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Fascisti carogne
Sono passati ormai 2 anni da quando , il 27 agosto del 2006, Renato, uscendo da una dance hall reggae sulla spiaggia di Focene, insieme alla sua fidanzata e al suo amico Paolo, furono aggrediti da due giovani scesi dalla loro auto coltelli alla mano. Gli urlarono di tornare a casa, che quello non era il loro territorio. Colpirono Renato che, a 26 anni, morì poche ore dopo in ospedale. Nella disperazione di quei giorni i familiari, gli amici e i compagni si trovano a spiegare una scomoda verità: chi esce di casa armato di coltello per colpire chiunque possa essere considerato diverso, altro, di colore, gay, di sinistra, è un fascista.
Che solo a Roma, nell’anno precedente c’erano state più di 130 aggressioni di matrice fascista. Oggi, che sono passati quasi 2 anni, si apre il processo per l’imputato minorenne. Il PM sostiene che Renato sia stato ucciso al termine di “banale diverbio degenerato per futili motivi”, e così lo uccidono una seconda volta.
Il prossimo 27 agosto saranno 2 anni che una mano fascista ci ha portato via il sorriso e gli occhi di Renato. Tante iniziative in questi 2 anni, frutto della passione di tanti compagni e compagne hanno permesso di realizzare i suoi sogni. Uno di questi è la sala prove e registrazione Renoize attraversata in questi pochi mesi di vita già da tantissimi giovani gruppi musicali e fucina di riflessioni sulle autoproduzioni. Grazie a questo progetto il prossimo 29 agosto ricorderemo Renato attraverso la musica, la sua grande passione, in un concerto in cui si esibiranno Apostoli della strada, Bestie Rare, Rancore, Ork’s Machine vs Muver, Filippo Gatti, Bobo Rondelli e i 24 Grana e in cui attraverso i suoni, le immagini e le parole racconteremo ancora una volta la verità su cosa accadde quella maledetta notte sul litorale di Focene, quando l’odio per il diverso di due giovani di 17 e 19 anni strappò con 8 coltellate la vita di Renato. Con Renato nel cuore, ma anche per Carlo, Dax, Federico e Nicola che sono Ognuno di Noi
Venerdì 29 agosto 08 dalle 18 alle 24 Parco della Basilica di San Paolo Via Ostiense, Roma.
Con rabbia e con amore
i compagni e le compagne di Renato
Ladri poco scaltri.
Un ladro rimasto incastrato con il piede nella finestra dell’appartamento dove stava entrando!
NON SEMPRE SI SCEGLIE IL LAVORO GIUSTO:
LUI,DOVEVA FARE IL POLIZIOTTO!
Emergenza e devozione!
“DA BAMBINA VOMITAVA L’OSTIA: SENZ’ACQUA
LE SEMBRAVA D’INGHIOTTIRE CARTA.
ANCH’IO DURANTE UNA PERQUISIZIONE L’HO FICCATA IN GOLA
SENZ’ACQUA E SENZA VOMITO, LA CARTA.
VA GIU’ MEGLIO PER EMERGENZA CHE PER DEVOZIONE.”
-Erri De Luca-

Il pugilato è riscatto sociale
«Il pugilato è riscatto sociale. E’ democrazia, ricerca, innovazione»
Intervista di Paolo Persichetti a Massimo Scioti
“Anche gli operai vanno in Paradiso» dice il coach Francesco Damiani, accarezzando la testa del “suo” Vincenzo Picardi, che ieri ha raggiunto la semifinale dei pesi mosca vincendo un match molto tirato col valido tunisino Walid Cherif. E’ il terzo semifinalista italiano, dopo Clemente Russo e Roberto Cammarelle. Il che vuole dire già tre bronzi assicurati. Un traguardo importante se comparato all’unico bronzo raccolto ad Atene, mentre crescono le attese per l’oro e l’argento. Ne parliamo con Massimo Scioti, che prima di diventare consigliere della Fip, formatore dei tecnici dal 1985 e dal 2001 coordinatore esecutivo nazionale dei tecnici sportivi, è stato un coraggioso sperimentatore sociale nelle periferie romane degli anni 70. Fu il primo a portare un ring in una scuola media, nella borgata di Primavalle, e avviare corsi di scherma pugilistica dove si apprendeva un filosofia sportiva molto diversa dai luoghi dove si allenavano i picchiatori della destra neofascista romana. Chi l’intervista è stato il suo primo allievo. Era il 1975.
