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Inizia lo sciopero della fame contro l’ergastolo!
PER DIRE BASTA PARTE LO SCIOPERO DELLA FAME
*di Paolo Persichetti, Queer 30 novembre 2008
Al 30 giugno 2008, secondo i dati presenti sul sito del ministero della Giustizia, le persone condannate all’ergastolo in via definitiva erano 1415 (1390 uomini e 25 donne). 
La stragrande maggioranza di loro, oltre 500, sono sottoposte al regime del 41 bis, il cosiddetto “carcere duro”, recentemente oggetto di ulteriori misure restrittive. Circa il 4,5% dell’intera popolazione reclusa. Una percentuale diluitasi negli ultimi tempi a causa dell’esplosione degli ingressi carcerari che hanno portato il numero delle persone detenute a 58.462. Con un impressionante entra-esci di 170 mila persone che non restano più di 10 giorni (rilevamento del 25 novembre), perché le infrazioni contestate non giustificano la custodia in carcere senza una condanna definitiva o non hanno retto al vaglio della magistratura. Cifre ormai prossime alla soglia d’implosione (quota 63 mila) che verrà raggiunta, secondo le proiezioni avanzate dagli stessi uffici statistici del ministero, nel prossimo mese di marzo.
I detenuti rinchiusi da oltre 20 anni sono 1648, tra questi 56 hanno superato i 26 anni e 37 sono andati oltre i 30. Il record riguarda un detenuto rinchiuso nel carcere di Frosinone con ben 39 anni di reclusione sulle spalle. Quelli che hanno già superato i 10 anni arrivano a 3446. Oltre 23 mila sono i reclusi che scontano pene che vanno da pochi mesi ad un tetto di 10 anni. 1 detenuto su 5 subisce una sanzione superiore a 10 anni, quelle che normalmente vengono definite “lunghe pene”. L’unica industria che non risente della crisi, che non rischia licenziamenti, cassintegrazioni o mancati rinnovi di contratti a termine, è quella del carcere. La fabbrica della penalità va a gonfie vele. E già gli avvoltoi della speculazione edilizia si sfregano le mani all’idea che verranno costruite nuove carceri e dismesse quelle in centro città. La riqualificazione di aree centro-urbane, ottenute in cambio della costruzione di scadenti penitenziari costruiti nello sprofondo di periferie dimenticate anche da dio, poi rivendute sul mercato a prezzi stellari al metro quadro, è lo scambio indecente promesso dal governo alle grandi imprese private che si occupano di lavori pubblici.
Fatta eccezione per l’immediato dopoguerra, nella storia dell’Italia repubblicana non c’è mai stato un numero così alto di “fine pena mai” come quello attuale. Nel 1952 il loro numero si attesta a 1127 per scendere progressivamente fino a toccare i minimi storici nel corso degli anni 70, dove anche il numero dei reclusi in termini assoluti precipita a circa 35 mila. La stagione delle lotte carcerarie, i progressi civili e sociali del decennio che ha più dato libertà, fanno precipitare i tassi d’incarcerazione senza che il paese fosse afflitto da sindromi ansiogene. Le lotte sono sempre state il migliore viatico per curare le isterie sociali e impedire al potere di fare uso della demagogia della paura. Nel 1982 si tocca la cifra più bassa dal dopoguerra, appena 207. Ma durerà poco, molto poco. In quegli anni la giustizia d’eccezione gira a pieno regime e di lì a poco tempo cominceranno a fioccare centinaia di ergastoli sfornati nel corso dei maxi processi dell’emergenza antiterrorista. 336 sono quelli erogati fino al 1989 nei processi per fatti di lotta armata di sinistra. A partire dal 1983 la curva torna ad inalzarsi. Siamo negli anni della svolta reganiana, quelli della “rivoluzione passiva” del neoliberismo, della deregolazione economica che prevede come suo corollario l’intruppamento e l’ingabbiamento dei corpi, elaborato con la disciplina della tolleranza zero. Il tasso d’incarcerazione comincia a salire per esplodere a partire dal decennio 90, con tangentopoli che apre il varco al populismo penale. Nel corso degli ultimi 25 anni il numero degli ergastolani è passato da 226 agli oltre 1400 attuali.
In molti paesi europei l’ergastolo è stato abolito: è il caso di Spagna, Portogallo, Slovenia, Croazia, Bosnia, Serbia, Albania, Polonia e Ungheria. Nei paesi dove invece è ancora formalmente presente, di fatto è disapplicato da normative che introducono tetti massimi di detenzione e la possibilità di modulare la pena accedendo in tempi ragionevoli alla liberazione condizionale.
In Grecia è ammessa la liberazione condizionale dopo 20 anni; in Austria, Germania, Svizzera e Francia dopo 15 anni, salvo che in sede di condanna il tribunale non stabilisca per ragioni di gravità del reato contestato un periodo incomprimibile superiore. In Olanda è possibile avanzare richiesta dopo 14 anni; in Norvegia 12; in Belgio dopo 1/3 della pena e in Danimarca dopo 12 anni. A Cipro dopo 10 anni, in Irlanda dopo 7 anni. L’Italia prevede la possibilità di avanzare richiesta di liberazione condizionale solo una volta maturati 26 anni di reclusione. Uno dei tetti più alti d’Europa ed anche una delle soglie più difficili da superare. In realtà le nuove normative in vigore hanno reso l’ipotesi di una scarcerazione sotto condizione puramente virtuale. Con la pena dell’ergastolo vengono puniti una serie di reati contro la persona fisica e la personalità dello Stato, in sostanza omicidi, reati di natura politica o a legati all’attività della criminalità organizzata, sottoposti al regime del 4 bis e 41 bis della legge penitenziaria. Normative che introducono come requisito per l’accesso ai benefici l’obbligo della “collaborazione”, rendendo lettera morta il dettato costituzionale e tutta la retorica riabilitativa e risocializzante prevista nell’ordinamento. L’ergastolo è dunque più che mai una pena eliminativa.
Il primo dicembre i detenuti delle carceri italiane torneranno a far sentire la loro voce sul modello di quanto è accaduto poche settimane fa nelle carceri greche, quando un massiccio movimento ha costretto il governo a negoziare. Uno sciopero della fame nazionale darà l’avvio ad una staffetta che si suddividerà nelle settimane successive regione per regione fino al 16 marzo 2009. Convegni, assemblee e attività di sostegno alla lotta degli ergastolani si terranno nelle città coinvolte dallo sciopero. Una battaglia difficile di questi tempi, ma necessaria. Chi si ferma è perduto.
Il calendario della campagna si trova sul sito: http://www.informacarcere.it/campagna_ergastolo.php
PER DIRE BASTA ALLA BARBARIE DEL CARCERE A VITA.
“Cosa fosse davvero il carcere non lo capivo”
Avevo quattro anni_di Martina_
(brano tratto da Scarceranda, l’agenda di Radio Onda Rossa)
Avevo quattro anni, ma anche cinque e anche tre, perché mio papà mica c’è stato un anno solo in carcere. Mia mamma mi aveva insegnato a saperlo, ma anche a non dirlo, reati politici. E lo andavo a trovare con sua la nuova fidanzata, andavamo in macchina, ma io mi ricordo di più di quando andavamo in treno. Cassino. Quella parola mi è ancora odiosa, come guardie, polizia, fascisti.
Vi ricordate com’erano i treni prima? Avevano la gomma nera con i pallini sul pavimento, e dei disegni strani sulle pareti, tipo cerchi dentro rombi, o cose simili. Mi ricordo anche che avevano un odore dolciastro, di sporco, sudore e viaggi. Tutta la campagna correva fuori dal finestrino, lei leggeva il giornale in modo scomposto, nel senso che non riusciva a tenere insieme le pagine man mano che le sfogliava, e il giornale diventava sempre più grande, occupava sempre più spazio. Poi una volta il treno si ferma, e fuori dalla porta c’è un campo arato. Lei si mette a ridere forte, quella risata che fanno i grandi quando non è che si stanno divertendo. Quella risata che uno pensa, meno male che ride, invece di prendersela con me. Perché i grandi quando sono nervosi a volte se la prendono con noi, ma mica perché sono cattivi, è che con qualcuno se la devono prendere.
Come quella volta che stavo sdraiata sul bancone che divideva noi che eravamo andati a fare il colloquio (il colloquio è da aggiungere alla lista delle parole brutte) e sotto questo bancone c’era una grandissima
gomma da masticare tipo big bubble rosa, spiaccicata da qualcuno e lasciata lì. Io lo so che le gomme diventano dure dopo un po’, allora uno ha voglia di buttarle. So pure che non si appiccicano in giro, bisogna metterle dentro un pezzo di carta e buttarle nel cestino. Poi so anche che non bisogna toccare le gomme lasciate in giro dagli altri. Tutte queste cose che so, ve le dico per farvi capire che io sono una
bambina abbastanza brava. Però certi posti ti fanno fare cose che in genere non fai, allora io stavo lì sdraiata, ho visto questa enorme gomma appiccicata e l’ho toccata. E mi è rimasta appiccicata sul dito. Intanto loro parlavano, mio papà e la sua fidanzata, e poi mio papà se n’è accorto di quello che avevo fatto, allora mi ha dato un pizzico sulla guancia che ancora me lo ricordo. Quanto mi sono mortificata! Era la prima volta! Poteva mettersi a ridere, invece se l’è un po’ presa con me, capito che intendo?
Vabbè, quella volta sul treno che abbiamo sbagliato fermata, e invece della stazione di Cassino c’era il campo arato, poi siamo tornate indietro (o siamo andate avanti, non lo so), e tutto è andato bene. 
