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“Dal letame nascono i fior”?? …sul carcere di Bollate

5 marzo 2010 Lascia un commento

1969 _ Carceri in rivolta_

Pubblico con molto piacere una lettera di Carmelo Musumeci, a cui spesso do spazio in questo blog; ergastolano rinchiuso nel carcere di Spoleto.
Carmelo giustamente, nel leggere il Corriere della sera di martedì rimane un po’ sconcertato dello spazio dato alla notizia (ottima) di una gravidanza tra le sbarre. Come è potuto accadere? Due detenuti che hanno rapporti sessuali dentro il carcere! Il miracolo? Finalmente il diritto all’affettività per i detenuti anche nel nostro paese di merda?
No. Assolutamente !!
I due hanno avuto rapporti clandestini (pensa che palle, tutto estremamente di corsa e con qualche tonnellata di ansia)nell’aula scolastica :
i giornalisti, palesemente invidiosi del fatto che anche i detenuti hanno più orgasmi di loro, sono corsi ad urlare allo scandalo.
In prigione si sta meglio che in vacanza: si mangia, si riposa e si tromba pure!!!
In realtà il carcere di Bollate è un esperimento, unico nel nostro paese.
Quando parliamo di carcere sperimentale parliamo anche di un certo tipo di detenuti, di percorso rieducativo etc. etc. ,
insomma col cavolo che un detenuto “normale” finisce a Bollate!
Noi comuni mortali, noi che non ci venderemmo mai nessuno, noi che non ce piace chiacchierà … noi si finisce in 9 in cella a far l’amore con la claustrofobia e i blindati chiusi.

Perché nelle carceri italiane ci si può togliere la vita ma non si può fare l’amore?
di Carmelo Musumeci dal Carcere di Spoleto, marzo 2010

Nel Corriere della Sera di martedì 2 marzo 2010 ho letto che nel carcere di Bollate una detenuta è rimasta incinta da un detenuto.
Radio carcere sostiene che erano fidanzati e che si potessero vedere solo nell’aula scolastica dell’istituto.
La cosa mi ha fatto sorridere, perché fa tenerezza che in un luogo di sofferenza e dolore nasca l’amore e la vita.
Ho continuato a leggere l’articolo, ad un tratto ho smesso di sorridere.
-Il segretario del sindacato di polizia penitenziaria SAPPE, che ha denunciato l’accaduto, chiede che il ministro Alfano predisponga approfondimenti.
Incredibile!
Il carcere di Bollate, l’unico che in Italia funzioni e che applichi il principio rieducativo previsto dall’articolo 27 della Costituzione, fa scandalo perché i detenuti invece di ammazzarsi fanno l’amore.
Pazzesco!
Il segretario del sindacato di polizia penitenziaria invece di chiedere approfondimenti nei carceri dove si muore come mosche, (da gennaio dodici suicidi dietro le sbarre, al 26/02/2010) chiede approfondimenti nell’unico carcere dove non si è suicidato nessuno, ma è stata concepita una vita.
Tutti parlano e scrivono dei morti in zone di guerra in Afghanistan o in Iraq, ma nessuno ormai parla e scrive più dei morti in carcere in Italia.
Che strano paese è l’Italia: fa notizia che due detenuti invece di ammazzarsi fanno l’amore, ma nessuno scrive e parla del fatto che le persone che si sono tolte la vita nel nostro paese in carcere sono superiori ai soldati americani morti in Afghanistan o in Iraq.
Ricordo ai politici di questo nostro strano Paese che il desiderio d’amore è naturale e istintivo; che l’affettività è da sempre considerata un diritto fondamentale;
che la pena dovrebbe privare le persone soltanto della loro libertà;
che sono ormai tantissimi i Paesi nei quali sono permessi i colloqui intimi, persino paesi come l’Albania, considerato fanalino di coda dell’Europa;
che è disumano il divieto di dare e ricevere una carezza o un bacio dalla persona che ami;
che la mancanza di contatti intimi reca danni alla psiche e alla sfera emozionale;
che un individuo in carcere non perde il diritto di avere diritto;
che un carcerato resta un membro della famiglia umana: anche i detenuti, piangono, sorridono, si nutrono, respirano e pensano, eppure molti di noi non hanno rapporti intimi con le loro compagne da decenni.
Non è naturale questo modo di vivere: in carcere i detenuti non dovrebbero perdere il diritto di amare e di essere amati.

Perché nelle carceri italiane ci si può togliere la vita ma non si può fare l’amore?

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Il sesso tra le sbarre nell’era del Bungabunga

Roma: laboratorio di repressione!

4 marzo 2010 Lascia un commento

Quelli pericolosi siete voi!
Storie di ordinaria repressione in Italia.

Questo vuole essere un atto di denuncia, una dura condanna e una chiara presa di posizione di fronte alla grave iniziativa intrapresa dalla Questura di Roma nei confronti di un attivista del Laboratorio Acrobax da tempo impegnato a fianco delle lotte sociali dei precari e dei disoccupati, per la difesa dei beni comuni sul territorio e per il diritto all’abitare a fianco dei movimenti di lotta per la casa. Ci riferiamo alla disposizione per l’articolo 1 della legge 1423, varata dal famigerato governo Tambroni nel lontano 1956, sulla pericolosità sociale che, dal novembre dello scorso anno, ha colpito Rafael. Un provvedimento della durata di tre anni e che da ieri è stato confermato e reso esecutivo dal Questore di Roma, respingendo formalmente il ricorso legale.

Si contesta al nostro compagno di essere un soggetto “socialmente pericoloso per la sicurezza e per la pubblica moralità” e lo si invita a cambiare comportamento perchè questo infame dispositivo legislativo  e il suo uso politico, includono per di più la minaccia di ricorrere ad ulteriori misure di prevenzione come la sorveglianza speciale, prevista dagli articoli che seguono, qualora vi siano ulteriori deferimenti o segnalazioni di violazione delle disposizioni inerenti la legge stessa.

Gli vengono contestati i carichi pendenti relativi a processi tutt’ora in corso (questo compagno all’oggi non ha nessuna condanna per nessun reato!) per i quali gli viene attribuita la supposta pericolosità sociale e che rappresentano, secondo la Questura, le sufficienti motivazioni per “configurare un profilo del soggetto in linea con le categorie previste dall’art. 1 e conforme al concetto di condotta e pericolosità sociale, espresso nell’art. 4 della citata legge”. Non solo, il provvedimento prosegue aggravando l’ipotesi, poichè si valuta addirittura che “l’asserito e spiccato interesse per le forme di partecipazione politica di base che pone all’attenzione pubblica temi di interesse generale, non esclude la commissione di reati specifici per i quali l’istante si è reso già responsabile”.

Nel pieno della devastante crisi globale, siamo alla pantomima del peggiore processo alle intenzioni… o nella migliore delle ipotesi, dentro il set di minority report! Invece è purtroppo un decreto ufficiale del Questore di Roma.

Riteniamo poi gravissimo l’accostamento dello spiccato interesse alla partecipazione della vita politica di base, con le ipotesi di reiterazioni di reati già contestati, reati peraltro di lieve entità e tutti legati alle lotte sociali e che, come tali, non possono e non devono subire in silenzio la demonizzazione giudiziaria o, come spesso accade, il linciaggio mediatico, dentro quel generale “laboratorio della repressione” che vede nella penalizzazione della partecipazione politica alla vita sociale e all’autorganizzazione uno degli strumenti più usati dal potere. Un abuso, dunque, per punire e sorvegliare chi da anni è presente nei territori della nostra città a fianco degli esclusi. E’ come dire: se protesti ancora una volta io ti arresto. Perchè la questione non è fare qualcosa di “illegale”, ma anche semplicemente stare in un luogo, ad esempio una manifestazione, una casa occupata, un meeting, un presidio, con determinate persone, altrettando pericolose…ad esempio i tuoi compagni di lotta e di vita.

Ma i nostri sono spazi di democrazia diretta, di autorganizzazione e di autogoverno che vogliamo difendere fino all’ultimo respiro, come il diritto alla partecipazione politica dal basso di tutti i cittadini, all’agibilità democratica che, giorno dopo giorno, la svolta autoritaria in corso da anni nel nostro paese ci vorrebbe progressivamente negare.

Foto di Valentina Perniciaro

Chiediamo l’immediata revoca del provvedimento sulla pericolosità sociale per il nostro compagno e rivendichiamo il diritto alla partecipazione dal basso alla vita politica della nostra città e del nostro Paese. Continueremo a lottare per la libertà e la dignità di tutte e tutti, oltre i limiti imposti da queste leggi ridicole, “politiche” e razziste, che sono fuori dai tempi e dai linguaggi della nostra storia e del futuro che vogliamo costruire.

Per questo insieme ad un gruppo di attivisti delle lotte sociali sparsi per l’Italia e a diverse realtà impegnate sul carcere, abbiamo iniziato a lavorare ad un inchiesta/libro bianco sulla repressione e il controllo in Italia, dal titolo provvisorio di “Sorvegliati e puniti”. Un percorso che coinvolga singoli attivisti, collettivi autorganizzati, sindacati di base, reti che si muovono per i diritti e la libertà, ma anche studi legali, giuristi, intellettuali…

Invitiamo tutt* a leggere la presentazione del progetto sul sito www.indipendenti.eu e a contribuire alla costruzione di questo lavoro collettivo in tutti i modi possibili, collaborando, facendo girare l’appello, inviandoci informazioni e contributi all’indirizzo:libertadimovimento@inventati.org.

Per manifestare il proprio sdegno e segnalare la propria solidarietà inoltre chiediamo di sottoscrivere(inviando una mail al medesimo indirizzo)questo appello che verrà inoltrato alla Questura di Roma insieme al nuovo ricorso per la sospensione immediata del decreto.

Laboratorio Acrobax
Coordinamento cittadino di lotta x la casa
Rete degli Indipendenti

Per salvare la vita di AVNI ER, oppositore turco, giornalista comunista.

2 marzo 2010 Lascia un commento

LA SOLIDARIETÀ È UN’ ARMA: USIAMOLA!
APPELLO per AVNI ER

Qualche giorno fa è stato trasferito nel CIE di Bari il cittadino turco Avni Er rispetto al quale il governo turco di Ankara ha avanzato tempo addietro formale richiesta di estradizione.
Avni Er è colpevole solo di aver svolto nel corso degli anni una puntuale denuncia delle violazioni dei diritti umani e della libertà d’informazione in Turchia.
Avni Er è un oppositore politico, accusato di appartenere al partito comunista DHKP-C . Il 1° aprile 2004 un’operazione repressiva ha provocato l’arresto di 82 persone in Turchia ed altre 59 persone tra Germania, Olanda, Belgio, Grecia ed Italia.
Tra loro giornalisti dell’opposizione, membri di organizzazioni democratiche e per la difesa dei diritti umani, avvocati ed artisti.
Avni Er, a seguito di un processo scandaloso durante il quale testimoniarono contro di lui, a volto coperto, i torturatori turchi, fu condannato dalla Corte di Assise di Perugia nel 2006 con successiva conferma della Corte d’Appello di Perugia.

Seguì una vasta campagna di mobilitazione e sensibilizzazione cui aderirono diverse associazioni nazionali (Arci, CRVG- Conferenza nazionale del volontariato della giustizia, Antigone) e vari esponenti politici; ci fu una dichiarazione a tutela dell’incolumità di Avni Er e per il rispetto delle norme internazionali a difesa dei diritti dell’individuo da parte dell’europarlamentare Giulietto Chiesa; ci furono molti ordini del giorno da parte del Consiglio provinciale di Lecce (19 marzo 2008), del Consiglio Regionale della Toscana, della Sardegna e della Campania.
Anche il Consiglio Regionale della Puglia, in data 24 giugno 2008, sottoscrisse una mozione contro l’estradizione di Avni Er in Turchia, con esplicito riferimento all’art.10 della Costituzione italiana che recita:
” Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge”.
Ricordiamo che secondo associazioni internazionali ed autorevoli come Human Rights Watch, Amnesty International, nonché la Commissione ONU per i diritti umani ed il comitato Europeo per la prevenzione della tortura, in Turchia vi è il fondato timore di violazioni dei diritti, di trattamenti inumani e degradanti, di tortura.
Ricordiamo inoltre che il curdo Ocalan, nonostante il riconoscimento dell’asilo costituzionale rilasciato dal governo italiano, è da 11 anni detenuto in regime di isolamento totale nell’isola di Imrali. Infine, a dimostrazione della condizione politica in Turchia, citiamo il tentativo di qualche giorno fa dell’ennesimo colpo di stato manu militari.
Allo stato attuale, Avni Er ha inoltrato formale richiesta d’asilo nel nostro paese e, per quanto affermato, – anche in considerazione che la Corte d’Appello d’Anversa il 7 febbraio 2008, impegnata a giudicare 11 militanti del DHKP-C, si è rifiutata di riconoscere tale organizzazione quale “gruppo terroristico”, prosciogliendo tutti gli imputati;
CHIEDIAMO
a tutte le forze democratiche, ai partiti, alle associazioni, alla società, ai sindacati, di aderire e sottoscrivere l’appello in favore di Avni Er, affinchè GLI VENGANO RICONOSCIUTE TUTTE LE FORME DI TUTELA ED IL PRINCIPIO DI NON RESPINGIMENTO.

Per adesioni e sottoscrizioni del documento inviare e-mail presso csidf@libero.it Info: 339 8277593

__AUDIO DA RADIO BLACKOUT__Diretta con Avni Er, dal Cie di Bari, comunista, ma soprattuto nel suo paese, la Turchia,  un giornalista; un paese in cui la libera opinione non può avere espressione. Qui in Italia ha scontato la pena a cui era stato condannato, ma uscito dal carcere, non avendo permesso di soggiorno rinnovato, è stato trasferito al Cie da dove verrà rimpratiato; si invitano i solidali a spingere per far si che gli venga riconosciuto lo status di rifugiato politico, per evitargli la morte al ritorno al suo paese.


Rivolta al C.I.E. di Ponte Galeria

2 marzo 2010 Lascia un commento

Esplode la rivolta a Ponte Galeria

Senza riscaldamenti e senza acqua calda: questo è l’inverno in gabbia tra le sbarre e il cemento del Cie Ponte Galeria a Roma.
Due mesi interi senza assistenza sanitaria, ma i potenti sedativi – la “terapia quotidiana” che viene somministrata ai reclusi – curano perfettamente la sofferenza. «Diamo fondo alle scorte, dal 1° marzo finiscono i giochi» – questa è stata la strategia degli operatori della Croce rossa negli ultimi giorni della loro gestione.
Nel lager della capitale, basta tentare il suicidio per cinque volte in un mese e alla fine un posto in ospedale lo si ottiene di sicuro… Questa è la triste storia di Boukili Wid, liberato tre giorni fa, dopo l’ennesimo e pericolosissimo tentativo di togliersi la vita. Concedere la libertà a una persona disperata è stato l’ultimo atto pietoso e caritatevole che la Croce Rossa ha compiuto all’interno del suo prezioso salvadanaio: il bottino di guerra è stato ridotto all’osso ed è ora di passare la palla al nuovo ente gestore: la cooperativa Auxilium (che gestisce il Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Bari).
I migranti rinchiusi nella sezione maschile, dopo lo sciopero della fame del 12 febbraio scorso, hanno ricevuto un amorevole consiglio dai medici del presidio sanitario: «Continuate a protestare perché dal 1° marzo arrivano quelli che stanno facendo un casino a Bari. Dovrete restare chiusi nelle celle tutto il giorno, avrete diritto solo a due ore d’aria e non esisterà più la mensa… mangerete rinchiusi nelle vostre gabbie».

I giornalisti non aspettano il 1° marzo a Ponte Galeria: i riflettori sono spenti perché qui non c’è facebook e nemmeno la CGIL. Ma i reclusi della sezione maschile decidono comunque di organizzare la propria giornata di lotta.

Ascolta la corrispondenza andata in onda su Radio OndaRossa il 1° marzo 2010
http://www.autistici.org/ondarossa/archivio/100301/pontegaleria.mp3

28 febbraio ore 22.00:
La Croce Rossa si incontra per il passaggio di consegna della gestione del Cie di Ponte Galeria con i dirigenti della Cooperativa Auxilium, che ha vinto la gara d’appalto e che gia’ gestisce il Cara (Centro di accoglienza per richiedenti asilo) di Bari. La polizia fa da immancabile contorno a questo importante avvenimento.
Dalla parte opposta, nell’ ala inaugurata pochi mesi fa, sfruttando il momento che vede concentrati vecchi e nuovi aguzzini su questo grande afffare, si tenta la fuga. Solo un ragazzo riesce a raggiungere il muro di cinta e a tentare il salto verso la libertà. Ma viene inseguito e subito ripreso, e’ il capo stesso della polizia a pestarlo con calci e manganello, di fronte a tutti perche’ sia di esempio. Di fronte ai nuovi, anche se non troppo nuovi, gestori e di fronte ai vecchi gestori che tanto queste pratiche le hanno sempre avvallate. Il ragazzo viene portato via. Inizia la rivolta tra urla e pestaggi della polizia. Si bruciano coperte. Si rompe tutto quello che puo’ essere rotto. Si chiede che venga subito liberato e riportato nella sua sezione. In questo caso la lotta , la rivolta paga! Il ragzzo viene riportato in sezione, malmenato, ma libero dalle mani degli sbirri. La rivolta si calma, sono quasi le 2 di notte.    intervista a un rivoltoso di Ponte Galeria
Ora la situazione all’interno e’ calma anche perche’ molti, la maggiorparte, sono stati sedati, sottoposti a un altra “terapia” forzata. In compenso le cure mediche per chi ne ha bisogno, che non vengono fornite da due interi mesi ancora, non arrivano. Le facce saranno pure nuove ma i metodi sono sempre gli stessi.  intervista la mattina dopo la rivolta

macerie @ Marzo 2, 2010

Da Indymedia leggiamo invece che ieri notte 🙂 verso l’1:00 in varie zone di Roma sono stati accesi focolai in solidarieta’ alla rivolta,della notte scorsa,dei reclusi nel C.I.E di Ponte Galeria.
Solidarieta’ a tutti/e quelli/e che combattono contro l’ abolizione di tutte le galere

Sugli arresti in Italia contro la comunità kurda!

27 febbraio 2010 Lascia un commento

COMUNICATO STAMPA DELLA CONFEDERAZIONE COBAS

E’ dalle elezioni del marzo 2009 in Turchia – quando il DTP/partito “ filokurdo” ha ottenuto l’8% dei voti nazionali e 22 deputati(13 donne); il 75% dei voti nel Kurdistan – che le massime istituzioni militari e il Governo Erdogan , hanno accentuato la repressione nei confronti del popolo kurdo.
Lo scioglimento del DPT deciso dalla Corte Suprema controllata dai militari, la decadenza dei deputati Kurdi, oltre 500 arresti di dirigenti e attivisti del DTP, la distruzione di numerosi villaggi e ancora migliaia di profughi, oltre 1500 bambini-ragazzi arrestati/condannati a enormi pene, ne sono le conseguenze.
Ora il disegno repressivo Turco – si rivolge contro le Comunità Kurde in esilio in Europa, nonostante la “ road map”di Ocalan ( da oltre 10 anni nel lager di Imrali) e del PKK , proponenti la “ soluzione democratica” , ovvero una Turchia con una costituzione democratica (non più sottoposta ai diktat delle gerarchie militari) in cui convivano e si rispettino le “ minoranze Kurde, Aluite,Armene,…(oltre 50 milioni)”.
Da ieri in tutta Italia è scattato un blitz, con arresti e perquisizioni di centinaia di kurdi – di espulsioni in Turchia per coloro senza permesso di soggiorno( nonostante il “ divieto internazionale” verso gli stati che torturano e/o applicano la pena di morte) – per una ipotesi di reato assurda , quella “ di aver organizzato campi di addestramento per futuri guerriglieri inquadrati nel PKK”.
Essendo a conoscendo della situazione delle comunità kurde in Italia appare inverosimile questa accusa: la guerriglia in Kurdistan ha tutto il territorio che gli occorre , non ha minimamente bisogno di “ basi in Europa”.
Questa “ retata” , ci appare più dettata dalla ragion di stato, a cui si piegano il governo e gli inquirenti nostrani , proni agli affari con la Turchia e dimentichi dell’assoluta mancanza del rispetto dei diritti umani-civili-politici di un paese che attende di entrare in Europa e che ha collezionato ancora nel 2009 centinaia di sentenze colpevoli da parte della Corte Europea di Giustizia.

