Sabina Rossa ottima e coraggiosa!
Sabina Rossa: «Scarcerate l’uomo che ha sparato a mio padre»
Giorgio Ferri, Liberazione del 16 ottobre 2008
Sabina Rossa, la figlia di Guido Rossa, l’operaio dell’Italsider di Cornigliano, sindacalista della Cgil e militante del Pci ucciso nel corso di un’azione realizzata dalla colonna genovese delle Brigate rosse, ha chiesto alla magistratura di sorveglianza di riconsiderare la decisione che ha portato al rifiuto di concedere la libertà condizionale a Vincenzo Guagliardo, 31 anni di carcere sulle spalle, anche lui ex operaio della Fiat e membro del gruppo di fuoco che la mattina del 24 gennaio 1979 colpì suo padre.
«Ho incontrato Vincenzo Guagliardo quando era in regime di semilibertà e credo di poter testimoniare a favore del suo ravvedimento», ha dichiarato la deputata del Pd, aggiungendo di voler «parlare con il giudice perché possa riconsiderare la sua decisione».
Guido Rossa venne colpito dopo aver denunciato e fatto arrestare dai carabinieri un altro operaio, Francesco Berardi, suo compagno di lavoro, sospettato di diffondere volantini delle Br in fabbrica e poi morto suicida nel carcere speciale di Cuneo.
L’episodio fu uno dei momenti più drammatici e laceranti della storia di quegli anni. Mise a nudo la profondità di un conflitto che arrivava fin nel cuore più rosso e combattivo della classe operaia e segnò uno dei punti di crisi maggiore nella strategia brigatista.
La scelta di colpire Rossa fu molto dibattuta all’interno delle Br, consapevoli dei rischi politici che quell’azione comportava per la loro organizzazione. Dopo aver scartato per ragioni operative l’ipotesi del rapimento incruento, i brigatisti optarono per il ferimento ma qualcosa andò male quella mattina. L’inchiesta giudiziaria accertò che Guagliardo aprì il fuoco solo per ferire il sindacalista. Dietro di lui Riccardo Dura intervenne nuovamente colpendo Rossa, questa volta mortalmente forse perché questi nel tentativo di sottrarsi aveva spostato il baricentro del suo corpo. In un comunicato dell’esecutivo i brigatisti parlarono di errore. La morte di Rossa suscitò viva emozione nel paese e i funerali furono l’occasione per un grande cordoglio di massa. La colonna genovese non si riprese più dopo quell’episodio.
Sabina Rossa era una bambina in quegli anni e in un libro pubblicato nel 2006, Guido Rossa, mio padre (Rizzoli Bur), rievoca il doloroso percorso della memoria, la riscoperta del padre attraverso chi l’aveva conosciuto e con lui aveva vissuto la fabbrica, la lotta politica, il clima di “guerra civile contro il terrorismo”, la grande passione per l’alpinismo. Un libro molto sincero, che non nasconde nulla e svela anche aspetti rimasti sconosciuti. Un percorso del lutto che la porta a voler incontrare anche le persone condannate dalla giustizia per la morte del padre. Una passaggio difficile ma a cui Sabina Rossa, mostrando grande forza e coraggio, non si sottrae. Il libro si apre con la telefonata a Guagliardo, che interpella subito con un «tu», quasi fosse una figura familiare. Finalmente dava una voce, una consistenza materiale a una figura che per decenni aveva accompagnato i suoi pensieri, le sue angosce, la sua rabbia, i suoi incubi, la voglia di sapere.
Il libro riporta i passaggi registrati della telefonata, l’imbarazzo ma anche la cordialità umana del detenuto. «Tu hai debito con me, non puoi rifiutarti di incontrarmi» e Guagliardo accetta.
Nell’ordinanza che il 23 settembre scorso il tribunale di sorveglianza di Roma ha emesso per motivare il rigetto della domanda di semilibertà non c’è però alcuna traccia di questo episodio. A Guagliardo, sia pur riconoscendo la positività del «percorso trattamentale» realizzato, si contesta paradossalmente «la scelta consapevole di non prendere contatti con i familiari delle vittime.
Qui si tocca un nodo di fondo, lo stesso affrontato in una lettera scritta nel luglio scorso da Marina Petrella, ma resa nota solo ieri e pubblicata da Le Monde , «il dolore delle vittime mi ha sempre accompagnato. Il pudore nel manifestarlo e il rifiuto di ricavarne un qualunque guadagno personale sono state sempre le uniche ragioni che hanno fatto ostacolo alla sua espressione».
Un anno dall’assassinio di Aldo Bianzino!
E si, lo hanno detto in tanti, la memoria e’ un ingranaggio collettivo.
Che va lubrificato, animato, fatto girare.
Aldo Bianzino è stato arrestato il 12 ottobre 2008 e condotto nel carcere Capanne di Perugia
La mattina del 14 è stato trovato morto nella cella in cui era stato rinchiuso.
E’ passato un anno dalla morte “misteriosa” di Aldo.
Un anno di solidarietà concreta, di appelli, presidi, volantinaggi, iniziative di informazione, dibattiti , concerti di sostegno, a Perugia e nel resto d’Italia.
Ma anche un anno di inchieste, insabbiamenti, reticenze, richieste di archiviazione.
C’e’ chi vuole dimenticare e chi si ostina a reclamare la verità.
Per questo riprendiamo un percoso di mobilitazione, consapevoli che ora più che mai è necessario fare sentire la nostra voce, perchè la morte di Aldo non passi sotto silenzio:
Martedi 14 ottobre 2008 ore 11, presso la sala della Vaccara a Perugia: Conferenza Stampa dei familiari di Bianzino e del Comitato “Verità per Aldo”.
Venerdi 17 ottobre ore 10, via XIV settembre (Palazzina ex enel): presidio e volantinaggio presso il tribunale dove si trova l’aula del gup, in cui si svolgerà la prima udienza di opposizione all’archiviazione.
Sabato 18 ottobre presso il Centro Sociale ExMattatoio: concerto benefit ore 22
Perchè di carcere non si può morire!
Perchè in carcere per qualche pianta d’erba non si deve finire!
Comitato verità per Aldo http://veritaperaldo.noblogs.org
ODIO IL CARCERE!
Del montone: del mansaf e della maqluba
I beduini del Vicino Oriente sono gli inseparabili compagni del montone, senza dubbio perchè lo frequentano da quando è stato addomesticato in Mesopotamia, ottomila anni or sono. E’ vero sì che ignorano, e non a caso, lo squisito sapore dell’agnello allevato nei pascoli vicini al mare, e non è dalle loro parti che si aspetta il cosciotto come un innamorato, secondo quanto raccontava Grimond de la Reynière.
Resta il fatto che Alexandre Dumas confessa nel suo Grand Dicionnaire de cuisine di aver mangiato in Tunisia, sul limitare del deserto, nel 1833, il miglior montone di tutta la sua sbalorditiva carriera di buongustaio. L’animale, ripieno di datteri, fichi, uva passa e miele, era cotto con tutta la pelle sotto la cenere, come si potrebbe fare con una patata o una castagna…
In Giordania, i valori beduini sono esaltati in tutti i toni.
Non potrete perciò sottrarvi al mansaf, un piatto che i pastori nomadi apprezza da sempre.
Consiste in carne d’agnello, cosciotto o spalla, bollita con cipolle tritate, zafferano, paprica, pepe e cannella fino ad essere cotta perfettamente. Il brodo è poi mescolato con latte di pecora fermentato, cotto in precedenza. Quando lo yogurt è di latte vaccino, come in Francia, bisogna aggiungervi una chiara d’uovo sbattuta e un po’ di farina prima di metterlo a fuoco medio mescolando ininterrottamente con un cucchiaio di legno. Il mansaf è poi preparato come una panata: in fondo al piatto di portata è disposto il pane tagliato in quadratini, poi il riso pilaf sul quale versano la carne e la salsa. Il tutto è guarnito con pinoli dorati nel samn (burro raffinato).
So che molti francesi esiteranno anche di fronte al mansaf più sontuoso, sia per ragioni religiose, dato che l’Antico Testamento vieta di cuocere l’agnello nel latte della madre, sia perchè uno yogurt, per loro, è un dessert al sapore di fragola o lampone, destinato alle merende dei bambini.
MARINA PETRELLA E’ LIBERA!
LA NOTIZIA E’ APPENA ARRIVATA ED E’ TRA LE PIU BELLE POSSIBILI!
RITIRATO IL DECRETO D’ESTRADIZIONE A MARINA PETRELLA, CHE DA PIU DI UN ANNO MANGIAVA LA SUA ESISTENZA. ORA POTRA’ RICOMINCIARE A RECUPERARE ENERGIE, A MANGIARE, A COCCOLARE LE SUE FIGLIE.
CHE BELLA NOTIZIA.
UN ABBRACCIO FORTE FORTE AD ELISA ED EMMA!
(ANSA-AFP) – PARIGI, 12 OTT Secondo ‘Le Journal du Dimanchè, il presidente francese Nicolas Sarkozy ha rinunciato a fare applicare l’estradizione verso l’Italia per l’ex membro delle Brigate Rosse, Marina Petrella. La decisione, si spiega nell’ultima edizione del giornale, sarebbe giustificata da «ragioni umanitarie».
Un decreto del governo francese dello scorso 3 giugno, autorizzava l’estradizione di Marina Petrella verso l’Italia, dove una sentenza del 1992 la condanna all’ergastolo per omicidio. Un comitato di sostenitori dell’ex brigatista di 54 anni aveva domandato al presidente francese Sarkozy l’applicazione della «clausola umanitaria» prevista dalla convenzione sull’estradizione franco-italiana del 1957. Marina Petrella aveva depositato un ricorso al Consiglio di Stato contro il decreto che autorizza la sua estradizione. Il ricorso sarà esaminato mercoledì alle 14:00 dalla seconda e settima sotto-sezione riunite. Ex dirigente della ‘colonna romana’ delle Br, rifugiatasi in Francia dal 1993, Marina Petrella è stata arrestata nell’agosto del 2007 a Val-d’Oise, dove lavorava come assistente sociale. Il suo stato fisico e mentale non ha cessato di peggiorare per un anno e l’ex brigatista è restata in carcere fino a quando la Corte d’appello di Versailles ha autorizzato da agosto la libertà sotto controllo giudiziario per permetterle di ricevere delle cure senza essere detenuta. Marina Petrella è ricoverata presso l’ospedale parigino Sainte-Anne, dove è nutrita attraverso un sondino che consente «la sua sopravvivenza con un’alimentazione minima», secondo la Lega dei Diritti dell’Uomo.
BUONGIORNO: E’ morto Joerg Haider
EDDAI…OGNI TANTO UN BUONGIORNO COME SI DEVE
Da Repubblica:
“Ha perso la vita in un incidente d’auto Joerg Haider, rifondatore dell’estrema destra austriaca della quale era tornato leader di recente. 
Haider, 58 anni, all’alba stava guidando la sua auto nella parte sud di Klagenfurt, capitale del Land della Carinzia di cui era governatore, allorché ha compiuto un’improvvisa sterzata andando a cozzare contro un altro veicolo; quindi ha perso il controllo ed è uscito violentemente dalla carreggiata, dopo essersi ribaltato diverse volte. Nell’incidente ha riportato lesioni gravissime alla testa e al torace. Poco dopo il decesso.”
Una boccata d’aria per tutti i libertari, i migranti, i comunisti, gli omosessuali, le lesbiche, gli antifascisti.
Una merda di meno a cui dover pensare.
Una grande opportunità che non sfrutteremo.
Di solito non amo molto quello che scrive. Ogni tanto quando lo leggo mi incazzo proprio,
ma di quelle incazzature belle, fondamentalmente sane.
Quest’articolo di prima pagina, uscito oggi su Liberazione, però mi piace abbastanza, mi piacerebbe parlarne, mi fa venir voglia di discutere di molte cose. Anche di criticarlo, perchè non credo molto in alcune categorie che più volte vengono fuori nel suo articolo e non solo in questo.
Non credo molto nella categoria Occidente cosi come lui la mette, malgrado i miei studi arabisti mi portino a volte ad appropriarmene. Non ci credo in quanto comunista, in quanto materialista…preferisco rapportarmi con le classi, tutt’altro genere di categoria (scusate il vizio, ma non ci passa).
Ma molte cose del suo articolo sono condivisibili, anche se forse sottolineano poca conoscenza effettiva di quello che lui mai nomina, cioè l’ “Oriente”.
Ma ci sarebbe troppo da scrivere a riguardo, quindi per ora vi lascio leggere l’articolo,
sottolineando che ha ragione, molta ragione, quando dice che è ” un’enorme, imprevedibile ed imprevista opportunità”, che visto come siamo ridotti anche noi, non sapremo sfruttare.
Chi lo farà, probabilmente, sarà peggio di loro. Sarà peggio di oggi.
L’OCCIDENTE ALLA CATASTROFE FORSE è UN MALE FORSE è UN BENE
_____Franco Berardi Bifo, da Liberazione del 8 ottobre 2008_____
Il crollo del sistema finanziario internazionale è l’inizio di un processo di trasformazione profonda e catastrofica delle società di tutto il mondo. Gli effetti di questo collasso sono ormai prevedibili. Avendo succhiato tutte le risorse disponibili per salvare le banche, senza peraltro riuscire a salvarle, il potere politico americano ha fatto una scelta: mandare nell’abisso l’economia reale.
Cosa vuol dire infatti il colossale intervento del Tesoro? Vuol dire ipotecare le risorse di tutti. Ogni americano pagherà duemila dollari per salvare Wall Street, non ci sarà più credito disponibile e non ci saranno soldi per gli investimenti. La disoccupazione in America è aumentata di centosessantamila unità nel mese di settembre. E’ facile immaginare cosa accadrà nei prossimi mesi. La crisi finanziaria, d’altronde, non va vista come un fenomeno isolato. Essa è in stretto collegamento con un’altra catastrofe, quella geopolitica, quella militare.
Dal 1492 l’Occidente ha potuto disporre delle risorse del pianeta perché disponeva di una forza militare schiacciante. Puntando la pistola alla tempia dell’umanità, gli occidentali hanno potuto appropriarsi delle risorse di tutti gli altri. Ma con la disfatta in Iraq e in Afghanistan, con il ritorno aggressivo della potenza russa, l’egemonia militare è finita. La pistola puntata alla tempia ora appare scarica (anche se purtroppo non lo è). Sta accadendo una cosa nuova: i popoli della terra ora sanno che l’Occidente non ha più nessuna egemonia militare, dunque chiedono di ridistribuire quelle risorse di cui l’Occidente si è appropriato. La restituzione del debito che l’Occidente ha accumulato non solo negli ultimi trenta o quarant’anni, ma negli ultimi cinquecento anni.
Questa è la posta in gioco, questo è l’orizzonte nel quale ci muoviamo. Il 20% della popolazione terrestre che si appropria dell’80% delle risorse della terra è forse pronto a restituire il maltolto? Purtroppo non è pronto, anzi non vuole nemmeno riconoscere l’entità del problema, almeno fino ad oggi. E questo vorrà dire guerra, razzismo, violenza. E’ bene saperlo.
Ma questo vorrà dire anche la fine dell’Occidente. Non del capitalismo badate bene, ma la fine dell’Occidente, del mondo come lo conosciamo da Cristoforo Colombo in poi.
C’è qui un’opportunità per gli eredi del movimento egualitario e libertario, c’è qui un’opportunità per i movimenti di autonomia della società?
C’è un’opportunità gigantesca, a mio parere, anche se ora è difficile da cogliere.
