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Tenerife: infarto sul lavoro, il “sin papel” viene lasciato morire
I fatti risalgono al 25 luglio scorso ma la notizia è uscita solamente due giorni fa sulla carta stampata spagnola, per fare poi rapidamente il giro della rete. Una notizia che viene dall’arcipelago spagnolo delle Canarie, in una località turistica nella zona settentrionale di Tenerife, ma che abbiamo sentito tante volte nel nostro paese e grazie alle nuovi leggi sull’immigrazione e all’introduzione del reato di clandestinità sentiremo con frequenza quotidiana.
Un malore sul posto di lavoro: Luis Beltràn Larrosa, 56enne uruguaiano “sin papel”, che lavorava in nero in un bar sulla spiaggia dell’isola si sente male durante il suo turno. Il titolare del bar, ex funzionario di polizia, pensa bene di prenderlo di peso, portarlo fuori, spogliarlo della sua tuta di lavoro e abbandonarlo lì, in mezzo alla strada. E’ stato un vicino a chiamare l’ambulanza, arrivata ormai quando il lavoratore irregolare era ormai spirato. Lo stesso che ha poi raccontato di aver visto il titolare del locale svestirlo dei suoi abiti di lavoro e abbandonarlo lì senza chiamare i soccorsi. All’arrivo della Guardia Civil l’uomo ha dichiarato di aver portato Larrosa fuori solo per farlo respirare meglio, e di aver aspettato con lui i soccorsi. Intanto, su denuncia del figlio, la notizia è venuta alla luce, in attesa dell’autopsia dell’ennesimo lavoratore fantasma, morto invisibile.
(Valentina Perniciaro, altronline)
IKEA nel paese della giustizia fai da te!
Nel paese dove i bambini nascono fantasmi e clandestini,
nel paese dove è nato il reato della clandestinità,
nel paese delle leggi speciali, delle carceri speciali, dei bracci speciali,
nel paese dell’odio all’immigrato, a quello più povero di noi,
nel paese di Di Pietro e Travaglio, nel paese che si sbrodola per Saviano (proprio quello che crede Israele il miglior paese al mondo),
nel paese dove si tortura per arrivare a dire che lo stupratore è straniero, romeno, diverso,
nel paese dove le donne vengono ammazzate e violentate dentro casa dai propri compagni…
proprio in Italia IKEA inventa un prodotto nuovo: SOKKOMB! http://www.sokkomb.com/
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Raid notturni su Gaza
Dalle poche notizie che circolano in rete e dalle conferme date dal portavoce dello Tsahal, esercito d’Israele, il raid notturno sulla piccola e martoriata Striscia di Gaza non sembrerebbe aver provocato vittime. Risaliva a meno di due mesi fa, il 14 giugno, l’ultima incursione il cui obiettivo sembrava identico: colpire i tunnel che collegano Rafah con il vicino confine egiziano, tunnel fruiti dalla popolazione per la circolazione di merci e medicine e dalle organizzazioni armate per il contrabbando di armi. L’IDF ha dichiarato di essersi mosso per rappresaglia, dopo il lancio di tre salve di mortaio verso la zona settentrionale dello stato ebraico, malgrado questi non abbiano arrecato nessun danno. Lanci rivendicati nell’arco della settimana dalla Brigata Abu Ali Mustafa, braccio armato del Fronte Popolare per la liberazione della Palestina, e dalle Brigate di resistenza nazionale, vicine al Fronte democratico per la Liberazione della Palestina.
La relativa calma di queste ultime settimane è tornata illusione nella martoriata Striscia di Gaza.
Il CIE di Gradisca in rivolta
Il Pacchetto Sicurezza è realtà da 2 giorni. Una manciata di ore prima che entrasse in vigore, una giovane migrante in Italia da diverso tempo ha deciso di lanciarsi nel fiume Brembo proprio perchè non riusciva a regolarizzarsi ed era terrorizzata dall’idea di dover affrontare le nuove leggi razziali che regolamentano la permanenza dei migranti nel nostro paese. Si chiamava Fatima Aitcardi, 27 anni, proveniente dal Marocco, bagnato dal nostro stesso mare.
Introducendo il reato di clandestinità l’Italia ha deciso di porsi in fondo alla lista dei paesi civili, ha deciso di girare i tacchi ai diritti fondamentali dell’uomo, di rendere illegali i corpi e non le eventuali azioni delittuose.
Ieri, com’era prevedibile, è scoppiata la rivolta in uno dei Centri di Identificazione ed Espulsione presenti sul nostro territorio: centri che vedranno moltiplicare di molte volte il numero di migranti reclusi, per l’inasprimento delle pene causato dall’aggravante della clandestinità e l’estenzione del trattenimento da 60 a 180 giorni. Il primo ad espodere è stato il CIE di Gradisca d’Isonzo, con una rivolta iniziata subito dopo le 21 e protrattasi fino alle 2 di notte, con la presa dei tetti, da dove urlavano verso la statale, che poco dopo è stata chiusa e lanciavano oggetti contro la polizia che arrivava con diverse volanti a circondare il centro. Più della metà dei presenti nel campo ha preso parte alla rivolta, poi la polizia è intervenuta con un massiccio lancio di lacrimogeni che hanno causato l’intossicazione di alcuni rivoltosi.
di Valentina Perniciaro, L’altronline
“In te… milioni di volte mi sono ingrandito”
La mia “condizione” non mi rende più molto capace di aggiornare il blog come ho fatto fino ad ora: le cose mi fanno incazzare, mi fanno bestemmiare, poi mi siedo davanti al Mac per scriverne e sfogarmi e non ci riesco. La mia “condizione” mi rende un po’ superficiale, mi rende incapace di spiegare a parole quello che mi passa dentro, non per la testa ma dentro.
Poi, la perdita della più bella delle mie donne non aiuta a ritrovare un rapporto decente con le parole: immediatamente si accavallano alle lacrime, al peso della memoria che sento di dover portare ma forse di non saper sostenere.
Quindi ci sono, ma ci sono poco: sono in pianeta tutto mio, fatto del dolore della tua scomparsa, fatto soprattutto dell’amore per un profilo che cambia: il mio.