Il comunicato delle Comunità Kurde in Italia che segue, testimonia l’impegno al “ progetto democratico” in Turchia, sconfessando i blitz e i teoremi politico-giudiziari italiani.
Alle Comunità Kurde perseguitate e demonizzate va la solidarietà e l’incoraggiamento della Confederazione Cobas , l’impegno di contribuire a far cadere questa montatura per far prevalere senza tentennamenti la “ strategia democratica”.
Alla vigilia del 1° marzo , giornata di mobilitazione nazionale a sostegno dei diritti degli immigrati e degli asilanti, nelle iniziative già programmate rivendichiamo oltremodo la liberazione degli arrestati e il blocco delle espulsioni.

Roma 27 marzo 2010 Confederazione Cobas

COMUNICATO STAMPA delle comunità kurde in Italia

La Turchia ha avviato una campagna di criminalizzazione della popolazione kurda in Europa e di tutte le sue espressione associative che promuovono eventi e manifestazioni di carattere sociale e culturale.
Riteniamo che l´operazione di polizia di questa mattina, che ha portato al fermo di diverse persone, rientri in quest´ottica e che l´unico obbiettivo che si tenta di perseguire attraverso ciò, non sia altro che attaccare con forza il diritto del popolo kurdo di auto-organizzarsi e di rendere ancora più difficile la vita di una popolazione che è stata obbligata con la forza a lasciare il proprio paese.
Riteniamo che questo atteggiamento, parallelo a quello che ha portato in Turchia all´arresto di oltre 1500 tra sindaci, amministratori locali, rappresentanti politici, sindacali e della società civile kurda, sia un ostacolo serio allo sviluppo di una dialettica democratica e dia forza esclusivamente al partito della guerra che, in Turchia, vede la vera minaccia alla sua esistenza nella pace e nel dialogo.
Dalle prime informazioni trapelate dalla stampa viene affermato che, in Italia, non sarebbero state trovate armi ed allora sembra divenire anche un crimine il solo incontrarsi per discutere di cultura, politica o delle condizioni socio economiche del popolo kurdo in Europa ed in Kurdistan.

La comunità kurda, che in Italia persegue esclusivamente un disegno di promozione sociale e proprio miglioramento economico, non ha nessun interesse, tantomeno nessuna intenzione, di creare delle minacce per la Turchia e si batte per la convivenza civile e pacifica delle due popolazioni e perché possa essere raggiunta una soluzione equa e democratica della questione kurda in Turchia.
Siamo comunque fiduciosi nel lavoro della magistratura italiana e speriamo che questa situazione possa essere presto risolta in maniera positiva senza discriminare ulteriormente il popolo kurdo.
Tale operazione, inoltre, rende assai più difficile l´attività solidaristica di tutte quelle organizzazioni non governative ed associazioni che si battono per la pace in Turchia ed in tutto il Medio oriente.
Chiediamo alla società civile italiana ed alla opinione pubblica di agire per far si che i diritti fondamentali del popolo kurdo vengano rispettati. Il popolo kurdo è costretto a vivere in esilio a causa di una guerra, scatenata dalla Turchia contro la popolazione civile kurda e che, con la scusa della lotta al terrorismo ha portato, sino ad oggi, alla distruzione di oltre 4500 villaggi ed all´esodo di circa 5 milioni di profughi.
Speriamo che, almeno l´Europa, possa garantire il diritto del popolo kurdo all´esistenza e ad un futuro di libertà.

Le comunità kurde in Italia

 

RADIO BLACKOUT E’ SOTTO ATTACCO!

24 febbraio 2010 2 commenti

E’ un blog in maternità, lo sapete, quindi arriva alle cose con i suoi tempi, con sommo ritardo ormai su tutto.
Spesso salto proprio intere giornate in cui vorrei parlare di tante cose o segnalare notizie, ma in questi giorni è praticamente impossibile.
Ma questa cosa è gravissima e mi scuote l’anima.
Mi scuote l’anima come compagna, come militante, come redattrice di una radio libera.
I nostri compagni torinesi sono sotto costante attacco da tempo, ma in questi giorni la situazione è pesantemente degenerata.
Arresti, perquisizioni, censura totale con una radio perquisita e quindi in silenzio per ore (per un’ora è stato staccato il segnale e si è riuscito a trasmettere solo dopo cinque lunghe ore) : la Digos torinese festeggia.
Tra gli arrestati tre redattori, computer della redazione, otto hard disk , cellulari e le agende telefoniche della radio.
Con i contatti di tutti, soprattutto dei migranti detenuti in Corso Brunelleschi!
La Digos festeggia: a sentirli hanno preso quelli delle azioni contro la Lega Nord, hanno preso i lanciatori di merda nei ristoranti, hanno preso gli “anarco-insurrezionalisti”!

RADIO BLACKOUT SOTTO ATTACCO

Nel pieno della campagna “spegni la censura, accendi blackout!”, ad un mese dalla scadenza prevista del contratto d’affitto con cui Chiamparino cerca di mettere a tacere una storica voce libera e indipendente della città, Radio Blackout subisce questa mattina un nuovo attacco  censorio e intimidatorio.

Con la scusa di un’operazione di polizia inconsistente, volta a criminalizzare l’Assemblea Antirazzista Torinese, che da mesi organizza appuntamenti pubblici di protesta contro l’orrore dei centri di identificazione ed espulsione, la radio viene di fatto sequestrata per più di 6 ore, impedendoci di andare in onda con il nostro consueto palinsesto di quotidiana contro-informazione. Per più di un’ora è stato anche staccato il segnale radio. Messi sotto sequestro apparecchiature informatiche fondamentali per la quotidiana attività della radio.

La nuova “grande operazione”, fatta di 23 perquisizioni, 3 arresti “cautelari” in carcere e altre 3 custodie ai domiciliari  è costruita, ancora una volta, su reati di scarsissima rilevanza penale: insulti, reati contro il patrimonio, resistenza e violenza a pubblico ufficiale e una generica associazione a delinquere. Tre dei colpiti da questi provvedimenti sono nostri redattori. A ordire la trama contro i “nemici pubblici”, il sostituto Pm  Andrea Padalino, già salito agli onori delle cronache per la proposta razzista di rendere obbligatorie le impronte digitali per gli/le immigrati/e.
Radio Blackout non si è mai sottratta dal denunciare pubblicamente con la propria attività informativa le ossessioni xenofobe di questo pubblico ministero. Non ci stupisce che con la dilatata perquisizione mattutina della nostra sede (e con l’operazione tutta) il Pm in odore di carriera cerchi anche una personale vendetta.

L’indagine si sgonfierà presto, il tutto si risolverà ancora una volta in un nulla di fatto. Ma intanto, attraverso la scusa di misure “cautelari”, s’imprigionano e zittiscono le voci scomode. Per parte nostra diamo tutta la nostra solidarietà agli arresati e denunciati. Come mezzo di comunicazione libero e indipendente denunciamo la pretestuosità di un attacco che giudichiamo censorio e intimidatorio. Un attacco che, guarda caso, cade in un momento  particolare della vita di Radio blackout e della stessa città di Torino. Mentre si preparano le elezioni regionali e l’ostensione della sindone, le contraddizioni che attraversano la città e il territorio circostante restano tutte aperte: crisi, disoccupazione,casse integrazione che volgono al termine, l’opposizione popolare all’Alta Velocità, le ribellioni dentro i Cie, il massacro della scuola pubblica. Si cerca insomma  di normalizzare una delle poche voci libere della città.

Ma Radio Blackout non si fa intimidire  e rilancia: la data di scadenza sul tappo continuiamo a non vederla… Spegni la censura, accendi Blackout!

23 febbraio 2010
La redazione di Radio Blackout

Tutt@ a salutarle, prima della deportazione … la solidarietà è un’arma!

12 febbraio 2010 Lascia un commento

Sabato 13 febbraio 2010 appuntamento alle 10.00 di mattina alla stazione Ostiense per andare al CIE di Ponte Galeria a salutare Helen e Florence e far sentire la nostra solidarietà ai reclusi e alle recluse in sciopero della fame.
La notte scorsa hanno trasferito furtivamente in diversi CIE le cinque donne imprigionate dopo la rivolta nel CIE di via Corelli a Milano, che il 12 febbraio avrebbero dovuto essere scarcerate insieme a Mohamed Ellabboubi, morto in circostanze misteriose nel carcere di San Vittore.
Stanno cercando di obbligarle al silenzio perché durante il processo una di loro ha denunciato il tentativo di stupro da parte dell’ispettore-capo Vittorio Addesso.
Pensano così di indebolire la solidarietà e la protesta dentro e fuori i lager di stato, che in questi mesi si è sviluppata in diverse città.

Joy, Helen, Florence, Debbie, Priscilla e tutti i rivoltosi di Corelli non sono più invisibili.
La violenza istituzionale sulla loro pelle non deve passare inosservata.
La solidarietà è un’arma!

Invitiamo tutti e tutte sabato 13 febbraio alle 10.00 alla stazione Ostiense per andare in treno davanti al CIE di Ponte Galeria.
Saluteremo Helen e Florence che stanno per essere deportate a Ponte Galeria ed esprimeremo sostegno ai reclusi e alle recluse in sciopero della fame nei CIE di Roma, Torino, Milano e Bari.

FINCHE’ I CIE ESISTERANNO NESSUNO E NESSUNA POTRA’ DIRSI LIBERO/A CONTRO LA VIOLENZA RAZZISTA E SESSISTA DELLO STATO CONTRO OGNI GABBIA E REPRESSIONE LIBERTA’ PER TUTTI E TUTTE CHIUDERE I CIE

Erri De Luca: prendiamo congedo dall’emergenza contro i rivoluzionari del ‘900

8 febbraio 2010 6 commenti

Prescrizione per i governanti
di Erri De Luca
Le Monde 8 février 2010

Il secolo ventesimo è stato quello delle rivoluzioni, la prima in Russia nel 1905, le ultime nell’Europa orientale dopo il collasso del patto di Varsavia. Con le rivoluzioni sono stati rovesciati i rapporti di forza e di oppressione,emancipando immense masse umane nel 1900, dall’Asia alle Americhe. E’ andata così nel mio tempo, sono stato militante rivoluzionario nell’Italia degli anni ‘70, non per estro di gioventù ma in obbedienza all’ordine del giorno del mondo.
Sono ancora in vita gli ultimi rivoluzionari del 1900. Alcuni sono diventati capi di stato e di governo, per loro si suonano gli inni nazionali. Altri restano dietro sbarre, in esili senza fine, oppure in frastornata libertà dopo decenni scontati in prigione. Queste ultime vite andrebbero protette, perchè sono la reliquia politica del secolo delle rivoluzioni, il grandioso 1900. Per esempio andrebbero protette le vite della signora Sonia Suder e del signor Christian Gauger (accusati di aver appartenuto alla Cellule rivoluzionarie tedesche, formazione politica degli anni 70) che stanno per essere estradati dalla Francia e consegnati alle prigioni tedesche. Spedire al giorno 1 di pena, alla casella di partenza, dei rivoluzionari del 1900, colpevoli secondo l’accusa di reati politici di trenta e più anni fa (otto olimpiadi): non è solo triste, è pure antico. Ribadisce che il ventesimo è secolo ancora in corso, alla faccia del miope che l’ha intravisto breve.
E’ invece tempo di prendere congedo dal secolo delle rivoluzioni, lasciando gli spiccioli di vita degli ultimi rivoluzionari al loro corso, togliendoli dal piccolo martirio delle ultime serrature.
Le polizie devono attenersi a mandati anche se abbondantemente scaduti. Ma esiste la misura e la saggezza politica per correggere distorsioni e stabilire in propria autonomia il tempo di chiudere e quello di aprire.
Le vite di Sonia Suder e Christian Gauger vanno protette non per clemenza, ma per evidenza di tempi scaduti, per diritto politico di chiudere il registro di classe del 1900. Si smette così di suddividere i rivoluzionari in vincitori da accogliere con cerimonia ufficiale, e vinti da estradare. Non perchè sono anziani, l’età, che condivido con loro, non è una attenuante. Attenua, sì, molte cose, ma non la responsabilità di essere stati dei rivoluzionari al tempo necessario.
E’ tempo di dichiarare prescritto il 1900 delle rivoluzioni, per pura igiene fisica e mentale. I nomi di Sonia Suder e Christian Gauger, siano consegnati all’archivio politico e non alla cronaca giudiziaria. E’ una buona occasione per stabilire il primato e la sovranità della politica sulle vite umane.

Prescription pour les gouvernants
di Erri De Luca Le Monde 8 février 2010

Le XXe siècle a été le siècle des révolutions, la première en Russie en 1905, les dernières en Europe de l’Est après l’effondrement du pacte de Varsovie. Les rapports de force et d’oppression se sont inversés avec les révolutions, en émancipant d’énormes masses humaines dans les années 1900, de l’Asie aux Amériques. C’est ce qui s’est passé à mon époque, j’ai été un militant révolutionnaire dans l’Italie des années 1970, non par caprice de jeunesse, mais par obéissance à l’ordre du jour du monde.
Les derniers révolutionnaires du XXe siècle sont encore en vie. Certains sont devenus des chefs d’Etat et de gouvernement, on joue pour eux les hymnes nationaux. D’autres restent derrière les barreaux, dans des exils sans fin, ou bien dans une liberté désorientée après des dizaines d’années purgées en prison. On devrait protéger ces dernières vies, car elles sont les reliques politiques du siècle des révolutions, le grandiose XXe siècle.
Il faudrait protéger par exemple les vies de Sonja Suder et de Christian Gauger (soupçonnés d’avoir fait partie des “cellules révolutionnaires” allemandes), qui sont sur le point d’être extradés de France et remis aux autorités allemandes. Renvoyer au jour numéro un de leur peine, à la case départ, des révolutionnaires du XXe siècle, accusés de crimes politiques vieux de trente ans ou plus (huit olympiades)Pre: c’est non seulement triste, mais dépassé. C’est réaffirmer que le XXe siècle est encore là, en dépit des myopes qui l’ont vu bref.
Il est temps au contraire de prendre congé du siècle des révolutions, en laissant les miettes de vie des derniers révolutionnaires suivre leur cours, en les délivrant du petit martyre des dernières clôtures. Les polices doivent s’en tenir à des mandats d’arrêt, même largement expirés. Mais il existe la mesure et la sagesse politique pour corriger des distorsions et décider en toute autonomie du temps de fermer et de celui d’ouvrir.
Les vies de Sonja Suder et de Christian Gauger doivent être protégées non par clémence, mais par évidence de temps expirés, par droit politique de fermer le cahier de classe du XXe siècle. On cessera ainsi de diviser les révolutionnaires en vainqueurs à recevoir avec des cérémonies officielles, et en vaincus à extrader. Non pas parce qu’ils sont vieux, l’âge, que je partage avec eux, n’est pas une circonstance atténuante. Oui, elle atténue beaucoup de choses, mais pas la responsabilité d’avoir été révolutionnaires au moment nécessaire.
Il est temps de déclarer prescrit le XXe siècle des révolutions, par pure hygiène physique et mentale. Que les noms de Sonja Suder et de Christian Gauger soient consignés dans les archives politiques et non pas dans la chronique judiciaire. C’est une bonne occasion pour établir la suprématie et la souveraineté de la politique sur les vies humaines.

Traduit de l’italien par Danièle Valin

Questo blog aveva già parlato della vicenda di Sonja e Christian

Con Joy ed Hellen. Basta Deportazioni

6 febbraio 2010 Lascia un commento

Il 04/02/2010 l’avvocato Massimiliano D’Alessio chiama in carcere a Como, per l’istanza depositata nel tribunale di Milano il 2 febbraio scorso, che gli autorizza l’ingresso in carcere insieme all’interprete nigeriana per incontrare in colloquio la sua assistita Joy.
Dall’ufficio colloqui del carcere rispondono che è tutto a posto per la suddetta visita.
Il giorno seguente, venerdì 5 febbraio 2010, l’avvocato insieme all’interprete si presenta all’ufficio colloqui del carcere di Como per incontrare la sua assistita e gli viene detto che Joy il 4 febbraio 2010 ha revocato la nomina al suo avvocato di fiducia, Massimiliano d’Alessio, nominando l’avvocata d’ufficio che le avevano assegnato in precedenza e con la quale non ha mai avuto un colloquio né un contatto.
Non avendo potuto incontrarla non ci spieghiamo come Joy abbia potuto scegliere di cambiare l’avvocato che la seguiva fino a quel momento nel processo di appello per la rivolta dello scorso agosto nel Cie di via Corelli a Milano e nella denuncia per tentata violenza sessuale nei confronti dell’ispettore capo dello stesso Cie, Vittorio Addesso, mettendosi così nelle mani di un’emerita sconosciuta.
Allora ci chiediamo: ma ha fatto la richiesta veramente Joy? Quale ‘forza oscura’ l’ha indotta a farlo? In questo modo non ha potuto parlare con il suo avvocato e la interprete nigeriana. Perchè succedono queste cose improvvise? C’è qualcuno o qualcosa che non vuole che si sappia come è andata la vicenda?
Non abbiamo potuto vedere Joy, non abbiamo potuto parlare con Joy, non sappiamo come stia, non sappiamo cosa pensi, non abbiamo potuto dirle che il 12 febbraio, giorno della sua scarcerazione, saremo lì fuori ad aspettarla.
Lei continua a lottare, ma purtroppo è in carcere dove non possiamo comunicare con lei perché loro non vogliono.
Dobbiamo far sapere a tutti che non possono zittirla perchè siamo noi la sua voce!

Appuntamento 12 febbraio ore 6.30 di mattina davanti alla stazione di Albate Camerlata Fs. Dalle ore 7 in poi davanti al carcere di Como – in via Bassone 11 – per aspettare Joy!
Invitiamo chi non può venire a Como a costruire iniziative a supporto del presidio nel territorio in cui vive.

Un ottimo documento dalla/sulla Calabria

28 gennaio 2010 Lascia un commento

Rosarno l’alibi del razzismo e della ‘Ndrangheta
24/01/2010
di ELISABETTA DELLA CORTE e FRANCO PIPERNO

 Sono trascorse alcune settimane dai fatti di Rosarno, ricostruiti ormai con dettaglio e commentati con dovizia, sui mezzi d’informazione; sicché è possibile fare il punto, per quanto provvisorio, su quel che è accaduto e sulle cause congetturali.Diciamo subito che, per noi, i moti di Rosarno, sono un segnale precursore dello scenario, inedito e maligno, che sembra aprirsi per l’agricoltura meridionale, in particolare per quella delle grandi piane.Invece, su quei fatti, gli opinionisti dei giornali del Nord hanno, di preferenza, cercato la genesi nella pulsione xenofoba, se non propriamente razzista, che abita l’anima calabrese; mentre i commentatori dei giornali del Sud hanno, per la gran parte, sposato la tesi secondo la quale tutto ha origine dalle cosche della ‘ndrangheta: sono i boss che hanno fomentato la rivolta tanto tra i braccianti neri quanto tra i cittadini italiani della Piana.
Noi riteniamo che entrambe queste spiegazioni finiscano col rendere ancor più confuso ciò che, in principio, avrebbero dovuto chiarire; e tutte e due approdano alla invocazione insana: più stato nel Meridione; come se, a datare dall’Unità d’Italia e per centocinquanta anni questa strategia non avesse procurato abbastanza danni.

Vediamo le cose più da vicino. Fuor di retorica, tanto la xenofobia, ovvero la paura del forestiero, quanto il razzismo, cioè il disconoscimento della comune natura per colui che ha caratteri somatici diversi, entrambi i sentimenti o i risentimenti, essendo, purtroppo, generalmente umani, si ritrovano certo tra gli abitanti di Rosarno, come a Treviso, a Biella o nel Cantone dei Grigioni. Ma sostenere che questi deplorevoli pregiudizi siano talmente egemoni da determinare la sentimentalità dei calabresi è contrario ad ogni evidenza da secoli, nella nostra regione, distribuite a macchia di leopardo, convivono con successo minoranze diverse per etnia, lingua o religione; nel recente passato, cioè negli ultimi venti anni, si sono verificati rari casi d’intolleranza verso i forestieri, certo molti di meno di quanto sia accaduto nel resto d’Europa; e, viceversa, tanto a Rosarno quanto a Badolato, a Riace come a Soverato non sono mancate esemplari occasioni d’accoglienza e di solidarietà verso i migranti, come ben mostra l’ultimo film di Wenders.
Possiamo ragionevolmente concludere che il razzismo come chiave esplicativa risulta di una vaghezza frettolosa e frustrante.
Quanto alla ‘ndrangheta, l’attribuzione di responsabilità nei fatti di Rosarno non proviene da inchieste o ricostruzioni o studi documentati; piuttosto è una assunzione congetturale, anzi mitica; argomentata, grosso modo, così: data l’onnipotenza demoniaca della ‘ndrangheta, sia quel che accade sia quel che non accade a Rosarno è riconducibile, in ultima analisi, alla strategia malavitosa; i criminali non possono non sapere, quindi tirano le file del gioco. Qui, la ‘ndrangheta è divenuta una sorta di “causa assoluta”; v’è all’opera, in questo modo di ragionare, uno sprovveduto rovesciamento cognitivo che scambia gli effetti con le cause: non sono le condizioni socio-culturali delle città della piana a generare e rigenerare la ‘ndrangheta ma, viceversa, è la criminalità stessa a produrre quelle condizioni.
Si noti che l’individuazione della ‘ndrangheta come causa assoluta gode di particolare favore tra i professionisti dell’antimafia, per dirla con Sciascia. Questi, così, oltre ad assicurasi quattro paghe per il lesso, finiscono con l’assolvere dalle responsabilità specifiche in ordine alla degradazione della vita civile calabrese, i politici nazionali e locali, nonché tutto il ceto dirigente della regione, imprenditori, giornalisti e universitari compresi.
Val la pena sottolineare l’intrinseca inconsistenza di questa spiegazione: da una parte, la cattiva potenza della ‘ndrangheta viene amplificata oltre ogni misura, attribuendole, nella rappresentazione, una strategia assai astuta ed un’efficacia paranoica; dall’altra le vengono addebitate azioni e gesti che si rivelano idioti, inconcludenti e suicidi, ancora prima che criminali.
Infatti, per dirne una, che tornaconto potrebbe mai avere la ‘ndrangheta a fomentare rivolte nei territori che controlla? Stante la dimensione internazionale delle sue imprese, essa, con ogni evidenza, è interessata a svolgere i propri affari nella quiete sociale; quiete che, certo, non desidera l’arrivo massiccio di magistrati, forze dell’ordine, giornalisti e studiosi della domenica.

