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Bruciature di sigarette sul corpo di Cucchi. E un 17enne si suicida in carcere, in attesa di giudizio
Mentre le pagine dei giornali ci comunicano che sul martoriato corpo di Stefano Cucchi ci sono anche bruciature di sigarette, arriva la notizia di un ragazzo, di un minorenne di 17 anni che s’è impiccato con un lenzuolo nelle docce del carcere minorile di Firenze.
Era in attesa di giudizio, per un tentato furto: uno non può morire a 17 anni per un tentato furto! E’ la dimostrazione di quanto sia assassino questo stato.
Un ragazzo che era in carcere dal 3 agosto in attesa di giudizio: tutto ciò è inaccettabile.
Un giovane ragazzo proveniente dal Marocco, ancora privo di nome nei comunicati ufficiali.
E adesso poi non ci venissero a dire che Cucchi è stato pestato dentro il Tribunale di Piazzale Clodio: non accollassero quest’ omicidio alla penitenziaria (corpo che non è che sto difendendo, ovviamente) perché la mano è dei Carabinieri. Non si spengono sigarette sul corpo di una persona se non per “sapere” qualcosa, magari per sapere dov’era quel kg di hashish che poi è stato ritrovato dalla sua famiglia.
Spegnere sigarette sul corpo di una persona non è pestaggio: ma TORTURA!
Non c’è altro modo di definire questa pratica, si chiama TORTURA. Quella contro cui in questo paese non esiste una legge, quella per cui mai nessuno ha pagato in questo paese.
Nell’anniversario della rivolta studentesca sedata dai carri armati dei Colonnelli greci
Atene è un grande carcere a cielo aperto oggi.
Totalmente blindata, con il meglio dei suoi reparti speciali schierati nelle strade della capitale: il nuovo governo socialista ne ha mobilitati 6500 solo dei normali agenti, poi ci sono tutti i reparti antiterrorismo. E’ il modo con cui l’amministrazione del paese (dei boia del Pasok) ha deciso di festeggiare l’anniversario della rivolta studentesca (degli studenti del Politecnico) “sedata” con i carri armati dei Colonnelli proprio il 17 novembre del 1973.
Tutto ciò che minaccerà l’ordine pubblico, sarà trattato con “tolleranza zero”, questo ha tenuto a dichiarare Michalis Chrisochoidis, ministro per la Protezione del Cittadino (ministro degli Interni): lui porterà una corona di fiori davanti al monumento dedicato alle vittime del Politecnico.
Perchè anche lì i carri armati camminarono sugli studenti: buttarono giù il cancello barricato del politecnico, travolgendo gli studenti che vi erano sopra ed intorno. Fortunatamente, malgrado molti feriti, tra cui ragazz@ che rimasero invalidi a vita, non ci furono morti… ma negli scontri che ne seguirono ci furono 24 morti. Ventiquattro civili caduti sotto i colpi delle divise greche..alcuni giustiziati a freddo.
Così, mentre la città si prepara ad una giornata di memoria e di lotta, ad una giornata che riporti la rabbia di allora a quella di oggi: che commemora i morti di allora e inizia un percorso di iniziative per ricordare Alexandros Grigouropoulous, ucciso a 15 anni da un agente dei M.A.T. (reparti speciali), lo scorso 6 dicembre. I compagni, gli studenti, i lavoratori in sciopero scenderanno in piazza come allora… come allora troveranno davanti a loro l’esercito e le loro nuove tecnologie. Meno cingoli, stessi metodi.
Gli studenti e gli organizzatori delle manifestazioni hanno detto di aver fatto proprie le rivendicazioni dei detenuti in lotta nelle 20 prigioni del paese che hanno aderito allo sciopero della fame di massa contro le condizioni di internamento. Lo sciopero è momentaneamente parziale ( c’è il rifiuto della casanza, il cibo che passa l’amministrazione penitenziaria ) ma i reclusi hanno minacciato di renderlo totale se le richieste non verranno accolte. Lo scorso anno, per un’analoga protesta, morì un detenuto.
Per Alexis, per la libertà dei prigionieri e di tutt@ ma anche per la giovane Antigone oggi si riempiranno le strade di Atene.
Antigone ha 22 anni ed è stata arrestata 4 giorni fa, durante gli scontri nel quartiere di Exarksia: la stanno accusando di far parte del gruppo clandestino d’azione Cospirazione dei nuclei di fuoco, malgrado la smentita ufficiale recapitata ieri dalla stessa organizzazione. Lei per ora rimane in carcere: le piazze urleranno anche il suo nome!
Con un occhio puntato sull’Ellade, proverò ad aggiornare costantemente.
L’odio per gli anni ’70 e la retorica dei “calli”
C’è una categoria di questo blog a cui tengo molto.
E’ quella dedicata ai compagni uccisi, una sezione aggiornata costantemente (purtroppo la lista è lunga ed io sono lenta) con pagine di ricordo che hanno come fonte principale gli “Sguardi Ritrovati”, secondo volume del Progetto Memoria (Ed. Sensibili alle Foglie), dedicato a tutti i compagni che hanno perso la vita durante azioni armate.
Io amo ricordare anche loro. Tra i miei morti, quelli che sento parte della mia storia, c’è tutta quella generazione di operai e di sfruttati, di studenti e proletari che scelsero di provarci con le armi a sovvertire questo paese.
Una di queste pagine è dedicata a Margherita Cagol, tra le fondatrici delle Brigate Rosse, uccisa dai carabinieri di Dalla Chiesa in uno scontro a fuoco durante il sequestro Gancia, in una cascina delle langhe piemontesi.
Pochi giorni fa il signor Piep Piper, così si è firmato, m’ha lasciato un commento che m’ha particolarmente irritato…
commento che per un po’ ho lasciato a marcire, in sospeso. Il tono è di quelli da vecchio comunista del P.C.I., di quelli che denunciavano gli operai dentro le fabbriche; in più mi accusa della mia età, divertentissimo!
Ora l’ho approvato ed è stato decorato meravigliosamente da una risposta a firma di Paolo Persichetti che sento di sottoscrivere in tono e con sommo piacere … quindi vi riposto qui questo allegro dibattito…
Se volete, i microfoni sono aperti: questo il link del vecchio post.
Piep Piper: ” Vedo con raccapriccio che la demenza ideologica mascherata da poesia libertaria fa ancora proseliti, anche tra chi, essendo nata nel 1982, di quello che sono stati i sanguinosi anni 70′, probabilmente ha solo leggiucchiato in piena era già berlusconiana. Si vergogni, la Cagol era solo una potenziale assassina, allo stesso livello di quelli che diceva di combattere. Noi comunisti veri, coi calli sulle mani, ce ne abbiamo le palle piene di voi, poeti borghesi della libertà col mitra in mano. Chi spara non ha mai ragione, si rilegga (se mai l’ha letto) Socrate, Gandhi, Pasolini e anche Paperino.”
Paolo Persichetti:
Commendator Piep Piper,
Di sicuro gli unici calli che lei conosce sono quelli che crescono tra l’indice e il medio, notoriamente i calli della spia, come quelle che negli anni 70 denunciavano gli operai insubordinati, i quadri di lotta più combattivi, i militanti che nei quartieri portavano avanti le battaglie sociali e che davano fastidio al suo Pci coinvolto nella politica di solidarietà nazionale, nel compromesso storico, nella strategia dell’austerità che chiedeva alla classe operaia di lavorare di più e rinunciare agli aumenti salariali. Eravate i maggiordomi della Fiat, gli informatori delle questure, stilavate liste di sospetti che poi portavate a Dalla Chiesa e ai vostri magistrati, come Caselli.
Voi siete quelli del muro di Berlino, di una concezione del socialismo che pensava di organizzare la società come una caserma. Quel tipo di socialismo che irrideva Brecht quando ricordava il discorso del segretario dei comunisti di Berlino, che davanti ad una piazza di operai in protesta non chiedeva le dimissioni del comitato centrale ma quelle del popolo. Lei è della stessa pasta dei Severino Galante, dei Luciano Violante. Uomini dell’ordine statale, legalitari, amate le toghe non le tute blu. Pensate che la società debba essere un tribunale.
Nei posti di lavoro e nei quartieri avete preso il posto delle Digos e dimenticato persino l’azione sindacale. La lotta di classe non la praticavate più da tempo con la vostra ideologia del patto tra produttori. Da classe operaia dentro lo Stato, siete diventati un pezzo di Stato dentro la classe operaia.
Grazie ai “sanguinosi anni 70”, come lei li chiama con consumata prosa berlusconiana-girotondina (rovesci della stessa medaglia), abbiamo avuto per un paio di decenni la scuola di massa, il diritto allo studio per tutti, l’accesso alle università senza più criteri di classe (così i figli di operai e dei contadini sono potuti diventare avvocati o medici), il divorzio, l’aborto, il nuovo diritto di famiglia, la chiusura dei manicomi, la riforma carceraria, il diritto all’assistenza sanitaria, il miglioramento e l’estensione delle pensioni, il punto unico di scala mobile, conquiste salariali e normative sul diritto del lavoro, un abbozzo di Stato sociale prima inesistente, e altro ancora.
Tutte cose smantellate a partire dagli anni 80, grazie a gente come lei. Per quelli come la Cagol, era ancora troppo poco. Ma senza gente come lei tutto questo non ci sarebbe stato.
Quello che lei scrive mi fa pensare ad una frase di Socrate: “Più gente conosco, e più apprezzo il mio cane.”
Forse farebbe bene a seguire anche il consiglio che Gandhi dava quando incontrava tipi come lei: “Dobbiamo fare il miglior uso possibile del tempo libero”, aggiungo, invece di scrivere stronzate a commento dei post altrui che non gradisce.
Pasolini se lo tenga pure. Lei è di quelli che ama di certo la poesia in cui si sbrodolava per i poliziotti del 68. Criticava la modernità capitalista perché era un nostalgico dell’evo rurale. Ha scritto anche cose giuste, come spesso accade ai più lucidi reazionari.
Paperino? Certo che adoriamo Paperino.
Lei invece è di quelli che si identificano con Topolino, e forse ancora di più con Gastone.
Viva il papero proletario che rifiuta il lavoro, che non vuole morire in fabbrica e cerca di strappare qualche dollaro a quel taccagno di suo zio. Nella paperopli degli anni 70, lei invece sarebbe stato uno di quelli arruolati in difesa del suo forziere. Oggi invece è con quelli che concepiscono la politica unicamente come uno scontro tra Rockerduck-Berlusconi e Debenedetti-Paperon de Paperoni.
Si vede che ha letto per troppo tempo Tex Willer e Zagor. Un po’ di Gruppo Tnt e di Mafalda le avrebbe allargato il cervello.
È dai fumetti che uno legge da bambino che si vede poi cosa diventerà da grande.
Da Femminismo a Sud, su Alessio Spataro e la Mini-Stronza
Era un paio di giorni che avevo voglia di scrivere su questa storia di Alessio. Sul fumetto di Spataro se ne sono dette di tutti i colori, e anche nella compagneria è stato urlato e sbraitato di tutto. Prendo da Femminismo a Sud questa pagina perchè m’è piaciuta molto, nella sua schiettezza.
La penso anche io nello stesso identico modo, anche se da eterosessuale.
Penso che la satira sia satira e quindi debba essere libera di parlare come vuole: penso che Alessio non sia un sessista omofobo, assolutamente.
E poi mi incazzo, mi incazzo con questa sinistra che porta la bandiera quando si tratta di far campagne conformiste e bigotte.
Non posso sopportare la Concia, che mi fa la lezione su Spataro però va a Casa Pound, tra i fascisti quelli veri, perchè lo trova un interessante terreno di dibattito. Eh no, allora no. Mi viene il prurito.
Da Femminismo a Sud
L’italia è l’unico posto in cui un premier può chiamare “zoccola” una ministra e quella poi si incazza con un fumettista che fa satira antifascista umanizzando il suo personaggio.
Sulla sua parlata romana hanno satireggiato tutti. Spataro c’ha messo un po’ di fetish al sapor di pecorino e da antifascista qual è ha fatto rivivere il personaggio nel suo ambiente naturale: la merda.
“Fascisti di merda tornate nelle fogne” d’altronde è uno slogan forse dimenticato ma quanto mai attuale. Ma il punto è anche un altro: si parla di libertà d’espressione, di fare satira e nel nostro paese questa libertà è messa a rischio proprio dalla gente come la Meloni.
La Lipperini pone una questione di buon gusto e di responsabilità [1] [2]. Sostiene che non ci sia differenza tra il sessismo tirato fuori dalla categoria maschia a partire dalla faccenda noemi in poi e quello di Spataro. Cita un articolo di repubblica sempre attenta a queste questioni tranne che per il fatto che un giorno si e uno no lo stesso giornale online pubblica foto sessiste [1] [2] che relegano le donne in una dimensione orrenda senza averci neppure l’antifascismo come motivazione di partenza. 
