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Posts Tagged ‘IDF’

La resistenza palestinese colpisce a Kissifum

7 gennaio 2011 1 commento

La resistenza palestinese oggi s’è fatta sentire, vicino al kibbutz israeliano di Kissifum, a ridosso della Striscia di Gaza.
Le notizie per ora sono abbastanza contrastanti: inizialmente s’è parlato del ferimento di 4 soldati israeliani ( di cui due in maniera risultata immediatamente grave ) mentre cercavano di neutralizzare un gruppo di combattenti palestinesi scoperto mentre si avvicinava ai reticolati di confine. Le prime fonti israeliane parlano di un gruppo che voleva deporre ordigni esplosivi; una volta scoperti e iniziato lo scontro a fuoco il commando di Gaza avrebbe usato colpi di mortaio ai danni del gruppo di paracadutisti israeliani colpiti.
Poco dopo diversi elicotteri si sono alzati in aria e Vittorio Arrigoni ci racconta in diretta di diverse sirene della Mezzaluna rossa che urlano intorno al campo di Bureij….

ore 20.56 (italiane): secondo fonti militari israeliane uno dei due soldati che avevano riportato le peggiori ferite è appena deceduto, mentre è salito a 5 il numero dei feriti. Poco fa i media israeliani hanno tentato di parlare di “fuoco amico”… come sempre, gli brucia troppo dichiarare che i loro super soldati sono stati colpiti dal fuoco palestinese.

 

Territori Occupati: Israele demolisce pozzi e cisterne d’acqua

20 dicembre 2010 Lascia un commento

QUESTO VIDEO E’ FATTO DA UN GRUPPO DI PACIFISTI CATTOLICI.

MERCOLEDI 14 dicembre.

Khashem ad-daraj-hathaleen, colline a sud di Hebron, nei Territori Palestinesi Occupati.

L’esercito israeliano demolisce tre cisterne d’acquq e due pozzi nei villaggi beduini della zona.
I villaggi in questione si trovano in Area C, dove, secondo gli accordi di Oslo, Israele ha il totale controllo militare e civile.
Tra le strutture abbattute ci sono anche due pozzi, costruiti una 70ina di anni fa, colmati di terra dai bulldozer israeliani: trattandosi di strutture costruite prima dell’occupazione israeliana dei Territori del 1967. La loro demolizione risulta una palese violazione del diritto internazionale e della stessa legge militare israeliana riguardante la salvaguardia delle proprietà nei Territori Palestinesi Occupati.
L’impatto sulla comunità palestinese a sud di hebron e la sua sopravvivenza della distruzione di pozzi e cisterne è enorme.
La politica portata avanti da israele in Area C è quella di impedire lo sviluppo delle comunità palestinesi, negando ogni permesso di costruzione e demolendo ogni struttura considerata “illegale”.
Allo stesso tempo, gli insediamenti ed avamposti israeliani presenti nella stessa area, pur essendo illegali secondo il diritto internazionale, continuano ad espandersi senza sosta, mentre i coloni continuano ad attaccare impunemente la popolazione autoctona.
Questa politica di restrizioni, chiusure, demolizioni, evacuazioni e soprusi, unita alle continue violenze da parte dei coloni israeliani presenti nell’area, nega di fatto i diritti umani dei palestinesi, ostacolando la possibilità di vivere nei propri villaggi e coltivare le proprie terre, impedendo lo sviluppo delle comunità locali.

Italia-Israele: esercitazioni militari congiunte tra Sardegna e Neghev

10 dicembre 2010 4 commenti

AH!

Che bella notizia! Non avevamo dubbi riguardo la collaborazione tra esercito italiano e israeliano, ma leggere questi lanci d’agenzia tutti felici ed orgogliosi mi fa sentire in dovere, almeno, di segnalarlo. Un portavoce dell’aviazione militare israeliana a Tel Aviv ci fa sapere proprio oggi che la base di Ovda, in pieno deserto del Neghev, ha ospitato un’esercitazione congiunta delle due aviazioni.
In più è generoso di particolari e ci racconta che l’esercitazione di addestramento seguiva una, avvenuta circa due settimane fa, in una base con sede in Sardegna (dalla foto del loro logo si capisce che s’è tenuta a Decimomannu!). In questi giorni invece, piloti con tricolore sulla spalla, hanno seguito i loro colleghi israeliani in voli sopra aree desertiche, non ci specificano a far cosa. Ma son sempre più orgogliosi nel comunicarci che queste esercitazioni congiunte rientrano in piani di carattere annuale progettati da molto tempo, che fanno parte del lavoro costante di cooperazione tra aviazione israeliana e quelle di molti altri paesi del mondo.

L’aviazione israeliana solamente ieri ha compiuto due attacchi sulla popolazione della Striscia di Gaza e nell’ultima guerra mossa contro quell’enorme prigione a cielo aperto che è Gaza, meno di due anni fa, ha ucciso con le sue bombe più di mille civili.

Gaza: Israele bombarda la popolazione con il fosforo bianco

Nuove costruzioni a Gerusalemme Est, soliti uccisi a Gaza

2 dicembre 2010 Lascia un commento

coloni israeliani

Coloni israeliani

E’ di questa mattina la notizia, passata alla radio israeliana, dell’autorizzazione data alla costruzione di ben 625 nuove unità abitative nell’insediamento di Pisgat Zèev, a Gerusalemme Est. Ci specificano che il ministero degli interni ha finalmente dato il via libera definitivo: che la danza del cemento e dell’occupazione abbia di nuovo inizio, senza che si sia mai fermata.
Tutto fermo, i negoziati iniziati il 2 settembre e miseramente falliti nemmeno tre settimane dopo, per non dire già prima di partire, si sono arenati proprio sulla richiesta di congelamento delle nuove costruzioni di colonie in Cisgiordania.
Cosa che Israele non può accettare.
Figuriamoci qualunque tipo di moratoria sulle costruzioni a Gerusalemme Est, impensabile!
Quella è la sua natura: demolire, distruggere, eliminare ogni traccia, occupare, cancellare.

Nel frattempo nella Striscia di Gaza sono stati uccisi due palestinesi dal fuoco dei soldati israeliani, mentre tentavano di infiltrarsi in Israele la comunicazione è arrivata dal sito di Hamas e poi è stata confermata anche da fonti militari israeliane che specificano di aver trovato sui corpi armi leggere e materiale esplosivo.
Diversi tank israeliani e mezzi blindati sostano nella zona del cimitero di al-Shuhada, ad est di Gaza.

 

Completamente raso al suolo villaggio in Cisgiordania

24 novembre 2010 2 commenti

Oggi Tsahal s’è mosso con i piedi di piombo: la devastazione portata oggi dai bulldozer israeliani ha superato il livello solito di media devastando diverse cose in Cisgiordania. E’ avvenuto tutto in una regione della valle del Giordano adiacente alla città di Gerico e molto vicina al confine giordano: il fatto più grave è avvenuto nel villaggio di Abu al-Ajaj, letteralmente raso al suolo.

I due bulldozer che sono entrati, coperti da 200 soldati,  hanno abbattutoTUTTE le casi del villaggio, che ora ha 1000 persone per la strada, private per sempre di qualunque loro bene. Non è ancora chiaro se l’area appena demolita, evacuata, sgomberata e rastrellata sia destinata per l’edificazione di nuove colonie, l’allargamento di Masua (colonia illegale nelle vicinanze) o per qualche avamposto militare.
Sempre forze di sicurezza israeliane hanno poi abbattuto diverse costruzioni palestinesi nella zona, tra cui anche una tenda e due rifugi per il bestiame, che l’esercito d’Israele considerava illegali, forse perchè troppo vicini all’insediamento (quello si illegale) di Masua. Poi terrazzamenti, palizzate e sistemi d’irrigazione: tutto spazzato via.
Ynet news, importante sito d’informazione israeliano ci informa di scontri scoppiati dopo le demolizioni, ma che per ora non risultano arresti né feriti.

SABRA E CHATILA: PER NON DIMENTICARE MAI!

15 settembre 2010 1 commento

Le strade dei campi palestinesi di Sabra e Chatila quando , due giorni dopo, i primi internazionali sono potuti entrare

Le strade dei campi palestinesi di Sabra e Chatila quando , due giorni dopo, i primi internazionali sono potuti entrare

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La terra dei campi è stata bagnata dal sangue di quasi 2000 cadaveri

La terra dei campi è stata bagnata dal sangue di quasi 2000 cadaveri

Con quei campi sempre nel cuore, con quei vicoletti che non hanno mai smesso di percorrere anche le vene del mio corpo…
mai dimenticheremo lo stupro di quei tre giorni, mai dimenticheremo i nomi dei responsabili, mai perdoneremo lo scempio sui vostri corpi innocenti.
Per una breve ricostruzione del massacro, questo link
Per un ricordo a Stefano Chiarini, quest’altro.

E’ caduta la testa del boia: SHARON E’ MORTO!

4 agosto 2010 8 commenti

EMILY, COLPITA AL VOLTO DALLA POLIZIA ISRAELIANA HA PERSO UN OCCHIO

8 giugno 2010 Lascia un commento

EMILY, COLPITA AL VOLTO HA PERSO UN OCCHIO
Il dramma di una giovane americana ferita da un candelotto lacrimogeno sparato dai poliziotti israeliani a Qalandiya.

DI BARBARA ANTONELLI

Ramallah, 07 giugno 2010, (foto dal sito http://www.stopthewall.org), Nena News –
Il 31 maggio Emily Henochowicz, una artista americana 21enne, era scesa in strada come tanti altri, palestinesi e stranieri, per partecipare a una delle manifestazioni spontanee organizzate nelle ore successive all’uccisione di 9 attivisti turchi della «Freedom Flottiglia» da parte dei soldati israeliani. A Qalandyia, il grande posto di blocco che divide Ramallah da Gerusalemme, erano più o meno le 12 quando un candelotto di gas lacrimogeno sparato dalla polizia israeliana, l’ha colpita in pieno volto, distruggendole letteralmente l’occhio sinistro e provocandole diverse altre fratture al viso. Ricoverata all’ospedale di Hadassah, di Gerusalemme, Emily ha subito l’asportazione del bulbo oculare il giorno dopo. Ora l’ambasciata Usa a Tel Aviv ha chiesto alle autorità israeliane di aprire subito un’indagine che chiarisca come sia avvenuto il ferimento grave di Emily.
Secondo diversi testimoni la guardia di frontiera israeliana (un corpo paramilitare della polizia) avrebbe sparato in successione tre candelotti di alluminio ad alta velocità mirando direttamente ai manifestanti. Come sempre accade in questi casi, la versione della polizia è diversa: secondo una nota diffusa dalle autorità israeliane oggi, una indagine interna avrebbe accertato che il candelotto avrebbe colpito prima il muro e poi Emily.
Jonathan Pollack, un attivista israeliano contro l’occupazione, che era presente alla manifestazione, al contrario sostiene, insieme ad altri manifestanti, che «Emily era a soli 10 o 15 metri di distanza dalla polizia, il che indica che l’impatto è stato fortissimo e che il candelotto sparato da così breve distanza ha colpito la giovane americana ad alta velocità». Il codice di condotta militare israeliano – ha aggiunge Pollack – prevede  in questi casi che il gas lacrimogeno deve essere lanciato con una traiettoria di 60 gradi, ma in molti casi questo non avviene e l’esercito spara direttamente sui dimostranti e a distanza molto ravvicinata».
Altre testimonianze sono state raccolte dallo studio legale dell’avvocato Michael Sfard. L’avvocato, che rappresenterà Emily, ha chiesto che il distretto di polizia competente per la Cisgiordania, apra subito un’indagine. Nipote del famoso sociologo Bauman, Sfard assiste legalmente da anni diverse associazioni pacifiste israeliane e ha rappresentato presso le corti israeliane molti casi di violazioni di diritti umani a danno di palestinesi. In passato ha curato gli interessi legali delle famiglie di tre cittadini stranieri uccisi dall’esercito israeliano: la famiglia di James Miller, il fotografo inglese ucciso a Gaza, e quelle di due attivisti dell’ «International Solidarity Movement» entrambi uccisi dall’esercito israeliano a Gaza, Tom Hurndall e Rachel Corrie.
«I testimoni che si trovavano a Qalandyia – riferisce Sfard –  hanno detto tutti che  il lancio del gas lacrimogeno è avvenuto a distanza molto ravvicinata». Il caso di Emily Henochowicz si aggiunge a una lunga lista di altri attivisti, che hanno subito ferite, in alcuni casi gravissime e con conseguenze irreversibili, durante manifestazioni pacifiche. A maggio, Hasen Brejieyah del villaggio di Al Masara, vicino Betlemme, è stato colpito da un candelotto in testa. Lo stesso per Imad Rizka palestinese con cittadinaza israeliana, di Jaffa, ferito al viso nella manifestazione conclusiva dei tre giorni della Conferenza sulla resistenza popolare non violenta a Bi’lin.  Bassem Abu Rahma, sempre di Bi’lin,è morto nel 2009, ucciso da un candelotto di gas che gli ha perforato il torace.
Tristan Anderson è ancora in coma con danni irreversibili al cervello e impossibilitato ad essere rimpatriato negli Stati Uniti, dopo che l’esercito gli ha sparato un candelotto di gas lacrimogeno in testa.
Emily era arrivata da New York a Gerusalemme 6 settimane fa, per studiare arti visuali alla Bezalel Accademy, un istituto di arte e design a Gerusalemme. Il suo lavoro più recente trova proprio ispirazione dall’esperienza di vita vissuta nei Territori occupati palestinesi.

Le armi di Gaza

12 Maggio 2010 4 commenti

Questo comunicato stampa è stato scritto appena 24 ore prima che lo stato di Israele, quello stato assassino e genocida di cui si parla, è diventato membro ufficiale dell’ OCSE.
Di parole ce ne sono poche, di rabbia ce n’è infinita!

Nuove armi sperimentate a Gaza: popolazione a rischio mutazioni genetiche
Biopsie delle vittime condotte in tre università: Roma, Chalmer (Svezia) e Beirut (Libano)

Comunicato stampa

11 maggio 2010

Metalli tossici ma anche sostanze carcinogene, in grado cioè di provocare mutazioni genetiche. E’ quanto è stato individuato nei tessuti di alcune persone ferite a Gaza durante le operazioni militari israeliane del 2006 e del 2009.
L’indagine ha riguardato ferite provocate da armi che non hanno lasciato schegge o frammenti nel corpo delle persone colpite, una partcolarità segnalata più volte dai medici di Gaza, che indica l’impiego di armi sperimentali sconosciute, i cui effetti sono ancora da accertare completamente. La ricerca, che ha messo a confronto il contenuto di 32 elementi rilevati dalle biopsie, attraverso analisi di spettrometria di massa effettuate in tre diverse università, La Sapienza di Roma, l’università di Chalmer (Svezia) e l’università di Beirut (Libano), è stata coordinata da New Weapons Research Group (Nwrg), una commissione indipendente di scienziati ed esperti basata in Italia che studia l’impiego delle armi non convenzionali per investigare loro effetti di medio periodo sui residenti delle aree in cui vengono utilizzate. La rilevante presenza di metalli tossici e carcinogeni indica rischi diretti per i sopravvissuti ma anche di contaminazione ambientale.

I tessuti sono stati prelevati da medici dell’ospedale Shifa di Gaza, che hanno collaborato a questa ricerca, e che hanno classificato il tipo di ferita delle vittime. L’analisi è stata realizzata su 16 campioni di tessuto appartenenti a 13 vittime. I campioni che fanno riferimento alle prime quattro persone risalgono al giugno 2006, periodo dell’operazione “Pioggia d’Estate”. Quelli che appartengono alle altre 9 sono state invece raccolti nella prima settimana del gennaio 2009, nel corso dell’operazione “Piombo Fuso”. Tutti i tessuti sono stati esaminati in ciascuna delle tre università.
Sono stati individuati quattro tipi di ferite: carbonizzazione (nello studio indicato con C), bruciature superficiali (nello studio indicato con B), bruciature da fosforo bianco (nello studio indicato con M) e amputazioni (indicato con A). Gli elementi di cui è stata rilevata la presenza più significativa, in quantità molto superiore a quella rilevata nei tessuti normali, sono:

–     alluminio, titanio, rame, stronzio, bario, cobalto, mercurio, vanadio, cesio e stagno nei campioni prelevati dalle persone che hanno subito una amputazione o sono rimaste carbonizzate;
–     alluminio, titanio, rame, stronzio, bario, cobalto e mercurio nelle ferite da fosforo bianco;
–     cobalto, mercurio, cesio e stagno nei campioni di tessuto appartenenti a chi ha subito bruciature superficiali;
–     piombo e uranio in tutti i tipi di ferite;
–     bario, arsenico, manganese, rubidio, cadmio, cromo e zinco in tutti i tipi di ferite salvo che in quelle da fosforo bianco;
–     nichel solo nelle amputazioni.

Alcuni di questi elementi sono carcinogeni (mercurio, arsenico, cadmio, cromo nichel e uranio), altri potenzialmente carcinogeni (cobalto, vanadio), altri ancora fetotossici (alluminio, mercurio, rame, bario, piombo, manganese). I primi sono in grado di produrre mutazioni genetiche; i secondi provocano questo effetto negli animali ma non è dimostrato che facciano altrettanto nell’uomo; i terzi hanno effetti tossici per le persone e provocano danni anche per il nascituro nel caso di donne incinte: sono in grado, in particolare l’alluminio, di oltrepassare la placenta e danneggiare l’embrione o il feto. Tutti i metalli trovati, inoltre, sono capaci anche di causare patologie croniche dell’apparato respiratorio, renale e riproduttivo e della pelle.