Come si è arrivati a costruire una squadra con queste prestazioni?
C’è stato un perfetto gioco dei ruoli federali. Il processo che ha portato i sei atleti italiani a vincere le selezioni per partecipare ai giochi di Pechino dimostra che tutti i dirigenti federali, in misura diversa, hanno contribuito al risultato. Le qualificazioni sono dure perché il traguardo più ambito di un atleta è partecipare ai giochi olimpici. L’allenatore federale degli azzurri Francesco Damiani e il metodologo russo Vassily Filimonov hanno assunto pienamente la responsabilità di condurre gli atleti nazionali ad accettare consapevolmente le sfide nel momento in cui esse si presentano. Nello sport è difficile vivere un tempo di dimensione “escatologica”, tempo in cui si realizza un finale previsto. Il tempo è vissuto dagli atleti per fare esperienza e divenire “campione di sé stesso”. Il senso del tempo nella psiche di un atleta è coordinare rapidamente il reperimento dei mezzi con il raggiungimento di uno scopo: sferrare colpi veloci, precisi ed efficaci, decisi in microtempi, (da 21 a 42/millesecondi). Il fascino del pugilato sta nell’attaccare pensando alla difesa e nel difendersi attrezzandosi al contro-attacco. Attacco e difesa non sono separabili come la tecnica dalla tattica e dalla strategia. Chi le separa compie operazioni abusive.
La ministra Meloni aveva invitato gli azzurri al boicottaggio dei giochi. Clemente Russo gli ha risposto: «Certi politici sono incompetenti e non sanno quello che dicono. Rinunci lei all’occasione della vita». Poi ha aggiunto che andrà a trovarla al ministero e gli spiegherà il suo punto di vista con la medaglia al collo. Le olimpiadi sono sempre state una grande tribuna per la politica. Quale è il miglior modo per un atleta di far convivere l’impegno sportivo e quello civile?
Le olimpiadi moderne hanno un vizio d’origine: De Coubertin, non tutti lo vogliono ricordare, era ministro degli esteri francese in un periodo di forte espansione coloniale. All’epoca i giovani si bruciavano con la ”fata verde”, l’assenzio. Il ministro senza giovani con salde braccia come poteva perseguire una sana espansione?! Come catalizzare la loro energia per quei nobili fini?! Lo sport e’ sicuramente capace di rinvigorire la gioventù. Non dimentichiamo Mexico ’68. La strage dei campesinos che chiedevano l’acqua in piazza delle tre culture. Monaco 1972, undici morti. Mosca 1980, olimpiadi monca perché gli Usa e i loro alleati non parteciparono ai giochi per protestare contro l’invasione dell’Urss in Afghanistan. L’Italia si distinse per aver assunto una posizione singolare: non parteciparono quegli atleti che si trovavano in forza nei nostri apparati militari. Sappiamo che la polizia, la finanza, i carabinieri e l’esercito hanno il loro gruppo sportivo. Gli atleti militari non parteciparono a Mosca perché sotto giuramento di fedeltà alla Repubblica. In quel momento l’Italia dimostrò di non avere autonomia nei confronti degli Usa. Gli atleti civili parteciparono a livello individuale. Nel 1984 ancora un’olimpiade mutilata: fu disertata da tutti quei paesi che erano sotto l’influenza dell’Urss. La ministra Meloni farebbe meglio a rendersi conto che oggi chi fa politica è come un sovrano spodestato che si aggira nella società resa inservibile perché non legittima la sua sovranità. Oggi la politica prende le decisioni guardando l’economia e l’economia guarda le risorse tecnologiche. La politica non decide e non programma più nulla. Il luogo delle decisioni si è trasferito nella tecnica. Ricordiamoci l’insegnamento Heiddegeriano: l’essenza della tecnica non sta nella tecnica stessa ma nella volontà di dominio dell’uomo sulla natura… Il simpatico e generoso Clemente, a cui voglio molto bene, se vorrà lo accompagnerò dalla ministra per fare due parole tutti insieme, riflettendo sull’utilità professionale in senso sociale e avanzare così oltre la sfera degli interessi individuali e privati.
Russo e Picardi provengono da Marcianise. Una realtà sociale difficile. Il pugilato è ancora uno strumento di promozione sociale per chi proviene da ghetti urbani o da realtà sociali dure? Il profilo di Cammarelle, originario di Cinisello Balsamo, agente di Ps, sembra forse suggerire delle novità?