Il miracolo economico dei giardini e la condizione di vita del migrante

Agrumeti nella Piana tirrenica

Per noi, la genesi dei fatti di Rosarno va, di sicuro, cercata localmente; ma non già nella malavita piuttosto nella struttura economico-sociale del luogo.
Per ricostruire, per l’essenziale, questa struttura ci serviremo liberamente delle ricerche dei sociologi dell’Università della Calabria, in particolare cfr. Tesi di Antonio Sanguinetti, La resistenza dei migranti: il caso Rosarno, 2009, Unical).
Rosarno, cinquemila famiglie, ha da lungo tempo una economia incentrata sulla produzione agricola, in particolare oliveti ed agrumeti. La proprietà della terra, decisamente frantumata, è distribuita tra poco meno di duemila famiglie, ciascuna delle quali possiede in media un ettaro o poco più; insomma ad ognuna un “giardino”, come dicono a Rosarno. Fino a qualche anno fa, vi erano oltre mille e seicento aziende agricole, quasi una a famiglia, che davano lavoro, più o meno continuativo, a circa tremila braccianti rosarnesi, poco meno di due per azienda. A partire dagli anni ‘90 e fino al 2008, i contributi finanziari europei per l’agricoltura meridionale venivano concessi in proporzione alla quantità di agrumi prodotta; questo faceva sì che per ogni ettaro il proprietario percepisse una sorta di rendita fondiaria annua, garantita dalla burocrazia europea, nella misura di circa 8.000€ per ettaro. Per i tremila braccianti v’era la protezione previdenziale dell’Inps: bastava lavorare 51 giorni, 5 in caso di calamità naturali, per aver poi diritto ad un assegno di disoccupazione per tutto l’anno.
In effetti, molti tra i braccianti rosarnesi preferiscono, oggi come allora, percepire l’indennità di disoccupazione e svolgere altri lavori; dal momento che, negli agrumeti, a raccogliere le arance, basta ed avanza la fatica penosa dei migranti stranieri, totalmente flessibile ed a costi irrisori.
Così, gli agrumi di Rosarno erano competitivi sul mercato delle derrate alimentari, data la stabilità del prezzo di vendita. Anzi di più: per oltre un decennio la produzione dei giardini è costantemente cresciuta; e la città ha vissuto un generale aumento del reddito monetario.
A vero dire, questo incremento della quantità di arance, realizzato con continuità senza alcuna miglioria nelle tecniche agricole, aveva qualcosa che sembrava venire dal nulla, un atto creativo. Ma nessuna autorità nazionale o locale appariva inquieta per quella stranezza, non uno tra I numerosi “predicatori di legalità” ne era turbato, non un solo studioso si mostrava incuriosito; e perfino tra i giovani cronisti a caccia di “scoop” non se ne trovava uno che prestasse attenzione a quella bizzarria.
Infatti, il miracolo economico nella piana tirrenica si basava sulla frode e la pubblica menzogna; come per altro accadeva in quegli stessi anni alla produzione lattiera nell’Italia del Nord, o, globalmente, alla finanza creativa.La cosa funzionava così: le cooperative dei piccoli proprietari, raccoglievano le arance per poi smerciarle verso i grandi mercati ortofrutticoli e le industrie alimentari del Nord. Queste stesse associazioni, dirette da un personale proveniente equamente dal  ceto politico di centrosinistra e di centrodestra, gestivano i contributi europei. Poiché questi ultimi erano proporzionali alle quantità di agrumi conferiti dai contadini alle cooperative, Rosarno produceva una sterminata quantità di arance, molte sugli alberi, ma molte di più sulla carta. Se il contadino portava un certo ammontare di agrumi, l’associazione, nella fattura, ne dichiarava tre, cinque, perfino dieci volte tanto. I proprietari degli agrumeti incassavano così dei contributi finanziari gonfiati, che, in misura assai modesta, stornavano ai contadini per assicurarsi, a buon mercato, la complicità collettiva per quella dei disoccupati rosarnesi ci pensava, come abbiamo notato, l’Inps con i suoi elenchi falsi e senza fine di braccianti agricoli per i quali non veniva versato quanto dovuto alla previdenza. Attorno a questa truffa di massa, ne erano sbocciate poi svariate altre, sempre sui fondi europei; in particolare erano sorte numerose industrie che trasformavano le arance di carta in succhi di carta, come è giusto che sia.
A Rosarno, dagli anni Novanta e fino a poco fa, s’è venuto così delineando un insolito modo di produzione che intreccia tra loro epoche o meglio temporalità diverse; temporalità che, nella storia dell’occidente, s’erano snodate secondo un prima ed un poi, appaiono nella Piana tutte insieme contemporaneamente.
Intanto, v’è una temporalità protocapitalistica, quella dell’accumulazione primitiva. Di questa temporalità partecipano tanto i proprietari dei giardini quanto i migranti che lavorano come stagionali in quegli agrumeti. 
I primi, “capitalisti pezzenti”, posseduti dal funesto desiderio di arricchirsi in fretta, non vanno tanto per il sottile; e manifestano senza ritegno quella ferocia sociale, quello spirito animale proprio del capitalismo nella fase nascente. Essi esercitano la loro egemonia sui braccianti agricoli rosarnesi attraverso la pratica del tutto discrezionale delle assunzioni, tanto di quelle vere quanto, e soprattutto, di quelle false.

Foto di Peregrinus2009

Gli altri, i migranti, in maggioranza africani, sono, come al tempo della manifattura nell’Inghilterra dell’inizio Ottocento, nuda forza-lavoro, priva di mutua, contratto e protezione sindacale. Non solo lavorano al nero, come del resto accade frequentemente e più in generale nell’economia calabrese anche per i cittadini italiani; ma percepiscono un salario nero che è meno della metà di quello, pur sempre nero, corrisposto al bracciante indigeno.V’è poi l’intrico della previdenza sociale, dove il bizantinismo delle regole riporta alla politica agraria corporativa, al tempo di Bonomi, al regime democristiano nel secondo Dopoguerra. Infine, v’è la temporalità post-moderna, quella propria alla burocrazia europea che nella sua illuminata astrazione finisce col favorire l’agricoltura creativa, di carta; così come ha reso possibile la finanza creativa, quella appunto di carta. Questo improbabile assetto economico ha retto bene per quasi un ventennio; ma, ecco che, pochi anni fa, si sono avvertiti i primi scricchiolii; qualcuno tra i magistrati assopiti nella lotta alla mafia si è come destato, sono partite le prime inchieste, qualche truffa particolarmente clamorosa è venuta alla luce; perfino l’Inps è sembrata uscire dal letargo per rivedere l’elenco dei braccianti registrati e sfoltirlo di quasi la metà. Poi, nel 2008, si sono aggiunti, buon ultimi, i burocrati di Bruxelles: allarmati dalla scoperta delle truffe, hanno bruscamente deciso di mutare il criterio d’erogazione dei contributi, legandolo agli ettari e non più alla produzione. Questo ha comportato che laddove, prima, il proprietario di un giardino riceveva 8.000€ ad ettaro, ora riesce ad ottenerne un po’ meno di 1.500€. Tanto è bastato perché ci fosse una severa ed immediata contrazione del numero delle aziende in agricoltura ed ancor più nella trasformazione e nel commercio.

La crisi globale e la lotta di classe nella Piana tirrenica

Così stavano le cose a Rosarno, quando, l’anno scorso, la crisi finanziaria globale è arrivata anche nella piana: il prezzo delle arance è crollato sul mercato internazionale mentre giungevano circa un migliaio in più di migranti, licenziati dalle fabbriche del Centro-Nord e presi dal tentativo di ottenere reddito, sia pure minimo ed al nero, nelle campagne del Sud.
A questo punto, a Rosarno, ci si è trovati a dover far fronte contemporaneamente a tre difficoltà: riduzione drastica dei contributi finanziari europei all’agricoltura, caduta globale della domanda di derrate alimentari, aumento della concentrazione locale di migranti in cerca di lavoro. L’interferenza di questi fattori ha innescato uno scontro di classe tra, da una parte, il blocco sociale aggregato attorno ai piccoli proprietari; dall’altra, migliaia di migranti che da decenni usano lavorare come stagionali in quei giardini. Per riassumere la situazione con una immagine: a Rosarno, quest’anno, gran parte delle arance sono restate sugli alberi, il loro prezzo di vendita non copre neppure il costo di produzione. Laddove qualche anno fa occorrevano, per il lavoro di raccolta, oltre 2000 migranti quest’anno ne bastavano meno di 200; mentre la crisi economica ne ha portato nella Piana quasi 3000. 
Si sono create le condizioni per uno scontro sociale: il diritto al profitto del “capitalista pezzente” contro la consuetudine dei “migrante moro” di trarre, ogni anno, a Rosarno, un reddito di sopravvivenza.
Già a dicembre scorso, nel giro di poche settimane, l’aria era cambiata. I rosarnesi, egemonizzati dai proprietari degli agrumeti, hanno cominciato ad avvertire la presenza dei migranti come eccedente ed inutile; prima erano braccia che lavoravano per loro, poi sono divenuti vagabondi stranieri da rinviare a casa loro; in fretta, talmente in fretta da lasciarli creditori, da non aver tempo per pagare loro quel lavoro al nero che alcuni avevano comunque compiuto.
Nella totale incapacità di mediazione politica da parte della regione o della prefettura di Reggio,è venuto così montando un disagio anzi una sorta di odio di classe tra rosarnesi e migranti, quando non una vera e propria ostilità fisica. In queste circostanze è bastato un gesto irresponsabile o forse una consapevole provocazione, la cui gravità è stata ingigantita dalle voci, dai rumori, per accendere la miccia della esplosione sociale ma, sia ripetuto qui per inciso, il razzismo ha avuto un ruolo meramente folklorico: fossero stati, i migranti, tutti alti e biondi e con gli occhi azzurri, l’antagonismo e lo scontro sociale, tra imprenditori e salariati giornalieri, nelle condizioni date, si sarebbero svolti, più o meno, allo stesso modo.

Imparare dai fatti

Certo, i tumulti di Rosarno sono gravi, non già per quel che è accaduto, ma piuttosto per la situazione socio-culturale che hanno svelato preesistere; e che riguarda sì la Piana tirrenica ma anche quella jonica e molti altri luoghi di sviluppo, diciamo così, della agricoltura meridionale. Questa situazione è caratterizzata dalla pubblica ipocrisia. Si badi, quello che qui è in gioco non è il comportamento fraudolento, sempre possible perché la carne è fragile; e nemmeno la dimensione collettiva di quell comportamento che anzi testimonia una certa potenza cooperativa; piuttosto, l’aspetto maligno sta in quel pubblico omaggio che in Calabria le autorità tutte, locali e nazionali, i giornali, i vescovi, i presidi delle scuole, giù giù fino a qualche noto ladro rendono alla legalità, invocata ossessivamente come uno scongiuro, malgrado che il comune sentire ben sappia di quanta banale e sistematica violazione di ogni buona abitudine sia intrisa quella legalità di cui si declamano le lodi.
L’ipocrisia pubblica ha consentito che, per anni, giunte e consiglieri, regionali, provinciali, comunali, commissari prefettizi, Protezione civile, magistrati e poliziotti, deputati e senatori ignorassero le condizioni subumane, oltreché illegali, nelle quali vivevano e vivono migliaia di migranti costretti al lavoro nero nelle campagne meridionali. Come in un tic nevrotico collettivo, tutti rimuovevano e quindi non v’erano responsabili; così, in venti anni, nessuna, tra le variegate autorità ha avuto modo di promuovere una azione d’emergenza per garantire ai migranti alloggi, acqua, luce e servizi igienici, come era possibile e come per altro è avvenuto in altre regioni.
Di passaggio, val la pena notare come l’assenza di responsabilità, conseguenza della pubblica ipocrisia, spieghi un particolare insolito che ha connotato quegli eventi: malgrado il tradizionale presenzialismo della rappresentanza meridionale, nessuno dei leader politici regionali si è visto nelle piazze di Rosarno durante i moti e questo con ragione dal momento che i migranti non votano.
Ma l’ipocrisia non riguarda solo le autorità locali, anche i sindacati ne sono interamente coinvolti. Come abbiamo già osservato, gran parte del lavoro dipendente, nel settore privato, si svolge al nero in Calabria;i grandi sindacati niente fanno per far valere nel Meridione la legislazione sociale, i contratti nazionali non sono applicati, e forse sono inapplicabili; eppure è proprio la contrattazione centralizzata a fornire vuoi la giustificazione ideologica dell’esistenza vuoi l’autoconservazione materiale della burocrazia sindacale. Questa è l’ipocrisia storica che segna la vita sindacale calabrese da mezzo secolo. Poi, ve n’è un’altra, bruciante, offensiva, subentrata nell’ultimo decennio, che può essere descritta così: la massa di lavoro vivo che valorizza l’agricoltura calabrese è pressoché tutta concentrata nei corpi dei migranti neri, ma la trimurti sindacale, costipata dai pensionati, non riesce neppure a parlare con quei giornalieri dalle mani callose. Insomma, i soli lavoratori che popolano le nostre campagne sono degli sconosciuti per il sindacato dei lavoratori, forse per scelta forse per incapacità. 
Tuttavia, sarebbe certo omissivo non ricordare che la partecipazione alla pubblica ipocrisia va ben oltre il ceto politico e sindacale. Quel triste sentimento ha fatto nido nell’anima di molti di noi, di quasi tutti noi calabresi. Gli unici ad esserne sostanzialmente restati immuni sono coloro che appartengono al mondo delle libere associazioni, al volontariato cattolico, ai centri sociali. E dobbiamo ringraziare i migranti di Rosarno se questo scenario è affiorato con chiarezza alla coscienza comune.

Qualche modesta proposta per agire qui ed ora

Il mondo delle associazioni, queste comunità agenti, è l’unico interlocutore autentico dei migranti, l’unico che possa chiedere loro scusa per ciò che è avvenuto ed avviene, a nome e per conto di tutti noi. Va da sé che, in casi come questo, le scuse non si declinano con le parole ma con gesti ed azioni. Per esempio, promuovere una campagna d’accusa contro la regione per costringerla immediatamente ad un programma d’edilizia d’emergenza nelle piane e nelle zone agricole frequentate dai migranti. Una gesto analogo si potrebbe agire contro i tre Atenei calabresi perché offrano accessi gratuiti e borse di studio non tanto a caso, come già fanno per spagnoli e cinesi; ma piuttosto a quei giovani migranti istruiti che, lavorando già nelle nostre piane, intendano completare la loro formazione con un curriculum accademico. Ma non v’è dubbio che, per il mondo delle associazioni, l’obiettivo principale da perseguire, la via maestra per offrire solidarietà ai migranti, non sta nel rivendicare al posto loro bensì nel promuoverne l’autonomia sociale, nell’aiutarli ad auto-organizzarsi. Infatti, la garanzia per assicurare dignità al lavoro nero non sta nella legge, regionale o nazionale che sia, ma nell’organizzazione consapevole degli stessi migranti in grado di rovesciare il rapporto di forza oggi a loro decisamente sfavorevole. Per far questo, occorre nell’immediato, conoscere per agire: bisogna aprire, usando lo spazio della rete, una grande inchiesta di massa documentando, con filmati ed interviste, storie e condizioni di vita e di lavoro dei migranti nelle campagne calabresi. La ricerca dovrebbe ricalcare il metodo delle inchieste operaie degli anni Settanta, che erano, ad un tempo, strumenti di conoscenza e stimoli esterni, qualche volta giacobini, verso l’auto-organizzazione.
A questo proposito, se l’inchiesta parte subito, v’è una fortunate occasione per convertire conoscenza in azione e viceversa. Da qualche settimana, circola tra i migranti di tutta Italia la bella idea di una giornata di sciopero generale; per le calende di marzo, organizzata autonomamente, prescindendo da sindacati e partiti, come accadeva all’origine del capitalismo. 
A noi sembra che contribuire al successo di questo sciopero sia un adeguato gesto risarcitorio per quel che è accaduto durante i moti di Rosarno. Infatti, non c’è chi non veda quale salto di consapevolezza provocherebbe il successo dell’iniziativa, facendo emergere, in un solo giorno, come in un lampo, nella comune coscienza, la potenza cooperativa dei migranti; senza i quali, non solo l’economia, ma la stessa vita civile della nazione appare messa a rischio.

Cortese Signor Ministro, lei è uno schiavista di merda

26 gennaio 2010 5 commenti

DAL SITO MACERIE
Nel pomeriggio un gruppone di giovani si materializza in mezzo al popoloso quartiere torinese di San Salvario, proprio di fronte alla solita sede della Lega Nord di largo Saluzzo. Qualcuno entra, con in mano una tenda da campeggio ed una missiva da inviare al ministero degli Interni: la tenda è presto montata, nella stanza un po’ angusta e gremita di vecchi. Inviare lo scritto, invece, è più complicato: alla scrivania dove è appoggiato il fax c’è il responsabile che sbraita e protesta e telefona nervosamente alla polizia, mentre toglie i fogli dalla macchinetta.
Dopo pochi secondi, con un gran «Porco Dio!», il leghista tira un furioso cazzotto sul tavolo facendo perdere qualche pezzo al fax rendendolo inutilizzabile. Niente da fare, allora: la missiva al Ministro sarà consegnata a mano, magari dagli agenti della Digos che arriveranno anche questa volta troppo tardi. Sopra c’è scritto che Maroni è uno «schiavista di merda» e si ricordano i fatti di Rosarno, gli stranieri rastrellati con l’inganno e trattenuti dentro a tende da profughi nel Cie di Bari in attesa dell’espulsione. Ancora qualche minuto a riempire di insulti i leghisti, e i nostri sono di nuovo fuori dalla sede insieme agli altri che intanto hanno tirato fuori striscione megafono. Si parte in corteo per il quartiere, riempiendo l’aria di slogan e i muri di manifesti.

Si parla di Rosarno, certo, ma anche della morte di Mohammed a San Vittore e del processo per il rogo di Vincennes in corso a Parigi. Arriva anche una pattuglia con i lampeggianti, che i manifestanti dribblano senza difficoltà. Come sempre a San Salvario, i passanti si fermano, commentano, approvano, si mettono a parlare: fino a quando, in piazza Madama Cristina, il piccolo corteo scompare nel nulla.