La differente combinazione della presenza e della quantità di questi metalli rappresenta una “firma metallica”.

“Nessuno – spiega Paola Manduca, che insegna genetica all’università di Genova, portavoce del New Weapons Research Group – aveva mai condotto questo tipo di analisi bioptica su campioni di tessuto appartenenti a feriti. Noi abbiamo focalizzato lo studio su ferite prodotte da armi che non lasciano schegge e frammenti perché ferite di questo tipo sono state riportate ripetutamente dai medici a Gaza e perché esistono armi sviluppate negli ultimi anni con il criterio di non lasciare frammenti nel corpo. Abbiamo deciso di usare questo tipo di analisi per verificare la presenza, nelle armi che producono ferite amputanti e carbonizzanti, di metalli che si depositano sulla pelle e dentro il derma nella sede della ferita”.
“La presenza – prosegue – di metalli in queste armi che non lasciano frammenti era stata ipotizzata, ma mai provata prima. Con nostra sorpresa, anche le bruciature da fosforo bianco contengono molti metalli in quantità elevate. La loro presenza in tutte queste armi implica anche una diffusione nell’ambiente, in un’area di dimensioni a noi ignote, variabile secondo il tipo di arma. Questi elementi vengono perciò inalati dalla persona ferita e da chi si trovava nelle adiacenze anche dopo l’attacco militare. La loro presenza comporta così un rischio sia per le persone coinvolte direttamente, che per quelle che invece non sono state colpite”.

L’indagine fa seguito a due ricerche analoghe del Nwrg. La prima, pubblicata il 17 dicembre 2009, aveva individuato la presenza di metalli tossici nelle aree di crateri prodotti dai bombardamenti israeliani a Gaza, indicando una contaminazione del suolo che, associata alle precarie condizioni di vita, in particolare nei campi profughi, espone la popolazione al rischio di venire in contatto con sostanze velenose. La seconda ricerca, pubblicata il 17 marzo scorso, aveva evidenziato tracce di metalli tossici in campioni di capelli di bambini palestinesi che vivono nelle aree colpite dai bombardamenti israeliani all’interno della Striscia di Gaza.

Contatti ufficio stampa
Fabio De Ponte
Tel. 347.9422957
Email: info@newweapons.org
Sito: http://www.newweapons.org

Beit Jala, ancora una volta

23 aprile 2010 1 commento

22 Aprile 2010

Oggi a Beit Jalla vicino a Betlemme, cittadini palestinesi con alcuni internazionali hanno dato vita ad una manifestazione di protesta contro il muro dell’apartheid in costruzione in quella zona. Per diverse ore l’esercito ha sdradicato decine di ulivi centenari e buttato giù il portico di una cosa perchè proprio li soergerà la continuazione del muro dell’apartheid. I manifestanti hanno tentato di avvicinarsi alle case ma i militari li hanno respinti sparando lacrimogeni e proiettili di gomma. Sono state fermate 6 persone, tra cui 2 italiani, che ora sono nelle mani dell’esercito israeliano. Le accuse sono di violazione di una zona militare chiusa perchè, in maniera simbolica, hanno piantato una bandiera palestinese sul perimetro del futuro muro, dove era appena stata distrutta una parte di una casa di palestinesi.
Ascolta la corrispondenza di Radiondarossa e gli aggiornamenti

Il secondo giorno della V Conferenza Internazionale di Bil’in sulla Resistenza Popolare Palestinese comincia con la brutta notizia del riavvio dei cantieri per la costruzione del muro attorno a Betlemme. Numerosi bulldozer e circa dieci jeep dell’IDF sono entrati a Beit Jalla e Al Walaja per sradicare gli ulivi lungo il tracciato del muro e demolire il cortile di una casa palestinese.
Diversi attivist* internazionali (tra cui alcun* del nostro gruppo) e israeliani sono andati sul posto per portare la solidarieta’ attiva alla famiglia di Beit Jalla e, eludendo la sorveglianza, sono riusciti a rimanere al fianco dei palestinesi mentre procedeva inesorabile la demolizione. I militari israeliani sono intervenuti trascinando brutalmente gli/le attivist* per centinaia di metri, picchiandone e ferendone tre. Due attivisti israeliani sono stati arrestati.
Questa casa e’ stata al centro di un processo completamente falsato dalla giustizia israeliana: il terrazzamento del cortile era stato demolito qualche mese fa e poi ricostruito in seguito alla sospensione del processo stesso. Due giorni fa, il 20 Aprile, il tribunale ha definitivamente autorizzato il governo israeliano a dare inizio ai lavori di costruzione del muro che passera’ a pochi metri dalla casa stessa, isolandola e usurpandone la terra.

Nel frattempo, a pochissimi chilometri da li’ e a pochi metri dalla terra di Abed, nel villaggio palestinese di Al Walaja,altri bulldozer hanno sradicato almeno 50 ulivi e 50 alberi da frutta. Gia’ la settimana scorsa nello stesso villaggio ci sono stati 3 arresti e varie minacce e pestaggi intimidatori da parte dell’esercito; anche stavolta hanno minacciato di arrestare i membri del comitato popolare locale se avessero continuato a protestare contro il muro e la demolizione delle case.

Nel primo pomeriggio, terminati i lavori della conferenza internazionale, altr* attivist* internazionali sono tornat* a Beit Jalla per cercare di raggiungere la famiglia rimasta isolata dalla mattina, rompendo la zona militare chiusa.
Quando siamo giunti sulla strada che conduce alla casa i militari hanno messo di traverso i loro mezzi e steso il filo spinato per impedirci il passo. Abbiamo provato a forzare il blocco in maniera pacifica ma i soldati hanno reagito nervosamente puntando i mitra e minacciandoci con le granate in mano. Ne e’ seguito un tafferuglio e dopo 2 ore di blocco stradale, durante le quali i militari hanno impedito il passaggio di qualsiasi veicolo – compresa un’ambulanza -, un piccolo gruppo e’ riuscito ad aggirare lo schieramento e a raggiungere la famiglia portandogli da mangiare e piantando simbolicamente una bandiera della Palestina. Perche’ questa terra non appartiene alla prepotenza sionista.
Sei persone sono state fermate, ammanettate e portate alla stazione di polizia di Gush Ezion (una delle tante colonie israeliane in Cisgiordania) e stiamo attualmente in attesa della loro liberazione. Nel gruppo ci sono quattro ragazze e due ragazzi, tra questi un compagno e una compagna del nostro gruppo.

In seguito agli arresti i soldati hanno sparato lacrimogeni sul resto dei manifestanti, disperdendoli. Alcuni ragazzi palestinesi hanno iniziato a lanciare pietre, rovesciando cassonetti, e l’esercito ha sparato alcuni colpi.

WITHOUT YOUR FREEDOM WE’LL NEVER BE FREE
PALESTINA LIBERA

Per gli aggiornamenti seguire Freepalestine ed ascoltare Radio Onda Rossa

Sono passati 8 anni da quando ero per i vicoli di Beit Jala, caricati dall’esercito! Quella terra è dentro di me…
sono stretta ai compagni presenti nei Territori Occupati, stretta stretta a quella terra resistente

Sosteniamo il centro Amal Al-Mustakbal nel campo di Aida, in West Bank

19 aprile 2010 Lascia un commento

Il centro Amal Al Mustakbal è nato nel 1987 nel campo profughi di Aida, nella zona di Betlemme (Palestina). L’idea di un asilo nasce dal desiderio di attivare progetti per strappare i bambini e le bambine dalle strade e fornire una preparazione prescolastica attraverso attività di gioco, danza, studio, sport e arte.

Foto di Valentina Perniciaro _a pochi passi dal campo profughi di Aida, Betlemme_ Marzo 2002

Nel 2002, con la costruzione del muro di separazione, l’economia interna al campo profughi è precipitata. La totale disoccupazione, l’espropriazione di terre coltivabili e la continua occupazione militare, sono le ragioni per cui la struttura oggi si trova senza alcun sostegno economico, contando unicamente sul lavoro volontario di donne e uomini del campo profughi.
Nonostante l’obiettivo sia di garantire a tutti e tutte la possibilità di studiare, sono solo 40 i bambini e le bambine che possono utilizzare gratuitamente gli spazi del centro e, attraverso la guida dei volontari, partecipano alle attività culturali e di apprendimento. Ogni giorno, dalle 8.00 alle 12.00, bambine e bambini partecipano ad attività e giochi con lo scopo di imparare a leggere, scrive e contare mentre nel pomeriggio il centro resta aperto per dare vita a laboratori di danza, arte e sport. Durante la pausa estiva le attività proseguono con i campi estivi. Il motivo per il quale scegliamo di parlarvi di questa realtà è perchè abbiamo attivato una cassa di sostegno alla vita del centro, considerando fondamentale il ruolo che svolge all’interno dell’esistenza drammatica delle persone che vivono nel campo profughi di Aida.
Da Marzo 2009 non esiste alcun finanziamento che possa garantire il regolare svolgimento delle attività. Le persone che s’impegnano a tenere in vita questo progetto, non percepiscono alcuna forma di reddito e non possono garantire la sopravvivenza del centro. I materiali non sono minimamente sufficienti per consentire un dignitoso svolgimento delle attività. L’edificio che ospita questo grande sogno richiede l’impegno costante nel pagamento dell’affitto.
Per queste ragioni il centro Amal Al Mustakbal ha dovuto sospendere le attività ma la forza dei volontari ha portato ad una riapertura provvisoria. Come gruppo che fa riferimento al blog freepalestine.noblogs.org abbiamo attivato da diversi mesi una campagna di sostegno al centro Amal Al Mustakbal che ha portato a coinvolgere diverse scuole della capitale. Si può aiutare il centro in diversi modi: economicamente, alcune scuole hanno devoluto i ricavati volontari delle recite scolastiche, con uno scambio di disegni tra bambini o mandando in Palestina tutto lʼoccorrente didattico per continuare lʼapprendimento o la ricreazione. Tutte queste forme aiutano una popolazione a non sentirsi sola, soprattutto
nei confronti di bambine e bambini le maggiori vittime di muri e separazioni.
Per info: carovanapalestina@autistici.org
VIDEO DAL CAMPO DI AIDA

Gerusalemme e la “collera”

17 marzo 2010 Lascia un commento

Ieri non ho avuto modo di aggiornare il blog, quindi non ci sono mie righe di commento ai fatti di Gerusalemme e, nemmeno, alla decisione del premier israeliano di accordare la costruzione di nuovi insediamenti, in barba non solo a decine e decine di risoluzioni ONU, ma anche alle direttive statunitensi.
Momento di tensione eccellente quindi, come poche voltre in precedenza: i rapporti diplomatici e politici tra Israele e Stati Uniti hanno preso una bella sprangata sui denti dopo questa decisione unilaterale di Nethanyahu.
Così ieri la popolazione è scesa in piazza, soprattutto a Gerusalemme, in quella che è stata denominata la “giornata della collera”.
Ieri ci sono stati scontri e pestaggi, barricate e sassaiole per la città che non sto qui a raccontare visto anche lo spazio che hanno trovato nei media mainstream.
Scrivo in ritardo di un giorno quindi, solo per ribadire la mia totale vicinanza a quel popolo in lotta, in una lotta che anno dopo anno è sempre più massacrante, estenuante e contro un nemico che fa rimpiangere i “mulini a vento”.
Ieri, oltre alla giornata della collera e dell’ira era anche l’anniversario della morte, dell’assassinio di Rachel Corrie, schiacciata da un bulldozer dell’esercito israeliano mentre manifestava pacificamente contro le demolizioni di case palestinesi nella Striscia di Gaza.
Ciao Rachel, sorella di Palestina.

In questa pagina il ricordo che ho fatto lo scorso anno, con stralci delle sue lettere e un po’ di immagini!

Le soldatesse israeliane tirano fuori un po’ di cadaveri dall’armadio…

4 febbraio 2010 6 commenti

6 anni dopo l’inizio della sua attività possiamo dire che l’organizzazione israeliana “Breaking the silence” sta facendo un buon lavoro. Il giornalista israeliano Amir Shilo racconta su Y-net le ultime testimonianze uscite su un libricino di testimonianze di soldati israeliani. Queste ultime dichiarazioni hanno una particolarità comune non da poco: sono state tutte rilasciata da donne, soldati dell’IDF, impegnate nei Territori Occupati.
Ci raccontano come le donne abbiano la necessità di dimostrare ai colleghi uomini la loro forza e la loro capacità di essere macchine da guerra e quindi, spesso, questa morbosa necessità si risolve diventando peggio di loro, usando ancora più violenza, umiliando ancora di più il nemico. Che in questo caso, molto spesso, è inerme, è minorenne, è in uno stato di totale costrizione.
E così le dichiarazioni lasciano particolarmente senza parole, i metodi usati per umiliare gli arabi fanno rabbrividire e pensare che tutto ciò venga compiuto da donne alla sottoscritta fa decisamente più schifo del solito. Negli ultimi anni il numero delle donne soldato impiegate nelle operazioni di guerra e in quelle di frontiera è di molto moltiplicato: avere testimonianze da loro è ancora più difficile perchè in quanto minoranza all’interno dell’IDF si trovano in una situazione di debolezza.

Foto di Valentina Perniciaro _Palestina, Campo profughi di Dheishe, marzo 2002_

Ma nel report dell’associazione sono circa 50 le donne soldato ad aver preso parola: tutte raccontano di come la violenza sia molto più brutale rispetto a quella dei loro colleghi. Si prendono i prigionieri e li si sbatte al muro, li si umilia facendoli cantare canzoncine, facendoli saltare al ritmo desiderato, deridendoli e schiaffeggiandoli anche per 6-8 ore di fila, senza alcuna ragione.
Una soldatessa impiegata nell’unità di polizia militare Sachlav racconta di un bambino palestinese che ripetutamente avrebbe provocato i soldati e lanciato anche alcune pietre. Lo stesso bambino sembrerebbe aver causato la frattura di una gamba ad un soldato, perchè spaventatosi dal lancio di una pietra, sarebbe caduto rompendosi l’arto. L’immediata ritorsione viene raccontata così: il bimbo viene preso da due soldati e caricato su una jeep per esser portato al check point, da dove esce con una mano rotta, rotta sulla sedia su cui era stato fatto sedere.
Ma nemmeno i bambini più piccoli vengono risparmiati da queste perversioni legalizzate: un’altra donna soldato racconta di un bimbo di soli 5 anni, schiaffeggiato con forza perchè piangeva. Gli urlavano di smettere di piangere, quando c’è riuscito ed ha abbozzato un sorriso gli è stato dato un forte pugno nello stomaco: “Non mi ridere in faccia!”, gli è stato urlato.
Chi ha provato a ribellarsi a simili atti di violenza gratuita è stata/o rimproverato dagli ufficiali. “Anche chi non partecipa a certe azioni sa che avvengono: tutti sanno e vedono quello che compie l’IDF”, racconta una testimone di guardia in un checkpoint nell’area di Jenin.

Sui muri di Hebron ... stiamo messi bene!

“Ai checkpoint ci appropriamo del cibo e di qualunque oggetto: giocattoli, batterie, sigarette. Sono sicura che qualcuno di noi prende anche i soldi durante le perquisizioni. Una volta uno di questi furti è stato ripreso da una telecamera. Pensavo scoppiasse un caso e invece nessuno è stato punito. A noi è permesso colpire e umiliare come vogliamo.”
Alcune testimonianze parlano con preoccupazione delle procedure israeliane per poter aprire il fuoco nei Territori Occupati, in particolare in situazioni di “ordine pubblico”. Ad esempio è procedura comune usare i proiettili di gomma puntando all’addome. Viene raccontato un episodio che ha portato alla morte di un bambino di 9 anni. Aveva provato a scavalcare la palizzata, è caduto e ha rinunciato fuggendo via in bicicletta: colpito all’addome (hanno dichiarato che stando in bici non lo riuscivano a colpire alle gambe). “Nessuno viene mai punito per questo. Subito viene decisa una versione ufficiale: si parla di situazioni fuori controllo, pericolo di fuga di terroristi e il caso viene chiuso.”

Le testimonianze sono tante e fastidiose che non ho la forza di raccontarvele tutte: non mi piace mettermi a tradurre le perversioni di una donna in divisa che per sentirsi “accettata” da un arabo in stato di fermo lo prende a calci nelle palle con i suoi “spettacolari anfibi militari”. Penso che non serva, sbagliandomi probabilmente, entrare per forza nel dettaglio.
Ieri invece è stato PeaceReporter ( le notizie vengono sempre dal quotidiano israeliano Yedioth Ahronot ) a raccontarci come furono riscritte le regole di ingaggio per l’operazione “Piombo Fuso” a Gaza lo scorso anno. Anche questa volta le notizie ci arrivano attraverso le ammissioni di un alto ufficiale israeliano. “Non ci deve essere nessuno nell’area delle operazioni. Se ci sono segni di movimento, si spara. Sono queste, essenzialmente, le regole d’ingaggio. Sparare a cio’ che si muove”.

