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Archive for the ‘MIDDLE-EAST’ Category

Pietre sull’Unifil

19 luglio 2009 Lascia un commento

sassimanoTre soldati italiani e undici francesi sono rimasti lievemente contusi dopo essere stati presi di mira in una sassaiola nel villaggio di Beir Salasel, nel sud del Libano. Lo ha riferito all’Agi il portavoce militare della missione Unifil, il tenente colonnello Diego Fulco. L’episodio e’ avvenuto “durante le attivita’ di investigazione congiunta dell’Unifil e delle Forze armate libanesi in seguito all’esplosione di un deposito d’armi avvenuta martedi’ scorso”, ha spiegato Fulco. “Un centinaio di persone ha tentato di ostacolare l’attivita’ con il lancio di pietre”, ha aggiunto. A quel punto, “Unifil e Laf (le forze armate libanesi) hanno aumentato il personale sul terreno per evitare che la situazione degenerasse”. Mentre i soldati stavano lasciando la zona, “alcune persone hanno bloccato uno dei blindati” e i militari “sono stati costretti a sparare alcuni colpi in aria” per potersi ritirare.

Questa l’agenzia…facile capire come ormai a distanza di anni le direttive della missione Unifil siano un po’ cambiate, e che le loro normali “attività di investigazione” vadano a ricercare con sempre più insistenza di destabilizzare la presenza Hezbollah.
Ancor più facile, a questo punto, capire la sassaiola, visto il territorio in cui è avvenuta.

Scientificamente assassini

15 luglio 2009 Lascia un commento

Una guerra contro i civili, utilizzati come scudi umani, uccisi in modo indiscriminato: è l’operazione “Piombo fuso” condotta nella Striscia di Gaza da Israele, secondo i racconti dei suoi stessi soldati. A raccogliere le denunce è stata “Breaking the Silence”,tsahal_scudoumanoun’organizzazione fondata e costituita da militari israeliani. In un rapporto pubblicato ieri sono contenute le testimonianze di 26 soldati che parteciparano al conflitto combattuto fra Dicembre e Gennaio, un conflitto che ha causato oltre 1400 vittime palestinesi a fronte di appena 13 caduti israeliani. I soldati raccontano che a Gaza i combattimenti con i “militanti” nemici erano molto rari. La regola di base, si afferma nel rapporto, era “prima sparare e poi preoccuparsi”. Nelle testimonianze dei militari emergono abusi sistematici: dai civili utilizzati come scudi umani durante le avanzate e le occupazioni di edifici “a rischio” all’impiego in zone residenziali del fosforo bianco, un’arma chimica il cui uso è disciplinato in modo rigoroso dal diritto internazionale. “Breaking the Silence” sottolinea che le testimonianze dei soldati rivelano la totale inadeguatezza delle inchieste sulle stragi di Gaza condotte sinora dalle Forze armate

Maryam, schiacciata dai volantini della NATO

1 luglio 2009 Lascia un commento

Afghanistan: Maryam, 5 anni schiacciata dai volantini della Nato

Maryam ha 5 anni.
E’ nata a Taywara, nella provincia centrale di Ghowr. Ma poi la sua famiglia, nella speranza di fuggire dalla miseria, è emigrata nella provincia meridionale di Helmand, finendo a vivere nel campo profughi di Mahajor, alle porte di Lashkargah. La casa di Maryam è una baracca, dove abita assieme ai suoi genitori, Mohammed Tahir e Qamar Gull, al nonno, allo zio, ai suoi quattro fratelli e alle sue due sorelle. Alle tre di mattina del 27 giugno, tutti sono stati svegliati dalle urla della piccola Maryam, schiacciata sotto uno scatolone da venti chili pieno di volantini informativi delle forze di occupazione Nato, lanciato da tremila piedi di altezza. Normalmente questi contenitori si aprono durante la caduta lasciando piovere il loro contenuto. Ma questa scatola, evidentemente, era difettosa. Verso le cinque di mattina, Maryam, accompagnata dal padre, è arrivata nell’ ospedale di Emergency, a Lashkargah. 12386“Era in stato di shock, con un trauma da schiacciamento della regione addominale e una vastissima ferita dei tessuti molli di tutta l’area genitale”, riferiscono fonti mediche dell’ospedale di Emergency. Immediatamente assistita e operata, le hanno trovato una grave frattura pelvica, vagina, retto e ano distrutti e danni all’uretra. “Viene operata di laparotomia, le viene fatta una colostomia (per defecare dalla pancia, ndr) e diverse trasfusioni visto che aveva perso moltissimo sangue. Oggi, tre giorni dopo, è stata riportata in sala operatoria per un’ulteriore pulizia delle ferite. Il 3 luglio dovrebbe subire un ulteriore intervento, e la storia credo si ripeterà per parecchi giorni a venire”, aggiunge la fonte medica. Maryam ha ripreso conoscenza il secondo giorno di degenza. Da allora brontola continuamente perché vuole l’acqua da bere. Il suo viso è perennemente crucciato in una smorfia di rabbia. In effetti non è piacevole svegliarsi di botto alle 3 di mattina con un pacco da venti chili che ti piomba addosso e ti apre l’addome spaccandoti le ossa… Quale futuro avrà questa bimba senza più organi genitali in un Paese come l’Afghanistan?

Enrico Piovesana , inviato di Peacereporter

Al-Molky è stato espulso verso la Siria

27 giugno 2009 1 commento

Appena tre giorni fa salutavamo da questo blog Khaled Husseini, morto nel carcere di Benevento a 79 anni, da tempo malato ma malgrado questo rinchiuso in regime di Elevato Indice di Vigilanza in un braccetto speciale.
Oggi, inaspettatamente è stato espulso (in queste ore lo staranno imbarcando su un volo per Damasco) Yussef MAged Al-Molki, che ha già scontato più di 23 anni nelle carceri italiane e a fine pena era stato rinchiuso in un centro di identificazione ed espulsione. Le autorità italiane hanno aspettato l’ultimo giorno dei 60 che avevano a disposizione per comunicargli l’espulsione.

ACHILLE LAURO: ESPULSO AL MOLKY, VADO VERSO LA MORTE . PRELEVATO A SORPRESA (ANSA) – GENOVA, 27 GIU –
«Mi hanno usato come merce di scambio fra Italia e Siria. Mi stanno mandando verso la morte». Sono le ultime parole, una disperata denuncia lanciata con il cellulare, di Youssef Maged Al Molky, 47 anni, il palestinese ritenuto tra i principali responsabili del sequestro della nave da crociera Achille Lauro, avvenuto nel 1985, ed oggi espulso a sorpresa con destinazione Siria. Al Molky, condannato a 30 anni di reclusione dalla Corte d’Assise di Genova per quel sequestro e l’uccisione di un passeggero statunitense di origine ebraica, Leon Klinghofer, ha scontato 23 anni e 8 mesi di carcere, pena ridotta per buona condotta. noborder_cuaAppena uscito dall’Ucciardone, nell’aprile scorso, aveva ricevuto un ordine di espulsione nei confronti del quale hanno però fatto ricorso i suoi legale, Gianfranco Pagano, del foro di Genova, e Maria Stella Pagano, di Palermo. Secondo i legali, Al Molky, nato in Palestina da padre giordano e madre siriana, e sposato da 5 anni con una donna italiana che vive in Piemonte, «non ha una cittadinanza riconosciuta, è sposato in Italia e secondo la sentenza deve ancora scontare tre anni di libertà vigilata». In attesa della decisione del giudice di pace di Palermo sul ricorso, Al Molky è stato rinchiuso nel centro di accoglienza Serraino Vulpitta di Trapani. Oggi, a sorpresa, mentre ancora si attende la sentenza del giudice di pace, Al Molky è stato prelevato dalla polizia e condotto a Roma da dove a tarda sera sarà imbarcato su un aereo con destinazione Damasco. Secondo quanto riferito alla moglie prima che fosse privato del telefono cellulare, all’uomo sarebbe stato consegnato un lasciapassare della Siria con il quale il Paese arabo accetta di accoglierlo sul suo territorio. «Vado verso la morte» ha continuato a ripetere Al Molky durante il trasferimento da Palermo a Roma. Ed il suo avvocato, da Genova, conferma che «poichè molti reati legati alla vicenda dell’Achille Lauro furono compiuti nelle acque territoriali siriane, le possibilità che possa essere condannato a morte sono molto alte». «Ho pagato le mie colpe – ha aggiunto l’ex terrorista – ed ora vengo scaricato da un Paese che si definisce democratico». Il legale genovese chiarisce anche che nelle scorse settimane, su interessamento dell’Autorità palestinese, l’Algeria si era dichiarata disposta ad accogliere Al Molky, ma l’uomo si era rifiutato di accettare la proposta ritenendo che, essendo sposato con una italiana, potesse rimanere a vivere in Italia al fianco della moglie. «È assurdo ed incredibile – commentano ora i due legali – che venga adottato un provvedimento di espulsione prima che il giudice si sia pronunciato. Siamo pronti a chiedere immediatamente il ricongiungimento familiare».

E’ STATO IMBARCATO ALLE 22,30 DALL’AEREOPORTO DI FIUMICINO.

Morire in cella, a 79 anni. Un saluto a Khaled Husseini, combattente palestinese

24 giugno 2009 2 commenti

 

Khaled Husseini

Khaled Husseini

Pensare un uomo di 79 anni chiuso in una cella fino al giorno della sua morte è già cosa difficile. Ancora più difficile e lacerante è pensarlo in un reparto ad Elevato Indice di Vigilanza, in un braccetto speciale di un carcere meridionale. Khaled Husseini, palestinese di 79 anni è morto nel carcere di Benevento lunedì scorso. Il medico legale ha parlato di un probabile infarto ma soltanto l’autopsia fornirà le cause esatte del decesso, forse legate alla malattia che il carcere gli aveva sempre impedito di curare in modo adeguato.bandiera-palestina-mega
Malgrado fosse stato condannato per un fatto che poco aveva a che fare con reati di matrice islamica, Khaled Husseini era rinchiuso in un reparto appositamente ideato per detenuti del genere. Singolare paradosso, discordanza di tempi per un militante laico e rivoluzionario impegnato nel tortuoso percorso che segna da molti decenni la lotta per la liberazione della terra e del popolo di Palestina.
Era stato condannato per il dirottamento della nave da crociera Achille Lauro, realizzato nel 1985 da un commando di quattro palestinesi appartenenti al Fronte di Liberazione della Palestina. In realtà l’azione era stata concepita in modo diverso: l’obiettivo non era il sequestro dei passeggeri ma lo sbarco nel porto di Ishdud, dove il commando doveva catturare dei soldati israeliani e chiedere in cambio la liberazione di alcuni prigionieri palestinesi. Ma a largo delle coste egiziane qualcosa andò storto e il commando, vistosi scoperto, si impadronì della nave. Fu un gesto improvvisato durante il quale un passeggero, Leon Klinghoffer, venne ucciso e gettato in mare. La vicenda si trasformò nel più grosso incidente diplomatico tra Italia e Usa. Ottenuto un salvacondotto da parte italiana, la nave fu lasciata libera e i quattro palestinesi fatti salire a bordo di un aereo egiziano diretto verso Tunisi, dove l’OLP aveva il suo quartier generale in esilio. Ma gli Stati uniti intercettarono il velivolo costringendolo ad atterrare nella base Nato di Sigonella, in Sicilia. Il capo del governo Craxi rifiutò di consegnare il commando agli americani. La polizia italiana prese in consegna i palestinesi facendo valere la sovranità nazionale. Khaled Husseini non era tra loro. Dopo una prima condanna a 15 anni, in appello verrà condannato all’ergastolo in contumacia, nel 1989, sulla base delle parole di un appartenente al gruppo che scelse di iniziare a collaborare con la magistratura italiana, designandolo 09_In_alto_da_sinistra,_in_senso_orario,_Al_Molki,_Al_Ashker,_Al_Asadi__e_Fatayer,autori_del_sequestro_Lauro-1come il responsabile operativo del commando, anche se Hussein non aveva ideato il sequestro e l’uccisione dell’ostaggio. Aveva accompagnato il gruppo a bordo dell’Achille Lauro nel porto di Genova, per scendere durante lo scalo ad Alessandria, poco prima del dirottamento.

 

Con lui prenderà l’ergastolo, sempre in contumacia, anche Abu al-Abbas, responsabile politico dell’organizzazione (catturato dagli americani nel 2003 in Iraq, subito dopo l´inizio dell’occupazione militare, per morire dopo appena 2 mesi in circostanze più che sospette nel carcere di Abu Grahib).
Per Khaled Husseini il calvario nelle carceri italiane inizia invece nel 1996, quando l’Italia riesce ad ottenere l’estradizione dalla Grecia, dove era stato arrestato 5 anni prima. Khaled ha scontato la sua pena fino alla morte nel peggiore dei modi, in condizioni estremamente pesanti e in un isolamento quasi totale: gli è stato sempre negato il diritto ad un tutore e per anni è rimasto privo di colloqui.
Il trasferimento nel braccetto speciale di Benevento è stato fatale per le sue condizioni di salute. In quella sezione, oltre alle bocche di lupo che non fanno filtrare la luce e non permettono di vedere all’esterno, c’è anche un pannello di plexiglas a dividere la cella dal resto del mondo mentre nel cortile del passeggio una volta metallica sostituisce il cielo. Il trattamento riservato ai detenuti è rigido e la burocrazia per accedere a cure e permessi, lenta e ostacolata. Pochi giorni prima di morire aveva chiesto un permesso per iniziare le cure all’esterno, ma gli era stato negato.
Khaled se n’è andato senza nemmeno il diritto di vedere il colore del cielo nell’ultimo giorno. È morto con la sua terra nel cuore, la terra che aveva sempre infinitamente amato e che aveva sognato di liberare. Ma non è un mondo per sognatori, questo qui.

di VALENTINA PERNICIARO, L’ALTRO -24 giugno 2009-

Netanyahu a Roma…nel silenzio di tutt@

23 giugno 2009 1 commento

OGGI ALLE 14 SILVIO BERLUSCONI INCONTRERA’ IL PRIMO MINISTRO ISRAELIANO BENJAMIN NETANYAHU, A PALAZZO CHIGI.
DOV’E’ L’ONDA? E TUTTI QUELLI CHE MANIFESTAVANO CONTRO GHEDDAFI DOVE SONO?
NESSUNO SENTE L’ESIGENZA DI MANIFESTARE CONTRO LE POLITICHE D’OCCUPAZIONE DELLO STATO D’ISRAELE, NESSUNO SEMBRA SENTIRE L’ESIGENZA DI MANIFESTARE CONTRO IL MURO DELL’APARTHEID, A NESSUNO BRUCIA PIU’ IL SANGUE PER QUELLO CHE SOLI 6 MESI FA E’ STATO FATTO ALLA POPOLAZIONE DELLA STRISCIA DI GAZA, NESSUNO SEMBRA INDIGNARSI PER I NUOVI PERSONAGGI SALITI ALLA KNESSET DOPO LE ULTIME ELEZIONI DI CUI NETANYAHU E’ IL LEADER…

POVERI NOI
sassimano

Siamo tutte Neda!

22 giugno 2009 Lascia un commento

4983_1171887781011_1342523796_30475550_3271656_nTeheran, 22 Giugno 2009 (h. 10.08) — “Ieri avevo scritto un breve appunto perchè avevo un’idea fissa: ‘domani sarà un grande giorno [alla manifestazione] , ma io potrei essere uccisa…’ Invece ora io sono qui, viva, e a essere uccisa è stata mia sorella. Sono qui a piangere mia sorella morta tra le braccia di mio padre. Io sono qui per raccontarvi quanti sogni coltivava mia sorella… Io sono qui per raccontarvi quanto fosse una persona dignitosa e bella, mia sorella…Sono qui per raccontarvi come mi piaceva guardarla quando il vento le agitava i capelli… Quanto [Neda] volesse vivere a lungo, in pace e in eguaglianza di diriiti…. Di quanto fosse orgogliosa di dire a tutti, a testa alta, ‘Io sono iraniana’…

Di quanto fosse felice quando sognava di avere un giorno un marito con capelli spettinati, [sognava] di avere una figlia e di poterle fare la treccia ai capelli e cantarle una ninna-nanna mentre dormiva nella culla. Mia sorella è morta per colpa di chi non conosceva la vita, mia sorella è morta per un’ingiustizia senza fine, mia sorella è morta perchè amava troppo la vita… Mia sorella è morta perchè provava amore per tutte le persone…

Chiunque leggerà questa mia lettera, per favore, accenda una candela nera con un piccolo nastro verde alla base e ricordi Neda e tutti i Martiri di queste giornate, ma quando la candela si sarà spenta non dimenticatevi di noi, non lasciateci soli…

Aqel Srour, l’esercito israeliano e i proiettili nel cuore…

5 giugno 2009 1 commento


Palestine Boy With Flag at Bilin
 Inserito originariamente da Alan Pacetta

Oggi a Nilin, villaggio palestinese situato in Cisgiordania (vicino Ramallah) si stava svolgendo una manifestazione contro il muro della vergogna, il Muro dell’Apartheid come avviene ogni venerdì da diverso tempo, ormai. E’ un appuntamento per chi subisce la segregazione e l’occupazione militare e per tutti gli internazionali che sostengono la popolazione palestinse.

Aqel Srour, era questo il suo nome, aveva 35 anni e durante la manifestazione è stato colpito a morte dall’esercito israeliano con un colpo al cuore. Un ragazzo, un palestinese armato solo di desiderio di libertà e forse di qualche sasso.
Accanto a lui è rimasto ferito anche un ragazzo di 15 anni, anche lui del villaggio.
Lo scorso 17 aprile un altro trentenne è stato freddato in questo modo nel villaggio diventato simbolo delle mobilitazioni contro il muro, Bilin: la mano di chi ha sparato è la stessa dal 1948.
THE WALL MUST FALL! FREE PALESTINE!

Da Rainews 24 … le armi letali di Gaza e le nanotecnologie

4 giugno 2009 Lascia un commento

“Ho esaminato le immagini gli spettri e le tabelle dei campioni che avete preso a Gaza dopo la recente guerra e mostrano con molta chiarezza che sono state utilizzate in quel posto delle armi basate su nano sistemi e questa è una delle prime prove evidenti che i nano sistemi soprattutto i nano tubi a carbonio possono essere utilizzati con efficacia distruttiva molto forte. A mia conoscenza è il primo caso sperimentato sul campo durante un atto bellico.” 
Così ha commentato il Prof. Alberto BrecciaFratadocchi, membro del Comitato Scientifico dell’organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) , le analisi dei campioni delle armi misteriose usate a Gaza nell’ ultimo conflitto. 

