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Archive for the ‘MIDDLE-EAST’ Category

Israele e gli “organi” palestinesi …

29 dicembre 2009 Lascia un commento

IL GOVERNO EGIZIANO CONTINUA A BLOCCARE I PARTECIPANTI ALLA GAZA FREEDOM MARCH.
Nel frattempo, da Infopal, un po’ di notizie di qualche giorno fa, da non lasciare nel dimenticatoio 

Nazareth – Infopal. Il deputato palestinese nel parlamento israeliano Ahmad at-Tibi, capogruppo del Blocco Arabo Unito, ha rivelato che negli anni Novanta l’Istituto medico forense israeliano “Abu Kabir” ha “prelevato frammenti di tessuto cutaneo, cornee, ossa, e talvolta valvole mitraliche, dai cadaveri dei palestinesi uccisi dagli israeliani, per trapiantarli ai soldati israeliani”.
At-Tibi ha affermato che “nella serata del 18 dicembre 2009, il secondo canale della televisione israeliana ha trasmesso un dossier contenente registrazioni audio del direttore dell’Istituto Abu Kabir mentre raccontava alcune realtà che non sono state rese pubbliche in passato e che confermano che negli anni Novanta dai cadaveri arrivati presso l’Istituto sono stati estratti frammenti di tessuto cutaneo (dalle schiene, in particolare, per trapiantarli a soldati feriti o ustionati), senza il consenso delle famiglie dei defunti”.
Egli ha anche detto che il rapporto ha evidenziato che il responsabile di questo progetto era l’ufficiale dell’Esercito Aryeh Eldad, attualmente deputato del Parlamento israeliano.

Nello speciale della tv israeliana è stato confermato che dai cadaveri sono state prelevate le cornee. Nancy Scheper-Hughes, docente all’Università di Berkeley, ha incontrato dieci anni fa il direttore dell’Istituto e ha registrato i suoi discorsi su questi fatti. Ha detto alla televisione israeliana: “È vero che le cornee ed i tessuti cutanei venivano presi dai palestinesi e dagli israeliani, ma il fatto grave è che la pelle veniva presa dai palestinesi e poi applicata ai soldati israeliani loro nemici”.
At-Tibi ha dichiarato: “Possono prelevare da israeliani per altri israeliani, ma con il consenso della famiglia, ma come si fa a prelevare gli organi di palestinesi per i soldati che li hanno uccisi?!”. “Tuttavia gli israeliani non uccidono un palestinese per prendergli gli organi, ma perché lotta o manifesta contro di loro, poi ne approfittano per prelevare dal suo cadavere gli organi e trapiantarli ai soldati israeliani, come hanno rivelato sia il secondo canale israeliano che gli stessi funzionari dell’Istituto”.

Ha poi aggiunto: “Tutto ciò si ricollega all’inchiesta del giornalista svedese pubblicata alcuni mesi fa su fatti simili e che ha fatto infuriare il governo israeliano, il suo ministro degli Esteri Lieberman e tutti i media israeliani”.
At-Tibi ha affermato che, a seguito di fatti simili, qualche anno fa aveva presentato un’interrogazione all’allora Ministro della Sanità israeliano Nissim Dahan: quest’ultimo non confermò né smentì il contenuto dell’interrogazione, ovvero se istituti israeliani prelevavano organi dai martiri palestinesi senza il consenso delle loro famiglie. Vi si riferiva che i tessuti cutanei pelle venivano depositati in un’apposita “banca”, dalla quale venivano poi prelevati per essere trapiantati a soldati israeliani ustionati o feriti durante le operazioni militari contro i palestinesi.
At-Tibi ha chiesto agli israeliani, e in particolare al Ministero degli Affari Esteri, di scusarsi con il giornalista del quotidiano svedese “Aftonbladet” per tutti gli attacchi lanciatigli contro due mesi fa, quando aveva rivelato il turpe fenomeno dello sfruttamento degli organi di palestinesi uccisi da parte degli israeliani.

UN ANNO DAL GENOCIDIO DI GAZA!

27 dicembre 2009 1 commento

Un giorno da ricordare, malgrado sarebbe bello potersene dimenticare.
Un anno fa il cielo di Gaza, il cielo, il mare, la terra della Striscia di Gaza si coprirono di un’ombra di morte che non li abbandonò per poco più di un mese. Più di 1400 persone se  ne andarono dietro a quell’ombra e fare il conto di quanti bambini sotto i 9 anni ci sono tra quei numeri, fa paura, orrore, dovrebbe far indignare, urlare e combattere.

13 morti, tredici, 13, tredici morti tra gli israeliani!

E invece parlando in giro, guardandosi intorno, si capisce come il ricordo di Gaza sia vago, malgrado 365 giorni non siano così tanti.
Se si sfoglia La Repubblica di oggi è palese quello che l’Italia ricorda: nulla.
Non una riga, non un titolo, niente che ricordi un attacco terroristico legalizzato e prolungato per 34 giorni su una cittadinanza inerme, completamente assediata, privata di qualunque possibilità di vita normale, di riscatto, di lavoro o studio, di una normale costruzione di relazioni personali.
Neanche tutta la sinistra ha il buon gusto di ricordare. Lo fa “il Manifesto”, lo fa “Liberazione”, ma già “Gli Altri” , divenuto da poco settimanale,  non ha avuto il buon gusto di sprecare una sola battuta d’inchiostro a riguardo. Malgrado le migliaia sprecate per cose poco leggibili. Buono a sapersi.

Nessun popolo al mondo vive la situazione di Gaza: nessuno vive con la densità di popolazione presente in quei vicoli sudici. Nessuno è costretto a nascere, crescere, fare figli e vederli morire in una stessa stanza da dividere minimo in 10. Stanza dove non esiste un giorno di intimità, dove non esiste niente di quello che rende una vita “normale”; stanza che poi viene meticolosamente, ripetutamente, abbattuta, bombardata, rasa al suolo.
Una striscia di terra stuprata, un terra di profughi che lì sono stati deportati, trasformati in detenuti a cielo aperto, in essere viventi privati di qualunque libertà, per poi condurre decenni di vita da animali in gabbia, da detenuti senza reato, da bambini dagli occhi profondi che non guarderanno mai più lontano di pochi metri.
Non riesco nemmeno a scriverne lucidamente: nel ricordare quell’operazione si dovrebbero dare dei dati, parlare degli armamenti usati, parlare degli studi fatti poi sui corpi e sul suolo che ci provano la pericolosità costante di chi vive su un territorio ormai completamente contaminato da sostanze chimiche e tossiche, cancerogene e pericolose.
Si dovrebbe parlare degli effetti che fanno i bombardamenti sui bambini, che vuol dire crescere con continue incursioni, in stanze sovraffollate con il cielo carico di cacciabombardieri. Si dovrebbe parlare di quanti aborti spontanei ci sono negli ultimi mesi di gravidanza durante le incursioni, si dovrebbe parlare dei rifugi ONU rasi al suolo poco dopo che avevano comunicato alle forze israeliane di aver accolto manciate di profughi.
Si dovrebbe parlare delle bombe DIME e di come tranciano le vene per lasciarti morire come un carboncino monco, di come il fosforo mangia gli organi interni e lascia i tuoi vestiti intatti.
E ancora, i media internazionali obbligati a rimanere fuori, gli attivisti rimasti dentro infilati in liste nere di gente da far fuori il più velocemente possibile; e poi, quanti bambini trovati morti con un solo colpo di fucile al cuore? Quanti neonati sono stati fotografati trapassati da parte a parte da un solo colpo, preciso, al cuore o in testa?
Le avete viste quelle foto? E come avete fatto a dimenticarle?
Come fate ad essere complici di un simile genocidio, come fate a comprare i prodotti israeliani, come fate a spalmare sulla vostra pelle creme di bellezza israeliane sapendo che la pelle dei bambini di Gaza quando non è lacerata da ferite mortali è incisa da malattie e malformazioni? Come cazzo fate a non sentire il bisogno di fare qualcosa, anche se questo qualcosa fosse solo RICORDARE?
Come fa un settimanale “di sinistra”(oggi ce l’ho con il giornale di Sansonetti come mai prima d’ora) a non pubblicare nemmeno una foto che riporti il pensiero a quei giorni così vicini? Come si fa a rimuovere così?
Come si fa a star fermi? Come si può ancora sopportare?

“Fratello, io credo nel mio popolo errante, carico di catene.
Ho preso le armi perchè un giorno I nostri figli prendano la falce.
Il sangue delle mie ferrite irriga le nostre valli;
Esso ha dei diritti su di te, è il debito che non può più aspettare” – Jalal al-din – 

Fosforo bianco per le strade di Gaza

 

Categoria del blog: OPERAZIONE PIOMBO FUSO 

Arresti natalizi a tappeto in Kurdistan!

24 dicembre 2009 Lascia un commento

GLI ARRESTI DI NATALE DEGLI AMMINISTRATORI KURDI

24 Dicembre 2009 – Questa mattina alle ore 5:00 ha avuto inizio una operazione di polizia da parte delle Forze di sicurezza turche che ha portato all’arresto di decine di sindaci e amministratori locali del neonato partito BDP (Partito della pace e della democrazia). Al momento si segnalano oltre 85 fermi in attesa di convalida dell’arresto.
Questa operazione, attuata nel giorno della vigilia di Natale, dimostra, ancora con maggior forza, l’assoluta mancanza di volontà della Turchia di avviare un reale confronto democratico col popolo kurdo ed i suoi rappresentanti, legalmente e democraticamente, eletti nelle elezioni amministrative della scorsa primavera.
Questa operazione chiude un 2009 che ha visto da marzo ad oggi, l’arresto di migliaia di amministratori locali dell’ex DTP (Partito della società democratica) e attivisti della società civile kurda, la chiusura da parte della Corte costituzionale turca del DTP ed una serie di violenze di piazza che rendono quest’anno che volge al termine, l’ennesimo anno di violenza e repressione e che vede le speranze di pace e dialogo che sembrava si stessero concretizzando, allontanarsi sempre di più.
Giungono notizie di assembramenti di uomini e mezzi dell’esercito turco nella zona kurda in preparazione di operazioni militari:  il riaccendersi della guerra sembra essere prossimo e concreto.
Consapevoli che alla repressione delle forme democratiche e alla cancellazione del diritto di rappresentanza politica segue la repressione armata e la guerra, ci rivolgiamo con forza a tutti gli amministratori locali italiani, che in molti casi in questi anni hanno iniziato degli importanti progetti di collaborazione e di sviluppo con le amministrazione del DTP nel Kurdistan turco, ed ai mezzi di informazione affinché facciano sentire la loro protesta forte e la loro denuncia contro questo ennesimo tentativo di affossare la pace e di reprime il legittimo diritto di un popolo ad esistere.
Aggiungiamo la lista aggiornata dei fermati:

Sindaci in carica fermati:

  • Leyla Güven, Sindaco di  Viranşehir, (Membro della assemblea degli  enti locali del Consiglio d’Europa)
  • Aydın Budak, Sindaco di  Cizre,
  • Selim Sadak, Sindaco di Siirt – ( Ex. Deputato del DEP che è stato in carcere per 10 anni con Leyla Zana) ,
  • Zülküf Karatekin, Sindaco di  Kayapınar,
  • Ethem Şahin, Sindaco di  Suruç,
  • Ahmet Cengiz, Sindaco di  Çınar,
  • Ferhan Türk, Sindaco di  Kızıltepe,
  • Abdullah Demirbaş, Sindaco di  Sur,
  • Necdet Atalay, Sindaco di  Batman
  • Songul Erol Abdil, Sindaco di Dersim

Ex Sindaci :

  • Emrullah Cin, Sindaco di  Viranşehir
  • Hüseyin Kalkan, Sindaco di  Batman
  • Fikret Kaya, Sindaco di  Silvan
  • Abdullah Akengin.Sindaco di  Dicle
  • Avv. Firat Anli, Il presidente della federazione del DTP Diyarbakır e ex. Sindaco di Yenisehir,
  • Ali Simsek, il vice sindaco di Diyarbakır,

– Hatip Dicle, copresidente del DTK (Congresso della Società Democratica ed ex. Deputato del DEP che è stato in carcere per 10 anni con Leyla Zana)

Ex dirigenti del DTP: Aydın Kılıç, İlyas Sağlam Il presidente della Federazione del DTP di Batman,  Nurhayat Üstündağ, Abdullah Ürek,  Celil Piranoğlu ed il consigliere del comune Batman  Şirin Bağlı

Ed in oltre :

  • Avv.Muharrem Erbey,il presidente del IHD (Associazione dei diritti umani)  di Diyarbakir
  • Sakine Kayra, membro del movimento delle donne libere e democratiche,
  • Fethi Suvari, Agenda locale 21,
  • Avv. Servet Özen, Presidente del DİSKİ ed il suo vice Yaşar Sarı,
  • Gülizar Akar, Impiegata dell’ assemblea delle donne Kadın,
  • Kerem Çağıl, Dirigente del asso. Göç-Der (Associazione dei sfolatti Interni),
  • Ferzende Abi, Presidente del Associazione MEYADER di Van,
  • Gli altri arresti secondo le citta:

–          Diyarbakır: Adil Erkek, Bedriye Aydın, Fatma Karaman, Ramazan Debe,
–          Van: Tefik Say, M. Sıdık Gün, Yıldız Tekin, Hilmi Karakaya, Cafer Koçak, Ferzende Abi, Sabiha Duman, Ahmet Makas, Zihni Karakaya, Resul Edmen ve ismi öğrenilemeyen bir öğrenci
–          Urfa: Mehmet Beşaltı, Müslüm Caymaz, Mehmet Çağlayan, İbrahim Halil Göv, Abdürrezzak İpek,
–          Şırnak: Memduh Üren, Necip Tokgözoğlu, Sami Paksoy, Ömer Yaman, Serbest Paksoy, Mesut Altürk, Hasan Tanğ, Serdar Tanğ, Yusuf Tanğ, Cahit Tanğ, Ekrem Babat, Segban Bulut, Mustafa Tok, Agit Berek.

Buon compleanno bimbo senza terra!

24 dicembre 2009 2 commenti

Roviniamo il natale alle aziende israeliane!

23 dicembre 2009 Lascia un commento

Che nessuna delle nostre tavole, imbandite e non, si senta esclusa.
Questo è un compito che abbiamo tutti, chi festeggerà e chi passerà queste giornate senza nemmeno pensarci … i prodotti di questa lista (solo una piccola parte di quelli che poi potete trovare sul sito per la campagna di boicottaggio) sono presenti sempre nelle nostre case, sono prodotti che siamo abituati a vedere nei nostri scaffali e non ad immaginare come finanziatori di morte.
Ma è così, quindi forse è il caso che iniziamo ad imparare a scegliere meticolosamente quello che portiamo alla bocca, quello che acquistiamo per noi e per gli altri.
Un anno, nemmeno, è passato dall’Operazione Piombo Fuso che ha raso al suolo la Striscia di Gaza e che ha provocato più di 1300 morti civili tra la popolazione: nemmeno un anno è passato ed ora sappiamo ufficialmente che tutto il territorio (uno tra i più densamente popolati al mondo) della Striscia è contaminato in modo grave e preoccupante dalle scorie degli armamenti usati da Israele. Fosforo bianco, uranio impoverito, bombe D.I.M.E. e tanti altri armamenti in sperimentazione, che hanno ucciso e che ora mettono a rischio la salute dell’intera popolazione di Gaza e della striscia.
Non dimentichiamoci di cosa è stato quell’attacco, non dimentichiamoci delle scuole e dei rifugi ONU bombardati con i profughi che vi avevano appena fatto ingresso, non dimentichiamo Qana, non dimentichiamo i bambini giustiziati tutto quello che è successo nemmeno un anno fa, compiuto dall’Israel Defence Force.
E per rendere la memoria una vera arma di solidarietà, come tante volte urliamo negli slogan, facciamo che almeno il boicottaggio entri nella nostra quotidianità. 
QUESTA LA GUIDA IN PDF DEI PRODOTTI DA BOICOTTARE: Pasta, Campari, Caffè….apriamo gli occhi!

