“Non si spara sulla Croce Rossa”…sulla CGIL si può????
Tratto da Indymedia Piemonte
Avremmo voluto raccontarvi la storia di un tentativo di evasione dal Cie di corso Brunelleschi a Torino.
Così come avremmo voluto raccontarvi la storia di un pugno in faccia sferrato da un fuggiasco a un Alpino di guardia al Centro. Avremmo voluto, eccome, ma abbiamo chiamato dentro e siamo costretti a smentire le notizie de La Stampa. Pare proprio che la storia dell’evasione sia una bufala, per quanto versosimile di questi tempi, inventata di sana pianta dai militari o dalla Questura per giustificare un violento pestaggio da parte degli Alpini – ed è il primo caso documentato di violenza alpina all’interno di corso Brunelleschi – nei confronti di una quindicina di reclusi, esasperati dall’attesa della “terapia”, dagli insulti e dai maltrattamenti. E, ovviamente, tra militari e poliziotti c’era pure un crocerossino, di sicuro un “operatore precario che, nell’assolvere il suo compito, lotta per mantenere pubblica e civile l’assistenza a tutte le persone in difficoltà“: infatti è stato lui a portare i manganelli agli Alpini, evidentemente in difficoltà. E inoltre, è sicuramente vero che “lo spirito che anima gli operatori Cri non è certo quello dei carcerieri”. Infatti il giorno dopo il pestaggio gli Alpini hanno chiesto scusa, il crocerossino invece no.
Ascolta una conversazione con uno dei reclusi pestati di corso Brunelleschi: http://www.autistici.org/macerie/?p=19213
A proposito di crocerossini precari e sindacalizzati leggi il comunicato della Cgil-Funzione Pubblica:
Piemonte Torino
COMUNICATO STAMPA
NON SI SPARA SULLA CROCE ROSSA
Nella serata di ieri un gruppetto di sedicenti anarchici ha occupato la sede
della Croce Rossa Italiana di Torino, per contestare la funzione di assistenza
svolta dalla CRI presso i Centri di Identificazione ed Espulsione (ex CPT).
Essere contro la politica razzista e xenofoba del Governo, non può in alcun
modo porre sotto accusa l’opera degli operatori della Croce Rossa che, in
condizioni difficilissime, garantiscono l’assistenza sanitaria alle centinaia di
esseri umani rinchiusi, in condizioni insopportabili, in centri che sono sempre
più simili a campi di concentramento.
Vale solo la pena di ricordare che gli operatori della Croce Rossa non
appartengono ad alcun corpo militare in armi. Al contrario, per la maggior
parte, sono operatori precari che, nell’assolvere il loro compito, lottano per
mantenere pubblica e civile l’assistenza a tutte le persone in difficoltà. Del
resto basti ricordare la funzione umanitaria che la CRI svolge in situazioni di
frontiera, come Lampedusa, per comprendere che lo spirito che anima gli
operatori CRI non è certo quello dei carcerieri di Guantanamo.
La Funzione Pubblica della CGIL, nel condannare l’occupazione della sede
della CRI di Torino, esprime agli operatori ed alla Croce Rossa, la propria
piena solidarietà.
Torino, 9 settembre 2009
11 settembre 1973 – 11 settembre 2009 : MAI DIMENTICARE
Alle donne argentine, e ai loro bimbi nati in cattività…
“Arrivarono alle 3 del mattino. Aprii la porta, tentai di accendere la luce. Mi colpirono. Erano incappucciati. Mi caricarono su un’auto, scalza e bendata. Mi portarono al “Famaillà”, un centro di detenzione clandestino. Mi legarono le mani dietro la schiena e mi buttarono per terra. Ero incinta di quattro mesi. Poi vennero a prendermi per interrogarmi. Mi torturarono. Impazzivo all’idea di perdere il bambino. Provavo odio e un senso di impotenza, avrei voluto urlargli lo schifo che sentivo per loro, ma non potevo. Dopo una settimana mi trasferirono in un altro campo di concentramento, il “Fronteirita”. Lì continuarono a torturarmi. Mi picchiavano soprattutto sul ventre, volevano a tutti i costi farmi perdere il bambino. Stavo malissimo, non facevano che minacciare di uccidermi, mi umiliavano. Giorno e notte sentivo i lamenti di altre persone sotto tortura. Al sesto mese di gravidanza fui trasferita al carcere di Villa Urquiza. Quando venne il momento del parto, non mi portarono in maternità: mio figlio nacque in cella grazie all’aiuto di alcune compagne. Inés recise il cordone ombelicale con un paio di forbici arrugginite. Appena iniziarono le doglie, implorai che per favore mi portassero in maternità. Ma niente. Venne la levatrice e mi fece un’iniezione per addormentarmi. Se non fosse stato per le compagne che lo estrassero a forza, mio figlio sarebbe morto soffocato. Questione di qualche minuto.” HORTENSIA
QUESTE RIGHE agghiaccianti sono tratte da un libro MEMORIA DEL BUIO estremamente interessante, malgrado la sua lettura sia difficile per il dolore e la rabbia che si prova, riga dopo riga. E’ un libro documento, un racconto corale di 112 donne argentine che hanno vissuto insieme l’esperienza della prigionia nelle carceri argentine durante la dittatura, fra il 1974 e il 1983.
Da L’Aquila al Presidente della Repubblica
Caro Presidente,
le cronache sulla sua visita di ieri nella nostra città, a cinque mesi dal terremoto del 6 aprile, parlano del calore con cui gli aquilani l’hanno accolta e riferiscono del conforto da lei espresso nel vedere, dopo tutto quello che è successo, “fiducia e gente sorridente” che “crede molto nelle istituzioni”.
Altro, a parte le note di colore, non è stato riportato. Sappiamo che ha parlato con i responsabili della Protezione Civile, con i rappresentanti locali. Ha avuto modo di chiedere, di vedere e di informarsi. Ma non ha aggiunto altro.
E’ vero caro Presidente. Noi, anche quelli che non erano lì a stringerle la mano o ad ascoltare l’inno di Mameli, crediamo molto nelle istituzioni. Anzi moltissimo. Perché per noi le istituzioni rappresentano la possibilità di affrontare insieme i problemi di una comunità per risolverli insieme. Quindi dato che di problemi, dal 6 aprile, ne abbiamo un po’ più del normale, nelle istituzioni crediamo molto, anche perché ne abbiamo molto bisogno.Questo lei lo sa, lo ha visto. Ha visto la distruzione immensa. Sa, come tutti noi, che da un evento del genere non ci si riprende se non attraverso sforzi collettivi eccezionali e soprattutto attraverso le scelte giuste. Altrimenti, semplicemente, le città e i paesi muoiono.
Ha visto, caro Presidente, il sorriso riaffiorare su qualche volto degli abitanti di Onna. Perché dopo i troppi lutti e la sofferenza di cinque mesi di tenda, potranno avere un tetto nel piccolo villaggio di case di legno che sorge accanto al paese distrutto. Ha potuto capire, caro Presidente, che la speranza è nel poter riallacciare i fili spezzati con le persone e i luoghi. E’ poter restare insieme e restare lì. Vicino alla tua casa rotta, o mezza rotta, smozzicata, scoperchiata, ma che è la tua casa. La speranza è di ricostruire la casa, la scuola, le strade e le piazze e di ritrovarsi insieme.
Ma sulla strada che dall’Aquila conduce ad Onna, caro Presidente, avrà visto anche il cantiere di Bazzano, dove si costruisce il più grande dei 19 nuovi insediamenti destinati ad ospitare chi ha perso la casa. E’ il Piano C.A.S.E. voluto dalla istituzione Protezione Civile, previsto da un decreto legge dell’istituzione Governo, convertito in legge dall’istituzione Parlamento, approvato con il sostegno convinto dell’istituzione Regione Abruzzo e con l’avvallo delle istituzioni Provincia e Comune dell’Aquila. E questa è tutta un’altra storia. Ed è, purtroppo, quella vera che nulla ha a che vedere con la vicenda di Onna, è il suo contrario.
Il Piano era già pronto, ambizioso e innovativo: per la prima volta gli sfollati non sarebbero stati ridotti in roulotte o container ma, dopo qualche tempo in tenda, avrebbero avuto direttamente case vere, antisismiche, ecologiche e con tutti i comfort. Circa 5.000 abitazioni per circa 15.000 persone, che vi avrebbero abitato il tempo necessario a ricostruire la propria casa.
Così 30 mila persone sono state tenute in tenda per cinque mesi e altrettante, lontane negli alberghi della costa abruzzese, perché tutti, in autunno, avrebbero potuto avere un tetto: chi riparando i danni lievi della propria abitazione, chi trovando posto nelle nuove C.A.S.E.. Ma, caro Presidente, non è andata così. Non gliel’hanno detto? Le tende hanno cominciato a toglierle davvero, solo che le case danneggiate non sono state riparate e le C.A.S.E., quando saranno tutte consegnate (dicembre? febbraio? aprile?), non basteranno. Per cui le persone dalle tende vengono trasportate in caserma o in albergo – la destinazione viene comunicata poco prima in modo da ridurre il rischio di rimostranze. Gli alberghi dell’aquilano sono pieni e quindi decine di migliaia di persone dovranno essere piazzate in altri territori e province. Chi ha la fortuna di avere ancora lavoro a L’Aquila o ha un figlio da mandare a scuola, potrà viaggiare con mezzi propri o autobus navetta, questi – pare – messi a disposizione dalle istituzioni. Gli altri staranno lì in attesa degli eventi.
Questa è la storia di una devastazione annunciata, caro Presidente. Lo smembramento delle comunità, praticato all’indomani del terremoto, viene proseguito dopo cinque mesi e perpetuato in quelli avvenire. Perché non si è saputo e non si è voluto dare priorità alla ricostruzione ma alla costruzione del nuovo. E poi l’antico adagio resta valido: divide et impera. Se vuoi comandare sulle persone, tienile separate. Nei campi tenda, dove le persone per forza stanno insieme, è vietato distribuire volantini, è vietato riunirsi e discutere liberamente. I diritti e le libertà costituzionali, caro Presidente.
Con tutte le nostre forze, da subito, abbiamo chiesto alle istituzioni che venissero risparmiate sofferenze, denaro pubblico e le bellezze del territorio, ricorrendo a case di legno, prefabbricati e simili.
Soluzioni rapide (4 settimane per averle pronte), economiche (un terzo di una C.A.S.A.), dignitose, sicure, che permettono di restare vicini nel proprio territorio da ricostruire e che possono essere rimosse quando non serviranno più. Ma non c’è stato nulla da fare. Le istituzioni non hanno voluto ascoltare. Bisogna costruire le nuove C.A.S.E. 24 ore al giorno, spendendo tutti i soldi che ci sono davvero – 710 mil. di euro – e usando pure quelli donati dagli italiani. Tirando su, in tutta fretta, insediamenti che saranno definitivi, dove capita, senza logica urbanistica, senza minimamente rispettare criteri di prossimità ai nuclei precedenti. Intanto, tutto il resto, con l’inverno alle porte, è fermo. Il riparabile non viene riparato, il centro storico resta immerso in un silenzio spettrale. Perché?
Che farebbe lei caro Presidente, se a cinque mesi dal terremoto non sapesse dove trovare una sistemazione per la sua famiglia, una scuola per i suoi figli, un lavoro che ha perso? Se non avesse la minima idea di come e quando potrà riparare la sua casa, ammesso che ne abbia ancora una? Molti, troppi, non hanno potuto fare altro che andare via. Accettare che, almeno per un po’, a L’Aquila non è possibile tornare. Ma se non ora, dopo cinque mesi, quando? Lo spopolamento in atto, diventerà progressivo e definitivo se qualcosa di importante non cambia e subito. Tutto questo l’abbiamo denunciato, chiesto, urlato, ogni volta che abbiamo potuto e come abbiamo potuto. Di tutto questo nessuno le ha detto nulla? Perché nemmeno una perplessità, un dubbio nelle sue parole di ieri sulle scelte fatte?
Caro Presidente, ha ragione, noi ci crediamo davvero nelle istituzioni. Eppure si sbaglia, caro Presidente, perché di fiducia non ce n’è più. La supponenza, l’arroganza, l’ignoranza, la complicità, gli interessi inconfessabili, l’incapacità e l’inettitudine logorano la fiducia nelle istituzioni. Come pure il silenzio.
Comitato Rete-Aq
Campagna 100%
Ricostruzione – Trasparenza – Partecipazione
http://www.100×100aq.org/
Poche ore alla sentenza Battisti
Si è aperto poche ore fa il dibattimento sul caso Cesare Battisti a Brasilia, di fronte al Supremo Tribunale del Brasile (STF) che dee pronunciarsi sul ricorso presentato dall’Italia contro la concessione dell’asilo politico all’ex militante dei PAC (proletari armati per il comunismo) per cui è stata invece chiesta l’estradizione. Cesare non è presente in aula, al contrario di un rappresentante del ministero di Grazia e Giustizia italiano, Italo Ormanni e l’ambasciatore italiano a Brasilia Gherardo La Francesca.
Il ministro della giustizia Tarso Gendro ha ribadito questa mattina la sua posizione a riguardo, augurandosi che sia mantenuta la giurisprudenza in vigore, sulla quale lui aveva basato la concessione dell’asilo politico.