I campioni sono stati raccolti dal documentarista Manolo Lupicchini per la trasmissione di Ricardo Iacona “Presadiretta” e portati ai laboratori dell’ università di Ferrara per essere analizzati. Le analisi sono terminate qualche settimana fa ed ora è la redazione Investigativa di Rainews24 e riprendere il percorso dell’inchiesta con approfondite interviste sui risultati delle analisi e sulle caratteristiche delle ferite misteriose incontrate dai medici che hanno operato allo Shifa Hospital a Gaza. 

Due medici norvegesi, il Dott Erich Fosse e il Dott Gilbert Mads, che hanno operato in quell’ospedale durante il conflitto, raccontano di aver spesso trattato arti inferiori mutilati all’ altezza del femore senza tracce di frammenti di metallo o proiettili, con una insolita morfologia del tessuto organico che appare cauterizzato e non risponde alle cure. 
Le analisi presso i laboratori dell’ università di Ferrara dei 3 frammenti degli ordigni misteriosi hanno mostrato: una lega di metalli, una agglomerato di fosfati fusi, e un frammento di Carbonio. E’ quest’ultimo, ad un’analisi microscopica, ha rivelato la presenza di micro tubi di carbonio, cavi , sui quali sono state rilevate sostanze chimiche , in particolare magnesio.
Il caricamento di micro tubi di carbonio, secondo il Prof. Alberto Breccia aumenterebbero fino 5 volte la potenza del materiale chimico, riducendo il peso dell’ ordigno. L’ordigno secondo le testimonianze raccolte, viene sganciato da aerei teleguidati ed è in grado di colpire con estrema precisione aree di pochi metri, all’interno dei quali ha conseguenze letali, senza creare danni collaterali nelle aree circostanti. 

Nell’inchiesta vengono fatte ipotesi sul funzionamento delle diverse nuove armi usate nel conflitto e sui sofisticati processi fisici che vengono utilizzati, ma la caratteristica comune di questi nuovi ordigni, è quella di utilizzare micro tubi di carbonio caricati di sostanze chimiche e questo fatto potrebbe essere interpretato come una violazione del trattato internazionale del 1993 e delle integrazione del 1997, che proibisce l’uso di armi chimiche.
__di Maurizio Torrealta_

Ancora sulle bombe D.I.M.E .

Lieberman all’attacco…

27 Maggio 2009 Lascia un commento

Prosegue, prosegue marciando al passo dell’oca l’avanzata nazionalista e xenofoba di Avigdor Lieberman, neo-ministro degli esteri israeliano, leader del partito di estrema destra Israel Beitenu. NAKBA_woman

Le novità sono due e fanno rabbrividire: la prima è quella su cui ha basato la sua campagna elettorale, che ora è diventato un’effettiva proposta di legge presentata alla Knesset. 

Parliamo di un giuramento di fedeltà, requisito necessario alla cittadinanza,  allo “stato di Israele, stato ebraico, sionista e democratico”. Chi non firmerà questo giuramento non avrà la possibilità di ottenere i documenti di identità. In aggiunta è stata proposta anche la possibilità di revocare la cittadinanza a discrezione del Ministero degli Interni. Il giuramento di fedeltà è assolutamente inaccettabile per tutta la popolazione arabo-israeliana, già cittadini di serie B all’interno del proprio stato. 

Oltre a questa proposta di legge, Lieberman e il suo partito hanno proposto il CARCERE (3 anni di prigionia) per chi dovesse azzardarsi a commemorare la Nakba, dicendo che questa legge “ha l’intenzione di rafforzare l’unità dello stato israeliano”. la Catastrofe, l’inizio dell’esodo per 700.000 profughi mai tornati alle loro terra… questo si vuole cancellare.

Cancellare la storia, ancora una volta. 

Questo non lo si può far passare, almeno la memoria, almeno l’importanza della storia: almeno questo difendiamocelo con i denti, con il cuore, con il sangue, con la vita.

 

“Io sto aspettando il momento in cui saro’ capace di dire – all’inferno la Palestina- , ma questo non accadra’ prima che la Palestina torni libera. Io non posso ottenere la mia liberta’ personale senza la liberta’ del mio paese: quando la Palestina sara’ libera,   saro’ libero anche io “. _M. Darwish_

La rete straccia la censura di Obama

17 Maggio 2009 2 commenti

direzione157986571705111258_bigLa rete, quella che in Italia vogliono oscurare con il decreto D’Alia ( cittadinanza cinese ad honorem ) è riuscita a battere Obama e le foto delle torture che voleva censurare circolano liberamente…e vanno messe un po’ ovunque, perchè al contrario di quel che dice il bel presidente americano vedere è importante, farlo con i propri occhi, immaginando la propria pelle bruciata e torturata.
La tortura è un mostro che ha invaso il nostro paese negli anni ’80 ma  anche recentemente con Bolzaneto, l’irruzione della scuola Diaz …
Il decreto D’Alia vuole toglierci la possibilità di fare informazione, di mettere documenti che vorrebbero veder cancellati per sempre; un decreto che vuole toglierci l’unico luogo libero dove possiamo parlare, comunicare, scambiarci informazioni e fare inchieste.
Intanto pubblichiamo le foto delle torture sulla pelle degli iracheni, che potrei essere io o tu che leggi.
Sangue nostro, di prigionieri che potremmo esser noi…

Le bruciature sulla spalla

Le bruciature sulla spalla

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Appello agli studenti per boicottare Israele

14 Maggio 2009 5 commenti

QUESTA LETTERA E’ PRESA DAL SITO BOICOTTA ISRAELE, E SAREBBE UTILE FARLA CIRCOLARE COME MEGLIO SI PUO’..ATTACCARLA NELLE BACHECHE DELLE SCUOLE, AI CANCELLI O DAVANTI GLI INGRESSI DI PARCHI.
INSOMMA…IMPARIAMO L’IMPORTANZA DEL BOICOTTAGGIO! e magari riprendiamo anche quelle belle usanze dell’attacchinare e volantinare in quartiere, nei propri posti di lavoro, nelle scuole…

Foto di Valentina Perniciaro _Palestina, Betlemme, giocando nei campi profughi_

Foto di Valentina Perniciaro _Palestina, Betlemme, giocando nei campi profughi_

Tra qualche giorno, care ragazze e ragazzi delle scuole elementari e medie avrete finito questa fatica. Sarete sicuramente promosse e promossi, ma se anche dovesse esserci qualche complicazione, qualche piccolo inciampo… suvvia non sarà la fine del mondo. Avete una vita davanti e tutto il tempo per recuperare brillantemente qualsiasi rallentamento e andare ancora più avanti. Alla vostra età si ha il tempo dalla propria parte, è un prezioso alleato il tempo, non dimenticatelo. Comunque vada sarà stato un anno importante. Avete imparato tante cose, fatto conoscenze interessanti, avete approfondito conoscenze precedenti…
Ricordate? Ogni mattina vi recavate, casomai un po’ insonnolite/i, con i vostri libri, quaderni, matite, pennarelli, che poi utilizzavate per trascorrere ore piacevoli e interessanti… Fermiamoci qui un momento e pensiamo: siamo sicuri che per tutti i bambini e le bambine del mondo ogni mattina era così ?

boycott-israel-free-palestineMacchè! Sono 100 milioni (fonte-Unicef) i ragazzi e le ragazze che non hanno la possibilità di andare a scuola: guerre, povertà, oppressione…
Prendiamo un esempio non lontano da noi: i vostri fratellini e sorelline palestinesi (sono duecentomila a Gaza) anche quando le bombe avevano smesso di cadere e nessuno sparava più, non potevano andare a scuola con i libri, quaderni, matite negli astucci colorati. Perchè?

Semplicemente perché i burocrati del governo di Israele, che mantiene uno stretto controllo su questa piccola striscia di terra lungo il Mediterraneo e sui suoi abitanti, anche dopo il ritiro dei coloni israeliani nel 2005, ritiene che la carta e l’inchiostro non siano “bisogni umani fondamentali”… e questa non è una bella cosa.
Anzi è una cosa talmente brutta che bisogna mettercela tutta per farli smettere.
Si può fare qualcosa? Certo! Dite ai vostri genitori, per esempio, di non comprare più i prodotti israeliani, che sono quelli che hanno il “codice a barre” che inizia con 729.
Per maggior informazioni leggi 
qui.

Libano: Israele consegna all’Onu le mappe delle bombe cluster lanciate durante la guerra del 2006

13 Maggio 2009 1 commento

Ci son voluti tre lunghi anni per ottenere dall’esercito israeliano le mappe delle zone in cui sono state utilizzate le famigerate (nonché vietate da tutte le convenzioni internazionali) cluster bomb, le bombe a grappolo. Anni in cui molti bambini, contadini e persone che andavano a ricostruire le proprie case hanno perso la vita o sono rimasti gravemente mutilati dalle esplosioni di ordigni inesplosi, che disseminano tutto il sud del paese dei Cedri, il Libano.
Sono state consegnate solamente ieri sera nelle mani del generale Claudio Graziano, comandante dell’Unifil, la forza delle Nazioni Unite dispiegata nel sud del paese.

Foto di Valentina Perniciaro _Beirut e i bombardamenti israeliani, agosto 2006_

Foto di Valentina Perniciaro _Beirut e i bombardamenti israeliani, agosto 2006_

Il premier libanese Fuad Siniora ha dichiarato l’importanza del gesto ma ha tenuto a sottolineare il pesante ritardo d’Israele che avrebbe dovuto fornire le mappe immediatamente dopo la risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dell’agosto 2006, in cui si sanciva la fine dei bombardamenti e del confitto che ha martoriato la popolazione libanese per 34 giorni.
La sesta guerra libanese fu caratterizzata da giorni e notti di bombardamenti a tappeto sui quartieri meridionali di Beirut, sulla valle del Beka’a e su tutto il territorio meridionale del paese, uscito dall’occupazione militare israeliana solamente nel 2000: tutte le zone bombardate erano roccaforti, e lo sono tuttora, del partito armato sciita Hezbollah che ha inflitto pesanti perdite ai reparti speciali israeliani che si erano assestati non senza difficoltà fino al fiume Litani.

 

Rapporti tra Hezbollah e Hamas

Proprio ieri, in un’intervista al quotidiano Financial Times, il numero due del partito sciita Hezbollah guidato da Hasan Nasrallah ha dichiarato che il partito fornisce “ogni genere di supporto” alle milizie di Hamas, al governo nella striscia di Gaza. Senza entrare nel dettaglio del genere di aiuto fornito, non specifica se si tratti di fornitura di armi o solo di preparazione militare, la sua è stata comunque la prima dichiarazione ufficiale di rapporti e scambi tra le due formazione islamiche, unite dallo stesso obiettivo: quello di muovere “guerra eterna allo stato ebraico d’Israele, almeno fino alla liberazione dei territori palestinesi sulla linea di confine del 1967”. La scorsa settimana il leader di Hamas in esilio a Damasco aveva infatti dichiarato: ”Prometto all’amministrazione americana e alla comunità internazionale che siamo disposti ad una soluzione; siamo favorevoli ai confini del 1967, basati su un lungo periodo di tregua. Questo comprende Gerusalemme est, lo smantellamento delle colonie e il diritto dei palestinesi rifugiati a tornare”.

di Valentina Perniciaro da Internationalia

Baghdad: soldati USA si ammazzano tra loro. buono così.

11 Maggio 2009 1 commento

Pare fosse un po’ esaurito.

Foto di Zoriah Miller _Baghdad, Soldato USA_

Foto di Zoriah Miller _Baghdad, Soldato USA_

😉 poteva fare altro nella vita…

Nella base militare americana di Camp Liberty (ma tu guarda che nomi ), a pochi passi dall’aereoporto internazionale di Baghdad,  un soldato dell’esercito americano ha fatto fuoco sui suoi commilitoni (si dice così?) lasciandone uccisi cinque, prima di puntare la pistola sulla sua testa . Altri due risultano pesantemente feriti  I comunicati che giungono da Washington sono ancora privi di dettagli sulla dinamica dell’incidente e non forniscono i nomi delle vittime né se l’uomo che ha sparato è tra i feriti o i cinque morti.
L’unica notizia che viene diramata è che l’uomo soffriva di esaurimento nervoso…

Fortini, questione palestinese ed “eredità” (di classe)

5 Maggio 2009 1 commento

Ancora oggi mi avviene di leggere, scritto da rispettabilissime persone rimaste con la testa nel nostro Partito d’Azione del dopoguerra, quando la pensavo proprio come loro, che la nascita dello  stato d’Israele fu “una delle più alte creazioni della nostra età”.
Già, perché non sapevamo, allora, quasi nulla sulle vicende politiche e militari di quella nascita e il mondo arabo ci appariva identificato con i suoi capi, amici dei fascisti e dei nazisti.intifada
I sentimenti di colpa e di pietà impedirono allora a quasi tutti, a cominciare da chi scrive, di vedere a quale prezzo avvenne la fondazione di quello stato.
In uno studio sui rapporti fra questione ebraica e sinistra in Italia si distingue tra vittime e vittimismo.
E certo noi consideravamo, allora, gli ebrei come vittime. Lo erano.
Quel che, con la sua goffaggine mistica, dice la parola “olocausto” era quella innocenza simbolica. Oggi, leggo, sarebbero i palestinesi a fruire  di quella eco simbolica (il giusto come vittima) e intorno a loro si farebbe del “vittimismo” ossia della retorica emotiva sulla condizione di vittima.
Ma i palestinesi dell’Intifada non sono vittime. Sono gente che si ribella ad una condizione che è stata loro fatta e che paga per la loro ribellione. Non sono vittime almeno fino a quando si ribellano. Debbono essere considerati come i combattenti dei ghetti. Non dobbiamo loro pietà ma – e possiamo scegliere- indifferenza o ostilità o aiuto.

intifada1990Coloro ( e non sono pochi fra gli ebrei italiani e i loro amici) i quali ritengono che non si debba seguire innanzitutto una logica di schieramento ma una di mediazione e di pace, dicono in realtà che quel conflitto non può né deve coinvolgere questioni di principio. Come se si trattasse, che so, della terribile e sanguinosa guerra tra Iran e Iraq o di un conflitto fra la Libia e il Ciad.
Se così fosse, avrebbero assolutamente ragione. Ma così non è. Possono non saperlo gli israeliani, non possono non saperlo qui, o in Francia o negli Stati Uniti. E non solo per motivi non troppo diversi da quelli che costrinsero la coscienza di molti francesi (ma anche d’altre nazioni) a scegliere di stare dalla parte degli algerini e di aiutarli e quella di tanta parte degli europei e dei cittadini degli Stati Uniti di stare dalla parte dei vietnamiti e di aiutarli; ossia perché si faceva rientrare quel conflitto in un processo mondiale di lotta anticolonialista. Per quanto è di me non ho dubbi che quel conflitto rientri in un momento del processo mondiale di emancipazione  dei popoli in senso anticapitalistico. Ma a chi mi obiettasse che questo non basta a spiegare il sovraccarico di attenzione e di passione che non pochi portano a quel conflitto, bisogna convenire che sì[1], il rapporto che la cultura nella quale mi sono formato e viva ha con l’ebraismo (e quest’ultimo ha con lo stato d’Israele) aggiunge motivi di attenzione e partecipazione ad un conflitto che non è riducibile a quello che i due popoli sembrano combattere ossia un conflitto di nazionalità.run_flag
Per me, stare dalla parte dei palestinesi, quindi contro la politica militare del governo israeliano, e chiedere pronunce di parte immediatamente prima che di pace, vuol dire ricordare ai miei connazionali –non dunque solo agli ebrei, anzi e soprattutto non a costoro ma a chi, nella sinistra italiana, è loro amico- che esistono cause ( di giustizia o di solidarietà, di lotta anticolonialista o antimperialista internazionale; e ognuno scelga tra queste quella che meglio gli si confà) per le quali può essere necessario rompere i legami più cari e ardui; ossia scegliere che cosa mettere al primo posto: la fedeltà ad una patria, a un’etnia, a una cultura, a una tradizione religiosa o familiare, ai propri morti oppure altro. Questo “altro”, io che scrivo l’ho messo al primo posto, ogni volta che mi si è presentato un conflitto di doveri e di fedeltà. Non vorrei che si scambiasse, ancora una volta e secondo l’andazzo pseudo democratico oggi di moda, il rispetto per l’espressione del pensiero altrui col rispetto per un pensiero, o per azioni, che si ritiene sbagliate o false. E aggiungo che, poco paradossalmente, compete ai palestinesi, alla loro cultura assai diversa (nel senso di non-europea) da quella cui si richiama Israele, di rappresentare e richiamare noi ai principi di libertà di coscienza e di diritto all’insurrezione contro la tirannia, che hanno celebrato a Parigi il proprio secondo centenario.

Non chiedo, va da sé, che siano seguite le mie scelte; ma di riconoscere come delle scelte esistano e che la sofferenza da esse indotta è tanto salubre quanto corruttrice  ogni sofistica per evitarle. Più leggo ormai da vent’anni il complicatissimo, e sovrabbondante (e spesso mistificatore) discorso degli ebrei su se stessi ( e dei non ebrei sulla questione ebraica) con le loro mille correnti, più ho evitato di dire la mia, dopo I cani del Sinai (1967). Ma si danno situazioni e circostanze in cui mi è impossibile dimenticare che, foss’anche solo per il cognome della mia famiglia, ho forse un po’ più d’altri ( ma appena un poco) qualche dovere di parola.
2550_67020203277_618018277_2260849_6765907_nNon posso rispettare il silenzio e neanche il possibile dolore di persone che stimo e amo e che hanno, si diceva una volta, cura d’anime. Non ho rispettato, a suo tempo, le belle anime di sinistra straziate dallo stalinismo e dalle sue sequele. Non mi rispetterei se non avessi parlato. Non riesco a capire perché dovrei non interferire nelle scelte di coscienza sul conflitto  tra palestinesi ed ebrei quando quel diritto ce lo riconosciamo, fino a farcene un dovere, per quanto è delle opinioni e delle scelte in materia di attività professionali, valori culturali, atteggiamenti politici.
Un ulteriore discrimine è infine proprio questo: nulla è meno “privato” di quel che è classificato come tale da una cultura fondata proprio sulla distinzione e opposizione di “pubblico” e “privato”, di bourgeois e citoyen.

