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Dai cuccioli di Rafah, “guastatori bambini” a quelli di Bosra…

17 giugno 2011 2 commenti

Foto di Valentina Perniciaro _la casa dell'imperatore Adriano, e il profilo dell' "imperatore " di Bosra _

Una poesia scritta da mano palestinese e rivolta ai bimbi di Rafah e della Palestina tutta.
Oggi però la dedico a chi da quella terra non dista molto: dedico queste righe ai bimbi di Bosra, la mia unica oasi di pace al mondo dopo gli occhi di mio figlio e l’abbraccio di chi amo. La dedico a quei bambini, la dedico ai miei amici, a coloro che come nessun altro m’ha fatto sentire a casa.
Ripetutamente. La dedico a te, che sei sangue mio, fratello beduino.

A colui che scava nella ferita di milioni la sua strada
A colui che sul carro armato schiaccia le rose del giardino
A colui che di notte sfonda le finestre delle case
A colui che incendia l’orto, l’ospedale e il museo
e poi canta sull’incendio.
A colui che scrive con il suo passo il lamento delle madri
orfane dei figli,
vigne spezzate.
A colui che condanna a morte la rondine della gioia
A colui che dall’aereo spazza via i sogni della giovinezza
A colui che frantuma l’arcobaleno,
stanotte i bambini dalle radici tronche,
stanotte i bambini di Rafah proclamano:
noi non abbiamo tessuto coperte da treccia di capelli
noi non abbiamo sputato sul viso della vittima
(dopo averle estratto i denti d’oro)
Perché ci strappi la dolcezza
e ci dai bombe?
E perché rendi orfani i figli degli arabi?
Mille volte grazie.
Il dolore con noi ha raggiunto l’età virile
e dobbiamo combattere.
Il sole sul pugnale di un conquistatore
era nudo corpo profanato
e prodigava silenzio sul rancore delle preghiere,
intorno facce stravolte.
Urla il soldato della leggenda:
“Non parlerete?
Bene! Coprifuoco tra un’ora”
E dalla voce di Ala’uddin esplode
la nascita dei guastatori bambini:
io ho buttato una pietra sulla jeep
io ho distribuito volantini
io ho dato il segnale
io ho ricamato lo stemma
portando la sedia
da un quartiere…a una casa…a un muro
io ho radunato i bambini

e abbiamo giurato sulla migrazione dei profughi
di combattere
finché brillerà nella nostra strada il pugnale di un
conquistatore.
(Ala’uddin non aveva ancora dieci anni)

_Samih al-Qasim, poeta palestinese_

Foto di Valentina Perniciaro _lasciateci ancora giocare, Bosra, Syria_

Lettera da un comunista siriano…che mi sembra lucido!

5 giugno 2011 3 commenti

DAMASCO. Separare ciò che sta accadendo oggi in Siria dalle rivoluzioni che hanno pervaso la regione araba, in particolare dalla rivoluzione tunisina e da quella egiziana, è difficile se non impossibile. Soprattutto se abbiamo imparato le ragioni e le motivazioni che stavano dietro a quelle rivoluzioni: (repressione, assenza di libertà e corruzione.

Foto di Valentina Perniciaro _Suq damasceni

Sotto lo stato d’emergenza e la legge marziale, in cui la Siria soccombe da circa mezzo secolo, sono stati arrestati centinaia di migliaia di oppositori del regime di ogni appartenenza politica (nazionalisti, di sinistra, islamisti), alcuni dei quali trascorsero in prigione più di dieci anni senza processo. A migliaia sono stati uccisi o sono scomparsi, decine di migliaia gli esiliati dalla loro patria. Soprattutto tra la fine degli anni settanta e la fine degli anni ottanta del secolo scorso, periodo che ha visto la lotta armata tra il regime e il movimento islamista armato e che è stato sfruttato per epurare tutte le forze politiche di opposizione. La particolarità del movimento di protesta in Siria è che è un movimento di giovani nel fiore degli anni, la maggior parte appartenente alla classe media e ai gruppi emarginati dalla nascita del regime nel 1970 che precedentemente non conosceva alcuna appartenenza a movimenti politici. Non c’è quindi da meravigliarsi se la coscienza politica di questi ragazzi è limitata. Non si tratta di qualcosa di strano per coloro di questa età, poiché durante gli anni ottanta del secolo scorso in Siria sono stati distrutti tutti i movimenti politici di opposizione. Per questo la forza politica di opposizione di tutti gli schieramenti (Fratelli Musulmani compresi) è limitata nella società e di conseguenza anche la loro partecipazione all’attuale movimento che si sta alzando in Siria non può che essere limitata.

Foto di Valentina Perniciaro _Il nuovo Egitto che inizia abbracciandosi_

Lo slogan più famoso sollevato dai manifestanti durante le proteste è “Dio, Siria, Libertà, e basta” ed è un riassunto di ciò che vogliono: rifiuto di un regime a partito unico, rifiuto di continuare un presidenzialismo della repubblica in carica in eterno e allo stesso tempo si contrappone allo slogan innalzato dai sostenitori del partito Baath che dice ‘Dio, Siria, Bashar, e basta’. Manifestare all’uscita dalle moschee non sarebbe stata l’unica opzione dei manifestanti se non fosse stato reso impossibile il raduno in piazza o per strada tramite la proliferazione di servizi di sicurezza capaci di dissolvere qualsiasi protesta o manifestazione prima ancora che abbiano inizio. Così a volte ci sono dei laici o addirittura dei non musulmani che frequentano le preghiere del venerdì per poter uscire a manifestare.

Il regime tenta di chiamare il movimento di protesta con il nome di salafismo islamico e di individuare la presenza dei jihadisti armati al centro del movimento. Ma una parte considerevole della popolazione siriana non ci crede. Questo non significa che la corrente salafita islamica sia del tutto assente dal movimento di protesta ma che la sua presenza nel movimento che si sta sollevando in Siria, al pari di altre correnti politiche, sia per il momento limitato.

Non c’è dubbio che la lotta armata condotta dagli islamisti jihadisti contro il regime alla fine degli anni settanta e nei primi anni ottanta in nome di slogan confessionali e contro la miscredenza ha lasciato un’influenza negativa e un atteggiamento prudente per non poche minoranze religiose e confessionali nei confronti del movimento islamista, specialmente tra coloro che hanno vissuto quel periodo di conflitto. Il regime ha approfittato di queste preoccupazioni tra le minoranze religiose e confessionali e ha giocato con i suoi mass media utilizzando le voci di agitazione e confessionalismo provenienti dall’estero, sia siriane che arabe (come il canale televisivo Barada parlante a nome di alcuni oppositori siriani o il canale televisivo Safa finanziato da gruppi arabi del Golfo).

Foto di Valentina Perniciaro _Quando la Siria era tutta il volto di Hafez e la CocaCola cosa rara_

In breve tempo i manifestanti si sono resi conto di questo pericolo per l’unità nazionale e gli slogan che invocano l’unità nazionale si sono moltiplicati, come il grido ‘no al salafismo, no al terrorismo, noi vogliamo la libertà’. O come è avvenuto venerdì 22 aprile, Venerdì Santo, festa per le comunità cristiane. Ma la partecipazione alle proteste da parte delle minoranze religiose e confessionali è ancora limitata ed è difficile rompere prudenza e paura nelle minoranze se le persone non fanno conoscenza nelle piazze. Tutto ciò appare oggi prematuro, visto che le forze di sicurezza chiudono la bocca dei manifestanti con i proiettili.

Il movimento di protesta si caratterizza per ora dall’assenza di leadership e dall’assenza di particolarismi politici. Non tanto la mancanza di leadership a livello nazionale quanto la mancanza di una leadership unita a livello delle singole città ora come ora rende difficile il contenimento e la loro repressione, ma in futuro l’assenza di una leadership unita potrebbe costituire un punto debole.

Il regime ha cercato di contenere la prima ondata del movimento di protesta, durante il quale sono cadute sotto i proiettili delle forze di sicurezza più di cento persone, con promesse riformiste, tra tutte la revoca dello stato di emergenza in vigore da circa mezzo secolo. Ma le promesse di riforma non hanno trovato ascolto tra i manifestanti… Perché?

Il giovane presidente Bashar al-Assad salì al potere nel 2000, dopo la morte del padre, Hafez al-Assad, che per 30 anni governò la Siria con il pugno di ferro. L’eredità che apparì maggiormente fu quella di un paese divorato dalla corruzione in tutte le sue direzioni e articolazioni (tra cui corti di giustizia, apparati di sicurezza e di formazioni militari) talmente ramificata, estesa e profonda al punto da ingoiare il partito Ba’th al governo e le sue istituzioni così come aveva ingoiato lo Stato e le sue istituzioni. Dopo aver assunto le sue funzioni costituzionali il giovane presidente forse avrebbe potuto leggere ciò che fu scritto nelle note che non sfuggivano a un giovane osservatore come lui: questo regime, fondato nel 1970, ha terminato il periodo della sua autorità. Fin dall’inizio tentò di introdurre alcune riforme al regime assoluto promesse nel discorso d’insediamento quando assunse le sue funzioni costituzionali. Le forze di opposizione al regime e ampi segmenti della popolazione accolsero le promesse del presidente e scommisero su di lui.

Foto di Valentina Perniciaro _passeggiando nella Damasco sciita_

Il giovane presidente fallì nella realizzazione di qualsiasi progresso riformista durante gli undici anni del suo governo a causa della forza dispotica del potere e del patrimonio. E così oggi le promesse di riforma non trovano ascolto in ampi settori della popolazione siriana, specialmente dopo il fiume di sangue che ha macchiato l’intero paese negli scontri tra manifestanti e forze di sicurezza e dopo il comportamento avuto in alcune città, dalle violazioni alla perdita di dignità. Il regime sostiene che la Siria è sotto la minaccia delle potenze occidentali e di un complotto che coinvolge settori arabi in collaborazione con le potenze occidentali per punire il regime a causa delle sue posizioni nazionaliste. Non escludiamo l’esistenza di queste forze, ma per quanto riguarda il movimento dei manifestanti che cercano il cambiamento, se questo cambiamento si attuasse pacificamente e con l’accettazione del regime come avvenuto in Tunisia ed Egitto, la Siria avrebbe maggior forza per affrontare i complotti stranieri senza far entrare la Siria in una spirale violenza.
Specialmente se sappiamo che la posizione del popolo siriano, passata, presente e futura, non nasconde la sua ostilità verso la politica degli Stati Uniti e di Israele. Inoltre le voci d’opposizione che risiedono a Washington e in alcune capitali occidentali e che sono alimentate dai circoli occidentali non hanno alcuna rappresentanza sulla scena siriana. La storia nazionale siriana dimostra che il popolo siriano è il reale custode dalle deviazioni di qualsiasi regime dall’indipendenza a oggi. Questo popolo ha abbracciato la resistenza palestinese fin dal suo inizio negli anni sessanta, ha abbracciato un milione e mezzo di iracheni in fuga dall’invasione americana dell’Iraq del 2003 e ha accolto gli emigrati libanesi in fuga dall’aggressione israeliana contro il Libano del 2006.

