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La legge e la forza. Proposta di dibattito…
Con piacere pubblico l’articolo di Bifo uscito oggi sulla prima pagina di Liberazione. Come già mi è capitato di scrivere sul mio blog non ho una perfetta sintonia con lui, ma anche questa volta è stato in grado di lasciarci, dopo poche righe, con dei buonissimi punti di partenza. Ha la grande capacità di saper centrare il problema, di non girare intorno alle cose. Quindi l’attacco totale in questo articolo è contro questo bisogno irrefrenabile di legalismo che ha ormai impregnato qualunque movimento, opinione o idea anche solo vagante per l’aria. Un’opposizione ad un governo autoritario e pericoloso fatta solo di richiesta di legalità, foraggiata da personaggi poco interessanti come i Grillo, i Travaglio, i Nanni Moretti…sempre pronti a non far altro che chiedere giustizia e legalità. Come sola battaglia di “civile democrazia”.
Un buon punto di partenza per parlarne un po’ …
Il danno del Berlusconismo? L’antiberlusconismo
di Franco Berardi Bifo, Liberazione 29 novembre 2008
In un articolo uscito sull’ Herald Tribune il 3 Novembre 2008, Thomas Friedman scriveva: «Dovremo tutti pagare perché il collasso avviene nel contesto di quello che può essere considerato forse il più grande trasferimento di ricchezza dalla rivoluzione bolscevica del ’17. Non è un trasferimento di ricchezza dai ricchi ai poveri, ma un trasferimento di ricchezza dal futuro al presente. Mai nessuna generazione ha speso tanto della ricchezza dei suoi figli in un periodo di tempo così breve. L’America ha imposto alle generazioni future un immenso peso per finanziare i tagli delle tasse, le guerre e i salvataggi delle banche. Inoltre l’amministrazione Bush ci lascia in eredità un altro debito, quello con madre natura. Abbiamo aggiunto all’atmosfera sempre più CO2 senza nessuno sforzo di riduzione».
Il futuro non c’è più: è stato speso, ipotecato, devastato dal capitalismo neoliberista. E adesso?
Nelle scuole e nelle università italiane è esploso un movimento che grida: “Questa crisi noi non la paghiamo”. Non pagheremo il debito che avete accumulato. Non rinunceremo all’istruzione, al piacere della vita, ai servizi sociali solo perché una classe di accaparratori irresponsabili ha distrutto tutto prima che noi arrivassimo al mondo.
Quello slogan è il segno della tempestività di questo movimento, della sua intelligenza. Ma più che uno slogan è un problema. Come si fa a non pagare questo debito? Il problema di adesso è proprio quello di una nuova dimensione dell’esistere collettivo, capace di rovesciare il dispositivo della crescita capitalista, di imporre una redistribuzione del reddito e di conquistare una riduzione del tempo di lavoro. Il vero nemico degli studenti non è il decreto Gelmini, puro e semplice atto di cieca devastazione. E’ la Carta di Bologna del 1999, che sancì l’impegno dei paesi europei a subordinare i sistemi scolastici alle esigenze dell’economia d’impresa, e che avviò il processo di frammentazione dei saperi, e di precarizzazione della figura studentesca.La mobilitazione contro la legge Gelmini ha avuto una funzione importantissima, perché ha interpretato un sentimento diffuso tra la maggioranza degli studenti e degli insegnanti. Ma ha anche creato una situazione complicata, perché questo governo non ha un’opposizione parlamentare, gode di una maggioranza schiacciante, e controlla mediaticamente l’opinione. Di conseguenza non si può batterlo sul piano legislativo.
Non è stato certo sbagliato andare allo scontro con la legge Gelmini, ma se vogliamo che l’esito della scontro non si risolva in una sconfitta dobbiamo ragionare sul lungo periodo, dobbiamo liberarci di alcuni limiti culturali che sono iscritti nelle forme stesse della soggettività contemporanea. Le grandi mobilitazioni producono effetti significativi quando filtrano nel tessuto della vita quotidiana, altrimenti svaniscono come la nebbia. E perché questa onda filtri nei circuiti della vita quotidiana occorre fare i conti con una fragilità che finora nessuno ha avuto il coraggio di mettere in questione: quella fragilità si chiama legalismo.
Uno dei peggiori effetti che il berlusconismo ha prodotto nella cultura politica italiana (e nella formazione della generazione che è cresciuta sotto Berlusconi) è proprio l’antiberlusconismo.
Non mi si fraintenda. Quello instaurato da Berlusconi è per me un regime di totalitarismo mediatico forse ancor più deleterio per la democrazia di quanto fu il fascismo mussoliniano. Non sono di quelli che consigliano di “non demonizzare Berlusconi”. Berlusconi è il demonio, se demonio significa ignoranza, truffa, immiserimento, paura, razzismo arroganza.
Ma l’antiberlusconismo corrente (rappresentato da persone come Grillo, Di Pietro, Travaglio o Moretti) è solo marginalmente una riflessione sull’effetto che i media hanno prodotto sull’immaginario e sulle forme di vita. Essenzialmente è una riflessione su legalità e illegalità.
Sembra che tutti i mali derivino dal fatto che al governo ci sta una classe politica che viola la legge.
Semplificazione del tutto fuorviante, ma come non capirla? Se al governo ci sta (come ci sta) un ceto politico di sistematici predatori e di violatori professionali delle leggi, è comprensibile che gran parte della società finisca per attribuire la miseria, la disoccupazione, la crisi della scuola pubblica e tutto il resto all’illegalità.
Basterebbe allora che tutti rispettassero la legge? Credo proprio di no. La legge non è altro che la sanzione formale di un rapporto di forze. E’ legale sfruttare la gente. E’ legale costringerla a fare straordinario. E’ legale uccidere sul lavoro. E’ legale costringere la gente a subire una vita precaria.
E’ legale fin quando i principi su cui si scrive la legge sono quelli della competizione e della crescita illimitata.
La legge non è che la sanzione di un rapporto di forza, e anche quando la legge è rispettosa dei bisogni della società (come in molti suoi punti è la Costituzione della Repubblica Italiana) se non esiste la forza per imporne il rispetto, la legge è scritta sull’acqua.
Solo la forza può restituire alla società autonomia dal dominio del profitto. Solo la forza può dare ai lavoratori e agli studenti la possibilità di difendere la loro dignità e i loro diritti.
Ma la forza cos’è? La forza sta nell’unità delle diverse componenti del lavoro sfruttato, sta nella ricomposizione del mosaico infinitamente complesso della vita di chi produce valore. La forza sta nella capacità di vivere in condizione di indipendenza, sta nella capacità di non subire le idee e le immagini e le paure di chi ha il potere.
La forza sembra oggi sfuggirci perché la precarietà ha sgretolato i rapporti fra le diverse sezioni del lavoro sociale. E questa frammentazione la ritroviamo anche nei movimenti. In questo movimento c’è una gelosia dell’identità, una paura della contaminazione, un riflesso di chiusura e di settorialità che, prevalendo, preparerebbero la sconfitta. Dobbiamo allora curarli, dobbiamo allora superarli questo legalitarismo e questo identitarismo, che sono fattori di fragilità del movimento. Occorre curarli, occorre superarli, se vogliamo che il movimento conquisti il lungo periodo fino a divenire senso comune e forma della vita quotidiana.
E’ uscita SCARCERANDA 2009!
È uscita Scarceranda 2009, l’agenda autoprodotta da Radio Onda Rossa, contro ogni carcere giorno dopo giorno, perché di carcere non si muoia più ma neanche di carcere si viva. Quest’anno Scarceranda celebra la sua decima edizione! Per questo l’abbiamo chiamata Scarceranda X.
È BELLISSIMA!Vedi l’indice dei materiali presenti in questa edizione dell’agenda.
Scarceranda (agenda annuale + libro) è in vendita a 12 euro presso Radio Onda Rossa e negli infoshop, centri di documentazione, librerie.
Scarceranda può essere pagata tramite conto corrente postale e richiesta in spedizione direttamente a Radio Onda Rossa
via dei volsci 56 00185 Roma
Tel 06491750 ondarossa@ondarossa.it
Il versamento di 12 euro a copia va effettuato sul ccp 61804001 intestato a Radio Onda Rossa indicando in maniera leggibile nominativo e indirizzo cui si vuole venga spedita l’agenda. Per chi utilizza il versamento online tramite Bancoposta il versamento va intestato a Cooperativa Culturale Laboratorio 2001 (se si effettua il bonifico l’IBAN è IT15 D076 0103 2000 0006 1804 001).
Scarceranda viene donata alle persone detenute che ne facciano richiesta o segnalate alla Radio. Se avete conoscenti in carcere cui volete far giungere la Scarceranda potete comunicare a Radio Onda Rossa il nominativo e il carcere in cui si trovano.
Se inoltre vi interessa organizzare iniziative di presentazione, prendervene più copie per distribuirla tra compagn@, conoscenti, amici/che… contattate la radio per metterci d’accordo.
Iniziative Scarceranda
- 29 novembre 2008: CSOA Forte Prenestino, via Delpino, Roma
Rote Armee Fraktion: la Germania sa voltare pagina
La lezione tedesca: liberazione condizionale senza richiesta di pentimento per gli ultimi detenuti della Raf
di Paolo Persichetti, Liberazione 26 novembre 2008
La Germania chiude o forse, sarebbe meglio dire, schiude i suoi anni di piombo. Il via libera alla scarcerazione di Christian Klar, concessa due giorni fa dalla corte di appello di Stoccarda, porta lo Stato federale tedesco verso il definitivo azzeramento degli strascichi penali ancora aperti della stagione della lotta armata. A differenza di quelle passate, queste ultime scarcerazioni riguardano i prigionieri che hanno rifiutato di pentirsi
o dissociarsi. Ex militante della Rote armee fraktion (Raf), Klar uscirà dal carcere il 3 gennaio 2009 al maturare del ventiseiesimo anno di detenzione (forse anche prima, se le riduzioni di pena legate alla buona condotta lo consentiranno), 7 dei quali passati in totale isolamento. Klar aveva ottenuto la possibilità di uscire in permesso già dalla primavera scorsa. In realtà la parola fine potrà dirsi soltanto dopo la liberazione di Birgit Hogefeld, arrestata nel 1993, ed unica a restare ancora detenuta dopo la liberazione condizionale concessa a Klar. Esponente dell’ultima fase della storia politico-militare della Raf (la cosiddetta “terza generazione”, definizione che però viene rigettata dai membri del gruppo autodiscioltosi nel 1998, i quali hanno sempre messo l’accento sull’unità del percorso della loro organizzazione), la Hogefeld è liberabile a partire dal 2011.
Per anticipare la sua uscita Klar aveva fatto richiesta di grazia, ma nel maggio 2007, dopo le polemiche suscitate dalla concessione della liberazione condizionale a, altro membro della Raf con 24 anni di carcere sulle spalle, il presidente della Repubblica, Horst Köeler, rispose negativamente. Un polverone mediatico fu sollevato dalla stampa di destra a causa di un suo messaggio di solidarietà inviato ad una
conferenza su Luxenburg-Liebknecht, tenutasi a Berlino nel gennaio dello stesso anno, nel quale Klar auspicava una società futura senza capitalismo. Campagna mediatica che chiedeva una esplicita dichiarazione di pentimento come condizione necessaria alla scarcerazione. Tuttavia ciò non ha impedito che nell’agosto successivo fosse concessa la liberazione condizionale anche a Eva Haule, dopo 21 anni di carcere. Incassato il rifiuto della grazia, Klar ha continuato a difendere il proprio diritto di tacere (da intendersi come il rifiuto di sottomettersi a dichiarazioni pubbliche di pentimento) e non fare mercanteggiamenti per uscire. Il 15 agosto 2008 è sopraggiunta una importante decisione della Corte federale che ha chiarito come il diritto al silenzio sia compatibile con terrorlistel’ammissione ai benefici di legge. Questa sentenza ha così definitivamente sbloccato la situazione.
Il sistema penale tedesco, infatti, non prevede che la pena dell’ergastolo venga scontata a vita. Se i giudici ritengono che il comportamento del recluso sia tale da escludere il permanere di una sua pericolosità sociale, l’accesso alla libertà vigilata per una durata di 5 anni, passati i quali la pena è estinta, è ammessa una volta scontati 15 anni di pena, salvo nei casi in cui in sede di condanna venga stabilito un tetto più alto, in ragione della particolare «gravità della colpa». Tetto di reclusione incomprimibile che nel caso di Klar era stato fissato a 26 anni, ovvero allo scadere del 3 gennaio 2009.
A differenza dell’ordinamento italiano, il sistema tedesco non prevede il requisito del ravvedimento,

la concessione della liberazione condizionale è dunque valutata sulla base del comportamento oggettivo, esternato nel corso degli anni di detenzione dal soggetto, e non sulla scorta di una presunta analisi del suo foro interiore. Prassi che in Italia si è consolidata in una giurisprudenza dei tribunali di sorveglianza (in più casi censurata dalla Cassazione) che da luogo ad ipocrite procedure di richiesta di scuse e domande di perdono nei confronti dei familiari delle vittime per via epistolare, il più delle volte da queste giustamente rinviate al mittente. L’esperienza dimostra però che all’autorità giudiziaria non interessa l’esito finale di questo tentativo di mediazione, quanto l’atto in sè, inteso come una vera e propria forca caudina, un gesto che di riparatore ha ben poco. In realtà è solo una forma di assoggettamento al sovrano, essenza moderna dei vecchi autodafé, cerimonia di degradazione pubblica, umiliazione dell’intelligenza, etica a buon mercato, grado infimo della coscienza.
Anni di piombo era il titolo che la regista Margarethe Von Trotta scelse per il suo film realizzato nel 1981. Ispirato alla storia di Gudrun Ensslin, militante della Raf uccisa nel carcere di Stammhein nel 1977, quel titolo voleva indicare la cappa plumbea gettata sulle speranze, il germogliare di idee, libertà, conquiste sociali che la rivolta degli anni 70 aveva suscitato. Col tempo l’espressione ha assunto il significato opposto, trasformandosi nel sinonimo della rivolta stessa ridotta al piombo cupo delle armi. Oggi ciò che resta di quella cappa soffocante, le mura e il ferro delle prigioni, almeno in Germania cominciano a fondersi.
In Italia il piombo tiene ancora.
Contro la “carta di Parma”
Attentato…all’orario dei treni!
Una enorme montatura poliziesca campeggia da alcuni giorni sulla stampa francese
Paolo Persichetti, Liberazione, 22 Novembre 2008
Una enorme montatura poliziesca campeggia da alcuni giorni sulla stampa francese. 9 giovani tra i 25 e i 33 anni sono stati messi sotto inchiesta e incarcerati dal giudice della sezione antiterrorista di Parigi con l’accusa di partecipazione ad una “associazione con finalità di terrorismo”, mentre 5 di loro si sono visti contestare alcuni atti di degradazione delle linee elettriche dell’alta velocità. Capi d’imputazione molto pesanti che possono arrivare a 20 anni di reclusione. La Società nazionale delle ferrovie aveva denunciato nei giorni precedenti diversi atti di sabotaggio. Nella notte tra il 7 e l’8 novembre alcuni ganci forgiati con
tondini di ferro erano stati apposti sulle catenarie, i fili elettrici che alimentano la rete ferroviaria, provocando un vero e proprio stravolgimento del traffico con ritardi per 160 treni sulle linee del Tgv. Episodi che hanno suscitato enorme allarme al punto che il governo ha sospettato, visto il clima di tensione che si trascinava da giorni tra sindacati e direzione delle Ferrovie, un coinvolgimento dei lavoratori. Un clima di pesante sospetto si era diffuso verso le sigle sindacali più radicali, come Sud-rail e la stessa Cgt, al punto che le autorità hanno dovuto smentire la presenza di dipendenti tra gli arrestati.
All’alba dell’11 novembre 150 agenti appartenenti ai diversi servizi antiterrorismo della polizia hanno fatto irruzione in un casale di campagna, una vecchia fattoria in località le Goutailloux, nel piccolo villaggio di Tarnac (350 anime), situato nel centro
della Francia, più precisamente in Corrèze nella regione del Limousin. E in effetti, la vecchia fattoria in pietra da taglio messa sotto sorveglianza fin dalla primavera scorsa si trova proprio nel plateau des millevaches . Qui sono state arrestate 5 persone. Nelle stesse ore altre 15 sono state fermate nel resto della Francia, a Rouen, nella Meuse e a Parigi. In gran parte studenti universitari. Alla fine solo 9 di loro sono stati incriminati. Tra questi Julien Coupat, multilaureato, conosciuto a Parigi per la sua attività politico-intellettuale, «di formazione postsituazionista, ottimo conoscitore di Guy Debord», spiega Luc Boltanski, direttore di studi all’Ehss che l’ha avuto tra i suoi allievi. Componente alla fine degli anni 90 del collettivo che diede vita alla rivista Tiqqun , vicina al lavoro del filosofo Giorgio Agamben. Tra gli autori di un testo pubblicato anche in Italia da Bollati-Boringhieri, La teoria della jeunne-fille . Indicato come la figura trainante di quella che gli inquirenti hanno definito «cellula invisibile». La retata è stata subito presentata come un affare di Stato. Il ministro degli Interni, Michèle Alliot-Marie, in compagnia del presidente delle ferrovie, Guillaume Pepy, l’ha addirittura annunciata ai mezzi d’informazione. «Queste persone hanno voluto colpire le ferrovie perché sono un simbolo dello Stato e sapevano che i loro atti avrebbero suscitato una forte eco mediatica», ha spiegato alla stampa aggiungendo che i fermati appartengono ad una fantomatica area dell’ultra-sinistra «anarco-autonoma». Sullo stesso tono si è pronunciato il presidente della repubblica Nicolas Sarkozy, felicitandosi per i risultati «rapidi e promettenti» ottenuti dagli investigatori, salutando «l’efficacia e la mobilitazione» della polizia e della gendarmeria e in modo tutto particolare la nuova «Direzione centrale dell’informazione interna e della Sotto-Direzione antiterrorista», nati proprio dalla riforma dei Servizi di sicurezza da lui voluta. In effetti, questi arresti ultramediatici sembrano proprio un’operazione di marketing costruita appositamente per dimostrare l’efficienza e il successo di queste nuove strutture. L’inchiesta, infatti, nasce da lontano e solo all’ultimo momento sembra essersi interessata agli atti di sabotaggio realizzati sulle reti elettriche delle ferrovie.
