La nostra giornata mondiale per la disabilità

4 dicembre 2017 2 commenti

Riapro oggi queste pagine dopo mesi che sicuramente ormai saran diventati anni.
Non ho smesso di scrivere ma chissà perchè pubblicamente lo faccio solo su facebook, dimenticando questo blog che è stata una vera e propria casa, come qualunque altra piattaforma social. I meccanismi mentali di tutto ciò li ignoro.
Penso sempre che la storia di Sirio, il suo percorso di riabilitazione, le sue tante battaglie vinte senza saper sorridere ma con tanta gioia vadano raccontate per tanti motivi.
Poi lo faccio e non lo faccio, lasciando la rete vera e propria lontana da tutto, inondando invece facebook di video, foto, racconti ospedalieri e non.
e allora oggi ci riproverò e proverò a farlo sempre: riaprire Baruda.net e seguire questo percorso rivoluzionario che è la vita di mio figlio.

chi vuol venir con noi è il benvenuto.
A presto

INTANTO VI COPIO QUEL CHE HO SCRITTO IERI IN OCCASIONE DELLA GIORNATA MONDIALE PER I DIRITTI DEI DISABILI.

Oggi è la giornata mondiale per i diritti delle persone con disabilità.24294447_10155599050573429_1320155026716958636_n
La disabilità di Sirio è molto grave e complessa, il suo corpo ospita ausili che gli permettono di alimentarsi e di respirar senza rischi. Sirio non parla ma comunica, non cammina ma deambula, non sorride ma sorride, non fa tante cose ma prova a farle tutte.
In tanti, tutti i giorni, ci fanno i complimenti per i suoi progressi inaspettati: ma non li meritiamo, non da soli. Sirio è una grande fabbrica che lavora a pieno ritmo ed è questa che va ringraziata e il modo migliore di farlo è lottare perché tutti i disabili possano ottenere l’assistenza e il percorso di riabilitazione che Sirio ha conquistato.
Bisogna quindi ringraziare i suoi genitori solo per la tenacia nella lotta alle istituzioni per ottenere parte di quel che gli spetta e fare in modo che questo funzioni al meglio, con le migliori persone, con la più stupefacente intimità che ormai abbiamo con tutta la sua equipe, domiciliare, ospedaliera e scolastica.

Sirio è le due infermiere che lo seguono 11 ore al giorno, Sirio son le due Neuropsicomotriciste che lo vedono quotidianamente, Sirio è la sua logopedista che gli ha permesso con la comunicazione aumentativa di conquistare vette lontanissime, Sirio è la sua Disfagista che cerca di fargli sentire i sapori: e tutto questo è la Asl che c’ha fatto vedere i sorci verdi ma poi ci ha dato tutto ciò.
Sirio è il reparto neuroriabilitazione del Bambin Gesù di Palidoro: il suo reparto di disfagia unico al mondo, il suo Stortini che ha in testa di farlo camminare e ci riuscirà.
Sirio è la sua maestra e quella di sostegno che lo hanno accolto e lo stanno accompagnando in un percorso collettivo straordinario.
Sirio è suo fratello e il modo in cui crescono insieme.
Sirio è tante persone, centinaia di migliaia di euro di persone.

Non abbiamo bisogno di compassione, di pietà, di preghiere: abbiamo bisogno di soldi, di istituzioni capaci di investire su questi bimbi, di reparti accoglienti, di medici illuminati, di lavoro intenso e piacevole, di una legge per i Caregivers, dei contributi per le badanti, di ausili meno costosi, di civiltà per poter girare la propria città e il mondo tutto.
Dei parcheggi liberi, delle rampe, della possibilità reale alla normalità.
#giornataMondialeDellaDisabilità

LEGGI:
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Un ringraziamento al mare: il solo che li accoglie

17 febbraio 2016 5 commenti

Ho pensato che non sopporterei la luce degli occhi di mio figlio spegnersi di colpo nel sentire queste parole
Così ho deciso di non leggergliele, ancora.
L’altro giorno mi chiedeva, a soli 6 anni e per caso, chi fosse Anna Frank: i suoi occhi li vedevo nascondersi con lei, ascoltare i rumori e rallentare il respiro. Mi son rivista tantissimo nelle sue domande, in quell’agitazione di fratello di Anna, come io son stata sorella.
Io e mio figlio parliamo molto della guerra, perché ha investito un paese di cui lui è nato sentendolo nominare,
di cui il fratello porta il nome, di cui io -sua madre- porto il dolore dentro e stampato sul volto.
Provo ogni tanto a fuggire alle sue parole perchè non sono in grado di rispondergli,
perché la mia voce si spezza: mi vien da ridere a pensare che parlavo per ore in diretta da un microfono, sola, come fosse la cosa più naturale del mondo. Adesso mi basta dire Siria, o mar Mediterraneo e trachea ed esofago si contraggono,
il cuore va a palla, le lacrime esplodono come una barrel bomb, senza senso e senza direzione.
Non sono in grado di leggere queste righe a mio figlio,
non sono in grado di affrontare con lui il mare, il mare che mangia quelli come lui, quelli che ero certa sarebbero cresciuti insieme a lui in una terra che sarebbe stata semplicemente CASA.

Me le metto qui allora, righe anonime come anonime sono le migliaia di morti in questo mare vergognoso.
Sono in grado di raccontarti il tifo di Anna Frank, l’orrore dell’Olocausto,
ma questo no. Scusami piccolo mio.
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Mi dispiace mamma, perché la barca è affondata e non sono riuscito a raggiungere l’Europa.
Mi dispiace mamma, perché non riuscirò a saldare i debiti che avevo fatto per pagare il viaggio.
Non ti rattristare se non trovano il mio corpo, cosa potrà mai offrirti,
se non il peso delle spese di rimpatrio e sepoltura?

Mi dispiace mamma,
perché si è scatenata questa guerra ed io, come tanti altri uomini, sono dovuto partire.
Eppure i miei sogni non erano grandi quanto quelli degli altri…
Lo sai, i miei sogni erano grandi quanto le medicine per il tuo colon e le spese per sistemare i tuoi denti…
A proposito… i miei denti sono diventati verdi per le alghe.
Ma nonostante tutto, restano più belli di quelli del dittatore!

Mi dispiace amore mio,
perché sono riuscito a costruirti solo una casa fatta di fantasia:
una bella capanna di legno, come quella che vedevamo nei film… una casa povera,
ma lontana dai barili esplosivi, dalle discriminazioni religiose e razziali,
dai pregiudizi dei vicini nei nostri confronti…

Mi dispiace fratello mio,
perchè non posso mandarti i 50 euro che avevo promesso di inviarti ogni mese per farti divertire un po’ prima della laurea…
Mi dispiace sorella mia, perché non potrò mandarti il cellulare con l’opzione wi-fi, come quello delle tue amiche ricche…

Mi dispiace casa mia, perché non potrò più appendere il cappotto dietro alla porta.
Mi dispiace, sommozzatori e soccorritori che cercate i naufraghi,
perché io non conosco il nome del mare in cui sono finito.
E voi dell’ufficio rifugiati invece, non preoccupatevi,
perchè io non sarò una croce per voi.

Ti ringrazio mare,
perché ci hai accolto senza visto né passaporto.
Vi ringrazio pesci,
che dividete il mio corpo senza chiedermi di che religione io sia o quale sia la mia affiliazione politica.
Ringrazio i mezzi di comunicazione,
che trasmetteranno la notizia della nostra morte per cinque minuti, ogni ora, per un paio di giorni almeno.
Ringrazio anche voi, diventati tristi al sentire la nostra tragica notizia.
Mi dispiace se sono affondato in mare.

  • Anonimo siriano

Bimbi e ragazzi disabili: un’altra occasione mancata

1 febbraio 2016 10 commenti

Si leggono storie di madri e padri che mettono la sveglia all’alba per portare i loro figli al parco. O che aspettano le ore più fredde ed umide, quando gli altri portano i bimbi a casa, al riparo dal vento o dal troppo caldo: solo per far giocare i loro figli.

img_5791Noi mamme di bambini disabili impariamo ogni giorno a notare ogni minima differenza: attraverso i nostri figli impariamo, come dei bambini spauriti, a riconoscere i particolari di ogni bimbo, i particolari di ogni disabilità. Imparare a conoscere le piccole differenze (spesso enormi) nella disabilità dei figli delle altre mamme nella mia condizione mi permette di comunicare, di provare a giocare, di tentare di farli sentire meno esclusi e allo stesso tempo di escludere meno me. E mio figlio.

Mio figlio accede ai parchi per ora: accede perché è piccolo, accede perché ha un passeggino posturale ingombrante ma funzionale, accede perché malgrado i miei 40 kg riesco a prenderlo in braccio, a caricarlo sulle altalene, a fare lo scivolo con lui in braccio tornando un po’ bambina anche io.
Mio figlio osserva il mondo con la sua bocca un po’ troppo aperta, con gli occhi enormi e pieni di parole, con il silenzio e il nervosismo di un bimbo che non parla, che ha una diagnosi pesante, che palesemente capisce di essere diverso dagli altri, che combatte le sue menomazioni da quando è nato.

Non tutte le diagnosi che hanno i nostri figli permettono di combattere: per tutte però dovremmo trovare un po’ di integrazione e socialità. Tutte.

Esiste un mondo grandissimo, che non conosco ancora molto bene, che è quello dell’autismo. Lo stesso autismo che per lo stato italiano finisce col compimento del 18esimo anno di età…e sappiamo bene quanto non è vero.
I ragazzi autistici spesso vivono un isolamento simile a quelli con disabilità motorie gravissime, vengono violentemente allontanati dalla società, dalle famiglie altre che non conoscono queste genere di patologie.

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Parchi per disabili, quelli che qualcuno chiama “ghetti”

Perché la maggiorparte di questi ragazzoni autistici può far paura, quando non si sa cosa hanno, quando si accompagna un bimbo piccolo in un parco a giocare: sono grossi e ingombranti, si comportano in modo strano perchè son ragazzi grandi eppure voglion saltare e andare sugli scivoli, correre e correre e correre.
Oddio quanto chiacchiero… volevo raccontarvi una notizia e sto qui a blaterare.

La notizia l’ho letta stamattina e la potete leggere per intero qui.
E’ una notizia triste e surreale. Si parla di un’inaugurazione di un parco tanto atteso, di un’inaugurazione che avrebbe dovuto coinvolgere anche i ragazzi autistici, che avrebbe dovuto permettere a quelle mamme che vanno a far giocare i loro figli nei parchi “quando gli altri bimbi non ci sono, almeno non diamo fastidio” di andare insieme alle altre.
Doveva esserci un’area dedicata ai ragazzi autistici:

“Da tempo avevamo comunicato al sindaco Massimo Zedda e all’assessore Paolo Frau che c’era l’esigenza di un parco dove i nostri figli potessero andare. Così, quando abbiamo saputo che forse era stato trovato, siamo andati subito a vederlo. E’ successo molti mesi fa. E l’assessore Frau ci ha fatto da guida. Abbiamo dato dei suggerimenti. C’erano certe zone pericolose, certe piante con le spine, certe pozze d’acque. Bisognava recintarle. E’ stato fatto. Forse si riferisce a questo il sindaco quando oggi, nella sua pagina Facebook, scrive:  “Uno spazio che è stato progettato pensando anche alle richieste arrivate nel tempo da associazioni e genitori che convivono con l’autismo perché possa essere un giardino per tutti”. Già, il problema è che tutti i giardini sono di tutti. Nessuno è per i disabili.

Quando ieri siamo andati all’inaugurazione del parco eravamo certi che sarebbe stato detto che quel luogo era per i nostri figli. Attenzione: non esclusivamente per i nostri figli, ma preliminarmente per i nostri figli. Che, cioè, era quel luogo sempre sognato dove i nostri figli sono i cittadini e gli altri sono gli ospiti. Un luogo straordinario per noi, ordinario per le persone ‘normali’. Si trattava di dire che – in quel piccolo e unico luogo – si ribaltava l’ordinaria gerarchia della titolarità: a chiedere ‘permesso’ non dovevano essere i nostri figli. Nessuno doveva chiedere permesso. Ma chi andava in quel parco doveva sapere che era prima di tutto frequentato da strani bambini-uomini. E che chiunque poteva portare i suoi figli ‘normali’ sapendo che c’era, nel parco, questa ricchezza. Qualcosa da spiegare, da raccontare, ai bambini ‘normali’ per renderli uomini. Per ‘educarli alla diversità’. Come Siro Vannelli, il botanico a cui è stato dedicato il parco, educava alla diversità delle piante.”