L’impiego dei militari siriani da parte del regime nella città di Daraa per affrontare i manifestanti è stato un atto folle, così come minacciare l’uso della forza militare in altre città non promette nulla di buono e getta il paese in una spirale di violenza e caos che indebolisce la Siria di fronte alle minacce esterne e ne minaccia l’unità nazionale. Alcuni media raccontano di divisioni e insubordinazioni all’interno dell’esercito in maniera amplificata poichè per il momento si tratta solo di insubordinazioni individuali. Non è però da escludere che il fenomeno aumenti se l’esercito continuerà ad essere impiegato per questo scopo. La via d’uscita alla crisi politica che sta devastando oggi la Siria è oramai nota a tutti ed è raffigurata nel cammino delle rivoluzioni arabe, sia di quelle avvenute in Tunisia e Egitto, sia dalla strada intrapresa in Yemen. O cambiare il regime stesso (responsabilità del presidente della repubblica considerato il garante dell’integrità del paese e del popolo) o andarsene.

di Munif Malham
fonte: Nena News

Jenin: il teatro del dopo Juliano

3 giugno 2011 1 commento

Il Freedom Theatre senza Juliano

29.05.2011 Francesc Cabré Sánchez
Dopo alcune settimane dall’omicidio dell’attore e attivista politico Juliano Mer-Khamis, i membri del teatro del campo profughi di Jenin sono convinti della possibilità di far sopravvivere il progetto, sul cammino tracciato da Mer-Khamis, e di accrescere l’importanza dell’arte come arma contro l’occupazione.

Sono passati quasi due mesi dal 4 aprile 2011, giorno dell’assassinio di Juliano Mer-Khamis, direttore e fondatore del Freedom Theatre. Creato nel 2006 nel cuore del campo profughi di Jenin, nel Nord della Cisgiordania, il progetto teatrale sopravvivrà alla morte di Mer-Khamis e seguirà il sentiero da lui tracciato. Così dice Eyad Hurani, un giovane di Ramallah che ha trascorso gli ultimi tre anni a Jenin, studiando teatro e trascorrendo il suo tempo con Juliano.

“Quando è morto, ho pensato che non era possibile, che era troppo presto. Ora so che il suo corpo se n’è andato, ma che le sue idee e il suo messaggio resteranno sempre dentro di me”, ha continuato Hurani, che non è tornato a Jenin da quel terribile 4 aprile. “Il campo profughi non è sicuro in questo momento. Sto diventando un attore e voglio lavorare in Palestina e nel Freedom Theatre, ma per adesso non riesco ad andare là, forse per paura”.

L’aiuto regista Adnan Naghnaghiye, che ha lavorato al Freedom Theatre per cinque anni, spalla a spalla con Mer-Khamis, ha spiegato come la scomparsa dell’amico ha colpito il teatro duramente, ma che tutti proveranno a ridargli il prestigio guadagnato negli anni. Naghnaghiye, che vive nel campo profughi, è andato avanti sottolineando che se le attività teatrali sono ferme dal 4 aprile, spera che il Freedom Theatre possa riaprire nei prossimi mesi.
L’opposizione nel campo profughi
“Nessuno può piacere a tutti. E questo è successo anche a Juliano”, ha detto Adnan spiegando l’omicidio di Mer-Khamis e l’opposizione all’interno dello stesso campo profughi al Freedom Theatre. La mamma ebrea di Juliano ha portato il cosiddetto “ vento dell’Ovest” nel teatro e il suo lavoro congiunto tra ragazzi e ragazze non era ben visto da alcuni. Il teatro è stato attaccato alcuni anni fa con delle molotov e alcuni suoi membri hanno ricevuto minacce.
“La cultura chiede tempo e penso che ci sono persone che hanno bisogno di più tempo per capire il significato e l’importanza del teatro”, ha detto ancora Hurani, ricordando che per dieci anni non c’era stato nulla di simile nel campo profughi di Jenin perché tutto era rimasto chiuso dopo che l’esercito israeliano aveva distrutto il centro, iniziato da Arna Mer, la madre di Juliano.

L’arte come arma
“Dobbiamo insistere con il nostro messaggio, non possiamo fermarci se vogliamo cambiare la mentalità della gente”, ha continuato il giovane attore. È convinto che il progetto del Freedom Theatre sia prezioso per il campo profughi perché permette ai bambini di avere “un luogo aperto, sicuro, dove possano esprimere se stessi e quello che vogliono, senza limiti. Il teatro, come forma d’arte, è un’arma potente per inviare il proprio messaggio e uno strumento fondamentale per combattere l’occupazione”. “Ci sono persone – continua Adnan – che ancora credono che la sola via per opporsi ad Israele sia la pistola”.
Eyad Hurani ha concluso spiegando come Juliano gli abbia insegnato a usare l’arte per diventare un attivista politico. “Dobbiamo prenderci il palcoscenico per spiegare e mostrare la nostra situazione. È un’incredibile mezzo di propaganda – ha detto –. L’occupazione israeliana non significa solo guerra, carri armati e prigione. È anche mentale e l’arte ci aiuta a liberare le nostre menti. Non penso che possiamo liberare la nostra patria se prima non liberiamo noi stessi”.

PALESTINA: l’obiettivo deve essere il diritto al ritorno

1 giugno 2011 3 commenti

Nel campo profughi più grande di Betlemme, nel cuore della West Bank, ci si prepara alla commemorazione della Naksa. “Una casa a Deisha è come una tenda in Libano”, dicono i rifugiati del 1948. L’obiettivo è scuotere la leadership palestinese e riportare il diritto al ritorno al centro della lotta.

DI EMMA MANCINI, Nena News

Deisha Camp (Betlemme), 1 giugno 2011, Nena News – “Erano anni che la Nakba non veniva celebrata con un tale movimento di popolo. Il 5 giugno, anniversario dellaNaksa, faremo lo stesso”. L’annuncio di nuove marce e manifestazioni per il diritto al ritorno arriva dalle parole di Mohend, giovane del campo profughi di Deisha, a Betlemme. Nel cuore della Cisgiordania, come in Libano e Siria, i rifugiati palestinesi si preparano ad una nuova mobilitazione.

Se a Nord sono previste marce simili a quelle dello scorso 15 maggio, in West Bank pare tirare la stessa aria. La voce corre tra i 15mila profughi di Deisha, che promettono di fare la loro parte: “Sappiamo che il 5 giugno 2011 non torneremo nelle nostre case – dice Khalil, 23enne nato e cresciuto tra le strade strette di Deisha – ma è l’inizio della nostra lotta. Non libereremo la Palestina con qualche manifestazione, ma potremo ritrovare l’unità perduta. I morti alla frontiera hanno rappresentato tutto questo: la ritrovata voglia di lottare insieme, dentro e fuori la Palestina storica. Si tratta di atti puramente simbolici, ma di una forza estrema: dimostriamo al mondo che i palestinesi che lottano per la liberazione non sono solo quattro milioni e mezzo. Sono quattordici milioni”.

Foto di Valentina Perniciaro _nei dintorni del camp profughi di Dheishe_

Per  domenica si attendono marce verso i confini del 1967 ed oltre, la Linea Verde è l’obiettivo. Da Qalandiya ad Al Walaje, i comitati popolari stanno raccogliendo adesioni via web e durante incontri pubblici. In mancanza di una leadership forte, il popolo si “arrangia” e manda messaggi chiari al governo di Ramallah: il diritto al ritorno è il cuore del conflitto. “I danni peggiori alla causa palestinese sono stati inferti dalla debolezza della nostra leadership – attacca Khalil –. Troppe fazioni, troppa divisione e l’incapacità di capire i bisogni della gente. La maggiorparte dei membri dell’Autorità Palestinese hanno studiato all’estero per anni, alcuni hanno un’altra cittadinanza. Nessuno di loro è un rifugiato. Non ci rappresentano più”.
Difatti, alcune statistiche ufficiose danno al 50% la quota di palestinesi che ormai non si riconosce in alcun partito politico. “Nella Prima Intifada c’erano dei leader locali rispettati e carismatici – riprende Mohend – mentre oggi i leader della PA sono lontanissimi dai sentimenti popolari. E il problema è anche la mancanza di una strategia a lungo termine che includa il diritto al ritorno”.

Il campo profughi di Deisha

Un diritto che pare vivere della stessa speranza sia in Libano, Siria e Giordania che nei campi profughi della West Bank. Un anziano seduto fuori da una minuscola drogheria dice che una casa a Deisha è uguale ad una tenda in Libano, nessuna differenza. Quello che manca è la patria, una patria spesso sognata, immaginata, idealizzata all’estremo e concretizzata nella chiave della vecchia casa in Palestina. II sentimento è tanto forte, ci spiegano, anche perché all’estero è impossibile vivere una vita normale, integrarsi in un’altra società araba. “Qualche tempo fa sono stato in Libano – racconta Moeaed – in un campo profughi palestinese. Assomigliava moltissimo a Deisha, con le sue case ammassate e le strade strettissime. Ma le case sono di legno e alluminio e non c’è alcuna integrazione con la popolazione libanese. I palestinesi non possono sposare donne arabe, non possono uscire con la propria auto dal campo e per legge non possono svolgere 83 professioni, come l’avvocato o l’insegnante. Possono fare solo i muratori, o poco più”.

Foto di Valentina Perniciaro _gli sguardi di Dheishe_

Stesso dicasi per la Giordania: i palestinesi, oltre il 60% della popolazione, non possono servire nell’esercito né svolgere incarichi nella pubblica amministrazione. Ma le rivoluzioni del mondo arabo e l’accordo di unità nazionale tra Hamas e Fatah ha ridato qualche speranza alla gente di Deisha: “Se è caduto Mubarak, se è caduto Ben Ali, significa che c’è una possibilità anche per i rifugiati – sorride Samer –. È stato emozionante vederne qualcuno passare la frontiera con il Libano. Un’immagine che ha dato più forza di andare avanti di qualsiasi negoziato o processo di pace. Ma che razza di negoziato può essere quello tra PA e Israele? È una resa e infatti non si parla mai di rifugiati. E intanto, noi a Deisha affrontiamo quotidianamente gli stessi problemi: acqua, elettricità, mancanza di scuole, di spazio per vivere una vita normale, per parcheggiare l’auto o piantare un albero”.
Una leadership lontana anni luce dalla quotidianità della gente come spiega Naji Owdah, direttore del Phoenix Center di Deisha, centro che regala a uomini, donne e bambini del campo progetti teatrali, laboratori di pittura e musica, libri, film, workshop. “Quello che temo di più non è tanto la reazione dell’esercito israeliano – spiega Owdah – quanto il tentativo dell’Autorità Palestinese di bloccare le manifestazioni sul nascere. È successo spesso negli ultimi tempi: i militari palestinesi sono stati mandati a fermare le marce pacifiche dei giovani verso il checkpoint. Sicuramente accadrà ancora”. A guidare la mano della PA è la paura di perdere il poco consenso rimasto o il controllo di simili manifestazioni di volontà popolare. “Il nostro nemico è Israele, non la PA, non Hamas o Fatah – continua Naji – I nostri leader devono capire che il popolo non cerca il conflitto con loro, ma vuole solo sostegno alle proprie battaglie. Ma se la PA continuerà a ostacolare le nostre azioni, arriveremo davvero alla rottura”.

