e Polo e in quello del Comitato Pride Bologna. Solidarietà a Graziella Bertozzo

L’espressione del dissenso è una normale pratica nella dinamica politica che non c’entra niente con la violenza. L’uso della polizia per la gestione del dissenso interno ad un movimento è la fine della politica, significa scivolare verso lo stato di polizia.

La presenza, non prevista, di alcuni/e attivisti/e di Facciamo Breccia “intrufolatisi” sul palco del pride per aprire uno striscione che, ricordiamo, recitava “28 giugno 1982. Indietro non si torna. Facciamo Breccia” – per rivendicare la storia del movimento lesbico, gay e trans che in quella data aveva ottenuto il Cassero di Porta Saragozza, sede poi “restituita” nel 2001 alla Curia – intendeva con ogni evidenza esprimere dissenso politico utilizzando pratiche di movimento e pacifiche. Lo stesso dissenso che Facciamo Breccia aveva cercato di esprimere nei mesi scorsi avendo difficoltà a riconoscersi in un pride, a nostro avviso, troppo blando e “neutrale”, tutto giocato sulla trasversalità politica, senza un chiaro posizionamento antifascista (nonostante l’importante adesione dell’ANPI), arrivando a proporre come uno dei pupazzi che campeggiavano su manifesti e cartoline la stilizzazione di un gay neofascista partecipante al pride.

Alla fine Facciamo Breccia aveva scelto di aderire al pride di sabato 28 giugno esprimendo però, in un documento intitolato “Adesione al Bologna Pride”, tutte le proprie perplessità, riserve e contrarietà. L’adesione critica non è stata accettata dal Comitato Bologna Pride che non ha mai spiegato ufficialmente il rifiuto. Inoltre il Comitato Bologna Pride ha scelto di non permettere di intervenire sul palco alle realtà che non avevano formalmente aderito, scelta legittima ma non includente anche a fronte di altri eventi quali il Biella Pride dove il Coordinamento organizzatore ha dato la parola a tutte le soggettività lgbt che lo richiedessero, al di là della posizione di queste sulla piattaforma o sull’adesione. Ugualmente Facciamo Breccia ha partecipato al Bologna Pride, organizzando uno spezzone collegato allo spezzone lesbico e femminista e portando in piazza molte persone, contribuendo così alla riuscita della manifestazione. Durante il corteo abbiamo organizzato un’azione di comunicazione politica che avrebbe dovuto avere il suo epilogo nell’apertura dello striscione sul palco come espressione pacifica di dissenso: avevamo aperto lo stesso striscione davanti al Cassero di Porta Saragozza, per rivendicare la storia del movimento lgbt.

Il Cassero è stato simbolicamente circondato di drappi rosa e arricchito di cartelli di rivendicazione politica, la polizia ha lasciato svolgere l’azione del tutto pacifica che ha riscosso molto riconoscimento dai/dalle partecipanti al corteo che hanno festosamente preso parte in centinaia.