Israele apre una diga: 2 città di Gaza restano sotto 4 metri d’acqua

20 gennaio 2010 Lascia un commento

Le ultime notizie che prendiamo da Infopal lasciano esterrefatti. 
Che l’acqua fosse uno degli elementi con cui Israele porta la sua guerra d’occupazione sui Territori palestinesi e sulla Striscia di Gaza lo sapevamo: l’acqua come strumento di rapina e controllo, l’acqua rubata e deviata…
Questa volta è stata usata come una vera e propria arma, l’ennesima contro la popolazione di al-Mighraqa e Hajar ad-dik, cittadine della zona centrale ed orientale della Striscia.
Una metodologia quasi medievale, che ricorda i lunghi assedi dei crociati, gli avvelenamenti delle sorgenti da parte dei rumi o in risposta ad essi e per mano delle truppe di Saladino; invece è presente, pura e semplice attualità, datata 2010.
Senza alcun preavviso (ci avrebbe stupito il contrario) è stata aperta la diga di Wadi Gaza, cosa che ha provocato un’immediata inondazione che ha coinvolto le due cittadine, allagando decine di case, devastando campi coltivati e causando lo sfollamento di centinaia di persone. Gli eternamente profughi, per l’ennesima volta sfollati, sono stati ospitati all’interno di scuole e riforniti di cibo, coperte e vestiti.

Il direttore della protezione civile, dopo aver messo in salvo una 60ina di cittadini di al-Mighraqa, rimasti bloccati, ha sottolineato allarmato che il livello dell’acqua è in continuo aumento cosa che mina la sicurezza anche dei villaggi circostanti alla zona già inondata.
Le notizie non sono di certo positive; è la stessa protezione civile a testimoniare che le forze d’occupazione israeliane hanno annunciato di voler aprire un’altra diga che da sulla stessa valle: la diga di Wadi ha ormai qualche decennio ed era stata costruita proprio con lo scopo di privare la Striscia dell’acqua che naturalmente riempiva il wadi durante l’inverno.

Ieri la diga sarebbe stata aperta senza preavviso a seguito della pesante alluvione che ha colpito la zona meridionale dello stato occupante israeliano, quella del deserto del Neghev, dove ci sono stati diversi dispersi e ingenti danni.
Divertente anche vedere come si comportano le agenzie italiane nel riportare la notizia: parlano dell’alluvione sul povero stato israeliano colpito da calamità naturali, per poi raccontare che le “alluvioni” hanno coinvolto anche la striscia di Gaza dove il livello dell’acqua ha raggiunto in alcuni villaggi i 4 metri: nessun riferimento, ovviamente, alla diga. 
“Così – affermano a Gaza – gli occupanti ottengono due risultati: proteggere se stessi dalle inondazioni, allagare la Striscia di Gaza e aumentare la sofferenza della popolazione palestinese assediata”.

Israele si conferma portatore di democrazia e civiltà.
Israele si conferma stato assassino!

Israele e gli “organi” palestinesi …

29 dicembre 2009 Lascia un commento

IL GOVERNO EGIZIANO CONTINUA A BLOCCARE I PARTECIPANTI ALLA GAZA FREEDOM MARCH.
Nel frattempo, da Infopal, un po’ di notizie di qualche giorno fa, da non lasciare nel dimenticatoio 

Nazareth – Infopal. Il deputato palestinese nel parlamento israeliano Ahmad at-Tibi, capogruppo del Blocco Arabo Unito, ha rivelato che negli anni Novanta l’Istituto medico forense israeliano “Abu Kabir” ha “prelevato frammenti di tessuto cutaneo, cornee, ossa, e talvolta valvole mitraliche, dai cadaveri dei palestinesi uccisi dagli israeliani, per trapiantarli ai soldati israeliani”.
At-Tibi ha affermato che “nella serata del 18 dicembre 2009, il secondo canale della televisione israeliana ha trasmesso un dossier contenente registrazioni audio del direttore dell’Istituto Abu Kabir mentre raccontava alcune realtà che non sono state rese pubbliche in passato e che confermano che negli anni Novanta dai cadaveri arrivati presso l’Istituto sono stati estratti frammenti di tessuto cutaneo (dalle schiene, in particolare, per trapiantarli a soldati feriti o ustionati), senza il consenso delle famiglie dei defunti”.
Egli ha anche detto che il rapporto ha evidenziato che il responsabile di questo progetto era l’ufficiale dell’Esercito Aryeh Eldad, attualmente deputato del Parlamento israeliano.

Nello speciale della tv israeliana è stato confermato che dai cadaveri sono state prelevate le cornee. Nancy Scheper-Hughes, docente all’Università di Berkeley, ha incontrato dieci anni fa il direttore dell’Istituto e ha registrato i suoi discorsi su questi fatti. Ha detto alla televisione israeliana: “È vero che le cornee ed i tessuti cutanei venivano presi dai palestinesi e dagli israeliani, ma il fatto grave è che la pelle veniva presa dai palestinesi e poi applicata ai soldati israeliani loro nemici”.
At-Tibi ha dichiarato: “Possono prelevare da israeliani per altri israeliani, ma con il consenso della famiglia, ma come si fa a prelevare gli organi di palestinesi per i soldati che li hanno uccisi?!”. “Tuttavia gli israeliani non uccidono un palestinese per prendergli gli organi, ma perché lotta o manifesta contro di loro, poi ne approfittano per prelevare dal suo cadavere gli organi e trapiantarli ai soldati israeliani, come hanno rivelato sia il secondo canale israeliano che gli stessi funzionari dell’Istituto”.

Ha poi aggiunto: “Tutto ciò si ricollega all’inchiesta del giornalista svedese pubblicata alcuni mesi fa su fatti simili e che ha fatto infuriare il governo israeliano, il suo ministro degli Esteri Lieberman e tutti i media israeliani”.
At-Tibi ha affermato che, a seguito di fatti simili, qualche anno fa aveva presentato un’interrogazione all’allora Ministro della Sanità israeliano Nissim Dahan: quest’ultimo non confermò né smentì il contenuto dell’interrogazione, ovvero se istituti israeliani prelevavano organi dai martiri palestinesi senza il consenso delle loro famiglie. Vi si riferiva che i tessuti cutanei pelle venivano depositati in un’apposita “banca”, dalla quale venivano poi prelevati per essere trapiantati a soldati israeliani ustionati o feriti durante le operazioni militari contro i palestinesi.
At-Tibi ha chiesto agli israeliani, e in particolare al Ministero degli Affari Esteri, di scusarsi con il giornalista del quotidiano svedese “Aftonbladet” per tutti gli attacchi lanciatigli contro due mesi fa, quando aveva rivelato il turpe fenomeno dello sfruttamento degli organi di palestinesi uccisi da parte degli israeliani.

UN ANNO DAL GENOCIDIO DI GAZA!

27 dicembre 2009 1 commento

Un giorno da ricordare, malgrado sarebbe bello potersene dimenticare.
Un anno fa il cielo di Gaza, il cielo, il mare, la terra della Striscia di Gaza si coprirono di un’ombra di morte che non li abbandonò per poco più di un mese. Più di 1400 persone se  ne andarono dietro a quell’ombra e fare il conto di quanti bambini sotto i 9 anni ci sono tra quei numeri, fa paura, orrore, dovrebbe far indignare, urlare e combattere.

13 morti, tredici, 13, tredici morti tra gli israeliani!

E invece parlando in giro, guardandosi intorno, si capisce come il ricordo di Gaza sia vago, malgrado 365 giorni non siano così tanti.
Se si sfoglia La Repubblica di oggi è palese quello che l’Italia ricorda: nulla.
Non una riga, non un titolo, niente che ricordi un attacco terroristico legalizzato e prolungato per 34 giorni su una cittadinanza inerme, completamente assediata, privata di qualunque possibilità di vita normale, di riscatto, di lavoro o studio, di una normale costruzione di relazioni personali.
Neanche tutta la sinistra ha il buon gusto di ricordare. Lo fa “il Manifesto”, lo fa “Liberazione”, ma già “Gli Altri” , divenuto da poco settimanale,  non ha avuto il buon gusto di sprecare una sola battuta d’inchiostro a riguardo. Malgrado le migliaia sprecate per cose poco leggibili. Buono a sapersi.

Nessun popolo al mondo vive la situazione di Gaza: nessuno vive con la densità di popolazione presente in quei vicoli sudici. Nessuno è costretto a nascere, crescere, fare figli e vederli morire in una stessa stanza da dividere minimo in 10. Stanza dove non esiste un giorno di intimità, dove non esiste niente di quello che rende una vita “normale”; stanza che poi viene meticolosamente, ripetutamente, abbattuta, bombardata, rasa al suolo.
Una striscia di terra stuprata, un terra di profughi che lì sono stati deportati, trasformati in detenuti a cielo aperto, in essere viventi privati di qualunque libertà, per poi condurre decenni di vita da animali in gabbia, da detenuti senza reato, da bambini dagli occhi profondi che non guarderanno mai più lontano di pochi metri.
Non riesco nemmeno a scriverne lucidamente: nel ricordare quell’operazione si dovrebbero dare dei dati, parlare degli armamenti usati, parlare degli studi fatti poi sui corpi e sul suolo che ci provano la pericolosità costante di chi vive su un territorio ormai completamente contaminato da sostanze chimiche e tossiche, cancerogene e pericolose.
Si dovrebbe parlare degli effetti che fanno i bombardamenti sui bambini, che vuol dire crescere con continue incursioni, in stanze sovraffollate con il cielo carico di cacciabombardieri. Si dovrebbe parlare di quanti aborti spontanei ci sono negli ultimi mesi di gravidanza durante le incursioni, si dovrebbe parlare dei rifugi ONU rasi al suolo poco dopo che avevano comunicato alle forze israeliane di aver accolto manciate di profughi.
Si dovrebbe parlare delle bombe DIME e di come tranciano le vene per lasciarti morire come un carboncino monco, di come il fosforo mangia gli organi interni e lascia i tuoi vestiti intatti.
E ancora, i media internazionali obbligati a rimanere fuori, gli attivisti rimasti dentro infilati in liste nere di gente da far fuori il più velocemente possibile; e poi, quanti bambini trovati morti con un solo colpo di fucile al cuore? Quanti neonati sono stati fotografati trapassati da parte a parte da un solo colpo, preciso, al cuore o in testa?
Le avete viste quelle foto? E come avete fatto a dimenticarle?
Come fate ad essere complici di un simile genocidio, come fate a comprare i prodotti israeliani, come fate a spalmare sulla vostra pelle creme di bellezza israeliane sapendo che la pelle dei bambini di Gaza quando non è lacerata da ferite mortali è incisa da malattie e malformazioni? Come cazzo fate a non sentire il bisogno di fare qualcosa, anche se questo qualcosa fosse solo RICORDARE?
Come fa un settimanale “di sinistra”(oggi ce l’ho con il giornale di Sansonetti come mai prima d’ora) a non pubblicare nemmeno una foto che riporti il pensiero a quei giorni così vicini? Come si fa a rimuovere così?
Come si fa a star fermi? Come si può ancora sopportare?

“Fratello, io credo nel mio popolo errante, carico di catene.
Ho preso le armi perchè un giorno I nostri figli prendano la falce.
Il sangue delle mie ferrite irriga le nostre valli;
Esso ha dei diritti su di te, è il debito che non può più aspettare” – Jalal al-din – 

Fosforo bianco per le strade di Gaza

 

Categoria del blog: OPERAZIONE PIOMBO FUSO 

Roviniamo il natale alle aziende israeliane!

23 dicembre 2009 Lascia un commento

Che nessuna delle nostre tavole, imbandite e non, si senta esclusa.
Questo è un compito che abbiamo tutti, chi festeggerà e chi passerà queste giornate senza nemmeno pensarci … i prodotti di questa lista (solo una piccola parte di quelli che poi potete trovare sul sito per la campagna di boicottaggio) sono presenti sempre nelle nostre case, sono prodotti che siamo abituati a vedere nei nostri scaffali e non ad immaginare come finanziatori di morte.
Ma è così, quindi forse è il caso che iniziamo ad imparare a scegliere meticolosamente quello che portiamo alla bocca, quello che acquistiamo per noi e per gli altri.
Un anno, nemmeno, è passato dall’Operazione Piombo Fuso che ha raso al suolo la Striscia di Gaza e che ha provocato più di 1300 morti civili tra la popolazione: nemmeno un anno è passato ed ora sappiamo ufficialmente che tutto il territorio (uno tra i più densamente popolati al mondo) della Striscia è contaminato in modo grave e preoccupante dalle scorie degli armamenti usati da Israele. Fosforo bianco, uranio impoverito, bombe D.I.M.E. e tanti altri armamenti in sperimentazione, che hanno ucciso e che ora mettono a rischio la salute dell’intera popolazione di Gaza e della striscia.
Non dimentichiamoci di cosa è stato quell’attacco, non dimentichiamoci delle scuole e dei rifugi ONU bombardati con i profughi che vi avevano appena fatto ingresso, non dimentichiamo Qana, non dimentichiamo i bambini giustiziati tutto quello che è successo nemmeno un anno fa, compiuto dall’Israel Defence Force.
E per rendere la memoria una vera arma di solidarietà, come tante volte urliamo negli slogan, facciamo che almeno il boicottaggio entri nella nostra quotidianità. 
QUESTA LA GUIDA IN PDF DEI PRODOTTI DA BOICOTTARE: Pasta, Campari, Caffè….apriamo gli occhi!

Altri articoli sull’Operazione Piombo Fuso.

Arrestato Jamal Juma’, portavoce della campagna contro il Muro

22 dicembre 2009 Lascia un commento

Free Jamal Juma’! – Free the anti-Wall prisoners!

Il 16 dicembre le autorità israeliane hanno arrestato Jamal Juma’. Questo arresto segue quello di Mohammad Othman, un altro attivista della Campagna Stop the Wall, e di Abdallah Abu Rahmeh, una figura di spicco in seno al comitato popolare di Bil’in contro il muro, così come quello di decine di altri che sono attualmente in carcere per la loro azione di difesa contro il Muro. Quest’ultimo arresto è l’ennesima prova dell’escalation di attacchi contro i difensori dei diritti umani palestinesi da parte di Israele che continua a reprimere il diritto alla libertà di espressione e il diritto di associazione.
Aderisci alla campagna per la liberazione di Jamal Juma’ e per la libertà dei prigionieri del movimento contro il Muro! E’ fondamentale che la società civile globale esprima la sua solidarietà alle sue loro controparti palestinesi.
Le azioni raccomandate:
Incoraggiare i soci a partecipare a questa campagna attraverso petizioni, manifestazioni e/o la scrittura di lettere e chiamate telefoniche. Si prega di fornire loro numeri e indirizzi di contatto.
Sollecitare i vostri rappresentanti presso gli uffici consolari di Tel Aviv e Gerusalemme/Ramallah a sostenere il rilascio immediato di Jamal Juma ‘, Mohammad Othman, Abdallah Abu Rahmeh e degli altri attivisti contro il Muro. Vedi proforma lettera qui sotto. (Per verificare i contatti della tua ambasciata, vedere: http://www.embassiesabroad.com/embassies-in/Israel # 11725)
• Rendere noto all’Ambasciata di Israele presso il tuo paese a sapere che stai sostenendo una campagna per la liberazione di Jamal Juma’ e degli altri prigionieri contro il Muro.