Niente da fare. Nessuna zona dedicata ai disabili. Niente di niente.
E la spiegazione è stata che si sarebbe rischiato il “ghetto”.
Il ghetto capite? si rischiava un ghetto nel creare uno spazio adatto a bimbi e ragazzi che altrimenti devono affrontare guerre che non possono e spesso nemmeno capiscono per poter salire su uno scivolo. Il ghetto, quello che noi conosciamo bene perchè per permettere al nostro bimbo, e al suo normalissimo fratello, di fare una vita quasi normale, ogni giorno dobbiamo EVADERE. Dal ghetto dove farebbe comodo che noi rimanessimo,
noi che sbaviamo, noi che non parliamo, noi che abbiamo comportamenti non consoni, dal ghetto dell’ignoranza.
Peccato per Cagliari: in Emilia e in tanti piccoli altri comuni stanno sorgendo parchetti per disabili molto belli, dove si gioca tutti. Ma quanto tempo ci vorrà ancora…

Pillole nosocomiali e di invalidità:
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Lettera di un papà ad un bimbo nato due volteCon gli ftalati piantati in gola
il piccolo Ginseng

Se veramente quella gente difendesse la famiglia…

31 gennaio 2016 3 commenti

12654407_10208562632369383_2313179521282330245_nLa famiglia non è sotto attacco eppure qualcuno (pochi) ha deciso di scendere in piazza in suo sostegno, “a sua difesa”. Una manifestazione dai toni aggressivi ed escludenti, nascosti dietro immagini amorevoli e smielate di unità familiare, di moralità e sacra unione.
Queste famiglie sono militanti, scelgono di scendere in piazza, di ostentare un “guardate chi siamo e quanto siamo belli e giusti”, hanno energie da vendere in un’era più che apatica.

Qualche centinaio di km più a sud, pochissimi, e in qualche isoletta di un nostro paese limitrofo, muoiono affogate centinaia di famiglie.
Famiglie eh!?! Proprio quelle che piacciono a loro.
La maggiorparte dei morti affogati (morti affogati, una cosa inenarrabile nella nostra epoca di tecnologie avanzate e finger food) sono proprio il ritratto della famiglia che dovrebbe piacere tanto all’armata del Ku Klux Klan scesa ieri al Circo Massimo.
Un papà, una mamma e tanti tanti figli: famiglie eterosessuali, unite dal sacro vincolo matrimoniale, famiglie che chiedono aiuto proprio a noi,
e mentre lo chiedono annaspano nell’acqua gelida fino a morire.
Sopravvivono a volte, ma hanno visto i propri figli deglutiti dalla bocca dell’Europa, gluc, mandati giù in un sol boccone, dissolti nel blu.czrofhwwkaevfwc

Se veramente quella gente difendesse la famiglia, non potrebbe sopravvivere inerme davanti all’affogamento della famiglia.
Se veramente quella gente difendesse la famiglia (cosa cazzo sarà poi mai sta famiglia) insegnerebbe ai propri figli a difenderla, salvando vite in mare.
Organizzando una vera solidarietà “in difesa della famiglia”.
Se veramente quella gente difendesse la famiglia, tante donne e tanti uomini arriverebbero qui con i figli in braccio, su un corridoio umanitario dignitoso e percorribile.
Ci vorrebbe così poco…

La nausea dei 22 giocatori greci, in memoria dei morti in mare

30 gennaio 2016 6 commenti

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A quanto pare a Roma non vanno tutti al Family Day.

Oggi in Italia è il triste giorno del Family Day, dell’arrogante violenta ed escludente manifestazione al Circo Massimo a difesa della “famiglia naturale”, una manifestazione che chiede esplicitamente che tutti quelli diversi da loro siano privati dei diritti fondamentali. Una putrescenza medievale, un’ostentazione di falsa moralità che ha del grottesco (la Meloni non sposata che urla la sua gioia di essere incinta dal palco, la Santanchè divorziata che ulula per la difesa della sacro vincolo matrimoniale, e soprattutto tanti cittadini comuni che son molto, molto peggio di loro), di cui sinceramente non si ha voglia nemmeno di parlare.
Se non di fare ironia: lasciateci, ecco, almeno quella.
In Grecia ieri è successo un fatto insolito, insolito perchè accaduto all’interno di uno stadio, all’inizio di una partita del campionato di Serie B, a Larissa, in Tessaglia tra la squadra del posto, l’Ael, e quella avversaria proveniente dall’Attica, l’Acharnaikos.

Tutti in campo, 22 giocatori e il fischio dell’arbitro: tutti i giocatori invece di calciare la palla per dare inizio alla partita si son seduti a terra e così son rimasti per ben due minuti.
Due minuti di silenzio “in memoria delle centinaia di bambini che ogni giorno periscono a causa della scellerata apatia dell’Unione Europea e della Turchia nei confronti di quanto sta succedendo nell’Egeo. “11057474_801178203345167_1038174452825662777_o
E’ una manifestazione di nausea, perché non se ne può più, non se ne può più anche solo di immaginare queste traversate e queste morti. E’ una vergogna che non si riesce nemmeno più a raccontare e che andrebbe fermata con le mani di tutti.
E’ il più grande fallimento della società e della storia umana, il nostro Mediterraneo di cadaveri, e ce lo hanno ricordato 22 calciatori ieri sera.
Mentre l’Italia si preparava a non parlar d’altro del Family Day, di altro desiderio di esclusione e frontiere sociali. 

Leggi anche: se veramente quella gente difendesse la famiglia … 

La sviolinata del Ministero dell’Interno a Casa Pound

30 gennaio 2016 1 commento

Ma guarda tu, se un blog che tace da tempo con tanti “purtroppo” che lo rendono ormai muto deve riaprir bocca per parlar di fascisti.
Di fascisti, quelli di cui nella vita ho sempre provato a non occuparmi a meno che non era un problema contingente e da risolvere rapidamente: come quando ti viene la diarrea, ecco.
I fascisti, dicevamo: ma mica quelli brutti e cattivi, neri e violenti che potete immaginare, sia mai.
Parliamo di una querela per diffamazione, presentata da Gianluca Iannone contro Paolo Persichetti: una querela vecchia come il cucco per un articolo uscito su un quotidiano ormai scomparso da tempo l’8 maggio del 2010 (che trovate a questo link: Più case, meno Pound)Il povero Iannone si è offeso tantissimo, perchè addirittura il Persichetti si sarebbe azzardato di metter per iscritto che “lo sfoggio di retorica giovanilista e vitalista con un target studentesco ben preciso, l’estetismo autocontemplativo, il «siamo belli come il sole», «17 anni tutta la vita», «giovinezza al potere» che rinviano ad una sorta di impoliticità ormonale, di onanismo ideologico, di acne militante e le canzoni di Rino Gaetano, non cancellano la lunga lista di aggressioni, iniziative contro i disabili, xenofobia e brindisi alla Shoa.”
Il tutto è un po’ surreale e potete trovare più informazioni sul blog di Paolo Persichetti, dove verranno pubblicati anche i vari aggiornamenti che questa storia avrà.
Ma niente di tutto ciò è realmente capace di suscitare il minimo interesse.

La cosa più interessante, soprattutto alla luce delle aggressioni di queste precedenti ore a Napoli avvenute a suon di sprangate e martellate (con splendidi vessilli della Decima Mas) è invece un documento (protocollo N.224/SIG. DIV 2/Sez.2/4333) della Direzione centrale della Polizia di prevenzione datato 11 aprile 2015, con sigla in calce del prefetto Mario Papa, allegato dal legale di CasaPound Italia in una causa civile che vede coinvolta l’organizzione dei “fascisti del terzo millennio”, sulla base di una ordinanza emessa dal giudice.
Scoprirete a vostra insaputa che Casa Pound è in realtà quel che desideravate per i vostri figli, un gruppo di fanciulli dediti alla solidarietà e la tutela delle fasce deboli, giovincelli capaci di riportare alla luce “gli aspetti innovativi e di promozione sociale del ventennio”, attenti al sovraffollamento carcerario e inseriti nelle rappresentanze studentesche.

Due fitte  ed empatiche pagine del Ministero dell’interno, con tanti di timbrini e protocolli, che lascia basiti: non manca il riferimento alle occupazioni di immobili in disuso effettuate da “Mutuo Sociale”, peccato che lo stesso ministero che tenta di accusare di organizzazione sovversiva ed estorsione i movimenti che da anni lottano per il diritto all’abitare a fianco dei senza casa e delle fasce precarie della società, le descrive come dei metodi per “la segnalazione dello stato di degrado di strutture pubbliche per sollecitarne la riqualificazione”.

Veramente dei ragazzi stupendi, da desiderare nei quartieri e nelle piazzette.
Parola del Ministero dell’Interno!

Le armi usate a Napoli durante l’aggressione del 29/01/2016, dei bravissimi ragazzi di Casa Pound Napoli davanti al Liceo Vittorini

 

 

Ora ho capito, stai ballando con David Bowie 

11 gennaio 2016 1 commento

Il primo sguardo, uscita dalla sala parto fu quello di mia madre: era l’8 gennaio del 2010, fuori diluviava ferocemente, ma noi vivevamo tutti in una bolla di gioia.

“Questo nipote mio è un portento, s’è scelto il giorno di David Bowie per  

 nascere”… Che altro poteva dirmi mia madre? Mi ci hai allattato, mi hai fatto ballare tutta la vita con lui, mi hai spiegato cos’era la sensualità, la bellezza, la trasgressione davanti ai due occhi di Bowie, ognuno col suo colore e il suo carattere. Quanto lo hai amato. 

Ricordo le litigate con mio padre che non mi voleva portare al Glass Spider Tour e tu invece mi volevi.

Ricordo ogni cosa, purtroppo o per fortuna. Anche la canzone che ho scelto mentre il tuo corpo lasciava quel cortile trasteverino, pochi mesi fa, tra il dolore e l’incredulità di tutti. Tu l’hai battuto in giovinezza, ma è stata una bella rincorsa.

Penso a quel suo “shhhhh” che tanto ti eccitava, mi piace pensare che lo stia sussurrando al tuo orecchio. Finalmente.

Queste le note che ho scelto per salutare mia madre: con queste mi piace salutare anche te che sei stato uno di casa, che sei stato un po’ papà un po’ amante. http://youtu.be/rJCBYUKMvMQ
A te…

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Tispol: una settimana di controlli stradali in tutta europa

5 dicembre 2015 1 commento

oggi ho scoperto che esiste Tispol, e non è una bella cosa.
Tispol è il network europeo delle polizie stradali di 28 paesi europei, una rete di comunicazione che ha come obiettivo quello di ridurre gli incidenti stradali. Dicono.logo
Ora ci annunciano la loro nuova campagna intitolata “Alcool and Drugs” che prevede 7 giorni di serrati controlli in tutta Europa,
un reticolo di blocchi stradali in tutta europa in un’operazione congiunta mirata a effettuare quanti più controlli con etilometri e precursori.
Ci comunicano che sarà data maggiore importanza ai veicoli pesanti e commerciali.
Da notare che noi siamo uno dei pochissimi paese dotato di una legislazione che permette alla Polizia di sottoporre tutti i conducenti ad accertamenti non invasivi o a prove attraverso apparecchi elettronici portatili come gli alcoltest.
polizia-stradaleVi ricordate Hollande quando parlava dello stato di emergenza francese? Ecco. In Francia non si può perquisire un auto, perché considerata come un immobile: per perquisirla c’è bisogno di uno specifico mandato.
Per poter effettuare controlli a tappeto, come da noi si effettuano h24 da sempre, hanno dovuto dichiarare uno stato d’emergenza, eccezionale, e con una scadenza ben precisa.
Quello che da noi esiste da molto, molto tempo.
E la differenza, capite bene, è enorme e silenziata da sempre.

Comunque occhio dal 7 al 13, che se in Italia già normalmente rompono ora avranno una settimana di delirio totale a loro disposizione.

 

 

La raccapricciante esecuzione di Mario Woods non fa notizia

4 dicembre 2015 1 commento

policebrutalityEra solo ieri quando tutti i tg mandavano in loop il discorso di Obama, in riferimento all’ultima strage a San Bernardino, contro le armi; una cosa che diceva Ah siamo stati bravi a fare una legge che ci permette di avere una lista di persone che non possono salire a bordo di aerei ma queste stesse persone possono regolarmente comprare un arsenale senza che nessuno effettui dei controlli.

