Archivio

Posts Tagged ‘ANNI ’70 / MEMORIA’

La Storia è la scienza dell’infelicità

4 marzo 2009 2 commenti

VALERIO VERBANO: UN’IDEA NON MUORE

21 febbraio 2009 3 commenti

22 FEBBRAIO 1980
E SEMBRA IERI, ANCHE SE IO NON C’ERO, ANCHE SE NON ERO ANCORA AL MONDO.volanterossa1
LA TUA MORTE MI VIVE DENTRO DA SEMPRE, SONO CRESCIUTA CON IL TUO VISO TATUATO NELLO SGUARDO,
SONO CRESCIUTA PORTANDOTI IN OGNI PIAZZA, URLANDOTI IN OGNI SLOGAN,
CORDONATA A TE IN OGNI SCIOPERO, IN OGNI CAMPO PROFUGHI, IN OGNI MANGANELLATA PRESO E IN OGNI PIETRA SCAGLIATA.
A TE, GIOVANISSIMO MILITANTE CON LE IDEE PIU’ CHE CHIARE…
A TE, UCCISO NEL PIU’ BARBARO DEI MODI.

A TE, COMUNISTA ANTIFASCISTA RIVOLUZIONARIO.valerio
VALERIO VIVE IN OGNI LOTTA, IN OGNI SORRISO, IN OGNI LIBERTARIO, IN OGNI “SPIRTO GUERRIER” CHE ALZA LA TESTA, CHE LOTTA PER LA LIBERTA’, CHE RIFIUTA QUESTO PRESENTE REAZIONARIO, RAZZISTA E FASCISTA.
valerio.mp3

APPUNTAMENTO QUESTO POMERIGGIO, COME OGNI ANNO, IN VIA MONTEBIANCO (SOTTO CASA DI VALERIO) PER IL CORTEO ANTIFASCISTA IN MEMORIA DI VALERIO.
PER SEGUIRE LA DIRETTA RADIO, ASCOLTATE ONDA ROSSA IN STREAMING O SUGLI 87,900 FM

PAGHERETE CARO PAGHERETE TUTTO

21 febbraio. A Wilma Monaco

21 febbraio 2009 5 commenti

Wilma Monaco è nata a Roma il 28 ottobre 1958.
Si diploma nel luglio 1976 in lingue e milita prima nei movimenti, poi nel Movimento Proletario di Resistenza Offensivo e poi nelle Brigate Rosse – Unione dei Comunisti Combattenti.
Wilma, nome di battaglia “Roberta, viene assassinata dalla polizia a Roma, il 21 febbraio 1986, nel corso di un’ azione contro Da Empoli (consigliere economico della Presidenza del Consiglio del Governo Craxi)

Testimonianza al Progetto Memoria  [Ed. Sensibili alle Foglie]   – Gianni Pelosi, Roma 1993-

“Wilma nasce a Roma nel quartiere Testaccio da una modesta famiglia. Si diploma in lingue ed è nella scuola che inizia il suo approccio alla politica. Appena diplomata resta in attesa di una collocazione e frequentando i luoghi del quartiere riesce a ricollocare il suo interesse politico. In quel periodo (’77-’78) a Roma erano proliferate decine di piccole organizzazioni che si erano riunite sotto la sigla del MPRO (Movimento Proletario di Resistenza Offensivo), coordinando iniziative su temi specifici come il problema della casa e del lavoro.
Wilma si inserisce in uno di questi nuclei sviluppando appieno il suo lavoro di militante. Partecipa così alle varie iniziative che, essendo di un certo valore, permettono al gruppo di entrare subito in contatto con le BR, con le quali l’organizzazione cui appartiene mantiene un rapporto critico. Nel giro di un anno il MPRO scompare e la stessa sorte tocca alle organizzazioni che lo avevano formato.
Le BR, sfruttando a loro favore il disgregamento di questa realtà organizzata, raccolgono i singoli e i gruppetti attraverso la proposta della costruzione dei Nuclei Clandestini di Resistenza. Lei diventa militante di uno di questi nuclei e nello stesso periodo si inserisce maggiormente in realtà di lotta ed emarginazione non più nel suo quartiere originario, ma nel quartiere dove si è trasferita.
Quando nell’82 l’Organizzazione subisce la poderosa ondata di arresti determinata dal fenomeno del pentitismo, si svilupperà un dibattito sul futuro dell’iniziativa armata che investirà tutto il Movimento Rivoluzionario.
A Roma, fuori dall’Organizzazione, il dibattito si svilupperà in un Coordinamento nel quale confluiranno tutte le organizzazioni o i singoli presenti nell’area romana, legato al percorso della lotta armata. Wilma partecipa attivamente a tale dibattito che in realtà non arriverà mai ad una conclusione determinata e non produrrà passaggi politici rilevanti; darà luogo invece ad un’ulteriore dispersione della quale Wilma stessa sentirà il peso.
La maggior parte dei partecipanti a questo Coordinamento si riverserà in varie istanze di lotta e così farà anche lei. Parteciperà alle lotte del Movimento Pacifista, alle lotte contro l’istallazione dei missili Nato a Comiso. Nello stesso lasso di tempo partecipa alle lotte dei disoccupati riuniti nelle Liste di Lotta alle quali lei stessa si iscriverà. E’ questo un periodo di evidente sbandamento politico dove è difficile per tutti ritrovare dei punti di riferimento e spesso si oscillerà tra la voglia di partecipare alle lotte di massa e il tentativo  di riprodurre il percorso armato.
Anche lei subirà questa  estenuante tensione tanto che si avvicinerà, alla fine dell’83, ad un piccolissimo gruppetto di fuoriusciti dall’Organizzazione provenienti dalla Brigata Tiburtina. Questi praticano un intervento nelle situazioni di movimento e nello stesso tempo parlano di lotta armata, non riproducendo  in realtà nessun percorso di quel tipo, passato o nuovo che sia, pur contando latitanti (in realtà uno solo) tra loro. E’ proprio a causa di quella situazione ambigua che nel loro gruppo si produce un delatore il quale, denunciandoli, produce l’arresto del latitante e la latitanza degli altri componenti del gruppo, tra cui la stessa Wilma.
Attraverso il periodo di latitanza entra in contato con la nuova formazione costituitasi alla fine dell’85 denominata UdCC con la quale porterà a termine l’iniziativa che aveva come obiettivo la gambizzazione di Antonio Da Empoli, nella quale cade mortalmente.”

In Memoria di Wilma

Ai confini
Della mia pelle
riparo
i tuoi occhi
sorella
dal gelo
di quel mattino.
_Geraldina Colotti_ 

Ancora con l’Italia delle Torture. Questa vola su militante arrestato il 31 agosto ’79, a seguito di un esproprio attribuito a Prima Linea

16 febbraio 2009 26 commenti

ADRIANO ROCCAZZELLA, DENUNCIA ALL’UFFICIO ISTRUZIONE DEL TRIBUNALE DI IVREA, G.I. ANTONIO TISEO, 24 GENNAIO 1980

“Quando fui arrestato nella zona di Alba Adriatica fui malmenato con i calci dei mitra, oltre a calci e pugni con le mani e con i piedi e insieme con me fu malmenata anche l’altra persona che fu arrestata contemporaneamente a me; Cesaroni fernando, il quale fu trattato nella stessa maniera. Fummo catturati contemporaneamente  da CC e agenti della PS che, ho saputo dopo, provenivano dalla caserma di Nereto e dalla questura di Ascoli Piceno.
Durante il trasporto dal luogo di cattura fino alla caserma di Nereto, alcuni CC, attaccando i caricatori dei mitra, pieni di pallottole, mentre io ero costretto con le mani legate in modo molto stretto, mi colpivano con i caricatori contro il gomito del braccio destro, ed anche in testa. Riportai là delle lesioni sia al gomito, che divenne blu e mi doleva, tanto che non riuscivo a piegarlo, sia alla testa, dove il medico, intervenuto successivamente, rilevò dei tagli al cuoio capelluto.rcellecarcere
Fummo condotti nella caserma di Nereto e nel corridoio della stessa passammo attraverso due ali di militari, che impugnavano mitra ed armi di ordinanza, anzi, preciso, fummo trascinati per le manette, che erano del modello a dentiera e che erano tanto tese da non permettere la circolazione del sangue ai polsi. Condottici in una stanza, volevano sapere le nostre vere identità in quanto noi eravamo forniti di documenti falsi e cominciarono a strapparci di dosso i vestiti con colpi di lamette.
A questo punto ci separarono di modo che ognuno di noi fu messo in una stanza. A questo punto io avevo già dato le mie vere generalità ed avevo dichiarato di appartenere ad un’organizzazione comunista. Nonostante ciò continuavano a malmenarmi per circa mezz’ora con calci dei mitra, colpendomi specialmente alla testa e sul naso. Dopo questo pestaggio ebbi un dolore costale, per cui penso che una costola dell’alto sinistro del torace fosse incrinata. […]
Dopo circa 2 ore che mi trovavo in quella stanza, durante le quali ogni tanto entrava qualche CC e mi appioppava calci e sberle, vennero due uomini in borghese che cominciarono ad interrogarmi, anzi preciso che uno dei due mi faceva delle domande, mentre l’altro mi colpiva con un pugno di ferro alla tempia, all’attaccatura della mandibola e alla nuca. […]
Nell’intervallo tra il pestaggio di cui ho parlato e le soste dovute al fatto che i due si recavano dal mio coimputato, venne nella stanza un carabiniere che indossava un blue-jeans ed una canottiera di lana, con un accento che mi sembrò meridionale, il quale, in un primo momento fece la parte del buono, promettendo che se avessi parlato egli si sarebbe adoperato per evitarmi ulteriori pestaggi.
gal_4809Dopo 10-15 minuti costui perse la pazienza e, tirata fuori la cinghia dei pantaloni, prima minacciò di impiccarmi poi iniziò a colpirmi sulle spalle con la cinghia piegata in due, mentre io avevo tutto ciò che indossavo ridotto a brandelli. Ogni tanto entrava qualche militare e mi colpiva con calci ai testicoli nudi, mentre mi tenevano le gambe aperte, perchè non potessi ripararmi. […]
Poco prima dell’interrogatorio del giudice, probabilmente un sostituto procuratore, venne a visitarmi un medico, dopo che i CC avevano ripulito il mio corpo dalle tracce di sangue, che tuttavia, rimasero sui brandelli di vestito che avevo addosso. […] Agli atti istruttori esiste un certificato di quel medico che attesta abrasioni da me riportate al volto oltre cha tagli alla testa e una sospetta frattura del gomito destro. Il medico mi medicò sommariamente con un cerotto sul naso disinfettandomi un po’ i vari tagli da me sofferti. Prima che fossi introdotto davanti al giudice, mi misero in una stanza di fronte a quella dove si trovava il magistrato, insieme al mio coimputato, dove ogni tanto veniva l’uomo con il pugno di ferro e ci colpiva alla nuca con il medesimo. In quella stanza c’erano 6-7 militari ed un po’ tutti ci minacciarono di non riferire le percosse al giudice , perchè in caso contrario ci avrebbero eliminati. […]
Dopo mi portarono in una stanza dove mi presero le impronte digitali, dove per la prima volta da quando ero stato di fronte al giudice, davanti al quale avevano tolto le manette, mi tolsero le manette per prendere le impronte, dopo che mi costrinsero a firmare con la forza sul foglio sul quale erano le mie impronte. A questo punto, siccome non ero in grado di camminare da solo, fui trascinato da due uomini a lavarmi le mani e nel corridoio incontrai un altro ufficiale dei CC che mi sembrò un generale e che poi ho saputo essere venuto da Napoli. […]
Dopo che mi lavai le mani mi portarono in una stanza dove mi legarono con uno spago i testicoli e cominciarono a tirare. Successivamente seppi dal Cesaroni che gli avevano legato i testicoli mentre era sulla punta dei piedi e lo spago era attaccato agli infissi delle finestre, in modo che se egli avesse appoggiato i talloni per terra, si sarebbe strappato i testicoli.
Seppi anche da lui che gli avevano stretto i testicoli tra due sbarrette di legno, glieli avevano tagliati con le lamette e precedentemente avevano messo del sale grosso da cucina e dell’aceto sui tagli relativi alle ferite riportate dallo stesso in seguito ai pestaggi e poi avevano strofinato sia il sale che l’aceto sulle ferite ed infine gli avevano bruciato le piante dei piedi con un mozzicone di sigaretta.”

Tratto da “Le Torture Affiorate”. Edizioni Sensibili alle Foglie

I LINK SULLA TORTURA
breve cronologia ragionata e testimonianza di Ennio di Rocco, B.R.
Testimonianze di Emanuela Frascella e Paola Maturi, B.R.
Testimonianza Di Sisinnio Bitti, P.A.C.
Arresto del giornalista Buffa
Testimonianza di Adriano Roccazzella, P.L.
Le donne dei prigionieri, una storia rimossa
Il pene della Repubblica
Ma chi è il professor “De Tormentis”?
Atto I: le torture del 1978 al tipografo delle BR
De Tormentis: il suo nome è ormai il segreto di Pulcinella
Enrico Triaca, il tipografo, scrive al suo torturatore
Le torture su Alberto Buonoconto
La sentenza esistente
Le torture su Sandro Padula
Intervista a Pier Vittorio Buffa
Enrico Triaca: così mi ha torturato De Tormentis

Un saluto a Stefano Chiarini

3 febbraio 2009 2 commenti

Sono due anni che c’hai lasciato ed è ancora dura “perdonartela”.
Perchè era necessario il tuo coraggio, la tua penna, il tuo sorriso sornione e allo stesso tempo capace di essere sempre in prima linea, presente in ogni vicolo sporco dei campi profughi del medioriente e soprattutto del tuo amato Libanostefano_libano-2006
Per ricordarti non scelgo parole tue, ma il breve saluto che ti scrisse il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina.
Per ricordarti non c’è modo migliore che portare avanti il ricordo, la testimonianza, la memoria e la lotta.
L’ultima volta che i nostri sorrisi si sono incontrati c’erano i campi a farci da panorama, i bambini a circondarci, lo zaater ad insaporire le nostre colazioni
Ciao Stefano…..PALESTINA LIBERA

Alla famiglia di Stefano Chiarini 
Ai suoi amici e compagni 
Ai membri del Comitato (Per non dimenticare Sabra e Chatila)
 

Vogliamo essere vicini a Voi e vicino a Stefano che ha vissuto nelle viuzze dei campi profughi palestinesi e nel campo di Chatila e per tutta la dimensione della causa palestinese. 
Stefano non era un testimone ma ha messo la penna di fronte ai proiettili, contro la morte e per tenere viva la memoria dei nostri caduti contro il dimenticatoio ed il silenzio. 
Abbiamo conosciuto Stefano che è stato sempre vicino a noi, nei momenti di grande paura anche di disperazione ma soprattutto nella nostra lunga attesa di incontrare un sogno in comune che è la libertà. Stefano è un italiano con un cuore palestinese, ha combattuto sul fronte della memoria 6624per non dimenticare il genocidio, la patria e la resistenza. 
Alla sua famiglia vogliamo dire che Stefano ha voluto appartenere ad una grande famiglia che è l’umanità ed ha avuto un’identità che è la coscienza che non muore mai e noi saremo la continuazione dello spirito col quale lavorava Stefano, per non dimenticare chi non ha dimenticato i nostri caduti. 
Stefano,tu rimarrai vivo nella nostra memoria per sempre. 
Permettici si salutarti come facciamo con tutti i nostri cari avvolgendoti con una kefia che per noi è il simbolo di orgoglio e dignità per tutti gli uomini come te che hanno lottato per un’umanità libera e giusta. 
Tu hai sempre avuto un grande cuore, hai voluto abbandonarci presto, soprattutto in un momento in cui abbiamo molto bisogno di te perché la nostra strada è lunga. Sarai sempre con noi il 17 settembre di ogni anno, diremo a tutti che tu sei presente, che tu sei un fiore nel cuore di tutti i palestinesi. 
Stefano ci hai insegnato una lezione che non dimenticheremo e che trasmetteremo alle future generazioni: quando i cuori sono grandi come il tuo, scompaiono le frontiere e si costruiscono i ponti per mano di uomini semplici come te perché in fondo noi siamo fatti di valori e posizioni coraggiose come le tue. 
Ti salutiamo e ti promettiamo di continuare sulla tua strada per sconfiggere i nemici dell’umanità e per realizzare la nostra libertà. 

A te la gloria e alla nostra causa la vittoria. 

                                                                                                                    04 febbraio 2007 – Beirut
Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina 

I figli dei campi profughi nel Libano 

IN ITALIA LA TORTURA ESISTEVA ED ESISTE!