Il capitalismo non è una cosa, non è un ammasso di cose. Ce l’ha spiegato Marx. Marx ha detto: il capitale è un rapporto, non una cosa. Io, se me lo permettete, che pure sono piccolo piccolo, vorrei correggere, su questo punto, Marx. Il capitale non è una cosa, ma non è nemmeno un rapporto.
Il capitalismo è l’introiezione di un rapporto. Solo quando gli uomini e le donne introiettano il rapporto tra lavoro e salario, tra valorizzazione e dominio, tra bisogno e merce, solo quando gli uomini e le donne credono che lo sfruttamento sia naturale, il capitalismo li può dominare.
Se gli umani capiscono che ci sono altri modi di organizzare la loro attività e il loro scambio, il loro rapporto con la natura e con le risorse, se capiscono che ci sono modi meno faticosi e meno violenti, allora forse vivere senza dominio capitalista diviene possibile.
Oggi noi attraversiamo una catastrofe. Catastrofe non è una brutta parola, una parola che porta disgrazia. E’ un concetto dal senso preciso. In greco significa spostamento che permette di vedere una prospettiva che non si vedeva prima.
Kata significa giù, sotto, ma anche oltre, al di là. E strofein significa spostare.
La catastrofe finanziaria e geopolitica non è di per sé una liberazione. Al contrario, di per sé moltiplica il pericolo, di per sé aumenta la paura.
Ma se ci sono uomini e donne intelligenti, creativi, coraggiosi e soprattutto liberi dall’eredità del passato, come noi siamo o almeno dovremmo essere, allora vedi che si presenta una enorme (imprevedibile ed imprevista) opportunità. L’opportunità è quella di cavalcare la (inevitabile) disfatta dell’Occidente, che ormai è in corso, che ormai è inarrestabile, in un nuovo atteggiamento mentale, in una nuova concezione vissuta della ricchezza.
La ricchezza non è la massa di cose di cui disponiamo, la ricchezza è il modo in cui viviamo il tempo, è il rapporto di solidarietà che sappiamo avere tra noi. Come i gigli nei campi e come gli uccelli nel cielo anche noi umani possiamo vivere di poco, di molto poco. Dovremo imparare a vivere del poco indispensabile, perché altrimenti finiremo tutti malissimo. Non sarà facile impararlo e ancor più difficile sarà insegnarlo a tutti gli occidentali. Ma impareranno, con le buone o con le cattive.
Noi vediamo oggi, grazie alla catastrofe, che il capitalismo non è eterno e non è naturale, che l’economia della crescita non è la migliore organizzazione della vita sociale. Quel che dobbiamo fare è comunicarlo. Senza ansia, senza rabbia, senza arroganza.
Molte cose scompariranno nei prossimi mesi, molti moriranno di fame e molti di violenza e di guerra. E’ bene saperlo, è bene prepararsi. E’ bene preparare quelli che ci stanno intorno. Ma nulla di ciò che sta sulla terra è eterno, neppure le nostre vite, i nostri giornali, i nostri partiti. La sola cosa che non deve estinguersi è la capacità di capire. Comprendere, comprendere, e trasformare.
Radiolina si spegne
Una voce libera si spegne. E’ un brutto giorno, una stretta al cuore.
Sperando possa riaprire al più presto.
Radiolina scende dell’etere
Il nostro progetto di assalto all’etere si ferma qui. Dopo anni di costruzione di un futuro in cui la frequenza dei 104.9 FM a Napoli potesse essere liberata e riconsegnata a una comunità di produzione/ascolto, abbiamo deciso di fermarci.
Sarebbe troppo lunga da riproporre qui la lista delle iniziative ideate, delle difficoltà incontrate, della solidarietà ricevuta, degli attacchi respinti o degli errori commessi. L’occupazione di una frequenza ci ha visti impegnati tutte e tutti in un tentativo di riproporre a Napoli l’idea di radio, dell’ascolto e della trasmissione, della diffusione tra i soggetti potenzialmente interessati o tra la gente che oggi vive immersa in un mondo di decoder, connessioni e ricezioni da cellulari. Forse un compito improbo ma di certo molto interessante. Lungo il nostro percorso in più di un’occasione ci siamo sentiti vicini alla realizzazione della nostra idea di radio, per poi dopo pochi giorni dover affrontare difficoltà tecnico-economiche titaniche; e allora sotto con la riproposizione del progetto, con i concerti di autofinanziamento, con i cd da distribuire in città, con le dirette dai cortei e dai luoghi del conflitto sociale. A un certo punto però tutto ciò non è bastato più e di fatto il meccanismo si è inceppato. Quando si riesce a essere più importanti singolarmente all’interno di un progetto piuttosto che solo uno dei tanti pezzi del mosaico allora c’è qualcosa che non va. In questo facciamo autocritica e diciamo tra di noi e a tutti coloro che ci guardavano allora o osservano oggi, da vicino o lontano, che di errori ne abbiamo commessi e che partiamo da questi per decidere di fermarci. Le diverse forme di comunicazione, tutte le trasmissioni prodotte, le collaborazioni con le radio sorelle dell’allora circuito di radioGAP, il ponte con il progetto di comunicazione di indymedia, gli scambi di mail con radiomuda in Brasile, le dirette da gianturco, da pianura, da chiaiano e da bagnoli, le interviste semiserie e gli scherzi telefonici, i bambini del quartiere in regia, i gruppi musical/precari ospitati, le centinaia di ore di musica trasmessa, le serate organizzate con il CSOA Officina99, l’interazione con il TerzoPianoAutogestito della facoltà di Architettura e il LinaBOX mmiez ‘a via: questa è la nostra storia, insieme a tanto altro. Ne abbiamo coscienza e ne andiamo fieri, rispettiamo a fondo ciò che abbiamo costruito in 6 lunghi anni, lo riteniamo al contempo nostro e di tutti, locale e globale, un progetto allo stesso tempo andato in porto e bloccatosi. Viste le energie, viste le difficoltà suddete, e visto il bene che vogliamo a Lina preferiamo decisamente fermarci e chiudere qui il nostro arrampicarci al ripidissimo etere.
Il progetto così come lo abbiamo immaginato e portato avanti fino ad oggi finisce qui.
Per non disperdere le esperienze accumulate e il positivo lavoro di informazione fatto sul territorio napoletano, continueremo a comunicare attraverso il sito www.radiolina.info.
I modi e i tempi del nostro impegno sono le cose di cui discuteremo nei giorni a venire assieme a chi ritiene importante continuare a lavorare ad un progetto di radio Libera, Comunitaria e Indipendente.
La voglia e l’entusiasmo a noi non mancano: appiccia a radio!
“mai fui così felice…”
MARIA
[…] Amo come l’amore ama.
Non conosco altra ragione di amarti che amarti.
Cosa vuoi che ti dica oltre a dirti che ti amo,
se ciò che ti voglio dire è che ti amo?
Non cercare nel mio cuore…
Quando ti parlo, mi duole che tu risponda
a quel che dico e non al mio amore.
Quando l’amore non c’è, non si fanno discorsi:
si ama e si parla per capirsi.
Posso sentirti dire che mi ami
senza che tu me lo dica, se capisco che mi ami.
Ma tu pronunci parole he hanno senso
e ti dimentichi di me: anche se parli
solo di me, non ti rammenti che io ti amo.
Ah, non chiedermi nulla: piuttosto parlami
in modo tale che, anche se fossi sorda,
ti sentirei soltanto con il cuore.
Se ti vedo non so chi sono; amo.
Se mi manchi […]
Ma tu, amore, fai in modo di mancarmi
anche se sei con me, perchè chiedi
quando devi amarmi. Se non ami,
mostrati indifferente, o non volermi,
ma tu sei come mai nessuno è stato,
poichè cerchi l’amore per non amare,
e, se mi cerchi, è come se io soltanto fossi
qualcuno per parlarti di chi ami.
Dimmi, perchè l’amore ti rattrista?
Ti stanco? Posso stancarti se mi ami?
Nessuno al mondo ho amato come tu mi ami.
Sento che mi ami, ma che non ami nulla,
e ciò che sento non lo so di capire.
Dimmi una sola parola più sentita
di queste parole che, come perdute, tu cerchi,
e trovi solo cenere.
Quando ti vidi, già molto prima io ti avevo amato.
Nell’incontrarti io ti ho ritrovato
nacqui per te prima che il mondo fosse.
Mai fui così felice o un’ora allegra
che io abbia avuto lungo la mia vita,
che non lo fosse perchè ti prevedevo,
perche in essa tu, futuro, eri,
e con la stessa allegria e ugual piacere
con cui più tardi t’avrei amato. Quando,
bambina, giocavo ad avere marito,
dovevo ancora crescere e non lo sentivo,
quel che mi appagava eri già tu,
e seppi solo dopo, nel vederti,
e compresi meglio il senso,
e il mio passato fu come una strada
illuminata innanzi, quando
i fanali della carrozza girano alla curva
della strada e la notte è tutta umana.
Hai forse un segreto? Confidalo, che io so tutto
di te, se me lo dirai con l’anima.
Potrai dirmelo con parole difficili,
io capirò solo perchè ti amo.
Se il tuo segreto è triste, con te
piangerò finchè non lo dimenticherai.
E se non puoi dirlo, dimmi che mi ami,
e io capirò senza volere il tuo segreto.
Quando ero una bambina, sento
che già oggi ti amavo, ma da lontano,
come si possono vedere le cose da lontano
ed essere felici solo nel pensare
ad arrivar dove ancora non si arriva.
Amore, dimmi una cosa affinchè ti avverta!
[…]
Tratto dal FAUST di Fernando Pessoa
Un libro che non si doveva fare.
*questo libro non s’aveva da fare*
E’ stato pubblicato da Derive Approdi “Bolzaneto, la mattanza della democrazia” a cura di Massimo Calandri.Ovviamente a nostro avviso è un bene che si parli di Bolzaneto e di coloroche vi sono stati torturati dopo essere stati arrestati (tra questi anche i93 provenienti dalla mattanza della scuola Diaz).
E’ invece un male che in questo libro si violi totalmente la privacy di queste persone pubblicando le loro foto segnaletiche e tutti i loro dati personali. Sorprende e ferisce che a farlo, con la stessa leggerezza con cui lo farebbe Il Resto del Carlino, sia proprio una casa editrice “di parte” come DeriveApprodi. E ci stupiscono le risposte superficiali che ci hanno dato le persone coinvolte. La privacy delle persone non argomento da affrontare con leggerezza. Da parte nostra c’è la richiesta di non dare spazio con presentazioni o altro a questo libro a meno che non ne esca una versione priva delle foto e dei dati personali delle parti lese. Al limite potremmo approvare lapubblicazione delle schede degli agenti colpevoli delle torture così se uno se li ritrova davanti quando va a rifare il passaporto sa con chi ha a che fare. Ma dubitiamo che DeriveApprodi trovi ora il coraggio che non ha avuto ieri con la prima edizione. L’invito invece che vogliamo fare a tutti è quello di cominciare seriamente a ragionare insieme sui meccanismi di tutela delle personecoinvolte, in questi ed altri processi, e sulla pluricitata privacy.
L’augurio è che DeriveApprodi voglia togliere nella prossima edizione tutti i riferimenti personali che non sono solo invadenti, ma soprattutto inutili.
I processi a Genova non sono finiti. Se nemmeno le persone “vicine” hanno la dovuta e scontata minima sensibilità la nostra preoccupazione non può che essere ai massimi livelli.
Lettera/comunicato dell’autore del libro su Bolzaneto, Massimo Calandri, in risposta a SupportoLegale
Quando ho accettato la proposta di Sergio Bianchi di scrivere un libro su Bolzaneto, ho pensato: questa è finalmente l’occasione di raccontare a tutti cosa è accaduto. A tutti, e cioè non solo alle persone che allora furono coinvolte e a quelle che appartengono ad un circuito ben definito, informato ed impegnato. A tutti, e cioè anche e soprattutto a quelli che spesso si fermano ai titoli dei quotidiani o alle sintesi di un telegiornale. Che di Bolzaneto sanno tutto sommato poco. Che ricordano giusto la «devastazione» e il «saccheggio» della città. Che pensano – insomma – che quelli che sono stati fermati avranno comunque fatto qualcosa di male per meritarselo. Ho rifiutato l’idea di un libro fatto di verbali d’inchiesta e atti processuali. Però quegli atti ne rappresentano comunque la spina dorsale: dovevo essere rigoroso ed inattaccabile. L’editore mi ha contattato perché sono il giornalista che più di ogni altro ha seguito le indagini e il dibattimento. In questi anni ho ascoltato, letto, incontrato, preso nota. Ho pensato allora di raccontare Bolzaneto attraverso testimonianze e punti di vista diversi, esperienze che ho fatto dal 2001 e che ho continuato a fare. Intanto partendo dalla notte della sentenza. Poi dalle sensazioni provate dalla prima persona che fu condotta in caserma, quando ancora era tutto sole e silenzio. Quindi, il punto di vista di un avvocato che vive nel rimorso di non essere riuscito ad impedire tutto questo.
Gli imputati, la loro storia. Il medico ribattezzato dottor Mengele, lo sprezzo con cui parla di questa storia. I pubblici ministeri e il tormento di un’inchiesta che nessuno voleva. Ma Bolzaneto è violenza, sopraffazione, tortura fisica e psicologica. E’ la storia di 252 persone – e forse più – che loro malgrado sono diventate degli eroi. Le indagini successive hanno denunciato che l’85% non doveva neppure essere portato lì. Invece sono stati fotografati di fronte e profilo, gli hanno preso le impronte come criminali comuni. Sono stati «schedati». Schedati come questa società fa con tutti coloro che la pensano diversamente. E quelle «schede segnaletiche», che provocatoriamente ho ribattezzato “le figurine”, sono la prova provata dell’orrore perpetrato. La forza, l’impatto emotivo di quei documenti è straordinaria. E’ l’orrore. Lo stesso, passatemi il paragone, che si prova osservando le immagini dei “desaparecidos”. Chi guarda quei documenti e legge cosa è accaduto a ciascuno fermato – così come dimostrato dal dibattimento –, non ha paradossalmente bisogno d’altro per capire. E’ già tutto scritto. Ed è sufficiente per far dire ad ognuno: MAI PIU’. Sono documenti pubblici ed è un patrimonio comune che abbiamo il dovere di far conoscere. Comprendo la scossa elettrica che ciascuna delle persone direttamente coinvolte possa provare, rivedendosi in quei documenti. E mi dispiace di averle in qualche modo ferite una volta di più. Fa male, fa paura. Mi spiace, ripeto. Ma c’è un’altra scossa, ancora più forte: ed è quella nella coscienza di chiunque legga il libro, affrontando quelle pagine e leggendo gli altri capitoli, in particolare la prefazione di D’Avanzo che è strettamente collegata a tutto ciò. Ne ho avuto tante testimonianze, in questi giorni. Ed è il segnale che questa è la strada che dobbiamo percorrere. Perché ognuno di noi ripeta: MAI PIU’. Massimo Calandri p.s. Qualcuno mi ha fatto notare: perché non avete pubblicato le fotografie dei poliziotti? Avete avuto paura, vero? Che sciocchezza. Non mi interessava pubblicare le immagini degli imputati, tutto qui. La loro storia, le colpe e le condanne sono raccontate in dettaglio. I volti non hanno alcun senso nel contesto del libro che vi ho raccontato. Non aggiungono nulla. Avrei potuto pubblicare le foto dei vertici dello Stato di allora, che secondo me sono i veri responsabili di questa barbarie. Ma li conoscete già.