Mi sento piena e felice, mi sento felice si e non l’avevo mai scritto con questa tranquillità.
E così mi appendo, mi aggrappo, mi avvinghio alle parole di Erri (sempre più spesso ormai)…dedicate a sua madre.
In te sono stato albume, uovo, pesce,
le ere sconfinate della terra
ho attraversato nella tua placenta,
fuori di te sono contato a giorni.
In te sono passato da cellula a scheletro
un milione di volte mi sono ingrandito,
fuori di te l’accrescimento è stato immensamente meno.
Sono sgusciato dalla tua pienezza
senza lasciarti vuota perché il vuoto
l’ho portato con me.
Sono venuto nudo, mi hai coperto
così ho imparato nudità e pudore
il latte e la sua assenza.
Mi hai messo in bocca tutte le parole
a cucchiaini, tranne una: mamma.
Quella l’inventa il figlio sbattendo le due labbra
quella l’insegna il figlio.
Da te ho preso le voci del mio luogo,
le canzoni, le ingiurie, gli scongiuri,
da te ho ascoltato il primo libro
dietro la febbre della scarlattina.
Ti ho dato aiuto a vomitare, a friggere le pizze,
a scrivere una lettera, ad accendere un fuoco,
a finire le parole crociate, ti ho versato il vino
e ho macchiato la tavola,
non ti ho messo un nipote sulle gambe
non ti ho fatto bussare a una prigione
non ancora,
da te ho imparato il lutto e l’ora di finirlo,
a tuo padre somiglio, a tuo fratello,
non sono stato figlio.
Da te ho preso gli occhi chiari
non il loro peso,
a te ho nascosto tutto.
Ho promesso di bruciare il tuo corpo
di non darlo alla terra. Ti darò al fuoco
fratello del vulcano che ci orientava il sonno.
Ti spargerò nell’aria dopo l’acquazzone
all’ora dell’arcobaleno
che ti faceva spalancare gli occhi.
Erri De Luca
Carlo Giuliani, quel passo in più
Dal blog Insorgenze, prendiamo queste parole per Carlo…
Quel passo in più mentre gli altri andavano indietro… La tua vita è tutta lì. Per questo ti vogliamo bene
I tratti addolciti del viso tradivano la sua giovane età. Si era staccato dal gruppo e in una mano teneva una pietra che scagliò con tutta la sua forza contro un drappello d’uomini bardati con scudi e mazze, caschi e stivali, armi da fuoco alla cintola. Quasi appagato da quell’incosciente gesto di sfida, s’era voltato per riguadagnare le fila dei suoi compagni. Teneva larghe le braccia mentre le mani erano nude come in quella foto dell’anarchico diventata un manifesto, quando l’eco d’alcuni colpi di pistola risuonò nell’aria. I suoi compagni urlavano, mentre un poliziotto aveva freddamente preso la mira per fucilarlo alle spalle. In quel momento il suo sorriso s’era trasformato in una smorfia di dolore.
Colpito alla schiena ma ancora incredulo continuava a camminare ma le sue falcate sembravano ormai passi di danza. Cadde sull’asfalto solo dopo aver compiuto una piroetta. Era il giugno del 2001, a Gotebörg. Il “movimento dei movimenti” solo per poco era scampato al suo primo morto. Un presagio maledetto che si avverò qualche settimana più tardi a Genova, in piazza Alimonda, dove un altro giovane, all’incirca della stessa età, venne ucciso da un coetaneo in divisa con un colpo in mezzo agli occhi.
Carlo Giuliani la morte l’ha vista in faccia mentre gli altri manifestanti avevano avuto il tempo d’indietreggiare di fronte a quell’arma spianata. Forse era troppo tardi per fermarsi o forse non voleva arretrare, ma andare fino in fondo per impedire a quel braccio teso, armato e in divisa di Stato, di continuare la sua minaccia. Due colpi, una quiete irreale cadde d’improvviso sul campo di battaglia rotta poi da nuove grida, mentre il corpo di Carlo veniva oltraggiato dalle ruote del Defender dei carabinieri.
“Fiori velenosi venuti solo per sfasciare”(1), non trovò migliore espressione una dirigente dell’organizzazione antimondialista Attac per liquidare i fatti di Gotebörg. Secca e adirata contro quella che ai suoi occhi sembrava una teppaglia neoluddista, madame Susan George, trovò più che normale che una pietra valesse un colpo di pistola tirato alle spalle. Autoconvocate, quelle orde d’insorti in cerca di sommosse non erano gradite. Disturbavano le ordinate kermes internazionali, i carnevali di strada, i convegni compunti dei professionisti dell’associazionismo, una nuova burocrazia della società civile che pensava di poter fronteggiare gli irruenti spiriti animali del capitalismo ultraliberale attraverso forme di regolazione economica, strumenti procedurali e regole etiche. Misure inadeguate quanto l’idea di poter fermare l’Oceano in tempesta con dei sacchetti di sabbia. Nello stesso periodo, un appello sottoscritto da intellettuali italiani e francesi, tra cui spiccavano le firme d’alcuni ex partecipanti ai movimenti politici degli anni Settanta, censurava le violenze e gli scontri di piazza, in modo particolre le brutalità commesse nei confronti di merci come “i cassonetti bruciati e le vetrine rotte”. Costoro invocavando manifestazioni ordinate e ottenevano nient’altro che forze dell’ordine.
