Archivio
Jenin: il teatro del dopo Juliano
Il Freedom Theatre senza Juliano
29.05.2011 Francesc Cabré Sánchez
Dopo alcune settimane dall’omicidio dell’attore e attivista politico Juliano Mer-Khamis, i membri del teatro del campo profughi di Jenin sono convinti della possibilità di far sopravvivere il progetto, sul cammino tracciato da Mer-Khamis, e di accrescere l’importanza dell’arte come arma contro l’occupazione.
Sono passati quasi due mesi dal 4 aprile 2011, giorno dell’assassinio di Juliano Mer-Khamis, direttore e fondatore del Freedom Theatre. Creato nel 2006 nel cuore del campo profughi di Jenin, nel Nord della Cisgiordania, il progetto teatrale sopravvivrà alla morte di Mer-Khamis e seguirà il sentiero da lui tracciato. Così dice Eyad Hurani, un giovane di Ramallah che ha trascorso gli ultimi tre anni a Jenin, studiando teatro e trascorrendo il suo tempo con Juliano.
“Quando è morto, ho pensato che non era possibile, che era troppo presto. Ora so che il suo corpo se n’è andato, ma che le sue idee e il suo messaggio resteranno sempre dentro di me”, ha continuato Hurani, che non è tornato a Jenin da quel terribile 4 aprile. “Il campo profughi non è sicuro in questo momento. Sto diventando un attore e voglio lavorare in Palestina e nel Freedom Theatre, ma per adesso non riesco ad andare là, forse per paura”.
L’aiuto regista Adnan Naghnaghiye, che ha lavorato al Freedom Theatre per cinque anni, spalla a spalla con Mer-Khamis, ha spiegato come la scomparsa dell’amico ha colpito il teatro duramente, ma che tutti proveranno a ridargli il prestigio guadagnato negli anni. Naghnaghiye, che vive nel campo profughi, è andato avanti sottolineando che se le attività teatrali sono ferme dal 4 aprile, spera che il Freedom Theatre possa riaprire nei prossimi mesi.
L’opposizione nel campo profughi
“Nessuno può piacere a tutti. E questo è successo anche a Juliano”, ha detto Adnan spiegando l’omicidio di Mer-Khamis e l’opposizione all’interno dello stesso campo profughi al Freedom Theatre. La mamma ebrea di Juliano ha portato il cosiddetto “ vento dell’Ovest” nel teatro e il suo lavoro congiunto tra ragazzi e ragazze non era ben visto da alcuni. Il teatro è stato attaccato alcuni anni fa con delle molotov e alcuni suoi membri hanno ricevuto minacce.
“La cultura chiede tempo e penso che ci sono persone che hanno bisogno di più tempo per capire il significato e l’importanza del teatro”, ha detto ancora Hurani, ricordando che per dieci anni non c’era stato nulla di simile nel campo profughi di Jenin perché tutto era rimasto chiuso dopo che l’esercito israeliano aveva distrutto il centro, iniziato da Arna Mer, la madre di Juliano.
L’arte come arma
“Dobbiamo insistere con il nostro messaggio, non possiamo fermarci se vogliamo cambiare la mentalità della gente”, ha continuato il giovane attore. È convinto che il progetto del Freedom Theatre sia prezioso per il campo profughi perché permette ai bambini di avere “un luogo aperto, sicuro, dove possano esprimere se stessi e quello che vogliono, senza limiti. Il teatro, come forma d’arte, è un’arma potente per inviare il proprio messaggio e uno strumento fondamentale per combattere l’occupazione”. “Ci sono persone – continua Adnan – che ancora credono che la sola via per opporsi ad Israele sia la pistola”.
Eyad Hurani ha concluso spiegando come Juliano gli abbia insegnato a usare l’arte per diventare un attivista politico. “Dobbiamo prenderci il palcoscenico per spiegare e mostrare la nostra situazione. È un’incredibile mezzo di propaganda – ha detto –. L’occupazione israeliana non significa solo guerra, carri armati e prigione. È anche mentale e l’arte ci aiuta a liberare le nostre menti. Non penso che possiamo liberare la nostra patria se prima non liberiamo noi stessi”.
PALESTINA: l’obiettivo deve essere il diritto al ritorno
Nel campo profughi più grande di Betlemme, nel cuore della West Bank, ci si prepara alla commemorazione della Naksa. “Una casa a Deisha è come una tenda in Libano”, dicono i rifugiati del 1948. L’obiettivo è scuotere la leadership palestinese e riportare il diritto al ritorno al centro della lotta.
DI EMMA MANCINI, Nena News
Deisha Camp (Betlemme), 1 giugno 2011, Nena News – “Erano anni che la Nakba non veniva celebrata con un tale movimento di popolo. Il 5 giugno, anniversario dellaNaksa, faremo lo stesso”. L’annuncio di nuove marce e manifestazioni per il diritto al ritorno arriva dalle parole di Mohend, giovane del campo profughi di Deisha, a Betlemme. Nel cuore della Cisgiordania, come in Libano e Siria, i rifugiati palestinesi si preparano ad una nuova mobilitazione.