Mi ricordo che fuori dal carcere c’era una specie di giardinetto, con le panchine. Poi si entrava in questa stanza, ma che stanza, un enorme corridoio. Allora, funziona così: c’è questo bancone che separa in due la stanza. In alto a sinistra una gabbia di vetro gigante, con dentro una guardia enorme! Mi sono sempre chiesta come facesse quella scatola di cristallo a non rompersi con quel cristone dentro! Al di là del bancone, in fondo a destra, c’è una porta di ferro. Avete presente la porta della radio, quella rossa di ferro con i buchini che i grandi ci possono guardare attraverso? Ecco così. Da quei buchini si vedeva mio papà pronto per venire al colloquio con noi. Io volevo sempre fargli lo scherzetto, e stare nascosta fino a quando non usciva, ma non riuscivo mai a resistere, e fissavo quei buchini (o forse era un quadratino di vetro) per vedere la capoccetta riccia di papà.
Allora io gli davo tanti bacetti, perché ero proprio contenta quando veniva fuori, però con la coda dell’occhio controllavo la guardia gigante. A volte leggeva il giornale, allora i bacetti a papà glieli davo più volentieri.
La fidanzata di mio padre non sapeva cucinare neanche un uovo fritto, però sua mamma era bravissima. Allora una volta abbiamo portato la lasagna a papà. Quando siamo entrate per quella porticina dove ti controllavano quello che portavi, ce l’hanno tutta rotta! Che rabbia! Stavano lì che la rivoltavano, ma insomma è la lasagna della mamma della fidanzata di mio padre! Un po’ di rispetto! Ho pensato, povero papà, vabbé, tanto basta il pensiero.
Cosa fosse davvero il carcere non lo capivo. Sapevo solo che per lo stato mio padre era cattivo, ma che lo stato era cattivo per mio padre. Io chiaramente, mi fidavo di più del giudizio di mio padre. Poi ho scoperto che lo stato non era proprio sicuro che mio padre fosse cattivo, ma intanto che si decideva, era meglio che se ne stesse lì, a Cassino. Poi lo stato ha pensato che poteva pure stare a casa, ma non poteva uscire.
Ho imparato che quello si dice “arresti domiciliari”, o semplicemente “domiciliari”.
Solo dopo qualche anno, quando ho scoperto la parola “domicilio”, ho capito cosa volesse dire. Cioè, ho imparato prima la parola “domiciliari” che la parola “domicilio”. Come se uno impara prima a dire “sfratto” e poi “affitto” (cosa che peraltro mi sa che mi è pure capitata! Ma questa è un’altra storia).
Ora che ci penso, tutto mi sembrava enorme. E di fatto lo era. Da bambini, è vero, tutto ti sembra grande, ma Cassino lo era ancora di più. Non riuscivo a comprendere pienamente la situazione, ma la sensazione che fosse qualcosa di enormemente mostruoso, inumano, come una macchina enorme quasi impossibile da combattere, quella era chiara nella mia testa.
Poi mio padre è stato assolto. Al processo mia madre c’è andata, ma me lo ha detto dopo. Uffa, pure io volevo andare al processo! Comunque, io andavo a scuola, e anche se non avrei dovuto parlarne tanto, io dicevo a tutti: mio padre è stato assolto! Mi sembrava una notizia così bella e importante! Ma i miei compagni mica mi capivano tanto…
Non è stata per me un’esperienza terribile, ero piccola e non capivo la gravità della cosa. Io andavo lì, salutavo mio padre, e me ne tornavo a casa con una strana sensazione. Tutto qui. Ma perché poi quando ci ripenso mi vengono le lacrime agli occhi?
Cassino, colloquio, domiciliari. Mia nonna che mi diceva che c’erano le scritte sui muri, dei compagni che dicevano mio papà libero. Evviva, mio padre è famoso.
Cassino, colloquio, domiciliari, libero. Pure “libero” mi dà un po’ i brividi, perché quando è scritto accanto a un nome, vuol dire che c’è una bambina, come io ero più di vent’anni fa, che tra vent’anni ricorderà quando suo padre stava al di là di una porta dove però chi sta fuori non può entrare.
Dentro quel carcere ci stavo un po’ anche io, eppure, come tutti quelli che ci stavano dentro, ero innocente.

Rote Armee Fraktion: la Germania sa voltare pagina
La lezione tedesca: liberazione condizionale senza richiesta di pentimento per gli ultimi detenuti della Raf
di Paolo Persichetti, Liberazione 26 novembre 2008
La Germania chiude o forse, sarebbe meglio dire, schiude i suoi anni di piombo. Il via libera alla scarcerazione di Christian Klar, concessa due giorni fa dalla corte di appello di Stoccarda, porta lo Stato federale tedesco verso il definitivo azzeramento degli strascichi penali ancora aperti della stagione della lotta armata. A differenza di quelle passate, queste ultime scarcerazioni riguardano i prigionieri che hanno rifiutato di pentirsi
o dissociarsi. Ex militante della Rote armee fraktion (Raf), Klar uscirà dal carcere il 3 gennaio 2009 al maturare del ventiseiesimo anno di detenzione (forse anche prima, se le riduzioni di pena legate alla buona condotta lo consentiranno), 7 dei quali passati in totale isolamento. Klar aveva ottenuto la possibilità di uscire in permesso già dalla primavera scorsa. In realtà la parola fine potrà dirsi soltanto dopo la liberazione di Birgit Hogefeld, arrestata nel 1993, ed unica a restare ancora detenuta dopo la liberazione condizionale concessa a Klar. Esponente dell’ultima fase della storia politico-militare della Raf (la cosiddetta “terza generazione”, definizione che però viene rigettata dai membri del gruppo autodiscioltosi nel 1998, i quali hanno sempre messo l’accento sull’unità del percorso della loro organizzazione), la Hogefeld è liberabile a partire dal 2011.
Per anticipare la sua uscita Klar aveva fatto richiesta di grazia, ma nel maggio 2007, dopo le polemiche suscitate dalla concessione della liberazione condizionale a, altro membro della Raf con 24 anni di carcere sulle spalle, il presidente della Repubblica, Horst Köeler, rispose negativamente. Un polverone mediatico fu sollevato dalla stampa di destra a causa di un suo messaggio di solidarietà inviato ad una
conferenza su Luxenburg-Liebknecht, tenutasi a Berlino nel gennaio dello stesso anno, nel quale Klar auspicava una società futura senza capitalismo. Campagna mediatica che chiedeva una esplicita dichiarazione di pentimento come condizione necessaria alla scarcerazione. Tuttavia ciò non ha impedito che nell’agosto successivo fosse concessa la liberazione condizionale anche a Eva Haule, dopo 21 anni di carcere. Incassato il rifiuto della grazia, Klar ha continuato a difendere il proprio diritto di tacere (da intendersi come il rifiuto di sottomettersi a dichiarazioni pubbliche di pentimento) e non fare mercanteggiamenti per uscire. Il 15 agosto 2008 è sopraggiunta una importante decisione della Corte federale che ha chiarito come il diritto al silenzio sia compatibile con terrorlistel’ammissione ai benefici di legge. Questa sentenza ha così definitivamente sbloccato la situazione.
Il sistema penale tedesco, infatti, non prevede che la pena dell’ergastolo venga scontata a vita. Se i giudici ritengono che il comportamento del recluso sia tale da escludere il permanere di una sua pericolosità sociale, l’accesso alla libertà vigilata per una durata di 5 anni, passati i quali la pena è estinta, è ammessa una volta scontati 15 anni di pena, salvo nei casi in cui in sede di condanna venga stabilito un tetto più alto, in ragione della particolare «gravità della colpa». Tetto di reclusione incomprimibile che nel caso di Klar era stato fissato a 26 anni, ovvero allo scadere del 3 gennaio 2009.
A differenza dell’ordinamento italiano, il sistema tedesco non prevede il requisito del ravvedimento,

la concessione della liberazione condizionale è dunque valutata sulla base del comportamento oggettivo, esternato nel corso degli anni di detenzione dal soggetto, e non sulla scorta di una presunta analisi del suo foro interiore. Prassi che in Italia si è consolidata in una giurisprudenza dei tribunali di sorveglianza (in più casi censurata dalla Cassazione) che da luogo ad ipocrite procedure di richiesta di scuse e domande di perdono nei confronti dei familiari delle vittime per via epistolare, il più delle volte da queste giustamente rinviate al mittente. L’esperienza dimostra però che all’autorità giudiziaria non interessa l’esito finale di questo tentativo di mediazione, quanto l’atto in sè, inteso come una vera e propria forca caudina, un gesto che di riparatore ha ben poco. In realtà è solo una forma di assoggettamento al sovrano, essenza moderna dei vecchi autodafé, cerimonia di degradazione pubblica, umiliazione dell’intelligenza, etica a buon mercato, grado infimo della coscienza.
Anni di piombo era il titolo che la regista Margarethe Von Trotta scelse per il suo film realizzato nel 1981. Ispirato alla storia di Gudrun Ensslin, militante della Raf uccisa nel carcere di Stammhein nel 1977, quel titolo voleva indicare la cappa plumbea gettata sulle speranze, il germogliare di idee, libertà, conquiste sociali che la rivolta degli anni 70 aveva suscitato. Col tempo l’espressione ha assunto il significato opposto, trasformandosi nel sinonimo della rivolta stessa ridotta al piombo cupo delle armi. Oggi ciò che resta di quella cappa soffocante, le mura e il ferro delle prigioni, almeno in Germania cominciano a fondersi.
In Italia il piombo tiene ancora.
Sans toit ni loi, tra la perduta gente
“Tout est là, mais ce n’est pas suffisant.
