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Posts Tagged ‘CARCERE’

Joy ha tentato il suicidio: Assassini!

24 aprile 2010 Lascia un commento

Chi vuole la morte di Joy

Mesi e mesi di vita rubata tra Cie e carcere dopo anni di vita rubata dai suoi sfruttatori. Quello di Joy non è un tentato suicidio, ma un tentato omicidio, e sappiamo bene chi vuole la sua morte: chi sta facendo di tutto per non farla uscire dal Cie, chi da settimane cerca di piegarla e distruggerla psicologicamente, chi cerca di isolarla impedendo i colloqui con lei e negandole la linfa vitale delle relazioni. Tutti/e costoro – e i loro complici – sono responsabili del gesto disperato di Joy che oggi i suoi avvocati hanno voluto denunciare con un comunicato stampa mandato alle agenzie.
Chiediamo a chi intende riprendere il comunicato di omettere, come abbiamo fatto noi, il suo cognome.
Immigrazione/ Denunciò stupro al Cie: nigeriana tenta suicidio Il 17 aprile Joy (***) ha ingerito sapone al Cie di Modena (da Apcom) Joy (***), la 28enne nigeriana che ha denunciato un tentativo di violenza sessuale da parte di un ispettore di polizia nel Cie di Milano l’estate scorsa, ha tentato il suicidio all’interno del Centro di identificazione ed espulsione di Modena dove è trattenuta da alcuni mesi.
A quanto risulta ad Apcom, il 17 aprile scorso, la donna ha ingerito un intero flacone di sapone ed è stata ricoverata in ospedale dove le è stata praticata una lavanda gastrica. Sentito da Apcom, l’avvocato Eugenio Losco, che insieme con il collega Massimiliano D’Alessio difende la donna, conferma l’episodio: “Se l’è cavata, ma sono molto preoccupato perché, dopo questo tentativo, Joy continua a manifestare propositi suicidi e non vorrei contare il secondo morto nella vicenda seguita alle proteste nel Cie di Milano”. L’avvocato si riferisce al suicidio, nel gennaio scorso, a San Vittore di Mohamed El Aboubj, in carcere dopo la condanna in primo grado nel processo con rito direttissimo per la “rivolta” in cui fu coinvolta anche Joy. “Joy è nei Cie da quasi un anno in attesa di espulsione ed è fisicamente e psicologicamente molto provata, sia per la detenzione che per il dilatarsi dei tempi di inoltro della denuncia che ha fatto contro i suoi sfruttatori e che le farebbe ottenere un permesso di soggiorno per protezione sociale” continua il legale, sottolineando che la situazione per Joy, in Italia dal 2002 per fare la parrucchiera e poi diventata prostituta, si è “ulteriormente aggravata dopo che il 12 aprile scorso, giorno in cui era prevista la sua liberazione, le è stato comunicato che sarebbe dovuta rimanere al Cie per altri due mesi”. Per quanto riguarda la vicenda della presunta violenza sessuale (l’ispettore accusato ha sporto querela contro la donna), l’avvocato fa sapere che l’8 giugno prossimo il Gip Guido Salvini ha fissato l’incidente probatorio per l’audizione della donna nigeriana.

“Costituzione” e “democrazia” non sono valori che m’appartengono

22 aprile 2010 3 commenti

La Costituzione??
La Democrazia??
Ma perchè? Perchè siamo diventati così?
Sarà dura per me stare in piazza questo 25 aprile: volevo portare il mio bambino al suo primo corteo di LIBERAZIONE ma non credo riuscirò a farlo.
Sono comunista, sono antifascista…ma quest’ antifascismo non mi piace, quest’antifascismo non m’appartiene.
Non riesco a vedere “compagni miei”, SANGUE MIO, invocare democrazia e Costituzione…
Non potete chiedermi di difendere la Costituzione…non la potete trattare come una cosa intoccabile, detentrice di valori eterni ed inviolabili.
Ma di cosa stiamo parlando?
Ma da quando amiamo la nostra Costituzione? La democrazia? Una costituzione che parla di “famiglia”, di “proprietà privata”?
La stessa democrazia che tiene i compagni in carcere da trent’anni, la stessa democrazia che ha regalato ergastoli e leggi speciali,
la stessa democrazia che sgombera le case, che carica i lavoratori e l’ha sempre fatto.
Quanti proletari sono stati ammazzati dalla nostra Costituzione???

Ieri ad Ostia c’è stata l’ennesima aggressione di Casa Pound: c’era un compagno solo ad attacchinare che s’è salvato per un pelo:
Volevo mettere il comunicato e non ne sono stata capace: si invocano le “forze sinceramente democratiche”… sul mio blog, scusate, non riesco a mettervi!

Non riesco a condividere strade e piazze nemmeno più con la retorica partigiana di personaggi come Bentivegna che poi hanno avallato ergastoli a go-go.
Basta, invece di capire questo, di superare quella retorica in modo antagonista e rivoluzionario facciamo addirittura passi indietro,
la peggioriamo, la rendiamo ancora più “democratica e populista”.  Non ne posso più!
Vorrei contenuti di altro genere, vorrei parole nostre…non vorrei appellarmi solo al lessico borghese, alle Costituzioni borghesi e ai loro tribunali.

Questo 25 aprile mi sento molto sola, e non per i tanti fascisti in giro, ma per il modo in cui tentiamo di combatterli!

Intervista a Sonja Suder e Christian Gauger, a rischio estradizione!

5 aprile 2010 3 commenti

La buca delle lettere di Sonja e Christian

Dal blog DamnatioMemoriae non posso non prendere (GRAZIE!!!) la traduzione di quest’intervista pubblicata sull’edizione domenicale della Tageszeitung (TAZ, quotidiano berlinese di sinistra) del 21.3.2010, agli esuli tedeschi in Francia Sonja e Christian,  di cui ho già parlato in questo blog.[Archivio]
Revolutionäre Zellen
Sfuggiti per 22 anni ai cacciatori di terroristi. Sonja Suder e Christian Gauger sulla vita in clandestinità e su ciò che si prova quando si viene scoperti
“Guardi sempre se c’è qualcuno dietro di te”

di Andreas Fanizadeh

taz: Signora Suder, signor Gauger, quando vi siete accorti per la prima volta di essere osservati?
Sonja Suder: Era l’estate 1978. Eravamo appena tornati a Francoforte da una gita nel sud della Francia. Alle 6 di mattina ci siamo mossi per montare il nostro stand al mercato delle pulci all’Eisernen Steg sul Mainufer.
E li avete notato che qualcuno vi seguiva?
Suder: Alle sei di mattina è evidente se qualcuno ti sta dietro dalla porta di casa fino al mercato, dove poi non monta un suo stand. Al pomeriggio l’abbiamo comprovato ed era chiaro: eravamo osservati. Era un clado giorno d’estate a Francoforte, credo in agosto. E dovemmo prendere una decisione.
Perché?
Eh, erano tempi duri, era l’anno dopo il sequestro Schleyer e i morti di Stammheim. Decidemmo di andarcene via.

1978.
Chi si ricorda del 1978, l’anno in cui Sonja Suder e Christian Gauger scomparvero dalla scena, per restare introvabili nei successivi 22 anni? L’anno in cui l’Argentina visse i mondiali di calcio. O in cui nacque Katja Kipping, oggi vice capo del Partito Die Linke (La Sinistra). C’era ancora la RDT (Germania dell’Est) e l’Europa occidentale era nella fase finale del movimento del ’68. In Nicaragua i Sandinisti attaccarono il Palazzo Nazionale, in Italia le Brigate Rosse uccisero il democristiano Aldo Moro.

Quando l’esplosivo scoppiò all’improvviso
E nella Repubblica Federale Tedesca, nel giugno del 1978, un conoscente -secondo la Procura penale- di Sonja Suder e Christian Gauger si preparò a piazzare una bomba al Consolato argentino di Monaco. Si chiamava Herrmann Feiling ed avrebbe agito, come Sonja Suder e Christian Gauger, nell’ambito delle cosiddette Cellule Rivoluzionarie (RZ). Le RZ erano per gli apparati di difesa dello Stato difficili da valutare, poiché dalla loro spaccatura del 1976/77 agivano senza una direzione riconoscibile. Il gruppo propagava attacchi con danni materiali e tentava, diversamente dalla RAF, di non fare vittime. Suder e Gauger avrebbero partecipato, dice oggi la Procura, a due attacchi contro imprese che lucravano sull’uranio con il Sudafrica, nel 1977, e ad un incendio al castello di Heidelberg, nel 1978. Perciò il 15 settembre 1978 un giudice istruttore federale emise un mandato d’arresto contro i due.Se Gauger, Suder e Feiling si conoscevano veramente, come ritiene la Procura, potevano senz’altro, nel 1978, considerare l’Argentina come uno Stato di non-diritto. Là i militari avevano fatto nel 1976 un colpo di stato con un seguito di 30’000 omicidi. In quel paese e in condizioni scandalose si giocarono i campionati mondiali di calcio. E la coalizione social-liberale di Bonn tollerava gli affari delle imprese tedesche con la dittatura argentina, mentre aiutava solo con molte esitazioni i cittadini germanici incarcerati e torturati in Argentina. V’erano insomma serie inconvenienti , anche se solo pochi come Herman Feiling tentarono di bucare con una bomba il muro del Consolato argentino. Ma l’attentato al Consolato non ebbe luogo. Per Hermann Feiling, il presunto conoscente di Suder e Gauger, la preparazione ebbe un esito fatale. L’esplosivo scoppiò il 23 giugno prima del previsto ad Heidelberg, e Feiling perse entrambe le gambe e gli occhi.
Il ferito grave venne palesemente interrogato dagli inquirenti già nella clinica universitaria di Heidelberg. Per settimane e mesi, dicono amici ed avvocati, gli inquirenti isolarono Feiling, per cercare di ottenere informazioni sulla struttura organizzative delle Cellule Rivoluzionarie. Gli inquirenti verbalizzarono ciò che Feiling avrebbe detto loro sotto l’effetto dei medicamenti e senza l’assistenza di un legale liberamente scelto, cose che poi egli ritrattò.
Poche settimane dopo l’incidente di Feiling, Suder e Gauger notarono la squadra di osservazione a Francoforte e si eclissarono. Da allora avrebbero vissuto da qualche parte all’estero senza più essere attivi -come lo erano in precedenza- in rapporto alle RZ.
Il sospetto contro Suder e Gauger “si appoggia in sostanza sulle dichiarazioni del testimone Feling nel 1978” conferma oggi, su richiesta, la Procura di Francoforte. Solo nel 1999 si aggiunse secondo le autorità un ulteriore sospetto contro Sonja Suder. Accusa: partecipazione all’attacco contro l’OPEP a Vienna nel 1975 e complicità in omicidio. I termini di prescrizione per gli attentati originariamente imputati a Suder e Gauger è di 20 anni. Sarebbero quindi prescritti dal 1998. Ma, sostiene la Procura pubblica, la prescrizione è stata “interrotta più volte” e può andare “al massimo fino al doppio del tempo previsto, dunque a 40 anni”. Un attacco incendiario del 1978 (prescrizione: 10 anni) può essere trasformato in un attacco incendiario con messa in pericolo della vita altrui (prescrizione: 20 anni) e così allungare la prescrizione a 40 anni.
È del 2000 la spettacolare scoperta con immediato arresto dei due “pensionati delle RZ”, come vennero definiti, a Parigi. Da allora le autorità francesi e tedesche si affannano su Suder e Gauger. Nel 2001 la Francia respinse una domanda di estradizione della Germania. Ora la pagina potrebbe voltarsi, grazie al nuovo mandato di cattura europeo, contro i due militanti della sinistra degli anni settanta. Il caso pende al momento presso la Corte costituzionale francese. Si ignora se la Francia estraderà.

2010.
Parigi, Saint Denis, vicino all’Università 8. Su piccolissimi appezzamenti di terreno sorgono piccole case, in lontananza si scorgono i profili di alcuni grattacieli. Non c’è nessuno per strada, è una giornata fredda e umida. In una delle casine, o meglio in una parte minuscola di una di quelle casine, vivono da quando vennero scoperti ed arrestati Sonja Suder e Christian Gauger. Sonja Suder ha compiuto nel frattempo 77 anni, Christian Gauger ne ha 68. Erano una coppia già prima della fuga nel 1978. È la prima volta che parlano con la stampa tedesca. Il colloquio è accompagnato da thé e torte. La loro cucina non arriva a 16 metri quadrati.

In clandestinità poco prima della laurea
Com’è, essere trovati e presi decine di anni dopo aver attaccato delle imprese tedesche per i loro affari con il Sudafrica dell’apartheid, dopo essere scomparsi ed aver vissuto una vita clandestina in Francia? Suder e Gauger sorridono. Su quei temi non parlano. Entrambi vogliono parlare con la TAZ a condizione di non dover rispondere a domande che possano avere un rilievo giuridico nel loro processo. Non dicono se, e se sì, per cosa, portano responsabilità.

taz: Da quando vive in esilio?
Sonja Suder: Dal 1978.
Prima viveva a Francoforte?
Suder: Si, studiavo medicina. Quando siamo partiti, avevo quasi finito.
Quanti anni aveva, allora?
Suder: Dovevo averne 45.
E lei, signor Gauger?
Christian Gauger: Anch’io vivevo a Francoforte. Avevo un diploma in psicologia e lavoravo con la pedagogia speciale all’Università.
Come collaboratore scientifico?
Gauger: No, come ‘servitore’ scientifico. Così si chiamava allora.

Gauger squadra il giornalista. Beve un po’ dalla sua tazza -thé d’erbe come quello di Suder- ed è calmo e concentrato. I suoi capelli bianchi li ha raccolti in una treccia, il viso è incorniciato da una barba sale e pepe tagliata corta. Con la sua camicia a fiori ed il leggero dialetto della regione dell’Hess potrebbe essere uscito direttamente da un negozio di antiquariato del quartiere Bockenheim a Francoforte. Sonja Suder dirige il dialogo. I suoi 77 anni non si notano. Una personalità agile, vivace e spontanea, con una voce decisa, è vestita sportivamente in nero, con capelli corti e scuri.
La camera a Saint Denis è arredata con mobili usati, comoda e pratica, come se ne vedono nelle comuni della scena alternativa. L’anticonsumismo sembra un’ideologia pratica per la vita spartana della clandestinità, senza pensione né entrate stabili. Tra i libri sugli scaffali si notano molti reggiposate. I reggiposate vengono volentieri usati in Francia per appoggiarvi le posate tra una portata e l’altra, per non sporcare il tavolo. Sono di porcellana, di diversi metalli nobili, rifiniti in modo semplice o artistico. Ogni uomo ha un hobby, e collezionare reggiposate è quello di Christian Gauger. Lui racconta lentamente, è quasi floscio. Nel 1997 ha subito un infarto ed ha dovuto essere riportato in vita.

Taz: Com’era la situazione, quando veniste arrestati nel 2000?
Suder: Eravamo arrivati da poco a Parigi e siamo usciti dall’albergo. Andò tutto molto in fretta: mani in alto! Poi volto e braccia contro il muro.
Polizia francese?
Suder: Sì, polizia francese.
Nessun tedesco assieme a loro?
Suder: No, solo più tardi, al distretto degli sbirri, lì c’erano anche dei tedeschi. Non si sono lasciati vedere, ma potevi sentire come parlavano tra di loro.
È importante per voi che si parli di ‘sbirri’?
Suder [ride]: No, possiamo anche dire polizia.
Ve l’aspettavate, di essere presi nel 2000?
Suder: No. Non in quel particolare momento, anche se rispetto alla tua vita sai che potrebbe accadere in qualsiasi momento. Non si sa mai cosa stia effettivamente succedendo. In questo senso essenzialmente te lo aspetti.
Insomma non avevate nessun concreto indizio?
Suder: No. E questo benché ci stessero sicuramente già addosso da un pezzo.
Sapete come vi hanno ritrovati dopo 22 anni?
Suder: Non è chiaro. Avevamo avuto in incontro con un parente. Forse gli si sono appiccicati.
Intende dire che per tutto l’anno un commando di catturatori vi è stato addosso?
Suder: Non credo. Fino alle dichiarazioni di Hans-Joachim Klein nel 1998/99 non eravamo neppure sempre indicati nelle ricerche per la cattura in Europa. La cosa deve essere cambiata dopo.
Hans-Joachim Klein partecipò nel 1975 all’attacco contro l’OPEP a Vienna. Si allontanò in seguito dal terrorismo ma venne preso solo nel 1998 in Francia. Dopo il suo arresto sostenne per la prima volta nel 1999 che Sonja Suder aveva potuto partecipare alla logistica dell’attacco all’OPEP. Fino al 1999 non c’era un ordine di arresto internazionale?
Suder: No, secondo i nostri avvocati. È probabilmente per questo che prima abbiamo avuto abbastanza tranquillità.
Signor Gauger, si trattiene? Non vorrebbe partecipare alla nostra conversazione?
Gauger: Di molte cose non ho più ricordi. Ho avuto un infarto e sono entrato in coma.
Quando è successo?
Suder: 1997.
Gauger: Il cuore mi si fermò. Ero praticamente morto. Sonja mi ha riportato in vita. [Arresto cardiaco e infarto, con i conseguenti pregiudizi sul cervello e sulla capacità di memoria sono attestati da perizie mediche francesi].
Le vostre false identità erano così ben fatte che potevate chiedere delle cure mediche?
Suder: Dovevamo! Già solo per il controllo e le medicine. La riabilitazione l’ho poi fatta io con lui. Era davvero una situazione assurda.
E non vi hanno scoperti?
Suder: No. A volte abbiamo dovuto trattenere il respiro, ma la nostra età fa sì che la gente non sia tanto malfidata.
Gauger: Io avevo integralmente perduto la memoria.
Ma Sonja Suder l’ha riconosciuta?
Suder: Fatto che mi stupì, devo dire.
Gauger: Ma prima non sapevo neppure che esistesse, l’ho conosciuta solo quando è ritornata nella camera.
Che sentimento si prova, quando ci si è dimenticati tutto, si vive in clandestinità e ci si deve fidare di una persona che ci insegna chi si è?
Gauger: Prima o poi viene la paura: cazzo, che succede se rimango stupido? Quando mi è venuto questo timore era però anche il momento in cui ho notato che potevo pensare da solo. La cosa è durata per un po’.
Sonja Suder le ha anche dovuto raccontare perché viveva in clandestinità?
Gauger: Sì. Ma naturalmente non so se mi ha raccontato tutto. Semplicemente non lo so.
Suder: Questo neppure si può. Non puoi raccontare un’intera vita. Se qualcuno lo chiede e se si lavora con certi testi di riabilitazione, si può ri-raccontare qualcosa, ma non si può sovraccaricare una cervello. La cosa funziona pezzetto per pezzetto.
1997 e 2000 – tra arresto cardiaco e incarcerazione non passò molto tempo.
Suder: Sì, ma si era già stabilizzato. Il punto di cui prima parlava fu dopo un mezzo anno di riabilitazione. Ma ancora oggi Christian mi chiede cose sul suo passato, ed in pratica continuiamo ancora la riabilitazione.
Dopo l’incarcerazione siete stati immediatamente separati?
Suder: Sì, subito.
Avete ancora famiglia in Germania?
Suder: Sì, abbiamo contatto con le nostre rispettive sorelle.
Signor Gauger, allora adesso può verificare autonomamente se ciò che le ha raccontato la signora Suder è vero?
Gauger: Sì, questo è almeno divenuto più facile.
Che atteggiamento avete avuto nei confronti dell’interrogatorio dopo l’arresto?
Suder: Se prima hai concordato “se succede qualcosa, nessuna parola, niente dichiarazioni”, hai allora un buon sentimento di sicurezza.
Quanto siete rimasti in carcere preventivo nella prima procedura del 2000/2001?
Suder: Meno di tre mesi. Christian era detenuto a Parigi, il carcere femminile era fuori.
È stata la vostra prima volta in carcere?
Suder: Sì, io ero alla fine dei miei 60 anni, Christian all’inizio dei suoi.
Com’era in carcere?
Suder: Si dice che le prigioni francesi siano le peggiori del mondo. Io però non posso affermarlo. Sono stata messa in cella e avevo la normale ora d’aria nel cortile. Ho incontrato subito due donne basche. Da quel momento mi è stato organizzato tutto ciò di cui avevo bisogno, in modo naturale e ovviamente sottobanco. Insomma ero quasi un po’ privilegiata. Quella solidarietà era affascinante.
Qual’era la cosa più noiosa in carcere?
Suder: Di fatto, il baccano. Ad ogni passaggio ci sono porte d’acciaio, che vengono in permanenza aperte e sbattute rumorosamente. Sono dei botti continui. Un baccano incredibile. L’essere rinchiusa non era per me così brutto, per quello ti prepari un po’ prima. Devi subito vedere di fare qualcosa, come esercizi sportivi e letture.
Signor Gauger, come fu per lei?
Gauger: Al passeggio, è venuto subito uno da me. Sapeva già. Così poi sono stato sempre con lui e con un altro al passeggio. In cella eravamo in tre. I letti a castello erano scomodi; sul terzo, sopra, si è ben in alto, ti possono venire le vertigini. Altrimenti: topi e scarafaggi, che sono però animali domestici. Meglio che una cella singola tutta bianca, dove non vedi né senti nessuno.
Che si pensa, quando si è arrestati dopo 20 anni di esilio?
Suder: Adesso ci hanno proprio beccati.
Gauger: E io ho pensato: questo non è necessario.
Sapete ciò che concretamente vi viene rimproverato?
Suder: Tre attentati, due contro il programma atomico dell’allora regime dell’apartheid sudafricano, ed un attacco contro la ristrutturazione della città di Heidelberg. A me, inoltre, Vienna. Questa storia dell’OPEP. E con essa l’accusa: complicità in omicidio. In Francia questo sarebbe già prescritto. Le sole cose che qui non vanno in prescrizione sono i crimini contro l’Umanità.
L’accusa di partecipazione all’attacco contro l’OPEP l’ha sorpresa?
Suder: Sì.