Decisamente la storia non è intenzionata a smentire quell’adagio che vuole ogni tragedia ripresentarsi in farsa. Per nulla appagati da tanta stigmatizzazione etica prim’ancora che politica, prendiparola del Forum sociale genovese e leaders d’alcune componenti noglobal, sponsorizzati dai loro grandi elettori mediatici, lanciarono il ritornello infinito, e per giunta dopo un anno ancora non provato, degli infiltrati. Lo fecero a caldo, sopraffatti dal pregiudizio e da servile paura, quando il corpo straziato di Carlo Giuliani non aveva ancora un nome. Nei salotti volanti delle dirette Rai di prima serata che seguivano il G8 circolava ancora la voce che il giovane ucciso fosse uno spagnolo, di certo un basco, un black bloc in ogni caso. Gli invitati (2), ancora accaldati per aver sfilato nei cortei del pomeriggio, attaccarono le forze di polizia colpevoli d’inerzia per aver lasciato devastare la città da bande di facinorosi vestiti di nero. Le forze dell’ordine avevano assalito i cortei quando questi sfilavano ancora lungo i percorsi autorizzati, in diversi punti della città i carabinieri avevano fatto uso d’armi da fuoco, in risposta gli acuti esponenti noglobal invece di pretendere meno forze dell’ordine invocavano più forza pubblica in piazza. Sollecitati con tanto ardore, il sabato successivo le forze di polizia eseguirono con zelo il loro mandato fin dentro alla Diaz. Immemore o forse ignaro che solo nei paesi dove vi è un controllo autoritario dello spazio pubblico le forze di polizia organizzano e svolgono il servizio d’ordine nei cortei, l’arrogante e mai pago presidente della Lila, Vittorio Agnoletto, pretendeva la tutela poliziesca per le sue sfilate nonviolente. Solo in tarda serata, sopraggiunta la notizia che quel manifestante deceduto altri non era che il figlio di un noto sindacalista della Cgil genovese, il “reprobo” Carlo Giuliani divenne finalmente un ragazzo da difendere, un imbarazzante martire da far proprio.
(1) Le Courrier d’information, n. 246, Martedi 19 giugno 2001.
(2) Un isterico Vittorio Agnoletto e un fin troppo incauto Fausto Bertinotti.
A Carlo Giuliani, 8 anni dopo
Scrivere a te mi è stato facile per molto tempo, quasi naturale … ora non lo è più.
E’ ogni giorno, ogni anno più doloroso e gli anni ormai son tanti, son otto.
Otto anni fa eri ancora vivo, lo eri a pochi passi da me, lo eravamo ancora tutti.
Quell’urlo, le urla di ognuno di noi squarciarono quel cielo maledetto, quel cielo violentemente limpido,
che appariva lontanissimo per il persistere dei fumi dei lacrimogeni… quel maledetto cielo che sarebbe stato meglio ci cascasse addosso: sarebbe stato meno doloroso di quell’urlo maledetto. Genova assassina e maledetta, Genova che mai liberammo, Genova che spezzò le nostre gambe senza farle mai rialzare..
Quell’urlo indimenticabile…che c’ha ammazzato tutt@ sette anni fa, e che persiste…
Carletto col nostro stesso sangue, Carletto con la stessa identica necessità di noi tutt@ di essere lì quel giorno,
Carletto e la sua voglia di vivere che l’ha fatto scendere in strada,
Carletto e il suo estintore, e il suo istinto di re-azione davanti a quel nemico marciante, mai visto prima in quel modo.
Un nemico nuovo, mai più come prima.
E in quello spartiacque sei scomparso tu, sangue nostro.
Tu e il tuo magro passamontagna.
Tu, ad aggiungerti a già troppi nomi, tu ad aprire la lista dei morti nostri, della mia generazione.
Ciao Carle’, mi vivi dentro passo dopo passo
A Carlo Giuliani, al suo assassino stupratore
“Non è un tipo che si fa ingabbiare”
Dieci, Nessuno, Trecentomila
Genova, dieci anni dopo
La vergogna di Strasburgo
Quel passo in più
Finanzieri che stuprano…
I due militari di 25 e 30 anni, del gruppo pronto impiego, sono indagati per violenza sessuale. Oltre al fermo per stupro, la contestazione di un’altra mezza dozzina di reati: fra questi il peculato, l’omissione di atti d’ufficio, l’abuso di potere e l’abbandono di posto, che da solo comporta fino a tre anni di carcere
Hanno accostato con la pattuglia di servizio. Un normale controllo antiprostituzione, all’apparenza, uno dei tanti previsti dalle ordinanze del Comune. Il cliente, impaurito, ha fatto scendere la ragazza, ha messo in moto ed è sgommato via. Lei, romena, una ventina d’anni, davanti ai due uomini in divisa grigia e basco verde era pronta a recitare la solita formula: «Non ho documenti, non ho un fidanzato, qui si lavora poco, la multa non so come pagarla». Invece di vedersi recapitato il verbale da 450 euro, la lucciola è stata invitata a seguire il capopattuglia in auto. Qui è stata costretta a un rapporto orale, poi ancora a un rapporto completo mentre l’autista, fuori, voltava lo sguardo da un’altra parte.
Adesso i due militari di 25 e 30 anni, del gruppo pronto impiego della guardia di finanza, sono indagati per violenza sessuale.
Ore 2 di lunedì notte, viale De Gasperi, oltre la circonvallazione esterna. Tra le viuzze laterali dello stradone che porta all’i mbocco dell’Autolaghi e dell’A4 c’è la solita attività notturna di prostitute e clienti. La Fiat Bravo blu notte con bande laterali verde e gialla punta i fari su un’auto in sosta isolata. Dal finto controllo all’aggressione della lucciola, è un attimo. Lo stupro si consuma in meno di mezz’ora. La ragazza è scossa, si produce in un pianto ininterrotto, disperato. L’autista della pattuglia, racconterà più tardi la ragazza alla polizia, le si avvicina senza dire nulla e senza saper bene se per consolarla o filar via in fretta. Quando la pattuglia delle Fiamme gialle rimette in moto, ci sono un paio di compagne di marciapiede attorno alla ragazza. Raccolgono i suoi singhiozzi. Una di loro prende la targa della pattuglia e fa il 113.
Agli agenti delle volanti la ragazza fa un racconto dettagliato, lucido, prima di essere portata al soccorso violenze sessuali della Mangiagalli per le visite di rito, il tampone e il referto. I due finanzieri vengono portati in questura di prima mattina, la loro auto parcheggiata nel piazzale e a disposizione della scientifica per i rilievi. Dopo qualche titubanza, il graduato e il sottufficiale ammettono: «Abbiamo fatto una cazzata».