Mais peut-etre qu’il vous dira: j’existe encore.
Je suis comme celui qui portait toujours une brique
pour montrer au monde entier
comment avait été un jour sa maison”
Bertold Brecht
Quelque part en 1997
Fugitif, introuvable, en cavale… ou simplement ailleurs? Peu importe. J’avais été remis en liberté, éphémère illusion avant mon extradition. J’ai profitè de cet intermède pour m’en aller. J’ai repris à nouveau le large, quittant un radeau de réfugiés, abri précaire pour des vies bannies, des existences souspendues, flottant devant la porte d’une Ithaque imaginaire.
Comme le marin s’adressant à son capitaine dans la chanson, je me disais: ” S’il existe encore une part du monde, je suis pret. Nous pourrons y aller.”
Voilà trois ans que m’etais volatilisé, dématérialisé, fantomisé. J’ai replongé dans la vertige de l’inconnu. Depuis, je suis nulle part et partout. Je n’ai pas de consistance. Je suis presque une apparence, mais il y a toujours ma présence.
J’existe sans exister. Je suis l’un de ces hommes qui ont perdu leur ombre, ou peut-etre suis-je l’ombre d’un homme qui fut? Eternel Godot qui attend son temps, mon futur est un présent dilaté fait de passé. Demain sera encore comme aujourd’hui, égal à hier? Ici, c’est le passé qui dure longtemps, douloureuse nostalgie du présent. Je n’arrive pas à rattraper mon lendemain.
Il est toujours un peu plus loin. J’ai été révolté; donc, j’étais.
J’ai été, donc, je pourrai etre. Je pourrai etre, donc je me révolterai.
Je me révolterai. Donc, je serai, nous serons. Cependant, ma vie s’ecoule, se déplie, se déroule. Je suis aérien et nebuleux, je reste un etre suspendu. Homme de lisiére, je parcours des territoires frontaliers, chaque abri est provisoire, aucune maison est la mienne, tous les lits sont pour une seule nuit.
Subversif et communiste: pour les Etats, je suis un terroriste. Fuyard, en cavale, je suis devenu un marginal, un illégal, un exclu qui refuse d’etre reclus. J’ai appris ma présence immatérielle et ma dimension virtuelle.
Cette liberté sera-t-elle l’unique possibilité existentielle, ou le seul futur annoncé à l’horizon est-il de métal et de béton?
Je vis sans demeure et sans pays. Mais, en dépite des apparences, je persiste.
Nécessité est de ne pas céder. Sans toit, ni loi, on pourrait me croire disparu. Mais je suis toujours là, parmi les gens perdus.
Paolo Persichetti, Exil et chatiment
Aboliamo il carcere -un testo di V. Guagliardo-
ABOLIZIONISMO di Vincenzo Guagliardo
Per fortuna ormai un pò di gente arriva a dire che è in atto da anni una regressione dallo Stato sociale allo Stato penale, criminalizzando la miseria, ovvero mettendo in galera il diseredato solo perché è tale e neanche più per quello che ha potuto fare. Tendere a imprigionare la gente per quel che è a prescindere da quel che ha fatto, è anche un passaggio, come alcuni ricorderanno, dalla logica penitenziaria a quella del lager, dove si finiva in quanto ebrei, zingari, omosessuali …
Questa tendenza, auspicata da tanti e denunciata da pochi, vive dagli anni di Reagan, in pratica da un ventennio, e ha invaso tutto l’Occidente. Essa richiede una riflessione che non si limiti a dire che è in atto una svolta repressiva contro i poveri; richiede una riflessione in grado di capire che questa è la conclusione di una lunga storia. Quanto avviene in questi due decenni è l’epilogo grave, l’ultima evoluzione d’una civiltà fondata sul dominio ed è perciò che bisogna cominciare a parlare di abolizionismo: di movimento per l’abolizione di tutto il sistema penale, dal diritto penale alle prigioni; e non nella società del domani in testa a qualcuno, ma in questa.
Almeno in Italia, l’attuale svolta non cominciò considerando ogni emarginato un potenziale colpevole, ma colpendo con meccanismi inquisitoriali. Tizio e Caio vennero puniti più di altri se volevano pensare con la loro testa. Già qui non importava più quel che si era fatto; fu l’epoca dei pentiti e delle dissociazioni, ovvero delle delazioni e abiure a pagamento, in nome dell’emergenza antiterrorista. E’ da quella fase tipo gulag che si è poi arrivati all’inizio di questa nuova, tipo lager. Naturalmente i due principi continuano a coesistere; se il primo storicamente prepara il secondo, il secondo comprende il primo. E se ci si pensa, non è la prima volta che questo processo si verifica nella storia della nostra civiltà. Solo che questa volta, tale processo, unito ad altri fattori degenerativi, rischia di travolgere tutto e tutti con beate incoscienze e diffuse partecipazioni.
Il rito del capro espiatorio è stato e resta a fondamento della nostra cultura, la base su cui si è costruito ogni potere prima, quindi ogni dominio e infine ogni sistema di sfruttamento.
E’ la costante, il fattore K. E’ utile rileggersi cosa fu il massacro degli eretici fino alla definitiva sconfitta dei catari nel Duecento, e poi vedere non già esaurirsi, ma rilanciarsi l’Inquisizione che lì era nata, per darsi al massacro nella cosiddetta “caccia alle streghe” durante i secoli successivi. Vi si scopre che tante novità non sono tali, appunto. Anche allora ci fu un passaggio dal modello tipo gulag verso gli eretici e i mondi sociali che rappresentavano, a quello tipo lager contro le streghe, donne mandate al rogo non più per quello che pensavano (se non nell’immaginario degli inquisitori) ma per ciò che costituivano: l’indipendenza di un mondo fondato sulla sussistenza, fuori dalla logica invadente del mercato. Oggi, nel regno liberista, tutto questo avviene però in un giorno, invece che in qualche secolo. Ecco che chi fa l’abiura delle lotte per la liberazione sociale – riducendola a vicende da KGB e di subordinazione al regime dittatoriale dell’URSS – manda negli stessi giorni il grande messaggio della lotta alla criminalità: in pratica contro i più deboli dei deboli, quei 50 mila in carcere che sono già, comunque, il doppio di alcuni anni fa.
Ancora una volta, dunque: ancora una volta vediamo che offrire vittime sacrificali serve ad ogni potere a “limitare” la violenza e a controllarla a suo uso e consumo. La si indirizza contro qualcuno per evitare che tutti si scannino contro tutti mossi dall’invidia, dal risentimento, dato che comunque si tratta di salvare un sistema basato sull’ingiustizia e non certo sull’amorevolezza … Questo antichissimo meccanismo permette di cooptare chiunque, anche il ribelle, perché è la via più facile per spiegarsi le cose. E’ infatti più facile vedere la pagliuzza nell’occhio altrui che la trave nel proprio; soprattutto è più comodo. E non è forse vero che anche i rivoluzionari hanno spesso mantenuto questo vizio, “tradendo” così ogni volta ogni rivoluzione? In un breve scritto poco conosciuto, Gramsci si entusiasmò per la nuova profonda autenticità della rivoluzione bolscevica perché il primo atto che la contraddistinse fu la liberazione dei prigionieri a Riga. La rivoluzione francese ha ancora oggi come simbolo la presa della Bastiglia. Ma poi arrivano quelli della rivoluzione diventata potere …
e sappiamo che Stalin fece fuori per primi proprio i bolscevichi suoi compagni, e poi instaurò un immenso sistema penale che giunse a incarcerare anche i dodicenni (sì, come Blair). E nella rivoluzione francese quando, pochi anni dopo, furono assalite delle carceri, fu per massacrare i prigionieri!
Il principio della pena è l’unico valore, il centro della morale di questa società. Essa non ha altro, e praticamente tutti partecipano al suo sistema, da cui discendono modelli educativi, teorie psicologiche, concezioni filosofiche, ecc. Quella della pena è la lingua in cui parliamo tutti, e fin da piccoli. I benpensanti vogliono in galera i poveracci, gli altri i ricchi o i “fascisti”, ma tutti accettano quel centro, i ruoli previsti dalla tragica sceneggiatura, il cui perno è la vittima sacrificale, demone per l’ uno o eroe per l’altro. La pena non è mai servita a reprimere realmente i colpevoli; ogni storico serio lo riconoscerà. Serve a gratificare, a cementare il senso d’appartenenza di quelli che la vogliono applicata ad altri. La pena è dunque “inefficiente” per definizione, per la sua stessa natura; e proprio così unisce tutti, amici e nemici.
Ma ora che, nella vita sempre più atomizzata del mondo attuale, tutte le sue istituzioni implodono, è come se – per reazione – si tornasse sempre più alle origini con l’esplosione del sistema penale. E’ come se, dopo aver distrutto via via tutto, non restasse più altro, come valore morale, che questo atto fondatore di una comunità linciante. Perciò oggi la violenza insita nel rito della vittima sacrificale non incontra più i confini, i “limiti” stabiliti nel sacro da cui è nata e vediamo anzi la logica del sistema penale diventare sempre più invadente: dominando la politica interna (questione sociale = questione criminale), quella internazionale (dalla crisi della diplomazia verso l’esaltazione di un tribunale penale internazionale permanente), fino ad aver pericolosamente rovesciato recentemente lo stesso senso “tradizionale” della guerra. Le guerre non sono mai state definite come delle sentenze.
La guerra convenzionale è una sanzione violenta che pretende di raggiungere l’ordine che si è dato, come è in fondo altro tipo di lotta violenta e non, dallo sciopero al boicottaggio. Solo l’incarcerazione e la pena di morte hanno generalmente lo scopo di punire la disobbedienza a un ordine e non di raggiungere l’obbiettivo per cui esso è stato dato. Ma la guerra Nato condotta nei Balcani è stata frutto di un ragionamento penale invece che guerresco vero e proprio.