1975. L’arresto di Klein nel 1998 fu un fulmine a ciel sereno, proprio come la sua affermazione della partecipazione di Suder. Klein aveva fatto parte nel 1975 di un commando diretto da Ilich Ramirez Sanchez, detto ‘Carlos’, e che si rese responsabile della morte di tre persone. A Klein, ferito durante l’azione, riuscì di partire con gli altri membri del commando e con i ministri dell’OPEP in ostaggio. Poi nel 1976 un commando tedesco-palestinese dirottò un aereo dell’Air France su Entebbe; in quell’occasione morirono Wilfried Böse e Brigitte Kühlmann, considerati dirigenti delle prime RZ. In seguito le RZ si rifondarono, distanziandosi da gruppi e formazioni del vicino oriente come quella di Carlos. Criticarono l’antiamericanismo e l’antisionismo della ‘sinistra antiimperialista’ e propagarono forme di attacco che non producessero morti.
Su richiesta, la Procura pubblica di Francoforte conferma oggi che, fino al 1999 ed a parte le affermazioni di Klein, non v’è mai stato il minimo indizio che Suder sia stata coinvolta nella prima fase delle RZ fino al 1976. Klein, la cui credibilità viene spesso paragonata con l’ex-membro della RAF e raccontatore di storie Peter-Jürgen Boock, accusò dei militanti delle RZ ed altre persone di aver partecipato all’attacco contro l’OPEP. Rudolf Schindler venne per questo processato dal tribunale di Francoforte. E venne assolto dall’accusa di complicità nell’attaco all’OPEP, smentendo l’accusa di Klein. La corte dubitò della sua “certezza di identificazione nel riconoscimento fotografico del 2.9.1999”. In quell’occasione accusò assieme a Schindler anche Suder, “benché in precedenza non avesse mai accennato ad un’altra donna”, affermò il tribunale già 2001. A parte la dichiarazione di Klein, ancora oggi la procura penale non ha null’altro in mano contro Suder per l’attacco all’OPEP.

TAZ: Quanto presenti sono state per voi in questi anni le accuse dei ’70, di una fase sempre più lontana delle vostre vite? Avete potuto avere una vita normale?
Suder: All’inizio no. Ti guardi sempre dietro per vedere se c’è qualcuno. Se parla tedesco.
Gauger: Il meno possibile contatti con dei tedeschi, questo è molto importante.
Signora Suder, signor Gauger, non vi è mai venuto in mente in tutti quegli anni: la storia è così vecchia, che senso ha, vogliamo ritornare e affrontiamo il passato?
Suder: Insomma, a me no. E a te, Christian?
Gauger: Certo, se avessero revocato i mandati di cattura.
Suder: Molto divertente. Ora è però chiaro: se la Francia ci estrada, saremo processati in Germania.
Il gruppo al quale avreste appartenuto si è sciolto definitivamente all’inizio degli anni novanta. Questo ha qualche influenza sul processo?
Suder: Giuridicamente nessuna. Dopo l’entrata in vigore degli accordi penali europei, siamo stati arrestati una seconda volta nel 2007. Christian per quattordici giorni ed io per un mese. E dal 2009 dobbiamo contare ogni giorno sull’eventualità di un’estradizione, benché il tribunale francese avesse già negato l’estradizione nel 2001
Dopo la vostra scoperta nell’anno 2000 e il rifiuto della domanda di estradizione avete vissuto a Parigi per la prima volta di nuovo legalmente. Com’è stato per voi?
Suder: Quando vivi sempre con una leggenda, non ti puoi costruire delle vere amicizie. Abbiamo vissuto tutti quegli anni molto ritirati. A Parigi in un primo tempo non avevamo nessun contatto. La nostra avvocatessa ci ha trovato dei compagni italiani, così da avere almeno un indirizzo da indicare per poter essere scarcerati. Poi una bravissima donna ci ha ospitati. Credo che in Germania sarebbe stato più difficile. Ma la cultura repubblicana ha in Francia una ricca e secolare tradizione di offrire rifugio agli esuli. Persone che non conoscevamo ci hanno lasciato la loro casa per mezzo anno, sono andati ad abitare nel sud della Francia permettendoci così di cercarci una nostra abitazione a Parigi. Praticamente non conoscevano né noi né la nostra storia, e ci hanno semplicemente aiutati. Ci siamo poi integrati in fretta nell’ambiente, abbastanza grande, degli esuli italiani, i militanti degli anni ’70 qui rifugiati, con le loro discussioni e le loro feste. Sono molto solidali. Abbiamo avuto fortuna.

Da Francoforte a Parigi
1. Clandestini: Nell’estate 1978 a Francoforte Sonja Suder e Christian Gauger si accorsero di essere spiati. Partirono all’estero ed assunsero false identità. Probabilmente vissero in Francia, a Lille. Nel 1997 Gauger subì un colpo apoplettico e perse la sua memoria -della falsa come della vera identità.
2. Scoperti: Nel 2000 vennero scoperti ed arrestati davanti ad un albergo a Parigi. Separati, passarono alcuni mesi in carcere preventivo. Da allora Suder, 77 anni, e Gauger, 68, vivono a Parigi. La Germania ne chiede alla Francia l’estradizione -fin’ora invano.
3. Incolpati: La Procura di Francoforte sul Meno accusa oggi la coppia di aver partecipato ad attentati contro imprese nel 1977 e contro il castello di Heidelberg nel 1978. Suder è inoltre accusata di complicità in omicidio: per l’attacco alla conferenza dei ministri dell’OPEP a Vienna nel 1975, dove tre persone persero la vita. Questa accusa è basata soltanto sulle dichiarazioni dell’ex-terrorista Hans-Joachim Klein.

12 anni fa, ma non dimentichiamo

28 marzo 2010 3 commenti

 

 

 

Il manifesto dello scorso anno

Il manifesto di un paio d'anni f

Edoardo Massari (detto Baleno) nasce il 4 aprile 1963, da una famiglia operaia originaria del Canavese (Piemonte).

Sin da adolescente inizia la frequentazione dei centri sociali: inizialmente è un attivista di El Paso (dove verrà coniato il suo soprannome:Baleno), il primo centro sociale anarcho-punk torinese; partecipa a diverse iniziative degli squatters, anche fuori Piemonte: ad Aosta con il collettivo Piloto Io, a Roma con gli occupanti in Piazza dei Siculi, ad Alessandria al Forte Guercio, a Cuneo al Kerosene Occupato e alla Scintilla di Modena.

Nel 1991, ad Arè, vicino Caluso (To), è tra gli occupanti della piscina comunale. Per contestare questo sgombero decidere di “prendere in possesso”, insieme ad altri compagni, il palazzo del municipio di Caluso. Vengono tutti denunciati. Baleno, che come forma di protesta estrema ed iconoclasta, “cagherà” pubblicamente sulla bandiera italiana, subirà per tutti questi fatti una prima condanna a 7 mesi e 15 giorni per “interruzione di pubblico servizio e oltraggio a pubblico ufficiale”.

La sera del 19 giugno 1993, mentre Edoardo sta lavorando alla saldatura di alcuni pezzi di motorini e biciclette, esplode la bomboletta del gas che gli serviva per gonfiare le ruote (probabilmente l’eccessivo calore è il responsabile dell’esplosione). Edoardo Massari si ferisce leggermente ad un braccio, si reca al pronto soccorso ma quando torna a casa trova la polizia ad attenderlo.

Edoardo 'Baleno' Massari

Edoardo 'Baleno' Massari

Immediatamente viene arrestato e denunciato per fabbricazione di ordigni esplosivi. Dopo 6 mesi di detenzione preventiva, scioperi della fame e manifestazioni varie, Edoardo Massari viene condannato a 2 anni e 8 mesi. Successivamente gli infliggono una pena di 4 mesi per oltraggio nei confronti di una guardia carceraria, compiuto durante la detenzione preventiva.

Esce dal carcere nel dicembre 1996 e va ad abitare all’Asilo Occupato di via Alessandria, a Torino. Ai primi di settembre del 1997, Baleno, insieme tra gli altri ai compagni ed amici Silvano Pelissero e Maria Soledad Rosas, si trasferisce alla Casa di Collegno, che si trova all’interno del parco del manicomio di Collegno (occupato dal 1996).

Durante una vacanza alle Isole Canarie, tra Sole e Baleno nasce l’amore. La felicità dura poco: il 5 marzo 1998 Silvano Pelissero, Edoardo Massari e l’argentina Maria Soledad Rosas, vengono tutti arrestati. L’accusa, abilmente orchestrata grazie anche al contributo decisivo dei media nazionali, è quella di appartenere ad una fantomatica organizzazione eco-terrorista, i “Lupi Grigi”, responsabile di una serie di attentati in Val Susa contro la linea ad alta velocità Torino-Lione.

All’alba di sabato 28 marzo, secondo la versione ufficiale, Edoardo Massari viene trovato agonizzante, impiccato con le lenzuola alla sua branda del carcere torinese delle Vallette (n.d.r le testimonianze degli abitanti delle case popolari antistanti il carcere rivelano che sin da verso la mezzanotte si sentivano arrivare ambulanze e volanti a sirene spiegate). L’11 luglio si suiciderà anche la sua amata Maria Soledad Rosas.
TRATTO DA ANARCHOPEDIA

Maria Soledad 'SOLE' Rosas

Maria Soledad 'SOLE' Rosas

Intervista ad Avni Er, dal C.I.E. di Bari

11 marzo 2010 Lascia un commento

Condannato in Italia come membro del Dhkp-c che per Ankara è terrorismo
Evni Er, dal carcere al Cie, a lrischio tortura in Turchia
di Stefano Galieni, Liberazione 11 Marzo 2010
Fra i tanti trattenuti nel Centro di identificazione ed espulsione di Bari Palese c’è Evni Er, cittadino turco, sposato con una donna italiana. Evni Er venne arrestato il 1 aprile del 2004, in un’operazione congiunta di dimensioni internazionali.
82 le persone arrestate in Turchia, da dove risulta partita l’operazione, altre 59 fra Germania, Olanda, Belgio e Italia. Molti sono giornalisti della stampa di opposizione, appartenenti ad organizzazioni democratiche, avvocati, architetti, artisti, molti impegnati nella salvaguardia dei diritti umani e nella libera informazione.
Evni Er è accusato di far parte del Dhkp-c, un partito comunista della sinistra rivoluzionaria inserito nella lista nera delle organizzazioni terroristiche. Infatti viene condannato a sette anni con l’accusa di “terrorismo internazionale” dal tribunale di Perugina. Fra i testimoni, a volto coperto, alcuni degli agenti speciali, spesso responsabili di torture, provenienti dalla Turchia. Nella condanna, confermata in appello è prevista l’espulsione di Evni Er a fine pena, ma la Turchia ne chiede l’estradizione che viene scongiurata anche grazie ad una vasta mobilitazione internazionale.
Il detenuto trascorre il resto della pena nel carcere di Nuoro ed è proprio un tribunale sardo, la Corte di Appello di Cagliari nella sezione distaccata di Sassari, a rigettare la richiesta turca. Secondo i giudici, Evni Er in Turchia potrebbe essere riprocessato e condannato per gli stessi reati che sta scontando in Italia e un imputato non può essere condannato due volte per lo stesso motivo.
La liberazione giunge in anticipo, il 19 febbraio per buona condotta, ma il detenuto è immediatamente trasferito nel Cie di Bari per essere espulso. Ha chiesto asilo politico con l’aiuto del suo legale, teme fortemente per la sua vita in caso di rientro in patria. «Sono uscito da un carcere, per entrare in un altro carcere (il Cie) in attesa di essere portato nel carcere peggiore», racconta, «in Turchia mi aspettano e non certo per salutarmi. Il giorno successivo alla mia scarcerazione la agenzia governativa Anatolia mi ha “dedicato” una pagina, aspettano la mia espulsione».
Evni è stato ascoltato pochi giorni fa dalla commissione territoriale per i richiedenti asilo e una richiesta per garantirgli salva la vita è stata inoltrata anche alla Corte europea di Strasburgo. «Cosa rischio? In teoria – continua – una condanna da 7 a 15 anni, ma quando si parla di terrorismo è facile che i tribunali propendano per una condanna all’ergastolo.

Tratto da Scarceranda 2010

E c’è qualcos’altro che sfugge ad ogni controllo e che dovrebbe far riflettere l’opinione pubblica italiana e pesare sulla decisione della Commissione: quando prendono un oppositore in Turchia è scontato che per almeno 4 giorni finisca per essere torturato. È capitato recentemente ad un ragazzo, Engin Ceber. Lo hanno preso mentre distribuiva una rivista legale, neanche legata al partito. È uscito morto dalle torture».

Se si sopravvive la sorte è poi segnata, dal 2000 la Turchia ha inaugurato le carceri dette Type F, isolamento per 24 ore e spesso deprivazione sensoriale. Evni è anche molto scettico rispetto alle riforme democratiche tanto decantate: «Hanno fatto arrestare alcuni generali con l’accusa di preparare un golpe, solo per sostituirli con altri più presentabili.
Dichiarano di processare i torturatori che hanno imperversato nella polizia e nell’esercito, ma poi i reati finiscono prescritti o spariscono le prove. A volte nei tribunali hanno anche il coraggio di dichiarare che non riescono a rintracciare gli agenti identificati. Temo veramente per la mia vita, ringrazio i tanti compagni che mi portano solidarietà e spero veramente di ottenere asilo politico».
Se le leggi e le disposizioni ratificate anche dall’Italia verranno rispettate, Evni Er non dovrebbe essere espulso in Turchia, sono infatti inespellibili coloro che rischiano di essere sottoposti a trattamenti disumani e degradanti, ma sull’altro piatto della bilancia ci sono gli ottimi rapporti fra il presidente del consiglio Berlusconi e il premier turco Erdogan e in questi casi – le relazioni con la Libia insegnano – c’è forte il rischio che si trovi l’escamotage per procedere al rimpatrio.
Un caso simile è accaduto con un’altra detenuta, questa legata ai movimenti kurdi, Nazan Ercan, ma in quel caso prevalse la voglia di non rendersi responsabili di un crimine e la donna, dopo un periodo di trattenimento nel Cie di Ponte Galeria, a Roma, venne sì estradata, ma in Germania. O forse la situazione di Evni diventerà simile a quella di altri invisibili ancora presenti in Italia, che hanno espiato una pena, non possono essere rimpatriati nel proprio paese, non hanno ricevuto lo status di rifugiato, non possono avere un permesso di soggiorno. La sola speranza è che la commissione apposita, lo riconosca come rifugiato politico.

Udienza per gli antirazzisti torinesi!

9 marzo 2010 1 commento

E’ stata fissata per oggi, martedi 9 marzo alle 10.00 del mattino al Tribunale di Torino (settore 2 – scala E – piano III – aula 32313) l’udienza del tribunale del riesame per i sette antirazzisti torinesi colpiti da misure restrittive dal 23 febbraio scorso

Andrea, Fabio, Luca (in carcere alle Vallette), Maja, Paolo, Marco (arresti domiciliari) e Massimo (divieto di dimora in provincia di Torino) dovrebbero essere tutti presenti all’udienza in cui gli avvocati difensori chiederanno la revisione delle assurde misure restrittive chieste dal PM Padalino.
L’udienza sarà a porte chiuse e si preannuncia piuttosto lunga.
La risposta del collegio giudicante dovrebbe arrivare nelle 48 ore successive.
Intanto tra le varie manovre di quel ciccione biloso di Padalino dopo l’isolamento e il divieto di colloquio coi familiari (decisione per fortuna revocata dopo alcuni giorni dal GIP) sembra esserci una richiesta di trasferimento di Andrea, Fabio e Luca dalle Vallette in altre carceri piemontesi, sempre per rendere più profondo il loro distacco dal mondo esterno e solidale.
Sempre il paladino della censura Padalino aveva chiesto ulteriori restrizioni per i tre ai domiciliari dopo la trasmissione radiofonica Macerie condotta su radio blackout da casa di Maja; anche in questo caso il GIP ha dato parere negativo.
Un grazie a tutti per la solidarietà e per le lotte condotte in questi giorni, dentro e fuori dai CIE, contro il razzismo, lo sfruttamento, la reclusione.

LIBERI TUTTI!
FUOCO AI C.I.E.!

“Dal letame nascono i fior”?? …sul carcere di Bollate

5 marzo 2010 Lascia un commento

1969 _ Carceri in rivolta_

Pubblico con molto piacere una lettera di Carmelo Musumeci, a cui spesso do spazio in questo blog; ergastolano rinchiuso nel carcere di Spoleto.
Carmelo giustamente, nel leggere il Corriere della sera di martedì rimane un po’ sconcertato dello spazio dato alla notizia (ottima) di una gravidanza tra le sbarre. Come è potuto accadere? Due detenuti che hanno rapporti sessuali dentro il carcere! Il miracolo? Finalmente il diritto all’affettività per i detenuti anche nel nostro paese di merda?
No. Assolutamente !!
I due hanno avuto rapporti clandestini (pensa che palle, tutto estremamente di corsa e con qualche tonnellata di ansia)nell’aula scolastica :
i giornalisti, palesemente invidiosi del fatto che anche i detenuti hanno più orgasmi di loro, sono corsi ad urlare allo scandalo.
In prigione si sta meglio che in vacanza: si mangia, si riposa e si tromba pure!!!
In realtà il carcere di Bollate è un esperimento, unico nel nostro paese.
Quando parliamo di carcere sperimentale parliamo anche di un certo tipo di detenuti, di percorso rieducativo etc. etc. ,
insomma col cavolo che un detenuto “normale” finisce a Bollate!
Noi comuni mortali, noi che non ci venderemmo mai nessuno, noi che non ce piace chiacchierà … noi si finisce in 9 in cella a far l’amore con la claustrofobia e i blindati chiusi.

Perché nelle carceri italiane ci si può togliere la vita ma non si può fare l’amore?
di Carmelo Musumeci dal Carcere di Spoleto, marzo 2010

Nel Corriere della Sera di martedì 2 marzo 2010 ho letto che nel carcere di Bollate una detenuta è rimasta incinta da un detenuto.
Radio carcere sostiene che erano fidanzati e che si potessero vedere solo nell’aula scolastica dell’istituto.
La cosa mi ha fatto sorridere, perché fa tenerezza che in un luogo di sofferenza e dolore nasca l’amore e la vita.
Ho continuato a leggere l’articolo, ad un tratto ho smesso di sorridere.
-Il segretario del sindacato di polizia penitenziaria SAPPE, che ha denunciato l’accaduto, chiede che il ministro Alfano predisponga approfondimenti.
Incredibile!
Il carcere di Bollate, l’unico che in Italia funzioni e che applichi il principio rieducativo previsto dall’articolo 27 della Costituzione, fa scandalo perché i detenuti invece di ammazzarsi fanno l’amore.
Pazzesco!
Il segretario del sindacato di polizia penitenziaria invece di chiedere approfondimenti nei carceri dove si muore come mosche, (da gennaio dodici suicidi dietro le sbarre, al 26/02/2010) chiede approfondimenti nell’unico carcere dove non si è suicidato nessuno, ma è stata concepita una vita.
Tutti parlano e scrivono dei morti in zone di guerra in Afghanistan o in Iraq, ma nessuno ormai parla e scrive più dei morti in carcere in Italia.
Che strano paese è l’Italia: fa notizia che due detenuti invece di ammazzarsi fanno l’amore, ma nessuno scrive e parla del fatto che le persone che si sono tolte la vita nel nostro paese in carcere sono superiori ai soldati americani morti in Afghanistan o in Iraq.
Ricordo ai politici di questo nostro strano Paese che il desiderio d’amore è naturale e istintivo; che l’affettività è da sempre considerata un diritto fondamentale;
che la pena dovrebbe privare le persone soltanto della loro libertà;
che sono ormai tantissimi i Paesi nei quali sono permessi i colloqui intimi, persino paesi come l’Albania, considerato fanalino di coda dell’Europa;
che è disumano il divieto di dare e ricevere una carezza o un bacio dalla persona che ami;
che la mancanza di contatti intimi reca danni alla psiche e alla sfera emozionale;
che un individuo in carcere non perde il diritto di avere diritto;
che un carcerato resta un membro della famiglia umana: anche i detenuti, piangono, sorridono, si nutrono, respirano e pensano, eppure molti di noi non hanno rapporti intimi con le loro compagne da decenni.
Non è naturale questo modo di vivere: in carcere i detenuti non dovrebbero perdere il diritto di amare e di essere amati.

Perché nelle carceri italiane ci si può togliere la vita ma non si può fare l’amore?

Leggi anche
Il sesso tra le sbarre nell’era del Bungabunga

Roma: laboratorio di repressione!

4 marzo 2010 Lascia un commento

Quelli pericolosi siete voi!
Storie di ordinaria repressione in Italia.

Questo vuole essere un atto di denuncia, una dura condanna e una chiara presa di posizione di fronte alla grave iniziativa intrapresa dalla Questura di Roma nei confronti di un attivista del Laboratorio Acrobax da tempo impegnato a fianco delle lotte sociali dei precari e dei disoccupati, per la difesa dei beni comuni sul territorio e per il diritto all’abitare a fianco dei movimenti di lotta per la casa. Ci riferiamo alla disposizione per l’articolo 1 della legge 1423, varata dal famigerato governo Tambroni nel lontano 1956, sulla pericolosità sociale che, dal novembre dello scorso anno, ha colpito Rafael. Un provvedimento della durata di tre anni e che da ieri è stato confermato e reso esecutivo dal Questore di Roma, respingendo formalmente il ricorso legale.

Si contesta al nostro compagno di essere un soggetto “socialmente pericoloso per la sicurezza e per la pubblica moralità” e lo si invita a cambiare comportamento perchè questo infame dispositivo legislativo  e il suo uso politico, includono per di più la minaccia di ricorrere ad ulteriori misure di prevenzione come la sorveglianza speciale, prevista dagli articoli che seguono, qualora vi siano ulteriori deferimenti o segnalazioni di violazione delle disposizioni inerenti la legge stessa.

Gli vengono contestati i carichi pendenti relativi a processi tutt’ora in corso (questo compagno all’oggi non ha nessuna condanna per nessun reato!) per i quali gli viene attribuita la supposta pericolosità sociale e che rappresentano, secondo la Questura, le sufficienti motivazioni per “configurare un profilo del soggetto in linea con le categorie previste dall’art. 1 e conforme al concetto di condotta e pericolosità sociale, espresso nell’art. 4 della citata legge”. Non solo, il provvedimento prosegue aggravando l’ipotesi, poichè si valuta addirittura che “l’asserito e spiccato interesse per le forme di partecipazione politica di base che pone all’attenzione pubblica temi di interesse generale, non esclude la commissione di reati specifici per i quali l’istante si è reso già responsabile”.

Nel pieno della devastante crisi globale, siamo alla pantomima del peggiore processo alle intenzioni… o nella migliore delle ipotesi, dentro il set di minority report! Invece è purtroppo un decreto ufficiale del Questore di Roma.

Riteniamo poi gravissimo l’accostamento dello spiccato interesse alla partecipazione della vita politica di base, con le ipotesi di reiterazioni di reati già contestati, reati peraltro di lieve entità e tutti legati alle lotte sociali e che, come tali, non possono e non devono subire in silenzio la demonizzazione giudiziaria o, come spesso accade, il linciaggio mediatico, dentro quel generale “laboratorio della repressione” che vede nella penalizzazione della partecipazione politica alla vita sociale e all’autorganizzazione uno degli strumenti più usati dal potere. Un abuso, dunque, per punire e sorvegliare chi da anni è presente nei territori della nostra città a fianco degli esclusi. E’ come dire: se protesti ancora una volta io ti arresto. Perchè la questione non è fare qualcosa di “illegale”, ma anche semplicemente stare in un luogo, ad esempio una manifestazione, una casa occupata, un meeting, un presidio, con determinate persone, altrettando pericolose…ad esempio i tuoi compagni di lotta e di vita.