L’indagine parte da New York dove nella primavera scorsa l’Fbi ha segnalato ai Servizi francesi la presenza di alcuni dei giovani arrestati nella fattoria di Tarnac. Individuati nel corso di una manifestazione pacifista organizzata nel gennaio 2008 davanti ad un centro di reclutamento dell’esercito americano. Attività contro la guerra che non si capisce come possa essere accostata a comportamenti di natura terroristica, tali da richiedere uno scambio d’informazioni a livello internazionale. Dopo questa segnalazione, una inchiesta preliminare è stata aperta dalla procura nazionale antiterrorismo di Parigi. Da 11 mesi i movimenti attorno alla fattoria erano seguiti senza dare però alcun risultato. Una lavoro davvero frustrante per gli 007 dell’antiterrorismo che hanno dispiegato mezzi di controllo sofisticati. Il gruppo di giovani, che da alcuni anni si era ritirato nel paesino, coltivava l’orto, allevava capre, anatre, galline, insomma aveva deciso di mettere in pratica una forma d’esistenza che voleva darsi «i mezzi materiali e affettivi per fuggire la frenesia metropolitana e sperimentare forme di condivisione», ha spiegato a le Monde Mathieu B., 27 anni, uno dei fermati poi rilasciato. Alcuni di loro avevano rilevato il piccolo negozio d’alimentari del paese e organizzato un servizio di rifornimento degli anziani sparpagliati nelle diverse contrade e masserie della zona. Insomma un vero servizio sociale molto apprezzato dagli abitanti del posto e dal sindaco che aveva concesso al gruppo anche dei locali di proprietà del comune. Il loro arrivo aveva portato idee, entusiasmo ed aria nuova in quel piccolo angolo di Francia rurale, vivacizzandone anche la vita culturale. L’intera Tarnac si è infatti subito mobilitata in difesa dei ragazzi creando un comitato di sostegno che ha spiazzato le autorità. L’immagine dei cattivi, dei feroci terroristi che attentavano… all’orario dei treni si è presto sgretolata. Col passare dei giorni non sono emerse
le prove schiaccianti promesse e il Dna tanto sbandierato. Nella fattoria, oltre ai polli e alle galline, sono stati trovati dei depliant della Sncf con gli orari dei treni… quelli che normalmente vengono offerti agli sportelli, delle scale del tipo presente in ogni domicilio familiare, materiale da arrampicata che molti dei ragazzi praticavano come hobby.
La piccola comunità discuteva, faceva politica, aveva contatti nel resto della Francia, in Europa e Oltreoceano, incontrava gente che la pensava allo stesso modo, partecipava a manifestazioni per i sans papiers e contro la banca dati Edwige ( vedi Queer del 5 ottobre 2008 ) e poi scriveva. Agli arrestati, e in particolare a Julien Coupat, viene attribuita la stesura di un pamphlet, L’insurrection qui vient , edizioni La Fabrique, che ha già venduto 10 mila copie (il testo è interamente scaricabile da internet, basta cliccare www.lafabrique.fr ) che polizia e magistratura considerano una sorta di manuale della sovversione.
E in effetti è proprio questo l’aspetto, oltre alla assoluta carenza di prove sui fatti contestati, che ha suscitato vive proteste nell’opinione pubblica, che ha differenza di quella italiana non è assuefatta ai metodi dell’emergenza antiterrorismo. «A partire da questo libro, ritrovato in alcune perquisizioni nella primavera scorsa – spiega l’editore Eric Hazan – sembra che ci sia stata una sorta di costruzione poliziesca del nemico interno». Giorgio Agamben su Libération ha denunciato la deriva legislativa che ormai assimila al reato di terrorismo ogni forma di opposizione sociale che si ponga in antitesi con i governi e le istituzioni e consente di attribuire la finalità di terrorismo ad attività come picchettaggi, occupazioni, boicottaggi o sabotaggi di merci e infrastrutture, ma appartengono alla lunga storia delle lotte sociali del movimento operaio. In Italia chi avrebbe avuto il coraggio di dire una cosa del genere. Per Maria Sole e Baleno ci fu solo silenzio.
Per scrivergli ed avere gli altri indirizzi:
Julien COUPAT : N° d’écrou 290173 42 rue de la santé 75014 PARIS
Al-khalil. Il dramma di Hebron, la città divisa
La situazione della città di Hebron, Al-Khalil, sta nuovamente precipitando senza che nessuno o quasi se ne accorga. La città della divisione, la città simbolo delle violenze dei coloni, di come uno Stato sia nato sulla pelle di un popolo, di come una terra sia stata stuprata, giorno dopo giorno da più di 60 anni.
Prima di passare ai fatti di questa notte bisognerebbe scrivere cosa il mondo ha permesso ad Israele in quella città, ciò che si sono presi, strappandolo via ad un popolo che non aveva certo gli strumenti per capire, per organizzarsi, per difendersi e contrattaccare come sarebbe naturale fare.
Facile, troppo facile per un pachiderma foraggiato da tutti, calpestare le umili aiuole di qualche pastore, di qualche contadino che aveva come sola ricchezza il succo prezioso delle sue olive.
Erano 5000 anni che la vita procedeva in quel modo, ad Hebron.
Dal 1967 in poi, dopo periodi di violenti scontri tra il 1929 e il ’36, la situazione muta completamente. Un gruppo di coloni si finge gruppo turistico ed occupa il principale albergo della città, per poi occupare una base militare abbandonata che trasformeranno in poco tempo nel primo “mattone” dell’insediamento Kyriat Arba. Saranno le donne israeliane, colone illegali, ad occupare un’altra parte della città e a strappare l’appoggio assoluto dell’esercito che ha poi sempre coperto e legittimato il processo di espansione ebraica, mai terminato. Se guardiamo i dati del 2005 possiamo capire facilmente come è mutata la vita dei palestinesi residenti nel centro di Hebron o nelle aree limitrofe: ora sono più di 20 gli insediamenti, per un numero di coloni sempre più alto.
I coloni sono diversi dai normali cittadini. I coloni sono militanti di estrema destra (nella maggior parte dei casi), che soprattutto nel caso del centro di Hebron, occupano passo passo quel che riescono, girano armati fino ai denti permettendo che i loro figli prendano a sassate le case e le scuole dei loro coetanei arabi.
La parte palestinese della città è facilmente riconoscibile.
E’ un carcere. Un carcere vero e proprio, dove tutte le case, le finestre e le porte di ogni edificio pubblico e privato, le strade percorse….tutto è avvolto da fitte reti metalliche, per salvarsi dai ripetuti lanci dei coloni, soprattutto di donne e bambini.
La vita di queste persone è distrutta da qualche decennio, il commercio è inesistente, le saracinesche tutte abbassate, i bambini vivono come piccoli detenuti, impossibilitati anche a giocare per strada, per le loro strade, le poche che gli sono concesse…. «Le violenze contro le famiglie arabe sono all’ordine del giorno», racconta un attivista statunitense per i diritti umani. «I palestinesi hanno le inferriate alle finestre perché erano puntualmente prese a sassate dai coloni. I soldati dovrebbero intervenire, ma si limitano a raccogliere a voce le denunce». Idris, un macellaio che vive nella zona alta di Tel Rumeida, mostra la bocca senza denti. «La mia vicina israeliana è entrata nella mia casa e mi ha colpito più volte con un bastone, accusandomi di occupare la sua terra», dice. «Quando sono arrivati i soldati hanno portato via uno dei miei ragazzi dicendo che l’aveva provocata»
Hebron è un caso unico nell’assurdo conflitto israeliano. La città della divisione, delle reti metalliche, dell’odio infinito verso un popolo gemello, abitante delle stesse colline. Da troppo tempo.
Ma passiamo ai fatti di questa notte:
decine di coloni e di attivisti di estrema destra si sono scontrati la scorsa notte a Hebron con palestinesi e con soldati e poliziotti israeliani: hanno sconsacrato tombe in un antico cimitero musulmano, scritto sul muro di una moschea slogan offensivi contro la religione musulmana “Maometto maiale” e “Morte agli arabi”, danneggiato automezzi dell’esercito e della polizia.
Ovviamente la polizia e l’esercito sono intervenuti per calmare la situazione, sono impegnati a togliere le scritte e ripristinare l’ordine: nessuno è stato arrestato fino ad ora, malgrado questi scontri siano stati provocati dai coloni dopo che l’Alta Corte di Giustizia israeliana aveva imposto lo sgombero di uno stabile di quattro piani, illegalmente occupato. Da tutto lo stato israeliano, decine di attivisti di estrema destra stanno raggiungendo Hebron per aiutare i coloni ad impedire lo sgombero.
Tutto tace da questa mattina: questo blog proverà a seguire gli sviluppi della situazione.
L’ennesimo morto tra le sbarre
PER ORA SOLO UN COPIA-INCOLLA DELL’AGENZIA BATTUTA POCO FA.
L’ENNESIMO MORTO IN CARCERE…
«Ancora un morto nelle carceri del Lazio. Ancora un decesso senza motivi apparenti.
Quella di venerdì scorso all’interno del carcere di Viterbo è la vittima numero 17 nelle carceri della nostra regione dall’inizio dell’anno. Una vera e propria strage che si consuma nel silenzio di quanti, piuttosto, preferiscono puntare l’attenzione su inasprimento delle condizioni di detenzione e certezza della pena». È quanto dichiara, in una nota, il Garante Regionale dei diritti dei Detenuti Angiolo Marroni commentando la notizia della morte, avvenuta venerdì scorso, di un detenuto di 35 anni nel carcere «Mammagialla» di Viterbo. Sulle cause del decesso di Emiliano L., questo il nome del detenuto, la Procura avrebbe aperto un fascicolo contro ignoti. «Secondo l’Ufficio del Garante dei detenuti – si legge ancora nella nota – Emiliano è il diciassettesimo morto accertato (16 detenuti e un agente di polizia penitenziaria) nelle carceri del Lazio dall’inizio del 2008 contro gli 11 del 2007 e i dieci del 2006. Quelli deceduti quest’anno sono tutti uomini: sei sono stati i suicidi (compreso l’agente di polizia penitenziaria), quattro i decessi per malattia, sette quelli da accertare o non accertati. I decessi sono avvenuti a Regina Coeli (cinque), Rebibbia (cinque), Viterbo (quattro), Velletri e Frosinone». «In due mesi, dal 13 settembre ad oggi, abbiamo registrato sei decessi, cinque dei quali per cause da accertare – ha aggiunto il Garante dei detenuti – La drammatica conferma che la sicurezza dei cittadini è solo uno dei lati della medaglia: dall’altra parte ci sono, infatti, le precarie condizioni di vita nelle carceri e il
sovraffollamento, che impediscono in recupero sociale dei detenuti. Non possiamo più nasconderci: non basta più parlare di nuove strutture o inventare leggi che creano più carcere, come la recente norma che prevede la detenzione per chi abbandona i rifiuti. Serve invece coraggio per immaginare un nuovo sistema che preveda, per i reati meno gravi, il ricorso a pene alternative e forse più dissuasive»
Assoluzioni al processo Diaz
“Ricordo perfettamente quel momento. E ricordo anche di che discutevamo con i colleghi.
Bisognava evacuare i feriti dalla scuola e creare una cintura di sicurezza intorno alla Diaz, dal momento che continuava ad affluire gente e il clima era tesissimo. Di questo discutevamo. Avevo cose più importanti cui pensare che non guardare in terra per controllare cosa c’era e accorgermi di quelle due molotov. Potrà piacere o meno. Ma è la verità. Ho sempre avuto fiducia che prima o poi sarebbe venuta fuori. Il tempo mi sta dando ragione”.
Eh si, bravo Canterini, sei riuscito perfettamente nel tuo piano. Il tempo ti ha dato ragione.
I vertici della polizia sono stati assolti: assolti si. Ormai è legge: se distruggi una vetrina ti prendi otto anni, se torturi, massacri, umili e ancora torturi vieni assolto se sei uno importante e se sei uno stronzo qualunque ti becchi un paio d’anni.
E’ un dato di fatto, è il nostro paese. E’ quello che ci meritiamo, ne sono sempre più convinta.
E’ tutto ciò che dovrebbe insegnarci a capire la lezione, che dovrebbe farci capire quanto c’è da fare, quanto è stupido aspettare e credere in una giustizia che non è mai stata dalla nostra parte, perchè non può starci.
E non mi venissero più a parlare di processi, di verità, di bisogno di portare la storia nei tribunali per punire i colpevoli: impariamo a tornare per le strade, a riappropriarci delle nostre cose.
Impariamo a capire che non possiamo cascare dalle nuvole, che non si scende in piazza così, che non si tiene la guardia così bassa, che non si può continuare così.
Che ci stanno spazzando via, senza che nemmeno nessuno se ne accorga.
E ce lo meritiamo. E’ la conseguenza diretta di quello che i compagni hanno lasciato morire, è l’assenza di organizzazione, di autonomia, di aggregazione e crescita.
Spero sia stata l’ultima volta, l’ultima volta che aspettiamo giustizia nei loro tribunali.
ASSASSINI SERVI DI STATO. ASSASSINI ASSASSINI ASSASSINI ASSASSINI
Da Repubblica:
Nessuna condanna, dunque, per Giovanni Luperi, attuale capo del Dipartimento di analisi dell’Aisi (ex Sisde), nel 2001 vice direttore dell’Ucigos e Francesco Gratteri, attuale capo dell’Anticrimine, all’epoca dei fatti direttore dello Sco e Gilberto Calderozzi, oggi a capo dello Sco. In totale erano 28 i poliziotti sul banco degli imputati, ma il collegio presieduto da Gabrio Barone ha deciso di emettere 13 condanne, esclusivamente nei confronti dei responsabili delle violenze all’interno della scuola. Sono state inflitte condanne per 35 anni e sette mesi, rispetto agli oltre 108 anni chiesti dall’accusa. Tre e due anni di carcere sono stati comminati rispettivamente A Pietro Troiani e Michele Burgio, colpevoli di aver portato all’interno dell’edificio due bottiglie incendiarie trovate durante la manifestazione del pomeriggio e di averle attribuite ai manifestanti che dormivano all’interno della scuola. Assolti invece i funzionari di polizia che firmarono il verbale di perquisizione e cioè Gratteri, Luperi e Calderozzi. E insieme a loro Filippo Ferri, Massimiliano Di Bernardini, Fabio Ciccimarra, Nando Dominici, Spartaco Mortola e Carlo
Di Sarro. Per ognuno di loro la pubblica accusa aveva chiesto 4 anni e 6 mesi ritenendoli colpevoli di calunnia, falso ideologico e arresto illegale. Il tribunale ha assolto inoltre per non aver commesso il reato o perché il fatto non sussiste Massimo Mazzoni, Renzo Cerchi e Davide Di Novi. Per loro la pubblica accusa aveva chiesto 4 anni ritenendoli colpevoli di calunnia, falso ideologico e arresto illegale. Assolti anche da ogni responsabilità Massimo Nocera, Maurizio Panzieri e Salvatore Gava. Massimo Nocera era accusato di aver Simulato un finto accoltellamento e il pm aveva chiesto per lui 4 anni di carcere.
La totalità delle condanne riguarda i componenti del Settimo nucleo mobile di Roma, del suo capo dell’epoca Vincenzo Canterini condannato a 4 anni e accusato di calunnia, falso ideologico e lesioni, e dai suoi sottoposti Fabrizio Basili, Ciro Tucci, Carlo Lucaroni, Emiliano Zaccaria, Angelo Cenni, Fabrizio Ledoti e Pietro Stranieri, condannati a 3 anni e accusati di lesioni aggravate in concorso. Il vice di Canterini, Angelo Forniè è invece stato condannato a due anni di reclusione.
Netstrike: 13 novembre ore 14
LORO FERMANO IL NOSTRO FUTURO…NOI FERMIAMO I LORO SITI
Giovedi’ 13 novembre alle ore 14 si tentera’ un Netstrike contro il sito del Ministero dell’Istruzione, Universita’ e Ricerca (MIUR)<http://www.miur.it> . All’ora stabilita il magior numero di persone dovranno visitare il sito Internet; se saremo in tanti, il server che lo ospita sara’ bloccato e inaccessibile per diverse ore.
E’ una manifestazione online pacifica, alla quale chiunque disponga di una connessione ad Internet puo’ partecipare usando il proprio browser (Internet Explorer, Firefox, Opera, Safari, ecc). E’ una azione di forza con cui vogliamo dare altro risalto sui media “ordinari” alla protesta contro la distruzione dell’istruzione pubblica, dell’universita’ e dellaricerca.