Verissimo: un far west continuo le strade, le cliniche, i licei di questi Stati Uniti. Peccato che Obama abbia completamente rimosso quale sia l’uso delle armi da fuoco da parte dei suoi agenti di polizia, quotidianamente, per le strade di tutto il suo enorme paese.

e così la morte di Mario Woods, 26 anni, crivellato da 5 agenti contemporaneamente per un totale di 15 colpi andati a segno rimane nel silenzio.
In un ospedale adiacente era arrivato un ragazzo accoltellato: nel luogo raccontato Mario Woods sembrava essere proprio l’aggressore descritto al pronto soccorso.
Armato di coltello è stato colpito da un po’ di pepper spray e, si legge in diversi articoli sulla stampa americana, da munizioni non letali: ma è rimasto in piedi e ha continuato a camminare, a girar su se stesso fino all’esecuzione.
Fino ai 15 colpi sparati in meno di una manciata di secondi.
Ha ragione Obama quando parla di un uso delirante delle armi da fuoco e della necessità di cambiare le leggi per evitare stragi: peccato si dimentichi della polizia, dell’uso delle armi nelle periferie americane, nella percentuale di morti ammazzati. Assassina.
Qui sotto potete vedere l’omicidio da un’altra angolazione: con lui accovacciato per terra, più di una decina di poliziotti intorno, fino all’esecuzione.

LEGGI ANCHE: 12enne con pistola giocattolo ucciso da agenti di polizia

Una “mezza piotta” piantata nel cuore

3 dicembre 2015 3 commenti

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Foto di Valentina Perniciaro _ Largo La Loggia 2013_ Le mani di “mezzapiotta”

Questo 2015 di separazioni si conclude con un addio particolare.
Che non riesco a tener per me, che voglio condividere con tutti voi.

Perché per tutta la mia vita, per tutti i miei 33 anni, le rughe di mezza piotta ci son state, ci son state le sue pernacchie, le sue imprecazioni, qualche rara risata, diverse belle chiacchierate in tante età diverse.

Di te mia  madre mi raccontava leggende, insegnandomi a non aver paura.
Non aver paura di un uomo sempre solo, seduto sull’angolo di mondo che aveva scelto come casa, con la sua vespa piena di cose, col suo giaccone carico, con le sue rughe di saggezza suburbana.
Per anni ti ho osservato attentamente, senza mai rivolgerti la parola.
Ma ricordo bene il giorno che dissi a mia madre “aspetta un attimo, stai tranquilla che non attraverso”. RIcordo il suo viso al mio “ciao, ti chiami Mezza Piotta vero?”
“Prima me la devi da’ poi te risponno”!

50_LIRE_MINNI_verso50 lire, eri famoso per la tua tasca sempre piena di 50 lire. Se te ne davano 100 proponevi sempre la tua parte di resto: un signore dell’asfalto.
Uno che malgrado tutto non sembrava aver bisogno mai di niente.
Con il passaggio dell’euro cazzaravi che avevi svoltato: ‘sta mezza piotta erano diventati 50€ nel giro di una notte. Mica male.

Ora non ci sei più,
la scorsa settimana ci siam fatti l’ultima chiacchierata.
Quando ho girato le spalle e son salita in motorino, quando mi hai salutato, ho sentito quel calore che solo il pensiero “tu ancora ci sei” può trasmettere. Vedi, me lo sentivo che dovevamo farci due chiacchiere quella mattina, la prima di freddo vero.

Anche tu voli via in questo 2015, senza far rumore come hai provato a far per tutta la vita, pernacchie a parte.

CIAO MEZZA PIOTTA, mi ti immagino che vai sulla tua vespa su una montagna di monetine da 50lire.

(chi volesse salutarlo, i suoi funerali saranno sabato 5 dicembrealle 14 alla chiesa di Via dei Colli Portuensi -Nostra Signora di Coromoto-)

Colorado springs: ogni religione ha il suo Isis

28 novembre 2015 Lascia un commento

Nessuno che chiede ad intere comunità di “prendere le distanze”.
Nessuno che chiama questo fatto con il suo nome.
Nessuno che azzarda paralleli con le Brigate Rosse.
Un’attenzione e una delicatezza incredibile nello scegliere di non usare mai, mai, le parole terrorismo, fondamentalismo cattolico: non vedo chiari ed espliciti riferimenti ai “pro life”.
I veri esecutori di quello che non si può non definire un massacro,  tentativo di una vera e propria carneficina.

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Una scelta nostra. Una scelta solo nostra.

Immaginate l’odore di pulito, i corridoi luminosi, i camici, le stanze e le salette d’attesa: immaginate infermieri ed utenti, medici e sale operatorie.
Immaginate poi un kalashnikov (sembra che sia questa l’arma utilizzata) e il suo indistinguibile suono, immaginate quel che è un corridoio di una clinica per il controllo delle nascite cosa diventi in pochi secondi.
Tra sangue, cadaveri, urla, fuggi fuggi, altri spari, altri morti e quasi una decina di feriti: il luogo di questo che sembra uno dei soliti deliri americani con spari all’impazzata chiarifica immediatamente la scena.
Il luogo non è stato scelto a caso perchè la Planned Parenthood è una struttura medica per il controllo delle nascite dove si praticano aborti, già presa di mira dai militanti pro-life nel passato.

kkk_2868392bQuindi un chiaro attacco alla donna, all’autodeterminazione, alla libertà di scelta: ma non è un bistrot parigino, il killer è “solo” un appartenente alla destra fondamentalista, vicino al Ku Klux Klan, non un barbuto islamico da cui milioni di persone si trovano costrette a “prender le distanze” solo perché appartenenti allo stesso credo.
8 dipendeneti di cliniche dove si praticano aborti son stati uccisi negli Stati Uniti negli ultimi 30 anni, molte e molte di più son le donne che muoiono per praticare aborti clandestini anche nel nostro paese.
La guerra che le religioni combattono contro il corpo delle donne non ha diverse bandiere ma una sola: quella del patriarcato e quella di oggi è solo un’altra bella pagina di terrorismo cattolico mascherato da raptus.

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Treviso SmartCity? Giammai, che poi si riempie di “africani pericolosi”

25 novembre 2015 1 commento

Ci son sempre notizie che lasciano basiti e fanno un po’ vergognare di essere parte di un paese, poi se capita di leggerle di ritorno dalla prima esperienza in una città come Berlino le parole fanno proprio fatica ad uscire.
Treviso diventa Smart City: wi-fi gratuito in molte piazze, che andrà ad allargarsi velocemente a tutta la città. Un passo avanti, una città m0derna, europea e come si suol dire “smart”. L’assessore della città ha festosamente dichiarato che l’estensione della connessione anche ad altre piazze è per “dare a quanti più cittadini possibile la possibilità di accedere a internet, che significa metterli nelle condizioni di accedere più facilmente al sapere”.

Peccato che l’esser Smart passi obbligatoriamente per l’evoluzione, quella celebrale, neurologica, umana, sociale.
Senza un minimo di intelligenza ci si fa poco col wi-fi libero: diciamo che senza un minimo di intelligenza è impossibile capire il concetto principale di tutta questa operazione: la libertà.

La libertà non piace ai fascisti,
la libertà non piace ai razzisti, agli xenofobi, a quelli che sentono di far parte di qualcosa di superiore, di “eletto”.
E così Treviso una mattina si sveglia e oltre a un po’ di “libero” elettromagnetismo si ritrova tappezzata di foglietti anonimi di cui vi allego l’immagine: il Wi-Fi non piace ai cittadini e il motivo è più che chiaro.
Ne usufruiscono gli “Africani”.

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ditemi se ci son parole…

Le scale delle chiese, le panchine, i parchi pubblici ora vedono la presenza di esseri umani, per di più con pelle nera, che osano usare i propri smartphone per comunicare, sentire musica, fare i cazzi propri.
E questo non va bene: navigare liberamente in internet è, per questi ceffi il modo per trasformare la piazza in un “ritrovo di persone pericolose per la nostra sicurezza”.
L’appello è chiaro ed esplicito: le reti vanno chiuse, disabilitate, SI DEVE INSERIRE UNA PASSWORD.

Mi viene in mente quel cartone che spesso ho visto con mio figlio e descrive il tentativo di una famiglia preistorica di sopravvivere: i cari Croods son popolo mooooolto più intelligente e smart di questi illustri cittadini della municipalità di Treviso,
che bramano ardentemente un rapido ritorno al Medioevo.
Ce li farei tornà volentieri, col tortore proprio!
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Paralleli Isis-Br sulla stampa italiana: un commento di Barbara Balzerani

25 novembre 2015 21 commenti

Senza aggiungere parola alcuna, perche’ sarebbe inutile e ridondante, vi lascio con un testo di Barbara Balzerani.
Un commento a uno dei tanti articoli di merda usciti dopo gli attentati del 13 novembre a Parigi

In questi ultimi giorni, dopo gli attentati di Parigi, abbiamo dovuto misurare il livello raggiunto dai media, dai commentatori, dai politici, nella gara di mistificazione dello stato di salute delle “relazioni internazionali”. Naturalmente i nostri illustri maître à penser non si sono lasciati scappare l’occasione per sbandierare il parallelo tra l’Isis e le Brigate Rosse, con relativo pannicello caldo dei rimedi democratici già sperimentati negli anni ’70. Tra i tanti spicca un articolo comparso su Il Secolo XIX a firma Marco Peschiera. Qui si passa di livello e l’attenzione si accentra sul fenotipo del terrorista: dal brigatista Dura ad Abaaoud, il terrore fa rima con kalashnikov, recita il titolo dell’articolo.11146616_863831070373438_5944984602612390121_n
Ho dovuto aspettare prima di poterlo commentare per non farmi travolgere dalla furia e dalla tentazione di difendere la memoria di Roberto, perché Marco Peschiera non è all’altezza di un nemico e perché Roberto non ha bisogno di essere difeso. La miseria che ha guidato tanta penna è difficilmente raggiungibile, dalla sottolineatura lombrosiana della somiglianza fisica, gli occhi, la barbetta, il sorriso, dei due psicopatici serial killer, fino a informarci di altre strabilianti similitudini: stessa età e stessa ora in cui sono stati ammazzati. Il giornalista ci dice che Riccardo Dura è stato un bambino abbandonato dal padre, cresciuto da una madre con cui aveva un rapporto difficile. Un disadattato cresciuto in una periferia di emarginati. Fino ad incontrare le Brigate Rosse. E’ vero, Roberto non è venuto fuori da una famigliola con la gallina e il mulino bianco, faceva parte di una generazione che ha buttato all’aria convenzioni e istituzioni, come la famiglia, ma ha trovato il modo di ricostruirsene una, facendosi amare dai compagni che l’hanno conosciuto e farsi “adottare” da nonna Caterina, la cui altezza mette ancora più in evidenza l’evidente nanismo del signor Peschiera. E’ vero Roberto non si era adattato, e che difetto sarebbe? Roberto non era un borghese, più o meno piccolo, adattato al sistema più ingiusto nella storia dell’umanità e neanche un emarginato conformato agli ingranaggi dell’esclusione delle nostre periferie. Roberto era un comunista, un rivoluzionario ed era in numerosa compagnia nella sua disaffezione ad adattarsi. Non ancora pago l’articolista ci dice che, nonostante i suoi titoli da killer esperto, non aveva partecipato al sequestro di Aldo Moro perché neanche Mario Moretti, “l’enigmatico capo delle Br ricco di contatti con ambienti massonici e di spionaggio”, si fidava di lui, nonostante l’avesse “usato” anche per i rifornimenti in medio oriente di carichi di armi, soprattutto i famosi Kalashnikov. Armi usate non solo dall’Isis ma soprattutto a via Fani! E qui la professionalità del signor Peschiera raggiunge il culmine, visto che ormai anche i bambini sanno la marca e l’efficienza dei mitra usati quel 16 marzo. Ma non è certo la corrispondenza ai fatti che preoccupa il giornalista. Gli basta il fango per esporre le sue tesi.

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Il cadavere di Riccardo Dura, giustiziato dallo Stato nel sonno.

Siamo alla fine del racconto. Roberto muore ammazzato insieme agli altri compagni “crivellato di colpi in un covo, in mutande e maglietta” con “tre buchi nella testa”. E’ vero Roberto era in mutande e non solo perché stava dormendo ma anche perché i comunisti come lui, per straordinaria simbologia, non hanno tasche, né conti all’estero. Disadatti al grande affare della politica. A Roberto hanno sparato in testa Sono entrati di notte, mentre dormiva e non con l’intenzione di neutralizzarlo. Come è stato per altri e altre. A quei tempi sarebbe stato strano il contrario. E allora perché non si dice invece di straparlare di sistemi democratici per combatterci? Ma è giusto così, perché con gli strumenti della democrazia un pugno di potenti ha saccheggiato, compiuto assassinii e genocidi, affamato e depredato risorse, scatenato guerre, comprato e corrotto…

Di recente sono andata sulla tomba di Roberto, a Staglieno. Ho carezzato la lapide, la foto, la dedica dei suoi compagni, ho risentito per intero lo stesso dolore. Se ne faccia una ragione signor Peschiera. Per tanti non adatti Roberto è stato un fratello, un compagno fidato, amato, rispettato, mai dimenticato. Si auguri di meritare la stessa fortuna.