La loro posizione, tralasciati gli ovvi imbarazzi di Questura e comando provinciale della Gdf, è delicatissima. I due militari rischiano, oltre al fermo per stupro, la contestazione di un’altra mezza dozzina di reati. Tra questi il peculato, l’omissione di atti d’ufficio, l’abuso di potere e l’abbandono di posto, che da solo comporta una pena fino a tre anni di carcere. Oltre a uno scontato provvedimento disciplinare — e la «piena collaborazione» con la magistratura, fanno sapere i vertici milanesi delle Fiamme gialle — e a un possibile approfondimento d’indagini per verificare se i due militari avessero già commesso violenze in passato
Il New York Times attacca la giustizia italiana
Il New York Times attacca la giustizia italiana, da Reportonline, di Valentina Perniciaro
Amanda Knox, il « volto d’angelo » presunta complice nell’assassinio di Meredith ha preso parola per la prima volta davanti ai giudici della Corte d’assise di Perugia, continuando a dichiararsi innocente : « Tutto ciò che ho detto, me l’ha suggerito la Polizia. Gli agenti mi hanno picchiato, mi chiamavano stupida e bugiarda. Ciò che ho detto, l’ho detto perché messa sotto pressione. Le dichiarazioni sono state prese contro la mia volontà. Ho detto ciò che ha suggerito il pm”.
Parole pesanti, che avranno peso nel processo e forte eco sulla stampa americana che già da giorni, dopo l’articolo del premio Pulitzer Thimoty Egan sul New York Times on line, scrive dell’innocenza della studentessa e soprattutto sul processo farsa di cui lei sarebbe vittima.
Nel suo articolo Egan non usa mezzi termini contro il sistema giudiziario italiano, la stampa e soprattutto contro l’inchiesta che sta portando avanti dal primo giorno il pm Giuliano Mignini « potente procuratore italiano incriminato per comportamento scorretto che qualunque giuria seria lo avrebbe già ricusato da mesi» e difende con forza l’innocenza dell’imputata, « una studentessa altrettanto vivace della vittima la cui vita e’ stata quasi distrutta dalla collisione fra un giornalismo rapace e una procura sciatta”.
Nel suo blog il giornalista ricostruisce l’intera vicenda giudiziaria, dimostrandosi già sufficientemente scandalizzato dal primo interrogatorio che durò un’intera notte senza la presenza di un avvocato nè di un interprete. Le dichiarazioni di quella notte sono state per mesi la sola prova nelle mani degli inquirenti ed hanno permesso gli arresti di Amanda Knox e del suo fidanzato Raffaele Sollecito, dando in pasto alla stampa italiana quella che Egan descrive come una vera e propria ossessione del pm Mughini : dimostrare che l’assassinio sia avvenuto durante un’orgia con fiumi di cocaina a cui la vittima voleva sottrarsi.
Le prove trovate dopo mesi contro la coppia « appaiono difettose ed incerte », e i due continuano a dichiararsi innocenti., mentre Rudy Guede è stato già condannato a 30 anni per questo delitto.
La stampa italiana, e non solo quindi la procura che si occupa delle indagini, fa una pessima figura tra le righe del NYTimes, per la pubblicazione continua di numerosi dettagli della vita privata e dei costumi sessuali di Amanda, « una cosa che non sarebbe stata mai fatta con un uomo”.
Difficile controbattere a questa ricostruzione, anche dopo le dichiarazioni di ieri della stessa Amanda, ma soprattutto conoscendo la giustizia italiana e l’onestà di certe indagini. Chi ricorda Karol Racz e Loyos, accusati dello stupro della Caffarella sa come funzionano gli interrogatori della polizia e come la stampa è pronta a sciacallare e ad invocare il boia. Certo è difficile immaginare che quello sia il viso di un’assassina, ma non siamo soliti usare metodi lombrosiani per arrivare ai verdetti, nè però, lo ammettiamo, per questi abbiamo un grande amore, privatori di libertà e chiavistellatori di vite umane.
a tra poco…
Ancona: si suicida invece di attendere lo sfratto…
Ci si suicida per paura di perdere casa e lavoro, nel paese che parla di Noemi, nel paese che non è più nemmeno in grado di sognare un qualcosa di diverso per noi, per i nostri figli e per i nostri vecchietti.
E’ successo in un quartiere della periferia di Ancona, questa mattina. Un uomo di 63 anni s’è ammazzato, con un colpo di pistola al cuore mentre aspettava lo sfratto. Aveva lasciato anche le chiavi di casa attaccate alla porta, già consapevole probabilmente che il suo corpo sarebbe stato proprio trovato dall’ufficiale giudiziario che lo cercava per consegnagli lo sfratto.
Gli ha lasciato le chiavi…
Nel frattempo un esempio di come vengono licenziate i lavoratori, con telegrammi ad effetto immediato… decine e decine al giorno.
MITTENTE:
_ _ _ _ _ _ SPA
ZONA INDUSTRIALE
74100 TARANTO
DESTINATARIO:
MARCO _ _ _ _ _ _
VIA _ _ _ _ _ _ _ N. _ _
74024 MANDURIA
TESTO:
IL PRESENTE PER COMUNICARLE L’AVVENUTA CESSAZIONE DEL RAPPORTO DI LAVORO TRA LEI E L’AZIENDA _ _ _ _ _ SPA.
IL PRESENTE HA EFFETTO IMMEDIATO , QUINDI NON DEVE RAGGIUNGERE IL SUO POSTO DI LAVORO GIA’ DA DOMANI MATTINA. SEGUE RACCOMANDATA CON I DETTAGLI. CORDIALMENTE
DISTINTI SALUTI
IL RESPONSABILE RISORSE UMANE G. _ _ _ _ _ _
Ucciso un compagno ad Atene
Hanno assassinato un compagno cretese a colpi di pistola nel quartiere simbolo della rivolta dello scorso dicembre ad Atene, Eksarkia.