Ma la conclusione del pride per noi è stata inverosimile: l’area del palco (backstage lo chiama il Direttivo Comitato Bologna Pride), cioè l’area interna del palco, delimitata da transenne, era “protetta” da volontari/e insieme a poliziotti, alcuni in divisa, altri (avremmo scoperto in seguito) in borghese, presenza che, se non è stata richiesta dal Comitato Bologna Pride, è stata da questo per lo meno avallata.  Questo in una manifestazione politica non si era mai visto movimenti: la sicurezza interna gestita dalla polizia di stato. E questa è stata la prima causa di quello che Aurelio Mancuso sul palco (evidentemente senza crederci) definiva il terribile “malinteso” che ha fatto fermare e ammanettare Graziella Bertozzo, leader storica del nostro movimento certo (lo rivendichiamo a lettere chiarissime) e riconosciuta come tale da tutte/i (o quasi), ma che non ha assolutamente usato la sua storia per presentarsi nell’area palco: Graziella stava partecipando ad un’azione di comunicazione politica con altri/e compagni e compagne che voleva esprimere il dissenso di cui sopra. Le altre e gli altri “si sono intrufolati/e” tranquillamente mentre Graziella (che non aveva certo chiesto niente a Porpora Marcasciano visto che in quel momento teneva il suo intervento e con la quale in precedenza aveva parlato – essendo compagne di percorso – ma certo non le aveva chiesto il permesso per salire su un palco di cui Porpora non aveva la gestione). Rimane da capire la ragione per la quale solo la persona più rappresentativa di Facciamo Breccia sia stata fermata all’ingresso del palco, mentre le altre venivano lasciate passare. Inoltre Facciamo Breccia non attacca nessuna volontaria ma condanna fortemente il ruolo della polizia sul palco ed il fatto che sia stata chiamata per risolvere un dissidio politico, rifiutando ripetutamente, anche di fronte a esplicita richiesta di attivisti/e di Facciamo Breccia, di evitare il fermo di polizia. Chi ha scelto questa modalità? Chi non ha colto l’occasione offerta da Facciamo Breccia con il comunicato reso pubblico in data 29 giugno di agire tutte/i per evitare di fare di Graziella un capro espiatorio di un conflitto tutto politico, e sta invece cercando di farla finire strumentalmente in tribunale invece di riportare il dibattito sul piano  politico? Il Comitato Bologna Pride, che ha già finito il suo “processo” ascoltando “alcuni diretti interessati, testimoni oculari del fatto”. Non certo “la condannata” Graziella Bertozzo… A questo punto la responsabilità è chiara e dichiarata. E’ questa riteniamo che sia il risvolto più vergognoso della vicenda: l’attacco ad una persona, una lesbica, un’attivista in carne ed ossa, cercando di screditarla, diffondendo calunnie, usando contro di lei tutte le armi che la repressione ha sempre usato contro le lesbiche e le donne in generale: l’accusa di isterica violenta. E così è stata consegnata una componente del nostro movimento alla polizia, una lesbica dichiarata in mani a poliziotti che non hanno certo tardato, com’era presumibile, a cercare di piegarla psicologicamente e fisicamente. A Graziella oltretutto è stata tesa una trappola: un uomo in borghese che mai si è qualificato l’ha aggredita, lei ha cercato con le sue forze di non farsi prendere, non sapendo che fosse un pubblico ufficiale, come qualunque donna nelle mani di un uomo che l’aggredisce avrebbe fatto. Quindi non esiste nessuna resistenza a pubblico ufficiale né tanto meno esistono le lesioni visto che il sedicente lesionato è stato visto da decine di testimoni pronti/e a testimoniare sul palco e fuori prendere di peso Graziella e camminare tranquillamente prima e dopo il fermo. Le altre e gli altri di Facciamo Breccia hanno dovuto insistere accoratamente perché il terribile fatto fosse annunciato sul palco e per sapere dove era stata portata, davanti a esponenti del Comitato Bologna Pride e di Arcigay che continuavano a rispondere che se l’avevano fermata (quando loro stessi avevano chiesto il fermo additandola come pericolosa) sicuramente aveva fatto qualcosa di male, con la stessa logica che porta molti a dire che se una donna è stata violentata qualcosa avrà fatto, se lo sarà meritato, se lo sarà cercato.

Facciamo notare che tra le firme del Comitato Bologna Pride manca quella di una delle tre portavoci, Marcella Di Folco, che non ha sottoscritto il documento, oltre, ovviamente, a quelle di tutte le realtà aderenti al Comitato stesso che non fanno parte del Direttivo.

Non abbiamo, invece, niente da aggiungere riguardo al comunicato di Aurelio Mancuso, Presidente nazionale Arcigay e di Francesca Polo, Presidente nazionale Arcilesbica visto che si tratta solo di un lungo elenco di falsità e diffamazioni, caso mai da dirimere a mezzo querela visto che questo sembra essere il piano scelto dalle due associazioni nazionali. Facciamo Breccia viene screditata perché ha da sempre avuto il coraggio di rendere nota la lotta verso quelle nicchie di privilegio di cui certe associazioni si nutrono e sopravvivono. Accusare Facciamo Breccia di violenza, maschilismo e slealtà  è solo una ridicola baggianata (dimostrata tra l’altro dagli ottimi rapporti istaurati con gli organizzatori e le organizzatrici di tutti gli altri pride), che dovrebbe solo far arrossire chi lo scrive. Semmai ci appelliamo a tutte le socie ed i soci di Arcigay e Arcilesbica  e i loro circoli perché si dissocino da tali infamie. Speriamo invece che queste associazioni dimostrino altrettanta violenza alla prossima aggressione omofoba e fascista di quanta ne hanno dimostrata nel loro comunicato contro Facciamo Breccia, dato che siamo sicure/i che la tradizionale piagnulocosità che dimostrano in tali occasioni non sia utile.

Noi siamo tutte/i con Graziella insieme a centinaia di donne, uomini, lesbiche, gay, trans, femministe, attivisti/e e soggettività politiche, oltre che a decine di testimoni oculari come dimostrano le molte mail di solidarietà arrivate a Graziella, e consultabili sul sito www.facciamobreccia.org

Noi abbiamo scelto la politica, le pratiche di movimento e di non abbassarci mai all’uso del paradigma securitario né tanto meno alla rinuncia della politica e dell’azione in nome dello stato di polizia.