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Quando sento parlare di Carlo Alberto Dalla Chiesa
Sulla Tortura in Italia
Se non quelli che moriranno con me …

15 ottobre 2011: chiesto risarcimento per ingiusta detenzione!

17 novembre 2015 2 commenti

Vi ricordate gli scontri del 15 ottobre 2011 penso.
Quella giornata bella e dolorosa che ha cambiato un po’ di carte in tavola, almeno dentro qualcuno di noi, per sempre.
Gli scontri del corteo del 15 ottobre videro i Cobas schierarsi, e lo fecero sia con il loro atteggiamento in piazza e la loro richiesta alla polizia di intervenire contro chi si iniziava a muovere in modo non consono alla piattaforma prestabilita per quella giornata, che con i comunicati nelle ore successivi, dalle parole indimenticabili.
Pesanti macigni.

Ma ora non parliamo di quei macigni, anche se non riesco ad evitare di rimembrarli se si parla di quelle giornate. Parliamo di uno dei tanti processi che son seguiti,
il solo per ora conclusosi con un’assoluzione.2981014407_2a5e02ced3

6 anni in primo grado, assolto poi sia in appello che in Cassazione.
Peccato però che Mirco Tomassetti, della provincia di Teramo abbia scontato ben 653 giorni di arresti domiciliari, abbia perso il suo posto di lavoro (ha 35 anni), e subito danni fisici e psicologici.
Ora vuole i soldi e ha ragione!
La scorsa settimana è stata depositata in tribunale la pratica di risarcimento: Mirco vuole indietro dallo Stato 360mila euro per ingiusta detenzione.

Su quelle giornate e la repressione che ne è seguita:
Il comunicato su Giovanni Caputi
Pin va al 15 ottobre
Ecco la prima condanna
Cobas contro Cobas
Un commento di Oreste Scalzone
Presidio a Regina Coeli
Infoaut risponde al comunicato dei Cobas
I “terroristi urbani”

i testi caldi 🙂  son qui:
Delazione e rimozione della propria storia
Gli scontri, i Cobas e la violenza dei non-violenti

Per approfondimenti sui processi: Rete Evasioni

 

Il mappamondo tragico, triste realtà

17 novembre 2015 1 commento

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un’immagine che parla da sola (link)

Leggi anche:
Facebook e il Safety Check pe’ cchi ce pare a noiCacciati xenofobi fascisti dalle piazze francesi

Facebook e il Safety Check “pe’ cchi ce pare a noi”

16 novembre 2015 1 commento

E’ un’idea grandiosa per chi come me ha amici sparpagliati in ogni latitudine del pianeta, Medioriente in primis.
Un semplice click su un messaggino permette in un istante di dire a tutti i tuoi contatti che stai bene, che il disastro avvenute nelle tue vicinanze non ti ha toccato.
Non ti costringe a prender parola, a commentare, a trovare il tempo di scrivere uno status nel trambusto del momento: un semplice click e anche il parente americano di sei generazioni fa sa che stai bene.
Una semplce notifica che arriva a tutti i cellulari presenti nella zona del disastro, un semplice OK da cliccare: quanta genialità.

In quella lunga serata di parigi, che si è trasformata in una notte in bianco per molti e soprattutto per chi come noi in quella città ha vissuto tanto, è stato utile: non c’era bisogno di chiamare e cercare tutti, qualcuno appariva da solo, con un “sto bene”.

Peccato che io ho un sacco di amici a Beirut, a Damasco, al Cairo: TANTI.
E mai questi social network mi son stati utili per cercare qualche amico: eppure anche a Beirut ci son teatri e caffè, anche e soprattutto a Beirut si muore per la strada perché salta in aria una macchina, un pacco o uomo bomba, arriva un missile.
Il Safety Check Botton sarebbe proprio interessante in quelle latitudine, ma niente.

L’ipocrisia che ci avvolge ogni tanto è talmente ridicola che si fa fatica a commentarla.
Chissà quanto poco ci vuole per i programmatori per inserire anche la zona mediorientale, o keniota, o nigeriana in questo simpatico programmino. Pensate agli studenti universitari kenioti, falciati a centinaia in una sola mattinata quanto sarebbe stato utile per ritrovare amici, fratelli, figli.
Non mancano le risorse nè probabilmente tempo e voglia. Manca proprio il pensiero, manca completamente l’empatia e la solidarietà, lo sgomento e l’indignazione quando i morti sono al di là del mare,
o dentro, nel suo profondo ventre.

Parigi: “la beautè est dans la rue”. La xenofobia non ha terreno.

16 novembre 2015 Lascia un commento

Ancora una volta possiamo dire che queste parola rappresentano la Francia,
non il suo governo, non il suo stato d’emergenza, non la chiusura delle frontiere, non i bombardamenti.
Ma la bellezza per le strade.

La città di Parigi ha subito un attacco pesante, simultaneo, militare: si è trasformata in pochi secondi nella capitale del terrore occidentale. Pensate se fosse stata Roma, o Milano, Verona, Torino, Bari.
Provate ad immaginare se fossero entrati all’Olimpico, e magari contemporaneamente avessero falciato tutti quelli seduti ai tavolini del Marani, o del bar dello sport di qualche quartiere, uno a caso tra i tanti.
Immaginate le reazioni, le prime pagine (che già a distanza abbiamo dato il massimo),
immaginate la fuoriuscita dei nazisti dell’Illinois, della xenofobia,
immaginate i titoli oltre alle sirene, le ambulanze, le perquisizioni, i posti di blocco, gli elicotteri bassi, l’assedio. Non c’è cosa che più rappresenta il “terrore”.

Io se penso a Roma protagonista di una cosa simile immagino solo il terrore del giorno dopo,
il terrore che solo la fascistizzazione di un intero popolo può mettere, altro che i Kalashnikov.

Pensate alla prima pagina di Libero, pensate agli interlocutori in televisione, pensate a quante volte avete sentito dire la parola Islam nei nostri telegiornali, articoli, editoriali, blablabla vari: qui parliamo della Fallaci, e altre parole non servono.
Date un occhiate, oltre che al sangue sui marciapiedi, a come i francesi e la stampa descrivono la situazione: cerchiamo di imparare almeno a parlare da un popolo che mai si è fatto fregare nella quotidianeità delle sue strade, alla faccia delle decisioni dei suoi governi.

E per dimostrare questo basta questo piccolo video,
basta vedere quattro fascistelli xenofobi come son stati trattati dalla piazza:

la beautè est dans la rue, si urlava nel ’68 lanciando sampietrini.
Questo video dimostra che ce ne è rimasta un po’ di quella bellezza: questa è la sola risposta possibile e non certo la polverizzazione della centrale elettrica di Raqqa. Spazzare via dalle nostre strade l’esclusione, la xenofobia, i fascismi vecchi e nuovi.
Proteggere i rifugiati, il loro diritto al cammino, abbattere le frontiere, distruggere i centri di detenzione.

… e avrà i tuoi occhi

13 novembre 2015 3 commenti

Per sempre.

Per sempre.

“Verra’ la morte e avrà i tuoi occhi” leggevamo insieme anni fa.
E quando è giunta la tua eravamo occhi negli occhi: da qualche giorno ormai il tuo sguardo era offuscato, da qualche ora ormai il tuo sguardo era andato già altrove, in un dolore lontano da noi vivi,
ma in quel momento, in quel preciso momento il nostro sguardo si è fuso.
Hai aperto quegli occhi e quante cose ci siam dette in quel battito di ciglia silenzioso, con attorno tanti,
tanti che di noi mai sapranno nulla.
Di quel che i nostri occhi si son detti da quel primo mio sguardo al mondo, al tuo ultimo. E’ venuta la morte e i nostri occhi erano insieme.

Le parole hanno abbandonato la mia vita passo passo in questi duri due anni in cui tutto si è sbriciolato,
la tua improvvisa fuga dal presente ha sbaragliato ancora più tutto,
ha privato la mia vita di parole, delle tante nostre parole, e anche delle mie
quelle che pensavo mie e che ora non trovo con molta facilità.
Ci proverò a riappropriarmi dello scorrere delle lettere, ci proverò tra queste mura che son sempre state solo nostre, mie e tue, e solo noi sappiamo quanto, e perchè.
E’ dura esser madre da orfana: ogni gioia si lascia contaminare da una malinconia silenziosa che non so condividere con nessuno. Mai niente sarà come prima.

Categorie:Personale

Dall’attivo all’atipico

13 novembre 2015 Lascia un commento

Ogni generazione deve averne una a quanto pare.

Siamo passati dall’era del malore attivo, a quella dello strangolamento atipico.

La cosa che è rimasta invariata e rimarrà tale nei secoli è la vostra infamità !
QUI su Andre Soldi

Quando gli ftalati non fanno male… i bimbi disabili non hanno diritto a questa tutela

18 giugno 2015 3 commenti

La tracheostomia

A quanto pare per il Ministero della Salute esistono bambini di vari livelli, bambini da tutelare fino ad ogni sonaglino che passa per le loro manine, a bambini che possono morire silenziosamente, senza suscitare alcun effetto. Ricordo la campagna del Ministero, il loro splendido opuscolo dedicato agli ftalati: mai avrei pensato che avrebbe potuto generare dentro di me questa malsana dose di rabbia e frustrazione. Gli ftalati son prodotti chimici che lo stesso ministero della salute definisce “sostanze tossiche per la riproduzione”, e spiegano che “il motivo della restrizione è dovuto al pericolo di esposizione che può derivare dal masticare o succhiare per lunghi periodi di tempo oggetti che contengono ftalati”. Vorrei chiedere a chi ha scritto quell’opuscolo, con tanto di timbro ministeriale, se sa che esistono centinaia di bambini meno fortunati, che come problema non hanno l’esposizione a sonagli, bambole, materassini gonfiabili e quant’altro, ma che sono tracheostomizzati, o comunque hanno dimestichezza costante con dei sondini da aspirazione (ma quelli son più fortunati).

Una cannula per tracheostomie

Vi spiego: mio figlio è portatore (si dice così) di una tracheostomia dall’ottobre del 2013. La tracheostomia è dotata di una cannula che si inserisce nella trachea del bambino e lì rimane, permettendo un canale pulito, pulibile, aspirabile, e cambiabile ogni 28-30 giorni. Come un ciclo mestruale, noi cambiamo mensilmente la cannula al nostro bambino: la tiriamo fuori dal foro sulla sua trachea e inseriamo la cannula nuova, pulita, che medicheremo per i trenta giorni successivi. La cannula è lì, posizionata sul suo collo e inserita per diversi centimentri all’interno del suo corpo, nel canale naturale costituito dalla trachea: la cannula di mio figlio e di tutti gli altri bambini è composta da FTALATI. Se guardate il suddetto opuscolo, parla proprio di DEHP (ftalato di bis 2etilesile) come di quello più pericoloso, assolutamente da togliere da ogni giocattolo (ovviamente c’è un riferimento chiaro e tondo alla Cina).

sondini da aspirazione

Vi è chiaro il concetto?? Gli ftalati son tossici nelle principessine, nei soldatini e nei sonagli dei bebè e questo è cosa pericolosissima: però per il Ministero della Salute possono essere conficcati da più di 20 mesi e chissà per quanto ancora nella gola di mio figlio. Per 4 mesi, quest’anno, la Covidien, ha fornito alle Asl (che però hanno provato a rifilare per mesi quelle con ftalati di cui probabilmente avevano magazzini pieni) delle cannule prive di ftalati: grande gioia, pensavamo finalmente di esserci liberati di quella monnezza tossica presente nella trachea di nostro figlio. Ma niente da fare: senza alcuna comunicazione, son tornate quelle vecchie, con il bel simbolo DEHP ben visibile sul lato della scatola, perchè “le altre son state ritirate”. Ora mi piacerebbe avere una bella risposta da qualcuno. Siamo stati 11 mesi ricoverati al BambinGesù e abbiamo aspirato con i sondini nostro figlio decine e decine di volte al giorno con dei sondini della marca Pennine, anche quelli con uno splendido simbolo DEHP su ogni confezione. Arrivati a casa, abbiamo ottenuto gli stessi sondini della marca Rusch, che fortunatamente non ne contengono. Anche qui mi piacerebbe capire come possa un ospedale così attento ai suoi piccoli pazienti, mettere a disposizione per i degenti solo sondini considerati “tossici” (I sondini si inseriscono nelle stomie, o anche nei genitali per effettuare cataterismi, ed entrano per più di 15 cm nel corpo del paziente: ma son tossici, quest’è).