Jamal Juma' nella sua terra violentata

Denunciare le misure prese a danno degli attivisti contro il Muro all’attenzione dei media locali e nazionali.
Consultare e diffondere le notizie che appaiono nell sito, blog e gruppo di Facebook per quanto riguarda la questione:

Sito: www.stopthewall.org
Blog: http://freejamaljuma.wordpress.com/; http://freemohammadothman.wordpress.com/
Facebook: Free Anti-Wall prigionieri
Twitter: http://twitter.com/wallprisoners
Vi invitiamo a coordinare le varie azioni con noi, questo ci permette di sapere se ci sono altri attivisti e organizzazioni che stanno prendendo provvedimenti analoghi. Quanto migliore sarà il livello di coordinamento, tanto più efficace risulterà la nostra azione.
Per maggiori informazioni contattare: global@stopthewall.org

I FATTI

Verso la mezzanotte del 15 dicembre, i servizi di sicurezza israeliani hanno convocato Jamal Juma’ per un interrogatorio. Qualche ora più tardi, lo hanno ricondotto a casa sua. Una volta a casa, Jamal Juma’ è stato ammanettato, mentre i soldati hanno perquisito la casa per due ore, mentre la moglie e i tre figli piccoli stavano a guardare impotenti. Al momento di andarsene, i soldati hanno detto alla moglie che avrebbe potuto rivedere il marito solo attraverso uno scambio di prigionieri. Jamal Juma’ è stato quindi portato via e arrestato, col divieto di incontrare un avvocato o di ricevere familiari, senza che gli fosse fornita alcuna spiegazione per il suo arresto.
Jamal ha 47 anni, è nato a Gerusalemme e ha dedicato la sua vita alla difesa dei diritti umani palestinesi. L’obiettivo principale del suo lavoro è volto alla responsabilizzazione delle comunità locali perché reclamino i loro diritti umani di fronte alle violazioni dell’occupazione. E’ membro fondatore di diverse ONG palestinesi e reti della società civile e coordina la Campagna palestinese contro il Muro dell’Apartheid fin dal 2002. Il suo ruolo è riconosciuto a livello internazionale, è stato più volte invitato a presentare all’estero il dramma rappresentato dal Muro ed è intervenuto anche presso le Nazioni Unite. I suoi articoli e le sue interviste sono ampiamente pubblicate e diffuse e la sua opera è stata tradotta in diverse lingue. Essendo un personaggio di grande visibilità, Juma ‘non ha mai tentato di nascondere o mascherare le sue attività.
Quello di Jamal Juma’ rappresenta l’arresto di più alto profilo all’interno di una crescente campagna di repressione tesa a colpire la base diella mobilitazione contro il Muro e le colonie. Inizialmente sono stati arrestati attivisti locali dei villaggi colpiti dal Muro, ma recentemente le autorità israeliane hanno cominciato a spostare la loro attenzione sui difensori dei diritti umani di fama internazionale, come Mohammad Othman e Abdallah Abu Rahmeh. Mohammad, un altro membro della campagna Stop the Wall, è stato arrestato quasi tre mesi fa, di ritorno da un giro di conferenze in Norvegia. Dopo due mesi di interrogatori, le autorità israeliane non essendo in grado di formulare accuse specifiche contro Mohammad, hanno emesso un ordine di detenzione amministrativa in modo da impedire la sua liberazione. Abdallah Abu Rahma, una figura di spicco nella lotta non violenta contro il Muro a Bil’in, è stato prelevato dalla sua abitazione da soldati a volto coperto nel bel mezzo della notte, e dopo una settimana è seguito l’arresto di JamalJuma’.
Con questi arresti, Israele mira a indebolire la società civile palestinese e la sua influenza sulle decisioni politiche a livello nazionale e internazionale. Questo processo criminalizza chiaramente il lavoro dei difensori dei diritti umani palestinesi e palestinesi, la disobbedienza civile.
E’ fondamentale che la comunità internazionale si mobiliti contro i tentativi di Israele di criminalizzare chi lotta contro il Muro. La politica israeliana mettendo nel mirino le organizzazioni che pretendono che vengano riconosciute le responsabilità dello stato ebraico, intende sfidare le decisioni dei governi e degli organismi internazionali, come la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ), che denunciano le violazioni israeliane del diritto internazionale. Una sfida che non deve vincere

Lettera Pro Forma in italiano:

Cari x, 
Vi scrivo per esprimere la mia più profonda preoccupazione per la detenzione di Jamal Juma’, avvenuta in data 16 dicembre. Chiamato per un interrogatorio dai servizi di sicurezza israeliani a mezzanotte, è stato mantenuto in detenzione da allora. Pur essendo in possesso della carta d’identità di Gerusalemme est, a Jamal Juma’ sono stati applicati dli ordini militari vigenti in Cisgiordania, in modo da impedirgli di incontrare un avvocato per la prima settimana del suo arresto.Nessuna accusa è stata fatta contro di lui. Temo che la detenzione di Jamal Juma’ sia il risultato della sua critica pacifica delle violazioni del diritto internazionale da parte delle autorità israeliane. Le accuse contro di lui non sono state chiarite, ma non vi è motivo di credere che si tratta di un prigioniero di coscienza, arrestato solo per il suo lavoro sui diritti umani attraverso le organizzazioni legali. Il suo arresto segue una serie di altri arresti di natura analoga. Questo sembra dimostrare una violazione sistematica palestinese per la libertà di espressione e di riunione e un attacco sistematico rivolto ai  difensori dei diritti umani palestinesi da parte delle autorità israeliane. Vi chiedo di prendere tutte le misure appropriate, comprese le inchieste amministrative e di protesta, al fine di garantire il rilascio immediato e incondizionato di Jamal Juma ‘e di ogni altro palestinese, difensori dei diritti umani. presente nelle carceri israeliane. Inoltre, pur essendo detenuto, egli deve essere protetto da ogni forma di tortura o maltrattamenti, e le condizioni della sua detenzione devono soddisfare i requisiti del diritto internazionale.
Grazie per la vostra pronta attenzione a questo problema urgente.
Cordiali saluti,

in inglese:

Dear x,
I am writing to you to express my deepest concern about the detention of Jamal Juma’ on December 16. He was summoned from his home for interrogation with the Israeli security at midnight and has been kept in detention ever since. Though Jamal Juma’ is a Jerusalem ID card holder, West Bank military orders have been applied to bar him for access to legal counsel for the first week of his arrest. No charges have been made against him. I fear that the detainment of Jamal Juma’ is a result of his peaceful criticism of violations of international law by Israeli authorities. The charges against him have not been made clear, but there is reason to believe that he is a prisoner of conscience, arrested solely for his human rights work through legal organizations. His arrest follows a number of other arrests of similar nature. This seems to show a systematic disregard for Palestinian freedom of expression and assembly and a full-scale attack on Palestinian human rights defenders by Israeli authorities. I ask you to take all appropriate measures, including official inquiries and protests, to ensure the immediate and unconditional release of Jamal Juma’ and the other Palestinian human rights defenders in Israeli prisons. Furthermore, whilst being held, he should be protected from any form of torture or ill-treatment, and the conditions of his detention should fulfill the requirements of international law.
Thank you for your prompt attention to this urgent matter.

Boicottiamola! NOA canta in giro per l’Italia

17 agosto 2009 1 commento

C’E’ NOA in Italia per una serie di concerti: Per chi volesse ringraziarla per il suo sostegno al “buon lavoro” dell’esercito israeliano a Gaza, il 22 agosto un’ottima occasione alla Notte della Taranta 

NoaIl 22 agosto, Noa sarà sul palco di Melpignano (Lecce), nel Salento, per il concertone finale del Festival itinerante della Notte della Taranta. L’iniziativa è sponsorizzata dal Presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola. E’ possibile esprimere la protesta per la presenza di Noa anche inviando mail all’attenzione del Dott. Sergio Torsello (della Direzione artistica) e della signora Stefania Sicuro (della segreteria del festival) a questo indirizzo: segreteria@lanottedellataranta.it.
Infine, il 25 agosto Noa si esibirà a Caulonia (Reggio Calabria), nell’ambito del “Kaulonia Tarantella Festival 2009”.
Questo calendario è probabilmente ancora incompleto, per cui sollecitiamo informazioni su tutti gli appuntamenti della cantante che si è proposta come la voce di morte dell’esercito israeliano.

Raid notturni su Gaza

10 agosto 2009 Lascia un commento

MIDEAST-PALESTINIAN-ISRAEL-MIDEAST-CONFLICT-GAZADalle poche notizie che circolano in rete e dalle conferme date dal portavoce dello Tsahal, esercito d’Israele, il raid notturno sulla piccola e martoriata Striscia di Gaza non sembrerebbe aver provocato vittime. Risaliva a meno di due mesi fa, il 14 giugno, l’ultima incursione il cui obiettivo sembrava identico: colpire i tunnel che collegano Rafah con il vicino confine egiziano, tunnel fruiti dalla popolazione per la circolazione di merci e medicine e dalle organizzazioni armate per il contrabbando di armi.  L’IDF ha dichiarato di essersi mosso per rappresaglia, dopo il lancio di tre salve di mortaio verso la zona settentrionale dello stato ebraico, malgrado questi non abbiano arrecato nessun danno. Lanci rivendicati nell’arco della settimana dalla Brigata Abu Ali Mustafa, braccio armato del Fronte Popolare per la liberazione della Palestina, e dalle Brigate di resistenza nazionale, vicine al Fronte democratico per la Liberazione della Palestina.

La relativa calma di queste ultime settimane è tornata illusione nella martoriata Striscia di Gaza.

Scientificamente assassini

15 luglio 2009 Lascia un commento

Una guerra contro i civili, utilizzati come scudi umani, uccisi in modo indiscriminato: è l’operazione “Piombo fuso” condotta nella Striscia di Gaza da Israele, secondo i racconti dei suoi stessi soldati. A raccogliere le denunce è stata “Breaking the Silence”,tsahal_scudoumanoun’organizzazione fondata e costituita da militari israeliani. In un rapporto pubblicato ieri sono contenute le testimonianze di 26 soldati che parteciparano al conflitto combattuto fra Dicembre e Gennaio, un conflitto che ha causato oltre 1400 vittime palestinesi a fronte di appena 13 caduti israeliani. I soldati raccontano che a Gaza i combattimenti con i “militanti” nemici erano molto rari. La regola di base, si afferma nel rapporto, era “prima sparare e poi preoccuparsi”. Nelle testimonianze dei militari emergono abusi sistematici: dai civili utilizzati come scudi umani durante le avanzate e le occupazioni di edifici “a rischio” all’impiego in zone residenziali del fosforo bianco, un’arma chimica il cui uso è disciplinato in modo rigoroso dal diritto internazionale. “Breaking the Silence” sottolinea che le testimonianze dei soldati rivelano la totale inadeguatezza delle inchieste sulle stragi di Gaza condotte sinora dalle Forze armate

Aqel Srour, l’esercito israeliano e i proiettili nel cuore…

5 giugno 2009 1 commento


Palestine Boy With Flag at Bilin
 Inserito originariamente da Alan Pacetta

Oggi a Nilin, villaggio palestinese situato in Cisgiordania (vicino Ramallah) si stava svolgendo una manifestazione contro il muro della vergogna, il Muro dell’Apartheid come avviene ogni venerdì da diverso tempo, ormai. E’ un appuntamento per chi subisce la segregazione e l’occupazione militare e per tutti gli internazionali che sostengono la popolazione palestinse.

Aqel Srour, era questo il suo nome, aveva 35 anni e durante la manifestazione è stato colpito a morte dall’esercito israeliano con un colpo al cuore. Un ragazzo, un palestinese armato solo di desiderio di libertà e forse di qualche sasso.
Accanto a lui è rimasto ferito anche un ragazzo di 15 anni, anche lui del villaggio.
Lo scorso 17 aprile un altro trentenne è stato freddato in questo modo nel villaggio diventato simbolo delle mobilitazioni contro il muro, Bilin: la mano di chi ha sparato è la stessa dal 1948.
THE WALL MUST FALL! FREE PALESTINE!

Libano: Israele consegna all’Onu le mappe delle bombe cluster lanciate durante la guerra del 2006

13 Maggio 2009 1 commento

Ci son voluti tre lunghi anni per ottenere dall’esercito israeliano le mappe delle zone in cui sono state utilizzate le famigerate (nonché vietate da tutte le convenzioni internazionali) cluster bomb, le bombe a grappolo. Anni in cui molti bambini, contadini e persone che andavano a ricostruire le proprie case hanno perso la vita o sono rimasti gravemente mutilati dalle esplosioni di ordigni inesplosi, che disseminano tutto il sud del paese dei Cedri, il Libano.
Sono state consegnate solamente ieri sera nelle mani del generale Claudio Graziano, comandante dell’Unifil, la forza delle Nazioni Unite dispiegata nel sud del paese.

Foto di Valentina Perniciaro _Beirut e i bombardamenti israeliani, agosto 2006_

Foto di Valentina Perniciaro _Beirut e i bombardamenti israeliani, agosto 2006_

Il premier libanese Fuad Siniora ha dichiarato l’importanza del gesto ma ha tenuto a sottolineare il pesante ritardo d’Israele che avrebbe dovuto fornire le mappe immediatamente dopo la risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dell’agosto 2006, in cui si sanciva la fine dei bombardamenti e del confitto che ha martoriato la popolazione libanese per 34 giorni.
La sesta guerra libanese fu caratterizzata da giorni e notti di bombardamenti a tappeto sui quartieri meridionali di Beirut, sulla valle del Beka’a e su tutto il territorio meridionale del paese, uscito dall’occupazione militare israeliana solamente nel 2000: tutte le zone bombardate erano roccaforti, e lo sono tuttora, del partito armato sciita Hezbollah che ha inflitto pesanti perdite ai reparti speciali israeliani che si erano assestati non senza difficoltà fino al fiume Litani.

 

Rapporti tra Hezbollah e Hamas

Proprio ieri, in un’intervista al quotidiano Financial Times, il numero due del partito sciita Hezbollah guidato da Hasan Nasrallah ha dichiarato che il partito fornisce “ogni genere di supporto” alle milizie di Hamas, al governo nella striscia di Gaza. Senza entrare nel dettaglio del genere di aiuto fornito, non specifica se si tratti di fornitura di armi o solo di preparazione militare, la sua è stata comunque la prima dichiarazione ufficiale di rapporti e scambi tra le due formazione islamiche, unite dallo stesso obiettivo: quello di muovere “guerra eterna allo stato ebraico d’Israele, almeno fino alla liberazione dei territori palestinesi sulla linea di confine del 1967”. La scorsa settimana il leader di Hamas in esilio a Damasco aveva infatti dichiarato: ”Prometto all’amministrazione americana e alla comunità internazionale che siamo disposti ad una soluzione; siamo favorevoli ai confini del 1967, basati su un lungo periodo di tregua. Questo comprende Gerusalemme est, lo smantellamento delle colonie e il diritto dei palestinesi rifugiati a tornare”.

di Valentina Perniciaro da Internationalia

Fortini, questione palestinese ed “eredità” (di classe)

5 Maggio 2009 1 commento

Ancora oggi mi avviene di leggere, scritto da rispettabilissime persone rimaste con la testa nel nostro Partito d’Azione del dopoguerra, quando la pensavo proprio come loro, che la nascita dello  stato d’Israele fu “una delle più alte creazioni della nostra età”.
Già, perché non sapevamo, allora, quasi nulla sulle vicende politiche e militari di quella nascita e il mondo arabo ci appariva identificato con i suoi capi, amici dei fascisti e dei nazisti.intifada
I sentimenti di colpa e di pietà impedirono allora a quasi tutti, a cominciare da chi scrive, di vedere a quale prezzo avvenne la fondazione di quello stato.
In uno studio sui rapporti fra questione ebraica e sinistra in Italia si distingue tra vittime e vittimismo.
E certo noi consideravamo, allora, gli ebrei come vittime. Lo erano.
Quel che, con la sua goffaggine mistica, dice la parola “olocausto” era quella innocenza simbolica. Oggi, leggo, sarebbero i palestinesi a fruire  di quella eco simbolica (il giusto come vittima) e intorno a loro si farebbe del “vittimismo” ossia della retorica emotiva sulla condizione di vittima.
Ma i palestinesi dell’Intifada non sono vittime. Sono gente che si ribella ad una condizione che è stata loro fatta e che paga per la loro ribellione. Non sono vittime almeno fino a quando si ribellano. Debbono essere considerati come i combattenti dei ghetti. Non dobbiamo loro pietà ma – e possiamo scegliere- indifferenza o ostilità o aiuto.

intifada1990Coloro ( e non sono pochi fra gli ebrei italiani e i loro amici) i quali ritengono che non si debba seguire innanzitutto una logica di schieramento ma una di mediazione e di pace, dicono in realtà che quel conflitto non può né deve coinvolgere questioni di principio. Come se si trattasse, che so, della terribile e sanguinosa guerra tra Iran e Iraq o di un conflitto fra la Libia e il Ciad.
Se così fosse, avrebbero assolutamente ragione. Ma così non è. Possono non saperlo gli israeliani, non possono non saperlo qui, o in Francia o negli Stati Uniti. E non solo per motivi non troppo diversi da quelli che costrinsero la coscienza di molti francesi (ma anche d’altre nazioni) a scegliere di stare dalla parte degli algerini e di aiutarli e quella di tanta parte degli europei e dei cittadini degli Stati Uniti di stare dalla parte dei vietnamiti e di aiutarli; ossia perché si faceva rientrare quel conflitto in un processo mondiale di lotta anticolonialista. Per quanto è di me non ho dubbi che quel conflitto rientri in un momento del processo mondiale di emancipazione  dei popoli in senso anticapitalistico. Ma a chi mi obiettasse che questo non basta a spiegare il sovraccarico di attenzione e di passione che non pochi portano a quel conflitto, bisogna convenire che sì[1], il rapporto che la cultura nella quale mi sono formato e viva ha con l’ebraismo (e quest’ultimo ha con lo stato d’Israele) aggiunge motivi di attenzione e partecipazione ad un conflitto che non è riducibile a quello che i due popoli sembrano combattere ossia un conflitto di nazionalità.run_flag
Per me, stare dalla parte dei palestinesi, quindi contro la politica militare del governo israeliano, e chiedere pronunce di parte immediatamente prima che di pace, vuol dire ricordare ai miei connazionali –non dunque solo agli ebrei, anzi e soprattutto non a costoro ma a chi, nella sinistra italiana, è loro amico- che esistono cause ( di giustizia o di solidarietà, di lotta anticolonialista o antimperialista internazionale; e ognuno scelga tra queste quella che meglio gli si confà) per le quali può essere necessario rompere i legami più cari e ardui; ossia scegliere che cosa mettere al primo posto: la fedeltà ad una patria, a un’etnia, a una cultura, a una tradizione religiosa o familiare, ai propri morti oppure altro. Questo “altro”, io che scrivo l’ho messo al primo posto, ogni volta che mi si è presentato un conflitto di doveri e di fedeltà. Non vorrei che si scambiasse, ancora una volta e secondo l’andazzo pseudo democratico oggi di moda, il rispetto per l’espressione del pensiero altrui col rispetto per un pensiero, o per azioni, che si ritiene sbagliate o false. E aggiungo che, poco paradossalmente, compete ai palestinesi, alla loro cultura assai diversa (nel senso di non-europea) da quella cui si richiama Israele, di rappresentare e richiamare noi ai principi di libertà di coscienza e di diritto all’insurrezione contro la tirannia, che hanno celebrato a Parigi il proprio secondo centenario.