Maggiori informazioni sono reperibili sul sito<http://www.autistici.org/133strike/>. Segnalate a chiunque questainiziativa, se avete un sito/blog/altro promuovetela, diffondetela sui social network (Facebook, flickr, badoo, ecc), sui forum, dovunque. Piu’siamo e piu’ pesante sara’ l’impatto. Facciamoci sentire!
Informatica in movimento – <http://www.autistici.org/133strike/>
L’urlo di Towanda
Vi ricordate di Towanda?
di Valentina Perniciaro, Queer, inserto settimanale di Liberazione, 9 novembre 2008
Vi ricordate di Towanda? Provate ad urlarlo. Non potrà non tornarvi in mente quel grido di battaglia che
trasforma Evelyn, una delle protagoniste del film culto “Pomodori Verdi fritti (alla fermata del treno)”, in una donna nuova, pronta ad affrontare qualunque avversità nel suo percorso di emancipazione e liberazione.
Quell’urlo sembra proprio essere tornato, e sta riempiendo l’Onda di contenuti nuovi, di determinazione, di protagonismo tutto femminile. Un gruppo di giovani donne, studentesse medie ed universitarie e collettivi di genere hanno dato vita ad un coordinamento che prende proprio questo nome: Towanda nasce il 20 novembre 2007 per poi muovere i suoi primi passi nella manifestazione di donne per le donne contro la violenza maschile che ha sfilato, imponente e determinata, per le vie di Roma il 24 novembre dello scorso anno.
La particolarità che salta agli occhi è la giovane età, Towanda è in gran parte composto da collettivi femministi di diverse medie superiori di Roma e provincia. Proprio perciò non poteva rimanere estranea all’esplosione di mobilitazioni di questo periodo: dal primo giorno è parte integrante di un’Onda che sta scuotendo il mondo della scuola, dagli asili agli atenei universitari.
Queste giovani donne non sono solo impegnate a protestare contro il decreto Gelmini, ma si muovono nelle piazze gremite di studenti per riempire la protesta di contenuti diversi. Considerano il decreto sessista perché colpisce soprattutto le donne: molte insegnanti, grazie ai tagli previsti, perderanno il lavoro mentre la cancellazione, di fatto, del tempo pieno, spiegano, limita ulteriormente la libertà che ogni donna ha di portare avanti la maternità e allo stesso tempo il diritto di lavorare ed essere autosufficiente. Come se non bastasse, la riforma è profondamente razzista, perché le “classi ponte”renderanno ancora più difficile il processo d’integrazione dei giovani migranti o dei figli di seconda generazione.
L’urlo di Towanda sa che quest’Onda, per non morire, deve verificare i propri contenuti e crescere anche culturalmente: nei cortei romani di queste settimane., raccontano, si sono trovate ad affrontare spezzoni che usavano parole d’ordine intrise di maschilismo o omofobia, per esempio offendevano la ministra Gelmini in quanto donna con parole come “puttana”. Towanda non vorrebbe condividere la piazza con chi usa un linguaggio o ha un atteggiamento omofobo e maschilista.
Per questo, dicono, sono impegnate in diverse campagne di controinformazione nelle scuole e nelle piazze. Chiedono quindi una scuola che sappia ricostruire e raccontare tutti quei percorsi di liberazione femminile che la storia e i libri di testospesso trascurano o addirittura omettono. Vogliono un femminismo che sappia rifiutare ogni delega e sia reale partecipazione attiva e consapevole delle donne in ogni contesto sociale perché una società in cui le donne siano protagoniste non è solo possibile, ma necessaria per il bene di tutte e tutti. E’ proprio la violenza maschile sulle donne uno degli argomenti principali delle loro campagne, spesso portate avanti a fianco di chi opera nei centri antiviolenza, come nella partecipata assemblea che si è tenuta al Liceo scientifico Righi la scorsa settimana, cui hanno partecipato le avvocate impegnate nei centri.
Attualmente sentono forte la necessità di essere al fianco delle donne e dei giovani migranti, e si sono unite all’assemblea giovanile e antirazzista e contro ogni discriminazione, con la quale sono scese in piazza con un unico striscione: “Per una scuola libera, solidale e aperta al mondo”.
Se avete voglia di ascoltare il grido di battaglia di Towanda, non vi rimane che entrare nell’Onda, o cercarle su studentessetowanda.splinder.com.
Alla sagra della guerra
Incredibile quello che hanno visto i miei occhi oggi.
Il Circo Massimo è completamente invaso da pagliacci, con i loro carri e i loro elicotteri, con i blindati e le divise lustrate, con i gradi e le truppe entrambi indecenti nel rapportarsi con due fanciulle.
Sconcertante osservare come questo governo sta provando a farci sembrare normale vedere il fango (per ora solo quello, plateale, del circo massimo) alzato dai cingoli, vedere divise su divise che ci spiegano come si addestrano, come spiano, come arrestano, come bombardano, come sminano, come come come.
Mai qualcuno che ti spiega perchè.
Ma perchè devo avere il Circo Massimo invaso di simulazioni di arresti, di sminatori che ti spiegano come funzionano i loro robot, che hanno imparato ad usarli dagli inglesi (“sa, con quegl’irlandesi,
loro!”)… il Palatino che osserva tank su tank, con le loro retine mimetiche, mentre fanno vedere ai bambini come si infila il colpo che viene sparato dal cannone, che ti fanno vedere al microscopio i bossoli o le tracce di sangue. “Lei ha lo sguardo coraggioso, perchè non si arruola, entri nei Carabinieri”…si passava da questo a facce poco raccomandabili che ti chiedevano “vuole venire a vedere il mio sommergibile?”. BHE, NO!
“Vuole che le prendiamo le impronti digitali?”
“Vuole vedere come osserviamo gli spostamenti tra Kabul ed Herat?”
“E’ sicura che non vuole farmi domande?”
Sono proprio gentili le nostre forze armate mentre ti illustrano i lanciarazzi, mentre ti fanno vedere quanti missili può caricare un aereo da combattimento “si signora, proprio quelli che usiamo in Afghanistan”.
Sale operatorie trasportabili, motociclette aviolanciabili… poi entri nel quartier generale da campo e gli chiedi… “siamo al sicuro qui? Se ci attaccassero con dei Qassam o degli Rpg saremmo al sicuro? Non riescono a bucare una cosa del genere vero?” … Non è che ha fatto un’espressione convinta, “sicuramente blocca un attacco con dei kalashnikov, ma già degli Rpg, forse…potrebbero…”
Curiosi gli artificieri: hanno una specie di tenda con esposti vari tipi di bombe, esplosivi, mine. La maggior parte sono ordigni militari, poi c’è un reparto di ordigni improvvisati, diciamo “fatti in casa”.
E compare un orsacchiotto, una radiolina, una busta da lettere e un libro, con una targhetta più che chiara e quasi ridicola che dice libro bomba … il titolo del libro?? Guadalajara!
Ad un certo punto abbiamo avuto l’onore di essere presenti anche all’arrivo di quella faccia intelligente di Gasparri: mentre il suo personale corteo di divise e pennacchi gli spiegava e parlava fittamente di chissà quale nuova
tecnologia, lui scriveva sms, con la sua nota espressione reattiva.
Insomma… non ho molte parole per raccontare quello che è una piccola parte dei festeggiamenti per il 4 novembre che ci stanno propinando. Uno scempio.
Uno scempio umano, storico, politico. Uno scempio, una vergogna.
L’immagine più che chiarificatrice di quello che stiamo diventando, giorno dopo giorno.
La parata della guerra, che devo dire nemmeno si sforza tanto in questa manifestazione ad apparire come forza di pace. Non hanno fatto nemmeno lo sforzo, è palesemente la festa della guerra, degli armamenti, della loro boria militarista e nazionalista.Come siamo ridotti male.
CONTRO LE VOSTRE GUERRE, CONTRO I VOSTRI ARMAMENTI.
Sotto casa di KoSSiga
DA INDYMEDIA:
Oggi alle ore 15.30 oltre una cinquantinadi studenti del collettivo autorganizzato, del mamiani in mobilitazioni, del virgilio e di altri istituti della città si sono recati sotto casa del Presidente Cossiga per consegnare una lettera.Gli studenti e le studentesse inoltre tenevano cartelli e fogli, con su scritto “vergogna”, “chi copre le provocazioni neofasciste nelle piazze studentesche?” “se sai qualcosa, non aspettarae trentanni per dirla”, alcune foto dell’aggressione di piazza navona e via dicendo.
La lettera, visto che il Presidente non si è affacciato, è stata quindi attaccata con lo scotch sul portone del palazzo (nel frattempo, ma non ci stupisce, gli uomini della scorta identificavano tre studenti…)
Caro Presidente Cossiga,
In questi giorni a mezzo stampa stanno da Lei venendo rese note delle verità per anni da tanti denunciate, e proprio da Lei e da tanti altri “servitori dello Stato” sempre negate.
Le piazze negli anni ’70 venivano riempite di agenti provocatori per avere “pretesti” per dare il via alla repressione.La polizia aveva l’incaricato di “massacrare” i manifestanti, non per difendersi come dicevate, ma per far passare loro la voglia di stare in piazza. Esisteva una rete di intelligence clandestina, coordinata anche con partiti e sindacati, che svolgeva un ruolo oscuro. Esistevano reparti dell’esercito pronti ad intervenire per occupare Bologna ed altre città del nostro paese.Tutte azioni oscure, illegali, sporche – create ad arte per bloccare un Movimento che doveva farvi molta paura. Anche adesso, sembra, esistere un’Onda che vi fa paura.
Un’Onda che ha travolto un governo che si sentiva sicuro dei suoi sondaggi, un parlamento di delegati convinto di poter fare quello che voleva senza mai rendere conto a nessuno, una classe di dirigenti ed imprenditori che sperava di poter usare la crisi economica per spremerci un altro po’ ed arricchirsi ancora un pochino.. E allora ci chiediamo: cosa starà venendo studiato adesso nelle stanze del potere per fermarci?
E ci chiediamo, allora, se per caso le aggressioni di venti neofascisti, noti e stranoti, con tanto di mazze e tirapugni, nel bel mezzo di una manifestazione a piazza Navona, con la complicità sorniona (come testimoniato da curzio maltese) delle forze dell’ordine, c’entri qualcosa con la paura che vi facciamo, e con le trappole che vorreste seminare.
Caro Presidente Cossiga, non vogliamo aspettare altri trenta anni per sapere cosa è successo veramente a Piazza Navona e cosa sta venendo discusso in qualche stanza di qualche ministero.
Del resto, nonostante in questo paese alcune cose sembrino immutabili ed immortali, siamo portati a credere che fra trentanni Lei non potrà fare altre candide confessioni.
Ed allora, in sincerità, Le chiediamo: se la sa, ce la dica subito la verità.
Gasparri e Obama
“Sulla lotta al terrorismo internazionale vedremo Obama alla prova,
perché questo è il vero banco di prova. Gli Stati Uniti sono la democrazia di riferimento, portatrice di valori minacciati dal terrorismo e dal fondamentalismo islamico. Su Obama gravano molti interrogativi; con Obama alla Casa Bianca forse Al Qaeda è più contenta”.
-Maurizio Gasparri in un’intervista al Gr3-
STIAMO PROPRIO ALLA FRUTTA!
I FASCISTI, perdio!
Piazza Navona, questa mattina: non avrei mai voluto sapere, ascoltare, trasmettere.
Blocco Studentesco ha preso la piazza dalla prima mattina.
Si sono appropriati della testa della manifestazione, con le loro parole d’ordine, i saluti romani e il sostegno del camion di Casa Pound.
Fascisti, nient’altro che fascisti.
E pochi minuti fa, verso le 11.20, hanno fatto il loro ingresso anche a Piazza Navona, spazzando via a suon di catenate i compagni presenti. Botte corpo a corpo, qualche testa rotta, molte cinghiate…
conosciamo bene i mezzi che usano per aggredire, conosciamo bene il loro modo di muoversi,
non conoscevamo questa capacità aggregativa nel movimento studentesco ed ora la stiamo imparando giorno dopo giorno; rimanendo sempre più sbalorditi da quello che la piazza, almeno questa piazza romana, ci sta offrendo.
Ed oggi le prime botte, di cui ancora si sa troppo poco …
13.10: Non sono mai riuscita a fermarmi un attimo per scrivere. Mattinata assurda, incomprensibile.
Ci sono due compagni con la testa aperta…dopo la prima carica contro il camion dei Cobas e gli studenti medi presenti in quel momento, è arrivato il corteo degli studenti universitari della Sapienza e di Roma 3.
Si è ricompattato su Corso Vittorio ed è rientrato in piazza, rispondendo a Blocco Studentesco.
Pare che il loro camion abbia fatto la fine che doveva fare.
Non scrivo una riga di più: sconcerto e orrore!
FASCISTI CAROGNE TORNATE NELLE FOGNE!
Se non li conoscete guardateli un minuto
Li riconoscerete dal tipo di saluto.
Lo si esegue a braccio teso mano aperta e dita dritte
Stando a quello che si è appreso dalle regole prescritte.
È un saluto singolare fatto con la mano destra
Come in scuola elementare si usa far con la maestra
Per avere il suo permesso ad assentarsi e andare al cesso.
Ora li riconoscete senza dubbio a prima vista
Solamente chi è fascista
fa questo saluto qui.
Se non li conoscete è norma elementare
Guardare la maniera con cui sanno marciare
Le ginocchia non piegate vanno al passo tutti quanti
Chi sta dietro dà pedate nel sedere a chi sta avanti
Chi le piglia senza darle è chi marcia in prima fila
Chi le dà senza pigliarle siano in dieci o in diecimila
È chi un po’ meno babbeo sta alla coda del corteo.
Ora li riconoscete senza dubbio a prima vista
Solamente chi è fascista
marcia in questo modo qui.
Se non li conoscete guardategli un po’ addosso
L’organica allergia che c’hanno per il rosso
Non gli riesce di vedere senza scatti di furore
Fazzoletti o bandiere che sian di questo colore
Forse tu li paragoni a dei tori alle corride
Ma son privi di coglioni e il confronto non coincide
Si è saputo da un’inchiesta che li tengon nella testa.
Ora li riconoscete come se li aveste visti
Solamente dei fascisti
sembran tori ma son buoi.
Se non li conoscete guardate quanto vale
Quel loro movimento che chiamano sociale
Movimento di milioni ma milioni di denari
Dalle tasche dei padroni alle tasche dei sicari
Già eran chiare ad Arcinazzo le sue vere attribuzioni
Movimento ma del cazzo come le masturbazioni
Fatte a tecnica manuale con la destra nazionale.
Li riconoscete adesso che sapete chi li acquista
Solamente chi è fascista
sa far bene da lacchè.
Se non li conoscete guardate il capobanda
È un boia o un assassino colui che li comanda
Sull’orbace s’è indossato la camicia e la cravatta
Perché resti mascherato tutto il sangue che lo imbratta
Ha comprato un tricolore e ogni volta lo sbandiera
Che si sente un po’ l’odore della sua camicia nera
Punta a far l’uomo da bene fino a quando gli conviene.
(…)
Ora li riconoscete sti fascisti ste carogne
Se ne tornino alle fogne
con gli amici che han laggiù.
Rigurgiti dittatoriali
In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito…Gli universitari? Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Le forze dell’ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli a sangue e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano. Non quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì.Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che in- dottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà a insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei che ci si dimenticasse che le Brigate rosse non sono nate nelle fabbriche ma nelle università.E che gli slogan che usavano li avevano usati prima di loro il Movimento studentesco e la sinistra sindacale”
KoSSiga non sta bene! E’ definitivamente impazzito.
“Non permetterò l’occupazione delle università. L’occupazione di luoghi pubblici non è la dimostrazione dell’ applicazione della libertà, non è un fatto di democrazia, è una violenza nei confronti degli altri studenti che vogliono studiare. Avete 4-5 anni per fare il callo su queste cose. Io non retrocederò di un millimetro. Convocherò oggi – prosegue Berlusconi – il ministro degli Interni, e darò a lui istruzioni dettagliate su come intervenire attraverso le forze dell’ordine per evitare che questo possa succedere. La realtà di questi giorni è la realtà di aule piene di ragazzi che intendono studiare e i manifestanti sono organizzati dall’estrema sinistra, molto spesso, come a Milano, dai centri sociali e da una sinistra che ha trovato il modo di far passare nella scuola delle menzogne e portare un’opposizione nelle strade e nelle piazze alla vita del nostro governo”.
_Il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi ieri mattina_
Il corpo di Manuel Eliantonio
“Mi picchiano ma uscirò”. Invece Manuel muore in cella.
di Valentina Perniciaro, Liberazione, 22 ottobre 2008
Manuel Eliantonio aveva appena compiuto 22 anni il giorno che è stato dichiarato morto, nel carcere di Marassi a Genova,per «dinamica non definita e patologia non identificata» dal medico del carcere. Dal giorno dopo la stampa nazionale racconta di un tossicodipendente deceduto in carcere dopo un’intossicazione da gas butano, sostanza spesso usata dai detenuti per stordirsi, in assenza di altre droghe.
La sera del 23 dicembre dello scorso anno una macchina con a bordo 5 ragazzi, di ritorno da una nottata in una discoteca di provincia, viene fermata dalla polizia stradale in un autogrill della A6 Torino-Savona. I fermati vengono obbligati alle analisi, che risultano positive: hanno assunto cannabis, cocaina e anfetamina. Manuel è l’unico dei cinque a reagire al fermo, fino al momento in cui tenta di fuggire dalla presa della polizia con la scusa di dover andare al bagno. Secondo la versione ufficiale è qui che compie l’ingenuità che lo porterà alla morte: Manuel si illude di poter fuggire, scavalca una rete metallica e si mette a correre tra i rovi che si trovano lungo l’autostrada. Viene ripreso immediatamente e a causa di quel tentativo di fuga è l’unico dei 5 a finire nella caserma di Savona.