Altri articoli sull’Operazione Piombo Fuso.

Arrestato Jamal Juma’, portavoce della campagna contro il Muro

22 dicembre 2009 Lascia un commento

Free Jamal Juma’! – Free the anti-Wall prisoners!

Il 16 dicembre le autorità israeliane hanno arrestato Jamal Juma’. Questo arresto segue quello di Mohammad Othman, un altro attivista della Campagna Stop the Wall, e di Abdallah Abu Rahmeh, una figura di spicco in seno al comitato popolare di Bil’in contro il muro, così come quello di decine di altri che sono attualmente in carcere per la loro azione di difesa contro il Muro. Quest’ultimo arresto è l’ennesima prova dell’escalation di attacchi contro i difensori dei diritti umani palestinesi da parte di Israele che continua a reprimere il diritto alla libertà di espressione e il diritto di associazione.
Aderisci alla campagna per la liberazione di Jamal Juma’ e per la libertà dei prigionieri del movimento contro il Muro! E’ fondamentale che la società civile globale esprima la sua solidarietà alle sue loro controparti palestinesi.
Le azioni raccomandate:
Incoraggiare i soci a partecipare a questa campagna attraverso petizioni, manifestazioni e/o la scrittura di lettere e chiamate telefoniche. Si prega di fornire loro numeri e indirizzi di contatto.
Sollecitare i vostri rappresentanti presso gli uffici consolari di Tel Aviv e Gerusalemme/Ramallah a sostenere il rilascio immediato di Jamal Juma ‘, Mohammad Othman, Abdallah Abu Rahmeh e degli altri attivisti contro il Muro. Vedi proforma lettera qui sotto. (Per verificare i contatti della tua ambasciata, vedere: http://www.embassiesabroad.com/embassies-in/Israel # 11725)
• Rendere noto all’Ambasciata di Israele presso il tuo paese a sapere che stai sostenendo una campagna per la liberazione di Jamal Juma’ e degli altri prigionieri contro il Muro.

Jamal Juma' nella sua terra violentata

Denunciare le misure prese a danno degli attivisti contro il Muro all’attenzione dei media locali e nazionali.
Consultare e diffondere le notizie che appaiono nell sito, blog e gruppo di Facebook per quanto riguarda la questione:

Sito: www.stopthewall.org
Blog: http://freejamaljuma.wordpress.com/; http://freemohammadothman.wordpress.com/
Facebook: Free Anti-Wall prigionieri
Twitter: http://twitter.com/wallprisoners
Vi invitiamo a coordinare le varie azioni con noi, questo ci permette di sapere se ci sono altri attivisti e organizzazioni che stanno prendendo provvedimenti analoghi. Quanto migliore sarà il livello di coordinamento, tanto più efficace risulterà la nostra azione.
Per maggiori informazioni contattare: global@stopthewall.org

I FATTI

Verso la mezzanotte del 15 dicembre, i servizi di sicurezza israeliani hanno convocato Jamal Juma’ per un interrogatorio. Qualche ora più tardi, lo hanno ricondotto a casa sua. Una volta a casa, Jamal Juma’ è stato ammanettato, mentre i soldati hanno perquisito la casa per due ore, mentre la moglie e i tre figli piccoli stavano a guardare impotenti. Al momento di andarsene, i soldati hanno detto alla moglie che avrebbe potuto rivedere il marito solo attraverso uno scambio di prigionieri. Jamal Juma’ è stato quindi portato via e arrestato, col divieto di incontrare un avvocato o di ricevere familiari, senza che gli fosse fornita alcuna spiegazione per il suo arresto.
Jamal ha 47 anni, è nato a Gerusalemme e ha dedicato la sua vita alla difesa dei diritti umani palestinesi. L’obiettivo principale del suo lavoro è volto alla responsabilizzazione delle comunità locali perché reclamino i loro diritti umani di fronte alle violazioni dell’occupazione. E’ membro fondatore di diverse ONG palestinesi e reti della società civile e coordina la Campagna palestinese contro il Muro dell’Apartheid fin dal 2002. Il suo ruolo è riconosciuto a livello internazionale, è stato più volte invitato a presentare all’estero il dramma rappresentato dal Muro ed è intervenuto anche presso le Nazioni Unite. I suoi articoli e le sue interviste sono ampiamente pubblicate e diffuse e la sua opera è stata tradotta in diverse lingue. Essendo un personaggio di grande visibilità, Juma ‘non ha mai tentato di nascondere o mascherare le sue attività.
Quello di Jamal Juma’ rappresenta l’arresto di più alto profilo all’interno di una crescente campagna di repressione tesa a colpire la base diella mobilitazione contro il Muro e le colonie. Inizialmente sono stati arrestati attivisti locali dei villaggi colpiti dal Muro, ma recentemente le autorità israeliane hanno cominciato a spostare la loro attenzione sui difensori dei diritti umani di fama internazionale, come Mohammad Othman e Abdallah Abu Rahmeh. Mohammad, un altro membro della campagna Stop the Wall, è stato arrestato quasi tre mesi fa, di ritorno da un giro di conferenze in Norvegia. Dopo due mesi di interrogatori, le autorità israeliane non essendo in grado di formulare accuse specifiche contro Mohammad, hanno emesso un ordine di detenzione amministrativa in modo da impedire la sua liberazione. Abdallah Abu Rahma, una figura di spicco nella lotta non violenta contro il Muro a Bil’in, è stato prelevato dalla sua abitazione da soldati a volto coperto nel bel mezzo della notte, e dopo una settimana è seguito l’arresto di JamalJuma’.
Con questi arresti, Israele mira a indebolire la società civile palestinese e la sua influenza sulle decisioni politiche a livello nazionale e internazionale. Questo processo criminalizza chiaramente il lavoro dei difensori dei diritti umani palestinesi e palestinesi, la disobbedienza civile.
E’ fondamentale che la comunità internazionale si mobiliti contro i tentativi di Israele di criminalizzare chi lotta contro il Muro. La politica israeliana mettendo nel mirino le organizzazioni che pretendono che vengano riconosciute le responsabilità dello stato ebraico, intende sfidare le decisioni dei governi e degli organismi internazionali, come la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ), che denunciano le violazioni israeliane del diritto internazionale. Una sfida che non deve vincere

Lettera Pro Forma in italiano:

Cari x, 
Vi scrivo per esprimere la mia più profonda preoccupazione per la detenzione di Jamal Juma’, avvenuta in data 16 dicembre. Chiamato per un interrogatorio dai servizi di sicurezza israeliani a mezzanotte, è stato mantenuto in detenzione da allora. Pur essendo in possesso della carta d’identità di Gerusalemme est, a Jamal Juma’ sono stati applicati dli ordini militari vigenti in Cisgiordania, in modo da impedirgli di incontrare un avvocato per la prima settimana del suo arresto.Nessuna accusa è stata fatta contro di lui. Temo che la detenzione di Jamal Juma’ sia il risultato della sua critica pacifica delle violazioni del diritto internazionale da parte delle autorità israeliane. Le accuse contro di lui non sono state chiarite, ma non vi è motivo di credere che si tratta di un prigioniero di coscienza, arrestato solo per il suo lavoro sui diritti umani attraverso le organizzazioni legali. Il suo arresto segue una serie di altri arresti di natura analoga. Questo sembra dimostrare una violazione sistematica palestinese per la libertà di espressione e di riunione e un attacco sistematico rivolto ai  difensori dei diritti umani palestinesi da parte delle autorità israeliane. Vi chiedo di prendere tutte le misure appropriate, comprese le inchieste amministrative e di protesta, al fine di garantire il rilascio immediato e incondizionato di Jamal Juma ‘e di ogni altro palestinese, difensori dei diritti umani. presente nelle carceri israeliane. Inoltre, pur essendo detenuto, egli deve essere protetto da ogni forma di tortura o maltrattamenti, e le condizioni della sua detenzione devono soddisfare i requisiti del diritto internazionale.
Grazie per la vostra pronta attenzione a questo problema urgente.
Cordiali saluti,

in inglese:

Dear x,
I am writing to you to express my deepest concern about the detention of Jamal Juma’ on December 16. He was summoned from his home for interrogation with the Israeli security at midnight and has been kept in detention ever since. Though Jamal Juma’ is a Jerusalem ID card holder, West Bank military orders have been applied to bar him for access to legal counsel for the first week of his arrest. No charges have been made against him. I fear that the detainment of Jamal Juma’ is a result of his peaceful criticism of violations of international law by Israeli authorities. The charges against him have not been made clear, but there is reason to believe that he is a prisoner of conscience, arrested solely for his human rights work through legal organizations. His arrest follows a number of other arrests of similar nature. This seems to show a systematic disregard for Palestinian freedom of expression and assembly and a full-scale attack on Palestinian human rights defenders by Israeli authorities. I ask you to take all appropriate measures, including official inquiries and protests, to ensure the immediate and unconditional release of Jamal Juma’ and the other Palestinian human rights defenders in Israeli prisons. Furthermore, whilst being held, he should be protected from any form of torture or ill-treatment, and the conditions of his detention should fulfill the requirements of international law.
Thank you for your prompt attention to this urgent matter.

“Rompere l’assedio”! L’Egitto vuole fermare la Gaza Freedom March

21 dicembre 2009 Lascia un commento

Il governo egiziano vuole impedire l’entrata a Gaza della Freedom March

A tutti i partecipanti italiani alla Gaza Freedom March. A tutti i compagni e gli amici del movimento di solidarietà con il popolo palestinese.

Ho ricevuto dalla nostra ambasciata al Cairo la comunicazione che il governo egiziano, dopo aver convocato gli ambasciatori delle 42 nazioni cui appartengono i volontari della Gaza Freedom March, li ha avvertiti che la Marcia non è autorizzata. Di conseguenza, pur non potendo impedire l’arrivo in Egitto di cittadini stranieri, impedirà ogni violazione delle leggi e della sicurezza del Paese, se necessario anche procedendo ad arresti. La nostra ambasciata non ha potuto che prendere atto delle dichiarazioni egiziane, non potendo agire autonomamente, in quanto la dimensione del problema va molto oltre i rapporti bilaterali italo-egiziani. Di seguito, trovate la traduzione del comunicato emesso, a nome di tutte le organizzazioni della GFM, dal Comitato organizzatore e un testo suggerito da inviare via mail/fax/tel. alle ambasciate egiziane. La mail dell’ambasciata in Italia è ambegitto@yahoo.com .  

Gaza Freedom March

21 dicembre 2009 

Siamo determinati a rompere l’assedio 
Continueremo a fare tutto il possibile perché si realizzi 
Con il pretesto di un aumento delle tensioni sul confine tra Gaza ed Egitto, il Ministero degli Esteri egiziano ci ha informato ieri che il confine di Rafah 
sarà chiuso nelle prossime settimane. Abbiamo risposto che la tensione c’è sempre al confine a causa dell’assedio, che non ci sentiamo minacciati e che, se ci sono rischi, sono rischi che siamo disposti a correre. Abbiamo anche detto che ormai è troppo tardi per gli oltre 1.300 delegati provenienti da più di 42 paesi per cambiare i loro programmi. Abbiamo entrambi convenuto di proseguire i nostri scambi. 
Anche se lo consideriamo un passo indietro, è comunque qualcosa che abbiamo incontrato – e superato – in passato. Nessuna delle delegazioni, grandi o piccole, che sono entrate a Gaza nel corso degli ultimi 12 mesi ha mai ricevuto un’ autorizzazione finale prima di arrivare al confine di Rafah. 
La maggior parte delle delegazioni sono state scoraggiate persino da lasciare il Cairo per Rafah. Alcune hanno avuto i loro pullman bloccati lungo la strada.
Ad alcune è stato detto chiaro e tondo che non potevano andare a Gaza. Ma a seguito di pressioni pubbliche e politiche, il governo egiziano ha cambiato la sua posizione e le ha lasciate passare.  
I nostri sforzi e i nostri piani rimangono invariati, a questo punto. Abbiamo deciso di rompere l’assedio di Gaza e marciare il 31 dicembre contro l’assedio israeliano. Continuiamo nella stessa direzione. 
Le ambasciate e missioni egiziane in tutto il mondo devono sentire la nostra voce e quella dei nostri sostenitori (per telefono, fax ed e-mail) nei prossimi decisivi giorni, con un messaggio chiaro: lasciate che la delegazione internazionale entri a Gaza e lasciate che la Gaza Freedom March faccia il suo cammino. 
Avete aderito e vi sieti iscritti per partecipare alla Gaza Freedom March: è stato il primo passo. Adesso, chiamate e scrivete all’ambasciata egiziana a Roma e chiedete ai parlamentari da voi eletti di chiamare a vostro nome.
Contattate i media locali per dire che state partendo per Gaza. Poi fate le valigie e venite al Cairo pronti a camminare insieme ai nostri fratelli e sorelle  di Gaza. 
Aspettiamo di vedervi tutti la settimana prossima. 

Comitato organizzatore
Gaza Freedom March 

** Esempio di testo per le chiamate/fax/email all’ambasciata  egiziana

 Scrivo per esprimere il mio pieno sostegno alla Gaza  Freedom March del 31 dicembre 2009. Chiedo al Governo egiziano di  consentire ai/alle 1.300  delegati/e internazionali di entrare nella Striscia di Gaza attraverso l’Egitto. Obiettivo della marcia è esigere da Israele la fine dell’assedio. La  delegazione internazionale consegnerà anche aiuti medici di cui c’è grande scarsità, così come materiale scolastico e giacche invernali per i bambini di Gaza. 
Per favore, lasciate che questa storica Marcia possa procedere. 
Cordiali saluti,

Il Canale YouTube della Gaza Freedom March

Turchia: conversazioni in una sede del DTP, partito kurdo dichiarato fuorilegge

15 dicembre 2009 Lascia un commento

Oggi (14 dicembre) ho fatto visita ad una Sezione locale del DTP di un quartiere di Istanbul.
di Aldo Canestrari

Era una visita per me irrinunciabile: dopo la chiusura del partito, decisa dalla sentenza dell’11 dicembre dalla Corte costituzionale turca, avvertivo la necessità di ascoltare finalmente dalla viva voce dei membri del partito, e non solo da una caterva di pagine di giornali e notiziari sorbiti tramite Internet, le reazioni ed i commenti a tale evento.
Si tratta della sede del DTP di un quartiere della costa asiatica che si affaccia sul Mar di Marmara, zona altamente industrializzata, con alta percentuale di immigrati kurdi. Nella stanza erano presenti sei o sette membri del partito, l’atmosfera era vivace, attiva e serena. Subito ho chiesto se la loro sede aveva subito vessazioni. Una compagna del partito mi ha risposto che i fascisti si erano radunati sotto la sede, anche ieri, ma – ha aggiunto con una punta di orgoglio – non avevano avuto il coraggio di attaccare: “hanno paura di noi”.