IL TESTO DEL FAX PER MARONI:

Alla C.A. del Sig. Ministro 
Roberto Maroni 
c/o Ministero dell’Interno 
Piazza del Viminale n. 1 – 00184  Roma 
Fax + 39 06.46549832 

e p. c. 
Lega Nord – Segreteria Federale 
via Carlo Bellerio, 41 – 20161 Milano 
tel. 02 66234.1 fax 02 6454475 

Cortese Signor Ministro, 
Lei è uno schiavista, uno schiavista di merda. Lo diciamo così, senza alcun rispetto per la Sua persona e per il Suo ruolo Istituzionale, senza tanti giri di parole. 
Lei è uno schiavista perché nei giorni di Rosarno ha provato paura: dopo anni di sfruttamento bestiale e di apartheid, gli schiavi hanno rialzato la testa, riversandosi nelle strade e scontrandosi con la Sua polizia. 
Lei è uno schiavista perché nei giorni di Rosarno ha riso sotto ai baffi: finalmente la guerra razziale alla quale Lei e quelli del Suo partito avete lavorato per vent’anni ha fatto capolino ed ha cominciato a mostrare tutti i suoi vantaggi, cacciando a sprangate le braccia ribelli ed in esubero. 
Lei è uno schiavista perché nei giorni di Rosarno si è assunto in prima persona gli oneri della pulizia etnica. Prima facendo trasportare nei Centri per richiedenti asilo i fuggiaschi e poi schedandoli a tradimento e internando i senza-documenti nei Cie, per prepararne l’espulsione. 
Proprio come profughi di guerra molti di loro sono costretti a dormire sotto tende militari, dietro al filo spinato dei Centri. 
Lei è uno schiavista, uno schiavista di merda, perché nei giorni di Rosarno si è preso la soddisfazione di lanciare a tutti un doppio monito.
«Ecco cosa succede a rivoltarsi». Ma anche e soprattutto «ecco cosa succede ad esistere, quando si è di troppo». 
Lei è il Ministro, il ministro della Polizia, e in effetti non potevamo aspettarci nient’altro da Lei. 
Noi invece siamo gente di strada e da sempre stiamo dalla parte dei ribelli: sappia allora cosa aspettarsi da noi. 
Cogliamo questa occasione, senza dubbio un poco insolita, per porgerle i nostri più sentiti saluti. 

Alcuni antischiavisti torinesi

2 anni e 8 mesi per sequestro di persona aggravato. “Condannati” due funzionari di polizia per gli scontri e i pestaggi del marzo 2001 a Napoli

23 gennaio 2010 3 commenti

Interessante vedere come venga valutato il reato di sequestro di persona aggravato dalla quinta sezione del tribunale di Napoli: 2 anni e 8 mesi la pena più pesante, data a due funzionari di polizia, Franco Ciccimarra e Carlo Solimente.
Avete letto bene si, per il reato più grave commesso (insieme a tutti gli altri ), cioè il sequestro di persona aggravato, sono stati dati solo 2 anni e 8 mesi.
I fatti a cui si riferisce questa sentenza li conosciamo fin troppo nel dettaglio, riguardando la giornata del 17 marzo 2001, quella in cui il movimento presente a Napoli  manifestava contro il global forum, a pochi mesi da Genova.

Foto di Valentina Perniciaro _Napoli 17 marzo 2001, pestaggi gratuiti nella tonnara_

Furono le prove generali di quello che sarebbe stato il sanguinoso luglio genovese; il passaggio di governo che ci fu nel frattempo non modificò la linea del ministro degli Interni Bianco, che a Napoli permise una tonnara, un pestaggio indiscriminato di un intero corteo chiuso da tutti i lati in una piazza.

Una piccola Genova. Un antipasto di quel che poco dopo sarebbe accaduto.
Ma non furono solo manganellate e calci nella piazza: i manifestanti furono prelevati anche dentro gli ospedali dove erano arrivati feriti e stremati per poi essere trasportati nella caserma Raniero Virgilio, dove accadde un po’ di tutto e gli abusi si sprecarono. Ed ora dopo nove anni, dopo la tonnellata di anni chiesti per una minuscola manciata di compagni a seguito degli scontri genovesi, ci ritroviamo con la solita sentenza farsa contro la polizia: due funzionari condannati a 2 anni e 8 mesi; altri 8 agenti condannati a pene che variano dai due anni ai sei mesi e dieci prescritti per reati minori ( che sarebbero “violenza privata e abuso d’ufficio” )

Comunicato centri sociali napoletani 

Dopo una lunga camera di Consiglio il Tribunale di Napoli ha condannato per sequestro di persona Carlo Solimene e Fabio Ciccimarra per i fatti avvenuti all’interno della Caserma Raniero durante le contestazioni contro il Global Forum del Ocse il 17 Marzo del 2001, insieme ad altri agenti coinvolti nelle violenze.

Foto di Valentina Perniciaro _Napoli, 17 marzo 2001: NO!_

Nonostante le sentenze precedenti per fatti analoghi come per il G8 di Genova, la storia, non quella scritta nei tribunali, ma quella che è memoria storica della città e dei movimenti ci dice che nella Caserma “Raniero”, caserma dei carabinieri nei pressi di Piazza Carlo III, venne predisposta la “camera delle torture”. I feriti vennero prelevati dagli ospedali dove erano giunti dopo le cariche. Senza alcun motivo vennero sottratti alle cure mediche e vennero condotti nella Caserma Raniero, dove subirono per ore insulti, sputi, percosse, vessazioni di ogni tipo.
Grazie al libro “Zona Rossa” che la Rete No Global produsse pochi mesi dopo, quelle violenze e quelle torture sono venute a galla, sono diventate denuncia pubblica, ed oggi a nove anni di distanza arrivano le sentenze.
Non possiamo non ricordare la “catena umana” che i poliziotti fecero intorno alla Questura di Napoli dopo che nel 2003 si avviò l’indagine per le violenze della Raniero, un senso di impunità che oggi cade davanti alle loro leggi ed al loro ordinamento giudiziario.
Non possiamo però non ricordare con altrettanto amarezza che Ciccimarra e Solimene furono promossi e nonostante le inchieste risultano ancora in servizio.
Non possiamo non ricordare che il Questore dell’epoca Nicola Izzo, oggi è uno dei principali collaboratori del capo della Polizia Manganelli, lui che dall’alto dirigeva le operazioni in Piazza Municipio in elicottero, quando quella piazza divenne una tonnara dove migliaia di persone vennero manganellate mentre la piazza veniva chiusa da tutti i lati.

Per noi non c’e’ sete di vendetta, non c’e’ risarcimento, non c’e’ gioia. Non c’e’, almeno in questo stato di cose.
Ne tantomento può esserci una riscrittura della storia nemmeno nelle motivazioni del pm Del Gaudio che parla di “”non credo che sia stata un’azione preordinata ma un momento di follia” affermazione che non appartiene alle sue competenze, e che dovrebbe invece indagare ed accertare se i fatti sono o non sono senza entrare in valutazioni che non gli competono.
Di certo nessuna sentenza potrà però riscrivere la storia e cancellare il risultato straordinario di quel movimento che ha di fatto riaperto la partita con il comando svelandone misfatti e aberrazioni. Solo un decennio prima il Wall Street Journal poteva titolare “Abbiamo vinto!”: quel movimento ha straordinariamente dimostrato che la ribellione e l’insubordinazione costituiscono il motore di ogni società.

Centri sociali Napoletani

AVOID SHOTING BLACKS, incontro pubblico all’ ex Snia

22 gennaio 2010 Lascia un commento

L’Osservatorio Antirazzista Territoriale Pigneto – Tor Pignattara
presenta
DOMENICA 24 GENNAIO 2010
ORE 18:00

AVOID SHOTING BLACKS
non sparare all’uomo nero

L’uomo nero, quello di cui ci parlavano da bambini per farci stare buoni, per farci ubbidire in silenzio, oggi lo incontriamo tutti i giorni: per le strade, nelle fabbrichette, nei campi, nelle case che nessun padrone vuole fittare.
I grandi di oggi, quelli che ci vogliono bambini ubbidienti, quelli che si riuniscono nei consigli dei ministri o in quelli d’amministrazione, ne vogliono tanti, come carboni da bruciare per far camminare la macchina a vapore di un sistema ingiusto, mentre noi, sempre più in affanno, alimentiamo il forno sudando senza posa.
E li vogliono neri, senza un volto e senza voce, a confondersi nella notte, ad affollare le nostre paure.
Ti tolgono la casa? Tutta colpa dell’uomo nero.
Ti tolgono il lavoro? Tutta colpa dell’uomo nero.
Non ci sono posti all’asilo nido? Tutta colpa dell’uomo nero.
Tutto questo ti fa rabbia? Devi sparare all’uomo nero.

Con le leggi sui flussi migratori, dalla Turco-Napolitano al Pacchetto-Sicurezza, passando per la Bossi-Fini, i governanti di ogni colore consegnano esseri umani senza diritti come carne da macello a padroni sempre più ingordi e feroci.
Quando questi uomini e donne si ribellano, gli stessi armano la mano di bianchi sottomessi per ricacciarli nel buio della clandestinità silente.

Rosarno non è solo la sottosviluppata periferia d’Europa. Rosarno è oggi il centro del mondo. Quello ch’è successo lì, oggi ci riguarda tutti.

Ne discutiamo con:
– i compagni e le compagne dell’Osservatorio Migranti Rosarno e della Rete Migranti reggina;
– i compagni e le compagne dell’ex Canapificio di Caserta;
– Mattia Vitiello, sociologo, studioso dei fenomeni riguardanti la manodopera immigrata impiegata in agricoltura;
– il connettivo terraTERRA.

Modera l’associazione DaSud

Sono invitate ad intervenire tutte le realtà del movimento antirazzista, gli agricoltori e i lavoratori immigrati.  

CSOA eXSnia
via Prenestina 173
www.exsnia.it

 

contatti@exsnia.it
bakunino@micso.net
6antirazzista@inventati.org

Ancora equazioni investigative. Arrestati a Milano Morlacchi e Virgilio, per banda armata

18 gennaio 2010 Lascia un commento

In carcere a Milano Manolo Morlacchi, figlio di Pierino, fondatore delle Br. Accusato dalla Digos di banda armata
di Paolo Persichetti, Liberazione 19 Gennaio 2010

Il libro di Manolo Morlacchi sul padre

Smantellata nel corso del 2003 la fragile struttura che in occasione degli attentati mortali contro Massimo D’Antona e Marco Biagi aveva riesumato la sigla delle Brigate rosse-partito comunista combattente, gli apparati investigativi, in particolare quelli della Digos romana guidata da Lamberto Giannini, hanno da allora deciso di portare avanti una strategia investigativa improntata essenzialmente all’azione preventiva contro gli ambienti ritenuti, a torto o a ragione, contigui alle aree politiche antisistema.
Per gli uomini dell’antiterrorismo le azioni del 1999 e del 2001 sono la conseguenza dell’affrettata convinzione che il fenomeno lotta armata avesse trovato termine alla fin degli anni 80, con il conseguente abbandono delle indagini sui superstiti. Gli arresti di Manolo Morlacchi e Costantino Virgilio, realizzati ieri mattina a Milano, sono la diretta conseguenza di questa filosofia. Una concezione del lavoro d’indagine che si avvicina molto di più alle tecniche di rastrellamento che a quelle dell’inchiesta mirata. Impostazione che ormai non trova più oppositori davanti a se. La cultura garantista si è liquefatta e l’idea dell’arresto preventivo, cioè prima che un fatto-reato sia stato effettivamente commesso, in questo caso la costituzione di una banda armata, la realizzazione di un reticolo associativo illegale e clandestino, è una circostanza che non contesta più nessuno.
Lunghe custodie cautelari in regime di carcere duro anticipano condanne che forse nemmeno verrano. Giustizia dissuasiva.
Gli arresti di ieri sono lo sviluppo dell’operazione realizzata nel giugno scorso e che aveva portato alla perquisizione dell’abitazione dello stesso Manolo, del fratello Ernesto e di un cugino. In quel caso erano state arrestate cinque persone, ancora oggi detenute nel carcere di Catanzaro dove sono stati raggruppati in regime di elevata vigilanza (circuito As 2) tutti i prigionieri politici. In possesso di alcuni degli arrestati venne trovata della documentazione ideologica che teorizzava la ripresa della lotta armata e alcune armi arrugginite buone solo per la rottamazione.

Pierino Morlacchi e Heidi Ruth Peusch (genitori di Manolo)nel 1977 durante un processo

A Morlacchi e Virgilio, invece, è stato contestato il rinvenimento di un manuale d’istruzioni per criptare documenti informatici e non lasciarsi tracciare in rete. Materiale in possesso di hacker e militanti per i diritti civili e la libertà di espressione di mezzo occidente. E una serie d’incontri definiti dalla Digos «strategici», cioè con cadenza fissa. Modalità che gli inquirenti ritengono “sospette”, insieme ad alcune telefonate con Luigi Fallico, il cinquantasettenne corniciaio romano attorno al quale ruota tutta l’inchiesta. Si tratta, in effetti, di un’equazione investigativa. Secondo l’accusa Fallico avrebbe tentato di costituire una formazione denominata “per il comunismo Brigate Rosse”, la stessa che rivendicò un piccolo attentato contro una caserma dei Parà di Livorno nel 2006. Incontrandolo, Virgilio e Morlacchi, per una sorta di proprietà transitiva sarebbero divenuti essi stessi membri della fantomatica organizzazione che nei documenti ideologici ritrovati veniva solo ipotizzata. Poco, anzi niente, ma quanto basta per qualche annetto di custodia cautelare.
La vera colpa di Morlacchi sembra un’altra: quella di avere un nome che pesa. Suo padre Pierino fu, infatti, uno dei fondatori delle Brigate rosse e Manolo recentemente si è laureato con una tesi sulle Br ed ha pubblicato un bel libro sulla storia del padre, La fuga in avanti. «Non è giusto essere svenduti come terroristi soltanto per il cognome che portiamo», aveva detto dopo la perquisizione di giugno. L’arresto di ieri dimostra il contrario. I fantasmi della lotta armata sembrano destinati ad avere lunga vita. Chi li teme non ha capito che il problema sta nella mancata chiusura politica degli anni 70. Così un’altra storia non è mai cominciata.

Volevate gli schiavi, avete la sommossa

17 gennaio 2010 Lascia un commento

Rigurgito dal passato o spioncino sul futuro? Ad una settimana di distanza è questa la domanda che ci preme formulare pensando a Rosarno. Risposte chiare e univoche, ovviamente, non ne sappiamo dare ma state sicuri che diffidamo – ostinatamente e per metodo  – di chi vorrebbe farci dormire sonni tranquilli.

Sui fatti, in fondo, c’è poco da discutere.
La rivolta sacrosanta di gente sottoposta ad uno sfruttamento bestiale, ammassata ai margini dell’abitato e umiliata ogni giorno, ora dopo ora. Gente utile finché può essere messa al lavoro e fino a che se ne sta zitta e discosta, rinchiusa in una condizione di apartheid non dichiarata ma concreta e rigidissima. Gente in eccedenza, invece, quando il mercato è tanto spietato che neanche ad utilizzar schiavi puoi reggere la concorrenza, quando anche il gioco delle sovvenzioni e dei finanziamenti si inceppa e non produce più quattrini. Gente ancor più di troppo perché reduce da una doppia  fuga: quella originaria dai paesi martoriati dell’Africa centrale e quella recente dalle metropoli del Nord dell’Italia, dove la guerra ai poveri si respira nell’aria insieme allo smog del traffico cittadino. A reprimere la rivolta arriva lo scatenamento etnico, ed ha la meglio su tutto. Tanto che nel giro di poche ore quegli stessi poliziotti prima impegnati a darsele di santa ragione con i rivoltosi si trasformano in truppa di interposizione, in scorta armata dei rivoltosi tramutatisi in profughi in fuga. Sul campo arrivano operatori umanitari, come in ogni guerra moderna, e rappresentanti delle Nazioni Unite, a controllare che il disastro segua un corso bene ordinato.
Lo scontro assassino, la pulizia etnica, si svela per quel che è: uno strumento dell’economia politica. Ora a Rosarno di braccia in eccesso non ce ne sono più e, quelle che ancora avevano da fare se ne sono andate di corsa, e senza toccare un quattrino dei propri stipendi.

Fuggiti dall’Africa, poi dal Nord Italia leghistizzato, e poi ancora a gambe levate dagli agrumeti calabresi – tre volte profughi, in qualche maniera – gli scampati di Rosarno sono stati rinchiusi prima nei Centri per richiedenti asilo di Crotone e di Bari e poi – per quelli tra loro che non hanno i documenti – dentro ai Cie. A Bari, addirittura, alcuni di loro vengono “ospitati” in tende piantate in mezzo al campo da calcio del Centro: sono di troppo anche lì, e nessuno sa più dove metterli. Anche i numeri sono incerti, e fluttuanti. I compagni di là hanno raccolto qualche testimonianza di qualcuno che li ha incrociati, dentro alle celle del lager barese.

macerie @ Gennaio 17, 2010

Mentre dal sito di Radio Onda Rossa potete ascoltare una puntata speciale della trasmissione Terre-moti tutta dedicata alla rivolta di Rosarno

Ti spiegherò la pena di morte, nel tuo paese

16 gennaio 2010 2 commenti

Dovrò spiegargli che è nato in un paese dove esiste la pena di morte.
Che dolore solo pensarci, non sarò sicuramente in grado di trovare le parole senza sentire un groppo in gola, un senso di nausea.
D’altronde non si può negare la verità ai propri figli, non si può pensare di nascondergli la realtà per far sembrare il tutto meno pesante, non potrò certo proprio io evitare di fargli capire che razza di mondo e paese siamo ormai…
Ed è quindi ormai un dato di fatto, devo cominciare sin da ora a cercare le parole adatte per spiegargli che qui, nel paese dove è nato, piccolo piccolo che non si può credere quanto si può esser piccoli, esiste la pena di morte, anche se ce lo nascondono.

Ma siamo al 16 gennaio e questi sono i dati, i numeri, i nomi e cognome: [fonte: Ristretti Orizzonti]
 
Con la morte di Mohamed El Aboubj, ritrovato esanime nel bagno della sua cella nel carcere di San Vittore salgono a 6 i detenuti suicidi dall’inizio dell’anno: una frequenza mai registrata prima.
Mohamed El Aboubj era stato condannato in primo grado a 6 mesi di carcere per aver partecipato alla “rivolta” avvenuta 5 mesi fa nel Centro di Identificazione ed Espulsione (CIE) di Via Corelli.Tra un mese sarebbe stato scarcerato, probabilmente senza che arrivasse la sentenza definitiva, quindi dopo aver “scontato” in custodia cautelare una vera e propria “anticipazione della pena”.
L’avvocato Mauro Straini – legale di El Aboubj – ha commentato ad Apcom la morte del suo assistito spiegando che “nel 2009 in Italia si è registrato un record di suicidi tra i reclusi, 72 casi, e in questo primo scorcio dell’anno si sono già verificati alcuni casi. Invece di discutere solo in merito alla costruzione di nuovi penitenziari – ha aggiunto il legale – bisognerebbe ripensare seriamente al senso della pena e della custodia cautelare che andrebbe applicata soltanto in casi estremi ridimensionando la facilità con la quale viene disposta oggi“.

6 detenuti suicidi in soli 15 giorni (1 morto ogni 60 ore, in media): una frequenza mai registrata prima, a fronte della quale non c’è alcun “piano carceri” che tenga, anche perché gli interventi recentemente annunciati dal ministro Alfano non prevedono alcun rafforzamento dell’attività “trattamentale” verso i detenuti, quindi l’assunzione di psicologi, educatori, assistenti sociali. Si edificheranno nuove celle (“se” e “quando” si edificheranno), si assumeranno nuovi agenti di polizia penitenziaria (“se” e “quando” si assumeranno), in modo da poter “contenere” e “sorvegliare” fino a 80.000 detenuti. Che possano arrivare vivi al termine della pena – possibilmente conservando anche un po’ di salute fisica e mentale – non sembra essere tra le preoccupazioni di chi governa (il Paese e le carceri).

Cognome Nome Età Data morte Causa Istituto
Mohamed El Aboubj 25 anni 15-gen-10 Suicidio Milano San Vittore
Abellativ Eddine 27 anni 13-gen-10 Suicidio Massa Carrara
Attolini Giacomo 49 anni 07-gen-10 Suicidio Verona
Tammaro Antonio 28 anni 07-gen-10 Suicidio Sulmona (AQ)
Frau Celeste 62 anni 05-gen-10 Suicidio Cagliari
Ciullo Pierpaolo 39 anni 02-gen-10 Suicidio Altamura (BA)


Perversioni legislative: arrestato senegalese mentre rientrava nel suo paese, perchè … “non aveva lasciato l’Italia”

5 gennaio 2010 1 commento

COMUNICATO STAMPA

CLANDESTINO SENEGALESE ACQUISTA BIGLIETTO AEREO PER LASCIARE L’ITALIA MA, IN AEROPORTO, VIENE ARRESTATO PER… NON AVER LASCIATO L’ITALIA. IL GARANTE DEI DETENUTI DEL LAZIO ANGIOLO MARRONI «EFFETTI PERVERSI DI UNA LEGISLAZIONE CHE SEMBRA FATTA APPOSTA PER CASUARE SPRECHI DI DENARO PUBBLICO E ULTERIORI SOFFERENZE».

Dopo otto anni da clandestino in Italia, aveva deciso di tornare a casa sua, in Senegal, acquistando di tasca propria un biglietto aereo. Ma, secondo le leggi dello Stato, potrà tornare in Patria solo da espulso, fra sette mesi, e per di più a spese della collettività! Protagonista della singolare vicenda – segnalata dal Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni – Khadim, un cittadino senegalese di 41 anni.