Se a Nord sono previste marce simili a quelle dello scorso 15 maggio, in West Bank pare tirare la stessa aria. La voce corre tra i 15mila profughi di Deisha, che promettono di fare la loro parte: “Sappiamo che il 5 giugno 2011 non torneremo nelle nostre case – dice Khalil, 23enne nato e cresciuto tra le strade strette di Deisha – ma è l’inizio della nostra lotta. Non libereremo la Palestina con qualche manifestazione, ma potremo ritrovare l’unità perduta. I morti alla frontiera hanno rappresentato tutto questo: la ritrovata voglia di lottare insieme, dentro e fuori la Palestina storica. Si tratta di atti puramente simbolici, ma di una forza estrema: dimostriamo al mondo che i palestinesi che lottano per la liberazione non sono solo quattro milioni e mezzo. Sono quattordici milioni”.
Per domenica si attendono marce verso i confini del 1967 ed oltre, la Linea Verde è l’obiettivo. Da Qalandiya ad Al Walaje, i comitati popolari stanno raccogliendo adesioni via web e durante incontri pubblici. In mancanza di una leadership forte, il popolo si “arrangia” e manda messaggi chiari al governo di Ramallah: il diritto al ritorno è il cuore del conflitto. “I danni peggiori alla causa palestinese sono stati inferti dalla debolezza della nostra leadership – attacca Khalil –. Troppe fazioni, troppa divisione e l’incapacità di capire i bisogni della gente. La maggiorparte dei membri dell’Autorità Palestinese hanno studiato all’estero per anni, alcuni hanno un’altra cittadinanza. Nessuno di loro è un rifugiato. Non ci rappresentano più”.
Difatti, alcune statistiche ufficiose danno al 50% la quota di palestinesi che ormai non si riconosce in alcun partito politico. “Nella Prima Intifada c’erano dei leader locali rispettati e carismatici – riprende Mohend – mentre oggi i leader della PA sono lontanissimi dai sentimenti popolari. E il problema è anche la mancanza di una strategia a lungo termine che includa il diritto al ritorno”.
Il campo profughi di Deisha
Un diritto che pare vivere della stessa speranza sia in Libano, Siria e Giordania che nei campi profughi della West Bank. Un anziano seduto fuori da una minuscola drogheria dice che una casa a Deisha è uguale ad una tenda in Libano, nessuna differenza. Quello che manca è la patria, una patria spesso sognata, immaginata, idealizzata all’estremo e concretizzata nella chiave della vecchia casa in Palestina. II sentimento è tanto forte, ci spiegano, anche perché all’estero è impossibile vivere una vita normale, integrarsi in un’altra società araba. “Qualche tempo fa sono stato in Libano – racconta Moeaed – in un campo profughi palestinese. Assomigliava moltissimo a Deisha, con le sue case ammassate e le strade strettissime. Ma le case sono di legno e alluminio e non c’è alcuna integrazione con la popolazione libanese. I palestinesi non possono sposare donne arabe, non possono uscire con la propria auto dal campo e per legge non possono svolgere 83 professioni, come l’avvocato o l’insegnante. Possono fare solo i muratori, o poco più”.
Stesso dicasi per la Giordania: i palestinesi, oltre il 60% della popolazione, non possono servire nell’esercito né svolgere incarichi nella pubblica amministrazione. Ma le rivoluzioni del mondo arabo e l’accordo di unità nazionale tra Hamas e Fatah ha ridato qualche speranza alla gente di Deisha: “Se è caduto Mubarak, se è caduto Ben Ali, significa che c’è una possibilità anche per i rifugiati – sorride Samer –. È stato emozionante vederne qualcuno passare la frontiera con il Libano. Un’immagine che ha dato più forza di andare avanti di qualsiasi negoziato o processo di pace. Ma che razza di negoziato può essere quello tra PA e Israele? È una resa e infatti non si parla mai di rifugiati. E intanto, noi a Deisha affrontiamo quotidianamente gli stessi problemi: acqua, elettricità, mancanza di scuole, di spazio per vivere una vita normale, per parcheggiare l’auto o piantare un albero”.
Una leadership lontana anni luce dalla quotidianità della gente come spiega Naji Owdah, direttore del Phoenix Center di Deisha, centro che regala a uomini, donne e bambini del campo progetti teatrali, laboratori di pittura e musica, libri, film, workshop. “Quello che temo di più non è tanto la reazione dell’esercito israeliano – spiega Owdah – quanto il tentativo dell’Autorità Palestinese di bloccare le manifestazioni sul nascere. È successo spesso negli ultimi tempi: i militari palestinesi sono stati mandati a fermare le marce pacifiche dei giovani verso il checkpoint. Sicuramente accadrà ancora”. A guidare la mano della PA è la paura di perdere il poco consenso rimasto o il controllo di simili manifestazioni di volontà popolare. “Il nostro nemico è Israele, non la PA, non Hamas o Fatah – continua Naji – I nostri leader devono capire che il popolo non cerca il conflitto con loro, ma vuole solo sostegno alle proprie battaglie. Ma se la PA continuerà a ostacolare le nostre azioni, arriveremo davvero alla rottura”.
Sarà difficile per i rifugiati che dopo anni sono scesi di nuovo in strada accettare una nuova resa: “Come popolo non abbiamo un’agenda politica – conclude – ma una cosa è certa: la Palestina non accetterà mai la soluzione dei due Stati, perché significherebbe abbandonare la lotta per il ritorno dei rifugiati. Marceremo ancora per fare pressione sulla nostra leadership”.
Daraa, Siria: guardate questo video
Questo video gira da pochi minuti in rete e sta rimbalzando sui social network.