Il ragazzo, 28enne, è stato ucciso oggi a mezzogiorno a pochi passi dal Politecnico : fermato all’angolo di una strada da una moto da Enduro con sopra due persone che indossavano maschere sotto i caschi integrali e freddato con 4 colpi di pistola. Una volta a terra è stato colpito da altri due colpi a bruciapelo, poi i due killer si sono dileguati in moto.
Moto che è stata ritrovata poco dopo, abbandonata non troppo lontano.
Il ragazzo ucciso faceva parte del movimento, era un un operaio elettricista, un compagno che era stato arrestato durante gli scontri dei mesi scorsi.
Proveremo a capirci qualcosa tra un po’…
MALEDETTI ASSASSINI
DOLOFONI!
Ad esplorar le mie quattro ossa…
QUESTE PAGINE RESTERANNO SILENZIOSE PER UNA MANCIATA DI GIORNI.
NOI SI VA A FAR PERDERE LO SGUARDO, A VOLARE INTORNO AI FALCHI, A CHIACCHIERARE COL VENTO…
“Non ho mai aperto una via di roccia, perché mi sento un passante, senza diritto di chiodo e martello. In montagna mi piace passare senza far rumore, anche quando salgo un sentiero. Cerco nei passi e nei gesti della scalata di essere leggero, di non lasciare traccia. Lì più che altrove sono un intruso.
Mi piace tentare cose dure per me ma prima di tutto viene l’entusiasmo per l’ambiente, l’intesa con l’atmosfera e i compagni di scalata. Invece rinuncio senza difficoltà alla magnesite, non l’ho mai usata. Ho pelle secca e mani esercitate da quasi vent’anni di vita da operaio, non mi sudano, anzi le devo lubrificare con qualche sputo.
Tutte le vie che ho salito, compreso “Viaggio = infinito”, portano le mie impronte digitali senza polvere bianca. A volte rinuncio volentieri alle scarpette, per piacere di scalare scalzo.
Il gusto delle scalate sta per me nel fatto che il corpo prende il sopravvento sulla testa, governa lui. La roccia è il campo in cui la testa smette di dare ordini, di essere padrona e signora. Le parti del corpo impongono il loro regime assembleare, tutte le parti, dalle dita dei piedi fino ai muscoli del collo. L’arrampicata è il regime democratico del corpo, la sua presa di potere. La testa registra, ricorda, archivia, ma segue, viene dietro il corpo. Qualche volta la testa si ribella e manda al corpo segnali di paura, ma basta che il corpo si fermi un momento ad ascoltarsi vivere, respirare, e il messaggio viene rispedito indietro. Insomma sulla roccia il corpo dimostra che magnifica macchina sia e quanto sconosciuta.
Non obbedisco a prescrizioni scientifiche, non tocco il pan Gullich, faccio molte prese su tetto, medie e grandi, poi reggo un po’ di tacche con del sovraccarico cercando di migliorare la forza delle singole dita. Una seduta mi consuma più di una giornata a scalare. E’ bello scoprire che ci sono margini impensati di miglioramento anche tardi, è bello inoltrarsi in questa magnifica macchina del corpo che ci è stata fornita dal massacrante lavoro delle innumerevoli generazioni. Io sento di stare nelle ossa di un prototipo messo a punto da un’officina di m millenni. Più m’inoltro e più si rivelano funzioni nuove, comprese quella di poter essere più efficiente adesso di quando avevo vent’anni. Sono un esploratore delle mie quattr’ossa.” Erri De Luca in un’intervista sull’arrampicata
Mediterraneo, il mare nostrum è sempre più un cimitero liquido
“Non è spuntato ancora un Omero per cantare le imprese colossali e desolate dei migratori che traversano il mondo a piedi e salgono sulle onde ammucchiati in zattere. Non si è affacciato un poeta cieco e perciò visionario a raccontare il mare spalancato, la deriva e il naufragio. Non c’è un Omero e neanche lo straccio di un nocchiero, di un Miseno, nella ciurma di Ulissi senza governo, tra Eolo re dei venti e Posidone signore delle terre emerse.”
Erri De Luca, “Odissea di morte”
LEGGI:
Siamo tutti assassini!
Il mare della morte
La strage di Catania
I corpi sugli scogli
Ronde e Bidet
MA VI RENDETE CONTO?
MOLTE DONNE SU 100 ODIANO LE RONDE, I PACCHETTI SICUREZZA, LO SPECULAZIONE CHE SI FA SUI NOSTRI CORPI E SULLA VIOLENZA CHE SUBIAMO, MOLTE DONNE SU 100 SI DIFENDONO ORGANIZZANDOSI, PRENDENDO COSCIENZA DI SE’, PARTECIPANDO AD UNA COLLETTIVITA’ ALTRA, LIBERANDOSI DA STUPRATORI, PRETI, GIUDICI E CARCERIERI.
MOLTE DONNE SU 100 SPERO SI LAVERANNO CON ALTRO.
“Il sesso lo decideranno i padroni”: piccolo elogio del film Louise Michel
Io non so scrivere di cinema, non so raccontare i film, non so fare recensioni. Ma questa volta non riesco a non farlo perchè da quando ho visto questa pellicola mi prudono le mani e vorrei che più gente possibile vedesse questo piccolo capolavoro francese, manifesto tragicomico, provocatorio e radicale del bisogno di alzare la testa in qualche modo rocambolesco della sfruttata classe operaia nell’Europa del capitalismo delle multinazionali.
Louise Michel prende il suo nome dalla comunarda anarchica francese…è un film di cui non so se raccontarvi la trama (non credo sia il caso altrimenti poi non ci andate) in cui un uomo per lavorare in una fabbrica si finge donna e una ex bambina diventa uomo per raggiungere una soddisfazione sportiva. “Avete rifiutato le 35 ore e gli aumenti di salario, ma non rifiuterete questi grembiuli nuovi” … il padrone (che poi non è che un servo tra i tanti del vero, quasi irraggiungibile, padrone)
prova ad imbonirsi le operaie malgrado i loro sguardi scettici: prendono questo grembiule e il giorno dopo trovano la fabbrica vuota. Tutto era stato portato via: macchinari e lavoro, quindi il proprio sfruttamento quello che ti permette di arrivare al giorno dopo.
