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Archive for maggio 2012

Il comunicato dopo le folli perquisizioni ai danni della Masseria Foresta

31 maggio 2012 Lascia un commento

Il 29 maggio veniva eseguita una perquisizione ai danni della Masseria Foresta di Crispiano con tanto di blitz mattutino delle forze dell’ordine. Sembra che le indagini siano iniziate dopo la comparsa di alcune scritte “No Tav” nel paese limitrofo. Non ci interessa entrare nel merito di queste insulse accuse se non per esprimere solidarietà e vicinanza a tutti i compagni colpiti da questi provvedimenti. Chi conosce i ragazzi della Foresta sa che la masseria è un luogo in cui si parla e si attuano esperimenti di autogestione e di autoproduzione, oltre a innumerevoli iniziative politiche, culturali e musicali (nessun pericoloso “quartier generale” al contrario di quanto scrive Repubblica).

Chi vive in quel luogo cerca tutti i giorni di sviluppare nuove forme di socialità e di vita in comune e forse questo fa molto più paura di qualche scritta sul muro.Ci sembra però che le perquisizioni dei carabinieri dei giorni scorsi si inseriscano in un quadro più generale di repressione e di tensione verso qualsiasi forma di dissenso. Da settimane Monti, Manganelli e il ministro Cancellieri rilasciano dichiarazioni deliranti volte a instaurare un clima di terrore che accomuna la gambizzazione di Adinolfi e l’attentato di Brindisi, cercando di compattare il paese contro il comune nemico dell’anarco-insurrezionalismo. In un paese sommerso dai debiti e strozzato dalla crisi sappiamo che questo è solo fumo negli occhi e che il vero obbiettivo è restringere gli spazi del dissenso e aprire quelli per la repressione. Non a caso viene attaccato il movimento “No Tav”, capace di creare un largo consenso intorno alla resistenza di una popolazione e alla ferma volontà della gente della Val Susa di opporsi a un’ opera inutile e insostenibile sia dal punto di vista ambientale che economico.
Occupy ArcheoTower – Taranto

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Foto di Valentina Perniciaro

La memoria di Sabra e Chatila NON SI TOCCA!

28 maggio 2012 4 commenti

A questo tipo di violenze non ci si abitua mai.
La violenza dello Stato ebraico d’Israele è scritta nella storia delle sue origini e della sua fondazione, il suo impegno nel genocidio del popolo palestinese è antecedente al giorno della sua fondazione e continua ad esser la bandiera che più adora sventolare quello stato occupante: la bandiera dell’Apartheid, la bandiera dell’occupazione militare.

Foto di Valentina Perniciaro, la piazza di Sabra…

Ma la casa della Memoria è a Roma, nel quartiere che ha dato luce agli occhi di mio nonno e di mia madre: la casa della Memoria porta un nome importante per tutti noi, porta dentro di sè (dovrebbe almeno) un pezzo importante del nostro DNA…e porta la parola “memoria” di cui dovrebbe aver rispetto.
A quanto pare non è così, oppure esistono eccidi che hanno pesi differenti a seconda di dove avvengono e di chi li compie…anche per la casa della memoria di Roma.
Perché se viene censurata, a 48 ore dall’inaugurazione, una mostra fotografica sui campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila vuol dire che basta, meglio farci delle case popolari all’interno degli spazi di quel luogo, che dovrebbe essere patrimonio collettivo.
Fateci un asilo: è decisamente meglio.

E allora voglio i nomi.
Voglio i nomi dei dipendenti della casa della memoria responsabili dell’organizzazione delle mostre, voglio sapere chi dove quando e perché sarebbe intervenuto per bloccarla…perchè è inutile che scriviamo tonnellate di pagine contro la comunità ebraica o qualche assessore di Alemanno.
Reputo responsabili di questa censura proprio coloro che lavorano all’interno della Casa della Memoria, che hanno accettato una censura indecente e vergognosa senza nemmeno raccontarcene la provenienza.

Ribadisco, se quella mostra non si farà,
Se la memoria deve esser solo quelle che qualcuno decide,
Chiudetelo quel posto inutile..
Facciamoci una ludoteca, un consultorio, quello che ve pare…..
Ma a casa, tutti coloro che hanno responsabilità in quel posto: in cantiere a lavorare, in cuffia dentro un callcenter, no nei vicoletti trasteverini!
Che schifo

E l’ANPI?? il silenzio totale: CHE STRANO EH??
ma volete strappà ste tessere?!?!

