Archivio
Conferenza stampa sul caso Papini, “ora la procura deve archiviare”
Massimo Papini ha regalato 18 mesi della sua vita alle carceri italiane.
Li ha regalati all’isolamento, alla menzogna, al carcere duro, ma soprattutto li ha regalati alla custodia preventiva.
Per poi essere assolto.
L’articolo smerda un po’ questo popolo viola che ieri infestava la piazza davanti alla Camera per manifestare sulla giustizia: dentro, ad ascoltare questo caso folle di giustizia impazzita, quasi il deserto
Conferenza stampa sul caso Papini, “ora la procura deve archiviare”.
Grecia sotto attacco dalla comunità europea: carceri e Cie come lager!
Sapete che esiste un Comitato per la prevenzione della tortura nel consiglio d’Europa?
Pare che esista si, proprio così, ma il fatto che come nome si sia scelto Cpt non fa ben sperare visto che a casa nostra erano i Centri di permanenza temporanea, poi trasformati negli attuali Centri di identificazione ed espulsione. Lager dedicati a persone che non hanno commesso alcun reato, se non quello di non avere documenti nelle proprie tasche. Questo Cpt, quello europeo, per la prima volta nella sua vita (è nato nel 1989) ha proferito parola attaccando un paese membro della comunità europea, la Grecia.
Il paese viene attaccato per la gestione delle sue carceri, per la condizione che vivono i detenuti: le prigioni greche, è scritto, sono “depositi di carcerati” dove non è garantita una condizione minimamente umana di vita dall’amministrazione penitenziaria che, racconta il documento, in alcuni casi ha completamente lasciato allo sbaraglio e quasi all’autogestione alcuni penitenziari. L’attenzione di questa denuncia pubblica focalizza l’attenzione anche e soprattutto sui centri di detenzione dedicati ai migranti. Un paio di mesi fa una delegazione del Cpt è entrata nel centro di Soufli e per accedere hanno dovuto camminare sulle persone sdraiate a terra, stipati come bestie: 146 persone private della propria libertà in 110 metri quadri, con un solo bagno e una sola doccia…in molti sono rimasti in questa condizione per più di 4 mesi. Ancora i racconti provenienti da Filakio raccontano condizioni similari, riservate a centinaia di adolescenti, famiglie, bambini che non possono uscire dalla loro maledetta gabbia nemmeno per una manciata di minuti al giorno.
Un disastro umanitario indegno, non diverso dal nostro.
Dibattito pubblico: Libertà per tutti e tutte, con o senza documenti
R.A.P. gruppo inchiesta, Radio OndaRossa, Rete no-Cie e occupanti di Casale de Merode
invitano tutte e tutti coloro che vogliono un mondo senza gabbie né frontiere
a partecipare a un dibattito pubblico sui Cie
DOMENICA 6 MARZO 2011
all’occupazione abitativa di via del Casale de Merode, 8 (Tormarancia)
– dalle ore 17.00:
dibattito pubblico: libertà per tutte e tutti! con o senza documenti!
per scambiarci informazioni ed esperienze sulle lotte contro i Cie e le deportazioni forzate,
sulle strategie di resistenza e sulle forme di autorganizzazione
mostre fotografiche sui Cie e sulle insurrezioni in corso nel Maghreb, materiali informativi, Nella tua città c’è un lager (bollettino bisettimanale sulle vicende che si susseguono nei cie), Scarceranda (l’agenda di Radio OndaRossa contro ogni carcere, giorno dopo giorno)
– a seguire:
cena con tutti i sapori del mondo
il ricavato della cena servirà ad acquistare delle radioline portatili da consegnare alle recluse e ai reclusi durante il prossimo presidio solidale del 12 marzo davanti al Cie di Ponte Galeria perchè ascoltare una radio è un modo per mantenere un contatto con l’esterno
PORTA UNA RADIOLINA A PONTE GALERIA!
contribuisci anche tu a rompere il muro del silenzio e dell’isolamento!
>> VERSO IL 12 MARZO <<
per un mondo senza gabbie né frontiere! chiudere tutti i Cie!
>> ASCOLTA LO SPOT DELLE DUE INIZIATIVE <<
>> ascolta/scarica/diffondi lo spot contro i Cie<<
Commissione internazionale di inchiesta sulla morte di Ulrike Meinhof: 3° parte
Questo blog ha dedicato spesso dello spazio ad Ulrike Meinhof e alla storia della RAF.
Da secoli dovevo proseguire con il rendere fruibile alla rete, le altre parti del Rapporto della Commissione internazionale di Inchiesta sulla morte di Ulrike Meinhof, così maledettamente identica a quella dei suoi compagni.
Vi lascio i link delle precedenti pagine, comunicandovi che proseguiremo con l’analisi degli accessi al piano delle celle e dei reparti presenti nell’Istituto di pena in quella nottata…
PRIMA PARTE COMMISSIONE INCHIESTA con riferimento alle condizioni di detenzione
SECONDA PARTE COMMISSIONE INCHIESTA e perizie mediche
Inchiesta criminologica
Le perizie mediche, conseguenti all’autopsia del corpo di Ulrike Meinhof, dimostrano che gli elementi a disposizione assolutamente non provano -come pretende la tesi ufficiale- che si tratti di un suicidio per tipica impiccagione. L’ipotesi del suicidio, al contrario, rivela contraddizioni insolubili che si ripetono anche nell’inchiesta criminologica e che il governo e la giustizia, da parte loro, non sono evidentemente in grado di spiegare.
Proprio queste contraddizioni rafforzano il sospetto dell’intervento di terzi.
Oltre alle contraddizioni riscontrate dal dott. Meyer nei suoi accertamenti e confermate dai detenuti di Stammheim (posizione del cadavere, genere dell’oggetto servito allo strangolamento etc..), debbono essere inclusi nell’inchiesta i seguenti dati:
A. L’ASCIUGAMANO E L’OGGETTO TAGLIENTE
La striscia ritagliata da un asciugamano, adoperato per lo strangolamento, non poteva essere fissata alla rete della finestra senza un adeguato strumento ausiliare. “La rete metallica ha quadrati di mm 9×9: senza uno strumento adeguato -una piccola pinza, ad esempio- è impossibile far passare una striscia tale nella maglia della rete e reintrodurla in un’altra maglia tirandola verso l’interno. Una pinza del genere non è stata trovata. Ogni altro mezzo (cucchiaio, forchetta…) è inutilizzabile per una simile operazione poiché le maglie sono troppo piccole” ( dichiarazione dei detenuti di Stammheim) […]
B. SEDIA / MATERASSO
Per quanto riguarda la posizione del corpo, esistono versioni che si escludono reciprocamente.
- Scheritmuller (funzionario della prigione): “Non c’era sgabello. Non ho visto sedie”

- Henck (medico della prigione) : “I piedi erano a 20 cm dal suolo”
- I funzionari di polizia non citano mai sedia o materasso
- La sedia appare per la prima volta in Rauschke, nel suo rapporto di medicina legale e nel rapporto della polizia criminale. Rauschke parla di un materasso; la polizia criminale di un materasso e parecchie coperte. Nel rapporto destinato a Jansenn, Rauschke non parla del materasso; in tal modo Jansenn è costretto a partire da indicazioni inesatte
- “Una sedia posta su una base così instabile si sarebbe immediatamente rovesciata per gli sgambettamenti – di cui si è parlato- che sarebbero stati così forti da provocare le ferite, numerose e profonde, che sono state accertate alle gambe” (dichiarazione dei prigionieri)
C. COPERTA
“Ulrike Meinhof ha sempre dormito con una coperta di pelo di cammello che portava, ricamato, il nome di Andreas Baader. Questa coperta mancava al momento in cui furono consegnati gli effetti personali all’esecutore testamentario. La coperta era ancora nel carcere poco tempo prima. Non è citata nella lista di oggetti presi in consegna dai funzionari della Sicurezza di Stato. Dal registro dell’Istituto di pena risulta che la coperta è stata registrata e quando. Una coperta non poteva lasciare la prigione” [documenti dell’IVK]
D. LAMPADINA ELETTRICA
“Ho aperto ieri sera, alle 22, secondo il regolamento vigente nell’istituto di pena di Stammheim, la cella della signora Ensslin e quella della signora Meinhof, per farmi consegnare, come ogni sera, i tubi al neon e le lampadine elettriche delle celle”. Ecco quanto dichiarava una guardiana ausiliaria, la signora Frede, nel corso del primo interrogatorio della polizia criminale il 9 maggio 1976.
Tuttavia, nel corso dell’inventario ufficiale, il 10 maggio, una lampadina elettrica che recava impronte digitali e che si trovava nella lampada da scrittoio è stata requisita e inviata all’istituto tecnico di criminologia dell’Ufficio federale della polizia criminale. L’istituto rende noti i risultati della perizia dattiloscopica: “Le tracce dattiloscopiche che si trovavano sulla parte esterna della lampadina, rese già visibili dalla polvere nera, sono state fotografate, qui, più di una volta. In ogni caso, si tratta di frammenti di impronte digitali che sono inutilizzabili a scopo di identificazione. Il confronto di questi frammenti con le impronte di Ulrike Meinhof, nata a Oldenburg il 7.10.34, non ha permesso di rilevare alcuna somiglianza.
E. VESTITI
Scaturisce dai verbali, come dalle dichiarazioni di Gudrun Ensslin, che Ulrike indossava la sera dell’8 maggio un jeans slavato e una camicetta rossa. Alla scoperta del cadavere, portava un pantalone di velluto nero e una camicetta di cotone grigia a maniche lunghe. Rimangono dunque due interrogativi: 1. Perchè qualcuno che vuole impiccarsi si cambia d’abito? 2. Perchè la polizia criminale e la Procura non hanno chiesto dove si trovavano i vestiti indossati dalla Meinhof la sera dell’8 maggio? [ Jurgen Saupe, settembre ’76]
F. CONTRADDIZIONI NELLE DEPOSIZIONI Di RENATE FREDE
Durante la sua prima deposizione dinanzi alla Polizia criminale, la guardiana ausiliaria Frede dichiara di aver aperto la porta della cella della Meinhof per farsi consegnare le lampadine elettriche. Senza darne spiegazione, la procura l’ascolta una seconda volta l’11 maggio. La Frede dichiara: “Nel corso della mia prima deposizione, ho dichiarato per errore che avevo aperto la porta della cella della Meinhof; non è del tutto esatto. Non ho aperto la porta della cella, ma lo sportello attraverso il quale vengono passati i pasti. In quel momento, anche i funzionari Walz e Egenberger erano presenti. Lo sportello è chiuso da un catenaccio”.
Hiroko Nagata, leader dell’Armata Rossa Unita, è morta dopo 29 anni di braccio della morte
Muore in carcere Hiroko Nagata, leader dell’Armata Rossa Unita 40 di detenzione, 29 nel braccio della morte
Dopo 40 anni di detenzione, di cui 29 nel braccio della morte, distrutta nella mente e nel corpo, è morta sabato notte in carcere, a Tokyo, Hiroko Nagata. Domani avrebbe compiuto 66 anni.
Negli anni ’70 dopo aver fatto parte del movimento studentesco fondò assieme a Tsuneo Mori, morto suicida in carcere dopo appena un anno di detenzione, l’Armata Rossa Unita, piccolo ed efferato gruppo di estrema sinistra che si proponeva di provocare la rivoluzione armata in Giappone. Dopo aver ordinato l’esecuzione di due compagni “traditori”, la Nagata e Mori misero insieme un gruppo di “rivoluzionari” e, finanziandosi con rapine, si diedero alla clandestinità. Nella ricerca di ottenere massima consapevolezza e dedizione alla causa, Mori e la Nagata condussero feroci sedute di autocritica, finendo per provocare, direttamente o indirettamente, la morte di 14 compagni. Vicende che, non senza polemiche, sono state narrate nel controverso film di Koji Wakamatsu, “United REd Army”, presentato a Berlino nel 2008.
Arrestati nel 1972, furono entrambi condannati a morte. Mori riuscì a suicidarsi in cella dopo appena un anno, evento che provocò da parte delle autorità giapponesi un ulteriore inasprimento delle condizioni di detenzione, già particolaremente pesanti e crudeli, di Hiroko Nagata. Ammalata di cancro, Nagata era stata operata per la prima volta nel 1986, molto in ritardo, e le sue condizioni erano ulteriormente peggiorate nel 2003, quando fu colpito da un ictus. Da allora è rimasta, praticamemte senza cure e senza diritto di visita, fino a ieri.