Ma i nostri sono spazi di democrazia diretta, di autorganizzazione e di autogoverno che vogliamo difendere fino all’ultimo respiro, come il diritto alla partecipazione politica dal basso di tutti i cittadini, all’agibilità democratica che, giorno dopo giorno, la svolta autoritaria in corso da anni nel nostro paese ci vorrebbe progressivamente negare.

Foto di Valentina Perniciaro

Chiediamo l’immediata revoca del provvedimento sulla pericolosità sociale per il nostro compagno e rivendichiamo il diritto alla partecipazione dal basso alla vita politica della nostra città e del nostro Paese. Continueremo a lottare per la libertà e la dignità di tutte e tutti, oltre i limiti imposti da queste leggi ridicole, “politiche” e razziste, che sono fuori dai tempi e dai linguaggi della nostra storia e del futuro che vogliamo costruire.

Per questo insieme ad un gruppo di attivisti delle lotte sociali sparsi per l’Italia e a diverse realtà impegnate sul carcere, abbiamo iniziato a lavorare ad un inchiesta/libro bianco sulla repressione e il controllo in Italia, dal titolo provvisorio di “Sorvegliati e puniti”. Un percorso che coinvolga singoli attivisti, collettivi autorganizzati, sindacati di base, reti che si muovono per i diritti e la libertà, ma anche studi legali, giuristi, intellettuali…

Invitiamo tutt* a leggere la presentazione del progetto sul sito www.indipendenti.eu e a contribuire alla costruzione di questo lavoro collettivo in tutti i modi possibili, collaborando, facendo girare l’appello, inviandoci informazioni e contributi all’indirizzo:libertadimovimento@inventati.org.

Per manifestare il proprio sdegno e segnalare la propria solidarietà inoltre chiediamo di sottoscrivere(inviando una mail al medesimo indirizzo)questo appello che verrà inoltrato alla Questura di Roma insieme al nuovo ricorso per la sospensione immediata del decreto.

Laboratorio Acrobax
Coordinamento cittadino di lotta x la casa
Rete degli Indipendenti

Sullo stupro avvenuto nell’ex-scuola “8marzo” di Magliana

18 febbraio 2010 Lascia un commento

Ritengo necessario pubblicare questo comunicato che da un po’ di ore sta girando su indymedia e nelle liste di “movimento”.
Necessario pubblicarlo, dopo lo spazio che questo blog ha dato a tutta la vicenda giudiziaria contro i compagni/occupanti dell’ex scuola “8 marzo” a Magliana, Roma.
Necessario per portare solidarietà in primis alla donna vittima dell’aggressione e poi a tutt@ i/le compagn@ di Magliana, che hanno avuto il coraggio di queste righe!

Comunicato  sullo stupro avvenuto nella ex-scuola “8 marzo”

Foto di Valentina Perniciaro _Chiaro e tondo!_

Alcuni giorni fa all’interno della scuola occupata “8 marzo” tre uomini occupanti hanno agito violenza contro una donna ospite, anche lei, dell’occupazione. La donna ha denunciato gli stupratori.
Noi ci schieriamo a fianco di questa donna a cui riconosciamo il coraggio della denuncia ed esprimiamo a lei tutta la nostra solidarietà.
Purtroppo la nostra esperienza politica e sociale ci ha insegnato che la sopraffazione degli uomini sulle donne avviene anche in quegli ambienti che dovrebbero essere liberi, come gli spazi di movimento, e che tali violenze  non cesseranno mai di esistere se non vengono costantemente messi in discussione i rapporti di potere tra i generi e contemporaneamente e fermamente condannati gli atteggiamenti e i comportamenti sessisti che troppo spesso  vengono  assunti come “normali” in una società patriarcale e uomo-centrica e passano pertanto in secondo piano.
Abbiamo invece appreso, con rabbia e rammarico, che la donna non ha ricevuto alcun tipo di solidarietà da parte degli altri occupanti. Anzi è stata letteralmente cacciata fuori dalla 8 marzo dopo essere stata picchiata! Inoltre non solo gli occupanti continuano a convivere tranquillamente con gli uomini violenti, ma, a quanto ci viene riferito, iniziano a girare voci che denigrano la donna per il suo stile di vita e per i suoi comportamenti: un copione che da sempre accompagna gli episodi di violenza contro le donne quando queste denunciano pubblicamente la violenza subita.

Donne in piazza, Roma 1976

Tra le persone accusate di violenza c’è Sandro Capuani, un occupante che, pur non avendo mai fatto parte del CSOA Macchia Rossa, è stato coinvolto nel procedimento giudiziario contro alcuni militanti e una militante del centro sociale e della 8 marzo occupata. Esprimiamo la nostra netta condanna nei confronti di tale soggetto a cui, da ora in avanti, neghiamo ogni forma di sostegno politico, legale ed umano. A questo punto ci aspettiamo ogni sorta di strumentalizzazione da parte dei carabinieri della stazione di villa Bonelli e dai cosiddetti giornalisti loro sodali, vista la fervida fantasia di cui hanno saputo dare prova. Questo non toglie nulla alla drammaticità dei fatti.

Nell’ottobre del 2007 c’era stata un’altra grave aggressione ai danni di una occupante della “8 marzo” da parte del suo compagno. Allora, però, il comportamento degli/delle occupanti era stato ben diverso: l’aggressore era stato messo in fuga ed il massimo sostegno era stato fornito alla donna, arrivando anche a testimoniare in tribunale sull’avvenuta aggressione.
Dal 14 settembre 2009, data del ben noto arresto di alcuni compagni e di una compagna, le cose sono cambiate. Hanno tentato di farci credere che in un occupazione dove ci sia un’assemblea che si dà delle regole finalizzate ad una convivenza civile ed al contrasto di comportamenti violenti, in particolare contro le donne, è da considerarsi un crimine. Un crimine da punire con la galera. O almeno questo, secondo il teorema accusatorio costruito da carabinieri e magistratura, è quello che vogliono farci credere.
Nei mesi successivi a quella data la situazione all’interno della “8 marzo” non ha fatto che peggiorare: dietro l’esplicita minaccia della repressione, i meccanismi di autogestione hanno smesso di funzionare, compagni e compagne sono stati progressivamente allontanati/e dall’occupazione, che si è di fatto auto-isolata dal contesto cittadino della lotta per la casa. A parte alcuni che hanno tentato di evitarlo, la maggioranza degli\delle occupanti, sempre dietro la minaccia dei carabinieri, ha di fatto abbandonato la strada dell’autorganizzazione, accettando la convivenza con informatori e spie, tralasciando la lotta e negando nei fatti la solidarietà ai compagni e alla compagna inquisiti.
Per tutti questi motivi, purtroppo, ad oggi i compagni e le compagne del CSOA Macchia Rossa non hanno nulla a che fare con la gestione dell’occupazione “8 marzo” e dichiarano pubblicamente e politicamente la loro estraneità a quello che accade in un’occupazione gestita dai carabinieri e priva delle fondamenta dell’autorganizzazione sociale, della lotta e della solidarietà.

CSOA Macchia Rossa – Magliana

Erri De Luca: prendiamo congedo dall’emergenza contro i rivoluzionari del ‘900

8 febbraio 2010 6 commenti

Prescrizione per i governanti
di Erri De Luca
Le Monde 8 février 2010

Il secolo ventesimo è stato quello delle rivoluzioni, la prima in Russia nel 1905, le ultime nell’Europa orientale dopo il collasso del patto di Varsavia. Con le rivoluzioni sono stati rovesciati i rapporti di forza e di oppressione,emancipando immense masse umane nel 1900, dall’Asia alle Americhe. E’ andata così nel mio tempo, sono stato militante rivoluzionario nell’Italia degli anni ‘70, non per estro di gioventù ma in obbedienza all’ordine del giorno del mondo.
Sono ancora in vita gli ultimi rivoluzionari del 1900. Alcuni sono diventati capi di stato e di governo, per loro si suonano gli inni nazionali. Altri restano dietro sbarre, in esili senza fine, oppure in frastornata libertà dopo decenni scontati in prigione. Queste ultime vite andrebbero protette, perchè sono la reliquia politica del secolo delle rivoluzioni, il grandioso 1900. Per esempio andrebbero protette le vite della signora Sonia Suder e del signor Christian Gauger (accusati di aver appartenuto alla Cellule rivoluzionarie tedesche, formazione politica degli anni 70) che stanno per essere estradati dalla Francia e consegnati alle prigioni tedesche. Spedire al giorno 1 di pena, alla casella di partenza, dei rivoluzionari del 1900, colpevoli secondo l’accusa di reati politici di trenta e più anni fa (otto olimpiadi): non è solo triste, è pure antico. Ribadisce che il ventesimo è secolo ancora in corso, alla faccia del miope che l’ha intravisto breve.
E’ invece tempo di prendere congedo dal secolo delle rivoluzioni, lasciando gli spiccioli di vita degli ultimi rivoluzionari al loro corso, togliendoli dal piccolo martirio delle ultime serrature.
Le polizie devono attenersi a mandati anche se abbondantemente scaduti. Ma esiste la misura e la saggezza politica per correggere distorsioni e stabilire in propria autonomia il tempo di chiudere e quello di aprire.
Le vite di Sonia Suder e Christian Gauger vanno protette non per clemenza, ma per evidenza di tempi scaduti, per diritto politico di chiudere il registro di classe del 1900. Si smette così di suddividere i rivoluzionari in vincitori da accogliere con cerimonia ufficiale, e vinti da estradare. Non perchè sono anziani, l’età, che condivido con loro, non è una attenuante. Attenua, sì, molte cose, ma non la responsabilità di essere stati dei rivoluzionari al tempo necessario.
E’ tempo di dichiarare prescritto il 1900 delle rivoluzioni, per pura igiene fisica e mentale. I nomi di Sonia Suder e Christian Gauger, siano consegnati all’archivio politico e non alla cronaca giudiziaria. E’ una buona occasione per stabilire il primato e la sovranità della politica sulle vite umane.

Prescription pour les gouvernants
di Erri De Luca Le Monde 8 février 2010

Le XXe siècle a été le siècle des révolutions, la première en Russie en 1905, les dernières en Europe de l’Est après l’effondrement du pacte de Varsovie. Les rapports de force et d’oppression se sont inversés avec les révolutions, en émancipant d’énormes masses humaines dans les années 1900, de l’Asie aux Amériques. C’est ce qui s’est passé à mon époque, j’ai été un militant révolutionnaire dans l’Italie des années 1970, non par caprice de jeunesse, mais par obéissance à l’ordre du jour du monde.
Les derniers révolutionnaires du XXe siècle sont encore en vie. Certains sont devenus des chefs d’Etat et de gouvernement, on joue pour eux les hymnes nationaux. D’autres restent derrière les barreaux, dans des exils sans fin, ou bien dans une liberté désorientée après des dizaines d’années purgées en prison. On devrait protéger ces dernières vies, car elles sont les reliques politiques du siècle des révolutions, le grandiose XXe siècle.
Il faudrait protéger par exemple les vies de Sonja Suder et de Christian Gauger (soupçonnés d’avoir fait partie des “cellules révolutionnaires” allemandes), qui sont sur le point d’être extradés de France et remis aux autorités allemandes. Renvoyer au jour numéro un de leur peine, à la case départ, des révolutionnaires du XXe siècle, accusés de crimes politiques vieux de trente ans ou plus (huit olympiades)Pre: c’est non seulement triste, mais dépassé. C’est réaffirmer que le XXe siècle est encore là, en dépit des myopes qui l’ont vu bref.
Il est temps au contraire de prendre congé du siècle des révolutions, en laissant les miettes de vie des derniers révolutionnaires suivre leur cours, en les délivrant du petit martyre des dernières clôtures. Les polices doivent s’en tenir à des mandats d’arrêt, même largement expirés. Mais il existe la mesure et la sagesse politique pour corriger des distorsions et décider en toute autonomie du temps de fermer et de celui d’ouvrir.
Les vies de Sonja Suder et de Christian Gauger doivent être protégées non par clémence, mais par évidence de temps expirés, par droit politique de fermer le cahier de classe du XXe siècle. On cessera ainsi de diviser les révolutionnaires en vainqueurs à recevoir avec des cérémonies officielles, et en vaincus à extrader. Non pas parce qu’ils sont vieux, l’âge, que je partage avec eux, n’est pas une circonstance atténuante. Oui, elle atténue beaucoup de choses, mais pas la responsabilité d’avoir été révolutionnaires au moment nécessaire.
Il est temps de déclarer prescrit le XXe siècle des révolutions, par pure hygiène physique et mentale. Que les noms de Sonja Suder et de Christian Gauger soient consignés dans les archives politiques et non pas dans la chronique judiciaire. C’est une bonne occasion pour établir la suprématie et la souveraineté de la politique sur les vies humaines.

Traduit de l’italien par Danièle Valin

Questo blog aveva già parlato della vicenda di Sonja e Christian

Con Joy ed Hellen. Basta Deportazioni

6 febbraio 2010 Lascia un commento

Il 04/02/2010 l’avvocato Massimiliano D’Alessio chiama in carcere a Como, per l’istanza depositata nel tribunale di Milano il 2 febbraio scorso, che gli autorizza l’ingresso in carcere insieme all’interprete nigeriana per incontrare in colloquio la sua assistita Joy.
Dall’ufficio colloqui del carcere rispondono che è tutto a posto per la suddetta visita.
Il giorno seguente, venerdì 5 febbraio 2010, l’avvocato insieme all’interprete si presenta all’ufficio colloqui del carcere di Como per incontrare la sua assistita e gli viene detto che Joy il 4 febbraio 2010 ha revocato la nomina al suo avvocato di fiducia, Massimiliano d’Alessio, nominando l’avvocata d’ufficio che le avevano assegnato in precedenza e con la quale non ha mai avuto un colloquio né un contatto.
Non avendo potuto incontrarla non ci spieghiamo come Joy abbia potuto scegliere di cambiare l’avvocato che la seguiva fino a quel momento nel processo di appello per la rivolta dello scorso agosto nel Cie di via Corelli a Milano e nella denuncia per tentata violenza sessuale nei confronti dell’ispettore capo dello stesso Cie, Vittorio Addesso, mettendosi così nelle mani di un’emerita sconosciuta.
Allora ci chiediamo: ma ha fatto la richiesta veramente Joy? Quale ‘forza oscura’ l’ha indotta a farlo? In questo modo non ha potuto parlare con il suo avvocato e la interprete nigeriana. Perchè succedono queste cose improvvise? C’è qualcuno o qualcosa che non vuole che si sappia come è andata la vicenda?
Non abbiamo potuto vedere Joy, non abbiamo potuto parlare con Joy, non sappiamo come stia, non sappiamo cosa pensi, non abbiamo potuto dirle che il 12 febbraio, giorno della sua scarcerazione, saremo lì fuori ad aspettarla.
Lei continua a lottare, ma purtroppo è in carcere dove non possiamo comunicare con lei perché loro non vogliono.
Dobbiamo far sapere a tutti che non possono zittirla perchè siamo noi la sua voce!

Appuntamento 12 febbraio ore 6.30 di mattina davanti alla stazione di Albate Camerlata Fs. Dalle ore 7 in poi davanti al carcere di Como – in via Bassone 11 – per aspettare Joy!
Invitiamo chi non può venire a Como a costruire iniziative a supporto del presidio nel territorio in cui vive.

Ti spiegherò la pena di morte, nel tuo paese

16 gennaio 2010 2 commenti

Dovrò spiegargli che è nato in un paese dove esiste la pena di morte.
Che dolore solo pensarci, non sarò sicuramente in grado di trovare le parole senza sentire un groppo in gola, un senso di nausea.
D’altronde non si può negare la verità ai propri figli, non si può pensare di nascondergli la realtà per far sembrare il tutto meno pesante, non potrò certo proprio io evitare di fargli capire che razza di mondo e paese siamo ormai…
Ed è quindi ormai un dato di fatto, devo cominciare sin da ora a cercare le parole adatte per spiegargli che qui, nel paese dove è nato, piccolo piccolo che non si può credere quanto si può esser piccoli, esiste la pena di morte, anche se ce lo nascondono.

Ma siamo al 16 gennaio e questi sono i dati, i numeri, i nomi e cognome: [fonte: Ristretti Orizzonti]
 
Con la morte di Mohamed El Aboubj, ritrovato esanime nel bagno della sua cella nel carcere di San Vittore salgono a 6 i detenuti suicidi dall’inizio dell’anno: una frequenza mai registrata prima.
Mohamed El Aboubj era stato condannato in primo grado a 6 mesi di carcere per aver partecipato alla “rivolta” avvenuta 5 mesi fa nel Centro di Identificazione ed Espulsione (CIE) di Via Corelli.Tra un mese sarebbe stato scarcerato, probabilmente senza che arrivasse la sentenza definitiva, quindi dopo aver “scontato” in custodia cautelare una vera e propria “anticipazione della pena”.
L’avvocato Mauro Straini – legale di El Aboubj – ha commentato ad Apcom la morte del suo assistito spiegando che “nel 2009 in Italia si è registrato un record di suicidi tra i reclusi, 72 casi, e in questo primo scorcio dell’anno si sono già verificati alcuni casi. Invece di discutere solo in merito alla costruzione di nuovi penitenziari – ha aggiunto il legale – bisognerebbe ripensare seriamente al senso della pena e della custodia cautelare che andrebbe applicata soltanto in casi estremi ridimensionando la facilità con la quale viene disposta oggi“.

6 detenuti suicidi in soli 15 giorni (1 morto ogni 60 ore, in media): una frequenza mai registrata prima, a fronte della quale non c’è alcun “piano carceri” che tenga, anche perché gli interventi recentemente annunciati dal ministro Alfano non prevedono alcun rafforzamento dell’attività “trattamentale” verso i detenuti, quindi l’assunzione di psicologi, educatori, assistenti sociali. Si edificheranno nuove celle (“se” e “quando” si edificheranno), si assumeranno nuovi agenti di polizia penitenziaria (“se” e “quando” si assumeranno), in modo da poter “contenere” e “sorvegliare” fino a 80.000 detenuti. Che possano arrivare vivi al termine della pena – possibilmente conservando anche un po’ di salute fisica e mentale – non sembra essere tra le preoccupazioni di chi governa (il Paese e le carceri).

Cognome Nome Età Data morte Causa Istituto
Mohamed El Aboubj 25 anni 15-gen-10 Suicidio Milano San Vittore
Abellativ Eddine 27 anni 13-gen-10 Suicidio Massa Carrara
Attolini Giacomo 49 anni 07-gen-10 Suicidio Verona
Tammaro Antonio 28 anni 07-gen-10 Suicidio Sulmona (AQ)
Frau Celeste 62 anni 05-gen-10 Suicidio Cagliari
Ciullo Pierpaolo 39 anni 02-gen-10 Suicidio Altamura (BA)


Perversioni legislative: arrestato senegalese mentre rientrava nel suo paese, perchè … “non aveva lasciato l’Italia”

5 gennaio 2010 1 commento

COMUNICATO STAMPA

CLANDESTINO SENEGALESE ACQUISTA BIGLIETTO AEREO PER LASCIARE L’ITALIA MA, IN AEROPORTO, VIENE ARRESTATO PER… NON AVER LASCIATO L’ITALIA. IL GARANTE DEI DETENUTI DEL LAZIO ANGIOLO MARRONI «EFFETTI PERVERSI DI UNA LEGISLAZIONE CHE SEMBRA FATTA APPOSTA PER CASUARE SPRECHI DI DENARO PUBBLICO E ULTERIORI SOFFERENZE».

Dopo otto anni da clandestino in Italia, aveva deciso di tornare a casa sua, in Senegal, acquistando di tasca propria un biglietto aereo. Ma, secondo le leggi dello Stato, potrà tornare in Patria solo da espulso, fra sette mesi, e per di più a spese della collettività! Protagonista della singolare vicenda – segnalata dal Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni – Khadim, un cittadino senegalese di 41 anni.

Khadim era arrivato in Italia otto anni dal Senegal. Per tutto questo tempo ha vissuto e lavorato a Napoli senza possibilità di essere messo in regola perché il permesso di soggiorno non lo ha mai avuto. Per questo – nonostante non abbia mai commesso reati ed abbia, invece, tentato dicostruirsi una parvenza vita sociale – Khadim viene raggiunto da diversi decreti di espulsione che portano ad una condanna penale a sette mesi di reclusione senza che lui ne abbia mai conoscenza. 

Quando Khadim decide di tornare in Senegal, viene aiutato dagli amici italiani a comprare il biglietto dell’aereo ma all’aeroporto viene arrestato e trasferito al carcere di Civitavecchia per scontare la condanna a sette mesi per non aver ottemperato ad una espulsione che, per altro, stava volontariamente eseguendo. In carcere Khadim chiede l’espulsione come misura alternativa (misura prevista per diversi reati con condanna sotto i due anni) sperando di porre fine a questa sfortunata avventura. Ma la sua istanza viene respinta dai magistrati sul presupposto che, per la “Bossi-Fini”, questo tipo di misura alternativa non può essere concessa a chi non ha ottemperato all’espulsione.

 «In sostanza – ha detto il Garante dei detenuti Angiolo Marroni – Khadim che stava lasciando l’Italia è ora recluso in un carcere per non aver lasciato il nostro paese. Dal carcere ha fatto richiesta per lasciare l’Italia ma non gli è consentito perché deve scontare una pena per non aver lasciato l’Italia. Quella che denunciamo sembra una storia senza senso ma è la realtà di una legislazione che, in tema di immigrazione, fra carcere e C.I.E., sembra accanirsi contro i cittadini stranieri fino a prevedere inutili pene afflittive ed ulteriore sofferenza.
Forse sarebbe necessario studiare maggiormente gli effetti pratici di alcune leggi, per evitare, ancora una volta, di risolvere un fenomeno di rilevanza sociale ed economica come l’immigrazione facendo ricorso al carcere».

 Marco Leone , responsabile dell’ufficio stampa del garante del Lazio

Da Parigi: BRUCIAMO LE FRONTIERE!

4 gennaio 2010 1 commento

Un appello da Parigi

Il 25, 26 e 27 gennaio prossimi si aprirà al Tribunale di Parigi (Aula 16, Fermata “Cité” della metropolitana) il processo per l’incendio di Vincennes. Ve ne abbiamo già parlato a lungo, di quella rivolta, vi abbiamo parlato dell’apertura del processo in dicembre, e recentemente vi abbiamo anche tracciato una stimolante cronologia di questi ultimi mesi di lotta contro i Centri e contro le galere in Francia ed in Belgio.

Ora ci giunge un appello dalla Francia perché la settimana che precede le udienze – quella che va dal 16 al 24 di gennaio – si trasformi in una settimana di solidarietà con gli accusati, in una settimana di lotta contro i Centri e contro le frontiere. Eccovelo.
 

BRUCIAMO LE FRONTIERE!