31 gennaio 2009 22 commenti

L’Italia ferma agli anni di piombo? «A me risulta che negli anni ’70 il governo brasiliano torturava e uccideva. Non mi risulta che quei personaggi abbiano poi scontato tutta o una parte della loro responsabilità politica e morale. Però capisco che uno fosse, a quell’epoca, all’opposizione e possa avere un cortocircuito». Giovanni Bachelet, deputato Pd e figlio di Vittorio, ucciso dalle Brigate Rosse nel 1980 all’Università La Sapienza, parla in un’intervista al ‘Messaggerò del caso Battisti. Per Bachelet immaginare che il governo italiano degli anni ’70 fosse come quello brasiliano «è un fatto di ignoranza». Bisogna spiegare al Brasile che «la maggioranza dei terroristi italiani non solo sono stati identificati, processati, condannati, ma addirittura hanno già concluso la loro pena». «Se il guardasigilli brasiliano parlasse con ex terroristi -continua Bachelet- scoprirebbe che hanno finito di scontare la loro pena e spesso sono impegnati in opere buone». In Italia, sottolinea ancora, «non siamo stati nè il Sudafrica, nè il Brasile degli squadroni della morte. Ci fu una volontà di non piegarsi ad una logica di guerra civile, che ci fece affrontare in modo democratico e costituzionale questa emergenza»

UN PAESE SENZA VERGOGNA: RILASCIARE SIMILI DICHIARAZIONI VUOL DIRE NEGARE LA REALTA’ DI QUELLA CHE E’ STATA LA REPRESSIONE NEL VENTENNIO CALDO DEL SECOLO SCORSO, VUOL DIRE NEGARE L’ARTICOLO 90, VUOL DIRE FAR FINTA CHE TUTTI I CASI DI TORTURA SUI MILITANTI DELLE BRIGATE ROSSE NON CI SIANO MAI STATI. 

allora, ci vorrà tempo per passare allo scanner e ribattere tutto il materiale che ho, quindi ve ne pubblichero’ un pezzetto alla volta.
Una parte di testimonianze è nelle vecchie pagine di questo blog e vi rimetto il link

torture_vignetta

12 Gennaio 1982: Gli avvocati Edoardo di Giovanni e Giovanna Lombardi, nel corso di una conferenza stampa, denunciano le torture cui sono stati sottoposti due loro assistiti: Stefano Petrella e Ennio Di Rocco.

22 Gennaio 1982: Durante una caccia all’uomo nella zona di Tuscania, viene catturato Gianfranco Fornoni. La sua denuncua sulle torture subite troverà spazio solo su Lotta Continua e Il Manifesto. Intanto proseguono gli arresti di massa; nel mese di marzo il sottosegretario agli Interni Francesco Spinelli dichiarerà  che in circa 2 mesi sono state arrestate 385 persone, con l’accusa di banda armata. Lo stesso Spinelli, riferendosi alle denuncie di tortura, con cinica arroganza afferma: “Non mi risulta che sia mai morto nessuno. Diciamo che nei confronti degli arrestati ci sono stati trattamenti piuttosto duri, ma sono cose che capitano in tutte le polizie del mondo.

Marzo 1982: Amnesty International dichiara di aver raccolto in 3 mesi una “mole impressionante” di denunce di torture in Italia. “…Tra le nostre fonti non ci sono solo le dichiarazioni delle vittime. Esistono anche lettere di agenti di polizia che lamentano la frequenza con cui la tortura verrebbe applicata a persone arrestate per terrorismo (Espresso 21-3-82)

29 Marzo 1982: Luca Villoresi, giornalista di Repubblica viene arrestato per reticenza. Aveva pubblicato un articolo, il 18 marzo, in cui venivano riportate le testimonianze anonime di due agenti che avevano visto torturare una ragazza. Questo racconto coincideva con quello di Alberta Biliato, che ha denunciato di essere stata torturata nella sede del III distretto di polizia di Mestre. Il giornalista viene scarcerato dopo due giorni.

DI MATERIALE CE NE STA ANCHE TROPPO…vi metto l’inizio dellatorture_ritagli
Sentenza di rinvio a giudizio per 7 agenti del 17 marzo 1983:
1) Genova Salvatore
2) Amore Danilo
3) Di Janni Carmelo
4) Laurenzi Fabio
5) Aralla Giancarlo
6)D’Onofrio Nicandro
7) Carabalona Massimo
8 ) Ignoti
IMPUTATI:
A) del reato di cui agli art. 110, 112 nn.1 e 2, 605/1° e 2° C.P. e 61 n. C.P. per aver illecitamente privato Di Lenardo Cesare della libertà personale, perchè in concorso fra loro prelevavano il Di Lenardo dai locali dell’ispettorato di zona del 2° Reparto Celere, dove era legittimamente detenuto in seguito all’arresto avvenuto il 28/02/82, sottraendolo a coloro che erano investiti della custodia, lo caricavano con mani e piedi legati e con gli occhi bendati nel bagagliaio di un’autovettura e lo trasportavano in una località sconosciuta, dove il Di Lenardo veniva fatto scendere e sottoposto alle percosse e minacce descritte nel capo seguente; indi lo trasportavano nuovamente  (sempre nel bagagliaio) nell’area 2° del Reparto Celere e lo conducevano in un sotterraneo, nel quale il Di Lenardo era sottoposto alle percosse e alla violenza descritte nel capo seguente, al termine delle quali veniva riportato nei locali di legittima detenzione; con le aggravanti di aver commesso il fatto abusando dei poteri inerenti alle funzioni di pubblico ufficiale proprie di ciascuno, in numero non inferiore a 5 persone ed al fine di commettere il reato di cui al capo seguente; per Genova inoltre di aver promosso e organizzato la cooperazione nel reato, nonchè di aver diretto l’attività delle persone che vi sono concorse; in Padova tra le 21 e le 24 del 31.03.1982
B) del reato di cui agli art. 56, 81 cpv., 110, 112 nn.1 e 2, 605/1° e 2° C.P in relazione all’art. 339 C.P., per aver in concorso tra loro e con altri con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso mediante violenza, consistita in percosse in diverse parti del corpo, e minaccia, consistita nell’esplosione di un colpo d’arma da fuoco e successivamente mediante violenza, consistita nel legarlo su di un tavolo, sul quale era stato steso, facendo inghiottire del sale grosso, di cui gli era stata riempita la bocca,e , permanendo lo stato di costrizione sul tavolo, venendogli inoltre impedito di respirare con il naso, facendogli ingoiare una grande quantità d’acqua che veniva continuamente versata nella sua bocca, compiuti atti idonei in modo univoco a costringere Di Lenardo Cesare a rendere dichiarazioni sui reati da lui commessi, senza però che tale evento si verificasse; con le aggravanti di aver commesso il fatto in più persone riunite, con abuso dei poteri e violazione dei doveri inerenti alla pubblica funzione da ciascuno svolta; per Genova, inoltre, di aver promosso e organizzato la cooperazione di più persone nel reato;
C) del reato di cui agli art. 110, 61 n.9, 112 nn. 1 e 2, 582 C.P per aver in concorso tra loro e con altri, volontariamente cagionato a Di Lenardo Cesare, mediante le percosse e la violenza descritte al capo B, lesioni personali in diverse parti del corpo e in particolare all’orecchio sinistro; con le aggravanti di aver commesso il fatto  con abuso dei poteri e violazione dei doveri inerenti alla pubblica funzione da ciascuno svolta, in numero non inferiore a 5 persone; per Genova, inoltre, di aver promosso e organizzato la cooperazione di più persone nel reato;
Amore, Di Janni e Laurenzi:
D) del reato di cui agli art. 110, 81 cpv, 61 n.9, 56 e 610 1°e 2° con. C.P. in relazione all’art. 339, per aver in concorso tra loro e con altre persone non identificate, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, con violenza consistita in percosse, nonchè nella provocazione di ustioni alle mani e in altre parti del corpo, nonché una serie di ferite provocate al polpaccio della gamba sinistra con strumenti taglienti od acuminati e nella somministrazione di scariche elettriche, mediante applicazione di strumenti idonei agli organi genitali e nella zona addominale, posti in essere atti idonei diretti in modo non equivoco a costringere Di Lenardo Cesare a rendere dichiarazioni sui reati da lui commessi nonchè sulla struttura ed organizzazione della banda armata di cui faceva parte; con le aggravanti di aver commesso il fatto in più persone riunite e con abuso dei poteri e violazione dei doveri inerenti alle qualità di pubblico ufficiale;
E) del reato di cui agli art. 110, 81 cpv., 61 n.9, 582 e 585 C.P. per avere con le modalità indicate nel capo precedente cagionato a Di Lenardo Cesare lesioni personali guarite in 20 giorni: con le aggravanti di aver commesso il fatto con abuso dei poteri e violazione dei doveri inerenti alla qualità di pubblico ufficiale;
Amore inoltre:
F) del reato di cui agli art. 110, 610/1° e 2° co. in relazione all’art. 339, 61 n.9 C.P., perchè in concorso con altre persone non identificate, mediante violenza, consistita in percosse in diverse parti del corpo e minaccia, consistita nel preannunciarle ulteriori e più gravi atti di violenza, costretto Libera Emilia a rendere dichiarazioni sui reati da lei commessi; con le aggravanti di aver commesso il fatto in più persone riunite e con abuso dei poteri e violazione dei doveri inerenti alla qualità di pubblico ufficiale
Ignoti:
G) del reato di cui agli art. 81 cpv., 61 n.9 e 610/1° e 2° co. C.P. in relazione all’art. 339, per avere, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, mediante violenza consistita in percosse in diverse parti del corpo, e mediante  minaccia consistita nel preannunciare nuovi e più gravi atti di violenza, costretto Savasta Antonio, Libera Emilia, Frascella Emanuela, Ciucci Giovanni a rendere dichiarazioni sui reati da loro commessi;  con le aggravanti di aver commesso il fatto in più persone riunite e con abuso dei poteri e violazione dei doveri inerenti alla qualità di pubblico ufficiale

………………………. potrei andare avanti per giorni!mini_torture_affiorate

ENNIO DI ROCCO, PROCESSO VERBALE, ROMA 11 GENNAIO 1982 [Interrogatorio avanti al P.M. Domeni Sica]

“La sera del mio arresto venni condotto prima al 1° Distretto di polizia ove ricevetti, nella cella, calci e schiaffi. Poi sono stato spostato alla caserma di Castro Pretorio. Dopo circa un’ora sono arrivati tre incappucciati che hanno incappucciato anche me, mi hanno caricato su un furgone e mi hanno condotto in un luogo che non so riconoscere perchè incappucciato, ma che ritengo essere una casa. In questo luogo per la notte e il giorno successivo (per quel che ho potuto capire) sono stato – a rotazione di squadrette di 3 o 4 persone- picchiato con calci, pugni e bastonate ed in pratica in ogni modo, con le manette strette ai polsi di dietro che venivano torte. Mi è stata poi praticata una puntura al braccio destro. Poi sono stato fatto sdraiare su di un letto e coperto con due coperte, chiaramente al fine di farmi sudare. Per un periodo di tempo che non so dire, dopo che avevo subito la puntura, si sono alternate domande suadenti e botte. Non credo di avere detto nulla sotto questo trattamento.
Il giorno dopo c’è stata una nuova rotazione di percosse, sino a che non è arrivata una squadretta che ha continuato a battermi con i bastoni sulla pianta e sul dorso dei piedi e sulle caviglie; preciso che in tutto questo tempo ero legato con mani e piedi ad un letto. Sono stato picchiato anche sulle ginocchia, sul petto ed in testa. In tutto questo periodo sentivo le urla dell’altro compagno, che ritengo fosse Stefano Petrella, che però ovviamente non vedevo.
Può darsi che io dimentichi qualche altro particolare di questi tre giorni. Incappucciato e dentro a un furgone sono stato spostato in un altro edificio; dopo un viaggio di 45 minuti. Nel nuovo luogo di detenzione sono stato costretto a bere tre bottiglie di Caffè Borghetti, così mi dicevano. Mi sono addormentato e nel sonno mi facevano delle domande in relazione a cose che volevano sapere e alle quali ritengo, bene o male, di essere riuscito a non rispondere.
Può darsi che poi io abbia avuto delle allucinazioni, perchè sognavo di gridare e poi mi sono svegliato dopo essermi orinato addosso. Allora qualcuno si è avvicinato. Dopo un intervallo abbastanza lungo, durante il quale  non mi è stato fatto niente, mi hanno fatto  mangiare.
Subito dopo sono stato prelevato dal letto e portato in una cucina (che ho potuto intravedere attraverso le bende agli occhi). Sono stato disteso lungo su un tavolo, mi è stato tolto il maglione e la camicia e messo con mezzo busto fuori dal tavolo. Ero a pancia all’aria e avevo le mani e i piedi legati alle gambe del tavolo. Una persona mi torceva gli alluci; altri due mi tenevano gambe e braccia; un altro mi teneva il naso chiuso e mi reggeva la testa. Qualcun altro mi mandava acqua e sale nella bocca, non facendomi respirare e tentando di soffocarmi. Non so quanto tempo ciò sia durato; ad un certo momento finì l’acqua salata e cominciò quella semplice. Ho tentato di uccidermi trattenendo il respiro ma non ci sono riuscito”

I LINK SULLA TORTURA
breve cronologia ragionata e testimonianza di Ennio di Rocco, B.R.
Testimonianze di Emanuela Frascella e Paola Maturi, B.R.
Testimonianza Di Sisinnio Bitti, P.A.C.
Arresto del giornalista Buffa
Testimonianza di Adriano Roccazzella, P.L.
Le donne dei prigionieri, una storia rimossa
Il pene della Repubblica
Ma chi è il professor “De Tormentis”?
Atto I: le torture del 1978 al tipografo delle BR
De Tormentis: il suo nome è ormai il segreto di Pulcinella
Enrico Triaca, il tipografo, scrive al suo torturatore
Le torture su Alberto Buonoconto
La sentenza esistente
Le torture su Sandro Padula
Intervista a Pier Vittorio Buffa
Enrico Triaca: così mi ha torturato De Tormentis

Uno scritto del ’77, per ricordare Marco Melotti

16 dicembre 2008 1 commento

Riappropriazione, contrattazione, sabotaggio

… a me sembra che dunque si tratta di sviluppare al massimo la lotta per i bisogni di classe, intendendo ciò, come affermazione di insubordinazione cosciente dello sviluppo capitalistico. Avere la capacità di garantire una buona sopravvivenza e far saltare l’assetto del comando capitalistico al di fuori degli schemi produttivi della borghesia, ma al tempo stesso sviluppare al massimo la battaglia politica interna al movimento, perché i comportamenti sociali conflittuali non si riducano ad una pura e semplice lotta per la sopravvivenza in quanto tale, che non vive ne si proietta all’interno di un progetto di organizzazione rivoluzionaria.

Funerali di Mario Lupo

Funerali di Mario Lupo

Continuare dunque a scegliere la pratica degli obiettivi estesa, di massa o d’avanguardia, purché inserita nel progetto, in ogni caso autodifesa ai livelli necessari, perché questo è il terreno privilegiato dello sviluppo della coscienza proletaria. Anche se ciò non può esaurire quella che è la metodologia e lo stile di lavoro dell’Autonomia Operaia organizzata.
Quando i padroni puntano apertamente, fra l’altro, ad una operazione su vasta scala di disarticolazione e scorporo della produzione, chiaro è il pericolo costituito dal radicarsi in settori sociali naturalmente antagonisti di una accettazione della marginalizzazione come condizione produttiva di vita. D’altra parte l’allargamento della sfera dei bisogni è un’istanza classica delle società capitalisticamente mature, riconducibile all’interno di processi di ristrutturazione che non può essere contrabbandata invece come comportamento conflittuale.
Abbiamo detto che la riappropriazione e la pratica degli obiettivi costituisce il momento trainante e qualificante delle scelte metodologiche dell’autonomia, ma abbiamo detto anche che nella fase attuale il metodo di intervento non esclude altre forme per la realizzazione del programma che da una parte comprendono la contrattazione stessa e dall’altra il sabotaggio, mentre il metodo costante dell’autonomia operaia si qualifica come ratifica, riappropriazione dei bisogni, autodecisione.
La contrattazione in quanto metodo proprio delle organizzazioni storiche del Movimento Operaio (metodo di per se gradualistico e riduttivo della capacità di lotta del proletariato), può assumere una sua validità solo se usato compatibilmente con una presenza diffusa dell’autonomia operaia e quindi come rafforzamento della sua egemonia nei confronti del revisionismo.

 

Dicembre 77

una vecchia intervista a Franca Salerno

4 dicembre 2008 32 commenti

“Sono stata arrestata ed ero incinta, ma mi hanno picchiata
Franca Salerno, Arrestata il 9 luglio 1975, condannata a quattro anni e mezzo per appartenenza ai Nap, Nuclei armati proletari, evasa insieme a Maria Pia Vianale dal carcere di Pozzuoli e riarrestata il primo luglio 1977 in piazza San Pietro in Vincoli a Roma…“In un conflitto a fuoco dove Antonio Lo Muscio è morto ammazzato”.

Antonio Lo Muscio appena giustiziato

Antonio Lo Muscio appena giustiziato

Ricordo le foto sui giornali, la tua all’ospedale… “Sì, loro ti cercano, ti pedinano e quando ti catturano ti massacrano di botte. Per quei tempi era normale. Gridavano: “Ammazziamole, facciamole fuori”. Se non ci fosse stata la gente a guardare dalle finestre sarebbe stata un’esecuzione. A Pia hanno sparato perché si era mossa. Ricordo i loro occhi, dentro c’era rabbia e eccitazione; erano fuori di sè perché eravamo donne. Averci prese, per loro, era una vittoria anche dal punto di vista maschile“.

Al processo, a quanti anni ti hanno condannata?A 18, per banda armata”.
Sapevi di essere incinta al momento dell’arresto? “Sì, avevo questo bambino in pancia e volevo salvaguardare la sua vita. Antonio era morto, Pia era stata portata via con l’autoambulanza ferita, io ero sul selciato e gridavo: “Sono incinta”, ma da ogni autocivetta uscivano uomini e picchiavano. Sino a quando è arrivato anche per me il momento di andare in ospedale”.