Da lì l’immediata traduzione in carcere, con una denuncia per resistenza e lesioni a pubblico ufficiale.
Il 16 gennaio riesce ad ottenere la scarcerazione e gli arresti domiciliari in attesa di giudizio. L’istanza di scarcerazione si è mossa a rilento per una serie di piccoli precedenti penali: il ragazzo era stato precedentemente condannato per qualche piccolo furto e per ricettazione, reati connessi alla sua dipendenza dalla cocaina.
Dipendenza che stava cercando di combattere con tutte le sue forze, tanto che da qualche mese era in cura al SERT, una cura che lo rendeva nervoso, depresso e spesso fiacco, ma che continuava per poter tornare ad una vita normale.
Rimane in carcere fino al 16 gennaio, quando gli vengono finalmente concessi gli arresti domiciliari in attesa di giudizio.
Il 25 marzo è nuovamente arrestato per non aver rispettato gli obblighi di dimora e a quel punto inizia il suo calvario. Nei 4 mesi di carcerazione che passano dal secondo arresto alla sua morte viene trasferito 4 volte. Dal carcere di Savona viene tradotto a Chiavari, poi a Torino per un’udienza (dove riesce a vedere i suoi familiari), poi di nuovo di passaggio a Savona, per finire , i primi di giugno, nelle celle del carcere genovese di Marassi dove morirà.
La condanna arriva il 4 giugno, durante la sua detenzione: 5 mesi e 10 giorni per resistenza a pubblico ufficiale. Si inizia a fare i conti dei giorni, programma una vacanza di una settimana con la sua fidanzata per la metà d’agosto, quando sarebbe dovuto uscire.
Il 20 luglio però, telefona dal carcere alla nonna: durante la telefonata denuncia di essere stato violentemente picchiato, di avere un occhio gonfio e totalmente nero e segni di botte su tutto il corpo. A quel punto la telefonata viene bruscamente interrotta dal centralino del carcere e la sua famiglia inizia a cercare l’avvocato per presentare un’immediata istanza di scarcerazione.
Appena 4 giorni dopo la mamma riceve una lettera con un timbro postale di due settimane prima, le parole di Manuel sono strozzate e sofferenti, quello che scrive è più che chiaro: «Carissime bamboline mie, mi dispiace che non vi ho fatto avere più mie notizie, ma anche io ho i miei problemi: mi ammazzano di botte almeno una volta alla settimana. Ora ho solo un occhio nero, mi riempiono di psicofarmaci, quelli che riesco li risputo ma se non li prendo mi ricattano. Sono in isolamento almeno 4 giorni alla settimana, è già tanto che ricevo le lettere. Sto mangiando poco.Ho fatto il processo il 4 giugno, mi hanno condannato a 5 mesi e 10 giorni. Facendo i calcoli, con la galera che ho già fatto da dicembre, dovrei essere fuori i primi d’agosto, se Dio vuole.» La mamma, Maria gli scrive subite un telegramma «Resisti, manca poco. Ti aspettiamo» ma Manuel non lo leggerà mai.
«Avevo un brutto presentimento» racconta Maria, «avevo qualcosa dentro che non andava e la sua lettera confermava le mie sensazioni.
Ho provato a chiedere un colloquio straordinario per vederlo prima della fine della settimana ma non me l’hanno concesso.Comunque non avrei fatto in tempo: moriva la mattina dopo.Infatti, il 25 luglio alle 9.25 mi arriva quella maledetta telefonata da Marassi “abbiamo una brutta notizia da darle, suo figlio è deceduto ma lei inutile che viene qui che non c’è più”.
Ho chiuso la comunicazione e sono partita subito per Genova, diretta verso l’obitorio del San Martino. Nel mio cuore speravo in uno sbaglio di persona, pregavo non fosse lui. Non me l’hanno fatto vedere subito, poi sono riuscita ad entrare. Ho trovato mio figlio con una maglietta non sua, che gli stava molto piccola, completamente coperto di lividi su tutto il corpo, con delle chiare tracce di sangue che dal naso salivano verso la fronte e i capelli.
Ho riscontrato diversi segni di percosse sul suo corpo e non mi sono mai stati restituiti i vestiti che indossava mentre moriva.
La pecca di mio figlio era la cannabis e la cocaina, ma era un buono, non faceva male a nessuno. Doveva essere curato e invece me l’hanno ammazzato. I giornali hanno scritto che si è ammazzato da solo col butano, ma lui aveva il terrore del gas da quando aveva 6 anni. E’ l’unica cosa che lo terrorizzava»
Ma forse non serve questo a capire che il butano è stata una scusa di comodo usata per la stampa: perché il butano non uccide lasciando il corpo martoriato, il butano non fa venire emorragie interne, il butano non sfigura il corpo pieno di vita di un ragazzo di appena 22 anni.
Leggi anche:
Manuel Eliantonio, 22 anni, ucciso in carcere
Sabina Rossa ottima e coraggiosa!
Sabina Rossa: «Scarcerate l’uomo che ha sparato a mio padre»
Giorgio Ferri, Liberazione del 16 ottobre 2008
Sabina Rossa, la figlia di Guido Rossa, l’operaio dell’Italsider di Cornigliano, sindacalista della Cgil e militante del Pci ucciso nel corso di un’azione realizzata dalla colonna genovese delle Brigate rosse, ha chiesto alla magistratura di sorveglianza di riconsiderare la decisione che ha portato al rifiuto di concedere la libertà condizionale a Vincenzo Guagliardo, 31 anni di carcere sulle spalle, anche lui ex operaio della Fiat e membro del gruppo di fuoco che la mattina del 24 gennaio 1979 colpì suo padre.
«Ho incontrato Vincenzo Guagliardo quando era in regime di semilibertà e credo di poter testimoniare a favore del suo ravvedimento», ha dichiarato la deputata del Pd, aggiungendo di voler «parlare con il giudice perché possa riconsiderare la sua decisione».
Guido Rossa venne colpito dopo aver denunciato e fatto arrestare dai carabinieri un altro operaio, Francesco Berardi, suo compagno di lavoro, sospettato di diffondere volantini delle Br in fabbrica e poi morto suicida nel carcere speciale di Cuneo.
L’episodio fu uno dei momenti più drammatici e laceranti della storia di quegli anni. Mise a nudo la profondità di un conflitto che arrivava fin nel cuore più rosso e combattivo della classe operaia e segnò uno dei punti di crisi maggiore nella strategia brigatista.
La scelta di colpire Rossa fu molto dibattuta all’interno delle Br, consapevoli dei rischi politici che quell’azione comportava per la loro organizzazione. Dopo aver scartato per ragioni operative l’ipotesi del rapimento incruento, i brigatisti optarono per il ferimento ma qualcosa andò male quella mattina. L’inchiesta giudiziaria accertò che Guagliardo aprì il fuoco solo per ferire il sindacalista. Dietro di lui Riccardo Dura intervenne nuovamente colpendo Rossa, questa volta mortalmente forse perché questi nel tentativo di sottrarsi aveva spostato il baricentro del suo corpo. In un comunicato dell’esecutivo i brigatisti parlarono di errore. La morte di Rossa suscitò viva emozione nel paese e i funerali furono l’occasione per un grande cordoglio di massa. La colonna genovese non si riprese più dopo quell’episodio.
Sabina Rossa era una bambina in quegli anni e in un libro pubblicato nel 2006, Guido Rossa, mio padre (Rizzoli Bur), rievoca il doloroso percorso della memoria, la riscoperta del padre attraverso chi l’aveva conosciuto e con lui aveva vissuto la fabbrica, la lotta politica, il clima di “guerra civile contro il terrorismo”, la grande passione per l’alpinismo. Un libro molto sincero, che non nasconde nulla e svela anche aspetti rimasti sconosciuti. Un percorso del lutto che la porta a voler incontrare anche le persone condannate dalla giustizia per la morte del padre. Una passaggio difficile ma a cui Sabina Rossa, mostrando grande forza e coraggio, non si sottrae. Il libro si apre con la telefonata a Guagliardo, che interpella subito con un «tu», quasi fosse una figura familiare. Finalmente dava una voce, una consistenza materiale a una figura che per decenni aveva accompagnato i suoi pensieri, le sue angosce, la sua rabbia, i suoi incubi, la voglia di sapere.
Il libro riporta i passaggi registrati della telefonata, l’imbarazzo ma anche la cordialità umana del detenuto. «Tu hai debito con me, non puoi rifiutarti di incontrarmi» e Guagliardo accetta.
Nell’ordinanza che il 23 settembre scorso il tribunale di sorveglianza di Roma ha emesso per motivare il rigetto della domanda di semilibertà non c’è però alcuna traccia di questo episodio. A Guagliardo, sia pur riconoscendo la positività del «percorso trattamentale» realizzato, si contesta paradossalmente «la scelta consapevole di non prendere contatti con i familiari delle vittime.
Qui si tocca un nodo di fondo, lo stesso affrontato in una lettera scritta nel luglio scorso da Marina Petrella, ma resa nota solo ieri e pubblicata da Le Monde , «il dolore delle vittime mi ha sempre accompagnato. Il pudore nel manifestarlo e il rifiuto di ricavarne un qualunque guadagno personale sono state sempre le uniche ragioni che hanno fatto ostacolo alla sua espressione».
MARINA PETRELLA E’ LIBERA!
LA NOTIZIA E’ APPENA ARRIVATA ED E’ TRA LE PIU BELLE POSSIBILI!
RITIRATO IL DECRETO D’ESTRADIZIONE A MARINA PETRELLA, CHE DA PIU DI UN ANNO MANGIAVA LA SUA ESISTENZA. ORA POTRA’ RICOMINCIARE A RECUPERARE ENERGIE, A MANGIARE, A COCCOLARE LE SUE FIGLIE.
CHE BELLA NOTIZIA.
UN ABBRACCIO FORTE FORTE AD ELISA ED EMMA!
(ANSA-AFP) – PARIGI, 12 OTT Secondo ‘Le Journal du Dimanchè, il presidente francese Nicolas Sarkozy ha rinunciato a fare applicare l’estradizione verso l’Italia per l’ex membro delle Brigate Rosse, Marina Petrella. La decisione, si spiega nell’ultima edizione del giornale, sarebbe giustificata da «ragioni umanitarie».
Un decreto del governo francese dello scorso 3 giugno, autorizzava l’estradizione di Marina Petrella verso l’Italia, dove una sentenza del 1992 la condanna all’ergastolo per omicidio. Un comitato di sostenitori dell’ex brigatista di 54 anni aveva domandato al presidente francese Sarkozy l’applicazione della «clausola umanitaria» prevista dalla convenzione sull’estradizione franco-italiana del 1957. Marina Petrella aveva depositato un ricorso al Consiglio di Stato contro il decreto che autorizza la sua estradizione. Il ricorso sarà esaminato mercoledì alle 14:00 dalla seconda e settima sotto-sezione riunite. Ex dirigente della ‘colonna romana’ delle Br, rifugiatasi in Francia dal 1993, Marina Petrella è stata arrestata nell’agosto del 2007 a Val-d’Oise, dove lavorava come assistente sociale. Il suo stato fisico e mentale non ha cessato di peggiorare per un anno e l’ex brigatista è restata in carcere fino a quando la Corte d’appello di Versailles ha autorizzato da agosto la libertà sotto controllo giudiziario per permetterle di ricevere delle cure senza essere detenuta. Marina Petrella è ricoverata presso l’ospedale parigino Sainte-Anne, dove è nutrita attraverso un sondino che consente «la sua sopravvivenza con un’alimentazione minima», secondo la Lega dei Diritti dell’Uomo.
BUONGIORNO: E’ morto Joerg Haider
EDDAI…OGNI TANTO UN BUONGIORNO COME SI DEVE
Da Repubblica:
“Ha perso la vita in un incidente d’auto Joerg Haider, rifondatore dell’estrema destra austriaca della quale era tornato leader di recente. 
Haider, 58 anni, all’alba stava guidando la sua auto nella parte sud di Klagenfurt, capitale del Land della Carinzia di cui era governatore, allorché ha compiuto un’improvvisa sterzata andando a cozzare contro un altro veicolo; quindi ha perso il controllo ed è uscito violentemente dalla carreggiata, dopo essersi ribaltato diverse volte. Nell’incidente ha riportato lesioni gravissime alla testa e al torace. Poco dopo il decesso.”
Una boccata d’aria per tutti i libertari, i migranti, i comunisti, gli omosessuali, le lesbiche, gli antifascisti.
Una merda di meno a cui dover pensare.
Una grande opportunità che non sfrutteremo.
Di solito non amo molto quello che scrive. Ogni tanto quando lo leggo mi incazzo proprio,
ma di quelle incazzature belle, fondamentalmente sane.
Quest’articolo di prima pagina, uscito oggi su Liberazione, però mi piace abbastanza, mi piacerebbe parlarne, mi fa venir voglia di discutere di molte cose. Anche di criticarlo, perchè non credo molto in alcune categorie che più volte vengono fuori nel suo articolo e non solo in questo.
Non credo molto nella categoria Occidente cosi come lui la mette, malgrado i miei studi arabisti mi portino a volte ad appropriarmene. Non ci credo in quanto comunista, in quanto materialista…preferisco rapportarmi con le classi, tutt’altro genere di categoria (scusate il vizio, ma non ci passa).
Ma molte cose del suo articolo sono condivisibili, anche se forse sottolineano poca conoscenza effettiva di quello che lui mai nomina, cioè l’ “Oriente”.
Ma ci sarebbe troppo da scrivere a riguardo, quindi per ora vi lascio leggere l’articolo,
sottolineando che ha ragione, molta ragione, quando dice che è ” un’enorme, imprevedibile ed imprevista opportunità”, che visto come siamo ridotti anche noi, non sapremo sfruttare.
Chi lo farà, probabilmente, sarà peggio di loro. Sarà peggio di oggi.
L’OCCIDENTE ALLA CATASTROFE FORSE è UN MALE FORSE è UN BENE
_____Franco Berardi Bifo, da Liberazione del 8 ottobre 2008_____
Il crollo del sistema finanziario internazionale è l’inizio di un processo di trasformazione profonda e catastrofica delle società di tutto il mondo. Gli effetti di questo collasso sono ormai prevedibili. Avendo succhiato tutte le risorse disponibili per salvare le banche, senza peraltro riuscire a salvarle, il potere politico americano ha fatto una scelta: mandare nell’abisso l’economia reale.
Cosa vuol dire infatti il colossale intervento del Tesoro? Vuol dire ipotecare le risorse di tutti. Ogni americano pagherà duemila dollari per salvare Wall Street, non ci sarà più credito disponibile e non ci saranno soldi per gli investimenti. La disoccupazione in America è aumentata di centosessantamila unità nel mese di settembre. E’ facile immaginare cosa accadrà nei prossimi mesi. La crisi finanziaria, d’altronde, non va vista come un fenomeno isolato. Essa è in stretto collegamento con un’altra catastrofe, quella geopolitica, quella militare.
Dal 1492 l’Occidente ha potuto disporre delle risorse del pianeta perché disponeva di una forza militare schiacciante. Puntando la pistola alla tempia dell’umanità, gli occidentali hanno potuto appropriarsi delle risorse di tutti gli altri. Ma con la disfatta in Iraq e in Afghanistan, con il ritorno aggressivo della potenza russa, l’egemonia militare è finita. La pistola puntata alla tempia ora appare scarica (anche se purtroppo non lo è). Sta accadendo una cosa nuova: i popoli della terra ora sanno che l’Occidente non ha più nessuna egemonia militare, dunque chiedono di ridistribuire quelle risorse di cui l’Occidente si è appropriato. La restituzione del debito che l’Occidente ha accumulato non solo negli ultimi trenta o quarant’anni, ma negli ultimi cinquecento anni.
Questa è la posta in gioco, questo è l’orizzonte nel quale ci muoviamo. Il 20% della popolazione terrestre che si appropria dell’80% delle risorse della terra è forse pronto a restituire il maltolto? Purtroppo non è pronto, anzi non vuole nemmeno riconoscere l’entità del problema, almeno fino ad oggi. E questo vorrà dire guerra, razzismo, violenza. E’ bene saperlo.
Ma questo vorrà dire anche la fine dell’Occidente. Non del capitalismo badate bene, ma la fine dell’Occidente, del mondo come lo conosciamo da Cristoforo Colombo in poi.
C’è qui un’opportunità per gli eredi del movimento egualitario e libertario, c’è qui un’opportunità per i movimenti di autonomia della società?
C’è un’opportunità gigantesca, a mio parere, anche se ora è difficile da cogliere.
Il capitalismo non è una cosa, non è un ammasso di cose. Ce l’ha spiegato Marx. Marx ha detto: il capitale è un rapporto, non una cosa. Io, se me lo permettete, che pure sono piccolo piccolo, vorrei correggere, su questo punto, Marx. Il capitale non è una cosa, ma non è nemmeno un rapporto.
Il capitalismo è l’introiezione di un rapporto. Solo quando gli uomini e le donne introiettano il rapporto tra lavoro e salario, tra valorizzazione e dominio, tra bisogno e merce, solo quando gli uomini e le donne credono che lo sfruttamento sia naturale, il capitalismo li può dominare.