Vincennes, 22 giugno 2008

La rivolta che ha portato all’incendio della più grande prigione per stranieri in Francia è una risposta concreta e storica all’esistenza dei centri di trattenimento e all’insieme della politica di controllo dei flussi migratori. Nei giorni 25, 26 e 27 gennaio, dieci persone saranno giudicate per questa rivolta nel Tribunale di Parigi (Metropolitana Cité). La nostra solidarietà deve essere all’altezza della posta in gioco: rilascio degli accusati e, inoltre, libertà di movimento e di insediamento.
Il 22 giugno 2008, il più grande CPT di Francia è bruciato. Tra giugno 2008 e giugno 2009, una decina di ex- trattenuti sono stati arrestati e collocati in detenzione preventiva – per la maggior parte da quasi un anno -. Sono accusati di danneggiamento, distruzione di edifici del centro di trattenimento amministrativo di Vincennes e/o violenza contro le forze dell’ordine.
Durante i sei mesi precedenti all’incendio, il centro di Vincennes è luogo di continui movimenti di protesta di coloro lì rinchiusi perché sprovvisti di documenti. Scioperi della fame, piccoli incendi, rifiuto all’appello, diverbi con la polizia, forme di opposizione individuali o collettive, si sono succeduti all’interno del centro per tutto questo periodo. All’esterno, manifestazioni e iniziative denunciano l’esistenza stessa di questi centri e sostengono gli atti di rivolta.
Il 21 giugno 2008, Salem Souli muore nella sua stanza dopo aver invano chiesto di essere curato. Il giorno dopo, una marcia organizzata dai detenuti in ricordo di quest’uomo, è repressa con violenza. Scoppia allora una rivolta collettiva e il centro di trattenimento brucia.

Un processo esemplare
Per impedire che questo tipo di rivolta si diffonda, lo Stato deve colpire duramente, trovare dei responsabili. Queste dieci persone sono state arrestate per servire come esempio. Non importa che siano “innocenti” o “colpevoli”. Lo Stato, punendoli, desidera veder scomparire la contestazione, la ribellione, gli atti di resistenza di quelli che si trovano, o si troveranno un giorno, rinchiusi fra le mura di questi centri. La rivolta di Vincennes non è isolata. Ovunque esistano questi centri di reclusione, scoppiano rivolte, avvengono incendi, evasioni, scioperi della fame, ammutinamenti, devastazioni. È successo in Francia (Nantes, Bordeaux, Toulouse dove sono bruciati dei centri) e in numerosi paesi europei (Italia, Belgio, Olanda, Germania) o nei paesi dove i controlli delle frontiere avvengono alla partenza, come in Libia e in Turchia. L’incendio del centro di Vincennes non è solo simbolico: la scomparsa di 280 posti all’interno del centro ha avuto come conseguenza immediata una importante diminuzione delle retate e delle espulsioni nei dintorni di Parigi, durante il periodo successivo. In concreto, migliaia di arresti sono stati evitati. Con il loro agire, i detenuti hanno bloccato per un lasso di tempo il funzionamento del meccanismo di espulsione.

Prigione per stranieri: rinchiudere, espellere, dissuadere l’immigrazione

Vincennes, 22 giugno 2008

I centri di trattenimento sono una delle tappe tra l’arresto e l’espulsione. Servono a tenere rinchiusi gli stranieri per il tempo necessario a preparare le condizioni necessarie alle espulsioni, che si tratti di un passaporto o di un lasciapassare rilasciato da un consolato e un posto in aereo o in nave. Più uno Stato vuole espellere, più sono i centri di reclusione che costruisce. Ovunque, il loro numero continua ad aumentare. In Europa, c’è la tendenza ad allungare i tempi di trattenimento, il che permette di aumentare le espulsione, ma anche di dissuadere l’immigrazione. Di fatto, questi luoghi di trattenimento sono strutture punitive. Vengono sempre più costruiti come fossero carceri: video-sorveglianza, unità ridotte, celle d’isolamento… In Francia, ad esempio, il più grande centro in costruzione a Mesnil-Amelot (240 posti), che aprirà tra qualche settimana, ha adottato questo modello. In Olanda, dove i suicidi e i decessi ‘inspiegabili’ sono frequenti nei centri, la detenzione dura 18 mesi e può essere riconfermata una volta tornati in libertà, le persone sono rinchiuse singolarmente in cellule molto piccole, oppure su battelli- prigione, con scarse possibilità di accedere all’esterno.

Clandestini: mano d’opera fatta su misura…
I centri di reclusione sono parte della politica di “gestione dei flussi migratori”, elaborata secondo i criteri della “immigrazione scelta” ossia in funzione dei bisogni di mano d’opera dei paesi europei. Non è da oggi che il padronato dei paesi ricchi fa ricorso ai lavoratori immigrati per accrescere i profitti. In modo legale come nel caso del lavoro a termine, di quello che era il contratto OMI (che permette di adeguare il diritto di presenza sul territorio al tempo dei lavori stagionali) oppure con il lavoro nero, dove gli stranieri sono impiegati molto spesso nei settori più difficili (BTP, lavori nei ristoranti, pulizie, lavori stagionali, …). Questi settori richiedono una mano d’opera flessibile, da adattare ai bisogni immediati della produzione. Oltre all’assenza di diritti legati al loro statuto, per esempio in caso di infortunio, la costante minaccia di arresto e di espulsione che pesa sui clandestini, permette ovviamente ai padroni di pagarli di meno, se non addirittura di non pagarli per niente (non è poi così raro). Questo abbassamento dei salari e delle condizioni di lavoro permette al padronato di rafforzare lo sfruttamento di tutti. Gli innumerevoli scioperi dei lavoratori privi di documenti mostrano a che punto padroni e Stato hanno bisogno di questa mano d’opera, ma anche che organizzandosi insieme, i clandestini possono talvolta tenere loro testa ed ottenere di essere messi in regola.

… e capro espiatorio ideale
La politica migratoria, e i centri di reclusione che fanno parte dell’ingranaggio, serve soprattutto a stigmatizzare chi non ha documenti. Lo Stato ne fa il capro espiatorio delle difficoltà che incontra oggi il popolo francese. L’utilizzo spettacolare delle espulsioni di Stato contribuisce a dimostrare da una parte l’ampiezza del “pericolo” che l’immigrazione irregolare rappresenta per la Francia e dall’altra l’efficacia di uno Stato che protegge i propri concittadini contro questo pericolo.
Lo Stato utilizza artifici come le cosiddette “minacce dell’immigrazione clandestina”, la “feccia delle periferie”, le “donne che portano il velo”, o la campagna sull’identità nazionale, per suscitare i peggio rigurgiti xenofobi e razzisti e tentare di creare consenso intorno al potere e al mondo che produce.

Frontiere ovunque
I centri di reclusione costituiscono un elemento indispensabile per applicare una politica europea di controllo dei flussi migratori che, mentre pretende abolire le frontiere all’interno dello spazio di Schengen, all’esterno le rafforza, in particolare con il dispositivo Frontex. Così il controllo inizia aldilà delle porte dell’Europa in accordo con paesi come la Libia, la Mauritania, la Turchia o l’Ucraina, dove vengono finanziati campi di detenzione per stranieri decretati indesiderabili, prima ancora che abbiano avuto la possibilità di mettere piede in Europa.
Allo stesso tempo dentro questo spazio territoriale le frontiere si moltiplicano, si spostano e quindi sono ovunque: ogni controllo di identità può portare all’espulsione. Perché la frontiera non è solo una linea che demarca un paese, ma soprattutto un posto di controllo, di pressione, di scelta. Così la strada, i trasporti, le amministrazioni, le banche, le agenzie di lavoro a termine, di fatto funzionano come frontiere.
I centri di reclusione, come tutti i campi per migranti, sono particole di frontiere assassine dell’Europa di Schengen. Sono luoghi dove si aspetta, rinchiusi, a volte senza scadenza e senza sentenza, dove si muore per mancanza di cure, dove ci si suicida piuttosto che essere espulsi. Bisogna farla finita con le frontiere!
Per tutte queste ragioni e perché la gestione dei flussi migratori non è “giusta”. Perché ciascuno deve poter decidere di vivere dove gli pare. Noi siamo solidali con gli accusati della rivolta e dell’incendio del centro di reclusione di Vincennes.

LIBERTÀ PER TUTTI GLI ACCUSATI!
LIBERTÀ DI CIRCOLAZIONE E DI INSEDIAMENTO!
CHIUSURA DEI CENTRI DI RECLUSIONE!
BASTA COI DOCUMENTI!

SETTIMANA DI SOLIDARIETÀ DAL 16 AL 24 GENNAIO 2010
Primo appuntamento il 16 gennaio 2010: Documentari, Dibattito,
Informazioni alle 19.00 al CICP (21 ter, rue Voltaire, 75011 Paris)

macerie @ Gennaio 4, 2010

Punizioni e premi: la funzione ambigua della rieducazione

3 gennaio 2010 2 commenti

Quando il “trattamento” si trasforma in polizia della coscienza
di Vincenzo Guagliardo, Liberazione 3 Gennaio 2010

Lo storico è prudente per sua natura; esterna al lettore le sue tesi di fondo solo quando può documentarle dati alla mano con centinaia di note e snervanti citazioni di fonti d’archivio con relative abbreviazioni…; altrimenti, lascia al lettore trarre le sue conclusioni, seppure fortemente aiutandolo da quel che traspare dalle parole documentate. Egli fa il contrario del dietrologo, che esterna le sue opinioni o fantasie di cittadino spacciandosi per storico.
Il libro di Christian G. De Vito, Camosci e girachiavi. Storia del carcere in Italia 1943-2007 (Laterza 2009, pp. 216, euro 18) è quello dello storico, che prova a colmare un vuoto importante di conoscenza sugli ultimi decenni con criteri storiografici rigorosi. E che comunque gli permettono di dichiarare la sua narrazione dalla parte dei reclusi piuttosto che delle istituzioni, con l’auspicio di portare così «un contributo alla trasformazione» del sistema penitenziario. Ma la mia non vuol essere la recensione di un libro che ho pur apprezzato, ma un’interlocuzione. Qui c’è un problema: quale tipo di “trasformazione”? Non è quella dell’autore una dichiarazione troppo timida per un terreno come quello scelto? Nella prefazione al libro, Guido Neppi Modona, che è giurista, ci fornisce invece la sua senza esitazioni: «La sfida è appunto quella di trasformare il carcere – ancora basato sul principio, peraltro mai realizzato, del trattamento di detenuti italiani condannati per i reati della tradizionale delinquenza individuale – in comunità destinate a fare convivere qualche decina di migliaia di tossicodipendenti e di immigrati extracomunitari, assicurando condizioni di vita materiali e morali degne di un paese civile». E’ una prospettiva inquietante: un’estensione della pena (sofferenza legale) a decine di migliaia di persone per fatti che di per sé non dovrebbero neppure costituire reato. Non è questo il cammino già in atto e che già ci preoccupa? (E come andrebbe trattato il delinquente “individual-tradizionale”? con la stessa concezione tenuta fino ad oggi?).
Per fortuna, il libro di De Vito contiene tutte le premesse per arrivare a conclusioni opposte, anche se non esplicitate. E cioè (a mio parere): l’unica riforma utile è la riduzione del carcere: della sofferenza legale. Ogni sua trasformazione è sempre un boomerang per la società o, meglio, per la civiltà. Il carcere all’inizio era una sorta di isola separata dalla società. I riformatori non hanno mai combattuto il carcere ma, a loro parere, questa separazione. De Vito mostra i loro limiti e le loro ambiguità: fin dai tempi dell’Assemblea costituente nell’immediato dopoguerra, hanno contrapposto genericamente la necessità della “rieducazione” al principio preciso – sostenuto dai conservatori (il futuro presidente della Repubblica Leone, Bettiol, il giovane Aldo Moro) – sicuritario e afflittivo. In costoro c’era «la preoccupazione che l’introduzione del concetto di rieducazione, nel testo dell’articolo relativo alla pena, minasse l’intero impianto del sistema penale: la rieducazione aveva già un suo posto, ed era nell’ambito delle misure di sicurezza; alla pena della reclusione spettava la connotazione retributiva che, sia pure mitigata da un processo di umanizzazione, doveva rimanere ben visibile». In realtà proprio la pretesa e presuntuosa rieducazione entrando nel sistema retributivo l’ha rafforzato invece d’esserne l’alternativa. Ha finito per sostituire il premio al diritto, e così ha finito pure per farci uscire dal diritto tout-court. Da sempre, infatti, il carcere aveva attuato una pratica di punizioni-premi che si nascondeva alla società, e si sottraeva a ogni diritto ogni volta che poteva (e poteva grazie a chi girava lo sguardo dall’altra parte). Ma ora questa pratica è addirittura promossa al vertice della concezione che guida il nuovo… “diritto” penitenziario (legge Gozzini).
Ha vinto, “incredibilmente”, proprio grazie ai riformatori, ossia alla defunta sinistra italiana (forse defunta proprio per questo). Passaggio essenziale di questa sconosciuta rivoluzione copernicana è stato il grande contributo dato dalla sconfitta delle lotte armate italiane attraverso la “dissociazione” di una buona parte dei loro militanti, ossia l’abiura premiata, che ha ispirato la legge Gozzini. Da allora non si giudicano più i comportamenti ma si valutano le… anime: arbitrio e lealizzazione neo-inquisitoriali (di sinistra…?). Da allora nella società il carcere non è più un’“isola” ma il centro di un invadente arcipelago in cui la pena va ben oltre lo stato di detenzione nella sua politica di lealizzazione delle coscienze.
La riforma ha aumentato il numero dei reclusi e quello di chi è nelle mani del sistema penale anche al di fuori della reclusione vera e propria, e ha consentito l’orrore della formazione di campi di concentramento per stranieri. Per tutti, come nei lager, si è puniti per quel che si è e non per quello che si fa. Perciò, l’unica riforma possibile è la riduzione di questo centro. Parafrasando Thoreau a proposito del governo migliore (in Disobbedienza civile, 1849), direi che preferisco il carcere che incarcera meno, e anzi, che il miglior carcere è quello che non incarcera affatto.
Questo in Italia vuol dire anzitutto abolire l’ergastolo come nei paesi europei più civili. La diminuzione delle pene verso livelli europei diminuirebbe poi il sovraffollamento delle carceri perché solo questo può far diminuire la condizione disumanizzante e i regolamenti che ipocritamente la rafforzano in nome di presunte riforme umanizzanti, che hanno il solo scopo di accettare il sovraffollamento. Oggi viviamo ormai pene indefinite, affidate a pareri sempre più indefinibili su reati che vanno verso l’infinito. Il carcere e il sistema penale sono ormai irriformabili: speriamo – siamo disperatamente costretti a dire – che siano almeno nell’immediato riducibili con pene certe invece che fluide e vischiose.
Foucault diceva che è davvero strana quest’idea della nostra civiltà: che la sofferenza inflitta possa elevarci spiritualmente. Purtroppo quest’idea continua ad accomunare gli opposti schieramenti, che tali – cioè “opposti” – proprio per questo motivo più non sono. E amen.

E ora una domanda: si vuole aumentare la pena ai poliziotti che sparano, aumentare quella per i violentatori e i pedofili, tenere chiuso persino un ultranovantenne nazista di nome Priebke, o cambiare strada? La prima aumenta i reati, perciò rafforza la giustezza del concetto “reato”, e ciò mi pare, alla luce della “Storia”, un suicidio per ogni idea di progresso civile – e spirituale. Per la seconda, chi scrive aspetta che si creino le condizioni per poterne parlare onde non farlo a vanvera. Per adesso, mentre assisto alla crisi sempre più profonda della giustizia penale, mi faccio la galera, direi quasi volentieri. Nulla vedo all’orizzonte; ogni tanto mi viene da sperare in una stramba idea, come primo passo: che nella magistratura qualcuno ancora “all’antica”, un vecchio conservatore si ribelli, invece di compiacersi, al sovraccarico che la “politica” gli ha affidato, prima con una sorprendente “via giudiziaria al socialismo” (ai tempi di Tangentopoli), ormai con l’abdicazione stessa alla politica di politiciens autoreferenziali, di “destra” o di “sinistra” che siano.

Stato d’eccezione carcerario, strada aperta alla speculazione

3 gennaio 2010 Lascia un commento

I responsabili del sistema penitenziario chiedono poteri speciali
di Paolo Persichetti, Liberazione 3 gennaio 2010

Il capo del Dap Franco Ionta ha chiesto lo scorso novembre l’apertura dello stato d’emergenza per le carceri. Secondo l’ex pm antiterrorismo, salito ai vertici dell’amministrazione penitenziaria nel luglio 2008, i «poteri straordinari» conferitigli all’inizio del 2009, in qualità di «commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria», non sarebbero più sufficienti per fronteggiare la gravità della situazione carceraria. In una lettera inviata a Settembrino Nebbioso, attuale capo di gabinetto del ministro della Giustizia Angelino Alfano, il massimo responsabile del carceri ha chiesto poteri speciali da «commissario delegato».
Un ampliamento delle competenze simile a quelle attribuite a Guido Bertolaso nel campo della protezione civile. Un potere d’eccezione che gli consentirebbe di aggirare le normali procedure in materia di edilizia penitenziaria prospettati, a più riprese, nel piano carceri annunciato dal governo. Ionta chiede di fare a meno delle gare pubbliche di appalto per l’attribuzione dei lavori alle ditte costruttrici e di avere in cambio la facoltà di affidare in via riservata, con modalità arbitrarie e discrezionali, i contratti per la costruzione di 47 nuovi padiglioni nei penitenziari già esistenti, e per i quali la finanziaria ha stanziato 500 milioni di euro (in buona parte presi dalla “cassa ammende”, circa 350 milioni, in precedenza utilizzati per finanziare programmi di trattamento e rieducazione che in questo modo verranno meno). Il piano indica anche la costruzione di 24 nuovi penitenziari a struttura modulare, di cui 9 «flessibili» (vale a dire carceri di “prima accoglienza” destinati a governare l’enorme flusso di ingressi/uscite rappresentato da quella fascia di persone arrestate, o detenute con pene lievi, che soggiornano in prigione per pochi giorni), da costruire nelle grandi aree metropolitane o in aree considerate “strategiche”, e di altre 7 strutture “pesanti”, a pianta architettonica tradizionale; progetti per i quali manca la copertura finanziaria.
Il project financing si è infatti arenato di fronte all’indisponibilità dei costruttori privati ad anticipare il costo dei lavori in cambio di contratti di lising poco remunerativi a breve termine. Un emendamento alla finanziaria, che consentiva la permuta di aree demaniali e delle sedi di vecchie carceri situati nei centri storici urbani, molto appetiti dagli speculatori del cemento, in cambio di nuove carceri da costruire nelle periferie, è stato fortunatamente bocciato. La richiesta del capo del Dap ha un precedente pericoloso, estremamente evocativo delle mire speculative che si nascondono dietro il piano carceri. Si tratta dei poteri speciali attribuiti nel maggio del 1977 al generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Con un decreto interministeriale ripetutamente prorogato, il responsabile dei nuclei speciali antiterrorismo venne nominato Comandante dell’ufficio di coordinamento per la sicurezza esterna degli stabilimenti penitenziari. A Dalla Chiesa fu affidato il compito di individuare i penitenziari destinati alla creazione di un nuovo circuito di massima sicurezza: le famose “carceri speciali”. In soli due giorni, con l’ausilio anche di elicotteri bimotore, vennero trasferiti sulle isole e da un capo all’altro del Paese circa 600 detenuti. Ma i poteri eccezionali conferiti al generale non si limitavano solo a questo. Dalla Chiesa aveva assunto anche competenze di intelligence che gli consentivano di entrare senza problemi all’interno degli istituti ed esercitare un forte potere gerarchico sui direttori. Nell’ambito di questi poteri d’eccezione, il Parlamento approvò, sempre nel dicembre del 1977, una legge recante «disposizioni relative a procedure eccezionali per lavori urgenti ed indifferibili negli istituti penitenziari».
Si tratta del precedente legislativo a cui si ispirano le pretese dell’attuale capo del Dap. Questa legge attribuiva al ministero della Giustizia ampi poteri discrezionali in materia di lavori pubblici e di appalti per la realizzazione di interventi che andavano ben oltre l’ordinaria manutenzione. Da quella operazione prese origine uno dei più importanti episodi di corruzione e truffa ai danni dello Stato. Scandalo scoperto nel febbraio 1988 e che travolse un ministro, il socialdemocratico Nicolazzi. La chiamata nominativa delle imprese di costruzione e l’opacizzazione dei protocolli, oltre all’avvio di un vasto programma di nuova edilizia penitenziaria basato su impressionanti colate di calcestruzzo e ferro in poco tempo divenute fatiscenti, diede origine allo scandalo delle carceri d’oro. Ogni “posto detenuto” venne a costare circa 250 milioni di lire, il prezzo di un appartamento in una grande città dell’epoca. Come allora, la banda del calcestruzzo, sponsor di questo governo, sarà il vero fruitore del piano carceri. Cemento e castigo

Arrestato Jamal Juma’, portavoce della campagna contro il Muro

22 dicembre 2009 Lascia un commento

Free Jamal Juma’! – Free the anti-Wall prisoners!

Il 16 dicembre le autorità israeliane hanno arrestato Jamal Juma’. Questo arresto segue quello di Mohammad Othman, un altro attivista della Campagna Stop the Wall, e di Abdallah Abu Rahmeh, una figura di spicco in seno al comitato popolare di Bil’in contro il muro, così come quello di decine di altri che sono attualmente in carcere per la loro azione di difesa contro il Muro. Quest’ultimo arresto è l’ennesima prova dell’escalation di attacchi contro i difensori dei diritti umani palestinesi da parte di Israele che continua a reprimere il diritto alla libertà di espressione e il diritto di associazione.
Aderisci alla campagna per la liberazione di Jamal Juma’ e per la libertà dei prigionieri del movimento contro il Muro! E’ fondamentale che la società civile globale esprima la sua solidarietà alle sue loro controparti palestinesi.
Le azioni raccomandate:
Incoraggiare i soci a partecipare a questa campagna attraverso petizioni, manifestazioni e/o la scrittura di lettere e chiamate telefoniche. Si prega di fornire loro numeri e indirizzi di contatto.
Sollecitare i vostri rappresentanti presso gli uffici consolari di Tel Aviv e Gerusalemme/Ramallah a sostenere il rilascio immediato di Jamal Juma ‘, Mohammad Othman, Abdallah Abu Rahmeh e degli altri attivisti contro il Muro. Vedi proforma lettera qui sotto. (Per verificare i contatti della tua ambasciata, vedere: http://www.embassiesabroad.com/embassies-in/Israel # 11725)
• Rendere noto all’Ambasciata di Israele presso il tuo paese a sapere che stai sostenendo una campagna per la liberazione di Jamal Juma’ e degli altri prigionieri contro il Muro.