Non chiedo partecipazione per i “poveri” palestinesi ma per i falsi ricchi che saremmo noi.
Ma non è forse, quello che domando, una passione per la scelta in quanto tale invece che per i suoi contenuti? Non è forse privilegiare quel che è più difficile in luogo di quel che è più necessario o utile? Mi pare di sentire la risata di Brecht. Non sono forse molto meno interessato alla sorte reale dei ragazzi palestinesei e dei soldati israeliani di quanto sia desideroso di costringermi, e di costringere, ad atteggiamenti di sfida e di oscuramente desiderata sconfitta, di “eroismo” e di antagonismo?
Sì, questa è una mia eredità (di classe, dovrei dire). Dai miei anni, la vedo come si vede un’immagine in acqua bruna. Essa è all’origine dei miei errori e, nel medesimo tempo, di quel che ho di meglio da proporre e chiedere.

___FRANCO FORTINI: Extrema Ratio, 1989____

 

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Gli scontri di Umm al-Fahm _polizia israeliana anti-sommossa_

[1] In termini non molto diversi scrivevo sul Manifesto del 24 maggio 1989 attirandomi molte critiche e ingiurie: “[..] sono persuaso che il conflitto di Israele e di Palestina sembra solo, ma non è, identificabile a quei tanti conflitti per l’Indipendenza e la libertà nazionali che il nostro secolo conosce fin troppo bene. Sembra che Israele sia e agisca oggi come una nazione o come il braccio armato di una nazione, non diversamente dalla Francia in Algeria o gli Usa in Vietnam o l’Unione Sovietica in Ungheria o in Afghanistan. Ma, come la Francia era pur stata, per il nostro teatro interiore, il popolo di Valmy e gli Americani quello del 1775 e i sovietici quello del 1917, così gli ebrei, ben prima che soldati di Sharon, erano i latori di una parte dei nostri casi sacri, una parte angosciosa e ardente della nostra intelligenza, delle nostre parole e volontà. […]La distinzione tra ebraismo e stato d’Israele, che fino a ieri ci era potuta parere una preziosa acquisizione contro i fanatismi, è stata rimessa in forse proprio dall’assenso o dal silenzio della Diaspora. E ci ha permesso di vedere meglio perché non sia possibile considerare quel che avviene alle porte di Gerusalemme come qualcosa che rientra solo nella sfera dei conflitti politico-militari e dello scontro di interessi e di poteri. Per una sua parte almeno,quel conflitto mette a repentaglio qualcosa che è dentro di noi.

Ogni casa che gli israeliani distruggono, ogni vita che quotidianamente uccidono e persino ogni giorno di scuola che fanno perdere ai ragazzi di Palestina, va corrosa una parte dell’immenso deposito di verità e di sapienza che, nella e pa cultura d’Occidente, è stato accumulato dalle generazioni della Diaspora, dalla sventura gloriosa o nefanda dei ghetti e attraverso la ferocia delle persecuzioni antiche e recenti..
Ogni giorno di guerra contro i palestinesi, ossia di falsa coscienza per gli israeliani, a sparire o a umiliarsi inavvertiti sono un edificio, una memoria, una pergamena, un sentimento, un verso, una modanatura della nostra vita e patria comune. […] La nostra vita non è solo diminuita dal sangue e dalla disperazione palestinese; lo è dalla dissipazione che Israele viene facendo di un tesoro comune. Non c’è laggiù università o istituto di ricerca, non biblioteca o museo, non auditorio o luogo di studio e di preghiera capaci di compensare l’accumulo di mala coscienza e di colpe rimosse che la pratica della sopraffazione induce nella vita e nell’educazione degli israeliani. E anche in quella degli ebrei della Diaspora e dei loro amici.
Uno dei quali sono io. Se ogni nostra parola può togliere una cartuccia dal mitra dei soldati dello Tsahal, un’altra ne toglie anche a quelli, ora celati, dei palestinesi.

Franco Fortini: Israele e “decenza democratica”

3 Maggio 2009 2 commenti

Quel che “succede” (violenze, arresti, assassinii) accade a pochi kilometri da qui, alla periferia; e tutti i giorni, da diciotto mesi.
Sul Jerusalem Post di oggi la notizia degli ultimi due morti ammazzati,  quelli di ieri (vittima uno di un colono, l’altro dell’esercito è nascosta in due righe, all’interno di un articolo. Non è, in alcun senso, una notizia. “E più nessuno è colpevole”.

Ma'aleh Adumin, insediamento israeliano in continua espansione

Ma'aleh Adumin, insediamento israeliano in continua espansione

Tornato da pochi giorni a Milano ho udito con le mie orecchie un distinto e anziano giornalista politico dichiarare nel corso di una pubblica tavola rotonda che la insistenza della stampa di sinistra italiana sui ragazzi palestinese ammazzati nel corso dell’Intifada altro non era se non la ricomparsa del mito fanatico che agli ebrei attribuiva l’assassinio rituale di bambini cristiani.
Mi sono alzato, con una stretta allo stomaco, e sono uscito.
Ma i più dei presenti anche se di avviso difforme da quello dell’oratore avranno certamente pensato che si debbono rispettare tutte le opinioni.
Avranno educatamente applaudito la fine dell’intervento.
Hanno imparato la virtuosa decenza democratica.
                   _FRANCO FORTINI_ “Extrema Ratio” 1989

 

LUNEDI’ 4 MAGGIO, dalle ore 18, PRESIDIO A LARGO ARGENTINA CONTRO IL BOIA LIEBERMAN, MINISTRO DEGLI ESTERI ISRAELIANO, LEADER DEL PARTITO XENOFOBO “ISRAEL BEITENU”
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OSPITE NON GRADITO: Lieberman tra qualche giorno è a Roma

29 aprile 2009 2 commenti

Queer against Israeli Apartheid

25 aprile 2009 Lascia un commento

La lettera che riporto qui sotto è scritta da un regista gay canadese, John Greyson. E’ il rifiuto all’offerta di presentare la prima 

bds_poster_new_ldel suo film “Fig Trees” al Tel Aviv International LGBT Film Festival. E’ una lettera indirizzata a Yair Hochner, organizzatore del Festival, al quale spiega il motivo del suo boicottaggio al Festivale, non diretto alla kermesse cinematografica ma allo stato d’Israele e al regime d’Apartheid instaurato nei Territori Occupati e nella Striscia di Gaza. Un esempio importante.

7 marzo 2009

A: TLVFEST / Yair Hochner
Tel-Aviv Cinematheque,
2 Sprinzak St, 64738, Tel Aviv, Israel

Caro Yair,
dopo avere a lungo lottato con questi temi difficili, sono arrivato a una decisione: non posso mostrare “Fig Trees” al vostro festival, e non posso continuare il mio progetto di girare un film in Israele. Questa scelta è stata difficile da fare. Come ho già detto, ho grande rispetto per il lavoro che fate e so quanto dovete lottare per portare avanti il vostro festival.
Voglio essere molto chiaro: la mia decisione non è in opposizione al vostro festival, che ha fatto molto per promuovere le voci queer globali, o a voi, che avete fatto molto per la realizzazione dei film queer, e per mostrarli nella vostra città.
Ma sento di dovermi unire ai molti ebrei e non ebrei, israeliani e palestinesi, queer o altro, che fanno parte del crescente movimento  globale BDS (Boycott, Divestment and Sanctions) contro l’apartheid di Israele.
Sono arrivato alla conclusione che, in questo momento, non prendere questa posizione è impensabile, impossibile.
Perchè in questo momento? Potrei rispondere: un’altra casa palestinese rasa al suolo dai bulldozer nel settore est di Gerusalemme. I bambini palestinesi
che si stanno lentamente riprendendo dai roghi al fosforo. I civili uccisi venerdi’ a Gaza dai soldati israeliani.
Un bambino nato al checkpoint, perché l’ambulanza è stata trattenuta là per ore. Queste sono solo alcune delle notizie attuali, ma ricordano tante altre notizie simili, per tanti anni.
alnakba_bdsconferencepreviewQuesto momento è più intollerabile? In base a quale pietra di paragone? Il forum sull’apartheid di Israele tenuto questa settimana, e in particolare il discorso di Naomi Klein, mi hanno aiutato a chiarire i miei  pensieri. Le sue parole mi hanno riportato indietro al movimento BDS degli anni Ottanta contro l’apartheid sudafricana, e al primo film 16mm che ho fatto, che era a sostegno di quella lotta, e alcuni frammenti del quale sono inclusi in “Fig Trees”.
Il boicottaggio culturale ha funzionato nel caso del Sud Africa, e ha portato direttamente ai radicali cambiamenti e all’attivismo che “Fig Trees”
celebra nella canzone. Dunque, nello spirito del film, e di questi attivisti, penso che non ci sia più una scelta. Come te, aspetto con  ansia l’alba in cui questo orrendo conflitto finirà con una giusta pace conclusiva. Aspetto con ansia il pomeriggio in cui questo crescente movimento BDS possa essere dichiarato superato, perché non è più  necessario.
Aspetto con ansia la sera in cui potremo partecipare insieme alle  proiezioni di “Fig Trees” e di altre nuove opere queer, palestinesi e  israeliane, sia a
Tel Aviv che a Ramallah.
Con rispetto,     John Greyson

Durban 2: la polemica sul nulla

22 aprile 2009 Lascia un commento

Durban II: Conferenza sul razzismo, una polemica misteriosa
Pubblicato in Internazionale

Sedici pagine, cinque sezioni e 143 punti, ma nessun elemento polemico al suo interno nei confronti di alcun governo o gruppo particolare, ma solo, una burocratica e, volendo, anche noiosa sequenza formale di passi presi, da prendere e da mettere a punto per combattere il razzismo in tutte le sue forme. È questo quello che emerge da un’analisi approfondita della versione integrale della bozza del documento finale approvato venerdì scorso e che dovrà essere ratificato nella ‘Conferenza contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e le intolleranze connesse’ apertasi oggi nella sede Onu di Ginevra.un-logo-copy Dopo aver passato in rassegna tutti i 143 punti in cui è articolato il documento, non è stato possibile trovare traccia di alcun passaggio che potesse risultare offensivo nei confronti di alcun governo particolare o di alcun gruppo etnico, religioso preciso.
Seppur frutto di una revisione, il documento preso in esame integralmente questa mattina sembra (visti i toni formali e diplomatici che lo caratterizzano) difficilmente aver potuto lasciare spazio ad attacchi particolari. Nella versione approvata venerdì comunque (prima quindi che molti paesi occidentali confermassero la loro volontà di boicottare l’appuntamento) gli unici riferimenti precisi e degni di nota a qualche gruppo in particolare si trovano nella sezione più ampia (la quinta e ultima) e sono relativi ai migranti e ai richiedenti asilo, ai Rom-Sinti ai Gitani, alle popolazioni indigene di Asia e America Latina, ai discendenti degli schiavi africani, alle donne (discriminazione di genere), ai portatori di handicap o ai malati di Sindrome da immunodeficienza acquisita (Sida/Aids).

Sulla base della lettura effettuata, alcuni dei passaggi del documento politicamente più rilevanti e in una certa misura critici sono quelli in cui si ricorda agli Stati di “assicurarsi che qualsiasi misura presa nella lotta contro il terrorismo venga portata avanti nel pieno rispetto dei diritti umani, in particolare del principio di non discriminazione…” o, riguardo i migranti, l’invito a “prendere misure per combattere il persistere di comportamenti xenofobi o stereotipizzazioni negative dei non cittadini (ovvero migranti e richiedenti asilo, ndr) , anche da parte di politici, forze di sicurezza, funzionari dell’immigrazione e responsabili dei media, che hanno portato a violenze xenofobe, omicidi e attacchi a migranti, rifugiati e richiedenti asilo”.
Sempre sul fronte migranti – l’unico dove forse è possibile trovare passaggi che potrebbero aver irritato alcuni governi europei ed occidentali – il documento chiede un “approccio bilanciato e generale alle migrazioni”, invitando al dialogo internazionale e ad accordi di partnership tra paesi, oltre a “rinnovare la richiesta agli Stati di rivedere e, se necessario, modificare le politiche migratorie che risultano incompatibili con gli obblighi posti dal diritto umanitario internazionale”.

Riguardo alle polemiche relative a presunti passaggi antisemiti o anti-israeliani nel documento, dall’analisi effettuata non è stato possibile trovarne traccia.
Anzi, nella relazione al punto 12 si denuncia “l’aumento del numero di incidenti legati a violenza o intolleranza razziale o religiosa e che include islamofobia, anti-Semitismo, Cristianofobia, e anti-Arabismo”, mentre al punto 60 di chiede “con urgenza agli Stati di punire le attività violente, razziste e xenofobiche di gruppi fondati su principi neo-Nazisti o neo-fascisti e altre ideologie violente” mentre al punto 66 si “ricorda che l’Olocausto non deve mai essere dimenticato, e in questo contesto chiede agli stati membri di adottare le risoluzioni dell’Assemblea Generale 60/7 e 61/225”.
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C’è chi vuole un’altra guerra per la striscia di Gaza

19 aprile 2009 Lascia un commento

Ieri sera, centinaia di coloni e di estremisti ebrei hanno manifestato a Sderot per chiedere gaza-2009all’esercito di occupazione israeliano di attaccare nuovamente la Striscia di Gaza. Il deputato del partito “Mifdal”, Jacopo Kets, parlando ai manifestanti, ha chiesto al governo di eseguire l’operazione “Piombo fuso 2” e di rioccupare un’altra volta Gaza riportandovi i coloni. Fonti israeliane hanno aggiunto che la polizia ha chiuso le strade che portano alla Striscia di Gaza per impedirne l’accesso ai manifestanti. I coloni hanno tentato di ritornare alle rovine delle ex colonie di “Gosh Qtef”. La polizia israeliana ha arrestato decine di coloni a seguito dei disordini scoppiati durante la protesta.

Calcolando i personaggi che compongono il nuovo governo israeliano, non ci sarà da stupirsi il giorno che la Striscia di Gaza verranno nuovamente massacrate dalla violenza di Israele, sempre più caratterizzata dall’uso meticoloso di armi assolutamente vietate dalle convenzioni internazionale, e dalla messa in atto di un genocidio costante. Sono passati pochi mesi dalla fine dell’Operazione Piombo Fuso …
con Netanyahu, Lieberman e personaggi simili, aspettiamoci il ritorno dell’inferno molto presto.

Anche due giorni fa un raid israeliano ha colpito un edificio, radendolo completamente al suolo, vicino al valico di Kissifum

17 APRILE : LA GIORNATA DEL PRIGIONIERO POLITICO in PALESTINA

17 aprile 2009 Lascia un commento

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La prima volta che venne commemorata la giornata del prigioniero politico in Palestina fu il 17 aprile del 1974, giornata in cui fu rilasciato, con uno scambio di prigionieri con Israele, Mahmoud Hijazi Baker. Nella “società” palestinese il carcere è pane quotidiano per tutta la popolazione: non esistono famiglie che non hanno detenuti, oltre al fatto che la loro vita -di chi è libero- è vissuta in stato di cattività perenne. 
Il 40% della popolazione maschile è passata per le carceri israeliane: dati incredibili ci dicono che dal settembre 2000 (quando è scoppiata la seconda Intifada) al 2008 sono stati arrestati 65.000 uomini, 750 donne e 7500 bambini. n516004746_1921502_9
Le autorità israeliane e i loro scagnozzi in divisa possono arrestare tutti, sempre e ovunque senza alcuna ragione. Arresti sono costantemente compiuti dentro case, scuole, aule universitarie, ospedali e checkpoint spesso in forma di arresti di massa punitivi o rastrellamenti, altre volte per le violazioni dei continui coprifuoco che flagellano la società, lo studio, il lavoro e lo scorrimento della vita. 
Spesso, troppo spesso, lo Tsahal compie retate di massa nei villaggi, costringendo tutta la popolazione maschile compresa tra i 16 e i 45 anni ad uscire dalle proprie abitazioni per rimanere ore e notti fuori, nudi,con le mani legate dietro la schiena e incappucciati,  in attesa di una decisione che molto spesso si trasforma in carcere. Preventivo.
 Ogni arresto che viene compiuto all’interno delle case prevede la devastazione delle abitazioni e di tutti gli oggetti che i soldati si trovano davanti: ogni volta si trovano le scorte di cibo (riso, latte, grano, olive) rovesciate o calpestate: DISTRUGGERE, TERRORIZZARE, ARRESTARE questo è quello che viene compiuto quotidianamente da 60 anni nei Territori Occupati.   E le carceri scoppiano.
Attualmente si contano circa 1600 detenuti, di cui 17 malati terminali per problemi oncologici,  che necessitano di cure urgenti e speriamo non si aggiungano ai 196 decessi che si sono verificati a partire dal 1967 per negligenze igienico-sanitarie. Durante i mesi della seconda Intifada i decessi in carcere sono stati 72.I dati di settembre 2008 parlano di 69 prigioniere politiche detenute nelle carceri femminile in Israele (sono solamente due Hasharon-Telmond e Neve Tertza famose per la frequenza di abusi e umiliazioni soprattutto a sfondo sessuale) , di cui 6 bimbe.  
 400 sono i detenuti che hanno un’ età tra i 13 e i 18 anni, la maggiorparte delle volte detenuti in carceri per adulti e nelle stesse celle, con gli stessi trattamenti durante gli interrogatori e senza alcuna assistenza psicologica e medica. La percentuale di questi piccoli detenuti è in continuo aumento: spesso i ragazzini confessano immediatamente cose mai commesse pur di interrompere determinati trattamenti che vengono compiuti in luoghi lontani e a loro sconosciuti, senza alcuna possibilità di avere un’assistenza legale o di comunicare con un familiare.

Damasco, raccontata 700 anni fa…

16 aprile 2009 Lascia un commento

Il giovedì 9 del venerabile mese di Ramadan dell’anno giunsi a Damasco di Siria e presi alloggio nella màdrasa malikita, nota come al-Sharabishiyya [dei fabbricanti di sharbush, copricapo tipico degli emiri]. Damasco supera le altre città in bellezza e le oltrepassa con il suo splendore.