Sarà difficile per i rifugiati che dopo anni sono scesi di nuovo in strada accettare una nuova resa: “Come popolo non abbiamo un’agenda politica – conclude – ma una cosa è certa: la Palestina non accetterà mai la soluzione dei due Stati, perché significherebbe abbandonare la lotta per il ritorno dei rifugiati. Marceremo ancora per fare pressione sulla nostra leadership”.

Egitto: attaccati i manifestanti. Il vecchio regime va a gonfie vele…

15 Maggio 2011 1 commento

Cavolo. Come si innervosisce facile questa polizia egiziana. Eppure non è stata così rapida nell’intervenire ad Imbaba, qualche giorno fa, in quel delirio interreligioso che ha fatto una manciata di morti. In tarda serata, oggi, un fittissimo lancio di lacrimogeni,praticamente tutti a colpire sul corpo dei manifestanti che presidiavano l’ambasciata israeliana, nel giorno della Nakba, e dell’uccisione di 10 persone, tra i diversi confini “violati” d’Israele (la Palestina occupata da Gaza, Libano e Giordania, e le Alture del Golan occupate). Nessun movimento brusco, nessuna provocazione od assalto, la piazza è stata attaccata improvvisamente: alla nostra mezzanotte si contano già 25 persone ferite e un ragazzo in fin di vita.
La quantità di manifestanti, da quel che batte la rete in modo frenetico è in continuo aumento, in un’atmosfera che in molti descrivono simile a quella di Tahrir, che visto il livello di repressione stasera sembra essere più che lontana. Il regime di Mubarak è solido al suo posto…per la liberazione c’è molto da fare ancora popolo di piazza Tahrir…

Daraa, Siria: guardate questo video

15 Maggio 2011 1 commento

Questo video gira da pochi minuti in rete e sta rimbalzando sui social network.
Non ha una data precisa, è stato girato a Daraa, la città siriana dove è iniziata la rivolta e dove la repressione delle forze di sicurezza ha colpito maggiormente, con il reggimento manovrato direttamente dal fratello del presidente.
Questo è quel che accade da un po’. Il video è duro, molto, ma questo è ed altre parole non riesco a trovarne

Siria: la lunga fila dei desaparecidos

10 Maggio 2011 4 commenti

Uno non sa più dove partire per raccontare quel che accade nel mio pezzo di Mesopotamia, il regime si muove con passo sempre più pesante per calpestare ogni barlume di dissidenza in quelle strade. La cosa che più mette paura, più dell’assedio con i tanks di molte città, più del massiccio uso dei cecchini che aprono teste come noci di cocco, la cosa che più spaventa sono i rastrellamenti.L’altra notte un po’ tutto il paese è calato nel terrore:

Quando i fornai sceglievano Bashar come protettore dei sogni _Damasco qualche anno fa, foto di Valentina Perniciaro_

in molte, troppe città, le forze di sicurezza sono passate al kidnapping: centinaia di case rastrellate, decine d’attivisti portati via, presi dal letto, dai reparti d’ospedale, dai bar o dagli internet caffè. Si sparisce con una facilità impressionante: i numeri, sicuramente non corretti, parlano di 800 morti ma soprattutto di 10.000 persone che son semplicemente scomparse, desaparecide.
Probabilmente torturate in qualche scantinato sperduto nel deserto.

Poi c’è l’altro lato della medaglia: quello che vede una continua richiesta di intervento internazionale sul regime siriane, richiesta tritata dagli stessi attivisti, dalle stesse pagine che chiamano alle mobilitazioni continue. Intervento internazionale in Siria? E come? Con sanzioni o bombe?
Niente di peggio…spero sia solo un incubo che mai si presenterà…
Per ora l’Unione Europea è passata all’embargo di alcuni uomini di regime: oggi è partito ufficialmente il congelamento dei beni di chi è “ritenuto responsabile della repressione violenta contro la popolazione civile”. Tredici persone, tra cui spicca Maher, fratello minore del presidente, noto boia, che in questi giorni ha conquistato molti tristi primati con gli ordini che ha impartito.

Però, in piazza si muore e si scompare.
Ogni giorno di più!

Finito, per modo di dire, l’assedio di Daraa e Banias, è iniziato quello di Muaamadia, quartiere periferico di Damasco, di Homs e di alcuni villaggi dell’Hauran…

Siria: state dalla parte dei cecchini? via da qui allora!!

6 Maggio 2011 8 commenti

La giornata della sfida, questo venerdì era stato battezzato così dai manifestanti siriani che in massa si son riversati nelle strade delle città di buona parte del paese. Ieri gli studenti scandivano uno slogan nuovo, agghiacciante, di “sfida” ai cecchini.
“Eccoci qua, non ci spostiamo di un passo, questo è il nostro collo, questa la nostra fronte: SPARATE PURE!”

Ma questo sta avvendendo. I carri armati, che lentamente si stavano allontanando dalla città “flashpoint” (st’inglesi ogni tanto coniano parole geniali) di Daraa, ora occupano il centro di Homs e di Hama, le città che meglio di tutte conoscono la repressione e lo sterminio mandato avanti dal partito Baath, visto le migliaia di morti degli anni ’80, seguiti alla rivolta della fratellanza musulmana, estirpata con i bombardamenti. Homs dicevamo, ma anche le periferie settentrionali di Damasco, anche i dintorni beduini di Daraa, anche Lattakia in gran parte alawita.
Elettricità e telefoni sono staccati ad Homs, Zabadani, Madaya, Hama, nelle periferie di Damasco, Latakia, Banyas…

Ancora a parlare di ingerenze occidentali qui, di Mossad, di infiltrazioni: ma vaffanculo, stateci da soli dalla parte dei cecchini.

Siria: rastrellamenti a tappeto

5 Maggio 2011 Lascia un commento

Qualche ora che questo blog non riesce a seguire la sua amata Siria,
martoriata dalla repressione e dalle campagne internazionali a favore o contro la popolazione in lotta.
Una rivolta che appare sovradeterminata da influenze straniere, così come lo stesso regime

Foto di Valentina Perniciaro _failed in love for Dimashq_

ci racconta, ma che non può che vederci dalla sua parte.
Cecchini e carri armati, rastrellamenti e scomparse non possono che essere nemici,  io sto dalla parte di chi è per la strada davanti al piombo di Stato, anche se quello Stato è antisionista o utile a mantenere determinati rapporti di forza in Medioriente e sullo scacchiere libano-palestinese.
Mi importa poco.
Mi importa di centinaia di uccisi. Mi importa della gente di Siria, che mai ho smesso di amare dal profondo della mia carne.

Le ultime notizie ci raccontano di un parziale ritiro dalla città meridionale di Daraa, capoluogo dell’Hauran, luogo di esplosione e propagazione della protesta che da un paio di mesi investe il paese, annunciato direttamente dal generale Riad Haddad (un cognome che fa venire i brividi per chi ha reminiscenze libanesi).
La repressione però galoppa: stanotte centinaia di soldati siriani in tenuta da combattimento,  sono entrati nel sobborgo damasceno di Saqba, facendo irruzioni in molte case.
Il risultato per ora sembra essere si un rastrellamento che ha portato  via, in una manciata di ore, circa trecento persone.
Homs, ma non trovo conferme ufficiali, sembra essere completamente circondata dall’esercito: Aleppo scenderà in piazza oggi,  dopo che il corteo studentesco di ieri è stato violentemente represso.
Qalby fy surya

Territori occupati palestinesi: retate e arresti a Silwan, incursioni di coloni a Hawara

3 Maggio 2011 2 commenti

L’occupazione militare israeliana non si arresta mai nei suoi meccanismi multipli di repressione: da un lato le infinite ed noni presenti operazioni militari o gli arresti della polizia militare israeliana (come anche palestinese purtroppo), da un lato le azioni dei coloni, il lato più facinoroso, xenofobo e genocitario della società israeliana.Solo nelle ultime ore i Territori Occupati sono stati colpiti su diversi fronti, mentre Hamas e Fatah siglavano il loro accordo al Cairo e il mondo parla dell’ennesima e forse definitiva morte del n.1 della mostruosità planetaria (! bella battaglia ultimamente!) Silwan, quartiere arabo di Gerusalemme vedeva l’ennesima incursione dell’esercito. Sei arresti da quel che si dice per ora, cinque ragazzi e Suad al-Shoukhi, una ragazza di 24 anni, portata via dagli ufficiali israeliani “per un interrogatorio”. Suad è stata rilasciata due anni da da un’interrogatorio durato 18 mesi di detenzione amministrativa, per gli scontri avvenuti in quella zona tra abitanti palestinesi e le formazioni israeliane di estrema destra che hanno focalizzato le loro azioni in quel quartiere, prossimo alla città vecchia.

Altra bella notizia del giorno viene da poco distante, nella cittadina palestinese di Hawara, che questa mattina ha trovato il villaggio cosparso di scritte xenofobe contro arabi e musulmani e una moschea interna ad una scuola data alle fiamme.
Il villaggio di Hawara si trova nella zona meridionale della provincia di Nablus, circondata da 39 insediamenti.

Siria: l’assedio di Daraa peggiora

30 aprile 2011 Lascia un commento

Il border Siria-Giordania continua ad essere chiuso ermeticamente.
La popolazione, che in massa ha tentato di raggiungere il Libano tra ieri
e l’altroieri, non può muoversi liberamente verso il meridione mesopotamico.

La prima pagina del sito del governo siriano, hackerato ieri 😉

Oggi ad Al-Ramtha, città giordania situata proprio sul confine, s’è tenuta una massiccia manifestazione di solidarietà nei confronti dei cittadini siriani e soprattutto per gli abitanti della città di Daraa, ormai sotto assedio militare da tempo.
Scontri anche interni all’esercito si sono effettuati in questa città a maggioranza drusa: il quarto reggimento è giunto in tutta rapidità da Damasco per cannoneggiare i “colleghi”del quinto, che in massa s’erano rifiutati di sparare e cannoneggiare contro i manifestanti o le abitazioni.
Una città tagliata fuori dal mondo, priva di cibo e riserve d’acqua, con un coprifuocopermanente e manifestazioni continue attaccate a colpi di cecchino.
Importante da sottolineare è che la gestione del reggimento che sta cannoneggiando la popolazione dell’Hauran è tutta in mano del fratello del presidente Assad. E’ lui in persona a gestire l’attacco.
Le immagini dei cadaveri ammassati nei corridoi della moschea centrale lasciano senza parole.
Ieri i morti dell’ennesimo venerdì di sangue sono stati 27: centinaia le città scese in piazza e più di 10.000 persone vicino alla moschea Omayyade di Damasco (questa si, una novità).
Oggi, venti nuovi tanks hanno fatto il loro ingresso a Daraa…

ORE 11: diversi testimoni raccontano ad Al-Jazeera che l’esercito sta usando armamenti pesanti contro la popolazione nella città vecchia di Daraa. Nel quartiere di Karak sono già quattro le palazzine colpite e rese inagibili
ORE 13.30: I cannoneggiamenti proseguono pesanti a Daraa, soprattutto nei quartieri circostanti alla Moschea di Omar. Truppe sono state “scaricate” anche dagli elicotteri militari. Circa 300 militari si sono uniti alla popolazione in lotta.
La polizia segreta ha fatto irruzione a casa di Sheikh Ahmad al-Sayasneh, imam della moschea, accusato di essere uno dei fomentatori della rivolta: suo figlio, interrogato per ore, non ha dato comunicazione della sua posizione. Infatti poi è stato ucciso

Aggiornamenti Vik2Gaza dal Convoglio Restiamo Umani

29 aprile 2011 Lascia un commento

Reciviamo e diffondiamo:
Le assemblee organizzative del Convoglio Restiamo Umani [CO.R.UM] si stanno tenendo quotidianamente,  purtroppo la visibilità è rallentata da problemi tecnici con il sito ufficiale vik2gaza.org che resterà in ogni caso l’unico punto di riferimento.
La tempistica ci obbliga a diffondere via mail e attraverso blog e siti affini le seguenti informazioni pratiche e i seguenti aggiornamenti:
Se vuoi partecipare al Convoglio Restiamo Umani, comunica la tua volontà di aderire all’indirizzo mail vik2gaza@autistici.org entro lunedì 2 maggio 2001 esplicitando le seguenti informazioni:
– Precedenti esperienze in Palestina
– Appartenenza ad associazioni, realtà, collettivi
– Il motivo per il quale hai scelto di partecipare
– Competenze o conoscenze

Date del Convoglio Restiamo Umani: 11 maggio 2011 – 18 maggio 2011
Incontro al Cairo: la sera dell’11 maggio. L’appuntamento verrà comunicato unicamente ai/alle partecipanti.
Lasceremo il Cairo la mattina del 12 davvero molto presto, per entrare a Gaza da Rafah lo stesso giorno.
Torneremo indietro, passando da Rafah il 17 maggio, per arrivare al Cairo il 18 maggio.