Cosa che ci auguriamo tutti… anche il Procuratore generale del Brasile, Roberto Gurgel, ha affermato che la decisione del ministro della Giustizia Genro di concedere l’asilo politico a Battisti «è fondata sulla Costituzione, le leggi e i trattati internazionali».
IN BOCCA AL LUPO!
A zia cunnà
C’abbiamo provato, ma è andata male.
Ci abbiamo provato a rifare le orecchiette, sono venute anche buone, sono venute anche spesse, saporite, hanno mantenuto la cottura, si sono amalgamate bene col sugo, quello che ti piaceva a te. Ma mica erano quelle: non avevano quel sapore, quella consistenza solida e ricca di terra, di grano, di acqua e del tuo tocco. Erano diverse, gli mancava tutto a quelle orecchiette, malgrado prima della tua scomparsa nessuno era riuscito a farle mai.
E invece sono riuscite, sono venute naturali, come si qualche altra mano arricciava quel quadratino di farina e semola, di acqua e memoria.
C’hai dato una mano, ma non è stato per niente uguale.
Quando ti si chiamava per gli auguri la tua voce sembrava quella della più piccola e contenta delle bambine, una fanciulletta emozionata di scoprire giorno dopo giorno tutta quella gente intorno.
Nemmeno due mesi che c’hai lasciato e il vuoto è tangibile, appoggiato su ogni oggetto di questa casa nuova che ha più cose tue che mie.
Nemmeno due mesi, due mesi in cui è cambiato tanto dentro di me, ma senza la tua presenza sorridente e ferma. Non riesco a rassegnarmici: piango una foto che non vedrò mai. Piango un’immagine ancora che potevi regalarmi e invece non ce l’hai fatta.
Stanca com’eri, illusa com’eri che saresti tornata tra le sue braccia e che tutte quelle decine d’anni separati erano ormai più che sufficienti: più che sufficienti per aver costruito un mondo intorno a te che siamo stati noi. Un mondo che sono stata io, cresciuta su quel pavimento con gli occhi al Fontanone e l’orecchio al cannone, in attesa del rintocco che ci faceva metter su qualcosa da mangiare.
Le tue mani sulla mia pancia: il più bel regalo che potevi lasciarmi come saluto: ma il dolore di una vita senza di te non riesce a colmarlo nulla, mai.
Sento la tua risata, vedo il bianco/nero a scacchi di quel pavimento che mai ho più voluto vedere: sento lo scrocchio delle friselle, la forza di quel pecorino che sapevi che amavo quando ancora non arrivavo a prenderlo da sola sul tavolo.
Il tuo sorriso riempie ogni mia giornata, le tue parole riempiono il mio amore, la tua mano è ancora sulla mia pancia che cresce.
E ci sarai, come nessun altro, ci sarai sempre…pillu sangue se ci sarai!
Sei dentro di me zia, sei dentro di me come la più bella delle nonne, delle zie, delle mamme, delle sorelle, delle amiche.
La mia migliore amica, dal giorno che sono venuta al mondo…
Due news su Saviano!
Due agenzie su Roberto Saviano: che goduria! Ricordate l’ultima sparata sull’Eta che secondo il neo-eletto “genio” d’Italia sono un gruppo di mafiosi che si finanzia con la cocaina? Bhé, l’ETA non s’è certo sprecata a rispondere, ma l’ha fatto addirittura il governo spagnolo, nella figura del ministro dell’interno. Eheheh.
La seconda è ancora più bella: una proposta di candidatura che io approvo!
1- Il ministro dell’Interno spagnolo, Alfredo Rubalcaba, ha detto che non vi e’ ‘nessuna prova’ di un collegamento dell’Eta con il traffico di droga, di cui aveva parlato a Santander lo scrittore napoletano Roberto Saviano.
In un intervento all’universita’ Menendez Pelayo, Saviano aveva affermato, secondo El Pais, che l’Eta ‘traffica con la cocaina’ per finanziarsi in coordinamento con le Farc colombiane e ottiene in cambio ‘appoggi e armi dalla Camorra’. Rubalcaba oggi ha detto ai cronisti che ‘non abbiamo alcuna prova che l’Eta sia implicata nel traffico di cocaina’. Secondo El Pais Saviano ha inoltre affermato ieri che la ‘Spagna e’ infettata dalla Mafia’, sostenendo che ‘molti mafiosi russi e italiani’ vivono ‘in tutta tranquillita” nel paese iberico.
2-“Propongo a Roberto Saviano di candidarsi alle prossime regionali della Campania. L’ho contattato per un incontro, mi piacerebbe che tutte le forze politiche che dicono di combattere la Camorra, lo incentivassero e lo sostenessero per convincerlo a scendere in politica in una forza trasversale”. Lo afferma il Segretario di Forza Nuova Roberto Fiore. “L’Italia intera ha bisogno di uomini come lui, candidati indubitabilmente onesti e coraggiosi. Una sua eventuale candidatura sarebbe rappresentativa del popolo che cerca rappresentanti della cui integrita’ morale si puo’ essere certi, altrimenti rischiamo di vedere come prossimo presidente della Regione un politico notoriamente colluso con la malavita”, afferma il Segretario di Forza Nuova Roberto Fiore.
Se non avesse voglia di accettare gli ripropongo il link con l’invito di Peres
Da Piazza d’armi, L’Aquila: inizia la deportazione
Se lo stanno chiedendo in queste ore centinaia di persone nella trendopoli di piazza d’armi. Ieri è stata data comunicazione dell’imminente smantellamento del campo. Domani ci sarà il grosso delle partenze. Destinazione: la caserma della guardia di Finanza, la caserma pasquali, gli hotel dell’Aquila ma anche quelli marsicani e del teramano.
I criteri di destinazione degli sfollati sono in base alla produttività. GLi anziani, la fascia più debole della popolazione, dovranno insomma andare via. Sta notte è l’ultima. Così, all’improvviso…
Lo sapevano tutti dall’inizio di questa settimana: protezione, civile, operatori di vario genere, giornalisti. Tranne loro i residenti delle tende che ora si trovano in fretta e furia a fare i bagagli senza aver avuto neanche il tempo di pensare ad un’altra possibile destinazione dove andare, fuori da quelle previste dalla protezione civile. Un equipe composta da due membri della protezione civile (uno della nazionale, l’altro dell’Emilia Romagna che gestisce il campo) uno psicologo e due poliziotti (e altri quattro a fare la guardia attorno) sono passati tenda per tenda da ieri pomeriggio e per tutta oggi a comunicare il trasferimento. Massiccia la presenza all’interno del campo di polizia intensificata appositamente per questo.
Le destinazioni sono temporanee dicono gli operatori senza specificare quanto. Il governo deve annunciare lo smantellamento delle tendopoli e lo sta facendo. Ma se ora gli sfollati possono alloggiare nelle caserme e negli alberghi perchè non potevano farlo prima? Si sarebberpo risparmiati a bambini e anziani 5 mesi di tenda e bagni chimici.
Temporanee quanto? Se questa condizione durasse a lungo allora i trasferiti di piazza d’armi avrebbero diritto di essere portati in case vere come promesso loro da Aprile.
Perchè la comunicazione è avvenuta in modo così tempestivo?
Qualsivoglia siano i processi che hanno portato a questa situazione, le conseguenze di questo modo di agire sono, nelle parole di molti abitanti della tendopoli, “un secondo terremoto”: una signora che rimarra’ all’Aquila, in un edificio di sei piani in cui non vuole entrare perche’ ha ancora paura di stare sotto un tetto che potrebbe cascarle sulla testa, mentre sua madre anziana andra’ a Tagliacozzo. I risultati di lunghi mesi di difficilissimo lavoro tra psicologi e bambini messo in pericolo da una fine cosi’ inaspettata; la paura che l’essere rimasti all’Aquila, per rimanere nella propria citta’ e magari prendere parte alla ricostruzione, sia stata del tutto inutile perche’ forse domani ti portano sulla costa, o di qua, o di la…”bhe, a te dove ti mandano?” si stanno chiedendo l’un l’altro gli abitanti di Piazza d’Armi che dopo essersi a fatica e tra mille difficolta’ ricostruiti un minimo di normalita’, si ritrovano praticamente nella stessa situazione in cui si trovavano la mattina del 6 Aprile. Nell’incertezza piu’ assoluta, spaventati e sempre e comunque privi di alcun potere decisionale sul loro destino, che rimane saldamente nelle “loro mani”, quelle della Protezione Civile.
Che le tendopoli dovessero chiudere e’ un fatto e anche un bene, di cui moltissimi a piazza d’Armi sono felicissimi. Ma chiudere le tendopoli in se’ per se’ non vuol dire nulla, se non ci sono case in cui si puo’ e si vuole andare. Difronte ad un preavviso di 48 ore sorge il dubbio che ci siano altri meccanismi all’opera. Meccanismi in cui le vite degli Aquilani sono solo un qualcosa da spostare qua è là, seguendo ordini che vengono dall’alto, e senza preoccuparsi troppo delle conseguenze. In ogni caso attuabili portandosi dietro polizia, carabinieri e guardia di finanza, nel caso qualcosa vada storto…
di Alessandro, dal sito 3e32
I primi 8 minuti del documentario Yes we camp
Ancora dalla Grecia e sulla pelle dei migranti, questa volta bambini
UNA TESTIMONIANZA DA ATENE, SUI MINORI MIGRANTI e LA REPRESSIONE
Sei mesi di carcere per Hussain tre anni e il fratellino Isamt sette anni La vergogna senza fine di un Paese che condanna e perseguita persino i bambini.
La Grecia persiste con la politica anti-immigrazione, inasprendo di giorno in giorno le misure adottate, fino a raggiungere livelli di illegalità inaudita per un Paese Europeo.
Attualmente mi trovo ad Atene. Qui la situazione è molto cambiata nelgi ultimi mesi: poliziotti armati girano ovunque, li vedi trascinare per la strada minorenni in manette, o spiare la situazione in modo molto più attento del solito.
Prima delle ultime elezioni europee i profughi senza casa dormivano davanti alle chiese, nei parchi o alla stazione, ora invece si nascondono sulle montagne o in zone isolate per paura di essere trovati dalle autorità o dai branchi di naziskin che con l’ausilio della polizia imperversano ormai in tutta la Grecia.
Queste persone non scappano per timore di essere respinte, ma per non farsi picchiare o uccidere dalla polizia e dai naziskin, che di questi tempi sembrano ormai la stessa cosa. Oggi ho parlato a lungo con una famiglia, avevano due bambini: uno di nove anni e uno di cinque. Si trovano ad Atene da dieci mesi, perché è molto più probabile sopravvivere alle manganellate o alle coltellate qui in Grecia che alle bombe e ai terroristi in Afghanistan.
Appena arrivati, per quindici giorni, hanno affittato una casa, poi essendo senza soldi sono finiti a dormire per strada. Il figlio più grande affetto da un disturbo agli occhi è stato curato previo rilascio delle impronte. Piangendo dicevano di aver paura, perché i gruppi di naziskin cercano ogni giorno e ogni notte stranieri da “punire”. Temono per i loro bambini, dieci volte hanno già tentato di arrivare in Italia da Igoumenitsa, ma la polizia portuale li ha sempre cacciati via. Chiedevano loro il passaporto persino per andare in bagno. Non se la sentono più di rischiare ancora, la polizia ha iniziato a mandare in carcere per mesi anche donne e bambini piccolissimi. Tuttavia non vogliono nemmeno rimanere in quest’inferno fatto di notti dormite in strada, di pranzi e cene a base di rifiuti e di quotidiane agressioni danni dei loro connazionali.
Trenta famiglie con figli a seguito si trovano in questo momento in prigione. Tra di loro anche bambini di appena un anno di età. Questo riferisce Hassan, la cui moglie e i due figli sono stati arrestati pochi giorni fa mentre tentavano di prendere una nave diretta in Italia. Il più piccolo, Hussain, ha solo tre anni mentre il fratellino Ismat ne ha sette. Il padre non può aiutare la sua famiglia perché privo dei documenti, dei soldi per permettersi un avvocato e di una conoscenza anche solo basilare della lingua.
Pare irridere queste persone l’ultima denuncia da parte dell’Unchr: “Inaccettabili le condizioni di 850 migranti”. Alle istituzioni di questo tipo è rimasta solo la forza di denunciare, ma le parole non scalfiscono minimamente la Politica anticostituzionale di questo Paese, mancano azioni e contromisure atte ad impedire il perpetrarsi di tali barbarie.
Basir Ahang
DOPO I VIDEO DI PRIMA, TESTIMONIANZA DI QUELLO CHE VIVONO I MIGRANTI NEI CENTRI DI DETENZIONE, METTO QUESTO MOLTO BELLO SU UNA DELLE AZIONI CONTRO LA GUARDIA COSTIERA FATTE DAGLI ATTIVISTI del NOBORDER CAMP SULL’ISOLA DI LESVOS, IN GRECIA, LA SCORSA SETTIMANA.
Dal NoBorder Camp 2009 una sola parola: FREEDOM!
Impossibile non pubblicare questi due video.
Perché bisogna vedere con i propri occhi spesso per capire, per potersi immedesimare in alcune vite.