Jamal Juma' nella sua terra violentata

Denunciare le misure prese a danno degli attivisti contro il Muro all’attenzione dei media locali e nazionali.
Consultare e diffondere le notizie che appaiono nell sito, blog e gruppo di Facebook per quanto riguarda la questione:

Sito: www.stopthewall.org
Blog: http://freejamaljuma.wordpress.com/; http://freemohammadothman.wordpress.com/
Facebook: Free Anti-Wall prigionieri
Twitter: http://twitter.com/wallprisoners
Vi invitiamo a coordinare le varie azioni con noi, questo ci permette di sapere se ci sono altri attivisti e organizzazioni che stanno prendendo provvedimenti analoghi. Quanto migliore sarà il livello di coordinamento, tanto più efficace risulterà la nostra azione.
Per maggiori informazioni contattare: global@stopthewall.org

I FATTI

Verso la mezzanotte del 15 dicembre, i servizi di sicurezza israeliani hanno convocato Jamal Juma’ per un interrogatorio. Qualche ora più tardi, lo hanno ricondotto a casa sua. Una volta a casa, Jamal Juma’ è stato ammanettato, mentre i soldati hanno perquisito la casa per due ore, mentre la moglie e i tre figli piccoli stavano a guardare impotenti. Al momento di andarsene, i soldati hanno detto alla moglie che avrebbe potuto rivedere il marito solo attraverso uno scambio di prigionieri. Jamal Juma’ è stato quindi portato via e arrestato, col divieto di incontrare un avvocato o di ricevere familiari, senza che gli fosse fornita alcuna spiegazione per il suo arresto.
Jamal ha 47 anni, è nato a Gerusalemme e ha dedicato la sua vita alla difesa dei diritti umani palestinesi. L’obiettivo principale del suo lavoro è volto alla responsabilizzazione delle comunità locali perché reclamino i loro diritti umani di fronte alle violazioni dell’occupazione. E’ membro fondatore di diverse ONG palestinesi e reti della società civile e coordina la Campagna palestinese contro il Muro dell’Apartheid fin dal 2002. Il suo ruolo è riconosciuto a livello internazionale, è stato più volte invitato a presentare all’estero il dramma rappresentato dal Muro ed è intervenuto anche presso le Nazioni Unite. I suoi articoli e le sue interviste sono ampiamente pubblicate e diffuse e la sua opera è stata tradotta in diverse lingue. Essendo un personaggio di grande visibilità, Juma ‘non ha mai tentato di nascondere o mascherare le sue attività.
Quello di Jamal Juma’ rappresenta l’arresto di più alto profilo all’interno di una crescente campagna di repressione tesa a colpire la base diella mobilitazione contro il Muro e le colonie. Inizialmente sono stati arrestati attivisti locali dei villaggi colpiti dal Muro, ma recentemente le autorità israeliane hanno cominciato a spostare la loro attenzione sui difensori dei diritti umani di fama internazionale, come Mohammad Othman e Abdallah Abu Rahmeh. Mohammad, un altro membro della campagna Stop the Wall, è stato arrestato quasi tre mesi fa, di ritorno da un giro di conferenze in Norvegia. Dopo due mesi di interrogatori, le autorità israeliane non essendo in grado di formulare accuse specifiche contro Mohammad, hanno emesso un ordine di detenzione amministrativa in modo da impedire la sua liberazione. Abdallah Abu Rahma, una figura di spicco nella lotta non violenta contro il Muro a Bil’in, è stato prelevato dalla sua abitazione da soldati a volto coperto nel bel mezzo della notte, e dopo una settimana è seguito l’arresto di JamalJuma’.
Con questi arresti, Israele mira a indebolire la società civile palestinese e la sua influenza sulle decisioni politiche a livello nazionale e internazionale. Questo processo criminalizza chiaramente il lavoro dei difensori dei diritti umani palestinesi e palestinesi, la disobbedienza civile.
E’ fondamentale che la comunità internazionale si mobiliti contro i tentativi di Israele di criminalizzare chi lotta contro il Muro. La politica israeliana mettendo nel mirino le organizzazioni che pretendono che vengano riconosciute le responsabilità dello stato ebraico, intende sfidare le decisioni dei governi e degli organismi internazionali, come la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ), che denunciano le violazioni israeliane del diritto internazionale. Una sfida che non deve vincere

Lettera Pro Forma in italiano:

Cari x, 
Vi scrivo per esprimere la mia più profonda preoccupazione per la detenzione di Jamal Juma’, avvenuta in data 16 dicembre. Chiamato per un interrogatorio dai servizi di sicurezza israeliani a mezzanotte, è stato mantenuto in detenzione da allora. Pur essendo in possesso della carta d’identità di Gerusalemme est, a Jamal Juma’ sono stati applicati dli ordini militari vigenti in Cisgiordania, in modo da impedirgli di incontrare un avvocato per la prima settimana del suo arresto.Nessuna accusa è stata fatta contro di lui. Temo che la detenzione di Jamal Juma’ sia il risultato della sua critica pacifica delle violazioni del diritto internazionale da parte delle autorità israeliane. Le accuse contro di lui non sono state chiarite, ma non vi è motivo di credere che si tratta di un prigioniero di coscienza, arrestato solo per il suo lavoro sui diritti umani attraverso le organizzazioni legali. Il suo arresto segue una serie di altri arresti di natura analoga. Questo sembra dimostrare una violazione sistematica palestinese per la libertà di espressione e di riunione e un attacco sistematico rivolto ai  difensori dei diritti umani palestinesi da parte delle autorità israeliane. Vi chiedo di prendere tutte le misure appropriate, comprese le inchieste amministrative e di protesta, al fine di garantire il rilascio immediato e incondizionato di Jamal Juma ‘e di ogni altro palestinese, difensori dei diritti umani. presente nelle carceri israeliane. Inoltre, pur essendo detenuto, egli deve essere protetto da ogni forma di tortura o maltrattamenti, e le condizioni della sua detenzione devono soddisfare i requisiti del diritto internazionale.
Grazie per la vostra pronta attenzione a questo problema urgente.
Cordiali saluti,

in inglese:

Dear x,
I am writing to you to express my deepest concern about the detention of Jamal Juma’ on December 16. He was summoned from his home for interrogation with the Israeli security at midnight and has been kept in detention ever since. Though Jamal Juma’ is a Jerusalem ID card holder, West Bank military orders have been applied to bar him for access to legal counsel for the first week of his arrest. No charges have been made against him. I fear that the detainment of Jamal Juma’ is a result of his peaceful criticism of violations of international law by Israeli authorities. The charges against him have not been made clear, but there is reason to believe that he is a prisoner of conscience, arrested solely for his human rights work through legal organizations. His arrest follows a number of other arrests of similar nature. This seems to show a systematic disregard for Palestinian freedom of expression and assembly and a full-scale attack on Palestinian human rights defenders by Israeli authorities. I ask you to take all appropriate measures, including official inquiries and protests, to ensure the immediate and unconditional release of Jamal Juma’ and the other Palestinian human rights defenders in Israeli prisons. Furthermore, whilst being held, he should be protected from any form of torture or ill-treatment, and the conditions of his detention should fulfill the requirements of international law.
Thank you for your prompt attention to this urgent matter.

Martino Zicchitella

20 dicembre 2009 2 commenti

Prosegue la sezione di questo sito dedicata ai compagni uccisi durante azioni armate, tutti quelli che normalmente vengono rimossi dalla memoria collettiva, tutti gli “scomodi”.
Molti in questo ultimo periodo li ho saltati. Per problemi di tempo, ma non per dimenticanza, quindi il danno verrà riparato al più presto e tutti coloro che sembravano essere stati dimenticati dalle pagine di questo blog verranno ricordati.
Non ci si dimentica del proprio sangue.
Il tutto è tratto dal Progetto Memoria, Edizioni Sensibili alle Foglie 

MARTINO ZICCHITELLA

– Nasce a Marsala il 26 aprile 1936
– pochi anni dopo si trasferisce a Torino
– svolge attività extra-legali e viene arrestato per rapina del ‘66
– evade dal carcere di Firenze
– riarrestato milita nel movimento di rivolta dentro alle carceri
– milita nei Nuclei Armati Proletari
– resta ucciso a Roma, durante un’azione armata dei N.A.P. il 14 dicembre 1976

Scritture di Martino Zicchitella
– “Memoriale redatto da Zicchitella; Anarchismo n.10 – 11, Catania 1976
“Prima del mio arrivo nella Casa di reclusione di Lecce, mi era stato accennato come fosse usuale in questo luogo, conosciuto come il “lager del Salento”, percuotere i nuovi arrivati. Già il compagno S. N. in un memoriale presentato alla magistratura alcuni mesi fa, descriveva fatti avvenuti e metodi usati di violenza da restare sgomenti; egli si riferiva al caso di un detenuto che dopo essersi aperto il ventre dalla disperazione con un’arma da taglio, fu oggetto di un pestaggio da parte degli agenti di custodia, che lo ridussero in fin di vita a colpi di manganello e calci. Lo stesso poi (il suo nome era Caradonna), fu abbandonato in una cella sotterranea senza che gli fossero state apprestate le cure necessarie.
Trasferito in questo stabilimento, ebbi modi di constatare, e subire, i metodi che venivano messi in atto: un trattamento riservato quasi sempre ai compagni o simpatizzanti di sinistra.
Il 30 giugno 1975 faceva il mio ingresso nella menzionata casa penale proveniente da Rebibbia, dove fui trattato secondo il regolamento. Alla villa Bobò di Lecce invece, appena preso in consegna dal corpo di guardia del carcere, mi venne rivolta da un brigadiere degli agenti di custodia, questa frase: “E adesso che cosa avanzi?”
Certo non potevo immaginare cosa mi sarebbe accaduto nei seguenti 80 giorni. Dopo essere stato portato in un ufficio adiacente a quello del maresciallo comandante, fui perquisito da cima a fondo, senza rispetto alcuno della personalità umana, con accurate esplorazioni anali, poi introdotto in una sezioncina detta “Reparto isolamento”: qui fui rinchiuso in una cella che non aveva alcun arredo, solo mura, porte e inferriate di ferro. Qui ci rimasi circa mezzora, dopo di che fui invitato ad uscire in un corridoio dove c’erano ad attendermi un numero considerevole di guardie (una quindicina ).
Mi fecero percorrere il corridoio della sezione e a spintoni mi condussero in un passaggio che immetteva in un sotterraneo dello “la campana”. Si trattava di tre anguste celle lunghe due metri e trenta per uno e cinquanta. Appena scesi gli scalini e spinto in una delle tre cellette (la seconda), venni aggredito da alcune guardie che erano nel corridoio precedentemente, agli ordini di un appuntato.
Queste mi furono addosso in un baleno e mi percossero selvaggiamente per mezzora con calci e pugni, tanto da farmi svenire e procurarmi lesioni e dolori che accusai per oltre un mese. Dopo il primo pestaggio, chiusero la porta della cella e quella della sezione andandosene. Il locale maleodorante e sudicio era umidissimo, l’unica suppellettile era un bugliolo senza coperchio nel quale c’erano ancora escrementi umani.
Di lì a poco tempo con un rumore assordante di chiavi e ferri sbattuti, arrivarono altre guardie, era una seconda squadretta per il secondo pestaggio, l’appuntato era sempre lo stesso, aprirono la mia cella e mi si avventarono nuovamente addosso, dicendomene di tutti i colori, frasi come bastardo, fottuto, delinquente.
Mi strapparono da dosso la camicia e i pantaloni e questa volta ricevetti anche dei colpi con un bastone. Insomma avevo le ossa e il corpo in stato pietoso, era blu per le ecchimosi, il sangue mi fuoriusciva dal naso, dalla bocca, dalle abrasioni alle braccia e al corpo. Prima che se ne andassero gettarono nella cella due secchi d’acqua allagando l’angusto locale; in queste condizioni rimasi ben 24 giorni, cioè nudo con acqua sul pavimento e con scarso cibo, per i primi tre giorni non mi dettero nulla e per un mese non vidi un raggio di luce, e non presi una boccata d’aria all’esterno.
Nello stesso periodo ebbi modo di conoscere altri compagni che avevano subito o subirono vessazioni e pestaggi.
Il trattamento fu pressappoco analogo per tutti: il B.D.S. fu addirittura messo in un reparto denominato “il forno”, locale strettissimo e privo di finestre, nel buio più totale, per diversi giorni. Altri due mesi, poi me li fecero trascorrere in una cella di un piano superiore, dove c’era un pancaccio e un gabinetto alla turca. Alla “campana” per tutta la durata dei 24 giorni non mi fu data né una branda né un materasso. Dormivo a terra con una coperta sudicia che subito si inzuppava d’acqua, che mi veniva consegnata la sera alle 21 e ritirata la mattina alle 8.
Continue furono le istigazioni al suicidio e durante la notte mi costringevano ad alzarmi per il controllo della ronda, la luce era accesa giorno e notte, naturalmente per tutto il tempo che rimasi in quel buco, non potei acquistare cibo, né scrivere a mia madre, la quale dopo il mio trasferimento da Roma non sapeva dove fossi stato mandato. […]

– Martino Zicchitella, “Assassinio di un uomo”, Porto Azzurro, in: Autori Vari, Liberare tutti i dannati della terra, Roma 1972, Edizioni Lotta Continua
“Questa è la giustizia del nostro paese, condanne assurde, senza troppo andare per il sottile, labili indizi per ciò che concerne la colpevolezza, prove ed alibi di innocenza non tenuti in considerazione. Perché? Si tratta di un pregiudicato, pregiudicato divenuto per protesta di una società che fa schifo, democrazia di capitalisti, uomini che sfruttano milioni di altri uomini, salariandoli con molliche di pane, briciole lasciate cascare dalla loro sontuosa mensa, briciole che non sfamano, gocce che tengono in vita un moribondo.
Pregiudicato è colui che, stanco dei soprusi, stanco di essere sfruttato, stanco del massacrante turno di lavoro, dice al padrone: basta, ladro, restituiscimi ciò che mi hai rubato prima.
Stenti e fame alle dipendenze del padrone.
Stenti e fame durante l’espiazione della pena.
Stenti e fame dopo l’espiazione, scacciato e insultato.
Pregiudicato e operaio da noi, negro in America non sono che forme di preconcetti razziali del capitalismo, dei padroni che ci trattano come servi della gleba, quei padroni che vivono senza sapere che vuol dire un’esistenza squallida, nella miseria, senza sapere cosa significa desiderare pane e mortadella, di non aver avuto da bambino il piacere di possedere un giocattolo costoso, a volte il calore e l’affetto di una famiglia, del focolare.
L’orfanotrofio, il correzionale, il carcere, ecco sfornato il pregiudicato. Ed ora? … marcisca in una patria galera … rieducarlo ora? macché, carne da macello, taluni gridano pena di morte, altri no! Fatelo vivere, fatelo vegetare, l’organizzata industria della giustizia deve avere la sua materia prima.
Polizia, carabinieri, parte di una florida industria che produce … pregiudicati, e criminali, il carcere è l’università ove si laurea, la scuola per delinquere, il giovane che vi è rinchiuso oggi per un furtarello, sarà il rapinatore o l’assassino di domani, non importa, l’industria non deve fallire.
Le carceri magazzini di carne umana sono zeppe, si raggiunge ormai, in ogni stabilimento penale o giudiziario, la saturazione, uno sull’altro come animali, l’esempio più classico dei tre compagni arsi vivi a San Vittore in un’angusta cella, dico tre persone … tre giovani vite stroncate nel fiore dell’età per una assurda condizione carceraria, per il sadismo edilizio che costringe tre giovani a stare rinchiusi in due metri quadrati di spazio.
Nel carcere di Torino sono stato compagno di cella con Bobbio, Viale, Bosio, Mochi Sismondi, compagni e seguaci di Lotta Continua, al loro fianco ho compreso veramente il valore di ciò che significhi lotta per la libertà, lotta al capitalismo: ed a tutte le sue strutture borghesi, con profonde radici fasciste.
Con loro ho vissuto momenti di vera fratellanza, fummo commensali, discutemmo sulle occupazioni delle fabbriche, delle università, la Fiat, Palazzo Campana. Su queste basi capeggiai nell’estate ’68 una rivolta passiva. Un sit-in alla Bertrand Russel a protesta e a richiesta che si facesse di più per i detenuti, che si riformassero i codici, che si varasse l’ordinamento carcerario, fui prelevato di peso, attaccato dalla Stampa per il mio gesto e trasferito in casa di rigore. Ancora una volta dovetti subire la repressione da parte della polizia e voluta dai capitalisti.
Dovrò ancora scontare oltre 15 anni di carcere per dei reati che non ho commesso, con ingiustizie e provocazioni: uscirò … debbo uscire per scendere ancora in piazza e alzare la destra, serrare il pugno, dovrò contestare, dovrò combattere la polizia mia acerrima nemica, il capitalismo dovrà essere sconfitto, e con loro i servi e i fascisti, dovrò uscire per raggiungere i miei compagni e marciare al loro fianco verso un nuovo orizzonte.”

Documenti prodotti da organizzazioni armate per la persone o per l’evento in cui ha incontrato la morte
– Nuclei Armati Proletari, “Onore al compagno Zicchitella”, Roma 1976
“Il compagno Martino Zicchitella nacque a Marsala il 26-4-1936 ma fin da piccolo ha vissuto a Torino, la città della borghesia savoiarda, degli ex-repubblichini, la citta dei Valletta, la città in cui la sperequazione capitalistica è più evidente e più umiliante. La città metropoli in cui, già negli anni del boom, la vita sociale è pianificata, controllata e manipolata; dove ogni attività è finalizzata alla produzione di plusvalore e consenso, attraverso l’utilizzazione dei più rudimentali mass-media del tardo capitalismo.
Dai casermoni di Via Verdi ai portici di Via Roma lastricati di marmo, alla Barriera di Milano, alla Crocetta, i salariati di Torino si battono tra centinaia di contraddizioni giornaliere, simili a quelle di qualsiasi altro paese capitalista, ma tutte riconducibili a una sola: quella della propria appartenenza di classe, del proprio potere di acquisto dal quale dipende la gradazione della propria identità umana e sociale. Qui l’acquisizione e l’interiorizzazione dei valori legati all’ideologia borghese non sono scelta, sono induzione violenta, costante, asfissiante.
Martino sceglie la strada dell’appropriazione violenta ed individuale del benessere padronale: quella della rapina, per cui viene arrestato nel ’66.
Durante l’alluvione di Firenze, Martino evade, vive ancora contraddittoriamente la sua realtà di proletario detenuto; salverà invece alcuni giovani dalla melma dell’Arno.
Il carcere e lo scontro che in esso si vive collettivamente gli fanno acquisire i primi elementi di coscienza rivoluzionaria e lo portano nel ’68 alla testa, come direzione ed avanguardia riconosciuta, delle prime dimostrazioni pacifiche nelle carceri “Nuove” di Torino, alle quali il potere risponde brutalmente, come sempre.
Nel ’70 Martino ha pienamente chiarificato la sua identità, ha identificato lo Stato anche nelle sue appendici carcerarie e riesce ad evadere da Alessandria.
Rimane fuori poche ore con le gambe spezzate per il salto dal muro di cinta. Ripreso viene massacrato dalle guardie e rimarrà claudicante.
Nel ’71 è alla testa della rivolta delle “Nuove”. Con lui altri compagni che in quelle lotte e da quelle lotte hanno con sequenzialmente maturato la scelta della lotta armata; all’interno della quale rappresentano le avanguardie più alte e più coscienti del proletariato detenuto, al quale la loro prassi fornisce le più chiare indicazioni: l’evasione e l’organizzazione combattente.
Il ’71 è l’anno di Attica per i proletari che si ribellano in USA; quello di Porto Azzurro per i compagni come Martino. Le successive rivolte ad Alghero, Noto, Enna, lo vedono farsi carico, nella gestione delle lotte, degli interessi di sopravvivenza dei proletari prigionieri, della loro necessità di organizzarsi e combattere.
Nel ’74 a Viterbo inizia un confronto con altre avanguardie espresse dalle lotte dei detenuti sulla costituzione in organizzazione politico-militare all’esterno di alcune avanguardie rivoluzionarie.
Con la presenza a Viterbo di un militante dei NAP, il confronto prosegue e si sviluppa interno-esterno, sul piano politico quanto su quello organizzativo-militare.
Partecipa così alla costruzione e alla realizzazione della operazione coordinata con l’attacco armato interno-esterno del maggio ’75 che vede al primo posto la parola d’ordine della liberazione dei combattenti comunisti prigionieri.
L’attacco interno non coglie l’obiettivo della liberazione ma, per effetto dell’attacco esterno che vede imprigionato il boia Di Gennaro, è comunque un momento di enorme crescita politico-militare che Martino fa suo patrimonio all’interno dell’organizzazione dei NAP.
Trasferito a Lecce per rappresaglia subisce per mesi torture fisiche e psicologiche ma non cessa di porsi come direzione dello scontro organizzando e realizzando con un altro militante dei NAP l’azione armata dell’agosto ’76 che porta alla liberazione di 11 prigionieri.
La sua morte nello scontro di Roma caratterizza e definisce la sua vita e la sua coerenza di combattente comunista.”

Martino Zicchitella

Aldo Bianzino: comunicato stampa

19 dicembre 2009 Lascia un commento

“Arrestati e condotti nel carcere di Capanne – Aldo viene portato in isolamento e Roberta nel braccio femminile – al termine di una perquisizione, firmata dal pm Petrazzini, trovate solo alcune piante di marijuana e 30 euro in contanti”.

E’ l’assurdo inizio della fine di Aldo. Uomo libero, consumatore e coltivatore di canapa che per questo viene arrestato e muore in carcere, in una città che si preoccupa soltanto di reprimere i consumatori e la “manodopera di strada” mentre rimane una piazza centrale del narcotraffico. A più di due anni da questa “misteriosa” morte, si tenta ancora di insabbiare la verità. 
Infatti, mentre è stato rinviato a giudizio l’agente di polizia penitenziaria accusato di omissione di soccorso, viene archiviato il procedimento per omicidio, volendo farci credere che Aldo sia “stato ucciso” in carcere da un malore accidentale. L’ipotesi di morte naturale viene però formulata solo dopo la seconda autopsia sul corpo di Aldo.
Và ricordato che nella prima autopsia vengono riscontrate diverse lesioni “compatibili con l’ipotesi di omicidio” e i medici legali dichiarano probabile la sua morte per percosse. Nella seconda, con l’asportazione del fegato e del cervello, la sua morte viene fatta risalire a cause naturali, negando di fatto l’ipotesi delle percosse.
Una terza perizia viene richiesta dal giudice e affidata agi stessi medici legali! Il risultato? Il fegato di Aldo si sarebbe staccato in seguito ad un massaggio cardiaco (effettuato da medici competenti!). Dall’analisi dagli atti che giustificano l’archiviazione permangono diversi dubbi:

– Aldo viene ritrovato rannicchiato nel letto nudo con addosso una sola maglietta (che i familiari affermano non appartenergli) e con la finestra aperta, ad ottobre inoltrato.
– Al momento del ritrovamento del corpo di Aldo non è stata effettuata alcuna ispezione della cella numero 20 nella quale era stato rinchiuso.
– Nonostante viene affermato che dall’analisi delle riprese delle telecamere a circuito chiuso del carcere non risultino elementi rilevanti, non si parla del perché queste all’inizio vengono dichiarate non funzionanti mentre in seguito viene affermato che il loro funzionamento avviene con registrazioni ad intervalli regolari.