In questo nuovo contesto, parlare di abolizionismo significa anzitutto guardar se stessi prima di mettere in croce un altro (o volere che ci resti come martire e faro di ribellione … futura): perché si vada alla radice della pena come centro della morale comune, onde definire una nuova strategia dei conflitti non più fondata su una loro prevalente riduzione a reati.
Tutto ciò apre il campo a molte riflessioni che non si possono affrontare qui per ragioni, se non altro, di spazio. Ma una cosa mi è chiara: non tutti gli abolizionisti saranno necessariamente dei rivoluzionari; ma, di sicuro, chi non è abolizionista, rivoluzionario da oggi in poi non potrà più esserlo.
Vincenzo Guagliardo
Carcere di Opera, ottobre 1999
Sabina Rossa ottima e coraggiosa!
Sabina Rossa: «Scarcerate l’uomo che ha sparato a mio padre»
Giorgio Ferri, Liberazione del 16 ottobre 2008
Sabina Rossa, la figlia di Guido Rossa, l’operaio dell’Italsider di Cornigliano, sindacalista della Cgil e militante del Pci ucciso nel corso di un’azione realizzata dalla colonna genovese delle Brigate rosse, ha chiesto alla magistratura di sorveglianza di riconsiderare la decisione che ha portato al rifiuto di concedere la libertà condizionale a Vincenzo Guagliardo, 31 anni di carcere sulle spalle, anche lui ex operaio della Fiat e membro del gruppo di fuoco che la mattina del 24 gennaio 1979 colpì suo padre.
«Ho incontrato Vincenzo Guagliardo quando era in regime di semilibertà e credo di poter testimoniare a favore del suo ravvedimento», ha dichiarato la deputata del Pd, aggiungendo di voler «parlare con il giudice perché possa riconsiderare la sua decisione».
Guido Rossa venne colpito dopo aver denunciato e fatto arrestare dai carabinieri un altro operaio, Francesco Berardi, suo compagno di lavoro, sospettato di diffondere volantini delle Br in fabbrica e poi morto suicida nel carcere speciale di Cuneo.
L’episodio fu uno dei momenti più drammatici e laceranti della storia di quegli anni. Mise a nudo la profondità di un conflitto che arrivava fin nel cuore più rosso e combattivo della classe operaia e segnò uno dei punti di crisi maggiore nella strategia brigatista.
La scelta di colpire Rossa fu molto dibattuta all’interno delle Br, consapevoli dei rischi politici che quell’azione comportava per la loro organizzazione. Dopo aver scartato per ragioni operative l’ipotesi del rapimento incruento, i brigatisti optarono per il ferimento ma qualcosa andò male quella mattina. L’inchiesta giudiziaria accertò che Guagliardo aprì il fuoco solo per ferire il sindacalista. Dietro di lui Riccardo Dura intervenne nuovamente colpendo Rossa, questa volta mortalmente forse perché questi nel tentativo di sottrarsi aveva spostato il baricentro del suo corpo. In un comunicato dell’esecutivo i brigatisti parlarono di errore. La morte di Rossa suscitò viva emozione nel paese e i funerali furono l’occasione per un grande cordoglio di massa. La colonna genovese non si riprese più dopo quell’episodio.
Sabina Rossa era una bambina in quegli anni e in un libro pubblicato nel 2006, Guido Rossa, mio padre (Rizzoli Bur), rievoca il doloroso percorso della memoria, la riscoperta del padre attraverso chi l’aveva conosciuto e con lui aveva vissuto la fabbrica, la lotta politica, il clima di “guerra civile contro il terrorismo”, la grande passione per l’alpinismo. Un libro molto sincero, che non nasconde nulla e svela anche aspetti rimasti sconosciuti. Un percorso del lutto che la porta a voler incontrare anche le persone condannate dalla giustizia per la morte del padre. Una passaggio difficile ma a cui Sabina Rossa, mostrando grande forza e coraggio, non si sottrae. Il libro si apre con la telefonata a Guagliardo, che interpella subito con un «tu», quasi fosse una figura familiare. Finalmente dava una voce, una consistenza materiale a una figura che per decenni aveva accompagnato i suoi pensieri, le sue angosce, la sua rabbia, i suoi incubi, la voglia di sapere.
Il libro riporta i passaggi registrati della telefonata, l’imbarazzo ma anche la cordialità umana del detenuto. «Tu hai debito con me, non puoi rifiutarti di incontrarmi» e Guagliardo accetta.
Nell’ordinanza che il 23 settembre scorso il tribunale di sorveglianza di Roma ha emesso per motivare il rigetto della domanda di semilibertà non c’è però alcuna traccia di questo episodio. A Guagliardo, sia pur riconoscendo la positività del «percorso trattamentale» realizzato, si contesta paradossalmente «la scelta consapevole di non prendere contatti con i familiari delle vittime.
Qui si tocca un nodo di fondo, lo stesso affrontato in una lettera scritta nel luglio scorso da Marina Petrella, ma resa nota solo ieri e pubblicata da Le Monde , «il dolore delle vittime mi ha sempre accompagnato. Il pudore nel manifestarlo e il rifiuto di ricavarne un qualunque guadagno personale sono state sempre le uniche ragioni che hanno fatto ostacolo alla sua espressione».
MARINA PETRELLA E’ LIBERA!
LA NOTIZIA E’ APPENA ARRIVATA ED E’ TRA LE PIU BELLE POSSIBILI!
RITIRATO IL DECRETO D’ESTRADIZIONE A MARINA PETRELLA, CHE DA PIU DI UN ANNO MANGIAVA LA SUA ESISTENZA. ORA POTRA’ RICOMINCIARE A RECUPERARE ENERGIE, A MANGIARE, A COCCOLARE LE SUE FIGLIE.
CHE BELLA NOTIZIA.
UN ABBRACCIO FORTE FORTE AD ELISA ED EMMA!
(ANSA-AFP) – PARIGI, 12 OTT Secondo ‘Le Journal du Dimanchè, il presidente francese Nicolas Sarkozy ha rinunciato a fare applicare l’estradizione verso l’Italia per l’ex membro delle Brigate Rosse, Marina Petrella. La decisione, si spiega nell’ultima edizione del giornale, sarebbe giustificata da «ragioni umanitarie».
Un decreto del governo francese dello scorso 3 giugno, autorizzava l’estradizione di Marina Petrella verso l’Italia, dove una sentenza del 1992 la condanna all’ergastolo per omicidio. Un comitato di sostenitori dell’ex brigatista di 54 anni aveva domandato al presidente francese Sarkozy l’applicazione della «clausola umanitaria» prevista dalla convenzione sull’estradizione franco-italiana del 1957. Marina Petrella aveva depositato un ricorso al Consiglio di Stato contro il decreto che autorizza la sua estradizione. Il ricorso sarà esaminato mercoledì alle 14:00 dalla seconda e settima sotto-sezione riunite. Ex dirigente della ‘colonna romana’ delle Br, rifugiatasi in Francia dal 1993, Marina Petrella è stata arrestata nell’agosto del 2007 a Val-d’Oise, dove lavorava come assistente sociale. Il suo stato fisico e mentale non ha cessato di peggiorare per un anno e l’ex brigatista è restata in carcere fino a quando la Corte d’appello di Versailles ha autorizzato da agosto la libertà sotto controllo giudiziario per permetterle di ricevere delle cure senza essere detenuta. Marina Petrella è ricoverata presso l’ospedale parigino Sainte-Anne, dove è nutrita attraverso un sondino che consente «la sua sopravvivenza con un’alimentazione minima», secondo la Lega dei Diritti dell’Uomo.
Walter Rossi. Oggi come ieri.
30 SETTEMBRE 1977- 30 SETTEMBRE 2008 UN RICORDO SENZA PACE
La svolta autoritaria, necessario strumento di controllo e gestione della crisi economica, e lo stato d’emergenza permanente si concretizzano in un razzismo istituzionale ed in una militarizzazione dei territori che rimanda ai teatri di guerra internazionali. E’ una aperta ostilita’ verso qualsiasi espressione della societa’ che rivendica e agisce per una trasformazione del presente al di fuori del profitto che sfrutta e specula sulle nostre vite e sui nostri territori.
La linea di continuita’ fra tutto questo e le lame delle aggressioni squadriste che negli ultimi tempi hanno sostenuto gli ideali di una pseudocultura neofascista, e’ la volonta’ di intimidire, omologare e reprimere consentendo e legittimando chi a livello istituzionale determina tutto questo.
31 anni fa veniva assassinato Walter Rossi, antifascista militante e attivista delle lotte sociali di allora, veniva ucciso per mano dei neofascisti del MSI, di Almirante, Fini e Alemanno, con la copertura della polizia di stato. L’assassino, Cristiano Fioravanti, vive ancora oggi sotto protezione dello stato.
Questo a dimostrazione di quale fosse la connivenza tra estrema destra e apparati dello stato, che utilizzarono la manovalanza fascista nelle strategie eversive e terroristica che dalla fine degli anni ’60 hanno caratterizzato la storia di questo paese.
Come 31 anni fa, anche oggi rivediamo la stessa intenzione di insabbiare e coprire i reali responsabili della violenza squadrista oggi presenti e rappresentatati in parlamento. Tollerati da una mentalita’ dell’equidistanza e ora addirittura leggittimati da politiche che approvano le loro pratiche squadriste contro immigrati,nomadi, omosessuali, attivisti antifascisti, come strumento di controllo sociale e di prevenzione
del dissenso.