Siamo sull’isola di Lesvos, in Grecia in un centro di detenzione di frontiera della comunità europea per migranti “irregolari”, entrati clandestinamente.
Queste immagini sono fruibili a tutt@ grazie all’impegno e alla lotta dei compagni e delle compagne del NoBorder Camp 2009 che si è svolto nel mese di agosto proprio su quell’isola.
Dopo aver visto queste immagini, il primo video è del maschile mentre il secondo è girato nel reparto femminile (con i bambini, tanto per sguazzare nel macabro medievale) , non si può arrivare ad altra conclusione che quei muri vanno abbattuti. Abbattuti. Non c’è altra soluzione!
Il mio Cortàzar!
QUESTA E’ UNA PAGINA DI UN LIBRO CHE AMO MOLTO. UN LIBRO CHE PER MOLTI ANNI E’ STATO INTROVABILE: HO PASSATO L’ADOLESCENZA A CERCARLO, FINCHE’ UN GIORNO CHE NON DIMENTICHERO’ MAI M’E’ STATO REGALATO IN FOTOCOPIA, TUTTO BELLO RILEGATO, DA UN COMPAGNO DI CLASSE CHE PER QUESTO GESTO AVRA’ SEMPRE UN POSTO SPECIALE NEL CUORE.
QUESTO LIBRO, ORA FINALMENTE RISTAMPATO, E’ UN PICCOLO MISTERO MIRACOLOSO DELLA LETTERATURA, UNA DELLE PIU’ BELLE PAGINE DI JULIO CORTAZAR, AUTORE CHE AMO DA TEMPO E CHE AMO IN TUTTE LE SUE FORME.
UN LIBRO SPECIALE, DI CUI QUESTE RIGHE NON RENDONO L’IDEA…MA RENDONO L’IDEA DI QUANT’E’ BELLA LA BOCCA CHE AMO.
😉
Tocco la tua bocca, con un dito tocco l’orlo della tua bocca, la sto disegnando come se uscisse dalle mie mani, come se per la prima volta la tua bocca si schiudesse, e mi basta chiudere gli occhi per disfare tutto e ricominciare, ogni volta faccio nascere la bocca che desidero, la bocca che la mia mano sceglie e ti disegna in volto, una bocca scelta fra tutte, con sovrana libertà scelta da me per disegnarla con la mia mano sul tuo volto, e che per un caso che non cerco di capire coincide esattamente con la tua bocca che sorride sotto quella che la mia mano ti disegna.
Mi guardi, mi guardi da vicino, ogni volta più vicino e allora giochiamo al ciclope, ci guardiamo ogni volta più da vicino e gli occhi ingrandiscono, si avvicinano fra loro, si sovrappongono e i ciclopi si guardano, respirando confusi, le bocche si incontrano e lottano tepidamente, mordendosi con le labbra, appoggiando appena la lingua sui denti, giocando entro i loro recinti dove un’aria pesante va e viene con un profumo vecchio e un silenzio. Allora le mie mani cercano di affondare nei tuoi capelli, carezzare lentamente la profondità dei tuoi capelli mentre ci baciamo come se avessimo la bocca piena di fiori o di pesci, di movimenti vivi, di fragranza oscura. E se ci mordiamo il dolore è dolce, se ci soffochiamo in un breve e terribile assorbire simultaneo del respiro, questa istantanea morte è bella. E c’è una sola saliva e un solo sapore di frutta matura, e io ti sento tremare stretta a me come una luna nell’acqua.
Da Il gioco del mondo di J. Cortazar
Ecco le prove: la strage di Benghazi, le torture in Libia, gli accordi sulla pelle dei migranti
Adesso abbiamo le prove. Sono quindici foto in bassa definizione. Scattate con un telefono cellulare e sfuggite alla censura della polizia libica con la velocità di un mms. Ritraggono uomini feriti da armi di taglio. Sono cittadini somali detenuti nel carcere di Ganfuda, a Bengasi, arrestati lungo la rotta che dal deserto libico porta dritto a Lampedusa. Si vedono le cicatrici sulle braccia, le ferite ancora aperte sulle gambe, le garze sulla schiena, e i tagli sulla testa. I vestiti sono ancora macchiati di sangue. E dire che lo scorso 11 agosto, quando il sito in lingua somala Shabelle aveva parlato per primo di una strage commessa dalla polizia libica a Bengasi, l’ambasciatore libico a Mogadiscio, Ciise Rabiic Canshuur, aveva prontamente smentito la notizia. Stavolta, smentire queste foto sarà un po’ più difficile.
A pubblicarle per primo sulla rete è stato il sito Shabelle. E oggi l’osservatorio Fortress Europe le rilancia in Italia. Secondo un testimone oculare, con cui abbiamo parlato telefonicamente, ma di cui non possiamo svelare l’identità per motivi di sicurezza, i feriti sarebbero almeno una cinquantina, in maggior parte somali, ma anche eritrei. Nessuno di loro però è stato ricoverato in ospedale. Sono ancora rinchiusi nelle celle del campo di detenzione. A venti giorni dalla rivolta.
Tutto è scoppiato la sera del 9 agosto, quando 300 detenuti, in maggioranza somali, hanno assaltato il cancello, forzando il cordone di polizia, per scavalcare e fuggire. La repressione degli agenti libici è stata fortissima. Armati di manganelli e coltelli hanno affrontato i rivoltosi menando alla cieca. Alla fine degli scontri i morti sono stati sei. Ma il numero delle vittime potrebbe essere destinato a salire, visto che ancora non si conosce la sorte di un’altra decina di somali che mancano all’appello.
Il campo di Ganfuda si trova a una decina di chilometri dalla città di Bengasi. Vi sono detenute circa 500 persone, in maggior parte somali, insieme a un gruppo di eritrei, alcuni nigeriani e maliani. Sono tutti stati arrestati nella regione di Ijdabiyah e Benghazi, durante le retate in città. L’accusa è di essere potenziali candidati alla traversata del Mediterraneo. Molti di loro sono dietro le sbarre da oltre sei mesi. C’è chi è dentro da un anno. Nessuno di loro è mai stato processato davanti a un giudice. Ci sono persone ammalate di scabbia, dermatiti e malattie respiratorie. Dal carcere si esce soltanto con la corruzione, ma i poliziotti chiedono 1.000 dollari a testa.
Le condizioni di detenzione sono pessime. Nelle celle di cinque metri per sei sono rinchiuse fino a 60 persone, tenute a pane e acqua. Dormono per terra, non ci sono materassi. E ogni giorno sono sottoposti a umiliazioni e vessazioni da parte della polizia.
Sull’intera vicenda, i deputati Radicali hanno depositata lo scorso 18 agosto un’interrogazione urgente al Presidente del Consiglio e al Ministro degli Esteri, chiedendo se l’Italia “non ritenga essenziale, anche alla luce e in attesa della verifica dei fatti sopraesposti, garantire che i richiedenti asilo di nazionalità somala non siano più respinti in Libia”. Probabilmente la risposta all’interrogazione tarderà a venire in sede parlamentare. Ma nella realtà dei fatti una risposta c’è già. E il respingimento dei 75 somali di ieri ne è la triste conferma.
Siamo finalmente riusciti a parlare telefonicamente con uno di loro. A bordo erano tutti somali, ci ha detto. E avevano chiesto ai militari italiani di non riportarli indietro, perché volevano chiedere asilo. Inutile. In questo momento, mentre voi leggete, si trovano nel centro di detenzione di Zuwarah. Da quando sono sbarcati, ieri alle tredici, non hanno ancora ricevuto niente da mangiare. Né hanno potuto incontrare gli operatori dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite di Tripoli. Li hanno rinchiusi in un’unica cella, tutti e 75, comprese le donne e i bambini.
Nessuno di loro ha idea di quale sarà la loro sorte. Ma nessuno si azzardi a criticare l’Italia per la politica dei respingimenti o per l’accordo con la Libia. Tanto meno l’Unione europea e i suoi portavoce…
Ancora attentati ad Atene e Salonicco
Un’agenzia di questa mattina dalla Grecia:
Due bombe artigianali di media potenza sono esplose stamane ad Atene, dove una donna è rimasta leggermente ferita, e nella città settentrionale di Salonicco dove il premier Costas Karamanlis inaugurerà nei prossimi giorni la Fiera internazionale. Gli attentati, preannunciati in telefonate ai media, non sono stati ancora rivendicati ma le loro modalità li rendono attribuibili ad una delle organizzazioni armate rivoluzionarie anarco-marxiste attive nel paese. Le bombe sono esplose davanti alla Borsa nel centro commerciale di Atene, e davanti ad una sede dell’amministrazione regionale a Salonicco provocando in entrambi i casi consistenti danni materiali. 
L’esplosivo ad Atene era stato nascosto in un veicolo parcheggiato davanti all’edificio di cui ha visibilmente danneggiato la facciata semidistruggendo al tempo stesso diverse automobili vicine. La donna rimasta leggermente ferita è stata colpita da frammenti di vetro e medicata in ospedale. Nei mesi scorsi, soprattutto a partire dalle dimostrazioni violente per l’uccisione di un giovane da parte della polizia ad Atene nel dicembre 2008, le organizzazione armate Lotta Rivoluzionaria, Setta dei Rivoluzionari e Nuclei di Fuoco avevano compiuto attentati dinamitardi contro polizia, banche, uffici pubblici senza mai fare vittime. In una sola occasione un agente di scorta ad un testimone in un processo contro un anarchico era stato ucciso ad Atene in un attacco.
Gli attentati odierni seguono anche la mobilitazione anarchica e antiglobalista per la liberazione dell’ultimo detenuto della rivolta di dicembre , Thodoris Iliopoulos, scarcerato dei giorni scorsi. A suo favore anarchici avevano lanciato bombe molotov contro l’ambasciata greca a Belgrado e compiuto altre azioni dimostrative. Per far fronte alla crescente minaccia, e alle accuse di inerzia da parte di stampa e opposizione, il governo ha messo in cantiere di recente una riforma della struttura di sicurezza cambiando il capo dei servizi segreti e proponendo la creazione di un Consiglio nazionale per la sicurezza internaDue bombe artigianali di media potenza sono esplose stamane ad Atene, dove una donna è rimasta leggermente ferita, e nella città settentrionale di Salonicco dove il premier Costas Karamanlis inaugurerà nei prossimi giorni la Fiera internazionale. Gli attentati, preannunciati in telefonate ai media, non sono stati ancora rivendicati ma le loro modalità li rendono attribuibili ad una delle organizzazioni armate rivoluzionarie anarco-marxiste attive nel paese. Le bombe sono esplose davanti alla Borsa nel centro commerciale di Atene, e davanti ad una sede dell’amministrazione regionale a Salonicco provocando in entrambi i casi consistenti danni materiali. L’esplosivo ad Atene era stato nascosto in un veicolo parcheggiato davanti all’edificio di cui ha visibilmente danneggiato la facciata semidistruggendo al tempo stesso diverse automobili vicine. La donna rimasta leggermente ferita è stata colpita da frammenti di vetro e medicata in ospedale. Nei mesi scorsi, soprattutto a partire dalle dimostrazioni violente per l’uccisione di un giovane da parte della polizia ad Atene nel dicembre 2008, le organizzazione armate Lotta Rivoluzionaria, Setta dei Rivoluzionari e Nuclei di Fuoco avevano compiuto attentati dinamitardi contro polizia, banche, uffici pubblici senza mai fare vittime. In una sola occasione un agente di scorta ad un testimone in un processo contro un anarchico era stato ucciso ad Atene in un attacco. Gli attentati odierni seguono anche la mobilitazione anarchica e antiglobalista per la liberazione dell’ultimo detenuto della rivolta di dicembre , Thodoris Iliopoulos, scarcerato dei giorni scorsi. A suo favore anarchici avevano lanciato bombe molotov contro l’ambasciata greca a Belgrado e compiuto altre azioni dimostrative. Per far fronte alla crescente minaccia, e alle accuse di inerzia da parte di stampa e opposizione, il governo ha messo in cantiere di recente una riforma della struttura di sicurezza cambiando il capo dei servizi segreti e proponendo la creazione di un Consiglio nazionale per la sicurezza interna
4 soldati turchi uccisi dal PKK
DALLE AGENZIE di pochi minuti fa, in attesa di aggiornamenti
Quattro militari turchi sono morti ed un loro commilitone è rimasto ferito in un attentato avvenuto nei pressi della località di Semdinli, nella provincia orientale di Hakkari. Lo riferiscono con evidenza oggi i media turchi citando dichiarazioni del governatore di Hakkari, Muammer Turker, secondo cui i responsabili dell’attentato sarebbero membri del separatista Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk) che hanno lanciato una granata al passaggio dei soldati in servizio di pattuglia nella zona. Il premier turco Tayyip Erdogan, commentando l’attacco avvenuto a poche settimane dal lancio di un’iniziativa del governo di pacificazione con il Pkk, ha affermato di considerare questo attentato «un tentativo di ostacolare le recenti iniziative per l’avvio di un processo democratico. Ma questo progetto proseguirà nell’ambito del programma di unità nazionale. Noi proseguiremo la nostra lotta contro il terrorismo con la stessa determinazione. L’iniziativa democratica è un progetto di fratellanza. Tentativi come questo – ha concluso Erdogan – non possono fermarci»
Lettera dal lager di Ponte Galeria…
«Quando sono entrato qui mi hanno detto che dovevo stare tranquillo, che qui ero libero… Ho visto la Croce Rossa e mi sono detto: “meno male, almeno non vedo la polizia intorno”. Invece mi sono sbagliato tanto, mi sono sbagliato tanto a pensare così…
La Croce Rossa mi ha dato un paio di ciabatte, un paio di lenzuola di carta di quelle che si usano sui treni, quelle usa e getta. Mi ha aperto un cancello e… lunghe sbarre, lunghe sbarre alte quattro metri. Tutto a sbarre. Avete presente gli zoo, come sono divisi gli animali? Una gabbia sono negri, una gabbia sono arabi, una gabbia sono del Bangladesh, una gabbia sono indiani, una gabbia sono europei… Da lontano ho visto i militari, e come girano intorno coi mezzi che usano lì in Afghanistan – armati! Subito mi sono reso conto che mi hanno detto una bugia, che non ero libero io: una persona chiusa in una gabbia 16 per 20 non può essere libera, non può essere libera!