Inoltre, entro le ore 14.00 di lunedì 2 maggio, per partecipare devi inviare a vik2gaza@autistici.org la seguente documentazione per l’adesione:
– oggetto della mail specifica la parola: “passaporto”
– Nome, cognome e data di nascita
– Il numero del passaporto, la data di scadenza ( la quale validità deve essere di almeno 6 mesi dopo la data del ritorno)
– La fotocopia delle prime 4 pagine del passaporto, possibilmente in formato pdf

Tutti questi elementi sono indispensabili per comunicare la lista dei/delle partecipanti all’ambasciata al Cairo e ottenere il coordination pass per l’ingresso a Gaza.
Stiamo consigliando di cercare immediatamente dei voli economici e qualcuno/a ha già scelto di comprare il biglietto individualmente ma allo stesso tempo ci stiamo informando per segnalare e confermare dei voli in due principali città: Roma e Milano.
Le indicazioni che vi stiamo dando riguardano la partecipazione dall’Italia perchè faremo la comunicazione di tutta la lista dei partecipanti all’ambasciata italiana al Cairo nella giornata di lunedì 2 maggio.
Il CO.R.UM si preoccuperà di dare conferma immediata alla richiesta di adesione.

CHI SIAMO

Il COnvoglio Restiamo UMani nasce da singoli, associazioni e movimenti da sempre vicini alla popolazione palestinese, come reazione necessaria all’uccisione di Vittorio Arrigoni.
Nei primi momenti abbiamo scelto di ricordare Vittorio ognuno a suo modo, raccontando chi era, cosa faceva e cosa lo aveva spinto a vivere per anni nella prigione a cielo aperto che è la Striscia di Gaza.
L’idea del convoglio prende forma da un senso di vuoto e impotenza che si è trasformato in una risposta collettiva, determinata, organizzata dal basso: tornare a Gaza.
Il sogno di Vittorio è anche il nostro sogno.
Dare voce a Gaza, soffocata dall’assedio e dal silenzio internazionale.
Riportare a Gaza Vittorio attraverso le idee che ispiravano il suo agire quotidiano.
E che sono anche le nostre.
“E alla fine sono tornato.
Non sazio del silenzio d’assenzio di una felicità incolta
accollata come un cerotto mal riposto su di una bocca che urla.”
Vittorio Arrigoni, Gaza 25 dicembre 2008

OBIETTIVI

Essere a Gaza il 15 maggio a un mese dall’assassinio di Vittorio Arrigoni nell’anniversario della Nakba, passando dal valico di Rafah.
Perché vogliamo gridare forte e chiaro quello che la voce di Vittorio ci ha detto tante volte: Restiamo Umani!
Per ribadire che la solidarietà internazionale verso la popolazione palestinese non può essere fermata.
Per dare nuove energie e continuità al lavoro di informazione indipendente che Vittorio, insieme agli uomini e alle donne palestinesi, stava portando avanti da una Gaza sotto assedio.
Per sostenere la popolazione palestinese e i giovani che lottano quotidianamente per la liberazione dall’occupazione israeliana.

COSTI

Per coprire le spese dei documenti necessari, per i trasporti, il vitto e il pernottamento si prevede una spesa complessiva di circa 250 Euro. Speriamo di poter ridurre questa cifra il piu’ possibile.
Sono già in calendario, e inizieranno da oggi, le iniziative di autofinanziamento per gli obiettivi del convoglio.
Il costo del viaggio fino al Cairo e’ escluso da questa cifra, cambiando notevolmente a seconda del paese di provenienza.

COME PARTECIPARE
Si dovranno soddisfare delle condizioni minime per poter partecipare al CO.R.UM., questo è necessario per garantire la sicurezza e la riuscita del convoglio.

CONTATTI PER L’ITALIA
e-mail : vik2gaza[at]autistici[.]org
phone : 0039.333.3666713

DONAZIONI

Se vuoi contribuire economicamente ai progetti che verranno sostenuti da CO.R.UM. sia durante la permanenza a Gaza che successivamente, puoi fare una donazione sul seguente conto:
NAME: Giovanni Lisi
BIC: BAECIT2B
IBAN: IT 94 k 03127 03241 0000000001237

Rivolta in Siria: Hezbollah si schiera con i carriarmati

28 aprile 2011 6 commenti

Hassan Nasrallah, carismatico e geniale leader del partito armato sciita Hezbollah, ha taciuto per molti giorni mentre piazza Tahrir con la sua determinazione cacciava a calci in culo Hosni Mubarak dopo trentanni di indiscusso potere. C’ha messo tanto, Nasrallah, a prender parola, lui che della parola è esperto maestro: ha impiegato molto tempo ed ha avuto anche diversi problemi nello spiegare il motivo di tutta questa attesa.
Le masse islamiche partecipanti alle piazze rivoluzionarie lo hanno atteso per molto, con infinita aspettativa; volevano la sua legittimazione, volevano che strizzasse l’occhiolino a loro, lui che tante volte era riuscito a far tremare addirittura l’invincibile esercito israeliano. Ha atteso ma alla fine s’è schierato, con un certo imbarazzo ma alla fine ha detto faccia alle telecamere che desiderava anche lui, per le masse di giovani arabi musulmani e non, uno slancio democratico che cacciasse via i vecchi mostri torturatori detentori del potere.
L’ha fatto per la Tunisia, ma solo dopo che i fatti egiziano travolgessero il presente. Ora, con la Siria e i suoi carriarmati schierati; ora che è Bashar al-Assad a sparare sulla gente e tenere le redini del potere, ora che sono i siriani a provare ad alzare la testa e riappropriarsi di un po’ di libertà, il “partito di Dio” corre a stringersi a coorte.
Sostegno totale al partito Baath, sostegno totale alle forze di sicurezza siriane, sostegno a chi spara e assedia le città: la televisione al-Manar oggi è riuscita anche a dichiarare che l’esercito e i cingolati sono arrivati su esplicita richiesta della popolazione nelle mani di frange estremiste che gestiscono la rivolta. Un delirio.

Per quanto riguarda le strade siriane.. i morti non si contano ormai più e le notizie sono sempre più allarmanti da diversi punti del paese, soprattutto in vista di domani, un venerdì che sarà l’ennesimo bagno di sangue. I confini con Giordania e Libano son serrati. A Daraa, la città in stato d’assedio da giorni, il quarto reggimento arrivato in tutta fretta da Damasco ha iniziato uno scontro a fuoco contro il quinto reggimento, in cui molti nei giorni scorsi hanno disobbedito all’ordine di sparare sulla popolazione. 

25 APRILE? LIBERAZIONE?

25 aprile 2011 Lascia un commento

A Vik, tornato a casa dalla sua amata Palestina

24 aprile 2011 7 commenti

Operazione "piombo fuso"

Oggi pensavo che mi piacerebbe assaggiare la terra come la assaggiano i musulmani, quando muoiono.
Oggi pensavo che vorrei esser cremata, questo si, che vorrei diventare un nulla, ma che probabilmente in questo modo toglierei la “gioia” ai miei figli di potermi augurare una terra lieve, come sepoltura.
E allora ho pensato che i musulmani in questo son più fortunati: solo un lenzuolo e poi, faccia a terra, si lasciano abbracciare dalla grande mamma, riempire ogni buco, tappare ogni sospiro proprio dalla terra, filtrata solo da un po’ di stoffa.
Bello, mi mette un senso di relax pensarlo, un senso di totale appartenenza alla vita stessa.

Pensieri che facevo proprio oggi, pensando al tuo corpo che iniziava ad assaggiarla questa terra perenne.
E tu Vik? Chissà come volevi entrare nel suolo, chissà come immaginavi la tua morte che così tante volte hai sfiorato, andando a “ballare il rock ‘n roll” -come dicevi tu – quando salivi sulle ambulanze palestinesi, durante i bombardamenti della Striscia di Gaza.
Sei morto a casa tua, malgrado quella vera il tuo corpo l’ha rivista solo ora.
Sei morto a casa tua, tra la gente che avevi scelto come famiglia, questo è il solo pensiero che rende tutto ciò meno straziante.
Il peggiore dei pensieri è che la mano che ti ha ucciso, quella che ha stretto a morte il tuo respiro, è palestinese.
Io penso fermamente che il colpevole, il solo colpevole reale della tua morte sia l’occupazione militare e il sionismo;
penso fermamente che le responsabilità siano israeliane di quel che accade dentro quel carcere che è Gaza, ma non riesco a darmi pace un secondo nel pensare che i tuoi assassini parlavano la lingua che tanto amo.
Ciao Vik, che la terra ti sia lieve.

Non fiori per Vittorio, ma donazioni per la Palestina: richiesta dalla famiglia Arrigoni

23 aprile 2011 1 commento

La famigliia di Vittorio avrebbe piacere che gli amici e i compagni di Vik non inviassero fiori ma donazioni per la Palestina sul seguente conto, riportando nella causale che si tratta di un contributo per la causa palestinese.
Successivamente la famiglia deciderà a quali progetti saranno devolute le donazioni pervenute.
La famiglia di Vittorio ci tiene a sottolineare che questo è solo un suggerimento ma che ognuno ovviamente può omaggiare Vittorio nel modo che ritiene più opportuno.
Di seguito le COORDINATE:

  • Iban      IT16Y0542851000000000000791
  • BIC        BEPOIT21
  • Intestato ad Egidia Beretta
  • Banca Popolare di Bergamo Filiale di bulciago

Restiamo Umani. Stay Human.