Non ha una data precisa, è stato girato a Daraa, la città siriana dove è iniziata la rivolta e dove la repressione delle forze di sicurezza ha colpito maggiormente, con il reggimento manovrato direttamente dal fratello del presidente.
Questo è quel che accade da un po’. Il video è duro, molto, ma questo è ed altre parole non riesco a trovarne
Territori occupati palestinesi: retate e arresti a Silwan, incursioni di coloni a Hawara
L’occupazione militare israeliana non si arresta mai nei suoi meccanismi multipli di repressione: da un lato le infinite ed noni presenti operazioni militari o gli arresti della polizia militare israeliana (come anche palestinese purtroppo), da un lato le azioni dei coloni, il lato più facinoroso, xenofobo e genocitario della società israeliana.Solo nelle ultime ore i Territori Occupati sono stati colpiti su diversi fronti, mentre Hamas e Fatah siglavano il loro accordo al Cairo e il mondo parla dell’ennesima e forse definitiva morte del n.1 della mostruosità planetaria (! bella battaglia ultimamente!) Silwan, quartiere arabo di Gerusalemme vedeva l’ennesima incursione dell’esercito. Sei arresti da quel che si dice per ora, cinque ragazzi e Suad al-Shoukhi, una ragazza di 24 anni, portata via dagli ufficiali israeliani “per un interrogatorio”. Suad è stata rilasciata due anni da da un’interrogatorio durato 18 mesi di detenzione amministrativa, per gli scontri avvenuti in quella zona tra abitanti palestinesi e le formazioni israeliane di estrema destra che hanno focalizzato le loro azioni in quel quartiere, prossimo alla città vecchia.
Altra bella notizia del giorno viene da poco distante, nella cittadina palestinese di Hawara, che questa mattina ha trovato il villaggio cosparso di scritte xenofobe contro arabi e musulmani e una moschea interna ad una scuola data alle fiamme.
Il villaggio di Hawara si trova nella zona meridionale della provincia di Nablus, circondata da 39 insediamenti.
Siria: l’assedio di Daraa peggiora
Il border Siria-Giordania continua ad essere chiuso ermeticamente.
La popolazione, che in massa ha tentato di raggiungere il Libano tra ieri
e l’altroieri, non può muoversi liberamente verso il meridione mesopotamico.

La prima pagina del sito del governo siriano, hackerato ieri 😉
Oggi ad Al-Ramtha, città giordania situata proprio sul confine, s’è tenuta una massiccia manifestazione di solidarietà nei confronti dei cittadini siriani e soprattutto per gli abitanti della città di Daraa, ormai sotto assedio militare da tempo.
Scontri anche interni all’esercito si sono effettuati in questa città a maggioranza drusa: il quarto reggimento è giunto in tutta rapidità da Damasco per cannoneggiare i “colleghi”del quinto, che in massa s’erano rifiutati di sparare e cannoneggiare contro i manifestanti o le abitazioni.
Una città tagliata fuori dal mondo, priva di cibo e riserve d’acqua, con un coprifuocopermanente e manifestazioni continue attaccate a colpi di cecchino.
Importante da sottolineare è che la gestione del reggimento che sta cannoneggiando la popolazione dell’Hauran è tutta in mano del fratello del presidente Assad. E’ lui in persona a gestire l’attacco.
Le immagini dei cadaveri ammassati nei corridoi della moschea centrale lasciano senza parole.
Ieri i morti dell’ennesimo venerdì di sangue sono stati 27: centinaia le città scese in piazza e più di 10.000 persone vicino alla moschea Omayyade di Damasco (questa si, una novità).
Oggi, venti nuovi tanks hanno fatto il loro ingresso a Daraa…
ORE 11: diversi testimoni raccontano ad Al-Jazeera che l’esercito sta usando armamenti pesanti contro la popolazione nella città vecchia di Daraa. Nel quartiere di Karak sono già quattro le palazzine colpite e rese inagibili
ORE 13.30: I cannoneggiamenti proseguono pesanti a Daraa, soprattutto nei quartieri circostanti alla Moschea di Omar. Truppe sono state “scaricate” anche dagli elicotteri militari. Circa 300 militari si sono uniti alla popolazione in lotta.
La polizia segreta ha fatto irruzione a casa di Sheikh Ahmad al-Sayasneh, imam della moschea, accusato di essere uno dei fomentatori della rivolta: suo figlio, interrogato per ore, non ha dato comunicazione della sua posizione. Infatti poi è stato ucciso
Aggiornamenti Vik2Gaza dal Convoglio Restiamo Umani
Reciviamo e diffondiamo:
Le assemblee organizzative del Convoglio Restiamo Umani [CO.R.UM] si stanno tenendo quotidianamente, purtroppo la visibilità è rallentata da problemi tecnici con il sito ufficiale vik2gaza.org che resterà in ogni caso l’unico punto di riferimento.
La tempistica ci obbliga a diffondere via mail e attraverso blog e siti affini le seguenti informazioni pratiche e i seguenti aggiornamenti:
Se vuoi partecipare al Convoglio Restiamo Umani, comunica la tua volontà di aderire all’indirizzo mail vik2gaza@autistici.org entro lunedì 2 maggio 2001 esplicitando le seguenti informazioni:
– Precedenti esperienze in Palestina
– Appartenenza ad associazioni, realtà, collettivi
– Il motivo per il quale hai scelto di partecipare
– Competenze o conoscenze
Date del Convoglio Restiamo Umani: 11 maggio 2011 – 18 maggio 2011
Incontro al Cairo: la sera dell’11 maggio. L’appuntamento verrà comunicato unicamente ai/alle partecipanti.