Non chiedo, va da sé, che siano seguite le mie scelte; ma di riconoscere come delle scelte esistano e che la sofferenza da esse indotta è tanto salubre quanto corruttrice  ogni sofistica per evitarle. Più leggo ormai da vent’anni il complicatissimo, e sovrabbondante (e spesso mistificatore) discorso degli ebrei su se stessi ( e dei non ebrei sulla questione ebraica) con le loro mille correnti, più ho evitato di dire la mia, dopo I cani del Sinai (1967). Ma si danno situazioni e circostanze in cui mi è impossibile dimenticare che, foss’anche solo per il cognome della mia famiglia, ho forse un po’ più d’altri ( ma appena un poco) qualche dovere di parola.
2550_67020203277_618018277_2260849_6765907_nNon posso rispettare il silenzio e neanche il possibile dolore di persone che stimo e amo e che hanno, si diceva una volta, cura d’anime. Non ho rispettato, a suo tempo, le belle anime di sinistra straziate dallo stalinismo e dalle sue sequele. Non mi rispetterei se non avessi parlato. Non riesco a capire perché dovrei non interferire nelle scelte di coscienza sul conflitto  tra palestinesi ed ebrei quando quel diritto ce lo riconosciamo, fino a farcene un dovere, per quanto è delle opinioni e delle scelte in materia di attività professionali, valori culturali, atteggiamenti politici.
Un ulteriore discrimine è infine proprio questo: nulla è meno “privato” di quel che è classificato come tale da una cultura fondata proprio sulla distinzione e opposizione di “pubblico” e “privato”, di bourgeois e citoyen.

Non chiedo partecipazione per i “poveri” palestinesi ma per i falsi ricchi che saremmo noi.
Ma non è forse, quello che domando, una passione per la scelta in quanto tale invece che per i suoi contenuti? Non è forse privilegiare quel che è più difficile in luogo di quel che è più necessario o utile? Mi pare di sentire la risata di Brecht. Non sono forse molto meno interessato alla sorte reale dei ragazzi palestinesei e dei soldati israeliani di quanto sia desideroso di costringermi, e di costringere, ad atteggiamenti di sfida e di oscuramente desiderata sconfitta, di “eroismo” e di antagonismo?
Sì, questa è una mia eredità (di classe, dovrei dire). Dai miei anni, la vedo come si vede un’immagine in acqua bruna. Essa è all’origine dei miei errori e, nel medesimo tempo, di quel che ho di meglio da proporre e chiedere.

___FRANCO FORTINI: Extrema Ratio, 1989____

 

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Gli scontri di Umm al-Fahm _polizia israeliana anti-sommossa_

[1] In termini non molto diversi scrivevo sul Manifesto del 24 maggio 1989 attirandomi molte critiche e ingiurie: “[..] sono persuaso che il conflitto di Israele e di Palestina sembra solo, ma non è, identificabile a quei tanti conflitti per l’Indipendenza e la libertà nazionali che il nostro secolo conosce fin troppo bene. Sembra che Israele sia e agisca oggi come una nazione o come il braccio armato di una nazione, non diversamente dalla Francia in Algeria o gli Usa in Vietnam o l’Unione Sovietica in Ungheria o in Afghanistan. Ma, come la Francia era pur stata, per il nostro teatro interiore, il popolo di Valmy e gli Americani quello del 1775 e i sovietici quello del 1917, così gli ebrei, ben prima che soldati di Sharon, erano i latori di una parte dei nostri casi sacri, una parte angosciosa e ardente della nostra intelligenza, delle nostre parole e volontà. […]La distinzione tra ebraismo e stato d’Israele, che fino a ieri ci era potuta parere una preziosa acquisizione contro i fanatismi, è stata rimessa in forse proprio dall’assenso o dal silenzio della Diaspora. E ci ha permesso di vedere meglio perché non sia possibile considerare quel che avviene alle porte di Gerusalemme come qualcosa che rientra solo nella sfera dei conflitti politico-militari e dello scontro di interessi e di poteri. Per una sua parte almeno,quel conflitto mette a repentaglio qualcosa che è dentro di noi.

Ogni casa che gli israeliani distruggono, ogni vita che quotidianamente uccidono e persino ogni giorno di scuola che fanno perdere ai ragazzi di Palestina, va corrosa una parte dell’immenso deposito di verità e di sapienza che, nella e pa cultura d’Occidente, è stato accumulato dalle generazioni della Diaspora, dalla sventura gloriosa o nefanda dei ghetti e attraverso la ferocia delle persecuzioni antiche e recenti..
Ogni giorno di guerra contro i palestinesi, ossia di falsa coscienza per gli israeliani, a sparire o a umiliarsi inavvertiti sono un edificio, una memoria, una pergamena, un sentimento, un verso, una modanatura della nostra vita e patria comune. […] La nostra vita non è solo diminuita dal sangue e dalla disperazione palestinese; lo è dalla dissipazione che Israele viene facendo di un tesoro comune. Non c’è laggiù università o istituto di ricerca, non biblioteca o museo, non auditorio o luogo di studio e di preghiera capaci di compensare l’accumulo di mala coscienza e di colpe rimosse che la pratica della sopraffazione induce nella vita e nell’educazione degli israeliani. E anche in quella degli ebrei della Diaspora e dei loro amici.
Uno dei quali sono io. Se ogni nostra parola può togliere una cartuccia dal mitra dei soldati dello Tsahal, un’altra ne toglie anche a quelli, ora celati, dei palestinesi.

Franco Fortini: Israele e “decenza democratica”

3 Maggio 2009 2 commenti

Quel che “succede” (violenze, arresti, assassinii) accade a pochi kilometri da qui, alla periferia; e tutti i giorni, da diciotto mesi.
Sul Jerusalem Post di oggi la notizia degli ultimi due morti ammazzati,  quelli di ieri (vittima uno di un colono, l’altro dell’esercito è nascosta in due righe, all’interno di un articolo. Non è, in alcun senso, una notizia. “E più nessuno è colpevole”.

Ma'aleh Adumin, insediamento israeliano in continua espansione

Ma'aleh Adumin, insediamento israeliano in continua espansione

Tornato da pochi giorni a Milano ho udito con le mie orecchie un distinto e anziano giornalista politico dichiarare nel corso di una pubblica tavola rotonda che la insistenza della stampa di sinistra italiana sui ragazzi palestinese ammazzati nel corso dell’Intifada altro non era se non la ricomparsa del mito fanatico che agli ebrei attribuiva l’assassinio rituale di bambini cristiani.
Mi sono alzato, con una stretta allo stomaco, e sono uscito.
Ma i più dei presenti anche se di avviso difforme da quello dell’oratore avranno certamente pensato che si debbono rispettare tutte le opinioni.
Avranno educatamente applaudito la fine dell’intervento.
Hanno imparato la virtuosa decenza democratica.
                   _FRANCO FORTINI_ “Extrema Ratio” 1989

 

LUNEDI’ 4 MAGGIO, dalle ore 18, PRESIDIO A LARGO ARGENTINA CONTRO IL BOIA LIEBERMAN, MINISTRO DEGLI ESTERI ISRAELIANO, LEADER DEL PARTITO XENOFOBO “ISRAEL BEITENU”
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17 APRILE : LA GIORNATA DEL PRIGIONIERO POLITICO in PALESTINA

17 aprile 2009 Lascia un commento

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La prima volta che venne commemorata la giornata del prigioniero politico in Palestina fu il 17 aprile del 1974, giornata in cui fu rilasciato, con uno scambio di prigionieri con Israele, Mahmoud Hijazi Baker. Nella “società” palestinese il carcere è pane quotidiano per tutta la popolazione: non esistono famiglie che non hanno detenuti, oltre al fatto che la loro vita -di chi è libero- è vissuta in stato di cattività perenne. 
Il 40% della popolazione maschile è passata per le carceri israeliane: dati incredibili ci dicono che dal settembre 2000 (quando è scoppiata la seconda Intifada) al 2008 sono stati arrestati 65.000 uomini, 750 donne e 7500 bambini. n516004746_1921502_9
Le autorità israeliane e i loro scagnozzi in divisa possono arrestare tutti, sempre e ovunque senza alcuna ragione. Arresti sono costantemente compiuti dentro case, scuole, aule universitarie, ospedali e checkpoint spesso in forma di arresti di massa punitivi o rastrellamenti, altre volte per le violazioni dei continui coprifuoco che flagellano la società, lo studio, il lavoro e lo scorrimento della vita. 
Spesso, troppo spesso, lo Tsahal compie retate di massa nei villaggi, costringendo tutta la popolazione maschile compresa tra i 16 e i 45 anni ad uscire dalle proprie abitazioni per rimanere ore e notti fuori, nudi,con le mani legate dietro la schiena e incappucciati,  in attesa di una decisione che molto spesso si trasforma in carcere. Preventivo.
 Ogni arresto che viene compiuto all’interno delle case prevede la devastazione delle abitazioni e di tutti gli oggetti che i soldati si trovano davanti: ogni volta si trovano le scorte di cibo (riso, latte, grano, olive) rovesciate o calpestate: DISTRUGGERE, TERRORIZZARE, ARRESTARE questo è quello che viene compiuto quotidianamente da 60 anni nei Territori Occupati.   E le carceri scoppiano.
Attualmente si contano circa 1600 detenuti, di cui 17 malati terminali per problemi oncologici,  che necessitano di cure urgenti e speriamo non si aggiungano ai 196 decessi che si sono verificati a partire dal 1967 per negligenze igienico-sanitarie. Durante i mesi della seconda Intifada i decessi in carcere sono stati 72.I dati di settembre 2008 parlano di 69 prigioniere politiche detenute nelle carceri femminile in Israele (sono solamente due Hasharon-Telmond e Neve Tertza famose per la frequenza di abusi e umiliazioni soprattutto a sfondo sessuale) , di cui 6 bimbe.  
 400 sono i detenuti che hanno un’ età tra i 13 e i 18 anni, la maggiorparte delle volte detenuti in carceri per adulti e nelle stesse celle, con gli stessi trattamenti durante gli interrogatori e senza alcuna assistenza psicologica e medica. La percentuale di questi piccoli detenuti è in continuo aumento: spesso i ragazzini confessano immediatamente cose mai commesse pur di interrompere determinati trattamenti che vengono compiuti in luoghi lontani e a loro sconosciuti, senza alcuna possibilità di avere un’assistenza legale o di comunicare con un familiare.

30 marzo: la Giornata della terra, libera e palestinese

29 marzo 2009 2 commenti

Il 30 marzo di ogni anno la Palestina e il suo popolo celebrano e festeggiano la giornata della terra. 

yum al ardGiornata per ricordare tutti coloro che sono stati uccisi nel difendere il diritto di vivere nella propria terra per i palestinesi e per lottare e portare avanti la resistenza contro il continuo furto di terre e il trasferimento forzato della popolazione araba. Per dire no allo stato d’assedio, al muro dell’Apartheid, alla perenne perpetrazione di crimini contro l’umanità ai danni di civili arabi.

Il 30 marzo del 1978 sette giovani palestinesi, cittadini dello Stato d’Israele, furono uccisi dal piombo dello Tsahal mentre manifestavano pacificamente contro l’esproprio di terre in Galilea, nel Neghev e nel triangolo

O scolari di Gaza 
insegnateci 
un po’ di ciò 
che noi abbiamo dimenticato

Insegnateci 
a essere uomini
da noi gli uomini 
sono diventati pasta morbida

Insegnateci
come i sassi
tra le mani dei bambini
diventano diamanti preziosi

Insegnateci
come fa la bicicletta di un bambino  a diventare una mina
e il nastro di seta, 
un’imboscata

 Come la bottiglia del lattepal_handapal
se non la imprigionano
diventa un coltello.

O scolari di Gaza
non date retta
alle nostre trasmissioni
non ascoltateci
colpite
colpite
con tutta la vostra forza
occupatevi del vostro lavoro
e non chiedete a noi

Noi siamo la gente dei conti
dell’addizione
e della sottrazione
conducete le vostre guerre
e lasciateci

Noi siamo i disertori
che hanno abbandonato l’esercito
prendete allora le vostre cordepal_disegno48
e impiccateci

Noi siam morti
che non hanno una tomba
e orfani
che non hanno occhi
che restano chiusi nelle loro tane
e vi abbiamo chiesto
di combattere il drago 

Siamo diventati più piccoli davanti a voi
di mille secoli
E voi, in un mese
più grandi di secoli

O scolari di Gaza
non fate ritorno
a ciò che abbiamo scritto e non leggeteci

Noi siamo i vostri padri
non somigliateci, quindi
noi siamo i vostri idoli
non adorateci

Noi pratichiamo
la menzogna politica
e la repressione
costruiamo tombe
e carceri
liberateci 
dai vincoli della paura che è dentro di noi
cacciate via
l’oppio che c’è nelle nostre teste

Insegnatecimanifesto-bimbo-elmetto-sasso1
l’arte di aggrapparsi alla terra
non abbandonate
il Messia sofferente

Piccoli amati
la pace su di voi
che Dio possa fare del vostro giorno
un gelsomino

Dalle fessure della terra in rovina
siete sorti
e avete seminato nelle nostre ferite
la rosa selvatica 

Questa è la rivoluzione dei quaderni
e dell’inchiostro
diventate sulle labbra
melodie
fate piovere su di noi
valore e fierezza

Lavateci via la nostra bruttezzan791717899_766842_6918
lavateci
non abbiate paura del Faraone
né degli incantesimi di Mosè
e preparatevi a raccogliere le olive

Davvero questa epoca ebraica
un giorno si dissolverà
se ne possediamo la certezza

Folli di Gaza
mille volte benvenuti
i folli
se ci libereranno

L’era della ragione politica
se ne è andata da tempo
insegnateci la follia

___NIZAR QABBANI__
Qui il testo da cui è stato tradotto

Marce xenofobe in Israele contro la popolazione arabo-israeliana: che si incazza e si difende la città

25 marzo 2009 1 commento

Foto di David Silverman _Getty Images_  

Foto di David Silverman _Getty Images_

 

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Foto Getty Images _la marcia xenofoba inizia, i tetti brulicano di manifestanti_

Parlavamo, appena due giorni fa, di come s’era spostata verso l’estrema destra xenofoba e confessionale l’asse della politica israeliana. Politica non solo di palazzo, dopo le elezioni di febbraio e gli accodi per il governo di coalizione che da ieri procedono a passo di carica; anche politica di strada, con una manifestazione organizzata dall’estrema destra israeliana, ad Umm al-Fahm (città israeliana, importante centro arabo, situata nel distretto di Haifa, con una popolazione di 45.000 persone, la maggiorparte arabo-israeliani).
Una manifestazione che era stata più volte rinviata per i rischi sulla sicurezza, ma poi autorizzata dalla Corte Suprema, che aveva come obiettivo quello di ribadire la sovranità israeliana della città. Dalle stampa internazionale leggiamo la dichiarazione di Michael Ben-Ari, esponente del partito di estrema destra Unione Nazionale (appena eletto alla Knesset): “Se non isseremo la nostra bandiera a Umm al-Fahm, un giorno avremo uno Stato palestinese che arriverà fino a Tel-Aviv”.
Una marcia vera e propria per provocare la popolazione araba residente all’interno dei confini dello stato ebraico: manifestazione composta da militante provenienti soprattutte dalle colonie israeliane di Hebron (la zona caratterizzata da sempre dagli scontri più feroci tra coloni e popolazione palestinese) e del resto della Cisgiordania. Umm al-Fahm oltre ad essere roccaforte araba lo è anche del partito comunista, tanto che alla contro manifestazione annunciata e violentemente voluta da tutta la popolazione della città, si sono uniti attivisti israeliani appartenenti alla sinistra e al partito comunista. Immediatamente, per poter permettere a tutta la popolazione di partecipare alla contro-protesta, per evitare che la marcia potesse entrare in città, è stato dichiarato uno sciopero generale che ha avuto una partecipazione totale.