20.000 euro di risarcimento da dividere in venti: spiccioli inutili in questo modo. Che fare?
Bhè sono pochi per tutti: ma non per un killer che vada ad ammazzare il padrone. La votazione è unanime: questo si che è un modo per far fruttare quella miseria data da un porco padrone dopo 20 anni di sudore nella sua fabbrica.
E qui inizia il bello, l’avventura divertente di questa strana coppia che tra Francia, Belgio ed Inghilterra cercano di ammazzare il padrone giusto, quello che sia il vero responsabile della chiusura della fabbrica e quindi del licenziamento di tutte le operaie.
La decisione, ad ogni errore, è sempre la stessa, unanime: andare avanti fino ad accoppare quello giusto.
Geniale, sarcastico, girato in modo strano con la telecamera quasi sempre fissa, con le immagini sfocate e i dialoghi stretti e necessari: con un gioco di sguardi, sessualità negate e poi ritrovate, di pistole autocostruite, di killer professionisti che non sanno azzittire i cani, di piccioni spennati e cinismo, tanto cinismo.
Un film piaciuto alla critica ma che ha creato grandi deliri nei forum italiani, in cui il popolino servile e estremamente attaccato al culo del padrone (come amano leccare questi miserabili italiani) si è molto innervosito e quasi scandalizzato per una pellicola del genere.
Stiamo anni luce indietro alla Francia: tanto che lì sequestrano i manager, qui li facciamo passare sui nostri corpi mentre lecchiamo le loro suole.
Chi odia i padroni, chi è sfruttato, chi è stato costretto a modificare se stesso per arrangiare il modo di arrivare a fine mese: QUESTO E’ IL FILM PER NOI
“Ora che sappiamo che i ricchi sono dei ladri, se i nostri padri e madri non riusciranno a bonificare la terra quando saremo grandi ne faremo noi carne macinata” Louise Michel
Drug detector per mamme preoccupate e dipendenti di Montecitorio con valigie colme di cocaina
Distribuito gratuitamente in 73 farmacie di Brescia e provincia (nemmeno poche, cavolo!) il DRUG DETECTOR consentirà alle mamme italiane di scoprire se i loro amati figlioletti si drogano o no.
E’ un’iniziativa promossa dalla stessa amministrazione provinciale ( più che provinciale sembra penitenziaria ) inserita nella campagna No Alla Droga!.
Un test semplice e rapido in grado di rilevare la quantità e il tipo di sostanza assunta (cannabis, cocaina, ecstasy, anfetamina, eroina…) che verrà dato a disposizione delle famiglie (proprio vero che la Famiglia è il luogo più pericoloso…) che ne faranno richiesta.
Ma non è finita qui e l’invidia tra province (eh, proprio Province con la P maiuscola) ha fatto immediatamente mobilitare il comune di Milano con dichiarazioni dell’assessorato provinciale ai giovani che ci tranquillizzano dicendo che non è certo quella di Brescia la prima iniziativa mirata a promuovere il controllo dei figli all’interno della stessa famiglia. Corrado Ghiardelli, dell’assessorato, ha ricordato il progetto presentato poco fa di un braccialetto con etilometro capace di spedire al genitore un sms qualora il figlio avesse superato il limite consentito e non fosse quindi in grado di mettersi al volante. “E’ ora di finirla con l’omertà. Serve uno sforzo di tutti: anche in famiglia bisogna prestare la massima attenzione e la Provincia vuole essere d’aiuto in tale direzione.”
Progetti a firma di una classe dirigente mafiosa e bagnata da fiumi di cocaina:
basta guardare l’arresto avvenuto la scorsa settimana a Lugano della segretaria del gruppo parlamentare della Lega Nord a Roma (Simona Patrignani, 38enne romana), che si trovava tranquillamente a passeggio con una borsa contenente 8 kg di cocaina (che ammontano a circa 200mila dosi: i conti fateli voi) appena sbarcati dal Brasile con un breve scalo a Zurigo. Non era nemmeno la prima volta che l’illustre impiegata viaggiava dal Sudamerica con scali svizzeri.
Notizia che però ha trovato solo 19 righe del Corriere della Sera e poco più. POVERA ITALIA.
Suicidi in carcere ed etica della responsabilità
La metto così: il carcere è, e in sostanza è sempre stato, una questione totale: cioè, una questione in ogni suo aspetto, un continuum di criticità, che si tengono tutte fra loro. La questione dei suicidi in carcere, a mio avviso, va letta così. Nel contesto del carcere, per dire una cosa ovvia, tutto quello che dovrebbe rilevare sul nostro tema è la sua vivibilità o la sua invivibilità. Il discorso potrebbe allora svilupparsi nella ricostruzione di tutti i fattori e dinamiche di invivibilità, non pochi e non leggeri. Poi, bisognerebbe attuare una strategia dell’attenzione nei confronti di coloro che soffrono in modo speciale la invivibilità.
Ma c’è, indubbiamente, a monte di questi aspetti, un primo punto che non può essere ignorato: ed è quella che potrebbe essere chiamato la «vivibilità dell’arresto», che ha un proprio rilievo, provato dal dato statistico (ricavato dal libro di Baccaro e Morelli: «Il carcere: del suicidio e di altre fughe», letto in bozza) che il 28% dei suicidi in carcere si verificano entro i primi dieci giorni e il 34% entro il primo mese. Sotto questo profilo del «tintinnio delle manette», il carcere fa solo da cornice al precipitare di vicende individuali, rispetto alle quali un sistema di attenzione degli operatori non è facile, specie in presenza di certe strategie processuali. Naturalmente, c’è chi dirà: «Non vorrai mica che il carcere non faccia paura?».
Ma veniamo ai fattori di invivibilità del carcere, subìti e sofferti da tutti e da alcuni fino a rinunciare alla vita. Il primo è quello legato al sovraffollamento, che ha due aspetti a cominciare dal fatto di vivere a ridosso immediato di altre vite, il levarsi reciprocamente l’aria, il che non è affatto poco (gli esperimenti per le scimmie dicono che diventano nervose: e gli uomini?). Ma poi, in una struttura sovraffollata, inevitabilmente le disfunzioni sono infinite. Si lotta per sopravvivere a livelli minimi.