Inoltre come è possibile che lo stesso pm Petrazzini che ha ordinato l’arresto di Aldo sia anche quello che ha indagato sulle cause della sua morte? Non è corretto che uno stesso magistrato svolga contemporaneamente il ruolo dell’accusa e della tutela (ruolo della difesa) nei confronti della medesima persona. Al limite il magistrato che ha emesso l’ordinanza di perquisizione nei confronti di Aldo poteva essere sentito come parte in causa all’interno dell’inchiesta sull’omicidio, ormai archiviata.
Questa è la “storiella” alla quale vogliono farci credere, dandoci come “contentino” il capro espiatorio di turno. In risposta ad uno stato che vuole controllare i cittadini e reprimere qualsiasi comportamento che sia difforme dalla norma, e ad un comune che non si è mai esposto su questa vicenda continuando invece ad alimentare politiche securitarie attraverso la privatizzazione del controllo sui nostri corpi e le nostre vite, noi continueremo ad opporci a questa sicurezza che vuole limitare le nostre libertà individuali e che allo stesso tempo lascia impuniti casi molto simili a quello di Aldo come quelli di Stefano Cucchi, Marcello Lonzi e Stefano Frapporti, solo per citarne alcuni, ma che potrebbe capitare a tutti noi in qualsiasi momento.
Continueremo quindi a diffondere lotte dal basso e consapevolezza perché non si può finire in carcere per qualche pianta d’erba in nome di una sicurezza che è solo repressione e morte.

Comitato Verità e Giustizia per Aldo

31 DICEMBRE: TUTT@ SOTTO IL CARCERE DI REBIBBIA

17 dicembre 2009 Lascia un commento

NON VOGLIAMO PIÙ CHE DI CARCERE SI MUOIA MA NEMMENO CHE DI CARCERE SI VIVA!

Da quanto tempo gridiamo queste parole? Da quanto tempo le scriviamo sui muri?
Le abbiamo impresse sulla copertina sin dalla prima Scarceranda!
Eppure di carcere si continua a morire e di carcere donne e uomini continuano a vivere sempre di più.
Nei 206 istituti penitenziari italiani sono stipati 65.719 uomini e donne, 9.000 in più dello scorso anno.
Il 37%  ha sul documento di identità un timbro diverso dal nostro: li chiamano stranieri.
Il 25%  ha fatto uso di sostanze stupefacente: li chiamano tossicodipendenti.
Quasi la metà, ossia 31.136 sono in attesa di giudizio, dunque  innocenti.
Tra i 27 paesi dell’Unione, l’Italia ha il primato per la  presenza in carcere di persone non condannate: il 47,3% di fronte a una media europea al di sotto del 20%.  Quasi 20.000 persone in carcere hanno condanne inferiori ai 3 anni. E si continua a incarcerare chiunque appartenga alle fasce emarginate e disagiate.

Ma soprattutto in carcere si muore e il numero è in continua crescita. Dall’inizio del 2009 alla fine di novembre sono morte 168 persone detenute, di cui 66 per suicidio; in crescita rispetto allo scorso anno che era di 146 morti di cui 46 suicidi. Le morti in carcere, quando non sono suicidi, vengono definiti “da accertare” secondo la terminologia dei burocrati, in realtà le persone in carcere vengono uccise dalla mancata -assistenza medica, dalle condizioni degradanti del carcere, ma soprattutto dai pestaggi. 
Come Stefano Cucchi, un ragazzo di 31 anni, assassinato dalla ferocia di tutte le istituzioni che l’hanno avuto “in consegna”: carabinieri, polizia penitenziaria, magistrati, medici. Perché in Italia si nega ma esiste la tortura che viene regolarmente sperimentata sulle detenute e i detenuti.
Ma quanti Stefano Cucchi vengono uccisi senza che se ne sappia nulla? Come Yassine El Baghdadi di soli 17 anni, registrato come suicidio il 17 novembre nell’Istituto per Minori (IPM) di Firenze, buttato in carcere per tentato furto. Il carcere come discarica dei problemi sociali: solo chi rifiuta o non sottosta alle leggi dei potenti finisce in carcere.

Oltre ai 206 istituti penitenziari, con annessi 6 Ospedali Psichiatrici Giudiziari, ossia i manicomi criminali che annientano 1600 segregati, aumentati del 20% nell’ultimo anno, ci sono gli  Istituti Per Minori –IPM- con 530 ragazzi e ragazze, e infine le celle di sicurezza delle questure di PS e delle stazioni dei CC, nelle quali transitano, mai indenni, decine di migliaia di persone. 

Ma non basta ancora! Al paesaggio di sbarre, mura, celle e custodia si aggiungono le gabbie dei Centri di Identificazione ed Espulsione, i famigerati CIE, i lager in cui vengono rinchiuse le persone immigrate. Lì dentro donne e uomini subiscono violenze e soprusi, si ammalano e muoiono sotto lo sguardo complice degli operatori della Croce Rossa o degli altri enti gestori. Nell’ultimo anno, solo nel CIE di Ponte Galeria, sono morte per queste cause Salah Soudani e Nabruka Mimuni. Sono 13 le strutture presenti sul territorio nazionale per una capienza massima di 1814 persone ma deportazioni di massa e un’impossibile assistenza legale non permettono tuttora una trasparente stima dei reclusi e delle recluse. Un panorama devastante che è peggiorato in seguito all’approvazione del Pacchetto Sicurezza che ha prolungato fino a 6, i mesi di reclusione.

A questo punto dobbiamo farci  delle domande non più rinviabili:
Cosa ne sappiamo di come si vive e si muore dietro quelle mura? Leggi e regolamenti non ci danno la risposta!
Ogni tanto la cosiddetta opinione pubblica viene a conoscenza di questi crimini di stato commessi dietro quelle sbarre e ne resta stupita. Allora sdegnata chiede diritti e garanzie,  nuove leggi e regolamenti per chi sta dall’altra parte del muro.
Fino a quando assisteremo a questo massacro, esprimendo solo di tanto in tanto la nostra protesta?
La storia dei supplizi, della segregazione, della libertà tolta, in tutti i paesi e in tutte le epoche ci insegna che soltanto una pressione costante, continua, incalzante, può intaccare la ferocia di quella mostruosità che si definisce sistema di reclusione. Intaccarlo nella prospettiva dell’abolizione definitiva di questa barbarie.
Uno solo è il diritto che dobbiamo rivendicare, il diritto di indignarci e quindi il diritto di lottare!!!
La lotta contro il carcere e gli altri sistemi privativi della libertà va condotta tutti i giorni! Con efficacia e determinazione, unendo tutte e tutti quelli che odiano ogni gabbia.  

Contro ogni carcere giorno dopo giorno
 IL 31 DICEMBRE TUTTE E TUTTI SOTTO IL CARCERE DI REBIBBIA  
dalle ore 11,00 alle 15,00. 
 


E’ USCITA SCARCERANDA 2010

17 dicembre 2009 Lascia un commento


BELLA PIU’ CHE MAI, LA SCARCERANDA DEL 2010 E’ PRONTA!

SCARCERANDA DAL 1999 L’AGENDA CONTRO IL CARCERE.
CONTRO OGNI CARCERE GIORNO DOPO GIORNO.
PERCHE’ DI CARCERE NON SI MUOIA PIU’, MA NEANCHE SI VIVA. 

Scarceranda è un’agenda autoprodotta da Radio Onda Rossa dal 1999. Il suo motto fin dalla nascita è “contro ogni carcere giorno dopo giorno, perché di carcere non si muoia più, ma neanche di carcere si viva”.
Potete contribuire alle edizioni future di Scarceranda inviando i vostri disegni e scritti: saggi, racconti, poesie, ricette culinarie.
Scarceranda ospita le “Ricette evasive”: ricette culinarie di facile preparazione pensate soprattutto per chi è prigioniero/a riutilizzando anche parte del vitto fornito dall’amministrazione penitenziaria.
Scarceranda partecipa ogni anno alla mostra “Crack! Fumetti dirompenti” organizzata al CSOA Forte Prenestino di Roma, esponendo le tavole delle edizioni passate e raccogliendo disegni per l’edizione dell’anno successivo.
Dal 2006 insieme all’agenda è allegato un Quaderno con testi e immagini aggiuntivi. La collana dei Quaderni di Scarceranda può essere richiesta anche separatamente dall’agenda dell’anno in corso.
Scarceranda viene donata alle persone prigioniere che ne facciano richiesta o segnalate a Radio Onda Rossa che provvede alla spedizione postale in carcere.

Tratto da Scarceranda 2010

Se volete far giungere la Scarceranda in carcere potete comunicarci il nominativo del prigioniero/a e il carcere in cui si trova (città).
Scarceranda è auto-distribuita e auto-promossa. Se volete organizzare iniziative di presentazione o di sostegno, prendervene più copie per distribuirla in conto vendita, contattateci per metterci d’accordo. 

Scarceranda (agenda + Quaderno) è in vendita a 12 euro. La si può trovare presso Radio Onda Rossa e in altri punti vendita (infoshop, centri di documentazione, librerie) sparsi per l’Italia.
Si può acquistare Scarceranda per corrispondenza pagandola preventivamente tramite conto corrente postale o versamento on-line. [Il versamento di 12 euro a copia va effettuato sul conto corrente postale 61804001 intestato a Cooperativa Culturale Laboratorio 2001 indicando in maniera leggibile nominativo e indirizzo cui si vuole venga spedita l’agenda e la causale Scarceranda. Se si effettua il bonifico online l’IBAN è IT15 D076 0103 2000 0006 1804 001.]

I PROSSIMI APPUNTAMENTI ROMANI PER SEGUIRE SCARCERANDA:

17 Dicembre 2009 h. 19 @ libreria cafè Giufà :: presentazione + aperitivo
18 Dicembre 2009 h. 20 @ Forte Prenestino :: presentazione + cena evasiva
20 Dicembre 2009 h. 18:30 @ Bottega Kinkelibà (Via Macerata 54, Roma) :: presentazione + pizzette, tarallucci e vino
29 Dicembre 2009 h. 18 @ Odradek :: saluti e brindisi di fine anno
31 Dicembre 2009 h. 11 @ carcere di Rebibbia :: presidio di solidarietà

CENE EVASIVE
Alla Taverna del CSOA Forte Prenestino ogni terzo venerdì del mese cena con le ricette evasive a sostegno di Scarceranda.

Tratto da Scarceranda 2010

 

Nuova rivolta al CIE di Bari

16 dicembre 2009 Lascia un commento

Nuova rivolta, ieri pomeriggio, dentro al Cie di Bari-Palese. Sembra che tutto sia nato dal pestaggio effettuato dalle guardie, non si sa per quale motivo, di un recluso del modulo 6. I suoi compagni hanno reagito bruciando alcuni materassi e spaccando i vetri della struttura. Contro i ribelli sono accorsi “militari di tutti i tipi” – secondo le testimonianze da dentro – che sono riusciti ad isolarli nel loro modulo. Non si sa bene cosa sia capitato successivamente, ma sembra non ci siano stati arresti. In realtà è dall’altroieri che la tensione al 6 si è rialzata: i reclusi degli altri moduli avevano sentito urla e casino provenire da lì e da allora tutti i moduli sono isolati e i pasti vengono serviti tra le sbarre.
QUI SOTTO IL VOLANTINO DISTRIBUITO DURANTE LA MANIFESTAZIONE  IL GIORNO SUCCESSIVO

Benvenuti nella democrazia dei lager

M. ha una trentina d’anni, e, come dicono i suoi compagni di cella, “sta morendo piano piano”. Da circa quattro mesi è rinchiuso nel C.I.E. di Bari-Palese e da più di 40 giorni porta avanti, nel silenzio e nella disperazione, uno sciopero della fame: non parla e rifiuta il cibo, mangia solo un po’ di  pane ogni quattro-cinque giorni, e perciò le sue condizioni di salute sono gravi; è rimasto “solo ossa”. Da quando i suoi compagni di cella chiedono insistentemente agli operatori sanitari di fare qualcosa, la risposta è sempre la stessa: questi operatori dicono che se M. non si reca autonomamente in infermeria, loro non possono fare niente e non sono responsabili della sue pessime condizioni; evidentemente non gli importa se M. sta così male che non riesce neanche ad alzarsi dal suo materasso, e quindi l’assistenza medica gli viene di fatto negata. In poche parole: la sua vita non ha nessun valore per gli operatori sanitari del C.I.E.

Una cosa simile, probabilmente, deve averla pensata dei suoi carcerieri quel recluso che per disperazione ha tentato di impiccarsi, circa un mese fa, ed è vivo solo perché i suoi compagni di cella gliel’hanno impedito; fosse stato per gli addetti alla sorveglianza, “avrebbe anche potuto impiccarsi, se ne era così convinto”. Neanche la vita di S. deve aver molto valore, secondo gli operatori del C.I.E. in cui è rinchiuso: è ammalato di diabete, ma si vede negare una cura adatta e la possibilità di fare delle analisi. E un parere non molto diverso sugli operatori sanitari l’avranno forse quei reclusi che sanno che alcuni di loro hanno malattie come l’epatite c, e vedono che nessun tipo di precauzione viene presa dagli addetti all’assistenza per evitare il contagio: la barba, ad esempio, la fanno tutti con lo stesso rasoio. Anche questo, si capisce, è una cosa che pare non importi agli operatori del C.I.E.
A quanto dicono questi operatori, neanche la pessima qualità del cibo dipende da loro: è quindi inutile che i reclusi si lamentino se nei piatti trovano vermi o roba andata a male, o se dopo pranzo sono in uno strano stato di torpore
come se nel cibo fossero stati messi psicofarmaci e “sostanze calmanti”.
Forse si tratta delle stesse “pillole” che vengono somministrate quotidianamente all’ora della cosiddetta “terapia”: tutte le altre cure mediche richieste dai reclusi vengono quasi sempre negate. Gli operatori sanitari devono aver stabilito, a quanto pare, che gli psicofarmaci sono un ottimo espediente per tenere a bada i migranti che si trovano nel C.I.E; per poterli tenere rinchiusi per mesi nelle celle col pretesto che non hanno un documento valido, come ha stabilito il recente “Pacchetto Sicurezza”. Per impedirgli di protestare, di fare baccano, di tentare la fuga. E se gli psicofarmaci non dovessero bastare, ci sono i militari addetti alla sorveglianza: sempre col manganello in mano. Ai militari, dicono i migranti, è inutile chiedere qualunque cosa: non è possibile mandare un fax, e neanche avere una penna per scrivere, non ti danno nulla, ti dicono che quello che chiedi non c’è, o non è possibile, o loro non ne sono responsabili.
Ma allora chi sono i responsabili di tutto questo? Saranno gli ex-ministri Turco e Napolitano, che nel 1998 hanno deciso la costruzione di strutture simili? Sarà il ministro Maroni, che ha fatto approvare una legge che allunga i periodi di detenzione nei C.I.E.? Sarà l’O.E.R. (Operatori Emergenza Radio), la “onlus” che ha vinto la gara d’appalto per la gestione del C.I.E. di Bari-Palese? Saranno forse le ditte Medica Sud srl o Ladisa, che partecipano alla gestione di questo centro, in “raggruppamento temporaneo di impresa” con la suddetta O.E.R.? Saranno i militari del battaglione S. Marco, che sono addetti alla sorveglianza? La risposta pare ovvia: sono tutti responsabili.

Responsabili dell’attuazione di una legge razzista, responsabili della macchina delle espulsioni, responsabili dell’esistenza dei  C.I.E., responsabili delle pessime condizioni di vita al loro interno, responsabili della disperazione di chi vi viene “ospitato”.

Ma forse neanche psicofarmaci e manganelli bastano a tenere la situazione sotto controllo, se spesso nel C.I.E. di Bari-Palese ci sono proteste e rivolte rumorose: dentro le celle, con gli scioperi della fame, o cercando di inghiottire qualunque cosa pur di uscire dal centro, per essere portati in ospedale; e all’interno della struttura, quando i migranti spaccano vetri e bruciano materassi chiedendo di essere liberati, o almeno rimpatriati, per sfuggire all’inferno del C.I.E.
L’ultima protesta si è verificata la settimana scorsa: due migranti sono stati arrestati e probabilmente rimarranno in carcere per molto tempo, senza che si sappia più niente di loro.
Una cosa simile è successa ai venti algerini che sono stati arrestati l’anno scorso, nella notte di Natale, per aver tentato la fuga. Sono rimasti in carcere con l’accusa di devastazione e saccheggio, da cui sono poi stati assolti,
dopo un anno, perché la corte d’appello ha deciso che, in effetti, come condanna era decisamente esagerata. Dopo un anno di carcere.

Considerando tutto questo, non è difficile capire perché le leggi sull’immigrazione che vigono in Italia non possono che essere definite razziste, e non ci si stupirà più di tanto se questi C.I.E. vengono sempre più spesso chiamati lager. Perché di lager si tratta.

E allora benvenuti nella democrazia del razzismo, della violenza contro i migranti, della xenofobia, della repressione dei “clandestini” e degli “indesiderati”. Benvenuti nella democrazia che ha costruito i nuovi lager.

Atene e il suo albero di Natale

11 dicembre 2009 Lascia un commento

 

Lo scorso natale ateniese

Questa agenzia è verameeeeeente carina! Sempre dalla Grecia, questa volta sono notizie sull’albero di Natale di piazza Syntagma.
Quello che lo scorso anno è stato dato alle fiamme due volte 😉

Foto di Valentina Perniciaro _Atene 2008: dopo le fiamme l'albero di Syntagma è presidiato dai cordoni di polizia. Due giorni dopo sarà di nuovo in fiamme_

ANSA, 13.14_ ATENE: Il grande albero di Natale alto 15 metri che sorge al centro di Atene, nella piazza Syntagma, davanti al parlamento, è stato posto sotto «stretta sorveglianza» dalla polizia greca, per timore che si ripeta quanto avvenuto lo scorso anno, quando gruppi di anarchici lo dettero alle fiamme sulla scia dei disordini seguiti all’uccisione del giovane Alexander Grigoropoulos. «Vogliamo impedire che questo possa succedere ancora» hanno detto all’Ansa fonti della polizia, sottolineando che non solo l’albero, ma «tutto il Natale è sotto accresciuta protezione» nel centro della capitale. «Abbiamo posto in atto un dispositivo di sicurezza per garantire feste tranquille a commercianti e clienti» hanno spiegato le fonti. Lo scorso dicembre negozi, banche, supermarket e automobili erano stati danneggiati o distrutti dalla furia della protesta. Ieri, in occasione di due delle ricorrenti manifestazioni studentesche, una ventina di agenti della polizia speciale erano stati posti intorno al grande albero, che continuerà ad essere pattugliato durante tutto il periodo delle feste. L’abete è inoltre protetto dalle guardie di un’impresa privata, la ‘Champion Security’. «Siamo stati sempre noi a garantire la sicurezza dell’albero, anche gli scorsi anni, ma dopo quanto successo l’ultima volta, adesso c’è anche la polizia a darci manforte» ha detto all’Ansa uno dei due agenti privati che 24 ore su 24 sorvegliano il grande simbolo del Natale, che quest’anno è inoltre circondato da una barriera metallica protettiva.

Atene, al terzo giorno di insurrezione

8 dicembre 2009 Lascia un commento

Photo di Milos Bicanski

 

Ancora dall’Ellade che insorge.
Intanto vi consiglio di cercarvi video delle manifestazioni, per capire realmente l’imponenza della cosa
Questa mattina c’è stata una manifestazione di studenti medi davanti al carcere di Koridallos, con pesanti cariche e scontri.
Una buona notizia è che i 22 compagni del Resalto sono tutti liberi per decisione della magistratura, visto che il presidente del municipio di Keratsini (dove si trova lo spazio sociale autogestito) ne rivendica la legittimazione e denuncia l’abuso di potere compiute dalle forze dell’ordine durante il raid. 

Ieri in piazza è scesa buona parte della Grecia: cortei a Mitilene, Lefkada, Paros, Larissa, Rodi, Chania, Iraklion, Kalamata, Katerini, Zante, Tripoli, Samos, Volos. A Kozani comune occupato. Salonicco brucia!

Pochi minuti fa invece è stata battuta quest’interessante agenzia: Agenti in borghese e incappucciati dei reparti speciali (Mat) hanno coadiuvato la polizia nella repressione delle manifestazioni di ieri a Chania, Creta. Lo rivela un video diffuso dalla emittente TVXS nel quale si vedono chiaramente uomini con gli stessi cappucci indossati solitamente dagli anarchici affiancare la polizia durante una manifestazione ieri per l’anniversario dell’uccisione del giovane Alexandros Grigoropoulos. Nel video si ode la folla di studenti insultare i poliziotti mascherati definendoli «nazisti incappucciati» e «assassini».
 

Foto di Milos Bicanski

Da Atene, nel secondo giorno di fuoco e lotta, per Alexis

7 dicembre 2009 Lascia un commento

Provo a fare un piccolo resoconto della giornata di oggi, attraverso i racconti di Anubi, che si trova in corteo e le agenzie che vengono battute qua e là.

Il corteo partito due ore fa “contro la nuova Giunta” è stato mastodontico ed è ancora in corso, con l’appoggio di 3 ore di sciopero generale proclamate dalla metà di sindacati. Un corteo composto da decine di migliaia di studenti medi, uniti a quelli universitari e ai docenti: i più piccoli hanno attaccato la polizia con arance e pietre a Propileia. Un commissariato è stato attaccato a Pathison, e poi sono partite cariche pesante dei MAT schierati ovunque, soprattutto nella zona di Syntagma.
Raid e arresti continuano incessantemente.

 Ieri avevamo parlato di un’aggressione subita dal rettore dell’università di Atene, il 64enne Christos Kittas, docente di istologia ed embriologia. Le agenzie stampa parlavano di gravissime condizioni a seguito di alcune sprangate in testa e anche di un arresto cardiaco immediatamente successivo all’aggressione. Dopo poche ore dal primo lancio di agenzia un’altro dichiarava che le sue condizioni sembravano decisamente gravi. In realtà non s’è fatto proprio nulla, come è possibile constatare dalle foto pubblicate su Indymedia Athens in cui si vede chiaramente che esce dall’ateneo camminando con il telefono in mano, sorretto da due persone. Certo non un uomo in fin di vita con la testa aperta, non un “tentativo di assassinio” come tutta la stampa si era mobilitata a dichiarare immediatamente. 

Gli italiani arrestati l’altro ieri sera alla vigilia del grande corteo di ieri, sono stati rilasciati a piede libero in attesa di processo, che inizierà il 16 dicembre.

