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il più bello dei miracoli.

17 agosto 2008 2 commenti

Ieri mi hai fatto il più bello dei regali. La più bella delle lune.
Il più bello degli amori.
L’ombra della terra riflessa sulla luna…che emozione.

 

Foto di Valentina Perniciaro.L'eclissi di luna.

Sognatore è chi trova la sua via alla luce della luna… punito perché vede l’alba prima degli altri -O.Wilde-

“Sono un poeta, e mio volantino è la terra”

15 agosto 2008 Lascia un commento

Tu sei come la rivoluzione, come la vittoria: solo tu riesci a dissetarmi, a riempirmi, a sfamarmi.
“AVVICINATI UN PO’ 
TI CONFESSERO’ CHE
HO SPARSO TUTTI I NARCISI PER TE.”

“TU CHE HAI LASCIATO FIGLI E CASOLARE
E LA DOLCEZZA, IL CALORE, LA LUCE,
PORTAMI CON TE NEL FUOCO DI AL-ASSIFA
A MORIRE CANTANDO!
PORTAMI CON TE.

PORTAMI CON TE COMPAGNO
TU CHE MI HAI INDICATO GIA’ LA STRADA!
HO SETE DI AURORA COME TE
E SOLO LA VITTORIA POTRA’ DISSETARMI.
PORTAMI CON TE.

PORTAMI CON TE, HO ASPETTATO FIN TROPPO
E I MIEI CAPELLI SONO DIVENTATI BIANCHI,
IL MIO CUORE HA TROPPO SOFFERTO,
MA ECCO CHE SENTO FREMERE SOTTO LE DITA
LA MIA GIOVINEZZA, DA QUANDO TI HO INCONTRATO
E TI HO DETTO: ECCOMI,
PORTAMI CON TE.
———Anonimo Palestinese——  

Scendendo dal monte Amaro. Foto di Valentina Perniciaro

L’altra metà dell’arancia

12 agosto 2008 2 commenti

ORA MAHMOUD DARWISH PUO’ TORNARE ALLA SUA TERRA

di Valentina Perniciaro
DA LIBERAZIONE DI OGGI, 12 AGOSTO 2008
Mahmud Darwish, il poeta della resistenza palestinese, è morto sabato scorso a Houston, negli Stati Uniti. Aveva 67 anni e il suo cuore non ha retto all’ultimo delicato intervento subìto.
La sua vita è il manifesto della sua terra, storia marcata dalla Nakba , il dramma che colpì la Palestina nel 1948, anno della fuga e dell’esilio mai terminati.
Nasce nel 1941 ad al-Barweh, un villaggio della Galilea poche miglia a est di Acri, in quel momento sotto mandato britannico. E’ lui stesso a raccontare la notte in cui la sua vita smise di essere quella di un bambino, quando fu costretto a fuggire sotto braccio alla sua famiglia verso il confine libanese.
«A 7 anni smisi di giocare e ricordo bene come e perché: in una notte d’estate, quando si usava dormire sui tetti a terrazza delle case, fui improvvisamente svegliato da mia madre e mi trovai a correre con centinaia di contadini in mezzo ai boschi, inseguito dalle pallottole. Quella notte ho messo fine alla mia infanzia. Non chiedevo più nulla, ero diventato improvvisamente adulto[…]. In Libano ho imparato – mai lo dimenticherò – che cosa significa la parola “patria”. Là ho imparato parole nuove che hanno aperto davanti a me una finestra su un mondo nuovo: guerra, notizie dalla patria, profughi, esercito, confini, TERRA».
Non ha mai tralasciato un dettaglio nel racconto di quei giorni e di quell’anno passato nei campi profughi gestiti dall’Unrwa; con la sua penna ha permesso al mondo di capire la rabbia di un bambino di 7 anni in fila per la sua razione di cibo, l’odiata fetta di formaggio giallo. Dopo solo un anno la sua famiglia tenta il ritorno; della notte prima della partenza lui ricorderà:
«Tornare a casa significava per me la fine del formaggio giallo, la fine della provocazione continua dei ragazzi libanesi che mi insultavano con l’epiteto “profugo”». Pensava di tornare a casa mentre superava il confine con il petto che strisciava a terra, ma il villaggio dov’era nato non c’era più: come altri 600 era stato fatto saltare in aria e tutto era stato confiscato dalle autorità del nuovo Stato. La loro identità volatilizzata, così come la terra e il diritto di cittadinanza. «Non capivo nulla. Non capivo come avesse potuto essere distrutto un villaggio intero. Non capivo come fosse accaduto che l’intero mio mondo fosse sparito, né chi fossero quelli che lo avevano annientato».
Si stabilirono poco lontano, nel villaggio di Der al-Asad e lui iniziò a crescere come un “profugo nella sua patria”, destino comune a tutti coloro che non erano scappati o che erano riusciti a rientrare in Israele. Così, al suo vocabolario esistenziale imparato da piccolo profugo, si aggiunsero altre parole: iniziò a frequentare la seconda elementare da “infiltrato”. Il direttore infatti, lo chiudeva in uno sgabuzzino ogni volta che passavano i controlli dell’ispettore.
«Anche a casa ogni tanto mi dovevano nascondere. Mi era proibito vivere nel mio proprio paese e per ottenere la carta d’identità israeliana imparai a dire che ero vissuto con le tribù beduine a nord del paese, e non in Libano».
Iniziò a scrivere liriche che era appena un ragazzo, a cantare la sua identità legata in modo viscerale alla terra, ad un luogo unico e costante che nei suoi testi rimane sempre astratto ed espresso solamente attraverso alcuni, ripetuti, simboli come l’ulivo, le arance, il gelsomino, il timo, il pozzo. Dalle sue prime poesie il filo conduttore è sempre quel legame indissolubile, quella nostalgia eterna, quell’orgoglio di resistente che coltiva quotidianamente la memoria e l’amore per le radici estirpate.
Dal 1961 la sua voce inizia ad infastidire, per questo viene continuamente controllato, imprigionato cinque volte con la sola accusa di scrivere poesie e muoversi senza permesso all’interno dello stato d’Israele. Motivo per il quale non riuscirà nemmeno a conseguire la laurea. Dopo l’ennesimo periodo di detenzione decide per l’esilio volontario, partendo alla volta del Cairo dove inizia a collaborare con il prestigioso quotidiano al-Ahram . Partirà poi per raggiungere l’Olp a Beirut e lavorare al Centro di ricerca palestinese fino al 1982 quando, con migliaia di altri militanti approda a Tunisi. La sua firma appare tra i redattori del testo della Dichiarazione d’Indipendenza dello Stato Palestinese, documento promulgato nel 1988 e riconosciuto da diversi stati. Il suo esilio durerà 26 anni quando, nel 1996, riceverà un permesso per poter visitare i suoi famigliari in Israele.
La sua casa ormai era a Ramallah, finchè la malattia che da sempre tormentava il suo cuore non l’ha costretto a partire per gli Stati Uniti, dove è deceduto.
La sua patria non era altro che la sua poesia, la sua terra era fatta di parole e profumo di gelsomino, la sua vita era un’arancia spaccata a metà che non è mai riuscita a ritrovare il sapore dell’altra parte. Edward Said, altro grande intellettuale palestinese da poco scomparso e anche lui figlio della Nakba , diceva che la poesia di Darwish «non era un rifugio lontano dall’esistenza consueta, ma una battaglia tra la poesia stessa e la memoria collettiva, dove una preme sull’altra». Fin dal suo esordio nel panorama della poesia araba, amava assimilare il testo ad una “partitura musicale” che lui molto spesso recitava pubblicamente. La sua voce carismatica e le sue parole sono state un ripetuto appuntamento che ha richiamato migliaia di persone in tutto il Medioriente e non solo.
«Quando l’uomo perde tutto, proprio tutto, persino l’esilio in cui annientarsi, resta il canto che si ripeterà e s’innalzerà fino agli abissi dei mari. E’ un altro miracolo nel racconto a episodi della storia del popolo palestinese. Niente esilio, niente patria. Ma c’è una cosa di cui nessuno mi può privare: la poesia e il canto».
La sua bibliografia è composta da quindici spessi volumi di poesie e cinque di opere in prosa scritti quasi completamente in lingua araba e tradotti ormai in 20 lingue. Purtroppo i lettori italiani non sono così fortunati. Sono solamente tre i libri disponibili nelle nostre librerie: Oltre l’ultimo cielo (Edizioni Epoché, 2007, 14€), Una memoria per l’oblio (Edizioni Jouvance, Roma 2002, 15€) e Perché hai lasciato il cavallo alla sua solitudine? (Edizioni San Marco dei Giustiniani, Genova 2001, 18€). Fortunatamente molte sue poesie e prose sono state tradotte e inserite nelle più importanti antologie di letteratura araba palestinese.
Mahmoud Darwish scriveva per dimostrare la sua esistenza, per urlarla in faccia ad un nemico che voleva privarlo proprio di quella. Era il cantore della libertà e delle catene spezzate, del pane preparato dalle mani materne, dell’ulivo e dei frutti della sua infanzia. La Palestina piange il suo più dolce poeta. Che il suolo della sua terra gli sia lieve come una carezza.