Vittorio’s family would invite friends and comrades of Vik not to send flowers but donations on the following account to support Palestine, reporting in the Payment Reason that it’s a contribution to the Palestinian cause. Afterwards Vik’s family will decide which projects want to fund.
Vittorio’s family would like to underline this is just a suggestion but of course everyone can pay homage to Vik as he thinks proper.
BANK DETAILS as follows:

  • IBAN NO            IT16Y0542851000000000000791
  • SWIFT NO         BEPOIT21
  • HOLDER            Egidia Beretta
  • BANK NAME      Banca Popolare di Bergamo Branch of Bulciago

Restiamo Umani. Stay Human.

Siria: 23 aprile, in costante aggiornamento

23 aprile 2011 1 commento

Mentre più di 150 pulmann escono dalla città di Daraa per andare a portare omaggio ai corpi degli uccisi di ieri, mettiamo un resoconto parziale delle vittime pubblicato da Al-Jazeera. Le organizzazioni per i diritti umani del paese parlano di 103 uccisi: tra le vittime di ieri si registrano anche diversi bambini.
Homs: 21 – Bab Amr in Homs: 3 – Teldo in Homs: 1 – Damascus: 3 – Kaboon: 4
Madamia in Rif Dimashq: 9 – Zamalka in Rif Dimashq: 3 – Jobar in Damascus: 2
Darayya in Damascus: 4 – Harasta in Rif Dimashq: 5 – Duma in Rif Dimashq :  5
Al Hajjar Al Aswad in Rif Dimashq: 4 – Ezra in Daraa: 32 – Al Herak in Daraa: 1
Hama: 5 – Latakiya: 1
Qui in continuo aggiornamento i nomi e le età.

Alle nostre 13 arriva la notizia di molte gambizzazioni effettuate da diversi cecchini contro i cortei funebri, soprattutto nel quartiere suburbano di Duma, a pochi passi dalla capitale. Le vittime di questo cecchinaggio sui funerali sono già tre: i cecchini sembrano essere posizionati sui palazzi del partito Baath.

14:00 Quando le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco contro il funerale di Duma erano circa 50.000 i manifestanti che avevano davanti. Le ultime notizie mutano il bilancio a 7 morti, tutti come sempre completamente disarmati e colpiti a distanza da cecchini.
14.15: imposto coprifuoco nel sobborgo damasceno di Barze. I reparti dei servizi di sicurezza impediscono alla popolazione di uscire di casa.
Ci aggiorniamo più tardi

Siria: il “grande venerdì”, il più sanguinoso

22 aprile 2011 Lascia un commento

Doveva essere il “grande venerdì”, quello dove tutta la popolazione, di tutte le confessioni religiose e le etnie avrebbe dimostrato contro il regime di Assad e del partito Baath. Una mattanza… il fitto lancio di lacrimogeni che ha investito tutte le piazze siriane, da Damasco all’estremo nord est kurdo di Qamishli, è stato quasi immediatamente sostituito dagli spari delle forze di sicurezza sui manifestanti.
Spari per uccidere, spari per lasciare a terra quanti più morti possibile: 74 sembra essere il numero ufficiale definitivo.
Mai fino a questo momento c’era stato un simile bilancio nelle piazze siriane, mai nemmeno una folla simile aveva invaso così tante città contemporaneamente.
Le zone più calde, e quindi col più alto numero di assassinati, sono sempre le solite: la regione di Homs, quella dell’Hauran da dove tutto è iniziato, e il kurdistan… ma oggi i cortei erano ovunque, dalle città contadine a Deir ez-zour, persa nella mesopotamia desertica, sulle sponde dell’Eufrate.

Per quanto riguarda l’Hauran, dove da Daraa tutto è iniziato qualche settimana fa, è la cittadina di Izraa oggi quella il cui nome salta da un’agenzia all’altra: 20 morti sono arrivati in spalla ad altri all’interno della moschea principale, dove in tanti donavano il sangue. I video che circolano a centinaia in rete raccontano una Siria sconosciuta fino a questo momento ai nostri occhi.
La televisione di stato ha ignorato per l’intera giornata la fila di corpi che si ammassavano nei vari cortei; comunicavano invece che il buon governo Assad sta lavorando sodo per togliere definitivamente ogni traccia delle leggi speciali dando la possibilità di manifestare previo richiesta di autorizzazione al ministero degli interni. Insomma, 70 morti e passa…per una mancata richiesta d’autorizzazione.
Per la prima volta era una piazza chiamata non solo dal tam tam telematico e non ma un comunicato a firma dei “comitati locali per il coordinamento” chiedeva di scendere in piazza e sfidare i divieti per chiedere la liberazione di tutti i prigionieri politici e lo smantellamento dell’attuale apparato di sicurezza. Per la prima volta una sigla trasversale, un tentativo di organizzazione, che porta la firma di numerose teste straniere o comunque residenti fuori dal paese.
Mentre si dibatte su chi manovra questa massa siriana anti-regime, decine di persone vengono uccise dal regime in un crescendo sempre più preoccupante.

[Manifestanti di Deir ez-zour abbattono una statua di Assad]

Israele e l’odio contro i rifugiati africani

14 aprile 2011 2 commenti

Una storia interrante pubblicata su Al-Jazeera english, a firma Mya Guarnieri, giornalista della testata residente a Tel Aviv.
Una zoommata sullo stato di Israele che lascia da parte il conflitto arabo-israeliano e racconta
una storia diversa, che non parla nè ebraico nè arabo, ma una miriade di dialetti africani,
che all’interno del territorio israeliano cercavano rifugio.
Molti provenienti dal Sudan, raccontano il dramma della fuga dalla guerra e dai massacri, spesso giovanissim@
raccontano ad Al-Jazeera come erano rimasti stupefatti dell’accoglienza israeliana, rispetto a quella ricevuta
in altri paesi, come l’Egitto.
Ma era il lontano 1999 e le cose sono di molto cambiate per questa numerosa comunità di rifugiati,
con base nel sud del paese, intorno alla città di Eilat, sbocco sul Mar Rosso dello stato d’Israele.
I bambini sono stati tagliati fuori dalla scuola comunale; il municipio di Eilat ha esposto decine di bandiere rosse
Come parte di una campagna di aperta ostilità nei confronti degli africani presenti, campagna finanziata
con fondi pubblici e richiesta dai dipendenti statali.
La campagna ha il simpatico nome “Proteggiamo le nosre case”, a sottolineare ancora una volta lo stampino xenofobo di quello stato,
non solo contro il “nemico arabo”.
La situazione ad Eilat sta rapidamente degenerando con un aumento delle organizzazioni che tentano di negare le motivazioni per cui i rifugiati ottengono il diritto d’asilo
o di accusarli di essere affiliati di al-Qaeda o Hamas che si infiltrano nel paese.
Nell’intervistare alcuni esponenti di queste organizzazioni xenofobe, la giornalista chiede se non siano
a stampo razzista, la risposta che riceve sarebbe divertente, se non fosse una tragedia che scontano sulla pelle troppe persone:
“non possiamo essere razzisti, siamo ebrei”.
Nel frattempo però le donne e gli uomini rifugiati vengono spesso insultati o picchiati per strada,
le  bandiere rosse scelte come simbolo di quest’ennesima pagina xenofoba e razzista d’Israele sono in continuo aumento e il sospetto
che un sentimento simile dilaghi nel paese è più che fondata.”VIa da casa nostra”, “Deportate 200.000 clandestini lontani da qui”…una pagina di xenofobia che
il popolo d’Israele poteva risparmiarsi…ma ci siamo abituati.

Siria: donne a bloccar autostrade

13 aprile 2011 2 commenti

Una  giornata di lotta interamente al femminile quella di oggi in Siria.

Foto di Valentina Perniciaro _Aleppo e le sue donne rosse_

La prima località è stata Baida, piccolo villaggio a qualche decina di kilometri da Banias, cittadina costiera. Dalla mattinata quasi cinquecento donne sono scese in strada chiedendo la scarcerazione dei loro compagni, figli e mariti, arrestati dalle forze governative durante le precedenti manifestazioni, che in quella zona sono state forti e hanno visto cadere a terra decine di persone.
Dopo un paio d’ore dall’inizio della mobilitazione si sono spostate sull’autostrada che porta a Latakia e poi al confine turco, bloccandola. ” Le donne di Baida stanno bloccando l’autostrada, vogliono indietro i loro uomini” è stato il lancio dell’Osservatorio siriano per i diritti umani. In queste settimane, nel solo villaggio che oggi manifestava, sono stati arrestati 200 residenti e due persone sono rimaste uccise durante gli scontri.
Dall’inizio delle proteste contro il presidente Bashar al-Assad e tutto il potere che detiene nelle mani, i morti ufficiali sono duecento: il governo continua a bombardare la popolazione dicendo che il tutto è opera di “infiltrati” provenienti dall’estero che vogliono destabilizzare il potere.

Centinaia di altri ” infiltrati”, in gran parte studenti, hanno invece manifestato nella città settentrionale di Aleppo, seconda per importanza e numero di abitanti nel paese. Nel campus che circonda la facoltà di lettere studenti e forze di sicurezza si sono scontrati per molto tempo, prima che i gas disperdessero tutto: si parla di soli quattro arresti, almeno sulla stampa ma molte testimonianze parlano di pestaggi selvaggi portati avanti da agenti in borghese. A cui dopo poco si son aggiunti dei “civili”, sostenitori del regime. Le manifestanti fermate sono state rilasciate poco dopo.

Anche l’università di Damasco ha vissuto diversi momenti di mobilitazione in giornata.

Siria: il bagno di sangue

8 aprile 2011 Lascia un commento

Più di venti morti, sempre a Daraa, nel meridione siriano, la prima città entrata in scontro con il governo e le forze di sicurezza.
Sono già 22 i cadaveri arrivati alla morgue di Daraa ma la televisione di Stato non ne nomina nemmeno uno…parla invece, probabilmente gonfiando la notizia, di 19 poliziotti rimasti uccisi dopo scontri con “uomini armati”, sempre nella cara Daraa, e un paramedico. Dei due medici però, giustiziati mentre prestavano soccorso ai manifestanti feriti, tutto tace.

Foto di Valentina Perniciaro _Kalashnikov e Golan_

Ennesimo venerdì che lascia a terra una scia di sangue incredibile in Siria, mentre la popolazione manifesta contro il potere di Bashar al-Assad: anche oggi, all’uscita dalle moschee dopo la preghiera di mezzogiorno, le manifestazioni hanno riempito le strade di decine di città del paese.

Cortei e purtroppo anche qualche corpo a terra sono stati registrati a Homs ed Hama (a meno di 40 km di distanza l’una dall’altra): forte l’uso di lacrimogeni e gas asfissianti da parte dei reparti di sicurezza, ma anche il piombo non è mancato visto che gli attivisti ci parlano di cinque morti anche lì. Alcuni palazzi governativi sono stati assaltati e una stazione di polizia è stata data alle fiamme.
Hama non scende in piazza facilmente, ma oggi più di duemila persone hanno urlato per le strade ricostruite di quella città rasa al suolo nel 1982 dal governo, per reprimere una rivolta guidata dai Fratelli Musulmani. Fecero circa ventimila morti, bombardando con l’aviazione tutto il centro città e i presunti punti di ritrovo dei Fratelli Musulmani, che da qualche anno guidavano una rivolta nella zona.