 La situazione in questo momento è “stabile” nel suo delirio. Le facoltà sono isolate l’una dall’altra: Legge è completamente circondata dai MAT e dal gruppo Delta con le sue moto, che arrestano chiunque provi ad avvicinarsi: il Politecnico è ancora luogo d’asilo per tutti, ma sotto un bombardamento di lacrimogeni che non è praticamente mai cessato da ieri…
Vi metto un altro comunicato proveniente dal Politecnico

COMUNICATO DEL POLITECNICO OCCUPATO, ATENE 07/12/2009

Visto che i governanti non dichiarano nulla, lo faremo noi.
Visto che i media non collegano nulla, lo faremo noi.
Il raid militare contro lo spazio anarchico Resalto a Keratsini.
Uno spazio di intervento e controinformazione che, come tutti gli spazi di lotta, non ha mai nascosto la sua ostilita’ a chi reprime e la sua solidarieta’ ai repressi, apertamente e pubblicamente.
… qualcosa che disturba il governo.
L’arresto, la stessa notte, di tutti quelli che si sono riuniti in appoggio ai compagni in una piazza vicina e dintorni, nella sede del municipio di Nikea, cosi’ come di tutti quelli convenuti sul luogo dell’assassinio di Alexis Grigoropoulos un anno fa.
… qualcosa che disturba il governo.
Atene occupata dalla polizia, i 13mila agenti, le perquisizioni corporali, il blocco del Politecnico, la loro ansia di reprimere la manifestazione del 6 dicembre.
… ma il governo sara’ ancora piu’ irritato.
Il piano di terrore che egli ha messo in pratica e’ destinato a fallire.
I colleghi dell’assassino che razziano Atene oggi non provocano paura, provocano rabbia.
Gli arresti dei compagni e le pesanti accuse a loro carico non provocano disagio, inducono alla solidarieta’.
Gli attacchi a spazi, occupazioni e luoghi di lotta non portano isolamento, ma sempre maggiore tenacia e cospirazione.

– NESSUNO OSTAGGIO NELLE MANI DEGLI ASSASSINI
– LIBERTA’ PER I 22 COMPAGNI DI RESALTO ACCUSATI DI REATI GRAVI E AI 43 COMPAGNI SOLIDALI CHE SONO STTO PROCESSO PROPRIO ORA DAVANTI ALLA CORTE DEL PIREO.
– LIBERTA’ PER I 12 ARRESTI AD EXARCHIA NELLO SHOW FABBRICATO DALLA POLIZIA.
– CONTRASTARE IL LORO PIANO CON UNA RESISTENZA TOTALE.
– RISPOSTA DI MASSA AGLI ASSASSINII, AI PESTAGGI, AGLI ARRESTI, ALLE MENZOGNE DEI MEDIA.
LORO STANNO PERDENDO LA SCOMMESSA DEL CONSENSO SOCIALE.

TUTTI NELLE STRADE.

Le compagne e i compagni del Politecnico Occupato di Atene

AGGIORNAMENTI ORE 20.00: Grazie ad Anubi si continuano ad avere aggiornamenti dalle strade in fiamme di Atene. Dopo ore di scontri tra la facoltà di giurisprudenza e Syntagma, migliaia di manifestanti si sono rifugiati all’interno del Politecnico, con al seguito migliaia di agenti dei MAT che sono entrati praticamente nel cortile.
Per non rimanere in trappola all’interno del Politecnico (lo scorso anno l’assedio del Politecnico negli ultimi giorni della rivolta fu insostenibile, soprattutto per l’aria satura di lacrimogeni, all’interno dell’edificio e tutt’intorno), con una serie di azioni e sortite, i compagni sono riusciti a creare un tunnel con il lancio fitto di pietre e bottiglie incendiarie per far uscire in corteo migliaia di persone, che hanno raggiunto  piazza Omonia per poi disperdersi. Gli scontri sono in tutti gli accessi al quartiere di Exarchia come a Stadios, Akademias e al Pireo. Anche questa serata e questa nottata si prevedono lunghe.

Le agenzie italiane non danno alcuna notizia a riguardo, ma sempre il “nostro inviato speciale” ( 😉 ) ci racconta di un ragazzo, uno studente medio, che durante il fermo è stato pestato a sangue. Sembrerebbe riversare in gravi condizioni anche se le fonti ufficiali dicono non sia in pericolo di vita.

Anche da Salonicco diverse notizie dopo due giorni di scontri e occupazioni: oggi è stato occupato il rettorato dell’università dopo la terza violazione del diritto costituzionale d’asilo all’interno degli atenei e una giornata di piazza estremamente dura, con diversi fermi collettivi. 

😉

Ultimo aggiornamento della giornata da Atene

7 dicembre 2009 Lascia un commento

Piccolo aggiornamento della situazione ateniese, intorno alla mezzanotte del primo anniversario della morte di Alexis

Atene, questo pomeriggio

 

Indymedia Atene ha ricominciato, per ora a funzionare ed ha aggiornato con molte notizie ed immagini della lunga giornata di oggi, dalla capitale, da Salonicco e dalle altre città greche.

I BATSI (maiali) si vedono all’opera con tutte le loro tecniche e i loro armamenti chimici, ai quali si è aggiunto un uso delle motociclette spaventoso, simile a quello che si è visto recentemente nelle piazze iraniane. 
Cortei spontanei si susseguono: un paio d’ore fa un corteo spontaneo è partito dall’angolo dell’uccisione di Alexis e gli scontri sono iniziati pochi minuti dopo, con barricate di cassonetti e pietre e i MAT sparsi per tutto il quartiere: la cappa di lacrimogeni sta, come lo scorso anno, invadendo ogni vicolo, nitida allo sguardo, come una nuvola immobile e densa.  Si parla di circa 550 fermi nell’arco della giornata e la polizia è palesemente a caccia, anche e soprattutto di internazionali. Le vie intorno al Politecnico (comunicato del Politecnico), così come all’ASOEE sono un continuo botta e risposta di molotov e lacrimogeni da ore.
La situazione è sempre più simile a quella dello scorso anno. La nottata è appena iniziata. Dei 22 presi ieri all’interno del Resalto si è venuto a sapere che sono tutti imputati di terrorismo….

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Atene: è ricominciata la festa! Scontri e occupazioni in tutta la città!

6 dicembre 2009 1 commento

Primo resoconto dell’inizio delle manifestazioni ad Atene, di Anubi che si trova lì!
Seguiranno aggiornamenti.

(AP Photo/Thanassis Stavrakis)

Ad un anno dall’assassinio di Alexis, dentro uno stato d’assedio, un corteo che in Italia sarebbe stato venduto d’1 milione di persone, sicuramente grande almeno come quello del 21 luglio 2001 a Genova, aperto da uno spezzone del Politecnico occupato pari al corteo di via Tolemaide del 20/07/01, alla faccia del governo “democratico” del Pasok che ha dichiarato “opera di 2-300 anarchici venuti dall’estero” gli “eventuali disordini” mentre affama i salariati e i senza reddito e dopo che ieri ha sequestrato il quartiere di Exarhia, razziato un centro occupato, bastonato e rapito 200 persone 75 delle quali ancora trattenute fra cui 4 compagni e 1 compagna italiani… 

Questo corteo infinito, debordante di giovani dai 15 ai 30 anni ma anche di tanti altri, di studenti universitari e medi, d’insegnanti, di ragazzi delle periferie, di donne autodeterminate, di migranti, di proletari, di precari, di “general intellect” metropolitano, senza mai scomporsi nel corso di 3 ore e mezza ha:
– occupato il rettorato a Propileia su cui sventola la bandiera dell’anarchia;
– combattuto la polizia lungo il corso di Akademias a fuoco per mezzo pomeriggio;
– riempito i lunghi viali di Venizelos e Stadios, riempito due volte l’enorme piazza Syntagma;
– assediato governo e parlamento presidiati all’inversosimile;
– resistito ai gas e a 15 cariche laterali e in coda dei Mat;
– colpito a ritmo d’esplosioni i reparti intorno, le banche, le finanziarie e gli shop di lusso…
Ora la folla occupa piazza Omonia, le laterali di Akadimias, il corso Pathision e tutta Exarhia, in attesa della sera. Stay tuned… 

Alexis Zei!
Oloi Stous Dromous, Ghia Ti Eleutheria!
We Wont Forgive, We Wont Forget!
Merry Crisis And A Happy New Fear!
Remember Remember The 6th Of December…

 Diretta con Anubi su Radio Onda Rossa dopo le 17.30

ORE 16.00: qualche piccolo aggiornamento sulla situazione. Diverse cariche intorno a Syntagma, anche con un uso incredibile delle motociclette (da parte dei M.A.T. che lo scorso anno non c’era). I cortei si sono sciolti e ricompattati diverse volte in diversi punti della città, con centinaia di licei e facoltà occupate come punti di riferimento.
Scontri con la polizia non si sono mai fermati sia in pieno centro storico (distrutte decine di vetrine tirate a lucido per lo shopping natalizio e banche) che verso Eksarxia, che continua ad essere completamente circondata da più di 7.000 agenti.
Le poche agenzie italiane che circolano battono come notizia il ferimento del rettore dell’università di Atene, colpito alla testa da un gruppo di studenti mentre occupavano la sede amministrativa dell’università.
NEL FRATTEMPO E’ STATA OSCURATA INDYMEDIA ATENE! andiamo bene!
Dal Politecnico giunge voce che è sotto un fitto bombardamento di lacrimogeni

ORE 17.15: appena battuta un’ANSA che ci dona qualche notizia sui 5 italiani arrestati ieri.
I cinque italiani, quattro uomini e una donna, arrestati ieri durante incidenti ad Atene alla vigilia delle dimostrazioni per l’anniversario dell’uccisione del giovane Alexandros Grigoropoulos, saranno processati domani per direttissima. I cinque, che fanno parte del gruppo di anarchici europei di cui le autorità avevano segnalato la presenza in Grecia, sono comparsi oggi davanti ad un magistrato, con l’assistenza di un avvocato messo a disposizione dell’ambasciata d’Italia e la presenza del console italiano Francesco Latronico. Il magistrato ha convalidato il loro arresto per varie imputazioni fra cui violenza contro pubblico ufficiale e distruzione di beni pubblici. Al momento del fermo sono stati trovati in possesso di cappucci e bastoni.

Aggiornamenti costanti in inglese sono qui.

Comunicato del Politecnico occupato di Atene

6 dicembre 2009 Lascia un commento

COMUNICATO DEL POLITECNICO OCCUPATO DI ATENE di ieri sera, Sabato 5 dicembre 2009

Circa 160 persone sono state catturate nell’intento di spargere il terrore e dissuadere gli altri a partecipare alle manifestazioni che segnaleranno l’anniversario dell’assassinio di un giovane di 15 anni da parte della polizia greca un anno fa.
Un anno dopo l’assassinio di Alexandros Grigoropoulos per mano dello Stato greco, l’esercito di polizia del regime sta cercando di insediarsi in ogni angolo della citta’. Assassini perfettamente organizzati hanno assaltato il centro sociale autogestito “Resalto” a Keratsini, hanno attaccato intanto i giovani, hanno bloccato le entrate e le uscite dei luoghi di lotta politica e sociale, hanno colpito Exarhia e il Politecnico e continuano tuttora ad affettuare un gran numero di arresti e fermi.
Quelle marionette dello Stato che sono i media di comunicazione di massa non mancheranno di ritrasmettere la propaganda ufficiale del potere fabbricando tutta un’atmosfera di terrore e paura.

Ieri, nel luogo dell'uccisione di Atene (AP Photo/Kostas Tsironis)

A un anno dalla rivolta del dicembre 2008 il sistema di sfruttamento e oppressione prova una volta di piu’ a riaffermare la sua autorita’. Il governo sta tentando di rafforzare uno stato permanente di emergenza per gestire cosi’ l’indignazione sociale e imporre il silenzio dei cimiteri all’insieme della societa’.

In risposta all’invasione della citta’ noi ci ritroviamo ad occupare il Politecnico.
Facciamo un appello ad ogni persona che desidere resistere perche’ lo faccia con ogni mezzo necessario.
Proseguiamo a mantenere questo spazio nello nostre mani cosi’ come a dichiarare la nostra solidarieta’ incondizionata con tutte e tutti quelli che debbono affrontare la persecuzione dello Stato.
Esigiamo la liberazione immediata di tutte e tutti gli arrestati e i fermati.

TUTTI IN STRADA, ALLA MANIFESTAZIONE DI DOMANI 6 NOVEMBRE A PROPILEIA ALLE 13.30.
NOI NON DIMENTICHIAMO E NON PERDONIAMO.
TUTTO CONTINUA.

Il Politecnico Occupato

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Alexis Grigoropoulous: UN ANNO DOPO NOI NON DIMENTICHIAMO

5 dicembre 2009 2 commenti

Atene si sta preparando.

Con Salonicco e tutte le città che un anno fa stavano per riempire le strade per tre settimane, giorno e notte.
Domani è l’anniversario della morte, dell’uccisione, di Alexandros Grigoropoulous: ragazzo di soli 15 anni, colpevole di nulla.
Il luogo dell’assassinio è il quartiere ateniese di Eksarxia, luogo di ritrovo da decenni di compagni, anarchici, studenti e migranti.
Luogo anche di decenni di provocazioni, retate, arresti, cariche da parte della polizia, di una polizia greca mai stata tenera con i compagni.
Ma lo scorso anno è cambiato un po’ tutto e questo blog è partito per andare a vedere con i propri occhi quello che accadeva.
Non vi sto quindi a riscrivere la dinamica di quei giorni, scoppiata un minuto dopo l’ultimo dei tre spari che raggiunse il giovanissimo Alexis al petto.
Atene ha vissuto tre settimane di rivolta che non dimenticherà facilmente ed ora è totalmente blindata, dopo mesi di attacchi e provocazioni “di stato”, dopo un cambio di governo che non ha migliorato di certo il clima.
L’anniversario, il primo anniversario della morte di questo ragazzo, divenuto simbolo di una rivolta di massa che ha letteralmente dato fuoco alla città, è temuto non poco dal nuovo governo. Più di mille agenti della polizia e dei reparti speciali sono schierati in attesa dell’inizio delle manifestazioni e degli incidenti.
Sassaiole, lanci di molotov e attacchi incendiari contro banche e sedi di governo o della polizia sono state all’ordine del giorno per tutti questi 12 mesi, così come arresti, perquisizioni, retate e pesanti restrizioni della libertà per molti attivist@
Da venerdì un po’ tutte le facoltà e molti licei della città sono occupati sia ad Atene e Salonicco che in molte altre città greche.

@ Anche questa sera ci sono stati diversi arresti:  una pesante retata ad Eksarxia ha portato all’arresto di 90 persone. Poco fa si è venuto a sapere che tra questi sembrano esserci anche 5 italiani (4 uomini e una donna). Confermato, gli italiani presi dalla polizia in Exarhia ad Atene sono 5 di cui 1 donna, in arresto per 24 ore come si usa in Grecia… Gli arresti sono invece 74 , tutti in Exarhia e intorno a Politecnico, Assoe e Nomiki, su un totale di 163 fermati, dei quali 101 nelle strade e 63 in due raid inoccupazioni sociali…

Domani queste pagine saranno costantemente aggiornate.
Con Alexis nel cuore.
Sono in quelle strade, anche se quest’anno solo con il cuore.

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MPATSI GOURUNIA DOLOFONOI!

Foto di Valentina Perniciaro, a prender confidenza con la sbirraglia greca

IL SANGUE SCORRE E GRIDA VENDETTA

 

Foto di Valentina Perniciaro, salutando Alexis

SE BRUCIANO LE CITTA’, NASCONO I FIORI 

Foto di Valentina Perniciaro, le lunghe notti ateniesi

 

Pochi minuti fa Anubi ha mandato in rete un articolo che sarebbe dovuto uscire domani su Liberazione, ma che invece non ci sarà.
Lo pubblico qui, è fresco fresco di scrittura…chissà, forse dal solito internet point, tra una piazzetta satura di lacrimogeni e una facoltà occupata…

E’ vero, ad Atene, la capitale greca che si affaccia oggi sull’anniversario di un anno dall’assassinio per mano della polizia antisommossa del 15enne Alexis Grigoropoulos, ci sono migliaia di individui travisati, con passamontagna e maschere antigas, coi caschi calzati sulle teste, pronti al finimondo. Per la precisione, sono 10mila. Tanti infatti ne ha schierati il governo, il neoinsediato esecutivo del socialista Pasok, per “prevenire” il ripetersi di quella rivolta giovanile che pure ha segnato la parabola del predecessore governo di centrodestra consegnandolo alla crisi politica e alla recente sconfitta elettorale. Sono dappertutto, i poliziotti: quelli “normali” in blu e altrettanti in verde, i Mat, gli antisommossa che detengono un discreto primato nell’essere detestati dalla maggioranza dei giovani – e anche da molti meno giovani – in Grecia. Sono dappertutto nel tesisimmo sabato di vigilia ad Atene, dove le principali arterire del commercio e dell’intrattenimento del centro appaiono straordinariamente disertate dalla gente, quella che ha ancora qualche soldo da spendere nel Paese del vecchio nucleo dell’Unione europea che versa nella condizione peggiore quanto a conti economici e a bilancio sociale della crisi globale.
I 10mila della pretesa di “ordine pubblico”, però, si materializzano, quasi tutti, solo a sera. E si materializzano proprio là dove Alexis fu assassinato un anno meno un giorno (quello odierno) prima: ad Exarhia, il centralissimo quartiere alternativo che s’è guadagnato la fama d’essere il più ribelle d’Europa. E là dove la repressione e il suo volto assassino, quella notte del 6 dicembre 2008, fece trovare ai primi rivoltosi d’Exarhia la sponda naturale e immediata:

Atene, piazza Syntagma (Ap Photo)

 

il Politecnico di Atene. Così, fin dalla vigilia, l’appello lanciato dal neo-premier Ghiorghios Papandreu, un nome illustre e un’eredità politica totalmente trasfigurata lungo le generazioni, ha rivelato tutta la sua vuotezza. Papandreu, per mettere le mani avanti di fronte ad un anniversario la cui qualità è annunciata in modo inequivoco dal semplice dato che praticamente tutte le università e le scuole greche sono state occupate nel corso dell’ultimo mese, ma anche per cercare di districarsi dalla perfetta identificazione col predecessore e destro Karamanlis (altro erede dinastico), aveva in effetti parlato al Paese venerdì per dire che il governo socialista è “contro la violenza”, aggiungendo “sia di Stato sia individuale”, e per invocare quindi un “fronte sociale unito” in grado di “prevenire”, appunto, nonché “isolare” nuove scintille di rivolta. Dev’essere che il solo “fronte” a rispondere è stato quello fra i reparti mobilitati…
Persino il ministro dell’Interno, Mihalis Chryssochoydis, s’era in effetti speso ancora ieri nella stessa direzione. Ricordando l’assassinio di Alexis come “un caso di estrema violenza poliziesca” che ha “segnato la vicenda del Paese” e “colpito la fiducia del popolo nella capacità dello Stato di proteggerlo” (fiducia piuttosto immaginaria, vista l’immediata estensione della rivolta d’un anno fa…); lui che non può fare altrimenti avendo dovuto, dopo aver promesso (e disposto) fuoco e fiamme sulla “normalizzazione” di Exarhia, far dimettere il capo della polizia che il governo Pasok aveva esentato dallo “spin-off” pur essendo lo stesso del dicembre 2008, dopo un “errore” come l’arresto in piazza Exarhion dell’antico speaker della radio pirata del Politecnico occupato contro la giunta fascista nel 1973 e attuale esponente di Syriza. Chryssochoydis aveva poi argomentato che “i giovani avevano diritto di prendersi le strade per esprimere il loro disagio e la loro rabbia”, un anno fa; ma “oggi” fa “la differenza” il fatto che “la leadership che provocò questa situazione non è più presente” e dunque “c’è una nuova speranza”. Praticamente, un’apologia preventiva. Il tutto per sintetizzare che le “sole minacce” a dargli “preoccupazioni” sarebbero provenute da “circa 500 elementi anarchici e estremisti stranieri”, in afflusso verso Atene. E così, mentre lo stesso presidente della Repubblica Karolos Papoulias lanciava a sua volta un appello a “ricordare pacificamente l’assassinio di Alexis Grigoropoulos”, dopo averlo definito “una lezione per tutti noi su dove l’arbitrio può portare” e nell’esprimere “solidarietà” alla “famiglia” (che intanto ha dovuto subire l’ennesimo rinvio del processo al poliziotto omicida, spostato esplicitamente per “ragioni d’ordine pubblico” a gennaio e per di più a 150 km da Atene), la capitale greca e dentro di essa le capitali del dissenso e dei comportamenti sociali “pericolosi”, ossia Exarhia e le Università, venivano messe in stato d’assedio.
Così, ancora, l’unica manifestazione fissata per quella pesantissima vigilia che è stata la giornata di ieri, precisamente sul luogo dell’uccisione di Alexis nella piazza Missoloungi che da un anno ha preso il suo nome sulle targhe autoprodotte e nelle menti di tante e tanti, una manifestazione stanziale convocata dalle associazioni dei residenti del quartiere, non ha trovato alcun gesto che parlasse di “dialogo”, intorno a sè. E anziché trovare un allentamento della pressione intollerabile stabilita da mesi con “cordoni sanitari” e raid quotidiani, come quello che giovedì ha scatenato la reazione dei giovani in piazza Exarhion finendo peraltro col bilancio di due poliziotti in ospedale di cui uno grave per il trauma cranico riportato in seguito alle sassate ricevute, la manifestazione nel cuore di Exarhia è stata soffocata. Da un cordone ancora più stretto e moltiplicato esponenzialmente quanto a numeri di poliziotti schierati (2mila fin da subito, anzi prima), subito tramutato in un ulteriore raid approfittando delle prime scaramucce lungo le strade che collegano il quartiere al corso di Akademias e a quello di Pathision.