12/08/2008

Scrivo per mostrare la mia esistenza

10 agosto 2008 4 commenti

“A 7 anni smisi di giocare e ricordo bene come e perché: in una notte d’estate, quando si usava dormire sui tetti a terrazza delle case, fui improvvisamente svegliato da mia madre e mi trovai a correre con centinaia di contadini in mezzo ai boschi, inseguito dalle pallottole. Non capivo niente, ma dopo un’intera notte di disorientamento e di fughe arrivai con alcuni parenti in un villaggio sconosciuto, abitato da molti bambini. Chiesi ingenuamente: “Dove sono?”  Sentii per la prima volta la parola “Libano”.

Quella notte ho messo fine all mia infanzia. Non chiedevo più nulla, ero diventato improvvisamente adulto. In Libano ho imparato –mai lo dimenticherò- che cosa significa la parola ‘patria’: là, infatti, per la prima volta e senza nessuna precedente preparazione, mi trovai a fare la coda allo scopo di ottenere il mio primo pasto all’UNRWA. Il pasto principale consisteva in una razione di formaggio giallo. Là ho imparato parole nuove che hanno aperto davanti  a me una finestra su un mondo nuovo: guerra, notizie dalla patria, profughi, esercito, confini, TERRA. 
Ho cominciato a studiare , a capire e a conoscere la nuova situazione che mi aveva privato dell’infanzia. 
Dopo più di un anno mi dissero che saremmo tornati. Ricordo che quella notte non chiusi occhio dalla felicità. Tornare a casa significava per me la fine del formaggio giallo, la fine della provocazione continua dei ragazzi libanesi che mi insultavano con l’epiteto umiliante di “profugo”. 
Il viaggio del ritorno avvenne di notte: strisciavamo pancia a terra io, mio zio e la guida. Dopo tanta fatica mi trovai in un certo villaggio. Che delusione! Non era il mio; casa mia non c’era e non c’erano nemmeno i miei compagni. Continuavo a chiedere: “Quando torniamo a casa?” Le risposte erano tante, nessuna convincente. Non capivo nulla. Non capivo come avesse potuto essere distrutto un villaggio intero. Non capivo come fosse accaduto che l’intero mio mondo fosse sparito, né chi fossero quelli che lo avevano annientato.
Nel nuovo villaggio, Deir al-Asad, frequentai la seconda elementare. Il direttore era molto gentile. Ogni volta che l’ispettore veniva a controllare, ricordo, lui mi chiamava e mi nascondeva in uno sgabuzzino  o in un armadio perché le autorità mi consideravano un “infiltrato”. Aggiunsi così una nuova parola al mio vocabolario esistenziale. Anche a casa, ogni tanto, mi dovevano nascondere. Mi era proibito di vivere nel mio proprio paese e per ottenere la carta d’identità israeliana mi imparai a dire che ero vissuto con le tribù beduine del nord del paese, e non in Libano.”


IL LUOGO NON E’ SEMPLICEMENTE UNO SPAZIO, E’ UNO STATO MENTALE; NE’ GLI ALBERI SONO SOLAMENTE ALBERI, MA COSTOLE DELL’INFANZIA.”   

“Vuoi andare in Grecia. Chiedi all’autorità competenti del tuo paese di avere un passaporto e scopri che non sei cittadino, perché tuo padre o uno dei tuoi parenti era scappato portandoti con sé durante la guerra della Palestina.  Eri un bambino, allora.  Scopri che chiunque sia scappato dalla guerra in quel periodo poi, ritornano di nascosto, ha perso il diritto alla cittadinanza. Rinunci al passaporto e chiedi un “Laissez Passer”. Scopri che non sei residente nel tuo paese e quindi non puoi avere un certificato di residenza. Pensi che sia uno scherzo e ne parli al tuo amico avvocato:  “Eccomi qui: non sono cittadino e non sono residente. Allora, dove e chi  sono?” Sorprendentemente vieni a sapere che la legge è dalla loro parte, e tu devi dimostrare che esisti. Ti rivolgi al Ministero degli interni: “Sono o non sono?”
Dammi un filosofo e gli proverò che esisto. Capisci che filosoficamente esisti ma legalmente no.”
SCRIVO PER MOSTRARE LA MIA ESISTENZA, PER VIVERE, PER ESSERE PRESENTE

Ancora un saluto a Mahmoud Darwish, grande poeta della terra e dell’ulivo.
La Palestina ti piange. 
 

E’ morto Mahmud Darwish.

9 agosto 2008 Lascia un commento

LEGGI: L’altra metà dell’arancia
Scrivo per mostrare la mia esistenza

Potete legarmi mani e piedi

Togliermi il quaderno e le sigarette

Riempirmi la bocca di terra:

La poesia e’ sangue del mio cuore vivo

sale del mio pane, luce nei miei occhi.

Sara’ scritta con le unghie, lo sguardo e il ferro,

la cantero’ nella cella della mia prigione,

al bagno,

nella stalla,

sotto la sferza,

tra I ceppi

nello spasimo delle catene.

Ho dentro di me un milione d’usignoli

Per cantare la mia canzone di lotta.

E’ morto il poeta Mahmud Darwish. E’ morto poco fa, a Ramallah, un uomo che aveva il potere di far profumare i versi di gelsomino e resistenza. Un resistente, un dolce poeta, un uomo innamorato della sua terra, grande cantore, ultimo romantico di quella striscia di terra fertile e dilaniata. Nato ad Akka nel 1941, pochi anni prima la Nakba, pochi anni prima che la grande tragedia si abbattesse sulla Terra delle arance e degli ulivi.

Allah ma’ek usthad … addio grande maestro, che il suolo di Palestina ti sia dolce letto.
Che almeno ora tu possa rimangiare quelle arance…
PALESTINA LIBERA! PALESTINA ROSSA!

Palestina, Betlemme,Campo profughi di Dheishe -Marzo 2002- Funerale di un ragazzo morto a causa delle ustioni causate da un missile che ha colpito la macchina dove viaggiava.Foto di Valentina Perniciaro 

Ho scritto sulla mia agenda:

amo l’arancio e odio il porto,

 ho aggiunto sulla mia agenda:

al porto mi fermai 

la vita aveva occhi d’inverno,

avevamo le bucce dell’arancio 

e dietro di me la sabbia era infinita!

 

Giuro, tesserò per te

un fazzoletto di ciglia

scolpirò poesie per i tuoi occhi

con parole più dolce del miele

scriverò “sei palestinese e lo rimarrai”

 

Palestinesi sono i tuoi occhi,

il tuo tatuaggio

Palestinesi sono il tuo nome,

i tuoi sogni

i tuoi pensieri e il tuo fazzoletto.

 Palestinesi sono i tuoi piedi,

la tua forma

le tue parole e la tua voce.

                                                  Palestinese   vivi,   palestinese   morirai.

Iniziano i Giochi

8 agosto 2008 2 commenti

FACCE COME IL CULO!

7 agosto 2008 1 commento

“Soltanto in Italia si contano come morti sul lavoro, al fine di poter dare benefici assicurativi da parte dell’Inail, anche le morti che avvengono per incidenti stradali capitati mentre si va al lavoro o mentre si torna a casa a fine giornata. Morti che evidentemente – sostiene – nulla hanno a che vedere con la sicurezza in fabbrica”.
Il sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti, Roberto Castelli continua dicendo:  
“È arrivato il momento di fare un’operazione verità, sui dati .È il momento di smetterla – dice – di criminalizzare gli imprenditori italiani. Se infatti estrapoliamo gli incidenti che avvengono in agricoltura e in edilizia, vedremo che in Italia la sicurezza delle aziende manifatturiere è ai migliori livelli europei”. 

 ALLORA, PER DIO, VAI A LAVORARE IN CANTIERE, IN FERRORIA, VAI A PULIRE CISTERNE.
CHE SCHIFO!

Foto di Valentina Perniciaro. Luglio 2007
Scalo San Lorenzo, Reparto Manutenzione Locomotori.
Ferrovie dello Stato, Roma.

Mamma montagna

3 agosto 2008 1 commento

Se ne imparano di cose in montagna. Si impara nel provare a salirla e, nel nostro caso, si impara ancora di più nella discesa. Facilmente ci si innamora..di quel senso di libertà, di quella solitudine intorno, di quella vita pullulante ad ogni passo. E poi della fatica, del sudore, della sfida, dell’acido lattico che si fa sentire appena iniziato il cammino.
E noi che pensavamo, per una volta, di poter scegliere i tempi…invece è stata sempre lei a deciderli, a decidere sul nostro corpo, sul nostro orientamento, sullo stupore di tanto spazio intorno.
 


I paesaggi più belli li porto con me. Li tengo per me. I paesaggi più belli erano quegli occhi brillanti.
Era quel sorriso. E’ quello che sto imparando accanto a te.
Ringrazio quella montagna, perchè ha contribuito a legare, intrecciare, a crear fiducia.. ha regalato sorrisi e armonia, combattività e tenerezza.