In rete le opinioni sono tante. C’è chi difende la libertà d’espressione tout court, chi si schiera con alessio spataro perchè condivide i contenuti del suo fumetto che sta online da più di un anno nell’apposito blog, chi dice che il fumetto fa cagare, chi dice che viene usato lo stereotipo delle donne in quanto stupide vacche in calore, chi definisce il fumetto arguto, con ottime basi culturali antifasciste e addebita lo squallore unicamente alla meloni specificando che a fare cagare sono i fascisti.
E di fascisti in azione da un po’ di tempo a questa parte ne vediamo tanti: basta ricordare le affermazioni della meloni a proposito della englaro. Non si disse mai offesa come donna per aver sentito il suo premier dire che la englaro poteva ancora procreare. Non rivendicò rispetto per le donne oppresse dalla religione cattolica a scuola. Non dice nulla a proposito di uomini, donne ebambini massacrati perchè a roma è partita – giusto mentre si parla di elezioni regionali – l’ennesima campagna basata sulla paura in cui si istiga al linciaggio contro i rom. Non dice nulla sulle vite distrutte, inseguite, rastrellate a San Nicola Varco solo per la loro nazionalità. Nulla a proposito della depenalizzazione dei maltrattamenti in famiglia grazie al processo breve voluto da quello che l’ha chiamata zoccola.
Nulla sulle gggiovani che lei dice di rappresentare a proposito di educazione sessuale preventiva allo stupro. Nessuna parola a difendere le donne, mai. Perchè lei è uomo dentro, un uomo di merda, per l’appunto.
Come la sua collega e compare che si appella al femminismo e alla sensibilità di genere per bloccare un film, Francesca, che parla della condizione dei rom e delle rom in italia. Tutte improvvisamente sensibili, tutte con la bocca ripulita nel water dopo aver inzozzato di concetti sessisti, razzisti e fascisti l’intera nostra cultura italiana.
E tra ieri e oggi la rabbia è diventata furia di dirne di peggio, senza l’ausilio della satira, perchè se c’è chi può scherzare sulla fisicità del premier mentre tutti ridono non si capisce come mai la meloni debba essere trattata con riguardo. Come dire ad un caricaturista di salvare i dettagli per le donne e di fare gobba e orecchie a sventola solo ad andreotti.
Che me ne frega di usare argomenti antisessisti per una ministra sessista? In nome di questa solidarietà bipartisan tra donne in quanto donne? Ma la meloni lo sa di essere donna? Perchè io qualche dubbio ce l’avrei. E che mi frega di essere solidale se dalla sua bocca non è venuta fuori neppure una parola a sostegno di donne, lesbiche, gay, trans, eccetera eccetera? Che m’importa di aderire alla formula dell’antifascismo inesistente, colluso, delicato e “civile” che viene sollecitato da destra e da sinistra?
Che gli si può dire a Spataro? Che è stato troppo buono, forse, che qualche tavola non fa affatto ridere, che lo splatter non ha attenzione al genere e allora un suggerimento da parte nostra poteva giovare. Avrebbe potuto basare la sua umanizzazione a partire da una immagine modello di perfezione non stereotipata, farla accoppiare con un’altra donna che la sveleniva a colpi di tampax in faccia. Ma giusto per farle capire che c’è una differenza enorme tra un corpo che ha il dovere di sgravare per la patria e una donna che deve essere lasciata in pace per finire la sua vita con dignità senza essere usata dalle speculazioni volgari di fascisti e movimentisti per la vita obbligata. Come si legge nelle discussioni in rete però Spataro ha una visione “maschile” delle cose perchè è un maschio (maschile non significa necessariamente maschilista). In secondo luogo è bell’e spiegato anche il perchè la Meloni viene rappresentata in un amplesso con un uomo feticista piuttosto che con una lesbica: proprio perchè lei è una fascista e non potrebbe essere accostata ad una sessualità diversa da quella etero che lei stessa promuove come unico modello culturale.
La lipperini ha ragione quando dice, e lo diciamo anche noi, che è necessaria responsabilità del mondo della cultura nel veicolare concetti che possono ritorcersi contro di noi, ma questo è un ragionamento da farsi con la stessa forza sempre e comunque e non mi pare di aver visto la stessa levata di scudi bipartisan ad ogni affermazione delle donne di destra mentre legittimavano disumanità, rastrellamenti, omicidi legalizzati, deportazioni, stupri dentro i Cie e dentro i lager libici, sfruttamento dei corpi femminili per far passare il pacchetto sicurezza eccetera eccetera eccetera.
Oltretutto la Meloni dovrebbe prendersela con la cultura fascista che a proposito di perfezione dei corpi e di legittimazione del modello estetico unico è da sempre capostipite. Dovrebbe prendersela con il velinaro che si ritrova come premier e che la chiama zoccola in pubblico.
Dovrebbe prendersela con loro invece di ricordarsi che esiste una cultura del rispetto dei generi che viene da sinistra ed è costantemente offesa da destra.
La ministronza di Spataro forse non è un capolavoro che resterà negli annali della storia del fumetto ma almeno ha il merito di aver umanizzato una donna che fossi stata io l’avrei rappresentata alla art spiegelman, come un animale senza dignità. Ditemi voi come rappresentereste una Kapo’, perchè è di questo che stiamo parlando.
I fascisti non hanno senso dell’umorismo, e questo lo sapevamo. Sono conformisti e tengono alla forma, e sapevamo anche questo. In questo tempo in cui l’immagine conta più di tutto Spataro ha osato sporcare quella di una ministra che ama apparire con gli occhi al cielo e la mano al petto cantando l’inno di mameli. Personalmente trovo molto più oscena e volgare quella immagine. Non c’è di peggio che vedere una donna prostituirsi al regime con il piacere di farlo.
—>>>Leggi a proposito di antifascismo viola.
—>>>Leggi “Udite, udite, è uscito la ministronza!“
Ps: Fino ad ora la figura della fascista (o del fascista) in termini culturali non è stata minimamente toccata. Anzi viene presentata con quintali di appeal e viene esaltata a partire dalle interviste a Fini, dalle tante comparsate televisive della mussolini, dal grande spazio che viene dato ad altre donne fasciste. Se c’è chi lo saprà fare a partire da una decostruzione dei significati legati ai corpi, gli stili di vita proposti, le razze, eccetera eccetera con una attenzione al genere e con linguaggi differenti, ben venga. Questo fumetto, per quanti difetti abbia, lo consideriamo almeno un esempio di antifascismo irriguardoso, orgoglioso e privo di ambiguità. Non possiamo dire la stessa cosa di molta altra monnezza “culturale” che pretende di dire senza dire mai niente.
—>>>Se ne hai voglia leggi un esempio di satira sulla sessualità maschia di un fascista con la sfiga del pene sinistroverso.
La Turchia accenna un’apertura verso il Kurdistan
Un po’ di aggiornamenti dal Kurdistan, perennemente nel mio cuore e raramente sulle pagine del mio blog.
Questa mattina Peacereporter aggiorna le sue pagine dicendoci che questa nuova apertura del governo turco verso il Kurdistan sta iniziando a passare anche per la televisione: sono state ridotte le restrizioni per i programmi tv in lingua non turca.
Potranno quindi, sulle reti private, andare in onda trasmissioni in lingua kurda senza l’obbligo dei sottotitoli e i limiti di tempo prestabiliti.
Come riporta l’agenzia Anatolia, rimane però il divieto per le trasmissioni educative in idiomi diversi dal turco.
Mercoledì scorso c’era un interessante articolo della Casagrande. Non sono riuscita a leggerlo in rassegna stampa, ve lo ripropongo su queste pagine.
Turchia: Debutta l’“iniziativa kurda”
di Orsola Casagrande, Il Manifesto, 11 novembre 2009
Striscioni, urla, insulti. Il parlamento turco ieri si è trasformato in una sorta di ring. All’ordine del giorno l’annuncio ufficiale, per molti versi storico, da parte del ministro degli interni Besir Atalay della cosiddetta “iniziativa kurda”, ovvero il pacchetto di misure messe a punto dal governo per “risolvere” la questione kurda. Il ministro Atalay non è riuscito a pronunciare che poche parole prima di essere letteralmente travolto dagli insulti e dalle urla dell’opposizione.
Che protestava sia per la proposta (ancora non annunciata pubblicamente) del governo sulla questione kurda, sia per la scelta di discutere di questa proposta nel giorno del settantunesimo anniversario della morte del padre della patria, Mustafa Kemal Ataturk. Due affronti ritenuti inaccettabili dai kemalisti del Chp (partito della repubblica del popolo), all’opposizione, che guidati dal loro leader Deniz Baykal hanno costretto il presidente del parlamento prima a sospendere a più riprese la seduta e quindi ad aggiornarla a oggi, mentre giovedì sarà il premier Recep Tayyip Erdogan a intervenire. 
La settimana scorsa il partito al governo, l’islamico moderato Akp (Partito della giustizia e dello sviluppo), aveva presentato una mozione parlamentare richiedendo la convocazione per ieri per discutere con i partiti di opposizione della proposta governativa per una soluzione della questione kurda. Da mesi ormai il governo dice di avere pronto un pacchetto di misure per risolvere il conflitto che insanguina la Turchia da un quarto di secolo. In realtà di questo pacchetto ben poco si sa. Il governo si era affrettato a dire di avere pronta una proposta tre mesi fa, dopo l’annuncio che il presidente del Pkk, Abdullah Ocalan (rinchiuso dal 1999 nel carcere-isola di Imrali, in Turchia) stava scrivendo una sua “road map” che avrebbe pubblicamente presentato, tramite i suoi avvocati, a settembre.
Il ministro degli interni Atalay aveva frettolosamente e vagamente citato le linee guida di questo pacchetto: riconoscimento della lingua kurda attraverso l’istituzione di corsi, una sorta di “perdono”, non amnistia, per quei militanti del Pkk che avessero abbandonato le armi e di fatto abiurato la lotta armata, l’istituzione di un istituto di kurdologia all’università di Mardin. Nei fatti l’iniziativa del governo ha come obiettivo principale quello di “facilitare” il ritorno dei militanti del Pkk in Turchia. Il test sulla genuinità di questo obiettivo è stato fatto qualche settimana fa quando 34 guerriglieri del Pkk scesi dalle montagne del Kurdistan iracheno sono entrati in Turchia, salutati da una folla immensa a Diyarbakir.
L’arrivo dei “gruppi di pace” è stato subito bloccato dal governo dopo le critiche dell’opposizione che sosteneva che “i terroristi tornano a casa a festeggiare la vittoria”. Nelle intenzioni dell’esecutivo i guerriglieri non sarebbero arrestati ma mandati a seguire un “programma di riabilitazione” di tre mesi. L’arresto sarebbe evitato perché i guerriglieri dovrebbero prima dire di essersi pentiti della scelta fatta (come previsto dall’articolo 221 del Codice Penale, noto come “legge del pentimento attivo”). Tra gli altri punti dell’iniziativa del governo lo svuotamento, sotto la supervisione delle Nazioni unite, del campo profughi di Mahmur (oltre dodicimila persone), in nord Iraq, ritenuto dalla Turchia il rifugio dei guerriglieri kurdi. Proprio ieri, mentre il ministro Atalay cercava di parlare, è arrivata la notizia che molti profughi avevano cominciato a lasciare il campo diretti verso la Turchia, in una sorta di nuovo “gruppo di pace”. Il ministro Atalay ieri non è riuscito a parlare, lo farà probabilmente oggi o domani. Comunque è chiaro che in Turchia sta accadendo qualcosa di nuovo. E di storico, perché mai era accaduto che in parlamento si discutesse di questione kurda con una ipotesi (per quanto vaga o inadeguata) di risoluzione del conflitto. Al massimo se ne era parlato per approvare nuove operazioni militari o prolungare lo stato d’emergenza nelle zone kurde.
Accusando il governo di denigrare il padre della patria, Ataturk, il leader del Chp, Baykal ha urlato che “per la prima volta nella storia della Turchia viene messo in atto un complotto da parte del partito di governo contro le conquiste della repubblica. Stanno mettendo in pratica questo complotto in nome dello sviluppo della democrazia”, ha tuonato Baykal, mentre i suoi colleghi di partito srotolavano striscioni che dicevano “Ataturk, noi seguiamo il tuo cammino” e “La Repubblica è la tua eredità e noi la porteremo avanti”. Inutili i richiami del presidente del parlamento che alla fine si è visto costretto a rinviare la seduta a oggi.