Nessuno o tutti – O tutto o niente
Una selezione di poesie di Bertold Brecht…così, a mia scelta.
Girovagando tra una libreria nuova, ogni giorno più familiare.
Fuggito sotto il tetto di paglia danese, amici,
seguo la vostra lotta. Di qui vi mando,
come già ogni tanto, i miei versi, incalzati
da sanguinose visioni oltre il Sund e il fogliame.
Fate uso, di quel che ve ne giunga, con prudenza!
Libri ingialliti, consunti rapporti
mi sono scrittoio. Se ci vedremo ancora,
volentieri ancora ritornerò apprendista.
Svendborg, 1939
I LAVORATORI GRIDANO PER IL PANE
I COMMERCIANTI GRIDANO PER I MERCATI.
IL DISOCCUPATO HA FATTO LA FAME. ORA
FA LA FAME CHI LAVORA.
LE MANI CHE ERANO FERME TORNANO A MUOVERSI:
TORNISCONO GRANATE.
Schiavo, chi ti libererà?
Chi sotto a tutti, in fondo a tutto sta.
Compagno, ti vedranno
e udranno le tue grida:
schiavi ti libereranno.
Nessuno o tutti – o tutto o niente.
Non si può salvarsi da sè.
O i fucili – o le catene.
Nessuno o tutti – o tutto o niente.
Affamato, chi ti sfamerà?
Se vuoi pane, te ne darà
chi non ne ha per sé. Vieni con noi,
il cammino ti mostreremo,
affamati ti sfameremo.
Nessuno o tutti – o tutto o niente.
Non si può salvarsi da sè.
O i fucili – o le catene.
Nessuno o tutti – o tutto o niente.
Vinto, chi ti vendicherà?
Tu, se ti hanno colpito,
cammina con chi è ferito.
C’è in noi deboli, compagno,
quel che ti vendicherà.
Nessuno o tutti – o tutto o niente.
Non si può salvarsi da sè.
O i fucili – o le catene.
Nessuno o tutti – o tutto o niente.
Perduto, chi oserà?
Chi la miseria non sa
più sopportare stia
con chi vuole che questo il giorno sia,
non quello che verrà
Nessuno o tutti – o tutto o niente.
Non si può salvarsi da sè.
O i fucili – o le catene.
Nessuno o tutti – o tutto o niente.
E QUESTO E’ TUTTO, E NON E’ GIA’ CHE BASTI,
MA FORSE VI DIRA’: ESISTO ANCORA.
SON COME QUELLO CHE CON SE PORTAVA
SEMPRE UN MATTONE PER MOSTRARE AL MONDO
COM’ERA STATA UN GIORNO LA SUA CASA.
Spike Lee e la storia violentata
Mi piacerebbe chiedere a Spike Lee cosa pensa della guerriglia.
Come si farebbe secondo lui ad attaccare un esercito nemico, occupante?
Si stupisce, il grande storico (!), che i partigiani colpivano per poi fuggire…
Cosa avrebbero dovuto fare?Mai sentito parlare di Mordi e fuggi?
Le conosce minimamente le tecniche possibili in simili situazioni?
Che facevamo..gli schieravamo l’esercito contro? Quale?
Un film che poteva risparmiarsi..un film che avrebbe dovuto sottintendere degli studi, non dico specifici sulla resistenza italiana, ma sulla resistenza in generale.
Sulla guerriglia, sulle lotte di liberazione che sono mandate avanti da popoli armati e non certo da eserciti che si possono permettere di scegliere campo di battaglia, durata e scopo di un attacco.
Se lo poteva risparmiare…buono l’articolo di Giorgio Bocca uscito oggi su Repubblica.
“Non bisogna” il vecchio disse, “piangere per loro”.
“Non bisogna piangere?” disse Berta.
“No figliola. Non del sangue che oggi e’ sparso”.
“Non dell’offesa? Non del dolore?”
“Se piangiamo accettiamo. Non bisogna accettare”.
“Gli uomini sono uccisi e non bisogna piangere?”
“Certo che no! Che facciamo se piangiamo? Rendiamo inutile ogni cosa che e’ stata”.
[…]
“Ma che dobbiamo fare?”
“Oh!” il vecchio rispose “Dobbiamo imparare”.
“Imparare dai morti?”
“Si capisce. Da chi si puo’ imparare se non da loro? Loro soltanto insegnano”.
“Imparare che cosa?” chiese Berta. “Cos’e’ che insegnano?”.
“Quello per cui” il vecchio disse “sono morti”.
____Elio Vittorini___
Dibattiti yemeniti…
Ma la risposta dell’ambasciatore italiano in Yemen, del tutto inaspettata, mi far venir voglia di lasciar stare, di non dire la mia per ora…
Di aspettare gli sviluppi, le risposte, l’eventuale dibattito..che è benvenuto anche su queste pagine.
di Giuseppe Pensabene Perez
Giuseppe Pensabene Perez è un giovane universitario romano che ha studiato arabo nello Yemen. Seguirà un più ampio reportage.]
8 aprile 2008 – Arriva questo messaggio sul mio telefonino:
“Alla luce dei recenti eventi occorsi nel Paese si invitano i destinatari della presente comunicazione a prestare massima cautela nella frequentazione di luoghi pubblici nella città di Sana’a e nei trasferimenti nel predetto centro urbano e nel resto del territorio. Con riguardo a questi ultimi si prega di comunicare preventivamente all’Ambasciata gli itinerari previsti. L’Ambasciata rimane a disposizione per ulteriori informazioni.”
“Ma perché ambasciata si scrive maiuscola?” Questo fu il primo pensiero che mi passò per la testa leggendo questo messaggio. (perché si intende l’ambasciata italiana e quindi diventa nome proprio, deficiente)
Gli eventi occorsi nel predetto centro urbano erano stati un colpo di mortaio diretto contro l’ambasciata americana che aveva centrato la scuola accanto uccidendo una guardia giurata e alcuni studenti e una bomba contro un “compound” in via Hadda, dove abitavano alcuni americani impiegati presso ditte petrolifere senza fare vittime.
Il messaggio, mandato a tutti gli italiani presenti in Yemen registrati presso l’ambasciata, risultava comico per lo stile da rapporto dei carabinieri con cui era stato redatto, ma anche lievemente preoccupante per il contenuto. Lievemente. Sembrava che questi fantomatici terroristi yemeniti ce l’avessero proprio con gli americani o al massimo con i britannici. L’unica cosa che mi poteva dare un poco di ansia era la mia faccia, facilmente passabile per anglosassone. Biondo con gli occhi chiari ero poco assimilabile alla popolazione araba. Per fortuna spesso venivo valutato come russo e pare che con i russi non avessero nessun problema. Fui tentato di appendere fuori casa un enorme cartello con scritto “Italia” con un disegno di un bel piatto di spaghetti al pomodoro, per evitare che gli amici terroristi si confondessero. Ad ogni modo a casa avevamo già appeso la brava bandiera della Palestina nonché quella di Hamas, comprate a una fiera degli studenti islamici. Se proprio mi dovevano ammazzare, allo scoprire, vedendo le bandiere, che ero un fratello, si sarebbero pentiti e magari mi avrebbero reso martire. Non mi dispiaceva affatto l’idea di diventare Shahìd e, circondato da verginelle nude, vedere dall’alto della gennah (il paradiso islamico) la mia faccia su quei poster caratteristici, magari accanto alle due famosissime bambine che pregano con la moschea della Mecca come sfondo.
Quando poi in Italia la gloriosa casa delle libertà vinse le elezioni e si paventava la possibilità che il buon Calderoli tornasse ministro, cominciai a preoccuparmi un pochino anche io. L’università di Sana’a era tappezzata di manifesti che invitavano a boicottare i prodotti danesi. La vicenda delle vignette che ritraevano il profeta era ancora attuale e profondamente sentita. Sapere che in Italia si apprestava a ricoprire una delle principale cariche istituzionali una persona (?) che era stata capace di causare undici morti in Libia, proprio per essersi messa una maglietta con quelle vignette, con il puro scopo di creare disordini, non mi rassicurava affatto.
Una decina di giorni dopo, mentre nel nostro paese il presidente era in procinto di annunciare il nuovo governo, esplose un altro colpo di mortaio diretto, pare, contro l’ambasciata italiana. L’attentato era avvenuto alle sei di mattina e aveva centrato il parcheggio dell’ufficio delle dogane situato a circa 300 metri dalla nostra sede diplomatica. l’opinione preponderante presso gli yemeniti sosteneva che il colpo fosse diretto proprio contro tale parcheggio, per questioni personali e che niente avesse a che vedere con l’ambasciata. Gli yemeniti amano risolvere le loro discrepanze di opinioni in modo spettacolare ed esplosivo. Qualche mese prima fuori dall’università un signore aveva lanciato una granata contro il negozio del marito di sua figlia per affari familiari che evidentemente le parole non erano bastate a risolvere. Erano morte tre persone. Mi spiegarono che il mortaio è molto sensibile e basta sbagliare a puntarlo di pochi centimetri che il colpo esplode a centinaia di metri lontano dall’obiettivo. Personalmente avevo deciso di credere alla versione yemenita anche se in effetti il precedente dell’errore di mira contro l’ambasciata americana faceva pensare a un gruppo di combattenti magari inesperto che ancora doveva prendere confidenza con l’uso del mortaio. Facevano, quasi, tenerezza.
Il binomio attentato, forse, contro gli italiani e la probabile designazione del ministro della lega nord mi inquietava leggermente.
Per fortuna a Sana’a Calderoli e la vicenda della maglietta erano sconosciuti. Provai a raccontarla ad alcuni amici i quali ne rimasero alquanto sbigottiti. Alla fine gli diedero il ministero della facilitazione o qualcosa del genere senza che vi fosse troppo scalpore, il buon Saif al Islam Gheddafi non protestò.
La questione era che, fondamentalmente, se mi uccidevano per vendicare l’offesa del nostro ministro e i morti in Libia, a mio avviso, non avevano neanche tutti i torti. Certo, se proprio dovevano ammazzare un italiano avrei preferito se la prendessero con uno di quelli che lavoravano in ambasciata (quasi tutti di destra), o con qualche affarista petroliere invece che con lo studente di arabo da sempre schierato dalla loro parte. Comunque era il caso di staccare la foto degli spaghetti sulla porta di casa e sostituirle, magari, con una bandiera spagnola, di quelle con il toro da corrida disegnato. Spagnolo andava bene. Avevano già pagato il conto del servilismo di Aznar verso gli americani con l’attentato di Madrid e Zapatero sembrava non innervosire più di tanto i combattenti islamici.
Noi studenti italiani in Yemen fummo convocati dal nostro previdente ambasciatore che ci mise in guardia dai pericolosi terroristi, gentilmente invitandoci a non frequentare certi ristoranti particolarmente occidentalizzati, a non uscire da Sana’a e a far ritorno in Italia non appena conclusi i nostri studi invece di prolungare la permanenza nel paese a scopi turistici. Che palle. Sti cazzi dei ristoranti che tanto non c’andavo comunque ma che du cojoni non poter uscire da Sana’a. Lo Yemen è un paese splendido pieno di posti da visitare di tutti i tipi: montagne, deserto, mare, antichità, monumenti islamici, limitarmi alla capitale era frustrante e contrastava con i miei progetti avventurieri. Decisi di prendere con le molle le parole del diplomatico, anche se poi, purtroppo, ci pensò la malaria, costringendomi al letto dieci giorni senza poter frequentare le lezioni, a far svaporare le mie velleità esploratrici.
Il risultato di queste raccomandazioni fu che cominciai a guardare con un minimo di sospetto i barbuti (gli uomini che portano la barba lunga sono solitamente integerrimi musulmani) che incontravo o che gli sconosciuti che, casualmente, mi guardavano senza rispondere al mio sorriso o al mio salamalècum, mi innervosivano.
Attentato all’ambasciata, Calderoli ministro e convocazione dell’ambasciatore coincisero con l’assenza del mio coinquilino Aldo che era tornato una settimana in Italia. Mi costa ammetterlo ma, a volte, quando stavo a casa la sera avevo un po’ paura, soprattutto dopo aver fumato mezzo spinello. A casa mia di sera si sentivano continuamente rumori di tutti i tipi: gatti che si azzuffavano, miagolii di gatti in amore, bambini che piangevano, padri che urlavano, drogati di qat che ridevano, oggetti che cadevano. Io, solo sul mio divano, rincoglionito dall’hashish, mi spaventavo e mi autoconvincevo che i terroristi stavano sotto casa intenti a scassinare la porta, decisi di venire a punire il porco infedele italiano colonizzatore. Tenevo la giambiyya (il pugnale tipico yemenita) sempre a portata di mano.
Durante questa settimana di solitudine, una sera, mi passarono a trovare il sindaco e Muad il farmacista, nettamente ubriachi. Confidai loro le mie paure e spiegai la vicenda di Calderoli nuovamente ministro. Il sindaco, spergiurandomi che Sana’a era sicurissima, che non sarebbe successo niente, perorando l’opinione che il colpo di mortaio era diretto certamente contro l’ufficio delle dogane e non contro l’ambasciata, decise, per tranquillizzarmi, di prestarmi la sua pistola finché non sarebbe tornato Aldo. La pistola era una Norinco, belga, argentata, bellissima. Per me avere a che fare con le armi era una cosa nuova ed eccitante. Per loro era assolutamente normale. Yemen: venti milioni di abitanti, sessanta milioni di armi da fuoco.
Per darmela la passò a Muad che stava seduto accanto a me. Costui la carica e se la punta sulla parte laterale del polpaccio, dicendo al sindaco che, per dimostrargli quanto l’amava, si sarebbe sparato in quella parte della gamba dove c’è solo pelle. Il sindaco scoppia a ridere rispondendogli “prego, dai, sparati”. Li guardo allibiti convinto che avrebbe davvero premuto il grilletto. Loro avevano bevuto, io avevo fumato: esisteva un sostanziale problema di comunicazione reciproca e di comprensione dell’altrui umorismo.
Dopo poco se ne andarono lasciandomi la pistola. Mi sentii molto più sereno e tranquillo. Durante quella settimana dormii tutte le notti con l’arma accanto al letto, solo guardarla mi dava sollievo. Mi ritrovavo quasi a sperare che qualche terrorista mi facesse visita per potergli sparare. Sognavo a occhi aperti e mi vedevo stringere la mano al presidente yemenita mentre mi veniva assegnata una medaglia al valore per aver sgominato una cellula di Al-Qaeda da solo, io e la mia fedele Norinco.
Ogni volta che bussavano alla porta andavo a vedere chi era con la pistola in mano. Passavo le serata caricandola e scaricandola, desiderando di poter sparare a qualcuno che se lo meritasse davvero, magari proprio a Calderoli. Mi venivano in mente strani pensieri: “Non puoi sprecare questo dono celeste, il Signore Onnipotente ti ha voluto fornire la possibilità di essere braccio armato della sua poderosa vendetta, esci per strada e giustizia il malvagio e il turpe”. C’erano un paio di negozianti ladri e blasfemi nonché qualche italiano dell’ambasciata particolarmente stronzo che in effetti una certa vendettuccia divina se la meritavano ampiamente.
Tornò Aldo e, con mio sommo dispiacere, il sindaco si riprese la pistola.