Lasceremo il Cairo la mattina del 12 davvero molto presto, per entrare a Gaza da Rafah lo stesso giorno.
Torneremo indietro, passando da Rafah il 17 maggio, per arrivare al Cairo il 18 maggio.
Inoltre, entro le ore 14.00 di lunedì 2 maggio, per partecipare devi inviare a vik2gaza@autistici.org la seguente documentazione per l’adesione:
– oggetto della mail specifica la parola: “passaporto”
– Nome, cognome e data di nascita
– Il numero del passaporto, la data di scadenza ( la quale validità deve essere di almeno 6 mesi dopo la data del ritorno)
– La fotocopia delle prime 4 pagine del passaporto, possibilmente in formato pdf
Tutti questi elementi sono indispensabili per comunicare la lista dei/delle partecipanti all’ambasciata al Cairo e ottenere il coordination pass per l’ingresso a Gaza.
Stiamo consigliando di cercare immediatamente dei voli economici e qualcuno/a ha già scelto di comprare il biglietto individualmente ma allo stesso tempo ci stiamo informando per segnalare e confermare dei voli in due principali città: Roma e Milano.
Le indicazioni che vi stiamo dando riguardano la partecipazione dall’Italia perchè faremo la comunicazione di tutta la lista dei partecipanti all’ambasciata italiana al Cairo nella giornata di lunedì 2 maggio.
Il CO.R.UM si preoccuperà di dare conferma immediata alla richiesta di adesione.
CHI SIAMO
Il COnvoglio Restiamo UMani nasce da singoli, associazioni e movimenti da sempre vicini alla popolazione palestinese, come reazione necessaria all’uccisione di Vittorio Arrigoni.
Nei primi momenti abbiamo scelto di ricordare Vittorio ognuno a suo modo, raccontando chi era, cosa faceva e cosa lo aveva spinto a vivere per anni nella prigione a cielo aperto che è la Striscia di Gaza.
L’idea del convoglio prende forma da un senso di vuoto e impotenza che si è trasformato in una risposta collettiva, determinata, organizzata dal basso: tornare a Gaza.
Il sogno di Vittorio è anche il nostro sogno.
Dare voce a Gaza, soffocata dall’assedio e dal silenzio internazionale.
Riportare a Gaza Vittorio attraverso le idee che ispiravano il suo agire quotidiano.
E che sono anche le nostre.
“E alla fine sono tornato.
Non sazio del silenzio d’assenzio di una felicità incolta
accollata come un cerotto mal riposto su di una bocca che urla.”
Vittorio Arrigoni, Gaza 25 dicembre 2008
OBIETTIVI
Essere a Gaza il 15 maggio a un mese dall’assassinio di Vittorio Arrigoni nell’anniversario della Nakba, passando dal valico di Rafah.
Perché vogliamo gridare forte e chiaro quello che la voce di Vittorio ci ha detto tante volte: Restiamo Umani!
Per ribadire che la solidarietà internazionale verso la popolazione palestinese non può essere fermata.
Per dare nuove energie e continuità al lavoro di informazione indipendente che Vittorio, insieme agli uomini e alle donne palestinesi, stava portando avanti da una Gaza sotto assedio.
Per sostenere la popolazione palestinese e i giovani che lottano quotidianamente per la liberazione dall’occupazione israeliana.
COSTI
Per coprire le spese dei documenti necessari, per i trasporti, il vitto e il pernottamento si prevede una spesa complessiva di circa 250 Euro. Speriamo di poter ridurre questa cifra il piu’ possibile.
Sono già in calendario, e inizieranno da oggi, le iniziative di autofinanziamento per gli obiettivi del convoglio.
Il costo del viaggio fino al Cairo e’ escluso da questa cifra, cambiando notevolmente a seconda del paese di provenienza.
COME PARTECIPARE
Si dovranno soddisfare delle condizioni minime per poter partecipare al CO.R.UM., questo è necessario per garantire la sicurezza e la riuscita del convoglio.
CONTATTI PER L’ITALIA
e-mail : vik2gaza[at]autistici[.]org
phone : 0039.333.3666713
DONAZIONI
Se vuoi contribuire economicamente ai progetti che verranno sostenuti da CO.R.UM. sia durante la permanenza a Gaza che successivamente, puoi fare una donazione sul seguente conto:
NAME: Giovanni Lisi
BIC: BAECIT2B
IBAN: IT 94 k 03127 03241 0000000001237
Non fiori per Vittorio, ma donazioni per la Palestina: richiesta dalla famiglia Arrigoni
La famigliia di Vittorio avrebbe piacere che gli amici e i compagni di Vik non inviassero fiori ma donazioni per la Palestina sul seguente conto, riportando nella causale che si tratta di un contributo per la causa palestinese.
Successivamente la famiglia deciderà a quali progetti saranno devolute le donazioni pervenute.
La famiglia di Vittorio ci tiene a sottolineare che questo è solo un suggerimento ma che ognuno ovviamente può omaggiare Vittorio nel modo che ritiene più opportuno.
Di seguito le COORDINATE:
- Iban IT16Y0542851000000000000791
- BIC BEPOIT21
- Intestato ad Egidia Beretta
- Banca Popolare di Bergamo Filiale di bulciago
Restiamo Umani. Stay Human.