Khadim era arrivato in Italia otto anni dal Senegal. Per tutto questo tempo ha vissuto e lavorato a Napoli senza possibilità di essere messo in regola perché il permesso di soggiorno non lo ha mai avuto. Per questo – nonostante non abbia mai commesso reati ed abbia, invece, tentato dicostruirsi una parvenza vita sociale – Khadim viene raggiunto da diversi decreti di espulsione che portano ad una condanna penale a sette mesi di reclusione senza che lui ne abbia mai conoscenza. 

Quando Khadim decide di tornare in Senegal, viene aiutato dagli amici italiani a comprare il biglietto dell’aereo ma all’aeroporto viene arrestato e trasferito al carcere di Civitavecchia per scontare la condanna a sette mesi per non aver ottemperato ad una espulsione che, per altro, stava volontariamente eseguendo. In carcere Khadim chiede l’espulsione come misura alternativa (misura prevista per diversi reati con condanna sotto i due anni) sperando di porre fine a questa sfortunata avventura. Ma la sua istanza viene respinta dai magistrati sul presupposto che, per la “Bossi-Fini”, questo tipo di misura alternativa non può essere concessa a chi non ha ottemperato all’espulsione.

 «In sostanza – ha detto il Garante dei detenuti Angiolo Marroni – Khadim che stava lasciando l’Italia è ora recluso in un carcere per non aver lasciato il nostro paese. Dal carcere ha fatto richiesta per lasciare l’Italia ma non gli è consentito perché deve scontare una pena per non aver lasciato l’Italia. Quella che denunciamo sembra una storia senza senso ma è la realtà di una legislazione che, in tema di immigrazione, fra carcere e C.I.E., sembra accanirsi contro i cittadini stranieri fino a prevedere inutili pene afflittive ed ulteriore sofferenza.
Forse sarebbe necessario studiare maggiormente gli effetti pratici di alcune leggi, per evitare, ancora una volta, di risolvere un fenomeno di rilevanza sociale ed economica come l’immigrazione facendo ricorso al carcere».

 Marco Leone , responsabile dell’ufficio stampa del garante del Lazio

Da Parigi: BRUCIAMO LE FRONTIERE!

4 gennaio 2010 1 commento

Un appello da Parigi

Il 25, 26 e 27 gennaio prossimi si aprirà al Tribunale di Parigi (Aula 16, Fermata “Cité” della metropolitana) il processo per l’incendio di Vincennes. Ve ne abbiamo già parlato a lungo, di quella rivolta, vi abbiamo parlato dell’apertura del processo in dicembre, e recentemente vi abbiamo anche tracciato una stimolante cronologia di questi ultimi mesi di lotta contro i Centri e contro le galere in Francia ed in Belgio.

Ora ci giunge un appello dalla Francia perché la settimana che precede le udienze – quella che va dal 16 al 24 di gennaio – si trasformi in una settimana di solidarietà con gli accusati, in una settimana di lotta contro i Centri e contro le frontiere. Eccovelo.
 

BRUCIAMO LE FRONTIERE!

Vincennes, 22 giugno 2008

La rivolta che ha portato all’incendio della più grande prigione per stranieri in Francia è una risposta concreta e storica all’esistenza dei centri di trattenimento e all’insieme della politica di controllo dei flussi migratori. Nei giorni 25, 26 e 27 gennaio, dieci persone saranno giudicate per questa rivolta nel Tribunale di Parigi (Metropolitana Cité). La nostra solidarietà deve essere all’altezza della posta in gioco: rilascio degli accusati e, inoltre, libertà di movimento e di insediamento.
Il 22 giugno 2008, il più grande CPT di Francia è bruciato. Tra giugno 2008 e giugno 2009, una decina di ex- trattenuti sono stati arrestati e collocati in detenzione preventiva – per la maggior parte da quasi un anno -. Sono accusati di danneggiamento, distruzione di edifici del centro di trattenimento amministrativo di Vincennes e/o violenza contro le forze dell’ordine.
Durante i sei mesi precedenti all’incendio, il centro di Vincennes è luogo di continui movimenti di protesta di coloro lì rinchiusi perché sprovvisti di documenti. Scioperi della fame, piccoli incendi, rifiuto all’appello, diverbi con la polizia, forme di opposizione individuali o collettive, si sono succeduti all’interno del centro per tutto questo periodo. All’esterno, manifestazioni e iniziative denunciano l’esistenza stessa di questi centri e sostengono gli atti di rivolta.
Il 21 giugno 2008, Salem Souli muore nella sua stanza dopo aver invano chiesto di essere curato. Il giorno dopo, una marcia organizzata dai detenuti in ricordo di quest’uomo, è repressa con violenza. Scoppia allora una rivolta collettiva e il centro di trattenimento brucia.

Un processo esemplare
Per impedire che questo tipo di rivolta si diffonda, lo Stato deve colpire duramente, trovare dei responsabili. Queste dieci persone sono state arrestate per servire come esempio. Non importa che siano “innocenti” o “colpevoli”. Lo Stato, punendoli, desidera veder scomparire la contestazione, la ribellione, gli atti di resistenza di quelli che si trovano, o si troveranno un giorno, rinchiusi fra le mura di questi centri. La rivolta di Vincennes non è isolata. Ovunque esistano questi centri di reclusione, scoppiano rivolte, avvengono incendi, evasioni, scioperi della fame, ammutinamenti, devastazioni. È successo in Francia (Nantes, Bordeaux, Toulouse dove sono bruciati dei centri) e in numerosi paesi europei (Italia, Belgio, Olanda, Germania) o nei paesi dove i controlli delle frontiere avvengono alla partenza, come in Libia e in Turchia. L’incendio del centro di Vincennes non è solo simbolico: la scomparsa di 280 posti all’interno del centro ha avuto come conseguenza immediata una importante diminuzione delle retate e delle espulsioni nei dintorni di Parigi, durante il periodo successivo. In concreto, migliaia di arresti sono stati evitati. Con il loro agire, i detenuti hanno bloccato per un lasso di tempo il funzionamento del meccanismo di espulsione.

Prigione per stranieri: rinchiudere, espellere, dissuadere l’immigrazione

Vincennes, 22 giugno 2008

I centri di trattenimento sono una delle tappe tra l’arresto e l’espulsione. Servono a tenere rinchiusi gli stranieri per il tempo necessario a preparare le condizioni necessarie alle espulsioni, che si tratti di un passaporto o di un lasciapassare rilasciato da un consolato e un posto in aereo o in nave. Più uno Stato vuole espellere, più sono i centri di reclusione che costruisce. Ovunque, il loro numero continua ad aumentare. In Europa, c’è la tendenza ad allungare i tempi di trattenimento, il che permette di aumentare le espulsione, ma anche di dissuadere l’immigrazione. Di fatto, questi luoghi di trattenimento sono strutture punitive. Vengono sempre più costruiti come fossero carceri: video-sorveglianza, unità ridotte, celle d’isolamento… In Francia, ad esempio, il più grande centro in costruzione a Mesnil-Amelot (240 posti), che aprirà tra qualche settimana, ha adottato questo modello. In Olanda, dove i suicidi e i decessi ‘inspiegabili’ sono frequenti nei centri, la detenzione dura 18 mesi e può essere riconfermata una volta tornati in libertà, le persone sono rinchiuse singolarmente in cellule molto piccole, oppure su battelli- prigione, con scarse possibilità di accedere all’esterno.

Clandestini: mano d’opera fatta su misura…
I centri di reclusione sono parte della politica di “gestione dei flussi migratori”, elaborata secondo i criteri della “immigrazione scelta” ossia in funzione dei bisogni di mano d’opera dei paesi europei. Non è da oggi che il padronato dei paesi ricchi fa ricorso ai lavoratori immigrati per accrescere i profitti. In modo legale come nel caso del lavoro a termine, di quello che era il contratto OMI (che permette di adeguare il diritto di presenza sul territorio al tempo dei lavori stagionali) oppure con il lavoro nero, dove gli stranieri sono impiegati molto spesso nei settori più difficili (BTP, lavori nei ristoranti, pulizie, lavori stagionali, …). Questi settori richiedono una mano d’opera flessibile, da adattare ai bisogni immediati della produzione. Oltre all’assenza di diritti legati al loro statuto, per esempio in caso di infortunio, la costante minaccia di arresto e di espulsione che pesa sui clandestini, permette ovviamente ai padroni di pagarli di meno, se non addirittura di non pagarli per niente (non è poi così raro). Questo abbassamento dei salari e delle condizioni di lavoro permette al padronato di rafforzare lo sfruttamento di tutti. Gli innumerevoli scioperi dei lavoratori privi di documenti mostrano a che punto padroni e Stato hanno bisogno di questa mano d’opera, ma anche che organizzandosi insieme, i clandestini possono talvolta tenere loro testa ed ottenere di essere messi in regola.

… e capro espiatorio ideale
La politica migratoria, e i centri di reclusione che fanno parte dell’ingranaggio, serve soprattutto a stigmatizzare chi non ha documenti. Lo Stato ne fa il capro espiatorio delle difficoltà che incontra oggi il popolo francese. L’utilizzo spettacolare delle espulsioni di Stato contribuisce a dimostrare da una parte l’ampiezza del “pericolo” che l’immigrazione irregolare rappresenta per la Francia e dall’altra l’efficacia di uno Stato che protegge i propri concittadini contro questo pericolo.
Lo Stato utilizza artifici come le cosiddette “minacce dell’immigrazione clandestina”, la “feccia delle periferie”, le “donne che portano il velo”, o la campagna sull’identità nazionale, per suscitare i peggio rigurgiti xenofobi e razzisti e tentare di creare consenso intorno al potere e al mondo che produce.

Frontiere ovunque
I centri di reclusione costituiscono un elemento indispensabile per applicare una politica europea di controllo dei flussi migratori che, mentre pretende abolire le frontiere all’interno dello spazio di Schengen, all’esterno le rafforza, in particolare con il dispositivo Frontex. Così il controllo inizia aldilà delle porte dell’Europa in accordo con paesi come la Libia, la Mauritania, la Turchia o l’Ucraina, dove vengono finanziati campi di detenzione per stranieri decretati indesiderabili, prima ancora che abbiano avuto la possibilità di mettere piede in Europa.
Allo stesso tempo dentro questo spazio territoriale le frontiere si moltiplicano, si spostano e quindi sono ovunque: ogni controllo di identità può portare all’espulsione. Perché la frontiera non è solo una linea che demarca un paese, ma soprattutto un posto di controllo, di pressione, di scelta. Così la strada, i trasporti, le amministrazioni, le banche, le agenzie di lavoro a termine, di fatto funzionano come frontiere.
I centri di reclusione, come tutti i campi per migranti, sono particole di frontiere assassine dell’Europa di Schengen. Sono luoghi dove si aspetta, rinchiusi, a volte senza scadenza e senza sentenza, dove si muore per mancanza di cure, dove ci si suicida piuttosto che essere espulsi. Bisogna farla finita con le frontiere!
Per tutte queste ragioni e perché la gestione dei flussi migratori non è “giusta”. Perché ciascuno deve poter decidere di vivere dove gli pare. Noi siamo solidali con gli accusati della rivolta e dell’incendio del centro di reclusione di Vincennes.

LIBERTÀ PER TUTTI GLI ACCUSATI!
LIBERTÀ DI CIRCOLAZIONE E DI INSEDIAMENTO!
CHIUSURA DEI CENTRI DI RECLUSIONE!
BASTA COI DOCUMENTI!

SETTIMANA DI SOLIDARIETÀ DAL 16 AL 24 GENNAIO 2010
Primo appuntamento il 16 gennaio 2010: Documentari, Dibattito,
Informazioni alle 19.00 al CICP (21 ter, rue Voltaire, 75011 Paris)

macerie @ Gennaio 4, 2010

Punizioni e premi: la funzione ambigua della rieducazione

3 gennaio 2010 2 commenti

Quando il “trattamento” si trasforma in polizia della coscienza
di Vincenzo Guagliardo, Liberazione 3 Gennaio 2010

Lo storico è prudente per sua natura; esterna al lettore le sue tesi di fondo solo quando può documentarle dati alla mano con centinaia di note e snervanti citazioni di fonti d’archivio con relative abbreviazioni…; altrimenti, lascia al lettore trarre le sue conclusioni, seppure fortemente aiutandolo da quel che traspare dalle parole documentate. Egli fa il contrario del dietrologo, che esterna le sue opinioni o fantasie di cittadino spacciandosi per storico.
Il libro di Christian G. De Vito, Camosci e girachiavi. Storia del carcere in Italia 1943-2007 (Laterza 2009, pp. 216, euro 18) è quello dello storico, che prova a colmare un vuoto importante di conoscenza sugli ultimi decenni con criteri storiografici rigorosi. E che comunque gli permettono di dichiarare la sua narrazione dalla parte dei reclusi piuttosto che delle istituzioni, con l’auspicio di portare così «un contributo alla trasformazione» del sistema penitenziario. Ma la mia non vuol essere la recensione di un libro che ho pur apprezzato, ma un’interlocuzione. Qui c’è un problema: quale tipo di “trasformazione”? Non è quella dell’autore una dichiarazione troppo timida per un terreno come quello scelto? Nella prefazione al libro, Guido Neppi Modona, che è giurista, ci fornisce invece la sua senza esitazioni: «La sfida è appunto quella di trasformare il carcere – ancora basato sul principio, peraltro mai realizzato, del trattamento di detenuti italiani condannati per i reati della tradizionale delinquenza individuale – in comunità destinate a fare convivere qualche decina di migliaia di tossicodipendenti e di immigrati extracomunitari, assicurando condizioni di vita materiali e morali degne di un paese civile». E’ una prospettiva inquietante: un’estensione della pena (sofferenza legale) a decine di migliaia di persone per fatti che di per sé non dovrebbero neppure costituire reato. Non è questo il cammino già in atto e che già ci preoccupa? (E come andrebbe trattato il delinquente “individual-tradizionale”? con la stessa concezione tenuta fino ad oggi?).
Per fortuna, il libro di De Vito contiene tutte le premesse per arrivare a conclusioni opposte, anche se non esplicitate. E cioè (a mio parere): l’unica riforma utile è la riduzione del carcere: della sofferenza legale. Ogni sua trasformazione è sempre un boomerang per la società o, meglio, per la civiltà. Il carcere all’inizio era una sorta di isola separata dalla società. I riformatori non hanno mai combattuto il carcere ma, a loro parere, questa separazione. De Vito mostra i loro limiti e le loro ambiguità: fin dai tempi dell’Assemblea costituente nell’immediato dopoguerra, hanno contrapposto genericamente la necessità della “rieducazione” al principio preciso – sostenuto dai conservatori (il futuro presidente della Repubblica Leone, Bettiol, il giovane Aldo Moro) – sicuritario e afflittivo. In costoro c’era «la preoccupazione che l’introduzione del concetto di rieducazione, nel testo dell’articolo relativo alla pena, minasse l’intero impianto del sistema penale: la rieducazione aveva già un suo posto, ed era nell’ambito delle misure di sicurezza; alla pena della reclusione spettava la connotazione retributiva che, sia pure mitigata da un processo di umanizzazione, doveva rimanere ben visibile». In realtà proprio la pretesa e presuntuosa rieducazione entrando nel sistema retributivo l’ha rafforzato invece d’esserne l’alternativa. Ha finito per sostituire il premio al diritto, e così ha finito pure per farci uscire dal diritto tout-court. Da sempre, infatti, il carcere aveva attuato una pratica di punizioni-premi che si nascondeva alla società, e si sottraeva a ogni diritto ogni volta che poteva (e poteva grazie a chi girava lo sguardo dall’altra parte). Ma ora questa pratica è addirittura promossa al vertice della concezione che guida il nuovo… “diritto” penitenziario (legge Gozzini).
Ha vinto, “incredibilmente”, proprio grazie ai riformatori, ossia alla defunta sinistra italiana (forse defunta proprio per questo). Passaggio essenziale di questa sconosciuta rivoluzione copernicana è stato il grande contributo dato dalla sconfitta delle lotte armate italiane attraverso la “dissociazione” di una buona parte dei loro militanti, ossia l’abiura premiata, che ha ispirato la legge Gozzini. Da allora non si giudicano più i comportamenti ma si valutano le… anime: arbitrio e lealizzazione neo-inquisitoriali (di sinistra…?). Da allora nella società il carcere non è più un’“isola” ma il centro di un invadente arcipelago in cui la pena va ben oltre lo stato di detenzione nella sua politica di lealizzazione delle coscienze.
La riforma ha aumentato il numero dei reclusi e quello di chi è nelle mani del sistema penale anche al di fuori della reclusione vera e propria, e ha consentito l’orrore della formazione di campi di concentramento per stranieri. Per tutti, come nei lager, si è puniti per quel che si è e non per quello che si fa. Perciò, l’unica riforma possibile è la riduzione di questo centro. Parafrasando Thoreau a proposito del governo migliore (in Disobbedienza civile, 1849), direi che preferisco il carcere che incarcera meno, e anzi, che il miglior carcere è quello che non incarcera affatto.
Questo in Italia vuol dire anzitutto abolire l’ergastolo come nei paesi europei più civili. La diminuzione delle pene verso livelli europei diminuirebbe poi il sovraffollamento delle carceri perché solo questo può far diminuire la condizione disumanizzante e i regolamenti che ipocritamente la rafforzano in nome di presunte riforme umanizzanti, che hanno il solo scopo di accettare il sovraffollamento. Oggi viviamo ormai pene indefinite, affidate a pareri sempre più indefinibili su reati che vanno verso l’infinito. Il carcere e il sistema penale sono ormai irriformabili: speriamo – siamo disperatamente costretti a dire – che siano almeno nell’immediato riducibili con pene certe invece che fluide e vischiose.
Foucault diceva che è davvero strana quest’idea della nostra civiltà: che la sofferenza inflitta possa elevarci spiritualmente. Purtroppo quest’idea continua ad accomunare gli opposti schieramenti, che tali – cioè “opposti” – proprio per questo motivo più non sono. E amen.

E ora una domanda: si vuole aumentare la pena ai poliziotti che sparano, aumentare quella per i violentatori e i pedofili, tenere chiuso persino un ultranovantenne nazista di nome Priebke, o cambiare strada? La prima aumenta i reati, perciò rafforza la giustezza del concetto “reato”, e ciò mi pare, alla luce della “Storia”, un suicidio per ogni idea di progresso civile – e spirituale. Per la seconda, chi scrive aspetta che si creino le condizioni per poterne parlare onde non farlo a vanvera. Per adesso, mentre assisto alla crisi sempre più profonda della giustizia penale, mi faccio la galera, direi quasi volentieri. Nulla vedo all’orizzonte; ogni tanto mi viene da sperare in una stramba idea, come primo passo: che nella magistratura qualcuno ancora “all’antica”, un vecchio conservatore si ribelli, invece di compiacersi, al sovraccarico che la “politica” gli ha affidato, prima con una sorprendente “via giudiziaria al socialismo” (ai tempi di Tangentopoli), ormai con l’abdicazione stessa alla politica di politiciens autoreferenziali, di “destra” o di “sinistra” che siano.