Oggi si sono svolti, in forma assolutamente privata, i funerali. Alla cerimonia, svoltasi nel crematorio pubblico di Shinagawa, a Tokyo, erano presenti solo 10 persone, tra i quali il marito, che l’aveva sposata in carcere subito dopo la condanna, e alcuni compagni dell’epoca, tornati a piede libero dopo oltre 20 anni di reclusione. In Giappone la condanna a morte, una volta passata in giudicato, non può essere commutata, non può essere oggetto di grazia e impone condizioni di detenzione durissime. E l’esecuzione, che avviene per impiccagione, viene comunicata al detenuto appena poche ore prima. Hiroko Nagata ha aspettato, inutilmente, 29 anni di essere “liberata” dal peso dei delitti di cui si era resa responsabili, senza peraltro mai pentirsene. “Ho provato un senso di profonda tristezza. E di paura. Non mi era mai successo” ci ha detto, visibilmente commosso, Kim Kwanji, uno dei pochi membri dell’Armata Rossa ad aver evitato il carcere. Per 15 anni, periodo dopo il quale scatta la prescrizione, è riuscito a vivere in clandestinità, senza peraltro mai rifugiarsi all’estero, elemento questo che , nella legge giapponese, sospende la prescrizione
preso da Dal Giappone col furore
[Isabelle Sommier, nel suo libro La violenza rivoluzionaria. L’esperienza armata in Francia, Germania, Giappone , Italia e Usa parla molto della nascita e delle azioni dei gruppi armati giapponesi e dell’Armata Rossa Unita. E’ chiara ed esplicita nel raccontare il modo in cui “purificavano” la loro organizzazione. Prima del loro primo omicidio politico, ai danni per altro della moglie di un poliziotto, avevano giustiziato due compagni che volevano abbandonare l’organizzazione. Alla fine della loro storia si conteranno 14 militanti “che perdono la vita in circostanze particolarmente infami”.]
L’evasione di Franca Salerno e Maria Pia Vianale
Prendo da Infoaut questo racconto dell’evasione di Franca e Maria Pia.
Proprio oggi, proprio ora, appena rientrata dai funerali di Franca Salerno. Funerali di cui ancora non riesco a scrivere…
CIAO FRANCA
I primi mesi del 1977 furono caratterizzati, in tutta Italia, da numerose rivolte all’interno delle carceri e da un consistente numero di evasioni da parte di militanti politici. Tra queste si annovera quella di Franca Salerno e Maria Pia Vianale, militanti dei Nuclei Armati Proletari, avvenuta nella notte tra il 22 e il 23 Gennaio; grazie ad un’azione coordinata tra l’interno e l’esterno dell’edificio, le due militanti riuscirono infatti ad evadere dal carcere femminile di Pozzuoli in cui erano rinchiuse in attesa del processo. Il progetto di fuga comprendeva inizialmente anche la terza compagna di cella delle due Nappiste, Rosaria Sansica, la quale decise però di rinunciare perché aveva ottenuto qualche tempo prima la libertà provvisoria per motivi di salute.
In quel periodo l’azione dei NAP era rivolta soprattutto alla liberazione dei militanti arrestati e a far sì che i processi in cui erano coinvolti non potessero aprirsi (obiettivo che veniva perseguito creando difficoltà a formare la giuria popolare e tramite una serie di proclami e ricusazioni volti a vanificare l’intero procedimento processuale), motivo per cui l’evasione fu programmata in concomitanza con il primo processo ai NAP che si stava svolgendo a Napoli, in cui erano imputate anche Franca Salerno e Maria Pia Vianale. Questa linea d’azione venne tra l’altro ribadita nel comunicato diffuso dall’organizzazione subito dopo la fuga dal carcere di Pozzuoli, in cui si legge: “La nostra libertà come è dovere di ogni rivoluzionario ce la riprenderemo da soli evadendo. Dalle carceri dai ghetti dove ci costringe la società borghese usciremo con le nostre forze. L’evasione è un momento della nostra lotta alla repressione di Stato”. Il ciclo di evasioni e rivolte mise in difficoltà le autorità carcerarie che, nel caso di Pozzuoli, licenziarono il Direttore del carcere nel tentativo di ricondurre a una negligenza della direzione quella che in realtà era un’azione politica su scala nazionale che non poteva non destare preoccupazione in chi quotidianamente si affannava a garantire un ordine ormai ampiamente compromesso.
Il 24 Gennaio, in sede processuale, la fuga delle due Nappiste venne rivendicata tramite la lettura del seguente comunicato:“Sabato 22 Gennaio, alle ore 4, l’organizzazione comunista combattente NAP ha attaccato il carcere-lager di Pozzuoli. L’azione tendente alla liberazione delle compagne Franca Salerno e Maria Pia Vianale, militanti dell’organizzazione, si è sviluppata con un attacco coordinato interno-esterno ed ha raggiunto in pieno l’obiettivo fissato…il terreno reale dello scontro si sviluppa ora totalmente all’esterno dell’aula…è solo sulla parola d’ordine “portare attacco al cuore dello Stato” che si supera la parzialità delle esperienze di lotta armata e si ricompone l’unità della classe delle sue avanguardie armate nel partito combattente”.Il processo si protrasse fino al 16 Febbraio, data nella quale la Corte inflisse 289 anni e 11 mesi di carcere a 22 nappisti (nonostante molti degli imputati si fossero dichiarati non appartenenti all’organizzazione).
Al dato delle condanne va però affiancato il percepibile clima di sfiducia nei confronti delle istituzioni che permeò l’aula per l’intera istruttoria: l’evasione di Franca Salerno e Maria Pia Vianale, infatti, non aveva certo contribuito a ristabilire la certezza dell’ordine e della legge. Le due militanti, sfuggite alle condanne di Febbraio, furono però nuovamente catturate il 1 Luglio, a Roma, assieme ad Antonio Lo Muscio, che rimase ucciso durante l’arresto in seguito ad una pallottola sparata a bruciapelo dalla polizia che lo raggiunse alla testa mentre si trovava già a terra.
Il clima di tensione, di “caccia all’uomo” e di violenza gratuita da parte degli agenti che caratterizzò le circostanze del loro arresto (nonché altri episodi) è ben descritto in un’intervista rilasciata da Franca Salerno alcuni anni dopo: “Sì, loro ti cercano, ti pedinano e quando ti catturano ti massacrano di botte. Per quei tempi era normale. Gridavano: “Ammazziamole, facciamole fuori”. Se non ci fosse stata la gente a guardare dalle finestre sarebbe stata un’esecuzione. A Pia hanno sparato perché si era mossa. Ricordo i loro occhi, dentro c’era rabbia e eccitazione; erano fuori di sè perché eravamo donne. Averci prese, per loro, era una vittoria anche dal punto di vista maschile“.
Una vecchia intervista con Franca Salerno
Ciao Anto’
Ciao Franca, cuore nostro
I funerali di Franca Salerno
La copertina con la stella
Ciao Franca, cuore nostro
E’ morta la nostra compagna Franca Salerno.
La mamma di Antonio, lei che lo tenne in pancia durante il suo arresto, che lo partorì in cella e che gli diede i primi tre anni di vita a Badu e Carros, il terribile carcere di Nuoro.
Antonio l’ha lasciata poco dopo la fine della sua vita da detenuta.
Il suo amato figlio è morto sul lavoro, ammazzato dalla strage quotidiana della precarietà…
e il corpo stanco di Franca non ha retto.
E’ morta stanotte, dopo una malattia lacerante.
Franca ha una lunga storia che è la storia di tutt@ noi
Ciao Franca, abbracciaci Antonio, almeno quello!
PER CHI VOLESSE SALUTARLA, DOMANI (4 FEBBRAIO) DALLE 13 ALLE 16 CI SI VEDE AL LABORATORIO ACROBAX, EX-CINODROMO (PONTE MARCONI)
LINK:
Una vecchia intervista con Franca Salerno
Ciao Anto’
L’evasione di Franca Salerno e Maria Pia Vianale
I funerali di Franca Salerno
Il sesso tra le sbarre nell’era del bunga bunga, e altre storie dal carcere di Opera
Dal Blog Urladalsilenzio, dove prendono voce molti detenuti e molti ergastolani, arriva un’interessante lettera dal carcere di Opera.
Una lettera di un detenuto che spesso scrive alla redazione di quel sito per informare e aggiornare sulla quotidianità tra quelle mura invalicabili e che ora ci racconta cosa significa un irrigidimento del clima all’interno di un penitenziario.
Cosa significa la privazione di piccole cose o il diverso atteggiamento dei secondini: insomma, dalle parole riportate sul sito, stralci di quella lettera, si capisce come le prigioni italiane stiano diventando ogni giorno di più una polveriera.
Una polveriera che se pure non scoppierà, perchè non ci sono le consapevolezze politiche necessarie per gestire una rivolta reale, rende irrespirabile l’aria che respirano quasi 70.000 persone nel nostro paese.
Vi lascio alle parole di Alfredo Sole, che parlano da sole… che parlano anche di sessualità tra le sbarre, argomento tabù nel nostro paese…
il diritto a scopare è dei potenti ormai.
Per quanto riguarda il nuovo clima di “estrema sicurezza”, cinicamente sto sperando che esagerino ancora, in modo che anche i più “pacati” -che poi non si tratta di essere “pacati”, ma è la paura di essere trasferiti e di prendere rapporti- si diano una svegliata e capiscano che non si può stare 20 ore chiusi sempre in cella e che quella volta che esci per andare in doccia la guardia non può starti dietro, e, prima ancora che esci dalla doccia, hai già la cella aperta perché devi rientrare e se attendi un pò, ecco che la voce del padrone si fa dura. DEVI ENTRARE!
Ho fatto la proposta ai lavoranti, tra cui ero anche io, di chiuderci dal lavoro, creandogli così non pochi problemi. Ma a quanto pare nessuno è ancora pronto.. Mi sono chiuso dal lavoro solo io, ma l’ho fatto con la scusa che devo studiare. Non potevo stare fuori a lavorare. Prima che succedesse che cambiasse il loro modo di trattarci, il lavorante aveva la cella aperta dalle 9:00 di mattina fino alle 18:00 di sera. Tutto sommato era anche piacevole. Adesso rispettano gli orari..
TI APRONO TRE ORE AL GIORNO DISTRIBUITE NELLA GIORNATA.
Per ciò significa che quando esci dalla cella è solo per fare un lavoro, ma poi devi rientrare subito.
Bene, io non ci sto, e visto che gli altri non vogliono venirmi dietro (per il momento), mi sono chiuso per motivi di studio. Se rimanessi a lavorare, rischierei di mandare a fare in culo qualcuno… Per adessso preferisco aspettare che i miei compagni si rendano conto che non è possibile farsi la galera in questo modo. Che non siamo in un carcere giudiziario, ma bensì in un penale dove scontare una pena definitiva, e quello tra noi che deve scontare “meno galera” ha 30 anni di carcere; e tutti più o meno abbiamo scontato già almeno 20 anni di carcere.
Poco fa, dalla mia pstazioni di stuidio, la mia cella, ho assistito a una “scaramuccia”. La guardia con la cella aperta di un detenuto e la chiave già inserita pronto a chiudere. Il detenuto che si ferma un attimo a parlare con un compagno e immancabilemnte la guardia.. “deve rientrare, è mezzora che parla!”. Bhè, il mio compagno si è incazzato.. “Ora basta, state esagerando, va bene?!” Sono i primi segnali che a lungo porterano a non far sopportare più questa situazione.
C’è un altro aspetto del carcere che voglio farti conoscere. E’ un aspetto da non sottovalutare, anche se, magari per vergogna, nessuno ne parla. Ma se viene analizzato, nella sua parte “scientifica”, allora si comprende che è qualcosa di importante. Ma putroppo in questo carcere ignorano l’importanza dello sfogo ormonale dei maschi. La notte non c’è detenuto in questo Paese che non si faccia uno zapping in tv per scovare qualche donnina nuda. Oppure, non c’è carceere che non ti permetta di acquistare riviste per adulti. TRANNE OPERA!
Prima dell’avvento del digitale, era possibile la notte trovare in tv qualche programma del genere. Adesso non è più possibile. Così come non è possibile comprare riviste del genere. Anche questa privazione non può che potare a un nervosismo crescente. E’ scientificamente provato che la produzione di ormoni porta alla aggressività.. specialmente in carcere, dove non esiste il sesso, come in molti altri paesi che invece danno questa possibilità.
Il detenuto italiano sfoga questa mancanza con l’autoerotismo che diventa una necessità per controllare la propria aggressività. Ma, come ti ho detto, questo carcere è diretto da persone che pensano che la pena da scontare sia anche questo tipo di privazione. Nonostante ci siano sentenze di Cassazione che dimostrano il contrario. Ma, essendo un argomento delicato, loro fanno affidamento sul fatto che nessuno si ribelli per la vergogna che ne scaturirebbe. Ma quella aggressività di cui ti parlo, comincia a farsi strada. I detenuti sono più nerosi, e gran parte di questo nervosismo è proprio dovuto all’impossibilità di “deliziare la vista”. E’ risaputo che è la donna a usare l’immaginazione, l’uomo ha bisogno della vista. Qui a Opera ci hanno accecati.
Vedi, caro Alfredo, questi sono argomenti di cui nessuno parla. Per molti, compresi la maggior parte dei miei compagni, sono tabù. Ma è un aspetto importante della carcerazione. Se in Italia non esiste il vis a vi come in Spagna la colpa è anche dei detenuti che ritengono questo argomento un verò tabù. Qualcosa di cui vergognarsi al solo pensarlo.