Durante un congresso del DTP

Una notizia che non mi ha stupito: in questi giorni sono molte le sedi del partito che subiscono attacchi di varia portata, a partire dalla sede di Ankara, e sono numerosi anche i casi di attacchi ed aggressioni di strada ai kurdi, come quello verificatosi pochi giorni fa nel quartiere di Istanbul dove abito, Tarlabas, documentato da foto che mostrano gli aggressori fascisti armati di pistola e in atto di lanciare pietre; un giovane kurdo è stato ferito, poi – nei giorni successivi – gli autori dell’aggressione sono stati identificati e portati in questura, ma subito rilasciati (i ragazzi kurdi che lanciano pietre alle camionette blindate della polizia, invece, vengono condannati a decine di anni di carcere).

Ho voluto sapere quali erano state, nel loro quartiere, le reazioni dei kurdi alla chiusura. Mi ha risposto un “vecchio dirigente”, cioè uno che aveva vissuto tutte le precedenti chiusure dei partiti kurdi, dicendomi che questa volta la reazione prevalente era stata diversa: le altre volte la chiusura non aveva destato stupore, ma ora, dopo l’affermazione del partito in parlamento, dopo l’inizio di una fase di maggior partecipazione istituzionale e di apertture di dialogo, la reazione di amarezza e di delusione è assai maggiore, viste anche le prospettive che si erano recentemente aperte, di inizio di un possibile processo di pace. Maggior sconforto, maggiore rabbia, ma anche inalterata volontà di continuare la lotta, e di proseguire attraverso i metodi della partecipazione democratica.
Un altro argomento che abbiamo approfondito è stato quello della posizione dell’Europa in questa vicenda. Ho riferito ai miei interlocutori della notizia da me letta su Internet proprio stamane: le valutazioni negative espresse dal Presidente della Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa sulla decisione turca di chiudere il DTP: una prospettiva incoraggiante per l’imminente esame della vicenda da parte della Corte europea dei Diritti umani.

Diyarbakir, dopo l’annuncio della chiusura del DTP

Ma su questo tema i miei interlocutori hanno mostrato diffidenza e scetticismo sull’Europa. Come se ci si trovasse di fronte a una sorta di… “lacrime di coccodrillo”. Mi è stato fatto presente che, quando si dibatteva l’anno scorso la possibile chiusura del partito di governo, l’AKP di Erdogan, l’Europa aveva protestato a gran voce sin dall’inizio; ora invece si limita, a cose fatte, ad esprimere una tiepida disapprovazione. E pure il contesto generale dell’atteggiamento europeo sulla questione kurda viene valutato con scetticismo: il dirigente di partito mi dice che, mentre in un primo tempo l’Unione europea aveva mostrato posizioni coraggiose, ora si sono rinsaldati i legami politici con il governo di Erdogan, e, soprattutto, si sono intensificati gli investimenti ed accordi economici europei in Turchia, creando una rete di interessi economici che induce l’Europa ad un orientamento benevolo verso il governo turco.
Il gruppo parelamentare, mi è stato confermato, dovrebbe lasciare il Parlamento (di propria spontanea volontà e come atto di protesta, poiché i parlamentari, essendo stati eletti come indipendenti e non come partito, in teoria potrebbero resare in parlamento anche dopo l’avvenuta chiusura del partito, se lo volessero). L’appuntamento decisivo sarà alle prossime elezioni politiche, previste per l”11 luglio 2011.

Ma sin da ora, come titola il fascicolo odierno del quotidiano kurdo “Günlük”, la parola è al popolo, che ovunque ha manifestato in piazza, nonostante i continui e violenti attacchi della polizia, per testimoniare il proprio sostegno al partito.
Anche da altri partiti e gruppi politici democratici, mi è stato detto, esponenti e delegazioni sono venuti nella sede di quartiere del DTP ad esprimere la loro solidarietà.
Ho voluto quindi sapere quali sarebbero state le conseguenze della chiusura del partito sulle moltissime Municipalità governate dal DTP. La risposta è stata confortante: nulla di serio muterà. Solo quattro sindaci, in quanto presenti nella lista delle persone colpite dal provvedimento della Corte costituzionale, decadranno, mentre nessuna Municipalità sarà colpita: i Consiglieri e le Giunte municipali permarranno immutate (e rieleggeranno sindaci anche dove i quattro sindaci colpiti sono decaduti), solamente non potranno più valersi della sigla del DTP, bensì di quella del… nuovo nascituro partito kurdo. Sì, perché questo è stato l’argomento più confortante dell’incontro: il nuovo partito kurdo sta nascendo, in pratica c’é già, anche se non sarà breve il periodo del… “trasloco”. Si chiama (sì, è già stato… “battezzato”…) “Partito della Pace e della Democrazia” (“Baris ve Demokrasi Partisi”), e mi è stata anche mostrato il drappo della nuova bandiera: su sfondo giallo campeggia una quercia (assai più alta, robusta e frondosa di quella che fu dei DS italiani…).

Istanbul, Aldo, 14 dicembre 2009

Ankara, chiude il partito curdo

13 dicembre 2009 Lascia un commento

Scontri tra manifestanti e polizia nel sud-est, mentre si rischiano le elezioni anticipate
di Michele Vollaro

La minaccia era nell’aria, ma si è concretizzata solo nella serata di venerdì. Come da copione, la Corte Costituzionale turca ha deciso la chiusura del Partito per una Società Democratica (Dtp), il partito curdo rappresentato nel Parlamento di Ankara da 21 deputati, accusandolo di attentare all’unità dello stato e di avere legami con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk). È la venticinquesima volta che un partito democraticamente eletto viene dichiarato illegale in Turchia dal 1980, anno dell’ultimo colpo di stato militare; la quinta che i provvedimenti di chiusura riguardano organizzazioni politiche curde: in passato erano stati banditi il Hep, il Dep, il Ozdep e l’Hadep, mentre nel 2005 il Dehap ha deciso di sciogliersi e trasformarsi in Dtp prima che i provvedimenti giudiziari a suo carico giungessero a termine. Venerdì i giudici della massima istanza giudicante in Turchia hanno accolto all’unanimità le richieste del procuratore capo della Suprema Corte d’Appello, lo stesso che l’anno scorso aveva cercato di far chiudere il Partito di giustizia e sviluppo (Akp) del primo ministro Recep Tayyp Erdogan. Su 219 dirigenti curdi sotto accusa, a 37 è stato vietato di svolgere attività politica per i prossimi cinque anni, come ai sindaci di tre tra le più importanti città a maggioranza curda nel sud-est del paese, Mardin, Batman e Van, dove il Dtp aveva ottenuto un grande successo elettorale. Ma tra i politici colpiti dal provvedimento ci sono anche il segretario e parlamentare Ahmet Turk e Leyla Zana, eletta deputata nel 1994, che trascorse 10 anni in carcere per aver detto in curdo durante il giuramento: “viva la fratellanza tra il popolo curdo e il popolo turco” e mai iscritta al Dtp. Una decisione pesante, quella presa dalla Corte Costituzionale, che avrà gravi ripercussioni sulla speranza di arrivare a una soluzione negoziata tra turchi e curdi, alimentata nei mesi scorsi da una ‘road map’ proposta dal leader del Pkk Adbullah Ocalan, in carcere dal 1999, e da una cosiddetta “Iniziativa democratica”, un pacchetto di riforme annunciato dal governo guidato dal Partito di giustizia e sviluppo (Akp) di Erdogan. Da venerdì sera, intanto, migliaia di manifestanti curdi sono nelle strade di Diyarbakir, capitale simbolica del Kurdistan turco, impegnando la polizia in violenti scontri, mentre altri cortei spontanei sono in corso a Istanbul, dove vive un’importante comunità curda, e nelle principali città del sud-est del paese. Nei giorni scorsi, i dirigenti del Dtp avevano avvertito dei rischi di una chiusura del partito, affermando che una decisione di questo tipo avrebbe potuto alimentare le tensioni tra lo stato centrale e i 15 milioni di curdi che vivono nel paese. “Il possibile verdetto di chiusura – dicevano i dirigenti del Dtp in un comunicato – non sarebbe un verdetto legale, sarebbe un verdetto politico: portare il Dtp al di fuori dell’arena politica democratica servirebbe solo ad aumentare il caos ed il processo di crisi esistente in Turchia e indebolirebbe la fiducia curda nella politica parlamentare”. Così, i 19 deputati curdi eletti nelle ultime elezioni politiche al Parlamento di Ankara, cui la legge avrebbe consentito di restare a far parte dell’assemblea come “indipendenti”, hanno già annunciato le loro dimissioni. Se fossero 24 i parlamentari dimissionari, potrebbe venire a mancare il numero legale e l’unica strada per non paralizzare il paese sarebbero le elezioni anticipate, con il partito al governo in calo di consensi e la strada per entrare nell’Unione Europea sempre più in salita.

Brutte notizie dalla Turchia

11 dicembre 2009 1 commento

Tanto perchè pochi giorni fa avevo pubblicato notizie positive dalla Turchia, di un’iniziale apertura verso la popolazione kurda, con l’apertura di una televisione e la possibilità di parlare ed ascoltare la propria lingua.

I giorni scorsi nelle strade di un po’ tutte le  città e i villaggi kurdi nella zona occupata dalla Turchia, si è manifestato e la popolazione ha fatto scoppiare la propria rabbia per le condizioni di detenzione di Ocalan dopo 10 anni di totale isolamento nel carcere di Imrali e per il processo che si stava aprendo contro il DTP, principale partito kurdo. A Diyarbakir hanno manifestato decine di migliaia di persone con momenti anche di forte tensione e scontri con la polizia caratterizzati dal lancio di pietre e molotov e dalla risposta con gas lacrimogeni, spari in aria, uso degli idranti e pesanti cariche hanno portato la morte di un ragazzo di 23 anni e il grave ferimento di un 17enne.

Aysel Tugluk, deputata del DTP

DI POCHI MINUTI FA E’ INVECE QUESTA GRAVE NOTIZIA:
La Corte Costituzionale turca, la massima istanza della magistratura, ha deciso oggi la chiusura del Partito per una Società Democratica (Dtp), il principale partito filo-curdo del Paese, accusato di collegamenti con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk, separatista e fuorilegge). Lo ha reso noto l’emittente privata Ntv. La decisione della Corte Costituzionale turca prevede che la maggior parte dei 21 deputati del Dtp e 37 membri del partito non possano partecipare alla vita politica per i prossimi cinque anni. Più dure le sanzioni decise nei confronti del leader del partito, Ahmet Turk, e della deputata Aysel Tugluk, che hanno perso il diritto di essere ancora eletti al Parlamento. Inoltre tutti i beni del partito saranno confiscati e versati nelle casse del Tesoro.

Da Hurriyet leggiamo:
Il caso di chiusura è basato su una lista di 141 denunce presentate da Abdurrahman Yalcinkaya, procuratore capo della Corte Suprema d’Appello. Il partito è stato accusato di collegamenti con il fuorilegge Partito dei lavoratori curdi, o PKK, che combatte le forze armate turche nel sud-est del paese da oltre due decenni.
I membri del DTP a cui è stata interdetta l’attività politica sono: Abdulkadir Firat, Abdullah İsnaç, Ahmet Ay, Ahmet Ertan, Ahmet Turk, Ali Bozan, Ayaz Ayhan Aydin Budak, Ayhan Karabulut, Aysel Tugluk, Bedri Firat, Cemal KUHA, Deniz Yesilyurt, Ferhan Turchia, Fettah Dadas , Hacı temono che, Halit Kahraman, Hatice Adıbelli, Hussein Bektaşoğlu, Huseyin Kalkan, Izzet Belge, Kemal Aktas, Leyla Zana, Mehmet processo Veysi Dilek, Metin Tekçe, Murat Avci, Murat Taylor, Moses Farisoğlullar, Necdet Atalay, Demirtas Nurettin e Selim Sadak.
“Come partito non hanno sufficientemente chiarito la loro lontananza dalla violenza”, ha detto il capo della Corte costituzionale Hasim Kilic  in una conferenza stampa Venerdì. “Un partito con collegamenti al terrorismo deve essere chiuso”.

Droni israeliani sorvolano, libanesi aprono il fuoco

21 novembre 2009 Lascia un commento

Drone israeliano

Che l’esercito libanese apra il fuoco contro velivoli israeliani che entrano nello spazio aereo nazionale è cosa molta rara: i droni israeliani compiono incursioni quasi quotidiane sui cieli libanesi, violando la risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, risoluzione che pose fine ai 34 giorni di guerra di Israele contro i combattenti sciiti del partito Hezbollah, nell’agosto 2006. 
Oggi invece unità dell’esercito libanese hanno aperto il fuoco di contraerea verso un drone con bandiera israeliana, nel sud del paese: è l’agenzia ufficiale Nna a renderlo noto citando un comunicato ufficiale dell’esercito. Il velivolo si sarebbe allontanato immediatamente dalla zona, che sembrerebbe essere  quella di Bint Jbeil, tra le più colpite durante i bombardamenti e le incursioni del 2006, roccaforte del partito di Dio ( Hezbollah) guidato da Hassan Nasrallah.
Le tensioni sul confine negli ultimi mesi sono in continuo aumento, soprattutto dopo la grande giornata di esercitazione militare interforze avvenuta a largo e sui cieli di Haifa e del confine con il paese dei cedri.  L’arrivo di una nuova ondata di bombardamenti è sempre più nell’aria.

La Turchia accenna un’apertura verso il Kurdistan

14 novembre 2009 Lascia un commento

Un po’ di aggiornamenti dal Kurdistan, perennemente nel mio cuore e raramente sulle pagine del mio blog.

19248

Tv satellitare kurda

Questa mattina Peacereporter aggiorna le sue pagine dicendoci che questa nuova apertura del governo turco verso il Kurdistan sta iniziando a passare anche per la televisione: sono state ridotte le restrizioni per i programmi tv in lingua non turca.
Potranno quindi, sulle reti private, andare in onda trasmissioni in lingua kurda senza l’obbligo dei sottotitoli e i limiti di tempo prestabiliti.
Come riporta l’agenzia Anatolia, rimane però il divieto per le trasmissioni educative in idiomi diversi dal turco.
Mercoledì scorso c’era un interessante articolo della Casagrande. Non sono riuscita a leggerlo in rassegna stampa, ve lo ripropongo su queste pagine.

Turchia: Debutta l’“iniziativa kurda”
di Orsola Casagrande, Il Manifesto, 11 novembre 2009

Striscioni, urla, insulti. Il parlamento turco ieri si è trasformato in una sorta di ring. All’ordine del giorno l’annuncio ufficiale, per molti versi storico, da parte del ministro degli interni Besir Atalay della cosiddetta “iniziativa kurda”, ovvero il pacchetto di misure messe a punto dal governo per “risolvere” la questione kurda. Il ministro Atalay non è riuscito a pronunciare che poche parole prima di essere letteralmente travolto dagli insulti e dalle urla dell’opposizione.
Che protestava sia per la proposta (ancora non annunciata pubblicamente) del governo sulla questione kurda, sia per la scelta di discutere di questa proposta nel giorno del settantunesimo anniversario della morte del padre della patria, Mustafa Kemal Ataturk. Due affronti ritenuti inaccettabili dai kemalisti del Chp (partito della repubblica del popolo), all’opposizione, che guidati dal loro leader Deniz Baykal hanno costretto il presidente del parlamento prima a sospendere a più riprese la seduta e quindi ad aggiornarla a oggi, mentre giovedì sarà il premier Recep Tayyip Erdogan a intervenire.
kurdistan_map
La settimana scorsa il partito al governo, l’islamico moderato Akp (Partito della giustizia e dello sviluppo), aveva presentato una mozione parlamentare richiedendo la convocazione per ieri per discutere con i partiti di opposizione della proposta governativa per una soluzione della questione kurda. Da mesi ormai il governo dice di avere pronto un pacchetto di misure per risolvere il conflitto che insanguina la Turchia da un quarto di secolo. In realtà di questo pacchetto ben poco si sa. Il governo si era affrettato a dire di avere pronta una proposta tre mesi fa, dopo l’annuncio che il presidente del Pkk, Abdullah Ocalan (rinchiuso dal 1999 nel carcere-isola di Imrali, in Turchia) stava scrivendo una sua “road map” che avrebbe pubblicamente presentato, tramite i suoi avvocati, a settembre.