Grande Alessio! Spataro fa incazzare tutto il Pdl
Grande Alessio!!
Oggi il caro Alessio Spataro, vignettista, l’uomo dalla vespetta più pazza di Roma è riuscito a far incazzare tutto il Pdl.
Loro gli hanno fatto un bel regalo, perchè una pubblicità simile per l’uscita del suo nuovo libro di strisce non se la sarebbe mai immaginata.
E invece è sulle prime pagine di tutti i giornali: li ha fatti proprio avvelenare.
Grande Alessio, mi immagino che bella faccetta soddisfatta starai facendo nel sentire La Russa che inveisce contro di te.
E tutto per “La Ministronza“, il tuo nuovo libro dedicato totalmente a Giorgia Meloni, ministro della Gioventù, ex responsabile nazionale di Azione Studentesca!
Veramente grande!
Ovviamente la Meloni ha ricevuto piena solidarietà anche da esponenti del centro-sinistra, tutti immediatamente uniti a difendere la giovane ministro sotto attacco niente di meno che da un disegnatore, uno che fa strisce comiche, che fa satira.
La satira si sa, non è mai stata estranea alla volgarità, non ha mai evitato nella sua storia di essere scurrile. Questo a volte non piace nemmeno a me, ma fa parte della satira, volenti o nolenti.
Quindi, fondamentalmente, questa storia di vederli cianciare così tanto per la Meloni presa un po’ per i fondelli…mi piace e mi diverte…
Carceri, scioperi e studenti…sempre dalla mia amata Grecia
Proviamo a fare un piccolo sunto delle notizie che da ieri girano in rete provenienti dalla cara Grecia.
Iniziamo dai detenuti: da ieri sera è iniziato uno sciopero della fame di massa nel carcere di Patrasso per chiedere migliori condizioni di detenzione. I prigionieri che hanno sottoscritto la protesta sono già 650 e sembrerebbe che una protesta simile, e di massa, stia per partire anche nel carcere di Larissa e in quello di Korydallos della capitale.
Poi, incredibile ma vero, il Partito Comunista Greco -KKE- (che non smuove molto le mie simpatie come potete immaginare) ha accusato il nuovo governo, quindi il partito socialista Pasok di voler “schiacciare il movimento operaio”. E’ un comunicato che si riferisce ai lavoratori del porto del Pireo (principale porto del Mediterraneo orientale) , in sciopero permanente contro la cessione della gestione dei terminal cargo ad un’impresa cinese. Lo scorso mese un precedente sciopero aveva bloccato il porto per quasi 3 settimane, causando pesantissime ripercussione sull’economia del paese. Aleka Papariga, segretaria del KKE scrive che il principale obiettivo del Pasok è quello di schiacciare letteralmente il movimento operaio e popolare con la manipolazione e l’uso strumentale del bastone e della carota, ovvero della paura e della speranza». Insomma, anche il KKE sembra essersi accorto del pesante livello di repressione che sta scatenando il nuovo governo, anche se non si preoccupa di dire una parola sul movimento studentesco.
Movimento studentesco che preoccupa sempre di più i nuovi padroni del paese. Proprio in questi giorni è stato lanciato un appello alla mobilitazione generale in una «lotta per una scuola pubblica e libera per tutti» e contro «la repressione poliziesca e il razzismo». Quindi, alla richiesta di 5 anni di carcere per chi occupa scuole ed atenei, la risposta del movimento è stata chiara. Ha rilanciato ad estendere le mobilitazioni, ad unirsi alla protesta sociale ed operaia e all’insurrezionalismo anarchico.
La richiesta alle 150 occupazioni già in atto è di resistere e contagiare gli istituti che non hanno ancora bloccato la didattica: intanto il 36° anniversario della rivolta studentesca del ’73 è sempre più vicino, così come il primo anniversario della morte di Alexis.
«Nel paese c’è un’atmosfera esplosiva, viviamo un momento di esplosione della violenza di cui possono approfittare l’anarchia e la criminalità organizzata» , ha avvertito Michalis Chrisochoidis, nuovo ministro dell’ordine pubblico; dopo il cambio dei giorni scorsi ai vertici di polizia e servizi segreti, ha anche annunciato la creazione di una nuova superpolizia impegnata solo contro terrorismo e crimine organizzato.
Alla polizia, ai reparti speciali M.A.T., pare si aggiungeranno nuovi burattini in divisa. Contemporaneamente, il nuovo ministro ha deciso di ridurre la presenza di divise nella zona del Politecnico e nel quartiere di Exarchia in vista di queste calde settimane.
E’ caduto il muro??? A me ne sembrano nati così tanti!!
Ancora ci vengono a raccontare che il muro è caduto, che vent’anni fa siamo diventati più liberi.
Non è caduto un bel niente, non è caduto un bel niente.
La “cultura” dei muri è all’apice della sua storia … ne vengono alzati di continui, anche su territori in cui sembrerebbe impossibile.
Il muro più alto ora, per noi europei, è eretto al centro del nostro mare, la culla liquida della nostra storia,
oggi cimitero di popoli pieni di speranza, con il futuro nello sguardo e nulla nelle mani.
1 Torre di osservazione munita di radar e ospitante soldati muniti di equipaggiamento per la visione notturna.
2 Telecamera a infrarossi; completata da una sorveglianza video costante da palloni frenati e aerei senza pilota. Tutte le informazioni sono inviate in tempo reale verso un posto di comando.
3 Rotoli di filo spinato affilato («razor wire») di 1 metro e 80 di altezza.
4 Strada asfaltata per i movimenti delle truppe. Fra la strada e il filo spinato, una pista di sabbia permette di conservare le tracce di chiunque tenti di avvicinarsi.
5 Recinzione metallica alta 3 metri, munita di sensori.
6 Lungo le sezioni considerate da Israele come « ad alto rischio », la recinzione è rimpiazzata da un muro di cemento alto 8 metri.
7 Strada per i veicoli di pattuglia.
8 Fossato profondo due metri per impedire il passaggio dei veicoli palestinesi.
9 Rotoli di filo spinato affilato e sensori al suolo per individuare ogni movimento prima che venga raggiunta la recinzione.
Il muro tra Messico e Stati Uniti che miete decine di vittime tra coloro che provano ad attraversarlo: è una delle frontiere più lunghe del mondo
Questo è il muro di Ceuta, che divide il Marocco dalla Spagna
Purtroppo potrei continuare, continuare a metter foto di altri muri: quelli che esistevano prima del muro di Berlino, come la cortina che divide le due Coree..poi quelli asiatici che cercano di separare i pesanti confitti tra India e Pakistan o nelle zone calde come il Rajastan:
Insomma di muri ce ne sono troppi per poter parlare e far demagogia sull’unico che è caduto.
Poca retorica, poche parole, non mi va fondamentalmente di affrontare alcun discorso su Berlino e la cortina di ferro, non ho voglia di parlare delle polemiche uscite sui giornali di sinistra negli ultimi mesi tra chi (di nostalgici stalinisti ce ne son sempre troppi, purtroppo) ha nostalgia di quel cemento.
Io sono contro i muri, sono contro le frontiere, sono contro i confini, sono contro la segregazione dei popoli regolata da questo cemento..
Un cemento di controllo e repressione, di colonizzazione e imperialismo, di sfruttamento e privazione delle risorse della propria terra.
Il cemento è cemento, ogni volta che si sbriciola è una vittoria per i popoli in lotta, per chi crede nella libertà,
per chi lotta per l’autodeterminazione!
Isola d’Elba: pesci morti nelle reti, dopo l’avvistamento di una nave che getta container
Pesci morti nelle reti dei pescatori dell’isola d’Elba
di Andrea Palladino, Il Manifesto 07/11/09
È il cinque luglio scorso. Il battello della Ong tedesca Green Ocean ha appena avvistato la nave tedesca Toscana – battente bandiera maltese – mentre getta almeno un container in fondo al mare, di fronte all’isola d’Elba. Passano appena 48 ore e i pescatori di Marciana vedono i pesci morire. Forse un caso o, molto probabilmente, l’ulteriore conferma che il crimine ambientale delle navi dei veleni non è una leggenda dei mari.
La denuncia arriva direttamente da chi ha avvistato il mercantile armato di gru, alle prese con i movimenti sospetti di containers al largo della costa toscana. «Ho parlato con i pescatori – racconta Robert Groitl, comandante della nave Thales della Green Ocean – e mi hanno confermato tutto». Non solo. Fino a qualche settimana fa «anche i pescatori di Livorno hanno raccontato che nei giorni successivi all’individuazione della nave Toscana nelle loro reti hanno visto molti pesci morti».
Almeno uno dei container abbandonati probabilmente dal Toscana è ora a 120 metri di profondità, a nord dell’Elba. È stato individuato dalla nave Alliance della Nato, intervenuta su richiesta dell’Ente parco dell’Arcipelago toscano, guidato da Mario Tozzi. La moria della fauna marina è ora il sintomo preoccupante dell’eventuale presenza di rifiuti tossici all’interno del contenitore gettato in mare. Un allarme che ovviamente dovrà essere confermato da analisi mirate e urgenti. «Ma qualcuno ha effettuato dei prelievi dell’acqua? Qualcuno ha analizzato il pescato», chiede Robert Groitl.
Il ricercatore della Green Ocean il mare lo conosce bene. Conosce anche molto bene il mondo della navigazione, essendo stato capitano di mercantili. «Accade molto spesso di vedere buttare in mare rifiuti tossici – racconta – è una cosa comune. Qualcuno paga molto bene l’equipaggio, fa caricare i container per scaricarli in mare». Quello che colpisce è però il luogo scelto. In un recente reportage della televisone franco-tedesca Arte sono state mostrate le immagini di navi europee che scaricavano centinaia di bidoni al largo dell’Atlantico, dove le fosse oceaniche raggiungono profondità altissime. Perché dunque puntare sul Tirreno? «Dipende dalla rotta, chiaramente», spiega Robert Groitl. «La posizione della zona a nord dell’Elba – continua – è poi ideale, perfetta. Ci sono tanti residui della guerra, bombe, aeroplani, sommergibili, c’è tanta roba sott’acqua in quella zona, relitti segnati sulle carte nautiche».
Come al largo della Calabria, dove la storia del relitto di Cetraro – ancora da chiarire in molti aspetti – è stata chiusa dal ministero dell’Ambiente spiegando che si trattava per l’appunto di una nave affondata nel 1917. «Se buttano qualcosa vicino ai vecchi relitti gli strumenti si confondono – continua il racconto il ricercatore tedesco – è difficile individuare container o fusti». È come il famoso racconto di Poe, la lettera rubata: per far sparire qualcosa devi metterla magari in evidenza, ma dove però nessuno andrebbe a cercare.
Ora sappiamo che in un punto individuato da una nave della Nato c’è un container probabilmente buttato a mare dall’equipaggio della nave Toscana, intestata all’armatore tedesco Bertling FH, come risulta da un’ispezione della nave effettuata in Lituania lo scorso luglio; sappiamo che in quella zona starebbero morendo dei pesci, come raccontano alcuni pescatori. E sappiamo che chi ha buttato quel container ha cercato di speronare il battello degli ambientalisti tedeschi mentre cercavano di fotografare l’operazione.
Il ministero dell’ambiente non ha, però, ancora attivato nessuna procedura d’intervento, perché «ad oggi non è stato ancora avvisato», spiega il portavoce del ministro Stefania Prestigiacomo. Eppure la Capitaneria di Porto è stata subito allertata e immediatamente, già a luglio, si è attivata inviando una relazione alla Procura di Livorno. L’inchiesta dei magistrati è già partita da questa estate con l’acquisizione del materiale fotografico realizzato dall’equipaggio della Thales. E la stessa capitaneria, subito dopo la segnalazione, cercò di raggiungere il mercantile, intervenendo immediatamente. All’appello manca solo il ministero della Prestigiacomo, che, d’altra parte, a Cetraro è intervenuto dopo un mese e mezzo dal ritrovamento del relitto.
La Ong tedesca sta seguendo da vicino l’intera vicenda, anche perché in Germania la storia delle navi dei veleni non è passata innosservata. Robert Groitl – che per primo denunciò il caso – è stato minacciato direttamente, subito dopo l’avvistamento del Toscana. «Mi sono arrivate due o tre telefonate anonime – racconta – dicendomi di stare zitto, di fare attenzione alla mia nave, e alla mia vita». Chi organizza i traffici criminali di rifiuti sa che in questi casi il silenzio e le coperture sono essenziali.