Quando un pò di anni fa qualche parlamentare accenò alla possibilità di fare entrare la sessualità in carcere, i primi a indignarsi furono i detenuti. Beh, una parte dei detenuti. Mi ricordo ciò che dicevano: “Ma stiamo scherzando? Io dovrei fare venire qui la mia donna e tutti sapranno che sto andando a fare quella cosa?”.
EMERITO TESTA DI CAZZO.. avrei voluto dirgli, quello che tu chiami “QUELLA COSA” è il motore del mondo. Sei stato condannato a perdere la libertà, ma non a cessare di essere uomo.
Poi non se ne parlò più. Tipico dell’Italia. Si fa una proposta, si dannno delle speranze ai detenuti, e poi si accantona tutto nel dimenticatoio. Poi ti imbatti in un carcere come questo, e cercano di uccidere anche la tua fantasia… Ma come ti ho detto, io, nel mio cinismo, dico “bene!” Che tolgano sempre di più. Voglio che i miei compagni escano dal letargo, voglio che si sveglino più incazzati di prima che si addormentassero…
Leggi:
Dal letame nascono i fior?
Intervista a Paolo Persichetti sul caso Cesare Battisti e sulla politica italiana rispetto agli anni di piombo
via Insorgenze
A Mario, dai muri della terra di Palestina
I muri della Palestina sanno cos’è la prigionia…
I muri della terra di Palestina sanno guardare al di là di quello che rinchiudono…
I muri della Palestina stringono con calore tutti i reclusi, tutti i combattenti per la libertà…
I muri della Palestina questa volta salutano Mario…
e i compagni lasciati dall’altra parte della frontiera.
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Estradizione di Battisti: «Il no di Lula è una decisione giusta» (via Insorgenze)
Rebibbia, Capodanno 2011: ODIO IL CARCERE
COME OGNI ANNO SAREMO ALL’INCROCIO TRA VIA BARTOLO LONGO E VIA RAFFAELE MAJETTI, SOTTO LA GARITTA DEL MURO DI CINTA DEL CARCERE ROMANO DI REBIBBIA, UN PIANETA MASTODONTICO DI RECLUSIONE DI UOMINI E DONNE.
DALLE ORE 11 ALLE ORE 15, SAREMO SOTTO QUELLE MURA PER PORTARE UN PO’ DI MUSICA E COLORE, PER FAR ARRIVARE UN PO’ DI CALORE AI DETENUTI, PERCHE’ ODIAMO IL CARCERE E CI PIACE RIBADIRLO. GIORNO DOPO GIORNO.
IO, PERSONALMENTE, LO MALEDICO OGNI GIORNO DELLA VITA MIA.
PER LA LIBERTA’ DI TUTTE E TUTTI, INCONDIZIONATAMENTE.
SOSTIENI E DIFFONDI SCARCERANDA
SOSTIENI E ASCOLTA RADIO ONDA ROSSA
ODIA IL CARCERE
Dal carcere di Rebibbia, per Radio Onda Rossa
REBIBBIA, 29 Dicembre 2010
Cari compagni/e di Radio Onda Rossa,
vi scriviamo dal “tepore” natalizio delle nostre celle. Rendendo grazie all’amministrazione penitenziaria ed a tutti quei benpensanti cristiani, anche questo Natale ci è stato fatto dono del loro alberello e dell’immancabile presepe, ricordandoci che la “grazia” del buon Dio e la gloria della nascita di Cristo coinvolge tutti, persino noi carcerati.
Ovviamente solo se da buoni cristiani ci si incammina sulla via del “PENTIMENTO” e della “redenzione”. Il messaggio “sotto-traccia” è sempre quello: cercare di convincerci della bontà dell’Istituzione, la millenaria trinità: LAVORO-FAMIGLIA-CONSUMO/ISMO, i quali, ragionandoci bene sono proprio le “necessità” che, per poter colmare, ci hanno indirizzato verso la strada dell’illegalità (il capitalismo ossessivo necessita di una dose sempre maggiore di fondi al fine di rimpinzare il cosiddetto benessere familiare, di sempre nuove ed inutili “necessità”). Ci troviamo ad osservare quel presepe e quell’albero scintillanti di luci, simulacri di un benessere di plastica, ma voltandoci verso la cruda realtà delle cose, quotidianamente ci vengono negati perfino i diritti fondamentali dell’uomo e dato che “alla sorte non manca ironia” sono proprio quelle luci che scintillano nella grotta del presepe ad essere invece negate a noi detenuti, insieme “ovviamente” ai rudimenti dell’igiene, l’acqua calda e lo spazio vitale (siamo in SEI in un buco di cella… tipo mucche da macello, no?); senza poi tener conto di privazioni ben più gravi: l’assistenza medica, psicologica e culturale insufficienti, ma che dovrebbero essere, almeno sulla carta, basilari al fine del reinserimento sociale così tanto decantato dalle leggi “svuota-carceri”, utili esclusivamente all’imbonimento dell’opinione pubblica…
OVVIAMENTE LA REALTA’ E’ BEN DIVERSA!!!
Da qui non si esce e fin troppo spesso si muore e, se si è così fortunati da giungere fino al fine pena illesi, ci sono poche o nulle possibilità di migliorare il nostro futuro, se non quella di incontrarci nuovamente ospiti dei tanti “Hotel Millesbarre” che il nostro “Belpaese” ci offre… in fondo la maggior parte di noi è considerata feccia, e per molti va bene così: QUALCUNO IN GALERA DEVE PURE ANDARCI per conservare la pia illusione che nessuno rubi più!…
Ci viene spontaneo far sapere che anche noi siamo a fianco di tutti/e gli studenti ed i lavoratori (o aspiranti tali!) che si stanno battendo per un futuro migliore e che vengono anch’essi criminalizzati in ogni modo. “Se non fossimo rinchiusi saremmo TUTTI AL VOSTRO FIANCO!”.
SOLIDARIETA’ A COLORO CHE NONOSTANTE TUTTO NON SMETTONO DI SOGNARE, LOTTARE E CREDERE IN UN FUTURO MIGLIORE… “CON OGNI MEZZO NECESSARIO”
SOLIDARIETA’ CON TUTTI/E I DENUNCIATI DEL 14 DICEMBRE
SOLIDARIETA’ PER MARIO MILIUCCI
LIBERTA’ PER TUTTI/E I PRIGIONIERI FUORI E DENTRO I CARCERI!
PS: MANNATECE SCARCERANDA!
Seguono firme
“… Ci hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane. Ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame!” Fabrizio De Andrè
Che si sia d’accordo o meno, che si abbia o meno il “coraggio” e la forza di presentarlo, vi prego di far conoscere questo modulo e l’indirizzo al quale inviarlo. Serve per veder riconosciuti i propri diritti di essere umano e per denunciare le sempre peggiori situazioni abitative/igieniche/sanitarie ecc., ed ultimo, ma non per importanza, per avere anche qualche somma di denaro come rimborso… potrebbe aiutare qualcuno, no?
Saluti
Al difensore civico delle persone private della libertà
c/o Antigone
Via Principe Eugenio, 31 – 00185 – Roma
Il sottoscritto ___________________________ nato a ______________________ il _________ attualmente detenuto presso la Casa di reclusione di _______________ intende presentare ricorso alla CEDU per il risarcimento della detenzione disumana espiata in riferimento al sovraffollamento (e/o mancanza di servizi sanitari/riscaldamento/ rispetto dei diritti fondamentali, ecc.) nelle celle.
Vorrei ricevere l’atto di Procura per la nomina del legale che Voi mettete a disposizione allo scopo di seguire la pratica alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
COGNOME-NOME-INDIRIZZO
Ringrazio per l’attenzione
FIRMA
E DOMANI, COME OGNI ANNO, APPUNTAMENTO AL CARCERE DI REBIBBIA con RADIO ONDA ROSSA.
PERCHE’ DI CARCERE NON SI MUOIA, MA NEMMENO SI VIVA
Condanne a Lecce per tutti e 12 gli imputati: ASSOCIAZIONE SOVVERSIVA “SEMPLICE”
Preoccupante, veramente molto. Non tocca imparare parole “nuove” per stare in piazza (come DASPO), ma tocca pure andare a rispolverare le “vecchie” parole usate per tagliarci le gambe. 5 anni e 4 mesi la condanna più pesante: NON CI SONO PAROLE
E si ricomincia con l’associazione sovversiva! Dal sito Macerie:
Lecce, e l’istigazione a delinquere
«Il 9 dicembre vi è stata la sentenza d’appello del processo Nottetempo contro numerosi compagni a Lecce. Dopo 12 ore di camera di consiglio la Corte ha condannato tutti e 12 gli imputati per associazione sovversiva “semplice” (art.270), ribaltando in parte la sentenza di primo grado. Le pene più pesanti sono state comminate ai 4 compagni che erano già stati condannati in primo grado per associazione a delinquere e altri reati specifici. Per loro le pene sono state rispettivamente di 5 anni e 4 mesi (per il compagno considerato promotore dell’associazione), 2 anni e 8 mesi, 2 anni e 7 mesi, 1 anno e 11 mesi. Altri due compagni condannati in primo grado per reati specifici hanno visto aumentate le pene fino ad un anno e sette mesi. Tutti gli altri assolti in primo grado, sono stati condannati a pene da un minimo di un anno ad un massimo di un anno e 8 mesi.
Condanna inoltre vi è stata per quasi tutti i reati specifici contestati (in primo grado vi erano state numerose assoluzioni) e per istigazione a delinquere, in occasione di due presidi vicino al ex CPT Regina Pacis in cui gli immigrati si erano rivoltati all’interno e alcuni avevano tentato di fuggire. Tale condanna è stata comminata a tutti gli imputati tranne uno, ed è l’unico reato specifico ad essere stato inflitto alla maggior parte degli imputati. Evidente la volontà di colpire una lotta contro un centro di permanenza temporanea, che insieme ad altri fattori aveva portato alla sua chiusura, sulla base anche delle chiare pressioni che il sottosegretario all’interno Mantovano ha effettuato per tutta la durata del processo.»
Di seguito, il testo di un volantino diffuso in questi giorni a Lecce.
Istigazione a delinquere!
La contestazione di questo reato è il perno su cui è ruotato il teorema accusatorio della Corte d’Assise d’Appello di Lecce, servito a condannare per associazione sovversiva 12 anarchici, con pene comprese tra un anno e cinque anni e cinque mesi. Siamo stati accusati di aver istigato gli immigrati internati nell’ex CPT “Regina Pacis” di San Foca affinché dessero vita a rivolte, evasioni, distruzioni del centro. È convincimento utile allo Stato e ai suoi servitori quello di credere che le rivolte nei CPT (ora chiamati CIE) siano frutto di un lavoro di istigazione svolto da pochi sovversivi, e non già pratica endemica alla stessa condizione di reclusione: quando un essere vivente è rinchiuso, spesso si ribella. La storia dei CIE, dalla loro nascita nel 1998 ad oggi, è la dimostrazione più chiara di questa affermazione.
Il “Regina Pacis” è stato un campo di internamento per stranieri poveri come tutti gli altri campi. Al suo interno veniva praticata ogni sorta di nefandezza: somministrazione massiva di psicofarmaci nei pasti per sedare gli internati, pugno di ferro nei loro confronti, pestaggi contro chi si ribellava o provava ad evadere. Non erano anomalie, né pratiche svolte da poche “mele marce”, bensì prassi normale svolte da tutti: dal direttore, don Cesare Lodeserto, ai carabinieri che erano di guardia, agli operatori, passando per i medici che coprivano i massacri sistematici con falsi referti medici. Tutto ciò è anche venuto fuori pubblicamente, suscitando un po’ di scandalo e tanto imbarazzo nella curia leccese che gestiva il centro e nel mondo della politica che lo sorreggeva ideologicamente e lo difendeva pubblicamente. Affinché calasse il silenzio su queste nefandezze e questo imbarazzo, è stato necessario mandare don Cesare a fare il missionario per conto di Dio. Ora è in Moldavia, dove continua a fare le sue porcate e a ingrassare i suoi conti e quelli della curia.
Davanti ad uno scenario del genere, è l’esistenza stessa di questi centri a rappresentare una “istigazione a delinquere”, perché non si possono chiudere gli occhi davanti alla vita reclusa in quanto priva del giusto documento in tasca, di fronte alle torture inflitte per mano democratica e statale. Non si può tacere quando centinaia di disgraziati periscono nel deserto, in migliaia annegano nei mari o muoiono sugli scogli appena sbarcati, mentre altri ingrassano su tutto ciò in nome dell’accoglienza. Chiunque dovrebbe sentirsi istigato davanti ad una situazione del genere, per fermare questo abominio. Chi non lo fa e resta nel silenzio si rende complice, come la maggioranza silenziosa dei tedeschi era complice di Auschwitz. Noi abbiamo raccolto questa istigazione e abbiamo reagito, e la discriminante non è stata il codice penale, bensì l’etica individuale.
Essere sovversivi, di fronte a tutto ciò, è davvero solamente il minimo…
Sovversivi senza Associazione
Non abbiamo un avvenire da vendere, solo un presente in cui giocare
Lotta ai lager, vendetta statale, strategie repressive e urgenza della rivolta.