Foto di Awad _Getty Images_

Foto di Awad _Getty Images_

La provocazione è scoppiata immediatamente in scontri con i 3000 poliziotti anti-sommossa schierati a difendere le fila fasciste della manifestazione. Poco, molto poco è durata la marcia, all’incirca una mezzora, sufficiente a far scoppiare poi ore ed ore di duri scontri iniziati con un fitto lancio di oggetti dalle strade e dai tetti della città, contro la marcia sionista che avanzava sventolando decine di bandiere con la Stella di Davide. Lancio che come risposta ha ricevuto idranti, granate assordanti ed urticanti che hanno causato 16 feriti tra i manifestanti,15 tra i poliziotti schierati e l’arresto di tre manifestanti (arabi, ovviamente). David Cohen, rappresentante della Polizia israeliana ha dichiarato di aver reagito in difesa della democrazia. Gli scontri sono terminati dopo che diversi agenti hanno riportato ferite a causa del lancio di oggetti e dopo l’uso di vari mezzi per disperdere la manifestazione”.
L’estrema destra che ha marciato è la stessa che sta formando il governo di coalizione che tra una decina di giorni prenderà le redini del potere politico e militare nello stato israeliano: il probabile ministro degli esteri Avigdor Lieberman (un vero e proprio nazista dichiarato, fondatore del partito Yisrael Beitanu) ha già proposto l’obbligatorietà di un giuramento di “lealtà” allo Stato ebraico per tutti gli abitanti di etnia araba. Anfibi sempre più neri marciano sulla terra degli ulivi, sulla terra di Palestina

Foto di Uriel Sinai/Getty Images

Foto di Uriel Sinai/Getty Images

SI VIENE A SAPERE DA POCO DEL FERMO DI 22 ARABI-ISRAELIANI CHE AVEVANO PARTECIPATO AGLI SCONTRI DI IERI CONTRO LA MARCIA XENOFOBA ORGANIZZATA ALLE PORTE DELLA CITTA’ UMM AL-FAHM. ACCUSATI DI AVER FOMENTATO GLI SCONTRI

Una donna incinta? Un colpo, due morti!! Tsahal si fa le magliette nuove

22 marzo 2009 15 commenti

468blau2L’obiettivo al centro del mirino sembra aver cambiato aspetto o, per meglio dire, divisa. L’esercito più preparato e equipaggiato del pianeta, Tsahal, Esercito di difesa dello Stato ebraico di Israele, è al centro di aspre polemiche dopo la pubblicazione  di alcuni reportage che hanno gelato l’opinione pubblica internazionale e anche alcune poltrone dei comandi militari israeliani. Di pari passo alle prime denunce al Tribunale internazionale dei diritti umani contro l’IDF riguardanti, tutte, il recente attacco ai danni della popolazione della Striscia di Gaza (l’Operazione “Piombo Fuso: 1342 morti di cui 904 civili accertati in tre settimane di bombardamenti e incursioni) coraggiosi giornalisti di Hareetz stanno martellando quotidianamente i loro lettori -cartacei e telematici- di servizi sulle aberr-azioni degli eroi in divisa di quella che si vanta d’essere la sola democrazia del Medioriente. Probabilmente i vertici militari stanno affannosamente cercando di capire chi tra i loro soldati abbia rilasciato tutte quelle dichiariazioni sul comportamento e sulle regole di ingaggio di quelle recenti settimane di massacri, ma nessuno è voluto uscire dall’anonimato e, dalla quantità di materiale che inizia a circolare,  sarà difficile far abbassare il polverone che si sta alzando.

m020031019Oltre alle tante dichiarazioni dei soldati, ai racconti di come venivano uccise intere famiglie, dell’incredibile permissività delle regole di ingaggio, la notizia che ha fatto più scalpore, rimbalzando sulle testate e sui blog del mondo intero, è quella di un’enorme fornitura di magliette arrivata a diversi battaglioni e brigate dell’esercito per celebrare la conclusione di alcuni corsi d’addestramento. Magliette che hanno fatto la fortuna, in poche settimana, dell’azienda tessile Adiv, di Tel-Aviv, specializzata nel rifornire i vari corpi dell’esercito di berretti, t-shirt e pantaloni.
Un’ordinazione “non ufficiale”, a quel che scriveva Uri Blau pochi giorni fa sulle pagine del suo quotidiano, effettuata attraverso un processo collettivo interno ai reparti, con la supervisione di alcuni sotto-ufficiali; tanto che, appena le immagini delle t-shirts hanno iniziato ad apparire in rete, l’esercito è accorso a fare mblau_soldier2dichiarazioni ufficiali di condanna che potessero placare un’eventuale bufera. “Non sono conformi ai valori delle forze di difesa israeliane e sono semplicemente prive di qualunque gust. Questo genere di umorismo è disdicevole e dovrebbe essere condannato”, si legge in un comunicato  dell’esercito di ieri. Aggiunge anche che i soldati che verranno trovati ad indossarle, saranno immediatamente puniti con un provvedimento disciplinare.

Una breve descrizione di quello che indossano orgogliosi questi soldati è sufficiente per capire la gravità dell’accaduto.

“Un colpo, due morti”: il disegno è un mirino di un cecchino, che punta su una donna completamente velata, sul suo pancione.
“Usa il preservativo”: questa volta l’immagine è diversa ma l’obiettivo è sempre lo stesso: una mamma ed il suo bambino, che questa volta tiene in braccio, morto.
Un’altra maglietta, richiesta dal battaglione Lavi, ha un fumetto con un bambino palestinese, che nel crescere diventa prima un giovane lanciatore di pietre, poi un miliziano armato; la didascalia dice “Non importa come inizia, siamo noi a decidere quando finisce la partita”.
“Ogni madre araba deve sapere che il destino del proprio figlio è nelle mie mani”: questa, su richiesta della Brigata d’elite Givati.
E purtroppo la lista potrebbe continuare. Già due anni fa era scoppiata una polemica perchè, tra i soldati di uno dei reparti d’elite dell’Israel Defence Force, circolava una t-shirt con disegnato un mirino che puntava un bimbo arabo e la scritta che recitava “Più è piccolo, più è difficile”, e nessuno era stato punito per questo.picphp

Oltre all’uso spietato di fosforo bianco, a quello massiccio dei nuovi armamenti composti dalle micidiali bombe DIME, all’aver colpito rifugi per profughi segnalati dalle Nazione Unite, all’aver impedito che stampa e soccorsi entrassero nell’intera Striscia di Gaza per settimane, oltre ad aver ucciso più di 1300 persone in una Guerra che non ha portato alcun risultato , il popolo palestinese deve subire anche lo scempio di queste magliette e il sorriso di chi le indossa.
Niente poi fa ben sperare dopo le elezioni di febbraio che hanno visto l’asse della politica israeliana spostarsi radicalmente a destra: la coalizione con a capo il leader del Likud, Benyamin Netanyahu appoggiato dai partiti confessionali e da quelli dell’estrema destra radicale, si prepara alla gestione del nuovo governo israeliano.   

Tutto ciò è ripugnante.
Non possiamo dire che l’esercito di Israele è peggio dei nazisti? Nessun problema.
Diremo solo che siete spietati assassini, che mirate ai bambini, che spesso i vostri cecchini si divertono solo a mutilarli colpendoli alle ginocchia, che se siete costretti ad usare le pallottole di gomma in situazioni particolari le puntate agli occhi in modo da causare lo stesso effetto. Che demolite casa, che sterminate intere famiglie, che colpite ospedali e scuole, che rubate acqua, terra, risorse e vita ad un intero popolo. E che per di più ne andate fieri. Vi stampate un genocidio sulle magliette e lo indossate con la vostra arroganza da occupanti.
Calpestando una terra rubata e stuprata con i vostri anfibi.    ______baruda_______

ANNIVERSARIO DELL’ASSASSINIO DI RACHEL CORRIE. NESSUN PERDONO, NESSUNA PACE

16 marzo 2009 3 commenti

Rachel Corrie, 23 anni, attivista statunitense, è stata assassinata il 16 marzo 2003, schiacciata da una ruspa israeliana. Rachel tentava di evitare che la ruspa demolisse l’abitazione di un medico palestinese nella Striscia di Gaza. 
Nelle sue ultime lettere racconta ai familiari la Palestina che ha conosciuto partecipando alle azioni dell’International Solidarity Movement.

towell_gazaperrachelCiao amici e famiglia e tutti gli altri,

sono in Palestina da due settimane e un’ora e non ho ancora parole per descrivere ciò che vedo. È difficilissimo per me pensare a cosa sta succedendo qui quando mi siedo per scrivere alle persone care negli Stati Uniti. È come aprire una porta virtuale verso il lusso. Non so se molti bambini qui abbiano mai vissuto senza i buchi dei proiettili dei carri armati sui muri delle case e le torri di un esercito che occupa la città che li sorveglia costantemente da vicino. Penso, sebbene non ne sia del tutto sicura, che anche il più piccolo di questi bambini capisca che la vita non è così in ogni angolo del mondo. Un bambino di otto anni è stato colpito e ucciso da un carro armato israeliano due giorni prima che arrivassi qui e molti bambini mi sussurrano il suo nome – Alì – o indicano i manifesti che lo ritraggono sui muri.

I bambini amano anche farmi esercitare le poche conoscenze che ho di arabo chiedendomi “Kaif Sharon?” “Kaif Bush?” e ridono quando dico, “Bush Majnoon”, “Sharon Majnoon” nel poco arabo che conosco. (Come sta Sharon? Come sta Bush? Bush è pazzo. Sharon è pazzo.). Certo, questo non è esattamente quello che credo e alcuni degli adulti che sanno l’inglese mi correggono: “Bush mish Majnoon” … Bush è un uomo d’affari. Oggi ho tentato di imparare a dire “Bush è uno strumento” (Bush is a tool), ma non penso che si traduca facilmente. In ogni caso qui si trovano dei ragazzi di otto anni molto più consapevoli del funzionamento della struttura globale del potere di quanto lo fossi io solo pochi anni fa.y1p_hclsueimo1uzhqg4swvqogy9o08dclnulkosrm98_w7dqpmxeutucuijfbrcxd-o5lykumaxtk

Tuttavia, nessuna lettura, conferenza, documentario o passaparola avrebbe potuto prepararmi alla realtà della situazione che ho trovato qui. Non si può immaginare a meno di vederlo, e anche allora si è sempre più consapevoli che l’esperienza stessa non corrisponde affatto alla realtà: pensate alle difficoltà che dovrebbe affrontare l’esercito israeliano se sparasse a un cittadino statunitense disarmato, o al fatto che io ho il denaro per acquistare l’acqua mentre l’esercito distrugge i pozzi e naturalmente al fatto che io posso scegliere di andarmene. Nessuno nella mia famiglia è stato colpito, mentre andava in macchina, da un missile sparato da una torre alla fine di una delle strade principali della mia città. Io ho una casa. Posso andare a vedere l’oceano. Quando vado a scuola o al lavoro posso essere relativamente certa che non ci sarà un soldato, pesantemente armato, che aspetta a metà strada tra Mud Bay e il centro di Olympia a un checkpoint, con il potere di decidere se posso andarmene per i fatti miei e se posso tornare a casa quando ho finito.

Dopo tutto questo peregrinare, mi trovo a Rafah: una città di circa 140.000 persone, il 60% di questi sono profughi, molti di loro due o tre volte profughi. Oggi, mentre camminavo sulle macerie, dove una volta sorgevano delle case, alcuni soldati egiziani mi hanno rivolto la parola dall’altro lato del confine. “Vai! Vai!” mi hanno gridato, perché si avvicinava un carro armato. E poi mi hanno salutata e mi hanno chiesto “come ti chiami?”. C’è qualcosa di preoccupante in questa curiosità amichevole. Mi ha fatto venire in mente in che misura noi, in qualche modo, siamo tutti bambini curiosi di altri bambini. Bambini egiziani che urlano a donne straniere che si avventurano sul percorso dei carri armati. Bambini palestinesi colpiti dai carri armati quando si sporgono dai muri per vedere cosa sta accadendo. Bambini di tutte le nazioni che stanno in piedi davanti ai carri armati con degli striscioni. Bambini israeliani che stanno in modo anonimo sui carri armati, di tanto in tanto urlano e a volte salutano con la mano, molti di loro costretti a stare qui, molti semplicemente aggressivi, sparano sulle case mentre noi ci allontaniamo.
Ho avuto difficoltà a trovare informazioni sul resto del mondo qui, ma sento dire che un’escalation nella guerra contro l’Iraq è inevitabile. Qui sono molto preoccupati della “rioccupazione di Gaza”. Gaza viene rioccupata ogni giorno in vari modi ma credo che la paura sia quella che i carri armati entrino in tutte le strade e rimangano qui invece di entrare in alcune delle strade e ritirarsi dopo alcune ore o dopo qualche giorno a osservare e sparare dai confini delle comunità. Se la gente non sta già pensando alle conseguenze di questa guerra per i popoli dell’intera regione, spero che almeno lo iniziate a fare voi.

Un saluto a tutti. Un saluto alla mia mamma. Un saluto a smooch. Un saluto a fg e a barnhair e a sesamees e alla Lincoln School. Un saluto a Olympia. 
Rachel

20 febbraio 2003

Mamma,

tempoadesso l’esercito israeliano è arrivato al punto di distruggere con le ruspe la strada per Gaza, ed entrambi i checkpoint principali sono chiusi. Significa che se un palestinese vuole andare ad iscriversi all’università per il prossimo quadrimestre non può farlo. La gente non può andare al lavoro, mentre chi è rimasto intrappolato dall’altra parte non può tornare a casa; e gli internazionali, che domani dovrebbero essere ad una riunione delle loro organizzazioni in Cisgiordania, non potranno arrivarci in tempo. Probabilmente ce la faremmo a passare se facessimo davvero pesare il nostro privilegio di internazionali dalla pelle bianca, ma correremmo comunque un certo rischio di essere arrestati e deportati, anche se nessuno di noi ha fatto niente di illegale.

La striscia di Gaza è ora divisa in tre parti. C’è chi parla della “rioccupazione di Gaza”, ma dubito seriamente che stia per succedere questo, perché credo che in questo momento sarebbe una mossa geopoliticamente stupida da parte di Israele. Credo che dobbiamo aspettarci piuttosto un aumento delle piccole incursioni al di sotto del livello di attenzione dell’opinione pubblica internazionale, e forse il paventato “trasferimento di popolazione”. Per il momento non mi muovo da Rafah, non penso di partire per il nord. Mi sento ancora relativamente al sicuro e nell’eventualità di un’incursione più massiccia credo che, per quanto mi riguarda, il rischio più probabile sia l’arresto. Un’azione militare per rioccupare Gaza scatenerebbe una reazione molto più forte di quanto non facciano le strategie di Sharon basate sugli omicidi che interrompono i negoziati di pace e sull’arraffamento delle terre, strategie che al momento stanno servendo benissimo allo scopo di fondare colonie dappertutto, eliminando lentamente ma inesorabilmente ogni vera possibilità di autodeterminazione palestinese.

Sappi che un mucchio di palestinesi molto simpatici si sta prendendo cura di me. Mi sono presa una lieve influenza e per curarmi mi hanno dato dei image005beveroni al limone buonissimi. E poi la signora che ha le chiavi del pozzo dove ancora dormiamo mi chiede continuamente di te. Non sa una parola d’inglese ma riesce a chiedermi molto spesso della mia mamma – vuole essere sicura che ti chiami.

Un abbraccio a te, a papà, a Sara, a Chris e a tutti. 
Rachel

27 febbraio 2003 
(alla madre)

Vi voglio bene. Mi mancate davvero. Ho degli incubi terribili, sogno i carri armati e i bulldozer fuori dalla nostra casa, con me e voi dentro. A volte, l’adrenalina funge da anestetico per settimane di seguito, poi improvvisamente la sera o la notte la cosa mi colpisce di nuovo: un po’ della realtà della situazione.

Ho proprio paura per la gente qui. Ieri ho visto un padre che portava fuori i suoi bambini piccoli, tenendoli per mano, alla vista dei carri armati e di una torre di cecchini e di bulldozer e di jeep, perché pensava che stessero per fargli saltare in aria la casa. In realtà, l’esercito israeliano in quel momento faceva detonare un esplosivo nel terreno vicino, un esplosivo piantato, a quanto pare, dalla resistenza palestinese. Questo è nella stessa zona in cui circa 150 uomini furono rastrellati la scorsa domenica e confinati fuori dall’insediamento mentre si sparava sopra le loro teste e attorno a loro, e mentre i carri armati e i bulldozer distruggevano 25 serre, che davano da vivere a 300 persone. L’esplosivo era proprio davanti alle serre, proprio nel punto in cui i carri armati sarebbero entrati, se fossero ritornati. Mi spaventava pensare che per quest’uomo, era meno rischioso camminare in piena vista dei carri armati rachelcorrie3id0che restare in casa. Avevo proprio paura che li avrebbero fucilati tutti, e ho cercato di mettermi in mezzo, tra loro e il carro armato. Questo succede tutti i giorni, ma proprio questo papà con i suoi due bambini così tristi, proprio lui ha colto la mia attenzione in quel particolare momento, forse perché pensavo che si fosse allontanato a causa dei nostri problemi di traduzione.

Ho pensato tanto a quello mi avete detto per telefono, di come la violenza dei palestinesi non migliora la situazione. Due anni fa, sessantamila operai di Rafah lavoravano in Israele. Oggi, appena 600 possono entrare in Israele per motivi di lavoro. Di questi 600, molti hanno cambiato casa, perché i tre checkpoint che ci sono tra qui e Ashkelon (la città israeliana più vicina) hanno trasformato quello che una volta era un viaggio di 40 minuti in macchina in un viaggio di almeno 12 ore, quando non impossibile. Inoltre, quelle che nel 1999 erano le potenziali fonti di crescita economica per Rafah sono oggi completamente distrutte: l’aeroporto internazionale di Gaza (le piste demolite, tutto chiuso); il confine per il commercio con l’Egitto (oggi con una gigantesca torre per cecchini israeliani al centro del punto di attraversamento); l’accesso al mare (tagliato completamento durante gli ultimi due anni da un checkpoint e dalla colonia di Gush Katif). Dall’inizio di questa intifada, sono state distrutte circa 600 case a Rafah, in gran parte di persone che non avevano alcun rapporto con la resistenza, ma vivevano lungo il confine.

Credo che Rafah oggi sia ufficialmente il posto più povero del mondo. Esisteva una classe media qui, una volta. Ci dicono anche che le spedizioni dei fiori da Gaza verso l’Europa venivano, a volte, ritardate per due settimane al valico di Erez per ispezioni di sicurezza. Potete immaginarvi quale fosse il valore di fiori tagliati due settimane prima sul mercato europeo, quindi il mercato si è chiuso. 11_fotop6E poi sono arrivati i bulldozer, che distruggono gli orti e i giardini della gente. Cosa rimane per la gente da fare? Ditemi se riuscite a pensare a qualcosa. Io non ci riesco. Se la vita e il benessere di qualcuno di noi fossero completamente soffocati, se vivessimo con i nostri bambini in un posto che ogni giorno diventa più piccolo, sapendo, grazie alle nostre esperienze passate, che i soldati e i carri armati e i bulldozer ci possono attaccare in qualunque momento e distruggere tutte le serre che abbiamo coltivato da tanto tempo, e tutto questo mentre alcuni di noi vengono picchiati e tenuti prigionieri assieme a 149 altri per ore: non pensate che forse cercheremmo di usare dei mezzi un po’ violenti per proteggere i frammenti che ci restano? Ci penso soprattutto quando vedo distruggere gli orti e le serre e gli alberi da frutta: anni di cure e di coltivazione. Penso a voi, e a quanto tempo ci vuole per far crescere le cose e quanta fatica e quanto amore ci vuole. Penso che in una simile situazione, la maggior parte della gente cercherebbe di difendersi come può. Penso che lo farebbe lo zio Craig. Probabilmente la nonna la farebbe. E penso che lo farei anch’io.