Il guardasigilli sospende il secondino “picchiatore”
Dal blog Insorgenze
Il ministro della Giustizia Alfano ha sospeso dal servizio il responsabile degli agenti del carcere di Castrogno, Giovanni Luzi
Il comandante della polizia penitenziaria della casa circondariale di Teramo, Giovanni Luzi, in un concitato colloquio rimproverava un assistente di polizia penitenziaria per aver pestato un detenuto in sezione, davanti agli altri reclusi, invece di averlo portato “sotto”, cioè nel reparto di isolamento, dove abitualmente al riparo da sguardi indiscreti avvengono i pestaggi, le “punizioni”.
Preso in castagna
Secondo il comandante, l’agente aveva solo sbagliato il luogo dove massacrare il recluso. Registrato con un telefonino, l’audio riversato su un cd, è perveuto in forma anonima al quotidiano locale La Città. La voce riconosciuta è quella del comandante delle guardie che ha ammesso la circostanza e le frasi dette:
“Abbiamo rischiato una rivolta perché il negro ha visto tutto. Un detenuto non si massacra in sezione, si massacra sotto…” (ascolta in integrale L’audio: “il detenuto si massacra di sotto, non davanti a tutti”)
Giovanni Luzi è stato sospeso dal servizio. Una inchiesta della magistratura teramana è in corso per chiarire le circostanze del pestaggio del detenuto.
Facce di bronzo
“Continuo a pensare che siamo di fronte a un episodio di mero eccesso verbale, per quanto ingiustificato e ingiustificabile perché anche con le parole si può esercitare violenza”, ha sostenuto il segretario generale della Uil Penitenziaria, Eugenio Sarno. Il segretario del sindacato autonomo di polizia penitenziaria Donato Capece, invece, punta il dito contro “i corvi”, che fanno più male che bene al corpo di polizia penitenziaria: “Penso che esistessero altri modi per denunciare la situazione”.
Quali?
Si discute la riapertura dell’isola-carcere di Pianosa
PIANOSA: L’ISOLA-CARCERE DEI PESTAGGI. LUOGO DI SADISMO CONTRO I DETENUTI
Prima di brigatisti e mafiosi, ospitò l’anarchico Passannante e il socialista Sandro Pertini. In settimana si decide se ridestinarla nuovamente a prigione
di Paolo Persichetti, Liberazione, 8 novembre 2009
Anche se l’intenzione di riaprire il super carcere di Pianosa sembra per il momento rientrata, di fronte alla ferma opposizione della ministra dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, la proposta avanzata dal guardasigilli Angelino Alfano suona come un sinistro presagio. Il governo ha brutte intenzioni se è vero che con grande disinvoltura tenta di rimettere in funzione una delle più brutali carceri speciali che l’Italia abbia conosciuto. Roba da far impallidire persino Guantanamo e Abu Ghraib.
Da circa un decennio, l’isola è diventata un parco ambientale di alto valore naturalistico. Nel 1997 è stato trasferito l’ultimo detenuto rinchiuso nel reparto 41 bis, e dall’anno successivo a presidiare la vecchia struttura sono rimasti solo una sparuta pattuglia di agenti di polizia penitenziaria e alcuni detenuti semiliberi, provenienti dalla vicina casa di reclusione di Porto Azzurro, sull’isola d’Elba, che si occupano dei terreni agricoli.

Di Claudio Sala, http://circolopasolini.splinder.com/)
Aperta nel 1858 dal Granducato di Toscana, fu solo nei primi anni del Regno unificato d’Italia che la colonia penale agricola della Pianosa assunse la struttura attuale. Nello stesso periodo vennero create delle succursali nelle isole limitrofe dell’arcipelago toscano, alla Gorgona e sull’isola di Montecristo. Quest’ultimo insediamento fu però abbandonato nel 1880. Negli anni successivi e fino al 1965, l’isola divenne un reclusorio per detenuti ammalati di tubercolosi. Ma la casa penale della Pianosa si è guadagnata anche la fama di carcere per detenuti politici. Nelle sue famigerate celle sono passati l’anarchico Giovanni Passannante, che nel 1878 tentò di accoltellare Umberto I, e durante il fascismo il socialista Sandro Pertini.
Ma fu nel maggio 1977 che, insieme alla sezione “Fornelli” dell’Asinara, la diramazione “Agrippa” della Pianosa conquistò un posto centrale nel circuito delle carceri di “massima sicurezza”, ideato dal generale dei carabinieri Carlo Albero Dalla Chiesa. Nel giro di due giorni, grazie anche all’utilizzo di grandi elicotteri bimotori da trasporto truppe Chinook, i reparti dell’Arma trasferirono 600 prigionieri. Un decreto interministeriale, oltre ad attribuire poteri eccezionali a Dalla Chiesa, sospendeva le norme vigenti in materia di appalti e concessioni edilizie (qualcosa di simile è stato chiesto dall’attuale capo del Dap, Franco Ionta). Furono edificate sezioni di massima sicurezza, oltre alle già citate sezioni Fornelli e Agrippa, anche sull’isola di Favignana e nelle carceri di Cuneo, Fossombrone, Trani, Novara, Termini Imerese, Nuoro, Palmi, Messina. Un enorme giro di miliardi da cui scaturirono anni dopo inchieste giudiziarie sulle famose “carceri d’oro”.
In un documento fatto pervenire all’esterno, i primi prigionieri politici rinchiusi a Pianosa descrivevano così il luogo: «si tratta di un’isola-carcere, nel senso che la totalità del suo territorio – circa 12 km quadrati – è adibito a istituto di pena. L’isola consta di 4 diramazioni indipendenti. 4 carceri nel carcere. La più grande di esse, chiamata “Agrippa”, dopo aver subito una completa ristrutturazione è divenuta un vero monumento al sadismo repressivo dello Stato borghese». Pianta a forma di quadrilatero, doppio muro di cinta sormontato da filo spinato e un numero sproporzionato di fari. All’interno, celle molto piccole con arredo cementato al pavimento e alle pareti, «mura dipinte con colori speciali che provocano menomazioni visive e disturbi psichici; aria ridotta a mezz’ora la mattina e mezz’ora il pomeriggio, in piccoli cortili. Non più di sei per volta». All’arrivo – scrivono sempre i detenuti – si viene «sottoposti a un brutale pestaggio, dimostrazione del potere assoluto della direzione carceraria».
Testimonianze del genere si moltiplicarono negli anni successivi. Il 31 marzo 1981, all’interno della sezione Agrippa avvenne uno delle più brutali violenze della storia carceraria. In una dichiarazione resa pubblica dai familiari, tenuti lontani dall’isola per 15 giorni, si informava che 70 detenuti della sezione speciale erano stati rinchiusi in isolamento dopo essere stati denudati e bastonati e i loro effetti personali distrutti. Ancora nel 1992, quando sull’onda della nuova emergenza antimafia il braccio di massima sicurezza accolse detenuti accusati di appartenere alla criminalità organizzata, i racconti non si discostavano da quanto accaduto negli anni precedenti. «Un litro d’acqua da bere al giorno, 200 grammi di vitto con dentro cicche di sigarette e pezzettini di vetro. La domenica è il giorno più sicuro per consumare la cena, all’apparenza si presenta senza scorie, diversamente dal pranzo dove si trova sia nella pasta che nel secondo un po’ di tutto, tra sputi, cicche, carta, plastica, vetro, preservativi e spaghi» (cf. “Il Carcere speciale”,Ed. Sensibili alle foglie, 2006). Nel 1993 un rapporto di Amnesty International raccolse le testimonianze denunciando le brutalità subite dai reclusi della sezione Agrippa.
Grecia: nuovi nomi, stessi boia!
Che ho il pallino della Grecia tanto l’avete capito. Ma oggi sono pigra nelle mie ricerche di novità da quel bel paese in rivolta.
Così, tutte queste belle notizie sul cambio vertici all’interno del Ministero dell’Interno, della Polizia e dei Servizi dopo la vittoria del Pasok, ve lo riporto così come viene scritto dall’agenzia stampa.
Nuovi nomi per le solite divise; nuovi culi per i soliti posti da occupare: le poltrone dei boia, dei maiali (Gourunia), degli assassini (Dolofonoi).
Terremoto nella direzione antiterrorismo della polizia greca, con la totale epurazione dei quadri dirigenti sostituiti in gran parte da coloro che lavorarono con l’attuale ministro per la Protezione del Cittadino (ordine pubblico) Michail Chrisochoidis. La completa ristrutturazione dell’antiterrorismo, criticata dal partito di opposizione Nuova Democrazia, avviene mentre è in corso un’ondata di attentati che i servizi dell’ordine non appaiono in grado di contrastare. E fa seguito alla nomina del nuovo capo della polizia, Eleftheros Economou. Economou fu portavoce della polizia sotto Chrisochoidis cui si attribuisce il merito di avere smantellato lo storico gruppo armato marxista 17 Novembre. In precedenza era stato nominato un nuovo capo dei servizi segreti (Kyp) nella persona del diplomatico Costantino Bikas; cambiato anche il suo vice. Il nuovo capo dell’antiterrorismo è Alcibiades Tzoitis, che aveva già guidato un dipartimento dell’antiterrorismo presso i servizi segreti (Kyp).
Egli sostituisce il generale Dimitris Horianopoulos che ufficialmente se ne va in pensione, e parallelamente sono stati rimossi il suo vice Dimitris Atsas e Yannis Fraikistos, che era capo del dipartimento A dell’antiterrorismo interno dal 1989. E con loro lasciano anche i principali responsabili degli altri dipartimenti, rimpiazzati con ufficiali che servirono nel precedente governo del Pasok. Il terremoto, che avviene dieci giorni dopo il ferimento di sei poliziotti da parte di un commando armato ad Atene, è stato accompagnato anche da numerose altre nomine e trasferimenti nella struttura generale della polizia, in particolare con il cambio della guardia alla direzione del corpo della capitale, della regione dell’Attica e di Salonicco. Tre donne sono state promosse al rango di brigadiere generale assumendo importanti funzioni
Per i prigionieri politici, dal Chapas
Prendo questo comunicato dal sito Nodo Solidale
[26-10-2009] Per i prigionieri politici, corrispondenza da San Cristobal

Pic by Suno _ Manifestazione organizzata dall'Altra Campagna di San Cristobal de Las Casas (Chiapas), in seno alla campagna nazionale ¡Primero Nuestr@s Pres@s!, il 26 ottobre 2009.
Lunedì 26 ottobre in Messico si manifesta. E’ una delle date scelte per realizzare azioni decentrate in tutto il Paese nel contesto della Campagna “Prima di tutto i/le Nostr* Prigionier*”, indetta dall’Altra Campagna, per esigere la liberazione immediata dei compagni e delle compagne sequestrate dallo Stato.
San Cristobal de Las Casas, in Chiapas, risponde all’appello. La Otra Jovel, la riunione locale degli/lle aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona dell’EZLN, convoca alle 10 del mattino un presidio di fronte la stazione dei pulman. Al principio una cinquantina di persone convergono a distribuire volantini, poi, dopo un’oretta, giungono più di un centinaio di compagni e di compagne delle comunità indigene e contadine di Mitziton e Bachajon. Sono due delle tante comunità che verranno danneggiate dallo smembramento delle montagne e dei boschi per la costruzione dell’autostrada San Cristobal – Palenque, voluta dal governo federale e statale per sviluppare un corridoio “ecoturistico”. Entrambe le comunità, aderenti alla Sesta, hanno dichiarato un NO rotondo al passaggio dell’autostrada sulle proprie terre collettive e ne stanno pagando caro il prezzo: a Mitziton i paramilitari hanno ammazzato un compagno a luglio e la gente di Bachajon ancora ha 2 compaesani in carcere, degli 8 che arrestarono in aprile. Entrambe le comunità, inoltre, sono costantemente e pericolosamente osteggiate dai gruppi paramilitari protetti dal governo statale.
Forte della massiccia presenza indigena il volantinaggio diventa un blocco stradale. Per più di un’ora i manifestanti chiudono l’incrocio ed i quattro imbocchi alla città di fronte la stazione. Vengono srotolati grandi striscioni, si scandiscono gli slogan, mentre un sole solidale fa dimenticare i 2300 metri di altezza.
Si decide di marciare verso il centro e nel cammino si incorporano decine di persone, stranieri simpatizzanti, venditori ambulanti indigeni, signore uscite a fare la spesa. Si sfila per il viale centrale e ci si ferma un’altra mezz’ora nello Zocalo, la piazza principale della città. I manifestanti si prendono tutto il tempo per spiegare le loro ragioni.

Pic by Suno _ manifestazione organizzata dall'Altra Campagna di San Cristobal de Las Casas (Chiapas), in seno alla campagna nazionale ¡Primero Nuestr@s Pres@s!, il 26 ottobre 2009.