Se gli umani capiscono che ci sono altri modi di organizzare la loro attività e il loro scambio, il loro rapporto con la natura e con le risorse, se capiscono che ci sono modi meno faticosi e meno violenti, allora forse vivere senza dominio capitalista diviene possibile.
Oggi noi attraversiamo una catastrofe. Catastrofe non è una brutta parola, una parola che porta disgrazia. E’ un concetto dal senso preciso. In greco significa spostamento che permette di vedere una prospettiva che non si vedeva prima.
Kata significa giù, sotto, ma anche oltre, al di là. E strofein significa spostare.
La catastrofe finanziaria e geopolitica non è di per sé una liberazione. Al contrario, di per sé moltiplica il pericolo, di per sé aumenta la paura.
Ma se ci sono uomini e donne intelligenti, creativi, coraggiosi e soprattutto liberi dall’eredità del passato, come noi siamo o almeno dovremmo essere, allora vedi che si presenta una enorme (imprevedibile ed imprevista) opportunità. L’opportunità è quella di cavalcare la (inevitabile) disfatta dell’Occidente, che ormai è in corso, che ormai è inarrestabile, in un nuovo atteggiamento mentale, in una nuova concezione vissuta della ricchezza.
La ricchezza non è la massa di cose di cui disponiamo, la ricchezza è il modo in cui viviamo il tempo, è il rapporto di solidarietà che sappiamo avere tra noi. Come i gigli nei campi e come gli uccelli nel cielo anche noi umani possiamo vivere di poco, di molto poco. Dovremo imparare a vivere del poco indispensabile, perché altrimenti finiremo tutti malissimo. Non sarà facile impararlo e ancor più difficile sarà insegnarlo a tutti gli occidentali. Ma impareranno, con le buone o con le cattive.
Noi vediamo oggi, grazie alla catastrofe, che il capitalismo non è eterno e non è naturale, che l’economia della crescita non è la migliore organizzazione della vita sociale. Quel che dobbiamo fare è comunicarlo. Senza ansia, senza rabbia, senza arroganza.
Molte cose scompariranno nei prossimi mesi, molti moriranno di fame e molti di violenza e di guerra. E’ bene saperlo, è bene prepararsi. E’ bene preparare quelli che ci stanno intorno. Ma nulla di ciò che sta sulla terra è eterno, neppure le nostre vite, i nostri giornali, i nostri partiti. La sola cosa che non deve estinguersi è la capacità di capire. Comprendere, comprendere, e trasformare.
Un libro che non si doveva fare.
*questo libro non s’aveva da fare*
E’ stato pubblicato da Derive Approdi “Bolzaneto, la mattanza della democrazia” a cura di Massimo Calandri.Ovviamente a nostro avviso è un bene che si parli di Bolzaneto e di coloroche vi sono stati torturati dopo essere stati arrestati (tra questi anche i93 provenienti dalla mattanza della scuola Diaz).
E’ invece un male che in questo libro si violi totalmente la privacy di queste persone pubblicando le loro foto segnaletiche e tutti i loro dati personali. Sorprende e ferisce che a farlo, con la stessa leggerezza con cui lo farebbe Il Resto del Carlino, sia proprio una casa editrice “di parte” come DeriveApprodi. E ci stupiscono le risposte superficiali che ci hanno dato le persone coinvolte. La privacy delle persone non argomento da affrontare con leggerezza. Da parte nostra c’è la richiesta di non dare spazio con presentazioni o altro a questo libro a meno che non ne esca una versione priva delle foto e dei dati personali delle parti lese. Al limite potremmo approvare lapubblicazione delle schede degli agenti colpevoli delle torture così se uno se li ritrova davanti quando va a rifare il passaporto sa con chi ha a che fare. Ma dubitiamo che DeriveApprodi trovi ora il coraggio che non ha avuto ieri con la prima edizione. L’invito invece che vogliamo fare a tutti è quello di cominciare seriamente a ragionare insieme sui meccanismi di tutela delle personecoinvolte, in questi ed altri processi, e sulla pluricitata privacy.
L’augurio è che DeriveApprodi voglia togliere nella prossima edizione tutti i riferimenti personali che non sono solo invadenti, ma soprattutto inutili.
I processi a Genova non sono finiti. Se nemmeno le persone “vicine” hanno la dovuta e scontata minima sensibilità la nostra preoccupazione non può che essere ai massimi livelli.
Lettera/comunicato dell’autore del libro su Bolzaneto, Massimo Calandri, in risposta a SupportoLegale
Quando ho accettato la proposta di Sergio Bianchi di scrivere un libro su Bolzaneto, ho pensato: questa è finalmente l’occasione di raccontare a tutti cosa è accaduto. A tutti, e cioè non solo alle persone che allora furono coinvolte e a quelle che appartengono ad un circuito ben definito, informato ed impegnato. A tutti, e cioè anche e soprattutto a quelli che spesso si fermano ai titoli dei quotidiani o alle sintesi di un telegiornale. Che di Bolzaneto sanno tutto sommato poco. Che ricordano giusto la «devastazione» e il «saccheggio» della città. Che pensano – insomma – che quelli che sono stati fermati avranno comunque fatto qualcosa di male per meritarselo. Ho rifiutato l’idea di un libro fatto di verbali d’inchiesta e atti processuali. Però quegli atti ne rappresentano comunque la spina dorsale: dovevo essere rigoroso ed inattaccabile. L’editore mi ha contattato perché sono il giornalista che più di ogni altro ha seguito le indagini e il dibattimento. In questi anni ho ascoltato, letto, incontrato, preso nota. Ho pensato allora di raccontare Bolzaneto attraverso testimonianze e punti di vista diversi, esperienze che ho fatto dal 2001 e che ho continuato a fare. Intanto partendo dalla notte della sentenza. Poi dalle sensazioni provate dalla prima persona che fu condotta in caserma, quando ancora era tutto sole e silenzio. Quindi, il punto di vista di un avvocato che vive nel rimorso di non essere riuscito ad impedire tutto questo.
Gli imputati, la loro storia. Il medico ribattezzato dottor Mengele, lo sprezzo con cui parla di questa storia. I pubblici ministeri e il tormento di un’inchiesta che nessuno voleva. Ma Bolzaneto è violenza, sopraffazione, tortura fisica e psicologica. E’ la storia di 252 persone – e forse più – che loro malgrado sono diventate degli eroi. Le indagini successive hanno denunciato che l’85% non doveva neppure essere portato lì. Invece sono stati fotografati di fronte e profilo, gli hanno preso le impronte come criminali comuni. Sono stati «schedati». Schedati come questa società fa con tutti coloro che la pensano diversamente. E quelle «schede segnaletiche», che provocatoriamente ho ribattezzato “le figurine”, sono la prova provata dell’orrore perpetrato. La forza, l’impatto emotivo di quei documenti è straordinaria. E’ l’orrore. Lo stesso, passatemi il paragone, che si prova osservando le immagini dei “desaparecidos”. Chi guarda quei documenti e legge cosa è accaduto a ciascuno fermato – così come dimostrato dal dibattimento –, non ha paradossalmente bisogno d’altro per capire. E’ già tutto scritto. Ed è sufficiente per far dire ad ognuno: MAI PIU’. Sono documenti pubblici ed è un patrimonio comune che abbiamo il dovere di far conoscere. Comprendo la scossa elettrica che ciascuna delle persone direttamente coinvolte possa provare, rivedendosi in quei documenti. E mi dispiace di averle in qualche modo ferite una volta di più. Fa male, fa paura. Mi spiace, ripeto. Ma c’è un’altra scossa, ancora più forte: ed è quella nella coscienza di chiunque legga il libro, affrontando quelle pagine e leggendo gli altri capitoli, in particolare la prefazione di D’Avanzo che è strettamente collegata a tutto ciò. Ne ho avuto tante testimonianze, in questi giorni. Ed è il segnale che questa è la strada che dobbiamo percorrere. Perché ognuno di noi ripeta: MAI PIU’. Massimo Calandri p.s. Qualcuno mi ha fatto notare: perché non avete pubblicato le fotografie dei poliziotti? Avete avuto paura, vero? Che sciocchezza. Non mi interessava pubblicare le immagini degli imputati, tutto qui. La loro storia, le colpe e le condanne sono raccontate in dettaglio. I volti non hanno alcun senso nel contesto del libro che vi ho raccontato. Non aggiungono nulla. Avrei potuto pubblicare le foto dei vertici dello Stato di allora, che secondo me sono i veri responsabili di questa barbarie. Ma li conoscete già.
Nessuno o tutti – O tutto o niente
Una selezione di poesie di Bertold Brecht…così, a mia scelta.
Girovagando tra una libreria nuova, ogni giorno più familiare.
Fuggito sotto il tetto di paglia danese, amici,
seguo la vostra lotta. Di qui vi mando,
come già ogni tanto, i miei versi, incalzati
da sanguinose visioni oltre il Sund e il fogliame.
Fate uso, di quel che ve ne giunga, con prudenza!
Libri ingialliti, consunti rapporti
mi sono scrittoio. Se ci vedremo ancora,
volentieri ancora ritornerò apprendista.
Svendborg, 1939
I LAVORATORI GRIDANO PER IL PANE
I COMMERCIANTI GRIDANO PER I MERCATI.
IL DISOCCUPATO HA FATTO LA FAME. ORA
FA LA FAME CHI LAVORA.
LE MANI CHE ERANO FERME TORNANO A MUOVERSI:
TORNISCONO GRANATE.
Schiavo, chi ti libererà?
Chi sotto a tutti, in fondo a tutto sta.
Compagno, ti vedranno
e udranno le tue grida:
schiavi ti libereranno.
Nessuno o tutti – o tutto o niente.
Non si può salvarsi da sè.
O i fucili – o le catene.
Nessuno o tutti – o tutto o niente.
Affamato, chi ti sfamerà?
Se vuoi pane, te ne darà
chi non ne ha per sé. Vieni con noi,
il cammino ti mostreremo,
affamati ti sfameremo.
Nessuno o tutti – o tutto o niente.
Non si può salvarsi da sè.
O i fucili – o le catene.
Nessuno o tutti – o tutto o niente.
Vinto, chi ti vendicherà?
Tu, se ti hanno colpito,
cammina con chi è ferito.
C’è in noi deboli, compagno,
quel che ti vendicherà.
Nessuno o tutti – o tutto o niente.
Non si può salvarsi da sè.
O i fucili – o le catene.
Nessuno o tutti – o tutto o niente.
Perduto, chi oserà?
Chi la miseria non sa
più sopportare stia
con chi vuole che questo il giorno sia,
non quello che verrà
Nessuno o tutti – o tutto o niente.
Non si può salvarsi da sè.
O i fucili – o le catene.
Nessuno o tutti – o tutto o niente.
E QUESTO E’ TUTTO, E NON E’ GIA’ CHE BASTI,
MA FORSE VI DIRA’: ESISTO ANCORA.
SON COME QUELLO CHE CON SE PORTAVA
SEMPRE UN MATTONE PER MOSTRARE AL MONDO
COM’ERA STATA UN GIORNO LA SUA CASA.
Spike Lee e la storia violentata
Mi piacerebbe chiedere a Spike Lee cosa pensa della guerriglia.
Come si farebbe secondo lui ad attaccare un esercito nemico, occupante?
Si stupisce, il grande storico (!), che i partigiani colpivano per poi fuggire…
Cosa avrebbero dovuto fare?Mai sentito parlare di Mordi e fuggi?
Le conosce minimamente le tecniche possibili in simili situazioni?
Che facevamo..gli schieravamo l’esercito contro? Quale?
Un film che poteva risparmiarsi..un film che avrebbe dovuto sottintendere degli studi, non dico specifici sulla resistenza italiana, ma sulla resistenza in generale.
Sulla guerriglia, sulle lotte di liberazione che sono mandate avanti da popoli armati e non certo da eserciti che si possono permettere di scegliere campo di battaglia, durata e scopo di un attacco.
Se lo poteva risparmiare…buono l’articolo di Giorgio Bocca uscito oggi su Repubblica.
“Non bisogna” il vecchio disse, “piangere per loro”.
“Non bisogna piangere?” disse Berta.
“No figliola. Non del sangue che oggi e’ sparso”.
“Non dell’offesa? Non del dolore?”
“Se piangiamo accettiamo. Non bisogna accettare”.
“Gli uomini sono uccisi e non bisogna piangere?”
“Certo che no! Che facciamo se piangiamo? Rendiamo inutile ogni cosa che e’ stata”.
[…]
“Ma che dobbiamo fare?”
“Oh!” il vecchio rispose “Dobbiamo imparare”.
“Imparare dai morti?”
“Si capisce. Da chi si puo’ imparare se non da loro? Loro soltanto insegnano”.
“Imparare che cosa?” chiese Berta. “Cos’e’ che insegnano?”.
“Quello per cui” il vecchio disse “sono morti”.
____Elio Vittorini___
Dibattiti yemeniti…
Ma la risposta dell’ambasciatore italiano in Yemen, del tutto inaspettata, mi far venir voglia di lasciar stare, di non dire la mia per ora…
Di aspettare gli sviluppi, le risposte, l’eventuale dibattito..che è benvenuto anche su queste pagine.
di Giuseppe Pensabene Perez
Giuseppe Pensabene Perez è un giovane universitario romano che ha studiato arabo nello Yemen. Seguirà un più ampio reportage.]
8 aprile 2008 – Arriva questo messaggio sul mio telefonino:
“Alla luce dei recenti eventi occorsi nel Paese si invitano i destinatari della presente comunicazione a prestare massima cautela nella frequentazione di luoghi pubblici nella città di Sana’a e nei trasferimenti nel predetto centro urbano e nel resto del territorio. Con riguardo a questi ultimi si prega di comunicare preventivamente all’Ambasciata gli itinerari previsti. L’Ambasciata rimane a disposizione per ulteriori informazioni.”
“Ma perché ambasciata si scrive maiuscola?” Questo fu il primo pensiero che mi passò per la testa leggendo questo messaggio. (perché si intende l’ambasciata italiana e quindi diventa nome proprio, deficiente)
Gli eventi occorsi nel predetto centro urbano erano stati un colpo di mortaio diretto contro l’ambasciata americana che aveva centrato la scuola accanto uccidendo una guardia giurata e alcuni studenti e una bomba contro un “compound” in via Hadda, dove abitavano alcuni americani impiegati presso ditte petrolifere senza fare vittime.
Il messaggio, mandato a tutti gli italiani presenti in Yemen registrati presso l’ambasciata, risultava comico per lo stile da rapporto dei carabinieri con cui era stato redatto, ma anche lievemente preoccupante per il contenuto. Lievemente. Sembrava che questi fantomatici terroristi yemeniti ce l’avessero proprio con gli americani o al massimo con i britannici. L’unica cosa che mi poteva dare un poco di ansia era la mia faccia, facilmente passabile per anglosassone. Biondo con gli occhi chiari ero poco assimilabile alla popolazione araba. Per fortuna spesso venivo valutato come russo e pare che con i russi non avessero nessun problema. Fui tentato di appendere fuori casa un enorme cartello con scritto “Italia” con un disegno di un bel piatto di spaghetti al pomodoro, per evitare che gli amici terroristi si confondessero. Ad ogni modo a casa avevamo già appeso la brava bandiera della Palestina nonché quella di Hamas, comprate a una fiera degli studenti islamici. Se proprio mi dovevano ammazzare, allo scoprire, vedendo le bandiere, che ero un fratello, si sarebbero pentiti e magari mi avrebbero reso martire. Non mi dispiaceva affatto l’idea di diventare Shahìd e, circondato da verginelle nude, vedere dall’alto della gennah (il paradiso islamico) la mia faccia su quei poster caratteristici, magari accanto alle due famosissime bambine che pregano con la moschea della Mecca come sfondo.
Quando poi in Italia la gloriosa casa delle libertà vinse le elezioni e si paventava la possibilità che il buon Calderoli tornasse ministro, cominciai a preoccuparmi un pochino anche io. L’università di Sana’a era tappezzata di manifesti che invitavano a boicottare i prodotti danesi. La vicenda delle vignette che ritraevano il profeta era ancora attuale e profondamente sentita. Sapere che in Italia si apprestava a ricoprire una delle principale cariche istituzionali una persona (?) che era stata capace di causare undici morti in Libia, proprio per essersi messa una maglietta con quelle vignette, con il puro scopo di creare disordini, non mi rassicurava affatto.
Una decina di giorni dopo, mentre nel nostro paese il presidente era in procinto di annunciare il nuovo governo, esplose un altro colpo di mortaio diretto, pare, contro l’ambasciata italiana. L’attentato era avvenuto alle sei di mattina e aveva centrato il parcheggio dell’ufficio delle dogane situato a circa 300 metri dalla nostra sede diplomatica. l’opinione preponderante presso gli yemeniti sosteneva che il colpo fosse diretto proprio contro tale parcheggio, per questioni personali e che niente avesse a che vedere con l’ambasciata. Gli yemeniti amano risolvere le loro discrepanze di opinioni in modo spettacolare ed esplosivo. Qualche mese prima fuori dall’università un signore aveva lanciato una granata contro il negozio del marito di sua figlia per affari familiari che evidentemente le parole non erano bastate a risolvere. Erano morte tre persone. Mi spiegarono che il mortaio è molto sensibile e basta sbagliare a puntarlo di pochi centimetri che il colpo esplode a centinaia di metri lontano dall’obiettivo. Personalmente avevo deciso di credere alla versione yemenita anche se in effetti il precedente dell’errore di mira contro l’ambasciata americana faceva pensare a un gruppo di combattenti magari inesperto che ancora doveva prendere confidenza con l’uso del mortaio. Facevano, quasi, tenerezza.