Vittorio’s family would invite friends and comrades of Vik not to send flowers but donations on the following account to support Palestine, reporting in the Payment Reason that it’s a contribution to the Palestinian cause. Afterwards Vik’s family will decide which projects want to fund.
Vittorio’s family would like to underline this is just a suggestion but of course everyone can pay homage to Vik as he thinks proper.
BANK DETAILS as follows:
- IBAN NO IT16Y0542851000000000000791
- SWIFT NO BEPOIT21
- HOLDER Egidia Beretta
- BANK NAME Banca Popolare di Bergamo Branch of Bulciago
Restiamo Umani. Stay Human.
Siria: 23 aprile, in costante aggiornamento
Mentre più di 150 pulmann escono dalla città di Daraa per andare a portare omaggio ai corpi degli uccisi di ieri, mettiamo un resoconto parziale delle vittime pubblicato da Al-Jazeera. Le organizzazioni per i diritti umani del paese parlano di 103 uccisi: tra le vittime di ieri si registrano anche diversi bambini.
Homs: 21 – Bab Amr in Homs: 3 – Teldo in Homs: 1 – Damascus: 3 – Kaboon: 4
Madamia in Rif Dimashq: 9 – Zamalka in Rif Dimashq: 3 – Jobar in Damascus: 2
Darayya in Damascus: 4 – Harasta in Rif Dimashq: 5 – Duma in Rif Dimashq : 5
Al Hajjar Al Aswad in Rif Dimashq: 4 – Ezra in Daraa: 32 – Al Herak in Daraa: 1
Hama: 5 – Latakiya: 1
Qui in continuo aggiornamento i nomi e le età.
Alle nostre 13 arriva la notizia di molte gambizzazioni effettuate da diversi cecchini contro i cortei funebri, soprattutto nel quartiere suburbano di Duma, a pochi passi dalla capitale. Le vittime di questo cecchinaggio sui funerali sono già tre: i cecchini sembrano essere posizionati sui palazzi del partito Baath.
14:00 Quando le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco contro il funerale di Duma erano circa 50.000 i manifestanti che avevano davanti. Le ultime notizie mutano il bilancio a 7 morti, tutti come sempre completamente disarmati e colpiti a distanza da cecchini.
14.15: imposto coprifuoco nel sobborgo damasceno di Barze. I reparti dei servizi di sicurezza impediscono alla popolazione di uscire di casa.
Ci aggiorniamo più tardi
Siria: il “grande venerdì”, il più sanguinoso
Doveva essere il “grande venerdì”, quello dove tutta la popolazione, di tutte le confessioni religiose e le etnie avrebbe dimostrato contro il regime di Assad e del partito Baath. Una mattanza… il fitto lancio di lacrimogeni che ha investito tutte le piazze siriane, da Damasco all’estremo nord est kurdo di Qamishli, è stato quasi immediatamente sostituito dagli spari delle forze di sicurezza sui manifestanti.
Spari per uccidere, spari per lasciare a terra quanti più morti possibile: 74 sembra essere il numero ufficiale definitivo.
Mai fino a questo momento c’era stato un simile bilancio nelle piazze siriane, mai nemmeno una folla simile aveva invaso così tante città contemporaneamente.
Le zone più calde, e quindi col più alto numero di assassinati, sono sempre le solite: la regione di Homs, quella dell’Hauran da dove tutto è iniziato, e il kurdistan… ma oggi i cortei erano ovunque, dalle città contadine a Deir ez-zour, persa nella mesopotamia desertica, sulle sponde dell’Eufrate.
Per quanto riguarda l’Hauran, dove da Daraa tutto è iniziato qualche settimana fa, è la cittadina di Izraa oggi quella il cui nome salta da un’agenzia all’altra: 20 morti sono arrivati in spalla ad altri all’interno della moschea principale, dove in tanti donavano il sangue. I video che circolano a centinaia in rete raccontano una Siria sconosciuta fino a questo momento ai nostri occhi.
La televisione di stato ha ignorato per l’intera giornata la fila di corpi che si ammassavano nei vari cortei; comunicavano invece che il buon governo Assad sta lavorando sodo per togliere definitivamente ogni traccia delle leggi speciali dando la possibilità di manifestare previo richiesta di autorizzazione al ministero degli interni. Insomma, 70 morti e passa…per una mancata richiesta d’autorizzazione.
Per la prima volta era una piazza chiamata non solo dal tam tam telematico e non ma un comunicato a firma dei “comitati locali per il coordinamento” chiedeva di scendere in piazza e sfidare i divieti per chiedere la liberazione di tutti i prigionieri politici e lo smantellamento dell’attuale apparato di sicurezza. Per la prima volta una sigla trasversale, un tentativo di organizzazione, che porta la firma di numerose teste straniere o comunque residenti fuori dal paese.
Mentre si dibatte su chi manovra questa massa siriana anti-regime, decine di persone vengono uccise dal regime in un crescendo sempre più preoccupante.
[Manifestanti di Deir ez-zour abbattono una statua di Assad]
Israele e l’odio contro i rifugiati africani
Una storia interrante pubblicata su Al-Jazeera english, a firma Mya Guarnieri, giornalista della testata residente a Tel Aviv.