Foto di Laura Cusano

Qui il testo del Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila:

Care compagne/i e amici

Avremmo voluto scrivervi per sollecitare una vostra partecipazione alla mostra “Notte molto nera – Sabra e Chatila, una memoria scomoda”, che si doveva realizzare a Roma alla Casa della Memoria e della Storia il prossimo 30 maggio. Però non possiamo farlo perché la mostra è stata bloccata a pochissime ore dalla sua inaugurazione. E questo malgrado la curatrice, Laura Cusano, avesse tutte le autorizzazioni compresa una lettera di incarico protocollata dal Comune di Roma. Ad oggi però nessuna comunicazione ufficiale è arrivata e gli organizzatori si celano dietro la richiesta di un rinvio a data indefinita.

Nessuna spiegazione sui motivi del rinvio, quindi, solo silenzi ed imbarazzi. Ma da notizie ufficiose apprendiamo che il tutto è partito – ancora una volta – da sollecitazioni verso l’assessore alla cultura del Comune di Roma fatte da esponenti della comunità ebraica di Roma. Questi signori hanno voluto bloccare la mostra fotografica, perché evidentemente giudicata colpevole di smascherare le nefandezze compiute verso il popolo di Palestina. Le immagini rappresentano per questi signori una prova d’accusa intollerabile e da eliminare. Probabilmente in altri tempi avrebbero chiesto anche la messa al rogo delle fotografie.Il tema della mostra – vogliamo ricordarlo – era una riflessione su immagini e memoria a partire dai fatti di Sabra e Chatila, di cui quest’anno ricorre il trentesimo anniversario. Una strage compiuta dalle falangi fasciste libanesi, con la diretta complicità dell’esercito di Israele.

Quello che più ci sconcerta e addolora è la mancanza di spiegazioni e il silenzio delle tante associazioni che riempiono di contenuti il lavoro della Casa della memoria, ovvero l’impossibilità di dire la verità e la costatazione che un luogo importante e ricco di significati, come dovrebbe essere la Casa della memoria e della storia, sia nella realtà solo casa della prepotenza e dell’oscurantismo. A questo proposito nei giorni scorsi abbiamo scritto all’Anpi, per chiedere loro un incontro su questa vicenda.

La negazione delle autorizzazioni per la mostra fotografica non offende solo chi per mesi ha lavorato alla sua realizzazione, non solo rappresenta l’ennesimo atto di censura verso la storia del popolo di Palestina, ma è un attacco all’intelligenza e alla sensibilità di tutta la cittadinanza di Roma.
Per queste ragioni vi chiediamo di manifestare con noi in tutti i modi possibili l’indignazione e la rabbia verso chi con prepotenza e vigliaccheria continua ad infangare la storia della nostra città.
Facciamo inoltre appello a tutte le forze democratiche affinché prendano posizione condannando un gretto atto di censura che non aiuta nessuno e che svilisce la memoria di tutti.

Il Comitato per non dimenticare Sabra e Chatila

La mostra censurata la potete vedere: QUI
Il mio articolo su Sabra e Chatila di ricostruzione dei fatti: QUI
Un saluto a Stefano Chiarini: QUI
Categorie:Uncategorized

Una lettera per chiedere solidarietà, dalle carceri greche…

28 maggio 2012 Lascia un commento

Lettera di Andrè Mazurek, detenuto da 3 anni e mezzo a Larissa (Grecia) dopo la rivolta del dicembre 2008.
Condannato a 11 anni.
Dal sito OccupiedLondon

Sono ormai più di tre anni che mi trovo rinchiuso nelle prigioni greche, più precisamente dall’ 11/12/2008 e gli scontri che seguirono all’assassinio di Alexandros Grigoropoulos ad Exarchia, Atene.
Mi chiamo Andrea Mazourek e vivo in Grecia dal 2007, più precisamente da maggio 2007. Io sono polacco e non conoscendo bene la lingua, ho lavorato qui in diversi posti di lavoro precari. Mentre vivevo qui da 1 anno e mezzo ho saputo dell’assassinio di Alexis e insieme agli altri ho manifestato per le strade di Atene tutta la mia rabbia.