Dopo un’estate di rastrellamenti verso gli immigrati e i senza fissa dimora, le aggressioni come quella avvenuta a via Ostiense alla fine dell’iniziativa in ricordo di Renato Biagetti, torniamo in piazza a ribadire la nostra opposizione ai fascisti in camicia nera e in divisa, a rivendicare la liberta di determinare le proprie esistenze.
Appuntamento martedi 30 settembre ore 17.30 P.le degli Eroi – M Cipro
GLI/LE ANTIFASCISTI/E di ROMA
“Sallo”…che Sossi è fascista. Gasparazzo attualissimo
Roma, 22 set. (Adnkronos)—AZIONE SOCIALE: MARIO SOSSI, CON LA MUSSOLINI CONTRO L’ITALIA DI GHEDDAFI—
«Bisogna spostare il baricentro della Pdl più a destra». «Resto sempre nell’ambito del centrodestra. Azione sociale è un pezzo di Pdl. Ma si tratta di spostare un pochino il baricentro. Troppi errori e si vede». Lo afferma in un’intervista a «La Stampa» l’ex magistrato rapito dalle Br nell’aprile del ’74, Mario Sossi, che spiega così il suo passaggio al partito di Alessandra Mussolini. Ed il primo esempio di errori per Sossi è «la questione Gheddafi». «Lui manda gli immigrati e noi -sottolinea- lo riempiamo di soldi». Ma per Sossi, Gheddafi non è l’unico punto su cui non condivide le scelte. I punti per lui sono anche «L’effettività della pena che ancora non si riesce ad assicurare. La promessa di dare il voto agli extracomunitari. C’è quest’Europa che se non proprio atea, si avvia verso la scristianizzazione e nessuno che ne difenda le radici cristiani». «Io capisco che la politica -dice ancora- sia il frutto di compromessi ma qui ci vogliono dei paletti… dei valori…l c’è persino un esponente del centrodestra, a Genova, che propone le narcosale… E poi, dobbiamo lasciare a Violante la difesa di Salò?». (Rre/Col/Adnkronos) 22-SET-08 09:34 NNN

Aboliamo l’ergastolo!
Quando un Tribunale condanna un recluso ad una pena temporale, anche elevata, gli riconosce comunque il diritto alla libertà. Se invece condanna una persona all’ergastolo gli toglie questo diritto e, per il malcapitato, la libertà diventa una concessione.
Dopo 6 anni l’ergastolo mi è stato tolto e tramutato in trent’anni di carcere.
Mi sono raddrizzato. Da curvo che ero, con quel macigno sul collo.
Il suo compagno di cella insisteva.
-L’ergastolo di fatto non esiste più, al massimo dopo vent’anni si esce.
Quella sera stizzito rispose:
-Ma tu…ti sei mai addormentato con l’ergastolo?
336 ergastoli, tanti ne sono stati erogati tra il 1969 e il 1989 in processi contro le Brigate Rosse ed altre organizzazioni di sinistra per fatti di lotta armata.
L’art. 1 della legge antiterrorismo, varata tra il dicembre del 1979 ed il febbraio 1980, introducendo un’aggravante particolare per i reati commessi con finalità eversiva, rendeva certo ed automatico l’ergastolo per tutti quei delitti che lo prevedevano. L’impennata nelle condanne all’ergastolo si ha proprio negli anni successivi all’entrata in vigore di quella legge approvata dal parlamento in un periodo di acutizzazione dello scontro. Basti ricordare che nella primavera del 1978 avvennero il sequestro e l’omicidio dell’onorevole Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse.
Con le leggi emergenziali per la lotta al terrorismo il Parlamento ha legittimato, per la prima volta in Italia, un uso massivo ed abnorme dell’ergastolo. Delle centinaia di ergastoli una parte sono stati sicuramente erogati per responsabilità materiale diretta al reato, molti però, per semplice concorso morale o per la partecipazione solo marginale alle attività preparatorie di un delitto.
Terrorista: persona senza inflessioni dialettali. Sradicata da qualunque contesto sociale. Alieno. Manovrato da forze occulte, o paesi stranieri. Infatuato da ideologie deliranti. Senza alcun seguito di massa. Assalta la democrazia. Semina il terrore nella comunità.
Questo, a grandi linee, potrebbe essere lo stereotipo del terrorista che è stato impropriamente applicato alle persone e al fenomeno della lotta armata degli anni ’70.
Terrorista può tradursi anche in ergastolano. Terrorista – ergastolano. Due termini che legano bene. L’ergastolo sembra infatti la sanzione più ovvia e naturale per un terrorista, perché non fa che espellere a vita dal consorzio umano un corpo che gli è stato giudicato estraneo.
-TRATTO DA “ERGASTOLO” di Nicola Valentino-
PER L’ABOLIZIONE DELL’ERGASTOLO.
FUORI I DETENUTI POLITICI, AMNISTIAMO GLI ANNI ’70
CONTRO IL CARCERE, GIORNO DOPO GIORNO
A Fabrizio Ceruso, 19 anni
FABRIZIO CERUSO, 19 ANNI. UCCISO DALLO STATO IL 5 SETTEMBRE 1974
Soltanto 19 anni per loro non eri nessuno
soltanto 19 anni e per loro non eri che uno
uno come tanti, un cameriere, un garzone d’officina
un operaio, un disoccupato un emigrante
eppure quella mattina 8 settembre
a San Basilio hanno mandato
più di 1000 uomini per ammazzarti
più di 1000 uomini che credevano bastasse spararti
e sono stati invece loro ad avere paura di te
Perchè quella domenica giù a San Basilio
eravamo in tanti a non essere nessuno
in tanti a difenderci le case
a farci la storia con le nostre mani
il proletariato sarà sempre per la rivoluzione
lo è stato Fabrizio Ceruso a 19 anni
se credevate di ammazzarlo avete sbagliato
Fabrizio è l’uomo nuovo che non muore mai
Fabrizio vive in tutti noi
nelle lotte del proletariato
altri giovani nel suo nome si preparano già la fossa
Il primo ministro, il presidente a dirigere le operazioni
per il tuo assassinio
lo stato maggiore riformista mobilitato a condannarti
perchè con gli estremisti non volevi sgombrare
una montagna di calugne per prepare, giustificare
la tua condanna, la tua sicura morte
Tanto per ammazzare un proletario
un comunista di 19 anni
per far pesare la sua morte
sulla lotta giusta lotta
Ma tanto sferragliare di truppe non è servito a niente
il sole rosso è rimasto nei tuoi occhi
la rabbia proletaria già l’ha detto
compagno Fabrizio noi ti vendicheremo
assassini di stato la pagherete e pagherete tutto
Ma tanto sferragliare di truppe non è servito a niente
il fiore rosso è rimasto sul tuo petto
il pianto amaro di tuo padre
il rumore prodotto nella coscienza di tanti
anche l’odio è prezioso
quando il popolo prepara la riscossa
na na nanana na na na nanana…
Roma, 5 settembre 1974. La lotta per il diritto alla casa era molto forte a Roma quando, il 5 settembre, nella borgata di San Basilio, all’estrema periferia est della capitale, la polizia interviene con un ingente schieramento, iniziando a sgomberare le quasi 150 famiglie che da circa un anno occupavano altrettanti appartamenti IACP in via Montecarotto e via Fabriano.
L’incontro fra la decisa opposizione popolare agli sfratti e la volontà dei militanti della sinistra rivoluzionaria di difendere una delle più estese occupazioni in atto nella città, portò a organizzare una dura resistenza, che sfociò in vere e proprie battaglie di strada.
Fin dalle prime ore del mattino di venerdì vengono erette barricate agli ingressi del quartiere con pneumatici, vecchi mobili e oggetti di tutti i tipi. La polizia, accolta da sassi, bottiglie incendiarie, bulloni lanciati con le fionde, spara centinaia di lacrimogeni, ma nel pomeriggio è costretta a sospendere gli sfratti.
Sabato, mentre gli occupanti hanno ripreso tutti gli appartamenti, e una loro delegazione si è recata in pretura e allo IACP, vengono di nuovo tentati gli sgomberi.
Questa volta a resistere ci sono centinaia di manifestanti affluiti da tutta la città, tra i quali numerosi membri di consigli di fabbrica.
La giornata trascorre in un susseguirsi di “tregue”, accordate dalla polizia a Lotta Continua, che gestisce l’occupazione, per dare spazio a quella che si dimostrerà una trattativa-truffa, con l’unico scopo di prendere tempo e fiaccare il forte schieramento proletario. La delegazione rientra a San Basilio con un accordo di sospensione degli sfratti fino al lunedì mattina.
Nonostante ciò, domenica 8 i poliziotti irrompono di nuovo nelle case occupate intimidendo le famiglie e abbandonandosi ad atti di vandalismo. Riprendono gli scontri.
L’assemblea popolare nella piazza centrale della borgata, organizzata per le 18 dal Comitato di Lotta per la casa di San Basilio, viene caricata con lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo. Nella battaglia che segue, mentre un plotone di polizia è costretto a ritirarsi, da un altro vengono sparati numerosi colpi di arma da fuoco.
Fabrizio Ceruso, 19 anni, militante del Comitato Proletario di Tivoli, organismo dell’Autonomia Operaia, è colpito in pieno petto da una pallottola.
Caricato su un taxi, giungerà senza vita in ospedale.
Alla notizia della morte del giovane comunista tutto il quartiere scende in piazza. La rabbia esplode in modo violento. I pali dei lampioni vengono divelti e le strade rimangono al buio.