Il ministro degli interni Atalay aveva frettolosamente e vagamente citato le linee guida di questo pacchetto: riconoscimento della lingua kurda attraverso l’istituzione di corsi, una sorta di “perdono”, non amnistia, per quei militanti del Pkk che avessero abbandonato le armi e di fatto abiurato la lotta armata, l’istituzione di un istituto di kurdologia all’università di Mardin. Nei fatti l’iniziativa del governo ha come obiettivo principale quello di “facilitare” il ritorno dei militanti del Pkk in Turchia. Il test sulla genuinità di questo obiettivo è stato fatto qualche settimana fa quando 34 guerriglieri del Pkk scesi dalle montagne del Kurdistan iracheno sono entrati in Turchia, salutati da una folla immensa a Diyarbakir.

Bandiera_del_Pkk_20060904

Bandiera del PKK

L’arrivo dei “gruppi di pace” è stato subito bloccato dal governo dopo le critiche dell’opposizione che sosteneva che “i terroristi tornano a casa a festeggiare la vittoria”. Nelle intenzioni dell’esecutivo i guerriglieri non sarebbero arrestati ma mandati a seguire un “programma di riabilitazione” di tre mesi. L’arresto sarebbe evitato perché i guerriglieri dovrebbero prima dire di essersi pentiti della scelta fatta (come previsto dall’articolo 221 del Codice Penale, noto come “legge del pentimento attivo”). Tra gli altri punti dell’iniziativa del governo lo svuotamento, sotto la supervisione delle Nazioni unite, del campo profughi di Mahmur (oltre dodicimila persone), in nord Iraq, ritenuto dalla Turchia il rifugio dei guerriglieri kurdi. Proprio ieri, mentre il ministro Atalay cercava di parlare, è arrivata la notizia che molti profughi avevano cominciato a lasciare il campo diretti verso la Turchia, in una sorta di nuovo “gruppo di pace”. Il ministro Atalay ieri non è riuscito a parlare, lo farà probabilmente oggi o domani. Comunque è chiaro che in Turchia sta accadendo qualcosa di nuovo. E di storico, perché mai era accaduto che in parlamento si discutesse di questione kurda con una ipotesi (per quanto vaga o inadeguata) di risoluzione del conflitto. Al massimo se ne era parlato per approvare nuove operazioni militari o prolungare lo stato d’emergenza nelle zone kurde.

Accusando il governo di denigrare il padre della patria, Ataturk, il leader del Chp, Baykal ha urlato che “per la prima volta nella storia della Turchia viene messo in atto un complotto da parte del partito di governo contro le conquiste della repubblica. Stanno mettendo in pratica questo complotto in nome dello sviluppo della democrazia”, ha tuonato Baykal, mentre i suoi colleghi di partito srotolavano striscioni che dicevano “Ataturk, noi seguiamo il tuo cammino” e “La Repubblica è la tua eredità e noi la porteremo avanti”. Inutili i richiami del presidente del parlamento che alla fine si è visto costretto a rinviare la seduta a oggi.

E’ caduto il muro??? A me ne sembrano nati così tanti!!

9 novembre 2009 3 commenti

Ancora ci vengono a raccontare che il muro è caduto, che vent’anni fa siamo diventati più liberi.
Non è caduto un bel niente, non è caduto un bel niente.
La “cultura” dei muri è all’apice della sua storia … ne vengono alzati di continui, anche su territori in cui sembrerebbe impossibile.
Il muro più alto ora, per noi europei, è eretto al centro del nostro mare, la culla liquida della nostra storia,
oggi cimitero di popoli pieni di speranza, con il futuro nello sguardo e nulla nelle mani.

muro2
1 Torre di osservazione munita di radar e ospitante soldati muniti di equipaggiamento per la visione notturna. 
2 Telecamera a infrarossi; completata da una sorveglianza video costante da palloni frenati e aerei senza pilota. Tutte le informazioni sono inviate in tempo reale verso un posto di comando. 
3 Rotoli di filo spinato affilato («razor wire») di 1 metro e 80 di altezza. 
4 Strada asfaltata per i movimenti delle truppe. Fra la strada e il filo spinato, una pista di sabbia permette di conservare le tracce di chiunque tenti di avvicinarsi. 
5 Recinzione metallica alta 3 metri, munita di sensori.
6 Lungo le sezioni considerate da Israele come « ad alto rischio », la recinzione è rimpiazzata da un muro di cemento alto 8 metri.
7 Strada per i veicoli di pattuglia. 
8 Fossato profondo due metri per impedire il passaggio dei veicoli palestinesi.
9 Rotoli di filo spinato affilato e sensori al suolo per individuare ogni movimento prima che venga raggiunta la recinzione.
 Il muro tra Messico e Stati Uniti Il muro tra Messico e Stati Uniti che miete decine di vittime tra coloro che provano ad attraversarlo: è una delle frontiere più lunghe del mondo

 

mauritania_marocco

Tra Marocco e Mauritania: campi minati per km a definire un altro confine illegale

 

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Il muro di Sadr City, zona sciita di Baghdad

Altro confine marocchino: questa volta a Ceuta, con la Spagna Questo è il muro di Ceuta, che divide il Marocco dalla Spagna

Purtroppo potrei continuare, continuare a metter foto di altri muri: quelli che esistevano prima del muro di Berlino, come la cortina che divide le due Coree..poi quelli asiatici che cercano di separare i pesanti confitti tra India e Pakistan o nelle zone calde come il Rajastan:
Insomma di muri ce ne sono troppi per poter parlare e far demagogia sull’unico che è caduto.
Poca retorica, poche parole, non mi va fondamentalmente di affrontare alcun discorso su Berlino e la cortina di ferro, non ho voglia di parlare delle polemiche uscite sui giornali di sinistra negli ultimi mesi tra chi (di nostalgici stalinisti ce ne son sempre troppi, purtroppo) ha nostalgia di quel cemento.
Io sono contro i muri, sono contro le frontiere, sono contro i confini, sono contro la segregazione dei popoli regolata da questo cemento..
Un cemento di controllo e repressione, di colonizzazione e imperialismo, di sfruttamento e privazione delle risorse della propria terra.
Il cemento è cemento, ogni volta che si sbriciola è una vittoria per i popoli in lotta, per chi crede nella libertà, 
per chi lotta per l’autodeterminazione!

 

Israele e i progetti di “deportazione”

22 ottobre 2009 Lascia un commento

Eppure ad intuito uno avrebbe pensato che lo Stato ebraico d’Israele provasse repulsione per la parola DEPORTAZIONE!
E invece:

Mille duecento bambini nati negli ultimi anni in Israele da genitori immigrati rischiano di essere deportati.

“I loro genitori li stanno usando per guadagnarsi uno status legale in Israele Israele – ha dichiarato il ministro degli Interni Eli Yishai – Se non li deportiamo i lavoratori immigrati continueranno a sfruttare la gentilezza dello stato di Israele”. Molti immigrati sono costretti a firmare contratti di lavoro in cui si impegnano a non avere figli in Israele e impongono alle donne incinta di lasciare il Paese. Nonostante questo, si calcola che almeno duemila bambini siano nati negli ultimi dieci anni in Israele. Di questi, seicento erano riusciti a rientrare in un sanatoria offerta dal governo nel 2006.
In giugno OZ, la nuova unità anti-immigrazione, aveva lanciato una campagna volta ad espellere trecento mila immigrati irregolari. Critiche da parte della società civile e di numerose organizzazioni non governative avevano spinto il primo ministro, Benjamin Netanyahu, a sospendere l’operazione per tre mesi. Il 21 ottobre le autorità hanno iniziato a rimpatriare settecento lavoratori adulti, mentre una commissione parlamentare ha stabilito di incominciare ad espellere i bambini a partire dalla metà del 2010, quando si chiuderà l’anno scolastico.

Israele distrugge i suoi congegni spia nel sud del Libano…

20 ottobre 2009 Lascia un commento

PRENDO QUESTA NOTIZIA DA PEACEREPORTER…
Una notizia che non mi lascia certo sconvolta, una notizia che mi fa quasi sorridere per la sua banalità…ma è meglio far circolare certe cose.
Visto quanti sono al mondo ancora a dire che quella è una democrazia, per giunta l’unica dell’area Mediorientale.
E allora ecco la democrazia…quella che spia, bombarda, uccide, stermina, inquina, distrugge.
La democrazia che stupra terre e popoli: lo stato ebraico d’Israele.

war1Le forze di pace delle Nazioni Unite hanno scoperto dei dispositivi di spionaggio sotterrati nel suolo del sud del Libano dall’esercito israeliano durante la guerra con Hezbollah nel 2006. La scoperta è stata fatta ieri dopo che Israele ha fatto brillare i congegni spia grazie ad un radiocomando a distanza. Dure le reazioni del primo ministro libanese Fouad Siniora che ha accusato il governo di Gerusalemme di aver violato palesemente la risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu che ha portato alla fine dei combattimenti.
L’incidente è avvenuto in un periodo di particolare tensione fra i due Stati dopo che all’inizio del mese l’esercito israeliano ha mostrato un video nel quale si commenta la rimozione, da parte di Hezbollah, di munizioni nei pressi della città di Tiro. L’episodio ha creato uno scontro diplomatico dal momento che la stessa risoluzione del Consiglio di Sicurezza ha imposto che nessuno, ad eccezione dell’esercito regolare libanese e dei caschi blu, può possedere armi a sud del fiume Litani. Per difendersi dall’accusa Hezbollah ha successivamente diffuso un video con il quale ha smentito le accuse e rilanciato sulla presunta violazione della risoluzione da parte di Israele che, afferma hezbollah, continua a sorvolare il territorio con aerei spia. 

Bandito il fumo in siria! Incredibile!!

12 ottobre 2009 1 commento

Foto di Valentina Perniciaro <Tipico ristorante siriano...sapori, fontane, narghilè e profumi>

Non riesco neppure ad immaginarlo.
La Siria ha bandito il fumo nei luoghi pubblici: divieto che comprende anche la shisha, conosciuta meglio come il narghilè.
La Siria ha bandito il fumo: ma com’è possibile? Sono una fumatrice molto felice che in Italia non si possa più fumare nei luoghi pubblici…ma la mia Siria e soprattutto Damasco ed Aleppo non posso proprio immaginarle senza l’alone di fumo in ogni locale, locanda, bottega o negozio.
A Damasco se compri un telo, un legno intarsiato,un’essenza o un vassoio d’argento e rame, se compri una qualunque cosa per cui valga la pena perdere un po’ di tempo a contrattare, c’è tutto un rito che inevitabilmente si svolge sotto i tuoi occhi.

Foto di Valentina Perniciaro <cambiando carboncini al narghilè>

Foto di Valentina Perniciaro _Cambiando carbone sul narghilè_

Un rito che coinvolge il palato e le mani, un rito che sa di thè alla menta, di bicchierini incandescenti per le mani e di una sigara offerta, che raramente si può rifiutare.
Ma questo è solo uno dei lati che coinvolgono il fumo e la socialità di quelle città…anche i pasti, i lunghi pasti composti da decine di antipastini, di tavoli pieni di pietanze che arrivano tutte insieme come una valanga ad incastrarsi tra i piatti e il pane caldo ancora gonfio, sembrano fatti per mangiare, stuzzicare, fumare e poi ricominciare a cercare con le mani avvolte dal pane altri sapori.
E si può andare avanti per ore, spesso passando dal thè finale alla partita a scacchi, senza mai cambiare la propria postazione….se non per svuotare i portaceneri, o per chiamare chi ha il compito di rialzare il calore della brace poggiata sulla stagnola del narghilé.
Quel modo di mangiare induce inevitabilmente al consumo massiccio di tabacco: non è che ti puoi alzare e uscire tra primo e secondo, lì l’orgia di cibo non ha tempi spezzati, non ha gerarchie.
E poi penso a tutti quei locali dove non si consuma altro che thè e backgammon, scacchiere e, appunto, portaceneri.
Sono i locali più belli da osservare, quelli dove le donne son veramente poche e i vecchi signori passano le ore con il tubo del narghilè attorcigliato alle lunghe vesti e la barba lunga che prende l’odore delle essenze che inumidiscono il tabacco.
Sanzioni pesanti per fumatori e proprietari dei locali: stavolta il presidente Bashar al-Assad l’ha fatta proprio grossa !

Secondo giorno di scontri ad Istanbul, dove in piazza si muore “per infarto”

7 ottobre 2009 Lascia un commento

 

PHOTO / MUSTAFA OZER /AFP/Getty Images

PHOTO / MUSTAFA OZER /AFP/Getty Images

E’ il secondo giorno che Istanbul è “in fiamme”, con le strade occupate da manifestazioni e scontri di piazza che stanno infastidendo il vertice annuale dei padroni del mondo, il Fondo Monetario Internazionale.
I giovani resistenti, turchi e kurdi di Istanbul,  stanno attaccando la polizia da ieri mattina a suon di sassi e molotov e di contro stanno avendo come risposta molte decine di arresti (solamente ieri mattina ce ne sono stati più di cento) e pesanti cariche con un fitto uso di lacrimogeni e di idranti.

Oggi anche la moderna piazza di Taksim, simbolo della nuova Istanbul,  è stata luogo di scontri, con numerose banche attaccate da centinaia di manifestanti decisi a disturbare il vertice bancario-finanziario che decide le sorti del pianeta: le cariche, effettuate da polizia antisommossa e militari, sono ogni momento  più pesanti.
Ieri ha perso la vita un manifestante di 55 anni: la polizia ha dichiarato che è morto per arresto cardiaco. 

BRAVI COMPAGNI! SIAMO CON VOI
PIENA SOLIDARIETA’ A TUTTI COLORO CHE SONO STATI ARRESTATI E CHE STANNO RESISTENDO ALLA POLIZIA TURCA!
 

MUSTAFA OZER/AFP/Getty Images

MUSTAFA OZER/AFP/Getty Images

Photo di MUSTAFA OZER/AFP/Getty Images

Photo di MUSTAFA OZER/AFP/Getty Images

Basalto, beduini e innamoramenti…

2 ottobre 2009 7 commenti

La prima volta che ho toccato quei sassi, immediatamente ho capito che stava cambiando qualcosa.
Che non era una normale scoperta per me, che non era “il nuovo”, che non era infatuazione, ma desiderio di un’unione eterna e indissolubile.
Di quelle contro cui non puoi fare nulla, quelle che ti rubano il cuore dal primo secondo e ti scavano dentro per sempre. 