                              
“Farei con te quello che la primavera fa con i ciliegi” P. NERUDA

Crollavano le dighe

1 agosto 2008 1 commento

Henri Cartier-Bresson, New York 1951

“Sentì le vibrazioni del corpo di Felipe, che rispondevano alla sua intenzione di scandalizzarlo. La teneva talmente stretta che quasi le faceva male. Lavinia si chiese che cosa succedeva con la donna sposata, con le lezioni serali all’università. Respirava a fatica. Con le labbra poteva toccare i bottoni della camicia di lui a metà petto. Il ballo stava diventando una cosa seria, pensò. Crollavano le dighe. Si rompevano i freni. I battiti del cuore acceleravano.
Il respiro di Felipe, caldo, sul collo. La musica che li muoveva, nell’oscurità.
La stringeva a sè con la forza con cui un naufrago abbraccerebbe una tavola di salvataggio in mezzo all’oceano.  […]
Entrarono in casa al buio. Tutto successe con grande rapidità. Le mani di Felipe salivano e scendevano lungo la sua schiena, scivolando verso tutti i confini del suo corpo, e si moltiplicavano, vive, esplorandola, aprendosi la strada attraverso l’ostacolo dei vestiti. Lei, ancora cosciente, rispose nella penombra, mentre una parte del suo cervello cercava di assimilare ciò che stava accadendo senza riuscirci, offuscata dalle sensazioni della pelle che le suscitavano un’ondata di fremiti.
Lavinia smise di pensare. Sprofondò nel petto di Felipe, si abbandonò con lui alla marea di calore che emanava dal suo ventre, sommersa dalle onde che si sovrapponevano, ostriche, molluschi, palme, paesaggi sotterranei che cedevano al movimento del corpo di Felipe, quello di lei che si piegava ad arco, si tendeva, e i suoni inarticolati, giaguari, fino al picco dell’onda, all’arco che lanciava frecce, al convulso chiudersi e dischiudersi dei fiori. Si parlarono appena tra un attacco e un altro.
Si alzò alle risate di Lavinia, che decise finalmente di approfittarne, di liberarsi dal bisogno smodato di quella passione esplosa così irresistibilmente in una sola notte estenuante che le aveva tolto il senso della realtà e pensò che, allo spuntare del giorno, Lucrecia li avrebbe trovati, tutti e due morti per un attacco cardiaco.

Oggi è venuto un uomo. E’ entrato assieme alla donna. Sembravano prigionieri di filtri d’amore. Si sono amati ardentemente come se si fossero trattenuti per molto tempo. E’ stato come riviverlo. Vivere un’altra volta il fuoco di Yarince che mi penetra nel ricordo, nei rami, nelle foglie, nella tenera polpa delle arance. Si sono misurati come guerrieri prima del combattimento. Dopo, tra loro, non c’è stata che la pelle, quella di lei moltiplicava mani per abbracciare il corpo dell’uomo steso sul suo; il suo ventre si apriva come volesse attrarlo dentro di sè, annidarlo, farlo nuotare nel suo interno per tornare a darlo alla luce. 
Si sono amati come ci amavamo Yarince ed io quando lui tornava da lunghe esplorazioni di molte lune. Una volta e un’altra ancora fino a esaurirsi, stesi, quieti su quella morbida stuoia. Lui emana forti vibrazioni. Lo circonda un alone di cose occulte. E’ alto e bianco come li spagnoli. Ora so, senza dubbio, che nè lei nè lui lo sono. Mi chiedo che razza sarà questa, mescolanza di invasori e indigeni nahua. 
So soltanto che si amano come animali sani, senza vestiti nè inibizioni. Così amava la gente prima che lo strano dio degli spagnoli proibisse i piaceri dell’amore.

Lo salutò sulla porta. Rimase a guardarlo mentre si allontanava camminando velocemente, finchè divenne piccolo per la distanza. Ritornò in camera. Rimasta sola, si guardò allo specchio. Aveva il volto di una donna ben amata. Sapeva di lui. Fosse stato per lei non si sarebbe lavata, sarebbe rimasta con il suo odore per tutto il giorno. Le piaceva l’odore di seme. Di sesso. Ma andò sotto la doccia, per togliersi di dosso il languore , la voglia di tornare a letto.”

GIOCONDA BELLI    “La donna abitata”  

 Foto di Henri Cartier Bresson, New York 1951

a tra un po’…

25 luglio 2008 2 commenti

 CIAOOOOOOOOOOOOO!
Ci si rivede tra un po’ di giorni! 

” Fare l’amore con una donna e dormire con una donna sono due passioni non solo diverse ma quasi opposte.

L’amore non si manifesta col desiderio di fare l’amore (desiderio che si applica a una quantità infinita di donne) ma col desiderio di dormire insieme (desiderio che si applica ad un’unica donna).”

L’insostenibile leggerezza dell’essere – M. Kundera-

prima o poi…

20 luglio 2008 10 commenti

E’ MORTO UN PARTIGIANO.
NE NASCONO ALTRI CENTO!

Carlo Giuliani, 20 luglio 2001

Ciao Carletto.
Mi piace ricordarti con questa foto. Mi piace ricordarti vivo, per le strade di quella città,
a pochi passi da me, a pochi passi da tutti noi.
Mi piace pensare che un giorno, prima o poi, ti vendicheremo!

“Noi viviamo stretti in un giuramento di ferro.
Per esso si va sulla croce e incontro ai proiettili.
Nelle nostre vene scorre sangue, non acqua.
Noi marciamo tra l’abbaiare dei revolver,
per incarnarci, morendo,
in navi,
in versi,
e in altre opere di lunga durata.” 

Vladimir Majakovskij

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Anche su LIBERAZIONE!