Foto di Valentina Perniciaro _Spruzzi damasceni_

Foto di Valentina Perniciaro _Spruzzi damasceni_

Ogni descrizione, per quanto precisa, è sempre troppo limitata per dirne tutta l’avvenenza, ma non vi sono parole più squisite di quelle di Abu al-Husayn ibn Jubayr, che così si espresse: “Sì, Damasco è il paradiso d’oriente, il luogo dell’origine della sua splendida luce; l’ultimo paese dell’Islam in cui siamo giunti, sposa novella fra le città che svelammo. Agghindata di fiori di piante odorose, spunta dai giardini avvolta in drappi di broccato e per la sua bellezza occupa un posto d’alto rango, s’asside sul trono nuziale con splendidi ornamenti. S’onora d’aver dato rifugio al Messia e a sua madre su un’altura tranquilla e irrigata di fonti, dove l’ombra è fitta e l’acqua paradisiaca. Qui i ruscelli serpeggiano ovunque e la brezza leggera dei giardini infonde vita agli animi. Damasco mostra il proprio fascino a chi l’ammira in tutto il suo splendore e dice: “Orsù venite qui, ove beltà risiede sia la notte che il dì!” La sua terra è a tal punto sazia d’acqua che quasi desidera aver sete, e poco ci manca che anche i duri e aspri sassi dicano: “Percuoti col piede la terra: ne sgorgherà acqua fresca buona a lavarti e per bere!” [Corano]. I giardini la circondano come l’alone che cinge la luna, sembrano petali tutto intorno ad un fiore. Verso

Foto di Valentina Perniciaro _passeggiando sulla via retta_

Foto di Valentina Perniciaro _passeggiando sulla via retta_

oriente si estende a perdita d’occhio la sua Ghuta verdeggiante e ovunque si volga lo sguardo, si resta ammaliati dallo splendore dei frutti maturi. Oh sì, ben son nel vero quanti di lei dissero: “Se il paradiso è qui sulla terra, esso per certo si trova a Damasco, ma se non può stare altrove che in cielo, in bellezza Damasco lo sfida quaggiù.”
Ibn Juzary aggiunge che un poeta di Damasco ha composto a tale proposito questi versi:
Se l’Eden eterno è qui sulla terra,
esso è a Damasco, e in nessun altro luogo.
Se invece è nei cieli, su Damasco ha disperso
la sua lieve brezza e le sue qualità.
Ecco un paese stupendo e un Maestro indulgente!
Gioiscine dunque da mane a sera!

Ibn  Juzary afferma inoltre: “Quel che hanno detto i poeti descrivendo le bellezze di Damasco è così tanto che non lo si può contare. Mio padre era solita descriverla declamando i versi di Sharaf al-Din ibn Muhsin:

Damasco! Mi rodo di struggente desiderio
come oppresso da calunnia e dal biasimo assillato…
Ah paese dove i ciottoli son perle e la terra appare d’ambra!
Vi frizza l’aria quale dolce vinello,
l’acqua vi scorre in libertà,
e rinfresca i giardini di un lieve soffio di vento!

E infine Nur al-Din:
Damasco: 
Siccome l’Eden è per lo straniero,
che qui si scorda il paese natio.
Ah, qui suoi sabati tanto famosi
stupendo spettacol di grande beltà!
Qui non si vedon che amanti e amati,
colombe che tuban sui rami al vento
e, tra gioia ed effluvi, superbi fiori

Questo brano è tratto da “I VIAGGI” di Ibn Battuta,  steso a partire  dal 1325. Personaggio incredibile, di origine berbera, passò 28 anni della sua vita percorrendo l’equivalente di quarantaquattro stati moderni (Africa, Medioriente, India, Cina, Isole Maldive, territori del Volga…). Il celebre libro fu steso da uno scriba del sultano che annotava con ordini i racconti e le sue osservazioni.

Prima poi metterò sul blog un altro piccolo omaggio alla mia amata Damasco… con qualche stralcio di poesie di Nizar Qabbani, straordinario  poeta siriano scomparso poco più di dieci anni fa

Piccolo racconto dalla grande moschea di Damasco

14 aprile 2009 8 commenti

Passare sotto quel portone fa tornare indietro di millenni, in una terra sconosciuta che apparentemente sembra non notarti.

Foto di Valentina Perniciaro  _Il portone d'ingresso della Moschea Omayyade di Damasco_

Foto di Valentina Perniciaro _Il portone d’ingresso della Moschea Omayyade di Damasco_

Passo sotto al portone cercando di imitare e capire in pochi secondi gesti che vengono da molto lontano, che odorano di millenni e di spezie che hanno traversato l’oriente più sconfinato. Il portone della grande moschea di Damasco è solo uno dei tre, ma è una scelta obbligata per chi entra la prima volta e non sa come muoversi, se da turista o mischiandosi tra le persone che entrano per pregare o per viversi un po’ della propria comunità.
Se avessi un velo sulla testa non passerei per la biglietteria, che ti timbra un pezzo di carta con un inchiostro che ti tinge la mano come fosse invidioso del fatto che quella visita sarà indelebile nella tua memoria, e ti dona per un po’ un piccolo velo a coprire capelli e spalle, cingendoti la vita con un laccetto.
Imitare i gesti si, e il primo che inevitabilmente si impara è quello di togliersi le scarpe e capire dove metterle: potrei lasciare tra un milione di scarpe all’ingresso, ma sono

Foto di Valentina Perniciaro _dentro la sala di Preghiera. Lì c'è la testa di San Giovanni Battista, che rotolò da Gerusalemme a Damasco, un po' come ho fatto io

Foto di Valentina Perniciaro _dentro la sala di Preghiera. Lì c’è la testa di San Giovanni Battista, che rotolò da Gerusalemme a Damasco, un po’ come ho fatto io

praticamente certa che non avrei modo di ritrovarle, non perchè qualcuno le toccherebbe, ma perchè non riesco ad avere punti di riferimento: troppo bianco, troppi sandali, troppo cuoio mischiato e spaiato per la mia inesperienza.
Ok. Le lego in qualche modo alla borsa della macchinetta fotografica: lo faccio nervosamente e infastidita perchè fremo all’idea di perdermi in questo luogo millenario, perchè ora ci voleva anche l’ingombro delle scarpe e il modo per non perderle a distrarmi da questo colore che mi acceca e che ancora devo capire da dove viene. E’ il sole che si scontra con quel cortile immense, un sole mediorientale che cade lasciando poche ombre e scalda il candore di strati di marmo che provengono dal tempio innalzato a Zeus, molto prima che una qualunque formaq di   monoteismo fosse arrivata a devastare le menti.
Il marmo mi attira; richiudo la borsa con i miei sandali che penzolano fuori e mi precipito ad assaporare con la pianta del piede quel bianco cotto al sole.
Che sensazione! Il marmo caldo mi accarezza, mentre le briciole e il mangime per gli uccelli che i bambini (quante centinaia di bimbi ci sono) si divertono a lanciare continuamente mi pizzicano il passo, rendendolo frizzante e ancora più stupito.
Incredibile come certi luoghi sembrino anche in grado di

insegnarti nuovamente a camminare, a farlo in un altro modo, a farti pensare il tuo movimento.
Parlo di quel luogo come fosse sacro anche per me, per me atea e comunista, per me blasfema, rivoluzionaria, senza padroni nella testa. 
Ma non posso negarlo. Quel luogo ti lascia stupito solo nel suo cortile, ancor prima che l’immenso colonnato della sala centrale di preghiera ti accolga nei suoi rumori mistici e nella sua calca riposata, nel colore dei tappeti che cercano di sfiorare il rosso, nei disegni geometrici, nella madreperla, nel legno intarsiato con la loro calligrafia…
Il grande utero caldo della moschea omayyade di Damasco è il suo cortile, che immediatamente ti fa sentire a casa, senza alcuna sensazione di estraneità, senza imbarazzo. Mosaici bizantini  con il loro oro aiutano il sole ad entrarti dentro e rendere quel cortile una piccola luminosa succursale dell’Eden, con quegli alberi disegnati e uccelli veri e finti che intrecciano i loro voli al ritmo del muezzin che chiama alla preghiera di mezzogiorno.
Senza alcuna timidezza, che tante volte ho provato dentro le nostre tetre e silenziose cattedrali, mi incammino verso una delle entrare della sala di preghiera. Mi scelgo un pezzetto di tappeto dove rannicchiarmi a terra, insieme alla mia macchinetta e alla mia voglia di diventare invisibile, di cancellare dai miei tratti l’occidente che mi porto dietro per essere un tutt’uno con quella grande comunità riunita da un rito che se non distinguesse uomini dalle donne (con un baldacchino in legno) sarebbe totalmente orizzontale, privo di quella gerarchia ecclesiastica che intimoriva la nostra crescita da bambini di

Foto di Valentina Perniciaro _ Girotondi in moschea _

Foto di Valentina Perniciaro _ Girotondi in moschea _

un’Italia che di laico non ha mai avuto molto nel suo sistema scolastico/educativo.
La preghiera inizia ed è tutto un gioco di mani, di teste, di sederi grandi e piccoli che si muovono in simbiosi. Le parole mi giungono ormai familiari, almeno nella prima parte del loro canto ed hanno il potere di rilassarmi, di farmi stendere le gambe e sentire con i piedi nudi il pizzicorio dei kilim.
Una bimba si è accorta di me e si stacca dalla sua famiglia correndomi incontro. Non faccio un solo gesto, non volevo esser vista e invece ora lei attira l’attenzione su di noi: si mette in ginocchio accanto a me, come per insegnarmi il movimento, mi prende le mani e mi fa capire come poggiarle a terra per poi alzarmi con loro, in un movimento unico.
La ringrazio e lei mi sorride felice, dopo aver compiuto quel gesto straordinario: stupenda lei, aveva capito che ero l’unica, tra forse un migliaio di persone, ad essere emarginata dall’ignoranza dei gesti e mi ha mostrato la sua solidarietà così, aprendomi la porta dei suoi riti e della sua comunità e strappando un sorriso d’approvazione alla sua mamma e a suo padre, distante e avvolto nella sua veste bianca.

Foto di Valentina Perniciaro _La moschea Omayyad di Damasco_

Foto di Valentina Perniciaro _La moschea Omayyad di Damasco_

Da quel giorno i tre minareti della moschea omayyade hanno cadenzato le mie giornate, da quel giorno i miei piedi hanno iniziato ad avvertire -ogni piccola manciata di giorni- il desiderio di camminare scalzi sui secoli e sul grano per i piccioni, avvolta dall’oro bizantino e dai sorrisi di bimbe dai capelli liberi e dallo sguardo sincero e dolce.
Un luogo dove molte volte mi sono ritrovata a leggere o a fare un pisolino all’ombra di una colonna o di un arco, sul morbido dei tanti tappeti: un luogo sacro dove non esiste silenzio, un luogo sacro che non ha nulla a che vedere con quella che da noi si definisce “Casa del Signore”. Per l’Islam non è assolutamente così: è la casa di una popolazione, è il luogo dove si prega e poi si mangia e si gioca, dove ci si incontra, dove i ragazzi si scambiano i primi sguardi maliziosi, dove gli anziani dormono e i bambini si rincorrono rotolando su tappeti e nel cortile. Un luogo dove ci si sente a casa, abbracciati.
E per dirlo io!

Comunicato del Fronte Popolare (F.P.L.P) sul nuovo governo Netanyahu

10 aprile 2009 Lascia un commento

 

Il 1° aprile 2009 il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) ha rilasciato una dichiarazione respingendo il governo Netanyahu come un governo di terrore, guerra e pulizia etnica e ha chiesto alla comunità internazionale di boicottare Israele e il suo governo.
La dichiarazione dell’FPLP ha sottolineato che questo governo, come nel complesso lo stato Sionista di Israele, è basato sull’assoluto rifiuto dei diritti dei Palestinesi all’auto-determinazione, al ritorno e a uno stato Palestinese indipendente. La dichiarazione rimarcava anche che questo governo dovrebbe essere rifiutato da tutti in quanto è incompatibile con i diritti umani e la legge internazionale ed è un governo di cultura del crimine.
pal_sassoLa composizione del governo include come Primo Ministro il noto razzista estremista Netanyahu; Barak, il direttore ufficiale dei crimini di guerra nella Striscia di Gaza coinvolto negli assassini dei leader Palestinesi a Beirut e Tunisi e nell’omicidio dell’eroico combattente Delal Mughrabi; e il Ministro degli Esteri Lieberman, il successore di Kahane, sostenitore del colonialismo e degli insediamenti e fautore dei trasferimenti e della pulizia etnica. Ai fini di rispettare gli standard politici, legali, etici ed umanitari, continuava la dichiarazione, gli stati Arabi e la comunità internazionale nella sua totalità devono boicottare questo governo per una vittoria della giustizia e della pace.
Il compagno Jamil Mizher, membro del Comitato Centrale dell’FPLP, ha affermato che il governo estremista di Netanyahu ha pianificato altre aggressioni contro il popolo Palestinese, incluso l’ebraicizzazione di Gerusalemme, la costruzione di insediamenti ed attacchi costanti. Il compagno Mizher ha sottolineato che è più urgente che mai giungere all’unità nazionale Palestinese per affrontare questa aggressione. Egli ha rimarcato che nessun governo Sionista, nonostante tutti i suoi crimini di guerra e attacchi in 61 anni, è riuscito a soggiogare il popolo Palestinese, e che anche quest’altro fallirà.

Traduzione a cura del Collettivo Autorganizzato Universitario – Napoli
coll.autorg.universitario@gmail.com
http://cau.noblogs.org

Il nuovo governo israeliano

9 aprile 2009 3 commenti

Il nuovo governo israeliano di Benjamin Netanyahu è pronto. La cerimonia di insediamento del suo esecutivo avverrà martedì pomeriggio, alle 17 ora locale (le 16 in Italia). La compagine è composta dal partito della destra radicale laica Israel Beitenu di Avigdor Lieberman, dal partito religioso ultraortodosso dello Shas e dai coloni duri e puri del Focolare nazionale ebraico. Ma anche i laburisti, seppur divisi, del ministro della Difesa uscente Ehud Barak che manterrà la poltrona. Per accontentare questa pletora difforme di forze politiche Netanyahu ha dovuto effettuare una sorta di moltiplicazione di posti, 30 ministri, una scelta obbligata ma che non rappresenta certo una garanzia di stabilità.
I ministeri
Netanyahu terrà probabilmente per sé il dicastero delle Finanze e nominerà come suo vice Yuval Steinitz. Altri esponenti del Likud che entreranno nel governo come ministri sono: Yaakov Neeman (Giustizia), Gideon Saar(Istruzione), Yisrael Katz (Trasporti), Moshe Yaalon (Affari Strategici), Gilad Erdan (Protezione ambientale), Limor Livnat (Sport e Cultura) e Yuli Edelstein (probabile futuro ministro dei Media e delle Telecomunicazioni). Il leader del partito nazionalista Yisrael Beiteinu, Avigdor Lieberman, sarà invece il nuovo ministro degli Esteri.

Lieberman e il suo migliore amico

Lieberman e il suo migliore amico

Yisrael Beiteinu, terza forza alla Knesset con 15 seggi, avrà altri quattro ministri: Yitzhak Aharonovitch (Pubblica sicurezza), Uzi Landau (Infrastrutture), Stav Miznikov (Turismo) e Sofa Landover (Immigrazione). Cinque ministri anche per il Partito laburista. Il leader Ehud Barak, ministro della Difesa uscente, manterrà l’incarico; Benjamin Ben-Eliezer sarà ministro del Commercio, Lavoro e Industria; Isaac Herzog avrà il ministero del Welfare; Shalom Simhon il ministero per l’Agricoltura, mentre Avishay Braverman sarà ministro senza portafoglio con la responsabilità per le minoranze. All’opposizione resta il partito centrista Kadima di Tzipi Livni, che ha vinto le elezioni del 10 febbraio scorso di stretta misura, ottenendo un seggio in più del Likud. La Livni ha respinto i ripetuti inviti di Netanyahu per entrare in un ampio governo di unità nazionale, nonostante una parte di Kadima fosse disponibile.

 

I numeri in Parlamento
Ma passiamo ai numeri: Con il sostegno del Labour, Netanyahu arriverà ad avere una maggioranza di 66 seggi sui 120 della Knesset. Ma 7 degli 11 deputati del Partito Laburista hanno espresso la loro ostilità all’ingresso nella coalizione di destra. Se questi votassero contro, la coalizione non andrebbe oltre i 59 voti, e dunque sarebbe in minoranza. Ma non lo faranno, assicurano tutti i commentatori. Non lo faranno nel momento dell’insediamento del governo, ma dopo? Sarà questa una spada di Damocle su ogni decisione del governo. Un’instabilità caratteristica della attuale situazione in Israele, finché non si chiariranno le indicazioni provenienti da oltre oceano sul medio oriente.
Il governo è fatto ma alcune domande restano.

La "democrazia israeliana"

La "democrazia israeliana"

La prima: come mai Ehud Barak ha spinto il suo partito, il Labur Party, ad entrare nella coalizione guidata da Benyamin Netanyahu anche a costo di spaccarlo? E in realtà lo ha spaccato seppur non formalmente. Barak “sotterra una volta per sempre il laburismo israeliano”. “Nel nuovo governo a dare il tono saranno Bibi (Netanyahu), Avigdor Lieberman e gli ortodossi di Shas”, ha esclamato indignata l’esponente della sinistra laburista Shelly Yehimovic. Una possibile risposta si trova nelle parole del segretario della centrale sindacale Histadrut Ofer Eini che nell’assemblea laburista ha prospettato l’altro volto della medaglia con un discorso che ha commosso la platea. “Nei prossimi mesi – ha esordito – 100 mila lavoratori rischiano di perdere il loro posto di lavoro. Già 20 mila saranno licenziati a fine aprile, appena conclusa la Pasqua ebraica”. Eini ha dunque sollecitato i delegati ad essere pratici, ad impegnarsi con il governo, con il sindacato e con gli industriali, per sventare una crisi sociale senza precedenti nella storia di Israele. “I lavoratori hanno bisogno di noi adesso, non in un lontano futuro” ha esclamato. Difatti l’accordo di governo, a sentire Eini, prevede una serie di provvedimenti economici concordati proprio con l’ Histadrut che dovrebbero, nelle speranze dei firmatari, mettere al riparo la classe lavoratrice israeliana dalle ripercussioni della crisi economica mondiale. Ma molti dirigenti laburisti – tra cui il segretario organizzativo Eitan Cabel – affermano che l’ingresso del partito in forma gregaria in un governo con altri sei partiti confessionali e nazionalisti rappresenta “la sua sepoltura definitiva”. Una crisi economica, come quella attuale, con le sue ricadute sul mondo del lavoro può giustificare tante scelte, ma perché Barak ha voluto per sé il ministero della Difesa? Che c’entra questo dicastero con l’attuazione di provvedimenti a favore dei lavoratori? Altra risposta è quella che Barak abbia pensato di dare al nuovo governo, che presenta un ministro degli Esteri che porta il nome di Avigdor Lieberman e che inquieta parte della diplomazia internazionale, una verniciata accettabile, attento allo stile del nuovo inquilino della Casa Bianca. C’è infine un’altra interpretazione, ed è quella che utilizza delle fonti, ovviamente anonime, dei servizi segreti israeliani. Alcuni siti israeliani, ben informati, riferiscono che tra gli alti comandi militari si parla con insistenza di una prossima guerra. Preparazioni in tal senso sembra siano visibili ai più attenti osservatori. La guerra sarebbe quella contro l’Iran o direttamente o per interposto contro Hezbollah. Sempre che vi sia il consenso di Washington. Questo spiegherebbe la pervicacia di Barak di mantenere il ministero della Difesa, decisivo in quel prevedibile e terribile evento.

