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Archive for the ‘Personale’ Category

Tenerife: infarto sul lavoro, il “sin papel” viene lasciato morire

13 agosto 2009 Lascia un commento

I fatti risalgono al 25 luglio scorso ma la notizia è uscita solamente due giorni fa sulla carta stampata spagnola, per fare poi rapidamente il giro della rete. Una notizia che viene dall’arcipelago spagnolo delle Canarie, in una località turistica nella zona settentrionale di Tenerife, ma che abbiamo sentito tante volte nel nostro paese e grazie alle nuovi leggi sull’immigrazione e all’introduzione del reato di clandestinità sentiremo con frequenza quotidiana. 000081a_hb_p_005Un malore sul posto di lavoro: Luis Beltràn Larrosa, 56enne uruguaiano “sin papel”, che lavorava in nero in un bar sulla spiaggia dell’isola si sente male durante il suo turno. Il titolare del bar, ex funzionario di polizia, pensa bene di prenderlo di peso, portarlo fuori, spogliarlo della sua tuta di lavoro e abbandonarlo lì, in mezzo alla strada. E’ stato un vicino a chiamare l’ambulanza, arrivata ormai quando il lavoratore irregolare era ormai spirato. Lo stesso che ha poi raccontato di aver visto il titolare del locale svestirlo dei suoi abiti di lavoro e abbandonarlo lì senza chiamare i soccorsi. All’arrivo della Guardia Civil l’uomo ha dichiarato di aver portato Larrosa fuori solo per farlo respirare meglio, e di aver aspettato con lui i soccorsi. Intanto, su denuncia del figlio, la notizia è venuta alla luce, in attesa dell’autopsia dell’ennesimo lavoratore fantasma, morto invisibile.
(Valentina Perniciaro, altronline)

IKEA nel paese della giustizia fai da te!

12 agosto 2009 2 commenti

Nel paese dove i bambini nascono fantasmi e clandestini, 
nel paese dove è nato il reato della clandestinità,
nel paese delle leggi speciali, delle carceri speciali, dei bracci speciali,
nel paese dell’odio all’immigrato, a quello più povero di noi,
nel paese di Di Pietro e Travaglio, nel paese che si sbrodola per  Saviano (proprio quello che crede Israele il miglior paese al mondo), 
nel paese dove si tortura per arrivare a dire che lo stupratore è straniero, romeno, diverso,
nel paese dove le donne vengono ammazzate e violentate dentro casa dai propri compagni…

proprio in Italia IKEA inventa un prodotto nuovo: SOKKOMB! http://www.sokkomb.com/
per i vostri giardini blindati, per difendere le vostre belle proprietà.
Comprate anche voi una ghigliottina da giardino!
In arrivo modelli adatti a saloni e camere per bambini!

Raid notturni su Gaza

10 agosto 2009 Lascia un commento

MIDEAST-PALESTINIAN-ISRAEL-MIDEAST-CONFLICT-GAZADalle poche notizie che circolano in rete e dalle conferme date dal portavoce dello Tsahal, esercito d’Israele, il raid notturno sulla piccola e martoriata Striscia di Gaza non sembrerebbe aver provocato vittime. Risaliva a meno di due mesi fa, il 14 giugno, l’ultima incursione il cui obiettivo sembrava identico: colpire i tunnel che collegano Rafah con il vicino confine egiziano, tunnel fruiti dalla popolazione per la circolazione di merci e medicine e dalle organizzazioni armate per il contrabbando di armi.  L’IDF ha dichiarato di essersi mosso per rappresaglia, dopo il lancio di tre salve di mortaio verso la zona settentrionale dello stato ebraico, malgrado questi non abbiano arrecato nessun danno. Lanci rivendicati nell’arco della settimana dalla Brigata Abu Ali Mustafa, braccio armato del Fronte Popolare per la liberazione della Palestina, e dalle Brigate di resistenza nazionale, vicine al Fronte democratico per la Liberazione della Palestina.