Il Comitato per la Prevenzione della Tortura del Consiglio di Europa (Cpt), ha considerato la situazione di sovraffollamento in carcere, come «trattamento inumano e degradante». Tanto maggiore sarà la invivibilità quanto più si accompagnerà alle lunghe permanenze in cella, a fare della cella il luogo di una vita invivibile. E la normalità, in situazioni del genere, è che dalla cella si esce solo per brevi periodi «d’aria», ma non per lavorare o per altre attività né, per molti dei detenuti (stranieri, persone sbandate per le ragioni più varie, etc.), per avere colloqui con i familiari. E’ possibile costruire prospettive di uscita da queste situazioni? Lo impediscono: la povertà delle risorse organizzative del carcere su questo versante, le risposte sempre più difficili e spesso negative della magistratura, lo stesso ridursi delle possibilità o la mancanza di queste per la fascia sempre più numerosa degli stranieri, che attendono solo l’espulsione (nei grandi carceri metropolitani sono ormai ben oltre il 50%, ma anche la media nazionale si avvicina al 40%). C’era una volta un Ordinamento penitenziario che dava delle speranze di permessi di uscita, di misure alternative, ma anche questi spazi si sono sempre più ristretti – per leggi forcaiole e per magistrati condizionati dal clima sociale che le produce – e le speranze si sono trasformate in delusioni.
D’altronde, il suicidio non è l’unico prodotto della invivibilità delle carceri: lo sono anche i tentati suicidi, come pure, spesso difficili da distinguere dai primi, i gesti autolesionistici. Tutto insieme, si arriva vicini all’inferno. C’è, comunque, una campagna della amministrazione penitenziaria per individuare e agire a sostegno dei soggetti più a rischio. Ma non si può sperare che questo serva quando gli sforzi necessari sono limitati da poche risorse, destinati a durare per poco tempo, come accaduto in passato, affidati ad un sistema di sorveglianza psicologica e psichiatrica mai costruito adeguatamente: il tutto sempre dentro quelle condizioni di invivibilità che si mantengono e si concorre anzi ad aggravare, come dimostra l’accelerazione delle dinamiche di sovraffollamento. Tento una conclusione. Sentire, tutti, la responsabilità di questi morti e del carcere che li produce è una scelta etica desueta.
____Sandro Margara: Il Manifesto del 22 Aprile 2009____
E’ morto J. G Ballard
Abbiamo a che fare con un nuovo esempio di uomo e di donna: occhi stretti, passivi, che stringono in mano le loro carte di credito dei grandi magazzini. Credono a qualsiasi cosa che la gente come lei gli dice. Vogliono essere presi in giro, vogliono essere convinti a comprare delle emerite schifezze. La loro istruzione si basa sugli spot televisivi. Sanno che le uniche cose che valgono sono quelle che possono mettere nella busta della spesa. Questa è una zona infestata e la peste si chiama consumismo. […] E’ un nuovo tipo di democrazia, si vota alla cassa invece che alle urne. Il consumismo è lo strumento migliore mai inventato per controllare le persone. Nuove fantasie, nuovi sogni, nuove antipatie, nuove anime da salvare. Per qualche strana ragione chiamano questo shopping. Ma in realtà è la forma più pura di politica.
[…]Avevo assistito all’insorgenza di un nuovo tipo di odio, silenzioso e disciplinato, un razzismo stemperato da tessere fedeltà e codici pin.
[…] Il consumismo è andato fuori strada e adesso sta cercando di trasformarsi in qualcos’altro. Ha provato con il fascismo, ma non è abbastanza primitivo. L’unica cosa che rimane è la follia allo stato puro…
LIBERAMENTE TRATTO DA “REGNI A VENIRE”
Damasco, raccontata 700 anni fa…
“Il giovedì 9 del venerabile mese di Ramadan dell’anno giunsi a Damasco di Siria e presi alloggio nella màdrasa malikita, nota come al-Sharabishiyya [dei fabbricanti di sharbush, copricapo tipico degli emiri]. Damasco supera le altre città in bellezza e le oltrepassa con il suo splendore.
Ogni descrizione, per quanto precisa, è sempre troppo limitata per dirne tutta l’avvenenza, ma non vi sono parole più squisite di quelle di Abu al-Husayn ibn Jubayr, che così si espresse: “Sì, Damasco è il paradiso d’oriente, il luogo dell’origine della sua splendida luce; l’ultimo paese dell’Islam in cui siamo giunti, sposa novella fra le città che svelammo. Agghindata di fiori di piante odorose, spunta dai giardini avvolta in drappi di broccato e per la sua bellezza occupa un posto d’alto rango, s’asside sul trono nuziale con splendidi ornamenti. S’onora d’aver dato rifugio al Messia e a sua madre su un’altura tranquilla e irrigata di fonti, dove l’ombra è fitta e l’acqua paradisiaca. Qui i ruscelli serpeggiano ovunque e la brezza leggera dei giardini infonde vita agli animi. Damasco mostra il proprio fascino a chi l’ammira in tutto il suo splendore e dice: “Orsù venite qui, ove beltà risiede sia la notte che il dì!” La sua terra è a tal punto sazia d’acqua che quasi desidera aver sete, e poco ci manca che anche i duri e aspri sassi dicano: “Percuoti col piede la terra: ne sgorgherà acqua fresca buona a lavarti e per bere!” [Corano]. I giardini la circondano come l’alone che cinge la luna, sembrano petali tutto intorno ad un fiore. Verso
oriente si estende a perdita d’occhio la sua Ghuta verdeggiante e ovunque si volga lo sguardo, si resta ammaliati dallo splendore dei frutti maturi. Oh sì, ben son nel vero quanti di lei dissero: “Se il paradiso è qui sulla terra, esso per certo si trova a Damasco, ma se non può stare altrove che in cielo, in bellezza Damasco lo sfida quaggiù.”