Stato d’eccezione carcerario, strada aperta alla speculazione

3 gennaio 2010 Lascia un commento

I responsabili del sistema penitenziario chiedono poteri speciali
di Paolo Persichetti, Liberazione 3 gennaio 2010

Il capo del Dap Franco Ionta ha chiesto lo scorso novembre l’apertura dello stato d’emergenza per le carceri. Secondo l’ex pm antiterrorismo, salito ai vertici dell’amministrazione penitenziaria nel luglio 2008, i «poteri straordinari» conferitigli all’inizio del 2009, in qualità di «commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria», non sarebbero più sufficienti per fronteggiare la gravità della situazione carceraria. In una lettera inviata a Settembrino Nebbioso, attuale capo di gabinetto del ministro della Giustizia Angelino Alfano, il massimo responsabile del carceri ha chiesto poteri speciali da «commissario delegato».
Un ampliamento delle competenze simile a quelle attribuite a Guido Bertolaso nel campo della protezione civile. Un potere d’eccezione che gli consentirebbe di aggirare le normali procedure in materia di edilizia penitenziaria prospettati, a più riprese, nel piano carceri annunciato dal governo. Ionta chiede di fare a meno delle gare pubbliche di appalto per l’attribuzione dei lavori alle ditte costruttrici e di avere in cambio la facoltà di affidare in via riservata, con modalità arbitrarie e discrezionali, i contratti per la costruzione di 47 nuovi padiglioni nei penitenziari già esistenti, e per i quali la finanziaria ha stanziato 500 milioni di euro (in buona parte presi dalla “cassa ammende”, circa 350 milioni, in precedenza utilizzati per finanziare programmi di trattamento e rieducazione che in questo modo verranno meno). Il piano indica anche la costruzione di 24 nuovi penitenziari a struttura modulare, di cui 9 «flessibili» (vale a dire carceri di “prima accoglienza” destinati a governare l’enorme flusso di ingressi/uscite rappresentato da quella fascia di persone arrestate, o detenute con pene lievi, che soggiornano in prigione per pochi giorni), da costruire nelle grandi aree metropolitane o in aree considerate “strategiche”, e di altre 7 strutture “pesanti”, a pianta architettonica tradizionale; progetti per i quali manca la copertura finanziaria.
Il project financing si è infatti arenato di fronte all’indisponibilità dei costruttori privati ad anticipare il costo dei lavori in cambio di contratti di lising poco remunerativi a breve termine. Un emendamento alla finanziaria, che consentiva la permuta di aree demaniali e delle sedi di vecchie carceri situati nei centri storici urbani, molto appetiti dagli speculatori del cemento, in cambio di nuove carceri da costruire nelle periferie, è stato fortunatamente bocciato. La richiesta del capo del Dap ha un precedente pericoloso, estremamente evocativo delle mire speculative che si nascondono dietro il piano carceri. Si tratta dei poteri speciali attribuiti nel maggio del 1977 al generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Con un decreto interministeriale ripetutamente prorogato, il responsabile dei nuclei speciali antiterrorismo venne nominato Comandante dell’ufficio di coordinamento per la sicurezza esterna degli stabilimenti penitenziari. A Dalla Chiesa fu affidato il compito di individuare i penitenziari destinati alla creazione di un nuovo circuito di massima sicurezza: le famose “carceri speciali”. In soli due giorni, con l’ausilio anche di elicotteri bimotore, vennero trasferiti sulle isole e da un capo all’altro del Paese circa 600 detenuti. Ma i poteri eccezionali conferiti al generale non si limitavano solo a questo. Dalla Chiesa aveva assunto anche competenze di intelligence che gli consentivano di entrare senza problemi all’interno degli istituti ed esercitare un forte potere gerarchico sui direttori. Nell’ambito di questi poteri d’eccezione, il Parlamento approvò, sempre nel dicembre del 1977, una legge recante «disposizioni relative a procedure eccezionali per lavori urgenti ed indifferibili negli istituti penitenziari».
Si tratta del precedente legislativo a cui si ispirano le pretese dell’attuale capo del Dap. Questa legge attribuiva al ministero della Giustizia ampi poteri discrezionali in materia di lavori pubblici e di appalti per la realizzazione di interventi che andavano ben oltre l’ordinaria manutenzione. Da quella operazione prese origine uno dei più importanti episodi di corruzione e truffa ai danni dello Stato. Scandalo scoperto nel febbraio 1988 e che travolse un ministro, il socialdemocratico Nicolazzi. La chiamata nominativa delle imprese di costruzione e l’opacizzazione dei protocolli, oltre all’avvio di un vasto programma di nuova edilizia penitenziaria basato su impressionanti colate di calcestruzzo e ferro in poco tempo divenute fatiscenti, diede origine allo scandalo delle carceri d’oro. Ogni “posto detenuto” venne a costare circa 250 milioni di lire, il prezzo di un appartamento in una grande città dell’epoca. Come allora, la banda del calcestruzzo, sponsor di questo governo, sarà il vero fruitore del piano carceri. Cemento e castigo

Pedagogia carceraria…

1 gennaio 2010 1 commento

Sarà colpa della maternità, ma certe cose che sarebbero sfuggite al mio sguardo, ora ci si impigliano.
Ecco come ci abituano a questo bel mondo, ecco come ci chiedono di far le madri.

Da un sito per neo-aspiranti-future mamme ecco una bel consiglio su come educare e far giocare i nostri figli,
per garantirci un futuro di silenzio, controllo, coercizione,  gestione dei corpi e delle persone:
Una volta si chiamavano box oppure recinti, ma se volessimo usare una parola più forte ma assai efficace diremmo che sono piccole prigioni. In inglese, tuttavia, suona meno crudo: jail, così le chiamano su Amazon, dove sono veri e propri bestseller. A differenza del box sono più spaziosi, si possono spostare facilmente in qualunque parte della casa e anche in giardino e possono ospitare più bambini insieme, anche quando sono un po’ troppo cresciuti per stare dentro un classico box. Nonostante all’apparenza siano piuttosto brutti, specialmente per l’idea di reclusione che portano con sé, risultano molto comodi per tenere sotto controllo i bambini quando si è all’aperto o per evitare che gattonino qua e là per casa rischiando di farsi male mentre noi siamo impegnate a cucinare o riordinare o lavorare al pc. I bambini mantengono, comunque, una certa libertà d’azione perché lo spazio è abbastanza esteso. Quello in foto si può acquistare online a circa 60 dollari, è smontabile e richiudibile per non occupare spazio inutile quando non si usa e si può rimontare modificando spazi e forma secondo quanti bambini dovrà ospitare. Vi convince?

Natale nei CIE: si impicca una reclusa trans a Milano

26 dicembre 2009 1 commento

Una mezzoretta fa ci è arrivata una telefonata da dentro uno dei Cie qui del nord Italia: gira voce, ci hanno detto, che in via Corelli sarebbe morto un recluso, suicida. E proprio mentre cominciavamo a fare qualche verifica abbiamo rintracciato in rete questo lancio di agenzia:
«Un trasessuale brasiliano di 34 anni, bloccato domenica scorsa perché irregolare, si è impiccato nel Centro di identificazione ed espulsione di via Corelli a Milano. Per uccidersi ha usato un lenzuolo, fissato alle sbarre della finestra della sua stanza al Cie. Il cadavere è stato scoperto intorno all 15,30 da un altro immigrato trattenuto nel centro, che ha dato l’allarme. Secondo la prima ricostruzione, il transessuale sarebbe entrato nella sua stanza attorno alle 14 e da quel momento nulla di strano è stato notato fino alla tragica scoperta del suo gesto. Liberato dalla stretta del lenzuolo, il trans è stato subito portato in infermeria dove sono iniziate, senza esito, le manovre rianimatorie. Quando è arrivata l’ambulanza, il rianimatore non ha potuto fare altro che constatare la morte. Ignota al momento la causa del suicidio. La polizia tiene a sottolineare che in questi giorni il Cie non è particolarmente affollato.»

Aggiornamento ore 23.oo. E già. Nel reparto trans di via Corelli, riaperto da pochissimo, una reclusa si è impiccata. Era stata catturata cinque giorni fa e, dai racconti che siamo riusciti a raccogliere fino ad adesso, prima di uccidersi avrebbe chiesto senza essere ascoltata di essere trasferita in un’altra sezione.

macerie @ Dicembre 25, 2009

Il Natale italiano dei migranti: scosse elettriche nei respingimenti e autolesionismo nei CIE

23 dicembre 2009 Lascia un commento

Difficile riuscire a commentare queste notizie.
Ma mentre le città sono intasate dagli acquisti natalizi ecco quello che accade nei Centri di Identificazione ed Espulsione nel nostro paese, ed ecco quel sta venendo fuori sui respingimenti dal rapporto annuale di Human Right Watch.

Dichiarazioni di questa mattina di Angiolo Marroni, Garante dei detenuti del Lazio: «Situazione tesa all’interno del Centro di Identificazione ed Espulsione di Ponte Galeria. Questa mattina, nel giro di pochi minuti, un immigrato algerino si è ferito con un rasoio mentre un tunisino ha tentato, invano, di darsi fuoco». Lo rende noto il Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni. «L’algerino M. A., 25 anni proveniente dal carcere diVelletri, si trova da cinque mesi nel Cie in attesa del riconoscimento da parte del suo Paese di origine – continua Marroni – Questa mattina si è colpito più volte un braccio con una lametta per protestare contro il fatto che, a suo dire, un connazionale entrato nel Centro dopo di lui sarebbe stato fatto giù uscire. Il trentenne marocchino A.M., invece, si trova da tre mesi e mezzo al C ed ha provato a darsi fuoco con un accendino. L’uomo non vuol essere rimpatriato in Marocco e chiede, invano, di poter uscire dal Centro per trasferirsi in Francia, dove dice di avere dei parenti. Attualmente a Ponte Galeria sono ospitate 263 persone, 151 uomini e 112 donne. Soprattutto fra gli uomini, la presenza è in deciso aumento, al punto che il settore maschile è quasi pieno. Le norme in tema di immigrazione – dice Marroni – le difficoltà di riconoscimento legate ai rapporti con le ambasciate e, non da ultimo, il freddo stanno trasformando i Cie in luoghi di tortura psicologica che possono portare alla disperazione, come nei casi di questa mattina. A causa della lentezza delle identificazioni, non è più una eventualità ma una certezza la possibilità, per gli ospiti, di trascorrere sei mesi nel Centro. A questo, a Ponte Galeria, si aggiunge anche la criticità delle condizioni di permanenza aggravata, negli ultimi giorni, dall’interruzione della collaborazione tra Croce Rossa e Asl sull’assistenza sanitaria. A Ponte Galeria tutto sarà fuorché un bel Natale»

Per quanto riguarda il rapporto della ONG internazionale che si occupa della difesa dei diritti umani, vi incollo direttamente l’agenzia così com’è, che non servono tante altre parole per commentarla:
ROMA, 22 DIC – Un clima generale di razzismo e xenofobia, inasprito dalle politiche legislative e di governo: il 2009, per gli immigrati in Italia, è stato un pessimo anno. A sostenerlo è Human Right Watch, Ong internazionale che si occupa della difesa dei diritti umani. E che, in un rapporto intitolato ‘Slow Movement: Protection of Migrants Rights in 2009’, fa un resoconto sulle violazioni dei diritti dei migranti in numerosi Paesi del mondo. Il rapporto punta il dito soprattutto contro i respingimenti «operati dall’Italia, a partire dallo scorso maggio, contro barche di migranti provenienti dalla Libia». In una di queste azioni di «repressione», il primo luglio 2009, la Ong riferisce che «funzionari italiani hanno usato bacchette che provocano scosse elettriche e manganelli» contro i ‘boat-peoplè e che alcuni persone a bordo dei barconi hanno riportato «lacerazioni alla testa, medicate prima che lasciassero le navi di soccorso italiane». Radiografando la situazione dell’immigrazione in Italia, Human Right Watch sottolinea che «le politiche di governo e la legislazione hanno inasprito un generale clima di razzismo e xenofobia». E a finire nel mirino è la legge 94 del 15 luglio, secondo cui «gli immigrati privi di documenti sono punibili con una multa superiore ai 10 mila euro». Non solo, con il cosiddetto ‘pacchetto sicurezzà «il premier Silvio Berlusconi, invece di scoraggiare le azioni dei vigilantes, ha autorizzato gruppi di vigilanza, con il rischio di creare una violenza tollerata dallo Stato contro rom e migranti», riferisce il rapporto. (ANSA)

Martino Zicchitella

20 dicembre 2009 2 commenti

Prosegue la sezione di questo sito dedicata ai compagni uccisi durante azioni armate, tutti quelli che normalmente vengono rimossi dalla memoria collettiva, tutti gli “scomodi”.
Molti in questo ultimo periodo li ho saltati. Per problemi di tempo, ma non per dimenticanza, quindi il danno verrà riparato al più presto e tutti coloro che sembravano essere stati dimenticati dalle pagine di questo blog verranno ricordati.
Non ci si dimentica del proprio sangue.
Il tutto è tratto dal Progetto Memoria, Edizioni Sensibili alle Foglie 

MARTINO ZICCHITELLA

– Nasce a Marsala il 26 aprile 1936
– pochi anni dopo si trasferisce a Torino
– svolge attività extra-legali e viene arrestato per rapina del ‘66
– evade dal carcere di Firenze
– riarrestato milita nel movimento di rivolta dentro alle carceri
– milita nei Nuclei Armati Proletari
– resta ucciso a Roma, durante un’azione armata dei N.A.P. il 14 dicembre 1976

Scritture di Martino Zicchitella
– “Memoriale redatto da Zicchitella; Anarchismo n.10 – 11, Catania 1976
“Prima del mio arrivo nella Casa di reclusione di Lecce, mi era stato accennato come fosse usuale in questo luogo, conosciuto come il “lager del Salento”, percuotere i nuovi arrivati. Già il compagno S. N. in un memoriale presentato alla magistratura alcuni mesi fa, descriveva fatti avvenuti e metodi usati di violenza da restare sgomenti; egli si riferiva al caso di un detenuto che dopo essersi aperto il ventre dalla disperazione con un’arma da taglio, fu oggetto di un pestaggio da parte degli agenti di custodia, che lo ridussero in fin di vita a colpi di manganello e calci. Lo stesso poi (il suo nome era Caradonna), fu abbandonato in una cella sotterranea senza che gli fossero state apprestate le cure necessarie.
Trasferito in questo stabilimento, ebbi modi di constatare, e subire, i metodi che venivano messi in atto: un trattamento riservato quasi sempre ai compagni o simpatizzanti di sinistra.
Il 30 giugno 1975 faceva il mio ingresso nella menzionata casa penale proveniente da Rebibbia, dove fui trattato secondo il regolamento. Alla villa Bobò di Lecce invece, appena preso in consegna dal corpo di guardia del carcere, mi venne rivolta da un brigadiere degli agenti di custodia, questa frase: “E adesso che cosa avanzi?”
Certo non potevo immaginare cosa mi sarebbe accaduto nei seguenti 80 giorni. Dopo essere stato portato in un ufficio adiacente a quello del maresciallo comandante, fui perquisito da cima a fondo, senza rispetto alcuno della personalità umana, con accurate esplorazioni anali, poi introdotto in una sezioncina detta “Reparto isolamento”: qui fui rinchiuso in una cella che non aveva alcun arredo, solo mura, porte e inferriate di ferro. Qui ci rimasi circa mezzora, dopo di che fui invitato ad uscire in un corridoio dove c’erano ad attendermi un numero considerevole di guardie (una quindicina ).
Mi fecero percorrere il corridoio della sezione e a spintoni mi condussero in un passaggio che immetteva in un sotterraneo dello “la campana”. Si trattava di tre anguste celle lunghe due metri e trenta per uno e cinquanta. Appena scesi gli scalini e spinto in una delle tre cellette (la seconda), venni aggredito da alcune guardie che erano nel corridoio precedentemente, agli ordini di un appuntato.
Queste mi furono addosso in un baleno e mi percossero selvaggiamente per mezzora con calci e pugni, tanto da farmi svenire e procurarmi lesioni e dolori che accusai per oltre un mese. Dopo il primo pestaggio, chiusero la porta della cella e quella della sezione andandosene. Il locale maleodorante e sudicio era umidissimo, l’unica suppellettile era un bugliolo senza coperchio nel quale c’erano ancora escrementi umani.
Di lì a poco tempo con un rumore assordante di chiavi e ferri sbattuti, arrivarono altre guardie, era una seconda squadretta per il secondo pestaggio, l’appuntato era sempre lo stesso, aprirono la mia cella e mi si avventarono nuovamente addosso, dicendomene di tutti i colori, frasi come bastardo, fottuto, delinquente.
Mi strapparono da dosso la camicia e i pantaloni e questa volta ricevetti anche dei colpi con un bastone. Insomma avevo le ossa e il corpo in stato pietoso, era blu per le ecchimosi, il sangue mi fuoriusciva dal naso, dalla bocca, dalle abrasioni alle braccia e al corpo. Prima che se ne andassero gettarono nella cella due secchi d’acqua allagando l’angusto locale; in queste condizioni rimasi ben 24 giorni, cioè nudo con acqua sul pavimento e con scarso cibo, per i primi tre giorni non mi dettero nulla e per un mese non vidi un raggio di luce, e non presi una boccata d’aria all’esterno.
Nello stesso periodo ebbi modo di conoscere altri compagni che avevano subito o subirono vessazioni e pestaggi.
Il trattamento fu pressappoco analogo per tutti: il B.D.S. fu addirittura messo in un reparto denominato “il forno”, locale strettissimo e privo di finestre, nel buio più totale, per diversi giorni. Altri due mesi, poi me li fecero trascorrere in una cella di un piano superiore, dove c’era un pancaccio e un gabinetto alla turca. Alla “campana” per tutta la durata dei 24 giorni non mi fu data né una branda né un materasso. Dormivo a terra con una coperta sudicia che subito si inzuppava d’acqua, che mi veniva consegnata la sera alle 21 e ritirata la mattina alle 8.
Continue furono le istigazioni al suicidio e durante la notte mi costringevano ad alzarmi per il controllo della ronda, la luce era accesa giorno e notte, naturalmente per tutto il tempo che rimasi in quel buco, non potei acquistare cibo, né scrivere a mia madre, la quale dopo il mio trasferimento da Roma non sapeva dove fossi stato mandato. […]

– Martino Zicchitella, “Assassinio di un uomo”, Porto Azzurro, in: Autori Vari, Liberare tutti i dannati della terra, Roma 1972, Edizioni Lotta Continua
“Questa è la giustizia del nostro paese, condanne assurde, senza troppo andare per il sottile, labili indizi per ciò che concerne la colpevolezza, prove ed alibi di innocenza non tenuti in considerazione. Perché? Si tratta di un pregiudicato, pregiudicato divenuto per protesta di una società che fa schifo, democrazia di capitalisti, uomini che sfruttano milioni di altri uomini, salariandoli con molliche di pane, briciole lasciate cascare dalla loro sontuosa mensa, briciole che non sfamano, gocce che tengono in vita un moribondo.
Pregiudicato è colui che, stanco dei soprusi, stanco di essere sfruttato, stanco del massacrante turno di lavoro, dice al padrone: basta, ladro, restituiscimi ciò che mi hai rubato prima.
Stenti e fame alle dipendenze del padrone.
Stenti e fame durante l’espiazione della pena.
Stenti e fame dopo l’espiazione, scacciato e insultato.
Pregiudicato e operaio da noi, negro in America non sono che forme di preconcetti razziali del capitalismo, dei padroni che ci trattano come servi della gleba, quei padroni che vivono senza sapere che vuol dire un’esistenza squallida, nella miseria, senza sapere cosa significa desiderare pane e mortadella, di non aver avuto da bambino il piacere di possedere un giocattolo costoso, a volte il calore e l’affetto di una famiglia, del focolare.
L’orfanotrofio, il correzionale, il carcere, ecco sfornato il pregiudicato. Ed ora? … marcisca in una patria galera … rieducarlo ora? macché, carne da macello, taluni gridano pena di morte, altri no! Fatelo vivere, fatelo vegetare, l’organizzata industria della giustizia deve avere la sua materia prima.
Polizia, carabinieri, parte di una florida industria che produce … pregiudicati, e criminali, il carcere è l’università ove si laurea, la scuola per delinquere, il giovane che vi è rinchiuso oggi per un furtarello, sarà il rapinatore o l’assassino di domani, non importa, l’industria non deve fallire.
Le carceri magazzini di carne umana sono zeppe, si raggiunge ormai, in ogni stabilimento penale o giudiziario, la saturazione, uno sull’altro come animali, l’esempio più classico dei tre compagni arsi vivi a San Vittore in un’angusta cella, dico tre persone … tre giovani vite stroncate nel fiore dell’età per una assurda condizione carceraria, per il sadismo edilizio che costringe tre giovani a stare rinchiusi in due metri quadrati di spazio.
Nel carcere di Torino sono stato compagno di cella con Bobbio, Viale, Bosio, Mochi Sismondi, compagni e seguaci di Lotta Continua, al loro fianco ho compreso veramente il valore di ciò che significhi lotta per la libertà, lotta al capitalismo: ed a tutte le sue strutture borghesi, con profonde radici fasciste.
Con loro ho vissuto momenti di vera fratellanza, fummo commensali, discutemmo sulle occupazioni delle fabbriche, delle università, la Fiat, Palazzo Campana. Su queste basi capeggiai nell’estate ’68 una rivolta passiva. Un sit-in alla Bertrand Russel a protesta e a richiesta che si facesse di più per i detenuti, che si riformassero i codici, che si varasse l’ordinamento carcerario, fui prelevato di peso, attaccato dalla Stampa per il mio gesto e trasferito in casa di rigore. Ancora una volta dovetti subire la repressione da parte della polizia e voluta dai capitalisti.
Dovrò ancora scontare oltre 15 anni di carcere per dei reati che non ho commesso, con ingiustizie e provocazioni: uscirò … debbo uscire per scendere ancora in piazza e alzare la destra, serrare il pugno, dovrò contestare, dovrò combattere la polizia mia acerrima nemica, il capitalismo dovrà essere sconfitto, e con loro i servi e i fascisti, dovrò uscire per raggiungere i miei compagni e marciare al loro fianco verso un nuovo orizzonte.”