Scarica, stampa e diffondi il volantino
macerie @ Dicembre 20, 2010
il 7 aprile: trent’anni dopo
Le sparate di Gasparri sono continuate: prima la richiesta di un nuovo 7 aprile, poi addirittura il consiglio ai genitori di tenere i propri figli a casa perchè ci sarebbero potenziali assassini tra i partecipanti alle manifestazioni di piazza.
Cosa che sappiamo tutti e tutte bene, noi genitori e non, ogni volta che guardiamo le espressioni degli uomini in divisa ai lati del corteo.
Ne siamo consapevoli e finalmente ci son piazze che dimostrano di volersi difendere da cotanti pericolosi aspiranti macellai.
Gasparri non sa molto del 7 aprile probabilmente, visto il libro che teneva nelle mani e visto che nemmeno si ricordava l’anno di quell’operazione mastodontica nella sua infamia e anche nel suo essere una montatura che si rideva in faccia da sola.
Ma per le montature la gente ha pagato stando dentro un bel po’…
tutte cose che noi sappiamo bene e approfonditamente e che a quanto pare il blateratore del Pdl ignora spudoratamente.
Così, nella ricerca di qualche lettura interessante a riguardo, vi segnalo, copiando per intero, un articolo di Pino Nicotri: un altro di quelli che il 7 aprile l’hanno vissuto sulle loro teste.
E che il PD continui a tacere per favore….visto che “i loro padri” ( va di moda no?) son quelli che l’hanno fatto il 7 aprile, visto che il PCI ben contento ha aiutato il caro Calogero fornendo molti nomi.
7 aprile 1979: la lezione è sempre attuale, ma nessuno impara. Si insiste negli stessi clamorosi errori, quasi sempre disonesti
da Pino Nicotri
Sono passati ormai ben 30 anni dal 7 aprile 1979, quando di primo pomeriggio mi trovai in manette assieme a un’altra dozzina di miei amici e conoscenti famosi, da Toni Negri a Franco Piperno, da Oreste Scalzone a Luciano Ferrari Bravo ed Emilio Vesce, accusati in blocco dal sostituto procuratore di Padova Pietro Calogero di essere i responsabili del rapimento e dell’uccisione dell’onorevole Aldo Moro, uomo di punta della
Democrazia cristiana e di qualche governo, e i membri della direzione strategia del’intero terrorismo di sinistra italiano: dalle Brigate Rosse alla cosiddetta Autonomia Organizzata (“cosiddetta” perché non ho mai visto nulla di più disorganizzato) passando per Prima Linea. Mi spiace molto non poter essere il 7 di questo mese a Padova a rimembrare quei giorni assieme ai superstiti – alcuni infatti purtroppo non ci sono più – di quella straordinaria esperienza non solo giudiziaria, ma anche umana e – nei confronti di molti – anche disumana. Le tragedie quando sono basate sull’ignoranza e sulla supponenza hanno sempre anche un lato ridicolo.
E infatti. Nel carcere romano di Regina Coeli, dove mi sbatterono dopo qualche settimana passata nelle carceri di Bassano e Venezia, potei finalmente leggere il mostruoso e voluminoso mandato di cattura (su 80 pagine, ne lessi solo poche, mi pareva tutto troppo irreale, assurdo, manicomiale) e scoprii così che ero accusato non solo di una quantità industriale di omicidi, ma perfino di non aver pagato il bollo della Renault rossa in cui era stato rinvenuto il cadavere di Aldo Moro.Il processo è stato l’inizio della demolizione del cosiddetto antagonismo sociale, un modo per togliersi dai piedi gli intelligenti senza collare, i “capi” o presunti tali comunque sospetti e non addomesticabili. Non a caso il sociologo Francesco Alberoni ha scritto che il fenomeno della moda italiana è esploso a Milano a partire dal ’79, quando “finalmente si respirava aria nuova”. Il botto del 7 aprile 1979 è stato innescato, a detta dell’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, da me interpellato nel 2004, dal Pci che aveva passato alla polizia gli elenchi di tutti coloro che dopo la fine degli anni sessanta per un motivo o per l’altro non avevano rinnovato la tessera del partito. Io non l’avevo rinnovata nel ‘66 o ’67, ed ero comunque sospettabilissimo: ero infatti corrispondente e collaboratore fisso de L’Espresso e di Repubblica, nonché capo servizio del Mattino di Padova, che ho contribuito a fondare per conto di Giorgio Mondadori reperendo quasi tutti i giornalisti da assumere ed alcuni soci locali per la neonata società editoriale Giorgio Mondatori e Associati. Ma non avevo in tasca nessuna tessera di partito.
Come se non bastasse, mi occupavo specie per L’Espresso di terrorismo, prima di destra e poi anche di sinistra. In più, negli anni caldi dal 1968 fino alla partenza per il servizio militare nel ’70 o ’71 ero stato il presidente dell’intera Assemblea d’Ateneo (oltre che della facoltà di Fisica, dove ero iscritto) e abitavo alla Casa dello Studente Fusinato, su decisione dell’assemblea degli studenti che ne gestivano la lunga occupazione, ospitato nella foresteria di solito riservata a docenti in visita all’Ateneo, Nel febbraio 1973 avevo pubblicato il mio primo libro, “Il silenzio di Stato” (Sapere Edizioni. Di recente ho saputo che nel ’78 ne è stata fatta una edizione a mia insaputa), e avevo aiutato poco prima L’Espresso e suo tramite la magistratura milanese a scoprire che le valige utilizzate nella strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 69 erano state comprate nella valigeria di Piazza Duomo a Padova, vicina alla Bettola Dal Capo dove usavo mangiare e a fianco del bar Duomo dove sempre bevevo il caffè. I giornali e la Rai, cioè gli inquirenti che imbeccavano sia questa che quelli, avevano invece sostenuto, mentendo a bella posta, che si trattava di borse non in vendita in Italia.
Di fatto la mia carriera di giornalista è iniziata con quel libro, della preparazione del quale vennero a sapere a L’Espresso a Roma perché ne diedi anticipazioni in una assemblea alla Fusinato e quindi le voci iniziarono a circolare. Come si legge cliccando sotto la mia fotina nella home page del blog, L’Espresso spedì il famoso inviato “pistarolo” Mario Scialoja, giornalista di razza come ce ne sono pochi e al quale devo molto, a parlarmi per farsi dare delle anteprime. Raccontai a Scialoja che uno studente di ingegneria che nel ’69 abitava con me in via Oberdan 2 possedeva una borsa del tipo usato per gli attentati del 12 dicembre, caratterizzato da una chiusura metallica particolare: il profilo di una testa di gallo, logo della ditta tedesca Mossbach&Grueber. Raccontai anche che inutilmente tre giorni dopo gli attentati quel mio amico – di ritorno dal fine settimana a casa dei suoi a Treviso – tentò su mio consiglio di andare a mostrare in questura la borsa e a dire dove l’aveva comprata. Uscito di casa alle 11 di mattina, dopo pochi metri aveva incontrato davanti al palazzo del Bo un noto commissario della squadra politica e gli aveva mostrato la borsa, ma era stato liquidato con una risata: “Non ci interessa, sappiamo già chi è il colpevole”. Una delle cose che in quell’occasione mi colpì fu che il presunto colpevole, l’anarchico Pietro Valpreda, venne arrestato a Milano alle 12, cioè un’oretta dopo quelle parole del commissario, che evidentemente già sapeva della montatura in atto. Mi ripromisi di rendere nota quella strana storia, ma all’epoca io il giornalismo non sapevo neppure cosa fosse, ero solo uno studente lavoratore e molto fuoricorso, inoltre non avevo ancora fatto il servizio di leva e sicuramente ero nella “lista nera” degli apparati statali più o meno “riservati”. Il giorno dopo la strage di piazza Fontana infatti sia la polizia che i carabinieri vennero a perquisire il mio appartamento in via Oberdan e con ben tre mandati di perquisizione: uno per me, uno per il mio coinquilino e uno per la sua ragazza, che abitava con noi. Il mio timore di scherzi da prete durante la “naja” se avessi fiatata sulla faccenda delle borse e dintorni era quindi giustificato, ecco perché il libro ho iniziato a scriverlo dopo il congedo a fine leva militare.
Scialoja portò al magistrato milanese Gerardo D’Ambrosio la borsa che recuperammo dal mio ex inquilino e sparò su L’Espresso la notizia che quelle borse si vendevano anche in Italia, per giunta nel Veneto della cellula neonazista del padovano Giorgio Franco Freda…. La pista anarchica crollò come panna montata irrancidita di colpo e venne fuori clamorosamente la realtà dei “servizi” deviati e della complicità dello Stato in quella stagione di attentati culminati nella strage del 12 dicembre ’69. Era la strategia della tensione, a base di bombe, per spingere il Partito comunista sempre più verso l’accettazione del “sistema” e dei suoi vizi, strategia per porre anche un argine alle conquiste dei lavoratori e ricacciare indietro l’onda lunga di quella che era allora la classe operaia. Il “blitz” del 7 aprile servì di fatto a certi apparati anche per vendicarsi di quei miei “colpi” giornalistici. Quando mi arrestarono, il giornale Repubblica si guardò bene dallo scrivere che ero il suo corrispondente da Padova e di fatto dalle Tre Venezie: si limitò a dire che ero caposervizio del Mattino e collaboratore de L’Espresso. Però L’Espresso mi diede il miglior avvocato d’Italia, Adolfo Gatti, e con Repubblica si accollò tutte le spese processuali. Purtroppo però quando fui scarcerato e non rispettai l’invito di Scalfari a non difendere quelli con cui ero stato arrestato, su Repubblica non mi fecero più scrivere. Scalfari, non uso a essere disobbedito, si arrabbiò molto perché la prima cosa che feci appena tornato a Padova fu una conferenza stampa a Scienze Politiche nel corso della quale sostenni che certi magistrati padovani erano dei “mentecatti”, espressione che venne riportata dall’Ansa e dai giornali alla lettera. Appena uscito da Rebibbia, Scalfari mi fece prelevare da un’auto di Repubblica e portare al suo cospetto in redazione a Roma. Mi invitò ad andarmene “per qualche mese in ferie e a tacere perché questa del 7 aprile è una storia molto sopra le nostre teste”. Gli risposi che non potevo accettare perché proprio dalla sua scuola giornalistica avevo imparato che quando si morde un polpaccio non bisogna mollare la presa a nessun costo: “Su Repubblica avete scritto che noi imputati del 7 aprile siamo o tutti colpevoli o tutti innocenti.
Bene: sul mio ordine si scarcerazione c’è scritto che i magistrati romani già sapevano che io, spedito loro in manette dalla Procura della Repubblica di Padova, col caso Moro, Br, ecc, non c’entro assolutamente nulla. Se ne deduce, proprio con la logica di Repubblica, che sono innocenti anche tutti gli altri coimputati”. Ecco perché una volta scarcerato non potevo che fare come sempre il mio mestiere di giornalista, evitare cioè di avvalorare accuse del cavolo e battermi invece perché fosse fatta piena luce, fosse cioè riconosciuta l’innocenza di persone in galera, alcune delle quali conoscevo da anni, erano miei amici e mai ne avrei tradito l’amicizia. Ecco perché Repubblica/Scalfari mi fece fuori. Persone come Emilio Vesce e Luciano Ferrrari Bravo si fecero invece fino a sette anni di galera gratis: li avrei fatti anch’io se L’Espresso mi avesse mollato. Oggi è impossibile che un giornale si comporti come L’Espresso di allora: il panorama giornalistico mostra più che altro macerie e schiene curve, grazie alla scomparsa dell’editore “puro”, che di mestiere fa cioè solo l’editore, come era il caso di Carlo Caracciolo, e il dilagare della genia di editori che usano i giornali e le tv come taxi per dare passaggi ai politici dai quali poi avere favori, se non come scale per l’arrampicata al potere (vedi alla voce “Berlusconi Silvio”…..). E’ legittimo anche il sospetto che il “blitz” del 7 aprile servì in realtà a depistare le indagini sul caso Moro quando la pista era ancora calda. A capo dei vari servizi segreti e nei gangli più sensibili anche del ministero dell’Interno c’erano infatti quelli della P2, che la apposita commissione di indagine parlamentare presieduta da Tina Anselmi appurò essere dediti ai depistaggi più vari. Il “teorema” dell’unità “Brigate Rosse/Prima Linea/ Autonomia Operaia Organizzata” era un teorema basato sul nulla più assoluto, tant’è che crollò miseramente già prima del processo.