13 luglio 2008 2 commenti

Beirut, i giorni dopo la tempesta tra macerie e odore di morte

 di Valentina Perniciaro

Due anni. Sono passati due anni dall’ultimo attacco al Libano, sesta guerra arabo-israeliana in 60 anni, terzo conflitto israelo-libanese.
Non sapremo facilmente quanto tempo prima era stato pianificato dall’esercito israeliano, quello che sappiamo è l’evento usato per legittimare l’inizio dell’Operazione “Giusta Retribuzione”. Il 12 luglio 2006 miliziani di Hezbollah colpiscono due pattuglie israeliane sulla linea di confine uccidendo tre soldati dell’Idf e facendone prigionieri altri due, Ehud Goldwasser e Eldad Regev, durante un’operazione che il leader del Partito di Dio, Hasan Nasrallah, denominerà “Operazione Giusta Ricompensa”. Territorio dell’attacco è proprio la linea di confine tra Israele e Libano, nella zona di sicurezza tra i due stati che Israele aveva occupato dal 1978 per 23 anni.
«Se i soldati non saranno riconsegnati riporteremo il Libano indietro di 20 anni», da questa dichiarazione del Capo di Stato Maggiore israeliano alla scientifica realizzazione di questo piano passano meno di 24 ore. Il 13 luglio, alle prime ore dell’alba iniziano i bombardamenti dell’aviazione dell’Israel Defence Force che puntano a colpire le principali infrastrutture. In poche ore viene imposto il blocco aereo e navale, bombardato l’aereoporto internazionale, distrutta l’autostrada che collega Beirut con la vicina Damasco, in Siria.
La sesta Guerra durerà poco più di un mese; cesserà ufficialmente il 14 agosto anche se le operazioni nelle zone più calde termineranno realmente l’8 settembre (le truppe israeliane lasceranno completamente il paese solo a dicembre).
Un conflitto che in 32 giorni uccide 1200 civili, di cui il 30% sotto i 13 anni ed ha completamente devastato un paese che aveva iniziato da poco a ricostruirsi dopo vent’anni di Guerra civile e d’occupazione militare.
I numeri sono impressionanti: l’Idf ha sparato più di centomila colpi, distruggendo 600 kilometri di strade, 73 ponti, aereoporti, impianti di depurazione dell’acqua, centrali elettriche, 350 scuole, 2 ospedali e più di 130.000 case. Per 32 giorni i caccia di Tel Aviv non hanno mai cessato di colpire, polverizzando la quasi totalità dei villaggi dell’estremo meridione del paese, quella fertile striscia di terra tra il fiume Litani e il confine israeliano. Ma è stata anche la zona della resistenza, l’area che ha bloccato l’avanzata delle truppe di terra, distruggendo decine di Merkava (gli “invincibili” tank dello Tsahal) e uccidendo molti uomini delle truppe speciali d’assalto. Le milizie di Hezbollah hanno resistito in modo inaspettato, sfruttando decine di chilometri di cunicoli e avanzata tecnologia, colpendo di sorpresa i preparatissimi soldati israeliani che per diverse settimane si sono impantanati attorno ai villaggi di Bint Jbeil e Marun al-Ras.
Il cessate il fuoco viene dichiarato, con l’intermediazione delle Nazioni Unite, il 14 agosto 2006. Le truppe di Tel Aviv tornano a casa, per la prima volta senza la vittoria in pugno, mentre Hezbollah ordina a tutti i profughi di tornare rapidamente per riscostruire il paese e festeggiare la «divina vittoria»: il Libano è completamente distrutto, le perdite umane ed economiche sono incalcolabili. 
Il confine tra Siria e Libano a pochi giorni dall’inizio della tregua, appare come un’infinita colonna di camion, carichi di scorte alimentari, che da quasi 40 giorni attendevano un lasciapassare, sotto il cocente sole dell’antilibano. Un confine totalmente mutato da centinaia di famiglie che tentano di tornare a casa con il loro carico di materassi, figli, dolore e speranza di trovare ancora pezzi del proprio passato in vita. I ponti lungo il percorso sembrano adagiati al suolo da mani enormi e macabre, quasi fossero precipitati intatti, addormentati a terra come lingue d’asfalto senza senso. La vecchia Pontiac che deve portarci in città percorre solamente strade secondarie; le autostrade (modernissime rispetto al resto del Medioriente) sono fantasmi che accompagnano il percorso da lontano, inagibili, spezzate da crateri non aggirabili. Beirut appare sempre dall’alto, insieme al mare. Solo da lontano sembra la città di sempre. Anche prima di quest’ultimo delirio bellico era la città delle contraddizioni, con una ricostruzione opulenta e occidentale che affiancava i nuovi grattacieli agli scheletri delle case crivellate, accavallava il lusso ostentato dei padroni della speculazione edilizia a campi profughi sovraffollati e periferie poverissime.
A poche ore dal cessate il fuoco il centro città ostenta la tranquillità immutata, l’illeso potere d’acquisto delle classi dirigenti, degli speculatori della ricostruzione, la bellezza disarmante di corpi femminili esposti sul lungo mare come una Miami mediterranea. Ma basta fare poca strada su un taxi collettivo per scontrarsi faccia a faccia con quella tempesta d’odio cieco appena terminata, con le donne d’un altro colore.
La strada per l’aereoporto internazionale è sempre stata manifesto di questo contrasto: si lasciano i luminosi grattaceli costeggiare gli accessi ai campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila, tristemente noti per il massacro del 1982.
Ora è la strada della polvere, dell’odore insopportabile, la strada percorsa da chi smuove macerie e tenta di ricominciare, la strada perlustrata da chi vuole vedere realmente cosa è successo, cosa è stato l’ultimo attacco.
Riattraversare le minuscole viuzze del campo non è molto diverso dall’ultima volta, se non per uno stupore maggiore negli occhi di chi ci vede arrivare; quei vicoli hanno sempre vissuto nella distruzione, a causa di una ricostruzione mai permessa, da quel settembre di 24 anni prima. 
Raida, la giovane donna drusa che anni prima ci aveva portato a visitare molti campi del sud del paese è stata difficile da trovare, ma sapevo che i bimbi di Chatila me l’avrebbero fatta raggiungere. Arrivo al termine di una lezione di formazione al lavoro per giovani disoccupate del campo. E’ un abbraccio che trasmette tutta la guerra; il suo volto inevitabilmente cambiato, provato. «Il terrore dei bombardamenti non ci lascia e non lascia nessuno. I bambini, ma non solo, non riescono ancora a dormire; ricominciare questa volta sembra più faticoso del solito. Anche se ci siamo abituati. Tutto è stato colpito, dal cielo e dal mare; sono stati usati armamenti sconosciuti, bombe di ogni genere. Non potrò mai dimenticare quel bombardamento silenzioso, quelle bombe che esplodevano enormi senza fare alcun rumore, se non quello del cemento che si frantumava». La strada dai campi al quartiere sciita di Haret Hreik, roccaforte Hizballah, è breve. Il ponte che separa le due zone è abbattuto. Arrivare ad Haret Hreik ha volatilizzato la capacità di parlare, la lucidità, anche la capacità di respirare perché l’aria non era più definibile tale. 
E’ polvere, polvere irrespirabile: le bombe hanno colpito il quartiere a tappeto, ci si trova davanti a palazzi di dieci piani completamente distrutti, a strade, piazze, negozi, scuole colpite da ogni tipo di armamento.
Un quartiere avvolto da un’atmosfera silenziosa, malgrado il formicaio di persone che lavorano incessantemente per rimuovere le macerie e tentare l’inizio della ricostruzione. Un silenzio inaspettato, al centro dell’inferno.
Guardando i palazzi dalla strada si entra in quella che era la vita di migliaia di famiglie, si viola con lo sguardo ognuna di quelle stanze con ancora armadi aperti e cornici appese: l’ennesima violenza perpetrata contro la dignità e l’intimità di quelle persone. 
Un negozio di vestiti da sposa non si piega alla polvere e alla devastazione e mostra il vestito più bello. La sposa di Haret Hreik cattura lo sguardo, immobile ed elegante; insegna a sopportare quell’orrore. Guarda orgogliosa davanti a sé: monito d’eleganza e resistenza. E’ il simbolo di quello che ho davanti e che non so descrivere né spiegare. Lei sembra conoscere la strada per riprendere un respiro normale, lei sembra sorridere a quella polvere maleodorante: è lì a dimostrare che si può ancora ricominciare.

Auguri Vollo!

6 luglio 2008 2 commenti

VERGOGNA: siamo tutt@ Graziella!

2 luglio 2008 2 commenti

“CI SONO COSE CHE VANNO CONTRO NATURA MOLTO PIU’ DELL’OMOSESSUALITA’ -COSE CHE SOLTANTO GLI UOMINI POSSONO FARE- COME AVERE UNA RELIGIONE O DORMIRE IN PIGIAMA” 
                       _Magnus Enquist, etologo dell’università di Oslo_ 

In relazione ai comunicati di Arcigay Arcilesbica e del Comitato Bologna Pride

Facciamo Breccia esprime la propria indignazione su quanto accaduto sabato scorso a Bologna e  rigetta le insinuazioni calunniose contenute nel comunicato di Mancuso e Polo e in quello del Comitato Pride Bologna. Solidarietà a Graziella Bertozzo

L’espressione del dissenso è una normale pratica nella dinamica politica che non c’entra niente con la violenza. L’uso della polizia per la gestione del dissenso interno ad un movimento è la fine della politica, significa scivolare verso lo stato di polizia.

La presenza, non prevista, di alcuni/e attivisti/e di Facciamo Breccia “intrufolatisi” sul palco del pride per aprire uno striscione che, ricordiamo, recitava “28 giugno 1982. Indietro non si torna. Facciamo Breccia” – per rivendicare la storia del movimento lesbico, gay e trans che in quella data aveva ottenuto il Cassero di Porta Saragozza, sede poi “restituita” nel 2001 alla Curia – intendeva con ogni evidenza esprimere dissenso politico utilizzando pratiche di movimento e pacifiche. Lo stesso dissenso che Facciamo Breccia aveva cercato di esprimere nei mesi scorsi avendo difficoltà a riconoscersi in un pride, a nostro avviso, troppo blando e “neutrale”, tutto giocato sulla trasversalità politica, senza un chiaro posizionamento antifascista (nonostante l’importante adesione dell’ANPI), arrivando a proporre come uno dei pupazzi che campeggiavano su manifesti e cartoline la stilizzazione di un gay neofascista partecipante al pride.

Alla fine Facciamo Breccia aveva scelto di aderire al pride di sabato 28 giugno esprimendo però, in un documento intitolato “Adesione al Bologna Pride”, tutte le proprie perplessità, riserve e contrarietà. L’adesione critica non è stata accettata dal Comitato Bologna Pride che non ha mai spiegato ufficialmente il rifiuto. Inoltre il Comitato Bologna Pride ha scelto di non permettere di intervenire sul palco alle realtà che non avevano formalmente aderito, scelta legittima ma non includente anche a fronte di altri eventi quali il Biella Pride dove il Coordinamento organizzatore ha dato la parola a tutte le soggettività lgbt che lo richiedessero, al di là della posizione di queste sulla piattaforma o sull’adesione. Ugualmente Facciamo Breccia ha partecipato al Bologna Pride, organizzando uno spezzone collegato allo spezzone lesbico e femminista e portando in piazza molte persone, contribuendo così alla riuscita della manifestazione. Durante il corteo abbiamo organizzato un’azione di comunicazione politica che avrebbe dovuto avere il suo epilogo nell’apertura dello striscione sul palco come espressione pacifica di dissenso: avevamo aperto lo stesso striscione davanti al Cassero di Porta Saragozza, per rivendicare la storia del movimento lgbt.

Il Cassero è stato simbolicamente circondato di drappi rosa e arricchito di cartelli di rivendicazione politica, la polizia ha lasciato svolgere l’azione del tutto pacifica che ha riscosso molto riconoscimento dai/dalle partecipanti al corteo che hanno festosamente preso parte in centinaia.