Noi il cambio cannula lo abbiamo dovuto effettuare, sono stata io con le mie mani ad inserire nella gola del mio bambino di nemmeno due anni, un ausilio passatomi dallo Stato e contenente una sostanza tossica che assolutamente va tolta da ogni giocattolo e prodotto di cartoleria per salvaguardare la salute dei figli. Dei loro figli a quanto pare. Non dei figli di tutti.

Uno sfratto rimandato e un’esplosione di solidarietà

3 giugno 2015 7 commenti

L'ufficiale giudiziario sul pianerottolo (foto di @trecarte)

L’ufficiale giudiziario sul pianerottolo
(foto di @trecarte)

E chi se l’aspettava che uno sfratto potesse esser così bello?! Io oggi ho passato una splendida giornata, malgrado sul calendario ci fosse scritto ormai da settimane : SFRATTO. Oggi un truffatore tentava di togliermi casa, a me, al mio compagno, a mio figlio Nilo di 5 anni che lo aspettava con la spada dei pirati E a Sirio, di nemmeno 2 anni e già una lunga storia di lotta e disabilità che purtroppo non sa raccontare. Oggi a casa mia dalle 7 di mattina, in realtà da ieri sera, c’è stato un costante via vai di gente, terminato solo poco fa, che il sole è ormai stanco: oggi a casa mia l’ufficiale giudiziario, malgrado fosse al primo accesso, si è trovato davanti tante, tante, ma tante persone. Oggi per me, per Nilo, per gli occhietti curiosi di Sirio, per il mio compagno che in tanti anni di carcerazione spesso la parola “solidarietà” l’ha dimenticata e accantonata, Bhè oggi è stata per noi una grande giornata e questo post è solo per ringraziarvi tutti.

Nilo stremato da questa giornata di lotta, dorme sonni sereni sotto lo sguardo dei Sirio e stretto alla solidarietà dei compagni

Nilo stremato da questa giornata di lotta, dorme sonni sereni sotto lo sguardo dei Sirio e stretto alla solidarietà dei compagni (foto di @trecarte)

Chi è venuto, chi non è potuto venire, chi ha giocato con mio figlio, chi era sul pianerottolo, chi faceva litri di caffè, chi ha portato i maritozzi, chi ha attraversato tutta roma ma proprio tutta, chi ha mangiato giocato riso con noi, tutto “lo staff di Sirio” oggi al completo per rendere la giornata più gestibile e per esserci vicino, alla faccia di una truffa fatta alle spalle, non alla luce del sole, in modo losco, da gente sola e perfida che nemmeno si immagina possa esistere quello che oggi è stato qui, tra le mura di casa mia. E allora grazie. Perché lo sfratto non è stato eseguito, perché il tipo tornerà il 16 luglio “per saper che novità ci sono” e probabilmente prima di settembre non sarò costretta a riconvocare in casa una seconda bella colazione solidale, perché lui stesso ha usato la parola truffa, senza mezzi termini e tenteremo di bloccarla in ogni modo e in diverse sedi. La truffa verrà a galla caro Perali, perché è palese e losca, perché è perfida e infame. Quindi ancora grazie a chi mi ha permesso di rispolverare il calore della solidarietà, di farlo conoscere a mio figlio fin dentro le scatole dei suoi giochi, per aver riempito questo condominio sempre troppo silenzioso in un luogo rumoroso, per avermi dimostrato l’affetto che m’avete dimostrato. Ci vediamo al prossimo appuntamento, tanto ho visto che gradite pure da magnà 🙂 P.S. Ringrazio anche la redazione di Radio Onda Rossa per la solidarietà dimostratami con la corrispondenza di questa mattina di cui vi lascio un link che poco fa ho provato a riascoltare. Mica ci son riuscita ancora, per troppi anni la mia voce è uscita da quei microfoni che risentirla fa un certo effetto…sarà che è mercoledì. LEGGI: STORIA DI UNA TRUFFA

In attesa del l’ufficiale giudiziario, e del truffatore

3 giugno 2015 2 commenti

Tra meno di un’ora inizierà la colazione antiSfratto in casa mia.

Storia che avete letto qui, e che oggi vedrà aprirsi un nuovo capitolo.

Grazie per le tonnellate di solidarietà ricevuta!

Vi aggiorno in mattinata sugli sviluppi !

GUAI A CHI CI TOCCA!
FUORI I TRUFFATORI DA CASA NOSTRA!  

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Al carcere di Santo Stefano: per ribadire l’odio contro carceri, ergastoli e privazioni di libertà

29 maggio 2015 Lascia un commento

Torno a te scoglio carcerato.
Torno a te come ormai da un mucchio anni che iniziano a sembrar molti.
Torno a te e chissà che tipo di rito blasfemo ma mistico è questo: un rito strano che annualmente mi porta a varcar la stessa soglia. Una soglia arrugginita, mangiata dal mare, dal sale, dal vento e per troppi decine d’anni dalle lacrime, dalle urla dei prigionieri, dei torturati, di quelli che vedevano la libertà nel canto dei gabbiani e nemmeno nel mare, Lo scoglio di Santo Stefano e il suo ergastolo!
che a loro anche guardarlo era vietato.

Non so che rito sia, ma ormai possiamo definirlo tale.
Non so come descrivervi la sensazione che mi avvolge quando attraverso quel tratto di mare, in quanto patrimonio umano mi rispecchio. Quando sono su quel piccolo tratto di mare che tanto mi spaventa (io so’ fifona a mare) sento di far parte ancora di più di questi dannati della terra: sento il peso del cimitero liquido che si specchia sotto i miei occhi,
sento il peso di quasi 150 anni in cui quel tratto di mare era attraversato solo da prigionieri,
da ergastolani, diretti verso uno scoglio di morte lenta,
di una morte uguale ogni giorno, così da apparire eterna.

Ogni anno arrivo su questo scoglio con un bagaglio sempre più enorme.
Ogni anno entro in quel carcere e in quel cimitero con un mio bagaglio di dolore enorme,
che anche in questo giugno andrò ad aprire con loro, con gli ultimi, abbracciata a fratelli cari.
Quest’anno voglio portare con me gli sguardi di coloro che guardano il Mediterrano per la prima volta sapendo che probabilmente invece del futuro ci troveranno la morte, loro e dei loro figli.
Quest’anno su quello scoglio, bello, maledetto e struggente, voglio portare anche lo sguardo di Mumia Abu Jamal,
che come i vecchi abitanti di Santo Stefano, sta trovando la morte nel suo ergastolo,
senza aver diritto a dormire a casa nemmeno le poche notti che sembrano rimanergli da vivere.

Quest’anno sullo scoglio porto il mio ergastolo che è il dolore eterno per la disabilità di mio figlio,
ma porterò anche la più grande arma possibile contro tutto ciò: un sorriso e un fiore rosso.

SABATO 13 GIUGNO,
LIBERI DALL’ERGASTOLO SARA’ NUOVAMENTE NEL CARCERE DI SANTO STEFANO,
DAVANTI ALL’ISOLA DI VENTOTENE, PER PORTARE UN FIORE DAI COLORI DELLA LIBERTA’E PER RIBADIRE CHE LA SOLA COSA CHE CI PIACE DEL CARCERE, DEI CIE E DEGLI OPG SON LE MACERIE.
Si salperà intorno alle 11 di mattina dal porticciolo di Ventotene, e speriamo di essere tanti, come sempre.

Letture consigliate a riguardo:
Adotta il logo contro l’ergastolo!!
L’ergastolo e le farfalle
Un fiore ai 47 corpi
Aboliamo l’ergastolo
Gli stati modificati della/nella reclusione
Il cantore della prigionia
Piccoli passi nel carcere di Santo Stefano, contro l’ergastolo
La lettera scarlatta e la libertà condizionale
Perpetuitè
Il cerchio e la linea retta
Con gli occhi di Luigi Settembrini

Categorie:Uncategorized

Baruda sotto sfratto: storia di una truffa

12 maggio 2015 29 commenti

Provo a raccontarvi una storia ma non so nemmeno da dove partire tanto è surreale.

Di case e di doppi contratti
Dal 2010 viviamo in una casa di periferia nel quartiere del Trullo, dove paghiamo regolarmente 930 euro al mese di affitto (eravamo partiti da 870, ma poi sapete, con gli aggiornamenti Istat…) ad una signora che non abbiamo mai conosciuto né sentito al telefono, avendo a che fare da sempre con suo figlio.

A che fare poi è un modo di dire perché questo signore si è immediatamente comportato da farabutto, dal giorno dopo il nostro trasloco quando entrò in casa, dove mi trovavo sola con un neonato, pretendendo in contanti una caparra di due mesi e l’affitto del mese in corso. Rifiutava il mio assegno urlando che senza contanti non sarebbe uscito.

Tanto nervosismo era dovuto al fatto che nei giorni precedenti si era presentato con due contratti: uno con sopra indicato l’ammontare del canone reale e l’altro fittizio, con un canone pari alla metà di quello effettivo che il nostro bravo padrone di casa avrebbe dichiarato alla agenzia delle entrate. Insomma voleva evadere le tasse, per questo tanta insistenza sui pagamenti cash. Potevamo fregarlo subito, accettando quella losca proposta per poi attenerci al canone registrato. Un tipo così andrebbe “purgato” con i suoi stessi strumenti, ma non volevamo storie, litigi, appena entrati in un nuovo appartamento. Cercavamo tranquillità con Nilo appena nato e d’altronde non potevamo permettercelo, il mio compagno aveva da poco ottenuto la semilibertà ( che era già di per sé una guerriglia quotidiana), quel contratto sarebbe stato consegnato poco dopo al carcere di Rebibbia: tutto doveva essere più che regolare.

Comunque lui continuava ad urlare che senza contanti non sarebbe mai uscito.
Lo fece rapidamente invece, una volta arrivata una pattuglia della polizia da me chiamata in extremis. Ero sola, il mio compagno era al lavoro e non poteva spostarsi perché il regime di semilibertà a cui era sottoposto glielo impediva, così mi ero chiusa nel bagno con Nilo e avevo chiamato il 113 senza saper bene come fare ad uscire da quella situazione, visto che avevo faticosamente concluso un trasloco da una manciata di ore in una casa dove speravo di viver tranquilla qualche anno.

Uscì quindi con il mio assegno in mano, redarguito dalla pattuglia di turno. In effetti quel signore, seppur di fatto gestore reale di quel contratto di locazione intestato alla madre, non aveva alcun titolo legale per essere lì, tanto più con quegli atteggiamenti prepotenti.
Non feci nulla per mandare avanti quella cosa, non andai a firmare nessun verbale, sapete bene cosa penso dei sistemi e apparati penal-giudiziari. Per me era già enorme aver chiesto il soccorso di una volante.

Undici mesi di ricovero

E così son passati anni in modo relativamente liscio (sorvolando che è una casa che cade a pezzi, priva della minima manutenzione da sempre, dove ci siamo dovuti arrangiare senza mai poterci interfacciare con il proprietario).
Un figlio cresciuto, uno in arrivo… poi tutta una serie di patatrac hanno cambiato la nostra esistenza per molto tempo.
Il mio secondo figlio a poche settimane dalla nascita (già prematura e con 40 giorni di ricovero iniziale) e a pochi giorni dal rientro a casa ha una SIDS: una morte in culla, ripresa per i capelli. Un bimbo strappato alla morte con una lunga corsa, un tempo senza ossigeno che ha lasciato una paralisi celebrale, una tetraparesi spastica, un’insufficienza respiratoria cronica.
Il mio bambino è nato il 15 agosto 2013 ma ha visto casa il 21 maggio dell’anno successivo.
Undici mesi di ospedale di cui 5 di terapia intensiva. Mesi duri, mesi di totale isolamento all’interno di un reparto di ospedale posizionato sul litorale laziale a chilomentri da tutto. Un’intera famiglia alloggiata per mesi a Casa Ronald, struttura di accoglienza collocata all’interno della struttura ospedaliera pediatrica Bambino Gesù di Palidoro. Chi l’ha vista mai casa in quel periodo!
Però, regolarmente, ogni mese, partiva il nostro vaglia a quella vecchia signora mai vista: 930,72 euro (più spese condominiali) venivano spediti senza esser mai tornati indietro, regolarmente accettati dal destinatario.
Insomma, nel dramma, la sola cosa che sembrava non crearci alcuna preoccupazione era la casa.
Quella casa ormai anche un po’ dimenticata e tanto desiderata.