Foto di Valentina Perniciaro _Bosra: Il basalto, in un amplesso romano-nabateo_

Foto di Valentina Perniciaro _Bosra: Il basalto, in un amplesso romano-nabateo_

Mi è riaccaduto solamente una volta, di provare una simile sensazione, sfiorando il corpo che mi ha fatto perdere la terra sotto i piedi.
Di corpi nella vita se ne incontrano, ma poi la pelle si ferma su uno… la pelle, prima del nostro cervello obnubilato, ti manda quel segnale per dirti che devi fermarti. Che quello che cercavi da sempre è da qualche secondo sotto i tuoi polpastrelli.

Quando ho percorso il decumano di Busra ash-sham per la prima volta, l’innamoramento ha pervaso il mio corpo totalmente.
Un innamoramento che non aveva nulla di platonico, anzi, il desiderio era di toccare, accarezzare, di inserirmi in ogni pertugio del basalto, di arrampicarmi su ogni colonna… desiderio di penetrare e farsi penetrare completamente da colori, odori e millenni.
Passeggiare sui ciottoli neri di Bosra vuol dire avere un amplesso indimenticabile con la storia, con il miscuglio di genti che nei millenni hanno creato un luogo sospeso nel tempo, vero, umile e rurale. Unico, stavolta si può dire.
Bosra, in tutto il continente Siria, è il luogo magico che ho scelto come oasi nei vari anni passati a percorrere quel territorio … è il mio luogo, quello a cui penso ogni volta che sto male, quello che desidero costantemente, quello che mi fa dimenticare la merda di tutti i giorni.
Bosra mi aiuta a sopravvivere nel traffico di Roma, nella vita scandita da un carcere, Bosra mi fa sfiorare la mia pancia scalciante con molta serenità … come se potessi trasmettere anche a lui che può star tranquillo, che malgrado lo schifo che verrà a conoscere c’è anche quello al mondo: ci sono anche certi posti, certi sguardi, certi universi.

Ed oggi, ancora una volta, un pezzo della mia città nabatea-romana-ayyubbide e araba arriva a riempire la mia casa di colori e casino.
Il mio fratellone beduino è in volo…la cosa non può che emozionarmi.
La cosa non può non farmi pensare a…….. quanto vorrei portarvi lì. A voi due, che siete la vita mia.

 

vabbhè, poco delirio….meglio che mi avvio verso l’aeroporto! 

Foto di Valentina Perniciaro _Bosra: il mio beduino in primo piano, dietro di lui, la casa di Adriano_

Foto di Valentina Perniciaro _Bosra: il mio beduino in primo piano, dietro di lui, la casa di Adriano_

Dal Mesopotamia Social Forum, finito ieri a Diyarbakir

30 settembre 2009 Lascia un commento

Articolo e scatti di Michele Vollaro, da Diyarbakir

Libertà, democrazia, uso comune delle risorse naturale: parole che in tanti paesi occidentali potrebbero anche sembrare retoriche, ma che a Diyarbakir hanno un significato ben concreto. Nella principale città del Kurdistan turco si conclude oggi il Mesopotamia Social Forum, un incontro organizzato da decine di organizzazioni sociali e politiche della regione, in vista del prossimo Forum Sociale Europeo che si terrà a Istanbul nel giugno del prossimo anno, per porre al centro dell’attenzione i problemi a cui è sottoposto il popolo curdo. A poche decine di metri dalla stazione ferroviaria, nel parco comunale Sümer Park, i ragazzi del Congresso della gioventù patriottica democratica (Ydgm), l’organizzazione giovanile del partito filo-curdo Dtp, hanno allestito un campeggio internazionale per ospitare i circa 300 attivisti venuti da numerosi paesi europei. “Non chiediamo la secessione dalla Turchia – spiega prima di partecipare a un seminario sulla frammentazione dei popoli in Medio Oriente Mehmet, studente presso la locale università – ma che vengano riconosciuti i nostri diritti culturali e sociali: non siamo trattati come cittadini allo stesso livello dei turchi”.GetAttachment-3.aspx
L’obiettivo, che per il momento rappresenta più un’utopia, di gran parte dei curdi e delle delegazioni venute da Iran, Iran e Siria per il vertice è costruire le basi di una confederazione che riunisca i popoli della Mesopotamia, una forma statale capace di superare il concetto di nazionalismo, imposto insieme ad altri valori e ideologie estranee alla cultura mediorientale dai paesi occidentali. In Mesopotamia, ripetono in tanti, sono nate la scrittura e con essa la storia dell’uomo, l’agricoltura grazie alla presenza dei fiumi Tigri ed Eufrate, le tre principali religioni monoteiste: per lungo tempo, questa terra è stata il centro del mondo. Finché l’Europa non ha preso il sopravvento ed è cominciata la rivoluzione industriale, quando i paesi europei hanno dovuto cercare in tutto il pianeta le risorse necessarie per far funzionare le nuove fabbriche e preservare la supremazia economica. A completare questo processo, la prima guerra mondiale, al termine della quale le potenze vincitrici imposero la dissoluzione dell’impero ottomano e la nascita in Medio Oriente degli stati-nazione, un concetto completamente alieno a questa terra. La storia dei curdi, come quella dei palestinesi che a Diyarbakir sono gli ospiti d’onore del Forum, è emblematica delle conseguenze dell’imperialismo occidentale. “Grazie al popolo curdo, perché ha aperto la strada della lotta contro il militarismo e il colonialismo, che potranno essere sconfitti solo a partire da questa terra”, dice in inglese Raffaella Bolini in rappresentanza del World Social Forum durante l’inaugurazione dell’incontro. La prima rivendicazione degli organizzatori del vertice è la fine dell’oppressione cominciata all’atto della fondazione della Repubblica turca, quando per costruire da zero una nuova identità nazionale fu vietato l’insegnamento della lingua curda, furono cambiati i nomi dei luoghi (e così l’antica Amida, in curdo Amed, fondata dagli Aramei nel XIII secolo a.C., divenne Diyarbakir), fu fatta tabula rasa di una tradizione e di una cultura con secoli di storia. Ma tra i tendoni montati nel Sümer Park e i padiglioni di un’ex fabbrica di mattoni riadattata a centro pubblico per lo svolgimento di corsi tecnici e professionali, i temi di discussione sono stati numerosissimi. Sei sale in cui sono stati svolti almeno tre seminari al giorno ognuna, seguiti dai partecipanti stranieri grazie a un servizio di traduzione simultanea. La colonizzazione del Medio Oriente, l’anti-militarismo, la questione delle donne in società tradizionalmente patriarcali, le alternative di gestione comunale realizzate dal basso, i diritti dei lavoratori in paesi sconvolti da guerre e repressione statale, la necessità di un sistema d’istruzione che non riproduca i soliti rapporti di potere sono solo alcuni degli argomenti affrontati. Ma è probabilmente il tema della gestione delle risorse naturali e della costruzione di nuove dighe nella regione, ciò che più interessa da vicino chi vive in Kurdistan.
GetAttachment-1.aspxIn Turchia, a partire dal 1954 sono state costruite un centinaio di dighe: secondo Işikhan Güler, membro della Camera degli ingegneri elettrici, la realizzazione di queste infrastrutture risponde da un lato a un discorso geo-strategico per il controllo del territorio e rappresenta dall’altro l’attestazione dell’avvenuta privatizzazione dell’acqua, che non può più essere liberamente usata dalle comunità che vivono lungo i fiumi. “Spesso – spiega Güler – queste dighe sono costruite ingannando la popolazione locale, a cui viene promessa l’elettrificazione della regione e raccontato che i nuovi bacini non causeranno allagamenti. In realtà, accade l’esatto contrario: le dighe non sono provviste di centrali idroelettriche e i nuovi bacini allagano vaste zone del territorio al solo scopo di bloccare l’afflusso d’acqua verso altre regioni e spingere così le popolazioni a emigrare altrove: il modo più drastico per ottenere il controllo politico del territorio”. Inserita nel Grande progetto anatolico (Gap), che prevede la costruzione di 18 nuove dighe nella parte meridionale dell’Anatolia, la seconda barriera di Ilisu sul fiume Tigri è l’infrastruttura che suscita i timori più grandi. Il governo turco, nonostante tutte le società europee che contribuivano a finanziare il progetto (tra cui l’italiana Unicredit) siano uscite dal consorzio, ha infatti cominciato ugualmente a erigere la nuova diga, che nei prossimi tre anni dovrebbe sommergere una superficie pari a due milioni di chilometri quadrati, causando tra l’altro la perdita di un importante sito archeologico come la città di Hasankeyf, risalente al periodo dell’impero sassanide. “L’acqua, simbolo di vita, e il suo uso da parte dell’uomo devono contribuire a costruire legami tra i popoli, non diventare una merce da cui trarre profitti – afferma Ipek Taşli della campagna per fermare la diga di Ilisu – Nel nostro paese, la questione dell’acqua viene usata strategicamente dall’esercito turco e dai ricchi capitalisti per impedire qualsiasi genere di opposizione sociale e politica: il problema, che ancora non è stato compreso, è che continuando a giocare in questo modo con la natura non ci rendiamo conto che dovremmo sopportare conseguenze inimmaginabili, per il nostro futuro e del pianeta tutto”.

Ottima intervista a Jeff Halper fondatore dell’associazione israeliana contro la demolizione di case palestinesi

25 settembre 2009 Lascia un commento

Jeff Halper ha fondato in Israele  nel 1997 l’ICAHD, Israeli Committee Against House Demolitions (www.icahd.org), associazione di persone che per vie legali e con la disobbedienza civile si oppongono alla demolizione delle case palestinesi, e che forniscono supporto economico e materiale per la loro ricostruzione.

Intervista a Jeff Halper a cura di Lorenzo Galbiati – traduzione di Daniela Filippin
a cura di Lorenzo Galbiati (traduzione di Daniela Filippin)

Tu sei un cittadino dello “stato ebraico” di Israele, uno stato fortemente voluto nel Novecento dal movimento sionista e ottenuto dopo 50 anni di grande emigrazione degli ebrei europei nel 1948, sulla spinta della fine della Seconda guerra mondiale e del terribile crimine della Shoah. Che cos’è per te oggi, concretamente, il sionismo?

Jeff Halper

Jeff Halper

«Il sionismo fu un movimento nazionale che ebbe un senso in un determinato tempo e luogo. Mentre i popoli d’Europa cercavano un’identità come nazioni rivendicando i loro diritti all’autodeterminazione, allo stesso modo si comportavano gli ebrei, considerati all’epoca dalle nazioni d’Europa stesse un popolo separato. Tuttavia, due problemi trasformarono il sionismo in un movimento coloniale che oggi non può più essere sostenuto. Innanzitutto, il sionismo adottò una forma di nazionalismo tribale, influenzato dal pan-slavismo russo e dal pan-germanismo del centro Europa, culture dominanti nei territori dove la maggior parte degli ebrei vivevano in Europa, rivendicando la terra d’Israele fra il Mediterraneo e il fiume Giordano come fosse un diritto esclusivamente ebraico. Questo creò i presupposti per un inevitabile conflitto con i popoli indigeni, quelli della comunità araba palestinese, che ovviamente rivendicavano un proprio Paese dopo la partenza dei britannici. Se il sionismo avesse riconosciuto l’esistenza di un altro popolo nel territorio, “alloggiare” tutti in una sorta di stato bi-nazionale sarebbe stato ancora possibile. Ma pretendere la proprietà esclusiva, pretesa che anche oggi sussiste dai sionisti e da Israele, rende non fattibile uno stato “ebraico”. Il secondo problema fu che il paese non era disabitato. Una proprietà esclusiva del territorio avrebbe potuto funzionare se fosse stato completamente privo di abitanti. Ma visto che la popolazione palestinese esisteva ed era in effetti in maggioranza, cosa che sta avvenendo anche oggi, una realtà bi-nazionale esisteva già allora e doveva essere gestita come tale».

Molti anni fa tu ti sei trasferito dagli USA in Israele: è stata una scelta dovuta a motivi contingenti, personali, o spinta da una motivazione ideologica?

«Sono cresciuto negli Stati Uniti negli anni ’60. Sono sempre stato coinvolto nelle attività politiche della sinistra (o perlomeno la nuova sinistra): i movimenti per i diritti civili di Martin Luther King, il movimento contro la guerra in Vietnam ecc. Dunque, dopo il 1967 sono diventato critico dell’occupazione d’Israele (Israele non fu mai un argomento politico di grande rilievo prima di quel momento). Ma gli anni ‘60 furono anche un periodo in cui molti di noi cittadini americani bianchi di classe media rifiutavamo il materialismo americano e la conseguente superficialità della sua cultura, cercando significati più profondi attraverso la ricerca delle nostre radici etniche. Man mano che divenivo più distaccato dalla cultura americana, la mia identità di ebreo diventò centrale – ma in senso culturale e viscerale, non religioso. Ho viaggiato attraverso Israele nel 1966, mentre ero in transito per andare ad effettuare delle ricerche in Etiopia, e il paese mi “parlò”. Provai un senso di appartenenza che risultò soddisfacente alla mia ricerca di un’identità, pur restando conscio a livello politico dell’occupazione, a cui mi opponevo. Quando mi sono trasferito in Israele nel 1973, mi sono immediatamente unito ai movimenti pacifisti di sinistra. Le mie vedute negli anni sono cambiate coi tempi e le circostanze. Ormai non sono più un sostenitore della soluzione dei due stati, visto che non ritengo che Israele sia realizzabile come stato “ebraico”, sostenendo al contrario la soluzione dello stato bi-nazionale. Però credo ancora che gli ebrei abbiano legittimamente diritto a un posto in Israele/Palestina, anche come entità nazionale. Non siamo stranieri in questa terra e non accetto la nozione che il sionismo sia semplicemente un movimento coloniale europeo (sebbene si sia effettivamente comportato come tale)».

Demolizione di una casa per mano israeliana a Dwayat

Demolizione di una casa per mano israeliana a Dwayat

In Europa, e segnatamente in Italia, sta passando l’equazione antisionismo uguale antisemitismo; infatti, il nostro presidente Napolitano durante la Giornata della Memoria del 2007 ha detto che va combattuta ogni forma di antisemitismo, anche quando si traveste da antisionismo, e qualche mese fa, il presidente della Camera Fini ha detto in tivù, di fronte all’accondiscendente presidente della comunità ebraica romana Riccardo Pacifici, che oggi l’antisionismo è la nuova forma che ha assunto l’antisemitismo. Come spieghi questo fenomeno? Che significato ha a livello politico internazionale?

«Questo è il risultato di una campagna martellante da parte del governo israeliano per mettere a tacere qualsiasi critica contro Israele o le sue politiche. Diversi anni fa, in una riunione di strategia tenutasi al ministero degli affari esteri, un “nuovo antisemitismo” fu inventato, che sfruttava in modo conscio e deliberato l’antisemitismo per fini di pubbliche relazioni israeliane. Il “nuovo antisemitismo” affermava che ogni critica mossa contro Israele era anche antisemita. Tutto ciò non è solo falso e disonesto da un punto di vista politico, ma pericoloso per tutti gli ebrei del mondo. L’antisemitismo è effettivamente un problema che andrebbe combattuto assieme ad altre forme di razzismo. Definirlo solo in termini israeliani lascia altri ebrei della diaspora senza protezione. E’ quindi considerato accettabile essere antisemiti, vedi Fini e gli evangelisti americani come Pat Robertson, ad esempio, purché si è “pro-Israele”. Loro lo sono per vari motivi (principalmente perché Israele si è allineata con elementi destrorsi e fascisti ovunque nel mondo). Ma se sei critico di Israele come Paese, ed abbiamo tutti il diritto di esserlo, non sei antisemita però vieni condannato e zittito secondo la dottrina del “nuovo antisemitismo”. E’ conveniente per Israele ma pericoloso sia per gli ebrei della diaspora che per chiunque si batta a favore dei diritti umani e contro il razzismo».