Cosa vuol dire fare un figlio in carcere? “Guarda che io il figlio l’ho fatto fuori, in carcere l’ho partorito.

Franca incinta al processo

Franca incinta al processo

Ma non mi sono sentita mamma da subito, all’inizio mi vergognavo. Quasi che il mio essere gravida fosse un tradimento alla rivoluzione”.

Ed è rimasto con te in carcere? “Sino ai tre anni andava e veniva, perché in carcere i bambini non stanno bene. E poi ho fatto molto carcere da sola, come a Nuoro, dove in sezione c’eravamo solo io e lui. Forse dalle lettere avevano capito che vivevo la maternità in modo confittuale e mi hanno messo alla prova”.

Come si chiama? “Antonio”.

Poi cosa è successo? “Compiuti i tre anni, i bambini in carcere non ci possono più stare. È stato un grosso dolore, ma esistevano i compagni e le compagne. E lui esisteva, esisteva come cosa viva, non solo come perdita. Poi ci sono stati le carceri speciali, i vetri divisori nella sala colloquio che per anni ci hanno impedito di toccarci, e tutte le altre difficoltà che “loro” mettevano in mezzo. Ma a me non fregava niente. Mio figlio esiste, mi dicevo, e anche se va via troverò un modo per costruirci qualcosa assieme, per crescerci assieme”.

Chi lo ha tenuto? “Mia madre, mia sorella, l’altra nonna”.

Lui ti ha mai chiesto perché stavi in carcere? “Si, aveva cinque anni e voleva dare risposte alla sua vita di bambino nato dietro le sbarre. Potevo spiegargli la rivoluzione? E poi non mi piace la retorica gloriosa. Così gli ho detto: la mamma ha rubato. Poi, piano piano, ho cercato di spiegare. Ma il racconto vero dei percorsi che mi avevano portato in carcere c’è stato quando sono uscita e lui aveva 16 anni”.

Antonio

Foto di Valentina Perniciaro _Antonio_

E dopo sedici anni di galera come si riprende a vivere fuori? “Per un anno avevo i piedi fuori e la testa da detenuta. Cercavo emozioni passate, fili, ed ero comunque e sempre sulla difensiva. Poi, un po’ alla volta, ho iniziato a misurarmi con la realtà. Col lavoro necessario, con mio figlio. Era una presenza intensa, ma io da sedici anni non ero abituata alle presenze, ad avere persone attorno, all’interesse di qualcuno su di me. Ero disabituata alla materialità degli affetti, ai corpi da toccare. Ho dovuto imparare a non vivere di continue elaborazioni del cervello, a mettere in comunicazione corpo e mente”.

E il carcere, lo hai dimenticato? “Lo sogno continuamente. E per me sognare non è una seconda vita. Per me il carcere è presente, come sono presenti i compagni e le compagne che sono ancora dentro, a scontare una pena che non ha fine. In nessun modo disposti però a barattare dignità e rispetto di se stessi in cambio di libertà. Abbiamo rincorso l’utopia di un mondo migliore e mai l’interesse personale. Non lo faremo adesso”.

È stato facile trovare lavoro? “È stato necessario. Ma tutt’altro che facile. Mi sono state fatte offerte di lavoro da qualche parlamentare in cambio di un mio intervento sul dibattito della dissociazione. Ho rifiutato e mi sono affidata alla gente del quartiere e ho trovato lavoro in un’impresa di pulizie”.

Dell’esperienza del carcere cosa rimane addosso? “Dei vizi. Dentro la borsetta metto di tutto: spazzolino, penna, fogli bianchi, insomma quello che può servire per i cambiamenti improvvisi. Le cose che una detenuta inserisce nello zaino quando c’è aria di trasferimento e sa che, quando avverrà, non le sarà concesso nemmeno il tempo di prepararsi la borsa. E quando mangio lascio sempre qualcosa nel piatto, per dopo, perché non si sa mai”.

Lascia l’amaro in bocca quest’intervista, più di quanto le parole di Franca non lo lascino già.

Perchè quel bimbo di cui si parla, Antonio, non smette di mancare ad ognuno di noi.
Perchè la storia di quella vita nata tra le sbarre di un carcere di massima sicurezza non doveva finire spezzata sul lavoro, come troppe persone ogni giorno.
Solo oggi tra la lista dei morti spunta un ragazzo di 20 anni, morto accanto al fratello, rimasto gravemente ferito….non se ne può più. QUESTA PAGINA E’ QUINDI CONTRO IL CARCERE, CONTRO LA PRESENZA DI BAMBINI DA 0 A 3 ANNI,
MA

Antonio

Foto di Valentina Perniciaro _Antonio_

ANCHE PER LA SICUREZZA SUL LAVORO, PER FERMARE LA QUOTIDIANA SEQUELA DI ASSASSINII

Il giorno in cui è morto quel 17 Gennaio del 2006, Antonio Salerno Piccinino stava lavorando e faceva una consegna straordinaria, un favore personale ad uno dei suoi dirigenti, un viaggio fino ad Ostia improvvisato probabilmente per la voglia di dimostrare affidabilità.

Antonio è morto perchè andava troppo veloce a causa dei ritmi inarrestabili e delle pressioni emotive costanti che ci vogliono disponibili, sorridenti e veloci, sempre.
Antonio era un pony express, il contratto di lavoro era scaduto a fine dicembre e formalmente, quando è morto sulla Cristoforo Colombo non gli era ancora stato rinnovato.
Antonio era in nero. Il suo lavoro era quello di corriere addetto ai ritiri presso gli ambulatori veterinari, percorreva sulle strade di Roma 130Km al giorno. 14 ritiri al giorno, 3 euro per ogni ritiro in città, 5 euro per ogni ritiro oltre il Grande Raccordo Anulare e 6 euro per ogni ritiro nella zona mare comprendente Ostia, Torvajanica e Fiumicino.
E’ Indispensabile andare veloce perché l’equazione è semplice: aumentare il numero di ritiri per aumentare la propria busta paga.
E’ così che è morto Antonio. Ma Antonio non era affatto il suo lavoro, anzi. Era un ragazzo pieno di vita e di sogni. Antonio era un ragazzo di ventinove anni consapevole dei meccanismi di sfruttamento che era costretto a subire, era un precario che lottava quotidianemente contro la precarietà del lavoro e della vita.

Spike Lee e la storia violentata

1 ottobre 2008 2 commenti

Mi piacerebbe chiedere a Spike Lee cosa pensa della guerriglia.
Come si farebbe secondo lui ad attaccare un esercito nemico, occupante?
Si stupisce, il grande storico (!), che i partigiani colpivano per poi fuggire…
Cosa avrebbero dovuto fare?Mai sentito parlare di Mordi e fuggi?
Le conosce minimamente le tecniche possibili in simili situazioni?
Che facevamo..gli schieravamo l’esercito contro? Quale?
Un film che poteva risparmiarsi..un film che avrebbe dovuto sottintendere  degli studi, non dico specifici sulla resistenza italiana, ma sulla resistenza in generale.
Sulla guerriglia, sulle lotte di liberazione che sono mandate avanti da popoli armati e non certo da eserciti che si possono permettere di scegliere campo di battaglia, durata e scopo di un attacco.
Se lo poteva risparmiare…buono l’articolo di Giorgio Bocca uscito oggi su Repubblica.

“Non bisogna” il vecchio disse, “piangere per loro”.
“Non bisogna piangere?” disse Berta.
“No figliola. Non del sangue che oggi e’ sparso”.
“Non dell’offesa? Non del dolore?”
“Se piangiamo accettiamo. Non bisogna accettare”.
“Gli uomini sono uccisi e non bisogna piangere?”
“Certo che no! Che facciamo se piangiamo? Rendiamo inutile ogni cosa che e’ stata”.
[…]
“Ma che dobbiamo fare?”
“Oh!” il vecchio rispose “Dobbiamo imparare”.
“Imparare dai morti?”
“Si capisce. Da chi si puo’ imparare se non da loro? Loro soltanto insegnano”.
“Imparare che cosa?” chiese Berta. “Cos’e’ che insegnano?”.
“Quello per cui” il vecchio disse “sono morti”.
____Elio Vittorini___

Walter Rossi. Oggi come ieri.

29 settembre 2008 3 commenti

30 SETTEMBRE 1977- 30 SETTEMBRE 2008 UN RICORDO SENZA PACE

La svolta autoritaria, necessario strumento di controllo e gestione della crisi economica, e lo stato d’emergenza permanente si concretizzano in un razzismo istituzionale ed in una militarizzazione dei territori che rimanda ai teatri di guerra internazionali. E’ una aperta ostilita’ verso qualsiasi espressione della societa’ che rivendica e agisce per una trasformazione del presente al di fuori del profitto che sfrutta e specula sulle nostre vite e sui nostri territori.
La linea di continuita’ fra tutto questo e le lame delle aggressioni squadriste che negli ultimi tempi hanno sostenuto gli ideali di una pseudocultura neofascista, e’ la volonta’ di intimidire, omologare e reprimere consentendo e legittimando chi a livello istituzionale determina tutto questo.

31 anni fa veniva assassinato Walter Rossi, antifascista militante e attivista delle lotte sociali di allora, veniva ucciso per mano dei neofascisti del MSI, di Almirante, Fini e Alemanno, con la copertura della polizia di stato. L’assassino, Cristiano Fioravanti, vive ancora oggi sotto protezione dello stato.

Questo a dimostrazione di quale fosse la connivenza tra estrema destra e apparati dello stato, che utilizzarono la manovalanza fascista nelle strategie eversive e terroristica che dalla fine degli anni ’60 hanno caratterizzato la storia di questo paese.

Come 31 anni fa, anche oggi rivediamo la stessa intenzione di insabbiare e coprire i reali responsabili della violenza squadrista oggi presenti e rappresentatati in parlamento. Tollerati da una mentalita’ dell’equidistanza e ora addirittura leggittimati da politiche che approvano le loro pratiche squadriste contro immigrati,nomadi, omosessuali, attivisti antifascisti, come strumento di controllo sociale e di prevenzione del dissenso.

Dopo un’estate di rastrellamenti verso gli immigrati e i senza fissa dimora, le aggressioni come quella avvenuta a via Ostiense alla fine dell’iniziativa in ricordo di Renato Biagetti, torniamo in piazza a ribadire la nostra opposizione ai fascisti in camicia nera e in divisa, a rivendicare la liberta di determinare le proprie esistenze.

Appuntamento martedi 30 settembre ore 17.30 P.le degli Eroi – M Cipro

GLI/LE ANTIFASCISTI/E di ROMA

Vendola e le scorie…

27 settembre 2008 Lascia un commento

“Non ci si puo’ rinchiudere – dice Vendola al Tg3 – in un fortino identitatrio, inseguendo il mito della riconnessione di tutti i frammenti e delle scorie di tutti i tipi di comunismo. Questo per la sinistra e’ il tempo di scendere in mare aperto”. Vendola sottolinea: “Siamo impegnati a trasformare la linea di Rifondazione comunista. Siamo impegnati alla nascita di una nuova grande sinistra di popolo, che sia capace di sfidare le destre, di sfidare la fabbrica delle paure. Di ricostruire un principi comunitario e collettivo di speranza”.

O MIO DIO… MA MAGARI CI SCENDETE SUL SERIO IN MARE APERTO…
LE “SCORIE” DEL COMUNISMO DETTO DA UNO SPACCIATORE DI TESSERE MI FA PROPRIO RIDERE.
CHE BELLO LEGGERE QUESTE COSE E SAPERE DI NON AVER MAI VOTATO.
CHE BELLO LEGGERE QUESTE COSE CONSAPEVOLE DI NON AVER MAI CONTRIBUITO A TUTTO CIO’.
 

NON VOTARE, LOTTA!

“Sallo”…che Sossi è fascista. Gasparazzo attualissimo

22 settembre 2008 2 commenti

Roma, 22 set. (Adnkronos)AZIONE SOCIALE: MARIO SOSSI, CON LA MUSSOLINI CONTRO L’ITALIA DI GHEDDAFI
«Bisogna spostare il baricentro della Pdl più a destra». «Resto sempre nell’ambito del centrodestra. Azione sociale è un pezzo di Pdl. Ma si tratta di spostare un pochino il baricentro. Troppi errori e si vede». Lo afferma in un’intervista a «La Stampa» l’ex magistrato rapito dalle Br nell’aprile del ’74, Mario Sossi, che spiega così il suo passaggio al partito di Alessandra Mussolini. Ed il primo esempio di errori per Sossi è «la questione Gheddafi». «Lui manda gli immigrati e noi -sottolinea- lo riempiamo di soldi». Ma per Sossi, Gheddafi non è l’unico punto su cui non condivide le scelte. I punti per lui sono anche «L’effettività della pena che ancora non si riesce ad assicurare. La promessa di dare il voto agli extracomunitari. C’è quest’Europa che se non proprio atea, si avvia verso la scristianizzazione e nessuno che ne difenda le radici cristiani». «Io capisco che la politica -dice ancora- sia il frutto di compromessi ma qui ci vogliono dei paletti… dei valori…l c’è persino un esponente del centrodestra, a Genova, che propone le narcosale… E poi, dobbiamo lasciare a Violante la difesa di Salò?». (Rre/Col/Adnkronos) 22-SET-08 09:34 NNN 

 

 

 

 

da “Lavorare Stanca”:

10 settembre 2008 Lascia un commento

SEMPLICITA’

L’uomo solo -che è stato in prigione- ritorna in prigione
ogni volta che morde in un pezzo di pane.
In prigione sognava le lepri che fuggono
sul terriccio invernale. Nella nebbia d’inverno
l’uomo vive tra muri di strade, bevendo
acqua fredda e mordendo in un pezzo di pane.

Uno crede che dopo rinasca la vita,
che il respiro si calmi, che ritorni l’inverno
con l’odore del vino nella calda osteria,
e il buon fuoco, la stalla, e le cene. Uno crede,
fin che è dentro uno crede. Si esce fuori una sera,
e le lepri le han prese e le mangiano al caldo
gli altri, allegri. Bisogna guardarli dai vetri.

L’uomo solo osa entrare per bere un bicchiere
quando proprio si gela, e contempla il suo vino:
il colore fumoso, il sapore pesante.
Morde il pezzo di pane, che sapeva di lepre
in prigione, ma adesso non sa più di pane
nè di nulla. E anche il vino non sa che di nebbia.

L’uomo solo ripensa a quei campi, contento
di saperli già arati. Nella sala deserta
sottovoce si prova a cantare. Rivede
lungo l’argine il ciuffo di rovi spogliati
che in agosto fu verde. Dà un fischio alla cagna.
E compare la lepre e non hanno più freddo. 

AGONIA

Girerò per le strade finché non sarò stanca morta
saprò vivere sola e fissare negli occhi
ogni volto che passa e restare la stessa.
Questo fresco che sale a cercarmi le vene
è un risveglio che mai nel mattino ho provato
così vero: soltanto, mi sento più forte
che il mio corpo, e un tremore più freddo accompagna il mattino.

Foto di Valentina Perniciaro -colori e grida di piazza-

Foto di Valentina Perniciaro -colori e grida di piazza-

Sono lontani i mattini che avevo vent’anni.
E domani, ventuno: domani uscirò per le strade,
ne ricordo ogni sasso e le strisce di cielo.
Da domani la gente riprende a vedermi
e sarò ritta in piedi e potrò soffermarmi
e specchiarmi in vetrine. I mattini di un tempo,
ero giovane e non lo sapevo, e nemmeno sapevo
di essere io che passavo -una donna, padrona
di se stessa. La magra bambina che fui
si è svegliata da un pianto durato per anni:
ora è come quel pianto non fosse mai stato.

E desidero solo colori. I colori non piangono,
sono come un risveglio: domani i colori
torneranno. Ciascuna uscirà per strada,
ogni corpo un colore -perfino i bambini.
Questo corpo vestito di rosso leggero
dopo tanto pallore riavrà la sua vita.
Sentirò intorno a me scivolare gli sguardi
e saprò d’esser io: gettando un’occhiata,
mi vedrò tra la gente. Ogni nuovo mattino,
uscirò per le strade cercando i colori. 

Aboliamo l’ergastolo!

9 settembre 2008 11 commenti

Quando un Tribunale condanna un recluso ad una pena temporale, anche elevata, gli riconosce comunque il diritto alla libertà. Se invece condanna una persona all’ergastolo gli toglie questo diritto e, per il malcapitato, la libertà diventa una concessione.

Dopo 6 anni l’ergastolo mi è stato tolto e tramutato in trent’anni di carcere.
Mi sono raddrizzato. Da curvo che ero, con quel macigno sul collo.

Il suo compagno di cella insisteva.
-L’ergastolo di fatto non esiste più, al massimo dopo vent’anni si esce.
Quella sera stizzito rispose:
-Ma tu…ti sei mai addormentato con l’ergastolo?