 

La ‘strana coppia’
Quale che sia la motivazione politica che ha spinto Barak a fare il grande balzo a costo di spaccare il Partito Laburista condannandolo a un probabile permanente ruolo secondario nella politica di Israele, ve ne è una, diciamo così, che parte da lontano. Andiamo a leggere dai diari del “come eravamo” per capire alcune particolarità della politica israeliana, che forse spiega più di tante altre valutazioni questi cambi di direzione politica. I due leader politici israeliani Benyamin Netanyahu e Ehud Barak si conoscono da anni, sono avversari politici ma “fratelli in armi”. Entrambi hanno militato nella più famosa delle unità speciali dell’esercito israeliano ‘Sayeret Matkal’. boycott-israel-free-palestineAllora però i ruoli di comando erano ribaltati: Barak era il comandante del corpo d’èlite e Netanyahu era un suo sottoposto, mentre ora Netanyahu sarà premier e Barak ministro della Difesa. Quell’unità d’assalto con i due attuali uomini politici, fu impiegata nel luglio del 1976, ad Entebbe, in Uganda, durante un dirottamento di un aereo dell’Air France compiuto dalla resistenza palestinese. La famosa ‘Operation Thunderbolt’ che ebbe luogo nella notte tra il 3 luglio ed il 4 luglio 1976, nell’aeroporto di Entebbe. L’operazione costò numerosi morti tra cui il fratello di Netanyahu, il colonello Yonatan. Sarà per questa “compagneria d’armi” che nel corso della campagna elettorale, il politico di destra Netanyahu, non ha risparmiato le lodi nei confronti del politico di sinistra Barak, definendolo suo ministro della Difesa ideale. Ogni paese è il prodotto dalla sua storia, in Israele pare che conti molto di più dell’identità religiosa o etnica quella maturata nei gruppi combattenti israeliani quando il tritolo e il mitra avevano il posto dell’attuale scranno ministeriale.
di Spartaco Salvo   😉

30 marzo: la Giornata della terra, libera e palestinese

29 marzo 2009 2 commenti

Il 30 marzo di ogni anno la Palestina e il suo popolo celebrano e festeggiano la giornata della terra. 

yum al ardGiornata per ricordare tutti coloro che sono stati uccisi nel difendere il diritto di vivere nella propria terra per i palestinesi e per lottare e portare avanti la resistenza contro il continuo furto di terre e il trasferimento forzato della popolazione araba. Per dire no allo stato d’assedio, al muro dell’Apartheid, alla perenne perpetrazione di crimini contro l’umanità ai danni di civili arabi.

Il 30 marzo del 1978 sette giovani palestinesi, cittadini dello Stato d’Israele, furono uccisi dal piombo dello Tsahal mentre manifestavano pacificamente contro l’esproprio di terre in Galilea, nel Neghev e nel triangolo

O scolari di Gaza 
insegnateci 
un po’ di ciò 
che noi abbiamo dimenticato

Insegnateci 
a essere uomini
da noi gli uomini 
sono diventati pasta morbida

Insegnateci
come i sassi
tra le mani dei bambini
diventano diamanti preziosi

Insegnateci
come fa la bicicletta di un bambino  a diventare una mina
e il nastro di seta, 
un’imboscata

 Come la bottiglia del lattepal_handapal
se non la imprigionano
diventa un coltello.

O scolari di Gaza
non date retta
alle nostre trasmissioni
non ascoltateci
colpite
colpite
con tutta la vostra forza
occupatevi del vostro lavoro
e non chiedete a noi

Noi siamo la gente dei conti
dell’addizione
e della sottrazione
conducete le vostre guerre
e lasciateci

Noi siamo i disertori
che hanno abbandonato l’esercito
prendete allora le vostre cordepal_disegno48
e impiccateci

Noi siam morti
che non hanno una tomba
e orfani
che non hanno occhi
che restano chiusi nelle loro tane
e vi abbiamo chiesto
di combattere il drago 

Siamo diventati più piccoli davanti a voi
di mille secoli
E voi, in un mese
più grandi di secoli

O scolari di Gaza
non fate ritorno
a ciò che abbiamo scritto e non leggeteci

Noi siamo i vostri padri
non somigliateci, quindi
noi siamo i vostri idoli
non adorateci

Noi pratichiamo
la menzogna politica
e la repressione
costruiamo tombe
e carceri
liberateci 
dai vincoli della paura che è dentro di noi
cacciate via
l’oppio che c’è nelle nostre teste

Insegnatecimanifesto-bimbo-elmetto-sasso1
l’arte di aggrapparsi alla terra
non abbandonate
il Messia sofferente

Piccoli amati
la pace su di voi
che Dio possa fare del vostro giorno
un gelsomino

Dalle fessure della terra in rovina
siete sorti
e avete seminato nelle nostre ferite
la rosa selvatica 

Questa è la rivoluzione dei quaderni
e dell’inchiostro
diventate sulle labbra
melodie
fate piovere su di noi
valore e fierezza

Lavateci via la nostra bruttezzan791717899_766842_6918
lavateci
non abbiate paura del Faraone
né degli incantesimi di Mosè
e preparatevi a raccogliere le olive

Davvero questa epoca ebraica
un giorno si dissolverà
se ne possediamo la certezza

Folli di Gaza
mille volte benvenuti
i folli
se ci libereranno

L’era della ragione politica
se ne è andata da tempo
insegnateci la follia

___NIZAR QABBANI__
Qui il testo da cui è stato tradotto

INIZIA IL PROGETTO PER AMPLIARE MAALEH ADUMIN: LA CISGIORDANIA SI SPACCA IN DUE

25 marzo 2009 1 commento

Malgrado la aperta opposizione dell’Anp e anche degli Stati Uniti, il governo di Benyamin Netanyahu progetta di estendere in maniera significativa la città-colonia di Maaleh Adumim e di collegarla di fatto alla zona metropolitana della vicina Gerusalemme. Lo ha affermato oggi la radio militare secondo cui esiste in merito una intesa verbale fra il Likud boycott_logoe il partito di destra radicale Israel Beitenu di Avigdor Lieberman. In una intervista alla emittente il sindaco di Maaleh Adumim Beny Kashriel ha confermato di aver ricevuto da Lieberman l’impegno che nei prossimi anni saranno realizzati importanti progetti edili nel suo insediamento. In particolare, secondo la radio militare, è prevista la costruzione di 3.000 unità abitative nella zona E-1, fra Maaleh Adumim e Gerusalemme. Gli Stati Uniti hanno già chiarito da tempo che la realizzazione di quel progetto rischia di spaccare in due tronconi la Cisgiordania e di rendere impossibile la costituzione di uno stato palestinese dotato di continuità geografica

Marce xenofobe in Israele contro la popolazione arabo-israeliana: che si incazza e si difende la città

25 marzo 2009 1 commento

Foto di David Silverman _Getty Images_  

Foto di David Silverman _Getty Images_

 

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Foto Getty Images _la marcia xenofoba inizia, i tetti brulicano di manifestanti_

Parlavamo, appena due giorni fa, di come s’era spostata verso l’estrema destra xenofoba e confessionale l’asse della politica israeliana. Politica non solo di palazzo, dopo le elezioni di febbraio e gli accodi per il governo di coalizione che da ieri procedono a passo di carica; anche politica di strada, con una manifestazione organizzata dall’estrema destra israeliana, ad Umm al-Fahm (città israeliana, importante centro arabo, situata nel distretto di Haifa, con una popolazione di 45.000 persone, la maggiorparte arabo-israeliani).
Una manifestazione che era stata più volte rinviata per i rischi sulla sicurezza, ma poi autorizzata dalla Corte Suprema, che aveva come obiettivo quello di ribadire la sovranità israeliana della città. Dalle stampa internazionale leggiamo la dichiarazione di Michael Ben-Ari, esponente del partito di estrema destra Unione Nazionale (appena eletto alla Knesset): “Se non isseremo la nostra bandiera a Umm al-Fahm, un giorno avremo uno Stato palestinese che arriverà fino a Tel-Aviv”.
Una marcia vera e propria per provocare la popolazione araba residente all’interno dei confini dello stato ebraico: manifestazione composta da militante provenienti soprattutte dalle colonie israeliane di Hebron (la zona caratterizzata da sempre dagli scontri più feroci tra coloni e popolazione palestinese) e del resto della Cisgiordania. Umm al-Fahm oltre ad essere roccaforte araba lo è anche del partito comunista, tanto che alla contro manifestazione annunciata e violentemente voluta da tutta la popolazione della città, si sono uniti attivisti israeliani appartenenti alla sinistra e al partito comunista. Immediatamente, per poter permettere a tutta la popolazione di partecipare alla contro-protesta, per evitare che la marcia potesse entrare in città, è stato dichiarato uno sciopero generale che ha avuto una partecipazione totale.

Foto di Awad _Getty Images_

Foto di Awad _Getty Images_

La provocazione è scoppiata immediatamente in scontri con i 3000 poliziotti anti-sommossa schierati a difendere le fila fasciste della manifestazione. Poco, molto poco è durata la marcia, all’incirca una mezzora, sufficiente a far scoppiare poi ore ed ore di duri scontri iniziati con un fitto lancio di oggetti dalle strade e dai tetti della città, contro la marcia sionista che avanzava sventolando decine di bandiere con la Stella di Davide. Lancio che come risposta ha ricevuto idranti, granate assordanti ed urticanti che hanno causato 16 feriti tra i manifestanti,15 tra i poliziotti schierati e l’arresto di tre manifestanti (arabi, ovviamente). David Cohen, rappresentante della Polizia israeliana ha dichiarato di aver reagito in difesa della democrazia. Gli scontri sono terminati dopo che diversi agenti hanno riportato ferite a causa del lancio di oggetti e dopo l’uso di vari mezzi per disperdere la manifestazione”.
L’estrema destra che ha marciato è la stessa che sta formando il governo di coalizione che tra una decina di giorni prenderà le redini del potere politico e militare nello stato israeliano: il probabile ministro degli esteri Avigdor Lieberman (un vero e proprio nazista dichiarato, fondatore del partito Yisrael Beitanu) ha già proposto l’obbligatorietà di un giuramento di “lealtà” allo Stato ebraico per tutti gli abitanti di etnia araba. Anfibi sempre più neri marciano sulla terra degli ulivi, sulla terra di Palestina

Foto di Uriel Sinai/Getty Images

Foto di Uriel Sinai/Getty Images

SI VIENE A SAPERE DA POCO DEL FERMO DI 22 ARABI-ISRAELIANI CHE AVEVANO PARTECIPATO AGLI SCONTRI DI IERI CONTRO LA MARCIA XENOFOBA ORGANIZZATA ALLE PORTE DELLA CITTA’ UMM AL-FAHM. ACCUSATI DI AVER FOMENTATO GLI SCONTRI

Una donna incinta? Un colpo, due morti!! Tsahal si fa le magliette nuove

22 marzo 2009 15 commenti

468blau2L’obiettivo al centro del mirino sembra aver cambiato aspetto o, per meglio dire, divisa. L’esercito più preparato e equipaggiato del pianeta, Tsahal, Esercito di difesa dello Stato ebraico di Israele, è al centro di aspre polemiche dopo la pubblicazione  di alcuni reportage che hanno gelato l’opinione pubblica internazionale e anche alcune poltrone dei comandi militari israeliani. Di pari passo alle prime denunce al Tribunale internazionale dei diritti umani contro l’IDF riguardanti, tutte, il recente attacco ai danni della popolazione della Striscia di Gaza (l’Operazione “Piombo Fuso: 1342 morti di cui 904 civili accertati in tre settimane di bombardamenti e incursioni) coraggiosi giornalisti di Hareetz stanno martellando quotidianamente i loro lettori -cartacei e telematici- di servizi sulle aberr-azioni degli eroi in divisa di quella che si vanta d’essere la sola democrazia del Medioriente. Probabilmente i vertici militari stanno affannosamente cercando di capire chi tra i loro soldati abbia rilasciato tutte quelle dichiariazioni sul comportamento e sulle regole di ingaggio di quelle recenti settimane di massacri, ma nessuno è voluto uscire dall’anonimato e, dalla quantità di materiale che inizia a circolare,  sarà difficile far abbassare il polverone che si sta alzando.

m020031019Oltre alle tante dichiarazioni dei soldati, ai racconti di come venivano uccise intere famiglie, dell’incredibile permissività delle regole di ingaggio, la notizia che ha fatto più scalpore, rimbalzando sulle testate e sui blog del mondo intero, è quella di un’enorme fornitura di magliette arrivata a diversi battaglioni e brigate dell’esercito per celebrare la conclusione di alcuni corsi d’addestramento. Magliette che hanno fatto la fortuna, in poche settimana, dell’azienda tessile Adiv, di Tel-Aviv, specializzata nel rifornire i vari corpi dell’esercito di berretti, t-shirt e pantaloni.
Un’ordinazione “non ufficiale”, a quel che scriveva Uri Blau pochi giorni fa sulle pagine del suo quotidiano, effettuata attraverso un processo collettivo interno ai reparti, con la supervisione di alcuni sotto-ufficiali; tanto che, appena le immagini delle t-shirts hanno iniziato ad apparire in rete, l’esercito è accorso a fare mblau_soldier2dichiarazioni ufficiali di condanna che potessero placare un’eventuale bufera. “Non sono conformi ai valori delle forze di difesa israeliane e sono semplicemente prive di qualunque gust. Questo genere di umorismo è disdicevole e dovrebbe essere condannato”, si legge in un comunicato  dell’esercito di ieri. Aggiunge anche che i soldati che verranno trovati ad indossarle, saranno immediatamente puniti con un provvedimento disciplinare.

Una breve descrizione di quello che indossano orgogliosi questi soldati è sufficiente per capire la gravità dell’accaduto.

“Un colpo, due morti”: il disegno è un mirino di un cecchino, che punta su una donna completamente velata, sul suo pancione.
“Usa il preservativo”: questa volta l’immagine è diversa ma l’obiettivo è sempre lo stesso: una mamma ed il suo bambino, che questa volta tiene in braccio, morto.
Un’altra maglietta, richiesta dal battaglione Lavi, ha un fumetto con un bambino palestinese, che nel crescere diventa prima un giovane lanciatore di pietre, poi un miliziano armato; la didascalia dice “Non importa come inizia, siamo noi a decidere quando finisce la partita”.
“Ogni madre araba deve sapere che il destino del proprio figlio è nelle mie mani”: questa, su richiesta della Brigata d’elite Givati.
E purtroppo la lista potrebbe continuare. Già due anni fa era scoppiata una polemica perchè, tra i soldati di uno dei reparti d’elite dell’Israel Defence Force, circolava una t-shirt con disegnato un mirino che puntava un bimbo arabo e la scritta che recitava “Più è piccolo, più è difficile”, e nessuno era stato punito per questo.picphp

Oltre all’uso spietato di fosforo bianco, a quello massiccio dei nuovi armamenti composti dalle micidiali bombe DIME, all’aver colpito rifugi per profughi segnalati dalle Nazione Unite, all’aver impedito che stampa e soccorsi entrassero nell’intera Striscia di Gaza per settimane, oltre ad aver ucciso più di 1300 persone in una Guerra che non ha portato alcun risultato , il popolo palestinese deve subire anche lo scempio di queste magliette e il sorriso di chi le indossa.
Niente poi fa ben sperare dopo le elezioni di febbraio che hanno visto l’asse della politica israeliana spostarsi radicalmente a destra: la coalizione con a capo il leader del Likud, Benyamin Netanyahu appoggiato dai partiti confessionali e da quelli dell’estrema destra radicale, si prepara alla gestione del nuovo governo israeliano.   

Tutto ciò è ripugnante.
Non possiamo dire che l’esercito di Israele è peggio dei nazisti? Nessun problema.
Diremo solo che siete spietati assassini, che mirate ai bambini, che spesso i vostri cecchini si divertono solo a mutilarli colpendoli alle ginocchia, che se siete costretti ad usare le pallottole di gomma in situazioni particolari le puntate agli occhi in modo da causare lo stesso effetto. Che demolite casa, che sterminate intere famiglie, che colpite ospedali e scuole, che rubate acqua, terra, risorse e vita ad un intero popolo. E che per di più ne andate fieri. Vi stampate un genocidio sulle magliette e lo indossate con la vostra arroganza da occupanti.
Calpestando una terra rubata e stuprata con i vostri anfibi.    ______baruda_______

L’ F.P.L.P. denuncia le azioni contro il prigioniero Sa’adat

21 marzo 2009 Lascia un commento

Urgente: l’FPLP denuncia le azioni arbitrarie di Israele contro il compagno Sa’adat
Tratto da: http://www.pflp.ps/english
Un portavoce del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) ha denunciato le azioni arbitrarie e di ritorsione messe in atto n762789514_986290_1173dalle autorità carcerarie e dalle forze dell’occupazione razzista contro il Segretario Generale dell’FPLP, il compagno leader Ahmed Sa’adat. I continui trasferimenti del compagno Sa’adat da una prigione ad un’altra nelle più dure condizioni, anche alla luce del deterioramento delle sue condizioni di salute, sono un tentativo di isolare Sa’adat e costituiscono un crimine di guerra e la violazione dei suoi diritti. Il compagno Sa’adat viene maltrattato dai sionisti e il peggioramento delle sue condizioni di salute è un risultato diretto delle carceri israeliane, a causa dei quotidiani abusi e delle quotidiane violazioni delle forze d’occupazione, uniche responsabili delle conseguenze di questa situazione. L’FPLP chiede a tutte le istituzioni per i diritti umani ed umanitarie, alla Croce Rossa e all’ONU di intervenire urgentemente per porre dine a queste quotidiane vessazioni israeliane contro il compagno Sa’adat e contro tutti i prigionieri palestinesi detenuti nelle prigioni israeliane.