Passarono un’altra decina di giorni relativamente calmi, cioè senza bombe o minacce. Noi continuavamo sereni vivendo da studenti di arabo e masticatori di qat del finesettimana. La sera spesso bevevamo whisky gibutino in giro per la città vecchia sulla macchina del sindaco. Anche sforzandoci non avevamo mai incontrato ostilità nei nostri confronti solo perché occidentali, anzi. Addirittura, una volta che, verso le quattro del mattino, tornando completamente ubriaco dal club russo, ruppi a calci un povero alberello di una delle pochissime aiuole di Sana’a e fui portato in commissariato, ricevetti dai poliziotti un trattamento gentile ed educato solo a causa della mia nazionalità. Se fosse stato uno yemenita a fare quel che avevo fatto io, avrebbe dovuto passare la notte in carcere e pagare una multa altissima per danneggiamento di patrimonio pubblico.
È anche vero che in quell’occasione sfoderai un arabo perfetto, dovuto sicuramente all’alcol, e seppi trattare con i poliziotti in modo esemplare. Li apostrofai con “ya Ikhwani” (o fratelli miei) chiedendo perdono e indulgenza verso un peccatore che, stravolto dal vino versatogli da Iblìs (il diavolo) in persona, aveva sbagliato ed era pronto a pagare. Mi offrii spontaneamente di dormire in prigione o di pagare la multa dichiarandomi pentito e desolato. Me ne andai dal commissariato mentre il muezzin richiamava alla preghiera dell’alba, salutandomi con i poliziotti con calorose strette di mano e la consueta frase di commiato yemenita “ay khadamàt” (qualsiasi cosa, qualsiasi servizio). (porco occidentale, ubriacone schifoso, sei fiero di te adesso eh?? Ebbro di munkar ti lasci andare alla devastazione di questa città magica, solo il tuo essere straniero occidentale ti ha evitato si pagare le conseguenze delle tue azioni criminali, colonizzatrici, poi pensi pure che è grazie a come hai “saputo trattare con i poliziotti”… presuntuoso.)
Fummo riconvocati dall’ambasciata, questa volta non solo gli studenti, ma tutta la comunità italiana presente a San’a. La nostra (un brivido, nell’usare la prima persona plurale riferendomi agli italiani) sede diplomatica si trovava nel popolare quartiere di Safiya, non lontano da Tahrir dove abitavamo. Eravamo circa una quarantina di persone: studenti, gente che lavorava presso le organizzazioni umanitarie, affaristi e operatori turistici. Dopo un lunga attesa durante la quale non ci fu neanche offerto un caffè ci fecero entrare nella stanza dell’ufficio dell’ambasciatore, dove campeggiava trionfalmente una foto incorniciata del nostro presidente della repubblica. Giorgio Napolitano. Già la prima volta l’avevo notata e un po’ interdetto avevo pensato a una assunzione da parte italiani degli stili di ossequio al potere tipicamente mediorientale. Quella volta, però, la faccia seria di quel vecchietto rugoso, accanto alla bandiere italiana ed europea, davanti a tutte quelle persone mi sembrò grottesca.
In mezzo alla stanza c’erano tre personaggi benvestiti e sconosciuti e il buon ambasciatore, noi fummo ammassati sulla parete di fondo, prospicienti al presidente della repubblica, in piedi. Prese la parola uno di quei personaggi presentandosi come capo dell’unità di crisi italiana. Un sermone micidiale. In piedi, soffrendo, cambiando continuamente posizione, ascoltai questo cretino impettito che ci spiegava come agiva l’unità di crisi italiana in generale senza mai accennare alla situazione dello Yemen. Parlò circa un’ora. Poi prese la parola l’ambasciatore affermando che la situazione era di attenzione ma assolutamente non di allarme, e nemmeno preallarme. (e allora che cazzo ce fai venì qua a senti’ sto cojone, a famme venì’r’mardeschiena). A ognuno di noiitaliani fu poi consegnato un invito per partecipare alla festa della Repubblica del 2 giugno nell’hotel Sheraton.
Il finesettimana dopo andammo a cena dall’unico ragazzo simpatico che lavorava presso l’ambasciata italiana. Abitava con la moglie gentile e simpatica in una bella villa vicina a via Zubeiri. Erano una coppia piacevole e ospitale, con la naturalezza di cui solo le persone del sud sono capaci.
Le cene da loro erano sempre una gioia per la compagnia, per il buon cibo e per la possibilità di bere vino e superalcolici veri invece di quelle schifezze straziafegato di Gibuti che bevevamo con gli yemeniti.
Quella sera, mentre bevevamo allegramente un digestivo, dopo aver mangiato un ottima pasta col sugo alla salsiccia, il nostro ospite ci raccontò che, su internet, era apparso un nuovo comunicato della cellula di Al Qaeda yemenita in cui dichiaravano di voler espellere tutti gli infedeli dalla santa penisola arabica. Ci avvertì inoltre che presto sarebbe giunto un nuovo sms allerta dell’ambasciata.
A me ‘sti comunicati parevano tutti delle gran cazzate. Vedevo la questione in percentuale: Yemen- pochissimi stranieri occidentali -> qualche esaltato ignorante che pretendeva la loro morte o la loro espulsione; Italia- moltissimi stranieri, fra cui musulmani ->tantissimi stronzi ignoranti che si auguravano la loro morte o pretendevano la loro espulsione. Saggissimo detto dice che la madre dei cretini è sempre incinta, in Italia come in Yemen o in Nepal. Forse, giusto negli Stati Uniti, per qualche condizione atmosferica particolare, rimane incinta più spesso.
La mattina dopo, diciotto Maggio, sul mio telefonino appare puntuale il preannunciato messaggio:
La reiterata minaccia terroristica genericamente rivolta agli occidentali presenti nello Yemen impone l’adozione di ulteriori misure cautelari. Si raccomanda di evitare la frequentazione di alberghi internazionali ed altri luoghi conosciuti per la presenza di occidentali (ripetizione); limitare allo stretto necessario i movimenti sul territorio variando orari e percorsi; segnalare tempestivamente all’Ambasciata elementi che possano indurre a rivelare specifici pericoli.
Evitare la frequentazione di alberghi internazionali? E il festeggiamento del 2 giugno allo Sheraton? Che tipi questi diplomatici. Massima cautela? raggruppare tutti gli occidentali ricconi e i diplomatici presenti a Sana’a nell’albergo simbolo della globalizzazione del lusso è massima cautela? Per quanto riguardava i movimenti sul territorio, andando a lezione tutti i giorni alla stessa ora, variare i miei orari e percorsi risultava alquanto difficile.
Le uniche ulteriori misure cautelari che adottai furono comprarmi un coltellino a serramanico che portai sempre appresso appeso alla cintura e guardare in strada prima di aprire completamente la porta di casa. Nonostante quasi sperassi di trovare qualcuno pronto a mitragliarmi col kalashnikov, tutte le volte che sbirciai dall’uscio, prima di spalancare la porta non vidi mai altro che i soliti bambini o le vicine di casa super velatissime. Un po’ di timore, sti stronzi , (non i terroristi, quelli dell’ambasciata) erano riuscito a farmelo sentire, tanto che quando giravo per Sana’a mi guardavo sempre le spalle per assicurarmi di non essere seguito da qualche balordo o quando passavo in mezzo a tanti yemeniti la mia manina andava involontariamente a lambire il fodero del coltellino. (che poi cazzo ce fai co sto temperino cinese contro un kalashnikov o contro la lama di una jambiyya??).
Avrei voluto poter segnalare tempestivamente all’Ambasciata qualche elemento rivelatore di specifici pericoli, soprattutto perché l’avverbio tempestivamente mi piaceva e desideravo praticarlo. Purtroppo, anche impuntandomi, non riuscii a raccattare niente, neanche un pestone sul piede dato per sbaglio. Nell’isolato dove abitavamo ci conoscevano tutti ed erano tutti gentilissimi sia i vicini sia i negozietti sotto casa: la bagàla (il bazar tipico sananita che vende tutto), la màghsala( la lavanderia), il khayyat ( il sarto), il ragazzetto che gestiva l’internet point. Vero anche che con ognuno di questi intrattenevamo rapporti commerciali stabili e quindi era ovvio che fossero cortesi e simpatici, comunque sentivamo nei nostri confronti un benvolere diffuso e sincero. Arabi e italiani del centro sud si assomigliano per la facilità di instaurare rapporti superficiali basati sulla frequentazione quotidiana (e in questo caso non mi vergogno affatto della mia nazionalità).
Per me era del tutto naturale, un piacere, quando uscivo di casa, fermarmi a scambiare due battute con il sarto o sedermi un pochino con i fratelli della lavanderia a commentare le qualità di qat o i video sconci delle ragazze irachene. Avevamo persino una specie di portiere sempre presente che, oltre a un perenne odore di urina sotto la porta, ci garantiva anche un certo controllo costante: Abdelbàsit. Questi era un ragazzo un po’ fuori di testa, sulla trentina, che dormiva sotto casa nostra, per strada. Ci avevano raccontato che era nato nel quartiere e lavorava presso il sarto ma circa cinque anni prima era semi impazzito e aveva deciso di vivere senza un tetto.
Pare che a farlo impazzire fosse stato l’abuso di qat, non dormiva mai, lavorava fino a notte inoltrata, masticava o e beveva tè. Improvvisamente aveva dato di matto. Noi lo aiutavamo comprandogli sigarette e regalandogli qat o portandogli un piatto di pasta quando cucinavamo. Non ultimo, la nostra amicizia col sindaco di Sana’a vecchia, comprovata dalla frequente presenza della sua macchina nella via, ci conferiva una speciale aura di protezione: “gli stranieri sono amici del sindaco…”
Dopo una settimana da quel messaggio, come se non bastasse Al Qaeda, fu annunciato il nuovo terribile pericolo yemenita della stagione: “gli Huthiyyn alle porte di Sana’a”.
Era noto già da tempo che nella parte settentrionale dello Yemen nella regione di Saada c’era la guerra: Il governo contro le tribù ribelli sciite ithnatashari (duodecimale) capeggiate dai fratelli Huthiyyin, finanziati dall’Iran. Della guerra non arrivano molte notizie ma a volte spuntava sui giornali l’annuncio di sanguinari attentati fuori le moschee di quella zona.
Avevamo invitato a cena la coppia simpatica dell’ambasciata, quando scesi ad aprire la porta trovai lei che indossava il velo. Strano. Dopo che furono saliti ci spiegarono che quella del velo era una misura precauzionale dettata dalle circostanze particolarmente preoccupanti.
Luti (al Huthi nella pronuncia italianizzata del nostro amico diplomatico) era arrivato vicino a Sana’a e si combatteva a venti kilometri dall’aeroporto, la notte si sentivano le bombe. Ci dissero anche che era pronto un piano di evacuazione se fosse stato colpito l’aeroporto. Queste notizie non ci tolsero assolutamente la fame e mangiammo felici gli spaghetti con i gamberi preparati da Andrea, bevendo il vino bianco portato dagli ospiti.
Il giorno dopo mi informai meglio presso il sindaco e altri amici yemeniti. I Banu Khsceish, una ricca tribù che possedeva piantagioni di qat e di vite (producevano il vino!), stanziata sulle montagne vicino all’aeroporto di Sana’a, era insorta assieme agli Huthiyyin. Il presidente aveva mandato l’aviazione per distruggerli e pareva che stesse vincendo. Il mio professore di arabo usando il maf’ùl mùtlaq (accusativo ritornante) mi aveva detto che finalmente al raiss darabahum darban shadidan (li aveva colpiti con colpo violento), dopo anni di misure troppo leggere nei loro confronti. Indignato del fatto che avessero osato spingersi fino a Sana’a aveva incaricato il figlio, generale della quwwa khassa (forza speciale) di annientarli. Il monte Aswad (nero) dove si erano nascosti i ribelli era diventato il monte Abyad (bianco) per la potenza con cui erano stati affrontati. Quella sera feci una delle mie consuete passeggiate notturne per il centro di Sana’a al qadima (antica) incantato come sempre dalla magia di quella splendida città.
Camminarci di notte era bellissimo. C’era un silenzio irreale interrotto a sprazzi da urla di neonati o musiche a tutto volume provenienti dalle finestre. Durante quelle passeggiate cercavo di perdermi per i vicoli scoprendo nuovi angoli meravigliosi. Un labirinto di stradine incastrate una dentro l’altra che si infilavano in mezzo a le bellissime case, storte e armoniosamente disordinate. Incontrare gruppetti di masticatori notturni o passeggiatori come noi dispensando sorrisi e masalkheir (buona sera).
Quella notte nel silenzio della città vecchia sentii finalmente anch’io le bombe di cui tutti parlavano.
Ero tranquillissimo. Confidavo pienamente nella piena vittoria del Raiss. L’idea che l’aeroporto poteva essere bombardato non mi spaventava… mica era l’unico aeroporto dello Yemen. Al massimo ci avrebbero riportato in Italia con un aereo militare o alle brutte saremmo rimasti bloccati a Sana’a, cosa che non mi dispiaceva affatto (già pregustavi fama e gloria: stoico italiano sotto le bombe scrive portentoso libro sullo Yemen, egocentrico!). La città era piena di polizia e militari, taftishat (perquisizioni) continue di macchine e passanti. Il sindaco durante i nostri consueti alcolici giri notturni in macchina (l’alcol in Yemen è proibito) definì me e Aldo il miglior taslih (lasciapassare) possibile per evitare i controlli che avrebbero potuto far scoprire le bottiglie di whisky rovinandogli la reputazione. Con noi stranieri a bordo nessun soldato si sarebbe mai permesso di perquisire l’auto.
Ovviamente, dopo poco, arrivò la terza convocazione del nostro paterno ambasciatore, proprio pochi giorni prima della festa della nostra gloriosa repubblica.
Eravamo solamente i pochi studenti di arabo presenti in Yemen, in tutto sette. Questa volta l’ambasciatore fu categorico e, studi finiti o meno, ci invitò a tornarcene immediatamente in Italia. L’aereo più prossimo sarebbe partito martedì, il giorno dopo dell’imminente festeggiamento del 2 giugno. La motivazione che addusse fu la concomitanza della persistente minaccia terroristica genericamente rivolta contro gli occidentali con il momento di instabilità del potere del presidente dovuto all’insurrezione sciiti.
Timidamente provai ad argomentare che, non avendo mai ricevuto alcuna dimostrazione di inimicizia nei nostri confronti dall’inizio della nostra permanenza, il suo invito a lasciare di corsa il paese ci lasciava un po’ interdetti. Premettendo che lui, oltre che diplomatico, era anche scrittore e che perciò amava esprimersi attraverso metafore, mi rispose descrivendo la situazione con queste parole: “Immaginatevi un castello medievale nel mezzo di una vallata circondata da monti. Nella valle lavorano sereni nei campi i contadini, ignari dell’esercito del nemico che avanza dietro le montagne. I vassalli del castello, dall’alto delle torrette di avvistamento, scorgono il nemico e dunque avvertono i contadini dell’incombente pericolo”.
Rimasi piuttosto allibito. Sicuramente involontario e dovuto più alle velleità artistiche del nostro ambasciatore, che a un effettivo parere personale, il paragone che aveva adoperato era emblematico: rappresentava perfettamente il sentire comune di buona parte dell’occidente nei confronti dei popoli musulmani: il nemico che avanza.