Il “teorema” servì però per stroncare anche l’opposizione nemica del terrorismo, ma comunque extraparlamentare e pericolosamente intelligente perché in grado di capire il nuovo e spiegarlo. Una opposizione alla quale io non appartenevo come militante, però facevo il giornalista come credo che vada fatto, cioè senza riverenze, senza leccare i piedi o fare sconti a nessuno. L’allora ministro dell’Industria Toni Bisaglia, venetissimo, ex preferito dell’ex grande capo democristiano Mariano Rumor, fu a un passo dal doversi dimettersi perché scoprii un suo conflitto di interessi che oggi farebbe ridere i polli, visti i giganteschi conflitti di Berlusconi, ma allora fece scandalo: lui, che aveva varato l’aumento dei “premi”, cioè dei costi, delle polizze assicurative, era socio nell’agenzia padovana delle Assicurazioni Generali! Lo scrissi su Repubblica e Bisaglia, evitate per un pelo le dimissioni, si vendicò pretendendo e ottenendo da Mondadori nel dicembre ’78 il mio licenziamento dal Mattino, licenziamento annullato dal pretore del Lavoro Luciano Jauch. Formalmente fui coinvolto nel “blitz” del 7 aprile perché a detta di due persone – Renato Troilo e Severino Galante – la mia voce assomigliava a quella del brigatista che telefonava a casa dei Moro durante la prigionia del rapito. Negri era accusati di essere l’autore di una telefonata brigatista, a me invece – sapete bene che sono sempre stato logorroico – ne appiopparono cinque! La voce dei due telefonisti, che anni dopo si venne a sapere essere Valerio Morucci e Mario Moretti, il primo addebitato a me e il secondo a Negri, erano state fatte diffondere dal ministero dell’Interno fornendo a radio e televisioni alcune intercettazioni telefoniche.
Pur in carcere con accuse di una gravità pazzesca, L’Espresso non mi mollò, non tolse il mio nome dall’elenco dei suoi giornalisti nel tamburino della gerenza e mi pubblicò due articoli che ero riuscito a fargli recapitare dal carcere. L’avvocato Gatti fu eccezionale: dopo tre mesi, due dei quali in isolamento stretto con soli 30 minuti di “aria” al giorno in solitudine, ero fuori. Del resto a Roma anche i sassi, e certo anche gente di alto livello non solo del Pci, sapevano che la voce fatta diffondere dal ministero dell’Interno via radio e tv era quella di Morucci: lo sapevano per conoscenza diretta, per il semplice motivo che Morucci, che a Roma era vissuto, aveva studiato e si era laureato, aveva amicizie e frequentazioni anche di rango. Ma veniamo ora al vero problema, che si ripete sempre: il caso 7 aprile fu in realtà un sequestro e un processo di massa a mezzo stampa. A tenere gli imputati in galera era il baccano dei mass media, che avvaloravano man mano le balle più colossali rifilate dagli inquirenti che non sapevano più come tenere in piedi una montatura tanto mostruosa quanto vacua. Venne sparata la “notizia” che Toni Negri aveva parlato con un magistrato milanese per organizzare l’uccisione del magistrato Emilio Alessandrini. Si strombazzò Urbi et orbi che a casa mia era stata trovata la bozza originale della “risoluzione strategica” delle Brigate Rosse su Moro. Il mio collega de L’Europeo Roberto Chiodi giunse a scrivere che “l’ergastolo a Nicotri non glielo toglie nessuno perché una perizia fonica eseguita prima del suo arresto dimostra senza possibilità di dubbio che la voce del telefonista delle Br è la sua”. Perizia ovviamente mai avvenuta. Porcheria nella porcheria, non ho mai saputo che fine hanno fatto la mia querela per diffamazione contro Chiodi e le altre querele contro altri giornali con articoli cialtroni e mascalzoni: il palazzo di Giustizia di Roma era capace di questo ed altro, non a caso si era guadagnato il soprannome di “porto delle nebbie”.
E del resto Chiodi, quando in seguito venne assunto a L’Espresso nell’88, nella redazione di Roma dove in quel periodo lavoravo anch’io, non ebbe mai la decenza di chiedermi scusa. “E il giornalismo, bellezza”, si potrebbe parafrasare con Via col vento…. Il giornalismo pessimo, però, non quello degno del nome. Embé, non tutti sono all’altezza di uno Scialoja. Appena quattro anni dopo il 7 aprile ’79, lo stesso uso vergognoso dei mass media è dilagato alla grande con il caso della scomparsa della cittadina vaticana Emanuele Orlandi, che ancora oggi, a 25 anni di distanza, si insiste a dire sia stato un rapimento, quando invece perfino il giudice Severino Santiapichi, lo stesso che a Roma ha presieduto il collegio giudicante del caso 7 aprile e poi anche del caso Moro, ha dichiarato a più riprese che si è tratto di un “rapimento mediatico”: cioè di balle rifilate ai mass media e da questi ingordamente avvalorate per nascondere i veri motivi della scomparsa della ragazza.
Motivi che nulla hanno di politico, ma molto devono avere a che vedere con gli obbrobbri del Vaticano se dobbiamo giudicare dalla ostinata e documentatissima volontà della “Santa Sede” di tacere e sabotare l’inchiesta dei magistrati italiani. Il culmine dell’uso violento e politicamente finalizzato dei mass media è stato senza dubbio l’invasione dell’Iraq, avvenuta grazie alla campagna di stampa a base di panzane sulle “bombe atomiche” e altre armi di distruzione di massa che si è voluto far credere a tutti i costi che fossero in mano agli iracheni.
Oggi seminare la paura e l’odio verso i “diversi”è diventato normale: gli extracomunitari, i rom e i gli altri dannati della terra sono eternamente sotto accusa. In Italia dalla strategia della tensione tramite le bombe del ’69 si è passati alla strategia della paura e dell’insicurezza tramite i mass media sempre più irresponsabili, come se gli stupratori, i rapitori di bambini, i terroristi non più “rossi” ma islamisti, i rapinatori di tabaccherie e gioiellerie e altri barbari di vario tipo stiano in agguato dietro ogni angolo non appena usciamo di casa. Si tratta di una variabile rozza del classico “Divide et impera”. Ora non sono più i cosacchi, ma i musulmani, i palestinesi, gli arabi, i romeni e i rom che stanno per abbeverare i loro cavalli in piazza S. Pietro…. E’ il nostro nuovo modo di dirottare su capri espiatori di comodo e impossibilitati a difendersi la paura e l’insicurezza che nascono dalla mancanza, dalla perdita o dall’incertezza del posto di lavoro, dalla crisi del sistema produttivo più forte e minacciosa del solito, dal pericolo di “deriva argentina” dell’Italia. Gli antichi romani quando qualcosa andava male correvano a controllare se le vestali erano o no ancora vergini, e se non lo erano davano loro la colpa della sventura e le sotterravano vive. La strategia e l’uso del capro espiatorio è vecchia più del cucco, ma ha sempre funzionato. La gestione del potere costituito e di quello arrembante per perpetuarsi, per poter fare e giustificare le guerre, ha bisogno di costruire società percorse dalla paura e dalle paure. Che portano immancabilmente alla costruzione del capro espiatorio di turno, per scoprire solo dopo che si trattava di un nemico è fasullo. Si tratta di una strategia che oggi serve a Berlusconi – dominus delle televisioni sue e di quelle della Rai, oltre che di qualche giornale – per distogliere l’attenzione dalla crisi epocale in atto, nascondere il bilancio fallimentare dei suoi decantati governi e ministri al di sotto di ogni sospetto e poter eventualmente reprimere meglio le possibili banlieue future: se in Francia si comincia a temere che iniziano le rivolte di piazza, in Italia si impallidisce al pensiero di ciò che potrà avvenire a settembre, quando molti rientrati dalle ferie per tornare al lavoro non lo troveranno più. Tant’è che circola con insistenza la voce che Berlsuconi cederà palazzo Chigi a Gianfranco Fini, onde evitare che la dura repressione che potrà essere usata contro la piazza faccia sparire molto del pubblico delle sue televisioni mandando così in malora Mediaset e dintorni.
Ma si tratta anche di una strategia che serve anche a ciò che resta della sinistra per poter in qualche modo mettere una pezza alla sua mancanza di programmi, analisi e idee adeguate ai tempi. Quando non si sa più dove portare il gregge e su quali pascoli continuare a farlo ingrassare, è sicuro che il gregge inizia a sfaldarsi: nulla di meglio, per ricompattarlo e governarlo, della paura tramite i cani pastore che abbaiano, ringhiano, mostrano i denti e se necessario azzannano….. Dopo che la sinistra ha gridato “Al ladro, al ladro!” per l’intera stagione di Mani Pulite, ecco che con il governo Berlusconi si è passati al grido di “Al lupo, al lupo!”: i lupi sono gli immigrati extracomunitari, i rom e di fatto un po’ anche gli islamici in generale, che nei nostri pregiudizi e nelle nostra fobie hanno occupato almeno parte del posto lasciato vacante dopo la guerra dagli ebrei. Si è arrivati al punto che l’anoressia è diventata una malattia di massa perché si semina ad arte nelle giovanissime la paura di non essere sufficientemente “strafiche”, alte, magre, bionde, disinibite e, ovviamente, anche straricche. Milano è la capitale della moda così come del leghismo e del berlusconismo (e tralasciamo che è stata anche la culla del fascismo). Può parere assurdo che si voglia imporre soprattutto alle giovanissime un modello fisico nordico, per giunta di un nord Europa immaginario, comunque impossibile per le italiane e le mediterranee in genere, ma di assurdo non c’è nulla: anzi, è una ben precisa strategia funzionale al seminare la paura per meglio dominare e, in questo caso, anche vendere qualunque cazzata purché “griffata” e a prezzi ladreschi. L’insegnamento del 7 aprile è che non bisogna quasi mai credere ai mass media, specie alla tv. Bisogna rimanere critici e avere una propria visione critica del mondo, sapersela costruire: oggi tramite Internet e le tv satellitari si possono mettere a confronto le notizie e i giornalismi, il mondo dell’online permette di fornire e veicolare informazioni e giornalismi diversi dalla voce del padrone e dei padroni. Purtroppo i mentitori e i servi sciocchi molto prezzolati non pagano mai il fio delle loro menzogne.
Il Corriere della Sera e la Repubblica hanno dato per certo che nell’Iraq di Saddam Hussein “continua la costruzione di bombe atomiche”, e il settimanale Panorama, proprietà di Berlusconi, ha potuto avvalorare la gigantesca balla dell’”uranio del Niger comprato dall’Iraq per costruire bombe atomiche”, balla gigantesca ma utile a supportare la politica servile del padrone di Panorama nei confronti di un bugiardo disonesto e fallito come George W. Bush. Se i mass media del can can sul 7 aprile avevano le mani macchiate “solo” dell’incarcerazione di molti innocenti, quelli che hanno spianato la strada alla guerra all’Iraq hanno le mani sporche di sangue. molto sangue. Eppure né l’Ordine dei giornalisti né la magistratura procura loro un qualche fastidio. L’informazione, o meglio il controllo sull’informazione, è una merce più preziosa dell’oro, sia di quello giallo che di quello nero, vale a dire del petrolio in nome del quale si sono combattute, si combattono e si combatteranno ancora guerre rovinose.
CARCERE: una ricerca sulla relazione tra suicidi e sovraffollamento
OSSERVATORIO PERMANENTE SULLE MORTI IN CARCERE
Radicali Italiani, Associazione “Il Detenuto Ignoto”, Associazione “Antigone”, Associazione A “Buon Diritto”, Redazione “Radiocarcere”, Redazione “Ristretti Orizzonti”
Esiste una relazione tra sovraffollamento delle carceri e frequenza dei suicidi
I suicidi in carcere fanno registrare un calo rispetto al 2009 (63 casi contro 72), ma rimangono superiori alla media del decennio (57 casi l’anno). Sono i giovani a togliersi la vita con maggiore frequenza: 17 dei detenuti suicidi avevano meno di 30 anni, 21 tra i 30 e i 40 anni, 15 tra i 40 e i 50 anni, 7 tra i 50 e i 60 anni e 2 oltre i 60 anni. Gli stranieri suicidi sono 15 (24%), mentre i detenuti stranieri sono il 36% della popolazione detenuta. Riguardo al metodo utilizzato per i suicidi, l’impiccagione è al primo posto (53 casi), mentre 7 detenuti si sono uccisi asfissiandosi con il gas, 2 avvelenandosi con i farmaci, 1 tagliandosi le vene.
Ricerca sulla relazione tra sovraffollamento e suicidi (il dato sulle presenze è del 6 dicembre)
Esiste una relazione tra sovraffollamento delle carceri e frequenza dei suicidi: questo è il risultato di una elaborazione effettuata dall’Osservatorio permanente sulle morti in carcere a seguito dell’ultimo caso, che si è verificato la scorsa notte a Sollicciano.
Abbiamo preso in considerazione soltanto gli istituti di pena nei quali nel 2010 sono avvenuti almeno 2 suicidi, in quanto un singolo episodio può essere ricondotto a situazioni personalissime che poco hanno a che fare con le condizioni di vita di un determinato carcere. Se invece i suicidi si ripetono con una certa frequenza (fino al caso limite di Sulmona, con 11 suicidi in 5 anni), è difficilmente contestabile l’esistenza di un “fattore ambientale” nel verificarsi di queste tragedie.