Traduzione a cura del Collettivo Autorganizzato Universitario – Napoli coll.autorg.universitario@gmail.com http://cau.noblogs.org

ANNIVERSARIO DELL’ASSASSINIO DI RACHEL CORRIE. NESSUN PERDONO, NESSUNA PACE

16 marzo 2009 3 commenti

Rachel Corrie, 23 anni, attivista statunitense, è stata assassinata il 16 marzo 2003, schiacciata da una ruspa israeliana. Rachel tentava di evitare che la ruspa demolisse l’abitazione di un medico palestinese nella Striscia di Gaza. 
Nelle sue ultime lettere racconta ai familiari la Palestina che ha conosciuto partecipando alle azioni dell’International Solidarity Movement.

towell_gazaperrachelCiao amici e famiglia e tutti gli altri,

sono in Palestina da due settimane e un’ora e non ho ancora parole per descrivere ciò che vedo. È difficilissimo per me pensare a cosa sta succedendo qui quando mi siedo per scrivere alle persone care negli Stati Uniti. È come aprire una porta virtuale verso il lusso. Non so se molti bambini qui abbiano mai vissuto senza i buchi dei proiettili dei carri armati sui muri delle case e le torri di un esercito che occupa la città che li sorveglia costantemente da vicino. Penso, sebbene non ne sia del tutto sicura, che anche il più piccolo di questi bambini capisca che la vita non è così in ogni angolo del mondo. Un bambino di otto anni è stato colpito e ucciso da un carro armato israeliano due giorni prima che arrivassi qui e molti bambini mi sussurrano il suo nome – Alì – o indicano i manifesti che lo ritraggono sui muri.

I bambini amano anche farmi esercitare le poche conoscenze che ho di arabo chiedendomi “Kaif Sharon?” “Kaif Bush?” e ridono quando dico, “Bush Majnoon”, “Sharon Majnoon” nel poco arabo che conosco. (Come sta Sharon? Come sta Bush? Bush è pazzo. Sharon è pazzo.). Certo, questo non è esattamente quello che credo e alcuni degli adulti che sanno l’inglese mi correggono: “Bush mish Majnoon” … Bush è un uomo d’affari. Oggi ho tentato di imparare a dire “Bush è uno strumento” (Bush is a tool), ma non penso che si traduca facilmente. In ogni caso qui si trovano dei ragazzi di otto anni molto più consapevoli del funzionamento della struttura globale del potere di quanto lo fossi io solo pochi anni fa.y1p_hclsueimo1uzhqg4swvqogy9o08dclnulkosrm98_w7dqpmxeutucuijfbrcxd-o5lykumaxtk

Tuttavia, nessuna lettura, conferenza, documentario o passaparola avrebbe potuto prepararmi alla realtà della situazione che ho trovato qui. Non si può immaginare a meno di vederlo, e anche allora si è sempre più consapevoli che l’esperienza stessa non corrisponde affatto alla realtà: pensate alle difficoltà che dovrebbe affrontare l’esercito israeliano se sparasse a un cittadino statunitense disarmato, o al fatto che io ho il denaro per acquistare l’acqua mentre l’esercito distrugge i pozzi e naturalmente al fatto che io posso scegliere di andarmene. Nessuno nella mia famiglia è stato colpito, mentre andava in macchina, da un missile sparato da una torre alla fine di una delle strade principali della mia città. Io ho una casa. Posso andare a vedere l’oceano. Quando vado a scuola o al lavoro posso essere relativamente certa che non ci sarà un soldato, pesantemente armato, che aspetta a metà strada tra Mud Bay e il centro di Olympia a un checkpoint, con il potere di decidere se posso andarmene per i fatti miei e se posso tornare a casa quando ho finito.

Dopo tutto questo peregrinare, mi trovo a Rafah: una città di circa 140.000 persone, il 60% di questi sono profughi, molti di loro due o tre volte profughi. Oggi, mentre camminavo sulle macerie, dove una volta sorgevano delle case, alcuni soldati egiziani mi hanno rivolto la parola dall’altro lato del confine. “Vai! Vai!” mi hanno gridato, perché si avvicinava un carro armato. E poi mi hanno salutata e mi hanno chiesto “come ti chiami?”. C’è qualcosa di preoccupante in questa curiosità amichevole. Mi ha fatto venire in mente in che misura noi, in qualche modo, siamo tutti bambini curiosi di altri bambini. Bambini egiziani che urlano a donne straniere che si avventurano sul percorso dei carri armati. Bambini palestinesi colpiti dai carri armati quando si sporgono dai muri per vedere cosa sta accadendo. Bambini di tutte le nazioni che stanno in piedi davanti ai carri armati con degli striscioni. Bambini israeliani che stanno in modo anonimo sui carri armati, di tanto in tanto urlano e a volte salutano con la mano, molti di loro costretti a stare qui, molti semplicemente aggressivi, sparano sulle case mentre noi ci allontaniamo.
Ho avuto difficoltà a trovare informazioni sul resto del mondo qui, ma sento dire che un’escalation nella guerra contro l’Iraq è inevitabile. Qui sono molto preoccupati della “rioccupazione di Gaza”. Gaza viene rioccupata ogni giorno in vari modi ma credo che la paura sia quella che i carri armati entrino in tutte le strade e rimangano qui invece di entrare in alcune delle strade e ritirarsi dopo alcune ore o dopo qualche giorno a osservare e sparare dai confini delle comunità. Se la gente non sta già pensando alle conseguenze di questa guerra per i popoli dell’intera regione, spero che almeno lo iniziate a fare voi.

Un saluto a tutti. Un saluto alla mia mamma. Un saluto a smooch. Un saluto a fg e a barnhair e a sesamees e alla Lincoln School. Un saluto a Olympia. 
Rachel

20 febbraio 2003

Mamma,

tempoadesso l’esercito israeliano è arrivato al punto di distruggere con le ruspe la strada per Gaza, ed entrambi i checkpoint principali sono chiusi. Significa che se un palestinese vuole andare ad iscriversi all’università per il prossimo quadrimestre non può farlo. La gente non può andare al lavoro, mentre chi è rimasto intrappolato dall’altra parte non può tornare a casa; e gli internazionali, che domani dovrebbero essere ad una riunione delle loro organizzazioni in Cisgiordania, non potranno arrivarci in tempo. Probabilmente ce la faremmo a passare se facessimo davvero pesare il nostro privilegio di internazionali dalla pelle bianca, ma correremmo comunque un certo rischio di essere arrestati e deportati, anche se nessuno di noi ha fatto niente di illegale.

La striscia di Gaza è ora divisa in tre parti. C’è chi parla della “rioccupazione di Gaza”, ma dubito seriamente che stia per succedere questo, perché credo che in questo momento sarebbe una mossa geopoliticamente stupida da parte di Israele. Credo che dobbiamo aspettarci piuttosto un aumento delle piccole incursioni al di sotto del livello di attenzione dell’opinione pubblica internazionale, e forse il paventato “trasferimento di popolazione”. Per il momento non mi muovo da Rafah, non penso di partire per il nord. Mi sento ancora relativamente al sicuro e nell’eventualità di un’incursione più massiccia credo che, per quanto mi riguarda, il rischio più probabile sia l’arresto. Un’azione militare per rioccupare Gaza scatenerebbe una reazione molto più forte di quanto non facciano le strategie di Sharon basate sugli omicidi che interrompono i negoziati di pace e sull’arraffamento delle terre, strategie che al momento stanno servendo benissimo allo scopo di fondare colonie dappertutto, eliminando lentamente ma inesorabilmente ogni vera possibilità di autodeterminazione palestinese.

Sappi che un mucchio di palestinesi molto simpatici si sta prendendo cura di me. Mi sono presa una lieve influenza e per curarmi mi hanno dato dei image005beveroni al limone buonissimi. E poi la signora che ha le chiavi del pozzo dove ancora dormiamo mi chiede continuamente di te. Non sa una parola d’inglese ma riesce a chiedermi molto spesso della mia mamma – vuole essere sicura che ti chiami.

Un abbraccio a te, a papà, a Sara, a Chris e a tutti. 
Rachel

27 febbraio 2003 
(alla madre)

Vi voglio bene. Mi mancate davvero. Ho degli incubi terribili, sogno i carri armati e i bulldozer fuori dalla nostra casa, con me e voi dentro. A volte, l’adrenalina funge da anestetico per settimane di seguito, poi improvvisamente la sera o la notte la cosa mi colpisce di nuovo: un po’ della realtà della situazione.

Ho proprio paura per la gente qui. Ieri ho visto un padre che portava fuori i suoi bambini piccoli, tenendoli per mano, alla vista dei carri armati e di una torre di cecchini e di bulldozer e di jeep, perché pensava che stessero per fargli saltare in aria la casa. In realtà, l’esercito israeliano in quel momento faceva detonare un esplosivo nel terreno vicino, un esplosivo piantato, a quanto pare, dalla resistenza palestinese. Questo è nella stessa zona in cui circa 150 uomini furono rastrellati la scorsa domenica e confinati fuori dall’insediamento mentre si sparava sopra le loro teste e attorno a loro, e mentre i carri armati e i bulldozer distruggevano 25 serre, che davano da vivere a 300 persone. L’esplosivo era proprio davanti alle serre, proprio nel punto in cui i carri armati sarebbero entrati, se fossero ritornati. Mi spaventava pensare che per quest’uomo, era meno rischioso camminare in piena vista dei carri armati rachelcorrie3id0che restare in casa. Avevo proprio paura che li avrebbero fucilati tutti, e ho cercato di mettermi in mezzo, tra loro e il carro armato. Questo succede tutti i giorni, ma proprio questo papà con i suoi due bambini così tristi, proprio lui ha colto la mia attenzione in quel particolare momento, forse perché pensavo che si fosse allontanato a causa dei nostri problemi di traduzione.

Ho pensato tanto a quello mi avete detto per telefono, di come la violenza dei palestinesi non migliora la situazione. Due anni fa, sessantamila operai di Rafah lavoravano in Israele. Oggi, appena 600 possono entrare in Israele per motivi di lavoro. Di questi 600, molti hanno cambiato casa, perché i tre checkpoint che ci sono tra qui e Ashkelon (la città israeliana più vicina) hanno trasformato quello che una volta era un viaggio di 40 minuti in macchina in un viaggio di almeno 12 ore, quando non impossibile. Inoltre, quelle che nel 1999 erano le potenziali fonti di crescita economica per Rafah sono oggi completamente distrutte: l’aeroporto internazionale di Gaza (le piste demolite, tutto chiuso); il confine per il commercio con l’Egitto (oggi con una gigantesca torre per cecchini israeliani al centro del punto di attraversamento); l’accesso al mare (tagliato completamento durante gli ultimi due anni da un checkpoint e dalla colonia di Gush Katif). Dall’inizio di questa intifada, sono state distrutte circa 600 case a Rafah, in gran parte di persone che non avevano alcun rapporto con la resistenza, ma vivevano lungo il confine.

Credo che Rafah oggi sia ufficialmente il posto più povero del mondo. Esisteva una classe media qui, una volta. Ci dicono anche che le spedizioni dei fiori da Gaza verso l’Europa venivano, a volte, ritardate per due settimane al valico di Erez per ispezioni di sicurezza. Potete immaginarvi quale fosse il valore di fiori tagliati due settimane prima sul mercato europeo, quindi il mercato si è chiuso. 11_fotop6E poi sono arrivati i bulldozer, che distruggono gli orti e i giardini della gente. Cosa rimane per la gente da fare? Ditemi se riuscite a pensare a qualcosa. Io non ci riesco. Se la vita e il benessere di qualcuno di noi fossero completamente soffocati, se vivessimo con i nostri bambini in un posto che ogni giorno diventa più piccolo, sapendo, grazie alle nostre esperienze passate, che i soldati e i carri armati e i bulldozer ci possono attaccare in qualunque momento e distruggere tutte le serre che abbiamo coltivato da tanto tempo, e tutto questo mentre alcuni di noi vengono picchiati e tenuti prigionieri assieme a 149 altri per ore: non pensate che forse cercheremmo di usare dei mezzi un po’ violenti per proteggere i frammenti che ci restano? Ci penso soprattutto quando vedo distruggere gli orti e le serre e gli alberi da frutta: anni di cure e di coltivazione. Penso a voi, e a quanto tempo ci vuole per far crescere le cose e quanta fatica e quanto amore ci vuole. Penso che in una simile situazione, la maggior parte della gente cercherebbe di difendersi come può. Penso che lo farebbe lo zio Craig. Probabilmente la nonna la farebbe. E penso che lo farei anch’io.

Mi avete chiesto della resistenza non violenta. Quando l’esplosivo è saltato ieri, ha rotto tutte le finestre nella casa della famiglia. Mi stavano servendo del tè, mentre giocavo con i bambini. Adesso è un brutto momento per me. Mi viene la nausea a essere trattata sempre con tanta dolcezza da persone che vanno incontro alla catastrofe. So che visto dagli Stati Uniti, tutto questo sembra iperbole. Sinceramente, la grande gentilezza della gente qui, assieme ai tremendi segni di deliberata distruzione delle loro vite, mi fa sembrare tutto così irreale. Non riesco a credere che qualcosa di questo genere possa succedere nel mondo senza che ci siano più proteste. Mi colpisce davvero, di nuovo, come già mi era successo in passato, vedere come possiamo far diventare così orribile questo mondo. Dopo aver parlato con voi, mi sembrava che forse non riuscivate a credere completamente a quello che vi dicevo. fotop8Penso che sia meglio così, perché credo soprattutto all’importanza del pensiero critico e indipendente. E mi rendo anche conto che, quando parlo con voi, tendo a controllare le fonti di tutte le mie affermazioni in maniera molto meno precisa. In gran parte questo è perché so che fate anche le vostre ricerche.

Ma sono preoccupata per il lavoro che svolgo. Tutta la situazione che ho descritto, assieme a tante altre cose, costituisce un’eliminazione, a volte graduale, spesso mascherata, ma comunque massiccia, e una distruzione, delle possibilità di sopravvivenza di un particolare gruppo di persone. Ecco quello che vedo qui. Gli assassini, gli attacchi con i razzi e le fucilazioni dei bambini sono atrocità, ma ho tanta paura che se mi concentro su questi, finirò per perdere il contesto. La grande maggioranza della gente qui, anche se avesse i mezzi per fuggire altrove, anche se veramente volesse smetterla di resistere sulla loro terra e andarsene semplicemente (e questo sembra essere uno degli obiettivi meno nefandi di Sharon), non può andarsene. Perché non possono entrare in Israele per chiedere un visto e perché i paesi di destinazione non li farebbero entrare: parlo sia del nostro paese che di quelli arabi. Quindi penso che quando la gente viene rinchiusa in un ovile – Gaza – da cui non può uscire, e viene privata di tutti i mezzi di sussistenza, ecco, questo credo che si possa qualificare come genocidio. corrie_afterAnche se potessero uscire, credo che si potrebbe sempre qualificare come genocidio. Forse potreste cercare una definizione di genocidio secondo il diritto internazionale. Non me la ricordo in questo momento. Spero di riuscire con il tempo a esprimere meglio questi concetti. Non mi piace usare questi termini così carichi. Credo che mi conoscete sotto questo punto di vista: io do veramente molto valore alle parole. Cerco davvero di illustrare le situazioni e di permettere alle persone di tirare le proprie conclusioni. Comunque, mi sto perdendo in chiacchiere. Voglio solo scrivere alla mamma per dirle che sono testimone di questo genocidio cronico e insidioso, e che ho davvero paura, comincio a mettere in discussione la mia fede fondamentale nella bontà della natura umana.

Bisogna che finisca. Credo che sia una buona idea per tutti noi, mollare tutto e dedicare le nostre vite affinché ciò finisca. Non penso più che sia una cosa da estremisti. Voglio davvero andare a ballare al suono di Pat Benatar e avere dei ragazzi e disegnare fumetti per quelli che lavorano con me. Ma voglio anche che questo finisca. Quello che provo è incredulità mista a orrore. Delusione. Sono delusa, mi rendo conto che questa è la realtà di base del nostro mondo e che noi ne siamo in realtà partecipi. Non era questo che avevo chiesto quando sono entrata in questo mondo. Non era questo che la gente qui chiedeva quando è entrata nel mondo. Non è questo il mondo in cui tu e papà avete voluto che io entrassi, quando avete deciso di farmi nascere. Non era questo che intendevo, quando guardavo il lago Capital e dicevo, “questo è il vasto mondo e sto arrivando!” Non intendevo dire che stavo arrivando in un mondo in cui potevo vivere una vita comoda, senza alcuno sforzo, vivendo nella completa incoscienza della mia partecipazione a un genocidio.

Sento altre forti esplosioni fuori, lontane, da qualche parte. Quando tornerò dalla Palestina, probabilmente soffrirò di incubi e mi sentirò in colpa per il fatto di non essere qui, ma posso incanalare tutto questo in altro lavoro. Venire qui è stata una delle cose migliori che io abbia mai fatto. E quindi, se sembro impazzita, o se l’esercito israeliano dovesse porre fine alla loro tradizione razzista di non far male ai bianchi, attribuite il motivo semplicemente al fatto che io mi trovo in mezzo a un genocidio che io anch’io sostengo in maniera indiretta, e del quale il mio governo è in larga misura responsabile. 
Voglio bene a te e a papà. Scusatemi il lungo papiro. OK, uno sconosciuto vicino a me mi ha appena dato dei piselli, devo mangiarli e ringraziarli. 
Rachel

28 febbraio 2003 
(alla madre)

Grazie, mamma, per la tua risposta alla mia e-mail. Mi aiuta davvero ricevere le tue parole, e quelle di altri che mi vogliono bene.

Dopo averti scritto ho perso i contatti con il mio gruppo per circa dieci ore: le ho passate in compagnia di una famiglia che vive in prima linea a Hi Salam. carlorachelMi hanno offerto la cena, e hanno pure la televisione via cavo. Nella loro casa le due stanze che danno sulla facciata sono inutilizzabili perché i muri sono crivellati da colpi di arma da fuoco, perciò tutta la famiglia – padre, madre e tre bambini-dorme nella stanza dei genitori. Io ho dormito sul pavimento, accanto a Iman, la bimba più piccola, e tutti eravamo sotto le stesse coperte. Ho aiutato un po’ il figlio maschio con i compiti d’inglese e abbiamo guardato tutti insieme Pet Semetery, che è un film davvero terrificante. Penso che per loro sia stato un gran divertimento vedere come quasi non riuscivo a guardarlo. Da queste parti il giorno festivo è venerdì, e quando mi sono svegliata stavano guardando i Gummy Bears doppiati in arabo. Così ho fatto colazione con loro, e sono rimasta un po’ lì seduta così, a godermi la sensazione di stare in mezzo a quel groviglio di coperte, insieme alla famiglia che guardava quello che a me faceva l’effetto dei cartoni della domenica mattina.