Qui non c’è la vita, non si può vivere così: ci danno il vitto solo per tenerci in vita. Sapete come ci sentiamo, sapete come ci sentiamo noi? Persone sequestrate! Una cosa è sentirla – vedete, mi viene la pelle d’oca – e un’altra cosa è trovarsi solo cinque minuti in una gabbia… e no, due mesi, tre mesi, quattro mesi, cinque mesi, sei mesi… E intorno a noi girono militari che sono tornati dall’Afghanistan. Vigili urbani, Polizia, Finanza, Carabinieri, Polizia stradale, militari… tutte le divise abbiamo qua. E in più abbiamo la Croce Rossa: per me il nome della Croce Rossa è infangato, infamato!, perché sotto le divise della Croce Rossa si nascondono gli ex militari. E questo lo posso confermare davanti a tutti, anche davanti al Presidente della Repubblica.
Qui non è come fosse Guantanamo: è Guantanamo. È Guantanamo. È Guantanamo del signor Berlusconi, del signor Bossi, del signor Maroni, del signor Fini, del signor Casini e del signor Calderoli. Noi vogliamo che nostra voce si senta da qua a tutto il mondo come si è sentita per Guantanamo.Trasmettetela e ve ne saremo molto grati: le nostre sofferenze qua non si possono descrivere. Non si possono descrivere, non si possono descrivere…» Ponte Galeria, Roma, 30 agosto 2009
La teoria e la pratica della “detenzione amministrativa” in undici minuti di intervista: QUI
(Sono giornate agitate, queste, a Ponte Galeria. Aumenta la sofferenza ed aumenta la voglia di urlare. Un recluso oggi si è sentito male ed è stato portato via, un altro ha inghiottito due pile e non l’hanno portato in ospedale perché avevano paura che scappasse. Tra l’urlo e la lotta, forse, ancora qualche giorno.)
macerie @ Agosto 31, 2009
Il ritorno di Sendero Luminoso?
Chi credeva che la guerra fra governo peruviano e il gruppo d’ispirazione maoista Sendero Luminoso fosse terminata si sbaglia di grosso.
Anche lo scorso mercoledì, dopo un periodo di calma apparente, una pattuglia dell’esercito di Lima è stata attaccata dai guerriglieri nella zona di Valle de los Rios Apurimac, mentre cercava di stanare Raul, uno dei leader del movimento guerrigliero, il cui vero nome è Jorge Quispe Palomino.
Sono molte le voci che vedrebbero Sendero Luminoso legato più al narcotraffico che alla guerriglia per la libertà di un popolo, come racconta il ministro della Difesa peruviano, Rafael Rey. “Confermo la notizia degli scontri a fuoco avvenuti nella zona di Valle de los Rios fra eserrcito e guerriglieri. I nostri soldati erano alla ricerca di un noto leader di Sendero quando sono stati attaccati”. Il ministro ha anche confermato le perdite nelle file dell’esercito e ha fatto sapere che al momento non ci si può fare un’idea sull’eventuale numero di feriti all’interno del gruppo guerrigliero.
Inoltre, qualche settimana fa un commando formato da almeno 50 guerriglieri ha attaccato l’edificio che ospita la direzione nazionale operazioni speciali di polizia, sfidando a tutti gli effetti lo Stato. L’attacco ha causato almeno cinque morti e una certa preoccupazione nell’amministrazione di Lima.
Da molto tempo Sendero Luminoso viene studiato. Inizialmente legato all’ideologia guerrigliera di stampo maoista per la creazione di uno Stato comunista, il gruppo di Abimael Guzman in seguito si è sempre più avvicinato al narcotraffico, affare molto redditizio, usato inizialmente come metodo di autofinanziamento.
Negli ultimi mesi il governo peruviano nel tentativo di eliminare per sempre i capi della guerriglia ha offerto ricompense che vanno da un minimo di 100mila a un massimo di 166mila dollari Usa per la loro cattura.
In ogni caso, la guerriglia di Sendero Luminoso non è stata debellata come il governo peruviano ha sempre cercato di far credere a tutti, e oggi fa sentire più forte che mai la sua voce.
di Alessandro Grandi per Peacereporter
Luca Zaia e le crociate
Chi come me ha avuto modo di studiare approfonditamente le Crociate sente nel più profondo del cuore un atavico desiderio di tornare indietro nel tempo solo per arruolarsi tra le file degli uomini di Salah ad-Din (Saladino) per maciullarne un po’… per avvelenarnargli le fonti durante i lunghi assedi e vederli rantolare sotto al sole alla ricerca di qualcosa da bere … per farli cadere nelle trappole con migliaia di arceri nascosti … per vederli crepare di sete.
I Crociati a Marrat an-Numan mangiarono tutti i bambini: avevano fame dopo la traversata della valle, in una stagione che loro, ignoranti mezzo-padani del medioevo, non immaginavano così calda e arida. Andarono a prendere tutti i bambini sotto i tre anni, perchè più grandi avrebbero avuto la carne più dura … tutto ciò è riportato da diversi storici, tutto ciò fa parte del DNA che l’Europa ha provato a innestare nei territori ad oriente.
Le Crociate non esistono sui nostri libri di storia…le Crociate non esistono nemmeno nelle nostre librerie più fornite. C’è solo una versione, ci sono poche pagine di monologo storico privo di fonti arabe, di traduzioni dei testi del luogo; c’è solo una campana, stonata e complice di massacri.
Per studiare quell’epoca bisogna leggere in inglese, in francese, in tedesco, in arabo: a noi italiani non hanno dato diritto ad avere certi testi, nessuno ce li ha mai tradotti.
Tanto che abbiamo un ministro della Repubblica, il MINISTRO per le politiche agricole Luca Zaia, che dichiara “Noi ci riteniamo gli avamposti nella trincea della Chiesa: potremmo dire che siamo i nuovi crociati. Siamo coloro che vanno a difendere tutte quelle idee che spesso qualcuno, magari, si vergogna di difendere”.
Questo stamattina, incontrando i giornalisti al meeting di Comunione e Liberazione.
Io inizio veramente a non farcela
Si scioglie il planton Molino de Flores
All’Altra Campagna
Alle organizzazioni, ai popoli, ai collettivi e alle individualita’.
Compagne, compagni.
Come tutt* sapete, a partire dalla repressione del 3 e 4 maggio 2006 a Texcoco ed Atenco da parte dei tre livelli di governo rappresentati dai tre principali partiti politici (PRI, PAN, PRD) contro gli uomini e le donne che lottavano per il proprio diritto al lavoro e contro le organizzazioni solidali, l’Altra Campagna ha intrapreso una serie di azioni e mobilitazioni in varie citta’ del Messico e del mondo per esigire la liberta’ di tutt* i/le prigionier*.
Una di queste azioni e’ stata quella di stabilirci in pianta stabile di fronte alle porte del penitenziario dove si trovavano imprigionati i/le nostr* compagn*, prima a Santiaguito e a partire dal maggio 2007 a Molino de Flores, assumendoci in questo modo la priorita’ di accompagnarli politicamente.
Questo e’ stato un modo di esigere la loro liberta’, e di dargli, nella misura possibile, inizialmente appoggio economico e successivamente, per alcuni prigionieri, del materiale per lavorare; e in maniera costante appoggio materiale (beni di prima necessita’, schede telefoniche), cosi’ come il sostegno alla lotta giuridica dei compagni del Collettivo Avvocati Zapatisti.
Allo stesso tempo come movimento, organizzazioni, collettivi, villaggi, popoli ed individualita’ ci siamo assunti questa responsabilita’ aderendo alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona, mano nella mano in una lotta grande ed ardua quale e’ quella di cambiare la realta’, trasformare le nostre vite e costruire un mondo che sia nostro, di tutti/e.
Crediamo che sia importante non dimenticare nessuno di questi due aspetti, e che uno non faccia dimenticare l’altro, perche’ i signori del potere e del denaro cercano distruggerci con le carceri, riempiendoci di paura ed togliendoci la memoria, strozzando le idee e le lotte.
E’ proprio qui che si da l’importanza di non permettere che il carcere divori i/le nostr* compagn*, sapendo che fuori delle sue mura ci siamo noi stess*, in lotta per la liberta’ dei/lle prigionier* e dei popoli.
Durante il processo di lotta, vari/e compagn* hanno ottenuto la liberta’, principalmente i militanti dell’Altra Campagna, e sono rimasti rinchiusi a Molino de Flores i compagni non interni al movimento.
Di conseguenza il Planton ha discusso e deciso di continuare con la sua azione, dato che questa è una lotta per la liberta’ di tutti i nostri compagni e pensiamo che tutte le persone arrestate quel giorno siano tali, perche’ arrestati per una azione politica e catturati durante la repressione contro il nostro movimento.
Con il tempo pero’ ci siamo resi conto che uno dei nostri principali errori e’ stato quello di non aver cercato di concretizzare una relazione politica con i compagni non militanti, errore a cui abbiamo cercato di rimediare provando a tessere tale relazione. Questa relazione risultava vitale, dato che senza di essa il Planton perde molto del proprio senso d’essere. Dobbiamo riconoscere che in questo cammino abbiamo commesso molti errori, e questo ha provocato irregolarita’ nella relazione con i compagni prigionieri, ma nonostante cio’ abbiamo sempre cercato di mantenerla viva senza cadere nella trappola concettuale di considerarli “povere vittime della repressione”, ma trattandoli sempre come compagni con cui si puo’ essere o meno d’accordo, senza promettergli piu’ di quello che era nelle nostre possibilita’, senza sopravvalutarli o sottostimarli, cercando di non imporgli le nostre posizioni e richiedendo da parte loro lo stesso atteggiamento nei nostri confronti.
Questa relazione non è stata intrapresa con tutti i prigionieri, piuttosto con quelli che erano interessati a farlo.
Abbiamo continuato a riflettere sul lavoro politico del Planton e sappiamo che sono stati vari gli errori commessi, tuttavia c’è qualcosa di cui siamo sicuri che non sia stato un errore: abbiamo tenuto fede agli impegni presi al nostro meglio, agendo in modo etico secondo le nostre idee e principi politici anche se per molt* questo possa sembrare un errore.
In questo percorso sono stati parecchi i problemi riscontrati e i disaccordi dati dalle posizioni e concezioni di lotta diverse nostre e dei prigionieri, perche’ sebbene rispettiamo le loro idee, difendiamo anche le nostre.
Questo pero’ non e’ mai stato un motivo che ha condizionato il nostro appoggio nei confronti di nessuno dei prigionieri, a prescindere con chi avesse relazioni e sempre senza imporre le nostri posizioni politiche e rispettando le sue.
Tuttavia, a causa di una serie di malintesi e differenze che si sono dati dal mese di aprile di quest’anno si e’ determinato un allentamento di questa relazione tra il presidio ed i prigionieri. Per questo ci siamo cominciati a interrogare sul senso della permanenza del presidio davanti al penitenziario dato che, come gia’ abbiamo menzionato, per noialtri/e e’ vitale avere, fosse anche solo un tentativo, una relazione politica con i prigionieri per i quali stiamo lottando.
Di fronte alle risposte che sono state date a una domanda specifica che abbiamo posto ( “Volete mantenere un rapporto con il presidio?” ) e’iniziata una riflessione da parte delle organizzazioni presenti al Planton come l’UNIOS, il FPFVI-UNOPII e la Commissione Sesta dell’EZLN, cosi’ come dei/delle compagn* che hanno attraversato questo spazio.
A partire da questo bilancio fatto separatamente è stata presa una decisione congiunta sul fatto che fosse giunto il momento di smobilitare il presidio e promuovere altri spazi di lotta per tutti/e i/le nostri/e prigionieri/e.
In tal senso si e’ deciso di smontare il Planton Molino de Flores il prossimo 30 agosto, senza che questo significhi l’abbandono della lotta per la liberta’ che abbiamo condotto con l’Altra Campagna nei vari stati del paese e nelle differenti citta’ del mondo.
Per piu’ di 3 anni ci siamo sostenuti fuori il carcere, prima a Santiaguito, poi a Molino de Flores, prendendoci l’impegno con l’Altra Campagna di non smettere di lottare per la liberta’ dei nostri compagni. 