Poi proseguono verso il Mercato Municipale, storico luogo di ritrovo e compravendita degli indigeni del Los Altos de Chiapas. Infine, facendo il giro della cittadina, il corteo sfila per l’inaccessibile “Andador Turistico”, zona storicamente off-limits per gli indigeni, un viale piastrellato e scortato da vetrine e negozietti, panchine di ferro e lampioni stile capitale europea. La San Cristobal delle guide turistiche. Quando la manifestazione giunge alla Cattedrale deve attendere per entrare nella piazza. Lì vi sono riunite alcune migliaia di indigeni, il Pueblo Creyente, cattolici di base della teologia della liberazione che, nel contesto della medesima Campagna, stanno facendo un pellegrinaggio con messa contro una nuova scarcerazione di paramilitari responsabili del massacro di Acteal (venti già sono stati liberati ad Agosto dalla Corte Suprema). Las Abejas (Le Api), l’organizzazione cattolica e sociale di base della comunità che subì nel 1997 la feroce strage che ha mietuto 45 vittime, invitano i manifestanti dell’Altra Campagna a salire sul palco e a porre i loro striscioni. Nella piazza si rende pubblico, non solo con le parole ma anche con i volti contratti e seri delle centinaia di indigeni presenti, l’infamia assassina dello Stato messicano che da un lato incarcera costantemente gli attivisti sociali e, negli stessi tribunali, assolve i più efferati criminali al suo servizio, come appunto i paramilitari.
Dal palco, tra mille sguardi attenti e fissi, si dedica qualche minuto ai nostri prigionieri, alle nostre prigioniere. Sono in tutto il Messico.
In Chiapas:
Antonio Gómez Saragos,
Gerónimo Gómez Saragos,
Alberto Patishtán Gómez,
Rosario Díaz Méndez,
Manuel Aguilar Gómez;
nello stato di Campeche (per resistere ed organizzarsi contro le alte tariffe dell’energia elettrica):
Sara López González,
Joaquín Aguilar Méndez,
Guadalupe Borjas Contreras;
nello stato di Mexico:
Gloria Arenas Agis (guerrigliera dell’ERPI, detenuta dal 1995)
Ignacio del Valle Medina, Felipe Álvarez Hernández e Héctor Galindo Gochicoa (nel carcere di massima sicurezza per i fatti di Atenco con condanne dai 67 ai 112 anni cada uno)
Jorge Alberto Ordóñez Romero,
Román Adán Ordóñez Romero,
Alejandro Pilón Zacate,
Juan Carlos Estrada Cruces,
Julio César Espinoza Ramos,
Inés Rodolfo Cuellar Rivera,
Edgar Eduardo Morales Reyes,
Óscar Hernández Pacheco,
Narciso Arellano Hernández (tutti e 9 condannati a 31 anni per i fatti di Atenco);
nella Capitale:
Victor Herrera Govea (arrestato per gli scontri del 2 ottobre 2009)
nello stato di Guerrero:
Máximo Mojica Delgado,
María De los Ángeles Hernández Flores
Santiago Nazario Lezma;
nello stato di Nayarit:
Jacobo Silva Nogales (guerrigliero dell’ERPI, detenuto dal 1995 nel carcere speciale),
Tomás de Jesús Barranco;
nello stato di Oaxaca:
Per la repressione della regione Loxicha, da 12 anni detenuti:
Agustín Luna Valencia,
Álvaro Sebastián Ramírez,
Justino Hernández José,
Mario Ambrosio Martínez,
Fortino Enríquez Hernández,
Eleuterio Hernández García,
Abraham García Ramírez,
Zacarías P. García López,Juan Manuel Martínez Moreno;
Di Xanica, prigionieri dal 2005, dell’Alleanza Magonista Zapatista:
Abraham Ramírez Vázquez (nel carcere di massima sicurezza),
Juventino García Cruz,
Noel García Cruz.
I prigionieri che sono in questa lista, per cui la gente il 26 di ottobre ha sfilato, bloccato strade, realizzato fori, concerti ed eventi in tutto il Messico, sono quei detenuti e quelle detenute che, secondo i principi dell’Altra Campagna, non stanno negoziando la propria libertà con il governo, rifiutando ogni trattativa con lo stesso Potere che li ha incarcerati e che riproduce le condizioni di miseria e persecuzione che li hanno spinti a lottare senza partiti, senza interessi corporativi o personali.
Però, nel Messico dei dolori e delle ferite, non è solo l’Altra Campagna ad essere bersaglio della repressione. Nella piazza della Cattedrale di San Cristobal, ribattezzata piazza della Resistenza dai compagni dopo quel celeberrimo 1 gennaio 1994, c’è un po’ di spazio anche per un’altra manifestazione, quella della OCEZ Carranza, organizzazione contadina brutalmente repressa in questi ultimi giorni. Il 30 settembre hanno sequestrato Chema, il leader dell’organizzazione, in un’imboscata della polizia che ha mietuto due vittime e il 24 ottobre hanno fatto un’altra incursione militare nella comunità portandosi via altri due contadini, pestando donne e bambini.
Il pomeriggio avanza, si susseguono gli interventi, c’è un banchetto che raccoglie, su diversi quaderni destinati a varie carceri, i saluti ed i messaggi d’incoraggiamento ai prigionieri ed alle prigioniere. Si canta, la piazza lentamente sfuma. Però, oggi 26 ottobre giornata dedicata alla prigionia politica, il centro storico di San Cristobal resta indigeno. I mille colori dei cento vestiti tradizionali delle comunità ondeggiano per le piazze e le strade acciottolate. Accovacciati a terra, con sandali o scalzi, mangiano tortillas e fagioli, frutto del loro lavoro, della loro conoscenza, della loro resistenza. Nonostante 500 e più anni di repressione.
Libertà per i prigionieri, le prigioniere, i popoli indigeni e l’umanità!
Foto della manifestazione:
http://www.autistici.org/nodosolidale/gallery_dett.php?id_gallery=54
Corrispondenza del Nodo Solidale,
da San Cristobal de Las Casas, 27 ottobre 2009.
Grecia: la polizia comunica di non voler arrestare studenti
Aggiornavo ieri con la notizia che la procura di Salonicco aveva chiesto alla polizia la possibilità di aprire indagini, con una pena fino a 5 anni di carcere, contro studenti coinvolti in occupazioni di licei e facoltà universitarie. Una richiesta non da poco in un paese in cui vige una legge che mantiene a distanza le forze dell’ordine da qualunque edificio scolastico ed universitario: quello che è ormai chiamato l’ “asilo universitario” è stato strappato con la rivolta studentesca contro i colonnelli del 1973 ed ha sempre permesso al movimento studentesco ateniese di rifugiarsi all’interno delle città universitarie e delle facoltà occupate in caso di bisogno.
E’ una legge che negli anni è stata ripetutamente attaccata ma mai sconfitta, tanto che ha permesso alla “rivolta di dicembre” dello scorso anno, di durare 3 settimane senza sosta, grazie alle occupazioni degli atenei. Poli liberi e liberati, gli atenei sono stati luoghi di assemblee e incontri, le gremite aule in costante riunione giorno e notte hanno alimentato le manifestazioni e la voglia di resistere e contrattaccare i burattini che fuori fremevano per caricare, sparare e intossicare l’aria circostante. Sono stati luoghi di dibattito e socialità, luoghi di mense sempre aperte e sempre in funzione, di farmacie più fornite delle vere farmacie, sono state laboratorio di assalti e fughe, di speranze e lacrime.
E ovviamente il Pasok vuole provare ad eliminare il problema dalla base: togliendo l’asilo. Permettendo alla polizia di entrare.
Da poco però un’Ansa ci dice che La polizia di Salonicco si rifiuta di arrestare gli studenti che occupano decine di scuole e facoltà universitarie, malgrado l’ordinanza della procura della città, per timore che ciò scateni pericolose reazioni in un momento di sensibile tensione sociale. È quanto indicano esponenti del sindacato degli insegnanti (Olme) che appoggiano la posizione assunta dagli agenti. Tues Metafidis, dirigente dell’Olme, citato dai media, ha spiegato che la polizia ritiene che un suo intervento «infiammerebbe la situazione provocando imprevedibili reazioni» da parte dei giovani, che già hanno manifestato il mese scorso ad Atene contro la crisi del sistema scolastico e i tentativi di riforma privatistica delle università. E dal movimento studentesco sono anche giunti segnali di appoggio agli anarchici contro gli arresti e le retate poliziesche. Ieri il procuratore capo del tribunale di prima istanza di Salonicco, Dimitri Papageorgiou, aveva chiesto alla polizia di aprire inchieste, arrestare e deferire alla magistratura gli studenti coinvolti nell’occupazione di scuole e facoltà universitarie qualora venga impedito lo svolgimento dell’attività docente. L«incriminazione potrebbe costare ai giovani sino a 5 anni di carcere. La decisione del procuratore, criticata dalle organizzazioni dei genitori e degli insegnanti, rischiava di aprire la porta ad iniziative simili anche ad Atene dove sono in atto numerose occupazioni, scolastiche. Nei giorni scorsi attacchi con bombe molotov erano stati compiuti da sconosciuti contro le storiche occupazioni anarchiche ateniesi in via Lela Karagianni e a Villa Amalias che vanno avanti da una ventina d’anni. Gli squatter hanno accusato dell’attacco forze »parafasciste« nel quadro della »strategia repressiva« del nuovo ministro per l’ordine pubblico Michalis Chrisochoidis
Già a caldo, lo scorso natale, alcuni soldati diffondevano questo comunicato
La Corte Europea dei diritti dell’uomo vieta il Crocifisso nelle scuole
Una violazione alla “libertà di religione degli alunni” la presenza dei crocifissi nelle aule degli edifici scolastici.
Carta canta e questa volta canta da Strasburgo, dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, alla quale si era rivolta una cittadina italiana di origini finlandese che non mandava giù l’idea di dover vedere i suoi far lezione sotto il corpo di Cristo crocifisso. Non solo le hanno dato ragione ma avrà anche diritto ad un risarcimento per i danni morali subiti.
Il crocifisso, sentenziano i giudici di Strasburgo, impossibile da non notare, può essere interpretato come segno religioso (può?) e quindi condizionare i bambini, incoraggiandoli o intimorendoli e disturbandoli se appartenenti ad altre religioni, minoranze o se sono atei.
Insomma un precedente non da poco, soprattutto se andiamo a leggere le immediate risposte del Ministero della pubblica istruzioni e di altre figure del nostro illuminato governo: la Gelmini è infuriata e si sente attaccata perchè il crocifisso non porta con se una richiesta di adesione al cattolicesimo ma è un simbolo della nostra tradizione che nessuno si può permettere di cancellare. “Nessuno, nemmeno qualche corte europea ideologizzata, riuscirà a cancellare la nostra identità.”
A ruota, dopo di lei tutti simili personaggi indignati da una sentenza così lesiva delle nostre tradizioni cattoliche: nel frattempo è sorto un sorriso a tutti i genitori di questo paese, che avranno un appiglio in più contro i presidi domani mattina, quando andranno a staccare (per l’ennesima volta probabilmente) l’ennesimo crocifisso in aula dei propri figli.
Il Vaticano stranamente non fiata: si è fatto sfuggire un laconico no comment, per ora.
Alda Merini c’ha lasciati
Chi ha paura della morte si offenda.La morte è una riviera musicale, il seno curvo della donna amata.Non c’è spazio tra l’uomo e la sua morte.Soltanto il batticuore di un nemico che ride al suo passaggio. –Alda Merini-
Si definiva una piccola ape furibonda, quella donna che tanti han chiamato folle e che in troppi hanno provato a legare, a ‘contenere’…senza mai riuscirci fino in fondo.
Lascia un vuoto enorme Alda Merini nell’andarsene via da questo pianeta che con lei non è mai stato tenero, proprio con lei che di tenerezza era ricolma nel suo sguardo da eterna bambina. Lo lascia dentro di me, che l’ho sempre considerata una compagna di emozioni, una maestra di dolori e di silenzi, una combattente contro la contenzione e contro le ombre che rapivano la sua mente.
Bambino, se trovi l’aquilone della tua fantasia
legalo con l’intelligenza del cuore.
Vedrai sorgere giardini incantati
e tua madre diventerà una pianta
che ti coprirà con le sue foglie.
Fa delle tue mani due bianche colombe
che portino la pace ovunque
e l’ordine delle cose.
Ma prima di imparare a scrivere
guardati nell’acqua del sentimento.
§
Quel sentirmi chiamare
mamma
quando eri nel cortile,
il cortile del canto,
e muovevi un pallone tutto tuo
per quel tuo sapiente rigiocare
sulle scintille dell’adolescenza:
era già un abbandono
e non sapevo.