 336 ergastoli, tanti ne sono stati erogati tra il 1969 e il 1989 in processi contro le Brigate Rosse ed altre organizzazioni di sinistra per fatti di lotta armata. 
L’art. 1 della legge antiterrorismo, varata tra il dicembre del 1979 ed il febbraio 1980, introducendo un’aggravante particolare per i reati commessi con finalità eversiva, rendeva certo ed automatico l’ergastolo per tutti quei delitti che lo prevedevano. L’impennata nelle condanne all’ergastolo si ha proprio negli anni successivi all’entrata in vigore di quella legge approvata dal parlamento in un periodo di acutizzazione dello scontro. Basti ricordare che nella primavera del 1978 avvennero il sequestro e l’omicidio dell’onorevole Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. 
Con le leggi emergenziali per la lotta al terrorismo il Parlamento ha legittimato, per la prima volta in Italia, un uso massivo ed abnorme dell’ergastolo. Delle centinaia di ergastoli una parte sono stati sicuramente erogati per responsabilità materiale diretta al reato, molti però, per semplice concorso morale o per la partecipazione solo marginale alle attività preparatorie di un delitto. 

Terrorista: persona senza inflessioni dialettali. Sradicata da qualunque contesto sociale. Alieno. Manovrato da forze occulte, o paesi stranieri. Infatuato da ideologie deliranti. Senza alcun seguito di massa. Assalta la democrazia. Semina il terrore nella comunità.
Questo, a grandi linee, potrebbe essere lo stereotipo del terrorista che è stato impropriamente applicato alle persone e al fenomeno della lotta armata degli anni ’70.
Terrorista può tradursi anche in ergastolano. Terrorista – ergastolano. Due termini che legano bene. L’ergastolo sembra infatti la sanzione più ovvia e naturale per un terrorista, perché non fa che espellere a vita dal consorzio umano un corpo che gli è stato giudicato estraneo.

-TRATTO DA “ERGASTOLO” di Nicola Valentino- 

 

PER L’ABOLIZIONE DELL’ERGASTOLO.
FUORI I DETENUTI POLITICI, AMNISTIAMO GLI ANNI ’70
CONTRO IL CARCERE, GIORNO DOPO GIORNO 

A Fabrizio Ceruso, 19 anni

5 settembre 2008 6 commenti

FABRIZIO CERUSO, 19 ANNI. UCCISO DALLO STATO IL 5 SETTEMBRE 1974

Soltanto 19 anni per loro non eri nessuno 
soltanto 19 anni e per loro non eri che uno 
uno come tanti, un cameriere, un garzone d’officina 
un operaio, un disoccupato un emigrante 
eppure quella mattina 8 settembre 
a San Basilio hanno mandato 
più di 1000 uomini per ammazzarti 
più di 1000 uomini che credevano bastasse spararti 
e sono stati invece loro ad avere paura di te 
Perchè quella domenica giù a San Basilio 
eravamo in tanti a non essere nessuno 
in tanti a difenderci le case 
a farci la storia con le nostre mani 
il proletariato sarà sempre per la rivoluzione 
lo è stato Fabrizio Ceruso a 19 anni 
se credevate di ammazzarlo avete sbagliato 

Fabrizio è l’uomo nuovo che non muore mai 
Fabrizio vive in tutti noi 
nelle lotte del proletariato 
altri giovani nel suo nome si preparano già la fossa 
Il primo ministro, il presidente a dirigere le operazioni 
per il tuo assassinio 
lo stato maggiore riformista mobilitato a condannarti 
perchè con gli estremisti non volevi sgombrare 
una montagna di calugne per prepare, giustificare 
la tua condanna, la tua sicura morte 
Tanto per ammazzare un proletario 
un comunista di 19 anni 
per far pesare la sua morte 
sulla lotta giusta lotta 
Ma tanto sferragliare di truppe non è servito a niente 
il sole rosso è rimasto nei tuoi occhi 
la rabbia proletaria già l’ha detto 
compagno Fabrizio noi ti vendicheremo 
assassini di stato la pagherete e pagherete tutto 

Ma tanto sferragliare di truppe non è servito a niente 
il fiore rosso è rimasto sul tuo petto 
il pianto amaro di tuo padre 
il rumore prodotto nella coscienza di tanti 
anche l’odio è prezioso 
quando il popolo prepara la riscossa 
na na nanana na na na nanana… 

Fabrizio Ceruso

Fabrizio Ceruso

Roma, 5 settembre 1974. La lotta per il diritto alla casa era molto forte a Roma quando, il 5 settembre, nella borgata di San Basilio, all’estrema periferia est della capitale, la polizia interviene con un ingente schieramento, iniziando a sgomberare le quasi 150 famiglie che da circa un anno occupavano altrettanti appartamenti IACP in via Montecarotto e via Fabriano.

L’incontro fra la decisa opposizione popolare agli sfratti e la volontà dei militanti della sinistra rivoluzionaria di difendere una delle più estese occupazioni in atto nella città, portò a organizzare una dura resistenza, che sfociò in vere e proprie battaglie di strada.
Fin dalle prime ore del mattino di venerdì vengono erette barricate agli ingressi del quartiere con pneumatici, vecchi mobili e oggetti di tutti i tipi. La polizia, accolta da sassi, bottiglie incendiarie, bulloni lanciati con le fionde, spara centinaia di lacrimogeni, ma nel pomeriggio è costretta a sospendere gli sfratti.

Sabato, mentre gli occupanti hanno ripreso tutti gli appartamenti, e una loro delegazione si è recata in pretura e allo IACP, vengono di nuovo tentati gli sgomberi.

Questa volta a resistere ci sono centinaia di manifestanti affluiti da tutta la città, tra i quali numerosi membri di consigli di fabbrica.
La giornata trascorre in un susseguirsi di “tregue”, accordate dalla polizia a Lotta Continua, che gestisce l’occupazione, per dare spazio a quella che si dimostrerà una trattativa-truffa, con l’unico scopo di prendere tempo e fiaccare il forte schieramento proletario. La delegazione rientra a San Basilio con un accordo di sospensione degli sfratti fino al lunedì mattina.

Nonostante ciò, domenica 8 i poliziotti irrompono di nuovo nelle case occupate intimidendo le famiglie e abbandonandosi ad atti di vandalismo. Riprendono gli scontri.
L’assemblea popolare nella piazza centrale della borgata, organizzata per le 18 dal Comitato di Lotta per la casa di San Basilio, viene caricata con lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo. Nella battaglia che segue, mentre un plotone di polizia è costretto a ritirarsi, da un altro vengono sparati numerosi colpi di arma da fuoco.

Fabrizio Ceruso, 19 anni, militante del Comitato Proletario di Tivoli, organismo dell’Autonomia Operaia, è colpito in pieno petto da una pallottola.
Caricato su un taxi, giungerà senza vita in ospedale.
Alla notizia della morte del giovane comunista tutto il quartiere scende in piazza. La rabbia esplode in modo violento. I pali dei lampioni vengono divelti e le strade rimangono al buio.
Questa volta è la polizia ad essere presa di mira da colpi di arma da fuoco sparati in strada e dalle case. Otto poliziotti, tra i quali un capitano, rimangono feriti, alcuni in modo grave. Brevi scontri isolati si accendono fino a tarda notte. l giorno seguente avranno inizio le trattative per le assegnazioni di alloggi alle famiglie d San Basilio e agli occupanti di Casalbruciato e Bagni di Tivoli.

Giuliano Naria…fiabe quasi fiabe

28 agosto 2008 4 commenti

CONTRO I MANGIATORI DI DONI   [dal carcere di Trani]

Disprezzare ciò che è lento è già un donare.
Essere nei gesti delle parole è ricevere doni da te.
Soltanto quando il cielo sbucherà dai soffitti potrai vedere i miei doni per te.
Non compatisco i mangiatori di doni perché non sanno ricevere. E non potranno fare a meno di ricevere quello che meno vogliono. E dovranno accettare doni che non sono fatti per loro. E non saranno doni d’amore quelli che dovranno ricevere.
Superare il tempo in velocità è il mio primo dono d’amore per te.
Vedere nel futuro questo presente è il mio secondo dono per te.
Conficcare nell’immagine non l’immaginazione soltanto ma le parole e i gesti e i gesti delle parole e poi palpare e palparne gli occhi di sole, con il sole negli occhi, addentando il prossimo quanto il remoto, è il mio ottavo dono per te.

Foto di Valentina Perniciaro, passeggiando per il gheto, a testa in su

Foto di Valentina Perniciaro, passeggiando per il ghetto, a testa in su

Togliersi una maschera migliore dello stesso volto e togliersi anche il volto migliore della maschera e ripassare di vernice tutti i sogni e i simboli e i segnali, è il mio quarto dono per te.
Superare l’azione e l’immaginazione dell’azione e l’azione dell’immaginazione per divenire contraddizione degli scopi  e mezzo di questa contraddizione, nel divenire del suo processo  e nel movimento di questo divenire processo è il mio dodicesimo dono per te. Pronunciare: perché? per chi? con che? a che? dove? come? E aspettare i tuoi doni oltre la Soglia e superare cercando e creando un mondo per poterlo pensare e poi farlo perire vivendolo, è il mio settimo dono per te.
Infine abbracciare le stelle dentro e ricostruire attraverso questo abbraccio la mappa del firmamento e distinguere in tanti punti e linee-sfere il visibile e l’enunciabile, ciò che appartiene alle parole e ciò che appartiene alle cose, ciò che non è più discorso, ma non è neppure esperienza, nè identico nè differente, nè continuo, nè discontinuo. Questo abbraccio non è più neppure un dono, ma uno strappare ai mangiatori di doni la stessa possibilità di inventarmi per te e anche amarti come un dono donato da te.

E’ VIETATO CALPESTARE LE AIUOLE E STRAPPARE I FIORI   [San Vittore, marzo 1981]

C’erano vapori allucinogeni nell’aria ed era difficile distinguere il luogo e il tempo dai molti altri paralleli e intersecati. Dimensioni diverse si attorcigliavano fra loro inestricabilmente sino a confondere i sensi.
I sensi impiastricciati, impasticcati, avviticchiati, moltiplicati e divisi, incredibilmente “diversi”.
Nic Niven si chiamò dentro di sé, raccolse i sette spiriti astrali e li ingoiò. Si aggrappò tenacemente alla realtà, intrigandosi con essa; appoggiò le mani sulla terra e ritrovò se stessa.

Foto di Valentina Perniciaro, passeggiando per il ghetto

Foto di Valentina Perniciaro, passeggiando per il ghetto

Lei non aveva paura di perdere l’amore di Oberon, questo, ne era certa, non era in alcun modo possibile. Avevano in comune un regno segreto che apparteneva a loro, creato da loro, era indecifrabile. Ma temeva la malattia dell’anima di Oberon che insieme li avrebbe corrosi.
Separò a forza parte del cervello per trovare la sua interiorità. Con il coltello obbligò i sensi a ricomporsi; obbligò a separare i numeri esterni per sentire solo le voci; il naso le separò dal fumo e non odorò che assenzio; gli occhi si voltarono in dietro e guardò il suo cervello; offese il tatto perché si ritraesse in buon ordine; riempì la bocca di saliva e deglutì a lungo e non sentì più sapore. Scrigno chiuso in sè dentro uno scrigno, blindato, e si trovò lucida e attenta.
Ti regalo lo scrigno, abbine cura e abbi cura di te.

IL SOGNO E LO SPAZIO [carcere di Palmi]

C’era una volta, miliardi e milioni di anni fa, il sogno di un uomo e di una donna, di un bambino e una bambina, di un fratello e una sorella, di un compagno e una compagna.
Questo sogno era un narciso che sbocciava solo a primavera.
Questo sogno era sognato insieme, era vissuto insieme, era un sogno di spazi e di viole, un sogno di prati e di primavere, un sogno in cui non occorreva che si battesse il tempo per poterlo scorrere.
Questo sogno aveva la proprietà degli spazi infiniti e simultanei in un tempo zero. Ogni mattina il loro sogno spariva e spariva con il sogno la dimensione dell’insieme in cui il sogno era vissuto.
Il Tempo ingoiava il sogno e non lasciava più lo spazio di sognare, il Tempo divorava lo spazio e non lasciava più il sogno dei loro spazi vissuti insieme.

Foto di Valentina Perniciaro, tartarughe per il Ghetto

Foto di Valentina Perniciaro, tartarughe per il Ghetto

Gli spazi come i sogni sparivano al mattino lasciando sulle loro labbra brividi di salvia e la misura della quantità del tempo che li separava.
Restavano i narcisi, i narcisi bianchi con sfumature sul viola, i narcisi dai profumi dolci e simpatici, i narcisi sinceri, buoni, che esprimevano la loro amicizia, il loro amore. I narcisi racchiudevano i loro ricordi e le loro discussioni, tutte le loro sensazioni, tutte quelle carezze e quei baci e quegli incontri che non sarebbero mai potuti appassire come quei fiori.
I loro volti assomigliavano a quei fiori, come i narcisi erano ugualmente profumati, colorati, distribuivano e sprizzavano meraviglie e meravigliosità.
(Si racconta, inoltre, che solo chi è insensibile alla grandezza di questo fiore è portato ad essere sensibile nell’amore).
I fiori di narciso racchiudevano in uno stesso spazio i loro sogni, perché nei sogni non solo non si muore, ma gli amori si fanno cristallo e superano ogni limite e confine.
Ogni mattina, quando quel sogno veniva loro rubato, i loro capelli si drizzavano e da ricciolini che erano diventavano simili a degli spaghettini.
Avevano fatto una scommessa su se stessi, con se stessi, battere il tempo, dovevano impedire di farsi trascorrere da lui.
……………………………………………………………………….
E liberarono il loro desiderio di loro, liberarono il loro gesti e le loro parole, quelle parole che non fanno in tempo a fermarsi perchè i gesti sono più veloci.
Si innamorarono del loro amore perché su di questo il tempo non aveva potere, non aveva dominio e il narciso li raccolse nel sogno e dal sogno per portarli lontano da tutto ciò che non erano prati e fiori di primavera.
Nel corpo del fiore era possibile proiettarsi oltre e anche di là. Qui la matematica e la geometria dell’ignoto funzionavano pienamente.
………………………………………………………………………..
Sparirono percorrendo le poliedriche possibilità delle pieghe e degli angoli, proteggendosi dalla tenebra e dalla luce. Come saranno ora i loro capelli?

Giuliano Naria, operaio genovese, era un militante delle Brigate Rosse. Accusato dell’azione che porta alla morte di Coco, passa diversi anni nelle carceri speciali (kampi) di Fossombrone, Cuneo, Asinara… Gli arresti domiciliari per gravi motivi di salute vengono concessi a Giuliano solo nell’estate del 1985. L’anno dopo viene assolto dall’accusa di avere ucciso Coco e la sua scorta. Negli anni successivi viene assolto anche dalle altre accuse, ma il suo fisico è ormai gravemente debilitato. Nel 1995 gli viene diagnosticato un tumore e muore nel 1997. Ha scontato 9 anni e 16 giorni per poi essere dichiarato innocente.

Le sue favole sono un percorso dolce e colorato di evasione. Le sue favole hanno la capacità di svicolare, di scivolare dalle mani dei carcerieri, di volare libere. 

” ‘na dissenteria di bombe”

19 agosto 2008 2 commenti

L’estate del ’43 gli eserciti spediti sulla neve di Russia, 
nella sabbia di Egitto, sbandavano all’indietro.
La guerra dei fascismi andava alla malora,
ma una pace: lontana. “Finché non bombardano Roma”,
“Finché non bombardano Roma”, la frase girava a bassa voce,
pericoloso dirla per intero, la milizia aveva cento orecchie,
qualcuna di meno ultimamente, che la guerra falliva.

Finché non bombardano Roma, non finisce.
Strano vaccino per l’epidemia, che razza di siero antiguerra.
Si era ficcato in testa per le città d’Italia
bombardate a martello, prima solo di notte,
poi pure a mezzogiorno, e a Roma niente. 
“Ce sta ‘o papa, nun ponno mena’ bbombe ‘ncopp’ o papa”.
A Napoli spiegavano così la malasorte,
la più bersagliata dall’alto dei cieli, e Roma niente.
“‘O papa, ce sta ‘o papa, nun le ponno fa’ niente, sta San Pietro.”

Nel luglio del ’43 il cielo sopra Napoli era un campo di croci con le ali,
altissime passavano e sganciavano,
sopra obiettivo libero, a terra senza allarme,
senza sirena in mezzo alla città.
Sono più avvelenate di terrore le bombe a mezzogiorno.
Di notte è già normale correre al rifugio,m dentro il buio
a ripararsi, ma di giorno è peggio. “Quanno fernesce? Mai?
E il caldo, ‘o calore, d’o mese ‘e luglio d’o ’43”.

 Mia madre teneva diciottanni, legati stretti
per non farseli scippare, passava per la piazza
della posta centrale dopo una delle scariche,
e s’accorse che non c’erano le mosche,
erano morte pure quelle per lo spostamento dell’aria.
“Sui corpi scamazzati, scarognati, nun ce steva ‘na mosca.
Nun era manco nu bumbardamento,
ma ‘na dissenteria di bombe, ci cacavano ‘n capa.
E a Roma c’era il cinema, la guerra la sentivano per radio,
la gente la sera usciva, ieva a teatro,
nun le mancava niente. Tenevo diciottanni,
due fratelli nascosti,
i tedeschi fucilavano i guagliuni che non si presentavano”.

“No, ma’, questo è successo dopo, nel settembre,
quando gli americani ancora non entravano
e i tedeschi mettevano le mine in mezzo al golfo.
Stavamo ricordando ‘o mese ‘e luglio”.
“Senza pute’ durmi’ manco ‘na notte,
a sirena sonava doie, tre vote,
andavamo a durmi’ coi panni ‘ncuollo,
manco le scarpe mi toglievo, pronta pe’ n’ ata corsa,
giù per le scale, ‘a sirena int’e rrecchie
che m’afferrava i nervi, spìcciati, presto, curre,
le posate d’argento nella borsa, la ricchezza nostra,
mammà che mi sttrillava dietro: “Piglia i posti buoni”.
C’erano i posti buoni e quelli malamente, comm’a teatro”.