Una zoommata sullo stato di Israele che lascia da parte il conflitto arabo-israeliano e racconta
una storia diversa, che non parla nè ebraico nè arabo, ma una miriade di dialetti africani,
che all’interno del territorio israeliano cercavano rifugio.
Molti provenienti dal Sudan, raccontano il dramma della fuga dalla guerra e dai massacri, spesso giovanissim@
raccontano ad Al-Jazeera come erano rimasti stupefatti dell’accoglienza israeliana, rispetto a quella ricevuta
in altri paesi, come l’Egitto.
Ma era il lontano 1999 e le cose sono di molto cambiate per questa numerosa comunità di rifugiati,
con base nel sud del paese, intorno alla città di Eilat, sbocco sul Mar Rosso dello stato d’Israele.
I bambini sono stati tagliati fuori dalla scuola comunale; il municipio di Eilat ha esposto decine di bandiere rosse
Come parte di una campagna di aperta ostilità nei confronti degli africani presenti, campagna finanziata
con fondi pubblici e richiesta dai dipendenti statali.
La campagna ha il simpatico nome “Proteggiamo le nosre case”, a sottolineare ancora una volta lo stampino xenofobo di quello stato,
non solo contro il “nemico arabo”.
La situazione ad Eilat sta rapidamente degenerando con un aumento delle organizzazioni che tentano di negare le motivazioni per cui i rifugiati ottengono il diritto d’asilo
o di accusarli di essere affiliati di al-Qaeda o Hamas che si infiltrano nel paese.
Nell’intervistare alcuni esponenti di queste organizzazioni xenofobe, la giornalista chiede se non siano
a stampo razzista, la risposta che riceve sarebbe divertente, se non fosse una tragedia che scontano sulla pelle troppe persone:
“non possiamo essere razzisti, siamo ebrei”.
Nel frattempo però le donne e gli uomini rifugiati vengono spesso insultati o picchiati per strada,
le bandiere rosse scelte come simbolo di quest’ennesima pagina xenofoba e razzista d’Israele sono in continuo aumento e il sospetto
che un sentimento simile dilaghi nel paese è più che fondata.”VIa da casa nostra”, “Deportate 200.000 clandestini lontani da qui”…una pagina di xenofobia che
il popolo d’Israele poteva risparmiarsi…ma ci siamo abituati.
Siria: il bagno di sangue
Più di venti morti, sempre a Daraa, nel meridione siriano, la prima città entrata in scontro con il governo e le forze di sicurezza.
Sono già 22 i cadaveri arrivati alla morgue di Daraa ma la televisione di Stato non ne nomina nemmeno uno…parla invece, probabilmente gonfiando la notizia, di 19 poliziotti rimasti uccisi dopo scontri con “uomini armati”, sempre nella cara Daraa, e un paramedico. Dei due medici però, giustiziati mentre prestavano soccorso ai manifestanti feriti, tutto tace.
Ennesimo venerdì che lascia a terra una scia di sangue incredibile in Siria, mentre la popolazione manifesta contro il potere di Bashar al-Assad: anche oggi, all’uscita dalle moschee dopo la preghiera di mezzogiorno, le manifestazioni hanno riempito le strade di decine di città del paese.
Cortei e purtroppo anche qualche corpo a terra sono stati registrati a Homs ed Hama (a meno di 40 km di distanza l’una dall’altra): forte l’uso di lacrimogeni e gas asfissianti da parte dei reparti di sicurezza, ma anche il piombo non è mancato visto che gli attivisti ci parlano di cinque morti anche lì. Alcuni palazzi governativi sono stati assaltati e una stazione di polizia è stata data alle fiamme.
Hama non scende in piazza facilmente, ma oggi più di duemila persone hanno urlato per le strade ricostruite di quella città rasa al suolo nel 1982 dal governo, per reprimere una rivolta guidata dai Fratelli Musulmani. Fecero circa ventimila morti, bombardando con l’aviazione tutto il centro città e i presunti punti di ritrovo dei Fratelli Musulmani, che da qualche anno guidavano una rivolta nella zona.
Damasco è esplosa nelle sue periferie e nei suoi dintorni, mentre il centro rimane stretto attorno al potere: le zone di Kfar Suse, Daraya, Harasta e Duma hanno combattuto non poco durante l’arco della giornata con un numero di feriti e vittime ancora non chiaro.
Oltre alle città dell’entroterra siriano è sceso in piazza anche la popolazione kurda presente nel paese sia ad Hasake che a Qamishli e Amuda.
Interessanti queste manifestazioni kurde, arrivate proprio mentre il presidente (nel tentare di placare gli animi con una carrellata di riforme) annunciava proprio la loro naturalizzazione: gli slogan che risuonavano oggi per le strade del kurdistan siriano parlavano di libertà e non di rivendicazioni etniche, si urlava che non esistono kurdi e drusi, arabi e armeni, ma che il popolo siriano è uno e vuole essere libero.
Forse una reazione simile Bashar non se l’aspettava proprio… in piazza anche Tartus, Jabla, Lattakia, Aleppo e così via….ad urlare alle forze di sicurezza “Andate in Golan!”, quello che sarebbe il fronte di guerra più silenzioso del medioriente, da decenni.
Nel video, un bimbo di Daraa
Siria: il venerdì della rabbia e del massacro
Mi sono stufata di fare il corto dei morti, quotidianamente.
Tanto che gli oltre cento di ieri non sono riuscita nemmeno a scriverli sulle pagine di questo blog.