Damasco è esplosa nelle sue periferie e nei suoi dintorni, mentre il centro rimane stretto attorno al potere: le zone di Kfar Suse, Daraya, Harasta e Duma hanno combattuto non poco durante l’arco della giornata con un numero di feriti e vittime ancora non chiaro.
Oltre alle città dell’entroterra siriano è sceso in piazza anche la popolazione kurda presente nel paese sia ad Hasake che a Qamishli e Amuda.
Interessanti queste manifestazioni kurde, arrivate proprio mentre il presidente (nel tentare di placare gli animi con una carrellata di riforme) annunciava proprio la loro naturalizzazione: gli slogan che risuonavano oggi per le strade del kurdistan siriano parlavano di libertà e non di rivendicazioni etniche, si urlava che non esistono kurdi e drusi, arabi e armeni, ma che il popolo siriano è uno e vuole essere libero.
Forse una reazione simile Bashar non se l’aspettava proprio… in piazza anche Tartus, Jabla, Lattakia, Aleppo e così via….ad urlare alle forze di sicurezza “Andate in Golan!”, quello che sarebbe il fronte di guerra più silenzioso del medioriente, da decenni.

Nel video, un bimbo di Daraa

 

5000 prigionieri kurdi in sciopero della fame

8 aprile 2011 1 commento

Cinquemila prigionieri in sciopero della fame per quattro richieste

5000 prigionieri in Turchia,che sono membri del Pkk e della sua sezione iraniana il PJAK ,inizieranno due giorni di sciopero della fame per attirare l’attenzione su quattro richieste.

Facendo un comunicato a nome dei prigionieri, Deniz Kaya ha sottolineato le loro quattro richieste:

Foto di Valentina Perniciaro _la libertà, cammina lontana_

1-Educazione in madrelingua ,il riconoscimento dei diritti di organizzazione e pubblicazione,la rimozione del divieto razzista-assimilazionista sulla lingua kurda;
2-Fine del genocidio politico e militare
3-Il rilascio di tutti i prigionieri politici
4-La rimozione dello sbarramento elettorale del 10% che tiene fuori la nostra gente dalla vita politica

Kaya ha inviato i saluti dei prigionieri politici alle popolazioni kurde che hanno sfilato il 15 Febbraio,durante il Newroz,il 28 Marzo a Newala Qesaba e a Amara e ha continuato:” Come prigionieri, ci accingiamo a prendere il nostro posto accanto al popolo curdo in lotta per i loro diritti, come abbiamo fatto fino ad ora”.
Lo sciopero della fame avra’ inizio il 7 Aprile.

Siria: leggi antiterrorismo in costruzione e rivolte carcerarie…

5 aprile 2011 Lascia un commento

Giornate di fuoco, che non mi lasciano tempo nemmeno di capire cosa accade nella mia amata Siria, così scombussolata dagli eventi da quando alcune città sono scoppiate in movimenti di insorgenza popolare repressi immediatamente nel sangue dalle forze di sicurezza siriane.

Foto di Valentina Perniciaro _La Siria e i suoi cacciatori di monete antiche_

Il presidente sembrava aver giocato di fino, con le dimissioni del governo e la proposta di cancellare le leggi speciali che da 43 anni dominano la scena politica e sociale di quel paese; ha puntato sulla retorica della resistenza al nemico sionista, ha puntato sul carisma di presidente giovane e capace di tenere le redini anche in anni bui e sotto attacco internazionale. Sembrava aver giocato di fino, forte anche di grandi manifestazioni di consenso popolare…
poi di nuovo il piombo, venerdì scorso.  Il venerdì dei martiri, dove la rabbia per i propri morti aveva riempito le strade in modo prettamente pacifico, i cortei sono stati attaccati inaspettatamente, in diverse città, da colpi d’arma da fuoco che hanno lasciato più di venti persone a terra. Altre venti, a cancellare la retorica del giorno prima di Assad… il governo poi comunica a chiare lettere che entro venerdì (altra giornata in cui sono chiamate alla mobilitazione migliaia di persone) sarà pronta una nuova legge terrorismo ispirata ai modelli legislativi di USA, Francia e Gran Bretagna “per assicurare dignità e sicurezza ai cittadini”.

Una delle celle del carcere di Lattakia

Insomma, si tolgono le leggi speciali peggiorandele con una legge antiterrorismo tutta occidentale (nel frattempo è stato anche sospeso il campionato di calcio, per evitare qualunque rassembramento).

A Lattakia, città costiera che dopo la meridionale Daraa ha visto gli scontri più duri con le forze di sicurezza, ieri è scoppiata una rivolta all’interno del carcere. L’agenzia siriana Sana parla di venticinque prigionieri ricoverati, di cui otto morti a seguito delle gravi ustioni riportate a causa dell’incendio appiccato ad alcuni materassi. Da un carcere di cui probabilmente non sapremo mai molto, è stata rilasciata l’attivista Suhair Atassi, che si trovava in regime di detenzione dal 16 marzo, mentre manifestava sotto la sede del ministero degli Interni per il rilascio di altri prigionieri.

 

La detenzione interminabile: storie di donne di Palestina

3 aprile 2011 1 commento

Le autorità giudiziarie israeliane hanno deciso di prorogare la detenzione amministrativa (senz’accusa e rinnovabile ad oltranza) per la prigioniera palestinese Hana Yahya Saber ash-Shalabi, proveniente da Jenin. Per Hana non è il primo episodio di questo tipo: la donna è stata arrestata il 14/09/2009 e, da allora, le autorità israeliane hanno proceduto allo stesso modo. Puntualmente, alla scadenza dei sei mesi, hanno esteso la detenzione amministrativa nei suoi confronti. Attualmente, le prigioniere palestinesi in detenzione amministrativa sono tre: Hana, Kifah ‘Awni Qatash, ‘Aliya’ al-Ja’bari. Decisioni come l’ultima ai danni dei diritti di Hana ash-Shalabi rientrano tra quelle pratiche “legali” di Israele che le prigioniere palestinesi hanno annunciato di voler denunciare attraverso forme di protesta. L’appello è stato lanciato dalle prigioni israeliane di Hasharon e Damon e le azioni si svolgeranno nei prossimi mesi.

Riportiamo dal sito Infopal:

Di fronte al caso di Hana e per ribadire la loro protesta per il rispetto di propri diritti, le detenute palestinesi hanno scritto al ministero palestinese dei Prigionieri chiedendo di intervenire affinché le autorità d’occupazione israeliane sulle quali ricade la competenza per gli affari carcerari garantiscano le visite mediche e forniscano le cure richieste necessarie e permettano alle prigioniere i cui coniugi sono a loro volta detenuti da Israele di incontrarsi. Inoltre richiedono di consentire  alle prigioniere palestinesi di proseguire all’interno delle carceri gli studi universitari, di svolgere gli esami e ricevere regolarmente i libri di testo. Le prigioniere palestinesi chiedono anche il rispetto e una maggiore attenzione per esigenze personali come quella di avere i ricambi di vestiario e calzature. Le richieste continuano per porre fine ai divieti sulle visite dei loro familiari e per pretendere che i militari non assaltino regolarmente le loro celle con ispezioni umilianti. Infine, le prigioniere hanno chiesto al proprio ministero di seguire con particolare attenzione il caso delle compagne detenute nella sezione “Nahshon”, dove le aggressioni da parte degli ufficiali carcerari israeliani e i metodi di umiliazione sono frequenti e si consumano in vari contesti, anche durante il loro trasferimento verso i tribunali.

Fabrizia Falcione,dirigente dei progetti di Unifem, agenzia Onu per i diritti delle donne, intervistata da Infopal racconta che…
La situazione di donne e minori palestinesi nei centri di detenzione israeliani è davvero critica, in termini numerici, perché di fronte alle centinaia di migliaia di prigionieri politici palestinesi maschi, sembrano inesistenti. Tuttavia, la condizione delle prigioniere è peggiore degli uomini: la situazione delle violazioni nei loro confronti, infatti, va affrontata nel complesso e in una prospettiva di genere. Sebbene inferiori numericamente, donne e ragazze continuano ad essere arrestate, tra necessità ignorate e diritti violati.
Sia ex le detenute che sono rimaste incarcerate in quelle strutture sia i familiari di quanti restano in prigione, hanno raccontato di celle infestate da insetti, scarafaggi e ratti.
Le detenute incinte vengono ammanettate durante il parto e lasciate così nel periodo successivo. C’è una assoluta assenza di cure e trattamenti, in particolare nel periodo di gravidanza. Una volta compiuti due anni, i bambini vengono allontanati dalle madri.

Le donne patiscono oltraggi e offese al proprio retaggio culturale e ai diritti religiosi. Un’ex detenuta ha raccontato: “Mi hanno privata del velo dandomi un’uniforme di colore marrone, a maniche corte e quando ho chiesto di avere una maglia a maniche lunghe da poter indossare di sotto, me l’hanno negata. Costretta a spostarmi tra le celle tra gli occhi di guardie uomini…mi sono sentita umiliata e sono stata insultata”.

La privacy nei confronti delle donne è violata anche nel corso delle perquisizioni all’interno delle celle, condotte da guardie uomini. Non viene preso in considerazione alcun rispetto per l’aspetto religioso. Ogni giorno, anche al mattino presto, si fa la conta delle detenute e, tra le forme di punizione vi è anche quella svegliare bruscamente le detenute che, dal sonno, non rispondono al momento. Inoltre, a prigioniere e detenute palestinesi vengono vietati la detenzione e l’utilizzo di oggetti come le penne: non possono leggere e non viene loro riconosciuto il diritto ad alcuna pausa ricreativa.

Siria: si dimette l’inutile governo

29 marzo 2011 2 commenti

Questa mattina il presidente Assad aveva fatto sapere di probabili dimissioni in giornata del governo e alla fine così è stato. Naji al-Utri, inutile premier siriano dal 2003, ha annunciato oggi le sue dimissioni, immediatamente accettate dal presidente.

Foto di Valentina Perniciaro _La foto del presidente Bashar al-Assad sul vetro dei taxi...qui, durante l'attacco israeliano al Libano del 2006, s'era aggiunta la bandiera Hezbollah_

Questo cambio di governo è una delle tappe tra le riforme velocemente annunciate da Bashar al-Assad allo scoppio delle rivolte anche nel suo paese, con solamente qualche settimana di ritardo rispetto ai paesi arabi del Nord-Africa. Un presidente cha ha guardato terrorizzato la fine di Ben Ali e Mubarak e che ha cercato in tutti i modi di tenere bassa la tensione…fino a Daraa, cara città drusa dell’Hauran.
Dopo Dara’a l’atteggiamento del figlio di Hafez al-Assad, il “leone siriano”, è stato ovviamente duplice: da una parte la repressione immediata e feroce, dall’altra un tentativo di calmare le acque con una carrellata di riforme annunciate, tra cui lo scioglimento dell’attuale governo in carica.
Un governo che definire fantoccio è quasi un eufemismo: il potere siriano è tutto nelle mani del presidente, della sua famiglia (insieme ad un altro paio di altre famiglie alawite), del partito Baath e dei tanti corpi di sicurezza (difficile capirci qualcosa tra le mille divise che si aggirano in quel paese). PUNTO. Questo è il governo siriano, da quarantanni.
Fa un po’ ridere quindi questo pomposo annuncio, perché tutta la popolazione siriana è consapevole di quanto sia inutile Naji al-Otari e tutto il suo staff, o quello che potrà succedere a loro.