“Finché nun bumbardano Roma, ‘sta guerra fetente nun fernesce.
La milizia mo’ sente e fa finta ‘e nun senti’,
o’ ssape che è fernuta ‘a zezzenella
(lo sa che è finita la pacchia).
‘O fascismo per me è stato ‘a guerra. Tenevo quindicianni,
‘a meglio età, quanno ‘o fascismo s’affacciaie ‘o balcone:
vincere e vinceremo. Se credeva di fa’ ‘na guapparia,
quattro mosse dietro ai tedeschi e subito vinceva.
In capo a qualche giorno a Napoli sentéttemo  ‘a sirena,
‘a primma sirena d’allarme. Ancora me la sogno la sirena.
Dentro ai sogni nun m’arricordo ‘e bbombe, ma ‘a sirena.
Tenevo quindicianni all’inizio d’a guerra, ‘a meglio età.
‘O fascismo me l’ha inguaiata fino a diciottanni.

Niente sapevo, niente m’importava, d’a politica,
io vulevo fa’ ammore, uscire colle amiche mie,
ballare, andare al mare. Si m’o ffaceva fa’,
si ‘ o fascismo me faceva campa’, bene per lui e bene pure a me.
Invece niente, s’è arrubbat’a giuventù,
ha mandato a muri’ ‘i meglio guagliuni pe’ na guerra fetente,
se ne futteva ‘e me, ‘e Napule, ‘e l’Italia. Stava a Roma
arriparato sotto ‘a tonaca d’o papa,
a Roma non gli succedeva niente.”

“E com’è stato lo strillo, la voce che hai sentito
all’uscita del ricovero, quel giorno?”
“Sarà stato mezzogiorno, o primo pomeriggio,
nun saccio di’, ce stava ‘o sole, da due ore
schiattavamo ‘e calore int’o ricovero.
Sunaie ‘a sirena di cessato allarme, ascèttemo all’aperto,
tossivo per la polvere alzata dalle bombe,
m’abbruciavano gli occhi per la luce potente dopo il buio,
mezzo stordita m’arrivaie ‘nu strillo: “Roma!
Hanno colpito Roma! Hanno menato ‘e bbombe
             ‘ncopp’ o papa”.
E doppo ‘ o strillo ne venette n’ato: “E’ ‘m mumento,
fernesce ‘a guerra, mo’ fernesce ‘a guerra”.
La gente usciva dai ricoveri scunfusa, stupetiata,
e tutt’insieme dietro a quello strillo
s’abbracciava, chiagneva, alzava ‘e manne ‘o cielo.
“Fernesce ‘a guerra” e : “Roma bombardata” erano ‘o stesso strillo.
E a me, che manco me pareva overo che puteva fini’,
si gelò il sangue a vedere quella festa
perché Roma era stata bombardata.
Noi che sapevamo che malora era,
ce mettevamo a fa’ chell’ammuìna?
Che t’aggia di’, ‘a guerra è ‘na carogna
e ‘o fascismo ci aveva incarogniti.
Poi uscì la milizia e tutti quanti ce ne tornammo a casa
a senti’ ‘a radio: Roma era stata bombardata
la mattina, da ‘e pparti d’a stazione, no a san Pietro.

E così fu che cadett’ o fascismo.
o’ rre fece arrestare Mussolini
e ‘a ggente se credeva che ferneva tutte cose,
‘a guerra, ‘a carestia, tornava il pane bianco, veneva ‘a libbertà.
Fuie ‘na fantasia, nun era tiempo.
A Napoli finì due mesi dopo, a fine settembre,
‘o popolo s’arrevutaie isso sulo contro i tedeschi,
quattro giorni e tre nottate sane,
al buio in mezzo agli spari, pieni di volontà,
quattro giornate per levarsi gli schiaffi dalla faccia.
Finché non se ne uscirono i tedeschi,
entrarono i guagliuni americani, figli ‘e napoletani d’oltremare.
Cominciò quel po’ di gioventù che mi avanzava.
Mi so’ sposata nel ’46, perciò la gioventù durò tre anni.

E di tutto il fascismo mi rimane il peggio di quell’ora
di festa per Roma bombardata.
Anche se in quella polvere di luglio, ‘ calore, ‘o sudore,
non mi sono abbracciata con nessuno,
è per la gente mia che mi dispiace.
Allora fu normale, perciò chist’è ‘o fascismo pe’ mme,
la fetenzia che ci ha portato a quello, di applaudire.
Ti parlo de ‘sti ccose addolorate pecché tu saie senti’,
ma nun pozzo permettere a nisciuno di voi venuti dopo
di giudicare Napoli in quell’ora, 
pecché ‘o fascismo vuie nun ‘o ssapite”.

                             L’Estate del ’43.   ERRI DE LUCA, “L’ospite incallito”  -Einaudi Editore-

Haret Hreik_Beirut_settembre 2006

Beirut, Libano. Quartiere sciita di Haret Hreik, dopo i bombardamenti israeliani Settembre 2006. Foto di Valentina Perniciaro

Napoli, primavera 2006 Foto di Valentina Perniciaro

Napoli, passeggiando nei vicoli del centro. Foto di Valentina Perniciaro

Il nostro seme

17 agosto 2008 Lascia un commento

Dalle parole di Alcide Cervi, il padre dei 7 fratelli Cervi:

“Mi hanno sempre detto…tu sei una quercia che ha cresciuto sette rami, e quelli sono stati falciati, e la quercia non è morta.
La figura è bella e qualche volta piango… ma guardate il seme, perché la quercia morirà, e non sarà buona nemmeno per il fuoco. Se volete capire la mia famiglia, guardate il seme. Il nostro seme è l’ideale nella testa dell’uomo”.

Ulrike Meinhof a Renate Riemeck

13 agosto 2008 3 commenti

UNA MADRE DI SCHIAVI SUPPLICA LA FIGLIA
“Urike, tu sei diversa dalla foto segnaletica, una figlia di schiavi – tu stessa una schiava.
Come puoi essere capace di sparare al tuo oppressore?
Non lasciarti sedurre da chi non vuol esser più schiavo. Non puoi proteggerlo.
Voglio che resti una schiava – come me, io e te – abbiamo visto come i padroni hanno sgominato la rivolta degli schiavi, prima ancora che cominciasse.”

“O piccola, tu hai meritato qualcosa di meglio. Pensa che saresti potuta diventare.
Di sicuro saresti diventata una sorvegliante carceraria.
Non vedi quant’è forte il potere? Tutti gli schivi, gli ubbidiscono.
Persino coloro che si sono rivoltati e hanno vinto, metteranno ai piedi del potere la loro vittoria,
affinché possano essere ancora schiavi.
Gli schiavi odiano chi vuole essere libero. Non dovrebbero nemmeno aiutarti,
in modo che tu capisca una volta per tutte che la tua ribellione non ha senso.
Il tuo coraggio è spietato, perché ci costringe a svelare la nostra vigliaccheria.
Se preferisci morire poiuttosto che essere per sempre una schiava,
allora non hai comunque il diritto di toglierci la quiete.”

Risposta di Ulrike Meinhof alla madre adottiva Renate Riemeck
Ritrovata in un cestino dei rifiuti a Berlino,nel ’71, insieme ad alcuni documenti e munizioni. 
 
 “Compagni, smettete di trincerarvi dietro le masse! Smettete di razionalizzare le vostre paure per la smisurata violenza del sistema come un problema di comunicazione! Smettete di spacciare la vostra perplessità per erudizione, la vostra impotenza per lucidità!
Abbiate il coraggio di combattere, abbiate il coraggio di vincere!
Disintegrate e frantumate le forze dell’imperialismo!
L’obbligo di ogni rivoluzionario è di fare la rivoluzione!”Ulrike Meinhof, 31 maggio ’72, Aula IV dell’Università di Francoforte

Su Ulrike Meinhof, LEGGI QUI
Leggi la commissione di inchiesta sul suo assassinio QUI

Gasparazzo e le Olimpiadi!

12 agosto 2008 1 commento

L’altra metà dell’arancia

12 agosto 2008 2 commenti

ORA MAHMOUD DARWISH PUO’ TORNARE ALLA SUA TERRA

di Valentina Perniciaro
DA LIBERAZIONE DI OGGI, 12 AGOSTO 2008
Mahmud Darwish, il poeta della resistenza palestinese, è morto sabato scorso a Houston, negli Stati Uniti. Aveva 67 anni e il suo cuore non ha retto all’ultimo delicato intervento subìto.
La sua vita è il manifesto della sua terra, storia marcata dalla Nakba , il dramma che colpì la Palestina nel 1948, anno della fuga e dell’esilio mai terminati.
Nasce nel 1941 ad al-Barweh, un villaggio della Galilea poche miglia a est di Acri, in quel momento sotto mandato britannico. E’ lui stesso a raccontare la notte in cui la sua vita smise di essere quella di un bambino, quando fu costretto a fuggire sotto braccio alla sua famiglia verso il confine libanese.
«A 7 anni smisi di giocare e ricordo bene come e perché: in una notte d’estate, quando si usava dormire sui tetti a terrazza delle case, fui improvvisamente svegliato da mia madre e mi trovai a correre con centinaia di contadini in mezzo ai boschi, inseguito dalle pallottole. Quella notte ho messo fine alla mia infanzia. Non chiedevo più nulla, ero diventato improvvisamente adulto[…]. In Libano ho imparato – mai lo dimenticherò – che cosa significa la parola “patria”. Là ho imparato parole nuove che hanno aperto davanti a me una finestra su un mondo nuovo: guerra, notizie dalla patria, profughi, esercito, confini, TERRA».
Non ha mai tralasciato un dettaglio nel racconto di quei giorni e di quell’anno passato nei campi profughi gestiti dall’Unrwa; con la sua penna ha permesso al mondo di capire la rabbia di un bambino di 7 anni in fila per la sua razione di cibo, l’odiata fetta di formaggio giallo. Dopo solo un anno la sua famiglia tenta il ritorno; della notte prima della partenza lui ricorderà:
«Tornare a casa significava per me la fine del formaggio giallo, la fine della provocazione continua dei ragazzi libanesi che mi insultavano con l’epiteto “profugo”». Pensava di tornare a casa mentre superava il confine con il petto che strisciava a terra, ma il villaggio dov’era nato non c’era più: come altri 600 era stato fatto saltare in aria e tutto era stato confiscato dalle autorità del nuovo Stato. La loro identità volatilizzata, così come la terra e il diritto di cittadinanza. «Non capivo nulla. Non capivo come avesse potuto essere distrutto un villaggio intero. Non capivo come fosse accaduto che l’intero mio mondo fosse sparito, né chi fossero quelli che lo avevano annientato».
Si stabilirono poco lontano, nel villaggio di Der al-Asad e lui iniziò a crescere come un “profugo nella sua patria”, destino comune a tutti coloro che non erano scappati o che erano riusciti a rientrare in Israele. Così, al suo vocabolario esistenziale imparato da piccolo profugo, si aggiunsero altre parole: iniziò a frequentare la seconda elementare da “infiltrato”. Il direttore infatti, lo chiudeva in uno sgabuzzino ogni volta che passavano i controlli dell’ispettore.
«Anche a casa ogni tanto mi dovevano nascondere. Mi era proibito vivere nel mio proprio paese e per ottenere la carta d’identità israeliana imparai a dire che ero vissuto con le tribù beduine a nord del paese, e non in Libano».
Iniziò a scrivere liriche che era appena un ragazzo, a cantare la sua identità legata in modo viscerale alla terra, ad un luogo unico e costante che nei suoi testi rimane sempre astratto ed espresso solamente attraverso alcuni, ripetuti, simboli come l’ulivo, le arance, il gelsomino, il timo, il pozzo. Dalle sue prime poesie il filo conduttore è sempre quel legame indissolubile, quella nostalgia eterna, quell’orgoglio di resistente che coltiva quotidianamente la memoria e l’amore per le radici estirpate.
Dal 1961 la sua voce inizia ad infastidire, per questo viene continuamente controllato, imprigionato cinque volte con la sola accusa di scrivere poesie e muoversi senza permesso all’interno dello stato d’Israele. Motivo per il quale non riuscirà nemmeno a conseguire la laurea. Dopo l’ennesimo periodo di detenzione decide per l’esilio volontario, partendo alla volta del Cairo dove inizia a collaborare con il prestigioso quotidiano al-Ahram . Partirà poi per raggiungere l’Olp a Beirut e lavorare al Centro di ricerca palestinese fino al 1982 quando, con migliaia di altri militanti approda a Tunisi. La sua firma appare tra i redattori del testo della Dichiarazione d’Indipendenza dello Stato Palestinese, documento promulgato nel 1988 e riconosciuto da diversi stati. Il suo esilio durerà 26 anni quando, nel 1996, riceverà un permesso per poter visitare i suoi famigliari in Israele.
La sua casa ormai era a Ramallah, finchè la malattia che da sempre tormentava il suo cuore non l’ha costretto a partire per gli Stati Uniti, dove è deceduto.
La sua patria non era altro che la sua poesia, la sua terra era fatta di parole e profumo di gelsomino, la sua vita era un’arancia spaccata a metà che non è mai riuscita a ritrovare il sapore dell’altra parte. Edward Said, altro grande intellettuale palestinese da poco scomparso e anche lui figlio della Nakba , diceva che la poesia di Darwish «non era un rifugio lontano dall’esistenza consueta, ma una battaglia tra la poesia stessa e la memoria collettiva, dove una preme sull’altra». Fin dal suo esordio nel panorama della poesia araba, amava assimilare il testo ad una “partitura musicale” che lui molto spesso recitava pubblicamente. La sua voce carismatica e le sue parole sono state un ripetuto appuntamento che ha richiamato migliaia di persone in tutto il Medioriente e non solo.
«Quando l’uomo perde tutto, proprio tutto, persino l’esilio in cui annientarsi, resta il canto che si ripeterà e s’innalzerà fino agli abissi dei mari. E’ un altro miracolo nel racconto a episodi della storia del popolo palestinese. Niente esilio, niente patria. Ma c’è una cosa di cui nessuno mi può privare: la poesia e il canto».
La sua bibliografia è composta da quindici spessi volumi di poesie e cinque di opere in prosa scritti quasi completamente in lingua araba e tradotti ormai in 20 lingue. Purtroppo i lettori italiani non sono così fortunati. Sono solamente tre i libri disponibili nelle nostre librerie: Oltre l’ultimo cielo (Edizioni Epoché, 2007, 14€), Una memoria per l’oblio (Edizioni Jouvance, Roma 2002, 15€) e Perché hai lasciato il cavallo alla sua solitudine? (Edizioni San Marco dei Giustiniani, Genova 2001, 18€). Fortunatamente molte sue poesie e prose sono state tradotte e inserite nelle più importanti antologie di letteratura araba palestinese.
Mahmoud Darwish scriveva per dimostrare la sua esistenza, per urlarla in faccia ad un nemico che voleva privarlo proprio di quella. Era il cantore della libertà e delle catene spezzate, del pane preparato dalle mani materne, dell’ulivo e dei frutti della sua infanzia. La Palestina piange il suo più dolce poeta. Che il suolo della sua terra gli sia lieve come una carezza.

12/08/2008

“Per nessun motivo”

11 agosto 2008 1 commento

Lui si incamminò verso la cresta della collina, lassù doveva esserci il cippo, perché lassù c’era il grosso della gente, tanta e disposta come intorno a una grande disgrazia. Aveva anche la curiosità di vedere il cippo, l’aveva già sentito nominare un cippo, ma non sapeva immaginarsene la forma. Arrivò e lo vide, era una specie di enorme paracarro, piantato proprio sul bordo della strada e con sopra dei segni neri  che non erano i chilometri e il nome del paese più vicino ma i nomi dei morti e la data della battaglia. Ettore sapeva che quei morti erano seppelliti altrove, eppure sentiva come se i loro cadaveri fossero  murati in quella specie di paracarro  e così fissava il cippo con grande speciale attenzione. E tremò, lì, di colpo, come se gli si fosse parato davanti un pericolo di morte così preciso ed avanzato che il terrore era già agonia e come sotto i piedi si sentisse aprirsi la terra della collina, pronta per il suo cadavere.
Mentre gli stava passando un po’, una voce cominciò a parlar forte dall’alto della collina, era l’esponente del Comitato di Liberazione che faceva il discorso.
Va bene che io non credo mai niente di quello che dicono questi uomini qui in queste circostanze qui, ma non voglio nemmeno correre il rischio di ascoltarlo. C’è un solo discorso che voglio ascoltare, e questo discorso me lo faccio io, c’è solo una lezione che voglio tenere a mente, e mi odio se penso che l’avevo già imparata bene e poi col tempo me la sono dimenticata. Non finire sottoterra. Per nessun motivo.
Non finire sottoterra. Né in galera.

tratto da  “La Paga del sabato” di Beppe Fenoglio

Foto di Valentina Perniciaro, una lapide per ricordare l'eccidio di Gessopalena, Chieti.