Questa volta è la polizia ad essere presa di mira da colpi di arma da fuoco sparati in strada e dalle case. Otto poliziotti, tra i quali un capitano, rimangono feriti, alcuni in modo grave. Brevi scontri isolati si accendono fino a tarda notte. l giorno seguente avranno inizio le trattative per le assegnazioni di alloggi alle famiglie d San Basilio e agli occupanti di Casalbruciato e Bagni di Tivoli.
Giuliano Naria…fiabe quasi fiabe
CONTRO I MANGIATORI DI DONI [dal carcere di Trani]
Disprezzare ciò che è lento è già un donare.
Essere nei gesti delle parole è ricevere doni da te.
Soltanto quando il cielo sbucherà dai soffitti potrai vedere i miei doni per te.
Non compatisco i mangiatori di doni perché non sanno ricevere. E non potranno fare a meno di ricevere quello che meno vogliono. E dovranno accettare doni che non sono fatti per loro. E non saranno doni d’amore quelli che dovranno ricevere.
Superare il tempo in velocità è il mio primo dono d’amore per te.
Vedere nel futuro questo presente è il mio secondo dono per te.
Conficcare nell’immagine non l’immaginazione soltanto ma le parole e i gesti e i gesti delle parole e poi palpare e palparne gli occhi di sole, con il sole negli occhi, addentando il prossimo quanto il remoto, è il mio ottavo dono per te.
Togliersi una maschera migliore dello stesso volto e togliersi anche il volto migliore della maschera e ripassare di vernice tutti i sogni e i simboli e i segnali, è il mio quarto dono per te.
Superare l’azione e l’immaginazione dell’azione e l’azione dell’immaginazione per divenire contraddizione degli scopi e mezzo di questa contraddizione, nel divenire del suo processo e nel movimento di questo divenire processo è il mio dodicesimo dono per te. Pronunciare: perché? per chi? con che? a che? dove? come? E aspettare i tuoi doni oltre la Soglia e superare cercando e creando un mondo per poterlo pensare e poi farlo perire vivendolo, è il mio settimo dono per te.
Infine abbracciare le stelle dentro e ricostruire attraverso questo abbraccio la mappa del firmamento e distinguere in tanti punti e linee-sfere il visibile e l’enunciabile, ciò che appartiene alle parole e ciò che appartiene alle cose, ciò che non è più discorso, ma non è neppure esperienza, nè identico nè differente, nè continuo, nè discontinuo. Questo abbraccio non è più neppure un dono, ma uno strappare ai mangiatori di doni la stessa possibilità di inventarmi per te e anche amarti come un dono donato da te.
E’ VIETATO CALPESTARE LE AIUOLE E STRAPPARE I FIORI [San Vittore, marzo 1981]
C’erano vapori allucinogeni nell’aria ed era difficile distinguere il luogo e il tempo dai molti altri paralleli e intersecati. Dimensioni diverse si attorcigliavano fra loro inestricabilmente sino a confondere i sensi.
I sensi impiastricciati, impasticcati, avviticchiati, moltiplicati e divisi, incredibilmente “diversi”.
Nic Niven si chiamò dentro di sé, raccolse i sette spiriti astrali e li ingoiò. Si aggrappò tenacemente alla realtà, intrigandosi con essa; appoggiò le mani sulla terra e ritrovò se stessa.
Lei non aveva paura di perdere l’amore di Oberon, questo, ne era certa, non era in alcun modo possibile. Avevano in comune un regno segreto che apparteneva a loro, creato da loro, era indecifrabile. Ma temeva la malattia dell’anima di Oberon che insieme li avrebbe corrosi.
Separò a forza parte del cervello per trovare la sua interiorità. Con il coltello obbligò i sensi a ricomporsi; obbligò a separare i numeri esterni per sentire solo le voci; il naso le separò dal fumo e non odorò che assenzio; gli occhi si voltarono in dietro e guardò il suo cervello; offese il tatto perché si ritraesse in buon ordine; riempì la bocca di saliva e deglutì a lungo e non sentì più sapore. Scrigno chiuso in sè dentro uno scrigno, blindato, e si trovò lucida e attenta.
Ti regalo lo scrigno, abbine cura e abbi cura di te.
IL SOGNO E LO SPAZIO [carcere di Palmi]
C’era una volta, miliardi e milioni di anni fa, il sogno di un uomo e di una donna, di un bambino e una bambina, di un fratello e una sorella, di un compagno e una compagna.
Questo sogno era un narciso che sbocciava solo a primavera.
Questo sogno era sognato insieme, era vissuto insieme, era un sogno di spazi e di viole, un sogno di prati e di primavere, un sogno in cui non occorreva che si battesse il tempo per poterlo scorrere.
Questo sogno aveva la proprietà degli spazi infiniti e simultanei in un tempo zero. Ogni mattina il loro sogno spariva e spariva con il sogno la dimensione dell’insieme in cui il sogno era vissuto.
Il Tempo ingoiava il sogno e non lasciava più lo spazio di sognare, il Tempo divorava lo spazio e non lasciava più il sogno dei loro spazi vissuti insieme.
Gli spazi come i sogni sparivano al mattino lasciando sulle loro labbra brividi di salvia e la misura della quantità del tempo che li separava.
Restavano i narcisi, i narcisi bianchi con sfumature sul viola, i narcisi dai profumi dolci e simpatici, i narcisi sinceri, buoni, che esprimevano la loro amicizia, il loro amore. I narcisi racchiudevano i loro ricordi e le loro discussioni, tutte le loro sensazioni, tutte quelle carezze e quei baci e quegli incontri che non sarebbero mai potuti appassire come quei fiori.
I loro volti assomigliavano a quei fiori, come i narcisi erano ugualmente profumati, colorati, distribuivano e sprizzavano meraviglie e meravigliosità.
(Si racconta, inoltre, che solo chi è insensibile alla grandezza di questo fiore è portato ad essere sensibile nell’amore).
I fiori di narciso racchiudevano in uno stesso spazio i loro sogni, perché nei sogni non solo non si muore, ma gli amori si fanno cristallo e superano ogni limite e confine.
Ogni mattina, quando quel sogno veniva loro rubato, i loro capelli si drizzavano e da ricciolini che erano diventavano simili a degli spaghettini.
Avevano fatto una scommessa su se stessi, con se stessi, battere il tempo, dovevano impedire di farsi trascorrere da lui.
……………………………………………………………………….
E liberarono il loro desiderio di loro, liberarono il loro gesti e le loro parole, quelle parole che non fanno in tempo a fermarsi perchè i gesti sono più veloci.
Si innamorarono del loro amore perché su di questo il tempo non aveva potere, non aveva dominio e il narciso li raccolse nel sogno e dal sogno per portarli lontano da tutto ciò che non erano prati e fiori di primavera.
Nel corpo del fiore era possibile proiettarsi oltre e anche di là. Qui la matematica e la geometria dell’ignoto funzionavano pienamente.
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Sparirono percorrendo le poliedriche possibilità delle pieghe e degli angoli, proteggendosi dalla tenebra e dalla luce. Come saranno ora i loro capelli?
Giuliano Naria, operaio genovese, era un militante delle Brigate Rosse. Accusato dell’azione che porta alla morte di Coco, passa diversi anni nelle carceri speciali (kampi) di Fossombrone, Cuneo, Asinara… Gli arresti domiciliari per gravi motivi di salute vengono concessi a Giuliano solo nell’estate del 1985. L’anno dopo viene assolto dall’accusa di avere ucciso Coco e la sua scorta. Negli anni successivi viene assolto anche dalle altre accuse, ma il suo fisico è ormai gravemente debilitato. Nel 1995 gli viene diagnosticato un tumore e muore nel 1997. Ha scontato 9 anni e 16 giorni per poi essere dichiarato innocente.
Le sue favole sono un percorso dolce e colorato di evasione. Le sue favole hanno la capacità di svicolare, di scivolare dalle mani dei carcerieri, di volare libere.
Emergenza e devozione!
“DA BAMBINA VOMITAVA L’OSTIA: SENZ’ACQUA
LE SEMBRAVA D’INGHIOTTIRE CARTA.
ANCH’IO DURANTE UNA PERQUISIZIONE L’HO FICCATA IN GOLA
SENZ’ACQUA E SENZA VOMITO, LA CARTA.
VA GIU’ MEGLIO PER EMERGENZA CHE PER DEVOZIONE.”
-Erri De Luca-

Ulrike Meinhof a Renate Riemeck
UNA MADRE DI SCHIAVI SUPPLICA LA FIGLIA
“Urike, tu sei diversa dalla foto segnaletica, una figlia di schiavi – tu stessa una schiava.
Come puoi essere capace di sparare al tuo oppressore?
Non lasciarti sedurre da chi non vuol esser più schiavo. Non puoi proteggerlo.
Voglio che resti una schiava – come me, io e te – abbiamo visto come i padroni hanno sgominato la rivolta degli schiavi, prima ancora che cominciasse.”
“O piccola, tu hai meritato qualcosa di meglio. Pensa che saresti potuta diventare.
Di sicuro saresti diventata una sorvegliante carceraria.
Non vedi quant’è forte il potere? Tutti gli schivi, gli ubbidiscono.
Persino coloro che si sono rivoltati e hanno vinto, metteranno ai piedi del potere la loro vittoria,
affinché possano essere ancora schiavi.
Gli schiavi odiano chi vuole essere libero. Non dovrebbero nemmeno aiutarti,
in modo che tu capisca una volta per tutte che la tua ribellione non ha senso.
Il tuo coraggio è spietato, perché ci costringe a svelare la nostra vigliaccheria.
Se preferisci morire poiuttosto che essere per sempre una schiava,
allora non hai comunque il diritto di toglierci la quiete.”