Molto spesso le sue poesie hanno dato sonori rintocchi ai capitoli della mia esistenza, molto spesso le sue parole m’han fatto piangere e mi mancherà. Un’altra delle mie donne che vola via, in questi mesi crudeli
O il veleggiare del tuo caldo pensiero
sopra la mia parola
e il tuo dormire selvaggio
accanto al mio seno vivo;
o l’adombrarsi della primavera
quando cade il suono del seme
sulla terra feconda di parola.
Così tu sei l’esempio
del sole mio
Altra fuga per un po’ di giorni…
Proverò a prender confidenza con il freddo dell’Europa continentale.
Solo a scriverlo mi sento a disagio, ma sicuramente i tetti di Paris e la sua luce obliqua mi faranno pentire di tanti anni di indifferenza.
E’ che son legata ad altri colori, ad altri odori…il mio corpo non sentirà alcuna attrazione per quella terra: il mio cuore e la mia testa sicuramente scopriranno invece un mondo affascinante, curioso, reattivo, interessante. Cose lontane anni luce dalle strade di questa stupida e ormai insostenibile Italia.
Quindi so che ti amerò, struggente Parigi … di quegli amori scontati e duratori, con poche scosse passionali e una riverenza incantata.
Ti amerò, senza che il mio corpo potrà mai innamorarsi di te: ma bando alle troppe inutili ciance, vengo a conoscere il tuo abbraccio!
Botta e risposta tra Casa Pound e Liberazione: esilarante
Richiesta di rettifica ai sensi dell’art. 8 L. 47/48.
Nella qualità di Presidente e legale rappresentante pro tempore dell’Associazione di Promozione Sociale CasaPound Italia, Vi diffido a rettificare, nei termini e modi di legge, il contenuto dell’articolo «Roma, Giovane Italia dopo l’attentato vuol chiudere Radio Onda Rossa», a firma di Paolo Persichetti, da Voi pubblicato nell’edizione del 3 ottobre 2009, alla pagina 4, pubblicando con il medesimo rilievo e uguale posizione, il seguente testo: «Si precisa che non è esatto quanto riportato, a pagina 4 dell’edizione del 3 ottobre 2009, nell’articolo “Roma, Giovane Italia dopo l’attentato vuol chiudere Radio Onda Rossa”, e cioè che l’azione politica di CasaPound sia architettata al solo scopo di garantire agli associati un ingresso nel Pdl per non restare fuori “dai giochi e soprattutto dalla torta dei soldi che arrivano dal sottogoverno”. Vero è, infatti, che l’attività politica, sociale e culturale dell’associazione, finanziata esclusivamente dai contributi degli associati, mira a proporre un nuovo rivoluzionario concetto politico, l’Estremocentroalto, e che, a tal fine, la stessa associazione è pronta a dialogare e confrontarsi con chiunque, senza volgari pregiudizi né puerili pregiudiziali». In mancanza di un Vostro riscontro entro i termini di legge, Vi preannuncio sin d’ora l’intenzione di adire l’autorità giudiziaria al fine di ottenere giusta tutela dei diritti dell’associazione.
Gianluca Iannone
RISPOSTA SU LIBERAZIONE DEL 14 OTTOBRE 2009
Perché mai negare così nervosamente l’evidenza? Che CasaPound faccia parte di quella sessantina di associazioni, che dopo un bando sono entrate nella graduatoria dei finanziamenti stanziati lo scorso agosto, con procedura del tutto anomala, dalla presidenza del consiglio comunale di Roma, è un fatto pubblico attestato da una delibera per «Attività culturali, sportive e folkloristiche». Per altro, in una risposta polemica alle dichiarazioni fatte dal sindaco Alemanno sulla necessità di ridiscutere il “finanziamento” a CasaPound, dopo che una giornalista si era vista vietare l’ingresso all’incontro-dibattito con Marcello Dell’Utri sui ”diari del Duce”, organizzato nella sede romana di via Napoleone III, lo stesso Iannone aveva precisato che «della vittoria di un bando» si trattava. Appunto!
Certo brucia non essere più i primi della classe, non poter più vantare l’aristocratica purezza di chi rivendica per se “etica, epica ed estetica”, ma si è piegato alla pratica plebea di ricevere denaro pubblico, come un normale client.
Quanto al resto, le coloriture futuriste, le provocazioni dannunziane, la postura superomista, lo stile scapigliato, spostano di poco la sostanza politica di un gruppo che agita simbologie tutte interne al blocco sociale della destra di governo e conduce con brio la marcia d’avvicinamento-dialogo con l’area multiforme del Pdl. Insomma siamo sempre lì, nel cortile del Palazzo, all’Estremocentroalto, come lo chiamate, che non è in politica quello che nel calcio ha rappresentato la «bizona» del mitico Oronzo Canà, col suo rivoluzionario modulo 5-5-5, ma qualcosa che dietro l’iperbole della formula nasconde una visione inquietante.
«Noi ci permettiamo il lusso di essere aristocratici e democratici; conservatori e progressisti; reazionari e rivoluzionari; legalitari e illegalitari; a seconda delle circostanze, di tempo, di luogo, di ambiente, in una parola di “storia” nelle quali siamo costretti a vivere e ad agire». Lo diceva un tale nel 1922. Anche lui cercava posizioni «regali e sovrane, al di là degli opposti sbandamenti», anche lui elogiava «la vita come ascesa», anche lui immaginava «la partecipazione per base, la decisione per altezza e la selezione per profondità» e rifiutava «l’attrazione morbosa per l’informe e il deforme». Anche lui praticava «l’Estremocentroalto». Si chiamava Benito Mussolini. Appunto.
Paolo Persichetti
Il Pasok non aspettava altro: blitz e minacce contro il movimento
Chi conosceva anche poco la realtà greca sapeva perfettamente che la sconfitta di Karamanlis e la vittoria del Pasok di Papandreou non avrebbero mutato la situazione, anzi.
Chi ha passato un po’ del suo tempo nelle piazze ateniesi, nelle loro manifestazioni, affrontando celere e MAT (i reparti speciali) con la loro incredibile tecnologia chimica e con il loro strano modo di gestire la piazza ed attaccare, sa perfettamente che tra i primi nemici di quella massa nera e colorata che incendiava la città c’era proprio il Pasok, quella democratica sinistra che ha strappato la vittoria alle ultime elezioni, pochi giorni fa.
E non perdono tempo, i nuovi padroni, le guardie rosse, a minacciare chi in quei mesi e senza smettere poi in quelli successivi ha sovvertito la quotidianeità. I nuovi scagnozzi delegati alla difese e all’ordine interno, hanno lanciato dichiarazioni bellicose contro il movimento anarchico che ha trasformato “atene in kabul”. Ovviamente oltre a lanciare dichiarazioni hanno fatto partire due pesanti blitz polizieschi nel quartiere simbolo della rivolta, a pochi passi dal Politecnico.
Vi incollo l’agenzia stampa di questa mattina:
Il neo ministro socialista dell’ordine pubblico, Michalis Chrisochoidis, ha promesso «democrazia e pugno di ferro» contro gli anarchici, dopo aver ordinato ieri due blitz polizieschi senza precedenti nel centro di Atene. Ma l’estrema sinistra denuncia la minaccia di «uno stato di polizia» e il movimento anarchico si mobilita. «Con la nuova generazione di terroristi, siamo diventati Kabul» ha affermato Chrisochoidis, parafrasando se stesso quando era all’opposizione. Ed ha avvertito, citato stamane dalla stampa, che con il nuovo governo del premier Giorgio Papandreou «la tolleranza è finita» e «non sarà consentito a delinquenti e vandali di distruggere le proprietà». Il ministro, cui viene attribuito il passato smantellamento dell’organizzazione armata marxista 17 Novembre, ha promesso il rafforzamento della polizia e la riforma dei servizi segreti. Ieri due operazioni senza precedenti, con la partecipazione di centinaia di agenti dei corpi speciali antisommossa, avevano assediato per ore il quartiere di Exarchia, roccaforte del movimento anarchico, da dove era partita lo scorso dicembre la rivolta seguita all’uccisione di un quindicenne da parte della polizia. Le retate, che hanno portato ad oltre cento fermi, centinaia di perquisizioni e ad una decina di arresti, hanno seguito di poco più di 24 ore un raid di incappucciati al centro della capitale contro banche,negozi e automobili per protesta contro l’arresto di tre loro compagni «accusati ingiustamente» di far parte di un gruppo armato. Il partito di estrema sinistra Syriza ha duramente stigmatizzato i raid delle forze dell’ordine definiti «attacchi contro la gioventù» e i «diritti democratici» ed ha invitato il governo socialista a «cambiare strada». Il movimento anarchico ha accusato il nuovo governo socialista di essere peggio di quello precedente di centrodestra ed ha annunciato mobilitazioni.
Fastweb non vende ai cittadini rumeni
PeaceReporter è entrato in possesso di una circolare che la responsabile dei venditori di Fastweb a Bologna ha recapitato a tutti i rivenditori autorizzati dell’Emilia Romagna.
Nel documento, datato 19 settembre 2009, si legge che l’azienda ha deciso di non stipulare più abbonamenti “Fastweb Mobile” a cittadini rumeni.
Evidentemente l’avvertimento era già stato divulgato in precedenza perché nella circolare è scritto: “Ciao a tutti, mi raccomando a voi, da ora in poi non fate più abbonamenti a cittadini rumeni. Dite chiaramente che non è possibile da sistema caricare abbonamenti Fastweb”. Il testo continua: “Ieri sono entrate 70 pda (proposte di abbonamento ndr) quasi tutte di clienti stranieri!!! Forse il messaggio non è stato trasferito alla rete con la giusta enfasi: “BLOCCATE LE VENDITE AI CITTADINI RUMENI”. L’ultima frase è scritta in rosso e a caratteri cubitali, in modo da far capire anche al più reticente il carattere definitivo della circolare.
La mail ci è stata passata da una fonte – che ovviamente vuole rimanere anonima – che si occupa dell’inserimento dei dati dei clienti. Questa persona ci ha riferito anche che è stato suggerito loro, non appena si accorgono di aver a che fare con un rumeno, di fingere che il sistema si sia bloccato e di tornare un altro giorno o di rivolgersi a qualcun altro.
Il diktat telematico è stato scritto da Micaela Serenari, Dealer Manager per l’Emilia Romagna di Fastweb. Le abbiamo chiesto spiegazioni:
Signora Serenari, la direttiva che lei ha emanato è un’iniziativa bolognese o è stata decisa a livello nazionale?
Certo, a livello nazionale perché abbiamo avuto tantissime frodi. Tantissime persone che sono venute a prendere dei cellulari e poi li hanno rivenduti aprendo dei conti che duravano un solo giorno. Quindi noi abbiamo regalato un sacco di telefoni.
E queste persone sono state prese?
Alcune sì, anche dai carabinieri. Era un’organizzazione che andava sempre negli stessi negozi. Venivano buttate le sim e venduti i telefoni.
Quest’organizzazione era composta da rumeni?
Nella nostra area diciamo di sì.
Non le sembra strano che se le persone sono state prese e i negozi erano sempre gli stessi la direttiva sia stata emanata a livello nazionale?
No non mi sembra strano. Comunque noi facciamo anche tanti controlli, tante cose, anche sui conti bancari.
Prima di questa intervista, abbiamo contattato telefonicamente due rivenditori dell’area bolognese fingendoci rumeni interessati al contratto “Mobile”. Non appena la nazionalità saltava fuori, l’operatore rispondeva che “… no allora non si può fare”, senza dare ulteriori spiegazioni.
Questo dimostrerebbe che nessun controllo viene fatto sul conto corrente o altro, si tratta semplicemente dell’applicazione di quanto scritto nella circolare. Abbiamo allora provato a contattare la direzione centrale di Fastweb Italia, a Milano, ma dall’ufficio stampa ci hanno detto che avrebbero dovuto fare accertamenti prima di rilasciare commenti.
Il responsabile delle relazioni esterne di Fastweb, Sergio Scalpelli, contattato da PeaceReporter, ha dichiarato che “si è trattato solo di un eccesso di zelo di una pur bravissima manager della zona, dovuta al fatto che tra il 2008 e il 2009 proprio in quella zono si sono verificate numerose truffe ai danni della azienda”. “In realtà – ha precisato Scalpelli – si tratta di un sistema di credit management che è in grado di verificare in tempo reale la solvibilità dei nuovi clienti e, essendo digitale, non fa distinzioni di razza, di sesso o di religione, proprio come l’azienda”.
Evidentemente, questo sistema deve essere così evoluto da essere in grado di verificare la solvibilità di un potenziale cliente, al telefono, anche solo dal tono della voce o dall’accento.