Il binomio attentato, forse, contro gli italiani e la probabile designazione del ministro della lega nord mi inquietava leggermente.
Per fortuna a Sana’a Calderoli e la vicenda della maglietta erano sconosciuti. Provai a raccontarla ad alcuni amici i quali ne rimasero alquanto sbigottiti. Alla fine gli diedero il ministero della facilitazione o qualcosa del genere senza che vi fosse troppo scalpore, il buon Saif al Islam Gheddafi non protestò.
La questione era che, fondamentalmente, se mi uccidevano per vendicare l’offesa del nostro ministro e i morti in Libia, a mio avviso, non avevano neanche tutti i torti. Certo, se proprio dovevano ammazzare un italiano avrei preferito se la prendessero con uno di quelli che lavoravano in ambasciata (quasi tutti di destra), o con qualche affarista petroliere invece che con lo studente di arabo da sempre schierato dalla loro parte. Comunque era il caso di staccare la foto degli spaghetti sulla porta di casa e sostituirle, magari, con una bandiera spagnola, di quelle con il toro da corrida disegnato. Spagnolo andava bene. Avevano già pagato il conto del servilismo di Aznar verso gli americani con l’attentato di Madrid e Zapatero sembrava non innervosire più di tanto i combattenti islamici.
Noi studenti italiani in Yemen fummo convocati dal nostro previdente ambasciatore che ci mise in guardia dai pericolosi terroristi, gentilmente invitandoci a non frequentare certi ristoranti particolarmente occidentalizzati, a non uscire da Sana’a e a far ritorno in Italia non appena conclusi i nostri studi invece di prolungare la permanenza nel paese a scopi turistici. Che palle. Sti cazzi dei ristoranti che tanto non c’andavo comunque ma che du cojoni non poter uscire da Sana’a. Lo Yemen è un paese splendido pieno di posti da visitare di tutti i tipi: montagne, deserto, mare, antichità, monumenti islamici, limitarmi alla capitale era frustrante e contrastava con i miei progetti avventurieri. Decisi di prendere con le molle le parole del diplomatico, anche se poi, purtroppo, ci pensò la malaria, costringendomi al letto dieci giorni senza poter frequentare le lezioni, a far svaporare le mie velleità esploratrici.
Il risultato di queste raccomandazioni fu che cominciai a guardare con un minimo di sospetto i barbuti (gli uomini che portano la barba lunga sono solitamente integerrimi musulmani) che incontravo o che gli sconosciuti che, casualmente, mi guardavano senza rispondere al mio sorriso o al mio salamalècum, mi innervosivano.
Attentato all’ambasciata, Calderoli ministro e convocazione dell’ambasciatore coincisero con l’assenza del mio coinquilino Aldo che era tornato una settimana in Italia. Mi costa ammetterlo ma, a volte, quando stavo a casa la sera avevo un po’ paura, soprattutto dopo aver fumato mezzo spinello. A casa mia di sera si sentivano continuamente rumori di tutti i tipi: gatti che si azzuffavano, miagolii di gatti in amore, bambini che piangevano, padri che urlavano, drogati di qat che ridevano, oggetti che cadevano. Io, solo sul mio divano, rincoglionito dall’hashish, mi spaventavo e mi autoconvincevo che i terroristi stavano sotto casa intenti a scassinare la porta, decisi di venire a punire il porco infedele italiano colonizzatore. Tenevo la giambiyya (il pugnale tipico yemenita) sempre a portata di mano.
Durante questa settimana di solitudine, una sera, mi passarono a trovare il sindaco e Muad il farmacista, nettamente ubriachi. Confidai loro le mie paure e spiegai la vicenda di Calderoli nuovamente ministro. Il sindaco, spergiurandomi che Sana’a era sicurissima, che non sarebbe successo niente, perorando l’opinione che il colpo di mortaio era diretto certamente contro l’ufficio delle dogane e non contro l’ambasciata, decise, per tranquillizzarmi, di prestarmi la sua pistola finché non sarebbe tornato Aldo. La pistola era una Norinco, belga, argentata, bellissima. Per me avere a che fare con le armi era una cosa nuova ed eccitante. Per loro era assolutamente normale. Yemen: venti milioni di abitanti, sessanta milioni di armi da fuoco.
Per darmela la passò a Muad che stava seduto accanto a me. Costui la carica e se la punta sulla parte laterale del polpaccio, dicendo al sindaco che, per dimostrargli quanto l’amava, si sarebbe sparato in quella parte della gamba dove c’è solo pelle. Il sindaco scoppia a ridere rispondendogli “prego, dai, sparati”. Li guardo allibiti convinto che avrebbe davvero premuto il grilletto. Loro avevano bevuto, io avevo fumato: esisteva un sostanziale problema di comunicazione reciproca e di comprensione dell’altrui umorismo.
Dopo poco se ne andarono lasciandomi la pistola. Mi sentii molto più sereno e tranquillo. Durante quella settimana dormii tutte le notti con l’arma accanto al letto, solo guardarla mi dava sollievo. Mi ritrovavo quasi a sperare che qualche terrorista mi facesse visita per potergli sparare. Sognavo a occhi aperti e mi vedevo stringere la mano al presidente yemenita mentre mi veniva assegnata una medaglia al valore per aver sgominato una cellula di Al-Qaeda da solo, io e la mia fedele Norinco.
Ogni volta che bussavano alla porta andavo a vedere chi era con la pistola in mano. Passavo le serata caricandola e scaricandola, desiderando di poter sparare a qualcuno che se lo meritasse davvero, magari proprio a Calderoli. Mi venivano in mente strani pensieri: “Non puoi sprecare questo dono celeste, il Signore Onnipotente ti ha voluto fornire la possibilità di essere braccio armato della sua poderosa vendetta, esci per strada e giustizia il malvagio e il turpe”. C’erano un paio di negozianti ladri e blasfemi nonché qualche italiano dell’ambasciata particolarmente stronzo che in effetti una certa vendettuccia divina se la meritavano ampiamente.
Tornò Aldo e, con mio sommo dispiacere, il sindaco si riprese la pistola.
Passarono un’altra decina di giorni relativamente calmi, cioè senza bombe o minacce. Noi continuavamo sereni vivendo da studenti di arabo e masticatori di qat del finesettimana. La sera spesso bevevamo whisky gibutino in giro per la città vecchia sulla macchina del sindaco. Anche sforzandoci non avevamo mai incontrato ostilità nei nostri confronti solo perché occidentali, anzi. Addirittura, una volta che, verso le quattro del mattino, tornando completamente ubriaco dal club russo, ruppi a calci un povero alberello di una delle pochissime aiuole di Sana’a e fui portato in commissariato, ricevetti dai poliziotti un trattamento gentile ed educato solo a causa della mia nazionalità. Se fosse stato uno yemenita a fare quel che avevo fatto io, avrebbe dovuto passare la notte in carcere e pagare una multa altissima per danneggiamento di patrimonio pubblico.
È anche vero che in quell’occasione sfoderai un arabo perfetto, dovuto sicuramente all’alcol, e seppi trattare con i poliziotti in modo esemplare. Li apostrofai con “ya Ikhwani” (o fratelli miei) chiedendo perdono e indulgenza verso un peccatore che, stravolto dal vino versatogli da Iblìs (il diavolo) in persona, aveva sbagliato ed era pronto a pagare. Mi offrii spontaneamente di dormire in prigione o di pagare la multa dichiarandomi pentito e desolato. Me ne andai dal commissariato mentre il muezzin richiamava alla preghiera dell’alba, salutandomi con i poliziotti con calorose strette di mano e la consueta frase di commiato yemenita “ay khadamàt” (qualsiasi cosa, qualsiasi servizio). (porco occidentale, ubriacone schifoso, sei fiero di te adesso eh?? Ebbro di munkar ti lasci andare alla devastazione di questa città magica, solo il tuo essere straniero occidentale ti ha evitato si pagare le conseguenze delle tue azioni criminali, colonizzatrici, poi pensi pure che è grazie a come hai “saputo trattare con i poliziotti”… presuntuoso.)
Fummo riconvocati dall’ambasciata, questa volta non solo gli studenti, ma tutta la comunità italiana presente a San’a. La nostra (un brivido, nell’usare la prima persona plurale riferendomi agli italiani) sede diplomatica si trovava nel popolare quartiere di Safiya, non lontano da Tahrir dove abitavamo. Eravamo circa una quarantina di persone: studenti, gente che lavorava presso le organizzazioni umanitarie, affaristi e operatori turistici. Dopo un lunga attesa durante la quale non ci fu neanche offerto un caffè ci fecero entrare nella stanza dell’ufficio dell’ambasciatore, dove campeggiava trionfalmente una foto incorniciata del nostro presidente della repubblica. Giorgio Napolitano. Già la prima volta l’avevo notata e un po’ interdetto avevo pensato a una assunzione da parte italiani degli stili di ossequio al potere tipicamente mediorientale. Quella volta, però, la faccia seria di quel vecchietto rugoso, accanto alla bandiere italiana ed europea, davanti a tutte quelle persone mi sembrò grottesca.
In mezzo alla stanza c’erano tre personaggi benvestiti e sconosciuti e il buon ambasciatore, noi fummo ammassati sulla parete di fondo, prospicienti al presidente della repubblica, in piedi. Prese la parola uno di quei personaggi presentandosi come capo dell’unità di crisi italiana. Un sermone micidiale. In piedi, soffrendo, cambiando continuamente posizione, ascoltai questo cretino impettito che ci spiegava come agiva l’unità di crisi italiana in generale senza mai accennare alla situazione dello Yemen. Parlò circa un’ora. Poi prese la parola l’ambasciatore affermando che la situazione era di attenzione ma assolutamente non di allarme, e nemmeno preallarme. (e allora che cazzo ce fai venì qua a senti’ sto cojone, a famme venì’r’mardeschiena). A ognuno di noiitaliani fu poi consegnato un invito per partecipare alla festa della Repubblica del 2 giugno nell’hotel Sheraton.
Il finesettimana dopo andammo a cena dall’unico ragazzo simpatico che lavorava presso l’ambasciata italiana. Abitava con la moglie gentile e simpatica in una bella villa vicina a via Zubeiri. Erano una coppia piacevole e ospitale, con la naturalezza di cui solo le persone del sud sono capaci.
Le cene da loro erano sempre una gioia per la compagnia, per il buon cibo e per la possibilità di bere vino e superalcolici veri invece di quelle schifezze straziafegato di Gibuti che bevevamo con gli yemeniti.
Quella sera, mentre bevevamo allegramente un digestivo, dopo aver mangiato un ottima pasta col sugo alla salsiccia, il nostro ospite ci raccontò che, su internet, era apparso un nuovo comunicato della cellula di Al Qaeda yemenita in cui dichiaravano di voler espellere tutti gli infedeli dalla santa penisola arabica. Ci avvertì inoltre che presto sarebbe giunto un nuovo sms allerta dell’ambasciata.
A me ‘sti comunicati parevano tutti delle gran cazzate. Vedevo la questione in percentuale: Yemen- pochissimi stranieri occidentali -> qualche esaltato ignorante che pretendeva la loro morte o la loro espulsione; Italia- moltissimi stranieri, fra cui musulmani ->tantissimi stronzi ignoranti che si auguravano la loro morte o pretendevano la loro espulsione. Saggissimo detto dice che la madre dei cretini è sempre incinta, in Italia come in Yemen o in Nepal. Forse, giusto negli Stati Uniti, per qualche condizione atmosferica particolare, rimane incinta più spesso.
La mattina dopo, diciotto Maggio, sul mio telefonino appare puntuale il preannunciato messaggio:
La reiterata minaccia terroristica genericamente rivolta agli occidentali presenti nello Yemen impone l’adozione di ulteriori misure cautelari. Si raccomanda di evitare la frequentazione di alberghi internazionali ed altri luoghi conosciuti per la presenza di occidentali (ripetizione); limitare allo stretto necessario i movimenti sul territorio variando orari e percorsi; segnalare tempestivamente all’Ambasciata elementi che possano indurre a rivelare specifici pericoli.
Evitare la frequentazione di alberghi internazionali? E il festeggiamento del 2 giugno allo Sheraton? Che tipi questi diplomatici. Massima cautela? raggruppare tutti gli occidentali ricconi e i diplomatici presenti a Sana’a nell’albergo simbolo della globalizzazione del lusso è massima cautela? Per quanto riguardava i movimenti sul territorio, andando a lezione tutti i giorni alla stessa ora, variare i miei orari e percorsi risultava alquanto difficile.
Le uniche ulteriori misure cautelari che adottai furono comprarmi un coltellino a serramanico che portai sempre appresso appeso alla cintura e guardare in strada prima di aprire completamente la porta di casa. Nonostante quasi sperassi di trovare qualcuno pronto a mitragliarmi col kalashnikov, tutte le volte che sbirciai dall’uscio, prima di spalancare la porta non vidi mai altro che i soliti bambini o le vicine di casa super velatissime. Un po’ di timore, sti stronzi , (non i terroristi, quelli dell’ambasciata) erano riuscito a farmelo sentire, tanto che quando giravo per Sana’a mi guardavo sempre le spalle per assicurarmi di non essere seguito da qualche balordo o quando passavo in mezzo a tanti yemeniti la mia manina andava involontariamente a lambire il fodero del coltellino. (che poi cazzo ce fai co sto temperino cinese contro un kalashnikov o contro la lama di una jambiyya??).
Avrei voluto poter segnalare tempestivamente all’Ambasciata qualche elemento rivelatore di specifici pericoli, soprattutto perché l’avverbio tempestivamente mi piaceva e desideravo praticarlo. Purtroppo, anche impuntandomi, non riuscii a raccattare niente, neanche un pestone sul piede dato per sbaglio. Nell’isolato dove abitavamo ci conoscevano tutti ed erano tutti gentilissimi sia i vicini sia i negozietti sotto casa: la bagàla (il bazar tipico sananita che vende tutto), la màghsala( la lavanderia), il khayyat ( il sarto), il ragazzetto che gestiva l’internet point. Vero anche che con ognuno di questi intrattenevamo rapporti commerciali stabili e quindi era ovvio che fossero cortesi e simpatici, comunque sentivamo nei nostri confronti un benvolere diffuso e sincero. Arabi e italiani del centro sud si assomigliano per la facilità di instaurare rapporti superficiali basati sulla frequentazione quotidiana (e in questo caso non mi vergogno affatto della mia nazionalità).
Per me era del tutto naturale, un piacere, quando uscivo di casa, fermarmi a scambiare due battute con il sarto o sedermi un pochino con i fratelli della lavanderia a commentare le qualità di qat o i video sconci delle ragazze irachene. Avevamo persino una specie di portiere sempre presente che, oltre a un perenne odore di urina sotto la porta, ci garantiva anche un certo controllo costante: Abdelbàsit. Questi era un ragazzo un po’ fuori di testa, sulla trentina, che dormiva sotto casa nostra, per strada. Ci avevano raccontato che era nato nel quartiere e lavorava presso il sarto ma circa cinque anni prima era semi impazzito e aveva deciso di vivere senza un tetto.
Pare che a farlo impazzire fosse stato l’abuso di qat, non dormiva mai, lavorava fino a notte inoltrata, masticava o e beveva tè. Improvvisamente aveva dato di matto. Noi lo aiutavamo comprandogli sigarette e regalandogli qat o portandogli un piatto di pasta quando cucinavamo. Non ultimo, la nostra amicizia col sindaco di Sana’a vecchia, comprovata dalla frequente presenza della sua macchina nella via, ci conferiva una speciale aura di protezione: “gli stranieri sono amici del sindaco…”
Dopo una settimana da quel messaggio, come se non bastasse Al Qaeda, fu annunciato il nuovo terribile pericolo yemenita della stagione: “gli Huthiyyn alle porte di Sana’a”.
Era noto già da tempo che nella parte settentrionale dello Yemen nella regione di Saada c’era la guerra: Il governo contro le tribù ribelli sciite ithnatashari (duodecimale) capeggiate dai fratelli Huthiyyin, finanziati dall’Iran. Della guerra non arrivano molte notizie ma a volte spuntava sui giornali l’annuncio di sanguinari attentati fuori le moschee di quella zona.
Avevamo invitato a cena la coppia simpatica dell’ambasciata, quando scesi ad aprire la porta trovai lei che indossava il velo. Strano. Dopo che furono saliti ci spiegarono che quella del velo era una misura precauzionale dettata dalle circostanze particolarmente preoccupanti.
Luti (al Huthi nella pronuncia italianizzata del nostro amico diplomatico) era arrivato vicino a Sana’a e si combatteva a venti kilometri dall’aeroporto, la notte si sentivano le bombe. Ci dissero anche che era pronto un piano di evacuazione se fosse stato colpito l’aeroporto. Queste notizie non ci tolsero assolutamente la fame e mangiammo felici gli spaghetti con i gamberi preparati da Andrea, bevendo il vino bianco portato dagli ospiti.
Il giorno dopo mi informai meglio presso il sindaco e altri amici yemeniti. I Banu Khsceish, una ricca tribù che possedeva piantagioni di qat e di vite (producevano il vino!), stanziata sulle montagne vicino all’aeroporto di Sana’a, era insorta assieme agli Huthiyyin. Il presidente aveva mandato l’aviazione per distruggerli e pareva che stesse vincendo. Il mio professore di arabo usando il maf’ùl mùtlaq (accusativo ritornante) mi aveva detto che finalmente al raiss darabahum darban shadidan (li aveva colpiti con colpo violento), dopo anni di misure troppo leggere nei loro confronti. Indignato del fatto che avessero osato spingersi fino a Sana’a aveva incaricato il figlio, generale della quwwa khassa (forza speciale) di annientarli. Il monte Aswad (nero) dove si erano nascosti i ribelli era diventato il monte Abyad (bianco) per la potenza con cui erano stati affrontati. Quella sera feci una delle mie consuete passeggiate notturne per il centro di Sana’a al qadima (antica) incantato come sempre dalla magia di quella splendida città.