La relativa calma di queste ultime settimane è tornata illusione nella martoriata Striscia di Gaza.

Il CIE di Gradisca in rivolta

10 agosto 2009 Lascia un commento

police-partout3Il Pacchetto Sicurezza è realtà da 2 giorni. Una manciata di ore prima che entrasse in vigore, una giovane migrante in Italia da diverso tempo ha deciso di lanciarsi nel fiume Brembo proprio perchè non riusciva a regolarizzarsi ed era terrorizzata dall’idea di dover affrontare le nuove leggi razziali che regolamentano la permanenza dei migranti nel nostro paese. Si chiamava Fatima Aitcardi, 27 anni, proveniente dal Marocco, bagnato dal nostro stesso mare.
Introducendo il reato di clandestinità l’Italia ha deciso di porsi in fondo alla lista dei paesi civili, ha deciso di girare i tacchi ai diritti fondamentali dell’uomo, di rendere illegali i corpi e non le eventuali azioni delittuose. 
Ieri, com’era prevedibile, è scoppiata la rivolta in uno dei Centri di Identificazione ed Espulsione presenti sul nostro territorio: centri che vedranno moltiplicare di molte volte il numero di migranti reclusi, per l’inasprimento delle pene causato dall’aggravante della clandestinità e l’estenzione del trattenimento da 60 a 180 giorni. Il primo ad espodere è stato il CIE di Gradisca d’Isonzo, con una rivolta iniziata subito dopo le 21 e protrattasi fino alle 2 di notte, con la presa dei tetti, da dove urlavano verso la statale, che poco dopo è stata chiusa e lanciavano oggetti contro la polizia che arrivava con diverse volanti a circondare il centro. Più della metà dei presenti nel campo ha preso parte alla rivolta, poi la polizia è intervenuta con un massiccio lancio di lacrimogeni che hanno causato l’intossicazione di alcuni rivoltosi.
di Valentina Perniciaro, L’altronline 

“In te… milioni di volte mi sono ingrandito”

2 agosto 2009 4 commenti

La mia “condizione” non mi rende più molto capace di aggiornare il blog come ho fatto fino ad ora: le cose mi fanno incazzare, mi fanno bestemmiare, poi mi siedo davanti al Mac per scriverne e sfogarmi e non ci riesco. La mia “condizione” mi rende un po’ superficiale, mi rende incapace di spiegare a parole quello che mi passa dentro, non per la testa ma dentro
Poi, la perdita della più bella delle mie donne non aiuta a ritrovare un rapporto decente con le parole: immediatamente si accavallano alle lacrime, al peso della memoria che sento di dover portare ma forse di non saper sostenere.
Quindi ci sono, ma ci sono poco: sono in pianeta tutto mio, fatto del dolore della tua scomparsa, fatto soprattutto dell’amore per un profilo che cambia: il mio.
Mi sento piena e felice, mi sento felice si e non l’avevo mai scritto con questa tranquillità.
E così mi appendo, mi aggrappo, mi avvinghio alle parole di Erri (sempre più spesso ormai)…dedicate a sua madre. 

In te sono stato albume, uovo, pesce,
le ere sconfinate della terra
ho attraversato nella tua placenta,
fuori di te sono contato a giorni.

In te sono passato da cellula a scheletro
un milione di volte mi sono ingrandito,
fuori di te l’accrescimento è stato immensamente meno.

Sono sgusciato dalla tua pienezza
senza lasciarti vuota perché il vuoto
l’ho portato con me.

Sono venuto nudo, mi hai coperto
così ho imparato nudità e pudore
il latte e la sua assenza.

Mi hai messo in bocca tutte le parole
a cucchiaini, tranne una: mamma.
Quella l’inventa il figlio sbattendo le due labbra
quella l’insegna il figlio.

Da te ho preso le voci del mio luogo,
le canzoni, le ingiurie, gli scongiuri,
da te ho ascoltato il primo libro
dietro la febbre della scarlattina.