Il risultato è il frutto dell’intenzione. La cui evidenza non ha fatto che confermare le ragioni della rabbia determinata e della volontà di dare continuità alla rivolta, che animano da sempre il movimento studentesco e non ad Atene e in Grecia. Dunque la capitale ellenica ieri sera, di nuovo, è tornata ad essere il proscenio di quella rabbia e di quella rivolta. Con la novità della prontezza e dell’ulteriore pesantezza dell’intervento poliziesco, che ha letteralmente spazzato il quartiere e chiuso su sé stessi gli Atenei occupati del Politecnico, delle facoltà giuridiche e dell’Assoe, la scuola economica che pure il rettore aveva tentato di tenere sbarrata venerdì e che ha dovuto cedere ai collettivi dopo durissimi scontri con la polizia chiamata a presidiarla. Migliaia di poliziotti e centinaia di pompieri, costretti a seguirli per spegnere subito gli incendi. Solo che ieri doveva ancora venire la notte. E, soprattutto, in attesa delle grandi manifestazioni convocate consecutivamente per oggi alle 13 e 30 e per domani alla mezza ai Propileia, poche centinaia di metri distante dal Parlamento e dal governo, ieri era solo la vigilia: nel Paese sul quale da 2 settimane i vertici economici dell’Ue discutono di come evitare il declassamento dei titoli di stato, per un debito pubblico pari e per un deficit di non molto superiore a quelli dell’Italia.
Anubi D’avossa Lussurgiu, Atene 5 dicembre 2009 

 

 

Rivolta al CIE di Bari

1 dicembre 2009 Lascia un commento

Tocca al Cie di Bari Palese chiudere degnamente questo mese di rivolte che hanno segnato i Centri di tutta Italia.
La dinamica dei fatti non è ancora chiarissima, ma da quel che hanno potuto ricostruire fino ad ora i compagni baresi tutto sarebbe nato questa mattina da un litigio tra un recluso e i funzionari dell’ufficio immigrazione.
Litigio culminato con il lancio di una sedia e con il fermo del recluso.
Solo a quel punto, per difendere il fermato, un’intera sezione del Centro sarebbe insorta: vetri spaccati e materassi bruciati.
Non si sa quanto siano stati ingenti i danni, ma alla fine i soldati del Battaglione San Marco hanno trasferito in carcere due prigionieri, forse tre, mentre altri due sarebbero in ospedale. Secondo un lancio di agenzia, inoltre, tre poliziotti e due soldati sarebbero stati leggermente feriti negli scontri.

Ascoltate la ricostruzione fatta da una compagna barese: http://www.autistici.org/macerie/?p=23183

macerie @ Novembre 30, 2009

Caso Cucchi: medici indagati, reintegrati

30 novembre 2009 Lascia un commento

«Abbandono terapeutico». Messi sotto inchiesta per omicidio colposo
Reintegrati i medici indagati per la morte di Stefano Cucchi

di Paolo Persichetti, Liberazione 1 dicembre 2009

Sono stati reintegrati nel reparto penitenziario dell’ospedale Sandro Pertini i tre medici indagati per omicidio colposo dopo la morte di Stefano Cucchi. Eppure quanto è trapelato dagli accertamenti medico-legali sul corpo riesumato del giovane, deceduto il 22 ottobre scorso all’interno della struttura ospedaliera dopo una settimana di agonia seguita ad uno, o più, pestaggi e sevizie violentissime (sul numero esatto, e gli autori delle percosse subite, ancora oggi permane l’incertezza), confermerebbe le responsabilità dei sanitari nella sua morte. Il blocco della vescica riscontrato su Stefano Cucchi sarebbe, infatti, compatibile con la paralisi dell’ultimo tratto della colonna vertebrale.

Stefano Cucchi

Mentre le lesioni alla schiena e alla testa, seppur serie, non sarebbero state letali se adeguatamente curate. Insomma tutto lascia seriamente supporre che nei confronti di Cucchi vi sia stato un «abbandono terapeutico», una situazione di lassismo e incuria, una sottovalutazione grave e colposa delle sue condizioni di salute e delle cause che le avevano originate. Nonostante ciò, l’indagine amministrativa interna condotta da una commissione, apparentemente composta da personale della medesima Asl, ha sbrigativamente liquidato l’accaduto come «un evento non prevedibile». Nella relazione depositata ieri, si può leggere che l’analisi dei fatti, a fronte del «carattere improvviso e inatteso del decesso, non ha messo in luce, sul piano organizzativo e procedurale, alcun particolare elemento relativo ad azioni e/o omissioni da parte del personale sanitario con nesso diretto causa-effetto con l’evento avverso in questione. Contestualizza e configura pertanto l’oggetto dell’indagine sotto il profilo di evento non prevenibile». Per questo motivo Il direttore generale dell’Asl RmB, Flori Degrassi, ha disposto la revoca dell’ordine di trasferimento, preso in via provvisoria il 18 novembre scorso, nei confronti di Aldo Fierro, Stefania Corbi e Rosita Caponetti. La diffusione della notizia ha subito suscitato sconcerto e raccolto i commenti negativi del lagale della famiglia, Fabio Anselmo, di Patrizio Gonnella dell’associazione Antigone, e di Luigi Nieri, assessore al Bilancio della regione Lazio, che ha censurato una «decisione affrettata e profondamente sbagliata», rilevando come sia piuttosto inusuale «che la Asl concluda la propria inchiesta amministrativa prima di quella penale».
La decisione presa dalle strutture dirigenti dell’ospedale Pertini non si discosta molto da quello spirito corporativo che ha fino ad ora caratterizzato il comportamento di tutti gli altri attori coinvolti in questo terribile esempio di violenza istituzionale.

Stefano Cucchi dopo l’arresto

Chiusura a riccio e omertà d’apparato in difesa di una impunità di principio che vorrebbe imporre l’idea della insindacabilità dell’operato di chi agisce in uniforme di Stato. Un atteggiamento viziato da una visione autoreferenziale della legalità e della morale. Alcuni apparati molto potenti non hanno mai accettato di essere messi sul banco dei sospetti e fin dall’inizio hanno operato nell’ombra, mettendo le briglie a un’inchiesta che altrimenti rischiava di mostrare il «re nudo». Mentre negli ultimi giorni nuove testimonianze di detenuti, presenti nell’infermeria di Regina Coeli con Stefano Cucchi, hanno riaperto scenari su violenze precedenti l’arrivo in tribunale, che la procura ha sempre evitato di approfondire ritenendoli privi di riscontri (ma l’inchiesta serve per trovare eventuali riscontri, non per escluderli a priori), da parte degli indagati emerge una nuova strategia. Non più scarica barile tra penitenziaria e carabinieri, ma fuoco concentrico sulla figura di Cucchi, dipinto come uno che entrava e usciva dal pronto soccorso degli ospedali. Un modo per dire che era già «rotto» prima di essere arrestato. E come se non bastasse, vengono diffuse minacce a mezzo stampa facendo circolare notizie sull’apertura di una inchiesta contro i legali della famiglia Cucchi per calunnia nei confronti dei carabinieri. Un modo per dire che gli apparati dello Stato sono santuari intoccabili.

Approfondimenti sulla Grecia

25 novembre 2009 Lascia un commento

Foto di Valentina Perniciaro _Atene, la piazza dove è stato ucciso Alexis, pochi giorni dopo_

Questa mattina è andato in onda su Radio Onda Rossa un primo spazio redazionale sulla situazione greca dopo la rivolta dello scorso dicembre e il cambio di governo di pochi mesi fa. Tra la scadenza del 17 Novembre, anniversario della rivolta studentesca del 1973 scoppiata dal Politecnico d’Atene e “spenta” con carri armati e diverso piombo dai colonnelli, e il primo anniversario della morte di Alexis Gregoropoulous che sarà il 6 dicembre, per 3 mercoledì apriremo i microfoni con una serie di approfondimenti sulle mutazioni del movimento studentesco e anarchico avvenute in questo anno, sulle lotte sociali, sulla situazione dei migranti e dei detenuti (che come lo scorso anno hanno ripreso la mobilitazione contro le loro condizioni di detenzione) e sulle notizie che in queste “calde” settimane arriveranno da Atene e dalle altre città greche. 
Questo il LINK per ascoltare il primo spazio andato in onda questa mattina.

 Intanto un’Ansa di questa mattina, a proposito di Pasok: “Un ordigno esplosivo è scoppiato, ad Atene, davanti all’ufficio del deputato del Pasok e attore Yiannis Vouros, che si trova al quarto piano di un palazzo del centro della capitale greca. L’esplosione e l’incendio che ne è seguito hanno provocato lievi danni.”

Libertà immediata per Francesca e Simone: comunicato da Magliana

25 novembre 2009 1 commento

Un lungo comunicato arriva dai compagni di Magliana. Un comunicato importante per avere aggiornamenti sui compagni colpiti dagli arresti e ora da una persecuzione che non sembra voler finire. Soprattutto nei confronti di Francesca, l’unica compagna coinvolta in questa storia, alla quale stanno togliendo qualunque diritto al ritorno ad una vita normale, almeno il ritorno nel suo posto di  lavoro.

Libertà immediata per Francesca e Simone! Libertà per chi lotta!!

Giovedi 19 novembre la Magistratura romana ha mostrato ancora una volta il suo vile volto reazionario e intimidatorio: ha negato i permessi lavorativi a Francesca, occupante della 8 Marzo di Magliana.
Dopo 17 giorni passati in tre carceri diversi (Rebibbia, Civitavecchia e Perugia) e dopo quasi due mesi di arresti domiciliari, il GIP Cecilia Demma ritiene di dover negare i permessi lavorativi a Francesca con motivazioni odiose, false e contraddittorie: le viene negato il permesso lavorativo perchè, in base al quadro emerso dall’inchiesta, viene considerata “persona non idonea a lavorare con il pubblico”, in particolare con le “cosidette fasce deboli”.
La GIP, inoltre, motiva il respingimento affermando che si tratta di una “misura concessa in casi particolari”, mentre questa stessa misura è stata invece concessa solo qualche giorno fa ad un altro occupante la cui posizione nell’inchiesta è molto simile a quella di Francesca.
Infine la sentenza afferma che il luogo di lavoro di Francesca è “difficilmente controllabile”, quando in realtà si tratta di una casa famiglia con indirizzo noto alla magistratura e alle forze dell’ordine.
Appare chiaro come i Giudici utilizzino la discrezionalità delle misure cautelari con intenti punitivi, come arma rispondente a precise indicazioni politiche.

Insieme a questa negazione della libertà per Francesca la Gip Demma e la Pm Lionetti continuano a negare la riduzione delle misure cautelari anche per Simone che dal 14 settembre scorso si trova agli arresti domiciliari con il divieto di vedere persone che non siano i suoi familiari diretti e con l’impossibilità perfino di poter usare telefono e internet. A queste pesanti restrinzioni solo ultimamente è stata fatta una deroga: la possibilità di uscire due ore solo ed esclusivamente per mansioni di supporto alla anziana nonna con cui Simone vive, senza poter parlare con nessuno.

A causa di queste restrinzioni alla libertà personale Simone ha perso il lavoro precario che aveva.

1987: consultori a Magliana

È ora di dire le cose come stanno:
Francesca è una operatrice sociale di una cooperativa che da anni si impegna per migliorare le pessime condizioni di vita di chi è recluso/a e di cui le recenti cronache ci hanno dato una triste conferma. Simone è un lavoratore precario costretto a cambiare lavoro ogni mese e ad affrontare lunghi periodi di disoccupazione.
Francesca e Simone sono occupanti della “8 marzo”, una ex scuola di proprietà comunale, abbandonata per oltre 20 anni al peggiore degrado.
Francesca e Simone, insieme ad altre decine di persone senza casa, hanno occupato quella scuola, l’hanno ristrutturata con i soldi del proprio stipendio e con le iniziative sociali di sottoscrizione popolare fatte alla luce del sole. Francesca e Simone hanno poi aperto al quartiere quella Casa Occupata, trasformandola anche in uno spazio di organizzazione contro l’emergenza abitativa nel territorio, contro il razzismo, con degli spazi sociali come la palestra popolare e il laboratorio teatrale. Francesca e Simone sono anche militanti del Centro sociale “Macchia Rossa” che da anni si batte nel quartiere contro gli sfratti e gli sgomberi, che ha organizzato una ciclofficina popolare e mille altre attività assenti in un quartiere abbandonato dalle istituzioni come è la Magliana.
Francesca è una militante del movimento femminista che si è battuta con forza, insieme ad altre donne del quartiere, contro la chiusura del Consultorio della Magliana, e che conduce ogni giorno battaglie politiche culturali insieme alle donne del quartiere e della città contro il sessismo e il maschilismo imperanti.
Francesca è una compagna che agisce con un approccio di genere partendo dal presupposto che la realtà è radicalmente sessuata e che donne e uomini la sperimentano in maniera diversa. Per questo il suo percorso politico dentro la 8 marzo e a Magliana è stato anche una continua e quotidiana lotta contro i rapporti di potere che sono alla radice delle disuguaglianze sociali fra i generi. Smascherando le forme più o meno latenti del machismo diffuso, Francesca ha così sempre lottato contro gli stereotipi vecchi e nuovi che esprimono e legittimano il patriarcato.
Per contrappasso, il ritratto di Francesca tratteggiato dalle croniste del quotidiano Il Tempo sembra ricalcare i più frusti luoghi comuni della fiction televisiva e letteraria più becera, divenendo l’emblema della criminalità femminile: dietro l’apparente dolcezza, quest’efferata criminale capeggerebbe difatti con ferrea determinazione e lucido calcolo una banda di malfattori soggiogati. Attraverso di lei, vengono così stigmatizzati i percorsi individuali e collettivi di protagonismo politico di quelle donne che non intendono assumere il ruolo dell’abnegazione silente e della dedizione caritatevole, destinato alla soggettività femminile nella sfera dell’impegno sociale.

Le decisioni maturate in sede giudiziaria lasciano pensare che la dottoressa Demma e la dottoressa Lionelli, come le giornaliste del quotidiano romano, siano fruitrici di questa letteratura passatista di cui evidentemente sposano i valori. Difatti come spiegare altrimenti la decisione di escludere solo lei da ogni permesso? Perché, a differenza degli altri imputati, non sono state allentate le restrizioni alla libertà di Francesca?
Le accuse vergognose di associazione a delinquere e di estorsione che sono state rivolte contro di loro sono assolutamente false e servono solo a screditare la figura di militanti che da anni sono impegnati nelle lotte sociali in questa sempre più fascista città. Vogliono farli passare per estorsori, criminali comuni, per poterli confinare così in un angolo, togliendogli la dignità politica e sociale delle lotte che portano avanti nel massimo riconoscimento del contesto sociale in cui vivono.
Forse è questa la nuova strategia delle istituzioni: visto che non riescono a reprimere le lotte sociali e a fermare i/le compagni/e li criminalizzano, per farli apparire agli occhi dell’opinione pubblica come pericolosi criminali comuni e non più come soggetti politici pensanti impegnati ad aprire spazi di libertà.
Ora dietro a questa decisione della GIP c’è un ampio fronte di nemici delle libertà sociali: In primis il Sindaco Gianni Alemanno con i suo committenti, i vari Caltagirone, Bonifaci, Mezzaroma.

1977: manifestazione per il diritto alla casa

Poi i rappresentanti più ferocemente reazionari del suo schieramento come Fabrizio Santori, consigliere del Pdl e presidente della commissione sicurezza del comune di Roma e gli esponenti delle varie correnti comunali e municipali come Marco Palma, Federico Rocca, Augusto Santori, Piergiorgio Benvenuti, in guerra fra loro ma sempre uniti nel condurre una vergognosa battaglia per chiedere lo sgombero delle occupazioni e degli spazi occupati del territorio. Tutti costoro, forti dell’appoggio governativo, trovano importanti alleati in personaggi potenti che rimangono sullo sfondo come il Generale dell’Arma dei carabinieri Vittorio Tomasone che ha condotto gli arresti del 14 settembre e che oggi compare nella gestione dell’affare Marrazzo costato già la vita ad un paio di persone. Nel quotidiano l’inchiesta viene condotta da quasi un anno dal Maresciallo dei carabinieri della caserma di Magliana Pietro Bernando che da due anni minaccia, insulta, perseguita spesso anche con mezzi non leciti gli/le occupanti della 8 Marzo insieme alla P.M. Santina Lionetti che pur di compiacere i militari dà credito ad un’inchiesta vergognosa e totalmente falsa contro Francesca, Gabriele, Simone, Sandrone, Sandro e Michele, tratti in arresto lo scorso 14 settembre.
Un fronte ampio e ben organizzato che va dalle forze dell’ordine alla magistratura, dai giornalisti ai consiglieri del Pdl fino ai palazzianari che uniti hanno cercato di schiacciare nel fango uno spazio di lotta e di libertà come la 8 marzo e che hanno sgomberato l’Horus, il Regina Elena, che criminalizzano gli studenti che occupano le scuole e l’università, che scatenano campagne razziste contro rom e lavavetri, che stanno ridisegnando una città razzista, violenta, sessista, omofobica e asservita al volere degli speculatori di sempre.
La storia del tentato sgombero della 8 Marzo e dell’arresto di 6 compagni cade non a caso in un momento in cui, per chi in Italia pratica percorsi organizzativi delle lotte sociali, il clima è divenuto pesante. Ne sono un esempio i processi sugli eventi del G8 di Genova del 2001 che hanno visto pesanti condanne ai danni di 11 manifestanti e assoluzioni totali o quasi per le forze dell’ordine che hanno attuato una repressione feroce che ha prodotto migliaia di feriti e la morte di Carlo Giuliani. Oppure come i numerosi casi che vedono compagni e compagne arrestati/e o colpiti/e da provvedimenti amministrativi fascisti della Questura, come il famigerato articolo 1, secondo il quale si può essere considerati sorvegliati speciali e dunque essere costretti a limitazioni assurde come l’obbligo di dimora nella stessa casa dalle 21 alle 7 o l’impossibilità di accompagnarsi con più di tre persone contemporaneamente.
Infine, come non citare il gravissimo episodio di violenza padronale consumato all’Agile –ex Eutelia- azienda, condotta al fallimento, dove quasi 2000 lavoratrici/ori dopo essere stati messi in mobilità sono stati anche aggrediti da una squadraccia prezzolata guidata dall’ex amministratore Landi durante un presidio nel loro posto di lavoro. Avvenimenti molto diversi tra loro ma che hanno in comune la repressione di forme di lotta sociale.

La crisi economica, al di la delle dichiarazioni dell’establishment, sta producendo un numero enorme di licenziamenti e cassaintegrati il che, unito ai continui tagli ai servizi (scuola, università, sanità), sta creando un impoverimento di vasti settori della popolazione italiana. In questa situazione sono già emerse, durante l’estate e l’autunno forme di resistenza e conflittualità sociale. Ovviamente questo di per sé non compromette la pace sociale necessaria a far uscire i padroni indenni dalla crisi, ma ha una potenzialità che in qualche modo disturba e preoccupa. In questo senso ci spieghiamo anche diversi provvedimenti legislativi assunti dal centrodestra in questi ultimi tempi: dalle limitazioni al diritto di sciopero, al tentativo di limitare le manifestazioni a Roma, fino al pacchetto sicurezza.
In questa situazione il movimento di lotta per la casa, a Roma, pur nei limiti e nelle difficoltà, riesce ancora a prendere l’iniziativa. Questo fa sì che un etereo spettro di organizzazioni delle lotte sociali si aggiri per l’urbe e questo è sufficiente alla giunta Alemanno affinché gli dichiari guerra. Dichiarazione avvenuta il primo settembre con lo sgombero dell’ex Regina Elena, seguito poi dallo sgombero di Via Salaria e dal tentato sgombero della 8 Marzo durante il quale sono stati tratti in arresto Francesca, Giobbo, Simone, Sandro e Sandrone.

I tetti della 8 marzo, il giorno degli arresti

Certo è una guerra condotta facendo due passi avanti e uno indietro ma indubbiamente non amano pensare che Roma sia una delle ultime città d’Europa dove ancora vengono occupati stabili abbandonati. Di per sé questo non è sufficiente a muovere una guerra nel nome della legalità; evidentemente la spinta propulsiva a questa offensiva la fornisce chi ha degli interessi concreti, materiali ed immediati legati agli stabili occupati e alle zone circostanti. Nel caso dell’ex Regina Elena ciò è evidente dalle dichiarazioni del Rettore e dallo stato avanzato dei progetti (nonostante lo stop della sovrintendenza ai beni culturali). Nel caso dell’ex scuola 8 marzo queste motivazioni sembrano, se non meno chiare, almeno meno urgenti. Quello che è noto è che da poco è stato rinominato lo staff dirigenziale dell’ex Sviluppo Italia che ha sempre avuto interessi speculativi sull’immobile di via dell’Impruneta 51. Tra i nuovi dirigenti risulta esserci nientemeno che Caltagirone. Il loro progetto, ancora in una fase iniziale, è di demolire lo stabile e di costruire al suo posto un enorme parcheggio giustificato dal nuovo collegamento, in via di discussione, di una funivia che colleghi le due sponde del Tevere. Questo progetto uscito fuori dal cilindro di Veltroni già più di due anni fa (e allora aspramente criticato da Alemanno e dalla destra) ha riscosso e riscuote tuttora i consensi del P.D. ed ora sembra essere rilanciato in sordina dal centrodestra romano. Del resto la torta è abbastanza grande da poter garantire una fetta a tutti. Sembra chiaro che in un periodo di crisi in cui il mercato immobiliare subisce una (leggera) flessione, i signori del mattone devono cercare altri investimenti per far tornare i conti dei loro profitti e quale occasione migliore se non quella di una speculazione su un bene pubblico come una ex scuola del Comune? O come quella sulla ex Fiera di Roma? O come il nuovo stadio della A.S. Roma con annessi palazzi residenziali e centro commerciale da costruire su terreni a destinazione agricola ancora una volta in deroga al già vergognoso Piano Regolatore? E’ chiaro che quelle forze politiche che sono al governo della città e quelle che sperano di tornarci fanno a gara per cercare il consenso dei palazzinari, veri padroni di Roma. Questi sono, a nostro avviso, alcuni degli elementi che concorrono a far luce sul perché alcuni compagni e una compagna accusati di niente vengono privati della loro libertà per mesi.

Non facciamoci intimidire dalla repressione, non restiamo in silenzio: estendiamo le lotte sociali contro la crisi!
Libertà per Francesca, Simone e gli altri occupanti della ex scuola 8 Marzo!

Comitato d’ Occupazione Magliana
Centro Sociale Macchia Rossa
Ciclofficina Macchia Rossa

Evasioni e lotte in Francia contro i C.I.E.

23 novembre 2009 Lascia un commento

Evasioni senza frontiere dal sito “MACERIE

 

 Intanto, un lancio d’agenzia dalla Francia:
«Otto stranieri in situazione irregolare sono evasi nella notte tra giovedì e venerdì dal Centro di Detenzione Amministrativa di Palaiseau, in Essonne. Dopo mezzanotte, sono riusciti a scappare dal primo piano, da dove sono scesi grazie ad un lenzuolo, dopo aver smontato le griglie di una finestra. Si tratterebbe di due rumeni, due marocchini, tre algerini e un burkinabé. Secondo una fonte vicina all’amministrazione, il responsabile del Centro avrebbe allertato molto recentemente la Prefettura in merito alla sicurezza del centro, chiedendo di effettuare lavori di ammodernamento.»

E poi, visto che ci siamo,  vi pubblichiamo qui sotto la versione elettronica di un opuscole che sta circolando oltralpe e che racconta delle lotte intorno ai Centri di lassù durante l’ultima estate. Alcuni passaggi riguardano proprio gli interventi negli aeroporti, che qui in Italia mancano del tutto. Chi mastica un po’ il francese, dunque, gli dia una occhiata.
Récits de révoltes et de solidarité

       macerie @ Novembre 22, 2009