In Israele hai fondato l’Icahd, l’Israeli Committee Against House Demolitions, con il quale ti sei opposto, anche fisicamente, alla demolizione di molte case palestinesi, finendo più volte in carcere per questo. Come giudichi le politiche israeliane per l’assegnazione della terra e per i permessi edilizi? Credi si possa parlare di apartheid?

«I governi israeliani più recenti hanno tentato di istituzionalizzare un sistema di apartheid, basato su un “Bantustan” palestinese, prendendo a modello ciò che fu creato nell’era dell’apartheid in Sud Africa. Quest’ultima creò dieci territori non-autosufficienti, per la maggioranza abitati da neri, ricoprenti solo l’11% del territorio nazionale, in modo da dare al Sud Africa una manovalanza a buon mercato e contemporaneamente liberandola della sua popolazione nera, rendendo quindi possibile il dominio europeo “democratico”.homedemo Questo è esattamente ciò che intenderebbe fare Israele – il proprio “Bantustan” palestinese comprenderebbe solo il 15% del territorio della Palestina storica. In effetti, dai tempi di Barak come primo ministro, Israele ha proprio adottato il linguaggio dell’apartheid. Quindi il termine usato per definire la politica di Israele nei confronti dei palestinesi è hafrada, che in ebraico significa “separazione”, esattamente come lo fu in Afrikaans. Apartheid non è né uno slogan, né un sistema esclusivo del Sud Africa. La parola, come viene usata qui, descrive esattamente un regime che può aver avuto origine in Sud Africa, ma che può essere importato e adattato alla situazione locale. Alla sua radice, l’apartheid può essere definita avente due elementi: prima di tutto, una popolazione che viene separata dalle altre (il nome ufficiale del muro è “Barriera di Separazione”), poi la creazione di un regime che la domina definitivamente e istituzionalmente. Separazione e dominio: esattamente la concezione di Barak, Sharon e eventualmente, Olmert e Livni, per rinchiudere i palestinesi in cantoni poveri e non autosufficienti.
La versione israeliana dell’apartheid è tuttavia persino peggiore di quella sudafricana. In Sud Africa i Bantustans erano concepiti come riserve di manodopera nera a buon mercato in un’economia sudafricana bianca. Nella versione israeliana i lavoratori palestinesi sono persino esclusi dall’economia israeliana, e non hanno nemmeno un’economia autosufficiente propria. Il motivo è che Israele ha scoperto una manodopera a buon mercato tutta sua: all’incirca 300.000 lavoratori stranieri provenienti da Cina, Filippine, Thailandia, Romania e Africa occidentale, la pre-esistente popolazione araba in Israele, Mizrahi, etiope, russa e est europea. Israele può quindi permettersi di rinchiuderli là dentro persino mentre gli vengono negate una propria economia e legami liberi con i paesi arabi circostanti. Da ogni punto di vista, storicamente, culturalmente, politicamente ed economicamente, i palestinesi sono stati definiti un’umanità di troppo, superflua. Non gli resta che fare da popolazione di “stoccaggio”, condizione che la preoccupata comunità internazionale sembra continuare a permettere a Israele di attuare. Tutto ciò porta oltre l’apartheid, a quello che può essere definito lo “stoccaggio” dei palestinesi, una della popolazioni mondiali “di troppo”, assieme ai poveri del mondo intero, i detenuti, gli immigrati clandestini, i dissidenti politici e milioni di altri emarginati.
“Stoccaggio” rappresenta il migliore, e anche il più triste dei termini per definire ciò che Israele sta creando per i palestinesi nei territori occupati. Siccome lo “stoccaggio” è un fenomeno globale e Israele è stato pioniere nel creare un modello di questo metodo, ciò che sta accadendo ai palestinesi dovrebbe essere affare di tutti. Potrebbe costituire una forma di crimine contro l’umanità completamente nuovo, e come tale essere soggetto a una giurisdizione universale delle corti del mondo come qualsiasi altra palese violazione dei diritti umani. In questo senso l’“occupazione” di Israele ha implicazioni che vanno ben oltre un conflitto locale fra due popoli. Se Israele può confezionare e esportare la sua articolata “matrice di controllo”, un sistema di repressione permanente che unisce una amministrazione kafkiana, leggi e pianificazioni con forme di controllo palesemente coercitive contro una precisa popolazione mantenuta entro i limiti di comunità murate con metodi ostili (insediamenti in questo caso), mura e ostacoli di vario tipo contro qualsiasi libero spostamento, allora, in questo caso, come scrive lucidamente Naomi Klein nel suo libro The Shock Doctrine, altri paesi guarderanno ad Israele/Palestina osservando che : “Un lato sembra Israele; l’altro lato sembra Gaza”. In altre parole, una Palestina Globale».

Ti abbiamo visto in alcuni filmati descrivere la situazione di Gerusalemme est, spiegare quante e quali case palestinesi sono state distrutte: che cosa sta succedendo a Gerusalemme est? Si può parlare di pulizia etnica per Gerusalemme est, come fa Ilan Pappé?

«Concordo con Pappé nell’affermare che la pulizia etnica non stia avvenendo solo nella Gerusalemme est, ma anche nel resto dei territori occupati e in tutto Israele stesso. L’anno scorso il governo israeliano ha distrutto tre volte più case dentro Israele – appartenenti a cittadini israeliani che naturalmente, erano tutti palestinesi o beduini – rispetto al numero che ha distrutto nei territori occupati. L’ICAHD ha come scopo quello di resistere all’occupazione opponendosi alla politica di Israele di demolire le case dei palestinesi. Dal 1967 Israele ha distrutto più di 24 000 case palestinesi – praticamente tutte senza motivo o giustificazioni legate alla “sicurezza”, oltre ad aver dato decine di migliaia di ordini di demolizione, che possono essere messi in atto in qualsiasi momento».

Foto a cura dell'Ichad _demolizioni a Zur Baher_

Foto a cura dell’Ichad _demolizioni a Zur Baher_

Israele negli ultimi 4 anni ha sostenuto due guerre di invasione sanguinarie, quelle contro il Libano e la Striscia di Gaza. Ha ricevuto da molte parti accuse di crimini di guerra, sia per il tipo di armi che ha usato sia per la volontà deliberata di colpire la popolazione e le strutture civili, impedendo in molti casi i soccorsi medici. Come spieghi l’apparente consenso di una grande maggioranza di cittadini israeliani nei confronti di queste guerre? Come spieghi l’adesione a queste soluzioni politiche da parte di intellettuali considerati “pacifisti” come Grossmann e Oz?

«In Israele, la popolazione ebraica è ben poco interessata sia all’occupazione che al più universale principio della pace. Sono entrambi non-argomenti in Israele (non credo che siano stati menzionati una sola volta durante la passata campagna elettorale). Gli ebrei israeliani stanno attualmente vivendo una vita piacevole e sicura, e Barak e gli altri leader sono riusciti a convincere la gente che non esiste soluzione politica, che agli arabi non interessa la pace (siamo bravissimi a dare la colpa ad altri per evitare le nostre responsabilità di grande potenza colonizzatrice degli ultimi 42 anni!). Finché tutto sarà tranquillo e l’economia andrà bene, nessuno vuole sapere nulla degli “arabi”. Credo che dobbiamo rinunciare a sperare di vedere il pubblico israeliano come elemento attivo del cambiamento verso la pace. La maggior parte degli israeliani non si intrometterebbero in una soluzione imposta se la comunità internazionale dovesse insistere nell’imporne una, ma non farebbero alcun passo significativo da soli in quella direzione. Alla stessa maniera dei bianchi in Sud Africa, che accettarono e in alcuni casi dettero il benvenuto alla fine dell’apartheid, e che al tempo stesso non sarebbero mai insorti contro di essa. Invece per quel che riguarda gli “intellettuali”, anche loro non vedono. E’ la dimostrazione che si può essere estremamente sensibili, intelligenti, ricettivi come Amos Oz e alcuni dei nostri professori, che tuttavia rimangono al sicuro nella loro “nicchia”».

Tu da qualche anno sostieni che non è più praticabile sul campo la soluzione due nazioni due stati, poichè Israele ha ormai occupato con il Muro, le colonie e le strade gran parte della West Bank. Sostieni quindi la soluzione di uno stato laico binazionale. Oggi, dopo la carneficina di Gaza, e dopo le elezioni israeliane, è ancora immaginabile questa soluzione?

«Noi dell’ICAHD crediamo che la soluzione dei due stati sia irrealizzabile – a meno che si accetti una soluzione da apartheid, un mini-stato palestinese sovrano solo a metà sul 15% del territorio palestinese storico, spezzettato in ciò che Sharon chiama quattro o cinque “cantoni”. Non li vediamo né come fattibili né giusti o pratici, sebbene Israele li veda come una soluzione e stia spingendo in questa direzione al processo di Annapolis. Per noi la questione non è solo di creare uno stato palestinese, ma uno stato autosufficiente. Non solo questo minuscolo stato palestinese dovrà sopportare il ritorno dei rifugiati, ma un 60% di palestinesi sotto l’età di 18. Se emerge uno stato che non ha alcuna possibilità di offrire un futuro ai suoi giovani, una economia autosufficiente che può svilupparsi, rimane semplicemente uno stato-prigione, un super-Bantustan. boycott-israel-free-palestine
Credo che se non si materializzerà la soluzione dei due stati, e la soluzione per uno stato bi-nazionale (che io preferisco) verrà effettivamente impedita da Israele e la comunità internazionale, allora preferirei una confederazione economica medio orientale che comprenda Israele, Palestina, Giordania, Siria e Libano, nella quale tutti i residenti della confederazione abbiano la libertà di vivere e lavorare all’interno della stessa. Israele/Palestina è semplicemente un territorio troppo piccolo per poterci infilare tutte le soluzioni necessarie – la sicurezza, lo sviluppo economico, l’acqua, i rifugiati. E alla fine, quanto sarà grande lo stato palestinese sarà importante solo se verrà concepito come un’entità indipendente, economicamente autonoma. Se ai palestinesi sarà concessa la sovranità anche solo di un piccolo stato, più ristretto rispetto ai confini del ‘67, ma comunque avente l’intera confederazione per sviluppare la propria autonomia economica, credo che questo potrebbe rivelarsi lo scenario migliore. Ma questa è una proposta ambiziosa e campata in aria per il momento, e resta finora senza sostenitori (sebbene Sarkozy stia anche pensando in termini regionali). Quando si vedrà che la soluzione dei due stati è fallita, credo che allora la gente inizierà a cercare una nuova soluzione. E credo proprio che allora l’idea della confederazione risulterà sensata».

Credi che esistano forze politiche parlamentari, in Israele, in grado di sostenere un accordo autentico con i Palestinesi, in vista di una pace e della creazione di uno stato palestinese?

«L’unico ostacolo a un’autentica soluzione dei due stati (cioè uno stato palestinese disteso su tutti i territori occupati, con pochissime modifiche agli attuali confini) è nella volontà di Israele di permettere che avvenga. Giudicando dai fatti che si vedono sul terreno, la costruzione di nuovi insediamenti in particolare, nessun governo israeliano, né di destra né tanto meno di sinistra o centro, ha mai veramente considerato la soluzione dello stato palestinese come fattibile. Per rendere le cose ancora più difficili, se un simile governo dovesse mai emergere (e non ve n’è uno in vista), non avrebbe alcun mandato, alcuna autorità per evacuare gli insediamenti e “rinunciare” ai Territori Occupati Palestinesi considerato l’estrema frammentazione del sistema politico israeliano. Semplicemente, fra i partiti politici non vi è alcuna unità d’intenti per concordare veramente una soluzione di pace e di due stati. Ecco perché, se la comunità internazionale dovesse forzare Israele a ritirarsi per una vera pace, il pubblico israeliano la sosterrebbe. Israele non è destrorso quanto la gente immagina. Ho quindi una formula per la pace: Obama, l’ONU o la comunità internazionale dovranno dire a Israele: 1) Vi amiamo (gli israeliani se lo devono sentir dire); 2) Garantiremo la vostra sicurezza (QUESTA è la preoccupazione maggiore del pubblico israeliano); 3) ora che è finita l’occupazione, sarete fuori da ogni centimetro cubo dei Territori Occupati Palestinesi entro i prossimi 2-3-4 anni (e noi, la comunità internazionale, pagheremo per il dislocamento). Credo che ci sarebbe gente a ballare per le strade di Tel Aviv se tutto ciò avvenisse. Questo è esattamente ciò che vorrebbero gli israeliani, ma non possono sperarci, visto il nostro sistema politico. E’ altamente improbabile che ciò avvenga».

Che giudizio dai all’azione politica dei dirigenti palestinesi di Fatah ed Hamas dalla morte di Arafat a tutt’oggi?

top_logo«Ovviamente l’andamento della leadership palestinese è altamente problematico. Dobbiamo ricordare, tuttavia, che negli ultimi 40 anni Israele ha sostenuto una sistematica campagna di omicidi, esili e incarcerazioni dei capi di governo palestinesi, quindi la leadership attuale è mutilata (si potrebbe essere ingenerosi e, alla luce delle campagne condotte dall’autorità palestinese contro la sua stessa gente, affermare che l’attuale leadership di Fatah sia ancora viva e funzionante perché Israele sa bene chi deve eliminare e chi risparmiare). Una delle mie maggiori critiche rivolte all’attuale leadership di Fatah riguarda la sua inefficacia nel veicolare la causa palestinese all’estero. Nonostante un cambiamento dell’opinione pubblica ormai più a favore dei palestinesi, soprattutto dopo l’invasione di Gaza, la leadership non ha saputo sfruttare il momento propizio per inviare i propri portavoce presso le popolazioni ed i governi del mondo (in effetti, nell’ultimo anno, incluso il cruciale periodo della transizione verso l’amministrazione Obama, non vi è stato un solo rappresentante palestinese a Washington – e i rappresentanti palestinesi all’estero, con qualche rara eccezione, sono generalmente inefficaci). Al contrario di Israele, pare che la leadership palestinese si sia quasi ritirata dal gioco politico. In questo vuoto lasciato da Fatah, Hamas è giunto sulla scena come il “salvatore”, la forza/partito/leadership che resisterà ad Israele, resisterà alla “soluzione” dell’apartheid, manterrà l’integrità palestinese e combatterà la corruzione. Mentre la sua ideologia religiosa ed il suo programma dovrebbero essere considerati inaccettabili per qualsiasi persona minimamente progressista, si dovrebbe perlomeno ammirare la resistenza di Hamas e ammettere che stia effettivamente controbilanciando ciò che è stata percepita come la collaborazione di Fatah con Israele».

Credi che se la classe politica palestinese usasse dei metodi di lotta nonviolenta, quali il digiuno pubblico, e se convincesse la popolazione palestinese israeliana o che lavora in Israele a forme di sciopero generalizzato potrebbe ottenere dei risultati concreti?