Il Planton non e’ stata l’azione di un gruppo di compagn*, ma un’azione condivisa realizzata da tutt* quell* che hanno partecipato con le loro differenti forme di solidarieta’: partecipando al presidio, inviando viveri, appoggiando le attivita’ di raccolta fondi per obiettivi specifici, promuovendo azioni per la liberta’ nei propri territori. Quest’azione è stata realizzata dall’Altra Campagna, non senza errori, non senza inciampare, pero’ siamo sicuri che questo camminare insieme ci abbia aiutato nella lotta e nel portarla a termine ogni volta in modo migliore.
Con l’annuncio in cui i compagni direttamente coinvolti nel mantenimento del Planton hanno deciso di terminare quest’azione, annunciamo anche la conclusione degli ultimi appelli e campagne economiche con cui si sono comprate le tele del presidio e si e’ sostenuto il lavoro legale degli avvocati nella realizzazione del ricorso contro la sentenza dei nove compagni prigionieri a Molino de Flores e del compagno Ignacio del Valle, detenuto nel carcere di massima sicurezza del Altiplano.
Riguardo ciò ricordiamo che si e’ deciso di sostenere il Collettivo Avvocati Zapatisti (CAZ), come sempre abbiamo fatto, essendo il loro lavoro realizzato in solidarietà e senza lucro: al CAZ abbiamo consegnato un contributo economico affinche’ intraprendano il ricorso per i 7 compagni che rappresentano.
Allo stesso modo si e’ deciso di appoggiare con la stessa somma gli altri due compagni che non sono difesi dal CAZ, consegnando il denaro direttamente alle rispettive famiglie; la stessa cifra e’ stata versata anche alla famiglia del compagno Ignacio del Valle per il suo ricorso.
Smantellando il presidio il 30 agosto di quest’anno smetteranno di apparire convocazioni e campagne a nostro nome, cosi’ come consideriamo conclusi i nostri impegni presi con i prigionieri in quanto Planton: a questi impegni cercheremo di dare seguito come Altra Campagna.
Compagn*, con queste parole oltre che informarvi della decisone di smontare questo spazio che abbiamo mantenuto per tutto questo tempo, vogliamo invitarvi a continuare la lotta per tutt* i/le nostr* prigionier*, a costruire e rafforzare spazi e sforzi diretti a questa lotta.
Abbiamo sempre creduto che la forma di ottenere la liberta’ dei compagni sia quella della mobilitazione, del lavoro nelle strade, nelle scuole, nei quartieri etc, e che il presidio in questo senso sia solo una delle tante azioni che si realizzano come Altra Campagna: la lotta va molto oltre l’esistenza del Planton stesso, e’ un arduo lavoro che come militanti ci e’ toccato, quello di non smettere di lottare per la liberta’ dei prigionieri, senza dimenticare le lotte di ognun@.
A riguardo sentiamo il bisogno di costruire spazi di lotta per la liberta’ dei/lle nostri/e prigionieri/e, non solo per i giorni del 3 e 4 maggio 2006, ma per tutt* i/le compagn* detenut* nei diversi luoghi del paese: i compagni incarcerati in Chiapas, Oaxaca, Campeche, Veracruz, stato del Mexico, in ogni angolo di questa terra. Spazi che non permettano l’oblio, dove ci organizziamo nei distinti luoghi per continuare la lotta per i/le nostr* compagn*.
Sappiamo che esistono sforzi diretti a questo fine, compagn* che hanno intrapreso queste lotte; la necessita’ di intrecciarle e’ costante, per cui, stiamo tentando di costruire uno spazio che le accolga, cercando di costruirlo allargato, dentro i parametri della Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona e dell’Altra Campagna, coordinandoci per portare a termine azioni ed attivita’ per la liberazione dei/lle nsotr* prigionier*, cosi’ come per creare e rafforzare dinamiche antirepressive.
E’ per questo che stiamo convocando gli/le aderenti alla Sesta e all’Altra Campagna a una serie di riunioni dalla fine delmese scorso che si stanno realizzando nel locale di UNIOS (Dr Carmona y Valle #32, a un isolato dal metro Cuahutemoc) e che continueremo a realizzare sperando che ogni volta siano sempre di piu’ i/le compagn* che vogliano costruire insieme questo sforzo che ci portera’ a proseguire la lotta per la liberta’ di tutt* i/le nostr* prigionier*.
Compagn*: a tutti quelli che ci hanno accompagnato per tutto questo tempo, sia da vicino che da lontano, rompendo le distanze con la solidarieta’, a tutti quelli che ci hanno accompagnato in quest’azione in un modo o nell’altro, non ci resta altro che ringraziarvi e dirvi che e’ stato un piacere enorme ed un onore avervi con noi, condividendo quest’iniziativa.
A coloro che non sono mai potuti venire vogliamo dire che nonostante le distanze la solidarieta’ ci unisce, facendoci sentire vicini e rompendo le leggi della fisica, lottando, costruendo e sognando, e che la distanza non e’ una barriera quando esiste la solidarieta’. A quelli che ci hanno sostenuto in uno e mille modi, sappiate che la vostra solidarieta’ e’ stata per noi una presenza e che e’ stata usata come di dovere.
Sappiate, compagn*, che ci sentiamo soddisfatt* di questa azione, di voi, di noi, e che gli errori che abbiamo commesso ci aiuteranno a camminare e lottare fino ad ottenere la liberta’ dei/lle nostr* compagn*, ed ad ottenere la trasformazione del mondo.
Sappiamo e facciamo nostre le decisioni, gli errori e le soluzioni. Li facciamo nostri perche’ sono il risultato delle nostre decisioni e posizioni, che magari a molti non sono piaciute. Sappiamo che ci hanno criticato e che continueranno a farlo; a quelli che l’hanno fatto da compagn* diciamo che la loro parola e’ stata ricevuta come un abbraccio.
Allo stesso tempo vi invitiamo a partecipare al Planton Molino de Flores il giorno 29 agosto dalla mattina, visto che realizzeremo un evento politico e culturale sulla lotta del Planton, a partire dalle 11 am, cosi’ come parte dell’inizio di queste attivita’ e questa campagna per i/le nostr* compagn*; allo stesso tempo vi invitiamo lo stesso giorno a cominciare a smontare il presidio fino al 30 agosto.
Planton Molino de Flores
Per la liberta’ dei/lle prigionier* politic*!
Stop alla persecuzione delle Comunita’ Autonome Zapatiste!
Prima di tutto… i/le nostr* prigionier*!
Tradotto da Nodo Solidale
Indulto e crollo della recidiva: una lezione che non piace a Marco Travaglio
Oggi a pagina 6 di liberazione Paolo Persichetti fa un riassunto ottimo e velenoso sulla rivolta che sta infiammando ( in tutti i sensi ) la maggior parte delle carceri italiane, sovraffollate, indecenti, lontane dall’immaginario della vivibilità.
Ieri un suicidio, diversi incendi appiccati da detenuti stremati dalle condizione di vita imposte, un detenuto che si è cucito le labbra per ottenere una cosa che gli spettava per legge, l’acqua che manca al Don Bosco di Pisa … insomma: i gironi danteschi all’ordine del giorno.
Non pubblico interamente l’articolo con l’elenco del bollettino di guerra perchè proverò a fare una panoramica un po’ più tardi…
metto però, ASSOLUTAMENTE, l’ultima parte dell’articolo, perché focalizza la sua attenzione su uno dei personaggi che più disprezzo nel panorama italiano, della destra italiana: Marco Travaglio, qui giustamente soprannominato Don Manetta.
E’ un commento, breve perché sarebbe uno spreco allungarlo, delle righe apparse sull’Espresso a firma di questo questurino mancato che commentavano -ancora!- l’indulto.
Lascio le parole alla firma dell’articolo…buona lettura 😉
Ci mancava proprio lui, don Manetta. La calura ci aveva liberato per un po’ dalle sue requisitorie.
Marco Travaglio è tornato a prendersela con l’indulto. Sull’Espresso (20 agosto) definisce un «presunto ragionamento portentoso» l’analisi dei dati della ricerca di Giovanni Torrente, dell’università di Torino, che hanno dimostrato come indulto, benefici e misure alternative, abbiano abbattuto la recidiva delittuosa. Insomma fatto calare i reati. Una cocente sconfitta per i giustizialisti della sua risma.
A Travaglio i numeri non piacciono. Li preferisce solo se declinati in anni di galera, altrimenti adora le parole, ma solo dei pentiti, soprattutto se de relato. È uno da buco della serratura che si trastulla con le intercettazioni telefoniche. Per il pubblico ministero d’Italia, se la recidiva è crollata è solo perché i furfanti non sono stati ancora presi. Aspettate e vedrete, dice. Un vero puzzone, uno di quelli che pur di non starci è disposto a fare carte false.
Caro dottor Manetta a essere calati sono i fatti-reato. Se ci sono meno denunce vuole dire che ci sono stati meno delitti, non meno persone arrestate. Anzi quelle aumentano per effetto di leggi che puniscono l’uso di droghe e la migrazione clandestina. Così le carceri scoppiano.
Ci sono due cose che Travaglio non capirà mai: la prima è che solo a metà degli anni 70 l’Italia tocca il suo minimo storico di detenuti. Quando la gente ha una speranza e lotta, non ruba. La seconda è che la pensa come Martelli e Craxi, che per primi introdussero la politica della tolleranza zero.
Corte di Strasburgo su Carlo Giuliani: senza la minima vergogna!
NON RIESCO A SCRIVERE DUE PAROLE IN FILA CHE NON CONTENGANO PAROLACCE O BESTEMMIE.
QUINDI LEGGETE L’ANSA, DIFFONDETE L’ANSA, IMPARATEVELA A MEMORIA
NON SONO UNA PERSONA CHE PENSA CHE LA GIUSTIZIA LA FACCIANO I TRIBUNALI… MA STRASBURGO HA LA VELLEITA’ DI CHIAMARSI “CORTE EUROPEA PER I DIRITTI DELL’UOMO” E ALLORA O FA IL SUO LAVORO, O CHIUDE.
CORTE DEI DIRITTI DI UN NULLA DI NULLA, ANDATEVENE AFFANCULO
Il carabiniere che nel luglio del 2001 uccise Carlo Giuliani durante il G8 di Genova ha agito per legittima difesa.
Questo è quanto ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo in una sentenza resa pubblica oggi. I giudici di Strasburgo hanno quindi accettato la versione delle autorità italiane su come si sono svolti i fatti inerenti la morte del giovane. Secondo la sentenza, infatti, il militare che sparò a Giuliani non è ricorso a un uso eccessivo della forza, ma ha risposto a quello che ha percepito come un reale e imminente pericolo per la sua vita e quella dei suoi colleghi. La Corte ha dato invece ragione ai familiari di Carlo Giuliani riconoscendo come l’Italia avrebbe dovuto svolgere un’inchiesta per stabilire se il fatto potesse essere ascrivibile a una cattiva pianificazione e gestione delle operazioni di ordine pubblico. Per questo i giudici hanno stabilito che lo Stato dovrà risarcire 40.000 euro ai genitori di Carlo Giuliani.
Infine i giudici di Strasburgo hanno ritenuto che, a differenza di quanto sostenuto dalla famiglia Giuliani, il governo italiano abbia cooperato sufficientemente con la Corte, consentendo di condurre un appropriato esame del caso. Nessuna violazione, dunque, dell’articolo 38 della convenzione che impone agli Stati contraenti di fornire tutte le informazioni richieste dai giudici di Strasburgo
Sfogo di fine agosto, tra le coste mediterranee e le strade di Kabul
Ti svegli la mattina di buon umore,
ti svegli e fai l’amore con chi ami, ti svegli e assapori il caffè, la macedonia preparata da mani dolci,
pensi di potercela fare a non rimembrare che sei in Italia, che non ti puoi muovere, che il Pacchetto Sicurezza è passato e praticamente vivi nella Berlino del 1934, però ti ostini a non pensarci, ad annusare gli odori che ami, a farti massaggiare quel dolorino che ti martella il sonno a causa delle forme che cambiano.
Insomma uno ce la mette tutta per non pensarci, per provare una volta tanto a sentirsi il centro del mondo, senza che niente o nessuno possa scalfire l’incredibile felicità di queste giornate.
Ma i piedi poggiano sul pianeta terra, è inevitabile quindi che tutto questo piacere di essere in vita duri appena qualche attimo, forse un pizzico in più di una contrazione da orgasmo, ma poi non così tanto in più.
Apri i giornali e c’è il volto di quella donna sdraiata in un letto d’ospedale, c’è la testimonianza di Titi, una dei cinque sopravvissuti sul barcone alla deriva per 21 giorni: lei, con una forza difficile da trovare, ci racconta come sono morti i suoi compagni di viaggio, come hanno abortito una dopo l’altra per la fame e la sete le sue compagne di navigazione, che avevano tentato la sorte con il futuro in grembo e sono state seppellite nel cimitero liquido del nostro mare senza che nessuno possa piangerle.
Un mare che non sento più mio, che non mi sembra più quella culla di cui ho sempre sentito l’abbraccio caldo.
Poi, provi a staccare lo sguardo da queste coste… e trovo questo e allora NO, NON CE LA FACCIO PROPRIO.
IO VI VOGLIO TUTTI MORTI, TUTTI MORTI PERDIO!