Foto di Valentina Perniciaro _failed in love for Dimashq_

Nel frattempo la Siria si spacca nelle sue strade con numeri molto più impressionanti rispetto agli altri paesi, che son riusciti a far fuggire i loro aguzzini. Oggi la manifestazione di sostegno alla nazione e al presidente sta letteralmente facendo esplodere le strade di Damasco, rimaste sempre abbastanza silenziose sul fronte della protesta. Sa’a Sabeh Bahrat, enorme piazza della capitale è irraggiungibile da tutte le enormi strade d’accesso perchè piene di manifestanti che sventolano orgogliosi manifesti con il volto del presidente, che sempre e ovunque hanno invaso quel meraviglioso paese. Le città dove sono scoppiati gli scontri più forti sono calme in queste ultime ore, anche se a Dara’a gli ultimi spari delle forze di sicurezza sono solo di ieri a pranzo… Lattakia vive in uno strano silenzio, mentre l’esercito ancora è dispiegato…
e domani Bashar parlerà di nuovo alla nazione sulla tv di stato…

 

con il cuore lì…

 

Siria: il venerdì della rabbia e del massacro

25 marzo 2011 2 commenti

"Dottore...è giunto il tuo momento!" ...sui muri siriani...

Mi sono stufata di fare il corto dei morti, quotidianamente.
Tanto che gli oltre cento di ieri non sono riuscita nemmeno a scriverli sulle pagine di questo blog.

Sparati a morte..per le strade di Daraa

La città ancora “protagonista” di questi primi giorni di rivolta siriana permane Daraa, nel distretto nabateo di Suweida, ma oggi oltre ad un imponente esodo di popolazione che tentava di raggiungere quella città, sono state molte altre quelle a vedere le proprie strade riempirsi di folla, e poi di scontri e morte. Una trentina di morti, questi sono i numeri del più imponente venerdi di proteste di quel paee della mezzaluna fertile; Damasco, Homs, Lattaqiyya, Aleppo, Samnin, Qamishli, Qraya…sarebbe da parlare un bel po’ di ognuna di queste città, per capire le principali prerogative di tutte le zone.
Homs ad esempio è nella zona di Hama, città repressa durantemente all’inizio degli anni ’80: migliaia di morti in una città rasa al suolo dall’esercito, un attacco degli Assad e del potere alawita contro la città della fratellanza musulmana. Un argomento ancora taboo per quel paese: un massacro rimosso e avvolto nell’oblio generale. Qamishli sfiora con lo sguardo la Turchia, ma è città totalmente kurda per lingua, popolazione, tradizioni, territorio: siamo al centro del Kurdistan mai riconosciuto, in una città che la repressione l’ha sempre scontata sulla sua pelle, giorno dopo giorno.

Ma torniamo alle notizie del giorno: la chiamata alla piazza è stata ascoltata da migliaia di persone, la rabbia è scoppiata velocemente ma il piombo di stato ha continuato a falciare vite, vergognosamente. Per quanto riguarda le persone arrestate abbiamo un po’ di numeri solo dalla capitale ma sembrano un po’ ridicoli, visto che parlano solo di una decina di persone portate via.
La sfera politica, il regime di Bashar al-Assad, sta tentando di giocare qualche carta (un po’ come durante i primi giorni di rivolta in Yemen) promettendo alla popolazione numerose e drastiche riforme sia per quanto riguarda le leggi d’emergenza in vigore dal 1963 (!), sia per mutazioni sociali ed economiche che migliorerebbero le condizioni di vita della cittadinanza.

Ieri l’annuncio, ma le piazze oggi non sembravano aver creduto alle sue parole…
nel frattempo Amman e Beirut, le capitali più vicine vivono situazioni un po’ diverse: Beirut, senza governo da gennaio (ma ce so’ abituati), sembra stare a guardare in silenzio, mentre Amman oggi è scesa in piazza ed ha registrato il suo morto, ucciso dalle forze di sicurezza, anche lì.
Comunque, comparando le vare agenzie rintracciabili in rete, i morti sembrano essere molti di più visto che solo tra Sanamin e Daraa se ne registrano almeno una dozzina, tre in un quartiere della periferia di Damasco e una decina ad Homs.
A Damasco si è anche assistiti alla solita manifestazione pro regime, creata e organizzata direttamente dalle forze di sicurezza e dai fedelissimi del regime baathista.

Aggiornerò il più spesso possibile, ya halwe surya!


Qui invece ad Homs…vedere lui che distrugge e calcia il rais “padre”…che brividi!

In Siria prosegue il massacro…oggi 15 morti

23 marzo 2011 4 commenti

Insomma…il bilancio di oggi è drammatico. Sono almeno 15 le persone rimaste uccise oggi a Daraa, città siriana della provincia meridionale dell’Hauran, tra cui una bambina. Le forze di sicurezza siriane da dopo la mezzanotte di ieri hanno iniziato l’assalto alla moschea di Omari, punto di incontro da giorni dei manifestanti, nonchè dei feriti e dei corpi degli uccisi. Manifestazioni che stanno infiammando la provincia da un po’ di giorni, dopo settimane in cui le proteste erano rimaste calme e poco partecipate. Al Jazeera racconta che violenti scontri si sono verificati anche alle porte della città e nei dintorni perchè molte persone tentavano di unirsi ai rivoltosi ma venivano fermate ai numerosi posti di blocco.

Per dopodomani, solito venerdì, la chiamata è generale e circola su tutti i canali di comunicazione possibile: tutto il paese deve scendere in piazza il venerdì della gloria, questo chiedono i numerosi appelli, per la rivoluzione e la libertà, contro un regime corrotto e bugiardo.
Il governo siriano oltre che sull’offensiva militare contro le ribellioni scoppiate, si muove con mano pesante anche sul piano mediatico: la tv di Stato e la principale agenzia di notizie bombardano da questa mattina la popolazione e il mondo parlando di “bande armate, forestieri e stranieri impegnati a diffondere menzogne e fomentare il popolo contro lo Stato”. Hanno parlato di bambini usati come scudi umani per difendere la moschea dove i manifestanti si sono asserragliati: insomma, la solita vergogna di stato in un paese che in questi due mesi ha tentato in tutti i modi di scongiurare lo spettro di una rivoluzione anche all’interno dei propri confini.

Syrian policemen stand in front the burned court building that was set on fire by Syrian anti-government protesters, in the southern city of Daraa, Syria, Monday March 21, 2011. Mourners chanting "No more fear!" have marched through a Syrian city where anti-government protesters had deadly confrontations with security forces in recent days. The violence in Daraa, a city of about 300,000 near the border with Jordan, was fast becoming a major challenge for President Bashar Assad, who tried to contain the situation by freeing detainees and promising to fire officials responsible for the violence. (AP Photo/Hussein Malla)

Questo pomeriggio, mentre i manifestanti continuavano a venir uccisi, il presidente Bashar al-Assad ha silurato Faysal Kulthum, governatore della città.Tra le rivendicazioni dei cittadini di Daraa, oltre che condizioni di vita migliori e aiuti economici ai contadini duramente colpiti da sei lunghi anni di siccità, oltre alla cancellazione delle leggi speciali (in vigore SOLO dal 1963) c’è una lunga battaglia contro la Syriatel, compagnia di telefonia mobile contro l’istallazione di alcuni ripetitori, troppo vicini alle abitazioni e alle cisterne d’acqua potabile. La lotta contro l’elettromagnetismo è arrivata anche nel mio dolce Hauran, questa sì che è una bella scoperta.

 

Siria: le forze di sicurezza assaltano Dara’a nella notte

23 marzo 2011 2 commenti


Sono entrati questa notte.

Il luogo di ritrovo e di partenza delle manifestazioni di questi ultimi giorni in Siria era la moschea Omari di Dara’a, dove sono stati portati i corpi dei primi ragazzi uccisi dalle forze di sicurezza. Raccontavamo in questi giorni che la città capoluogo della provincia drusa dell’Hauran viveva un vero e proprio stato d’assedio, circondata da truppe armate in costante aumento e completamente tagliata fuori dal mondo.
Stanotte sono entrati, è partito l’assalto alla moschea “ribelle”.
Dopo la mezzanotte le forze di sicurezza hanno tagliato prima l’energia elettrica per poi iniziare a sparare centinaia di colpi, mentre in tutta la città si alzavano grida di rabbia e rivolta. Ieri più di mille persone avevano fatto una catena umana per difendere la moschea da eventuali assalti, ma la nottata non è andata come si sperava. HURRIYYA, HURRIYYA…tutti sembrano gridare “libertà” in un paese sotto la famiglia Assad da decenni, in un regime che ha sempre saputo tenere bassissimo il livello di tensione sociale all’interno dei propri confini…tanto che in questi mesi di rivolte arabe la Siria stentava, arrancava goffa nel rincorrere appuntamenti che poi la popolazione non sembrava raccogliere come altrove.
Ma si è passati subito al bagno di sangue: pare che il primo risultato della nottata siano altre 6 persone ammazzate dal piombo di stato.
Tra loro c’è anche Ali Ghassab al-Mahamid, noto medico della zona, discendente di una nota famiglia, recatosi in moschea per curare i feriti che si ammassavano. Anche un paramedico, un poliziotto ed un autista di ambulanza sono rimasti uccisi, come ci racconta l’agenzia stampa di stato SANA

Foto di Valentina Perniciaro -la terra dell'Hauran e il suo popolo festeggiante_

Siria: la sesta vittima ha 11 anni

22 marzo 2011 2 commenti

Siamo al quinto giorno di scontri continui nella provincia dell’Hauran, la più meridionale della Siria, terra drusa confinante con la Giordania.
(Siria: proprio nel mio Hauran scontri e morti)
I funerali dei primi manifestanti uccisi, nel capoluogo della regione Dara’a, sono stati partecipati da centinaia di persone, che poi hanno continuato a difendersi dagli attacchi delle forze di sicurezza che a centinaia si sono riversate in città, praticamente chiudendola in uno stato d’assedio e privandola delle reti telefoniche urbane e mobili. Le notizie che circolano parlano di circa 800 attivisti prelevati dalla polizia in diverse località del paese, anche dagli ospedali e portati in centri di detenzione sconosciuti.
Lo sciopero della fame iniziato dalle donne arrestate la scorsa settimana ha visto centinaia di prigionieri politici aggregarsi.
Ma la notizia più brutta è di una manciata di minuti fa e viene sempre da Dara’a (mi si stringe il cuore solo a scrivere i nomi delle città di quella regione) e ci racconta di un’altra vittima di questa rivolta ancora alla sua alba.
Mundhir al Musalima, di UNDICI ANNI, ha perso la vita soffocato dal fitto lancio di lacrimogeni compiuto dalle forze di sicurezza: sarebbe morto ieri, secondo i testimoni che ne hanno dato notizia attraverso la tv panaraba al-Arabiya.

Ultimi aggiornamenti, da Aleppo (nel nord del paese, vicino al confine con la Turchia):
Musab al-Shaykh al-Amin ha partecipato alla manifestazione convocata in città, a soli 14 anni.
La madre racconta che le forze di sicurezza hanno fatto irruzione in casa, con lui ricoperto di ferite su mani e piedi e con i vestiti pieni di sangue.
Hanno perquisito casa, per poi uscire…con Musab, senza più dare notizie

Piazza Tahrir: immagini dei miei ricordi!