Finalmente si torna a casa
Una tracheostomia, una gastrostomia, un grande punto interrogativo su ogni cosa, un’assistenza infermieristica domestica di 8 ore al giorno, qualche Tir di materiale di uso quotidiano per medicazioni, terapie, riabilitazione, bombole d’ossigeno, aspiratori, ambu, ossipulsimetri, tubi e sistemi di ventilazione, pompe d’alimentazione, scatoloni di siringhe, latte, pannolini, fascette, metalline e quant’altro. Una schiera di terapisti, medici, disfagisti, broncopneumologi, rianimatori. Quella casa lasciata di corsa il mattino del 4 ottobre 2013 era diventata un’altra cosa: una dependance ospedaliera, un piccolo reparto avanzato di riabilitazione con un continuo via vai di medici, infermieri e terapisti diventati una famiglia.
Per permettere la domiciliazione di Sirio dall’ospedale, l’appartamento andava adeguato alle norme di sicurezza più recenti previste dalla legge: cosa che ovviamente non era perché il nostro caro padrone di casa non si era mai curato di fare alcunché, fedele al suo unico motto: “vojo solo li sordi, subito!”. Impianto elettrico antidiluviano senza scatole di derivazione, ponticelli e allacci alla “porkiddio” (gli elettricisti romani capiranno), prese e interruttori scoperti, valvola salvavita e scarico a terra assenti. Ottengo il telelavoro giustificato dalla gravità della mia situazione familiare ma dopo un sopralluogo anche i tecnici della mia azienda segnalano l’urgenza di alcuni interventi.
Provvediamo da soli anticipando le spese che dopo raccomandata sottraiamo dai canoni dei mesi successivi, in alcuni casi paghiamo di tasca nostra la manodopera addebitando al padrone di casa solo i materiali.
Eravamo finalmente a casa, precari, sventrati, cercando di abituarci a tutto questo via vai costante di camici e specialisti dentro anche il nostro letto. Nel frattempo a mia madre viene diagnosticato un brutto tumore, tempo nemmeno un mese che si ricomincia con ospedali diversi ma sempre ospedali, medici, chirurghi, oncologi…
Sirio con le sue infermiere a casa, noi di nuovo a far le trottole per sfanculare la morte.

Arriviamo ad ottobre, poco prima dell’ennesimo ricovero di Sirio in neuroriabilitazione pediatrica (e anche di un nuovo arresto cardiaco avvenuto poi il 15 dicembre per una bruttissima polmonite), il citofono che suona, io che non chiedo nemmeno più chi è (sono almeno 3 citofonate a mattinata per mio figlio quando non ci son visite mediche specialistiche) e aspetto davanti alla porta. Era il postino … – “Aho mica me porterai una multa”.
– “Me sa che so rogne peggiori, altro che multa”.
Silenzio. Doppia busta in mano. Parole che devo andare a cercare su Google prima di riuscire a capir bene.
“precetto di rilascio”… ma che è?

“ – No, disse la Regina. – Prima la sentenza, poi il processo”
Avevo in mano una condanna già esecutiva a mio nome. E l’udienza? Il processo? Va bé che siamo nel Paese di “Mani pulite”, ma insomma prima di esser condannati ci vorrà pure una farsa di processo, oppure no?
Leggo che la vecchia signora a cui pagavamo l’affitto era morta nel gennaio 2014 e quel brutto ceffo del figlio, che nel frattempo era subentrato come unico erede, e di cui ora posso fare il nome, Claudio Perali, mi aveva portato in giudizio per morosità. Così ero stata condannata a pagare i canoni di locazione dalla morte della madre fino alla sentenza di settembre e tutti gli eventuali canoni successivi. Peccato che in quel momento avevo pure pagato ottobre.

Chiede il rimborso anche per i lavori di sostituzione di questa ferraglia arrugginita…. eccon in che condizioni erano bagno e cucina…

Migliaia di euro con tanto di interessi sulle somme da mesi in tasca al nuovo padrone di casa, il quale senza ritegno chiedeva pure il rimborso dei lavori realizzati, addirittura altre somme relative all’integrazione Istat annuale, imposte di registro e, ovviamente, le spese processuali, con ingiunzione finale di lasciare l’appartamento entro dieci giorni.
Guardo meglio e scopro che l’udienza si era tenuta in settembre, in quella sede il giudice Roberta Nardone (VI civile, con sentenza del 9.9.2014) vista la mia assenza aveva accolto la versione del nuovo proprietario che, con i vaglia ben nascosti nelle mutande, aveva testimoniato il falso dichiarando la persistente morosità delle sottoscritta.

Chiamo il mio avvocato che mi spiega di controllare se c’era stata una notifica da qualche parte. A casa non abbiamo trovato nulla ma nella carte del processo risultava notificato l’avviso d’udienza.
Morale: sono diventata colpevole per non aver risposto alla citazione, di cui non sapevo nulla.
– “Vabbè, è andata così, ma è solo il primo round”. Penso un po’ ingenuamente. Ero convinta che il sistema giudiziario avesse sempre tre gradi di giudizio. Non c’è condanna senza appello. E invece no! Il rito locatizio è speciale. Una volta pronunciata la decisione, salvo difetti di notifica, non si può tornare sui fatti. L’avvocato mi spiega che si può fare un solo tentativo, si chiama “opposizione tardiva”. In sostanza si chiede di riaprire il giudizio motivando le ragioni della mancata risposta alla citazione. Devo spiegare perché a settembre non mi sono presentata all’udienza.

La costruzione di un falso
Ma come si fa a diventare morosi pagando regolarmente affitto e condominio, addirittura con somme superiori a quelle dovute per legge?
Bella domanda! Basta pagare regolarmente e diventi colpevole…

Gli assegni per cui son stata condannata. Ecco la

Gli assegni per cui son stata condannata. Ecco la “persistente morosità”

E’ chiaro che si è trattato di una truffa congegnata a tavolino. Morta la madre nel gennaio 2014, Perali di regola avrebbe dovuto avvertirci rapidamente del lutto, annunciandoci che sarebbe subentrato nel contratto e notificandoci le sue eventuali intenzioni. Non lo ha fatto. Nessuna telefonata, nessun messaggio, nessun mezzo rapido di comunicazione. Eppure, a quel punto, visto che legalmente era divenuto il titolare del contratto, era nell’obbligo di comunicare con tutti i mezzi possibili quanto avvenuto. Si è ben guardato dal farlo.

Nel frattempo ritirava i vaglia postali degli affitti intestati alla madre senza incassarli. Avrebbe potuto incassarli appena aperta le successione nel marzo successivo (l’atto è nelle carte del processo), ma ovviamente si è ben guardato. Se li avesse subito rinviati indietro avremmo immediatamente saputo che c’era un problema e ci saremmo attivati (i vaglia rifiutati o in giacenza tornano indietro nel giro di 30 giorni). Come poi è accaduto a partire da settembre 2015, quando incassata la sentenza Perali ha cominciato a non accettare più i vaglia. Che strano, no?
Ma era proprio quello che Perali non voleva accadesse.
Nelle carte della citazione leggiamo che in maggio, ben cinque mesi dopo la morte della madre, quando eravamo ancora in ospedale occupatissimi nella procedure di domiciliazione di Sirio prima della sua dimissione, ci avrebbe inviato una raccomandata. Non c’eravamo, l’avviso di giacenza non l’abbiamo mai trovato (va detto anche che il postino dell’epoca – non quello che in ottobre ci ha portato il precetto – è stato allontanato per problemi nella consegna della posta).
Sulla base di questo mancato ritiro di una presunta raccomandata, Perali ha motivato la citazione per morosità. Non ha mai inviato una seconda raccomandata, o lettera semplice, non ha telefonato, inviato SMS, non ha chiamato l’amministratore. Silenzio assoluto.
E’ evidente che tutto nasce da un problema di comunicazione da parte sua, non di morosità nostra. I pagamenti c’erano e lui poteva tranquillamente incassare le somme.
C’è da aggiungere altro? La domanda semmai è come un giudice possa aver avallato una truffetta del genere, facendosi prendere per il culo da un tizio con oltre 10 mila euro di assegni imbertati nelle mutande che si lamenta senza uno straccio di prova dei suoi inquilini. Persino il gatto e la volpe facevano truffe più sofisticate.
Risultato: un titolo esecutivo di pagamento di oltre 12 mila euro a cui si devono aggiungere gli oltre 10 mila euro che aveva già nascosti nelle mutande. Obbiettivo della truffa, arraffare oltre 20 mila euro!

Il giudice che si sentiva medico
A gennaio 2015 ci siamo presentati davanti al nuovo giudice con la cartella clinica di Sirio, molto più alta di me, e quella di mia madre, aperta proprio la settimana dopo il nostro ritorno a casa.  Per dimostrare l’eccezionalità della situazione e soprattutto che sarebbe stato nel nostro più totale interesse presenziare all’udienza, se solo l’avessimo saputo, visto che eravamo regolari pagatori ed avevamo sempre rispettato il contratto d’affitto, abbiamo allegato anche la copia di tutti i pagamenti dei canoni mensili effettuati da gennaio 2014, nonché le malefatte del padrone di casa scoperte nel frattempo. E si perché la “morosa”, in realtà, era creditrice rispetto al padrone di casa di maggiori somme versate da 5 anni per quote condominiali relative ad un box auto ed una cantina non incluse nel contratto, e di cui non avevamo alcuna disponibilità, oltre ad un calcolo in eccesso delle integrazioni Istat. Era Perali a dovermi dei soldi, non io.
Dopo qualche giorno da quell’udienza surreale, in una stanza con due scrivanie dove contemporaneamente si svolgeva una seconda causa e le parti si toccavano gomito a gomito, urlando fino quasi a venire alla mani, arrivarono le parole del giudice Ranieri, che no, non ha mai pensato fosse il caso riportarmi in giudizio, permettendo di correggere una decisione palesemente sbagliata, non fondata sull’accertamento documentato dei fatti ma sulle dichiarazioni mendaci di una parte.
Pur di lasciare le cose come stavano e non mettere mano all’intangibilità del giudicato, il magistrato è stato capace di riscrivere la diagnosi clinica di Sirio. Ecco le sue parole:

“Ed invero le pur comprensibili ragioni di gravissima difficoltà in cui la Perniciaro ha vissuto a partire da agosto 2013 con la nascita del figlio prematuro e poi con la sopraggiunta malattia della madre non sono tali, per quanto esposto da parte ricorrente, per giungere all’emissione dell’invocato provvedimento”.

Dunque Sirio sarebbe stato un semplice prematuro, un bimbo frettoloso e basta, non un bambino che il 4 ottobre 2014 è morto, tornato vivo grazie all’ostinazione di chi non lo ha lasciato sul letto in preda alla disperazione ma lo ha ventilato e portato di corsa in ospedale dove dei rianimatori bravissimi lo hanno riportato in vita, che ha traversato settimane di coma, mesi di terapia intensiva e una lunga riabilitazione ospedaliera.
Il giudice  Francesco Ranieri (VI civile) neanche la sospensiva ci ha concesso, né sul rilascio dell’immobile né sul pagamento delle pretese del Perali, che i canoni li aveva in tasca, bastava andasse alla posta per incassarli. Non gli era dovuto altro, anzi lui doveva a noi.

Ha rinviato l’udienza a giugno 2016 auspicando un “eventuale accordo conciliativo medio tempore raggiunto”, punto.

I 10 assegni che magicamente riappaiono
Dopo questa salomonica decisione è iniziata una transazione tra avvocati. Perali, ricondotto a più miti consigli, ha rimandato indietro gli assegni trattenuti per mesi, permettendoci di reincassarli. A quel punto abbiamo nuovamente corrisposto le somme dei canoni, sottraendo una parte delle somme maggiori (Istat) che avevamo versato nel frattempo, nemmeno tutte quelle che ci spettavano, proprio per facilitare un accordo e chiudere questa storia. Ma più dell’onor potè la bramosia di denaro e Perali, in forza del titolo esecutivo, sul quale di volta in volta aggiunge somme nuove, ha rifiutato.

Il pignoramento dello stipendio e lo sfratto
Ho scoperto così che il titolo esecutivo è una sorta di moderna riduzione in schiavitù: quando un giudice lo concede ad una parte questa può esigere a suo piacimento somme immotivate, ottenendo il pignoramento. Poi, in un secondo momento, anche molto lontano, il pignorato-schiavizzato può chiedere che finalmente una figura terza, il giudice, valuti il fondamento delle pretese dello schiavista-pignoratore.

Arriviamo così al pignoramento integrale del mio stipendio di aprile più il ritiro del quinto delle successive mensilità, fino alla somma di 5400 euro, estorta a titolo cautelativo per un precetto di circa 3700 euro, pari alle spese di giustizia, l’onorario del legale di Perali, più altre somme ingiustificate, il tutto per aver sempre regolarmente pagato l’affitto.
Notate bene, non pago della pretesa dei 3700 euro ne ha prenotati altri 1700. Non c’è male.
Udienza fissata per il prossimo 10 giugno 2015, presso il tribunale civile di Roma.
Il 3 giugno, invece, si presenterà alla nostra porta un ufficiale giudiziario accompagnato da un fabbro, per il rilascio dell’appartamento.