Ritrovata in un cestino dei rifiuti a Berlino,nel ’71, insieme ad alcuni documenti e munizioni.
“Compagni, smettete di trincerarvi dietro le masse! Smettete di razionalizzare le vostre paure per la smisurata violenza del sistema come un problema di comunicazione! Smettete di spacciare la vostra perplessità per erudizione, la vostra impotenza per lucidità!Abbiate il coraggio di combattere, abbiate il coraggio di vincere!
Disintegrate e frantumate le forze dell’imperialismo!
L’obbligo di ogni rivoluzionario è di fare la rivoluzione!”Ulrike Meinhof, 31 maggio ’72, Aula IV dell’Università di Francoforte
Su Ulrike Meinhof, LEGGI QUI
Leggi la commissione di inchiesta sul suo assassinio QUI
Gasparazzo e le Olimpiadi!
Scarcerata, FINALMENTE, Marina Petrella!
SCARCERATA MARINA PETRELLA, RIDOTTA ORMAI A 39 KG.
FINALMENTE UN PO’ DI RAZIOCINIO IN TERRA FRANCESE. ORA SI CONTINUA A LOTTARE PER BLOCCARE L’ESTRADIZIONE.
| DALLA PRIMA PAGINA DI LIBERAZIONE DI OGGI | |
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«Il nostro impegno proseguirà con la richiesta al presidente Sarkozy di ritirare il decreto applicando la clausola umanitaria prevista nella convenzione europea sulle estradizioni», ha poi concluso. Ora la piccola Emma, la seconda figlia della Petrella nata in Francia, potrà rivedere la madre. Forse non subito viste le condizioni di salute dell’esiliata italiana arrivata a pesare 39 kg. «L’ho trovata estremamente indebolita, si direbbe che sia invecchiata di 20 anni. Mi ha guardato negli occhi e mia ha detto: “lo sai che sarà dura, ma avranno soltanto il mio cadavere. Non porteranno via nient’altro”», ha raccontato Hamed ad una radio parigina, il compagno che aveva finalmente potuto rendergli visita per la prima volta dopo tre mesi. |
La strage che “non ci fu”
23 kg di esplosivo: una miscela di 5 kg di tritolo e T4 detta Compound B, potenziata da 18 kg di gelatinato (nitroglicerina ad uso civile). L’esplosivo, di fabbricazione militare, era posto in una valigetta sistemata a circa 50 cm d’altezza su di un tavolino portabagagli sotto il muro portante dell’ala ovest della stazione, allo scopo di aumentarne l’effetto.
L’esplosione distrugge un’ala intera della stazione e colpisce il treno Ancona-Chiasso, fermo al binario 1.
Morti: 85 Feriti: 200
[Leggi: L’infondatezza della pista palestinese
Pifano smentisce Raisi ]
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BOLOGNA. 2 AGOSTO 1980 -sappiamo bene chi è Stato-
SANGUE DEL NOSTRO SANGUE
7 luglio 1960 – 7 luglio 2008
A 48 anni dalla strage di REGGIO EMILIA.
“COMPAGNO SIA BEN CHIARO, CHE QUESTO SANGUE AMARE VERSATO A REGGIO EMILIA E’ SANGUE DEL NOSTRO SANGUE, NERVI DEI NOSTRI NERVI, COME FU QUELLO DEI FRATELLI CERVI”
“Mio babbo aveva 41 anni. E’ morto sui gradini della chiesa di San Francesco, dove cercava riparo. Molto cristianamente il parroco aveva sbarrato le porte” _Oldano Serri, figlio di Marino_
“A mio fratello il proiettile si è fermato sulla spina dorsale, causando una paralisi, ma non era questa la preoccupazione. La preoccupazione era il fatto che si era recisa un’arteria, e con le trasfusioni l’han tenuto vivo fino all’una dopo mezzanotte, cosciente, e noi eravamo lì, io e mio fratello, a darci il cambio al suo capezzale. Io non sono riuscito a dirgli niente. Lui mi ha detto Gianni, mi han mirato come a un uccellino, mi han voluto uccidere.
Ma se muoio, vendicatemi.” _Gianni Tondelli_
1) TONDELLI AFRO, anni 36, ferita da arma da fuoco alla base dell’emitorace sinistro, regione inferiore, deceduto nelle prime ore della notte.
2) FRANCHI OVIDIO, anni 19, ferita d’arma da fuoco penetrante nel cavo addominale, deceduto alle ore 18
3) FARIOLI LAURO, anni 22, due ferite d’arma da fuoco, una in regione ascellare sinistra, mortale, e la seconda nella coscia destra. Giunto cadavere in ospedale
4) SERRI MARINO, anni 40, ferita d’arma da fuoco in regione toracica, deceduto alle ore 18
5) REVERBERI EMILIO, anni 38, ferita penetrante d’arma da fuoco in regione medio frontale e in regione sopraccigliare destra con frattura esposta della volta cranica, deceduto alle ore 21.
Un nastro, registrato durante la sparatoria, raccoglie attimo per attimo le fasi più drammatiche della strage. Dura ventisette minuti, dalle diciassette meno un quarto, alle diciassette e dodici. Si sente distintamente una voce di comando ordinare: SPARATE NEL MEZZO! L’ordine è seguito da una fucileria intensissima. Tra le violente raffiche affiorano grida di aiuto e si odono voci continue gridare: VIGLIACCHI! ASSASSINI! , un’accusa ripetuta instancabilmente mentre gli uomini cadono.
Una lunga assordante sparatoria chiude la drammatica registrazione.
CON QUESTE MAN DA CALLI, NOI LA FAREM VENDETTA!
“senza approdo”
“Sono la figlia di Marina Petrella.
Vorrei raccontarvi qualcosa su mia madre. Vorrei provare a dirvi cosa rappresenta la negazione della ricostruzione di un essere umano. Dobbiamo parlare di ricostruzione, visto che Marina non è uscita dalla sua storia politica nello stesso modo in cui ci è entrata. E’ successo poco più di 25 anni fa, quando già il vento della lotta armata cominciava ad andare via, quando i rumori metallici della notte tuonavano sempre più vicino, dopo che alcuni, quello che poi sono stati chiamati “pentiti”, incominciavano a barattare delle riduzioni di pena in cambio di denuncie e delazioni, fu allora che la storia politica di mia madre è ricominciata a finire.
Erano i primi anni ’80. Dopo aver capito che le sue speranze di cambiare il mondo andavano incontro alla sconfitta e che l’impegno politico tenuto fino allora non poteva più continuare allo stesso modo, Marina decise di non fermare la sua vita, ma che dal suo percorso sarebbe potuta nascere una nuova storia.
Questa nuova storia è incominciata con me che ho scelto per nascere una calda giornata di agosto dentro una prigione speciale, in pieno articolo 90.
Solo chi ha vissuto quest’esperienza può capire l’immane volontà che serve per essere madre, dare al mondo e crescere una figlia tra le sbarre di un carcere. Solo chi è consapevole di questa prova può capire quanto questa scelta non sia una fuga nel personale, una soluzione egoista ma che sia la rappresentazione fisica di una pagina voltata. Questo è stato il suo modo per affermare che iniziava un nuovo percorso di vita, un diverso impegno sociale. Ed è anche grazie a questo nuovo stato di cose che otto anni dopo le è stato permesso di uscire dal carcere e di essere libera fino al verdetto della Cassazione del 1993.
Già a quell’epoca Marina non era più quel soggetto pericoloso dipinto dai media al momento del suo nuovo arresto. Ma l’Italia dimentica presto. Meglio, ricorda solo quel che vuole. Seleziona la memoria.
La Francia di Mitterand cercando di favorire una pacificazione del conflitto italiano degli anni ’70 ha accolto numerosi ex attivisti di quel periodo. I governi di sinistra come di destra hanno rispettato questo asilo di fatto. A noi, figli di quei rifugiati, è stato permesso di crescere, di vivere, di avere anche nuovi fratelli e sorelle. L’esilio c’è stato malgrado le contraddizioni, malgrado le incertezze di una vita difficile, precaria in attesa di un asilo. Un asilo che esprimeva una speranza di una vita nuova.
Dal nulla di un “fine pena mai” che Marina aspettava in Italia è nata nel 1997 mia sorella. Una bambina francese che ora vede quel paese che le ha dato una nazionalità ricacciare sua madre nel pozzo del carcere a vita.
Da quel 1993 quindici anni sono passati. Quindici anni quando un treno ci ha portati alla Gare de Lyon. Quindici anni da quando i nostri passi si sono mischiati a quelli dei nuovi migranti d’inizio secolo.
Anche speranzosi di una vita che non fosse la galera della miseria. Perchè questo “pezzo” di tempo, che ha permesso di cambiare il loro impegno politico in un impegno sociale, non è più che legittimo per chiedere asilo? Perchè non è ora di girare la pagina di questa storia, per permettere a noi nuove generazioni un vero futuro e consentire a quelle persone come mia madre di vivere la seconda chance che gli è stata data?
A venticinque anni di distanza dai fatti imputati, quindici anni dopo l’esilio, un nuovo primo ministro francese ha deciso che bisognava rimangiarsi la parola data da tutti i suoi predecessori.
Il governo francese ha deciso di estradare mia madre, di cancellare la sua vita in Francia e di rinchiuderla non solo in un carcere ma di fare del passato la sua prigione. La Francia ha deciso tutto questo cedendo al populismo penale, all’ossessione sicuritaria ad una voglia di vendetta infinita che ha perso il significato della speranza. Il primo ministro ha deciso che la vita di mia madre doveva fermarsi.