Era chiaro che il nemico inteso erano al Qaeda e i terroristi ma, stante che, in Italia e nel resto del mondo “civilizzato”, l’identificazione religione islamica – terrorismo era consolidata presso buona parte della gente e diffusa e patrocinata dalla stessa classe dirigente (i vassalli del castello che mettono in guardia i contadini?), la metafora usata dall’ambasciatore mi agghiacciò. Coloro i quali avevano fatto esplodere le
stazioni di Londra e Madrid sono, per me, nemici quanto i governi che con fantasiose giustificazioni diffondono morte e devastazione attraverso avide guerre sanguinarie. E l’ambasciatore italiano in Yemen, in quel momento, non rappresentava altro che uno di quei governi, qualunque fossero state le sue convinzioni politiche. (Non fare il politically correct che lo sai benissimo che a te Bin Laden, se esiste davvero, ti piace, che quando sono esplose le torri gemelle hai esultato nel cuore, felice che finalmente qualcuno era riuscito a portare il terrore nel cuore della nazione che da anni impunita lo disseminava per il mondo).
Concluso il discorso, l’ambasciatore ci congedò informandoci su quando avessimo intenzione di partire. (Ma perché noi studenti dobbiamo andarcene di corsa per non rischiare, mentregli affaristi e i petrolieri possono rimanere e correre il rischio? Siamo meno importanti? Meno necessari? Sicuramente). Andandomene lo informai dell’intenzione dei miei genitori di venirmi a trovare a Sana’a. Mi rispose che assolutamente non dovevano partire ma anzi avrebbero fatto meglio a organizzare le vacanze a Rimini. A Rimini, mio padre a Rimini…
Nonostante fosse ovvio che né io né Aldo né Andrea – che era arrivato da poco, partito dall’Italia malgrado fosse ben conscio della situazione – avremmo assolutamente anticipato la data del rientro, per quanto riguardava i miei un pochino di paura me l’avevano messa. Ero ben libero io di non voler valutare il rischio per me stesso, di non dar peso a quelle parole, ma far venire mia madre e mio padre in un luogo dove, a quanto pareva, c’era gente che li voleva ammazzare solo perché italiani era un altro discorso. Per quanto volessi vedere la situazione in modo critico e razionale un po’ di timore ce l’avevo, ce l’avevamo tutti, era inevitabile.
D’altra parte mi straziava l’idea che non mi sarebbero più venuti a trovare. Da quando ero arrivato sognavo di portare mia madre, amante delle interiora, a mangiare il kebda (fegato) nei ristorantini popolari. Volevo condividere l’esperienza del mondo arabo con lei che non c’era mai stata e sapevo se ne sarebbe innamorata. Già pregustavo accese discussioni sulla condizione della donna in Yemen e negli altri paesi musulmani, che mia madre, da vecchia femminista, avrebbe ferocemente criticato.
Desideravo portare mio padre in quegli hammam luridi ma bellissimi, accompagnarlo per la città vecchia, fargli conoscere i miei amici yemeniti dimostrandogli, finalmente, che davvero ero in grado di parlare arabo. Da una parte ero tentato di fregarmene e dirgli di comprare il biglietto d’aereo, come rischiavo io potevano rischiare loro, dall’altra però non mi sentivo di prendermi la responsabilità di un’eventuale disgrazia. Per se stesso i rischi si prendono a cuor leggero, quando però si tratta di persone amate ci si pensa sempre due volte.
Non sapevo bene come dirglielo, se spiegavo la situazione riferendole le parole dell’ambasciatore mia madre sarebbe impazzita di ansia se non fossi tornato subito. Se dicevo di non venire e basta mi avrebbero bombardato di domande o forse si sarebbero offesi pensando che non li volevo in mezzo alle mie cose, alla mia vita yemenita. A Rimini…
In effetti la situazione a Sana’a non era assolutamente tranquilla, ma a intimorire non erano i “qaedisti” bensì gli efferati sciiti Huthiyyin che, girava voce, si erano infiltrati in città, decisi a indebolire il potere del presidente, di cui la capitale era la roccaforte, eseguendo azioni disparate incluso colpire i turisti o gli occidentali in generale. E infatti ogni incrocio o strada importante erano controllati da posti di blocco militari che perquisivano macchine e passanti, e la polizia in borghese, i servizi segreti, pattugliavano in incognito tutti i quartieri. Il sindaco, una sera, dopo che avevamo bevuto il velenoso Teacher, si accomiatò da noi più presto del solito motivando che doveva lavorare. Il lavoro consisteva nel girare per la città vecchia per verificare, controllando i registri, se negli alberghi e nelle locandaat (locande) vi fossero Huthiyyin.
Gli yemeniti, nonostante quando venisse introdotto il discorso affermavano immancabilmente la loro piena fiducia nel presidente, erano indubbiamente un po’ innervositi dalla situazione. I ribelli Huthiyyin sono sciiti duodecimani e pare siano finanziati dall’Iran. La maggior parte degli abitanti dello Yemen è invece sunnita o zaidita che è la corrente “mu’tàdila” (moderata) dello sciismo molto e molto poco differisce dal sunnismo.
Il mio professore di arabo (della famiglia degli hashemiti, discendenti del profeta), quando affrontammo la questione mi spiegò che, al pari di Israele che voleva ingrandire il suo stato dal Nilo all’Eufrate, gli sciiti, in questo momento storico forti più che mai, programmavano di dominare tutto il medioriente, dall’Iran al costa mediterranea libanese. Presenti in Iran, Iraq, Bahrein, Arabia Saudita e Libano, una loro eventuale vittoria nello Yemen avrebbe spianato la strada al temibile progetto.
Sinceramente mi sembrava un po’ esagerato, ma era indubbia una situazione nel mondo arabo in cui la contrapposizione fra shia’ e sunna si era inasprita. Gran parte della colpa l’avevano sempre gli americani con la loro astuta politica irachena del divide et impera, aizzando gli sciiti, perseguitati da Saddam, contro i sunniti.
Una conferma di un reale sentimento di timore diffuso ce la diede il nostro buon amico Mohammed, tassista e occasionale spacciatore. Una di quelle sere venne a casa nostra completamente ubriaco e fumato per portarci l’hashish. Era tanto che non lo vedevamo e gli chiedemmo sue notizie, anche perché avevamo sentito dire che si era arruolato. Ci raccontò che era rientrato nell’esercito come autista e che proprio in quei giorni aveva avuto l’incarico di portare le armi ai soldati che combatteva gli Huthiyyin a Bani Khseisc, vicino all’aeroporto. Nonostante fossero di numero largamente inferiore, i ribelli avevano ucciso quarantacinque soldati governativi, centrandoli perfettamente in testa dall’alto delle montagne. Ce lo disse unendo indice e pollice della mano destra, formando un cerchietto a mo’ di mirino sulla fronte e strabuzzando gli occhi per enfatizzare la loro pericolosità.
Spiegò che fra i ribelli c’erano qanaas iraniani, infallibili cecchini addestratissimi in grado di colpire il bersaglio da qualsiasi distanza. (Conoscevo la parola qanaas – cecchino- grazie al famoso filmato di internet “Qanaas Baghdad”, che mostrava una serie di soldati americani colpiti in testa da proiettili con un sottofondo di musiche entusiaste e inni alla resistenza). Aggiunse poi che a Sana’a erano morti 25 soldati uccisi da una bomba lanciata precisamente dentro il finestrino aperto dell’automezzo in cui viaggiavano. Di questo non si era saputo niente.
Secondo la sua versione la battaglia era praticamente finita e i pochi insorti rimasti vivi si erano nascosti nelle montagne senza viveri né munizioni. Dopo questo racconto prese a lamentarsi della vita grama che si faceva nell’esercito, dove non poteva né bere né masticare (qualche canna di nascosto se la riusciva a fare, ci confidò fiero) e neanche scegliere cosa mangiare ai pasti Per questo motivo stava passando i giorni della sua licenza a Sana’a, dove beveva e fumava tutto il giorno, approfittando della momentanea libertà. Quella sera aveva gli occhi rossissimi e barcollava.
I giornali avevano annunciato trionfalmente la morte in quella battaglia di uno dei quattro fratelli Huthiyyin, capi della fazione sciita, dei quali rimaneva vivo soltanto uno, arroccato nel territorio di Sadaa
Altre notizie dirette sugli Huthiyyin ci giunsero dal poeta amico del sindaco e nostro compare di masticata, Taha Yemeni. Oltre a comporre qaside (componimento poetico arabo) durante l’assunzione del qat era anche militare e acceso patriota. Ricordo che, già durante accese discussioni a bocca piena, Taha aveva più volte inveito contro l’Iran, per lui nemico degli arabi al pari di Israele e l’America. Una volta parlando di Saddam avevo affermato che la guerra di otto anni contro Komeini era stata un inutile tragedia facendolo infervorare. lui mi aveva con passione spiegato la questione del territorio dell’Ahwaz, da sempre arabo ma colonizzato dai persiani. Il giorno appresso mi aveva portato un articolo di giornale sull’argomento in cui erano descritte le condizione degli arabi iraniani che lì risiedevano: l’ottanta per cento degli uomini erano rinchiusi nelle carceri della rivoluzione islamica. Durante i giorni della guerra contro gli sciiti, Taha era improvvisamente scomparso dalle masticate pomeridiane nel mafrash del sindaco. Quando domandammo dove fosse andato ci informarono che era tornato nell’esercito ed era stato mandato a Sadaa, sede degli sciiti insorti, per cercare di far rinsavire al Huthi, declamandogli poesie. Non credemmo a questa versione ritenendo che ci stessero prendendo in giro. Magari era fuori Sana’a per altri motivi che non ci volevano spiegare. Pochi giorni prima del mio ritorno in Italia, un pomeriggio, il poeta ricomparve. Era venuto pieno di foto che lo ritraevano vestito da militare in piedi, con le mani alzate, come se stesse gesticolando, davanti a un esercito schierato . Che fosse andato da al Huthi per convincerlo ad arrendersi era effettivamente uno scherzo ma il suo viaggio a Sadaa era reale. Militare, poeta e senza soldi aveva deciso di arruolarsi nuovamente per aiutare la patria e il suo portafoglio. L’avevano mandato a Sadaa dove la sua mansione principale era incoraggiare i soldati prima della battaglia con la sua arte poetica. Poesia per la guerra. Sembravano i tempi della jahiliyya. Non me lo sarei mai immaginato. Un poeta combattente con il compito di infiammare i cuori dei soldati evocava un esercito di beduini sui cammelli, armati di sciabole ricurve mentre poco si accordava con una schiera di ascari con tute mimetiche, baschi rossi in testa e kalashnikov a tracolla. Amai ancora di più lo Yemen e gli yemeniti. Cinture ricamate con la fodera per il pugnale e il porta telefonino, poesia e armi da fuoco.
Oltre a spronare gli animi dei giovani soldati il nostro poeta aveva anche combattuto. Ci raccontò che gli Huthiyyin prendevano hubub (pasticche) di droga per combattere per vere più coraggio. Diceva che erano pazzi, che solo un pazzo esaltato dalla droga poteva avere il coraggio di affrontare da solo un carro armato tirando bombe a mano. Chissà se è vero. E soprattutto chissà dove si trovano un poco di queste pasticche da guerra sciite che non mi dispiacerebbe affatto provare. Dopo che finì il racconto ammiccò verso di me: “te l’avevo detto che l’Iran era mush tamàm (non buono).”.
Noialtri continuammo a passeggiare per la città vecchia anche di notte, la leggera ansia, che comunque erano riusciti a infonderci , non ci poteva fermare dal godere di quel posto meraviglioso.
Arrivò il giorno della festa del 2 giugno allo Sheraton. Avevamo conseguito di far avere un invito al Sindaco che, avido di alcolici di buona qualità, aveva insistito per venire. Sebbene avesse appena sostenuto un operazione di ernia ed era ricoverato, decise di presenziare alla festa comunque, uscendo dall’ospedale per poi farvi ritorno a fine serata.
Avevo tentennato a lungo sulla mia presenza alla festa. Per me non c’era niente da festeggiare il due giugno. Che significava spendere un enormità di denaro affittando un super albergo per esaltare quel paese del cazzo che è l’italia, l’Italia fascista e razzista di Berlusconi, l’Italia codarda e ipocrita del partito democratico. Le persone poi che avrebbero partecipato mi davano abbastanza fastidio, anzi mi facevano schifo: ricconi imbellettati, casta di diplomatici privilegiati, viscidi yemeniti leccaculo del potere, affaristi e militari di alto grado. I giorni prima dicevo per scherzo che se ci fossi andato sarebbe stato solo per farmi esplodere o per mettere il veleno nei piatti degli invitati. L’ unica ragione che facilmente mise a tacere i miei tormenti politici e mi spingeva ad andarci era la gola. Il cibo e Il vino. La possibilità di mangiare cose lussuose (era lo Sheraton!) e di bere a volontà e magari pure di vedere qualche bella femmina senza velo vinse su tutti i miei tentennamenti.
I controlli all’entrata mi sembrarono piuttosto vaghi, non fummo assolutamente perquisiti, se avessi voluto davvero mi sarei potuto facilmente imbottire di esplosivo per punire i malvagi e colpevoli festeggiatori della repubblica italiana (e sarebbe stato meglio visto quello che hai combinato).
Una volta dentro, la mia coscienza politica decise di ubriacarmi scientificamente per punirmi di averla azzittita e messa in un angolo. Dopo aver finito di mangiare, (e il cibo non era assolutamente lussuoso come me l’ero immaginato) mi bevvi tutto quello che c’era: dopo il vino e lo champagne passai al whisky (Johnny Walker, altro che Teacher gibutino a cui ero abituato), una volta che fu finito mi volsi alla wodka e quando anche essa terminò, con estremo disgusto del barista kazako, ormai mio amico, mi feci versare un gin con campari che sancì la mia definitiva dipartita dal mondo cosciente. Quel che successe dopo è molto imbarazzante da raccontare. Ne conservo un ricordo molto vago ricostruito in parte dai racconti dei presenti.
Quella battuta pronunciata dall’ambasciatore, durante il precedente incontro, sui miei genitori e le vacanze a Rimini mi aveva alquanto infastidito. Il fastidio, evidentemente, fu riportato a galla dall’alcol e, quando ormai nella festa rimaneva poca gente, decisi di andare a spiegare al diplomatico consigliere turistico che la sua uscita su Rimini non era stata gradita, assolutamente fuori luogo e anzi offensiva nei confronti della mia famiglia intellettuale. Quel cretino non sa assolutamente chiccazzo è mio padre e che certo non passa le sue vacanze sulla riviera romagnola in mezzo a pallidi svedesi ciccioni.
Avevo passato la vita a vergognarmi del fatto che mio padre fosse professore universitario, non lo volevo mai dire e sviavo sempre il discorso temendo di venir pregiudicato in base alla sua professione. All’università poi, avendo scelto una facoltà vicina a quella dove insegnava, vivevo la sua posizione come un estremo peso, sempre temendo di passare per privilegiato o raccomandato. Forse è anche per questo che mi impegnai in tutti i modi a ritardare la mia laurea triennale, per dimostrare che non ero un secchione ma anzi un vero giovane matto e sballone..
Quella volta invece, la somma dei fattori: vino, un poco di nostalgia, un lungo soggiorno in un paese arabo dove vantarsi del proprio padre e della propria famiglia è considerato un obbligo e quell’odiosa battuta dell’ambasciatore mi aveva reso piuttosto orgoglioso e determinato a dimostrare a sti cretini incravattati chiccazzo era mio padre: celebre professore e archeologo di fama internazionale. E che se lui voleva venire in Yemen non sarebbero certo state quattro minacce di quattro stronzi e le loro stupide paranoie a fermarlo, lui, che aveva visitato tutti paesi arabi, che era stato in Algeria, quando era pericoloso, in giro nel deserto per rovine e cave di marmo.