Documenti prodotti da organizzazioni armate per la persone o per l’evento in cui ha incontrato la morte
– Nuclei Armati Proletari, “Onore al compagno Zicchitella”, Roma 1976
“Il compagno Martino Zicchitella nacque a Marsala il 26-4-1936 ma fin da piccolo ha vissuto a Torino, la città della borghesia savoiarda, degli ex-repubblichini, la citta dei Valletta, la città in cui la sperequazione capitalistica è più evidente e più umiliante. La città metropoli in cui, già negli anni del boom, la vita sociale è pianificata, controllata e manipolata; dove ogni attività è finalizzata alla produzione di plusvalore e consenso, attraverso l’utilizzazione dei più rudimentali mass-media del tardo capitalismo.
Dai casermoni di Via Verdi ai portici di Via Roma lastricati di marmo, alla Barriera di Milano, alla Crocetta, i salariati di Torino si battono tra centinaia di contraddizioni giornaliere, simili a quelle di qualsiasi altro paese capitalista, ma tutte riconducibili a una sola: quella della propria appartenenza di classe, del proprio potere di acquisto dal quale dipende la gradazione della propria identità umana e sociale. Qui l’acquisizione e l’interiorizzazione dei valori legati all’ideologia borghese non sono scelta, sono induzione violenta, costante, asfissiante.
Martino sceglie la strada dell’appropriazione violenta ed individuale del benessere padronale: quella della rapina, per cui viene arrestato nel ’66.
Durante l’alluvione di Firenze, Martino evade, vive ancora contraddittoriamente la sua realtà di proletario detenuto; salverà invece alcuni giovani dalla melma dell’Arno.
Il carcere e lo scontro che in esso si vive collettivamente gli fanno acquisire i primi elementi di coscienza rivoluzionaria e lo portano nel ’68 alla testa, come direzione ed avanguardia riconosciuta, delle prime dimostrazioni pacifiche nelle carceri “Nuove” di Torino, alle quali il potere risponde brutalmente, come sempre.
Nel ’70 Martino ha pienamente chiarificato la sua identità, ha identificato lo Stato anche nelle sue appendici carcerarie e riesce ad evadere da Alessandria.
Rimane fuori poche ore con le gambe spezzate per il salto dal muro di cinta. Ripreso viene massacrato dalle guardie e rimarrà claudicante.
Nel ’71 è alla testa della rivolta delle “Nuove”. Con lui altri compagni che in quelle lotte e da quelle lotte hanno con sequenzialmente maturato la scelta della lotta armata; all’interno della quale rappresentano le avanguardie più alte e più coscienti del proletariato detenuto, al quale la loro prassi fornisce le più chiare indicazioni: l’evasione e l’organizzazione combattente.
Il ’71 è l’anno di Attica per i proletari che si ribellano in USA; quello di Porto Azzurro per i compagni come Martino. Le successive rivolte ad Alghero, Noto, Enna, lo vedono farsi carico, nella gestione delle lotte, degli interessi di sopravvivenza dei proletari prigionieri, della loro necessità di organizzarsi e combattere.
Nel ’74 a Viterbo inizia un confronto con altre avanguardie espresse dalle lotte dei detenuti sulla costituzione in organizzazione politico-militare all’esterno di alcune avanguardie rivoluzionarie.
Con la presenza a Viterbo di un militante dei NAP, il confronto prosegue e si sviluppa interno-esterno, sul piano politico quanto su quello organizzativo-militare.
Partecipa così alla costruzione e alla realizzazione della operazione coordinata con l’attacco armato interno-esterno del maggio ’75 che vede al primo posto la parola d’ordine della liberazione dei combattenti comunisti prigionieri.
L’attacco interno non coglie l’obiettivo della liberazione ma, per effetto dell’attacco esterno che vede imprigionato il boia Di Gennaro, è comunque un momento di enorme crescita politico-militare che Martino fa suo patrimonio all’interno dell’organizzazione dei NAP.
Trasferito a Lecce per rappresaglia subisce per mesi torture fisiche e psicologiche ma non cessa di porsi come direzione dello scontro organizzando e realizzando con un altro militante dei NAP l’azione armata dell’agosto ’76 che porta alla liberazione di 11 prigionieri.
La sua morte nello scontro di Roma caratterizza e definisce la sua vita e la sua coerenza di combattente comunista.”

Martino Zicchitella

Aldo Bianzino: comunicato stampa

19 dicembre 2009 Lascia un commento

“Arrestati e condotti nel carcere di Capanne – Aldo viene portato in isolamento e Roberta nel braccio femminile – al termine di una perquisizione, firmata dal pm Petrazzini, trovate solo alcune piante di marijuana e 30 euro in contanti”.

E’ l’assurdo inizio della fine di Aldo. Uomo libero, consumatore e coltivatore di canapa che per questo viene arrestato e muore in carcere, in una città che si preoccupa soltanto di reprimere i consumatori e la “manodopera di strada” mentre rimane una piazza centrale del narcotraffico. A più di due anni da questa “misteriosa” morte, si tenta ancora di insabbiare la verità. 
Infatti, mentre è stato rinviato a giudizio l’agente di polizia penitenziaria accusato di omissione di soccorso, viene archiviato il procedimento per omicidio, volendo farci credere che Aldo sia “stato ucciso” in carcere da un malore accidentale. L’ipotesi di morte naturale viene però formulata solo dopo la seconda autopsia sul corpo di Aldo.
Và ricordato che nella prima autopsia vengono riscontrate diverse lesioni “compatibili con l’ipotesi di omicidio” e i medici legali dichiarano probabile la sua morte per percosse. Nella seconda, con l’asportazione del fegato e del cervello, la sua morte viene fatta risalire a cause naturali, negando di fatto l’ipotesi delle percosse.
Una terza perizia viene richiesta dal giudice e affidata agi stessi medici legali! Il risultato? Il fegato di Aldo si sarebbe staccato in seguito ad un massaggio cardiaco (effettuato da medici competenti!). Dall’analisi dagli atti che giustificano l’archiviazione permangono diversi dubbi:

– Aldo viene ritrovato rannicchiato nel letto nudo con addosso una sola maglietta (che i familiari affermano non appartenergli) e con la finestra aperta, ad ottobre inoltrato.
– Al momento del ritrovamento del corpo di Aldo non è stata effettuata alcuna ispezione della cella numero 20 nella quale era stato rinchiuso.
– Nonostante viene affermato che dall’analisi delle riprese delle telecamere a circuito chiuso del carcere non risultino elementi rilevanti, non si parla del perché queste all’inizio vengono dichiarate non funzionanti mentre in seguito viene affermato che il loro funzionamento avviene con registrazioni ad intervalli regolari.

Inoltre come è possibile che lo stesso pm Petrazzini che ha ordinato l’arresto di Aldo sia anche quello che ha indagato sulle cause della sua morte? Non è corretto che uno stesso magistrato svolga contemporaneamente il ruolo dell’accusa e della tutela (ruolo della difesa) nei confronti della medesima persona. Al limite il magistrato che ha emesso l’ordinanza di perquisizione nei confronti di Aldo poteva essere sentito come parte in causa all’interno dell’inchiesta sull’omicidio, ormai archiviata.
Questa è la “storiella” alla quale vogliono farci credere, dandoci come “contentino” il capro espiatorio di turno. In risposta ad uno stato che vuole controllare i cittadini e reprimere qualsiasi comportamento che sia difforme dalla norma, e ad un comune che non si è mai esposto su questa vicenda continuando invece ad alimentare politiche securitarie attraverso la privatizzazione del controllo sui nostri corpi e le nostre vite, noi continueremo ad opporci a questa sicurezza che vuole limitare le nostre libertà individuali e che allo stesso tempo lascia impuniti casi molto simili a quello di Aldo come quelli di Stefano Cucchi, Marcello Lonzi e Stefano Frapporti, solo per citarne alcuni, ma che potrebbe capitare a tutti noi in qualsiasi momento.
Continueremo quindi a diffondere lotte dal basso e consapevolezza perché non si può finire in carcere per qualche pianta d’erba in nome di una sicurezza che è solo repressione e morte.

Comitato Verità e Giustizia per Aldo

Due importanti (e contemporanei) appuntamenti nazionali per oggi

19 dicembre 2009 Lascia un commento

Foto di Valentina Perniciaro

Oggi ci si doveva dividere in due…spezzare il proprio corpo una parte a Messina e una parte a Torino, per essere presenti in due piazze entrambi importanti ed essenziali. 
A Messina è da poco partito il corteo della Rete No Ponte, contro lo scempio progettato per lo Stretto di Messina…la partenza del corteo è stata posticipata di un po’ per l’incidente ferroviario che ha coinvolto proprio il treno Torino-Villa San Giovanni, che ha causato la morte di un operaio delle RFI (Rete ferroviaria italiana). Armando Iannetta, 57enne di Castrocielo (Fr) è stato colpito dal convoglio dell’intercity, travolto ed ucciso sul colpo: il collega che era con lui è rimasto fortunatamente incolume.

A Torino invece:

In risposta ai continui attacchi delle istituzioni e dei media contro tutte le realtà occupate, scendiamo in piazza per dire basta a un regime sempre opprimente e una repressione dilagante, in cui democrazia e libertà si traducono in C.I.E. e militarizzazione delle città. La tanto invocata sicurezza crea un clima di terrore, nel frattempo le persone
continuano a morire: sul lavoro per un ricatto sociale che ci costringe alla sopravvivenza, nelle carceri in condizioni disumane, nelle strade per mano della polizia. in nome del progresso e dell’economia la nostra salute è attaccata ogni giorno da troppe nocività e la nostra mente viene manipolata dai media.
PER LA RIAPPROPRIAZIONE E LA DIFESA DEGLI SPAZI AUTOGESTITI E LA LIBERTA’ DI TUTTI GLI INDIVIDUI .

Appuntamento Sabato 19 Dicembre 2009
Ore 14:00 davanti alla Stazione Ferroviaria di Torino Porta Susa

31 DICEMBRE: TUTT@ SOTTO IL CARCERE DI REBIBBIA

17 dicembre 2009 Lascia un commento

NON VOGLIAMO PIÙ CHE DI CARCERE SI MUOIA MA NEMMENO CHE DI CARCERE SI VIVA!

Da quanto tempo gridiamo queste parole? Da quanto tempo le scriviamo sui muri?
Le abbiamo impresse sulla copertina sin dalla prima Scarceranda!
Eppure di carcere si continua a morire e di carcere donne e uomini continuano a vivere sempre di più.
Nei 206 istituti penitenziari italiani sono stipati 65.719 uomini e donne, 9.000 in più dello scorso anno.
Il 37%  ha sul documento di identità un timbro diverso dal nostro: li chiamano stranieri.
Il 25%  ha fatto uso di sostanze stupefacente: li chiamano tossicodipendenti.
Quasi la metà, ossia 31.136 sono in attesa di giudizio, dunque  innocenti.
Tra i 27 paesi dell’Unione, l’Italia ha il primato per la  presenza in carcere di persone non condannate: il 47,3% di fronte a una media europea al di sotto del 20%.  Quasi 20.000 persone in carcere hanno condanne inferiori ai 3 anni. E si continua a incarcerare chiunque appartenga alle fasce emarginate e disagiate.

Ma soprattutto in carcere si muore e il numero è in continua crescita. Dall’inizio del 2009 alla fine di novembre sono morte 168 persone detenute, di cui 66 per suicidio; in crescita rispetto allo scorso anno che era di 146 morti di cui 46 suicidi. Le morti in carcere, quando non sono suicidi, vengono definiti “da accertare” secondo la terminologia dei burocrati, in realtà le persone in carcere vengono uccise dalla mancata -assistenza medica, dalle condizioni degradanti del carcere, ma soprattutto dai pestaggi. 
Come Stefano Cucchi, un ragazzo di 31 anni, assassinato dalla ferocia di tutte le istituzioni che l’hanno avuto “in consegna”: carabinieri, polizia penitenziaria, magistrati, medici. Perché in Italia si nega ma esiste la tortura che viene regolarmente sperimentata sulle detenute e i detenuti.
Ma quanti Stefano Cucchi vengono uccisi senza che se ne sappia nulla? Come Yassine El Baghdadi di soli 17 anni, registrato come suicidio il 17 novembre nell’Istituto per Minori (IPM) di Firenze, buttato in carcere per tentato furto. Il carcere come discarica dei problemi sociali: solo chi rifiuta o non sottosta alle leggi dei potenti finisce in carcere.

Oltre ai 206 istituti penitenziari, con annessi 6 Ospedali Psichiatrici Giudiziari, ossia i manicomi criminali che annientano 1600 segregati, aumentati del 20% nell’ultimo anno, ci sono gli  Istituti Per Minori –IPM- con 530 ragazzi e ragazze, e infine le celle di sicurezza delle questure di PS e delle stazioni dei CC, nelle quali transitano, mai indenni, decine di migliaia di persone. 

Ma non basta ancora! Al paesaggio di sbarre, mura, celle e custodia si aggiungono le gabbie dei Centri di Identificazione ed Espulsione, i famigerati CIE, i lager in cui vengono rinchiuse le persone immigrate. Lì dentro donne e uomini subiscono violenze e soprusi, si ammalano e muoiono sotto lo sguardo complice degli operatori della Croce Rossa o degli altri enti gestori. Nell’ultimo anno, solo nel CIE di Ponte Galeria, sono morte per queste cause Salah Soudani e Nabruka Mimuni. Sono 13 le strutture presenti sul territorio nazionale per una capienza massima di 1814 persone ma deportazioni di massa e un’impossibile assistenza legale non permettono tuttora una trasparente stima dei reclusi e delle recluse. Un panorama devastante che è peggiorato in seguito all’approvazione del Pacchetto Sicurezza che ha prolungato fino a 6, i mesi di reclusione.

A questo punto dobbiamo farci  delle domande non più rinviabili:
Cosa ne sappiamo di come si vive e si muore dietro quelle mura? Leggi e regolamenti non ci danno la risposta!
Ogni tanto la cosiddetta opinione pubblica viene a conoscenza di questi crimini di stato commessi dietro quelle sbarre e ne resta stupita. Allora sdegnata chiede diritti e garanzie,  nuove leggi e regolamenti per chi sta dall’altra parte del muro.
Fino a quando assisteremo a questo massacro, esprimendo solo di tanto in tanto la nostra protesta?
La storia dei supplizi, della segregazione, della libertà tolta, in tutti i paesi e in tutte le epoche ci insegna che soltanto una pressione costante, continua, incalzante, può intaccare la ferocia di quella mostruosità che si definisce sistema di reclusione. Intaccarlo nella prospettiva dell’abolizione definitiva di questa barbarie.
Uno solo è il diritto che dobbiamo rivendicare, il diritto di indignarci e quindi il diritto di lottare!!!
La lotta contro il carcere e gli altri sistemi privativi della libertà va condotta tutti i giorni! Con efficacia e determinazione, unendo tutte e tutti quelli che odiano ogni gabbia.  

Contro ogni carcere giorno dopo giorno
 IL 31 DICEMBRE TUTTE E TUTTI SOTTO IL CARCERE DI REBIBBIA  
dalle ore 11,00 alle 15,00. 
 


E’ USCITA SCARCERANDA 2010

17 dicembre 2009 Lascia un commento


BELLA PIU’ CHE MAI, LA SCARCERANDA DEL 2010 E’ PRONTA!

SCARCERANDA DAL 1999 L’AGENDA CONTRO IL CARCERE.
CONTRO OGNI CARCERE GIORNO DOPO GIORNO.
PERCHE’ DI CARCERE NON SI MUOIA PIU’, MA NEANCHE SI VIVA. 

Scarceranda è un’agenda autoprodotta da Radio Onda Rossa dal 1999. Il suo motto fin dalla nascita è “contro ogni carcere giorno dopo giorno, perché di carcere non si muoia più, ma neanche di carcere si viva”.
Potete contribuire alle edizioni future di Scarceranda inviando i vostri disegni e scritti: saggi, racconti, poesie, ricette culinarie.
Scarceranda ospita le “Ricette evasive”: ricette culinarie di facile preparazione pensate soprattutto per chi è prigioniero/a riutilizzando anche parte del vitto fornito dall’amministrazione penitenziaria.
Scarceranda partecipa ogni anno alla mostra “Crack! Fumetti dirompenti” organizzata al CSOA Forte Prenestino di Roma, esponendo le tavole delle edizioni passate e raccogliendo disegni per l’edizione dell’anno successivo.
Dal 2006 insieme all’agenda è allegato un Quaderno con testi e immagini aggiuntivi. La collana dei Quaderni di Scarceranda può essere richiesta anche separatamente dall’agenda dell’anno in corso.
Scarceranda viene donata alle persone prigioniere che ne facciano richiesta o segnalate a Radio Onda Rossa che provvede alla spedizione postale in carcere.

Tratto da Scarceranda 2010

Se volete far giungere la Scarceranda in carcere potete comunicarci il nominativo del prigioniero/a e il carcere in cui si trova (città).
Scarceranda è auto-distribuita e auto-promossa. Se volete organizzare iniziative di presentazione o di sostegno, prendervene più copie per distribuirla in conto vendita, contattateci per metterci d’accordo. 

Scarceranda (agenda + Quaderno) è in vendita a 12 euro. La si può trovare presso Radio Onda Rossa e in altri punti vendita (infoshop, centri di documentazione, librerie) sparsi per l’Italia.
Si può acquistare Scarceranda per corrispondenza pagandola preventivamente tramite conto corrente postale o versamento on-line. [Il versamento di 12 euro a copia va effettuato sul conto corrente postale 61804001 intestato a Cooperativa Culturale Laboratorio 2001 indicando in maniera leggibile nominativo e indirizzo cui si vuole venga spedita l’agenda e la causale Scarceranda. Se si effettua il bonifico online l’IBAN è IT15 D076 0103 2000 0006 1804 001.]

I PROSSIMI APPUNTAMENTI ROMANI PER SEGUIRE SCARCERANDA:

17 Dicembre 2009 h. 19 @ libreria cafè Giufà :: presentazione + aperitivo
18 Dicembre 2009 h. 20 @ Forte Prenestino :: presentazione + cena evasiva
20 Dicembre 2009 h. 18:30 @ Bottega Kinkelibà (Via Macerata 54, Roma) :: presentazione + pizzette, tarallucci e vino
29 Dicembre 2009 h. 18 @ Odradek :: saluti e brindisi di fine anno
31 Dicembre 2009 h. 11 @ carcere di Rebibbia :: presidio di solidarietà

CENE EVASIVE
Alla Taverna del CSOA Forte Prenestino ogni terzo venerdì del mese cena con le ricette evasive a sostegno di Scarceranda.

Tratto da Scarceranda 2010

 

Nuova rivolta al CIE di Bari

16 dicembre 2009 Lascia un commento

Nuova rivolta, ieri pomeriggio, dentro al Cie di Bari-Palese. Sembra che tutto sia nato dal pestaggio effettuato dalle guardie, non si sa per quale motivo, di un recluso del modulo 6. I suoi compagni hanno reagito bruciando alcuni materassi e spaccando i vetri della struttura. Contro i ribelli sono accorsi “militari di tutti i tipi” – secondo le testimonianze da dentro – che sono riusciti ad isolarli nel loro modulo. Non si sa bene cosa sia capitato successivamente, ma sembra non ci siano stati arresti. In realtà è dall’altroieri che la tensione al 6 si è rialzata: i reclusi degli altri moduli avevano sentito urla e casino provenire da lì e da allora tutti i moduli sono isolati e i pasti vengono serviti tra le sbarre.
QUI SOTTO IL VOLANTINO DISTRIBUITO DURANTE LA MANIFESTAZIONE  IL GIORNO SUCCESSIVO

Benvenuti nella democrazia dei lager

M. ha una trentina d’anni, e, come dicono i suoi compagni di cella, “sta morendo piano piano”. Da circa quattro mesi è rinchiuso nel C.I.E. di Bari-Palese e da più di 40 giorni porta avanti, nel silenzio e nella disperazione, uno sciopero della fame: non parla e rifiuta il cibo, mangia solo un po’ di  pane ogni quattro-cinque giorni, e perciò le sue condizioni di salute sono gravi; è rimasto “solo ossa”. Da quando i suoi compagni di cella chiedono insistentemente agli operatori sanitari di fare qualcosa, la risposta è sempre la stessa: questi operatori dicono che se M. non si reca autonomamente in infermeria, loro non possono fare niente e non sono responsabili della sue pessime condizioni; evidentemente non gli importa se M. sta così male che non riesce neanche ad alzarsi dal suo materasso, e quindi l’assistenza medica gli viene di fatto negata. In poche parole: la sua vita non ha nessun valore per gli operatori sanitari del C.I.E.