Marcello Brecciaroli
Ancora con il diario dai CIE
Sciopero della fame oggi al Cie di corso Brunelleschi a Torino. Quasi tutti i reclusi hanno rifiutato la colazione questa mattina e intendono proseguire almeno per tutta la giornata. Un recluso è in sciopero addirittura da sei giorni. Nel frattempo, continuano gli atti di autolesionismo e le denunce di condizioni di vita insopportabili, minacce, maltrattamenti continui e pestaggi brutali da parte dei militari. I reclusi sono molto determinati e consapevoli che in tutti gli altri Cie la situazione è calda.
Ieri c’è stata una protesta molto forte al Cie di Crotone, cominciata con grida e battitura delle sbarre. Quando è intervenuta la polizia i reclusi hanno spaccato i mobili per difendersi. E quando la polizia è riuscita a portarsi via due ragazzi, l’effetto è stato quello di prolungare la protesta fino al loro rilascio. Alla fine, nonostante fosse domenica, sono arrivati di corsa quelli dell’Ufficio Immigrazione della Questura, con la promessa di fare il possibile per migliorare la situazione e sbrigare le pratiche di chi può essere rilasciato.
A Brindisi, invece, otto reclusi se ne sono andati dal Centro. È la seconda fuga da quando,questa estate, il Cie di Restinco è stato riaperto per “accogliere” i reduci della sommossa di Milano. I prigionieri sono fuggiti alle cinque del mattino, ma le guardie si sono rese conto della loro assenza solo alle otto: auguriamo loro buon viaggio. Ora dentro al Centro sono rimasti soltanto in quindici, ed otto di loro – come ricorderete – sono in sciopero della fame e della sete dalla settimana scorsa.
A Roma la situazione è più tranquilla, a parte quattro rimpatri oggi all’alba e qualche scarcerazione in mattinata. Alcuni consiglieri regionali stanno facendo una visita dentro le gabbie e i detenuti hanno raccontato loro del pestaggio contro l’aspirante evaso di tre giorni fa: vedremo cosa dichiareranno i politici una volta usciti. Ieri sera le voci di alcuni reclusi sono finite nei titoli di testa del Tg3, insieme all’annuncio dello sciopero della fame… della settimana passata.
macerie @ Ottobre 5, 2009
In Italia da decenni: tra le sbarre dei CIE
PRENDO UNA SERIE DI STORIE DAL SITO FORTRESS EUROPE. SONO STORIE MOLTO DIVERSE TRA LORO; AD UNIRLE E’ LA DETENZIONE E IL FATTO CHE SONO QUASI TUTTI “ITALIANI” DA DECENNI O PARECCHI ANNI.
LA VERGOGNA DI QUESTO PAESE PASSA ATTRAVERSO LE STORIE DI CHI VIVE TRA LE GABBIE.
CHISSA’ SE I PARTECIPANTI ALLA MANIFESTAZIONE DI PIAZZA DEL POPOLO HANNO MAI DEDICATO UN MINUTO DELLA LORO VITA A TUTTO CIO’, INVECE DI LEGGERE IL TUTTOLOGO SAVIANO CHE PIANGE I CADUTI DEL SUD, QUELLI DELLA FOLGORE.
C’erano una volta gli sbarchi. E chi non faceva domanda d’asilo veniva smistato nei centri di identificazione e espulsione (Cie) d’Italia in attesa del rimpatrio o del rilascio con un ordine di allontanamento. Ma adesso che gli sbarchi sono diminuiti del 90% negli ultimi cinque mesi (dati del Viminale), chi è che finisce dentro i Cie? Per scoprirlo stiamo girando i Cie di tutta Italia. Cominciando da quello di Roma, a Ponte Galeria.
Lì abbiamo scoperto che, oltre a un terzo circa di ex detenuti trasferiti direttamente dal carcere, le vittime del giro di vite sulla clandestinità sono soprattutto “italiani”. Italiani tra virgolette, perché non hanno la cittadinanza, ma in Italia vivono da quindici, venti o trent’anni. Gente che ha avuto il permesso di soggiorno con le sanatorie del ‘93 e del ‘95, e che il permesso se l’è visto ritirare per scadenza termini, essendosi trovato senza datore di lavoro al momento del rinnovo. In vent’anni però in Italia uno si costruisce una vita. E allora c’è chi fuori ha moglie e bambini piccoli. Ci sono famiglie che rischiano di essere spezzate in due. In nome della sicurezza degli italianisenzavirgolette. Drammi che hanno portato alcuni a tentare il suicidio, bevendo la candeggina o tagliandosi i polsi. Oppure a imbottirsi di psicofarmaci per non impazzire. Fortress Europe ha raccolto per voi le loro storie. Ogni giorno ve ne racconteremo una
– Quando gli azzurri di Bearzot vinsero i mondiali di calcio del 1982 in Spagna, Z. Jacob viveva in Italia già da due anni. Era arrivato all’età di 19 anni, nel 1980, dal Camerun. Negli ultimi tempi a Roma lavorava al locale Jogodo, in via di Torre spaccata 127. Tutto in nero perché non aveva il permesso di soggiorno. Gli era scaduto durante la lunga convalescenza seguita a un grave incidente stradale di cui porta ancora le cicatrici sul cranio. A Roma aveva anche un magazzino di strumenti musicali. Li affittava per serate e concerti per guadagnarsi la vita. E aveva addirittura una associazione culturale, registrata a nome della moglie, l’associazione “Black and White”. La moglie già. Perché dopo 29 anni in Italia uno ha tutta la vita nel nostro paese. Jacob oltre alla moglie ha un figlio. Un bambino di 10 anni, a cui ancora la madre non ha spiegato dove sia finito il papà da quando lo ha fermato la polizia, lo scorso 31 agosto, per un banale controllo dei documenti. Rinchiuso da 29 giorni al centro di identificazione e espulsione di Ponte Galeria, a Roma, Jacob adesso teme il rimpatrio. Soprattutto per la sorte della sua famiglia e del figlio.
C’è un altro particolare tragicomico. Il 18 aprile del 2009, quattro mesi prima di essere fermato dalla polizia e portato al Cie per essere espulso, il signor Jacob aveva partecipato a Frascati a una giornata di studi sui diritti umani, intitolata “Dai prigionieri di guerra ai nuovi privati della libertà”. Mi mostra l’attestato di partecipazione. C’è scritto il suo nome. Indovinate chi organizzava l’evento? La Croce rossa italiana. Gli stessi che ora gestiscono la sua di privazione della libertà, all’interno del Centro di identificazione e espulsione di Ponte Galeria, dove ha già passato 33 giorni e da dove rischia di essere rimpatriato quanto prima.
– Su un piazzale di cemento sono piantate le sbarre di ferro alte quattro metri che delimitano i moduli della sezione femminile del Centro di identificazione e espulsione di Ponte Galeria, a Roma. I posti a disposizione sono 172, sei per ogni camerata. Di notte i cancelli di ogni modulo si chiudono. Nella prima sezione ci sono le ragazze nigeriane, molte sono vittime del racket della prostituzione. Più avanti si trova la sezione delle cinesi. Massaggiatrici da spiaggia e madri di famiglia detenute in nome della sicurezza degli italiani. H. è una di loro. È dentro da 45 giorni. Ma nella sua stanza ci sono quattro donne che sono qui da più di 60 giorni e chiedono che cosa sarà di loro con questa nuova legge. “Dopo tle mesi fai come passo” dice nel poco italiano che conosce. Accanto a lei, si alza dal letto, dove era seduta sulle lenzuola di carta stropicciate, Sunchi. Lei vive a Roma da sei anni. È una dottoressa di medicina tradizionale cinese. A Roma si guadagnava da vivere con l’agopuntura e i massaggi, in un appartamento a Piazza Vittorio. Ha 53 anni. La polizia l’ha fermata due mesi fa a Fregene, sulla spiaggia, mentre faceva massaggi ai bagnanti. In Cina ha un figlio di 25 anni, che si sta per laureare a Pechino. Tra sette giorni scadono i primi due mesi del trattenimento. Ancora non ha ricevuto la notifica della proroga del trattenimento, che potrebbe durare fino a sei mesi secondo le nuove disposizioni. Tuttavia è quasi sicura che non sarà rimpatriata. E come lei le altre donne. Un ispettore di polizia del Cie conferma. L’ambasciata cinese non collabora con le identificazioni. Insomma, sei mesi di detenzione e poi tutto ricomincia come prima. Sunchi lo sa. E per questo – tramite amici che ha fuori – sta continuando a pagare l’affitto del suo posto letto in un appartamento sulla Casilina.
C. segue la nostra conversazione. Non vuole che scriva il suo nome, ma ci tiene a far sapere la sua storia. Perché è una di quelle storie che non possono essere taciute. Questa donna di 42 anni vive in Italia dal 1999. E non è da sola. A Forlì la aspettano il marito e i due figli, di 18 e 19 anni. Il suo permesso di soggiorno è scaduto tre anni fa, perché non aveva un contratto di lavoro al momento del rinnovo. Ha provato anche a metterci un avvocato, ma sono stati soldi sprecati. L’hanno fermata a Forlì durante un banale controllo dei documenti, lo scorso 13 agosto. Da allora sente i suoi figli soltanto al telefono. Soltanto tra quattro mesi potrà riabbracciarli e tornare al lavoro, nella fabbrica dove era impiegata in nero.
E’ morta Mercedes Sosa, grande compagna, grande voce
Un saluto a Mercedes Sosa, che oggi c’ha lasciato.
Lei che con la sua voce c’ha permesso di omaggiare Violetta Para, grande musicista chilena … che con cantautori come Victor Jara permisero alla cultura popolare chilena di riscoprirsi e venire alla luce.
Lei si suicidò prima che i torturatori di Pinochet potessero prenderla, stessa cosa non riuscì al suo amico Victor Jara.
L’argentina Mercedes Sosa, icona di libertà, non ha mai smesso di omaggiarli nei suoi lunghi anni argentini e nei faticosi anni del carcere e poi dell’esilio.
Un fiore rosso a Mercedes….
hasta la victoria
Torino, Parigi, Teramo… dal sito Macerie
Giusto all’ora di pranzo di giovedì, una decina di antirazzisti è entrata nella mensa del Politecnico di Torino, esponendo uno striscione con la scritta “La Sodexho ingrassa sui lager” e distribuendo volantini ai presenti. Studenti, cassiere e cuochi sono così stati informati che la grande multinazionale del catering Sodexho, oltre a gestire questa mensa, ha anche l’appalto per la fornitura dei pasti ai reclusi dei Centri di identificazione ed espulsione di via Corelli a Milano e di Roma Ponte Galeria.
Reclusi che da sempre si lamentano per la pessima qualità del cibo e per la presenza di vermi e scarafaggi cotti. Reclusi che spesso, come da quattro giorni proprio al Cie di Roma, sono in sciopero della fame contro le condizioni di detenzione e contro l’estensione a sei mesi del tempo massimo di permanenza, per la libertà. Reclusi che spesso si ribellano e distruggono questi lager, come hanno fatto i quattordici rivoltosi di via Corelli, sotto processo per la grande rivolta dell’agosto scorso. Reclusi che spesso evadono da quelle gabbie, come è successo al Cie di Torino nella notte tra domenica e lunedì. Detto questo, il gruppetto si è dileguato prima dell’arrivo della polizia, chiamata da un’inviperita funzionaria amministrativa della Sodexho.
Scarica, stampa e diffondi il comunicato della Sodexho e il menu della giornata.
A Parigi, invece, martedì sera una decina di solidali si sono auto-invitati a due dibattiti inseriti nel forum degli istituti culturali stranieri il cui tema di quest’anno è, pensate un po’ che pretese, “Sublimiamo le frontiere”. Il loro intento era quello di ricordare al pubblico dell’Istituto culturale olandese e di quello italiano che la parola stessa “frontiera” fa rima con controlli, lager, prigionia e morte per milioni di persone. Soprattutto ora, dentro alla moderna Europa di Schengen. Bisogna dire che l’accoglienza del pubblico che assisteva alla conferenza all’Istituto culturale olandese non è stata particolarmente calorosa: i presenti sul posto hanno cominciato molto presto a dare in escandescenze ed insultare i contestatori, e i volantini sono stati distribuiti e letti nonostante il loro gesticolare e il loro baccano. Al contrario, all’Istituto culturale italiano l’accoglienza è stata molto più cortese e comprensiva: i contestatori hanno letto la testimonianza di un recluso di Ponte Galeria ed hanno reso edotto il pubblico su quest’ultimo mese e mezzo di rivolte nei Centri italiani e del processo in corso contro i 14 di Corelli. “Sopprimiamo le frontiere” – così terminava il volantino distribuito in entrambe le occasioni.