La città ancora “protagonista” di questi primi giorni di rivolta siriana permane Daraa, nel distretto nabateo di Suweida, ma oggi oltre ad un imponente esodo di popolazione che tentava di raggiungere quella città, sono state molte altre quelle a vedere le proprie strade riempirsi di folla, e poi di scontri e morte. Una trentina di morti, questi sono i numeri del più imponente venerdi di proteste di quel paee della mezzaluna fertile; Damasco, Homs, Lattaqiyya, Aleppo, Samnin, Qamishli, Qraya…sarebbe da parlare un bel po’ di ognuna di queste città, per capire le principali prerogative di tutte le zone.
Homs ad esempio è nella zona di Hama, città repressa durantemente all’inizio degli anni ’80: migliaia di morti in una città rasa al suolo dall’esercito, un attacco degli Assad e del potere alawita contro la città della fratellanza musulmana. Un argomento ancora taboo per quel paese: un massacro rimosso e avvolto nell’oblio generale. Qamishli sfiora con lo sguardo la Turchia, ma è città totalmente kurda per lingua, popolazione, tradizioni, territorio: siamo al centro del Kurdistan mai riconosciuto, in una città che la repressione l’ha sempre scontata sulla sua pelle, giorno dopo giorno.
Ma torniamo alle notizie del giorno: la chiamata alla piazza è stata ascoltata da migliaia di persone, la rabbia è scoppiata velocemente ma il piombo di stato ha continuato a falciare vite, vergognosamente. Per quanto riguarda le persone arrestate abbiamo un po’ di numeri solo dalla capitale ma sembrano un po’ ridicoli, visto che parlano solo di una decina di persone portate via.
La sfera politica, il regime di Bashar al-Assad, sta tentando di giocare qualche carta (un po’ come durante i primi giorni di rivolta in Yemen) promettendo alla popolazione numerose e drastiche riforme sia per quanto riguarda le leggi d’emergenza in vigore dal 1963 (!), sia per mutazioni sociali ed economiche che migliorerebbero le condizioni di vita della cittadinanza.
Ieri l’annuncio, ma le piazze oggi non sembravano aver creduto alle sue parole…
nel frattempo Amman e Beirut, le capitali più vicine vivono situazioni un po’ diverse: Beirut, senza governo da gennaio (ma ce so’ abituati), sembra stare a guardare in silenzio, mentre Amman oggi è scesa in piazza ed ha registrato il suo morto, ucciso dalle forze di sicurezza, anche lì.
Comunque, comparando le vare agenzie rintracciabili in rete, i morti sembrano essere molti di più visto che solo tra Sanamin e Daraa se ne registrano almeno una dozzina, tre in un quartiere della periferia di Damasco e una decina ad Homs.
A Damasco si è anche assistiti alla solita manifestazione pro regime, creata e organizzata direttamente dalle forze di sicurezza e dai fedelissimi del regime baathista.
Aggiornerò il più spesso possibile, ya halwe surya!
Qui invece ad Homs…vedere lui che distrugge e calcia il rais “padre”…che brividi!
In Siria prosegue il massacro…oggi 15 morti
Insomma…il bilancio di oggi è drammatico. Sono almeno 15 le persone rimaste uccise oggi a Daraa, città siriana della provincia meridionale dell’Hauran, tra cui una bambina. Le forze di sicurezza siriane da dopo la mezzanotte di ieri hanno iniziato l’assalto alla moschea di Omari, punto di incontro da giorni dei manifestanti, nonchè dei feriti e dei corpi degli uccisi. Manifestazioni che stanno infiammando la provincia da un po’ di giorni, dopo settimane in cui le proteste erano rimaste calme e poco partecipate. Al Jazeera racconta che violenti scontri si sono verificati anche alle porte della città e nei dintorni perchè molte persone tentavano di unirsi ai rivoltosi ma venivano fermate ai numerosi posti di blocco.
Per dopodomani, solito venerdì, la chiamata è generale e circola su tutti i canali di comunicazione possibile: tutto il paese deve scendere in piazza il venerdì della gloria, questo chiedono i numerosi appelli, per la rivoluzione e la libertà, contro un regime corrotto e bugiardo.
Il governo siriano oltre che sull’offensiva militare contro le ribellioni scoppiate, si muove con mano pesante anche sul piano mediatico: la tv di Stato e la principale agenzia di notizie bombardano da questa mattina la popolazione e il mondo parlando di “bande armate, forestieri e stranieri impegnati a diffondere menzogne e fomentare il popolo contro lo Stato”. Hanno parlato di bambini usati come scudi umani per difendere la moschea dove i manifestanti si sono asserragliati: insomma, la solita vergogna di stato in un paese che in questi due mesi ha tentato in tutti i modi di scongiurare lo spettro di una rivoluzione anche all’interno dei propri confini.