I sei atleti partecipanti ai giochi di Pechino 2008: Di Savino (Esercito) proviene dal Lazio; Parrinello (Esercito), Valentino (FfOo) e Russo (FfOo) provengono dalla Campania; Cammarelle (FfOo) proviene dalla Lombardia ma la sua famiglia è di origine pugliese. Possiamo ricordare che nel sud risiedono virtù, intelligenze e talenti. Purtroppo spesso queste qualità vengono sciupate e lasciate impazzire perché messe al servizio delle organizzazioni criminali. Pierpaolo Pasolini nel 68 indirizzò a noi studenti, contestatori, una lettera. Ci spiegava che i tutori dell’ordine erano dei “proletari in divisa”, perché le uniche industrie che esistevano nel sud erano Polizia e Carabinieri. Per noi fu illuminante e la realtà attuale, malgrado siano trascorsi decenni, non è tanto cambiata.
Quale è la situazione del pugilato in Italia?
Si parla di crisi perenne di questo sport ma i dati segnalano un aumento di tesserati, di calendari agonistici, di risultati internazionali di prestigio. In più c’è l’apertura delle palestre di pugilato in fasce orarie consone a fruitori che vogliono apprendere uno sport complesso per avere vantaggi di benessere. Ma il pugilato, aldilà di rappresentazioni e differenzazioni, rimane uno sport d’elite per l’elevato impegno che richiede e per la sua complessa struttura d’azione.
Quali sono state le tue linee guida in questi anni come responsabile nazionale dei tecnici di pugilato?
Incrementare le occasioni di confronto, trasmissione e circolazione delle conoscenze. Proporre in modo tematico aspetti cruciali della preparazione atletica e tecnica-tattica individuale, del controllo del peso e dei piani alimentari, dell’analisi del match. Non separare la formazione dall’aggiornamento. Omogeneizzare la preparazione degli atleti in modo che dalla periferia al centro Nazionale d’Assisi ci fosse una continuità e una condivisione di metodi e contenuti. Raccogliere le originalità provenienti dal territorio e generalizzarle. In sintesi: democratizzare, innovare, ricercare, sperimentare.
—NESSUN VIETCONG MI HA MAI CHIAMATO NEGRO— Muhammad Alì 1966
Scrivo per mostrare la mia esistenza
“A 7 anni smisi di giocare e ricordo bene come e perché: in una notte d’estate, quando si usava dormire sui tetti a terrazza delle case, fui improvvisamente svegliato da mia madre e mi trovai a correre con centinaia di contadini in mezzo ai boschi, inseguito dalle pallottole. Non capivo niente, ma dopo un’intera notte di disorientamento e di fughe arrivai con alcuni parenti in un villaggio sconosciuto, abitato da molti bambini. Chiesi ingenuamente: “Dove sono?” Sentii per la prima volta la parola “Libano”.
Quella notte ho messo fine all mia infanzia. Non chiedevo più nulla, ero diventato improvvisamente adulto. In Libano ho imparato –mai lo dimenticherò- che cosa significa la parola ‘patria’: là, infatti, per la prima volta e senza nessuna precedente preparazione, mi trovai a fare la coda allo scopo di ottenere il mio primo pasto all’UNRWA. Il pasto principale consisteva in una razione di formaggio giallo. Là ho imparato parole nuove che hanno aperto davanti a me una finestra su un mondo nuovo: guerra, notizie dalla patria, profughi, esercito, confini, TERRA.
Ho cominciato a studiare , a capire e a conoscere la nuova situazione che mi aveva privato dell’infanzia.
Dopo più di un anno mi dissero che saremmo tornati. Ricordo che quella notte non chiusi occhio dalla felicità. Tornare a casa significava per me la fine del formaggio giallo, la fine della provocazione continua dei ragazzi libanesi che mi insultavano con l’epiteto umiliante di “profugo”.
Il viaggio del ritorno avvenne di notte: strisciavamo pancia a terra io, mio zio e la guida. Dopo tanta fatica mi trovai in un certo villaggio. Che delusione! Non era il mio; casa mia non c’era e non c’erano nemmeno i miei compagni. Continuavo a chiedere: “Quando torniamo a casa?” Le risposte erano tante, nessuna convincente. Non capivo nulla. Non capivo come avesse potuto essere distrutto un villaggio intero. Non capivo come fosse accaduto che l’intero mio mondo fosse sparito, né chi fossero quelli che lo avevano annientato.