Nelle carceri è rivolta: “Amnistia”!
Dopo la prigione di Lucca, fuochi e tumulti al Bassone di Como e Solliciano
Paolo Persichetti, Liberazione 19 agosto 2009
Al calar della sera si sono accesi i primi bagliori di rivolta. È successo lunedì scorso, nemmeno 24 ore dopo la più grande visita parlamentare mai avvenuta nelle carceri italiane dal dopoguerra. Prima nella casa circondariale Bassone di Como, poi in quella di Sollicciano a Firenze. Ieri è stato il turno di Capanne, il penitenziario di Perugia. È allarme generale ma non una sorpresa: «Da giorni, settimane, mesi ripetiamo che la situazione penitenziaria del Paese, a causa del costante sovraffollamento, è ogni giorno sempre più critica», ha ribadito in un comunicato il segretario del Sappe, una delle maggiori sigle sindacali della polizia penitenziaria. L’incendio scoppiato all’interno di una cella del carcere di Capanne ha richiesto l’intervento di alcune squadre dei vigili del fuoco. Secondo le prime informazioni ad appiccare le fiamme sarebbero stati alcuni detenuti. A quanto pare l’episodio sarebbe circoscritto, a differenza di quanto è invece accaduto a Sollicciano tra le 23 e l’una di notte di lunedì. La battitura delle inferiate, programmata dai detenuti per dare voce alla protesta contro il sovraffollamento e rivendicare l’amnistia, si è rapidamente trasformata in una mezza sommossa.
Per far sentire oltre le mura il respiro affannato di chi è rinchiuso, l’impasto di sudore e afa, le brande infuocate, l’aria densa e immobile che affoga gli spazzi stracolmi delle celle, i detenuti hanno deciso la protesta del rumore, una delle più classiche e antiche manifestazioni che danno voce al mondo dei rinchiusi. Una battitura ritmica delle inferiate realizzata con pentole, coperchi, bombolette del gas vuote, sgabelli e quant’altro si può percuotere contro le sbarre delle finestre o i blindati. Il tutto accompagnato da urla, fischi, slogan in favore dell’amnistia e dell’indulto. Presi dall’adrenalina altri hanno, invece, cominciato a dare fuoco a tutto quello che si poteva incendiare: giornali, lenzuola, stracci da mostrare alla città. No, non c’era nessun piano, nessun complotto in una situazione dove spesso manca la stessa grammatica per organizzare una protesta. Solo disperazione, tanta rabbia che esplode e accende gli animi. Provate voi a stare accatastati in quel modo, in pochi metri quadrati anche solo per qualche giorno. 950 persone rinchiuse in una struttura che ha una capienza massima di 400. In quelle stanze non circola aria ma grisù. Basta un nulla che prende fuoco. Lo sanno gli agenti di custodia, e lo dicono ormai da diverso tempo. Lo sanno i direttori degli Istituti, lo sanno i dirigenti del Dap.
Lo sa il ministro Alfano. Lo sanno tutti. E sanno anche qual’è l’unica soluzione. Ma fino ad oggi hanno deciso di fare finta di nulla accampando un piano carceri che, anche se solo riuscisse a decollare in parte dopo i tanti rinvii, non risolverebbe nulla se non gonfiare i portafogli di quegli imprenditori che avranno gli appalti. A Sollicciano lunedì sera la tensione è salita alle stelle. Le cronache raccontano l’attivazione di un immediato piano sicurezza. La casa circondariale è stata subito circondata da gazzelle del nucleo radiomobile dei carabinieri e da agenti delle volanti. Altri rinforzi sono arrivati dal reparto mobile della polizia. Attorno al carcere è stato costituito un fitto cordone di sicurezza, neanche avessero dovuto fare fronte a una guerra civile. Ma forse è un po’ a questa idea che i governanti vogliono prepararci. Già ad ogni crocicchio e semaforo di strada si vedono mimetiche dell’esercito armate di tutto punto. Nell’immediato dopoguerra alcune rivolte esplose in diverse carceri sovraffollate come oggi vennero sedate a colpi di cannone. Ci fu un massacro.
Stiamo attenti, dunque. Per fortuna l’altra sera la situazione si è placata nel giro di alcune ore, la polizia penitenziaria è entrata sezione dopo sezione per spegnere i focolai d’incendio. La protesta è di nuovo ripresa alle 10 e 30 del mattino successivo con una nuova battitura. Il garante per i detenuti Franco Corleone dopo un sopralluogo ha spiegato che le proteste nascono da una somma di carenze, diffuse un po’ ovunque nei penitenziari della penisola, aggravate dall’affollamento: la riduzione dei colloqui con familiari e delle ore di passeggio causa ferie del personale di custodia, la mancanza di docce, l’impossibilità di avere visite mediche rapide, sommata alla mancanza di spazi, l’impossibilità di lavorare o svolgere attività, la sordità delle magistrature di sorveglianza che negano i benefici penitenziari. Non stupisce allora se anche a Como, una delle strutture penitenziarie più degradate d’Italia, la protesta è durata tre giorni. Dalla battitura iniziale e lo sciopero della fame intrapreso da alcuni, si è passati nei giorni successivi all’esplosione delle bombolette di gas in dotazione per i fornellini da cucina fino alla rottura dei neon delle celle col tentativo di provocare cortocircuiti, almeno secondo quanto riferito da un esponente della Uil penitenziaria.
Angelo Urso, in una nota ha ricordato come nel carcere di Como «in questi anni non sono mai stati realizzati interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria. Pertanto la fatiscenza e l’insalubrità dei locali non può che aggravare la condizioni detentive». Qualcosa di simile era già accaduto nella prigione di Lucca nei primi giorni di agosto. Anche lì, una protesta dimostrativa si era trasformata in un piccolo tumulto con il lancio di bombolette e focolai d’incendio nelle sezioni. Insomma si assiste ad una fisiologica tendenza all’inasprimento delle forme di lotta conseguenza dell’esasperazione suscitata dalle condizioni d’invivibilità. Nonostante questi ripetuti segnali e i continui appelli lanciati da tutti gli operatori del settore, dal cielo della politica non vengono risposte. Il governo è in vacanza, come i vertici del Dap e del ministero. Intervistato dal Gr della Rai, Ionta ha ribadito le virtù del suo piano straordinario d’edilizia carceraria, senza però indicare date precise sulla sua presentazione. Un’incertezza dietro la quale si nasconde l’assenza di copertura finanziaria e una sostanziale mancanza di credibilità. L’opposizione dovrebbe mobilitarsi con una grande iniziativa politica per impedire che nelle carceri avvengano tragedie. È ora di riaprire la vertenza sull’amnistia
Per ascoltare la battitura dei detenuti del carcere di Sollicciano
L’Italia e le incarcerazioni facili: siamo da Guinness
Dal ‘45 a oggi 4 milioni e mezzo vittime di errori giudiziari. Meno della metà dei detenuti è in carcere per una condanna definitiva. Un terzo è in attesa del processo di primo grado processo
Paolo Persichetti
Liberazione 14 agosto 2009
Dal dopoguerra ad oggi sono circa quattro milioni e mezzo le persone vittime di “errori di giustizia”. All’interno di questa categoria piuttosto ampia rientrano (per una parcentuale molto bassa) gli errori giudiziari classici, quelli cioè che dopo una procedura di revisione del processo danno luogo al riconoscimento dell’errore e dell’ingiusta condanna; i casi di ingiusta detenzione cautelare; ci sono poi i casi di prescrizione ma soprattutto chi ha visto concludersi con un proscioglimento il procedimento penale aperto nei suoi confronti.
Il numero delle persone coinvolte in queste defaillances della giustizia è pari alla popolazione di un’intera regione. Solo dal 1980 al 1994 quasi un imputato su due è stato prosciolto, oltre un milione e mezzo di cittadini sui tre e mezzo passati davanti ad un giudice. E tra questi ben 313 mila sono finiti prosciolti con formula piena.
Si tratta di una cifra immensa che solleva quello che, a questo punto, è il vero “allarme sicurezza”: il cattivo funzionamento della Giustizia, dell’inchiesta e del processo penale.
Un vero paradosso, se è vero questi dati dimostrano come una delle maggiori fonti di rischio per la libertà viene proprio da quella magistratura che secondo la Costituzione dovrebbe, al contrario, tutelare e garantire la persona.
La casistica degli errori è immmensa, include casi di omonimia, distrazioni, perizie errate, errori di calcolo, ma sarebbe fuorviante restare a quelli che appaiono solo motivi di superficie. Le cause hanno ragioni sistemiche ben più profonde, legate alla funzione svolta dal corpo giudiziario in Italia, al peso delle ripetute emergenze, alla supplenza sistematica assunta dalla magistratura. Modificazioni di natura politica e sistemica a cui si aggiungono anche la tradizionali discriminazioni di natura classista.
In una intervista rilasciata alcuni anni fa, l’allora magistrato istruttore Ferdinando Imposimato metteva l’indice contro il carattere pressoché indiziario che caratterizza gran parte dei procedimenti penali. Avendo lui stesso praticato per decenni questo metodo d’indagine, l’ex giudice riusciva a descriverne molto bene la logica perversa: «troppo spesso – spiegava – le inchieste sono basate su fatti desunti dall’esistenza di altri fatti. In pratica il risultato di una deduzione logica. Terreno ideale per l’errore. Troppo spesso – aggiungeva – l’indizio altro non è che un sospetto tramutatosi troppo velocemente, e che a sua volta finisce ancora più rapidamente per trasformarsi in prova».
Eppure il senso comune, quello che i media raccontano orientando l’opinione pubblica, dicono l’esatto contrario. L’insicurezza, intesa come mera percezione, sensazione sociale, stato d’animo, è in costante aumento; come la convinzione, rilanciata dalla cronaca di questi ultimi giorni, che vi sia in giro troppo lassismo della legge, un dilagare d’impunità garantita e scarcerazioni facili.
Una dettagliata indagine dell’Eurispes, resa nota all’inizio dell’anno, racconta tuttavia una realtà ben diversa. Al 30 giugno 2008, dei 55.057 mila detenuti presenti nelle carceri italiane soltanto 23.243 stavano scontando una sentenza definitiva. Poco più di un terzo. Tutti gli altri, ovvero la maggioranza, erano in attesa di giudizio. Tra questi la quota più alta riguarda coloro che sono ancora in attesa del processo di primo grado, ben 15.961. Il numero di quelli che hanno interposto appello sono, invece, 9.115. I ricorrenti in cassazione 3.451.
Da allora la situazione non è mutata. Secondo gli ultimi rilievi del ministero della Giustizia, ad un anno di distanza, con una popolazione reclusa che è salita a 63.460(20 mila olre la soglia di capienza), i candannati in via definitiva sono 30.186, meno della metà. A questo dato va aggiunto un elemento ulteriore che mette in rilievo la condizione di discriminazione sociale vissuta dai detenuti stranieri, ormai 23.530.
Il 58,75% di questi è in custodia cautelare, mentre gli italiani in carcerazione preventiva sono invece il 43,77% del totale dei connazionali detenuti, ossia circa il 15% in meno degli stranieri.
Un altro aspetto da sottolineare è che statisticamente quasi la metà dei detenuti in attesa di primo grado finiranno prosciolti o in prescrizione. Ciò vuol dire che per un’altissima porzione di popolazione penitenziaria la custodia cautelare è un passaggio inutile, oltre che dannoso.
Quest’ultimo dato ribalta completamente l’opinione diffusa di una giustizia dalle “scarcerazioni facili”. Siamo, in realtà, il paese delle incarcerazioni fin troppo facili, dovute ad un sistema penale che nonostante la riforma del codice di procedura del 1989 vede tuttora presente un forte squilibrio in favore della pubblica accusa. Non è un caso se le regioni dove più alta è la percentuale di errore, e maggiore è l’impiego della custodia cautelare, siano quelle meridionali. La legislazione penale speciale applicata contro le forme di criminalità organizzata facendo leva sul reato associativo amplifica il carattere pregiudiziale delle inchieste. Ne consegue che la definizione della responsabilità personale diventa più incerta, mentre il livello di tutela delle garanzie giuridiche si abbassa paurosamente.
Una legge del 1988, contrastata duramente dalla magistratura, ha disciplinato la responsabilità civile dei giudici. Da allora è possibile avviare delle procedure di risarcimento per «ingiusta detenzione». Il legislatore ha affrontato, in modo tuttavia ancora molto insoddisfacente (il testo al momento esclude i ricorsi retroattivi), solo un aspetto del problema. Nel nostro ordinamento, infatti, non esiste una norma che indennizza “l’ingiusta imputazione”. Incorerre in un procedimento penale, anche quando non si somma all’ingiusta detenzione, risulta in ogni caso estremamente pregiudizievole e oneroso per la persona messa sotto accusa. Oltre al costo umano (morale, esistenziale e economico), gli errori giudiziari hanno un prezzo sociale e erariale importante per la stessa conunità.