Mi avvicinai all’ambasciatore e presi posto su una sedia vicina aspettando il momento propizio per parlargli. Questi conversava con altri signori su Carlo Quinto e Francesco Primo raccontando un aneddoto che conoscevo anch’io. Borbottai qualcosa nei loro riguardi, intenzionato a partecipare anch’io a quel dibattito storico che, da figlio di archeologo professore, potevo sostenere brillantemente. Ricevetti un rapido sguardo interdetto per poi non essere più calcolato.
Dovevo ben essere una figura poco consona all’occasione, con la mia faccia piuttosto alterata dall’ebbrezza e camicia e pantaloni assolutamente non stirati. Il mio amico Andrea capendo la situazione provò ad allontanarmi per evitare brutte figure. Da qui comincia il delirio e la mia follia violenta, io non ricordo ma me ne vergogno. A quanto pare, ho sfogato la mia ira per il contesto in cui mi trovavo contrario ai miei principi politici, per la frase dell’ambasciatore su Rimini e per il dispiacere del viaggio mancato dei miei genitori contro il povero Andrea che aveva soltanto tentato di aiutarmi. (Ira? chiamalo pure dissidio interno perché, per quanto contrario ai tuoi principi, bere calici di champagne offerti su vassoi e spegnere sigarette in portaceneri che ti seguivano portati da servili camerieri, ti piaceva, tanto e te ne saresti dovuto sentire in colpa).
Mi sono alzato e platealmente ho sputato per terra sul tappeto dello Sheraton per poi andarmene offeso. Al mio amico che mi inseguiva ho sferrato un pugno traditore e sono salito sul primo taxi per tornare a casa. Quando poi Andrea è arrivato anche lui l’ho minacciato costringendolo ad andare a dormire fuori blaterando che quella era una casa per uomini veri e non per servi dei signori ambasciatori. Ero completamento fuori di testa, non mi rendevo conto delle mie azioni. (Non ti basta? Persisti nell’errore? Quand’è che finalmente ti convincerai a ossequiare la Vera Religione che tanto ti glori di difendere? Il diavolo ti bisbiglia sconcezze nell’orecchio. Abbandona queste azioni devianti e maligne che ti sviliscono e umiliano!) Per fortuna il giorno dopo rinsavii e chiesi perdono.
Il mio soggiorno infedele e colonizzatore nella penisola arabica proseguì per circa un altro mese, durante il quale non successe più nulla. Nessun messaggio terroristico al telefonino, nessuna detonazione di bombe, niente.
Ho passato quattro mesi in Yemen, nessun occidentale cristiano è morto, neanche per un incidente stradale. Nello stesso periodo di tempo in Italia sono morte almeno venti persone sul lavoro, una quarantina sono affogate tentando di raggiungere il nostro paese, è stato rieletto un presidente del consiglio corrotto e ladro e a Roma un sindaco fascista.
Walter Rossi. Oggi come ieri.
30 SETTEMBRE 1977- 30 SETTEMBRE 2008 UN RICORDO SENZA PACE
La svolta autoritaria, necessario strumento di controllo e gestione della crisi economica, e lo stato d’emergenza permanente si concretizzano in un razzismo istituzionale ed in una militarizzazione dei territori che rimanda ai teatri di guerra internazionali. E’ una aperta ostilita’ verso qualsiasi espressione della societa’ che rivendica e agisce per una trasformazione del presente al di fuori del profitto che sfrutta e specula sulle nostre vite e sui nostri territori.
La linea di continuita’ fra tutto questo e le lame delle aggressioni squadriste che negli ultimi tempi hanno sostenuto gli ideali di una pseudocultura neofascista, e’ la volonta’ di intimidire, omologare e reprimere consentendo e legittimando chi a livello istituzionale determina tutto questo.
31 anni fa veniva assassinato Walter Rossi, antifascista militante e attivista delle lotte sociali di allora, veniva ucciso per mano dei neofascisti del MSI, di Almirante, Fini e Alemanno, con la copertura della polizia di stato. L’assassino, Cristiano Fioravanti, vive ancora oggi sotto protezione dello stato.
Questo a dimostrazione di quale fosse la connivenza tra estrema destra e apparati dello stato, che utilizzarono la manovalanza fascista nelle strategie eversive e terroristica che dalla fine degli anni ’60 hanno caratterizzato la storia di questo paese.
Come 31 anni fa, anche oggi rivediamo la stessa intenzione di insabbiare e coprire i reali responsabili della violenza squadrista oggi presenti e rappresentatati in parlamento. Tollerati da una mentalita’ dell’equidistanza e ora addirittura leggittimati da politiche che approvano le loro pratiche squadriste contro immigrati,nomadi, omosessuali, attivisti antifascisti, come strumento di controllo sociale e di prevenzione
del dissenso.
Dopo un’estate di rastrellamenti verso gli immigrati e i senza fissa dimora, le aggressioni come quella avvenuta a via Ostiense alla fine dell’iniziativa in ricordo di Renato Biagetti, torniamo in piazza a ribadire la nostra opposizione ai fascisti in camicia nera e in divisa, a rivendicare la liberta di determinare le proprie esistenze.
Appuntamento martedi 30 settembre ore 17.30 P.le degli Eroi – M Cipro
GLI/LE ANTIFASCISTI/E di ROMA
Dell’impasto e della fettuccina…
Ingredienti:
@1 grosso uovo per ogni 100 g di farina bianca di granotenero e poca acqua.
@per rendere più gustoso l’impasto, potete aggiungere 1 o 2 cucchiai di olio extravergine d’oliva.
Preparazione:
Fare la pasta in casa offre sostanzialmente due vantaggi: permette di poter essere certi della freschezza degli ingredienti e consente di ottenerla secondo i propri gusti. Per quanto riguarda gli ingredienti, la ricetta canonicaprevede 1 grosso uovo per ogni 100 g di farina bianca di grano tenero. Se però l’impasto fosse duro, potrete ammorbidirlo con poca acqua. Una volta si calcolava 1 uovo per persona, ma attualmente con 3 uova si preparano 4-5 porzioni.Inoltre, per rendere più gustoso l’impasto, poteteaggiungere 1 o 2 cucchiai di olio extravergine d’oliva.Come procedere. Innanzitutto disponete la farina a fontana, ossia versandola in modo da ottenere un mucchietto e formando un incavo proprio nel mezzo, cos che possa ricordare il cratere di un vulcano. Rompete quindi le uova e versatele nel centro dell’incavo.Mescolatele, con una forchetta, incorporando gradualmente la farina.Dopo pochi minuti le uova avranno formato con la farina assorbita un impasto giallo che, integrato con la rimanente farina, diventerà sempre più consistente. A questo punto proseguite lavorando il composto direttamente con le mani. Occorre premerlo con vigore, tirarlo leggermente e riavvolgerlo. Quando sarà liscio e omogeneo, stendetelo con il matterello in modo da ottenere una sottile lamina. Per avere una sfoglia rotonda ruotate la pasta manmano che la tirate, in modo da formare un ampio disco.Lasciatela allora asciugare, per evitare che, avvolgendola per poterla tagliare, si incolli. Se invece la pasta è destinata a essere farcita, nondovete farla asciugare, ma procedere celermente, proprio perché essa deve conservare la necessaria umidità per potersi incollare al momento della confezione del tipo di pasta ripiena desiderato (ravioli, tortellini, agnolotti, ecc.). Anche per le tagliatelle non lasciate seccare la pasta più del dovuto, perché perderebbe elasticità e siromperebbe al momento di arrotolarla. Cospargetela con poca farina, arrotolatela e, senzapremere, tagliatela con il coltello a strisce strette o larghe ma tra loro uguali). Prendete quindi i rotolini ottenuti, apriteli, infarinateli e adagiateli sul pianodi lavoro evitando di sovrapporli. Se utilizzate l’apposita macchina a rulli, dovete tagliare l’impasto in pezzi più piccoli, che passerete prima attraverso i rulli per ottenere altrettante strisce sottili. Taglierete queste nella lunghezza desiderata e le passerete negli appositi rulli forniti di dischi taglienti.
Vendola e le scorie…
“Non ci si puo’ rinchiudere – dice Vendola al Tg3 – in un fortino identitatrio, inseguendo il mito della riconnessione di tutti i frammenti e delle scorie di tutti i tipi di comunismo. Questo per la sinistra e’ il tempo di scendere in mare aperto”. Vendola sottolinea: “Siamo impegnati a trasformare la linea di Rifondazione comunista. Siamo impegnati alla nascita di una nuova grande sinistra di popolo, che sia capace di sfidare le destre, di sfidare la fabbrica delle paure. Di ricostruire un principi comunitario e collettivo di speranza”.
O MIO DIO… MA MAGARI CI SCENDETE SUL SERIO IN MARE APERTO…
LE “SCORIE” DEL COMUNISMO DETTO DA UNO SPACCIATORE DI TESSERE MI FA PROPRIO RIDERE.
CHE BELLO LEGGERE QUESTE COSE E SAPERE DI NON AVER MAI VOTATO.
CHE BELLO LEGGERE QUESTE COSE CONSAPEVOLE DI NON AVER MAI CONTRIBUITO A TUTTO CIO’.
NON VOTARE, LOTTA!
Come corrono!!!
Sarei proprio voluta esserci…perchè l’idea che se la sono data a gambe in questo modo rocambolesco mi mette proprio di buon umore. Poi proprio a Koln, una città che ho visto con i miei occhi come convive con le tante etnie rifugiate. Una città che mi ha accolto per un mese, avvolta da migranti kurdi, e che ha dimostrato ogni momento la piena tolleranza, l’amichevole convivenza, l’ospitalità che ha stupito anche me.
Una città dove sono più i migranti dei tedeschi, dove si vive bene, dove si respira un’aria piacevole, assolutamente non razzista, xenofoba, conflittuale.
E sono proprio scappati, usando i battelli, salpando con la coda tra le gambe: da buoni fascisti.
Scappano si, perchè non hanno altro da fare su questa terra, loro, feccia immonda di quest’Europa medievale e reazionaria.
La sola trentina che si è presentata in piazza ieri erano italiani, capitanati da Borghezio che si aggirava con la sua “bibbia”, -La Rabbia e L’Orgoglio- di Oriana Fallaci.
Solo loro, nascosti da una parte, circondati da migliaia di antifascisti.
Pubblico sul blog quest’articolo preso da PeaceReporter perchè m’ha fatto sorridere..
i miei complimenti all’autore
e buon divertimento a chi li può veder correre, tornare nelle fogne.
Solidarietà ai topi di Colonia, che forse non accettano nemmeno loro questi nuovi amici tra la merda.
COLONIA, I FASCISTI INVISIBILI
. Per evitare le contestazioni degli anti-fascisti (ne sono attesi 50 mila domani nella piazza del mercato), ha deciso all’insaputa di tutti di tenere la ‘conferenza stampa internazionale’ cinque chilometri più a sud. La nuova sede avrebbe dovuto essere la circoscrizione di Roedenkirchen, sulle sponde del Reno. Qui si sono radunati tutti, soprattutto una manciata di militanti antifascisti che, precedendo persino i giornalisti della Ard, il canale nazionale tedesco, della Zeit e vari altri, li hanno accolti con slogan e fischietti, minacciando di aggredirli fisicamente. La fuga, a quanto racconta l’unico giornalista che ha assistito alla scena, il corrispondente locale della Tageszeitung, Pascale Beucker, è stata precipitosa. La decina di politici e attivisti di Pro-Koeln ha in fretta e furia lasciato Rodenkirchen per salire su un battello sul Reno e dirigersi verso il porto fluviale di Nihl, sei chilometri più a nord. Beucker è l’unico ad aver assistito agli insulti e alla sassaiola degli antifascisti, che ha costretto quelli di Pro-Koeln a mollare gli ormeggi più in fretta che potevano.Un saluto a Marco Melotti, “Karletto”!
Questa notte Karletto c’ha lasciato. Stroncato da un infarto.
Ci mancherà troppo, ci mancherà la sua capacità di analisi, la sua forza, la capacità di far parte integrante del movimento anche da una sedia a rotelle.
Ci hai lasciato troppo presto, tu che dagli ultimi anni ’60 non hai mai smesso di lottare.
Ciao Karlè…che la terra ti sia lieve.
A pugno chiuso.
Per tutti i compagni che vogliono salutarlo, i funerali saranno domani alle 14.30 al deposito del crematorio di Prima Porta, Via Flaminia.
CIAO COMPA’….Buon Viaggio.
Sarai in ogni lotta, in ogni piazza, in ogni pugno chiuso, in ogni bandiera rossa.
da “Lavorare Stanca”:
SEMPLICITA’
L’uomo solo -che è stato in prigione- ritorna in prigione
ogni volta che morde in un pezzo di pane.
In prigione sognava le lepri che fuggono
sul terriccio invernale. Nella nebbia d’inverno
l’uomo vive tra muri di strade, bevendo
acqua fredda e mordendo in un pezzo di pane.
Uno crede che dopo rinasca la vita, 
che il respiro si calmi, che ritorni l’inverno
con l’odore del vino nella calda osteria,
e il buon fuoco, la stalla, e le cene. Uno crede,
fin che è dentro uno crede. Si esce fuori una sera,
e le lepri le han prese e le mangiano al caldo
gli altri, allegri. Bisogna guardarli dai vetri.
L’uomo solo osa entrare per bere un bicchiere
quando proprio si gela, e contempla il suo vino:
il colore fumoso, il sapore pesante.
Morde il pezzo di pane, che sapeva di lepre
in prigione, ma adesso non sa più di pane
nè di nulla. E anche il vino non sa che di nebbia.
L’uomo solo ripensa a quei campi, contento
di saperli già arati. Nella sala deserta
sottovoce si prova a cantare. Rivede
lungo l’argine il ciuffo di rovi spogliati
che in agosto fu verde. Dà un fischio alla cagna.
E compare la lepre e non hanno più freddo.
AGONIA
Girerò per le strade finché non sarò stanca morta
saprò vivere sola e fissare negli occhi
ogni volto che passa e restare la stessa.
Questo fresco che sale a cercarmi le vene
è un risveglio che mai nel mattino ho provato
così vero: soltanto, mi sento più forte
che il mio corpo, e un tremore più freddo accompagna il mattino.
Sono lontani i mattini che avevo vent’anni.
E domani, ventuno: domani uscirò per le strade,
ne ricordo ogni sasso e le strisce di cielo.
Da domani la gente riprende a vedermi
e sarò ritta in piedi e potrò soffermarmi
e specchiarmi in vetrine. I mattini di un tempo,
ero giovane e non lo sapevo, e nemmeno sapevo
di essere io che passavo -una donna, padrona
di se stessa. La magra bambina che fui
si è svegliata da un pianto durato per anni:
ora è come quel pianto non fosse mai stato.
E desidero solo colori. I colori non piangono,
sono come un risveglio: domani i colori
torneranno. Ciascuna uscirà per strada,
ogni corpo un colore -perfino i bambini.
Questo corpo vestito di rosso leggero
dopo tanto pallore riavrà la sua vita.
Sentirò intorno a me scivolare gli sguardi
e saprò d’esser io: gettando un’occhiata,
mi vedrò tra la gente. Ogni nuovo mattino,
uscirò per le strade cercando i colori.
Aboliamo l’ergastolo!
Quando un Tribunale condanna un recluso ad una pena temporale, anche elevata, gli riconosce comunque il diritto alla libertà. Se invece condanna una persona all’ergastolo gli toglie questo diritto e, per il malcapitato, la libertà diventa una concessione.
Dopo 6 anni l’ergastolo mi è stato tolto e tramutato in trent’anni di carcere.