Mi avete chiesto della resistenza non violenta. Quando l’esplosivo è saltato ieri, ha rotto tutte le finestre nella casa della famiglia. Mi stavano servendo del tè, mentre giocavo con i bambini. Adesso è un brutto momento per me. Mi viene la nausea a essere trattata sempre con tanta dolcezza da persone che vanno incontro alla catastrofe. So che visto dagli Stati Uniti, tutto questo sembra iperbole. Sinceramente, la grande gentilezza della gente qui, assieme ai tremendi segni di deliberata distruzione delle loro vite, mi fa sembrare tutto così irreale. Non riesco a credere che qualcosa di questo genere possa succedere nel mondo senza che ci siano più proteste. Mi colpisce davvero, di nuovo, come già mi era successo in passato, vedere come possiamo far diventare così orribile questo mondo. Dopo aver parlato con voi, mi sembrava che forse non riuscivate a credere completamente a quello che vi dicevo. fotop8Penso che sia meglio così, perché credo soprattutto all’importanza del pensiero critico e indipendente. E mi rendo anche conto che, quando parlo con voi, tendo a controllare le fonti di tutte le mie affermazioni in maniera molto meno precisa. In gran parte questo è perché so che fate anche le vostre ricerche.

Ma sono preoccupata per il lavoro che svolgo. Tutta la situazione che ho descritto, assieme a tante altre cose, costituisce un’eliminazione, a volte graduale, spesso mascherata, ma comunque massiccia, e una distruzione, delle possibilità di sopravvivenza di un particolare gruppo di persone. Ecco quello che vedo qui. Gli assassini, gli attacchi con i razzi e le fucilazioni dei bambini sono atrocità, ma ho tanta paura che se mi concentro su questi, finirò per perdere il contesto. La grande maggioranza della gente qui, anche se avesse i mezzi per fuggire altrove, anche se veramente volesse smetterla di resistere sulla loro terra e andarsene semplicemente (e questo sembra essere uno degli obiettivi meno nefandi di Sharon), non può andarsene. Perché non possono entrare in Israele per chiedere un visto e perché i paesi di destinazione non li farebbero entrare: parlo sia del nostro paese che di quelli arabi. Quindi penso che quando la gente viene rinchiusa in un ovile – Gaza – da cui non può uscire, e viene privata di tutti i mezzi di sussistenza, ecco, questo credo che si possa qualificare come genocidio. corrie_afterAnche se potessero uscire, credo che si potrebbe sempre qualificare come genocidio. Forse potreste cercare una definizione di genocidio secondo il diritto internazionale. Non me la ricordo in questo momento. Spero di riuscire con il tempo a esprimere meglio questi concetti. Non mi piace usare questi termini così carichi. Credo che mi conoscete sotto questo punto di vista: io do veramente molto valore alle parole. Cerco davvero di illustrare le situazioni e di permettere alle persone di tirare le proprie conclusioni. Comunque, mi sto perdendo in chiacchiere. Voglio solo scrivere alla mamma per dirle che sono testimone di questo genocidio cronico e insidioso, e che ho davvero paura, comincio a mettere in discussione la mia fede fondamentale nella bontà della natura umana.

Bisogna che finisca. Credo che sia una buona idea per tutti noi, mollare tutto e dedicare le nostre vite affinché ciò finisca. Non penso più che sia una cosa da estremisti. Voglio davvero andare a ballare al suono di Pat Benatar e avere dei ragazzi e disegnare fumetti per quelli che lavorano con me. Ma voglio anche che questo finisca. Quello che provo è incredulità mista a orrore. Delusione. Sono delusa, mi rendo conto che questa è la realtà di base del nostro mondo e che noi ne siamo in realtà partecipi. Non era questo che avevo chiesto quando sono entrata in questo mondo. Non era questo che la gente qui chiedeva quando è entrata nel mondo. Non è questo il mondo in cui tu e papà avete voluto che io entrassi, quando avete deciso di farmi nascere. Non era questo che intendevo, quando guardavo il lago Capital e dicevo, “questo è il vasto mondo e sto arrivando!” Non intendevo dire che stavo arrivando in un mondo in cui potevo vivere una vita comoda, senza alcuno sforzo, vivendo nella completa incoscienza della mia partecipazione a un genocidio.

Sento altre forti esplosioni fuori, lontane, da qualche parte. Quando tornerò dalla Palestina, probabilmente soffrirò di incubi e mi sentirò in colpa per il fatto di non essere qui, ma posso incanalare tutto questo in altro lavoro. Venire qui è stata una delle cose migliori che io abbia mai fatto. E quindi, se sembro impazzita, o se l’esercito israeliano dovesse porre fine alla loro tradizione razzista di non far male ai bianchi, attribuite il motivo semplicemente al fatto che io mi trovo in mezzo a un genocidio che io anch’io sostengo in maniera indiretta, e del quale il mio governo è in larga misura responsabile. 
Voglio bene a te e a papà. Scusatemi il lungo papiro. OK, uno sconosciuto vicino a me mi ha appena dato dei piselli, devo mangiarli e ringraziarli. 
Rachel

28 febbraio 2003 
(alla madre)

Grazie, mamma, per la tua risposta alla mia e-mail. Mi aiuta davvero ricevere le tue parole, e quelle di altri che mi vogliono bene.

Dopo averti scritto ho perso i contatti con il mio gruppo per circa dieci ore: le ho passate in compagnia di una famiglia che vive in prima linea a Hi Salam. carlorachelMi hanno offerto la cena, e hanno pure la televisione via cavo. Nella loro casa le due stanze che danno sulla facciata sono inutilizzabili perché i muri sono crivellati da colpi di arma da fuoco, perciò tutta la famiglia – padre, madre e tre bambini-dorme nella stanza dei genitori. Io ho dormito sul pavimento, accanto a Iman, la bimba più piccola, e tutti eravamo sotto le stesse coperte. Ho aiutato un po’ il figlio maschio con i compiti d’inglese e abbiamo guardato tutti insieme Pet Semetery, che è un film davvero terrificante. Penso che per loro sia stato un gran divertimento vedere come quasi non riuscivo a guardarlo. Da queste parti il giorno festivo è venerdì, e quando mi sono svegliata stavano guardando i Gummy Bears doppiati in arabo. Così ho fatto colazione con loro, e sono rimasta un po’ lì seduta così, a godermi la sensazione di stare in mezzo a quel groviglio di coperte, insieme alla famiglia che guardava quello che a me faceva l’effetto dei cartoni della domenica mattina.

Poi ho fatto un pezzo di strada a piedi fino a B’razil, che è dove vivono Nidal, Mansur, la Nonna, Rafat e tutto il resto della grande famiglia che mi ha letteralmente adottata a cuore aperto. (A proposito, l’altro giorno, la Nonna mi ha fatto una predica mimata in arabo: era tutto un gran soffiare e additare lo scialle nero. Sono riuscita a farle dire da Nidal che mia madre sarebbe stata contentissima di sapere che qui c’è qualcuno che mi fa le prediche sul fumo che annerisce i polmoni). Ho conosciuto una loro cognata, che è venuta a trovarli dal campo profughi di Nusserat, e ho giocato con il suo bebè.

L’inglese di Nidal migliora di giorno in giorno. È lui a chiamarmi “sorella”. Ha anche cominciato ad insegnare alla Nonna a dire “Hello. How are you?” in inglese. Si sente costantemente il rumore dei carri armati e dei bulldozer che passano, eppure tutte queste persone riescono a mantenere un sincero buon umore, sia tra loro che nei rapporti con me. Quando sono in compagnia di amici palestinesi mi sento un po’ meno orripilata di quando cerco di impersonare il ruolo di osservatrice sui diritti umani o di raccoglitrice di testimonianze, o di quando partecipo ad azioni di resistenza diretta. Danno un ottimo esempio del modo giusto di vivere in mezzo a tutto questo nel lungo periodo. So che la situazione in realtà li colpisce – e potrebbe alla fine schiacciarli – in un’infinità di modi, e tuttavia mi lascia stupefatta la forza che dimostrano riuscendo a difendere in così grande misura la loro umanità – le risate, la generosità, il tempo per la famiglia – contro l’incredibile orrore che irrompe nelle loro vite e contro la presenza costante della morte. Dopo stamattina mi sono sentita molto meglio.

In passato ho scritto tanto sulla delusione di scoprire, in qualche misura direttamente, di quanta malignità siamo ancora capaci. Ma è giusto aggiungere, almeno di sfuggita, che sto anche scoprendo una forza straordinaria e una straordinaria capacità elementare dell’essere umano di mantenersi umano anche nelle circostanze più terribili – anche di questo non avevo mai fatto esperienza in modo così forte. Credo che la parola giusta sia dignità. Come vorrei che tu potessi incontrare questa gente. Chissà, forse un giorno succederà, speriamo. 
Rachel

Traduzioni di Miguel Martinez, Lucia De Rocco, Silvia Lanfranchini, Nora Tigges Mazzone, Andrea Spila

Ferito alla testa attivista americano: ISRAELE STATO ASSASSINO

14 marzo 2009 Lascia un commento

murosionista_1Ieri, a Nil’in, l’esercito israeliano ha aperto il fuoco contro 400 attivisti palestinesi, israeliani e internazionali che manifestavano pacificamente contro il Muro. Un cittadino statunitense è rimasto gravemente ferito alla testa da un lacrimogeno lanciato dai soldati israeliani. Testimoni locali hanno riferito che il candelotto gli ha provocato uno squarcio nella fronte rendendo visibile la materia cerebrale. L’attivista dell’ISM – International Solidarity Movement – è stato ricoverato in condizioni molto gravi in un ospedale di Tel Aviv. L’uomo si chiama Tristan Anderson, ha 37 anni ed è originario di Oakland, in California. Un attivista che era con lui, Jonathan Polack, ha denunciato all’edizione online di ‘Yediot Ahronot’ come ”non giustificato” l’operato delle forze di sicurezza israelialne, accusate di aver colpito Anderson quando si erano interrotti gli scontri degli attivisti contro i militari occupanti e per di più mentre Anderson era seduto a terra. Altre 4 persone sono state colpite da proiettili di metallo rivestiti di gomma e decine di altre sono state intossicate dai lacrimogeni. La manifestazione nonviolenta di Nil’in è un appuntamento settimanale, avviato da tempo, e, come l’analogo di Bil’in, è molto popolare. Pacifisti internazionali e israeliani si uniscono al corteo di palestinesi che parte ogni venerdì dalla cittadina e si dirigono verso il Muro costruito da Israele per sottrarre nuove terre ai palestinesi.

Sotto il cielo di Gaza

7 marzo 2009 Lascia un commento

n700429637_2237621_7757288Ecco le condizioni di Gaza dopo l’operazione Piombo Fuso, mentre si attendono i soldi per la ricostruzione.
Ecco quello che ha portato l’attacco israeliano compiuto contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza con la scusa della lotta al terrorismo contro Hamas, partito uscito vincitore dalle elezioni.
n700429637_2237622_3017632Vista la svolta elettorale che ha palesato un paese ormai devoto all’estrema destra xenofoba e devota ai regimi di apartheid e segregazione razziale, non si prospettano tempi migliori per Gaza e per il resto dei territori occupati. La coalizione che guiderà il prossimo governo israeliano sarà ancora più pericolosa per la sopravvivenza degli arabi nella zona.
Già girano decine e decine di agenzie stampa in cui viene tranquillamente dichiarato che è già pronta la seconda puntata dell’operazione. 
Il desiderio di sterminare il popolo palestinese  rimane il primo per Israele, il suo governo e il suo esercito.

Israele: risultati preoccupanti. L’estrema destra avanza al passo dell’oca

11 febbraio 2009 Lascia un commento

Forse sono andate nel modo peggiore che si poteva immaginare. Le elezioni in Israele hanno palesato, con lo spoglio ormai al 99% (mancano i voti di soldati e detenuti), che ormai è un paese devoto all’ultra-destra religiosa e nazionalista.

Lo Tsahal durante l'operazione Piombo Fuso

Lo Tsahal durante l'operazione Piombo Fuso

Ci dicono che la Livni ha vinto le elezioni, ma basta uno sguardo superficiale per capire che le aspetta il compito di governare un paese ingovernabile, perchè non ha nemmeno lontanamente una maggioranza che le permetta di farlo. Una guerra tra falchi, tra partiti intrisi di razzismo e fondamentalismo religioso.
Il partito vittorioso, Kadima -partito di centro-, ha preso solamente un seggio in più rispetto al Likud di Biby Netanyahu e la lettura delle percentuali fa rabbrividire. L’ultra destra nazionalista e religiosa, divisa in quattro partiti (teniamo escluso il Likud da questo conteggio),  ha preso il 31% dei voti equivalente a ben 38 seggi. Se a questi aggiungiamo i 27 del Likud abbiamo uno specchio di quello che sta accadendo in Israele, a pochi giorni dall’ultimo massacro del popolo palestinese, l’ “operazione piombo fuso”. Il partito che ha vinto le elezioni non avrà alcuna autonomia e vedremo nei prossimi giorni se ricorrerrà ad un’alleanza con la destra per avere agibilità e possibilità di governare il paese.
La sinistra è ai minimi storici da quando esiste lo stato ebraico di Israele: il partito laburista, che per decenni ha governato con un’ampia e intoccata maggioranza, ha sfiorato a fatica il 10% accaparrandosi solamente 13 seggi. Tutti gli altri partiti della sinistra hanno preso, insieme, il 6% per un totale di 7 seggi.

Latuff

Latuff

La storia di Israele ha girato definitivamente pagina: stiamo iniziando a leggere la più buia, la più attaccata a valori nazi-fascisti, volti alla segregazione razziale, all’occupazione militare, alle leggi razziali anti-arabe.

ANCORA UNA LACRIMA A BAGNARE LA TERRA DI PALESTINA. LA PIU’ DOLCE DELLE TERRE.

Siamo tornati ai tempi del Kach, possiamo dire che il rabbi Meir Kahane ha vinto la sua battaglia a 18 anni dalla sua morte: il fondatore della dottrina del kahanesimo ha vinto la sua missione : il Kach, che venne messo al bando per istigazione all’odio razziale nel 1989 oggi è il vero vincitore di queste elezioni. Un partito la cui unica vocazione era la cacciata degli arabi dal paese ha oggi fatto passare tutti i suoi messaggi e parole d’ordine.
Inizia un’epoca ancora più nera per la terra di Palestinaarab-cartoon-israeli-election-campaign

Un po’ di notizie dalla Striscia di Gaza

22 gennaio 2009 Lascia un commento

19.43 DA MISNA: Associazioni belghe e francesi hanno depositato oggi alla Corte penale internazionale (Cpi/Icc) un rapporto contenente accuse per presunti crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano durante i 22 giorni di offensiva a Gaza che, dal 27 dicembre al 18 gennaio, hanno causato oltre 1300 morti, tra cui numerosi civili. “Non ci facciamo molte illusioni” ha detto alla MISNA l’avvocato Georges Henri Beauthier, rappresentante legale dei querelanti (noto per aver portato davanti alla giustizia l’ex-dittatore cileno Augusto Pinochet); il Procuratore generale Luis Moreno Ocampo ha già affermato che la Cpi non può essere competente sui fatti di Gaza dato che Israele non ha firmato il Trattato di Roma istitutivo della Corte. “Tra l’altro, è curioso – ha proseguito l’avvocato – che sia proprio Ocampo a muovere quest’obiezione dato che è stato lui a presentare alla corte il caso di Omar Hassan al Beshir, presidente sudanese, chiedendone il deferimento per crimini di guerra in Darfur, visto che anche il Sudan non ha firmato i trattati di Roma”. Se la documentazione venisse rigettata sulla base di queste motivazioni, aggiunge, verrebbe “da dare credito a coloro che accusano la giustizia internazionale di funzionare in modo schizofrenico, rispondendo a criteri partigiani e faziosi”. Secondo il legale, nel momento in cui la corte dovesse rifiutare di accogliere le richieste presentate da circa 230 organizzazioni si potrebbe pensare di ricorrere all’ausilio del Consiglio di Sicurezza che può ingiungere alla Cpi – secondo lo statuto – di indagare su argomenti e fatti diversi. “Ma vista la presenza di ‘cari amici’ di Israele in seno al Consiglio, anche questa strada non mi pare percorribile” commenta il legale e attivista per i diritti umani, arrivando a ipotizzare “la creazione, di un tribunale speciale sul modello di quelli sorti per la ex-Yugoslavia e il Rwanda. Sulla nascita di questi tribunali decide l’Assemblea Generale, dove nessun membro ha il diritto di veto”. In ultima istanza, Beauthier pensa di presentare una denuncia alla Corte suprema belga, facendo ricorso alla ‘giurisdizione universale’, secondo la quale chiunque può presentare accuse contro persone sospettate di crimini di guerra, contro l’umanità, genocidio e altre gravi violazioni del diritto internazionale. Già oggi, riferiscono fonti di stampa belga e palestinese, Israele avrebbe pensato di annullare il viaggio del ministro degli Esteri Tzipi Livni a Bruxelles sulla base della notizia di una denuncia contro di lei da parte di organizzazioni per i diritti umani, pubblicata dal quotidiano israeliano ‘Haaretz’, poi rivelatasi infondata. Nonostante la strada sia lunga, Beauthier afferma di voler andare avanti “con le armi a mia disposizione – dice – perché sono convinto che esistano i termini, in base al diritto internazionale, di un’incriminazione di Israele per crimini di guerra” 

UNA SERIE DI PICCOLE NOTIZIE SENZA COMMENTO. PERCHE’ NON CE NE SONO. LA STAMPA INTERNAZIONALE NON E’ ANCORA RIUSCITA AD ATTRAVERSARE I VALICHI CHE PORTANO ALLA STRISCIA: LO TSAHAL LO PERMETTERA’ SOLAMENTE DA DOMANI.