Ma la conclusione del pride per noi è stata inverosimile: l’area del palco (backstage lo chiama il Direttivo Comitato Bologna Pride), cioè l’area interna del palco, delimitata da transenne, era “protetta” da volontari/e insieme a poliziotti, alcuni in divisa, altri (avremmo scoperto in seguito) in borghese, presenza che, se non è stata richiesta dal Comitato Bologna Pride, è stata da questo per lo meno avallata.  Questo in una manifestazione politica non si era mai visto movimenti: la sicurezza interna gestita dalla polizia di stato. E questa è stata la prima causa di quello che Aurelio Mancuso sul palco (evidentemente senza crederci) definiva il terribile “malinteso” che ha fatto fermare e ammanettare Graziella Bertozzo, leader storica del nostro movimento certo (lo rivendichiamo a lettere chiarissime) e riconosciuta come tale da tutte/i (o quasi), ma che non ha assolutamente usato la sua storia per presentarsi nell’area palco: Graziella stava partecipando ad un’azione di comunicazione politica con altri/e compagni e compagne che voleva esprimere il dissenso di cui sopra. Le altre e gli altri “si sono intrufolati/e” tranquillamente mentre Graziella (che non aveva certo chiesto niente a Porpora Marcasciano visto che in quel momento teneva il suo intervento e con la quale in precedenza aveva parlato – essendo compagne di percorso – ma certo non le aveva chiesto il permesso per salire su un palco di cui Porpora non aveva la gestione). Rimane da capire la ragione per la quale solo la persona più rappresentativa di Facciamo Breccia sia stata fermata all’ingresso del palco, mentre le altre venivano lasciate passare. Inoltre Facciamo Breccia non attacca nessuna volontaria ma condanna fortemente il ruolo della polizia sul palco ed il fatto che sia stata chiamata per risolvere un dissidio politico, rifiutando ripetutamente, anche di fronte a esplicita richiesta di attivisti/e di Facciamo Breccia, di evitare il fermo di polizia. Chi ha scelto questa modalità? Chi non ha colto l’occasione offerta da Facciamo Breccia con il comunicato reso pubblico in data 29 giugno di agire tutte/i per evitare di fare di Graziella un capro espiatorio di un conflitto tutto politico, e sta invece cercando di farla finire strumentalmente in tribunale invece di riportare il dibattito sul piano  politico? Il Comitato Bologna Pride, che ha già finito il suo “processo” ascoltando “alcuni diretti interessati, testimoni oculari del fatto”. Non certo “la condannata” Graziella Bertozzo… A questo punto la responsabilità è chiara e dichiarata. E’ questa riteniamo che sia il risvolto più vergognoso della vicenda: l’attacco ad una persona, una lesbica, un’attivista in carne ed ossa, cercando di screditarla, diffondendo calunnie, usando contro di lei tutte le armi che la repressione ha sempre usato contro le lesbiche e le donne in generale: l’accusa di isterica violenta. E così è stata consegnata una componente del nostro movimento alla polizia, una lesbica dichiarata in mani a poliziotti che non hanno certo tardato, com’era presumibile, a cercare di piegarla psicologicamente e fisicamente. A Graziella oltretutto è stata tesa una trappola: un uomo in borghese che mai si è qualificato l’ha aggredita, lei ha cercato con le sue forze di non farsi prendere, non sapendo che fosse un pubblico ufficiale, come qualunque donna nelle mani di un uomo che l’aggredisce avrebbe fatto. Quindi non esiste nessuna resistenza a pubblico ufficiale né tanto meno esistono le lesioni visto che il sedicente lesionato è stato visto da decine di testimoni pronti/e a testimoniare sul palco e fuori prendere di peso Graziella e camminare tranquillamente prima e dopo il fermo. Le altre e gli altri di Facciamo Breccia hanno dovuto insistere accoratamente perché il terribile fatto fosse annunciato sul palco e per sapere dove era stata portata, davanti a esponenti del Comitato Bologna Pride e di Arcigay che continuavano a rispondere che se l’avevano fermata (quando loro stessi avevano chiesto il fermo additandola come pericolosa) sicuramente aveva fatto qualcosa di male, con la stessa logica che porta molti a dire che se una donna è stata violentata qualcosa avrà fatto, se lo sarà meritato, se lo sarà cercato.

Facciamo notare che tra le firme del Comitato Bologna Pride manca quella di una delle tre portavoci, Marcella Di Folco, che non ha sottoscritto il documento, oltre, ovviamente, a quelle di tutte le realtà aderenti al Comitato stesso che non fanno parte del Direttivo.

Non abbiamo, invece, niente da aggiungere riguardo al comunicato di Aurelio Mancuso, Presidente nazionale Arcigay e di Francesca Polo, Presidente nazionale Arcilesbica visto che si tratta solo di un lungo elenco di falsità e diffamazioni, caso mai da dirimere a mezzo querela visto che questo sembra essere il piano scelto dalle due associazioni nazionali. Facciamo Breccia viene screditata perché ha da sempre avuto il coraggio di rendere nota la lotta verso quelle nicchie di privilegio di cui certe associazioni si nutrono e sopravvivono. Accusare Facciamo Breccia di violenza, maschilismo e slealtà  è solo una ridicola baggianata (dimostrata tra l’altro dagli ottimi rapporti istaurati con gli organizzatori e le organizzatrici di tutti gli altri pride), che dovrebbe solo far arrossire chi lo scrive. Semmai ci appelliamo a tutte le socie ed i soci di Arcigay e Arcilesbica  e i loro circoli perché si dissocino da tali infamie. Speriamo invece che queste associazioni dimostrino altrettanta violenza alla prossima aggressione omofoba e fascista di quanta ne hanno dimostrata nel loro comunicato contro Facciamo Breccia, dato che siamo sicure/i che la tradizionale piagnulocosità che dimostrano in tali occasioni non sia utile.

Noi siamo tutte/i con Graziella insieme a centinaia di donne, uomini, lesbiche, gay, trans, femministe, attivisti/e e soggettività politiche, oltre che a decine di testimoni oculari come dimostrano le molte mail di solidarietà arrivate a Graziella, e consultabili sul sito www.facciamobreccia.org

Noi abbiamo scelto la politica, le pratiche di movimento e di non abbassarci mai all’uso del paradigma securitario né tanto meno alla rinuncia della politica e dell’azione in nome dello stato di polizia.

Coordinamento Facciamo Breccia.

Foto di Valentina Perniciaro
LAYCA FROCESSIONE.
SAN LORENZO, febbraio 2008

chiedono pure i danni!

30 giugno 2008 1 commento

SPOLETO – Quattro operai morti sul lavoro ed un’azienda che, a distanza di oltre due anni dal drammatico incidente, chiede ai parenti delle vittime, e all’unico superstite, trentacinque milioni di euro, come risarcimento danni. Tanto pretende la Umbria Olii dai familiari di Tullio Mocchini, Giuseppe Coletti, Wladimir Toder e Maurizio Manili. Trentacinque milioni richiesti a fratelli, figli e genitori.
L’atto legale porta la firma dell’amministratore delegato della società, Giorgio Del Papa, indagato dal giorno seguente la tragedia. Le accuse per il manager sono di disastro colposo con l’aggravante “della colpa con previsione dell’evento”, violazione delle norme sulla sicurezza (tra cui l’omissione dolosa dei mezzi di prevenzione) e omicidio colposo plurimo. Secondo la procura di Spoleto, Del Papa sapeva che c’era gas esplosivo (del tipo esano, molto pericoloso) nei silos saltati in aria. E proprio quel gas, per la procura, è la causa di tutto. Per Del Papa, invece, la colpa dell’incidente è da attribuire agli operai.

I quattro, lavoravano per conto di una piccola ditta, che aveva l’appalto per lavori di manutenzione di questo colosso europeo della raffinazione dei prodotti vegetali. Secondo l’azienda, gli operai che quel giorno stavano lavorando all’installazione di una passerella per collegare due silos, avrebbero dovuto sapere che le fiamme ossidriche non potevano essere utilizzate in quell’intervento. E proprio l’uso di un saldatore sarebbe stata la causa, per la difesa, dello scoppio del silos. I quattro saltarono in aria. Dilaniati e carbonizzati. Una tragedia che nel novembre del 2006 scosse l’opinione pubblica, è poi divenuta un vicenda giudiziaria a colpi di perizie.
Da un lato le 250 pagine dei periti della procura (alcuni dei quali gli stessi intervenuti per la vicenda della Thyssen), dove si sostiene la responsabilità della Umbria Olii e la causa scatenante del gas esano. Dall’altra una perizia richiesta dall’azienda al tribunale civile, e affidata ad un consulente locale che riscontra come causa dell’incidente l’uso del saldatore. In quest’ultima perizia si sostiene che pur in presenza del gas esplosivo, se non ci fosse stato l’innesco della fiamma, lo scoppio non si sarebbe mai prodotto. Un errore, scrive il perito, commesso dagli operai “per fretta e stanchezza”.


“Se la giustizia consente questo, cos’altro può succedere?” commenta sconsolato, Klaudio Demiri, unico superstite, che al momento dello scoppio era fortunatamente a bordo di una gru. Lui, ancora oggi, vive nell’incubo di quelle tremende sequenze di inferno e fuoco.
Intanto, l’11 luglio il giudice penale deciderà se disporre o meno il processo per Del Papa. A gennaio è fissata l’udienza civile per discutere del risarcimento. Il professor Giovanni Cerquetti, docente di diritto penale generale alla facoltà di giurisprudenza di Perugia, e legale di uno dei familiari delle vittime, parla di “azione irrituale e comunque infondata. Un caso singolarissimo, con azioni civili che espongono chi le ha promosse a quella che il codice di procedura civile definisce come “responsabilità aggravata per lite temeraria”.

MERDE SCHIFOSE!
OLTRE AD UCCIDERCI I PADRONI CHIEDONO I DANNI!

Genova, piazzale kennedy

Fionde contro il potere. Genova, Piazzale Kennedy 20 Luglio 2001, Foto di Valentina Perniciaro

grassissime risate.

27 giugno 2008 4 commenti
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Okkio ai Koreani!

26 giugno 2008 1 commento

Hai capito i Koreani!
Dopo un bel po’ di ore di scontri tra polizia e lavoratori in sciopero,
i “tutori dell’ordine costituito” hanno alzato la bandiera bianca.
“Daje compà, famose ‘na dormita e poi ricominciamo!”