Home Sweet Home
Batte un bel sole su questo terrazzo, che ancora per molto mi ospiterà visti i guai in cui mi ha cacciato il padrone di casa.
Il 3 giugno si presenteranno alla nostra porta, alle 8 di mattina,
Vi aspetto quindi per una festosa colazione antisfratto.

La Fortezza Europa uccide! Un presidio a Roma 

21 aprile 2015 2 commenti

  LA FORTEZZA EUROPA UCCIDE
BASTA MORTI IN MARE

Tempi di stime, calcoli e cordoglio istituzionale.
Tempi in cui, mentre corrono le ore, altre persone perdono la vita soffocate nel muro d’acqua ultra militarizzato chiamato Mar Mediterrano.

Tempo, il nostro, in cui dire basta.

Con la strage del 3 ottobre 2013 a largo di Lampedusa, l’Italia ha definitivamente imparato a strumentalizzare i propri massacri. A quella tragedia è seguita “Mare Nostrum”, una cosiddetta operazione umanitaria, il cui reale obbiettivo era ricattare le istituzioni europee con la minaccia di un’invasione e continuare a finanziare l’agenzia per il controllo delle frontiere Frontex, nella guerra contro le persone migranti. Oggi indietreggiare le navi da guerra che sorvegliano il Mediterraneo, con l’operazione Triton, significa provocare tante morti: è un calcolo lucido e spietato.

Noi non siamo complici di questi assassini e lo vogliamo gridare forte.

Per farla finita con i massacri e con il business dell’accoglienza.
Per dire no alle guerre esportate in nostro nome.
Contro il regolamento di Dublino e le leggi che legano il permesso di soggiorno delle persone immigrate allo sfruttamento.
Per la chiusura immediata dei centri di detenzione per immigrati.

MERCOLEDI’ 22 APRILE ORE 17
PRESIDIO DAVANTI IL MINISTERO DELL’INTERNO

appuntamento a Piazza Esquilino

  

il 25 aprile e la Italstage

21 aprile 2015 Lascia un commento

È direttamente Paola, mamma di Matteo Armellini, a prendere parola e mettere nero su bianco il malessere per questa notizia, che per molti apparirà una non notizia.

Matteo ha perso la vita lavorando per questa società che gli si è accartocciata addosso, uccidendolo, società che ora in pompa magna sta allestendo il palco per le celebrazioni ufficiali del 70* esimo anniversario della Liberazione.  Liberazione difficile da festeggiare, soprattutto quest’anno che abbiamo visto affogare nei nostri mari decine e decine di Fosse Ardeatine.

Vi lascio con le righe di Paola Armellini… 


Cari firmatari, 

matteo armellini…

la Società Italstage sta contribuendo all’allestimento in Piazza del Quirinale di una struttura per il palco che servirà per la commemorazione del 70° anniversario della Liberazione. L’Italstage è la stessa società che allestì il palco al PalaCalafiore di Reggio Calabria per il concerto di Laura Pausini, quando perse la vita mio figlio Matteo Armellini.


Per quanto accaduto questa società ha patteggiato una penale di 70 mila euro, ma il suo rappresentante legale, Aumenta Pasquale, è stato rinviato a giudizio insieme ad altri sei.

Mi permetto d’indignarmi per la tanta disattenzione, che mostra una sconcertante mancanza di quella moralità che sarebbe invece necessaria per un evento come quello del 25 aprile, previsto nella Piazza del Quirinale: una cerimonia alla quale partecipano il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e numerose autorità dello Stato.

Questo episodio mette in luce la superficialità e la leggerezza di comportamento che purtroppo si riscontra anche in campo lavorativo e che a volte causa danni irreparabili ai lavoratori e alle loro famiglie.

Spero di non essere considerata con tanta leggerezza e, come già fatto, esprimo ancora una volta l’auspicio che la giustizia possa fare il proprio corso. Vorrei che alle vittime venisse restituita la dignità e che ne fosse onorata la memoria con atti responsabili e degni di professionalità.

Gilberto Caldarozzi denuncia baruda.net per diffamazione

16 aprile 2015 8 commenti

Nell’aprile del 2013 fui convocata in via Genova, negli uffici Digos, images
dove ebbi un colloquio volto a stabilire se questo sito, dal nome Polvere da sparo, era riconducibile alla mia persona in quanto era stata presentata una denuncia per un post pubblicato. Certamente. E’ registrato con il mio nome e cognome, così come è presente il link alla mia pagina personale di diversi social network, dove è ben visibile e chiara la mia identità.

Da alcuni accenni si poteva capire che il denunciante era qualcuno di importante, nei vertici della Polizia, “offeso” per quel che era stato scritto sulla mia pagina e che c’era Genova di mezzo. Ma poi fu solo silenzio, fino a poco fa …

CONTESTAZIONE DL FATTO DI REATO

PERNICIARO
del delitto p. e p. degli art. 595 c.p. comma 3, perché in qualità di registrataria del dominio “baruda.net” consentiva la pubblicazione di scritti offendendo la reputazione del denunciante Gilberto Caldarozzi, con messaggi del seguente tenore: “Gilberto Caldarozzi, “illustre” assistito del neo ministro della giustizia, noto torturatore (ah NO! scusate: non è un torturatore eh! Solamente uno che ha assistito a tutto il pestaggio della Diaz, ai denti saltati, alle ossa spaccate a bastonate e calci e poi ha pensato bene di far tutto quel che era in suo potere per occultare i fatti. Non un torturatore quindi, fate voi)”
Commesso in data antecedente e prossima al 19/07/2012

PARTI OFFESE

CALDAROZZI Gilberto, nato a Roma il 20/03/1957

Vi lascio intanto il link dell articoli presenti all’interno della denuncia: QUI

Seguiranno aggiornamenti …

Klodian Elezi, morto di Expo.

13 aprile 2015 6 commenti

Solo sul giornle Brescia Today son riuscita a trovare il nome di quest’uomo.
Che poi uomo, quale uomo, aveva 21 anni, un ragazzetto.

Nessuno lo nomina, probabilmente perché albanese.
Però l’11 aprile ha fatto un volo di 5 metri, all’interno del cantiere della Teem, sbattendo la testa e morendo sul colpo, da un ponteggio dove lavorava senza alcuna imbracatura.

Klodian Elezi, questo era il nome di questo giovane ragazzo da anni residente con tutta la famiglia nel bresciano,
che è morto per garantire l’inaugurazione di una una galleria nei pressi del futuro casello di Pessano con Bornago, che va inaugurata per l’Expo, perché sarà la prossima futura tangenziale esterna milanese.
Un morto di Expo, volato giù come una mela senza diritto nemmeno ad avere un nome a quanto pare,
impiegato in un cantiere ora posto sotto sequestro e da cui son subito sbucate molte irregolarità, tra cui in primis l’assenza dell’imbracatura di sicurezza, che avrebbe permesso a Klodian di assaporare questa primavera e tante altre.

Ponte Galeria: quando l’autolesionismo è il mezzo per bloccare le deportazioni.

13 aprile 2015 1 commento

Dal blog Hurriya:

cie-ponte-galeria-17Ieri 11 aprile, un gruppo di solidali si è riunito in presidio di fronte alle mura del CIE di Ponte Galeria per sostenere le persone recluse, dopo le notizie degli ultimi giorni che raccontano l’ennesimo episodio di resistenza e repressione nel centro: di fronte ad un tentativo di deportazione in Tunisia alle 4 del mattino, un prigioniero, Mohammed, ha tentato di opporre resistenza tagliandosi le vene e ingerendo una lametta. Un gesto estremo, che ha messo a rischio la sua vita, per evitare di essere riportato con la forza nel paese dove lo aspetta il carcere e per protestare contro la macchina delle espulsioni che schiaccia le volontà dei singoli con la connivenza delle autorità implicate, italiane e dei paesi di origine dei reclusi (basti pensare che in questo caso era stata avanzata una richiesta di protezione internazionale).

Dopo essere stato lasciato per alcune ore senza alcuna forma di assistenza, disteso nel suo stesso sangue, finalmente qualcuno si è degnato di trasportarlo al pronto soccorso dell’ospedale San Camillo. Non per un atto di umanità ovviamente, ma solo grazie alla solidarietà degli altri reclusi che hanno spinto il personale del CIE ad intervenire e che, a seguito dell’episodio, hanno iniziato uno sciopero della fame. Mohammed è stato riportato dall’ospedale di nuovo al CIE ancora con la lametta nello stomaco e poi nuovamente al pronto soccorso dove ha subito un’operazione, mentre un piantone delle guardie non gli permetteva alcuna forma di comunicazione. Dubitiamo, ovviamente, della qualità dell’assistenza che ha ricevuto in un ospedale i cui medici non si sono fatti scrupoli a riconsegnarlo velocemente nelle gabbie del CIE senza preoccuparsi della sua salute. Ospedale, il San Camillo, tristemente noto per la sua collaborazione con la direzione del CIE con cui, evidentemente, collabora sulla pelle dei reclusi che vengono rimandati in fretta e furia al CIE senza le cure necessarie.

Proprio in queste ore Mohammed è stato riportato al CIE di Ponte Galeria e lo sciopero della fame dei reclusi sembra essere concluso.

La rabbia dei compagni di Mohammed è forte e ce l’hanno dimostrata durante il presidio, facendoci sentire urla e battiture, dando senso e forza alla nostra presenza lì, in un posto generalmente isolato dalla città ma, in occasione di una fiera commerciale, pieno di persone completamente indifferenti a quanto stava succedendo. Rabbia, la loro e la nostra, diventata ancor più forte dopo la notizia, arrivata dai reclusi, che due deportazioni verso la Tunisia erano effettivamente avvenute, con lo stesso volo su cui sarebbe dovuto salire Mohammed e che uno dei ragazzi deportati, una volta arrivato in Tunisia, è finito in ospedale dopo essere stato ferocemente picchiato dalla polizia italiana e tunisina. Rabbia, la loro, che ha anche spinto uno dei reclusi a cucirsi le labbra con il fil di ferro, come già accaduto in passato ad altri reclusi.

Solidarietà con i prigionieri e le prigioniere di Ponte Galeria
Contro tutti i CIE e contro tutte le frontiere

LEGGI: Sangue a Ponte Galeria

La NON storia di Rai Storia su Giorgiana Masi

13 aprile 2015 4 commenti

Schermata 2015-04-13 alle 10.00.28Incredibile.
Difficile in 9 parole più una data fare due errori madornali.
Grave, essendo un fatto storico che ha quasi 40 anni,
Grave ancor di più se pensiamo che tutto ciò è fatto da Rai Storia, in un social network dai poteri virali.

Neanche la data azzeccano: Giorgiana Masi è stata uccisa il 12 maggio, all’imbocco di Ponte Garibaldi.
Giorgiana Masi non è stata colpita da un proiettile vagante che gironzolava per il lungofiume romano:
No, Giorgiana è stata trucidata da un proiettile sparato da un agente di polizia in borghese,
e la storia è storia,
per quanto voi proviate a cambiarla, ci siamo sempre noi qui, pronti a ricordarvela.
Come vi piace esser collusi con gli assassini di Stato!

AGGIORNAMENTO 😉 :
Poco prima delle 11 la redazione di Rai Storia, forse insultata da qualche centinaio di utenti, ha mandato un messaggio che ci allarma non poco. Hanno corretto la data e reinserito il post con quella corretta.
Questo ci fa legittimamente pensare che il 12 maggio saremo costretti a leggere nuovamente di proiettili vaganti.
Vergognatevi ancora un po’.

Schermata 2015-04-13 alle 10.57.40

LEGGI: testimonianze di quel 12 maggio

Gli agenti in borghese di Cossiga, catturati dalla Leica di Tano D’amico

Mumia lotta per la vita in terapia intensiva! FreeMumia!!

2 aprile 2015 4 commenti

Mumia Abu Jamal è nel braccio della morte da quando sono nata. Son 33 anni, e il suo processo è una farsa surreale ben nota, che però nessuna grande mobilitazione è riuscita a far stracciare.