Foto di Valentina Perniciaro _ Le notti in cui i MAT assediavano il Politecnico, dicembre 2008_

L’11 dicembre 2008, all’angolo tra via Solonos e via Sturnari, mentre camminavo con gli altri verso il Politecnico, siamo stati circondati dai maiali del MAT (squadre anti-sommossa della polizia) e poliziotti in borghese che hanno iniziato a picchiarci, ci hanno arrestato e portato nella questura di Atene, dove, dopo essere stato trasformato per un altro paio di volte in un sacco da boxe, ci hanno portato alle celle di detenzione del 7° piano.
La mattina successiva un dipendente dell’ambasciata polacca è venuto ad aiutare i poliziotti nei loro interrogatori.
L’ambasciata polacca ha falsamente riferito ai media che sono venuto in Grecia per partecipare all’insurrezione … Poi, il giorno dopo, mi hanno portato davanti al giudice che  mi ha contestato i reati di tentato omicidio, esplosione, fabbricazione e possesso di esplosivi ; e mi ha messo in custodia cautelare senza nemmeno avere la possibilità di discolparmi, dal momento che il traduttore che mi avevano assegnato era un arabo che conosceva poco sia il greco che il polacco, e non era stato mandato dall’ambasciata.
Gli stati cooperano perfettamente di fronte al “nemico interno” … Il giudice ha richiesto di mandarmi in un ospedale dopo la conclusione del procedimento ma questo non è successo. Dopo il mio arrivo nella prigione di Korydallos, le guardie carcerarie si sono scagliate su di me gridando che avevo bruciato le loro auto e mi hanno messo in un reparto dove nessuno parlava polacco, e invece di mandarmi in ospedale mi hanno dato un analgesico. Una settimana dopo, mi annunciano che c’è un altro mandato di arresto per me in Polonia …
Di settimana in settimana il tempo passa e le ferite sono guarite, ma la rabbia cha continuato a vivere dentro di me per tutti questi 3 anni e mezzo in cui  sono tenuto prigioniero nelle celle  della prigione democratica. L’11 giugno la Corte d’Appello mi ha condannato a 11 anni di prigione ed è per questo che vi chiedo solidarietà, se e in qualsiasi modo lo riterrete adeguato …
Dichiaro inoltre che non ho dimenticato nessuno di quelli che mi hanno picchiato, mi hanno messo in carcere e continuano a privarmi della mia libertà, mentre l’ assassino Saraliotis [uno dei poliziotti che ha sparato ad Alexis] è stato rilasciato dopo un anno e ora va in giro libero.
Ci ritroveremo nelle strade, ancora una volta, con tutti coloro che non hanno dimenticato, che hanno rotto e bruciato le vetrine che coprono l’ ipocrisia di questo vecchio mondo, che hanno combattuto e continuano a combattere. Possono impedirmi di essere lì con voi, ma voi potete continuare per tutti coloro che sono nelle carceri e non sulle strade, e proseguire per Alexandros Grigoropoulos.

La solidarietà è l’arma del popolo,
GUERRA CONTRO LA GUERRA DEI PADRONI
Andre Mazurek, detenuto nel carcere di Larissa

Altro sulla Grecia QUI, dalla rivolta per Alexis in poi…

Nei CIE ci si rivolta: la libertà chiama!

28 maggio 2012 Lascia un commento

Son riusciti ad attraversare il cimitero liquido che è ormai il nostro Mar Mediterraneo,
son riusciti da mille martoriati punti di questa terra ad arrivare in quest’illusione europea di una vita diversa,
o comunque di una fonte di reddito che potesse magari sfamarla tutta, la casa da dove si è partiti.

Foto di “Medici per i Diritti Umani”

Sanno bene quindi, i giovani migranti che arrivano a colorare questo paese delle loro storie, cosa sia la libertà,
e quanto sia costosa, faticosa, pericolosa, spesso irraggiungibile.
I meccanismi infernali dei CIE, i centri di identificazione ed espulsione per i migranti irregolari che si azzardano a calpestare suolo italico, li abbiamo raccontati tante volte; lo scempio di finire tra delle maledette recinzioni solo per aver osato tentare,
solo per aver camminato senza un documento in un’Europa che difende i suoi confini come oro (forse perché gli è rimasto solo quello) è una delle pagine più vergognose di questa sventolante bandiera blu dalle tante stelline.