E così…..cordoni di protezione per chi dorme.
Poi si fa a scambio di posto: chi dormiva si cordona,
chi cordonava si sdraia a dormire.
ECCEZIONALE! Avrei pagato per assistere a questo.
PIU’ INCUBI PER LE FORZE DELL’ORDINE,
PIU’ PENNICHELLE STRADALI….
è che noi non siamo più capaci di farli faticare. 
GRANDISSIMI I COMPAGNI KOREANI! GRANDISSSSSIMI! 

ABBIAMO GLI OCCHI SEMPRE APERTI, NOI!

+ PARAPIGLIA – FAMIGLIA!

26 giugno 2008 1 commento

“Avete mai fatto caso al fatto che oggi, in Italia, c’è pieno di gente che quarant’anni fa era atea e comunista adesso son diventati cattolici? Io, non lo so, se trovassi qualcuno che quarant’anni fa era cattolico,  e adesso è ateo e comunista, sarei curioso di andarci a cena insieme, con uno così, invece non esco mai di casa,
praticamente.” 

_PAOLO NORI_ _Mi compro una gilera_


Foto di Valentina Perniciaro Corteo di Donne per le Donne. Roma, 24 Novembre 2007
                                PIU' PARAPIGLIA MENO FAMIGLIA

Ucciso sul lavoro!

25 giugno 2008 2 commenti

ALTRO MORTO ALLA CENTRALE ENEL DI CIVITAVECCHIA.

Oggi alla centrale Enel di Torre Valdaliga Nord (Civitavecchia), non si lavora.
Si sciopera. Otto ore.
Per un altro morto.
Stavolta è toccato ad un operaio di 24 anni, Ivan Ciffary, slovacco, dipendente della ditta Pichler, addetto al montaggio del nastro trasporto carbone. E’ precipitato da un altezza di 15-20 metri.
Non si sa

perchè.
Pochi mesi fa a Michele Cozzolino cadde un tubo innocenti sulla testa, ammazzandolo.

http://nomortilavoro.noblogs.org

BASTA CON QUESTI OMICIDI QUOTIDIANI.
BASTA CON LA DEFINIZIONE “MORTI BIANCHE”.
IL SANGUE DEL PROLETARIATO NON E’ BIANCO.

Ma quando inizieranno a morire i padroni?
IL LAVORO UCCIDE.LO SFRUTTAMENTO UCCIDE. SOLO LA LOTTA PAGA!

“si chiudono i tuoi occhi col mio sonno”

23 giugno 2008 2 commenti

Non t’amo come se fossi rosa di sale, topazio
o freccia di garofani che propagano il fuoco:
t’amo come si amano certe cose oscure,
segretamente, tra l’ombra e l’anima.

T’amo come la pianta che non fiorisce e reca
dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori;
grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo
il concentrato aroma che ascese dalla terra.

T’amo senza sapere come, né quando, né da dove,
t’amo direttamente senza problemi né orgoglio:
così ti amo perché non so amare altrimenti

che così, in questo modo in cui non sono e non sei,
così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.

~ Pablo Neruda ~

 

Foto di Valentina Perniciaro
Via Cavour, Roma : amore militante
 

I cani del Sinai

18 giugno 2008 3 commenti

Fare il cane del Sinai pare sia stata una locuzione dialettale dei nomadi che un tempo percorsero il deserto altopiano di El Tih, a nord del monte Sinai. Variamente interpretata dagli studiosi, il suo significato oscilla tra correre in aiuto del vincitore,stare dalla parte dei padroni, esibire nobili sentimenti.
Sul Sinai non ci sono cani.

Dalla fine della guerra portavo, di mio padre ebreo e del mio segno di circonciso, una interpretazione che oggi comincio a intendere peggio che parziale, pigra come lo schema fascismo-antifascismo in cui si era disposta. I casi personali erano stati bruciati dall’enormità  della vicenda d’allora. 
In pratica -nella pratica della pigrizia- avevo accettato l’assurda idea che ebraismo, antifascismo, resistenza, socialismo fossero realtà contigue. Come ci si può ingannare! 

Era accaduto che l’ebraismo fosse inseparabile da una persecuzione immensa e non ancora del tutto esplorata: testa di Medusa per chiunque. Era parsa riassumere qualsiasi altra persecuzione, qualsiasi altro strazio e quindi di perdere la sua specificità.
I difensori del pensiero democratico-razionalista avevano visto negli ebrei un universale, incarnazione di quanto l’uomo potesse avere di più caro, la tolleranza, la non violenza, l’amore della tradizione, la razionalità. Questo errore non era innocente.

[…]
Quanto più la piccola borghesia tradizionale s’è venuta identificando con gli addetti al Terziario e ha incluso larga parte della classe operaia, l’Uomo Ad Una Dimensione ha dovuto crearsi di necessità passioni, nazioni, devozioni, lealtà fittizie. L’antisemitismo sparisce moltiplicandosi. La frase “si è sempre l’ebreo di qualcuno” diventa vera alla lettera. Più che naturale che gli Israeliani – o meglio: coloro che ne controllano l’opinione- abbiano fatto ricorso all’onore della persecuzione storica come elemento potente di passioni ed orgogli patriottici: non solo nel nostro inno nazionale si dice popoli, per secoli, calpesti e derisi. 

Altrettanto naturale ma molto più grave che – a quanto capita di udire e leggere- l’unione sacra tra i partiti si compia di necessità oscurando la rilevanza dei legami internazionali di Israele, insomma il compito politico che Stati Uniti ed Inghilterra sembrano aver assegnato a quel paese. 
Quella oscurità , quella mancanza di chiarezza, peggio, quella chiarezza respinta e rimossa da un sacro egoismo (quante volte torna il sacro nella lingua morta del nazionalismo) in una non necessaria penombra, radicherà forse nella cultura israeliana un male peggiore (perchè difensivo, giustificatorio) di quello delle euforie militaresche e guerriere.

Molti ebrei-europei e molti italiani-europei amici degli ebrei si sono lasciati sorprendere nel sonno del loro vecchio antifascismo. Dovranno ripensare alla propria giovinezza e giudicarla. Il limite e lo scandalo sono sorti dall’incontro con le masse immense che non possono nè vogliono assimilarsi nè arruolarsi fra i tirailleurs sénégalais, i gurka, i rangers dei petrolieri o della Cia.

___FRANCO FORTINI: I Cani del Sinai___

Questi alcuni tratti di un capolavoro contro quanti amano correre in soccorso dei vincitori.
Il più grande intellettuale italiano contemporaneo, ebreo, analizza lo Stato ebraico di Israele pochi giorni dopo la fine della Guerra dei 6 Giorni,
iniziata il 6 giugno 1967 

Dheishe, prima notte di coprifuoco 

 

Dheishe_ il risveglio

Foto di Valentina Perniciaro:
Campo Profughi di Dheishe, Betlemme, West Bank, Palestina.
Marzo 2002. Un piccolo spaccato di guerra permanente, di guerra
d'occupazione, di apartheid.
Foto 1: Prima notte di coprifuoco
Foto 2: Il risveglio e la devastazione  

ya Beirut!

16 giugno 2008 Lascia un commento

Scrivere di te mi viene naturale e lacerante allo stesso tempo.
Di te, che ti parlo come fossi una persona, come avessi uno sguardo.
Scrivere dello stupro della terra libanese assomiglia al parlare con un amore astratto.

 

Ma quella polvere mi è entrata nei polmoni e non riesce più ad uscirne,
quell’odore disperato m’è entrato nell’anima e accresce l’odio innato.
Mi piacerebbe passeggiare tra i tuoi sguardi, mi piacerebbe assaggiare ancora
i tuoi sapori…stringendo a me quelle mani sublimi, che mi fanno sognare.

Si, mi piacerebbe passeggiare con te per le terre che m’han rapito gli occhi.
Mi piacerebbe insegnarti quei suoni come stai facendo tu con me.
Mi piacerebbe poter volare via, poter avere il nulla sotto i piedi
e non questo cemento, queste strade, queste mura.
Mi piacerebbe tornare nei posti che ho amato, mi piacerebbe scoprirne milioni.

 

“ti amo come se sorvolassi il mare per la prima volta”  -N.Hikmet-

Foto di Valentina Perniciaro.
Settembre 2006. Beirut, Libano.
Quartiere sciita di haret Hreik, roccaforte Hizballah
raso al suolo dai bombardamenti israeliani 

 

C’est toi

13 giugno 2008 2 commenti

Tu me fais tourner la tête
Mon manège à moi c’est toi
Je suis toujours à la fête
Quand tu m‘prends dans tes bras
Je ferais le tour du monde
Ça ne tourn‘rait pas plus qu’ça
La terre n’est pas assez ronde
Pour m’étourdir autant qu’toi

Comme on est bien tous les deux
Quand on est ensembl‘ nous deux
Quelle vie on a tous les deux
Quand on s’aime comme nous deux
On pourrait changer d’planète
Tant qu’j’ai mon coeur près du tien
J’entends les flonflons de la fête
Et la terre n’y est pour rien

Ah oui, parlons-en de la terre
Pour qui elle se prend, la terre ?
Ma parol’ ‘y a qu‘elle sur terre
‘Ya qu‘elle pour faire tant de mystères

Mais pour nous il y avait
Pas de problèmes
Car c’est pour la vie qu’on s’aime
Et s’il y avait pas d’vie même
On s’aimerait quand même

Car…

Tu me fais tourner la tête
Mon manège à moi c’est toi
Je suis toujours à la fête
Quand tu m‘prends dans tes bras
Je ferais le tour du monde
Ça ne tourn‘rait pas plus qu’ça
La terre n’est pas assez ronde
Pour m’étourdir autant qu’toi

Je ferais le tour du monde
Ça ne tourn‘rait pas plus qu’ça
J’ai beau cherché à la ronde
Mais…
Mon manège à moi
Cèst toi !