Nel corso degli ultimi 5 anni lo Stato ha pagato circa 213 milioni di euro di risarcimento, la quasi totalità per ingiusta detenzione cautelare, molto meno per gli errori giudiziari. I giudici no, non pagano mai. Nel proteggere la loro autonomia, l’ordinamento arriva a tutelare anche le responsabilità più gravi, fino a farne la categoria più impunità in assoluto. Quella che si erge a giudizio degli altri, forte del fatto che non sarà mai giudicata. La commissione disciplinare del Csm altro non è che una commissione di colleghi magistrati. La madre di tutte le caste tutela bene se stessa. A fronte di un numero travolgente di errori, custodie cautelari ingiuste e immotivate, procedimenti penali finiti nel ridicolo di proscioglimenti pieni, sono rarissimi i casi di azioni disciplinari terminate con sanzioni punitive.
In genere la sanzione avviene attraverso una promozione di carriera con uno spostamento in altra sede. Le sanzioni sugli stipendi o i blocchi di carriera sono pressoché inesistenti.
Ciao Fernanda, ciao bimba
Un po’ è perchè l’emozione è tanta in questo momento, un po’ perchè in questa casa non ho portato ancora nemmeno una parte del mio tesoro. Il mio tesoro sono i miei libri, il mio tesoro è fatto interamente di carta stampata, ed è un tesoro che ho iniziato a collezionare gelosamente e morbosamente a circa 9 anni.
E avevo 9 anni quando li ho scoperti, entrambi. Cesare Pavese, il mio Cesare, e la “sua bimba” Fernanda Pivano. Da sempre mi accompagnano, dal primo giorno m’hanno cresciuto e si sono fatti scoprire passo passo, lasciandomi intaccare morso a morso tutta quella letteratura che solo grazie a loro è giunta alle nostre ignoranti ottuse coste.
Quindi per l’emozione e la lontananza dal mio tesoro non posso omaggiare Fernanda come vorrei, non posso mettermi a ribattere le mie sottolineature che, sbilenche, si sono accumulate negli anni, non posso donarle i versi che lei ha donato a me e un po’ mi dispiace.
Ma mi farò perdonare al più presto.
Intanto, per non lasciare sguarnite queste pagine, per non lasciare che la notizia della tua scomparsa non tocchi questi lidi che poi da te sono stati tirati su, dolce Fern, ti lascio alcune delle parole che ti scrisse il tuo maestro, che da subito capì che dietro al tuo sguardo si nascondeva una curiosità ed un’intelligenza rare, uniche si può dire.
Grazie Fernanda, non posso che dirti questo, grazie di tutto, grazie di essere arrivata fino a 92 anni, grazie del tuo sorriso…
A FERNANDA PIVANO Roma, Domenica 9 maggio, 1943
Cara Fern,
[…]Ieri era molto scorbutica, e scommetto che era perfino brutta. Invece di escogitare scuse e complici a tutt’andare, studi ché sarà meglio.
[…] Il sesso è la rovina della vita. Ma anche una gran consolazione. Fernanda, apprezzi il sesso che è quello che suscita le lettere e le arti e fornisce di cittadini la patria. Lo apprezzi.
Mi scriva se lo apprezza. Suo
Pavese
A FERNANDA PIVANO Roma, 25 maggio, 1943
Cara Fernanda,
che lei è cattiva ed egoista l’ho sempre saputo, ma neanche io non scherzo e quindi sono disposto a correre il rischio. Ma parliamo di cose più decenti, si è decisa o no a studiare?
Cara Fernanda, quando ci si rifiuta di sposarmi, almeno si ha il dovere di risarcirmi facendosi una cultura e imparandola più lunga di me.[…] O sposi subito il capostazione e smetta!
[…]Fernanda, si mangia poco a casa nostra e, su cinque, tre hanno preso la tosse asinina. L’attendo anch’io, e in questa certezza La saluto caramente, non senza augurarmi che noi due siamo insieme, in una casetta di mare, entrambi con la tosse asinina, a darci i colpetti sulla schiena e confondere i nostri ruggiti.
Suo Cesarino
Gli U.S.A. bombardano: la Sardegna!
Le grotte di Is Ingutidroxus non esistono più…e le percentuali di leucemia si alzano
Prendo questa notizia da L’Unione Sarda
Il letto del fiume ostruito dai massi dopo il lancio dei missili sperimentali.
DAL NOSTRO INVIATO
PAOLO CARTA
VILLAPUTZU Nella base di Teulada le navi della Marina statunitense hanno bombardato e distrutto un isolotto. Nel poligono di Quirra è stata sacrificata sull’altare della Patria e delle esercitazioni una grotta. Meta di escursionisti e studiosi. Habitat naturale di un animale in via di estinzione, il tritone sardo di montagna.
IL DANNO Gli esperimenti sull’utilizzo delle bombe a guida laser di recente acquistate dal Ministero della Difesa e messe a disposizione di Marina Militare e Aeronautica, sono stati organizzati nel cuore del poligono tra Villaputzu e Perdasdefogu. I bersagli per i proiettili sono stati sistemati a poche decine di metri da un bunker costruito di recente, vicino alle grotte di Is Ingutidroxus. L’onda d’urto ha creato uno smottamento all’interno delle grotte dichiarate patrimonio naturale nell’ambito del progetto nazionale Cofin 2003. L’arco a sesto acuto all’interno del monumento naturale, creato da massi accostati da un lavoro millenario della natura, non esiste più: le rocce sono precipitate al suolo, interrompendo il corso di un fiume sotterraneo.
LA NOTIZIA La scoperta è di un gruppo di speleologi di Villaputzu. «Cinque anni fa – spiega Francesco Pala – abbiamo esplorato per la prima volta Is Ingutidroxus. La zona si trova all’interno del poligono, ma chiunque può accedervi quando non ci sono esercitazioni. Abbiamo accompagnato nella zona diversi appassionati intenzionati a scoprire i segreti della zona carsica di Quirra. Quest’anno abbiamo verificato diversi crolli. Il principale si trova a poche decine di metri dall’ingresso della grotta minore, Is Ingutidroxeddus. Molto probabilmente sono stati causati proprio dalle recenti esercitazioni militari. In quel punto la volta è molto sottile e il terreno sovrastante è proprio quello bersagliato da missili e armamenti sperimentali».
AEROPORTO Altro particolare che deve far riflettere: in quella zona dovrebbe sorgere, secondo i piani di Ministero e
Finmeccanica, la pista area sperimentale a disposizione dei velivoli senza pilota, guidati da un sistema radar potentissimo. «Il nastro d’asfalto e la zona di sicurezza – spiega Massimo Coraddu, fisico cagliaritano consulente del Comitato spontaneo di cittadini del Sarrabus contrario alla presenza del poligono – dovrebbero nascere proprio nelle vicinanze delle grotte, mettendone ulteriormente a rischio la sopravvivenza».
NELLA GROTTA Intanto i danni sono già ingenti. Basta fare una passeggiata nell’altopiano di 11 mila ettari espropriati a contadini e allevatori nel 1956 (anche se oggi sono circa 400 i pastori di mucche, capre e maiali autorizzati a far pascolare gli animali tra sagome di carri armati e bombe e missili esplosi). C’è un proiettile inerte imbottito di cemento conficcato nel terreno, attorno i resti del sistema elettronico di guida in frantumi dopo l’impatto con il terreno. Anche nel greto del ruscello, secco da poche settimane, i resti della guerra non tanto simulata combattuta in questo paradiso naturale dalle industrie belliche e da eserciti in arrivo da tutto il mondo. Dopo pochi metri dall’ingresso, a terra, i grossi massi che si sono staccati dal soffitto della grotta.
I MORTI «Il disastro ambientale – commenta Mariella Cao del comitato pacifista “Gettiamo le basi” – è grave ma ancora più drammatico è il dato dei morti per leucemia o tumori del sistema emolinfatico riscontrati tra militari e civili a Quirra e dintorni (64). Morti causati dal poligono e solo di recente ammessi all’indennizzo dallo Stato con una legge che riconosce tutto questo. Eppure il poligono continua a funzionare, sperimentare e uccidere, malgrado le leggi internazionali impongano la chiusura precauzionale nei casi di attività così a rischio».
Israele e gli internazionali nei Territori: leggete leggete!
Le autorita’ israeliane hanno cominciato a porre restrizioni a cittadini stranieri in arrivo per impedire a loro di visitare in una sola volta il territorio dell’ Autorita’ palestinese e quello israeliano. Secondo fonti diverse, visitatori all’arrivo all’aeroporto Ben Gurion, vicino a Tel Aviv, e alla stazione di confine tra la Giordania e la Cisgiordania sul ponte Allenby, che e’ sotto controllo di Israele, si sono visti apporre sul passaporto un timbro con la precisazione che l’ingresso e’ valido solo per il territorio dell’ Autorita’ palestinese. Fonti governative, citate dal quotidiano Jerusalem Post, hanno affermato la necessita’ di essere certi che persone che possono rappresentare una minaccia per la sicurezza non siano libere di vagabondare dentro Israele. Ma per altre fonti le nuove disposizioni violano il diritto internazionale e gli accordi israelo-palestinesi di Oslo. Uno di questi critici, Salwa Duabis, di una Ong di Ramallah denominata Diritto all’ Ingresso, ha detto che dozzine di visitatori stranieri, soprattutto se di origine palestinese, hanno avuto impresso questo timbro sui loro passaporti, col risultato che e’ stato a loro vietato entrare in territorio israeliano, inclusa la parte est di Gerusalemme. Ad altri visitatori, ha aggiunto, e’ stato rifiutato l’ingresso all’arrivo all’ aeroporto Ben Gurion con la richiesta di entrare in Cisgiordania dalla Giordania. Critiche a questo provvedimento deciso dal ministero dell’interno – che non ha finora rilasciato alcuna dichiarazione in materia – sono giunte dal ministero del turismo per il quale ”si tratta di una decisione che fa grande torto all’immagine di Israele e ostacola il soggiorno di turisti che vogliono visitare anche i luoghi santi situati in territorio dell’ Autorita’ palestinese”. Per motivi di sicurezza Israele vieta ai suoi cittadini di entrare in aree della Cisgiordania sotto pieno controllo dell’ Autorita’ palestinese e nella striscia di Gaza, ad eccezione di casi particolari. (ANSA)
Boicottiamola! NOA canta in giro per l’Italia
C’E’ NOA in Italia per una serie di concerti: Per chi volesse ringraziarla per il suo sostegno al “buon lavoro” dell’esercito israeliano a Gaza, il 22 agosto un’ottima occasione alla Notte della Taranta
Il 22 agosto, Noa sarà sul palco di Melpignano (Lecce), nel Salento, per il concertone finale del Festival itinerante della Notte della Taranta. L’iniziativa è sponsorizzata dal Presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola. E’ possibile esprimere la protesta per la presenza di Noa anche inviando mail all’attenzione del Dott. Sergio Torsello (della Direzione artistica) e della signora Stefania Sicuro (della segreteria del festival) a questo indirizzo: segreteria@lanottedellataranta.it.
Infine, il 25 agosto Noa si esibirà a Caulonia (Reggio Calabria), nell’ambito del “Kaulonia Tarantella Festival 2009”.
Questo calendario è probabilmente ancora incompleto, per cui sollecitiamo informazioni su tutti gli appuntamenti della cantante che si è proposta come la voce di morte dell’esercito israeliano.
La BBC intervista la torturatrice di Abu Ghraib
“Rispetto a quello che gli iracheni avrebbero fatto a noi, ciò che abbiamo fatto era niente. Quando queste cose succedevano, loro ci decapitavano, bruciavano i corpi, trascinavano i cadaveri per le strade o li appendevano ai ponti” queste le parole usate durante un’intervista alla Bbc da Lynndie England, la soldatessa diventata tristemente famosa per essere una delle protagoniste delle fotografie uscire dal carcere degli orrori di Abu Ghraib.
Sono passati cinque anni da quei giorni in cui la donna si faceva immortalare durante abusi fisici sui detenuti del carcere. Tre degli ultimi cinque anni la donna li ha passati in carcere e sembra di non essere pentita per ciò che ha fatto in passato. “Le umiliazioni sessuali avvengono anche nei college in Usa e se servono a ottenere informazioni allora sono pratiche accettabili”. La giornalista ha incalzato più volte la England con domande ficcanti. “Non le sembra perverso e assurdo ciò che accadeva?” è stato chiesto. “Certo era un po’ strano – ha risposto la soldatessa Usa – ma quelle erano cose che succedevano lì. I superiori ci dicevano che andava tutto bene e che dovevamo continuare”.
La donna dice di sentirsi molo sola e oggi ha paura che qualcuno la possa uccidere. Fa uso di antidepressivi e racconta che anche la madre ha subito minacce per colpa sua.
Prove di dialogo tra Ocalan ed Erdogan
PROVE DI DIALOGO FRA ERDOGAN E OCALAN.
di Orsola Casagrande, Il Manifesto
Dopo il «promettente» incontro del 5 agosto fra il premier turco e il partito kurdo Dtp, il 15 agosto il leader incarcerato del Pkk forse rivelerà i termini di una «yol haritasi», una road map che potrebbe portare alla soluzione del conflitto. Parla il rappresentante del Pkk in Europa
Cresce l’attesa per la yol haritasi, la road map che il presidente del Pkk Abdullah Ocalan renderà pubblica probabilmente il 15 agosto. Alla vigilia di quest’appuntamento e mentre tutta la Turchia è in agitazione, consapevole che una nuova fase politica potrebbe presto aprirsi, abbiamo intervistato il responsabile del Pkk per l’Europa, che ha risposto necessariamente in forma anonima. In quale contesto nasce la yol haritasi?