Coordinamento Facciamo Breccia.

Foto di Valentina Perniciaro
LAYCA FROCESSIONE.
SAN LORENZO, febbraio 2008

Non hai nulla da fare?

30 giugno 2008 1 commento

Stalking è un termine inglese (letteralmente: perseguitare) che indica una serie di atteggiamenti tenuti da un individuo che affligge un’altra persona, spesso di sesso opposto, perseguitandola ed ingenerando stati di ansia e paura, che possono arrivare a comprometterne il normale svolgimento della quotidianità.

La persecuzione avviene solitamente mediante reiterati tentativi di comunicazione verbale e scritta, appostamenti ed intrusioni nella vita privata.

Lo stalker può essere un estraneo, ma il più delle volte è un conoscente, un collega, o un ex-partner, che agisce spinto dal desiderio di recuperare il precedente rapporto o per vendicarsi di qualche torto subito.

In altri casi ci si trova davanti a persone con problemi di interazione sociale, che agiscono in questo modo con l’intento di stabilire una relazione sentimentale, imponendo la propria presenza ed insistendo anche nei casi in cui si sia ricevuta una chiara risposta negativa.

E’ UN REATO PUNITO PENALMENTE!

+ PARAPIGLIA – FAMIGLIA!

26 giugno 2008 1 commento

“Avete mai fatto caso al fatto che oggi, in Italia, c’è pieno di gente che quarant’anni fa era atea e comunista adesso son diventati cattolici? Io, non lo so, se trovassi qualcuno che quarant’anni fa era cattolico,  e adesso è ateo e comunista, sarei curioso di andarci a cena insieme, con uno così, invece non esco mai di casa,
praticamente.” 

_PAOLO NORI_ _Mi compro una gilera_


Foto di Valentina Perniciaro Corteo di Donne per le Donne. Roma, 24 Novembre 2007
                                PIU' PARAPIGLIA MENO FAMIGLIA

Ucciso sul lavoro!

25 giugno 2008 2 commenti

ALTRO MORTO ALLA CENTRALE ENEL DI CIVITAVECCHIA.

Oggi alla centrale Enel di Torre Valdaliga Nord (Civitavecchia), non si lavora.
Si sciopera. Otto ore.
Per un altro morto.
Stavolta è toccato ad un operaio di 24 anni, Ivan Ciffary, slovacco, dipendente della ditta Pichler, addetto al montaggio del nastro trasporto carbone. E’ precipitato da un altezza di 15-20 metri.
Non si sa

perchè.
Pochi mesi fa a Michele Cozzolino cadde un tubo innocenti sulla testa, ammazzandolo.

http://nomortilavoro.noblogs.org

BASTA CON QUESTI OMICIDI QUOTIDIANI.
BASTA CON LA DEFINIZIONE “MORTI BIANCHE”.
IL SANGUE DEL PROLETARIATO NON E’ BIANCO.

Ma quando inizieranno a morire i padroni?
IL LAVORO UCCIDE.LO SFRUTTAMENTO UCCIDE. SOLO LA LOTTA PAGA!

Si muore nel fango

12 giugno 2008 1 commento

 

Si muore nel fango, si muore schiacciati, si muore avvelenati.
Nessuno è mai responsabile, nessuno ha mai pagato per queste morti.
Tutti spendono molte parole di esecrazione e di condanna, si cercano le cause della tragedia; imprenditori, governo e sindacati si dichiarano costernati.
Ma intanto, nei fatti e non colle parole, l’Unione Europea deregolamenta l’orario di lavoro e così, grazie alla nuova normativa si potrà cancellare ogni forma di contrattazione collettiva, sostituita da rapporti di lavoro individuali, come sogna la CONFINDUSTRIA 
Sarà ancora più facile morire nelle fabbriche, nei cantieri, nei campi o in fondo ad un un pozzo, avvelenati come topi.
Liberalizzare l’orario di lavoro è un crimine, una istigazione a delinquere; cosi come si moriva nell’ottocento così si muore nel duemila: almeno risparmiateci l’ipocrisia delle lacrime per gli ultimi omicidi, come quello degli operai siciliani uccisi dalle esalazioni tossiche dentro una vasca di depurazione.
La domanda è solo una: esistono forze sindacali, sociali, civili e culturali in grado di dare un segno di vita, di battere un colpo, per difendere una conquista di civiltà ? 
I movimenti di base si mobilitano puntualmente e giustamente contro il razzismo e contro il fascismo, per il diritto al lavoro e per il diritto all’abitare, contro le guerre, in difesa della diversità.
Sarebbe ora di mobilitarsi e incazzarsi con la stessa intensità e puntualità anche per la strage giornaliera di lavoratori, per far diventare la tutela della salute e della vita dei lavoratori il problema centrale del conflitto.  