 

 

Si muore nel fango

12 giugno 2008 1 commento

 

Si muore nel fango, si muore schiacciati, si muore avvelenati.
Nessuno è mai responsabile, nessuno ha mai pagato per queste morti.
Tutti spendono molte parole di esecrazione e di condanna, si cercano le cause della tragedia; imprenditori, governo e sindacati si dichiarano costernati.
Ma intanto, nei fatti e non colle parole, l’Unione Europea deregolamenta l’orario di lavoro e così, grazie alla nuova normativa si potrà cancellare ogni forma di contrattazione collettiva, sostituita da rapporti di lavoro individuali, come sogna la CONFINDUSTRIA 
Sarà ancora più facile morire nelle fabbriche, nei cantieri, nei campi o in fondo ad un un pozzo, avvelenati come topi.
Liberalizzare l’orario di lavoro è un crimine, una istigazione a delinquere; cosi come si moriva nell’ottocento così si muore nel duemila: almeno risparmiateci l’ipocrisia delle lacrime per gli ultimi omicidi, come quello degli operai siciliani uccisi dalle esalazioni tossiche dentro una vasca di depurazione.
La domanda è solo una: esistono forze sindacali, sociali, civili e culturali in grado di dare un segno di vita, di battere un colpo, per difendere una conquista di civiltà ? 
I movimenti di base si mobilitano puntualmente e giustamente contro il razzismo e contro il fascismo, per il diritto al lavoro e per il diritto all’abitare, contro le guerre, in difesa della diversità.
Sarebbe ora di mobilitarsi e incazzarsi con la stessa intensità e puntualità anche per la strage giornaliera di lavoratori, per far diventare la tutela della salute e della vita dei lavoratori il problema centrale del conflitto.  

COMITATONOMORTILAVORO
ROMA 12/06/08

Foto di Valentina Perniciaro -Produci Consuma Crepa-

Mon Cher Belzébuth

12 giugno 2008 1 commento

Le soleil s’est couvert d’un crêpe. Comme lui,
Ô Lune de ma vie ! emmitoufle-toi d’ombre ;
Dors ou fume à ton gré ; sois muette, sois sombre,
Et plonge tout entière au gouffre de l’Ennui ;

Je t’aime ainsi ! Pourtant, si tu veux aujourd’hui,
Comme un astre éclipsé qui sort de la pénombre,
Te pavaner aux lieux que la Folie encombre,
C’est bien ! Charmant poignard, jaillis de ton étui !

Allume ta prunelle à la flamme des lustres !
Allume le désir dans les regards des rustres !
Tout de toi m’est plaisir, morbide ou pétulant ;

Sois ce que tu voudras, nuit noire, rouge aurore ;
Il n’est pas une fibre en tout mon corps tremblant
Qui ne crie : Ô mon cher Belzébuth, je t’adore !

Charles Baudelaire

Foto di Valentina Perniciaro: Roma, primavera 2006

La strage quotidiana

12 giugno 2008 Lascia un commento

 

 

Nella giornata di ieri ci sono stati 9 morti sul lavoro.
Questa mattina un’altra donna s’è aggiunta al lungo elenco.
Il genocidio perpetrato dai padroni non si ferma.

E noi si continua a morire sul posto di lavoro, a rimaner schiacciati, 
asfissiati, incastrati, sommersi,
a volar giù dai ponteggi, a morire nelle stive, nelle cisterne, 
nelle acciaierie, sotto le ruspe.

FERMIAMO QUESTO GENOCIDIO.
E lo si può fermare solo prendendo coscienza, ricominciando a lottare
su tutti i posti di lavoro, ricominciando ad avere potere nelle mani, 
a sovvertire i rapporti di forza.

stanno umiliando il mare

11 giugno 2008 1 commento

 

Siamo noi, siamo in tanti
ci nascondiamo di notte
per paura degli automobilisti
degli attipisti,
siamo i gatti neri, siamo pessimisti, siamo i cattivi pensieri.
E non abbiamo da mangiare
com'è profondo il mare!
com'è profondo il mare!
Babbo che eri un gran cacciatore di quaglie e di faggiani
caccia via queste mosche che non mi fanno dormire e mi fanno arrabbiare
Com'è profondo il mare!
Com'è profondo il mare!
E' inutile non c'è più lavoro, non c'è più decoro
Dio, chi per lui sta cercando di dividerci, di farci del male, di farci annegare
Com'è profondo il mare!
Con la forza di un ricatto un uomo diventò qualcuno, resuscitò anche i morti
spalancò prigioni, passò treni, correnti di vagoni
Rialzò per un attimo il ruolo difficile da mantenere
poi lo lasciò cadere e piangere ed urlare, sommerso in mare
Com'è profondo il mare!
Da solo un urlo diventò un tamburo,
il povero come un lampo nel cielo sicuro cominciò una guerra per conquistare uno spazio di terra,
nel suo cuore voleva coltivare.
Com'è profondo il mare!
Ma la terra gli fu portata via
compresa quella che aveva addosso,
lo scaraventarono in un palazzo in un fosso, non ricordo bene
poi una storia di catene bastonate e chirurgia sperimentale.
Com'è profondo il mare!
Com'è profondo il mare!
Intanto un mistico forse un'aviatore,
inventò la commozione che mise d'accordo tutti,
i belli con i brutti, qualche danni per i brutti che si videro consegnare
un pezzo di specchio così da potersi guardare.
Com'è profondo il mare!
Com'è profondo il mare!
Frattanto i pesci che poi li scegliamo tutti, assistettero curiosi al dramma collettivo di questo mondo
che a loro indubbiamente può sembrare cattivo e cominciavano a pensare...
Com'è profondo il mare!
Com'è profondo il mare!
E' chiaro che il pensiero da fastidio
anche se chi pensa è muto come un pesce
anzi invece un pesce, come i pesci difficili da bloccare
Come protegge il mare!
Com'è profondo il mare!
Il commando non è disposto a fare distinzioni poetiche
il pensiero come l'oceano non lo puoi bloccare, devi accettare... si sta accorciando il mare!
Si stanno uccidendo! Così stanno umiliando il mare! Così stanno piegando il mare!
LUCIO DALLA -Com'è Profondo il Mare-

Catturavi l’attenzione, inevitabilmente.
Con quella città semi-ferma nel tempo, che osservavi distante, distaccata, infinitamente parte di essa.
Catturava l’attenzione quel rosso brillante, quegli occhi profondi,
davanti a quei kilometri infiniti di terra profumata, di terra calda.
Terra di gelsomino, terra che urla la bellezza di un’inesistente libertà,
terra di basalto, di spezie, di  sguardi sequestratori, di bimbi furbetti e resistenti, 
terra che insegna ad innamorarsi.
Terra che insegna a guardare il tempo in altro modo.
Terra che avvolge, che si infila sotto pelle come il più meraviglioso degli amori.
Terra che, da quando amo in questo modo, sento più vicina.

INDECOROSI

7 giugno 2008 1 commento

Indecorosi. Orsi in movimento per il godimento

Da quello che ho sentito è uno dei migliori striscioni, tra i tanti divertentissimi del Gay Pride di oggi, 
che posso seguire solo “radiofonicamente” da una redazione tutta al femminile e pesantemente techno ;-(

PER LA LIBERTA’ SESSUALE,
PER L’AUTODETERMINAZIONE
PER LA LAICITA’

FUORI I PRETI DALLE NOSTRE MUTANDE 

Foto di Valentina Perniciaro  - GAY PRIDE 2007-
Nude man/woman walking

Per ascoltare le corrispondenze http://www.ondarossa.info

 

sei la mia patria

5 giugno 2008 3 commenti

Mi sento felice.
Non ci sto capendo nulla del mio presente.
Se non che son felice, si, proprio felice.

 
Sei la mia schiavitù sei la mia libertà 
Sei la mia carne che brucia 
come la nuda carne delle notti d’estate 
sei la mia patria 
tu, coi riflessi verdi dei tuoi occhi 
tu, alta e vittoriosa 
sei la mia nostalgia 
di saperti inaccessibile 
nel momento stesso 
in cui ti afferro 
—Nazim Hikmet, Poesie dal carcere—

Do you remember Bolzaneto?