TUNNEL: Nella zona di Rafah, al confine tra la Striscia di Gaza e l’Egitto, i palestinesi sono all’opera per riaprire i tunnel distrutti da Israele. Durante i 23

Elicotteri israeliani

Elicotteri israeliani

giorni di operazione israeliana ‘Piombo Fusò sono state distrutte molte delle gallerie sotterranee utilizzate per il contrabbando di armi, ma anche per far entrare nella Striscia di Gaza alimenti, combustibile, denaro, medicine e perfino animali esotici, e ora i palestinesi si sarebbero rimboccati le maniche per riaprire le loro vie di comunicazione. «C’erano circa duemila tunnel sotterranei prima della guerra e ora sono quasi tutti bloccati. Stiamo cercando di ripristinarli», ha confessato il 20enne Yusef Barbakh all’agenzia di stampa ‘Xinhuà. «L’unica cosa che dobbiamo fare è scavare un nuovo buco per ricollegare le zone sotterranee. Abbiamo iniziato a lavorare il primo giorno del cessate il fuoco e finiremo di costruire un tunnel nell’arco di una settimana», ha aggiunto il giovane. È grazie a queste gallerie sotterranee, dove spesso hanno trovato la morte piccoli contrabbandieri, che la popolazione della Striscia di Gaza è riuscita ad aggirare l’assedio israeliano, imposto dopo che nel giugno 2007 il movimento di resistenza islamico ha assunto il controllo del Territorio. Da allora, lo Stato ebraico ha disposto la chiusura quasi totale dei valichi di frontiera, consentendo l’ingresso solo di limitate quantità di aiuti e di combustibili.

 

AIUTI BOCCATI: Le autorità israeliane impediscono l’introduzione nella Striscia di Gaza di alcuni carichi di materiale medico e derrate alimentari inviati dalla Francia. È quanto riferiscono oggi fonti ufficiali francesi ad AKI-ADNKRONOS INTERNATIONAL. n1109926104_30305468_6650«Abbiamo inviato aiuti umanitari nella Striscia di Gaza via aeroporto di Tel Aviv e parte di questi sono effettivamente entrati nella Striscia, ma Israele ha posto alcuni ostacoli all’introduzione del resto degli aiuti, tra cui materiale medico, coperte, strumenti per la desalinizzazione dell’acqua e aiuti alimentari», spiegano le fonti, aggiungendo che le autorità israeliane giustificano questo divieto con il fatto che mancano documenti di accompagnamento al materiale. Le fonti sottolineano che l’introduzione di questi aiuti sembra richiedere tempo, ma che la gravità della situazione umanitaria a Gaza implica un bisogno di accelerare l’operazione, ricordando che i ministri degli Esteri dei paesi dell’Ue hanno chiesto ieri alla loro omologa israeliana Tzipi Livni, che si trovava a Bruxelles, di facilitare l’introduzione degli aiuti. «La Livni ha promesso che avrebbe fatto il possibile per facilitare l’arrivo degli aiuti», affermano le fonti, mettendo in evidenza che secondo la Francia questa è al momento «un’assoluta priorità». Allo stesso tempo, le fonti fanno sapere che Israele ha permesso ad alcuni diplomatici occidentali di arrivare a Gaza, ma continua a impedire l’ingresso nella Striscia ai diplomatici francesi. 

EVITATA CLINICA DA CAMPO ISRAELIANA: Una clinica da campo israeliana aperta la scorsa domenica al valico di Erez per offrire immediata assistenza sanitaria ai palestinesi vittime delle recenti operazioni militari israeliane nella striscia di Gaza è di fatto inoperosa per mancanza di pazienti, secondo quanto ha riferito oggi il quotidiano Jerusalem Post. «Ho trascorso ieri tutto il giorno in attesa di pazienti ma non ne èvenuto nemmeno uno» ha detto al giornale uno dei medici, che ha chiesto di restare anonimo. Due, a suo parere, le spiegazioni possibili di questo comportamento: «O le persone hanno paura di noi o di Hamas». «È un peccato – ha continuato – ma non posso biasimarli perchè non vengono da noi. È però frustrante». Il bilancio dell’offensiva israeliana, secondo stime palestinesi, è di oltre 1.300 persone uccise – più di 400 delle quali bambini – e di più di 5.000 ferite. Israele stima che siano stati uccisi diverse centinaia di miliziani di Hamas che invece denuncia la perdita di una cinquantina soltanto. Un portavoce dei servizi di pronto soccorso israeliani (Maghen David Adom), che gestisce la clinica eretta a fini umanitari in cooperazione con i ministeri della sanità e del benessere sociale israeliani, ha detto che solo sette bambini ammalati di cancro si sono avvalsi dei servizi dell’ ambulatorio. Tutti hanno poi fatto ritorno alle loro case. La clinica, che è in grado di curare cinquanta persone, comprende specialisti in diversi rami della medicina, come traumatologia, pediatria, ginecologia, n1600661190_93111_5471chirurgia, ortopedia. I casi più gravi vengono trasferiti in ospedali in Israele. Nel frattempo in Israele si rilevano alcune, per ora isolate, iniziative private di raccolta di aiuti umanitari per la popolazione di Gaza. Una di queste è stata lanciata da una studentessa di Sderot – cittadina che negli scorsi otto anni è stata uno degli obiettivi dei razzi sparati da Gaza – Hadas Balad, di 25 anni. La giovane ha lanciato su internet una campagna di raccolta di generi di prima necessità che ha apparentemente avuto risultati che hanno superato le sue più ottimistiche previsioni, anche grazie alla collaborazione di alcune organizzazioni umanitarie, religiose e di semplici cittadini. «Mi aspettavo di riempire due autocarri – ha detto Badas al quotidiano Haaretz – ma già adesso abbiamo bisogno di almeno una decina»; un deposito a Gerusalemme è stracolmo e un altro a Tel Aviv è sul punto di esserlo. La sua iniziativa, ha detto la giovane, è partita dopo aver udito gli scoppi delle bombe a Gaza e l’urlo delle sirene a Sderot. «Mi sono allora resa conto – ha spiegato – che c’era gente che veniva uccisa, che non aveva niente da mangiare e da bere e ciò mi ha molto addolorato»

Ma’an intervista il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina

22 gennaio 2009 Lascia un commento

L’AGENZIA DI STAMPA MA’AN INTERVISTA L’FPLP SULL’AGGRESSIONE ISRAELIANA A GAZA – 18 GENNAIO 2009

http://www.pflp.ps/english/      

Il 17 gennaio 2009 l’agenzia di stampa Ma’an ha realizzato la seguente intervista con un portavoce del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP). Nell’intervista l’FPLP discute sulla centralità della resistenza palestinese e sulla persistente aggressione contro il popolo palestinese, in particolare sull’aggressione contro Gaza cui Israele ha dato inizio il 27 dicembre 2008.  Ma’an: L’FPLP ed il suo braccio armato, le Brigate Abu Ali Mustafa (BAAM), al momento sono impegnate in scontri contro le truppe di terra israeliane nella Striscia di Gaza, mentre continuano a lanciare missili attraverso la Green Line verso Israele.Ma’an ha parlato con un portavoce ufficiale del movimento laico e di sinistra per gettare un po’ di luce sull’attuale lotta contro Israele e sullo stato della politica palestinese, sui rapporti con Hamas e con l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP)
La seguente intervista è stata realizzata via email:    

1993_

Fotografia di Bar Am _Gaza: 1993_

Ma’an: Qual è la posizione dell’FPLP sulle motivazioni che hanno spinto Israele a lanciare la sua massiccia aggressione contro Gaza?

  FPLP: L’inizio dei massacri e dei crimini di guerra israeliani contro il nostro popolo è in linea con un obiettivo storico – il tentativo di eliminare la resistenza palestinese, in particolare a Gaza. Come già ha provato a fare nel 2006 in Libano, Israele ha tentato di separare la resistenza dal popolo perseguendo l’eliminazione della prima e l’indebolimento della causa palestinese e dei diritti della nostra gente.I piani israeliani contro il nostro popolo ed i nostri diritti possono essere realizzati – malgrado la complicità degli Sati Uniti, dei regimi arabi e di parte della “leadership” palestinese – solo con l’eliminazione della resistenza palestinese.Ora Israele sta imparando che, parimenti a quanto accaduto in Libano nel 2006, malgrado la sua brutalità e l’assoluta criminalità, la nostra gente è il cuore, la culla e la forza della nostra resistenza, e che i loro attacchi non sconfiggeranno mai il nostro popolo né la nostra determinazione nella difesa dei nostri diritti al ritorno, all’autodeterminazione e alla sovranità. 

 Ma’an: Le incursioni aeree, marine e di terra di Israele sono realmente dirette contro Hamas ed i razzi?

  FPLP: I razzi sono una rappresentazione allo stesso tempo pratica e simbolica della nostra resistenza all’occupante. Sono un promemoria costante che ricorda che l’occupante è tale, e che, per quanto possa impegnarsi in assedi, massacri, nel chiuderci in prigioni a cielo aperto, nel negarci il soddisfacimento dei bisogni umani primari, noi continueremo a resistere e ci aggrapperemo fermamente ai nostri diritti fondamentali, non permettendo che siano distrutti. Finché un razzo sarà lanciato contro l’occupante, il nostro popolo, la nostra resistenza e la nostra causa saranno vivi.Questo è il motivo per cui individuano come obiettivo i razzi: rendono l’occupante insicuro, poiché ognuno di essi è un simbolo ed un atto fisico del nostro rifiuto della loro occupazione, dei loro massacri, dei loro crimini e dei loro continui attacchi contro il nostro popolo. Ogni razzo dice che non acconsentiremo alle loro cosiddette “soluzioni”, basate sulla cancellazione e sulla negazione dei nostri diritti.  

Beit Lahiya  _luglio 2007_

Beit Lahiya _luglio 2007_

 Ma’an: Cosa dite a proposito delle prossime elezioni parlamentari israeliane? Hanno giocato un qualche ruolo nella decisione di attaccare Gaza?   

FPLP: Certamente l’attacco è legato alle elezioni israeliane – serve a sostenere l’immagine del partito Kadima ed in particolare di Livni e Barak, sulle spalle e col sangue di più di 1000 morti palestinesi. Che questo sia un fattore dirimente e positivo in queste elezioni la dice lunga sulla natura di Israele e del Sionismo    

Ma’an: Quanti combattenti dell’FPLP e delle BAAM sono stati uccisi durante l’invasione israeliana e/o I bombardamenti aerei?     

FPLP: Al momento non rilasciamo statistiche o informazioni di questo genere poiché sarebbero solo un aiuto all’aggressione militare del nemico contro il nostro popolo. Comunque, possiamo dire che membri delle BAAM sono stati fortemente attivi in tutte le forme di resistenza contro gli invasori e gli occupanti.  

Ma’an: Le BAAM sono state attive nella resistenza contro l’esercito invasore?    

 FPLP: Le BAAM hanno lanciato più razzi al giorno, si sono distinte particolarmente per l’utilizzo di bombe sulle strade, di autobombe e di altri congegni esplosivi che hanno procurato seri danni e distrutto carri armati ed altri veicoli militari dell’occupazione. I combattenti delle BAAM hanno partecipato a tutte le battaglie a tutti i livelli. Stanno inoltre lavorando strettamente e in coordinamento con tutte le altre forze della resistenza in una lotta unitaria per opporsi al nemico ed unificare la nostra resistenza di fronte ai crimini e ai massacri di Israele.fplp_corteo

Ma’an: In quale situazione l’FPLP potrebbe firmare un ‘cessate il fuoco’ con Israele?   

FPLP: Ci siamo opposti alla cosiddetta “tregua” o “cessate il fuoco” (in vigore tra il 19 giugno ed il 19 dicembre 2008) perché la consideravamo pericolosa per il nostro popolo e crediamo sia oggi dimostrato che la nostra analisi fosse corretta.Israele ha costretto ad una fine della “tregua” con i suoi attacchi ed omicidi – e poi l’ha usata come una scusa per attaccare i palestinesi (per esempio, il 4 novembre, bombardamenti aerei hanno ucciso cinque militanti ed un civile); un obiettivo che ha avuto da sempre, e ha usato un piano d’aggressione preparato precedentemente, durante la cosiddetta “tregua”.La resistenza, in maniera unificata, può sempre decidere che tattiche usare in ogni tempo. Noi chiediamo la fine dei massacri, il ritiro delle truppe d’occupazione dalla nostra terra, la piena, immediata ed incondizionata apertura di tutti i confini – in particolare del valico di Rafah – e la fine dell’assedio contro il nostro popolo. Ma non abbandoneremo mai i nostri diritti fondamentali – a resistere, a difendere il nostro popolo, al ritorno, all’autodeterminazione ed alla sovranità – in nome di una cosiddetta “tregua”, che è esattamente ciò che Israele desidera.  

Ma’an: Quali sono oggi le relazioni tra Hamas e l’FPLP?  FPLP:

Al momento le relazioni tra Hamas e l’FPLP sono determinate dalla resistenza.  

Ma’an: Ma l’FPLP è un movimento laico.
Ciò non crea difficoltà nel lavoro con Hamas, che invece crede in una società ed in un governo islamico?    
 

FPLP: Sia Hamas che l’FPLP militano nel campo della resistenza, della difesa del nostro popolo, della nostra causa e dei nostri diritti fondamentali. Entrambi rifiutano i cosiddetti “negoziati”, la cooperazione con l’occupante e qualsiasi cosiddetta soluzione politica basata sulla negazione e sull’abrogazione dei diritti della nostra gente; entrambi combattono uniti nella resistenza contro i massacri ed il genocidio perpetrati contro i palestinesi. Questa è l’unità ed è la relazione che ci interessa al momento: unità nella lotta, per il nostro popolo, la nostra causa ed i nostri diritti.    

Ma’an: Tornando alla politica, qual è la posizione dell’FPLP sulla legittimità di Mahmoud Abbas (Abu Mazen), il cui mandato è terminato ufficialmente il 9 gennaio?    

  FPLP: La sola legittimità palestinese che ci interessa al momento è la legittimità della resistenza. Questa è la definizione della nostra unità nazionale: lotta all’occupante e ai suoi crimini, difesa del nostro popolo e dei nostri diritti. La legittimità ora non è quella dell’ANP; essa deriva dallo stare con la resistenza, con la fermezza del nostro popolo, contro i crimini dell’occupante.      

Ma’an: L’FPLP crede che, date le circostanze, i palestinesi dovrebbero concentrarsi sulla Striscia di Gaza e meno sulla politica interna? O il ruolo della politica palestinese è più importante che mai?   

 

pal_nazistsFPLP: Questo è un momento fondamentale per il movimento nazionale palestinese e per la sua causa, di fronte ad un nemico dedito alla distruzione. La domanda per tutti è: stare con la resistenza o in disparte e permettere così che l’aggressione continui? Ogni briciolo di legittimità politica al momento dipende dalla risposta a questa domanda.  

 Ma’an: Qual è la situazione dell’FPLP e delle altre organizzazioni della resistenza nella West Bank?   

FPLP: Anche la West Bank è sotto assedio, solo di tipo diverso: l’assedio dell’occupazione, degli 11.000 prigionieri politici, della costante confisca della terra, della costruzione delle colonie, dell’innalzamento del muro d’annessione e degli altri crimini continui contro il nostro popolo. Infatti Israele sta approfittando che gli occhi del mondo si siano spostati dalla West Bank a causa dei massacri a Gaza, per procedere ad un numero ancor più grande di confische di terre e di attacchi in Cisgiordania.Noi non permetteremo che il nostro popolo sia diviso, risieda esso nella West Bank o a Gaza, nei territori palestinesi occupati nel 1948 (i palestinesi all’interno di Israele) o in esilio.     

Ma’an: L’FPLP si aspetta che i palestinesi fuori dalla Striscia si solleveranno contro l’occupazione, specialmente alla luce delle recenti atrocità israeliane a Gaza?    

FPLP: Noi siamo un’unica nazione, un unico popolo ed un’unica causa, e tutti i piani del nemico per spezzare quest’unità sono destinati a fallire. La nostra determinazione a resistere e a difendere i nostri diritti nazionali al ritorno, all’autodeterminazione, alla libertà e alla liberazione, alla sovranità, ci assicurerà la vittoria e l’unità del nostro popolo, della nostra terra e della nostra causa.    

Traduzione a cura del Collettivo Autorganizzato Universitario – Napo