Nel nuovo villaggio, Deir al-Asad, frequentai la seconda elementare. Il direttore era molto gentile. Ogni volta che l’ispettore veniva a controllare, ricordo, lui mi chiamava e mi nascondeva in uno sgabuzzino o in un armadio perché le autorità mi consideravano un “infiltrato”. Aggiunsi così una nuova parola al mio vocabolario esistenziale. Anche a casa, ogni tanto, mi dovevano nascondere. Mi era proibito di vivere nel mio proprio paese e per ottenere la carta d’identità israeliana mi imparai a dire che ero vissuto con le tribù beduine del nord del paese, e non in Libano.”

“IL LUOGO NON E’ SEMPLICEMENTE UNO SPAZIO, E’ UNO STATO MENTALE; NE’ GLI ALBERI SONO SOLAMENTE ALBERI, MA COSTOLE DELL’INFANZIA.”
“Vuoi andare in Grecia. Chiedi all’autorità competenti del tuo paese di avere un passaporto e scopri che non sei cittadino, perché tuo padre o uno dei tuoi parenti era scappato portandoti con sé durante la guerra della Palestina. Eri un bambino, allora. Scopri che chiunque sia scappato dalla guerra in quel periodo poi, ritornano di nascosto, ha perso il diritto alla cittadinanza. Rinunci al passaporto e chiedi un “Laissez Passer”. Scopri che non sei residente nel tuo paese e quindi non puoi avere un certificato di residenza. Pensi che sia uno scherzo e ne parli al tuo amico avvocato: “Eccomi qui: non sono cittadino e non sono residente. Allora, dove e chi sono?” Sorprendentemente vieni a sapere che la legge è dalla loro parte, e tu devi dimostrare che esisti. Ti rivolgi al Ministero degli interni: “Sono o non sono?”
Dammi un filosofo e gli proverò che esisto. Capisci che filosoficamente esisti ma legalmente no.”
–SCRIVO PER MOSTRARE LA MIA ESISTENZA, PER VIVERE, PER ESSERE PRESENTE–
Ancora un saluto a Mahmoud Darwish, grande poeta della terra e dell’ulivo.
La Palestina ti piange.

Iniziano i Giochi
08/08/08 ore 8.08
INIZIANO I GIOCHI OLIMPICI A PECHINO!
MAI VISTA UNA COSA DEL GENERE! 2800 PERCUSSIONISTI SINCRONIZZATI
GRANDE CINA. MAMMA MIA CHE SPETTACOLO!
Scarcerata, FINALMENTE, Marina Petrella!
SCARCERATA MARINA PETRELLA, RIDOTTA ORMAI A 39 KG.
FINALMENTE UN PO’ DI RAZIOCINIO IN TERRA FRANCESE. ORA SI CONTINUA A LOTTARE PER BLOCCARE L’ESTRADIZIONE.
| DALLA PRIMA PAGINA DI LIBERAZIONE DI OGGI | |
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«Il nostro impegno proseguirà con la richiesta al presidente Sarkozy di ritirare il decreto applicando la clausola umanitaria prevista nella convenzione europea sulle estradizioni», ha poi concluso. Ora la piccola Emma, la seconda figlia della Petrella nata in Francia, potrà rivedere la madre. Forse non subito viste le condizioni di salute dell’esiliata italiana arrivata a pesare 39 kg. «L’ho trovata estremamente indebolita, si direbbe che sia invecchiata di 20 anni. Mi ha guardato negli occhi e mia ha detto: “lo sai che sarà dura, ma avranno soltanto il mio cadavere. Non porteranno via nient’altro”», ha raccontato Hamed ad una radio parigina, il compagno che aveva finalmente potuto rendergli visita per la prima volta dopo tre mesi. |
Manuel Eliantonio, 22 anni, morto in cella
Aveva 22 anni Manuel.
Aveva una condanna di soli 5 mesi per resistenza a pubblico ufficiale.
Ma non uscirà mai dalla cella dove l’avevano chiuso, nel carcere genovese di Marassi.
Cella dove lo massacravano di botte almeno una volta alla settimana, cella da dove veniva tolto per esser messo in isolamento ogni volta che le loro manganellate lo rendevano impresentabile.
Non tornerà da sua madre alla quale aveva spedito un’ultima lettera pochi giorni prima di morire: lettera agghiacciante, che ora la madre rilegge urlando il suo dolore e il suo odio.