Pensavo l’altro giorno a come sarà bello spiegar la geografia a mio figlio, spiegargli i fiumi e i monti, i mari e i laghi come confini naturali tra popoli e lingue, usanze e sapori… poi? Come gliela spiego la terra dov’è nato?
Poi bho, sapessi disegnare farei una prigione, tutta circondata da filo spinato, muri, telecamere, barriere, soldati, radar …
Altro che il ponte levatoio, i coccodrilli, gli arcieri sulle torri, è tutto un po’ meno romantico, tutto surreale e di una violenza incalcolabile.
Deliro, lo so…ma la lucidità in queste settimane vola via appena accenno anche solo da lontano a qualcosa che abbia a che fare con la privazione di libertà.

Il sito Macerie ci racconta la sommossa e la fuga dal Cie di Modena, ci racconta come bastoni alla mano alcune decine di persone hanno provato a riprendere la via della propria fuga, pochi giorni fa.
Solo da poco si viene a sapere che più o meno nelle stesse ore, nel CIE di Ponte Galeria c’è stata una rivolta di grossa portata, tanto che il “povero” Maurizio Improta (capo dell’ufficio immigrazione della questura di roma) s’è dovuto svegliare alle 4 del mattino per andare a trattare e cercar di far tornare la calma. Tutto questo dopo un tentativo di evasione che, ci raccontano, è partito spranghe alla mano, e con l’uso di 27 lacrimogeni da parte della polizia di Stato, che per ore ha ricacciato nelle gabbie tutti coloro che tentavano di scappare.
Al contrario di Modena, nessuno è riuscito a fuggire e non si contano nemmeno feriti.

Lascia un po’ sconcertati la dichiarazione consigliere comunale del Pd Maurizio Dori dopo la rivolta nel lager per migranti di Modena: “E’ un episodio gravissimo, la vita di chi è deputato al controllo del Cie è stata messa a rischio. Questi uomini, tra l’altro, eseguono i loro compiti senza essere armati.
Questo brav’uomo vorrebbe le pistole nei reparti dei CIE e delle prigioni addosso a polizia e secondini?
Io inviterei il signor Maurizio Dori a una settimanella di camera di sicurezza, un soggiorno brevissimo in 41 bis…
poi, dopo, ne riparliamo eh!?!

NOCIE
NOJAIL
TUTT@LIBER@ 

Paolo Granzotto, il funzionario giuridico-pedagogico di Rebibbia e l’immoralità

23 maggio 2012 8 commenti

Pubblico questo articolo perché non posso non farlo.
Per il suo contenuto di denuncia, puntuale e pignolo come è giusto che sia,
e per la sua firma. E’ un testo di Paolo, Paolo Persichetti, che la scorsa settimana s’è visto rigettare la richiesta di affidamento in prova ai servizi sociali, che significava semplicemente la fine del regime di semilibertà.
il rientro a casa la notte, da noi. [Leggi: Dovrò spiegare il carcere a mio figlio]
Nulla di fatto, la sentenza parla chiaro e tra poco la renderemo pubblica su questo e sul suo blog.
Abbiamo già pubblicato la “relazione di sintesi sul detenuto”, e siete stati in molti a rimaner sconcertati dalle parole che avete letto…il carcere sconvolge, perché chi non lo conosce non immagina che possa invadere ogni meandro della propria esitenza. Quelle frasi sulla forma mentis del Persichetti vi hanno fatto rabbrividire…
e allora vi consiglio di leggere quel che segue..
che analizza le parole dell’educatore, firmatario di quella surreale relazione di sintesi, “scientifica” per altro.
D’altronde, se i loro punti di riferimento sono certi giornalismi il cerchio si chiude, tutto torna comprensibile anche nella sua illogicità.
Buona lettura, preparatevi come sull’aereo, con il sacchetto per contenere il vomito

Uno dei passaggi della relazione di sintesi postata nei giorni scorsi (Vedi qui), nella quale il Gruppo d’osservazione e trattamento della Casa di reclusione di Rebibbia ha chiesto al Tribunale di sorveglianza di Roma di non concedermi l’affidamento in prova al servizio sociale (articolo 47 dell’ordinamento penitenziario), obiezione accolta dal collegio giudicante che nella camera di consiglio del 3 maggio scorso ha ritenuto: «la misura dell’affidamento non idonea allo stato della rieducazione del condannato e ad assicurare esigenze di prevenzione, apparendo necessaria un consolidamento del processo avviato ed una verifica dello stesso», merita un’attenzione tutta particolare.