«I metodi non-violenti sarebbero potuti essere efficaci. Se la leadership palestinese fosse più portata alla strategia, potrebbe usare a proprio vantaggio metodi non-violenti, come il movimento BDS (Boicottaggio – Disinvestimento – Sanzioni) e altre campagne analoghe con gruppi di pressione efficaci. Ma non lo fanno».

http://www.nazioneindiana.com/

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Jeff Halper, ebreo israeliano di origine statunitense (è nato nel Minnesota nel 1946), è urbanista e antropologo, e insegna all’Università Ben Gurion del Negev. In Israele ha fondato nel 1997 l’ICAHD, Israeli Committee Against House Demolitions (www.icahd.org), associazione di persone che per vie legali e con la disobbedienza civile si oppongono alla demolizione delle case palestinesi, e che forniscono supporto economico e materiale per la loro ricostruzione. Per questa attività, e per il suo attivismo pacifista, Halper è stato arrestato dal governo israeliano una decina di volte, ed è ora considerato uno dei più autorevoli attivisti israeliani per la pace e i diritti civili. In questi giorni Halper è in Italia per un giro di conferenze e per promuovere il suo libro Ostacoli alla pace (Edizioni “Una città”). Il programma delle sue conferenze è consultabile su: www.unacitta.it . Oltre alle sue attività accademiche e per l’ICAHD, Halper scrive libri ed è un conferenziere internazionale. Nel 2006 è stato candidato al Premio Nobel per la Pace dall’American Friends Service Committe. Nell’agosto del 2008 Halper ha partecipato alla spedizione per Gaza del Free Gaza Movement: la spedizione era costituita da un gruppo internazionale di attivisti dei diritti umani, tra i quali l’italiano Vittorio Arrigoni, e ha raggiunto Gaza a bordo di un peschereccio partito da Cipro, rompendo così per la prima volta l’embargo marittimo imposto da Israele alla Striscia di Gaza.

Peace Enforcing, paracadutisti e bambini sotto le bombe

22 settembre 2009 5 commenti

Andrea Nativi (analista militare, direttore della Rivista Italiana Difesa):
“È sempre stata una guerra, basta leggersi il mandato dell’ISAF. Solamente in Italia si continua con questa finzione politica iniziata con i precedenti governi e proseguita con questo, secondo la quale noi siamo a svolgere una missione di pace. Il gen. Bertolini, il nostro numero 1 in Afghanistan ha detto correttamente che si tratta di una missione di “Peace Enforcing” e cioé “imposizione della pace”, che è uno dei modi carini per chiamare la guerra”. (fonte)

Generale Arpino: “Siamo in GUERRA. Smettiamola con la retorica”. (fonte)

Ci credono solo gli “italiani” alla missione di pace, ci crede Saviano quando commemora i morti del sud caduti per la patria (qui una pacata ma almeno una risposta a Saviano), 
ci crede chi ha rispettato il minuto di silenzio, ci crede chi fa finta di non sapere cos’è la Folgore e chi sono gli uomini che decidono di entrarci.
Comunque le foto qui sotto invece, sono la verità quotidiana dell’Afghanistan: sono la traduzione in carne ed ossa di quello che i nostri soldati chiamano PACE, spacciandosi per eroi.
Vi ricordate la Folgore in Somalia? Gli stupri? Qualcuno se lo ricordaaaaaaaaa?
03-2011-1

Fine Ramadan a Via Mattia Battistini, nel medioevo romano

20 settembre 2009 2 commenti

Non sono nemmeno le nove di mattina: grigia domenica di settembre. Attraverso un po’ di periferia per raggiungere la fermata della metropolitana di Battistini.
L’attesa è più lunga del previsto, ma meno fastidiosa di quanto potevo credere: ferma con le 4 frecce ad un angolo ancora non trafficato, mi viene naturale dar le spalle alla ridicola pattuglia dell’esercito appostata sul  marciapiede.
Lo spettacolo che si apre al mio sguardo nell’evitare le mimetiche è inaspettatamente straordinario: sono in tanti a dirigersi verso la Metropolitana.

Foto di Valentina Perniciaro _abluzioni prima della preghiera nella Grande Moschea di Damasco_

Foto di Valentina Perniciaro _abluzioni prima della preghiera nella Grande Moschea di Damasco_

E sono splendidi…mi basta far due conti rapidamente per capire che è il giorno dell’ ‘Aid, la fine del Ramadan.
Roma, in una delle sue tristi e involgarite periferie, stamattina sembra una metropoli europea con tutti i crismi. Ad attraversare la strada sono centinaia di sfumature: turbanti e vesti bianche per gli uomini, colori e strati di stoffe per le donne. Ognuno ha per mano i propri figli e lo sguardo è da giorno di festa.
Le bimbe hanno i ciucci colorati ai capelli, i maschietti si atteggiano a grandi e attraversano accanto ai loro candidi papà
Non so quanto tempo sono stata a guardarli, ma ero felicemente compiaciuta della mia città che mi trasmette solo fastidi e vergogna.
Poi giro la testa: non ci posso credere!
La maggiorparte di loro è davanti alla camionetta dei nostri valorosi soldati: fermati.
La mia reazione è immediate: scendo dalla macchina e mi vado ad impicciare.

Foto di Valentina Perniciaro _Buon pasto di fine Ramadan a tutt@_

Foto di Valentina Perniciaro _Buon pasto di fine Ramadan a tutt@_

Con quel poco di arabo che ancora ricordo provo a capire la situazione, poi vado dal primo soldato e gli chiedo se ci sono problemi, spacciandomi per una mediatrice culturale.
Il tipo si innervosisce immediatamente, non capisce perchè mi sto intrufolando nella sua “missione” e mi guarda con sguardo che tenta di intimorire.
Mi innervosisco prima io e cerco, povera stupida, di spiegargli che oggi per loro è Natale. Che stanno andando a festeggiare la fine del digiuno, che l’unico pericolo che c’è è per il loro colesterolo che schizzerà alle stelle in qualche secondo dopo una luna di restrizioni alimentari. Un giorno di festa: il più bello.
“Hai presente il Natale? A te non ti mandano in licenza per festeggiare con la tua famiglia? Loro oggi stanno andando a mangiare tutti insieme, col vestito buono e la pelle appena lavata. Qual è il problema?”
La risposta è da barzelletta : “Ah, mica lo sapevo! Ma a lei signorì je pare normale che vanno tutti in giro mascherati?”

Rimango un secondo in silenzio: lo guardo dal basso all’altro (dall’anfibio lucido al berretto sbilenco) e dall’alto al basso (berretto – anfibio).
Ma come fa uno in mimetica, con 4 kg di fucile in spalla, al centro di un incrocio di una città che non vede guerre da diversi lustri … si io mi chiedo come può non capire che è lui il mascherato?
E son fatta così, apro bocca e gli do fiato:
“Scusa ma secondo me sei più mascherato tu!”

Mi guarda con odio.
Capisce pure che è meglio che la finiamo qui…e con gesto da pizzardone lascia i festosi migranti tornare per la loro strada … e anche la fastidiosa fanciulla che non si faceva gli affari suoi.
Loro sono i soli a rimanere lì, ostentando loro ridicoli costumi da Carnevale
عيــــــد مبـــــارك

La civiltà della Folgore … si evince dal loro inno

19 settembre 2009 56 commenti

Ma davvero li piangete? 
I soldati della Folgore? I parà dell’esercito italiano? Vi metto il testo del loro inno, quello che cantano con tanto orgoglio…quello che assomiglia a tutto tranne all’inno di “eroi portatori di pace”… svegliamoci cazzarola, piangiamo chi muore sul selciato della strada durante il turno di lavoro, piangiamo i mutilati e tutti coloro che in guerra ci sono nati, che nella loro terra vivono sotto bombardamenti e coprifuoco, occupati da invasori che non hanno mutato nulla in 8 anni, se non aumentare del 60% gli attacchi taliban. 
Fate le vostre guerre … non vi lamentate se morite.
Non ci venite a raccontare, però, che portate pace, “noi piomberemo giù, pugnali e bombe a man, viatico di morte” 

   Il canto del paracadutista (Inno della Folgore)
Cuori d’acciaio all’erta
il cielo è una pedana,
tra poco nell’offerta
noi piomberemo giù,
pugnali e bombe a mano,
viatico di morte,
e l’ansia della sorte
non sentiremo più!
Aggancia la fune di vincolo,
spalanca nel vento la botola,
assumi la forma di un angelo
e via pel tuo nuovo destin!
Come folgore dal cielo
canta il motto della gloria.
Come nembo di tempesta !
precediamo la vittoria.
Un urlo di sirena: fuori…fuori !
E giù nell’infinito
sul nemico più agguerrito
per distruggere o morir.  
Per distruggere o morir.
L’occhio nemico scruta:
son nuvole che vanno,
ma poi che il vento muta
li vedi già son qui.
E gli angeli di guerra,
pugnale in mezzo ai denti,
in uno contro venti
si battono così!
Sganciato ogni corpo dai vincoli,
racchiusi in un quadrato fermissimo,
il piombo nemico si sgretola:
nessuno di noi cederà!
Come folgore dal cielo…
Passa pei cieli un canto,
è un canto di vittoria,
i figli della gloria
in alto vanno ancor.
E pronti alla battaglia,
col cuore sempre all’erta,
ripeteran l’offerta
con rinnovato ardor!
Aggancia la fune di vincolo,
spalanca nel vento la botola,
assumi la forma di un angelo
e via pel tuo nuovo destin!

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Quel che esporta la Folgore!

18 settembre 2009 Lascia un commento

Ci chiedono di piangere gli “eroi della patria”. I soldati che “portano pace e rischiano la vita tutti i giorni”.8123_137439876051_89068446051_2507834_4913396_n
Oltre al ribrezzo che provo a pelle per la parola EROI…da dire a riguardo ce ne sarebbe e non poco, ma nemmeno mi va.
Nient’altro che “occupanti”, occupanti in una terra straniera da anni e scusate se allora considero quello di ieri non un “ATTENTATO”, ma un’azione di RESISTENZA contro occupanti stranieri, portatori di morte.
I piloti italiani in questo momento sono impegnati in un addestramento speciale negli Stati Uniti e si sono portati da casa (pensate quanto può essere costato) i nuovi cacciabombardieri dell’esercito italiano. I cacciabombardieri di solito non portano PACE.
Anzi…quello che bombardiamo continuamente è Uranio impoverito.
Vi ricordate i bimbi deformi di Baghdad?
Bhè, questi sono quelli afghani: questo è quello che portano “gli eroi della patria”.
Questo è quello che continuamente esportiamo in Afghanistan ed Iraq, quello che abbiamo portato in Somalia (anche quello che cade ogni giorno sul territorio sardo di Quirra, intorno al poligono interforze).
Io piango gli operai che muoiono ogni giorno, piango i migranti che a centinaia si perdono nel mediterraneo e con loro la speranza di altro.
Io non piango assassini, mutilatori, stupratori, mercenari, occupanti.  
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Non ne metto altre...non credo serva

Non ne metto altre...non credo serva

Due news su Saviano!

5 settembre 2009 5 commenti

Due agenzie su Roberto Saviano: che goduria! Ricordate l’ultima sparata sull’Eta che secondo il neo-eletto “genio” d’Italia sono un gruppo di mafiosi che si finanzia con la cocaina? Bhé, l’ETA non s’è certo sprecata a rispondere, ma l’ha fatto addirittura il governo spagnolo, nella figura del ministro dell’interno. Eheheh.
La seconda è ancora più bella: una proposta di candidatura che io approvo!

1-  Il ministro dell’Interno spagnolo, Alfredo Rubalcaba, ha detto che non vi e’ ‘nessuna prova’ di un collegamento dell’Eta con il traffico di droga, di cui aveva parlato a Santander lo scrittore napoletano Roberto Saviano.
In un intervento all’universita’ Menendez Pelayo, Saviano aveva affermato, secondo El Pais, che l’Eta ‘traffica con la cocaina’ per finanziarsi in coordinamento con le Farc colombiane e ottiene in cambio ‘appoggi e armi dalla Camorra’. Rubalcaba oggi ha detto ai cronisti che ‘non abbiamo alcuna prova che l’Eta sia implicata nel traffico di cocaina’. Secondo El Pais Saviano ha inoltre affermato ieri che la ‘Spagna e’ infettata dalla Mafia’, sostenendo che ‘molti mafiosi russi e italiani’ vivono ‘in tutta tranquillita” nel paese iberico.

roberto_saviano2-“Propongo a Roberto Saviano di candidarsi alle prossime regionali della Campania. L’ho contattato per un incontro, mi piacerebbe che tutte le forze politiche che dicono di combattere la Camorra, lo incentivassero e lo sostenessero per convincerlo a scendere in politica in una forza trasversale”. Lo afferma il Segretario di Forza Nuova Roberto Fiore. “L’Italia intera ha bisogno di uomini come lui, candidati indubitabilmente onesti e coraggiosi. Una sua eventuale candidatura sarebbe rappresentativa del popolo che cerca rappresentanti della cui integrita’ morale si puo’ essere certi, altrimenti rischiamo di vedere come prossimo presidente della Regione un politico notoriamente colluso con la malavita”, afferma il Segretario di Forza Nuova Roberto Fiore.

Se non avesse voglia di accettare gli ripropongo il link con l’invito di Peres

Ecco le prove: la strage di Benghazi, le torture in Libia, gli accordi sulla pelle dei migranti

2 settembre 2009 Lascia un commento

Kafuda2Adesso abbiamo le prove. Sono quindici foto in bassa definizione. Scattate con un telefono cellulare e sfuggite alla censura della polizia libica con la velocità di un mms. Ritraggono uomini feriti da armi di taglio. Sono cittadini somali detenuti nel carcere di Ganfuda, a Bengasi, arrestati lungo la rotta che dal deserto libico porta dritto a Lampedusa. Si vedono le cicatrici sulle braccia, le ferite ancora aperte sulle gambe, le garze sulla schiena, e i tagli sulla testa. I vestiti sono ancora macchiati di sangue. E dire che lo scorso 11 agosto, quando il sito in lingua somala Shabelle aveva parlato per primo di una strage commessa dalla polizia libica a Bengasi, l’ambasciatore libico a Mogadiscio, Ciise Rabiic Canshuur, aveva prontamente smentito la notizia. Stavolta, smentire queste foto sarà un po’ più difficile.
A pubblicarle per primo sulla rete è stato il sito Shabelle. E oggi l’osservatorio Fortress Europe le rilancia in Italia. Secondo un testimone oculare, con cui abbiamo parlato telefonicamente, ma di cui non possiamo svelare l’identità per motivi di sicurezza, i feriti sarebbero almeno una cinquantina, in maggior parte somali, ma anche eritrei. Nessuno di loro però è stato ricoverato in ospedale. Sono ancora rinchiusi nelle celle del campo di detenzione. A venti giorni dalla rivolta.
Tutto è scoppiato la sera del 9 agosto, quando 300 detenuti, in maggioranza somali, hanno assaltato il cancello, forzando il cordone di polizia, per scavalcare e fuggire. La repressione degli agenti libici è stata fortissima. Armati di manganelli e coltelli hanno affrontato i rivoltosi menando alla cieca. Alla fine degli scontri i morti sono stati sei. Ma il numero delle vittime potrebbe essere destinato a salire, visto che ancora non si conosce la sorte di un’altra decina di somali che mancano all’appello.Maxaabiistii_liibiya%20(5)

Il campo di Ganfuda si trova a una decina di chilometri dalla città di Bengasi. Vi sono detenute circa 500 persone, in maggior parte somali, insieme a un gruppo di eritrei, alcuni nigeriani e maliani. Sono tutti stati arrestati nella regione di Ijdabiyah e Benghazi, durante le retate in città. L’accusa è di essere potenziali candidati alla traversata del Mediterraneo. Molti di loro sono dietro le sbarre da oltre sei mesi. C’è chi è dentro da un anno. Nessuno di loro è mai stato processato davanti a un giudice. Ci sono persone ammalate di scabbia, dermatiti e malattie respiratorie. Dal carcere si esce soltanto con la corruzione, ma i poliziotti chiedono 1.000 dollari a testa.
Le condizioni di detenzione sono pessime. Nelle celle di cinque metri per sei sono rinchiuse fino a 60 persone, tenute a pane e acqua. Dormono per terra, non ci sono materassi. E ogni giorno sono sottoposti a umiliazioni e vessazioni da parte della polizia.