A Teramo, invece, nella notte tra martedì e mercoledì sono stati imbrattati due mezzi della Misericordia. I quotidiani locali riportano le due scritte che sarebbero state vergate con lo spray nero sui portelloni: “Assassini” e “Complici dei lager”. La Digos, come al solito, indaga, e sospetta che a muovere gli autori delle scritte sia il disprezzo verso l’istituzione della Misericordia che, come sapete, gestisce i Cie di Bologna e Modena.
macerie @ Ottobre 1, 2009
Dal Mesopotamia Social Forum, finito ieri a Diyarbakir
Articolo e scatti di Michele Vollaro, da Diyarbakir
Libertà, democrazia, uso comune delle risorse naturale: parole che in tanti paesi occidentali potrebbero anche sembrare retoriche, ma che a Diyarbakir hanno un significato ben concreto. Nella principale città del Kurdistan turco si conclude oggi il Mesopotamia Social Forum, un incontro organizzato da decine di organizzazioni sociali e politiche della regione, in vista del prossimo Forum Sociale Europeo che si terrà a Istanbul nel giugno del prossimo anno, per porre al centro dell’attenzione i problemi a cui è sottoposto il popolo curdo. A poche decine di metri dalla stazione ferroviaria, nel parco comunale Sümer Park, i ragazzi del Congresso della gioventù patriottica democratica (Ydgm), l’organizzazione giovanile del partito filo-curdo Dtp, hanno allestito un campeggio internazionale per ospitare i circa 300 attivisti venuti da numerosi paesi europei. “Non chiediamo la secessione dalla Turchia – spiega prima di partecipare a un seminario sulla frammentazione dei popoli in Medio Oriente Mehmet, studente presso la locale università – ma che vengano riconosciuti i nostri diritti culturali e sociali: non siamo trattati come cittadini allo stesso livello dei turchi”.
L’obiettivo, che per il momento rappresenta più un’utopia, di gran parte dei curdi e delle delegazioni venute da Iran, Iran e Siria per il vertice è costruire le basi di una confederazione che riunisca i popoli della Mesopotamia, una forma statale capace di superare il concetto di nazionalismo, imposto insieme ad altri valori e ideologie estranee alla cultura mediorientale dai paesi occidentali. In Mesopotamia, ripetono in tanti, sono nate la scrittura e con essa la storia dell’uomo, l’agricoltura grazie alla presenza dei fiumi Tigri ed Eufrate, le tre principali religioni monoteiste: per lungo tempo, questa terra è stata il centro del mondo. Finché l’Europa non ha preso il sopravvento ed è cominciata la rivoluzione industriale, quando i paesi europei hanno dovuto cercare in tutto il pianeta le risorse necessarie per far funzionare le nuove fabbriche e preservare la supremazia economica. A completare questo processo, la prima guerra mondiale, al termine della quale le potenze vincitrici imposero la dissoluzione dell’impero ottomano e la nascita in Medio Oriente degli stati-nazione, un concetto completamente alieno a questa terra. La storia dei curdi, come quella dei palestinesi che a Diyarbakir sono gli ospiti d’onore del Forum, è emblematica delle conseguenze dell’imperialismo occidentale. “Grazie al popolo curdo, perché ha aperto la strada della lotta contro il militarismo e il colonialismo, che potranno essere sconfitti solo a partire da questa terra”, dice in inglese Raffaella Bolini in rappresentanza del World Social Forum durante l’inaugurazione dell’incontro. La prima rivendicazione degli organizzatori del vertice è la fine dell’oppressione cominciata all’atto della fondazione della Repubblica turca, quando per costruire da zero una nuova identità nazionale fu vietato l’insegnamento della lingua curda, furono cambiati i nomi dei luoghi (e così l’antica Amida, in curdo Amed, fondata dagli Aramei nel XIII secolo a.C., divenne Diyarbakir), fu fatta tabula rasa di una tradizione e di una cultura con secoli di storia. Ma tra i tendoni montati nel Sümer Park e i padiglioni di un’ex fabbrica di mattoni riadattata a centro pubblico per lo svolgimento di corsi tecnici e professionali, i temi di discussione sono stati numerosissimi. Sei sale in cui sono stati svolti almeno tre seminari al giorno ognuna, seguiti dai partecipanti stranieri grazie a un servizio di traduzione simultanea. La colonizzazione del Medio Oriente, l’anti-militarismo, la questione delle donne in società tradizionalmente patriarcali, le alternative di gestione comunale realizzate dal basso, i diritti dei lavoratori in paesi sconvolti da guerre e repressione statale, la necessità di un sistema d’istruzione che non riproduca i soliti rapporti di potere sono solo alcuni degli argomenti affrontati. Ma è probabilmente il tema della gestione delle risorse naturali e della costruzione di nuove dighe nella regione, ciò che più interessa da vicino chi vive in Kurdistan.
In Turchia, a partire dal 1954 sono state costruite un centinaio di dighe: secondo Işikhan Güler, membro della Camera degli ingegneri elettrici, la realizzazione di queste infrastrutture risponde da un lato a un discorso geo-strategico per il controllo del territorio e rappresenta dall’altro l’attestazione dell’avvenuta privatizzazione dell’acqua, che non può più essere liberamente usata dalle comunità che vivono lungo i fiumi. “Spesso – spiega Güler – queste dighe sono costruite ingannando la popolazione locale, a cui viene promessa l’elettrificazione della regione e raccontato che i nuovi bacini non causeranno allagamenti. In realtà, accade l’esatto contrario: le dighe non sono provviste di centrali idroelettriche e i nuovi bacini allagano vaste zone del territorio al solo scopo di bloccare l’afflusso d’acqua verso altre regioni e spingere così le popolazioni a emigrare altrove: il modo più drastico per ottenere il controllo politico del territorio”. Inserita nel Grande progetto anatolico (Gap), che prevede la costruzione di 18 nuove dighe nella parte meridionale dell’Anatolia, la seconda barriera di Ilisu sul fiume Tigri è l’infrastruttura che suscita i timori più grandi. Il governo turco, nonostante tutte le società europee che contribuivano a finanziare il progetto (tra cui l’italiana Unicredit) siano uscite dal consorzio, ha infatti cominciato ugualmente a erigere la nuova diga, che nei prossimi tre anni dovrebbe sommergere una superficie pari a due milioni di chilometri quadrati, causando tra l’altro la perdita di un importante sito archeologico come la città di Hasankeyf, risalente al periodo dell’impero sassanide. “L’acqua, simbolo di vita, e il suo uso da parte dell’uomo devono contribuire a costruire legami tra i popoli, non diventare una merce da cui trarre profitti – afferma Ipek Taşli della campagna per fermare la diga di Ilisu – Nel nostro paese, la questione dell’acqua viene usata strategicamente dall’esercito turco e dai ricchi capitalisti per impedire qualsiasi genere di opposizione sociale e politica: il problema, che ancora non è stato compreso, è che continuando a giocare in questo modo con la natura non ci rendiamo conto che dovremmo sopportare conseguenze inimmaginabili, per il nostro futuro e del pianeta tutto”.
Immagini del dopo pestaggio: Cie di Gradisca
«Ci furono tempi felici in cui si poteva scegliere liberamente: meglio morti che schiavi, meglio morire in piedi che vivere in ginocchio. E ci furono tempi infami in cui intellettuali rincretiniti hanno dichiarato che la vita è il sommo dei beni. Oggi sono arrivati i tempi terribili in cui ogni giorno si dimostra che la morte dà inizio al suo governo del terrore esattamente quando la vita è diventata il sommo bene; che chi preferisce vivere in ginocchio, muore in ginocchio; che nessuno può essere ucciso più facilmente di uno schiavo. Noi viventi dobbiamo imparare che non si può nemmeno vivere in ginocchio, che non si diventa immortali se si corre dietro alla vita, e che, se non si vuole più morire per nulla, si muore nonostante non si sia fatto nulla.»
H.A., 1942
Oggi tutt@ sotto il carcere di Civitavecchia!!!
PRESIDIO SOTTO IL CARCERE DI CIVITAVECCHIA
Sono stati confermati gli arresti per i compagni dell’8 marzo, presi
lunedì scorso.
Sono stati conformati sulla base di un’ interpretazione dei fatti poco
chiara, che per nulla ha rispettato gli interrogatori effettuati dai
compagni tra giovedì e venerdì.
Anzi è come se gli stessi, non fossero mai stati ascoltati.
E’ intervenuto invece, un ambizioso giro di pensieri da parte della Pm,
teso a reggere ancora per un po’, un castello di bugie e di menzogne
montato dalla stampa e dai politici, così ad esempio l’estorsione di
denaro è valida perché tra noi non vi era un contabile che amministrasse
i soldi, e, diviene determinante la stazza fisica non troppo robusta di
Esais, l’eritreo la cui strumentalizzazione è servita a far partire
tutto
ciò, perchè le ha permesso di scagionarlo dagli atti di violenza
commessi nei confronti degli occupanti.
Un ambizioso giro di pensieri dunque tengono ancora in carcere i nostri
compagni, un ambizioso giro di pensieri che non solo vuole processare la
lotta di classe ma vuole anche renderla un atto criminale e peccaminoso
nell’intento di far passare la volontà e la determinazione a combattere
il giogo degli affitti, come qualcosa che invece puzza di truffa e
ladrocinio.
E’ chiara anche la volontà politica di voler creare il caso, affinchè
la paura che attacchi simili possano diventare di quotidiana
amministrazione per la Procura di questo paese, serva a bloccare nuove
occupazioni sul nascere, o peggio ancora a indebolire quelle già
esistenti.
Un attacco politico, un uso improprio della magistratura, una
strumentalizzazione della stampa.
Questa la vicenda 8 marzo, che sta
privando della propria libertà 5 persone.
Le compagne e i compagni, la gente di Magliana, e tutte le persone che
stanno vivendo con indignazione quanto accaduto, indicono per venerdì
pomeriggio un presidio sotto il carcere di Civitavecchia, dove attualmente
è reclusa Francesca.
LIBERE TUTTE, LIBERE SUBITO
APPUNTAMENTO VENERDI’ 25 settembre:
@ ORE 13 DAVANTI LA EX SCUOLA 8 MARZO Via
dell’Impruneta 54 (Venire muniti di macchina)
@ ORE 14:30 sotto il carcere di Civitavecchia
Casa di Reclusione di Civitavecchia
Sezione femminile
V. Aurelia KM 79600

Ogni tanto buone nuove: il boia Laudi e il suo infarto
Ve lo ricordate il PM LAUDI?
Quello che ha costruito la sua carriera sulla pelle di Sole e Baleno, quello che montò l’inchiesta da capo a coda, nel non troppo lontano 1998?
Loro furono trovati agonizzanti in due diverse celle torinesi, mentre l’unico superstite si è beccato 6 anni e 10 mesi, Silvano Pellissero.
La grande montatura sui primi movimenti nelle valli a nord di Torino con i treni ad Alta Velocità è iniziata con due cadaveri di anarchici appesi…anarchici tanto, gente che piangono in pochi secondo loro.
Oggi il “caro” boia LAUDI è stato stroncato da un infarto: come si soleva dire “grande gioia tra il proletariato in lotta”!

Un link dell’ultimo anniversario: QUI
A nosotros nos quieren muertos
porque somos sus enemigos
y no les servimos para nada
porque no somos sus esclavos
Ci vogliono morti
perché siamo i loro nemici
e non sanno che farsene di noi
perché non siamo i loro schiavi
Soledad
I feriti della rivolta di Gradisca
Ancora un po’ di immagini che testimoniano dei pestaggi nel Cie di Gradisca d’Isonzo di lunedì mattina. Tra i feriti c’è chi ha avuto 60 punti di sutura, e in tanti denunciano la complicità del personale medico del Centro con la polizia. Ma non solo: i reclusi denunciano anche la sparizione di denaro e di altri oggetti (in particolar modo lettori mp3) durante la perquisizione che ha preceduto il massacro. La polizia sta cercando di insabbiare la vicenda, ricatta i feriti per evitare che questi denuncino i poliziotti e, per spezzare la resistenza, questa mattina ha trasferito una dozzina di prigionieri a Milano, in via Corelli. Come potete sentire dalla diretta che pubblichiamo qui sotto, però, la voglia di farsi sentire, dentro, è ancora alta. Sta a noi aiutarli.
Ascolta la diretta con un recluso di Gradisca d’Isonzo:
http://www.autistici.org/macerie/?p=19923
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Sciopero della fame e della sete a Ponte Galeria
macerie @ Settembre 23, 2009

























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