Il funzionario giuridico-pedagogico (comunemente definito “educatore”), estensore del testo, scrive a proposito del mio lavoro di giornalista presso la redazione del quotidiano Liberazione che «Tale condizione gli ha consentito e gli consentirà di effettuare legittimamente esternazioni che a taluno (vedasi su internet) sono parse, come detto, ideologiche ed immorali: ci si riferisce, nello specifico, alla difesa del Persichetti della decisione presa alcuni mesi fa dall’allora Presidente del Brasile, Ignazio “Lula” Da Silva, di non estradare in Italia il terrorista Cesare Battisti».

1) Notate il singolare impiego del termine “esternazione”, entrato nel linguaggio comune nei primissimi anni 90 a seguito dei numerosi, e all’epoca inusuali, interventi pubblici in sede non istituzionale del presidente della Repubblica Francesco Cossiga (in realtà aveva cominciato Sandro Pertini nel settennato precedente). Da allora il “Potere di esternare” è diventato uno degli attributi politici più importanti del capo dello Stato, come oggi sottolineano molti costituzionalisti che attribuiscono un significato positivo a questa consuetudine, ritenuta uno strumento di «garanzia ed equilibro» delle istituzioni. Giudizio esattamente opposto a quello espresso ai tempi di Cossiga, quando invece le esternazioni venivano stigmatizzate come un’azione destabilizzatrice. Per questa abitudine l’allora capo dello Stato venne definito «picconatore», al punto che Eugenio Scalfari al comando del partito di Repubblica promosse, seguito a ruota dal Pci-Pds, un tentativo di impeachment contro il Quirinale sulla scorta di quanto previsto dall’articolo 90 della costituzione.
Il potere di esternazione è dunque una innovazione “presidenzialista” della funzione di capo dello Stato che nella originaria interpretazione a centralità parlamentare della carta costituzionale era invece legata ad un maggiore dovere di riserbo: il presidente della Repubblica parlava solo in circostanze solenni o inviando lettere alla camere. Il ricordo di duci, monarchi e imperatori aveva spinto i costituenti ad attribuire alla figura del presidente della Repubblica un ruolo di mera rappresentanza simbolica, diffidando della eccessiva personalizzazione e della concentrazione dei poteri nelle mani di un singolo.
Definire esternazioni gli articoli o le interviste di un detenuto che fa il  giornalista, insinua dunque l’idea di una appropriazione eccezionale e privilegiata della possibilità di parola che altrimenti – si lascia intendere – dovrebbe essere relegata al più stretto riserbo. Come a voler dire che i detenuti non sono cittadini come gli altri, non hanno diritto di libera espressione.

2) Nello stesso passaggio, le cosiddette “esternazioni” vengono sottoposte all’insigne parere di un certo professor «Taluno», che il funzionario giuridico-pedagogico scrive di aver pescato in internet. A detta di questa autorevole fonte i miei articoli e le mie interviste avrebbero caratteristiche «ideologiche ed immorali». Poco prima, il funzionario aveva citato un’altra eminente opinione: quella del signor «Qualcuno», per il quale le mie posizioni non «riflettono un’idea» ma «piuttosto un’ideologia» (segnalata in corsivo nel testo).
Quali fossero le ragioni di questa dotta distinzione (platonico-marxista) tra il mondo sano delle idee e la gramigna dell’ideologia, sia il signor «qualcuno» che il funzionario giuridico-pedagogico non lo dicono.

Andiamo oltre. Incuriosito da tali eminenti pareri dopo aver letto la relazione del Got ho chiesto al funzionario giuridico-pedacogico dove avesse rintracciato i giudizi del signor «Qualcuno» e del professor «Taluno», perché su internet avevo trovato solo l’opinione di un certo «Talaltro», che stranamente prendeva le mie parti. Nel corso della lunga chiacchierata telefonica che fece seguito alla mia chiamata, il funzionario mi ha confessato che il professor «Taluno» altri non era che Paolo Granzotto del Giornale.