Mi sono raddrizzato. Da curvo che ero, con quel macigno sul collo.
Il suo compagno di cella insisteva.
-L’ergastolo di fatto non esiste più, al massimo dopo vent’anni si esce.
Quella sera stizzito rispose:
-Ma tu…ti sei mai addormentato con l’ergastolo?
336 ergastoli, tanti ne sono stati erogati tra il 1969 e il 1989 in processi contro le Brigate Rosse ed altre organizzazioni di sinistra per fatti di lotta armata.
L’art. 1 della legge antiterrorismo, varata tra il dicembre del 1979 ed il febbraio 1980, introducendo un’aggravante particolare per i reati commessi con finalità eversiva, rendeva certo ed automatico l’ergastolo per tutti quei delitti che lo prevedevano. L’impennata nelle condanne all’ergastolo si ha proprio negli anni successivi all’entrata in vigore di quella legge approvata dal parlamento in un periodo di acutizzazione dello scontro. Basti ricordare che nella primavera del 1978 avvennero il sequestro e l’omicidio dell’onorevole Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse.
Con le leggi emergenziali per la lotta al terrorismo il Parlamento ha legittimato, per la prima volta in Italia, un uso massivo ed abnorme dell’ergastolo. Delle centinaia di ergastoli una parte sono stati sicuramente erogati per responsabilità materiale diretta al reato, molti però, per semplice concorso morale o per la partecipazione solo marginale alle attività preparatorie di un delitto.
Terrorista: persona senza inflessioni dialettali. Sradicata da qualunque contesto sociale. Alieno. Manovrato da forze occulte, o paesi stranieri. Infatuato da ideologie deliranti. Senza alcun seguito di massa. Assalta la democrazia. Semina il terrore nella comunità.
Questo, a grandi linee, potrebbe essere lo stereotipo del terrorista che è stato impropriamente applicato alle persone e al fenomeno della lotta armata degli anni ’70.
Terrorista può tradursi anche in ergastolano. Terrorista – ergastolano. Due termini che legano bene. L’ergastolo sembra infatti la sanzione più ovvia e naturale per un terrorista, perché non fa che espellere a vita dal consorzio umano un corpo che gli è stato giudicato estraneo.
-TRATTO DA “ERGASTOLO” di Nicola Valentino-
PER L’ABOLIZIONE DELL’ERGASTOLO.
FUORI I DETENUTI POLITICI, AMNISTIAMO GLI ANNI ’70
CONTRO IL CARCERE, GIORNO DOPO GIORNO
Centenario della nascita di Cesare Pavese
“Non mi tremarono soltanto le mani a me il giorno orribile che andai a vederlo nella sua bara, con un vestito grigio e i capelli ben ravviati, nella sede di Einaudi. Eravamo in molti a essere disperati, tutti col senso di colpa di non aver fatto niente per evitare la pazzia di quel suicidio.” -Fernanda Pivano-
Cesare Pavese (Santo Stefano Belbo, 9 settembre 1908 – Torino, 27 agosto 1950)
Ancora un omaggio a Cesare Pavese, nel giorno del centenario della sua nascita. Una piccola selezione di pagine da “IL MESTIERE DI VIVERE”, suo diario fino al giorno del suicidio.
15 Settembre 1946
Aspettare è ancora un’occupazione. E’ non aspettare niente che è terribile.
5 Aprile 1947
Nel periodo clandestino tutto era speranza; ora tutto è prospettiva di disastro.
12 Aprile
Aver l’impressione che ogni cosa buona che ti tocca sia un felice errore, una sorte, un favore immeritato, non nasce da buon animo, da umiltà e distacco, ma dal lungo servaggio, dall’accettazione dell’arbitrio e della dittatura. Hai l’anima dello schiavo, non del santo. Che a vent’anni, quando i primi amici ti lasciarono, tu soffrissi per nobile sofferenza, è una tua illusione. Ti dispiacque dover smettere abitudini gradite, non altro. E continui adesso, tale e quale.
Tu sei solo, e lo sai. Tu sei nato per vivere sotto le ali di un altro, sorretto e giustificato da un altro, che sia però tanto gentile da lasciarti fare il matto e illudere di bastare da solo a rifare il mondo. Non trovi mai nessuno che duri tanto; di qui, il tuo soffrire i distacchi -non per tenerezza. Di qui, il tuo rancore per chi se n’è andato; di qui la tua facilità a trovarti un nuovo patrono -non per cordialità. Sei una donna, e come donna sei caparbio. Ma non basti da solo, e lo sai.
4 Giugno
Per quanto viva sia la gioia di stare con amici, con qualcuno, più forte quella di andarsene soli, dopo. La vita e la morte.
21 Novembre 1947
Sapere che qualcuno ti attende, qualcuno ti può chiedere conto dei tuoi gesti e pensieri, qualcuno può seguire con gli occhi e aspettarsi una parola -tutto questo ti pesa, t’impaccia, t’offende.
Ecco perchè il credente è sano, anche carnalmente -sa che qualcuno lo attende, il suo Dio. Tu sei celibe – non credi in Dio.
13 Gennaio 1949
Vivere tra la gente è sentirsi foglia sbattuta. Viene il bisogno d’isolarsi, di sfuggire al determinismo di tutte quelle palle da biliardo.
1 Gennaio 1950
Solita storia. Anche il dolore, il suicidio, facevano vita, stupore, tensione. In fondo ai grandi pensieri, hai sempre sentito tentazione suicida. Ti eri abbandonato. Ti eri spogliato dell’armatura. Eri ragazzo.
L’idea del suicidio era una protesta di vita. Che morte non voler più morire.
22 Marzo
Nulla. Non scrive nulla. Potrebbe essere morta.
Devo avvezzarmi a vivere come se questo fosse normale.
Quante cose non le ho detto. In fondo il terrore di perderla ora, non è l’ansia “del possesso” ma la paura di non poterle più dire queste cose. Quali siano queste cose ora non so. Ma verrebbero come un torrente quando fossi con lei. E’ uno stato di creazione. Oh Dio, fammela ritrovare.
25 Marzo
Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perchè un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, nulla.
8 Maggio
E’ cominciata la cadenza del soffrire. Ogni sera, all’imbrunire, stretta al cuore -fino a notte.
16 Maggio
Adesso il dolore invade anche il mattino.
20 Luglio
Non si può finire con stile.
17 Agosto
I suicidi sono omicidi timidi. Masochismo invece che sadismo.
Il piacere di farmi la barba dopo due mesi di carcere – di farmela da me, davanti a uno specchio, in una stanza d’albergo, e fuori era il mare.
E’ la prima volta che faccio il consuntivo di un anno non ancor finito. Nel mio mestiere dunque son re.
In dieci anni ho fatto tutto. Se penso alle esaltazioni di allora.
Nella mia vita sono più disperato e perduto di allora. Che cosa ho messo insieme? Niente. Ho ignorato per qualche anno le mie tare, ho vissuto come se non esistessero. Sono stato stoico. Era eroismo? No non ho fatto fatica. E poi, al primo assalto dell’ “inquieta angosciosa”, sono ricaduto nella sabbia mobile. Da marzo mi ci dibatto. Non importano i nomi. Sono altro che nomi di fortuna, nomi casuali e a questo trionfo manca la carne, manca il sangue, manca la vita.
Non ho più nulla da desiderare su questa terra, tranne quella cosa che quindici anni di fallimenti ormai escludono. Questo il consuntivo dell’anno non finito, che non finirò.
18 Agosto
Basta un po’ di coraggio.
Più il dolore è determinato e preciso, più l’istinto della vita si dibatte, e cade l’idea del suicidio.
Sembrava facile, a pensarci. Eppure donnette l’anno fatto. Ci vuole umiltà, non orgoglio.
Tutto questo fa schifo.
Non parole. Un gesto. Non scriverò più.
A Fabrizio Ceruso, 19 anni
FABRIZIO CERUSO, 19 ANNI. UCCISO DALLO STATO IL 5 SETTEMBRE 1974
Soltanto 19 anni per loro non eri nessuno
soltanto 19 anni e per loro non eri che uno
uno come tanti, un cameriere, un garzone d’officina
un operaio, un disoccupato un emigrante
eppure quella mattina 8 settembre
a San Basilio hanno mandato
più di 1000 uomini per ammazzarti
più di 1000 uomini che credevano bastasse spararti
e sono stati invece loro ad avere paura di te
Perchè quella domenica giù a San Basilio
eravamo in tanti a non essere nessuno
in tanti a difenderci le case
a farci la storia con le nostre mani
il proletariato sarà sempre per la rivoluzione
lo è stato Fabrizio Ceruso a 19 anni
se credevate di ammazzarlo avete sbagliato
Fabrizio è l’uomo nuovo che non muore mai
Fabrizio vive in tutti noi
nelle lotte del proletariato
altri giovani nel suo nome si preparano già la fossa
Il primo ministro, il presidente a dirigere le operazioni
per il tuo assassinio
lo stato maggiore riformista mobilitato a condannarti
perchè con gli estremisti non volevi sgombrare
una montagna di calugne per prepare, giustificare
la tua condanna, la tua sicura morte
Tanto per ammazzare un proletario
un comunista di 19 anni
per far pesare la sua morte
sulla lotta giusta lotta
Ma tanto sferragliare di truppe non è servito a niente
il sole rosso è rimasto nei tuoi occhi
la rabbia proletaria già l’ha detto
compagno Fabrizio noi ti vendicheremo
assassini di stato la pagherete e pagherete tutto
Ma tanto sferragliare di truppe non è servito a niente
il fiore rosso è rimasto sul tuo petto
il pianto amaro di tuo padre
il rumore prodotto nella coscienza di tanti
anche l’odio è prezioso
quando il popolo prepara la riscossa
na na nanana na na na nanana…
Roma, 5 settembre 1974. La lotta per il diritto alla casa era molto forte a Roma quando, il 5 settembre, nella borgata di San Basilio, all’estrema periferia est della capitale, la polizia interviene con un ingente schieramento, iniziando a sgomberare le quasi 150 famiglie che da circa un anno occupavano altrettanti appartamenti IACP in via Montecarotto e via Fabriano.
L’incontro fra la decisa opposizione popolare agli sfratti e la volontà dei militanti della sinistra rivoluzionaria di difendere una delle più estese occupazioni in atto nella città, portò a organizzare una dura resistenza, che sfociò in vere e proprie battaglie di strada.
Fin dalle prime ore del mattino di venerdì vengono erette barricate agli ingressi del quartiere con pneumatici, vecchi mobili e oggetti di tutti i tipi. La polizia, accolta da sassi, bottiglie incendiarie, bulloni lanciati con le fionde, spara centinaia di lacrimogeni, ma nel pomeriggio è costretta a sospendere gli sfratti.
Sabato, mentre gli occupanti hanno ripreso tutti gli appartamenti, e una loro delegazione si è recata in pretura e allo IACP, vengono di nuovo tentati gli sgomberi.
Questa volta a resistere ci sono centinaia di manifestanti affluiti da tutta la città, tra i quali numerosi membri di consigli di fabbrica.
La giornata trascorre in un susseguirsi di “tregue”, accordate dalla polizia a Lotta Continua, che gestisce l’occupazione, per dare spazio a quella che si dimostrerà una trattativa-truffa, con l’unico scopo di prendere tempo e fiaccare il forte schieramento proletario. La delegazione rientra a San Basilio con un accordo di sospensione degli sfratti fino al lunedì mattina.
Nonostante ciò, domenica 8 i poliziotti irrompono di nuovo nelle case occupate intimidendo le famiglie e abbandonandosi ad atti di vandalismo. Riprendono gli scontri.
L’assemblea popolare nella piazza centrale della borgata, organizzata per le 18 dal Comitato di Lotta per la casa di San Basilio, viene caricata con lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo. Nella battaglia che segue, mentre un plotone di polizia è costretto a ritirarsi, da un altro vengono sparati numerosi colpi di arma da fuoco.
Fabrizio Ceruso, 19 anni, militante del Comitato Proletario di Tivoli, organismo dell’Autonomia Operaia, è colpito in pieno petto da una pallottola.
Caricato su un taxi, giungerà senza vita in ospedale.
Alla notizia della morte del giovane comunista tutto il quartiere scende in piazza. La rabbia esplode in modo violento. I pali dei lampioni vengono divelti e le strade rimangono al buio.
Questa volta è la polizia ad essere presa di mira da colpi di arma da fuoco sparati in strada e dalle case. Otto poliziotti, tra i quali un capitano, rimangono feriti, alcuni in modo grave. Brevi scontri isolati si accendono fino a tarda notte. l giorno seguente avranno inizio le trattative per le assegnazioni di alloggi alle famiglie d San Basilio e agli occupanti di Casalbruciato e Bagni di Tivoli.
Omaggio a Cesare Pavese -corrispondenze-
Un piccolo omaggio al mio Cesare, a Cesare Pavese, in attesa del centenario della sua nascita, i
l 9 settembre. Un piccolo assaggio della sua corrispondenza…ho fatto una scelta “leggera”, che non sfiora le lettere ai suoi maestri, editori, compagni di penna e di vita. E nemmeno le ultime lettere prima del suicidio. La prima è una lettera ad una ragazza anonima, scritta nella fanciullezza..
poi un piccolo assaggio del confino in Calabria, dopo qualche mese di detenzione prima a Torino e poi nel carcere romano di Regina Coeli..
E poi Fernanda. La cara Fernanda Pivano, cresciuta da Pavese come sua alunna al liceo, sua piccola amica e confidente, sua erede valida e meravigliosa.
Tra qualche giorno metterò alcuni stralci de “Il mestiere di Vivere”, suo diario e capolavoro.
A UNA RAGAZZA
Santo Stefano Belbo, 17 settembre 1927, notte
Per tutto il viaggio non ho pensato che a te.
Al tuo volto e alla tua figura continua che tu hai sempre. Ma soprattutto, immerso in una nuvola di dolcezza segreta, ho fantasticato e mi sono inebriato a lungo del dono dolcissimo e indicibile che ho avuto da te ieri senza aver osato sperarlo mai. Nei giorni passati tu mi avevi già confuso di cose belle, di doni semplici e meravigliosi, ma ieri tu mi hai donato nella tua intimità dolce e triste il culmine della vita. Mi hai mostrato la grandezza appassionata e rassegnata del tuo sentimento di essere una creatura altissima che vive davvero di sogni e di dolore e hai saputo nei baci, nelle carezze, nella carezza più pura del tuo corpo, colmare di gioia e insieme convincere di rassegnazione il mio cuore. Sei tornata per me quella che per un istante l’odiosità degli altri e la viltà della mia anima avevano oscurato: un fiore di poesia, un fiore delicato e indicibile, pieno di dolcezza e tristezza, datrice di spasimi e di gioie, un’immagine affinata nella bellezza di un sogno, della vita immensa e umile, di tutte le cose più alte.
Mi fai soffrire, divinamente soffrire ancora, al pensiero di te, del tuo passato e del tuo avvenire, ma ora comprendo, comprendo come non mai. Ho sentito sotto la mia guancia battere il tuo cuore profumato e triste e ho compreso con tutta la mia rassegnazione l’altezza della tua anima che sa sacrificarsi così per donare intorno a sé, a un povero poetucolo inetto, tanta dolcezza di poesia, per il solo amore di regalare una cosa buona a un essere tanto triste e tanto fanciullo.
Tu mi hai fatto e convinto poeta, o mia grande bambina.