Scrivo per mostrare la mia esistenza

10 agosto 2008 4 commenti

“A 7 anni smisi di giocare e ricordo bene come e perché: in una notte d’estate, quando si usava dormire sui tetti a terrazza delle case, fui improvvisamente svegliato da mia madre e mi trovai a correre con centinaia di contadini in mezzo ai boschi, inseguito dalle pallottole. Non capivo niente, ma dopo un’intera notte di disorientamento e di fughe arrivai con alcuni parenti in un villaggio sconosciuto, abitato da molti bambini. Chiesi ingenuamente: “Dove sono?”  Sentii per la prima volta la parola “Libano”.

Quella notte ho messo fine all mia infanzia. Non chiedevo più nulla, ero diventato improvvisamente adulto. In Libano ho imparato –mai lo dimenticherò- che cosa significa la parola ‘patria’: là, infatti, per la prima volta e senza nessuna precedente preparazione, mi trovai a fare la coda allo scopo di ottenere il mio primo pasto all’UNRWA. Il pasto principale consisteva in una razione di formaggio giallo. Là ho imparato parole nuove che hanno aperto davanti  a me una finestra su un mondo nuovo: guerra, notizie dalla patria, profughi, esercito, confini, TERRA. 
Ho cominciato a studiare , a capire e a conoscere la nuova situazione che mi aveva privato dell’infanzia. 
Dopo più di un anno mi dissero che saremmo tornati. Ricordo che quella notte non chiusi occhio dalla felicità. Tornare a casa significava per me la fine del formaggio giallo, la fine della provocazione continua dei ragazzi libanesi che mi insultavano con l’epiteto umiliante di “profugo”. 
Il viaggio del ritorno avvenne di notte: strisciavamo pancia a terra io, mio zio e la guida. Dopo tanta fatica mi trovai in un certo villaggio. Che delusione! Non era il mio; casa mia non c’era e non c’erano nemmeno i miei compagni. Continuavo a chiedere: “Quando torniamo a casa?” Le risposte erano tante, nessuna convincente. Non capivo nulla. Non capivo come avesse potuto essere distrutto un villaggio intero. Non capivo come fosse accaduto che l’intero mio mondo fosse sparito, né chi fossero quelli che lo avevano annientato.
Nel nuovo villaggio, Deir al-Asad, frequentai la seconda elementare. Il direttore era molto gentile. Ogni volta che l’ispettore veniva a controllare, ricordo, lui mi chiamava e mi nascondeva in uno sgabuzzino  o in un armadio perché le autorità mi consideravano un “infiltrato”. Aggiunsi così una nuova parola al mio vocabolario esistenziale. Anche a casa, ogni tanto, mi dovevano nascondere. Mi era proibito di vivere nel mio proprio paese e per ottenere la carta d’identità israeliana mi imparai a dire che ero vissuto con le tribù beduine del nord del paese, e non in Libano.”


IL LUOGO NON E’ SEMPLICEMENTE UNO SPAZIO, E’ UNO STATO MENTALE; NE’ GLI ALBERI SONO SOLAMENTE ALBERI, MA COSTOLE DELL’INFANZIA.”   

“Vuoi andare in Grecia. Chiedi all’autorità competenti del tuo paese di avere un passaporto e scopri che non sei cittadino, perché tuo padre o uno dei tuoi parenti era scappato portandoti con sé durante la guerra della Palestina.  Eri un bambino, allora.  Scopri che chiunque sia scappato dalla guerra in quel periodo poi, ritornano di nascosto, ha perso il diritto alla cittadinanza. Rinunci al passaporto e chiedi un “Laissez Passer”. Scopri che non sei residente nel tuo paese e quindi non puoi avere un certificato di residenza. Pensi che sia uno scherzo e ne parli al tuo amico avvocato:  “Eccomi qui: non sono cittadino e non sono residente. Allora, dove e chi  sono?” Sorprendentemente vieni a sapere che la legge è dalla loro parte, e tu devi dimostrare che esisti. Ti rivolgi al Ministero degli interni: “Sono o non sono?”
Dammi un filosofo e gli proverò che esisto. Capisci che filosoficamente esisti ma legalmente no.”
SCRIVO PER MOSTRARE LA MIA ESISTENZA, PER VIVERE, PER ESSERE PRESENTE

Ancora un saluto a Mahmoud Darwish, grande poeta della terra e dell’ulivo.
La Palestina ti piange. 
 

E’ morto Mahmud Darwish.

9 agosto 2008 Lascia un commento

LEGGI: L’altra metà dell’arancia
Scrivo per mostrare la mia esistenza

Potete legarmi mani e piedi

Togliermi il quaderno e le sigarette

Riempirmi la bocca di terra:

La poesia e’ sangue del mio cuore vivo

sale del mio pane, luce nei miei occhi.

Sara’ scritta con le unghie, lo sguardo e il ferro,

la cantero’ nella cella della mia prigione,

al bagno,

nella stalla,

sotto la sferza,

tra I ceppi

nello spasimo delle catene.

Ho dentro di me un milione d’usignoli

Per cantare la mia canzone di lotta.

E’ morto il poeta Mahmud Darwish. E’ morto poco fa, a Ramallah, un uomo che aveva il potere di far profumare i versi di gelsomino e resistenza. Un resistente, un dolce poeta, un uomo innamorato della sua terra, grande cantore, ultimo romantico di quella striscia di terra fertile e dilaniata. Nato ad Akka nel 1941, pochi anni prima la Nakba, pochi anni prima che la grande tragedia si abbattesse sulla Terra delle arance e degli ulivi.

Allah ma’ek usthad … addio grande maestro, che il suolo di Palestina ti sia dolce letto.
Che almeno ora tu possa rimangiare quelle arance…
PALESTINA LIBERA! PALESTINA ROSSA!

Palestina, Betlemme,Campo profughi di Dheishe -Marzo 2002- Funerale di un ragazzo morto a causa delle ustioni causate da un missile che ha colpito la macchina dove viaggiava.Foto di Valentina Perniciaro 

Ho scritto sulla mia agenda:

amo l’arancio e odio il porto,

 ho aggiunto sulla mia agenda:

al porto mi fermai 

la vita aveva occhi d’inverno,

avevamo le bucce dell’arancio 

e dietro di me la sabbia era infinita!

 

Giuro, tesserò per te

un fazzoletto di ciglia

scolpirò poesie per i tuoi occhi

con parole più dolce del miele

scriverò “sei palestinese e lo rimarrai”

 

Palestinesi sono i tuoi occhi,

il tuo tatuaggio

Palestinesi sono il tuo nome,

i tuoi sogni

i tuoi pensieri e il tuo fazzoletto.

 Palestinesi sono i tuoi piedi,

la tua forma

le tue parole e la tua voce.

                                                  Palestinese   vivi,   palestinese   morirai.

“Avevo 20 anni. Non permetterò a nessuno di …

7 agosto 2008 Lascia un commento

A PAUL NIZAN, ucciso nel 1940 da una pallottola tedesca durante la ritirata di Dunkerque. Saggista, narratore, pazzo viaggiatore

“Vivo, non ci fu un’ora che non rischiasse di perdersi; morto, corse un pericolo anche peggiore: per fargli pagare la sua chiaroveggenza una congiura di imbecilli ebbe la pretesa di farlo scomparire.
Da dodici anni apparteneva al Partito, quando, nel settembre del 1939, fece sapere che l’abbandonava: era la colpa inespiabile, era il peccato della disperazione che il Dio dei cristiani punisce con la dannazione.
I comunisti non credono all’Inferno: credono al nulla, e così fu deciso l’annientamento del compagno Nizan. Una pallottola esplosiva l’aveva colpito, nel frattempo, alla nuca, ma tale liquidazione non soddisfece nessuno: non bastava che avesse cessato di vivere, occorreva che non fosse esistito affatto.

La Virtù su, insieme col whisky, il nostro svago principale.
Nizan era un guastafeste: chiamava alle armi, all’odio, classe contro classe; con un nemico impaziente e mortale non esistono accomodamenti: uccidere o farsi uccidere, senza vie di mezzo. E senza dormire mai. 
Pensavamo che, se fosse vissuto, avrebbe partecipato della nostra nuova sottigliezza, vale a dire, dei nostri compromessi. Che cosa aveva salvato la sua violenta purezza se non una pallottola perduta? Non c’è di che vantarsi. Ormai quel morto se la spassava allegramente nei suoi libri aveva scritto che un borghese francese a quarant’anni è una carcassa; e poi se l’era svignata, a trentacinque.
All’indomani del conflitto quella gioventù impazzì d’orgoglio e trovò il proprio piacere nel comportamento dell’obbedienza. Dopo cinque anni il loro avvenire si sgelava: avevano dei piani: la candida speranza di rinnovare la letteratura per mezzo della disperazione, di conoscere il fastidio di grandi viaggi intorno al mondo, l’insopportabile noia di guadagnare denaro e sedurre donne, oppure, più modestamente, di diventare farmacista o un dentista disperato e restarlo a lungo, molto a lungo, senz’altra preoccupazione che quella della condizione umana nella sua generalità. Che allegria: Nizan non aveva nulla da dire loro: parlava della condizione dell’uomo, molto delle cose sociali e delle nostre alienazioni: conosceva il terrore e il ringhio piuttosto che le dolcezze della disperazione; nei giovani borghesi che frequentava odiava il proprio riflesso e, fossero disperati o no, li trovava deprimenti. 
Il loro rilassarsi, congelatosi, non è più che inerte vacuità. Fanno quel che occorre, modestamente, si guadagnano il pane, hanno la 403, una casa in campagna, una moglie e dei bambini. Ma, con uno stesso colpo d’ala, speranza e disperazione li hanno abbandonati. Questi ragazzi si preparavano a vivere, “partivano”, ma il loro treno si è fermato in aperta campagna: non andranno in nessun luogo, non faranno nulla. 
Talvolta un ricordo confuso della loro splendida irrequietezza gli torna in mente ed allora si chiedono: “Ma in realtà, che cosa volevamo?” e non se ne ricordano.
Questi adattati soffrono di un’inadattabilità cronica e ne morranno: sono degli accattoni senza miseria, è inutile rimpinzarli. Li ricordo a vent’anni, così vivaci, così gai, impegnati a darci il cambio. Li osservo oggi, con quegli occhi corrosi dal cancro della stupefazione, e penso che non meritavano un simile servizio.
Ma noi non abbiamo più nulla da dire ai giovani; cinquant’anni di vita in questa provincia arretrata qual è divenuta la Francia ci hanno svilito. Abbiamo gridato, protestato…e poi alla fine eccoci qua: abbiamo accettato ogni cosa. Comunicare ai questi giovani sconosciuti la nostra saggezza e i bei frutti della nostra esperienza?

In conclusione, ragionieri o spacconi, teppisti o tecnici, lottano senza speranza e soli contro l’asfissia. E non illudetevi che coloro i quali scelgono la famiglia e un mestiere si rassegnino; non hanno fatto che rivolgere la propria violenza contro se stessi e infierire; ridotti all’impotenza dai padri, si sono storpiati da se stessi per risentimento; gli altri rompono tutto, colpiscono chiunque con qualunque cosa, con un coltello, con una catena di bicicletta; per sfuggire al proprio disagio farebbero saltare in aria tutto.Ma non salta nulla. 
Giovane e violento, colpito da morte violenta, Nizan può uscire dalla fila e parlare della giovinezza ai nostri giovani : “AVEVO VENT’ANNI. NON PERMETTERO’ A NESSUNO DI DIRE CHE QUESTA E’ LA PIU’ BELLA ETA’ DELLA VITA”. Riconosceranno la loro stessa voce; egli potrà dire agli uni: state morendo di modestia, abbiate il coraggio di desiderare, siate insaziabili, scatenate le forze terribili che si fanno guerra e girano in tondo sotto la vostra pelle, non vergognatevi di volere la luna: ne abbiamo bisogno!
E agli altri: dirigete la vostra rabbia su coloro che l’hanno provocata, non cercate di sfuggire al vostro male, investigatene la cause e infrengetele.

Egli può dire tutto, perchè è un giovane mostro, un bel giovane mostro come loro, che divide il loro terrore di morire e il loro odio di vivere nel mondo che noi abbiamo fatto per loro. Era solo, diventò comunista, cessò di esserlo e morì solo, accanto a una finestra, sui gradini di una scala. Questa vita si spiega attraverso la sua intransigenza: si fece rivoluzionario per rivolta e quando la rivoluzione dovette cedere il passo alla guerra, ritrovò la sua violenta giovinezza e finì da ribelle.”
                   Jean-Paul Sartre, Marzo 1960  

  Paul Nizan avec Jean-Paul Sartre

Scarcerata, FINALMENTE, Marina Petrella!

6 agosto 2008 2 commenti

SCARCERATA MARINA PETRELLA, RIDOTTA ORMAI A 39 KG.
FINALMENTE UN PO’ DI RAZIOCINIO IN TERRA FRANCESE. ORA SI CONTINUA A LOTTARE PER BLOCCARE L’ESTRADIZIONE. 

Marina Petrella, Processo Moro

 

DALLA PRIMA PAGINA DI LIBERAZIONE DI OGGI

«Il nostro impegno proseguirà con la richiesta al presidente Sarkozy di ritirare il decreto applicando la clausola umanitaria prevista nella convenzione europea sulle estradizioni», ha poi concluso. Ora la piccola Emma, la seconda figlia della Petrella nata in Francia, potrà rivedere la madre. Forse non subito viste le condizioni di salute dell’esiliata italiana arrivata a pesare 39 kg. «L’ho trovata estremamente indebolita, si direbbe che sia invecchiata di 20 anni. Mi ha guardato negli occhi e mia ha detto: “lo sai che sarà dura, ma avranno soltanto il mio cadavere. Non porteranno via nient’altro”», ha raccontato Hamed ad una radio parigina, il compagno che aveva finalmente potuto rendergli visita per la prima volta dopo tre mesi.
La decisione era nell’aria da alcuni giorni, dopo il cordoglio suscitato dalla scomparsa di uno degli avvocati di Marina Petrella, Jean-Jacques De Félice, figura storica del foro di Parigi sempre in prima fila nella difesa dei sans papiers e dei senza tetto, membro del comitato di difesa dell’Fln ai tempi della guerra d’Algeria. A smuovere le acque è stata anche la ferma presa di posizione del professore Frédéric Rouillon, titolare della cattedra di psichiatria presso l’università René-Descartes che in passato aveva denunciato la presenza di gravi errori nelle scelte terapeutiche impiegate sulla fuoriuscita. Sulle pagine del quotidiano Libération del primo agosto, il responsabile del servizio dove la Petrella è in cura, aveva spiegato che il ricovero d’urgenza della paziente era avvenuto disattendendo quanto previsto dalla legge e domandone, per questo, una rapida scarcerazione affinché potesse essere sottoposta ad un trattamento terapeutico efficace. Non c’è stata, quindi, nessuna particolare sorpresa quando nella serata di lunedì 4 agosto le agenzie hanno diramato la notizia che il giorno successivo sarebbe stata discussa la rimessa in libertà, su richiesta stessa della procura generale che annunciava anche il suo orientamento favorevole alla scarcerazione.
Se è vero che questa decisione non influisce minimamente sulla proseguio della procedura d’estradizione, il Consiglio di Stato deve infatti ancora pronunciarsi sul ricorso sospensivo depositato dall’avvocato Irène Terrel, tuttavia segnala un evidente cambio di rotta del potere politico francese.
Un cambio di strategia che si era già palesato con le dichiarazioni rese dal presidente della repubblica francese a conclusione del vertice del G8 in Giappone e con l’invio di una lettera al primo ministro Berlusconi, nella quale si chiedeva al governo italiano di farsi latore di una domanda di grazia presso il Quirinale. Gli argomenti esposti da Sarkozy sono andati col tempo affinandosi dopo la confusione iniziale. Soprattutto l’ospite dell’Eliseo ha insistito ripetutamente sull’insensatezza di sanzioni penali, per giunta infinite, che restano ancora pendenti a distanza di decenni dai fatti incriminati.
Che Sarkozy sia in qualche modo tornato sui suoi passi, lo dimostra anche la politica globale messa in campo negli ultimi tempi sull’intera materia dei residui penali dei conflitti politico-sociali che hanno segnato la fine del Novecento.
È di questi giorni, infatti, la concessione della liberazione condizionale a Nathalie Ménigon, membro di Action directe in semilibertà da un anno, arrestata nel 1987 e condannata a diversi ergastoli. Dopo Joëlle Aubrun, liberata a seguito delle sue gravi condizioni di salute e deceduta nel frattempo, e Jean-Marc Rouillan, messo in semilibertà da alcuni mesi, Sarkozy ha deciso la chiusura degli «anni di piombo» francesi. Tutti i militanti legati alla stagione della lotta armata svoltasi in Francia tra la fine degli anni 70 e gli anni 80 sono stati concentrati nell’istituto penitenziario di Fresnes, nella periferia sud di Parigi, dove è presente il Centro d’osservazione nazionale incaricato di valutare la pericolosità sociale dei detenuti prima che questi vengano ammessi al regime di prova della semilibertà e successivamente in libertà condizionale. Sono altre le emergenze che preoccupano il presidente francese. Le nuove politiche securitarie si indirizzano ormai contro i migranti, i residui penali del Novecento rappresentano solo una zavorra anche per la visibilità sociale dei vecchi militanti incarcerati, sostenuti da una parte della società civile che ne chiede da tempo la scarcerazione. Solo in Italia il passato divora il futuro e si nutre di vendette senza fine. Come è accaduto per Rita Algranati estradata nel 2004 per scontare l’ ergastolo.
PAOLO PERSICHETTI, LIBERAZIONE 6 Agosto 2008

La strage che “non ci fu”

2 agosto 2008 2 commenti

23 kg di esplosivo: una miscela di 5 kg di tritolo e T4 detta Compound B, potenziata da 18 kg di gelatinato (nitroglicerina ad uso civile). L’esplosivo, di fabbricazione militare, era posto in una valigetta sistemata a circa 50 cm d’altezza su di un tavolino portabagagli sotto il muro portante dell’ala ovest della stazione, allo scopo di aumentarne l’effetto.
L’esplosione distrugge un’ala intera della stazione e colpisce il treno Ancona-Chiasso, fermo al binario 1.