L’educatore sosteneva di essersi ispirato per quel giudizio ad un articolo di Granzotto, un giornalista le cui posizioni – come è noto – non riflettono un’ideologia ma un’idea, che poi questa sia di estrema destra, o peggio razzista, non importa.

Ma chi è Paolo Granzotto (leggete qui)? Biografo di Indro Montanelli, con il quale ha lavorato al Giornale dove è rimasto dopo l’arrivo di Berlusconi, Granzotto è stato sanzionato dall’Ordine dei giornalisti per aver scritto in un articolo del 2009, pubblicato su Il Giornale, che bisognava rispedire al mittente «la feccia rumena» (vedi qui). Per queste espressioni xenofobe ha ricevuto la sanzione della censura che viene inflitta nei casi di «abusi o mancanze di grave entità» e «consiste nel biasimo formale per la trasgressione accertata». La fonte battesimale ideale per esprimere giudizi di moralità e liceità sul pensiero altrui. Davvero un’ottima scelta quella del funzionario giuridico-pedagogico di Rebibbia penale.

Ma non è ancora finita. Ho cercato l’articolo di Granzotto (che potete leggere qui), e cosa ho scoperto?
Granzotto non scrive mai la parola immorale. Non pronuncia mai quella frase. Quanto sostiene il funzionario giuridico-pedagogico non c’è. Nel pezzo del 3 gennaio 2011 Granzotto, come suo solito, scrive un sacco di fesserie. In poche righe riesce a piazzare due grossolane falsità: pur di spingere sul tasto dell’impunità dimezza gli anni di carcere da me scontati all’epoca, 6 anziché 12, e mi attribuisce una frase mai detta in una intervista che avevo rilasciato il 2 gennaio 2011 a Repubblica. Nell’articolo non c’è altro.

L’educatore di Rebibbia mente quando dice di aver trovato su internet giudizi che stigmatizzavano i miei articoli. Privo del coraggio delle proprie opinioni, ha cercato malamente di attribuirle ad altri tentando goffamente di fornire loro un manto d’autorità. E quale autorità: il signor «Taluno», alias Paolo Granzotto… che poi non è.

Nell’Ordinamento penitenziario questo lavoro viene pomposamente definito: «osservazione scientifica della personalità».

Link
Sarò costretta a spiegare il carcere a mio figlio
Cattivi maestri e bravi bidelli: le carte truccate di Paolo Granzotto
Paolo Granzotto: “Cacciamoli, Bucarest si riprenda le sue canaglie
Paolo Granzotto sanzionato per razzismo. Aveva scritto: “Rispedire al mittente la feccia rumena”
Granzotto il reggibraghe degli imprenditori

Atac: non te pagamo… e 2!