COMITATONOMORTILAVORO
ROMA 12/06/08

Foto di Valentina Perniciaro -Produci Consuma Crepa-

La strage quotidiana

12 giugno 2008 Lascia un commento

 

 

Nella giornata di ieri ci sono stati 9 morti sul lavoro.
Questa mattina un’altra donna s’è aggiunta al lungo elenco.
Il genocidio perpetrato dai padroni non si ferma.

E noi si continua a morire sul posto di lavoro, a rimaner schiacciati, 
asfissiati, incastrati, sommersi,
a volar giù dai ponteggi, a morire nelle stive, nelle cisterne, 
nelle acciaierie, sotto le ruspe.

FERMIAMO QUESTO GENOCIDIO.
E lo si può fermare solo prendendo coscienza, ricominciando a lottare
su tutti i posti di lavoro, ricominciando ad avere potere nelle mani, 
a sovvertire i rapporti di forza.

INDECOROSI

7 giugno 2008 1 commento

Indecorosi. Orsi in movimento per il godimento

Da quello che ho sentito è uno dei migliori striscioni, tra i tanti divertentissimi del Gay Pride di oggi, 
che posso seguire solo “radiofonicamente” da una redazione tutta al femminile e pesantemente techno ;-(

PER LA LIBERTA’ SESSUALE,
PER L’AUTODETERMINAZIONE
PER LA LAICITA’

FUORI I PRETI DALLE NOSTRE MUTANDE 

Foto di Valentina Perniciaro  - GAY PRIDE 2007-
Nude man/woman walking

Per ascoltare le corrispondenze http://www.ondarossa.info

 

“Non c’era rimasto nessuno a protestare”

30 Maggio 2008 Lascia un commento

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me
e non c’era rimasto nessuno a protestare

Bertold Brecht

Foto di Valentina Perniciaro _Fuori i preti dalle nostre mutande_

Foto di Valentina Perniciaro _Fuori i preti dalle nostre mutande_

 

Eccolo ancora: ADOLFO I!

29 Maggio 2008 4 commenti

Benedetto XVI: “Provo gioia per il nuovo clima politico”

ROMA – “Avvertiamo con particolare gioia i segnali di un clima nuovo, più fiducioso e più costruttivo. Esso è legato al profilarsi di rapporti più sereni tra le forze politiche e le istituzioni, in virtù di una percezione più viva delle responsabilità comuni per il futuro della Nazione”

La Repubblica 29 Maggio 2008

Foto di Valentina Perniciaro  NO VAT

4 DONNE SU 5 ODIANO IL PAPA

Capito si? Lui prova gioia!

Papa Rai I -FUORI I PRETI DALLE MUTANDE!-

27 Maggio 2008 2 commenti

Oggi è la giornata dei Copia-Incolla dai giornali, ma questo non posso non metterlo sul blog..
proprio perchè rimanga ad eterna memoria.
Il nostro caro Papa Adolfo I ha deciso di leggerci la Bibbia integrale su Rai 1. 
Ma dai, è inutile che parlo..vi incollo il fantastico scoop del Corriere della Sera.
+ PRATI
– PRETI

“Il Papa leggerà la Bibbia in tv. È questa la ‘bomba’ che la Rai ha in serbo per la prossima stagione, secondo quanto anticipato dal settimanale Chi. A ottobre Benedetto XVI inaugurerà la prima lettura integrale del testo sacro della tradizione ebraico-cristiana per sette giorni e sette notti. Secondo il settimanale, la lettura avverrà durante la trasmissione Domenica In (ma fonti Rai avrebbero smentito questo particolare, spiegando che il progetto potrebbe avere diverse collocazioni in palinsesto). 
MARATONA – Il Papa darà il via alla maratona, che continuerà con il rabbino capo di Roma. Poi la linea passerà a un sacerdote ortodosso, che la cederà a un pastore protestante e così via, coinvolgendo anche semplici fedeli che potranno prenotarsi attraverso un sito internet in corso di realizzazione. Testimonial dell’iniziativa l’arcivescovo Gianfranco Ravasi, insigne biblista e ministro della Cultura della Santa Sede: nelle settimane precedenti, sempre a Domenica In, illustrerà il senso della maratona.”