Kafuda8Sull’intera vicenda, i deputati Radicali hanno depositata lo scorso 18 agosto un’interrogazione urgente al Presidente del Consiglio e al Ministro degli Esteri, chiedendo se l’Italia “non ritenga essenziale, anche alla luce e in attesa della verifica dei fatti sopraesposti, garantire che i richiedenti asilo di nazionalità somala non siano più respinti in Libia”. Probabilmente la risposta all’interrogazione tarderà a venire in sede parlamentare. Ma nella realtà dei fatti una risposta c’è già. E il respingimento dei 75 somali di ieri ne è la triste conferma.
Siamo finalmente riusciti a parlare telefonicamente con uno di loro. A bordo erano tutti somali, ci ha detto. E avevano chiesto ai militari italiani di non riportarli indietro, perché volevano chiedere asilo. Inutile. In questo momento, mentre voi leggete, si trovano nel centro di detenzione di Zuwarah. Da quando sono sbarcati, ieri alle tredici, non hanno ancora ricevuto niente da mangiare. Né hanno potuto incontrare gli operatori dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite di Tripoli. Li hanno rinchiusi in un’unica cella, tutti e 75, comprese le donne e i bambini.
Nessuno di loro ha idea di quale sarà la loro sorte. Ma nessuno si azzardi a criticare l’Italia per la politica dei respingimenti o per l’accordo con la Libia. Tanto meno l’Unione europea e i suoi portavoce

4 soldati turchi uccisi dal PKK

31 agosto 2009 Lascia un commento

DALLE AGENZIE di pochi minuti fa, in attesa di aggiornamenti_41010560_pkk-afp-416
Quattro militari turchi sono morti ed un loro commilitone è rimasto ferito in un attentato avvenuto nei pressi della località di Semdinli, nella provincia orientale di Hakkari. Lo riferiscono con evidenza oggi i media turchi citando dichiarazioni del governatore di Hakkari, Muammer Turker, secondo cui i responsabili dell’attentato sarebbero membri del separatista Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk) che hanno lanciato una granata al passaggio dei soldati in servizio di pattuglia nella zona. Il premier turco Tayyip Erdogan, commentando l’attacco avvenuto a poche settimane dal lancio di un’iniziativa del governo di pacificazione con il Pkk, ha affermato di considerare questo attentato «un tentativo di ostacolare le recenti iniziative per l’avvio di un processo democratico. Ma questo progetto proseguirà nell’ambito del programma di unità nazionale. Noi proseguiremo la nostra lotta contro il terrorismo con la stessa determinazione. L’iniziativa democratica è un progetto di fratellanza. Tentativi come questo – ha concluso Erdogan – non possono fermarci»

Luca Zaia e le crociate

28 agosto 2009 1 commento

Chi come me ha avuto modo di studiare approfonditamente le Crociate sente nel più profondo del cuore un atavico desiderio di tornare indietro nel tempo solo per arruolarsi tra le file degli uomini di Salah ad-Din (Saladino) per maciullarne un po’… per avvelenarnargli le fonti durante i lunghi assedi e vederli rantolare sotto al sole alla ricerca di qualcosa da bere … per farli cadere nelle trappole con migliaia di arceri nascosti … per vederli crepare di sete.

Il caro Saladino

Il caro Saladino

I Crociati a Marrat an-Numan mangiarono tutti i bambini: avevano fame dopo la traversata della valle,  in una stagione che loro, ignoranti mezzo-padani del medioevo, non immaginavano così calda e arida. Andarono a prendere tutti i bambini sotto i tre anni, perchè più grandi avrebbero avuto la carne più dura … tutto ciò è riportato da diversi storici, tutto ciò fa parte del DNA che l’Europa ha provato a innestare nei territori ad oriente.
Le Crociate non esistono sui nostri libri di storia…le Crociate non esistono nemmeno nelle nostre librerie più fornite. C’è solo una versione, ci sono poche pagine di monologo storico privo di fonti arabe, di traduzioni dei testi del luogo; c’è solo una campana, stonata e complice di massacri.
Per studiare quell’epoca bisogna leggere in inglese, in francese, in tedesco, in arabo: a noi italiani non hanno dato diritto ad avere certi testi, nessuno ce li ha mai tradotti.

 

Tanto che abbiamo un ministro della Repubblica, il MINISTRO per le politiche agricole Luca Zaia, che dichiara “Noi ci riteniamo gli avamposti nella trincea della Chiesa: potremmo dire che siamo i nuovi crociati. Siamo coloro che vanno a difendere tutte quelle idee che spesso qualcuno, magari, si vergogna di difendere”.
Questo stamattina, incontrando i giornalisti al meeting di Comunione e Liberazione.
Io inizio veramente a non farcela

Israele e gli internazionali nei Territori: leggete leggete!

17 agosto 2009 Lascia un commento

 Le autorita’ israeliane hanno cominciato a porre restrizioni a cittadini stranieri in arrivo per impedire a loro di visitare in una sola volta il territorio dell’ Autorita’ palestinese e quello israeliano. Secondo fonti diverse, visitatori all’arrivo all’aeroporto Ben Gurion, vicino a Tel Aviv, e alla stazione di confine tra la Giordania e la Cisgiordania sul ponte Allenby, che e’ sotto controllo di Israele, si sono visti apporre sul passaporto un timbro con la precisazione che l’ingresso e’ valido solo per il territorio dell’ Autorita’ palestinese. Fonti governative, citate dal quotidiano Jerusalem Post, hanno affermato la necessita’ di essere certi che persone che possono rappresentare una minaccia per la sicurezza non siano libere di vagabondare dentro Israele. Ma per altre fonti le nuove disposizioni violano il diritto internazionale e gli accordi israelo-palestinesi di Oslo. Uno di questi critici, Salwa Duabis, di una Ong di Ramallah denominata Diritto all’ Ingresso, ha detto che dozzine di visitatori stranieri, soprattutto se di origine palestinese, hanno avuto impresso questo timbro sui loro passaporti, col risultato che e’ stato a loro vietato entrare in territorio israeliano, inclusa la parte est di Gerusalemme. Ad altri visitatori, ha aggiunto, e’ stato rifiutato l’ingresso all’arrivo all’ aeroporto Ben Gurion con la richiesta di entrare in Cisgiordania dalla Giordania. Critiche a questo provvedimento deciso dal ministero dell’interno – che non ha finora rilasciato alcuna dichiarazione in materia – sono giunte dal ministero del turismo per il quale ”si tratta di una decisione che fa grande torto all’immagine di Israele e ostacola il soggiorno di turisti che vogliono visitare anche i luoghi santi situati in territorio dell’ Autorita’ palestinese”. Per motivi di sicurezza Israele vieta ai suoi cittadini di entrare in aree della Cisgiordania sotto pieno controllo dell’ Autorita’ palestinese e nella striscia di Gaza, ad eccezione di casi particolari. (ANSA)

Boicottiamola! NOA canta in giro per l’Italia

17 agosto 2009 1 commento

C’E’ NOA in Italia per una serie di concerti: Per chi volesse ringraziarla per il suo sostegno al “buon lavoro” dell’esercito israeliano a Gaza, il 22 agosto un’ottima occasione alla Notte della Taranta 

NoaIl 22 agosto, Noa sarà sul palco di Melpignano (Lecce), nel Salento, per il concertone finale del Festival itinerante della Notte della Taranta. L’iniziativa è sponsorizzata dal Presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola. E’ possibile esprimere la protesta per la presenza di Noa anche inviando mail all’attenzione del Dott. Sergio Torsello (della Direzione artistica) e della signora Stefania Sicuro (della segreteria del festival) a questo indirizzo: segreteria@lanottedellataranta.it.
Infine, il 25 agosto Noa si esibirà a Caulonia (Reggio Calabria), nell’ambito del “Kaulonia Tarantella Festival 2009”.
Questo calendario è probabilmente ancora incompleto, per cui sollecitiamo informazioni su tutti gli appuntamenti della cantante che si è proposta come la voce di morte dell’esercito israeliano.

Gerusalemme araba si sbriciola!

11 agosto 2009 Lascia un commento

Dopo gli sfratti coatti dei giorni precedenti per evacuare la zona araba e permettere la costruzione di nuovi insediamenti..la notizia che prendiamo oggi da Infopal.it prosegue sulla linea genocidaria che conosciamo da tempo. 400_0___10000000_0_0_0_0_0_hebronsettlers-ae3f1
Israele si conferma lo stato dell’Apartheid e della pulizia etnica.
Non s’arresta la barbarie israeliana contro Gerusalemme. Non s’arresta la pulizia etnica e la distruzione ai danni dei palestinesi. Oggi, prima di mezzogiorno, è crollata la via principale, al centro del quartiere di Wadi Hilwa, a Silwan,  a Gerusalemme. Il crollo è stato provocato dagli scavi israeliani.
Jawad Siyam, membro del Comitato di difesa di Wadi Hilwa, ha affermato che sono in corso scavi sotto il manto stradale, per aprire una galleria che va a nord verso la moschea al-Aqsa. Egli ha sottolineato che le autorità israeliane hanno subito chiuso la parte della strada in cui si è verificato il crollo. 
Si ricorda che un altro crollo si era avvenuto due mesi fa, nell’area che porta ad al-Ain, sempre a causa degli scavi israeliani.


 

Raid notturni su Gaza

10 agosto 2009 Lascia un commento

MIDEAST-PALESTINIAN-ISRAEL-MIDEAST-CONFLICT-GAZADalle poche notizie che circolano in rete e dalle conferme date dal portavoce dello Tsahal, esercito d’Israele, il raid notturno sulla piccola e martoriata Striscia di Gaza non sembrerebbe aver provocato vittime. Risaliva a meno di due mesi fa, il 14 giugno, l’ultima incursione il cui obiettivo sembrava identico: colpire i tunnel che collegano Rafah con il vicino confine egiziano, tunnel fruiti dalla popolazione per la circolazione di merci e medicine e dalle organizzazioni armate per il contrabbando di armi.  L’IDF ha dichiarato di essersi mosso per rappresaglia, dopo il lancio di tre salve di mortaio verso la zona settentrionale dello stato ebraico, malgrado questi non abbiano arrecato nessun danno. Lanci rivendicati nell’arco della settimana dalla Brigata Abu Ali Mustafa, braccio armato del Fronte Popolare per la liberazione della Palestina, e dalle Brigate di resistenza nazionale, vicine al Fronte democratico per la Liberazione della Palestina.

La relativa calma di queste ultime settimane è tornata illusione nella martoriata Striscia di Gaza.

3.000 aquiloni rallegrano le spiagge di Gaza

2 agosto 2009 Lascia un commento

 

Per un giorno Gaza non entra nel Guinness dei primati per la sperimentazione di armi, per il numero di morti civili in un raid, per la quantità di bambini uccisi sotto i 9 anni. Per una volta il Guinness della Striscia di Gaza è di colori...

Per un giorno Gaza non entra nel Guinness dei primati per la sperimentazione di armi, per il numero di morti civili in un raid, per la quantità di bambini uccisi sotto i 9 anni. Per una volta il Guinness della Striscia di Gaza è di colori...

 

Per una volta la spiaggia di Beit Lahiya si è riempita dei 750.000 bambini di Gaza e dei loro sorrisi... e niente riempie il cuore più di questo...

Per una volta la spiaggia di Beit Lahiya si è riempita dei 750.000 bambini di Gaza e dei loro sorrisi... e niente riempie il cuore più di questo...

Ai bimbi della terra di Palestina, ai bimbi prigionieri dal giorno del loro concepimento…
A quei bimbi ergastolani, destinati a quel “fine pena mai” che è l’occupazione israeliana e la colonizzazione delle poche terre rimaste palestinesi…
Ai loro sorrisi violentati, al loro bisogno di infanzia, all’intensità dei loro sguardi, alla profondità dei loro cuori così abituati a soffrire ed essere strappati ai propri amori, ai propri sostegni.
A quei bambini, che ieri almeno hanno sorriso guardando il cielo e non l’hanno guardato con terrore.
Quel cielo quasi sempre portatore di morte…

Coloni israeliani e terre arabe: fiamme e “acquisti”

20 luglio 2009 Lascia un commento

Coloni israeliani

Coloni israeliani

Questa mattina decine di coloni ebrei hanno dato alle fiamme una vasta zona di terre coltivate nei dintorni di alcuni villaggi palestinesi tra Nablus e Ramallah, in Cisgiordania. Il fuoco si sarebbe propagato tra i villaggi di Til e Madma e a sud del villaggio di Burin, senza alcun intervento da parte delle forze di occupazione israeliane. Secondo le fonti, i coloni si sarebbero così “vendicati” per essere stati evacuati dal loro governo da un’area vicina alla città di Sinjel, tra Nablus e Ramallah.Proprio poco prima infatti l’esercito israeliano aveva sgomberato l’avamposto illegale di Adei-Ad: notizia appresa attraverso la radio dei coloni Canale 7: non c’è stato alcun incidente tra le 25 famiglie che abitavano l’avamposto e l’esercito israeliano, che poi si è apprestato a sgomberare una seconda area, in una zona molto vicina.   

 Incollo poi un’agenzia presa da AnsaMed
Un’organizzazione israeliana di destra, l’Israel Land Fund, sta pianificando per alcuni ebrei europei l’acquisto di dozzine di proprietà in Giordania. Lo riferisce al Arabiya, secondo la quale quest’iniziativa potrebbe creare tensione tra il regno giordano e Israele. In Giordania, fino al 1995, la vendita di terreni a israeliani o a persone che agivano per loro conto era punita con la pena di morte.

ancora coloni israeliani

ancora coloni israeliani

Anche a seguito di una riforma della legge, è tuttora in vigore un divieto in tal senso. L’articolo 6 della legge sul boicottaggio economico e sul divieto di vendita ai «nemici» prevede che «a persone straniere o a entità corporative che non hanno nazionalità araba non è concesso l’acquisto, l’affitto, il possesso diretto o indiretto di proprietà immobili nel regno», con eccezioni autorizzate dalle autorità politiche. L’Israel Land Fund, che sostiene i costruttori ebrei a Gerusalemme e che ha comprato terreni e dozzine di case nei territori palestinesi occupati nella West Bank, cerca ora acquirenti europei per alcune proprietà in Giordania, spiega Al Arabiya, per aggirare la legge giordana. Arieh King, direttore dell’organizzazione, ha spiegato all’Afp che «in Giordania ci sono migliaia di proprietà appartenute ad ebrei, comprate durante l’impero Ottomano e sotto il mandato britannico», che furono tolte quando la Giordania è diventata indipendente, nel 1976. Questi terreni, quindi, non rientrerebbeo nel divieto imposto dalla legge giordana. L’Israel Land Fund ha già avuto tensioni con i palestinesi quando ha comprato delle proprietà nella West Bank, un territorio acquisito da Israele durante la guerra del 1967. Gli ebrei di estrema destra, scrive Al Arabiya, ritengono questi territori parte del «Grande Israele», un’area non ben definita che include anche la Giordania. (ANSAmed)