Poi ho fatto un pezzo di strada a piedi fino a B’razil, che è dove vivono Nidal, Mansur, la Nonna, Rafat e tutto il resto della grande famiglia che mi ha letteralmente adottata a cuore aperto. (A proposito, l’altro giorno, la Nonna mi ha fatto una predica mimata in arabo: era tutto un gran soffiare e additare lo scialle nero. Sono riuscita a farle dire da Nidal che mia madre sarebbe stata contentissima di sapere che qui c’è qualcuno che mi fa le prediche sul fumo che annerisce i polmoni). Ho conosciuto una loro cognata, che è venuta a trovarli dal campo profughi di Nusserat, e ho giocato con il suo bebè.

L’inglese di Nidal migliora di giorno in giorno. È lui a chiamarmi “sorella”. Ha anche cominciato ad insegnare alla Nonna a dire “Hello. How are you?” in inglese. Si sente costantemente il rumore dei carri armati e dei bulldozer che passano, eppure tutte queste persone riescono a mantenere un sincero buon umore, sia tra loro che nei rapporti con me. Quando sono in compagnia di amici palestinesi mi sento un po’ meno orripilata di quando cerco di impersonare il ruolo di osservatrice sui diritti umani o di raccoglitrice di testimonianze, o di quando partecipo ad azioni di resistenza diretta. Danno un ottimo esempio del modo giusto di vivere in mezzo a tutto questo nel lungo periodo. So che la situazione in realtà li colpisce – e potrebbe alla fine schiacciarli – in un’infinità di modi, e tuttavia mi lascia stupefatta la forza che dimostrano riuscendo a difendere in così grande misura la loro umanità – le risate, la generosità, il tempo per la famiglia – contro l’incredibile orrore che irrompe nelle loro vite e contro la presenza costante della morte. Dopo stamattina mi sono sentita molto meglio.

In passato ho scritto tanto sulla delusione di scoprire, in qualche misura direttamente, di quanta malignità siamo ancora capaci. Ma è giusto aggiungere, almeno di sfuggita, che sto anche scoprendo una forza straordinaria e una straordinaria capacità elementare dell’essere umano di mantenersi umano anche nelle circostanze più terribili – anche di questo non avevo mai fatto esperienza in modo così forte. Credo che la parola giusta sia dignità. Come vorrei che tu potessi incontrare questa gente. Chissà, forse un giorno succederà, speriamo. 
Rachel

Traduzioni di Miguel Martinez, Lucia De Rocco, Silvia Lanfranchini, Nora Tigges Mazzone, Andrea Spila

Ferito alla testa attivista americano: ISRAELE STATO ASSASSINO

14 marzo 2009 Lascia un commento

murosionista_1Ieri, a Nil’in, l’esercito israeliano ha aperto il fuoco contro 400 attivisti palestinesi, israeliani e internazionali che manifestavano pacificamente contro il Muro. Un cittadino statunitense è rimasto gravemente ferito alla testa da un lacrimogeno lanciato dai soldati israeliani. Testimoni locali hanno riferito che il candelotto gli ha provocato uno squarcio nella fronte rendendo visibile la materia cerebrale. L’attivista dell’ISM – International Solidarity Movement – è stato ricoverato in condizioni molto gravi in un ospedale di Tel Aviv. L’uomo si chiama Tristan Anderson, ha 37 anni ed è originario di Oakland, in California. Un attivista che era con lui, Jonathan Polack, ha denunciato all’edizione online di ‘Yediot Ahronot’ come ”non giustificato” l’operato delle forze di sicurezza israelialne, accusate di aver colpito Anderson quando si erano interrotti gli scontri degli attivisti contro i militari occupanti e per di più mentre Anderson era seduto a terra. Altre 4 persone sono state colpite da proiettili di metallo rivestiti di gomma e decine di altre sono state intossicate dai lacrimogeni. La manifestazione nonviolenta di Nil’in è un appuntamento settimanale, avviato da tempo, e, come l’analogo di Bil’in, è molto popolare. Pacifisti internazionali e israeliani si uniscono al corteo di palestinesi che parte ogni venerdì dalla cittadina e si dirigono verso il Muro costruito da Israele per sottrarre nuove terre ai palestinesi.

Jean-Paul Sartre sulla Tortura

12 marzo 2009 10 commenti

Nel 1943, in via Lauriston, erano dei francesi a gridare d’angoscia e di dolore. 
La Francia intera li udiva. L’esito della guerra non era certo, e non si voleva neppure pensare al futuro; ma una sola cosa ci pareva comunque impossibile: che si sarebbero fatti urlare altri uomini, un giorno, in nostro nome.

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Henri Alleg

Ma impossibile non è francese: nel 1958, ad Algeri, si tortura abitualmente, sistematicamente; tutti lo sanno, da Lacoste ai contadini dell’Aveyron. Nessuno ne parla, o quasi: fili di voce si estinguono, nel silenzio. La Francia non era più muta di oggi sotto l’occupazione; ma aveva almeno la scusa di essere imbavagliata. All’estero, il caso nostro è già giudicato: la Francia continua a degradarsi: dal ’39 secondo alcuni, dal ’18 secondo altri.
Io non credo però così facilmente alla degradazione di un popolo; credo ai suoi marasmi e alle sue ottusità. Durante la guerra, quando la radio inglese o la stampa clandestina ci parlavano dei massacri di Ouradour, guardavamo i soldati tedeschi che passeggiavano per le vie con aria innocua, e ci capitava di osservare tra noi: “Eppure sono uomini che ci rassomigliano: come possono fare quello che fanno?” Eravamo fieri di noi, perché riuscivamo a non capirli.

Oggi sappiamo che non c’è nulla da comprendere; tutto si è compiuto insensibilmente, con abbandoni impercettibili; quando abbiamo levato il capo, abbiamo visto nello specchio un volto sconosciuto, odioso: il nostro. Atterriti dallo stupore, i francesi scoprono questa evidenza terribile: se niente vale a proteggere una nazione contro se stessa -né il suo passato, né le sue fedeltà, né le sue proprie leggi,- se bastano quindici anni per cambiare le vittime in carnefici, allora chi decide è l’occasione; basta l’occasione a trasformare la vittima in carnefice: qualsiasi uomo, in qualsiasi momento.

Felici quelli che sono morti senza aver mai dovuto domandarsi: “Se mi strappano le unghie, parlerò?” Ma più felici quelli che non sono stati costretti, usciti appena dall’infanzia, a porsi l‘altra domanda: “Se i miei amici, i miei compagni d’armi, i miei capi strappano le unghie a un nemico dinanzi ai miei occhi, cosa farò?”

Che sanno di loro stessi questi giovani messi con le spalle al muro dalle circostanze? Essi indovinano che qualsiasi decisione possano prendere qui, sembrerà loro astratta e vuota nel momento decisivo; che tutto il loro essere sarà rimesso in gioco da situazioni imprevedibili; e che le loro decisioni per la Francia, per se stessi, dovranno prenderle laggiù, da soli. Essi partono. Altri ritornano, dopo aver sperimentato la propria impotenza, serbando nella maggior parte dei casi un silenzio pieno di rancore. Nasce la paura: la paura degli altri e di se stessi, e dilaga in ogni ambiente. La vittima e il boia si confondono nella nostra stessa immagine. Poiché, nei casi estremi, l’unica maniera di rifiutare una delle due parti consiste nell’accettare l’altra.
Una tale scelta non si impone -almeno non ancora- ai francesi in Francia. Ma proprio queste indeterminatezza ci pesa: noi siamo la ferita e il coltello: l’orrore di questo e il terrore di quella si bilanciano e si rafforzano reciprocamente. I ricordi riaffiorano. 250px-17octobre61matraqueQuindici anni or sono i migliori della nostra Resistenza avevano paura di non resistere alla sofferenza, più che della sofferenza stessa. Essi dicevano :” Quando tace, la vittima salva ogni cosa; ma quando parla, nessuno ha diritto di giudicarla, neppure colui che non ha parlato: essa s’accoppia col suo carnefice, diventa la sua femmina, e questa coppia allacciata sprofonda nella notte dell’abiezione”. L’abiezione ritorna.
A El-Biar, essa ritorna ogni notte. In Francia è la fuliggine dei nostri cuori. Ecco, una propaganda sussurrata  insinua appunto che “tutti parlano”; e così la tortura si giustifica con l’umana ignoranza: ciascuno di noi essendo un traditore potenziale, il boia che è in ciascuno di noi trova giustificazione. Tanto più che la gloria della Francia lo esige, come voci suadenti insinuano ogni giorno. Un buon patriota non può avere che buona coscienza. Solo un disfattista può averla cattiva.
Allora, lo sbigottimento diviene disperazione: se il patriottismo deve precipitarci all’abiezione, se nessuna sorveglianza, mai, ha impedito alle nazioni e all’umanità tutta di perdersi in una follia disumana, allora, a che scopo tormentarci per divenire o rimanere degli uomini? Essere disumani è la nostra verità.
Ma se di vero non c’è altro che il terrore, terrorizzare o essere terrorizzati, a che scopo vivere e restare patrioti?
Questi pensieri sono stati seminati in noi con la violenza. Nella loro oscurità e nella loro falsità, discendono tutti da questa premessa: l’uomo è inumano. Il loro obiettivo è convincerci della nostra impotenza, e ci riusciranno, finché non li guarderemo in faccia. Ma bisogna che all’estero si sappia che il nostro silenzio non significa consenso. Esso deriva da angosce provocate, esasperate, sapientemente dirette. Lo sapevo da tempo, ma aspettavo la prova decisiva.
Essa è venuta.
algeriQuindi giorni fa, presso le Editions de Minuit, usciva un libro: La Tortura.
Il suo autore, Henri Alleg, tuttore detenuto in una prigione di Algeri, racconta senza commenti inutili, con precisione ammirevole, gli “interrogatori” che ha subito. I carnefici, come gli avevano promesso, lo hanno “curato”: “telefono da campo”, supplizio dell’acqua  come al tempo della Brinvilliers, ma coi perfezionamenti tecnici del nostro tempo, supplizio del fuoco, della sete, etc.
E’ un libro che sconsigliamo alle anime tenere.

Finora, solo qualche richiamato alle armi e soprattutto qualche sacerdote avevano osato portare testimonianze. Avevano vissuto in mezzo ai torturatori, loro e nostri fratelli. Delle vittime, per lo più. Non conoscevano che le urla, le ferite, le sofferenze; additavano i segni del sadismo su brandelli di carne. Ma che cosa ci distingueva da questi sadici? Nulla, dal momento che tacevamo.
La nostra indignazione poteva anche parerci sincera: ma avremmo saputo provarla vivendo laggiù, o non ci saremmo piuttosto abbandonati a una cupa rassegnazione, a un universale disgusto? Per mio conto, leggevo talvolta per dovere e magari pubblicavo, ma detestandomi, quei racconti, che ci mettevano spietatamente in causa, e che non ci lasciavano speranza.

Con La Tortura, tutto cambia. Alleg ci risparmia vergogna e disperazione, perché è una vittima e ha “vinto” la tortura. battagliadialgeri215C’è un sinistro umorismo, in questo rovesciamento di posizioni; lo hanno martirizzato in nome nostro, e noi, grazie a lui, ritroviamo un poco della nostra fierezza: siamo fieri che sia un francese. I lettori si incarnano in lui con passione, l’accompagnano sino al passo estremo della sofferenza. Con lui, soli e nudi, lottano e resistono. Sarebbero questi lettori, saremmo noi capaci davvero di tanto? Questo è un altro affare. Quello che conta è che la vittima ci libera facendoci scoprire, come lo scopre lei stessa, che abbiamo la possibilità e il dovere di sopportare tutto.
Eravamo come affascinati dalla vertigine dell’inumano, ma basta che un uomo duro e ostinato -ostinato nel suo mestiere d’uomo- a strapparti all’incantesimo: la “tortura” non è nulla di inumano, è soltanto un crimine ignobile e lurido, commesso da uomini contro altri uomini, e che altri uomini ancora possono e debbono reprimere. L’inumano non esiste, se non negli incubi generati dalla paura. Basta il calmo coraggio di una vittima, la sua modestia, la sua lucidità, per liberarci dalla mistificazione. Alleg ha strappato la tortura alla notte che la ricopriva:; avviciniamoci, guardiamola alla luce.

Questi carnefici, prima di tutto, che cosa sono? Dei sadici? Degli arcangeli irritati? Dei signori della guerra con i loro terrificanti capricci? A creder loro, sarebbero una mescolanza di tutto questo. Ma Alleg, appunto, non li crede. Quel che risulta da quanto egli ci riferisce è che essi vorrebbero convincere se stessi e convincere la vittima di una loro piena sovranità: ora come superuomini che tengono dei semplici uomini in loro potere, ora come uomini forti e severi, incaricati di addomesticare la bestia più oscena, più feroce e più vile che ci sia, la bestia umana. S’indovina che non fanno tuttavia scelte sottili: l’essenziale è far sentire al prigioniero che non è della loro razza_ lo si spoglia, lo si imbavaglia, lo si beffeggia. Intanto, dei soldato vanno e vengono, pronunciando insulti e minacce con una disinvoltura che vorrebbe apparire terribile.
Ma Alleg, nudo, tremante di freddo, legato a una tavola ancor nera e viscida di vecchi vomiti, riduce tutte queste manovre alla loro miserabile verità: sono commedie recitate da imbecilli. Commedia, la violenza fascista delle loro parole, i il giuramento di “buttare all’aria la Repubblica”. Commedia, il discorso algeria4dell’aiutante di campo del generale M., che termina con queste parole: “Non vi resta più che suicidarvi”. Commedie grossolane, sempre quelle, che ricominciano senza convinzione ogni notte, con ogni prigioniero, e che poi si smettono per mancanza di tempo. Perché questi orribili lavoratori sono sovraccarichi di lavoro e fatica: i prigionieri fanno la coda davanti alla tavola del supplizio, si legano, si slegano, si portano in giro le vittime da una camera di tortura all’altra. A guardare con gli occhi di Alleg questo immondo alveare ci si accorge che gli stessi torturatori sono soverchiati da ciò che fanno.
Certo, sanno che atteggiarsi alla calma, bere birra, tranquilli e decisi, accanto a un corpo martirizzato, e poi d’un tratto balzano in piedi, corrono dappertutto, bestemmiano e urlano di rabbia: dei nevrotici che sarebbero delle vittime eccellenti, e alla prima sferzata confesserebbero.
Malvagi, rabbiosi, certo. Sadici? No, nemmeno sadici: hanno troppa fretta. E’ quella che li salva, del resto: resistono grazie alla velocità acquistata: debbono correre senza requie o crollare.
Eppure amano il lavoro ben fatto: se lo giudicano necessario, spingono la coscienza professionale fino ad uccidere. Ed ecco quello che colpisce, nella narrazione di Alleg: dietro questi chirurghi squallidi e sgomenti senti una inflessibilità che li supera, loro e i loro capi.
Sarebbe troppa fortuna, se questi delitti fossero l’opera di un pugno di pazzi. In verità è la tortura, che fa i carnefici. Dopo tutto, questi soldati non si erano arruolati in un corpo scelto per martirizzare il nemico vinto.
Alleg, in pochi tratti, ci descrive quelli che ha conosciuto, e questo basta a segnare le tappe delle metamorfosi.
Ci sono i più giovani, sbigottiti, incapaci di resistere, che mormorano “è orribile” quando la loro torcia illumina un suppliziato. algeria1E poi ci sono i sotto-boia, che non mettono ancora mano alla tortura, ma sostengono e trasportano i prigionieri, alcuni già induriti e altri no, ma tutti già presi nell’ingranaggio, e tutti imperdonabili.
C’è un biondino del Nord con un viso così simpatico, che può parlare delle sedute di tortura che Alleg ha subito, “come di una partita di cui si ricorda con piacere, e che non prova disagio a congratularsi con la vittima come farebbe con un campione ciclista”. Qualche giorno dopo, Alleg lo ritroverà congestionato, sfigurato dall’odio, mentre percuote, su per una scala, un musulmano. E poi ci sono gli specialisti, i duri che fanno tutto il lavoro, che si compiacciono ai soprassalti, i duri che fanno tutto il lavoro, che si compiacciono ai soprassalti delle scosse elettriche, ma che non sopportano le grida. E infine i pazzi che corrono intorno come foglie morte nel turbine della loro propria violenza.
Nessuno di questi uomini ha una vita sua, nessuno resterà quello che è: non sono che i momenti di una trasformazione inesorabile. Tra i migliori e i peggiori v’è una sola differenza: i primi sono reclute, i secondi veterani. Tutti finiranno per andarsene e, se la guerra continua, altri li sostituiranno: biondini del Nord o piccoli bruni del Mezzogiorno, che faranno lo stesso tirocinio o ritroveranno la stessa violenza con lo stesso nervosismo.
In quest’affare gli individui non contano; una specie di odio errante e anonimo, un odio radicale dell’uomo s’accanisce a un tempo sui carnefici e sulle vitime per degradarli insieme, gli uni mediante gli altri. Quest’ odio è la tortura eretta a sistema, creatrice dei suoi stessi strumenti.
Quando questo vien detto, sia pur timidamente, sui banchi dell’Assemblea, la canea si scatena, e urla: “E’ un insulto all’esercito”. Ma una volta per tutte, questi cani ringhiosi ci dicano: che c’entra l’esercito? Nell’esercito ci sono dei torturatori, senza dubbio. La commissione inchiesta, nel suo rapporto pur indulgente, non lo ha nascosto. Ma questo non vuol dire che sia l’esercito a torturare.
Che insensatezza! Forse che i civili non conoscono il metodo? Basta lasciar fare alla polizia di Algeri. E poi ci vuole un capo-carnefice, l’Assemblea intera donna_algerinal’ha designato: non è il generale S., e neppure il generale E., e neppure il generale M., di cui tuttavia Alleg fa il nome: è Lacoste, l’uomo dai pieni poteri.
Tutto si fa attraverso di lui e con lui,  a Bona come a Orano: tutti gli uomini che sono morti di sofferenze e di orrore nell’immobile di El-Biar, nella villa S., sono morti per sua volontà. Non sono io che  lo dico: sono i deputati, è il governo.
E del resto la cancrena si estende, ha attraversato il mare. Si è sparsa anche la voce che si pratica la tortura in certe prigioni civili del “territorio metropolitano”: non so se sia fondata, ma dev’essere stata raccolta anche dai poteri pubblici, visto che il procuratore, al processo di Ben Saddok, ha domandato solennemente all’accusato se avesse subito sevizie. Beninteso, la risposta era conosciuta in anticipo.
No, la tortura non è né civile né militare né specificatamente francese: è come una sifilide  che devasta l’intera epoca. All’est come all’ovest ci sono carnefici. Non è passato tanto tempo da quando Farkas torturava gli ungheresi. I polacchi non nascondono che la loro polizia , prima di Poznan, torturava anch’essa volentieri; e su ciò che accadeva in URSS al tempo di Stalin abbiamo la testimonianza irrecusabile del rapporto Krusciov. Ieri si “interrogavano” così, nelle prigioni di Nasser, degli uomini politici che poi sono stati, con qualche cicatrice, elevati a cariche eminenti. L’elenco potrebbe continuare. Oggi, comunque, è il momento di Cipro e dell’Algeria; e Hitler, insomma, non era che un precursore.
Sconfessata – a volte, del resto, senza molta energia – ma sistematicamente applicata dietro la facciata della legalità democratica, la tortura può definirsi un’istituzione semiclandestina. Ha forse le stesse cause dappertutto? No, probabilmente. E poi poco importa: qui non si tratta di giudicare il nostro tempo; si tratta di guardare in faccia le cose nostre per cercar di capire che cosa è successo a noi, a noi francesi.