Una cosa simile, probabilmente, deve averla pensata dei suoi carcerieri quel recluso che per disperazione ha tentato di impiccarsi, circa un mese fa, ed è vivo solo perché i suoi compagni di cella gliel’hanno impedito; fosse stato per gli addetti alla sorveglianza, “avrebbe anche potuto impiccarsi, se ne era così convinto”. Neanche la vita di S. deve aver molto valore, secondo gli operatori del C.I.E. in cui è rinchiuso: è ammalato di diabete, ma si vede negare una cura adatta e la possibilità di fare delle analisi. E un parere non molto diverso sugli operatori sanitari l’avranno forse quei reclusi che sanno che alcuni di loro hanno malattie come l’epatite c, e vedono che nessun tipo di precauzione viene presa dagli addetti all’assistenza per evitare il contagio: la barba, ad esempio, la fanno tutti con lo stesso rasoio. Anche questo, si capisce, è una cosa che pare non importi agli operatori del C.I.E.
A quanto dicono questi operatori, neanche la pessima qualità del cibo dipende da loro: è quindi inutile che i reclusi si lamentino se nei piatti trovano vermi o roba andata a male, o se dopo pranzo sono in uno strano stato di torpore
come se nel cibo fossero stati messi psicofarmaci e “sostanze calmanti”.
Forse si tratta delle stesse “pillole” che vengono somministrate quotidianamente all’ora della cosiddetta “terapia”: tutte le altre cure mediche richieste dai reclusi vengono quasi sempre negate. Gli operatori sanitari devono aver stabilito, a quanto pare, che gli psicofarmaci sono un ottimo espediente per tenere a bada i migranti che si trovano nel C.I.E; per poterli tenere rinchiusi per mesi nelle celle col pretesto che non hanno un documento valido, come ha stabilito il recente “Pacchetto Sicurezza”. Per impedirgli di protestare, di fare baccano, di tentare la fuga. E se gli psicofarmaci non dovessero bastare, ci sono i militari addetti alla sorveglianza: sempre col manganello in mano. Ai militari, dicono i migranti, è inutile chiedere qualunque cosa: non è possibile mandare un fax, e neanche avere una penna per scrivere, non ti danno nulla, ti dicono che quello che chiedi non c’è, o non è possibile, o loro non ne sono responsabili.
Ma allora chi sono i responsabili di tutto questo? Saranno gli ex-ministri Turco e Napolitano, che nel 1998 hanno deciso la costruzione di strutture simili? Sarà il ministro Maroni, che ha fatto approvare una legge che allunga i periodi di detenzione nei C.I.E.? Sarà l’O.E.R. (Operatori Emergenza Radio), la “onlus” che ha vinto la gara d’appalto per la gestione del C.I.E. di Bari-Palese? Saranno forse le ditte Medica Sud srl o Ladisa, che partecipano alla gestione di questo centro, in “raggruppamento temporaneo di impresa” con la suddetta O.E.R.? Saranno i militari del battaglione S. Marco, che sono addetti alla sorveglianza? La risposta pare ovvia: sono tutti responsabili.

Responsabili dell’attuazione di una legge razzista, responsabili della macchina delle espulsioni, responsabili dell’esistenza dei  C.I.E., responsabili delle pessime condizioni di vita al loro interno, responsabili della disperazione di chi vi viene “ospitato”.

Ma forse neanche psicofarmaci e manganelli bastano a tenere la situazione sotto controllo, se spesso nel C.I.E. di Bari-Palese ci sono proteste e rivolte rumorose: dentro le celle, con gli scioperi della fame, o cercando di inghiottire qualunque cosa pur di uscire dal centro, per essere portati in ospedale; e all’interno della struttura, quando i migranti spaccano vetri e bruciano materassi chiedendo di essere liberati, o almeno rimpatriati, per sfuggire all’inferno del C.I.E.
L’ultima protesta si è verificata la settimana scorsa: due migranti sono stati arrestati e probabilmente rimarranno in carcere per molto tempo, senza che si sappia più niente di loro.
Una cosa simile è successa ai venti algerini che sono stati arrestati l’anno scorso, nella notte di Natale, per aver tentato la fuga. Sono rimasti in carcere con l’accusa di devastazione e saccheggio, da cui sono poi stati assolti,
dopo un anno, perché la corte d’appello ha deciso che, in effetti, come condanna era decisamente esagerata. Dopo un anno di carcere.

Considerando tutto questo, non è difficile capire perché le leggi sull’immigrazione che vigono in Italia non possono che essere definite razziste, e non ci si stupirà più di tanto se questi C.I.E. vengono sempre più spesso chiamati lager. Perché di lager si tratta.

E allora benvenuti nella democrazia del razzismo, della violenza contro i migranti, della xenofobia, della repressione dei “clandestini” e degli “indesiderati”. Benvenuti nella democrazia che ha costruito i nuovi lager.

Funerali di SherKhan

16 dicembre 2009 Lascia un commento

Giovedì 17 Dicembre alle ore 17:00 saremo a Piazza Vittorio per la veglia pubblica per Mohammed Muzzafar Alì, detto Sher Khan.

Sher Khan

 

Ci saremo per ricordarlo e ricordare insieme a tutti gli antirazzisti le battaglie portate avanti insieme.
Ci saremo per ricordarci che ancora molto da fare se c´è ancora chi muore, di freddo, per strada…
Saremo insieme anche per denunciare pubblicamente le colpe di chi non lo ha assistito durante la detenzione nel C.I.E. di Ponte Galeria e fuori, quando è stato lasciato al suo destino.
Chiediamo a tutti di partecipare a questo momento di lutto che vuole anche essere un momento di riflessione collettiva sul da farsi affinchè le battaglie per i diritti dei migranti siano ogni giorno nelle strade e nella vita di questa città, nella vita di tutti noi così come lo è stato per Sher Khan.

Per chi voglia contribuire alle spese per il funerale e per il trasporto in Pakistan si può utilizzare il conto dell’associazione Senzaconfine, specificando nel bonifico “per Sher Khan” e mandando contestualmente una mail a senzaconfine@libero.it.
Conto n° 111215 intestato a Associazione Senzaconfine
Banca Popolare Etica – Roma
IBAN: IT91W0501803200000000111215

Associazione Senza Confine 

Polsi e caviglie di Francesco Mastrogiovanni

14 dicembre 2009 4 commenti

Prendo quest’articolo da “Il Mattino” di oggi.
La verità sulla morte di Francesco Mastrogiovanni, maestro di una scuola di un comune del cilento, morto dopo un TSO e quasi 4 giorni di agonia su un letto di contenzione, sembra venire fuori. I segni sul suo corpo sono chiari.

Polsi e caviglie sfregiati. Segni di ferite profonde anche quattro centimetri. La testimonianza di un calvario. Lo strazio prima della fine. È quel che resta di Francesco Mastrogiovanni, maestro elementare di Castelnuovo Cilento, 58 anni, morto il 4 agosto all’ospedale San Luca di Vallo della Lucania.
Dopo tre giorni e mezzo di ricovero. In trattamento sanitario obbligatorio. Ottanta ore legato mani e piedi ad un letto di contenzione. Senza cibo: lo alimentavano con soluzioni fisiologiche. Senza nessuno che raccogliesse la sua disperata voglia di libertà. Lui ha tentato di strapparsi quelle funi che lo inchiodavano al letto della follia. Così si è procurato le lesioni. Prima di morire per un edema polmonare acuto. Le immagini del corpo segnato del ”maestro più alto del mondo” – così lo chiamavano gli alunni cilentani in omaggio al suo metro e novanta di statura – sono le foto scattate al momento dell’autopsia. Un album dell’orrore a corredo della consulenza medico-legale chiesta dalla Procura di Vallo. Che indaga sulla fine di Mastrogiovanni. Omicidio colposo, l’ipotesi di reato. Diciannove persone, sette medici e dodici infermieri, i destinatari dell’avviso di conclusione indagini firmato dal pm Francesco Rotondo. Sotto inchiesta l’intero reparto di psichiatria del San Luca, guidato da Michele Di Genio, sospeso a ottobre dall’incarico per volere del commissario dell’ex Asl Salerno 3. Il dubbio dei magistrati è se Mastrogiovanni sia stato trattato in ospedale come medicina – oltre che pietà – impone. «Il trattamento di contenzione è stato rispettoso dei protocolli», dicono i sanitari interrogati in settimana in Procura. «I segni marcati rinvenuti sul corpo non si spiegano con una logica medico-curativa», ribatte la famiglia attraverso i suoi legali. Per ora ci sono le foto dello scempio. Testimoni di una morte dolente. Dopo una vita tribolata. Border line. Segnata dall’accusa di un delitto politico. Negli anni settanta Francesco Mastrogiovanni, l’anarchico, fu processato per l’omicidio di Carlo Falvella, il giovane fascista ucciso a Salerno nel ’72. Venne assolto. Poi, nel ’99, un nuovo processo per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale. Condannato a tre anni, poi assolto in appello e pure risarcito per ingiusta detenzione. Storie che restano impresse nell’animo e nel carattere di Mastrogiovanni. Un carattere difficile. Irregolare. Eccentrico. Ma «gentile, premuroso soprattutto verso i bambini», come raccontano gli amici della sua nuova vita, quella da maestro in un borgo cilentano. Amici impegnati, oggi, a chiedere «verità per Francesco», come urlano i tatsebao issati dinanzi al Tribunale di Vallo nel giorno dei primi interrogatori dei medici indagati. Gli amici vogliono verità sul tunnel in cui Mastrogiovanni è finito. I giorni del ricovero. E prima, il trattamento sanitario obbligatorio disposto dal comune di Pollica perchè il maestro avrebbe «dato in escandescenze» 

di Carla Errico Salerno

Addio Sher Khan, “tigre” dei diritti dei migranti

10 dicembre 2009 4 commenti

Sher Khan è morto stanotte ! 
Morto di freddo e di patimenti (fuori dal CIE-Ponte Galeria solo da 3 giorni , “ perché privo di permesso nonostante il soggiorno in Italia da almeno 20  anni”) in quella multietnica P.za Vittorio divenuta anche il sacello della  tragica storia del riscatto degli immigrati. 
Morire di freddo nella metropoli della storia è un infamia da gridare ai  quattro venti.

Sher Khan

Con oltre 600 chiese,centinaia di palazzi monumentali e di luoghi pubblici al coperto, 20000 appartamenti sfitti, una decina di occupazioni di case, oltre 30 spazi-centri sociali occupati , svariate sedi sindacali confederali e di base , circoli e sezioni di partito : morire di freddo a Roma è una bestemmia, 
un controsenso, l’indice barbaro della modernità che continua ad uccidere per cattiveria, qualunquismo, indifferenza.
Ne portiamo tutti la responsabilità, quella di non aver fatto abbastanza per lenire la sofferenza !
Sher Khan era parte di noi. Lo abbiamo conosciuto tra i primi, per la prestanza irriverente con cui affrontava e tutelava i bisogni-diritti negati ai suoi simili. Per l’assillo che metteva ovunque ci fosse un sopruso : con quel fiero volto, simpatico e sorridente; con quelle manone calorose e gesticolanti; con quel cipiglio da capopopolo , arringante e ritmante fluviali slogan da megafono.
Lo abbiamo aiutato e sostenuto; cazziato per alcune ingenuità ed errori , dovuti per lo più allo stato di esclusione programmata a cui le istituzioni  costringono gli immigrati per far ricadere su di loro le colpe e i misfatti della politica.
Sher Khan Addio ! Addio al tuo – di tanti – sogno di emancipazione e liberazione , di cui avvertiamo e sentiamo il peso per non essere riusciti a  soddisfare : prendiamo rinnovato impegno perché il tuo sacrificio non sia stato inutile, così che altri tuoi-nostri fratelli e sorelle potranno realizzarlo !

Addio Sher Khan , la terra ti sia accogliente .
Un saluto a pugno chiuso.

 Vincenzo Miliucci per la Confederazione Cobas

Dal sito Macerie, un po’ di aggiornamenti da Parigi, Torino e Milano

4 dicembre 2009 Lascia un commento

Parigi Torino e Milano, in breve
Diario

 @ Si è tenuta, il primo dicembre scorso al Tribunale di Parigi, la prima udienza del processo per l’incendio di Vincennes. Intanto, la domanda di scarcerazione di Nadir, l’ultimo dei ribelli in carcere, è stata respinta, come è stata respinta la richiesta degli antirazzisti di potergli far visita. E sono

L'incendio dopo la rivolta. Vincennes, France

state respinte pure le richieste degli avvocati di prendere visione di tutte le videoregistrazioni della rivolta e non solamente della sintesi preparata – ad arte – dalla polizia. In aula erano presenti un bel numero di solidali, alcuni dei quali hanno occupato, successivamente, l’ufficio che concede i permessi di visita. Il processo continuerà il 25, 26 e 27 gennaio prossimi, e per la settimana precedente sarà indetta una settimana internazionale di solidarietà con gli arrestati.

 @ A Torino, al processo per i fatti di piazza Rebaudengo, sono stati ascoltati i testimoni della difesa. Nulla da segnalare, se non l’astio evidente e incontrollato del Pubblico ministero Padalino nei confronti degli imputati e di alcuni dei testimoni. Astio oramai quasi maniacale, che lo ha portato a richiedere preventivamente alla Digos di analizzare i tabulati telefonici del cellulare di uno dei testimoni proposti dalla difesa, per scoprire esattamente dove il testimone fosse al momento dei fatti: peccato che quel cellulare, in quel momento, fosse spento. Anche questo procedimento continuerà nel 2010.

 @ Al Tribunale di Milano, per finire, il processo per la seconda rivolta di Corelli, quella del 7 novembre. Udienza lunga, con molti solidali in aula. Sono stati interrogati alcuni testimoni e alcuni degli imputati. A metà udienza è emerso un particolare inedito: i quattro arrestati non sarebbero stati arrestati totalmente “a caso”, come si sospettava all’inizio. Al contrario: si è trattato di una ritorsione per aver tentato di fuggire, soltanto un paio di giorni prima. La prossima udienza sarà il 17 dicembre, e a testimoniare ci sarà l’oramai famosissimo Vittorio Adesso, ispettore capo del Centro.

Finalmente testimonianze dirette di ciò che avviene nel Mediterraneo, cimitero liquido

2 dicembre 2009 Lascia un commento

Importante, necessario, obbligatorio far girare queste testimonianze raccolte da Fortress Europe

ROMA – Picchiati dai militari italiani e deportati nel Sahara. Parlano i respinti. Per la prima volta. Dalle celle di un carcere in mezzo al deserto libico, mille chilometri a sud di Tripoli, dove sono finiti dopo essere stati respinti in Libia dalle navi militari italiane. Li abbiamo raggiunti telefonicamente. Sono 38 somali. Tutti uomini. Parte dell’equipaggio di 81 somali partiti da Tripoli lo scorso 27 agosto 2009 e respinti dalle autorità italiane dopo tre giorni in mare, il 30 agosto
A. è uno di loro. Ha 17 anni. “Siamo partiti la notte del 27 agosto – racconta -. Con noi c’erano 17 donne, 7 bambini e una donna anziana, eravamo tutti somali”. Dopo due giorni di navigazione verso nord, il gommone incontrò una motovedetta maltese. “Ci dettero acqua e giubbetti di salvataggio. Chiedemmo la direzione per Malta, non volevamo andare in Italia, per paura dei respingimenti. Ci indicarono la rotta e ripartimmo. Fu solo dopo cinque ore di navigazione che capimmo che stavamo andando verso la Sicilia”. M., un compagno di cella di 29 anni, conferma. 
Il racconto di quelle ore coincide con la cronaca delle agenzie di stampa del 30 agosto. A 24 miglia di distanza da Capo Passero, in provincia di Siracusa, l’imbarcazione viene intercettata dalle unità italiane. Quattro passeggeri, tra i quali una donna e un neonato, vengono trasferiti in ospedale alla Valletta. Un quinto uomo viene ricoverato a Pozzallo, in Sicilia. Gli altri passeggeri vengono trasbordati su un pattugliatore di altura della Guardia di Finanza che parte in direzione di Tripoli, dove arriverà il giorno dopo. Fin qui la cronaca ufficiale. Ma cosa successe davvero a bordo?

“Quando ci presero a bordo non ci dissero dove ci stavano portando – racconta A. -, ma a un certo punto era chiaro che tornavamo in Libia, perché eravamo in mare da troppo tempo, ci abbiamo messo 28 ore a raggiungere Tripoli”. Fu allora che sul ponte scoppiò una dura protesta. “Ci avevano diviso. Le 17 donne con i 7 bambini stavano da una parte. Gli uomini dall’altra. Le donne piangevano, gli uomini gridavano. Per fortuna c’erano tre uomini che parlavano inglese e facevano da interpreti con gli italiani. ‘No life in Libya’ dicevano. Gli abbiamo spiegato che eravamo somali, che in Somalia c’è la guerra e che non potevamo tornare in Libia. Piuttosto, dicevamo, potevano rimandarci in Sudan, dove non avremmo corso rischi, ma non in Libia”. 
Inizialmente – racconta A. – i militari italiani sembravano comprendere le loro ragioni. A. ricorda il più anziano a bordo. “Era un signore con i capelli bianchi. Piangeva, era commosso a vedere le donne e i bambini in lacrime, e la signora anziana, al pensiero di rimandarci in galera”. A. sostiene che quell’ufficiale abbia contattato il comando, per sapere cosa fare. Ma la motovedetta non ha mai invertito il timone. E a metà rotta ha incontrato la motovedetta libica su cui doveva trasbordare i respinti. Lì le proteste sono aumentate. “Alcuni uomini minacciavano di buttarsi in mare, gridavano, i militari italiani sono dovuti intervenire con la forza, si sono accaniti a manganellate contro un ragazzo. Finalmente hanno deciso di non trasbordarci e siamo rimasti a bordo fino al porto di Tripoli”. Appena a terra, sul molo, le proteste sono immediatamente finite, racconta A. “Chi parlava veniva subito picchiato dai libici”.
Da lì sono stati trasferiti nel carcere di Tuaisha, vicino all’aeroporto di Tripoli. E dopo un mese sono stati smistati in diversi centri di detenzione. Trentotto di loro – tra cui nessuna donna – sono finiti a Gatrun. Mille chilometri a sud di Tripoli. Vicino alla frontiera con Chad e Niger, in pieno deserto. Il viaggio da Tripoli è durato tre giorni, chiusi dentro un container. Qui si trovano al momento 245 detenuti, tutti somali. Stipati in tre camerate, dormono a terra, senza coperte e senza materassi, di notte fa freddo, alcuni si sono presi la scabbia. Una delle camerate è per le donne, che sono 54 e stanno insieme ai quattro bambini, uno dei quali ha solo pochi mesi ed è nato in carcere, a Benghazi. Già perché la maggior parte dei detenuti di Gatrun proviene proprio dal centro di Benghazi, a Ganfuda. 
Rircordate? Ne avevamo parlato in un’inchiesta a settembre, quando avevamo pubblicato le foto dei somali feriti a coltellate dalla polizia libica durante la durissima repressione di un tentativo di evasione di massa dal carcere, il 9 agosto scorso, concluso con l’uccisione di sei somali. 
Anche a Gatrun hanno tentato la fuga in massa. È successo venerdì scorso. Hanno sfondato la porta della cella e sono fuggiti in 91. La polizia libica è riuscita a riprenderne solo 32. “Sono stati picchiati duramente – racconta M. – e poi riportati qua. Per noi e per loro non c’è nessuna soluzione. Siamo qui da mesi, non abbiamo ancora visto l’Onu. Ma all’Onu e all’Europa a questo punto chiediamo di rimpatriarci. Piuttosto che rimanere chiusi in questa galera, preferiamo morire in guerra a Mogadiscio”.

Rivolta al CIE di Bari

1 dicembre 2009 Lascia un commento

Tocca al Cie di Bari Palese chiudere degnamente questo mese di rivolte che hanno segnato i Centri di tutta Italia.
La dinamica dei fatti non è ancora chiarissima, ma da quel che hanno potuto ricostruire fino ad ora i compagni baresi tutto sarebbe nato questa mattina da un litigio tra un recluso e i funzionari dell’ufficio immigrazione.
Litigio culminato con il lancio di una sedia e con il fermo del recluso.
Solo a quel punto, per difendere il fermato, un’intera sezione del Centro sarebbe insorta: vetri spaccati e materassi bruciati.
Non si sa quanto siano stati ingenti i danni, ma alla fine i soldati del Battaglione San Marco hanno trasferito in carcere due prigionieri, forse tre, mentre altri due sarebbero in ospedale. Secondo un lancio di agenzia, inoltre, tre poliziotti e due soldati sarebbero stati leggermente feriti negli scontri.

Ascoltate la ricostruzione fatta da una compagna barese: http://www.autistici.org/macerie/?p=23183

macerie @ Novembre 30, 2009