4 giugno 2008 1 commento

-In previsione dell’arrivo a Roma, la settimana prossima, del presidente degli usa George Bush, oltre duecento detenuti di Regina Coeli sono stati trasferiti negli istituti di tutta Italia “per consentire al carcere romano di far fronte agli eventuali fermi legati a possibili disordini e contestazioni”.
A dare la notizia e’ stato il Garante regionale dei diritti dei detenuti Angiolo Marroni che, ironicamente, ha commentato: “e’ da tempo che andiamo dicendo che Regina Coeli e’ un carcere sovraffollato.
Visto quanto sta accadendo basterebbe che un capo di stato venisse a Roma una volta al mese ed ogni problema sarebbe risolto”
A quanto risulta al Garante la scorsa settimana sono gia’ stati trasferiti, in altre carceri del Lazio, un centinaio di detenuti: accanto alle normali 40 unita’ se ne sono aggiunte, infatti, una sessantina trasferite in via straordinaria.
Secondo Marroni “Questa settimana altri sessanta detenuti sono in attesa di autorizzazione dal Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria, per il trasferimento negli Istituti laziali, mentre altri 63 attendono il via libera dal Dipartimento Nazionale per essere trasferiti nelle carceri di tutta Italia. In totale, saranno dunque 220 i detenuti trasferiti per consentire di liberare due piani della settima sezione di Regina Coeli, quelli dove dovrebbero essere ospitati i responsabili degli eventuali incidenti legati alla visita di Bush a Roma”.
Nella maggior parte dei casi, afferma ancora Marroni, ad essere trasferiti sono stati detenuti appellanti o giudicabili, che, dunque, dovranno tornare a Roma per i processi che li riguardano, con inevitabili costose spese di trasferimento a carico dello Stato. Quelli trasferiti fuori regione sono, al 90%, stranieri. –

Eccoci di nuovo.
La notizia sembra essere la stessa di 7 anni fa…il governo in effetti è lo stesso, anzi no. E’ decisamente peggio, completamente monocromatico.
Daranno l’onore anche a noi donzelle di fare i 3 scalini? Gli basteranno 200 brande per conterci tutti?
Riapriranno anche Villa Paradiso per l’occasione [sono le celle punitive d’isolamento di Regina Coeli, dismesse nei primi anni ’80, soprannominate così dai detenuti] ?
Consiglio di lasciare i piercing a casa, pare non abbiano perso il vizio di volerci torturare tutt@

Nel frattempo Piazza San Giovani sarà vietata al Pride sabato prossimo. Al suo posto sarà data la piccola Piazza Santa Croce in Gerusalemme, che sicuramente non conterrà tutti i partecipanti alla manifestazione.
Saranno le prove generali per Bush?

Foto di Valentina Perniciaro -Roma, Giugno 2007-
Corteo contro la visita di Bush PUSHBUSHOUT

_In coda_

3 giugno 2008 1 commento

“Ho chiesto un po’ di sole
e il poliziotto ha risposto:
Signore, mettiti in coda!
Ho chiesto inchiostro per scrivere il mio nome
E mi è stato detto : L’inchiostro scarseggia
devi attendere in coda il tuo turno.
Ho chiesto un libro da leggere
e una divisa kaki ha strepitato:
Chi vuole il sapere
deve leggere le pubblicazioni del partito
e gli articoli della costituzione.
Ho chiesto il permesso di incontrare la mia donna
e mi è stato risposto: E’ cosa ardua incontrare le donna
e l’innamorato deve
sopportare una lunga coda.
Ho chiesto l’autorizzazione
a mettere al mondo un figlio,
ma un ispettore, scoppiando a ridere, mi ha detto:
La prole è molto importante
ma aspetta in coda ancora un anno.
Ho chiesto di vedere il volto di Dio
ma un rappresentante di Dio ha urlato:
Perché?
Ho risposto: Perchè sono un uomo sconfitto.
Allora mi ha segnato a dito
ed ho compreso che anche gli sconfitti
stanno in coda.

Mio Signore:
desidero incontrarti, ma non lasciarmi
in coda come un cane randagio..
Da quando sono nato
sono in coda, immobile.
Mi si sono ghiacciati i piedi
simile alla carta straccia è la mia anima.
Spiagge calde e … uccelli.
Non so come recitare i miei versi
perché ovunque mi incalza la mannaia.
I fogli sono presi al laccio
le penne al laccio
al laccio i seni.
Il letto d’amore
vuole un permesso di transito.
Mio Signore:
l’orizzonte è sempre più sottile
e questo paese è rannicchiato tra le acque
triste come una spada spezzata.
Se rifiutiamo la canfora
ancora più canfora ci porterebbero.

Mio Signore:
l’orizzonte è grigi
ed io mi struggo per un raggio di luce.
Se solo volessi aiutarmi
mio Signore … mi muteresti in un passerotto.

____Nizar Qabbani___

Tra le macerie di Beirut, nel quartiere di Haret Hreik, il desiderio di mutarsi in un passerotto è lo stesso che nella cella di una prigione. L’aria puzzolente e irrespirabile, polverosa e pesante.

Foto di Valentina Perniciaro  -Beirut: settembre 2006-
Quartiere sciita di Haret Hreik, dopo i bombardamenti israeliani

GGGGIOIA!!

31 Maggio 2008 1 commento

“ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli”

30 Maggio 2008 Lascia un commento

Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l’aere sanza stelle,
per ch’io al cominciar ne lagrimai.

Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d’ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle

facevano un tumulto, il qual s’aggira
sempre in quell’aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira.

E io ch’avea d’error la testa cinta,
dissi: “Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’è che par nel duol sì vinta?”.

Ed elli a me: “Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ’nfamia e sanza lodo.

Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.

Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli”.

E io: “Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?”.
Rispuose: “Dicerolti molto breve.

Questi non hanno speranza di morte,
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che ’nvidïosi son d’ogne altra sorte.

Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.

DANTE ALIGHIERI -III CANTO INFERNO- “Gli ignavi”

Dante tornerà spesso tra le righe di questo blog perché è una passione irrinunciabile,
é la perfezione che da secoli scalda la nostra terra… quando lo leggo mi vergogno un po’ meno
di essere italiana, quando lo leggo mi sento meno sola.
Quando leggo gli Ignavi, tratti dal terzo canto dell’Inferno, sento di non aver sbagliato.

Eccolo ancora: ADOLFO I!

29 Maggio 2008 4 commenti

Benedetto XVI: “Provo gioia per il nuovo clima politico”

ROMA – “Avvertiamo con particolare gioia i segnali di un clima nuovo, più fiducioso e più costruttivo. Esso è legato al profilarsi di rapporti più sereni tra le forze politiche e le istituzioni, in virtù di una percezione più viva delle responsabilità comuni per il futuro della Nazione”

La Repubblica 29 Maggio 2008

Foto di Valentina Perniciaro  NO VAT

4 DONNE SU 5 ODIANO IL PAPA

Capito si? Lui prova gioia!

Come un contadino di inizio secolo…

27 Maggio 2008 1 commento

E’ estremamente bello mangiare ed avere la sensazione di esser tornato dal campo, spossato, ad inizio secolo…mangiare il testarolo sembra tornare indietro nel tempo, sembra di sentire il calore di un caminetto e del passato. Ci si rilassa, lo stomaco si riempie rapidamente e con maestria.


Il Testarolo è un antico pane senza lievito (azzimo). di basso spessore (circa 2 – 3 mm) di forma circolare, con diametro di circa 40 – 45 cm. Dall’aspetto consistente ma spugnoso. Ha un colore biancastro tendente al marroncino. Nella parte a contatto con il piano di cottura assume una colorazione bruno intenso, mentre la parte superiore ha il colore della mollica del pane casalingo di cui conserva peraltro anche il profumo.
Nei forni e nei negozi di generi alimentari della Lunigiana si trova sfuso, ma si può trovare ovunque in quanto viene venduto in confezione sottovuoto per conservarne tutte le caratteristiche.
 

Si amalgama la farina di grano con acqua tiepida e sale, fino ad ottenere una pastella molto liquida. Si scaldano i testi di ghisa o di ferro sul fuoco vivo di legna o gas, una volta ben scaldati vi si stende la pastella sopra in modo da avere, dopo cottura, una forma circolare, si copre con un altro testo caldo per completare la cottura che avviene in pochi minuti.
Ancora oggi per la produzione casalinga vengono utilizzati appositi locali, chiamati “gradili” destinati sia alla produzione dei testaroli sia alla essicazione delle castagne.
Il prodotto deve la sua tradizionalità alla particolare combinazione degli ingredienti, alla metodica di lavorazione che è rimasta invariata nel tempo (unica modifica apportata solo al metodo di riscaldamento dei testi), alla particolarità degli attrezzi, testi in ghisa, utilizzati nella trasformazione.
Il “testo” è un arnese a due componenti, la teglia con bordo (sui 5 -6 cm) e la cupola; viene utilizzato anche per la cottura di altri cibi, per quanto riguarda la cottura del testarolo il contatto si ha soltanto con la facciata inferiore del pane nella teglia mentre la faccia superiore è cotta per irradiazione del calore proveniente dalla cupola coprente.
Il testarolo viene tagliato a quadratini
 e fatto rinvenire in acqua bollente “ferma”. Scolato viene candito con olio extravergine di oliva e pecorino gratugiato o con pesto di basilico, pinoli aglio e olio extravergine (pesto gentile). Il testarolo viene anche consumato appena fatto con formaggi freschi e molli o con salumi.
E’ un piatto povero che veniva consumato soprattutto dai contadini!

Foto di http://apienavoce.wordpress.com -CONTADINI RUSSI PRIMA DEL PASTO-