«Cara mamma, qui mi ammazzano di botte almeno una volta alla settimana. Adesso ho soltanto un occhio nero, ma di solito…». E ancora: «Mi riempiono di psicofarmaci. Quelli che riesco non li ingoio e appena posso li sputo. Ma se non li prendo mi ricattano con le lettere che devo fare». E ancora: «Sai, mi tengono in isolamento quattro giorni alla settimana, mangio poco e niente, sto male».
Non solo è morto a 22 anni, ma i giornali si sono anche accaniti a manipolare la situazione facendolo passare per un tossico che si “sballava” con il butano del fornelletto da campeggio che aveva in cella.
Operazione schifosa portata avanti soprattutto da “Repubblica”.
«Mio figlio lo hanno ammazzato. Lo hanno pestato a sangue e lo hanno stordito con psicofarmaci. Lo hanno ucciso, e stanno cercando di coprire tutto. Voglio andare fino in fondo a questa storia. Mio figlio era malato. Non avrebbe dovuto assumere psicofarmaci. Doveva essere curato, non sedato. Avrebbero dovuto portarlo in ospedale se stava male, non abbandonarlo in una cella, solo».
«Doveva essere scarcerato il 5 agosto», racconta. «Quando la lettera è arrivata gli ho subito risposto con un telegramma: “Resisti, figlio mio. Resisti, è quasi finita”. Speravo di rivederlo tra qualche giorno, invece è arrivata soltanto quella maledetta telefonata da Marassi».
Il mio articolo su Liberazione: QUI
ODIO IL CARCERE
prima o poi…
E’ MORTO UN PARTIGIANO.
NE NASCONO ALTRI CENTO!
Ciao Carletto.
Mi piace ricordarti con questa foto. Mi piace ricordarti vivo, per le strade di quella città,
a pochi passi da me, a pochi passi da tutti noi.
Mi piace pensare che un giorno, prima o poi, ti vendicheremo!
“Noi viviamo stretti in un giuramento di ferro.
Per esso si va sulla croce e incontro ai proiettili.
Nelle nostre vene scorre sangue, non acqua.
Noi marciamo tra l’abbaiare dei revolver,
per incarnarci, morendo,
in navi,
in versi,
e in altre opere di lunga durata.”
Vladimir Majakovskij
Non hai nulla da fare?
Stalking è un termine inglese (letteralmente: perseguitare) che indica una serie di atteggiamenti tenuti da un individuo che affligge un’altra persona, spesso di sesso opposto, perseguitandola ed ingenerando stati di ansia e paura, che possono arrivare a comprometterne il normale svolgimento della quotidianità.
La persecuzione avviene solitamente mediante reiterati tentativi di comunicazione verbale e scritta, appostamenti ed intrusioni nella vita privata.
Lo stalker può essere un estraneo, ma il più delle volte è un conoscente, un collega, o un ex-partner, che agisce spinto dal desiderio di recuperare il precedente rapporto o per vendicarsi di qualche torto subito.
In altri casi ci si trova davanti a persone con problemi di interazione sociale, che agiscono in questo modo con l’intento di stabilire una relazione sentimentale, imponendo la propria presenza ed insistendo anche nei casi in cui si sia ricevuta una chiara risposta negativa.
E’ UN REATO PUNITO PENALMENTE!
La strage quotidiana
Nella giornata di ieri ci sono stati 9 morti sul lavoro.
Questa mattina un’altra donna s’è aggiunta al lungo elenco.
Il genocidio perpetrato dai padroni non si ferma.
E noi si continua a morire sul posto di lavoro, a rimaner schiacciati,
asfissiati, incastrati, sommersi,
a volar giù dai ponteggi, a morire nelle stive, nelle cisterne,
nelle acciaierie, sotto le ruspe.
FERMIAMO QUESTO GENOCIDIO.
E lo si può fermare solo prendendo coscienza, ricominciando a lottare
su tutti i posti di lavoro, ricominciando ad avere potere nelle mani,
a sovvertire i rapporti di forza.















Foto di Valentina Perniciaro. Luglio 2007
Scalo San Lorenzo, Reparto Manutenzione Locomotori.
Ferrovie dello Stato, Roma.











































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