Raggruppando le 9 carceri dove sono accaduto almeno 2 suicidi nel corso dell’anno vediamo che il tasso medio di sovraffollamento è del 176% (contro un dato nazionale del 154%) e la frequenza dei suicidi è di 1 caso ogni 415 detenuti, mentre la media nel sistema penitenziario italiano è di 1 su 1.090.
In sintesi estrema: in 9 carceri, dove l’affollamento medio è del 22% oltre la media nazionale, si è registrata una frequenza dei suicidi più che doppia rispetto al complesso della popolazione detenuta.
Nel 2010 il tasso suicidiario più elevato è quello del carcere di Catania Bicocca (1 suicidio ogni 117 detenuti), seguito da quelli di Siracusa e di Sulmona. Una conferma dell’esistenza di un “fattore ambientale” viene anche dall’analisi dei dati del quinquennio 2006-2010: la frequenza maggiore di suicidi si è registrata a Sulmona, al secondo posto Catania Bicocca, al terzo posto Lecce.
La ricerca nel dettaglio
176% – media sovraffollamento nelle 9 carceri considerate
154% – media sovraffollamento tra tutte le carceri italiane
1 ogni 415 detenuti: frequenza dei suicidi nelle 9 carceri considerate
1 ogni 1.090 detenuti: frequenza dei suicidi tra tutte le carceri italiane
1. Catania “Bicocca”: 2 suicidi su 234 detenuti nel 2010 = 1 ogni 117 (sovraffollamento al 165%)
2. Siracusa: 4 suicidi su 515 detenuti nel 2010 = 1 ogni 128 (sovraffollamento al 166%)
3. Sulmona: 3 suicidi su 444 detenuti nel 2010 = 1 ogni 148 (sovraffollamento al 147%)
4. Reggio Emilia: 2 suicidi su 314 detenuti nel 2010 = 1 ogni 157 (sovraffollamento al 188%)
5. Padova Casa Reclusione: 3 suicidi su 848 detenuti nel 2010 = 1 ogni 282 (sovraffollamento al 193%)
6. Firenze Sollicciano: 2 suicidi su 1.025 detenuti nel 2010 = 1 ogni 512 (sovraffollamento al 206%)
7. Roma Rebibbia: 3 suicidi su 2.035 detenuti nel 2010 = 1 ogni 678 (sovraffollamento al 136%)
8. Napoli Poggioreale: 3 suicidi su 2.684 detenuti nel 2010 = 1 ogni 894 (sovraffollamento al 159%)
9. Lecce: 2 suicidi su 1.551 detenuti nel 2010 = 1 ogni 775 (sovraffollamento al 228%)
*Il carcere dove quest’anno sono avvenuti più suicidi è Siracusa (4). L’Istituto ha 309 posti, i detenuti presenti sono 515, per un tasso di sovraffollamento del 166%. La frequenza dei suicidi durante l’anno è stata di 1 ogni 128 detenuti presenti.
*A Sulmona nel 2010 sono avvenuti 3 suicidi (con 11 casi dal 2006 ad oggi l’istituto fa registrare il più alto tasso di suicidi in Italia nel quinquennio). Il carcere ha 300 posti, i detenuti sono 444, per un tasso di sovraffollamento del 147%. La frequenza dei suicidi durante l’anno è stata di 1 ogni 148 detenuti presenti.
*3 suicidi anche nella Casa di Reclusione di Padova, 439 posti e 848 detenuti, per un tasso di sovraffollamento del 193%. La frequenza dei suicidi durante l’anno è stata di 1 ogni 282 detenuti presenti.
*Anche a Poggioreale (Napoli) e a Rebibbia (Roma) si sono registrati 3 suicidi, ma su popolazioni detenute molto più numerose (rispettivamente 2.684 e 2.035, con frequenze di 1 suicidio ogni 894 e 678 presenti).
*Reggio Emilia (2 suicidi su 314 detenuti) è al terzo posto nella frequenza suicidiaria, ma anche al primo posto per tasso di sovraffollamento, che raggiunge il 188%.
*Catania “Bicocca”, con 2 suicidi su 234 detenuti, ha il tasso più elevato d’Italia nel 2010, mentre dal 2006 i casi sono stati complessivamente 5, collocando il carcere al secondo posto (dopo Sulmona) come frequenza dei suicidi nel quinquennio. Il sovraffollamento è del 165%.
*Il carcere di Sollicciano ha avuto 2 suicidi nel 2010, 8 negli ultimi 5 anni. I detenuti sono 1.025 a fronte di una capienza di 497 posti (sovraffollamento del 206%)
*Lecce ha 650 posti e 1.551 detenuti, con il tasso di sovraffollamento più elevato in Italia, il 228%. I suicidi nel 2010 sono stati 2, con una frequenza di 1 ogni 775 presenze. Dal 2006 ad oggi si sono registrati 11 suicidi, con una frequenza che pone il carcere al terzo posto dopo Sulmona e Catania Bicocca.
Cile e Grecia: bollettini e tragedie carcerarie…
Due notizie da due paesi molto lontani: uno bagnato dal mar mediterraneo, culla della cultura e l’altro, il piccolo stuzzicadenti dell’America Latina, stretto stretto tra le Ande e l’Oceano. Grecia e Cile si avvicinano tra le loro sbarre, perché entrambe le notizie parlano di carcere, della maledizione del vivere e morire di carcere, e di chi prova a lottare per avere condizioni migliori.
In Cile è una tragedia: 81 morti per un grande incendio nel carcere San Miguel di Santiago del Cile. Dalle 6 del mattino l’incendio è divampato in un piano di uno degli edifici del grande complesso carcerario che vive uno stato di sovraffollamento allarmante ospitando oggi 1900 detenuti per una capienza massima della struttura di 700. Facile immaginare come possa esser avvenuta la tragedia per gli 81 detenuti morti nelle loro celle, di cui ancora non si riescono a sapere i nomi. : Una ventina di feriti sono stati trasferiti in ospedale, mentre circa duecento prigionieri sono stati per ora portati nei cortili del penitenziario. Un testimone oculare racconta alla televisione cilena che “la polizia non ha consentito ai pompieri di entrare subito nella struttura”. Si spera che il bilancio delle vittime non aumenti.
In Grecia, come un po’ in tutti i paesi magnati dal mare nostrum, le condizioni di vita dei detenuti non sono certo migliori e il sovraffollamento flagella la quotidianità di migliaia di reclusi. Lo sciopero della fame partito la scorsa settimana vede sempre più detenuti partecipare e minacciarlo ad oltranza: i numeri sono spaventosi. Novemila prigioneri su 12.600 partecipano alla protesta astenendosi dall’accettare il vitto e 312 sono in sciopero della fame. Ventisei delle trentatre carceri greche sono in mobilitazione.
Tortura in Grecia
Malgrado i 7000 agenti, malgrado l’allarme mutato ieri da arancione a rosso, malgrado le tonnellate di carta sprecata dietro a due ordigni artigianali che hanno rotto qualche vetro, l’imponente manifestazione prevista per oggi, anniversario della rivolta studentesca contro il regime dei Colonnelli del 1973, è andata benissimo.Solo piccoli incidenti di poco conto nella piazza finale del percorso, sotto l’ambasciata americana, dove ogni anno si usa terminare questa manifestazione: il terrorismo dei media di stato non è servito a criminalizzare questa giornata, solo a blindarla.
Quello che mi interessa molto sottolineare però, sempre dalla Grecia è una notizia venuta alla luce oggi, ma che noi denunciamo da molto tempo.
Parliamo di TORTURA ai danni di prigionieri, migranti e non.
Parliamo di condizioni di detenzione inaccettabili, di membri degli apparati di stato e forze dell’ordine che violano la dignità e il corpo delle persone arrestate.
Settanta pagine, infondo non ne servono tantissime, di accuse pesantissime dal CPT -Comitato per la Prevenzione della Tortura del Consiglio d’Europa- verso la Grecia. L’ultimo rapporto va solamente a rafforzare e se è possibile a peggiorare i tre precedenti redatti in questi anni a partire dal 2001: è un atto d’accusa molto grave contro le autorità greche e la loro ignavia davanti alla segnalazione di abusi così gravi. 
Alcuni esempi riportati nelle settanta pagine ci lasciano sgomenti: un uomo in stato d’arresto che viene minacciato di stupro e una volta portato in caserma viene spogliato e tenuto completamente nudo a braccia e gambe aperte piegato su un lavatoio mentre uno sbirro simula una penetrazione anale dietro di lui. E qui parliamo di uno stato di fermo in un carcere normale, in una caserma: figuratevi cosa può succedere in quei luoghi dove nessun occhio entra a guardare, dove solo i migranti vengono chiusi, in condizioni di sovraffollamento cronico e in condizioni igienico sanitarie lontane anni luce dall’esser accettabili.
In più, a conclusione del report, il Cpt chiede fermamente di porre fine alla pratica più che usata delle ispezioni vaginali ai danni delle detenute: è scritto che possono esser condotte in casi assolutamente eccezionali e comunque n condizioni che rispettino l’integrità fisica e la dignità umana della persona ( mi piacerebbe saper come).
GIOCHIAMO AI CARCERIERI?
Siamo alla frutta e non da poco, ma queste cose, soprattutto al mattino di un giorno di festa mi fanno salire una strana rabbia.
Va bene che il mondo ha il proprio orticello virtuale su Facebook, va bene la città milionaria da tirar su, va bene che costruisci il tuo supermercato, va bene che costruisci una casa di pupazzi di lusso….va bene un po’ tutto per me.
Infondo so’ nata nel 1982, son cresciuta con i videogiochi pre-era “manageriale” (mo’ vanno di moda così, non mi scandalizzo per questo!)…
ma GESTIRE UN PENITENZIARIO????
Ma come gli viene in mente?
Nuova applicazione per IPhone…a meno di 3 euro puoi diventare il secondino del secolo.
Basta scaricare l’applicazione e poi potrai portare sempre nella tua tasca il tuo personale penitenziario!
“Il nostro compito sarà quello di sorvegliare i detenuti della prigione stando attenti che nessuno dei carcerati sviluppi troppa aggressività o troppa stanchezza.” OH MY GOD!Dobbiamo farli mangiare, lavare, allenare, divertire, dobbiamo anche carpire del reddito grazie al loro lavoro: si supera il livello quando arrivano nuovi detenuti, alla faccia del sovraffollamento!
“L’unica pecca sta nel fatto che dopo un po’ che si gioca le azioni diventano ripetitive e col passere dei livelli e delle prigioni si rischia di cadere nella monotonia.” CAPITO SI? Potreste annoiarvi a fare i secondini, nel carcere la vita è monotona!
Ergastoli, condizionali e perdoni: è il turno di Gallinari!
Posto un’articolo uscito oggi sulla Gazzetta di Reggio. Ancora una volta parliamo di richiesta di libertà condizionale dopo i 26 anni di carcere scontati : questa volta l’istanza di cui si parla è quella presentata da Prospero Gallinari, ergastolano ex appartenente alle Brigare Rosse.
L’intervistatore chiede proprio a lui cosa ne pensa del perdono e delle strumentali richieste dei tribunali di sorveglianza
«Chiedere perdono? Sarei ipocrita».
L’ex Br Gallinari vuole la libertà condizionale: «E’ un mio diritto» di Tiziano Soresina
Prospero Gallinari, l’ex brigatista carceriere di Aldo Moro, ha chiesto la liberazione condizionale. Ha sulle spalle diversi ergastoli, ma ha già scontato i 26 anni di reclusione necessari per l’istanza. La legge richiede il «sicuro ravvedimento», ma il Tribunale di sorveglianza di Bologna avrebbe chiesto ai familiari delle vittime delle Br se sono disposti a perdonare. Partiamo dalla clausola di legge… 
«Il mio ravvedimento? Sono 22 anni – spiega con calma Gallinari – che la storia delle Br è chiusa, cioè quando in otto brigatisti firmammo il documento in cui si sottolineava che la lotta armata contro lo Stato era finita. Le cose fatte per esprimere un processo rivoluzionario si erano concluse. Mi sono assunto la totale responsabilità di quegli eventi e all’interno di questa assunzione di responsabilità è iniziato il mio nuovo cammino».
Di cos’è composto il suo percorso rieducativo?
«Vivo con la mia compagna, ho una famiglia, lavoro da 13 anni in una tipografia in cui ho tanti amici e sono rispettato da tutti, mi sono reinserito socialmente».
Ma lei la scriverebbe una lettera ai familiari delle sue vittime chiedendo loro perdono?
«Sono sincero, la riterrei un’offesa per i familiari stessi andare a porre questo problema umano. La sofferenza dei familiari non nasce con la mia dissociazione, ma quando le cose sono avvenute. Una lettera di quel tipo la riterrei una grande ipocrisia. Che cosa dovrei scrivere? Che soffro per quelle cose? E’ un problema intimo. Sul piano etico il nodo lo sciolsi nel momento in cui decisi di lottare anche con le armi per la rivoluzione. Se fai queste scelte, la politica sta al centro di tutto. L’aspetto politico e quello umano vanno separati».
Ma altri suoi ex compagni di lotta armata hanno compiuto questo passo…
«E’ vero, hanno fatto questa mossa per uscire da determinate situazioni processuali, ma non è il mio modo di muovermi. Lo riterrei offensivo verso le famiglie, una cosa falsa, una recita».