Camminarci di notte era bellissimo. C’era un silenzio irreale interrotto a sprazzi da urla di neonati o musiche a tutto volume provenienti dalle finestre. Durante quelle passeggiate cercavo di perdermi per i vicoli scoprendo nuovi angoli meravigliosi. Un labirinto di stradine incastrate una dentro l’altra che si infilavano in mezzo a le bellissime case, storte e armoniosamente disordinate. Incontrare gruppetti di masticatori notturni o passeggiatori come noi dispensando sorrisi e masalkheir (buona sera).
Quella notte nel silenzio della città vecchia sentii finalmente anch’io le bombe di cui tutti parlavano.
Ero tranquillissimo. Confidavo pienamente nella piena vittoria del Raiss. L’idea che l’aeroporto poteva essere bombardato non mi spaventava… mica era l’unico aeroporto dello Yemen. Al massimo ci avrebbero riportato in Italia con un aereo militare o alle brutte saremmo rimasti bloccati a Sana’a, cosa che non mi dispiaceva affatto (già pregustavi fama e gloria: stoico italiano sotto le bombe scrive portentoso libro sullo Yemen, egocentrico!). La città era piena di polizia e militari, taftishat (perquisizioni) continue di macchine e passanti. Il sindaco durante i nostri consueti alcolici giri notturni in macchina (l’alcol in Yemen è proibito) definì me e Aldo il miglior taslih (lasciapassare) possibile per evitare i controlli che avrebbero potuto far scoprire le bottiglie di whisky rovinandogli la reputazione. Con noi stranieri a bordo nessun soldato si sarebbe mai permesso di perquisire l’auto.
Ovviamente, dopo poco, arrivò la terza convocazione del nostro paterno ambasciatore, proprio pochi giorni prima della festa della nostra gloriosa repubblica.
Eravamo solamente i pochi studenti di arabo presenti in Yemen, in tutto sette. Questa volta l’ambasciatore fu categorico e, studi finiti o meno, ci invitò a tornarcene immediatamente in Italia. L’aereo più prossimo sarebbe partito martedì, il giorno dopo dell’imminente festeggiamento del 2 giugno. La motivazione che addusse fu la concomitanza della persistente minaccia terroristica genericamente rivolta contro gli occidentali con il momento di instabilità del potere del presidente dovuto all’insurrezione sciiti.
Timidamente provai ad argomentare che, non avendo mai ricevuto alcuna dimostrazione di inimicizia nei nostri confronti dall’inizio della nostra permanenza, il suo invito a lasciare di corsa il paese ci lasciava un po’ interdetti. Premettendo che lui, oltre che diplomatico, era anche scrittore e che perciò amava esprimersi attraverso metafore, mi rispose descrivendo la situazione con queste parole: “Immaginatevi un castello medievale nel mezzo di una vallata circondata da monti. Nella valle lavorano sereni nei campi i contadini, ignari dell’esercito del nemico che avanza dietro le montagne. I vassalli del castello, dall’alto delle torrette di avvistamento, scorgono il nemico e dunque avvertono i contadini dell’incombente pericolo”.
Rimasi piuttosto allibito. Sicuramente involontario e dovuto più alle velleità artistiche del nostro ambasciatore, che a un effettivo parere personale, il paragone che aveva adoperato era emblematico: rappresentava perfettamente il sentire comune di buona parte dell’occidente nei confronti dei popoli musulmani: il nemico che avanza.
Era chiaro che il nemico inteso erano al Qaeda e i terroristi ma, stante che, in Italia e nel resto del mondo “civilizzato”, l’identificazione religione islamica – terrorismo era consolidata presso buona parte della gente e diffusa e patrocinata dalla stessa classe dirigente (i vassalli del castello che mettono in guardia i contadini?), la metafora usata dall’ambasciatore mi agghiacciò. Coloro i quali avevano fatto esplodere le
stazioni di Londra e Madrid sono, per me, nemici quanto i governi che con fantasiose giustificazioni diffondono morte e devastazione attraverso avide guerre sanguinarie. E l’ambasciatore italiano in Yemen, in quel momento, non rappresentava altro che uno di quei governi, qualunque fossero state le sue convinzioni politiche. (Non fare il politically correct che lo sai benissimo che a te Bin Laden, se esiste davvero, ti piace, che quando sono esplose le torri gemelle hai esultato nel cuore, felice che finalmente qualcuno era riuscito a portare il terrore nel cuore della nazione che da anni impunita lo disseminava per il mondo).
Concluso il discorso, l’ambasciatore ci congedò informandoci su quando avessimo intenzione di partire. (Ma perché noi studenti dobbiamo andarcene di corsa per non rischiare, mentregli affaristi e i petrolieri possono rimanere e correre il rischio? Siamo meno importanti? Meno necessari? Sicuramente). Andandomene lo informai dell’intenzione dei miei genitori di venirmi a trovare a Sana’a. Mi rispose che assolutamente non dovevano partire ma anzi avrebbero fatto meglio a organizzare le vacanze a Rimini. A Rimini, mio padre a Rimini…
Nonostante fosse ovvio che né io né Aldo né Andrea – che era arrivato da poco, partito dall’Italia malgrado fosse ben conscio della situazione – avremmo assolutamente anticipato la data del rientro, per quanto riguardava i miei un pochino di paura me l’avevano messa. Ero ben libero io di non voler valutare il rischio per me stesso, di non dar peso a quelle parole, ma far venire mia madre e mio padre in un luogo dove, a quanto pareva, c’era gente che li voleva ammazzare solo perché italiani era un altro discorso. Per quanto volessi vedere la situazione in modo critico e razionale un po’ di timore ce l’avevo, ce l’avevamo tutti, era inevitabile.
D’altra parte mi straziava l’idea che non mi sarebbero più venuti a trovare. Da quando ero arrivato sognavo di portare mia madre, amante delle interiora, a mangiare il kebda (fegato) nei ristorantini popolari. Volevo condividere l’esperienza del mondo arabo con lei che non c’era mai stata e sapevo se ne sarebbe innamorata. Già pregustavo accese discussioni sulla condizione della donna in Yemen e negli altri paesi musulmani, che mia madre, da vecchia femminista, avrebbe ferocemente criticato.
Desideravo portare mio padre in quegli hammam luridi ma bellissimi, accompagnarlo per la città vecchia, fargli conoscere i miei amici yemeniti dimostrandogli, finalmente, che davvero ero in grado di parlare arabo. Da una parte ero tentato di fregarmene e dirgli di comprare il biglietto d’aereo, come rischiavo io potevano rischiare loro, dall’altra però non mi sentivo di prendermi la responsabilità di un’eventuale disgrazia. Per se stesso i rischi si prendono a cuor leggero, quando però si tratta di persone amate ci si pensa sempre due volte.
Non sapevo bene come dirglielo, se spiegavo la situazione riferendole le parole dell’ambasciatore mia madre sarebbe impazzita di ansia se non fossi tornato subito. Se dicevo di non venire e basta mi avrebbero bombardato di domande o forse si sarebbero offesi pensando che non li volevo in mezzo alle mie cose, alla mia vita yemenita. A Rimini…
In effetti la situazione a Sana’a non era assolutamente tranquilla, ma a intimorire non erano i “qaedisti” bensì gli efferati sciiti Huthiyyin che, girava voce, si erano infiltrati in città, decisi a indebolire il potere del presidente, di cui la capitale era la roccaforte, eseguendo azioni disparate incluso colpire i turisti o gli occidentali in generale. E infatti ogni incrocio o strada importante erano controllati da posti di blocco militari che perquisivano macchine e passanti, e la polizia in borghese, i servizi segreti, pattugliavano in incognito tutti i quartieri. Il sindaco, una sera, dopo che avevamo bevuto il velenoso Teacher, si accomiatò da noi più presto del solito motivando che doveva lavorare. Il lavoro consisteva nel girare per la città vecchia per verificare, controllando i registri, se negli alberghi e nelle locandaat (locande) vi fossero Huthiyyin.
Gli yemeniti, nonostante quando venisse introdotto il discorso affermavano immancabilmente la loro piena fiducia nel presidente, erano indubbiamente un po’ innervositi dalla situazione. I ribelli Huthiyyin sono sciiti duodecimani e pare siano finanziati dall’Iran. La maggior parte degli abitanti dello Yemen è invece sunnita o zaidita che è la corrente “mu’tàdila” (moderata) dello sciismo molto e molto poco differisce dal sunnismo.
Il mio professore di arabo (della famiglia degli hashemiti, discendenti del profeta), quando affrontammo la questione mi spiegò che, al pari di Israele che voleva ingrandire il suo stato dal Nilo all’Eufrate, gli sciiti, in questo momento storico forti più che mai, programmavano di dominare tutto il medioriente, dall’Iran al costa mediterranea libanese. Presenti in Iran, Iraq, Bahrein, Arabia Saudita e Libano, una loro eventuale vittoria nello Yemen avrebbe spianato la strada al temibile progetto.
Sinceramente mi sembrava un po’ esagerato, ma era indubbia una situazione nel mondo arabo in cui la contrapposizione fra shia’ e sunna si era inasprita. Gran parte della colpa l’avevano sempre gli americani con la loro astuta politica irachena del divide et impera, aizzando gli sciiti, perseguitati da Saddam, contro i sunniti.
Una conferma di un reale sentimento di timore diffuso ce la diede il nostro buon amico Mohammed, tassista e occasionale spacciatore. Una di quelle sere venne a casa nostra completamente ubriaco e fumato per portarci l’hashish. Era tanto che non lo vedevamo e gli chiedemmo sue notizie, anche perché avevamo sentito dire che si era arruolato. Ci raccontò che era rientrato nell’esercito come autista e che proprio in quei giorni aveva avuto l’incarico di portare le armi ai soldati che combatteva gli Huthiyyin a Bani Khseisc, vicino all’aeroporto. Nonostante fossero di numero largamente inferiore, i ribelli avevano ucciso quarantacinque soldati governativi, centrandoli perfettamente in testa dall’alto delle montagne. Ce lo disse unendo indice e pollice della mano destra, formando un cerchietto a mo’ di mirino sulla fronte e strabuzzando gli occhi per enfatizzare la loro pericolosità.
Spiegò che fra i ribelli c’erano qanaas iraniani, infallibili cecchini addestratissimi in grado di colpire il bersaglio da qualsiasi distanza. (Conoscevo la parola qanaas – cecchino- grazie al famoso filmato di internet “Qanaas Baghdad”, che mostrava una serie di soldati americani colpiti in testa da proiettili con un sottofondo di musiche entusiaste e inni alla resistenza). Aggiunse poi che a Sana’a erano morti 25 soldati uccisi da una bomba lanciata precisamente dentro il finestrino aperto dell’automezzo in cui viaggiavano. Di questo non si era saputo niente.
Secondo la sua versione la battaglia era praticamente finita e i pochi insorti rimasti vivi si erano nascosti nelle montagne senza viveri né munizioni. Dopo questo racconto prese a lamentarsi della vita grama che si faceva nell’esercito, dove non poteva né bere né masticare (qualche canna di nascosto se la riusciva a fare, ci confidò fiero) e neanche scegliere cosa mangiare ai pasti Per questo motivo stava passando i giorni della sua licenza a Sana’a, dove beveva e fumava tutto il giorno, approfittando della momentanea libertà. Quella sera aveva gli occhi rossissimi e barcollava.
I giornali avevano annunciato trionfalmente la morte in quella battaglia di uno dei quattro fratelli Huthiyyin, capi della fazione sciita, dei quali rimaneva vivo soltanto uno, arroccato nel territorio di Sadaa
Altre notizie dirette sugli Huthiyyin ci giunsero dal poeta amico del sindaco e nostro compare di masticata, Taha Yemeni. Oltre a comporre qaside (componimento poetico arabo) durante l’assunzione del qat era anche militare e acceso patriota. Ricordo che, già durante accese discussioni a bocca piena, Taha aveva più volte inveito contro l’Iran, per lui nemico degli arabi al pari di Israele e l’America. Una volta parlando di Saddam avevo affermato che la guerra di otto anni contro Komeini era stata un inutile tragedia facendolo infervorare. lui mi aveva con passione spiegato la questione del territorio dell’Ahwaz, da sempre arabo ma colonizzato dai persiani. Il giorno appresso mi aveva portato un articolo di giornale sull’argomento in cui erano descritte le condizione degli arabi iraniani che lì risiedevano: l’ottanta per cento degli uomini erano rinchiusi nelle carceri della rivoluzione islamica. Durante i giorni della guerra contro gli sciiti, Taha era improvvisamente scomparso dalle masticate pomeridiane nel mafrash del sindaco. Quando domandammo dove fosse andato ci informarono che era tornato nell’esercito ed era stato mandato a Sadaa, sede degli sciiti insorti, per cercare di far rinsavire al Huthi, declamandogli poesie. Non credemmo a questa versione ritenendo che ci stessero prendendo in giro. Magari era fuori Sana’a per altri motivi che non ci volevano spiegare. Pochi giorni prima del mio ritorno in Italia, un pomeriggio, il poeta ricomparve. Era venuto pieno di foto che lo ritraevano vestito da militare in piedi, con le mani alzate, come se stesse gesticolando, davanti a un esercito schierato . Che fosse andato da al Huthi per convincerlo ad arrendersi era effettivamente uno scherzo ma il suo viaggio a Sadaa era reale. Militare, poeta e senza soldi aveva deciso di arruolarsi nuovamente per aiutare la patria e il suo portafoglio. L’avevano mandato a Sadaa dove la sua mansione principale era incoraggiare i soldati prima della battaglia con la sua arte poetica. Poesia per la guerra. Sembravano i tempi della jahiliyya. Non me lo sarei mai immaginato. Un poeta combattente con il compito di infiammare i cuori dei soldati evocava un esercito di beduini sui cammelli, armati di sciabole ricurve mentre poco si accordava con una schiera di ascari con tute mimetiche, baschi rossi in testa e kalashnikov a tracolla. Amai ancora di più lo Yemen e gli yemeniti. Cinture ricamate con la fodera per il pugnale e il porta telefonino, poesia e armi da fuoco.
Oltre a spronare gli animi dei giovani soldati il nostro poeta aveva anche combattuto. Ci raccontò che gli Huthiyyin prendevano hubub (pasticche) di droga per combattere per vere più coraggio. Diceva che erano pazzi, che solo un pazzo esaltato dalla droga poteva avere il coraggio di affrontare da solo un carro armato tirando bombe a mano. Chissà se è vero. E soprattutto chissà dove si trovano un poco di queste pasticche da guerra sciite che non mi dispiacerebbe affatto provare. Dopo che finì il racconto ammiccò verso di me: “te l’avevo detto che l’Iran era mush tamàm (non buono).”.
Noialtri continuammo a passeggiare per la città vecchia anche di notte, la leggera ansia, che comunque erano riusciti a infonderci , non ci poteva fermare dal godere di quel posto meraviglioso.
Arrivò il giorno della festa del 2 giugno allo Sheraton. Avevamo conseguito di far avere un invito al Sindaco che, avido di alcolici di buona qualità, aveva insistito per venire. Sebbene avesse appena sostenuto un operazione di ernia ed era ricoverato, decise di presenziare alla festa comunque, uscendo dall’ospedale per poi farvi ritorno a fine serata.
Avevo tentennato a lungo sulla mia presenza alla festa. Per me non c’era niente da festeggiare il due giugno. Che significava spendere un enormità di denaro affittando un super albergo per esaltare quel paese del cazzo che è l’italia, l’Italia fascista e razzista di Berlusconi, l’Italia codarda e ipocrita del partito democratico. Le persone poi che avrebbero partecipato mi davano abbastanza fastidio, anzi mi facevano schifo: ricconi imbellettati, casta di diplomatici privilegiati, viscidi yemeniti leccaculo del potere, affaristi e militari di alto grado. I giorni prima dicevo per scherzo che se ci fossi andato sarebbe stato solo per farmi esplodere o per mettere il veleno nei piatti degli invitati. L’ unica ragione che facilmente mise a tacere i miei tormenti politici e mi spingeva ad andarci era la gola. Il cibo e Il vino. La possibilità di mangiare cose lussuose (era lo Sheraton!) e di bere a volontà e magari pure di vedere qualche bella femmina senza velo vinse su tutti i miei tentennamenti.
I controlli all’entrata mi sembrarono piuttosto vaghi, non fummo assolutamente perquisiti, se avessi voluto davvero mi sarei potuto facilmente imbottire di esplosivo per punire i malvagi e colpevoli festeggiatori della repubblica italiana (e sarebbe stato meglio visto quello che hai combinato).
Una volta dentro, la mia coscienza politica decise di ubriacarmi scientificamente per punirmi di averla azzittita e messa in un angolo. Dopo aver finito di mangiare, (e il cibo non era assolutamente lussuoso come me l’ero immaginato) mi bevvi tutto quello che c’era: dopo il vino e lo champagne passai al whisky (Johnny Walker, altro che Teacher gibutino a cui ero abituato), una volta che fu finito mi volsi alla wodka e quando anche essa terminò, con estremo disgusto del barista kazako, ormai mio amico, mi feci versare un gin con campari che sancì la mia definitiva dipartita dal mondo cosciente. Quel che successe dopo è molto imbarazzante da raccontare. Ne conservo un ricordo molto vago ricostruito in parte dai racconti dei presenti.