Prima di te tutte le mie pagine non erano che sfoghi sforzati e tremendi, fulminei, di lunghe sofferenze grige che a un tratto culminavano in una irresistibile potenza di spasimo, o cose morte stentate e sofferte in segreto e con immensa vergogna. Ma ora dopo la tua apparizione azzurra, che fu per me come una grande melodia, colle note gaie e serene dei tuoi capelli biondi, della tua fragilità di sogno, e con quelle più profonde e dolorose dei tuoi occhi spalancati, del tuo viso buono e sorridente della tua povera anima esile ma tanto dolce che rassomiglia solo alla tua voce e a tutta la tua vita… Vedi mi perdo bambina, a pensare e sognare di te.
Ora dicevo dopo la tua apparizione di sogno, la poesia è diventata una cosa sola colla mia esistenza, e ad ogni istante mi fioriscono in cuore tenerezze, scatti, struggimenti e contemplazioni, gioie vivissime e dolori tristi, spasimi, sogni, tutti fusi e vivificati nell’onda struggente di tenerezza che non mi lascia più e mi pare mi consumi lentamente il cuore. Intorno alla tua figura bella si raggruppano tutte queste ebbrezze del cuore, tu sei il loro corpo e la loro forma terrestre, sei il simbolo vivo delle tempeste e delle calme della mia anima e per te sbocciano tutti i miei canti.
Tu sei per me una cosa sovrumana, altissima e inesprimibile, bambina: sei per me la poesia e la vita, la poesia della vita. Vedi quanta gratitudine debbo avere per te. E ieri, ieri, tu mi hai dato nella rinuncia di te stessa i baci e le carezze e le parole di conforto che tu sola sai.
Oh grazie bambina.
Qua ho riveduto i colli fra cui sono nato nella dolce pianura del fiume, piena d’alberi e la terra del largo declivio dolcissimo dove ho scorrazzato e vissuto bambino: ho riveduto i profili delle colline pallidi di lontananza dove bambino ancora, spaziavo lo sguardo col cuore gonfio, e con parole esaltate alla bocca in un’aspirazione struggente a mondi lontani, tanto lontani, dove si viveva soltanto della musica di quelle belle parole d’amore.
Amavo le nuvole in cielo, allora, a dieci anni. Da allora, di anno in anno, sempre più, il cuore mi si è gonfiato e esaltato e ha goduto dei pochi trionfi, e tristemente sofferto con una gioia che altri non trova nemmeno pallidamente nei piaceri più vivi, e sempre si è agitato e contorto, dettandomi talvolta brevi parole della sua sofferenza viva, sconvolgendosi e stremandosi nel buio, piangendo, fino a ridursi tanto stanco tanto stanco da nemmeno più ricordarsi la sua fanciullezza.
E sei venuta tu bambina a riscuoterlo per un istante e a inebriarlo ancora, di quelle parole esaltate, a farlo vivere “soltanto” della loro musica. Come una di quelle nuvole che mi passavano nel cielo, bambina, io ti amo ora, mio esile sogno dagli occhi perduti nei capelli biondi.
Ciascuno dei ricordi più dolci di quella mia fanciullezza, mi ritorna al cuore con una sorpresa di gioia all’immagine presente di te, che ravvivi e fai bella ogni cosa più vile e dimenticata del mio passato.
E da ieri sei divenuta mia, per sempre, mia senza scampo come è mio tutto il ricordo evanescente tremante dei miei primi anni e delle mie lotte buie: tu sei ora la mia grande poesia, quella che mi è nata senza che io sapessi, in questa vasta pianura disseminata di grandi alberi e rinchiusa tra sognanti colline; quella poesia che ora, dopo lunghi anni di attesa disperata, ritrovo in te, chiara e straziante, e travagliata, armoniosa, indicibile e struggente, come te, te sola.
E’ questo bambina, l’amore che io ho per te.
Ma tu non dovrai mai dar cagione di dolore a Lui (tu sai) distruggergli anche un solo sogno per amore di me, per lenire anche di una sola sfitta le tristezze grige della mia anima.
Pensa che, a questo, il mio dolore sarebbe forse più grande del suo. Tu ricordi, tu sai, con quanta dolcezza rassegnata ho cercato di avvicinarmelo, di conoscerlo e farmelo amico. Piangerei di vergogna e dolore fremente se lui dovesse soffrire per noi. Io che ti amo, ti adoro di una passione disperata so quanto sarebbe terribile una rovina così grande. Un colpo di rivoltella. Non altro.
E del resto dopo tutto questo tu potrai dire, con un sorriso, “Bah, i poeti sono sempre stati così, impetuosi, ma in breve si stancano di tutto”. Io non risponderò a questo.
Sono triste triste e tanto vile. Ma credi, tutto quanto ti ho detto è la verità, la verità più pura. Tanto pura e tanto sincera che a scoprirla ho provato una gioia immensa.
Dovrò ancora soffrire tanto nell’avvenire, bambina!
E queste sono le mie sole gioie. Non distruggerle non fare anche tu come gli altri, odiosi.
ALLA SORELLA MARIA Brancaleone (al confino in Calabria), 2 Marzo ’36
Cara Maria,
continuo a non ricevere niente. Siete d’accordo col Padre Eterno: lui mi manda l’asma, voi il mal di cuore. Se sapesse che morso da affamato, da squalo, da cancro ha la lontananza, Agata mi scriverebbe. Il libro (Lavorare Stanca) dal 24 gennaio, era indirizzato a Lei.
Non chiedo che una cartolina con la firma. Il 25 è stato il suo compleanno.
Cesare
Quando un uomo invece di scrivere poesie, scrive lettere, è finito.
Brancaleone (al confino in Calabria), 12 Marzo ’36
Siete un mucchio di fottuti. Me ne importa tanto a me di Frassinelli, di quel bischero di Franco, e se mangio all’albergo! Quando la finirete di far finta di non ricevere che chiedo notizie, notizie, notizie, e una cartolina firmata, di Agata? E avete ancora il becco di scrivermi se ho bisogno di qualcosa. Da un mese non chiedo altro. Il confino è niente. Sono i parenti che costringono uno a lasciarci la pelle.
Che vi venga il cancro a tutti.
A FERNANDA PIVANO Roma, Domenica 9 maggio, 1943
Cara Fern,
[…]Ieri era molto scorbutica, e scommetto che era perfino brutta. Invece di escogitare scuse e complici a tutt’andare, studi ché sarà meglio.
[…] Il sesso è la rovina della vita. Ma anche una gran consolazione. Fernanda, apprezzi il sesso che è quello che suscita le lettere e le arti e fornisce di cittadini la patria. Lo apprezzi.
Mi scriva se lo apprezza. Suo
Pavese
A FERNANDA PIVANO Roma, 25 maggio, 1943
Cara Fernanda,
che lei è cattiva ed egoista l’ho sempre saputo, ma neanche io non scherzo e quindi sono disposto a correre il rischio. Ma parliamo di cose più decenti, si è decisa o no a studiare?
Cara Fernanda, quando ci si rifiuta di sposarmi, almeno si ha il dovere di risarcirmi facendosi una cultura e imparandola più lunga di me.[…] O sposi subito il capostazione e smetta!
[…]Fernanda, si mangia poco a casa nostra e, su cinque, tre hanno preso la tosse asinina. L’attendo anch’io, e in questa certezza La saluto caramente, non senza augurarmi che noi due siamo insieme, in una casetta di mare, entrambi con la tosse asinina, a darci i colpetti sulla schiena e confondere i nostri ruggiti.
Suo Cesarino
Aggressione Fascista all’iniziativa per Renato
Questa notte, intorno alle 4,30 7 fascisti hanno aggredito quattro compagni che uscivano dall’iniziativa per Renato Biagetti che si svolgeva a Pirateria, dopo il concerto al parco della Basilica di San Paolo. Uno dei compagni ha preso 3 coltellate su una coscia ed è ricoverato in ospedale.
Brutte carogne!
Erano nei parcheggi ad aspettare di accoltellare i primi che gli capitavano per le mani.
Fascisti bastardi.
Comunicato del L38:
AGGREDITI 4 COMPAGNI, ACCOLTELLATO COMPAGNO DEL L38 SQUAT
Alle 4,30 della notte del 30 Agosto di ritorno dall’iniziativa al parco di San Paolo, che dal pomeriggio aveva visto partecipare migliaia di persone e che ha ricordato la vile aggressione che porto’ alla morte di Renato Biagietti all’uscita della festa reggae sulla spiaggia di Focene, con coltelli e bastoni circa 10 topi di fogna hanno atteso nascosti nel buio che tutti fossero andati via per colpire alle spalle quattro compagni isolati che tornavano alle macchine. Il primo atto dell’aggressione è stata una serie di coltellate alla gamba da dietro senza provocazione e senza dire una parola alla pronta reazione dei compagni gli infami sono scappati. Questo gesto evidentemente vuole rivendicare “politicamente” la matrice infame e fascista e la vile pratica della lama dell’omicidio di Renato. Il nostro affetto e la nostra rabbia ai nostri compagni aggrediti, con Renato nel cuore, NIENTE RESTERA’ IMPUNITO! L38SQUAT
Comunicato di Indymedia Roma:
A margine della iniziativa in ricordo per Renato Biagetti
L’infamità veste di nero, del nero dei fascisti, questo ormai è lapalissiano.
La serata di ieri al Parco Schuster è stata bella, emozionante e partecipata, con centinaia di persone passate a ricordare Renato Biagetti e la sua storia.
La serata poi è proseguita lì vicino a Pirateria, a qualche centinaio di metri sulla via ostiense.
Stanotte verso le 4.30/5 4 compagni che tornavano all’altezza del parco per recuperare l’auto, sono stati aggrediti coltelli alla mano da un gruppetto di una decina di fascisti.
Un ragazzo ha ricevuto 3 coltellate su una coscia e ha dovuto ricorrere ad alcuni punti di sutura. “I giovani leoni” sono successivamente fuggiti, mostrando così tutta la loro squallida infamia.
Ancora coltelli, ancora fascisti, la storia di Renato non ha insegnato niente a nessuno.
Solidarietà ai ragazzi.
Antifascismo attivo.
Squadristi in città con spranghe e coltelli
di Paolo Persichetti Liberazione 31 agosto 2008 [http://insorgenze.wordpress.com]
Allarmi siam fascisti… Era negli anni venti lo slogan delle squadracce nere all’attacco delle case del popolo, delle camere del lavoro, delle sedi dei partiti del movimento operaio e della lega delle cooperative, devastate, bruciate, chiuse con la forza. Qualcosa del genere sta tornando in Italia? La domanda ha raggiunto recentemente l’onore delle cronache grazie ad un articolo di Asor Rosa che ha fatto scorrere un po’ d’inchiostro. Il professore però non si riferiva alla violenza squadristica. Il suo ragionamento era più complesso. Si trattava di un drastico giudizio di valore sulla destra politica attuale, da lui ritenuta peggiore del fascismo perché priva del progetto di società che l’ideale “totalitario” fascista conteneva. Secondo Asor Rosa la destra attuale, sommatoria di spinte diverse e contraddittorie, offre uno spettacolo decadente. Nel fascismo c’era una risposta alla terribile crisi che aveva travolto il vecchio mondo liberale. Una modernizzazione autoritaria dell’economia, una nazionalizzazione totalitaria delle masse. Visione tragica, dittatoriale, ma pur sempre visione. Oggi forse presente, ma solo in rapidi squarci, in qualche trovata di Tremonti. Altri hanno preferito ricorrere a formule nuove: c’è chi ha scelto «regime dolce». Il filoso Alain Badiou ha parlato di «petenismo trascendentale» a proposito del sarkozismo. In realtà ciò che è venuto meno è l’antifascismo. L’effetto domino provocato dalla caduta del muro di Berlino ha ridato forza all’anticomunismo e reso evanescente l’antifascismo. A seppellire definitivamente “l’arco costituzionale”, cioè quel complesso di forze politiche che avevano partecipato alla fondazione della repubblica e alla
scrittura del compromesso costituzionale, è stato l’attacco delle procure della repubblica in nome di un giustizialismo populista e di un emergenzialismo penale che ha sdoganato la destra. La vecchia destra neofascista uscita definitivamente dall’angolo, liberata dai complessi del minoritarismo e del reducismo storico e “obbligata” così a divenire destra europea, destra di governo. Altre destre sono apparse dalle pieghe del territorio, dalle valli del Nord. Destre identitarie, rancorose. Va detto che a questo bel risultato ha largamente contribuito il “partito storico dei giudici”, cioè quel Pci-Pds-Ds-Pd che della via penale alla politica e dell’alleanza con le procure aveva fatto l’asse centrale della sua strategia. Ma questa è un’altra storia che andrà prima o poi raccontata. La fine dell’antifascismo ha prodotto l’effetto “zoo liberato”. Si sono aperte le gabbie, o forse scoperte le pattumiere, insomma sono riemersi dalla storia chincaglierie, cimeli, reliquie che sopravvivevano nelle catacombe del paese. Ma poi si è scoperto che tanto catacombe non erano. La costruzione del sistema politico bipolare, l’introduzione del maggioritario ha fatto il resto. Per vincere ogni voto era buono. Berlusconi è stato il più abile e spregiudicato. Ha messo insieme tutto ciò che esisteva a destra e alla sua destra, comprando, finanziando apertamente o sottotraccia. La destra ha persino messo fine ai suoi anni di piombo. Ha messo fuori tutti (meno due o tre) i militanti dei suoi gruppi eversivi; alcuni li ha arruolati, altri eletti. E’ questo contesto politico che ha rilegittimato valori del passato prerepubblicano e preantifascista e ridato alla violenza politica proveniente da destra una nuova legittimazione sociale che si traduce in disattenzione, sottovalutazione se non comprensione e connivenza. Forse altri Novecento sono finiti ma quel Novecento lì c’è ancora e ha superato il giro di boa, tanto che dal 2000 si registrano 2 morti, due giovani di sinistra uccisi da mani fasciste. Chi contesta queste etichette, lo fa in nome di una rappresentazione della politica che non c’è più. Nessuno tra gli aggressori, come tra gli aggrediti, ha più tessere politiche in tasca perché le forme della partecipazione sono cambiate. Alle vecchie sedi si sono sostituiti i centri sociali, le occupazioni non conformi, le curve degli stadi. Sono cambiati i luoghi di aggregazione ed anche la fisionomia della partecipazione. Tutto è più confuso e approssimativo, le idee sono anche più rozze ma le coltellate sono vere, le lame di puro acciaio e il sangue non è pomodoro. Davide Cesare (Dax) e Renato Biagetti sono stati uccisi nel 2003 e nel 2006. Dal 2005 almeno 262 le aggressioni recensite attribuibili alla destra: 88 attacchi a sedi e centri sociali di sinistra; 76 aggressioni razziste e 98 gli atti vandalici. Senza dimenticare Carlo Giuliani e Federico Aldovrandi. Anch’essi da annoverare in questa tragica contabilità. Vittime di un clima di violenza che è tornata pratica diffusa negli apparati di polizia, come i fatti di Genova del 2001 hanno dimostrato al mondo intero.




























personaggio schivo dei Pink Floyd. Ha partecipato e contribuito a tutti i dischi e i concerti del grande gruppo rock-psichedelico, tranne “The Final Cut”, che infatti non ha mai avuto tracce cantate e suonate dal vivo. I problemi con il gruppo erano sorti durante la registrazione di The Wall, ma è poi tornato a far parte integrante del gruppo.














































Commenti recenti