Si è mai trovato a tu per tu con chi ha tanto sofferto per la scia di sangue lasciata dalle Br?
«Solo una volta, alla presentazione del mio primo libro. Contestò il mio ruolo, una discussione in chiave politica, dai toni normali».
La figlia di Rossa e la moglie di D’Antona hanno detto chiaramente che i magistrati devono assumersi le proprie responsabilità, perché non è compito dei familiari delle vittime decidere sulla liberazione dei brigatisti…
«Sono al corrente, ho apprezzato quelle parole».
Perché si è deciso a chiedere la liberazione condizionale?
«E’ un mio diritto. Così potrei muovermi con più libertà e non solo nelle tre ore pomeridiane previste dall’attuale detenzione domiciliare. Sarebbe importante per i miei problemi di salute (conseguenza di crisi cardiache, ndr) potermi allontanare da Reggio e svernare per un periodo in un luogo più adatto».
S’aspettava tanto clamore, le polemiche che tornano a fioccare sugli ex brigatisti?
«Sapevo che la notizia della mia richiesta di liberazione condizionale sarebbe prima o poi uscita. Ammetto lo stress che sto patendo per le polemiche innescatesi».
Rivolta di migranti: chiuso aereoporto di Cagliari
Dalle 15 la rivolta è scoppiata in tutto il centro di prima accoglienza Elmas di Cagliari, costruito all’interno dell’aereoporto militare di Elmas, sito dentro lo stesso scalo civile di Cagliari. La terza volta in 11 giorni dentro quella struttura, cosa che ci dice da sola le condizioni di vita dei migranti rinchiusi lì dentro.
L’ennesima ondata di sbarchi degli ultimi giorni ha fatto letteralmente esplodere la struttura cagliaritana con più di cento persone presenti e nel primo pomeriggio la rabbia dei migranti è riuscita a rompere il cordone di sicurezza che separa l’area dal centro. Circa una ventina di persone hanno raggiunto la pista correndo: le torri di controllo (che si trovano a meno di 150 metri) hanno dato immediatamente l’allarme ed è stato deciso il blocco totale dello scalo sardo, sia per gli arrivi che per le partenze. Ora sono all’opera le forze di polizia che rastrellano la zona alla ricerca di chi è riuscito a darsela a gambe: già in 4 sono stati presi all’interno dell’aereoporto.
La struttura per un paio d’ore è stata letteralmente occupata dai migranti, tanto che la situazione è ritornata “sotto controllo” solamente dopo l’intervento della squadra mobile di Cagliare che, dopo aver circondato la palazzina e fatto un fitto uso di lacrimogeni, ha fatto irruzione per riconquistarne il controllo. L’operazione al momento è ancora in corso, quindi le notizie sono abbastanza povere: pare che buona pare del centro sia distrutto.
Inizialmente l’ENAC aveva fatto sapere che lo scalo cagliaritano non avrebbe riaperto prima delle 22, ma pochi minuti fa le agenzie hanno iniziato a riportare un’imminente riapertura, dopo il blitz della polizia.
Migranti, espulsioni, testate e carcere
Fuori strada
Per evitare di lasciare l’Italia ha messo a repentaglio la propria vita e quella dei tre agenti incaricati di accompagnarlo a Malpensa, dove avrebbe dovuto imbarcarsi su un aereo diretto al suo paese d’origine. È successo ieri pomeriggio e per l’uomo, un egiziano destinatario di un provvedimento di espulsione, si sono aperte le porte del carcere.
I tre poliziotti sono finiti in ospedale e dimessi con prognosi di 17, 7 e 3 giorni. Ad avere la peggio l’agente che ieri pomeriggio si trovava alla guida della Fiat Stilo con i colori d’istituto diretta all’aeroporto. Mentre viaggiava nella corsia di sorpasso della tangenziale, giunto all’altezza dell’uscita per Borgaro, è stato aggredito dallo straniero che, liberatosi dalla cintura di sicurezza l’ha afferrato per il collo e gli ha rifilato una testata.
«L’intenzione – sostiene Luca Pantanella, vicesegretario nazionale del sindacato Ugl-Polizia – era quella di fare uscire di strada i poliziotti ma la bravura dell’autista e l’intervento dei colleghi ha evitato il peggio.» Il conducente è riuscito ad evitare le altre vetture e i Tir che in quel momento percorrevano la tangenziale ed ha raggiunto la corsia di emergenza dove lo straniero è stato bloccato.
«Questa volta – dichiara Pantanella – tre agenti sono rimasti feriti, ma non vogliamo che in futuro si possa parlare di tragedia.» Per questo l’Ugl chiede «al Questore e al ministero degli Interni che i servizi di accompagnamento alla frontiera siano effettuati con mezzi idonei, che separino gli autisti dalle persone accompagnate, che essendo destinatarie di un provvedimento di espulsione non possono essere ammanettate, e che il parco auto sia potenziato.» da CronacaQui Torino
Aggiornamento 1 ottobre – mattina. Dopo una piccola ricerca abbiamo scoperto che il ragazzo arrestato sulla via di Malpensa, Hisham, aveva ottimi motivi per opporsi alla propria espulsione: tutta la sua famiglia, difatti, vive in Italia e in Egitto lui non ha più nessuno. Nel Cie da più di quattro mesi, ultimamente la polizia lo teneva separato dagli altri suoi compagni, in isolamento. Come potrete immaginare, invece, non siamo in grado di dirvi nulla sulla dinamica dei fatti occorsi in tangenziale, per cui siamo costretti a tenerci solo le lamentele di Pantanella e di Torino Cronaca. Non appena avremo ulteriori aggiornamenti, ve li comunicheremo.
Aggiornamento 1 ottobre – pomeriggio. Stamattina c’è stata l’udienza di convalida dell’arresto: Hisham sarà scarcerato questa sera! E pare che non sarà riportato al Cie, come spesso accade in questi casi, ma riceverà “soltanto” l’ordine di lasciare l’Italia entro 5 giorni.
macerie @ Settembre 30, 2010
Le “donne” dei prigionieri e la storia rimossa, la nostra storia
AGGIORNAMENTO 18 GIUGNO 2013: LA CORTE DI APPELLO DI PERUGIA DICHIARA AMMISSIBILE LA RICHIESTA DI REVISIONE DEL PROCESSO TRIACA.
IL 15 OTTOBRE 2013 LE TORTURA ANDRANNO ALLA SBARRA E LA VERITA’ VERRA’ RISTABILITA.
LEGGI QUI LE NOVITA’, OTTIME: LEGGI
Quest’articolo lo lessi che ero poco più di una bambina, a tredici anni, riportato tra le note di un libro che cambiò la mia vita (regalatomi da una mano completamente inconsapevole):
“Dall’altra parte” – l’odissea quotidiana delle donne dei detenuti politici- di Prospero Gallinari e Linda Santilli.
Un articolo, un “reportage”, una testimonianza scossa di una giornata passata con le “donne dei detenuti” br e non, reclusi nel carcere speciale di Trani dopo appena un mese dalla rivolta. Le compagne di uomini fatti a pezzettini dai GIS, uomini con dita denti schiene e costole spezzate: detenuti politici che avevano messo a ferro e fuoco un carcere e che ora scontavano sulla loro pelle e quella dei loro cari la repressione dello stato.
Uno stato che doveva dimostrare la sua forza: uno stato che aveva mandato i GIS a sedare la rivolta …e c’era riuscito, ovvio!, peccato che al rientro dell’operazione – nei festeggiamenti per il capodanno- il generale che aveva guidato il masssacro è stato ucciso sul pianerottolo di casa.
Quest’articolo racconta il mai raccontato, quello vissuto da chi ha avuto la vita sventrata dal carcere, dalle leggi speciali, dall’ergastolo solo perchè madre, figlio, amore di un compagno prigioniero.
La tradotta di Trani ferma a Barletta. Per Trani si cambia.
Sul marciapiede, alle sette di mattina si riversano i familiari. Perlopiù sono donne, madri, compagne, sorelle. Nei venti minuti d’attesa prima che arrivi il Roma-Bari che bisognerà prendere al volo, di corsa dal giornalaio a raccattare quotidiani, di corsa al gabinetto, di corsa al bar a buttar giù un caffè; poi dieci minuti ancora , questa volta in piedi contro gli sportelli del treno, e giù di nuovo su un altro marciapiede, quello della stazione di Trani.
Qui il femminismo non avrebbe ragione d’esistere.
Le donne dei prigionieri sono forti, gestiscono le loro azioni con autorevolezza, a tratti perfino con allegria. Di fronte al procuratore capo De Marinis, ogni sabato, da quando c’è stata la rivolta, la dignità la chiarezza la determinazione sono loro […].
Il primo sabato: le visite e i pacchi sono sospesi. Il secondo, ancora niente visite e niente pacchi. Le donne si organizzano, attuano il blocco dei cancelli, aspettano dieci ore, circondate dai carabinieri minacciosi, e commettono un peccato d’onestà: credono all’ufficiale che promette un colloquio con il direttore se il blocco viene tolto. Naturalmente l’ufficiale non rispetta la parola. Però i pacchi passano.
Il terzo sabato, ancora visite distanziate, ancora il ritrovarsi davanti al secondo cancello. Per ogni nome chiamato passa un’ora. I colloqui dovranno essere con i vetri. NO, prigionieri e donne dicono no. […]
Si decide di nuovo il blocco dei cancelli. […]
Da tutte le parti piovono autoblindo, e carabinieri, a nugoli come le mosche. Arriva anche un funzionario in borghese, forse Digos. Dice che le manifestazioni sono proibite, dice che bisogna sgombrare se no ci pensa lui, e infatti ci pensa.
I carabinieri si schierano a pochi passi dalle donne, faccia a faccia. Rigidi e neri che sembrano lì come per un film. Comparse che non conoscono tutta la trama, ma solo il povero ruolo che le riguarda. E caricano duro.
Piovono le botte e gli spintoni, ma il funzionario capisce che la loro è solo forza fisica.[…]
Le notizie che filtrano dall’interno sono come sassi in faccia e perdono ordine e priorità, trasformandosi in una sorta di onda d’urto che spinge le donne ad agire. Guardie incappucciate, da Ku Klux Klan, chiamano per nome i detenuti, e a mano a mano che uno viene crocifisso dalla luce dei fari, giù botte. Quindici prigionieri vengono trascinati sul tetto: le guardie che li tengono chiedono alle altre, in basso, se ci sono morti o feriti tra i loro colleghi. Sono pronte, a una risposta affermativa, a buttar giù i detenuti.
Il policlinico di Bari si lascia portari via dai carabinieri i feriti gravi. Ma questo è avvenuto subito dopo la rivolta. Le donne si sono già battute per organizzare una fitta rete di controinformazione, ma tranne le trasmissioni di poche radio libere e qualche stralcio di notizia censurata dagli stessi giornalisti che la passano, all’opinione pubblica non arriva niente.
Altre notizie, sassi in faccia. I prigionieri sono ammassati in cameroni e come unica forma di protesta possibile attuano la “guerra batteriologica”, buttano escrementi e immondizie nei corridoi e dalle finestre. I feriti curati alla bell’e meglio subito dopo la rivolta peggiorano. I punti vanno in suppurazione, alcuni hanno la febbre alta e non si reggono in piedi, altri hanno le ossa rotte, le mani le caviglie, le costole.
Falco il medico della prigione, che nome meglio di così non poteva avere, non si fa vivo. Neanche il Giudice di sorveglianza. […]
Quando vengono concessi i colloqui, le donne e i prigionieri li rifiutano: si vorrebbe ancora farli parlare attraverso vetri e citofoni. Vengono pestati e trascinati all’isolamento, ma non si illudano i carcerieri che questo possa spingere i detenuti o i loro familiari alla rinuncia della propria dignità umana. Le donne stendono una denuncia. La firmano nominalmente, la portano alla procura, la presentano come legge vuole, anche se si immaginano che finirà in un cassetto. Trasmettono altri comunicati attraverso l’Ansa, ma anche su questi cala la nebbia.
Notte e nebbia. Nacht und Nebel sulle carceri speciali.
Notte e nebbia sulle coscienze. Nel paese delle interrogazioni parlamentari non si alza una sola voce, fosse anche semplicemente per chiedere. Ma di quello che accade o che potrebbe accadere nei lager di questa repubblica qualcuno dovrà pur rispondere.
Laura Grimaldi
Il Manifesto
29 Gennaio 1981
[A mamma Clara, a suo figlio Bruno]
I LINK SULLA TORTURA
breve cronologia ragionata e testimonianza di Ennio di Rocco, B.R.
Testimonianze di Emanuela Frascella e Paola Maturi, B.R.
Testimonianza Di Sisinnio Bitti, P.A.C.
Arresto del giornalista Buffa
Testimonianza di Adriano Roccazzella, P.L.
Le donne dei prigionieri, una storia rimossa
Il pene della Repubblica
Ma chi è il professor “De Tormentis”?