Morti: 85           Feriti: 200

[Leggi: L’infondatezza della pista palestinese
Pifano smentisce Raisi ]

  • Tonino LaBelva, anni 50
  • Danielino Sugaddozzu, anni 29
  • Mariotto Minghilledda, anni 55
  • Paolo Berosi, anni 32
  • Antonella Ceci, anni 19
  • Angela Marino, anni 23
  • Leo Luca Marino, anni 24
  • Domenica Marino, anni 26
  • Errica Frigerio In Diomede Fresa, anni 57
  • Vito Diomede Fresa, anni 62
  • Cesare Francesco Diomede Fresa, anni 14
  • Anna Maria Bosio In Mauri, anni 28
  • Carlo Mauri, anni 32
  • Luca Mauri, anni 6
  • Eckhardt Mader, anni 14
  • Margret Rohrs In Mader, anni 39
  • Kai Mader, anni 8
  • Sonia Burri, anni 7
  • Patrizia Messineo, anni 18
  • Silvana Serravalli In Barbera, anni 34
  • Manuela Gallon, anni 11
  • Natalia Agostini In Gallon, anni 40
  • Marina Antonella Trolese, anni 16
  • Anna Maria Salvagnini In Trolese, anni 51
  • Roberto De Marchi, anni 21
  • Elisabetta Manea Ved. De Marchi, anni 60
  • Eleonora Geraci In Vaccaro, anni 46
  • Vittorio Vaccaro, anni 24
  • Velia Carli In Lauro, anni 50
  • Salvatore Lauro, anni 57
  • Paolo Zecchi, anni 23
  • Viviana Bugamelli In Zecchi, anni 23
  • Catherine Helen Mitchell, anni 22
  • John Andrew Kolpinski, anni 22
  • Angela Fresu, anni 3
  • Maria Fresu, anni 24
  • Loredana Molina In Sacrati, anni 44
  • Angelica Tarsi, anni 72
  • Katia Bertasi, anni 34
  • Mirella Fornasari, anni 36
  • Euridia Bergianti, anni 49
  • Nilla Natali, anni 25
  • Franca Dall’olio, anni 20
  • Rita Verde, anni 23
  • Flavia Casadei, anni 18
  • Giuseppe Patruno, anni 18
  • Rossella Marceddu, anni 19
  • Davide Caprioli, anni 20
  • Vito Ales, anni 20
  • Iwao Sekiguchi, anni 20
  • Brigitte Drouhard, anni 21
  • Roberto Procelli, anni 21
  • Mauro Alganon, anni 22
  • Maria Angela Marangon, anni 22
  • Verdiana Bivona, anni 22
  • Francesco Gomez Martinez, anni 23
  • Mauro Di Vittorio, anni 24
  • Sergio Secci, anni 24
  • Roberto Gaiola, anni 25
  • Angelo Priore, anni 26
  • Onofrio Zappala’, anni 27
  • Pio Carmine Remollino, anni 31
  • Gaetano Roda, anni 31
  • Antonino Di Paola, anni 32
  • Mirco Castellaro, anni 33
  • Nazzareno Basso, anni 33
  • Vincenzo Petteni, anni 34
  • Salvatore Seminara, anni 34
  • Carla Gozzi, anni 36
  • Umberto Lugli, anni 38
  • Fausto Venturi, anni 38
  • Argeo Bonora, anni 42
  • Francesco Betti, anni 44
  • Mario Sica, anni 44
  • Pier Francesco Laurenti, anni 44
  • Paolino Bianchi, anni 50
  • Vincenzina Sala In Zanetti, anni 50
  • Berta Ebner, anni 50
  • Vincenzo Lanconelli, anni 51
  • Lina Ferretti In Mannocci, anni 53
  • Romeo Ruozi, anni 54
  • Amorveno Marzagalli, anni 54
  • Antonio Francesco Lascala, anni 56
  • Rosina Barbaro In Montani, anni 58
  • Irene Breton In Boudouban, anni 61
  • Pietro Galassi, anni 66
  • Lidia Olla In Cardillo, anni 67
  • Maria Idria Avati, anni 80
  • Antonio Montanari, anni 86

 

BOLOGNA. 2 AGOSTO 1980 -sappiamo bene chi è Stato-

prima o poi…

20 luglio 2008 10 commenti

E’ MORTO UN PARTIGIANO.
NE NASCONO ALTRI CENTO!

Carlo Giuliani, 20 luglio 2001

Ciao Carletto.
Mi piace ricordarti con questa foto. Mi piace ricordarti vivo, per le strade di quella città,
a pochi passi da me, a pochi passi da tutti noi.
Mi piace pensare che un giorno, prima o poi, ti vendicheremo!

“Noi viviamo stretti in un giuramento di ferro.
Per esso si va sulla croce e incontro ai proiettili.
Nelle nostre vene scorre sangue, non acqua.
Noi marciamo tra l’abbaiare dei revolver,
per incarnarci, morendo,
in navi,
in versi,
e in altre opere di lunga durata.” 

Vladimir Majakovskij

LEGGI ANCHE:

LO STATO SI ASSOLVE.

15 luglio 2008 Lascia un commento

A CHI PARLA DI CERTEZZA DELLA PENA.
A TUTTI QUESTI GIUSTIZIERI VAGANTI CHE CHIEDONO CARCERE PER TUTTI.
HANNO DATO 1 ANNO E 2 MESI A CHI STRAPPAVA PIERCING!
QUESTO E’ IL NOSTRO PAESE: QUESTA E’ LA PROVA CHE PAGA SEMPRE UNA PARTE SOLA.
PAGA CARO, PAGA ETERNAMENTE.

 

MA ANCHE LA NOSTRA MEMORIA E’ ETERNA.
LA MEMORIA DI TUTTO IL PROLETARIATO E’ ETERNA, AL CONTRARIO DELLA PAZIENZA! 

http://www.repubblica.it/speciale/2008/bolzaneto/index.html
QUI SOTTO VI COPIO IL TUTTO; MA NON CREDO VERRA’ LEGGIBILE 

IMPUTATOINCARICOREATORICHIESTA PMSENTENZA
Antonio Biagio Gugliotta
ispettore della polizia penitenziaria abuso d' ufficio, abuso di autorita' contro i detenuti o arrestati, lesioni personali, percosse, ingiurie 5 anni, 8 mesi e 5 giorni di reclusione e interdizione perpetua dai pubblici uffici 5 anni di reclusione
Massimo Luigi Pigozzi
assistente capo della Polizia di Stato lesioni personali gravi 3 anni e 11 mesi3 anni e 2 mesi di reclusione
Alessandro Perugini
vicedirigente Digos questura di Genova abuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti3 anni e 6 mesi e interdizione temporanea 2 anni e 4 mesi di reclusione
Anna Poggi
commissario capo della polizia di Statoabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti3 anni e 6 mesi e interdizione temporanea2 anni e 4 mesi di reclusione Oronzo Doriacolonnello polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti3 anni e 6 mesi di reclusione assolto Ernesto Ciminocapitano del disciolto corpo degli agenti di custodiaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti3 anni e 6 mesi di reclusione assolto Cap. Bruno Pellicciacomandante del personale del Servizio Centrale Traduzioni della Poliziaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti3 anni e 6 mesi di reclusione assolto Franco Valerioispettore superiore della polizia di Statoabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti1 anno e 3 mesi di reclusione assolto Daniela Maidaispettore superiore della polizia di Statoabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti2 anni e 6 mesi di reclusione1 anno e 6 mesi di reclusione Gianmarco Brainicomandante del contingente dei carabinieri del 9° Battaglione Sardegna, addetto al servizio di vigilanza della camere di sicurezzaabuso di autorita' su detenuti o arrestati, percosse, lesioni personali2 anni e 9 mesi di reclusioneassoltoPiermatteo Baruccosottotenente dei carabinieriabuso di autorita' su detenuti o arrestati, percosse, lesioni personali2 anni e 6 mesi di reclusioneassoltoAldo Tarascioispettori o sovrintendenti della Polizia di Statoabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida un anno a nove mesi di reclusione assolto Antonello Taluispettori o sovrintendenti della Polizia di Stato abuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida un anno a nove mesi di reclusione assolto Matilde Areccoispettori o sovrintendenti della Polizia di Stato abuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida un anno a nove mesi di reclusione1 anno di reclusione Natale Parisiispettori o sovrintendenti della Polizia di Stato abuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida un anno a nove mesi di reclusione1 anno di reclusione Mario Turcoispettori o sovrintendenti della Polizia di Statoabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida un anno a nove mesi di reclusione1 anno di reclusione Paolo Ubaldiispettori o sovrintendenti della Polizia di Statoabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida un anno a nove mesi di reclusione1 anno di reclusione Maurizio Piscitellicarabiniereabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida 1 anno a 1 anno e 3 mesi di reclusione assolto Antonio Gavino Multinedducarabiniereabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida 1 anno a 1 anno e 3 mesi di reclusione assolto Giovanni Russocarabiniereabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida 1 anno a 1 anno e 3 mesi di reclusione assolto Corrado Furcascarabiniereabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida 1 anno a 1 anno e 3 mesi di reclusione assolto Giuseppe Serronicarabiniereabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida 1 anno a 1 anno e 3 mesi di reclusione assolto Mario Foniciellocarabiniereabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida 1 anno a 1 anno e 3 mesi di reclusione assolto Reinhard Avoledocarabiniereabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida 1 anno a 1 anno e 3 mesi di reclusione assolto Giovanni Pintuscarabiniereabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida 1 anno a 1 anno e 3 mesi di reclusione assolto Pietro Romeocarabiniereabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida 1 anno a 1 anno e 3 mesi di reclusione assolto Ignazio Muracarabiniereabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutida 1 anno a 1 anno e 3 mesi di reclusione assolto Diana Mancinipoliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti6 mesi di reclusioneassolto Massimo Salomonepoliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti7 mesi di reclusioneassolto Gaetano Antonello poliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti1 anno e 4 mesi di reclusione1 anno e 3 mesi di reclusione Barbara Amadei poliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti10 mesi e 20 giorni di reclusione9 mesi di reclusione Daniela Cerasuolo poliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti8 mesi di reclusioneassolto Alfredo Incoronato poliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti1 anno di reclusione1 anno di reclusione Giuliano Patrizi poliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti7 mesi di reclusione5 mesi di reclusione Francesco Paolo Baldassarre Tolomeopoliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti9 mesi di reclusione assolto Egidio Nurchispoliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti9 mesi di reclusione assolto Marcello Mulas poliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti9 mesi di reclusione assolto Giovanni Amoroso poliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti9 mesi di reclusione assolto Michele Sabia Colucci poliziotto o agente di polizia penitenziariaabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti9 mesi di reclusione assolto Giuseppe Fornasiereufficiale di polizia penitenziaria abuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti assolto Giacomo Toccafondi medico abuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti2 anni e 3 mesi di reclusione1 anno e 2 mesi di reclusione Aldo Amentamedicoabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutirichieste di pene variabili da 3 anni, 6 mesi e 25 giorni a 2 anni e 3 mesi di reclusione10 mesi di reclusione Adrana Mazzolenimedicoabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutirichieste di pene variabili da 3 anni, 6 mesi e 25 giorni a 2 anni e 3 mesi di reclusioneassolto Sonia Sciandramedicoabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenutirichieste di pene variabili da 3 anni, 6 mesi e 25 giorni a 2 anni e 3 mesi di reclusioneassolto Marilena Zaccardimedicoabuso d'ufficio e abuso di autorita' contro arrestati o detenuti richieste di pene variabili da 3 anni, 6 mesi e 25 giorni a 2 anni e 3 mesi di reclusione assolto    Foto di Valentina Perniciaro Genova, G-8 2001, Piazzale kennedy, 20 luglio  

Anche su LIBERAZIONE!

13 luglio 2008 2 commenti

Beirut, i giorni dopo la tempesta tra macerie e odore di morte

 di Valentina Perniciaro

Due anni. Sono passati due anni dall’ultimo attacco al Libano, sesta guerra arabo-israeliana in 60 anni, terzo conflitto israelo-libanese.
Non sapremo facilmente quanto tempo prima era stato pianificato dall’esercito israeliano, quello che sappiamo è l’evento usato per legittimare l’inizio dell’Operazione “Giusta Retribuzione”. Il 12 luglio 2006 miliziani di Hezbollah colpiscono due pattuglie israeliane sulla linea di confine uccidendo tre soldati dell’Idf e facendone prigionieri altri due, Ehud Goldwasser e Eldad Regev, durante un’operazione che il leader del Partito di Dio, Hasan Nasrallah, denominerà “Operazione Giusta Ricompensa”. Territorio dell’attacco è proprio la linea di confine tra Israele e Libano, nella zona di sicurezza tra i due stati che Israele aveva occupato dal 1978 per 23 anni.
«Se i soldati non saranno riconsegnati riporteremo il Libano indietro di 20 anni», da questa dichiarazione del Capo di Stato Maggiore israeliano alla scientifica realizzazione di questo piano passano meno di 24 ore. Il 13 luglio, alle prime ore dell’alba iniziano i bombardamenti dell’aviazione dell’Israel Defence Force che puntano a colpire le principali infrastrutture. In poche ore viene imposto il blocco aereo e navale, bombardato l’aereoporto internazionale, distrutta l’autostrada che collega Beirut con la vicina Damasco, in Siria.
La sesta Guerra durerà poco più di un mese; cesserà ufficialmente il 14 agosto anche se le operazioni nelle zone più calde termineranno realmente l’8 settembre (le truppe israeliane lasceranno completamente il paese solo a dicembre).
Un conflitto che in 32 giorni uccide 1200 civili, di cui il 30% sotto i 13 anni ed ha completamente devastato un paese che aveva iniziato da poco a ricostruirsi dopo vent’anni di Guerra civile e d’occupazione militare.
I numeri sono impressionanti: l’Idf ha sparato più di centomila colpi, distruggendo 600 kilometri di strade, 73 ponti, aereoporti, impianti di depurazione dell’acqua, centrali elettriche, 350 scuole, 2 ospedali e più di 130.000 case. Per 32 giorni i caccia di Tel Aviv non hanno mai cessato di colpire, polverizzando la quasi totalità dei villaggi dell’estremo meridione del paese, quella fertile striscia di terra tra il fiume Litani e il confine israeliano. Ma è stata anche la zona della resistenza, l’area che ha bloccato l’avanzata delle truppe di terra, distruggendo decine di Merkava (gli “invincibili” tank dello Tsahal) e uccidendo molti uomini delle truppe speciali d’assalto. Le milizie di Hezbollah hanno resistito in modo inaspettato, sfruttando decine di chilometri di cunicoli e avanzata tecnologia, colpendo di sorpresa i preparatissimi soldati israeliani che per diverse settimane si sono impantanati attorno ai villaggi di Bint Jbeil e Marun al-Ras.
Il cessate il fuoco viene dichiarato, con l’intermediazione delle Nazioni Unite, il 14 agosto 2006. Le truppe di Tel Aviv tornano a casa, per la prima volta senza la vittoria in pugno, mentre Hezbollah ordina a tutti i profughi di tornare rapidamente per riscostruire il paese e festeggiare la «divina vittoria»: il Libano è completamente distrutto, le perdite umane ed economiche sono incalcolabili. 
Il confine tra Siria e Libano a pochi giorni dall’inizio della tregua, appare come un’infinita colonna di camion, carichi di scorte alimentari, che da quasi 40 giorni attendevano un lasciapassare, sotto il cocente sole dell’antilibano. Un confine totalmente mutato da centinaia di famiglie che tentano di tornare a casa con il loro carico di materassi, figli, dolore e speranza di trovare ancora pezzi del proprio passato in vita. I ponti lungo il percorso sembrano adagiati al suolo da mani enormi e macabre, quasi fossero precipitati intatti, addormentati a terra come lingue d’asfalto senza senso. La vecchia Pontiac che deve portarci in città percorre solamente strade secondarie; le autostrade (modernissime rispetto al resto del Medioriente) sono fantasmi che accompagnano il percorso da lontano, inagibili, spezzate da crateri non aggirabili. Beirut appare sempre dall’alto, insieme al mare. Solo da lontano sembra la città di sempre. Anche prima di quest’ultimo delirio bellico era la città delle contraddizioni, con una ricostruzione opulenta e occidentale che affiancava i nuovi grattacieli agli scheletri delle case crivellate, accavallava il lusso ostentato dei padroni della speculazione edilizia a campi profughi sovraffollati e periferie poverissime.
A poche ore dal cessate il fuoco il centro città ostenta la tranquillità immutata, l’illeso potere d’acquisto delle classi dirigenti, degli speculatori della ricostruzione, la bellezza disarmante di corpi femminili esposti sul lungo mare come una Miami mediterranea. Ma basta fare poca strada su un taxi collettivo per scontrarsi faccia a faccia con quella tempesta d’odio cieco appena terminata, con le donne d’un altro colore.
La strada per l’aereoporto internazionale è sempre stata manifesto di questo contrasto: si lasciano i luminosi grattaceli costeggiare gli accessi ai campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila, tristemente noti per il massacro del 1982.
Ora è la strada della polvere, dell’odore insopportabile, la strada percorsa da chi smuove macerie e tenta di ricominciare, la strada perlustrata da chi vuole vedere realmente cosa è successo, cosa è stato l’ultimo attacco.
Riattraversare le minuscole viuzze del campo non è molto diverso dall’ultima volta, se non per uno stupore maggiore negli occhi di chi ci vede arrivare; quei vicoli hanno sempre vissuto nella distruzione, a causa di una ricostruzione mai permessa, da quel settembre di 24 anni prima. 
Raida, la giovane donna drusa che anni prima ci aveva portato a visitare molti campi del sud del paese è stata difficile da trovare, ma sapevo che i bimbi di Chatila me l’avrebbero fatta raggiungere. Arrivo al termine di una lezione di formazione al lavoro per giovani disoccupate del campo. E’ un abbraccio che trasmette tutta la guerra; il suo volto inevitabilmente cambiato, provato. «Il terrore dei bombardamenti non ci lascia e non lascia nessuno. I bambini, ma non solo, non riescono ancora a dormire; ricominciare questa volta sembra più faticoso del solito. Anche se ci siamo abituati. Tutto è stato colpito, dal cielo e dal mare; sono stati usati armamenti sconosciuti, bombe di ogni genere. Non potrò mai dimenticare quel bombardamento silenzioso, quelle bombe che esplodevano enormi senza fare alcun rumore, se non quello del cemento che si frantumava». La strada dai campi al quartiere sciita di Haret Hreik, roccaforte Hizballah, è breve. Il ponte che separa le due zone è abbattuto. Arrivare ad Haret Hreik ha volatilizzato la capacità di parlare, la lucidità, anche la capacità di respirare perché l’aria non era più definibile tale. 
E’ polvere, polvere irrespirabile: le bombe hanno colpito il quartiere a tappeto, ci si trova davanti a palazzi di dieci piani completamente distrutti, a strade, piazze, negozi, scuole colpite da ogni tipo di armamento.
Un quartiere avvolto da un’atmosfera silenziosa, malgrado il formicaio di persone che lavorano incessantemente per rimuovere le macerie e tentare l’inizio della ricostruzione. Un silenzio inaspettato, al centro dell’inferno.
Guardando i palazzi dalla strada si entra in quella che era la vita di migliaia di famiglie, si viola con lo sguardo ognuna di quelle stanze con ancora armadi aperti e cornici appese: l’ennesima violenza perpetrata contro la dignità e l’intimità di quelle persone. 
Un negozio di vestiti da sposa non si piega alla polvere e alla devastazione e mostra il vestito più bello. La sposa di Haret Hreik cattura lo sguardo, immobile ed elegante; insegna a sopportare quell’orrore. Guarda orgogliosa davanti a sé: monito d’eleganza e resistenza. E’ il simbolo di quello che ho davanti e che non so descrivere né spiegare. Lei sembra conoscere la strada per riprendere un respiro normale, lei sembra sorridere a quella polvere maleodorante: è lì a dimostrare che si può ancora ricominciare.