Mumia il 30 marzo è stato trasferito al reparto di Terapia Intensiva dell’ospedale di Pottsville, dopo una traduzione dal carcere SCI Majanoy di Frackville, per valori di glicemia altissimi nel sangue, senza che nemmeno un famigliare o avvocato venisse avvertito. 779 di glicemia, ad un passo dal coma dal coma diabetico che viene diagnosticato quando il valore raggiunge 800.
Lo ha scoperto il suo caro amico Johanna Fernández solo recandosi, lunedì mattina, al carcere per un colloquio, proprio perché molto preoccupato per le sue condizioni di salute che peggioravano da giorni, anche con visibili eczemi: erano più di tre mesi che le condizioni di Mumia erano visibilmente critiche, come racconta anche il fratello e i parenti più stretti a cui son state negate le visite fino alla tarda mattinata del 1 aprile,
mattinata in cui ha potuto avere un colloquio di 3o minuti con la moglie e il fratello.
Malgrado i tre mesi in cui ha provato ad accedere a tutte le cure possibili per la sua situazione dermatologica, e ha fatto anche tre prelievi di sangue, mai si erano presentate diagnosi di diabete, quindi è ancora tutta da capire la situazione medica del prigioniero Mumia:
per di più a causa delle sue condizioni di salute a gennaio era stato punito con 2 settimane di privazione di colloqui e aria perchè non si era sveglilato al momento della conta, ma era rimasto in un sonno profondo.
Ora combatte in terapia intensiva, senza la possibilità di vedere la sua famiglia, che rimane fuori della terapia intensiva senza riuscire ad avere accesso se non per qualche minuto.

Seguite intanto il sito PrisonRadio per aggiornamenti!
Speriamo si possa scendere per le strade per far sentir Mumia meno solo, per lottare per la sua libertà, e per sputare in faccia a 33 anni di ingiusta condanna.
FREE MUMIA! FREE ALL PRISONERS!

Mammaliturchi: sequestro in corso in Turchia del magistrato che indagava sull’assassinio di Berkin Elvan

31 marzo 2015 3 commenti

Ciao Berkin!

E’ di poco fa la notizia del sequestro di Mehmet Selim Kiraz, magistrato turco prelevato da uomini armati all’interno del tribunale di Istanbul: questo magistrato ha un incarico non da poco, seguendo l’inchiesta aperta sull’assassinio di Berkin Elvan, morto dopo 269 giorni di coma seguiti al colpo gratuito che lo lasciò a terra.

Colpisce la poca informazione di Repubblica.it che lo definisce “giovane attivista” perché non era per niente così.
Era giovane, questo sì, diciamo che era praticamente un bambino,perché aveva 14 anni. E non era un attivista.
Era uscito di casa per comprare del pane per poi ritrovarsi col cranio sfondato da un lacrimogeno.
Ha lottato 269 giorni, in coma, arrivando a pesare 16 kg, “il giovane attivista” di cui parla Repubblica.

Ma torniamo alla notizia invece che al nulla di Repubblica.
Il sequestro è stato poco dopo rivendicato dal DHKP-C con la pubblicazione della fotografia in cui è ritratto con una pistola puntata alla tempia e la richiesta che la polizia confessi il suo assassinio. Oltre che la liberazione e l’assoluzione di tutti i prigionieri, detenuti per le manifestazioni di solidarietà verso Berkin.
Nel frattempo le forze speciali turche hanno evacuato il tribunale con un blitz militare

Ci aggiorniamo tra un po’…

LEGGI: A Berkin, alla sua mamma

Il diritto all’autodeterminazione sulle proprie ovaie e sul modo di curarsi…

26 marzo 2015 1 commento

Posto quest’articolo perché l’ho letto con rabbia ed empatia.
Perché nel mio anno dentro un ospedale pediatrico e in tutti quelli che ancora vivrò entrando ed uscendo da ospedali per lottare insieme a mio figlio per una vita dignitosa, ho imparato tante cose.
Perché in questi anni ho scoperto la malattia in tutti i sensi tranne che sulla pelle mia: ed è una situazione particolare.
Mio figlio pagherà per sempre le conseguenze di un arresto cardiaco e i suoi occhi lo urlano,
mia madre combatte, fa chemio, fa interventi, rifà chemio.
Si impara tanto e cambia tutto. Si impara l’umilità e la lotta quella con le unghie e i denti e le lacrime e i porchiddii.
Si impara, e quando ci si guarda intorno spesso ci si sente soli ma soli tanto,
perché chi ti circonda spesso ancora lo senti dire “aho ma che sei spastico?” e poi guardi la mano di tuo figlio che ogni giorno fa più cose ma ogni giorno è più storta e te ne vorresti tornare a casa.
Soli, perché sulla disabilità spesso si scherza con una cattiveria che appare innocua finchè non si trafigge nel cuore di chi la combatte ogni giorno. E fa male.
Si scherza facile, si giudica con ancora più facilità

La disabilità così come il cancro.
Il maledetto cancro che ci sta sterminando, uno ad uno che pare una guerra vaffanculo.
E allora anche io quando ho letto le battute su Angelina Jolie ho avuto un conato e capisco quanto più grosso del mio sia quello di compagne e amiche che da prima di me lo combattono o subiscono.
Dovremmo imparare a ridere di altro, ecco.
Tutto qui.

Da Le amazzoni Furiose:

Non che voglia in alcun modo paragonarmi a lei, cosi` bella e ricca, pero` forse io e Angelina Jolie qualcosa in comune ce l’avremo presto. In un futuro non troppo lontano, anch’io togliero` le ovaie. Non sono portatrice di una mutazione BRCA come la Jolie, ma mi sono ammalata di cancro al seno a soli 30 anni e il mio e` un carcinoma fortemente ormonoreponsivo. Significa, in parole povere, che la stragrande maggioranza delle mie cellule cancerose utilizzano estrogeni e progesterone per riprodursi. E` per questo che, oltre ad avermi prescritto il tamoxifene per 5 anni, gli oncologi del centro presso cui sono in cura, mi hanno bloccato le ovaie impedendo a queste ultime di produrre estrogeni. Fino al prossimo anno, la soppressione ovarica avverra` mediante l’iniezione di Decapeptyl ogni 28 giorni. Considerando, pero`, che e` mia intenzione proseguire oltre i 5 anni, dal momento che, come rilevato recentemente dall’Associazione Italiana Registri Tumori (AIRTUM) nel rapporto I tumori in Italia. Prevalenza e guarigione da tumore in Italia, nel caso del cancro al seno occorre aspettare 20 anni prima di raggiungere un’attesa di vita simile a quella della popolazione generale (qui), sto seriamente considerando l’ovariectomia.
E` una decisione non facile e sono molto contenta che la mia oncologa mi abbia rassicurata sul fatto che andremo avanti con la soppressione chimica finche` non mi sentiro` pronta per l’intervento chirurgico. Ha inoltre precisato che una misura di questo tipo non mi garantisce che la malattia non si ripresentera`. “Qui certezze non ce ne sono”, mi ha detto. Allo stesso tempo, pero`, ho intenzione di utilizzare tutti gli strumenti a disposizione per ridurre le probabilita` di recidiva. Lo faccio per me, perche` voglio vivere e a lungo, ma anche per mio marito e per i miei genitori

e poi dal blog di Lorenza:
Basta.
Vi prego, basta con le battute su Angelina Jolie che si fa togliere il cervello, la fica, i piedi.
Basta.
Ve lo chiedo come un favore personale.
Ve lo chiedo perché mia madre è morta di cancro in 11 mesi.
Ve lo chiedo perché mia zia, la mia adoratissima zia, ha combattuto quindici anni prima di morire anche lei.
Ve lo chiedo per le mastectomie delle donne della mia famiglia.
Ve lo chiedo per la mia ecografia annuale, che ogni volta è un momento terrificante.
Non fate ridere.
Dimostrate solo tanta ignoranza e una totale mancanza di empatia e rispetto.
E non per Angelina, ma per lei, per l’Amazzone Furiosa che non ho mai visto dal vivo, ma per la quale bestemmio e spero.

Sta per iniziare l’operazione Amberlight: VOLANTINO DA STAMPARE E DIFFONDERE IL PIU’ POSSIBILE

23 marzo 2015 2 commenti

Era solo l’ottobre 2014 quando l’operazione Mos Maiorum si è svolta in tutti i paesi europei,
una full immertion di retate contro i migranti durata 13 giorni, che ha toccato tutti i porti, le stazioni e i punti di passaggio delle persone in movimento, legale o illegale.
Non era certo la prima di queste operazioni su scala europea e tra pochi giorni inizierà l’ennesima operazione, che vede la comunità europea e le sue polizie, in collaborazione con Frontex, impegnate dal 1 al 15 aprile in controlli, fermi, retate: si chiamerà Operazione Amberlight .
Lo scopo è facile da intuire: reprimere, arrestare quanti più irregolari possibile usando la solita scusa della raccolta di informazioni sulle rotte migratorie

SCARICA, STAMPA E DIFFONDI IL VOLANTINO IN ALTA RISOLUZIONE.
Il blog Hurriyya, che diffonde questo volantino e le informazioni riportate qui sotto, ci informa che presto questo volantino sarà tradotto anche in arabo e in altre lingue, per permetterne una diffusione massiccia, che è la vera arma che si ha contro questo tipo di operazione. L’informazione sta circolando molto poco, facciamo in modo che si sappia, che si possano trovare questi volantini nelle stazioni, nei porti e in tutti i punti di passaggio dei nostri compagni migranti.
Perchè siano liberi di circolare e vivere in questa maledetta Fortezza che è l’Europa.

raids_amber_webDal blog Hurriya

Dal blog Hurriya
Dal 1 al 15 aprile è quindi previsto un aumento delle retate in tutta Europa.

I luoghi maggiormente interessati saranno:
– stazioni
– aeroporti
– bus
– metro
– porti
– autostrade
– treni
– snodi di transito 
– mercati
– frontiere interne alla Fortezza Europa
La notizia della prossima “Operazione Amberlight” sta circolando pochissimo, uno dei pochi siti per il momento è questo.

Avvisiamo più persone possibile.
Portiamo la solidarietà in strada.
Respingiamo insieme le retate.
Gli unici stranieri sono gli sbirri nei quartieri.

Nell’ultimo documento rilasciato da Statewatch (consultabile qui) Domenica 22 Marzo , si precisano alcuni punti, non chiariti in precedenza, sulla prossima operazione “AMBERLIGHT 2015″:

DATE dell’Operazione – l’operazione AMBERLIGHT è prevista nel periodo 1-14 aprile 2015 o dal 18 al 30 Aprile 2015
OBIETTIVI – Lo scopo dell’attività “AMBERLIGHT 2015″ è quello di intensificare i controlli alle frontiere […] e si propone di raccogliere informazioni sugli “overstayers “(cittadini di paesi terzi) alle frontiere aeree esterne (per overstayers si intendono le persone che soggiornano oltre il periodo previsto da un visto o un permesso di soggiorno, oltre che le persone senza documenti)
ATTUAZIONE – Sono previsti controlli alle “frontiere aeree” degli stati membri e dei paesi associati all’accordo di Schengen, cioè negli aereoporti. Tuttavia si specifica che, come nelle precedenti operazioni, c’è la “possibilità di estendere i controlli anche alle frontiere marittime e terrestri, su richiesta della maggioranza degli stati membri.”
In quest’ultimo caso i controlli si concentrerebbero, come nell’ultima operazione Mos Maiorum, anche sui treni diretti negli altri paesi europei, nelle stazioni , ai valichi di frontiera e lungo le strade ed autostrade che collegano i vari paesi europei.

Shaimaa sarebbe morta perché magra: la vergognosa versione ufficiale

23 marzo 2015 Lascia un commento

Ve la ricordate Shaimaa?
Shaimaa era una compagna, una compagna in prima linea, una compagna che ha contribuito alla costruzione di piazza Tahrir e di quel movimento rivoluzionario poi affogato nella repressione. Shaimaa non aveva smesso di combattere per un nuovo Egitto, ed era in piazza, il giorno che l’hanno ucciso, per portare un fiore ai suoi compagni uccisi, nel 4° anniversario di quello storico 25gennaio.
Un fiore rosse, un fiore di libertà, un fiore di una rivoluzione che voleva sbocciare e in cui lei ha creduto finchè quei colpi inutili, gratuiti e letali, l’hanno lanciata tra le braccia del suo compagno, dove è morta poco dopo.

Ora la polizia egiziana, dopo una manciata di mesi, ci fornisce la sua versione: vi ricordate quando quel tipo fu crocifisso ma in realtà morì di freddo? Ecco, a Shaimaa accadde più o meno la stessa cosa di Gesù Cristo.
Shaimaa non è morta perché l’hanno uccisa, non è morta perché il suo cuore è stato trafitto,
ma perché era troppo magra, e l’assenza di grasso ha permesso ai pallini da caccia di entrarle nella carne ed ucciderla.

Troppo poco felafel Shaimaa, la tua colpa è stata mangiare poco, questo hanno avuto il coraggio di dichiarare ufficialmente i tuoi assassini, quelli che hanno fatto fuoco mentre preparavi uno striscione, in una piazza più che tranquilla,
dove tutto serviva tranne il piombo e il sangue.
Qui l’articolo in inglese con le dichiarazioni ufficiali: LEGGI, che mi fa schifo anche linkarlo.

LEGGI: A Shaimaa

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