Syrian policemen stand in front the burned court building that was set on fire by Syrian anti-government protesters, in the southern city of Daraa, Syria, Monday March 21, 2011. Mourners chanting "No more fear!" have marched through a Syrian city where anti-government protesters had deadly confrontations with security forces in recent days. The violence in Daraa, a city of about 300,000 near the border with Jordan, was fast becoming a major challenge for President Bashar Assad, who tried to contain the situation by freeing detainees and promising to fire officials responsible for the violence. (AP Photo/Hussein Malla)
Questo pomeriggio, mentre i manifestanti continuavano a venir uccisi, il presidente Bashar al-Assad ha silurato Faysal Kulthum, governatore della città.Tra le rivendicazioni dei cittadini di Daraa, oltre che condizioni di vita migliori e aiuti economici ai contadini duramente colpiti da sei lunghi anni di siccità, oltre alla cancellazione delle leggi speciali (in vigore SOLO dal 1963) c’è una lunga battaglia contro la Syriatel, compagnia di telefonia mobile contro l’istallazione di alcuni ripetitori, troppo vicini alle abitazioni e alle cisterne d’acqua potabile. La lotta contro l’elettromagnetismo è arrivata anche nel mio dolce Hauran, questa sì che è una bella scoperta.
Siria: la sesta vittima ha 11 anni
Siamo al quinto giorno di scontri continui nella provincia dell’Hauran, la più meridionale della Siria, terra drusa confinante con la Giordania.
(Siria: proprio nel mio Hauran scontri e morti)
I funerali dei primi manifestanti uccisi, nel capoluogo della regione Dara’a, sono stati partecipati da centinaia di persone, che poi hanno continuato a difendersi dagli attacchi delle forze di sicurezza che a centinaia si sono riversate in città, praticamente chiudendola in uno stato d’assedio e privandola delle reti telefoniche urbane e mobili. Le notizie che circolano parlano di circa 800 attivisti prelevati dalla polizia in diverse località del paese, anche dagli ospedali e portati in centri di detenzione sconosciuti.
Lo sciopero della fame iniziato dalle donne arrestate la scorsa settimana ha visto centinaia di prigionieri politici aggregarsi.
Ma la notizia più brutta è di una manciata di minuti fa e viene sempre da Dara’a (mi si stringe il cuore solo a scrivere i nomi delle città di quella regione) e ci racconta di un’altra vittima di questa rivolta ancora alla sua alba.
Mundhir al Musalima, di UNDICI ANNI, ha perso la vita soffocato dal fitto lancio di lacrimogeni compiuto dalle forze di sicurezza: sarebbe morto ieri, secondo i testimoni che ne hanno dato notizia attraverso la tv panaraba al-Arabiya.
Ultimi aggiornamenti, da Aleppo (nel nord del paese, vicino al confine con la Turchia):
Musab al-Shaykh al-Amin ha partecipato alla manifestazione convocata in città, a soli 14 anni.
La madre racconta che le forze di sicurezza hanno fatto irruzione in casa, con lui ricoperto di ferite su mani e piedi e con i vestiti pieni di sangue.
Hanno perquisito casa, per poi uscire…con Musab, senza più dare notizie
Yemen: defezioni a catena
A leggere solo ore e titoli di lanci di agenzia si rimane ad occhi aperti:
9.42: capo truppe terra passa con i manifestanti
10.19: alto ufficiale dell’esercito passa con i ribelli
10.29: il capo dell’esercito nella provincia di Amran passa con i manifestanti e lancia un appello affinché “tutti gli ufficiali e i soldati dell’esercito passino con l’opposizione
11.35: si unisce ai ribelli anche il governatore di Aden
poi da mezzogiorno in poi si perde il conto, i numeri si fan prendere dall’euforia “60 ufficiali nel sud-est”, “decine di ufficiali in piazza a Sana’a con i manifestanti”…poi la palla è rimbalzata ai diplomatici che qua e là, dalla Siria all’Arabia Saudita, passando per la Francia, hanno iniziato a dimettersi e dichiarare di pensarla proprio come i manifestanti che da due mesi non mollano la piazza, con una rabbia crescente.
La risposta di Ali Abdullah Saleh, al potere da più di trent’anni è stata lapidaria e ridicola come suo solito: “resto al mio posto, il popolo è con me.”
Per ora non resta che aspettare e capire…
Yemen, il venerdì del “massacro”… decine di morti in tutto il paese
Si parla già di una trentina di uccisi e di un numero imprecisato di feriti (si parla già di più di 200 persone), uccisi dal fuoco aperto dalle forze dell’ordine nella piazza dell’università, al centro della capitale Sana’a.
La piazza dove son soliti radunarsi i manifestanti, soprattutto in questo periodo di mobilitazioni contro il regime di Abdullah Saleh, al potere da “soli” 32 anni.
Hanno aperto il fuoco per evitare che la folla uscisse dalla piazza: diversi testimoni dell’AFP raccontano anche di cecchinaggio fatto dai palazzi che si affacciano sulla piazza: gli uccisi sono stati tutti colpiti alla testa o al collo. I numeri salgono a vista d’occhio: il Guardian riferisce alle 15 ora italiana di 17 cadaveri portati all’interno di una moschea del centro città e di almeno “il doppio” dei corpi negli ospedali della zona)
Nessun colpo a salve: tutte le munizione usate sono vere pallottole.
Un massacro vero e proprio, l’ennesimo sotto silenzio. Altri cortei si sono registrati nelle città di Taiz, Ibb, Aden, Hodeidah, Amran: è uno dei venerdì più partecipati di questi ultimi due mesi di ribellione.
Anche a Taiz si registrano molti feriti e un fitto lancio di lacrimogeni tra gli spari registrati.
Nella città portuale di Hudayah siamo già a 120 feriti di cui alcuni in condizioni pessime.




























































Commenti recenti