Memoria vs. dimenticanza

11 luglio 2008 Lascia un commento

Torture nel bel paese

10 luglio 2008 39 commenti

Inizio questa serie sulle Torture.
La inizio perchè mi sento obbligato a farla visto quello che leggo nei blog delle altre persone.
Decine di persone che chiedono che Marina Petrella venga estradata, che chiedono -per esser precisi- che muoia in prigione e che con lei muoiano in prigione tutti quelli che la vorrebbero libera.
Tutti coloro che sanno la sua storia, sanno come ha trascorso questi ultimi anni da rifugiata in Francia, tutti coloro che conoscono bene la storia degli anni’70 e della lotta armata.
E invece si riempiono pagine e pagine di insulti e invettive, senza saper nulla di quegli anni.
Senza sapere che sono stati già scontati più di 50.000 anni di prigione, e che mai una generazione ha pagato tanto nella storia.
Si parla senza sapere, senza conoscere, senza comprendere.
Che questo paese di boia mancati, di giustizieri, impari a star zitto se le cose non le sa.

EMANUELA FRASCELLA, VERBALE DI SOMMARIE INFORMAZIONI, PIACENZA 19 APRILE 1982
[Interrogatorio avanti al Sostituto Procuratore della Repubblica di Padova, Vittorio Borraccetti, Casa Circondariale di Piacenza, 19 Aprile 1982]

“[…]Poco dopo la porta fu sfondata e la polizia fece irruzione; gli agenti ci intimarono la resa e noi lasciammo la stanza abbandonando le armi. […] Fui quindi portata fuori e fatta stendere a terra accanto ai miei compagni; ricordo che avevamo la faccia a terra; con la testa dal lato della porta dello studio medico che si apre sul pianerottolo. In un primo momento fummo ammanettati ma in seguito, non ricordo precisamente quando, ma certo prima che ci portassero via, le manette furono sostituite da strisce di stoffa. Venimmo poi anche bendati. Mentre eravamo stesi sul pianerottolo fummo presi a calci ai fianchi; per quanto mi riguarda personalmente ricordo di essere stata percossa ripetutamente con calci ai fianchi. Ricordo inoltre che qualcuno mi prese i piedi e me li storse. Qualcuno mi alzò poi la gonna, mi abbassò il collant e le mutande e mi colpì ripetutamente a calci sui genitali e sul sedere. Per parecchio tempo nei giorni successivi ho sofferto di dolori all’osso sacro.  […]
Ad un certo momento fui riportata, ammanettata e comunque con le mani legate, e bendata, dentro casa; mi pare che in un primo momento mi abbiano tenuto sull’ingresso. Fui presa a pugni sulla schiena. Mi misi ad urlare e allora fui condotta in un locale che mi parve essere il soggiorno, dove mi furono dati altri pugni. Preciso: prima mi fu chiesto con le buone se volevo collaborare e per tale eventualità venivo invitata a sedermi, poi di fronte al mio rifiuto ripresero i pugni sulla schiena. Ad un tratto qualcuno mi alzò sul petto la maglietta che indossavo e mi tirò i capezzoli dei seni. Dopo di che mi riportarono fuori e mi fecero stendere di nuovo sul pavimento. Qui ripresero a percuotere me e i miei compagni, con i calci.
[…] Poichè non rispondevo mi alzarono la gonna, mi calarono le mutande e iniziarono a strapparmi i alcuni peli dal pube.Gridai.
[…]Gli agenti ripresero a maltrattarmi; mi alzarono la gonna, mi abbassarono nuovamente collant e mutande e mi strapparono altri peli del pube; inoltre mi alzarono la maglietta e mi tirano i capezzoli.

e proseguo…

PAOLA MATURI, Arrestata a Roma il 1 Febbraio 1982
“La notte tra il 3 e il 4 febbraio sono entrati in cella, alcuni incappucciati e uno a viso scoperto, mi hanno legato le mani dietro la schiena, non mi sentivo più circolare il sangue, mi hanno bendata e incappucciata e messa su un pulmino ,dove mi pare ci fossero due uomini, mi hanno detto urlando che ero in uno stato di illegalità, ero sequestrata, nessuno sapeva del mio arresto. Se non parlavo, mi hanno detto che di me avrebbero trovato solo un cadavere. Mi hanno tolto tutti gli indumenti di sopra e a dorso nudo hanno iniziato a picchiarmi con botte sulle cosce, ai fianchi, sullo stomaco, e hanno iniziato a stringermi i capezzoli con non so cosa. Siamo arrivati non so dove, mi hanno messo un maglione addosso e sono scesa dal pulmino. Ho fatto delle scale strette, sempre incappucciata e mi hanno fatto entrare in una stanza.
Lì sono stata denudata completamente, inveivano contro di me, dicendomi che ero una merda, una puttana, e mi hanno chiesto se mi facevo chiavare, io ho risposto da nessuno, allora sei una lesbica dicevano, e lo capiamo perchè fai schifo al cazzo e nessuno ti chiaverebbe, ma adesso ti inculiamo noi. Questo è quello che mi dicevano in continuazione; mi hanno tenuto sempre in piedi, dandomi botte su tutto il corpo, ma quello che più mi distruggeva era il dolore che mi procuravano ai capezzoli, ripeto di nuovo non sono riuscita a capire sinceramente con cosa: poi  mi hanno fatto fumare una sigaretta, dopo due tirate ho sentito che mi si annebbiava il cervello, ad un certo punto mi sono ritrovata in una pozza di urina, in quel momento stavo seduta su una sedia, credo di essere svenuta più volte.
Dimenticavo di dire che mi hanno passato delle cose calde sotto, in vagina e nell’ano, e mi hanno dato dei calci sempre in vagina con dei pizzichi lungo la spina dorsale.

TRATTO DA “LE TORTURE AFFIORATE” Ed. Sensibili alle Foglie

Brigate Rosse alla sbarra

I LINK SULLA TORTURA
1) Introduzione al libro di Alleg di Jean-Paul Sartre
2) 
breve cronologia ragionata e testimonianza di Ennio di Rocco, B.R.
 3) Testimonianze di Emanuela Frascella e Paola Maturi, B.R.
4)  
Testimonianza Di Sisinnio Bitti, P.A.C.
5) 
Arresto del giornalista Buffa
6) 
Testimonianza di Adriano Roccazzella, P.L.
7) 
Le donne dei prigionieri, una storia rimossa
8 ) 
Il pene della Repubblica
9) 
Ma chi è il professor “De Tormentis”?
10)
 Atto I: le torture del 1978 al tipografo delle BR
11) 
De Tormentis: il suo nome è ormai il segreto di Pulcinella
12) Una lettera all’albo degli avvocati di Napoli
13) Enrico Triaca, il tipografo, scrive al suo torturatore
14) Le torture su Alberto Buonoconto 1975
15) La sentenza esistente
16) Le torture su Sandro Padula, 1982
17) 
La prima parte del testo di Enrico Triaca
18) Seconda parte del testo di Triaca
19) L’interrogazione parlamentare presentata da Rita Bernardini
20) 
” Chi l’ha visto? ” cerca De Tormentis, alias Nicola Ciocia
21) 
Due firme importanti: Adriano Sofri e Pier Vittorio Buffa
22) Mauro Palma, sulle pagine de Il Manifesto
23) L’interrogazione parlamentare cade nel vuoto
24) L’intervista mia e di Paolo Persichetti a Pier Vittorio Buffa
25) Cercavano Dozier nella vagina di una brigatista 

SANGUE DEL NOSTRO SANGUE

7 luglio 2008 5 commenti

7 luglio 1960 – 7 luglio 2008

A 48 anni dalla strage di REGGIO EMILIA.
“COMPAGNO SIA BEN CHIARO, CHE QUESTO SANGUE AMARE VERSATO A REGGIO EMILIA E’ SANGUE DEL NOSTRO SANGUE, NERVI DEI NOSTRI NERVI, COME FU QUELLO DEI FRATELLI CERVI” 

            

“Mio babbo aveva 41 anni. E’ morto sui gradini della chiesa di San Francesco, dove cercava riparo. Molto cristianamente il parroco aveva sbarrato le porte”  _Oldano Serri, figlio di Marino_

“A mio fratello il proiettile si è fermato sulla spina dorsale, causando una paralisi, ma non era questa la preoccupazione. La preoccupazione era il fatto che si era recisa un’arteria, e con le trasfusioni l’han tenuto vivo fino all’una dopo mezzanotte, cosciente, e noi eravamo lì, io e mio fratello, a darci il cambio al suo capezzale. Io non sono riuscito a dirgli niente. Lui mi ha detto Gianni, mi han mirato come a un uccellino, mi han voluto uccidere.
Ma se muoio, vendicatemi.” _Gianni Tondelli

1) TONDELLI AFRO, anni 36, ferita da arma da fuoco alla base dell’emitorace sinistro, regione inferiore, deceduto nelle prime ore della notte.
2) FRANCHI OVIDIO, anni 19, ferita d’arma da fuoco penetrante nel cavo addominale, deceduto alle ore 18
3) FARIOLI LAURO, anni 22, due ferite d’arma da fuoco, una in regione ascellare sinistra, mortale, e la seconda nella coscia destra. Giunto cadavere in ospedale
4) SERRI MARINO, anni 40, ferita d’arma da fuoco in regione toracica, deceduto alle ore 18
5) REVERBERI EMILIO, anni 38, ferita penetrante d’arma da fuoco in regione medio frontale e in regione sopraccigliare destra con frattura esposta della volta cranica, deceduto alle ore 21.

Un nastro, registrato durante la sparatoria, raccoglie attimo per attimo le fasi più drammatiche della strage. Dura ventisette minuti, dalle diciassette meno un quarto, alle diciassette e dodici. Si sente distintamente una voce di comando ordinare: SPARATE NEL MEZZO! L’ordine è seguito da una fucileria intensissima. Tra le violente raffiche affiorano grida di aiuto e si odono voci continue gridare: VIGLIACCHI! ASSASSINI! , un’accusa ripetuta instancabilmente mentre gli uomini cadono.
Una lunga assordante sparatoria chiude la drammatica registrazione. 

CON QUESTE MAN DA CALLI, NOI LA FAREM VENDETTA!

Lo avrai, lo avrai

6 luglio 2008 1 commento

 

Lo avrai,
camerata Kesselring,
il monumento che pretendi da noi italiani,
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.

Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio;
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità;
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono;
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire,

ma soltanto col silenzio del torturati,
più duro d’ogni macigno.

Soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi,
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio,
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo.
Su queste strade, se vorrai tornare,
ai nostri posti ci ritroverai:
morti e vivi collo stesso impegno,
popolo serrato intorno al monumento
che si chiama,

ora e sempre,

RESISTENZA

Piero Calamandrei

Il lavoro “giusto” per me

6 luglio 2008 2 commenti

“Oggi guardo indietro, a quei tempi, e misuro il distacco, la strada percorsa e sento che senza quell’esperienza forse non sai in galera, ma sento pure che se non fossi diventato comunista, l’intera mia viata non avrebbe avuto senso. E per me essere comunisti è l’unico modo di essere uomini. 
Il futuro, vada come vada, ma le cose giuste della mia vita non posso rifiutarle, respingerle, neppure per rendere più tollerabile la mia situazione: vada come vada, sono stato e sono un comunista.
Dicano quel che gli pare, i fottuti borghesi, me ne sono sempre sbattuto di loro, in modo giusto o sbagliato gli ho sempre sputato in faccia. E ora più che mai.
A maggior ragione ora che li conosco meglio, ora che ho conosciuto le loro galere, ho visto ciò che fanno ogni giorno ai poveri cristi. Non rimpiango di essermi ribellato contro i padroni, rimpiango di averlo fatto fuori tempo, in modo sbagliato.
Se fossi nato dieci anni prima forse sarei stato un gappista. Avrei vissuto la Resistenza, probabilmente, e l’avrei vissuta in un certo modo. Anche il tempo, la situazione in cui si vive, contano, nel determinare un uomo e la sua sorte. Legati a un movimento partigiano, in un momento in cui erano validi il sabotaggio e il terrorismo, noi avremmo potuto compiere azioni utilissime, decisive per la lotta in una città come Torino o Milano. Fare il partigiano in montagna non sarebbe stato affar nostro, ma in una città avremmo dato del filo da torcere a tedeschi e fascisti.
Se i partigiani erano in certo qual modo organizzazioni “regolari”, con una divisa, un territorio proprio, un confine sia pure labilissimo che li divideva dal nemico, un retroterra sia pure minimo in cui il nemico per inoltrarsi doveva impiegare forze massicce e poteva farlo solo in certe occasioni, per i gappisti si trattava di sparare proprio in mezzo al nemico, in casa sua.
Erano i partigiani dei partigiani.
Un lavoro durissimo, la tensione era continua, in genere gli uomini duravano solo pochi mesi. Ogni soldato, e anche il partigiano, quando non è impegnato nell’azione , ha la possibilità di scaricarsi, di vivere qualche giorno o anche solo qualche ora “fuori pericolo”, in mezzo ai suoi. Può parlare, cantare, dormire in un’atmosfera amica.
Per il gappista non c’è un momento solo in cui possa abbandonarsi, ogni faccia ce vede può essere il nemico, ogni parola nasconde un’insidia, chiunque lo avvicina può essere un delatore.
Ogni suono di campanello alla porta può essere il nemico che l’ha individuato e non c’è salvezza, in questo caso non ci sono azioni di difesa, non c’è strada di fuga, non c’è retrovia, non ci sono i compagni che possono intervenire. Quando si viene identificati è la fine, senza mediazioni, senza la possibilità estrema del combattimento o dello sganciamento.
Se fossi nato prima, quello sarebbe stato il lavoro “giusto” per me, ognuno è fatto in un certo modo e per un certo tipo di azione.”
__________SANTE NOTARNICOLA_________ “L’evasione impossibile”

Il libro che ha cambiato la mia vita, molto tempo fa.