21 maggio 2012 1 commento

L’aumento del biglietto Atac a 1.50€, col relativo aumento di tutti gli abbonamenti e la riduzione delle agevolazioni per le categorie sociali più deboli, è un passo consistente nella direzione di una totale soppressione del diritto alla mobilità. 
Le giustificazioni fornite per l’aumento del ticket sono ingannevoli, dall’aumento del costo del carburante fino alla farsa della maggiore durata temporale del biglietto, da 75 a 100 minuti. In realtà l’aumento servirà solo in piccolissima parte ad appianare l’enorme debito di Atac, che nell’ultimo bilancio ammonta a quasi 630 milioni di euro. Però si continueranno a finanziare gli stipendi d’oro dei 100 dirigenti (1 ogni 120 lavoratori), con 70 retribuzioni oltre i 100.000 euro e uno stipendio che arriva a 600.000 euro.
Tutto questo nel vortice della
 parentopoli di Alemanno mentre le lavoratrici e i lavoratori dell’azienda rischiano il licenziamento a causa del processo di “razionalizzazione” che precede la privatizzazione a seguito del decreto liberalizzazioni. Infatti il nuovo piano aziendale prevede tagli alle linee e al personale, oltre a un aumento dei ritmi e degli orari di lavoro.
Noi non ci stiamo.
In una città dove il traffico e l’inquinamento sono un problema gravissimo e spesso si è costretti a ore di macchina per andare al lavoro, senza nessuna logica di trasformazione della mobilità in questa città, 
l’aumento del biglietto è una vera e propria provocazioneIn questo periodo di crisi l’aumento del biglietto colpirà soltanto le classi più deboli: chi non ha i soldi per pagare benzina ed assicurazione, chi abita nelle periferie, i pendolari, gli studenti, gli anziani, gli invalidi e chiunque veda nel trasporto locale non solo un bisogno ma una necessità.
Vogliamo far sentire nella città di Roma una voce che affermi con forza che di fronte alla crisi, e al modo assurdo e criminale con cui le istituzioni tentano di farvi fronte, non possiamo più essere noi a pagare. È chiaro che la privatizzazione del trasporto pubblico locale, come quelli di altri servizi collettivi come l’Acea, serva solo a far fare cassa ai grossi capitali di questa città che arrancano nella competizione economica di questo periodo.
Non abbiamo più niente da dare alle cricche che governano e strangolano Roma, così come non abbiamo più niente da dare al governo Monti e alla Banca Centrale Europea. Invitiamo tutte le realtà sociali di questa città a farsi carico di questa lotta, che può vincere solo se diffusa capillarmente nel territorio. Opporci alla privatizzazione della mobilità è uno strumento strategico in questa città, come lo sono le altre lotte cardine che cercano di fermare il tallone di ferro dell’austerità e dei sacrifici che ci vogliono imporre, e ci fanno sprofondare ogni giorno di più nel baratro della povertà. Per questo a partire dalla questione del trasporto pubblico, insieme alle altre lotte sociali, vogliamo costruire percorsi di riappropriazione che sappiano porsi come valida alternativa alle privazioni imposte.
È una lotta parziale, ma che riesce ad intercettare i settori più deboli e per questo è nostro compito, ognuno con le proprie pratiche e i propri percorsi, riuscire a captarla e vincerla.
 Invitiamo tutti e tutte, le realtà e le individualità, a partecipare alla prima giornata di mobilitazione e a produrre azioni dislocate in tutta la città nell’intero arco della giornata.

MOBILITAZIONE PUBBLICA SOTTO LA SEDE ATAC IN VIA PRENESTINA, VENERDÍ 25 MAGGIO ORE 13.

– Non vogliamo pagare i debiti accumulati per la mala gestione e per i loro stipendi milionari! 
– Vogliamo il ritiro del piano aziendale e la fine dei licenziamenti, e ci opponiamo alla privatizzazione di quello che è un servizio pubblico essenziale!
 
– Non pagare la crisi, non pagare il biglietto, per un trasporto gratuito!



Assemblea romana per le autoriduzioni – nonvipaghiamo.noblogs.org

Su bombe, giornalismo e volti di minorenni: VERGOGNA!

19 maggio 2012 6 commenti

Quando mio figlio è stato preso al nido tra le varie cose ho firmato una liberatoria…
Ho dato autorizzazione a scattar foto durante le attività e le festicciole di mio figlio, insieme agli altri bambini …
Presumo che la legge li obblighi a far firmare tutto ciò ai genitori di un minorenne.

Oggi due bombe sono esplose davanti ad una scuola media superiore di Brindisi… ( lo Stato che aveva appena detto che la Tav era la madre di tutte le preoccupazioni, fa capolino)
Una studentessa di 16 anni, Melissa Bassi è rimasta uccisa: dopo nemmeno cinque minuti ben 16 foto sono state prelevate dal suo profilo Fb e messe sul sito del Corriere della Sera.
Un’opera di sciacallaggio vergognosa.
Ho chiesto spiegazioni a @riotta sulla sua pagina twitter, gli ho chiesto se i genitori di Melissa avessero mai firmato una cosa simile, se si sentiva una merda, uno sciacallo…
Le sue risposte si appellano al diritto di cronaca; risponde dicendo che quando si parla di “interesse nazionale” anche la Carta di Treviso che regola i rapporti tra informazione e infanzia salta…

Ma di qualche interesse nazionale parli Riotta?
Io non avevo alcun interesse a vedere il sorriso di Melissa, e fosse stata mia figlia la Carta di Treviso te la infilavo tutta in gola, parolina per parolina.
Sciacalli di merda…riuscire a battere Repubblica è da Guinness dei primati!
Vergognatevi!

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