ECCEZIONALE!

LA VANDEA HA PRESO POSSESSO DEL PAESE!

Foto di Valentina Perniciaro FUORI I PRETI DALLE MUTANDE!

Aggressione Fascista all’università

27 Maggio 2008 1 commento

Anche oggi un bel buongiorno! Faccio il Copia-Incolla dell’unica notizia apparsa sui giornali on-line

LA REPUBBLICA: Tensione e scontri questa mattina in via Cesare De Lollis davanti all’università La Sapienza di Roma. A darne notizia sono gli appartenenti ai Collettivi di sinistra che riferiscono di veri e propri tafferugli: “Stavamo attaccando i nostri manifesti dopo che per tutta la notte Forza Nuova ha attacco i suoi davanti all’università, e all’improvviso sono arrivate tre macchine di fascisti che sono scesi con spranghe e coltelli. È scoppiata una rissa che è durata almeno 10 minuti. Un nostro compagno è stato accoltellato e altri si sono ritrovati con la testa spaccata”. Ora gli studenti dei Collettivi sono riuniti all’interno della facoltà di Lettere. 

 

 Per ascoltare la corrispondenza fatta poco fa da Radio Onda Rossa:
http://www.autistici.org/ondarossa/archivio/080527università.mp3

Manifestazione 24 novembre

Foto di Valentina Perniciaro.
Corteo di donne per le donne. 24 novembre 2007

“Il grembo da cui nacque l’orrore è ancora fecondo” B.Brecht

Aggressione al Pigneto!

24 Maggio 2008 2 commenti

 

Roma, 18:12
IMMIGRATI: ROMA, PESTAGGIO NEONAZISTA AL PIGNETO
“Un vero e proprio pestaggio nei confronti di un extracomunitario del Bangladesh si e’ svolto pochi minuti fa nel quartiere romano del Pigneto. L’uomo, che gestisce un bar, e’ stato pestato da una banda di neonazisti: una decina di giovani, con il volto coperto da foulard con il segno della svastica, sono arrivati improvvisamente correndo con in mano delle assi di legno e si sono scagliati contro l’extracomunitario colpendolo con violenza e urlando. Paura nel quartiere, dove sono molti gli extracomunitari che gestiscono attivita’ commerciali. Tutti sono scappati e molti hanno chiuso le saracinesche dei negozi. La cronista dell’Agi, testimone dell’episodio, ha tentato invano di chiamare il 113, per molti minuti, ma nessuno ha risposto. Dopo pochi minuti, la banda e’ scappata e molti abitanti del quartiere si sono riversati nelle strade e si sono affacciati dalle finestre per capire cosa fosse accaduto.”

 

25 APRILE 2008

E’ ALLARMANTE E VERGOGNOSO QUELLO CHE STA ACCADENDO A ROMA. E ACCADE SEMPRE PIU’ VICINO A NOI, IN TERRITORI CONSIDERATI SEMPRE UN CALDO RIFUGIO. DOBBIAMO CAMBIARE ATTEGGIAMENTO, DOBBIAMO RENDERCI CONTO DEI TEMPI, DEI RAPPORTI DI FORZA TOTALMENTE MUTATI, DELLA PERICOLOSITA’ ANCHE RAPIDA DI QUESTO PROCESSO.

CAROGNE FASCISTE. 

Foto di Valentina Perniciaro
25 Aprile 2008 Cieli blu, falci e martelli

BASTA!

21 Maggio 2008 Lascia un commento

+ campi ROM – Caserme

17 Maggio 2008 3 commenti

Parole agghiaccianti, parole d’ordine su ogni giornale, su ogni televisione.

Con il solo scopo di creare il mostro, di amplificare il danno, di fare un propaganda fatta di media e di fuoco, di ronde e di assalti, di barbarie e inciviltà. Ronde? Ma che parola è? 

Ma come la si può accettare? 

Oggi non sono potuta essere a Verona e mi è dispiaciuto…perchè era importante esserci, perchè di quella città ho solo ricordi poco positivi, intrisi di quell’atteggiamento che è luogo idoneo alla barbarie intollerante e medievale.

Mi sento ogni giorno più estranea, mi vergogno, odio quello che quotidianamente vedo. Odio l’idea di non poter far nulla…qui nemmeno “il lavoro della talpa” si può fare, qui bisognerebbe solo fuggire, che è l’unica cosa che non posso fare.

                  

Foto di Valentina Perniciaro: Roma, Da una cella dell'ex carcere del San Michele.