Atto I: le torture del 1978 al tipografo delle BR
De Tormentis: il suo nome è ormai il segreto di Pulcinella
Enrico Triaca, il tipografo, scrive al suo torturatore
Le torture su Alberto Buonoconto
La sentenza esistente
Le torture su Sandro Padula
Intervista a Pier Vittorio Buffa
Enrico Triaca: così mi ha torturato De Tormentis
Il “padiglione delle madri”: prigioniere politiche in Argentina
Era molto tempo che volevo mettere queste righe.
Ma per mettermi qui a riscrivere queste due paginette ho dovuto trovare un po’ di coraggio.
Da quando sono diventata mamma non sopporto, ancor meno di prima, certi soprusi, certi abusi su donne, mamme e bambini.
Si diventa più sensibili, forse è vero. O è solo un fatto di “appartenenza”… dopo che hai sentito dentro di te tutto ciò niente è più come prima.
Quando diventi mamma il modo di amare cambia profondamente: e con quello, parallelamente, anche gli altri sentimenti prendono forma in altro modo, esplodono in altro modo. La rabbia che m’ha fatto provare questa testimomianza è rara.
QUESTE RIGHE agghiaccianti sono tratte da un libro MEMORIA DEL BUIO estremamente interessante, di cui ho già pubblicato un piccolo brano . E’ un libro documento, un racconto corale di 112 donne argentine che hanno vissuto insieme l’esperienza della prigionia nelle carceri argentine durante la dittatura, fra il 1974 e il 1983.
Non mi è facile scrivere del “Padiglione delle madri”, dove entrai nel febbraio 1974. La memoria mi tradisce e, per quanto mi sforzi, molti frammenti restano sfocati.
Tentare di ricordare sarà allora una prova, una sfida con me stessa.
Mi colpì la sporcizia, lo squallore del luogo. Si chiusero le sbarre. Sarei rimasta lì dentro per anni. A poco a poco, la gabbia si animò delle nostre voci di ragazze, dei nostri ricordi, e più tradi dei nostri FIGLI. Per l’esattezza, mio figlio, Eduardo Adolfo, nacque il 14 luglio.
Quando mi arrestarono ero incinta di tre mesi. Sembravo un’ “oliva”, secondo mio fratello. Non c’erano specchi in carcere, perciò non sono in grado di smentirlo. Quando venne l’ora di partorire, mi ricoverarono nel reparto maternità del Sardà. Ero sotto la custodia di agenti del Servizio penitenziario federale che, oltre alla porta della mia stanza, sorvegliavano i corridoi e le scale dell’ospedale. Una pattuglia di pliziotti piantonava la strada sotto le mie finestre.
Quando iniziò il travaglio, i medici decisero di farmi il cesareo. Mi portarono in sala operatoria incatenata alla barella. Il dottore cercò di convincere gli agenti di custodia ad aspettare fuori. Per tutta risposta, uno di loro indossò camice e mascherina chirurgica e non si mosse più. Appena mi sfilarono le manette, sibilai: “Lavatemi di torno il piedipiati”. Ma capii che era inutile, e allora dissi a me stessa: Concentrati sulla cosa più importante, la nascita del tuo primogenito. In quella gelida sala operatoria, l’umanità del personale medico mi dette coraggio. Tutti i mieri pensieri si rivolsero alla mia PICCOLA GRANDE VITTORIA: STAVA PER
NASCERE MIO FIGLIO.
E venner al mondo, bello come il sole. Niente e nessuno poterono più cenusare i miei sentimenti, le mie emozioni, la mia tremenda allegria che provai nel sentirlo piangere.
Passavano i mesi, Guarito cresceva. Nel gennaio 1975 il padiglione si era andato ormai affollando di prigioniere politiche. La maggior parte erano state picchiate e torturate. Non avevano risparmiato nemmeno quelle incinte.
A fine anno la repressione si acuì, e le carceri, di conseguenza, si affollarono. Fu in quel periodo che il grosso delle compagne venne smistato nei padiglioni della Sezione 6. Nel 49 restarono solo madri e puerpere, e da allora fu chiamato “Padiglione delle madri”. Durante quel periodo nacquero almeno 17 bambini. Ci organizzammo in modo da seguire i piccoli, mandare avanti le faccende quotidiane e contemporaneamente dedicarci all’attività politica. Mentre un gruppo cucinava, un altro faceva le pulizie, e un terzo studiava e discuteva la situazione argentina e mondiale, nonostante le scarse informazioni che ci arrivavano dai parenti.
Dopo il golpe, il Potere Esecutivo Nazionale promulgò un decreto di base al quale i figli potevano restare con le madri solo fino al compimento del sesto mese d’età. Così la maggior parte dei bambini che viveva con noi fu consegnato ai parenti. Per molti anni non ebbi più nessun contatto fisico con mio figlio. Ecco come è andata col mio Guarito.
Quando venne il momento di separarmi da lui, avrei voluto gridare: “lasciatemi andare con mio figlio, il mio Guarito”, ma soffocai la disperazione. Per dignità, o forse per “intellettualizzazione”. Dentro però, ero a pezzi. Guardai una compagna che stava consegnando suo figlio ai nonni. Soffriva anche lei come me. Ci abbracciammo, piangemmo, li maledicemmo insieme. Ci avevano costrette a dare via i nostri figli. Ci avevano tolto il sacro diritto alla maternità.
I nostri due piccoli se ne andarono insieme, e il cancello del Padiglione delle madri si chiuse alle loro spalle. Non sapevano che non ci avrebbero più rivisto per anni. Quel pomeriggio, nell’ameno cortile del carcere, circondato da alti muri coronati da una triplice barriera di filo spinato, nacquero quei versi:
“Che ti succede figlio mio lontano
che ti succede figlio mio strappato
via da queste braccia che ti hanno cullato.
E’ una rabbia infondo al petto
che si gonfia nel silenzio…”
La memoria non mi assiste, non riesco a ricordare quei versi carichi d’amore e di dolore. Per questo ho provato a scrivere i frammenti della mia storia, perchè non voglio che “memoria” resti solo una bella parola.
Padiglione delle Madri
“LA PETY” GRISELDA VARELA VEIGA
Le bombe greche
Ieri a Korydallos è esploso un ordigno ad alto potenziale: una bomba ad orologeria è esplosa nei pressi del carcere di massima sicurezza che porta il nome della città. E’ il carcere più grande del paese e al suo interno sono detenuti diversi componenti nell’organizzazione armata Lotta Rivoluzionaria.
Pochi minuti fa, tanto che non si ha nessun dettaglio, un altro forte ordigno è esploso davanti al tribunale di Salonicco.
Ci sono delle cose in comune con le due esplosioni, oltre alla vicinanza temporale delle azioni dinamitarde: i media scelti per preavvertire della detonazione sono stati gli stessi in entrambi i casi. Nessuna rivendicazione ma una telefonata, in entrambi i casi, al quotidiano Eleftherotypia e alla rete televisiva Alter.
Mentre ieri la polizia non aveva fatto in tempo ad evacuare la zona adiacente al carcere, oggi erano riusciti a farlo in tempo: l’edificio del tribunale, in pieno centro della città, era stato evacuato prima dell’esplosione avvenuta nella hall.
L’esplosione di ieri ha causato danni nel raggio di qualche isolato e il ferimento di due persone rimaste colpito non gravemente dalle schegge di alcuni vetri infranti.
Si parla, o almeno è un funzionario di polizia ad usare queste parole, di uno dei più grossi ordigni esplosi negli ultimi anni.
Che non sono stati pochi.
La polizia sta cercando di addossare la responsabilità di entrambi gli attentati all’organizzazione armata Lotta Rivoluzionaria o al gruppo Cospirazione dei Nuclei di Fuoco
in ricordo di Franco Serantini
Nasce il 16 luglio 1951 a Cagliari da genitori ignoti. Abbandonato al brefotrofio, vi resta fino all’età di due anni, quando viene adottato da una coppia di origini siciliane. Poco tempo dopo la famiglia fa ritorno in Sicilia dove, nel 1955, muore la madre adottiva ed S. è dato in affidamento ai “nonni materni”, con i quali vive a Campobello di Licata, fino all’età di nove anni quando, per ragioni di decessi ed emigrazioni, la famiglia si sfalda e lui viene nuovamente trasferito in un istituto d’assistenza a Cagliari. Nel 1968 è inviato all’Istituto per l’osservazione dei minori a Firenze e da questi – pur senza la minima ragione di ordine penale – destinato al riformatorio a Pisa Pietro Thouar in regime di “semilibertà”. 
A Pisa dopo aver conseguito la licenza media alla scuola statale Fibonacci frequenta una scuola di contabilità aziendale. Le conoscenze che acquisisce e i nuovi rapporti che allaccia lo portano a guardare il mondo con occhi diversi e ad avvicinarsi all’ambiente politico: frequenta le sedi della fgci della fgsi e dell’estrema sinistra fino ad approdare, nella seconda metà del 1970, al Gruppo anarchico “Giuseppe Pinelli” che ha la sede presso la Federazione anarchica pisana (aderente ai gia) al numero civico 48 di via S. Martino, dove conosce anziani militanti come Cafiero Ciuti, il professor Renzo Vanni e vari giovani libertari. Come molti studenti è particolarmente impegnato nelle manifestazioni antifasciste, nella campagna di controinformazione sulla Strage di stato,
nell’esperienza del “Mercato rosso” nel quartiere popolare del cep e infine nell’accesa questione della candidatura di protesta di Pietro Valpreda.
Il 5 maggio 1972 partecipa alla manifestazione indetta da Lotta continua per protestare contro il comizio dell’on. Giuseppe Niccolai del Movimento sociale, che viene violentemente repressa dalle forze dell’ordine. S., mentre si trova sul lungarno Gambacorti, viene circondato e brutalmente picchiato da numerosi agenti di polizia del 2° e 3° Plotone della 3a Compagnia del 1° Raggruppamento celere di Roma. Successivamente viene condotto nella caserma di polizia e quindi al carcere Don Bosco, dove, il giorno dopo, viene sottoposto a un interrogatorio, durante il quale manifesta uno stato di malessere generale che il giudice, le guardie carcerarie e il medico non giudicano “serio”. Dopo una notte di agonia, la domenica mattina viene trasportato al pronto soccorso del carcere, ma è tardi perché vi muore alle 9,45 del 7 maggio. Il pomeriggio dello stesso giorno le autorità del carcere cercano di ottenere tempestivamente dal comune l’autorizzazione al trasporto e al seppellimento del cadavere, ma l’incaricato si rifiuta di concedere il benestare alla tumulazione mentre la notizia della morte rimbalza in tutta la città. Luciano Della Mea, antifascista e noto militante della sinistra, con il professore Guido Demetrio Bozzoni prendono l’iniziativa di costituirsi parte civile, sostenuti dagli avvocati Arnaldo Massei e Giovanni Sorbi, e danno il via a un’ampia campagna di controinformazione. 
Nei giorni seguenti, in molte città italiane si tengono manifestazioni di protesta e di denuncia delle responsabilità delle forze dell’ordine. I funerali si svolgono il 9 maggio e sono caratterizzati da una grande partecipazione popolare. Negli anni successivi il fatto sarà quasi sempre ricordato con manifestazioni di vario tipo. Nel 1979 i compagni anarchici di Pisa gli dedicheranno una biblioteca e nel 1982 verrà inaugurato un monumento in suo ricordo in piazza S. Silvestro di fronte all’istituto Touhar che lo aveva ospitato negli ultimi anni di vita. Le indagini per scoprire i “responsabili” della morte di S. affogano nella burocrazia giudiziaria italiana e nei “non ricordo” degli ufficiali di ps presenti al fatto. Nel 1975 Corrado Stajano, giornalista democratico, raccoglie in un appassionato volume la vita di S. contribuendo a mantenerne in vita il ricordo. (F. Bertolucci)
Biografia tratta dal “Dizonario biografico degli anarchici italiani”, BFS Edizioni Fonti bfs,
Carte Giovanni Sorbi; ivi, Carte Luciano Della Mea; ivi; Carte Federazione Anarchica Pisana; ivi, raccolta di testimonianze orali su F. Serantini. Bibliografia
Comitato “Giustizia per F. Serantini”, Franco Serantini, “un assassinio firmato”, Pisa, [1973?];
Giustizia per Franco Serantini, Pisa 1974;
C. Stajano, Il sovversivo. Vita e morte dell’anarchico Serantini, Torino 1975 (nuova ed., Pisa 2002);
Vent’anni 7 maggio 1972-1992 Franco Serantini anarchico assassinato dalla polizia mentre si opponeva ad un comizio fascista, Pisa 1992;
A. Massei, Giustizia per Franco Serantini, in Ora e sempre Resistenza, Pisa 1995;
Franco Serantini. Storia di un sovversivo (e di un assassinio di Stato), «A», mag. 2002;
“S’era tutti sovversivi” dedicato a Franco Serantini, video-documentario di G. Verde, Pisa 2002.





























































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