Sapete quel che si dice a volte per giustificare i carnefici: bisogna pur ridursi a torturare un uomo se dalla sua confessione possono dipendere centinaia di vite umane. E’ un bell’espediente da Tratuffe. Alleg, come Audin, non era un terrorista. Tanto è vero che  è stato accusato di “attentato alla sicurezza dello Stato e di ricostruzione di una lega sciolta”.
Era per salvare delle vite umane che gli si bruciavano i capezzoli e i peli del pube? No, si voleva soltanto estorcergli  l’indirizzo dell’amico che lo aveva ospitato. Se avesse parlato, si sarebbe messo un comunista di più sotto chiave: ecco tutto.t239054a
E poi si arresta a casaccio: qualsiasi musulmano è “interrogabile” a piacere: la maggior parte dei torturati non dicono nulla perché non hanno nulla da dire, a meno che non acconsentano, per non soffrire di più, a fare una falsa testimonianza o accusarsi gratuitamente di un delitto rimasto impunito, del quale diventa comodo accusarli. In quanto a quelli che potrebbero parlare, si sa bene che tacciono. Tutti, o quasi tutti.
Né Audin, né Alleg, né Guerroudji hanno disserrato i denti. “Ha comunque guadagnato una notte per dar tempo ai suoi amici di tagliare la corda”, constata uno dei carnefici dopo il primo interrogatorio di Alleg. E un ufficiale, qualche giorno più tardi: “Da dieci  o da quindici anni sanno che se vengono presi non devono dire nulla. Non c’è niente  da fare per togliere loro quest’idea della testa.” Forse volevan parlare soltanto dei comunisti; ma credono forse che i combattenti dell’ALN (l’Armata di Liberazione Nazionale) siano di un’altra tempra? Queste violenze non rendono: gli stessi tedeschi, nel 1944, avevano finito per convincersene; costano vite umane, e non ne salvano.
L’argomento, tuttavia, non è del tutto falso, e comunque ci illumina sulla funzione della tortura , istituzione clandestina o semiclandestina indissolubilmente legata alla clandestinità della resistenza o dell’opposizione.
In Algeria, il nostro esercito è schierato in tutto il territorio. Abbiamo per noi il numero, il denaro, le armi. Gli insorti non hanno nulla, salvo la fiducia e l’appoggio di una gran parte della popolazione. Siamo stati noi, nostro malgrado, a dare a questa guerra popolare attentati nelle città, imboscate nelle campagne; il FLN non ha scelto lui questa forma di attività, fa quello che può e basta.
Il rapporto fra le sue forme e le nostre lo costringe ad attaccarci di sorpresa: invisibili, inafferrabili, inattese, devono colpire e scomparire, per non essere sterminate. Di qui il nostro malessere: lottiamo contro un avversario segreto, una mano lancia una bomba in una strada, una fucilata ferisce un nostro soldato, si accorre: non c’è più nessuno. Più tardi, nei dintorni, si troveranno dei musulmani che non hanno visto niente. Tutto è legato: la guerra popolare, guerra dei poveri contro i ricchi, è caratterizzata dallo stretto vincolo delle unità insurrezionali con la popolazione.  Per l’esercito regolare e o poteri civili, questo nugolo di miserabili diventa il nemico quotidiano, innumerevole. Le truppe d’occupazione si preoccupano del mutismo che esse hanno generato. Si indovina una inafferrabile volontà di silenzio, un segreto circolare, onnipresente. I ricchi si sentono braccati in mezzo ai poveri che tacciono. Imbarazzate dalla loro stessa potenza, le “forze dell’ordine” non possono opporre nulla alle guerriglie, se non i rastrellamenti e le spedizioni punitive, nulla da opporre al terrorismo, se non il terrore- Qualche cosa è nascosto: in qualsiasi luogo e da tutti.
Bisogna farli parlare.

31006732_1de3295e92La tortura è una vana furia, nata dalla paura: si vuole strappare, ad una bocca, in mezzo alle grida e ai rigurgiti di sangue, il segreto di tutti. Inutile violenza: che la vittima parli o che muoia sotto le torture, l’innumerevole segreto è altrove, sempre altrove, fuori portata. Il carnefice si trasforma in Sisifo. Se applica la question dovrà sempre ricominciare.
Ma nemmeno questi silenzi, queste paura, questi pericoli sempre invisibili e sempre presenti possono giustificare completamente l’accanimento dei carnefici, la loro volontà di ridurre all’abiezione le loro vittime, questo odio dell’uomo, infine, che si è impadronito di loro senza il loro consenso e li ha plasmati.
Uccidersi a vicenda, è la regola; ci si è sempre battuti per interessi collettivi e particolaristici. Ma nella tortura, questo strano match, la posta sembra essere totale: è per il titolo di uomo che il carnefice si misura col torturato, e tutto si svolge come se i due non potessero appartenere insieme alla specie umana. Scopo dell’interrogatorio non è soltanto quello di costringere un uomo a parlare, a tradire: bisogna che la vittima si auto qualifichi bestia umana attraverso le sue grida e la sua sottomissione: agli occhi di tutti e davanti a se stessa. Bisogna che il suo tradimento la spezzi e la tolga definitivamente di mezzo. Colui che cede all’interrogatorio, non soltanto è costretto a parlare, ma gli è stato imposto per sempre uno status: quello del sotto-uomo.

Questa radicalizzazione della posta è uno dei caratteri del nostro tempo. In nessuna epoca la volontà di essere liberi è stata più cosciente e più forte: in nessuna epoca l’oppressione è stata più violenta e meglio armata.
In Algeria le contraddizioni sono irriducibili: ognuno dei gruppi in conflitto esige l’esclusione radicale dell’altro. Abbiamo preso tutto ai musulmani e poi abbiamo proibito loro persino l’uso della loro lingua. Memmi, lo scrittore algerino, ha dimostrato come la colonizzazione si realizza attraverso l’annullamento dei colonizzati. Essi non possedevano più nulla, non erano più nessuno: abbiamo liquidato la loro civiltà  rifiutando loro la nostra. Avevano chiesto l’integrazione, l’assimilazione e noi abbiamo risposto di no: grazie a quale miracolo si potrebbe mantenere il supersfruttamento coloniale se i colonizzati dovessero godere degli stessi diritti dei coloni? Sotto-alimentati, incolti, miserabili, il sistema li respingeva spietatamente ai confini del Sahara, ai limiti dell’umano; sotto la spinta demografica il loro tenore di vita si abbassava di anno in anno. Quando la disperazione li ha indotti alla rivolta, questi sotto-uomini non avevano altra scelta che morire o tentare di affermare la loro umanità contro di noi: hanno respinto i nostri valori, la nostra cultura, le nostre pretese superiorità, e in blocco hanno rivendicato il titolo di uomini e rifiutato la nazionalità francese.

Questa ribellione non si limitava a contestare il potere dei coloni. Essi hanno capito che era in causa la loro stessa esistenza. Per la maggior parte degli europei d’Algeria ci sono due verità complementari e inseparabili: i coloni sono degli uomini per diritto divino, 259gli indigeni sono una sottospecie di uomini. E’ la traduzione mitica di un fatto preciso, poiché la ricchezza degli uni poggia sulla miseria degli altri.
Così lo sfruttamento mette lo sfruttatore alla dipendenza dello sfruttato. E, su un altro piano, questa dipendenza è il nocciolo del razzismo, è la sua contraddizione profonda e la sua acida maledizione: essere uomo, per l’europeo di Algeri, vuol dire, innanzitutto, essere superiore al musulmano.
Ma se il musulmano si afferma a sua volta come uomo, come l’eguale del colono? Ebbene il colono è leso nel suo essere, si sente diminuito, svalutato: l’accesso dei bougnoules (termine dispregiativo per definire gli arabi) alle condizioni di uomini gli ripugna non soltanto perché ne vede le conseguenze economiche ma perché gli si annunzia il suo decadimento personale. Nella sua rabbia il colono sogna il genocidio. Ma è una pura utopia. Egli lo sa, conosce la propria dipendenza. Che cosa farebbe senza un sottoproletario indigeno, senza una manodopera in eccesso, senza la disoccupazione cronica che gli permette di imporre i salari? E poi, se i musulmani sono già degli uomini, tutto è perduto, non c’è nemmeno più bisogno di sterminarli. No: la cosa più urgente, se c’è ancora tempo, è di umiliarli, di stroncare l’orgoglio nel loro cuore, di abbassarli al livello della bestia.
Si lascerà vivere il corpo, ma si ucciderà lo spirito. Domare, addomesticare, castigare, ecco le parole che ossessionano il colono. Non c’è posto in Algeria per due specie umane. Tra l’una e l’altra bisogna scegliere.
Beninteso, non intendo dire che gli europei di Algeri abbiano inventato la tortura, e nemmeno che abbiano incitato le autorità civili e militari a praticarla. Al contrario: la tortura si è imposta da sé, è diventata una pratica prima ancora che ci se ne accorgesse. Ma l’odio per l’uomo che vi si manifesta, è l’espressione del razzismo. Poiché è proprio l’uomo che si vuol distruggere, con tutte le sue doti di uomo, il coraggio, la volontà, l’intelligenza, la fedeltà, quelle stesse doti che il colono rivendica per sé. Ma se l’europeo trascende sino a detestare la propria immagine, vuol dire che essa è rispecchiata da un arabo.
 0ddcebe363b93ea5af6e7419b5b4d785Così, di queste due coppie indissolubilmente legate, il colono e il colonizzato, il carnefice e la sua vittima, la seconda è un’emancipazione della prima. I carnefici non sono coloni, né i coloni sono carnefici. Questi ultimi sono spesso giovanotti che vengono dalla Francia e hanno passato vent’anni della loro vita senza mai preoccuparsi del problema algerino. Ma laggiù l’odio è un campo di forze magnetiche che li ha attraversati, corrosi e asserviti.
La calma lucidità di Alleg ci permette di comprendere tutto ciò. Quand’anche non ci desse altro, bisognerebbe essergliene profondamente grati. Ma in realtà egli ha fatto molto di più: incutendo rispetto ai suoi carnefici ha fatto trionfare l’umanesimo delle vittime e dei colonizzati contro le violenze senza misura di certi militari, contro il razzismo dei coloni. E la parola “vittime” non vale qui a suscitare non so quale lacrimoso pietismo: in mezzo ai loro piccoli caid, fieri della loro giovinezza, della loro forza, del loro numero, Alleg è il solo “duro”, il solo veramente forte. Noi possiamo dire che ha pagato il prezzo più alto per il semplice diritto di rimanere un uomo fra gli uomini. Ma egli non vi pensa neppure. E’ per questo che tanto ci commuove questa semplice frase alla fine di un paragrafo: “Mi sentii tutt’a un tratto fiero e contento di non aver ceduto. Ero convinto che avrei resistito ancora se avessero ricominciato, che mi sarei battuto fino in fondo, che non avrei facilitato il loro compito suicidandomi.”
Si, un duro, che finisce per far paura agli arcangeli dell’ira.
Almeno in alcune delle loro parole, si intuisce che essi presentono e cercano di scongiurare una vaga e scandalosa rivelazione: quando è la vittima che trionfa, addio sovranità, addio diritto divino. Le ali degli arcangeli si fermano e i carnefici si chiedono perplessi: ma io saprei resistere se mi torturassero?
Il fatto è che, al momento della vittoria, un sistema di valori si è sostituito agli altro. Per poco gli stessi carnefici non sono presi dalla vertigine. Ma no: hanno la testa vuota, il lavoro li abbrutisce e credono appena a ciò che fanno.
Perché poi, del resto, turbare la coscienza dei carnefici?
Se qualcuno di loro muovesse obiezione, i loro capi lo sostituirebbero: ne troverebbero dieci per uno perduto. La testimonianza di Alleg infatti – ed è forse il suo maggiore merito – dissipa completamente le nostre illusioni: non basta punire o rieducare alcuni individui.
La guerra d’Algeria non può essere umanizzata. La tortura si è imposta da sé: è stata suggerita dalle circostanze, chiamata dall’odio razzista. In certa misura, come abbiamo visto, essa si trova al centro stesso del conflitto e forse ne esprime la verità più profonda. Se vogliamo mettere fine a queste immonde e lugubri crudeltà, salvare la Francia dalla vergogna e gli algerini dall’inferno, abbiamo un solo mezzo, sempre lo stesso, il solo che abbiamo mai avuto, il solo che avremo mai: aprire dei negoziati, fare la pace.
                                                Jean-Paul Sartre

Gerusalemme Est: costruzioni e demolizioni

11 marzo 2009 Lascia un commento

INTERESSANTE ARTICOLO COMPARSO POCO FA SU MISNA
“Il governo israeliano utilizza l’espansione degli ‘insediamenti’, la demolizione di abitazioni (palestinesi, ndr) e il muro di separazione che isola la Cisgiordania come mezzi per perseguire l’annessione illegale di Gerusalemme Est”: lo afferma un rapporto confidenziale dell’Unione Europea ottenuto e reso noto dal quotidiano inglese ‘Guardian’. Le politiche israeliane all’interno e nei dintorni di Gerusalemme costituiscono da tempo uno dei principali ostacoli al processo di pace in Medioriente; il documento europeo, redatto nel dicembre scorso, denuncia esplicitamente una politica di demolizioni “illegali in base al diritto internazionali, e che comportano gravi conseguenze sul piano umanitario, oltre a contribuire al diffondersi di sentimenti estremisti”. Si sottolinea che nonostante i palestinesi rappresentino oltre il 34% della popolazione della parte orientale della città, solo tra il 5 e il 10% dei fondi municipali viene utilizzata nelle aree da loro abitate, lasciandole quindi prive di servizi e infrastrutture. “Gli israeliani accordano circa 200 ma_aleconcessioni edilizie all’anno e di conseguenza molte abitazioni sono costruite senza permessi” aggiunge il documento, secondo cui Israele agisce “in violazione della IV Convenzione di Ginevra che vieta a una potenza occupante di estendere la propria giurisdizione ai territori occupati”. Il rapporto, ovviamente respinto da Israele, è stato diffuso nei giorni successivi alla visita compiuta in Medio Oriente dal Segretario di stato americano Hillary Clinton che ha definito “di nessun aiuto al processo di pace” le demolizioni di abitazioni palestinesi; subito prima, a Gerusalemme erano state abbattute due case e altre 88 sono in procinto di essere demolite nel quartiere al Bustan di Silwan. “ Se queste demolizioni verranno effettuate, secondo Luisa Morgantini, vicepresidente del Parlamento europeo si tratterà del più grande progetto di demolizioni sin dall’inizio dell’occupazione israeliana nel 1967, per di più in un’area storica e simbolica di Gerusalemme Est, a meno di 400 metri dalla Moschea di Al-Aqsa e dal Muro del Pianto”. A margine di questa situazione si aggiunge il fatto che Israele è a corto di materiale da costruzione e nel giro di 10 anni, secondo uno studio del governo, potrebbe trovarsi senza più mattoni: “Per ovviare a questo problema i costruttori israeliani, durante la notte, trasferiscono risorse naturali dalla Cisgiordania a proprio beneficio e questo è assolutamente proibito non solo dal diritto internazionale ma anche dalla Suprema corte israeliana” afferma il gruppo israeliano per la difesa dei diritti umani, ‘Yesh Din’, che ha portato il caso davanti a un tribunale e avviato una petizione affinchè Israele interrompa queste attività in Cisgiordania. Secondo l’organizzazione, circa 10 milioni di tonnellate – dei 44 milioni totali di materiale da costruzione ricavato dalle cave presenti in territorio palestinese – vengono attualmente utilizzati per quasi un quarto da Israele.

Le U.N. indagano sui centri di detenzione della C.I.A.

11 marzo 2009 Lascia un commento

Le nazioni unite, attraverso il lavoro due relatori speciali,  hanno aperto un’inchiesta sui centro di detenzione nel mondo, con l’attenzione rivolta soprattutto verso quelli gestiti dalla Agenzia d’Intelligence più famosa del mondo, la C.I.A.

Celle esterne ad Abu Ghraib

Celle esterne ad Abu Ghraib

Martedì è stato annunciato che l’inchiesta metterà sotto esame i voli di “traduzione” segreti verso paesi terzi di diversi sospettatati per reati di terrorismo internazionale, portati sotto interrogatorio illegalmente e sistematicamente vittime di torture.

Al-Jazeera riporta le dichiarazioni di Manfred Nowak, relatore speciale delle Nazioni Unite che si occupa di torture: “ Abbiamo chiesto a tutti I governi di cooperare, non solo per avere chiarire I fatti, ma anche per garantire che questo tipo di centri segreti di detenzione non verranno più usati in futuro”. Sotto la presidenza George W. Bush, con l’allarme terrorismo scattato dopo gli attentati dell’11 settembre 2001,  si è avuta conferma che la Convenzione Internazionale dei Diritti dell’Uomo è diventata carta straccia, con l’uso di questi centri di detenzione (soprattutto in Medioriente, Asia ed Africa) e le direttive interne sull’uso della tortura
Barack Obama, neoeletto presidente statunitense ha dichiarato chiusa l’epoca delle detenzioni facili compiute dalla Cia e la controversa prigione Americana di Guantanamo, in territorio cubano.
Parallelamente alla notizia di questa nuova indagine delle Nazioni Unite, è arrivata la notizia di una frettolosa chiusura di due prigioni segrete (sempre gestite dalla CIA) in Polonia e Romania, e dell’immediato trasferimento delle persone ristrette al loro interno, dopo pesanti rivelazioni di Human Rights Watch