Ibn Juzary aggiunge che un poeta di Damasco ha composto a tale proposito questi versi:
Se l’Eden eterno è qui sulla terra,
esso è a Damasco, e in nessun altro luogo.
Se invece è nei cieli, su Damasco ha disperso
la sua lieve brezza e le sue qualità.
Ecco un paese stupendo e un Maestro indulgente!
Gioiscine dunque da mane a sera!
Ibn Juzary afferma inoltre: “Quel che hanno detto i poeti descrivendo le bellezze di Damasco è così tanto che non lo si può contare. Mio padre era solita descriverla declamando i versi di Sharaf al-Din ibn Muhsin:
Damasco! Mi rodo di struggente desiderio
come oppresso da calunnia e dal biasimo assillato…
Ah paese dove i ciottoli son perle e la terra appare d’ambra!
Vi frizza l’aria quale dolce vinello,
l’acqua vi scorre in libertà,
e rinfresca i giardini di un lieve soffio di vento!
E infine Nur al-Din:
Damasco:
Siccome l’Eden è per lo straniero,
che qui si scorda il paese natio.
Ah, qui suoi sabati tanto famosi
stupendo spettacol di grande beltà!
Qui non si vedon che amanti e amati,
colombe che tuban sui rami al vento
e, tra gioia ed effluvi, superbi fiori “
Questo brano è tratto da “I VIAGGI” di Ibn Battuta, steso a partire dal 1325. Personaggio incredibile, di origine berbera, passò 28 anni della sua vita percorrendo l’equivalente di quarantaquattro stati moderni (Africa, Medioriente, India, Cina, Isole Maldive, territori del Volga…). Il celebre libro fu steso da uno scriba del sultano che annotava con ordini i racconti e le sue osservazioni.
Prima poi metterò sul blog un altro piccolo omaggio alla mia amata Damasco… con qualche stralcio di poesie di Nizar Qabbani, straordinario poeta siriano scomparso poco più di dieci anni fa
Epicentro Solidale e il fantasma “sciacallo”
I compagni hanno aperto un sito dall’ Epicentro Solidale creato dal movimento romano in Abruzzo,
come forma di solidarietà dal basso per tutti coloro che sono stati colpiti dallo sciame sismico che ha raso al suolo L’Aquila e la sua provincia e continua a flagellare la popolazione, che ha già perso tutto ed ora si trova doppiamente vittima dei teatrini di potenti e speculatori.
Ovviamente assolti gli unici 4 che erano riusciti ad indagare per sciacallaggio: si preparano ad inasprire pene e scarabocchiare decreti per una cosa totalmente inventata. Sappiamo benissimo chi sono gli sciacalli.
Un appello per chi porterà nei centri di raccolta : sarebbe utile portare, oltre a stufe, fornelletti, coperte, materassini e tutto quello che può far giocare e star bene i bambini, anche qualcosa per gli adulti e per i più anziani. Qualcosa che possa distrarli e fargli passare un po’ le ore, visto che passano intere giornate a non far nulla, nel totale sconforto, dentro le tendopoli. Quindi sono utili carte, parole crociate, riviste, scacchiere e cose simili.
Anche quello è importante.
Il tempo tra quelle montagne belle e stracolme di disperazione non sembra passare mai.
Resisti Abruzzo, RESISTI!

Rientro dall’Abruzzo, ormai terra familiare, solamente ieri sera e poche ore dopo…il terremoto.
Terra di dirupi, di grotte e panorami che cambiano ogni metro, terra di lupi e orsi (stavolta lo posso dire forte), di montagna aspra e colline dolci.
Terra di gente genuina, dal dialetto stretto , simpatico e contagioso; gente generosa, silenziosa e piena di voglia di cantare, ridere e mangiare.
Una terra che sa accogliere e farti tornare indietro nel tempo, come se per bere dovessi risalire dal Calacroce con la conca in testa e l’acqua della fonte, come se la Morgia fosse sempre stata nel mio orizzonte.
Un Abruzzo in ginocchio ad una manciata di ore da quando m’ha salutato, da quando ho riempito di baci quella mamma montagna che ogni giorno svela un ruscello, un fiore, un animale, un lato sconosciuto.
Ogni luce dona alla dolce Majella un colore nuovo, un profilo più dolce del precedente.
Terra di pascolo e mulattiere, di scoppolette e formaggi di pecora, terra genuina che non sembra l’Italia di oggi.
Aspro e dolce Abruzzo, RESISTI.
E DOVRETE RACCONTARCI DI CHI SONO LE RESPONSABILITA’ DI TUTTO QUESTO, CI DOVRETE DIRE COME E’ POSSIBILE CHE CADANO SBRICIOLATI OSPEDALI E PREFETTURE E NON CASE ANTICHE, O ABUSI DI PERIFERIA.
CI DOVRETE DIRE COME COSTRUITE IN UN TERRITORIO ALTAMENTE SISMICO, CI DOVRETE DIRE PERCHE’ SIAMO L’UNICO PAESE AL MONDO DOVE IL CEMENTO ARMATO SI SBRICIOLA COME IL CARTONE.
UN PENSIERO VA A TUTTI GLI SFOLLATI, A TUTTI COLORO CHE LOTTANO PER USCIRE VIVI DALLE MACERIE.
UN PENSIERO PARTICOLARE A TUTTI I DETENUTI DELLA REGIONE ABRUZZO, RICCA ANCHE DI CARCERI DI MASSIMA SICUREZZA, DI CUI NESSUNO CI FA SAPERE NULLA: PERCHE’ TERREMOTO E CARCERE SONO DUE COSE CHE PENSATE INSIEME DOVREBBERO FAR VENIRE VOGLIA A TUTTI, A TUTTI, DI ANDARE LI’ E BUTTAR GIU’ QUELLE MURA, QUEI BLINDATI, QUELLE SBARRE.













































































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