Quella battuta pronunciata dall’ambasciatore, durante il precedente incontro, sui miei genitori e le vacanze a Rimini mi aveva alquanto infastidito. Il fastidio, evidentemente, fu riportato a galla dall’alcol e, quando ormai nella festa rimaneva poca gente, decisi di andare a spiegare al diplomatico consigliere turistico che la sua uscita su Rimini non era stata gradita, assolutamente fuori luogo e anzi offensiva nei confronti della mia famiglia intellettuale. Quel cretino non sa assolutamente chiccazzo è mio padre e che certo non passa le sue vacanze sulla riviera romagnola in mezzo a pallidi svedesi ciccioni.
Avevo passato la vita a vergognarmi del fatto che mio padre fosse professore universitario, non lo volevo mai dire e sviavo sempre il discorso temendo di venir pregiudicato in base alla sua professione. All’università poi, avendo scelto una facoltà vicina a quella dove insegnava, vivevo la sua posizione come un estremo peso, sempre temendo di passare per privilegiato o raccomandato. Forse è anche per questo che mi impegnai in tutti i modi a ritardare la mia laurea triennale, per dimostrare che non ero un secchione ma anzi un vero giovane matto e sballone..
Quella volta invece, la somma dei fattori: vino, un poco di nostalgia, un lungo soggiorno in un paese arabo dove vantarsi del proprio padre e della propria famiglia è considerato un obbligo e quell’odiosa battuta dell’ambasciatore mi aveva reso piuttosto orgoglioso e determinato a dimostrare a sti cretini incravattati chiccazzo era mio padre: celebre professore e archeologo di fama internazionale. E che se lui voleva venire in Yemen non sarebbero certo state quattro minacce di quattro stronzi e le loro stupide paranoie a fermarlo, lui, che aveva visitato tutti paesi arabi, che era stato in Algeria, quando era pericoloso, in giro nel deserto per rovine e cave di marmo.
Mi avvicinai all’ambasciatore e presi posto su una sedia vicina aspettando il momento propizio per parlargli. Questi conversava con altri signori su Carlo Quinto e Francesco Primo raccontando un aneddoto che conoscevo anch’io. Borbottai qualcosa nei loro riguardi, intenzionato a partecipare anch’io a quel dibattito storico che, da figlio di archeologo professore, potevo sostenere brillantemente. Ricevetti un rapido sguardo interdetto per poi non essere più calcolato.
Dovevo ben essere una figura poco consona all’occasione, con la mia faccia piuttosto alterata dall’ebbrezza e camicia e pantaloni assolutamente non stirati. Il mio amico Andrea capendo la situazione provò ad allontanarmi per evitare brutte figure. Da qui comincia il delirio e la mia follia violenta, io non ricordo ma me ne vergogno. A quanto pare, ho sfogato la mia ira per il contesto in cui mi trovavo contrario ai miei principi politici, per la frase dell’ambasciatore su Rimini e per il dispiacere del viaggio mancato dei miei genitori contro il povero Andrea che aveva soltanto tentato di aiutarmi. (Ira? chiamalo pure dissidio interno perché, per quanto contrario ai tuoi principi, bere calici di champagne offerti su vassoi e spegnere sigarette in portaceneri che ti seguivano portati da servili camerieri, ti piaceva, tanto e te ne saresti dovuto sentire in colpa).
Mi sono alzato e platealmente ho sputato per terra sul tappeto dello Sheraton per poi andarmene offeso. Al mio amico che mi inseguiva ho sferrato un pugno traditore e sono salito sul primo taxi per tornare a casa. Quando poi Andrea è arrivato anche lui l’ho minacciato costringendolo ad andare a dormire fuori blaterando che quella era una casa per uomini veri e non per servi dei signori ambasciatori. Ero completamento fuori di testa, non mi rendevo conto delle mie azioni. (Non ti basta? Persisti nell’errore? Quand’è che finalmente ti convincerai a ossequiare la Vera Religione che tanto ti glori di difendere? Il diavolo ti bisbiglia sconcezze nell’orecchio. Abbandona queste azioni devianti e maligne che ti sviliscono e umiliano!) Per fortuna il giorno dopo rinsavii e chiesi perdono.
Il mio soggiorno infedele e colonizzatore nella penisola arabica proseguì per circa un altro mese, durante il quale non successe più nulla. Nessun messaggio terroristico al telefonino, nessuna detonazione di bombe, niente.
Ho passato quattro mesi in Yemen, nessun occidentale cristiano è morto, neanche per un incidente stradale. Nello stesso periodo di tempo in Italia sono morte almeno venti persone sul lavoro, una quarantina sono affogate tentando di raggiungere il nostro paese, è stato rieletto un presidente del consiglio corrotto e ladro e a Roma un sindaco fascista.
Vendola e le scorie…
“Non ci si puo’ rinchiudere – dice Vendola al Tg3 – in un fortino identitatrio, inseguendo il mito della riconnessione di tutti i frammenti e delle scorie di tutti i tipi di comunismo. Questo per la sinistra e’ il tempo di scendere in mare aperto”. Vendola sottolinea: “Siamo impegnati a trasformare la linea di Rifondazione comunista. Siamo impegnati alla nascita di una nuova grande sinistra di popolo, che sia capace di sfidare le destre, di sfidare la fabbrica delle paure. Di ricostruire un principi comunitario e collettivo di speranza”.
O MIO DIO… MA MAGARI CI SCENDETE SUL SERIO IN MARE APERTO…
LE “SCORIE” DEL COMUNISMO DETTO DA UNO SPACCIATORE DI TESSERE MI FA PROPRIO RIDERE.
CHE BELLO LEGGERE QUESTE COSE E SAPERE DI NON AVER MAI VOTATO.
CHE BELLO LEGGERE QUESTE COSE CONSAPEVOLE DI NON AVER MAI CONTRIBUITO A TUTTO CIO’.
NON VOTARE, LOTTA!
Come corrono!!!
Sarei proprio voluta esserci…perchè l’idea che se la sono data a gambe in questo modo rocambolesco mi mette proprio di buon umore. Poi proprio a Koln, una città che ho visto con i miei occhi come convive con le tante etnie rifugiate. Una città che mi ha accolto per un mese, avvolta da migranti kurdi, e che ha dimostrato ogni momento la piena tolleranza, l’amichevole convivenza, l’ospitalità che ha stupito anche me.
Una città dove sono più i migranti dei tedeschi, dove si vive bene, dove si respira un’aria piacevole, assolutamente non razzista, xenofoba, conflittuale.
E sono proprio scappati, usando i battelli, salpando con la coda tra le gambe: da buoni fascisti.
Scappano si, perchè non hanno altro da fare su questa terra, loro, feccia immonda di quest’Europa medievale e reazionaria.
La sola trentina che si è presentata in piazza ieri erano italiani, capitanati da Borghezio che si aggirava con la sua “bibbia”, -La Rabbia e L’Orgoglio- di Oriana Fallaci.
Solo loro, nascosti da una parte, circondati da migliaia di antifascisti.
Pubblico sul blog quest’articolo preso da PeaceReporter perchè m’ha fatto sorridere..
i miei complimenti all’autore
e buon divertimento a chi li può veder correre, tornare nelle fogne.
Solidarietà ai topi di Colonia, che forse non accettano nemmeno loro questi nuovi amici tra la merda.
COLONIA, I FASCISTI INVISIBILI
. Per evitare le contestazioni degli anti-fascisti (ne sono attesi 50 mila domani nella piazza del mercato), ha deciso all’insaputa di tutti di tenere la ‘conferenza stampa internazionale’ cinque chilometri più a sud. La nuova sede avrebbe dovuto essere la circoscrizione di Roedenkirchen, sulle sponde del Reno. Qui si sono radunati tutti, soprattutto una manciata di militanti antifascisti che, precedendo persino i giornalisti della Ard, il canale nazionale tedesco, della Zeit e vari altri, li hanno accolti con slogan e fischietti, minacciando di aggredirli fisicamente. La fuga, a quanto racconta l’unico giornalista che ha assistito alla scena, il corrispondente locale della Tageszeitung, Pascale Beucker, è stata precipitosa. La decina di politici e attivisti di Pro-Koeln ha in fretta e furia lasciato Rodenkirchen per salire su un battello sul Reno e dirigersi verso il porto fluviale di Nihl, sei chilometri più a nord. Beucker è l’unico ad aver assistito agli insulti e alla sassaiola degli antifascisti, che ha costretto quelli di Pro-Koeln a mollare gli ormeggi più in fretta che potevano.Un saluto a Marco Melotti, “Karletto”!
Questa notte Karletto c’ha lasciato. Stroncato da un infarto.
Ci mancherà troppo, ci mancherà la sua capacità di analisi, la sua forza, la capacità di far parte integrante del movimento anche da una sedia a rotelle.
Ci hai lasciato troppo presto, tu che dagli ultimi anni ’60 non hai mai smesso di lottare.
Ciao Karlè…che la terra ti sia lieve.
A pugno chiuso.
Per tutti i compagni che vogliono salutarlo, i funerali saranno domani alle 14.30 al deposito del crematorio di Prima Porta, Via Flaminia.
CIAO COMPA’….Buon Viaggio.
Sarai in ogni lotta, in ogni piazza, in ogni pugno chiuso, in ogni bandiera rossa.
Aggressione Fascista all’iniziativa per Renato
Questa notte, intorno alle 4,30 7 fascisti hanno aggredito quattro compagni che uscivano dall’iniziativa per Renato Biagetti che si svolgeva a Pirateria, dopo il concerto al parco della Basilica di San Paolo. Uno dei compagni ha preso 3 coltellate su una coscia ed è ricoverato in ospedale.
Brutte carogne!
Erano nei parcheggi ad aspettare di accoltellare i primi che gli capitavano per le mani.
Fascisti bastardi.
Comunicato del L38:
AGGREDITI 4 COMPAGNI, ACCOLTELLATO COMPAGNO DEL L38 SQUAT
Alle 4,30 della notte del 30 Agosto di ritorno dall’iniziativa al parco di San Paolo, che dal pomeriggio aveva visto partecipare migliaia di persone e che ha ricordato la vile aggressione che porto’ alla morte di Renato Biagietti all’uscita della festa reggae sulla spiaggia di Focene, con coltelli e bastoni circa 10 topi di fogna hanno atteso nascosti nel buio che tutti fossero andati via per colpire alle spalle quattro compagni isolati che tornavano alle macchine. Il primo atto dell’aggressione è stata una serie di coltellate alla gamba da dietro senza provocazione e senza dire una parola alla pronta reazione dei compagni gli infami sono scappati. Questo gesto evidentemente vuole rivendicare “politicamente” la matrice infame e fascista e la vile pratica della lama dell’omicidio di Renato. Il nostro affetto e la nostra rabbia ai nostri compagni aggrediti, con Renato nel cuore, NIENTE RESTERA’ IMPUNITO! L38SQUAT
Comunicato di Indymedia Roma:
A margine della iniziativa in ricordo per Renato Biagetti
L’infamità veste di nero, del nero dei fascisti, questo ormai è lapalissiano.
La serata di ieri al Parco Schuster è stata bella, emozionante e partecipata, con centinaia di persone passate a ricordare Renato Biagetti e la sua storia.
La serata poi è proseguita lì vicino a Pirateria, a qualche centinaio di metri sulla via ostiense.
Stanotte verso le 4.30/5 4 compagni che tornavano all’altezza del parco per recuperare l’auto, sono stati aggrediti coltelli alla mano da un gruppetto di una decina di fascisti.
Un ragazzo ha ricevuto 3 coltellate su una coscia e ha dovuto ricorrere ad alcuni punti di sutura. “I giovani leoni” sono successivamente fuggiti, mostrando così tutta la loro squallida infamia.
Ancora coltelli, ancora fascisti, la storia di Renato non ha insegnato niente a nessuno.
Solidarietà ai ragazzi.
Antifascismo attivo.
Squadristi in città con spranghe e coltelli
di Paolo Persichetti Liberazione 31 agosto 2008 [http://insorgenze.wordpress.com]
Allarmi siam fascisti… Era negli anni venti lo slogan delle squadracce nere all’attacco delle case del popolo, delle camere del lavoro, delle sedi dei partiti del movimento operaio e della lega delle cooperative, devastate, bruciate, chiuse con la forza. Qualcosa del genere sta tornando in Italia? La domanda ha raggiunto recentemente l’onore delle cronache grazie ad un articolo di Asor Rosa che ha fatto scorrere un po’ d’inchiostro. Il professore però non si riferiva alla violenza squadristica. Il suo ragionamento era più complesso. Si trattava di un drastico giudizio di valore sulla destra politica attuale, da lui ritenuta peggiore del fascismo perché priva del progetto di società che l’ideale “totalitario” fascista conteneva. Secondo Asor Rosa la destra attuale, sommatoria di spinte diverse e contraddittorie, offre uno spettacolo decadente. Nel fascismo c’era una risposta alla terribile crisi che aveva travolto il vecchio mondo liberale. Una modernizzazione autoritaria dell’economia, una nazionalizzazione totalitaria delle masse. Visione tragica, dittatoriale, ma pur sempre visione. Oggi forse presente, ma solo in rapidi squarci, in qualche trovata di Tremonti. Altri hanno preferito ricorrere a formule nuove: c’è chi ha scelto «regime dolce». Il filoso Alain Badiou ha parlato di «petenismo trascendentale» a proposito del sarkozismo. In realtà ciò che è venuto meno è l’antifascismo. L’effetto domino provocato dalla caduta del muro di Berlino ha ridato forza all’anticomunismo e reso evanescente l’antifascismo. A seppellire definitivamente “l’arco costituzionale”, cioè quel complesso di forze politiche che avevano partecipato alla fondazione della repubblica e alla
scrittura del compromesso costituzionale, è stato l’attacco delle procure della repubblica in nome di un giustizialismo populista e di un emergenzialismo penale che ha sdoganato la destra. La vecchia destra neofascista uscita definitivamente dall’angolo, liberata dai complessi del minoritarismo e del reducismo storico e “obbligata” così a divenire destra europea, destra di governo. Altre destre sono apparse dalle pieghe del territorio, dalle valli del Nord. Destre identitarie, rancorose. Va detto che a questo bel risultato ha largamente contribuito il “partito storico dei giudici”, cioè quel Pci-Pds-Ds-Pd che della via penale alla politica e dell’alleanza con le procure aveva fatto l’asse centrale della sua strategia. Ma questa è un’altra storia che andrà prima o poi raccontata. La fine dell’antifascismo ha prodotto l’effetto “zoo liberato”. Si sono aperte le gabbie, o forse scoperte le pattumiere, insomma sono riemersi dalla storia chincaglierie, cimeli, reliquie che sopravvivevano nelle catacombe del paese. Ma poi si è scoperto che tanto catacombe non erano. La costruzione del sistema politico bipolare, l’introduzione del maggioritario ha fatto il resto. Per vincere ogni voto era buono. Berlusconi è stato il più abile e spregiudicato. Ha messo insieme tutto ciò che esisteva a destra e alla sua destra, comprando, finanziando apertamente o sottotraccia. La destra ha persino messo fine ai suoi anni di piombo. Ha messo fuori tutti (meno due o tre) i militanti dei suoi gruppi eversivi; alcuni li ha arruolati, altri eletti. E’ questo contesto politico che ha rilegittimato valori del passato prerepubblicano e preantifascista e ridato alla violenza politica proveniente da destra una nuova legittimazione sociale che si traduce in disattenzione, sottovalutazione se non comprensione e connivenza. Forse altri Novecento sono finiti ma quel Novecento lì c’è ancora e ha superato il giro di boa, tanto che dal 2000 si registrano 2 morti, due giovani di sinistra uccisi da mani fasciste. Chi contesta queste etichette, lo fa in nome di una rappresentazione della politica che non c’è più. Nessuno tra gli aggressori, come tra gli aggrediti, ha più tessere politiche in tasca perché le forme della partecipazione sono cambiate. Alle vecchie sedi si sono sostituiti i centri sociali, le occupazioni non conformi, le curve degli stadi. Sono cambiati i luoghi di aggregazione ed anche la fisionomia della partecipazione. Tutto è più confuso e approssimativo, le idee sono anche più rozze ma le coltellate sono vere, le lame di puro acciaio e il sangue non è pomodoro. Davide Cesare (Dax) e Renato Biagetti sono stati uccisi nel 2003 e nel 2006. Dal 2005 almeno 262 le aggressioni recensite attribuibili alla destra: 88 attacchi a sedi e centri sociali di sinistra; 76 aggressioni razziste e 98 gli atti vandalici. Senza dimenticare Carlo Giuliani e Federico Aldovrandi. Anch’essi da annoverare in questa tragica contabilità. Vittime di un clima di violenza che è tornata pratica diffusa negli apparati di polizia, come i fatti di Genova del 2001 hanno dimostrato al mondo intero.









































personaggio schivo dei Pink Floyd. Ha partecipato e contribuito a tutti i dischi e i concerti del grande gruppo rock-psichedelico, tranne “The Final Cut”, che infatti non ha mai avuto tracce cantate e suonate dal vivo. I problemi con il gruppo erano sorti durante la registrazione di The Wall, ma è poi tornato a far parte integrante del gruppo.



































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