22 marzo 2011 Lascia un commento

Yemen: defezioni a catena

21 marzo 2011 Lascia un commento

A leggere solo ore e titoli di lanci di agenzia si rimane ad occhi aperti:
9.42: capo truppe terra passa con i manifestanti
10.19: alto ufficiale dell’esercito passa con i ribelli
10.29: il capo dell’esercito nella provincia di Amran passa con i manifestanti e lancia un appello affinché “tutti gli ufficiali e i soldati dell’esercito passino con l’opposizione
11.35: si unisce ai ribelli anche il governatore di Aden
poi da mezzogiorno in poi si perde il conto, i numeri si fan prendere dall’euforia “60 ufficiali nel sud-est”, “decine di ufficiali in piazza a Sana’a con i manifestanti”…poi la palla è rimbalzata ai diplomatici che qua e là, dalla Siria all’Arabia Saudita, passando per la Francia,  hanno iniziato a dimettersi e dichiarare di pensarla proprio come i manifestanti che da due mesi non mollano la piazza, con una rabbia crescente.
La risposta di Ali Abdullah Saleh, al potere da più di trent’anni è stata lapidaria e ridicola come suo solito: “resto al mio posto, il popolo è con me.”
Per ora non resta che aspettare e capire…

 

Egitto: il referendum non doveva andare così!

21 marzo 2011 1 commento

Ci son rimasta male, anche se inizio ad avere una certa età per credere nei sogni con così tanto fervore; poi ci rimango male.

Foto di Valentina Perniciaro _le porte di Mahalla al-Kubra, città operaia_

La chiamata alle urne in Egitto non è andata come doveva andare anche se tutte le autorità mondiali giocano a chi fa prima d sbrodolarsi dicendo che è l’opzione migliore per la transizione e l’arrivo alle nuove elezioni. Io non la penso così e con me tutto il popolo di piazza Tahrir, quello che ha mosso lo spirito del nuovo Egitto, esclusa i Fratelli Musulmani.
Tutti i sondaggi e i pronostici davano il no per favorito: ma facciamo un po’ di chiarezza.
Se avesse vinto il NO tutto sarebbe stato da ridiscutere: l’intera Costituzione si sarebbe rivista ed era il desiderio delle giovani organizzazione nate durante la rivoluzione, il desiderio dei lavoratori che in massa hanno scioperato per settimane, il desiderio delle donne che avrebbero potuto ridiscutere pezzo pezzo il loro “accesso” alle libertà individuali in modo diverso. Passando il No sarebbe andato al vaglio anche l’art. 2 della Costituzione che sancisce la legge islamica alla base della legislazione nazionale: motivo per cui tutta la comunità copta ha votato compattamente per la riscrittura. Insomma, l’intero popolo della rivoluzione del 25 gennaio, quello che ha mandato a casa Mubarak dopo 30 anni, confidava in un secco NO.
Quello si che sarebbe stato un bello schiaffone al vecchio regime, all’esercito, agli attuali aspiranti candidati (anche se entrambi i potenziali candidati hanno dato la preferenza al NO) e uomini della nuova pagina di quel paese così strategicamente importante, così centrale nella scacchiera mediorientale.

Credit Image: © Cai Yang/Xinhua/ZUMAPRESS.com

E invece la reazione alla fine ha prevalso ed anche con percentuali più che ampie (pare che la vittoria ruoti intorno al 77%): colpevoli sicuro i Fratelli Musulmani che hanno appoggiato il SI insieme al partito del potere, del regime, dell’ex rais. Si sperava in un comportamento diverso visti i rapporti nati nei due lunghi mesi di vita per le strade che abbiamo alle spalle…ma invece, come sempre, la “reazione” ha prevalso nella principale organizzazione islamica, che pur di uscire dalla clandestinità politica in cui s’è mossa sotto il regime non spinge i propri simpatizzanti per un ulteriore salto.

Niente da fare.
Passano i dieci emendamenti costituzionali: saranno riviste le modalità per presentarsi alle elezioni e anche quelle riguardanti la tempistica della carica, ma buona parte delle norme che regolavano il vecchio regime rimarrano intoccate.
La strada, per il popolo meraviglioso di piazza Tahrir, è solo un po’ più in salita del previsto…

 

Siria: proprio nel mio Hauran scontri e morti

20 marzo 2011 3 commenti

Foto di Valentina Perniciaro _Brache calate(!), simbolo druso, nella regione dell'Hauran_

Ieri si sono svolti i funerali dei manifestanti siriani uccisi dalla polizia, (Wissam Ayyash, Mahmud Jawabra, Ayham al Hariri e Adnan Akrad) a Dara’a, la città più importante della provincia meridionale dell’Hauran: il pezzo di Siria che più conosco, che più amo, che più m’ha accolto.
L’Hauran, terra di drusi e beduini, di basalto e polvere rossa: la mia oasi di pace, regno di Bosra ash-sham, la meraviglia nera. Granaio del paese per molto tempo, poi colpita e falcidiata da una forte siccità
Ieri migliaia di siriani si sono riversati in quella polverosa città di frontiera per dar l’ultimo saluto ai “martiri caduti sotto il piombo delle forze di sicurezza”. Numero di morti che è poi salito la notte precedente ai funerali , a cinque persone; tutto il paese inizia a scendere per le strade, pochi a Damasco, ma tanti ad Homs, nel sud, a Banyas (città sulla costa, a prevalenza alawita).
I funerali a Dara’a dei tre rivoltosi ammazzati sono stati immediatamente attaccati con molti lacrimogeni (grazie alla Reuters che ce li racconta…che Al-jazeera è un po’ sorda ultimamente sulla Siria) appena i manifestanti hanno provato ad incamminarsi verso il centro città: molti testimoni raccontano che sulla strada -cavolo, migliaia di volte l’ho fatta- che divide Damasco dall’Hauran (sono poco più di 150 km) c’è una lunga colonna di tank che si avviano verso il sud.
Dara’a vive uno stato d’assedio da due giorni, circondata e privata di tutte le comunicazioni, sia con cellulari che con telefoni fissi. Ce lo racconta Mazen Darwish sulle pagine di Al-Jazeera: lui, noto attivista per i diritti umani parla di una città da dove non si può né entrare né uscire.
Contemporaneamente, l’Osservatorio nazionale per la difesa dei diritti umani siriano (ondus) ci riferisce che dieci attiviste arrestate durante una manifestazione a Damasco lo scorso mercoledì, hanno iniziato lo sciopero della fame ( aggregandosi a quello iniziato da altri dodici prigionieri politici) in carcere contro le accuse di “attentato all’immagine dello stato, incitazione alla sedizione e minaccia della sicurezza nazionale. Non voglio pensare cosa e quanto rischiano: in un paese dove le carceri sono fantasmi nel deserto e i detenuti spesso carne da macello da far sparire come si vuole.
In quella terra vive buona parte del mio cuore, nell’Hauran ho imparato cos’è il mondo arabo, quant’è bello svegliarsi tra i beduini e le loro colazioni di prelibatezze faticate una ad una dalle mani grasse di donne dalle lunghe vesti.
Quella terra in rivolta non riesco ad immaginarla, perché la conosco sorniona e calma, lenta e apparentemente priva di conflitti: felice di pensare che anche da quelle parti c’è voglia di alzare la testa!
Con voi, passo dopo passo…

Foto di Valentina Perniciaro _L'Hauran e la più bella delle sue città gioiello_

Egitto: 45 milioni di persone alle urne, oggi

19 marzo 2011 Lascia un commento

In 45 milioni alle urne, nel caro Egitto in rivoluzione. Dovranno esprimersi su uno dei punti fondamentali per il futuro politico del paese nell’era successiva al regime di Mubarak. Potranno votare per ancora una manciata di minuti (i seggi chiuderanno alle nostre 18): Na’am (si) o La (no) al pacchetto di dieci emendamenti, proposti come intervento sulla costituzione. Gli emendamenti più importanti riguardano la durata del mandato presidenziale, le caratteristiche necessarie per esser capo dello stato e le modalità per candidarsi alle elezioni. Gli unici a tifare per il si, oltre a quel che è rimasto del Partito Nazionale Democratico (quello che era il partito di Hosni Mubarak) e i Fratelli Musulmani.

vota NO!

Tutto il popolo di piazza Tahrir, le centinaia di migliaia di giovani che in questi due mesi non hanno mollato la presa contro il regime e i suoi servi che stanno riuscendo dalle fogne appena poche settimane dopo esserci finalmente finiti, il popolo che sta mobilitando il nuovo Egitto, quello della Coalizione dei giovani della rivoluzione invita il paese a votare per il no. No ad un pacchetto d’emendamenti ad una Costituzione che giustamente vogliono riscrivere dall’inzio, parola per parola. Lo raccontavo mentre manifestavo con loro, un mese fa, per Il Cairo: anche i bambini buttati sulle panchine o quelli seduti a mangiare un panino a ricreazione, gli operai, i tassisti…non ho conosciuto egiziano che non avesse in tasca la sua bozza di Costituzione. Se dovesse vincere il SI, con l’approvazione degli emendamenti si arriverebbe rapidamente -a giugno- ad elezioni parlamentari e a settembre alle presidenziali; se dovesse invece prevalere il NO tutto slitterebbe dopo dicembre per permettere ad una commissione di riscrivere la costituzione. Quindi speriamo che la situazione sia come dicono gli ultimi sondaggi, che vedono solo un 37% di preferenze rivolte verso il SI. Al-jazeera racconta di lunghissime file ai seggi; una partecipazione praticamente sconosciuta alle urne egiziane precedentemente

Yemen, il venerdì del “massacro”… decine di morti in tutto il paese

18 marzo 2011 4 commenti

Si parla già di una trentina di uccisi e di un numero imprecisato di feriti (si parla già di più di 200 persone), uccisi dal fuoco aperto dalle forze dell’ordine nella piazza dell’università, al centro della capitale Sana’a.

Irhal Irhal Irhal ... sempre lo stesso slogan, qui a Sana'a, questa mattina

La piazza dove son soliti radunarsi i manifestanti, soprattutto in questo periodo di mobilitazioni contro il regime di Abdullah Saleh, al potere da “soli” 32 anni.
Hanno aperto il fuoco per evitare che la folla uscisse dalla piazza: diversi testimoni dell’AFP raccontano anche di cecchinaggio fatto dai palazzi che si affacciano sulla piazza: gli uccisi sono stati tutti colpiti alla testa o al collo. I numeri salgono a vista d’occhio: il Guardian riferisce alle 15 ora italiana di 17 cadaveri portati all’interno di una moschea del centro città e di almeno “il doppio” dei corpi negli ospedali della zona)
Nessun colpo a salve: tutte le munizione usate sono vere pallottole.
Un massacro vero e proprio, l’ennesimo sotto silenzio. Altri cortei si sono registrati nelle città di Taiz, Ibb, Aden, Hodeidah, Amran: è uno dei venerdì più partecipati di questi ultimi due mesi di ribellione.
Anche a Taiz si registrano molti feriti e un fitto lancio di lacrimogeni tra gli spari registrati.
Nella città portuale di Hudayah siamo già a 120 feriti di cui alcuni in condizioni pessime.