Ma quindici anni di esilio di fatto creano dei diritti e noi non lasceremo la Francia deresponsabilizzarsi dalla sua storia e cultura.
______ELISA NOVELLI PETRELLA_____ [da “Liberazione” del 11-06-2008]
Per ascoltare la corrispondenza registrata oggi ai microfoni di Radio Onda Rossa con Elisa:
“Le parole degli Stati sono come le foglie morte che si lasciano trascinare dalla direzione del vento. Non più parole date ma parole vuote. Questo deve aver pensato Marina quando si è vista notificare il decreto nella matricola dal carcere di Fresnes. […]Un paese che ha dato forma ad un singolare paradosso: non ha conservato la memoria degli anni ’70 ma è stata incapace di oblio. Alla memoria storica svuotata dei fatti sociali ha sostituito la memoria giudiziaria, all’oblio penale ha sovrapposto l’oblio dei fatti sociali. […] Alla fine la zattera dei rifugiati, riparo precario d’esistenze sospese, è rimasta senza approdo davanti al porto della sua Itaca immaginaria. ____PAOLO PERSICHETTI___ [Liberazione, 11 giugno 2008] Ad Elisa tutto il mio cuore, A Marina solo un urlo di libertà, che sappia scalfire quelle mura!
FIRMATA ESTRADIZIONE PER MARINA PETRELLA
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Exigeons l’abrogation du décret d’extradition de Marina Petrella !Paris, le 9 juin 2008.Ce 9 juin 2008, le décret d’extradition a été notifié à Marina Petrella.Cette décision inique engage la responsabilité personnelle du chef duGouvernement et du chef de l’Etat français. Un recours en Conseil d’Etat aété enregistré.Après neuf mois d’incarcération à la prison de Fresnes, le gouvernementfrançais a décidé que la seule perspective de Marina Petrella devait êtrela mort lente puisqu’elle purgera en Italie une peine à perpétuité :- pour des faits remontant à plus de 25 ans, en exécution d’une sentenceprononcée en Italie voici 15 ans dans le cadre d’une législation d’exception,- en déni de l’asile de fait accordé par la France aux réfugiés italiensdès 1981 et en violation des engagements de la France de n’extrader aucunde ces réfugiés.Le décret d’extradition intervient alors que Marina est au plus mal. Laperspective de la prison à vie et la séparation d’avec sa jeune enfant de10 ans la détruisent. Après huit semaines d’hospitalisation en raisond’une très grave dégradation physique et psychique, épuisée et nes’alimentant plus depuis deux semaines, Marina Petrella a été réincarcéréeà la prison de Fresnes… pour se voir signifier le décret de sonextradition. Pourtant, son état de santé justifie pleinement l’applicationde la clause humanitaire prévue par les textes régissant l’extradition.Mais nous pouvons encore AGIR …-
Rassemblement mercredi 11 juin 2008 à 11h30 place Sèvres Babylone, 75007Paris (devant le square)
Nous demandons à toutes celles et tous ceux qui ont signé la pétition ou/ et l’Appel des femmes, à toutes celles et tous ceux qui ont soutenuMarina, d’envoyer un mail signé et daté (ou un courrier sur cartedécouverte) au Premier ministre français François Fillon et au PrésidentNicolas Sarkozy leur demandant l’abrogation du décret d’extradition deMarina Petrella. Ci-dessous, adresses et proposition de mail ou lettre-type (libre àchacun-e- d’en modifier la forme à sa façon) :
M. Nicolas Sarkozy, Palais de l’Elysée, 55 rue du Faubourg Saint-Honoré,75008 Paris – email : sur le site http://www.elysee.fr/accueil/, onglet «écrire au président »-
M. François Fillon, Hôtel Matignon, 57 rue de Varenne, 75700 Paris -email : sur le sitehttp://www.premier-ministre.gouv.fr/acteurs/premier_ministre/ecrire,onglet « écrire au Premier ministre » et service.presse@pm.gouv.frProposition de lettre :« Monsieur le Premier ministre (ou Monsieur le Président),
Le décret d’extradition de Marina Petrella vient de lui être signifié parvos services. Nous savons qu’il est en votre pouvoir d’abroger le décretque vous venez de signer. Au regard d’une décision d’extradition relativeà des faits remontant à plus de 25 ans, au regard de l’engagement de laFrance de n’extrader aucun réfugié italien, au regard de la dégradationeffroyable de l’état de santé de Marina Petrella, je vous demande de fairepreuve d’humanité et de ne pas renvoyer Marina finir sa vie dans lesprisons italiennes ».
Per Roma e Provincia: 87.900 FM
RIFUGIATA IN FRANCIA DA QUASI 20 ANNI,
DALLO SCORSO AGOSTO E’ IN STATO DI ARRESTO IN UN CARCERE PARIGINO.
POI TRASFERITA IN UN OSPEDALE PSICHIATRICO E’ IN ATTESA DELL’ESTRADIZIONE.
BLOCCHIAMO QUEST’ESTRADIZIONE E TUTTE LE ALTRE!
SPRIGIONIAMO GLI ANNI ’70!
mutammo in caserme le vecchie cascine
Dalle belle citta` date al nemico
fuggimmo un di’ su per l’aride montagne
cercando liberta` fra rupe e rupe
contro la schiavitu’ del suol tradito.
Siamo i ribelli della montagna
viviam di stenti e di patimenti
ma quella fede che ci accompagna
sara` la legge dell’avvenir.
Lasciammo case, scuole ed officine
mutammo in caserme le vecchie cascine
armammo le mani di bombe e mitraglia
temprammo il cuore e i muscoli in battaglia.
Siamo i ribelli della montagna …
E` giustizia la nostra disciplina
liberta` e` l’ideal che ci avvicina
rosso sangue il color della bandiera
d’Italia siam l’armata forte e fiera.
Siamo i ribelli della montagna …
Sulle strade dal nemico assediate
lasciammo talvolta le carni straziate
provammo l’amor per la patria nostra
sentimmo in cuor l’ardor della riscossa.
A te, quel fiore rosso sbocciato!
Fermarsi soltanto alla felicità
-Il problema del capitalismo è che sul muro spruzzato dal sangue di milioni di rivoluzionari fucilati, sul muro finale, ci sarà sempre scritta la promessa di Saint Just:
“LA RIVOLUZIONE DEVE FERMARSI SOLTANTO ALLA FELICITA'”-
Tratto da “La danza immobile”, Manuel Scorza
Deprivazione tattile
“Sottratto al sociale, il corpo del recluso non ha modo di ricevere e cercare stimoli sensoriali. E, fra tutte le privazioni, quella della tattilità è forse la più grave e devastante. Così devastante che un bambino ne può anche morire.
Quando sul finire dell’800 la puericultura americana introdusse il “lettino con le sbarre”, soppiantando la tradizione della culla, cominciarono a verificarsi morti inspiegabili di bambini perfettamente sani. L’evento è passato alla storia come “morte da lettino” o “sindrome mortale infantile subitanea”. L’esperienza umana insegna che il cullamento è un moto di accarezzamento dell’intero corpo in ogni sua funzione.Una condizione essenziale di benessere che viene preclusa al “bambino fra le sbarre”.
Come la deprivazione tattile può far morire, così il toccamento può far rinascere.Il con-tatto umano è infatti una possibile cura in caso di coma irreversibile o per creature con lesioni cerebrali e handicap psicomotori. E’ il caso di quel centinaio di volontari che, a turno, andavano a casa di una bambina perchè potesse avere 24 su 24 l’unica medicina in grado di farla star meglio: il contatto umano: l’incontro e il toccamento di persone di ogni sesso, età, professione, cultura, che l’aiutavano negli esercizi di riabilitazione. La stimolazione è taumaturgica. L’assenza di tatto, invece, è dolorosa.
Tolgo dalle braccia -sotto pelle- frammenti di posate di plastica: le sole che si possono usare. Punte spezzate di forchette di plastica. Bastano piccoli taglietti e questi frammenti entrano sottopelle. Da quegli stessi taglietti, spingendo, tiro fuori le punte di forchette. Non c’è sangue, non c’è una goccia di sangue! Più ne tiro fuori e più, toccando, ne sento! Con un senso di fastidio, ma pazientemente, sto lì a tirar fuori questa plastica. Mi sveglio con un senso di angoscia. Quanta materia inerte ho assorbito in tutti questi anni attraverso i pori della pelle?
Penso al ferro, al cemento, alla plastica che tocco. Ed ai segni devitalizzati che mi invadono.E poi non c’è sangue! Senza che me ne accorgessi la morte mi è entrata dentro impossessandosi del sangue. Scrivo o racconto il sogno a chi posso , per lanciare un allarme. Bisogna avvisare, far presto, prima che l’inerte ci invada totalmente!”
tratto da “IL BOSCO DI BISTORCO”. Renato Curcio, Stefano Petrelli, Nicola Valentino. Edizioni Sensibili alle Foglie
Questo blog, inevitabilmente, parlerà spesso di reclusione, di privazione, di isolamento.
Si parlerà del carcere, dei meccanismi punitivi, di tortura fisica e psicologica, di ospedali psichiatrici giudiziari, di centri di detenzione temporanea per migranti…dei reietti. Di quelli che per lo stato devono marcire da reietti
Del diritto alla libertà, di quanto si può imparare dagli occhi di chi si è visto togliere tutto.
Col vento di questa sera non posso non pensare a chi è chiuso in una cella..con questo fischiare libero del vento, con questo piacere della pelle nel farsi attraversare da tanta forza.
CONTRO OGNI CARCERE, CONTRO OGNI GALERA.
GIORNO DOPO GIORNO!























Qui non ho molte parole.
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