Il ventunesimo secolo è un’epoca in cui in tanti luoghi le questioni nazionali e etniche sono state risolte, o sono in via di risoluzione, con metodi pacifici e democratici. Invece in Kurdistan e in Turchia, da 35-40 anni è in corso una guerra fra il popolo kurdo e la sua avanguardia, Pkk, e il colonialismo della Turchia. Entrambe le parti hanno cercato di raggiungere il loro obiettivo con la guerra e la violenza. Ma nonostante questo la soluzione della questione è rimasta irrisolta. Perchè una soluzione non si poteva raggiungere con l’atteggiamento dello stato turco di negazione del riconoscimento dell’identità e esistenza di un popolo. La lotta contro questa negazione ha raggiunto un certo livello. In altre parole la guerra e la violenza hanno giocato il loro ruolo. Il presidente Ocalan si è speso in molti modi per arrivare ad affrontare la questione kurda con il dialogo e la pace.
Murat Karayilan, il comitato centrale del Pkk, ha descritto in una intervista i punti fondamentali per parlare di processo di pace. Quali sono? E’ cambiato qualcosa dopo le elezioni di marzo?
Da anni la nostra organizzazione come contributo a una soluzione pacifica ha dichiarato dei cessate il fuoco unilaterali e periodi di non-scontro, ha proposto e reso pubbliche idee per una soluzione condividendole con l’ opinione pubblica. In ogni occasione abbiamo sottolineato la nostra convinzione per una soluzione politica e pacifica. Il nostro presidente ha chiesto proposte e idee a intellettuali e accademici della Turchia, alla società civile, ai politici, alla popolazione e anche alla diaspora kurda in Europa, per preparare una road map. Ha chiesto cioè il parere di ogni settore della società per poter costruire un percorso di pace. E’ stato un lavoro faticoso ma nei prossimi giorni la road map sarà condivisa con l’opinione pubblica. Senza anticipare nulla, possiamo dire che il popolo kurdo chiederà tutti i diritti che devono essere riconosciuti a un popolo. Di vivere e organizzare la sua identità liberamente. Di porre sotto garanzia della costituzione diritti culturali e identitari, di arrivare ad un sistema di autonomia – intesa come autonomia in materia di enti locali. In altre parole chiederà diritti politici, culturali e la libertà.
Prima della elezioni di 29 marzo il nostro movimento ha dichiarato una tregua unilaterale, per favorire uno svolgimento democratico delle elezione. Possiamo dire che lo stato turco ha risposto in maniera positiva a questa decisione. Non ha condotto grandi operazioni militari, evitando di acuire le tensioni. Le elezioni sono state motivo di grandi aspettative e anche di pressione contro il popolo kurdo. La pressione è stata particolarmente forte nei confronti del Dtp (Partito della società democratica) rappresentante del popolo kurdo, con arresti di massa. Ma le elezioni si sono svolte tutto sommato in un ambiente tranquillo. Sulla stampa questo è stato notato. L’Akp, l’esercito e la burocrazia dello stato si sono mossi insieme contro il partito kurdo. In Kurdistan le elezioni erano una sorta di referendum tra lo stato turco e il movimento di liberazione del popolo kurdo. Nonostante le difficoltà il Dtp ha avuto un grande successo. L’aspettativa era che iniziasse un dialogo sulla questione. La realtà è stata diversa: lo stato non ha tollerato i risultati, sono stati ordinati arresti di massa di esponenti politici kurdi. Ad Amara e Dogubeyazit sono stati uccisi 3 patrioti kurdi. I telegiornali hanno mostrato le torture che i bambini sono stati costretti a subire. Si voleva demolire la volontà democratica del popolo kurdo, ma il popolo ha continuato resistere e sta resistendo ancora. Il governo turco insiste nel dire che il Pkk deve abbandonare le armi. Qual è la vostra opinione?
L’insistenza del governo turco su questo punto è comprensibile. E c’è anche chi crede che se il Pkk sarà disarmato la questione sarà risolta. La vera intenzione del governo turco però è di portare il popolo kurdo a trovarsi senza difesa e senza lotta. La politica dunque è quella di tentare di prendere in ostaggio psicologicamente i kurdi, concedendo loro diritti quando è utile e negarli quando non lo è, lasciandoli completamente indifesi. Il popolo kurdo è salito sulle montagne non perchè amava le armi o perchè lo divertiva. Il Pkk è stato costretto alla lotta armata. Al popolo kurdo sono stati negati i diritti umani fondamentali, i diritti nazionali. Su di esso è stato praticato un colonialismo che è arrivato al massacro culturale, economico e politico. Libertà e democrazia? Era in un periodo in cui perfino parlare o organizzarsi veniva punito. Il Pkk si è armato in questo contesto e ha continuato la lotta armata. Ma il Pkk ha sempre voluto combattere per la libertà e la democrazia alla luce del sole, con mezzi legali. Ma questo non era possibile. E il prezzo pagato è stato molto alto. Non dimentichiamo che in famiglia era vietato parlare kurdo, ascoltare casette in kurdo, usare nomi kurdi. «Trasgredire» bastava per essere torturato, mandato in esilio o essere condannato a morte. Ma il popolo kurdo non poteva accettare di essere l’agnello del sacrificio. Ha preso le armi per difendersi. E visto che la realtà è questa e la questione non è risolta non si può chiedere al Pkk di deporre le armi. Se l’esercito avesse avuto la forza di disarmare il Pkk, lo avrebbe fatto. Ha detto, lo annienteremo, lo finiremo e lo sradicheremo
. E il capitale internazionale, l’Europa, gli Usa, gli stati della regione hanno sostenuto lo stato turco. L’obiettivo dello stato turco era quello di eliminare il Pkk. Ma non ci è riuscito. E ora dice che il Pkk deve deporre le armi. No, prima c’è una questione che va risolta e allora i motivi della lotta armata scompariranno. Ci sarà una nuova realtà. E in questa nuova realtà sarà necessario deporre le armi, ma la cosa verrà pianificata, discussa, decisa a un tavolo di trattativa.
Il governo turco sta facendo molta propaganda nel tentativo di svuotare la yol haritasi. Cosa pensate del ruolo del governo in questo momento?Il presidente Gul e il premier Erdogan hanno finora fatto tanti discorsi ma nessun atto concreto. Pensate che questa volta potrebbe cambiare qualcosa?
Nei prossimi giorni vedremo più chiaramente se il governo turco vuole svuotare la road map. Senza dubbio se userà palliativi e comportamenti che mirano a perdere tempo e a ingannarci questo non farà che complicare la situazione. Se non sono onesti nel loro approccio alla questione kurda faranno di tutto per svuotare la road map. Se invece sono onesti saranno più realisti e obiettivi. Il presidente della repubblica Gul e il primo ministro Erdogan hanno detto qualcosa. La questione esiste e si deve risolvere. E già queste dichiarazioni in Turchia sono considerate un passo positivo. Ma dalle parole bisogna passare ai fatti. Dichiarazioni ce ne sono state anche in passato. Lo stesso Erdogan nel 2005 a Diyarbakir aveva detto «se è necessario lo stato chiederà scusa». E poi sono ricominciate le operazioni militari. Dall’impero ottomano l’idea è che lo stato sia capace di tutto, sia nel contempo causa del conflitto e suo unico risolutore. E’ positivo che lo stato sia arrivato alla conclusione che bisogna risolvere questa questione, ma il fatto che continui a non riconoscere come interlocutore i kurdi non va nella direzione giusta. Una soluzione è possibile solo con un negoziato fra le parti. Non sappiamo che c’è dietro la porta ma nei prossimi giorni la nebbia si diraderrà. Noi come movimento ci assumiamo le nostre responsabilità e valorizzeremo qualunque piccolo passo verso la pace.
Pensate che la società turca sia pronta a discutere di processo di pace?
Certamente pensiamo che la società turca sia pronta. In questi lunghi anni di guerra lo stato ha creato una società molto sciovinista e nazionalista e non sarà facile gestire questa fase. Ma se lo stato sarà genuinamente coinvolto, se la stampa contribuirà al processo, crediamo si possa coinvolgere in maniera positiva anche la società turca. Non ci facciamo illusioni: rimangono forze fasciste come Ergenekon, e ci saranno sempre quelli che cercheranno di fermare u
n percorso positivo. Anche elementi del Chp cercheranno di bloccare un processo di pace, e lo stesso faranno i fascisti e nazionalisti del Mhp. Ma non sono così forti.
Alcuni intellettuali stanno facendo dichiarazioni interessanti. Il ruolo degli intellettuali anche per Ocalan è importante. Come?
Parto con una critica. Sia in Turchia che in Kurdistan gli intellettuali non dovevano aspettare così tanto. Avrebbero dovuto parlare anni fa, mostrare più di coraggio. Anche se sono arrivati tardi, il loro ruolo sarà molto importante. Soprattutto la sensibilità di intellettuali come Yasar Kemal è molto importante in questa fase. Sia gli intellettuali kurdi che quelli turchi hanno pagato molto nella politica negazionista dello stato. Sono stati incarcerati, torturati, mandati sotto processo. Migliaia hanno perso la vita. Gli intellettuali sono la coscienza di una società, da loro ci si aspetta che con coraggio dicano quello che ritengono giusto.
Il ruolo dell’Europa in questa fase?
Quale Europa? mi chiedo. Se si parla di Europa degli stati, potrà fare molto se punterà sulla democrazia e la pace. Ma se l’Europa continua a tenere lo stesso atteggiamento opportunista avuto fin qui, con i suoi silenzi che contribuivano alla continuazione del conflitto, giocherà un ruolo negativo. Le relazioni dell’Europa con lo stato turco sono dettate da interessi economici. Ma questi interessi non vengono usati per premere per una soluzione del conflitto, e una Turchia che non risolve la questione kurda è un peso sulle spalle dell’Europa. E non credo che l’Europa possa continuare a sostenerlo. Il popolo kurdo crede che se l’Europa avesse voluto contribuire alla soluzione della questione avrebbe potuto farlo. Ma fin qui ha risposto alle richieste turche, per esempio inserendo il Pkk nella lista dei gruppi terroristi.
Come valutate la conferenza stampa del ministro degli interni?
Come che ha detto il ministro, più che una proposta si trattava di una dichiarazione su linguaggio e metodi da usare. Non è stato presentato un programma o una proposta per affrontare la questione. Si è trattato di una dichiarazione che cercava il sostegno dell’opinione pubblica e della stampa a qualcosa che ancora non è chiaro.
Milano: 14 arresti tra i migranti in rivolta
La rivolta è per ora terminata con 14 arresti: scoppiata subito dopo che 15 migranti costretti in cattività senza aver compiuto alcun reato, hanno ricevuto la notifica del proungamento del trattenimento in base alle nuove norme del pacchetto sicurezza. Dopo due giorni di proteste all’interno del Centro di Identificazione ed Espulsione di Via Corelli a Milano, la protesta s’è protratta per tutta una lunga notte con l’ingresso dei reparti antisommossa, da dove gli uomini da caschi e manganelli hanno dichiarato di essere usciti feriti.
La rivolta è partita dai reparti femminili (5 arresti sono tra le donne) per poi dilagare rapidamente in tutto il centro, fino all’arrivo sui tetti da dove sono stati lanciati oggetti (termosifoni staccati e suppellettili), mentre la polizia tentava di entrare nelle gabbie con l’uso di idranti e il massiccio lancio di lacrimogeni.
Nel corso della notte, intorno alle 24 un presidio di solidarietà con i rivoltosi organizzato dai centri sociali e dalle associazioni milanesi, si è svolto sotto i cancelli, senza alcun momento di tensione con la Polizia. Arrivano notizie di diversi feriti, soprattutto tra le donne, ma sono stati tutti divisi nei diversi reparti e non si riescono ad avere numeri e dati specifici sulla situazione. Nel frattempo prosegue lo sciopero della fame.
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suicidi e 25 tentati suicidi, altri 19 detenuti sono morti per cause non chiarite e 9 per overdose. Totale: 136 morti. E chi non si uccide si ammala: al 30 giugno 2003 – secondo una stima avanzata dal Forum nazionale per la tutela della salute dei detenuti e l’applicazione della riforma della medicina penitenziaria (Manifesto11 marzo 2005) – erano rinchiusi 14.507 tossicodipendenti, circa un terzo dell’intera popolazione carceraria. Tra questi, 1.737 in trattamento metadonico e 887 alcoldipendenti. Gli affetti da Hiv erano 1.473 (il 2,6% del totale), 5.000 i sieropositivi, 9.500 quelli colpiti da epatite cronica e 7.500 i reclusi con turbe psichiatriche. Gli istituti di pena sono oramai enormi lazzaretti, ospizi per derelitti, vaste discariche dove viene confinato ogni dolore e malessere sociale, nelle quali si ammassano umiliati e offesi, vite rottamate, sfigati senza speranza. Immigrati e neolumpen alienati dalla società dei consumi che promette quello stesso benessere che li esclude. Veri e propri sedotti e abbandonati dalle chimere di un capitalismo che li ha relegati ai margini.

































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