Ti ho dato aiuto a vomitare, a friggere le pizze,
a scrivere una lettera, ad accendere un fuoco,
a finire le parole crociate, ti ho versato il vino
e ho macchiato la tavola,
non ti ho messo un nipote sulle gambe
non ti ho fatto bussare a una prigione
non ancora,
da te ho imparato il lutto e l’ora di finirlo,
a tuo padre somiglio, a tuo fratello,
non sono stato figlio.
Da te ho preso gli occhi chiari
non il loro peso,
a te ho nascosto tutto.

Ho promesso di bruciare il tuo corpo
di non darlo alla terra. Ti darò al fuoco
fratello del vulcano che ci orientava il sonno.

Ti spargerò nell’aria dopo l’acquazzone
all’ora dell’arcobaleno
che ti faceva spalancare gli occhi.
Erri De Luca

Foto di Valentina Perniciaro _ A te, mio albero, radici profonde _

Foto di Valentina Perniciaro _ A te, mio albero, radici profonde _

 

Carlo Giuliani, quel passo in più

20 luglio 2009 10 commenti

Dal blog Insorgenze, prendiamo queste parole per Carlo…
Quel passo in più mentre gli altri andavano indietro… La tua vita è tutta lì. Per questo ti vogliamo bene

I tratti addolciti del viso tradivano la sua giovane età. Si era staccato dal gruppo e in una mano teneva una pietra che scagliò con tutta la sua forza contro un drappello d’uomini bardati con scudi e mazze, caschi e stivali, armi da fuoco alla cintola. Quasi appagato da quell’incosciente gesto di sfida, s’era voltato per riguadagnare le fila dei suoi compagni. Teneva larghe le braccia mentre le mani erano nude come in quella foto dell’anarchico diventata un manifesto, quando l’eco d’alcuni colpi di pistola risuonò nell’aria. I suoi compagni urlavano, mentre un poliziotto aveva freddamente preso la mira per fucilarlo alle spalle. In quel momento il suo sorriso s’era trasformato in una smorfia di dolore. goteborg.assassiniColpito alla schiena ma ancora incredulo continuava a camminare ma le sue falcate sembravano ormai passi di danza. Cadde sull’asfalto solo dopo aver compiuto una piroetta. Era il giugno del 2001, a Gotebörg. Il “movimento dei movimenti” solo per poco era scampato al suo primo morto. Un presagio maledetto che si avverò qualche settimana più tardi a Genova, in piazza Alimonda, dove un altro giovane, all’incirca della stessa età, venne ucciso da un coetaneo in divisa con un colpo in mezzo agli occhi.

Carlo Giuliani la morte l’ha vista in faccia mentre gli altri manifestanti avevano avuto il tempo d’indietreggiare di fronte a quell’arma spianata. Forse era troppo tardi per fermarsi o forse non voleva arretrare, ma andare fino in fondo per impedire a quel braccio teso, armato e in divisa di Stato, di continuare la sua minaccia. Due colpi, una quiete irreale cadde d’improvviso sul campo di battaglia rotta poi da nuove grida, mentre il corpo di Carlo veniva oltraggiato dalle ruote del Defender dei carabinieri.

“Fiori velenosi venuti solo per sfasciare”(1), non trovò migliore espressione una dirigente dell’organizzazione antimondialista Attac per liquidare i fatti di Gotebörg. Secca e adirata contro quella che ai suoi occhi sembrava una teppaglia neoluddista, madame Susan George, trovò più che normale che una pietra valesse un colpo di pistola tirato alle spalle. Autoconvocate, quelle orde d’insorti in cerca di sommosse non erano gradite. Disturbavano le ordinate kermes internazionali, i carnevali di strada, i convegni compunti dei professionisti dell’associazionismo, una nuova burocrazia della società civile che pensava di poter fronteggiare gli irruenti spiriti animali del capitalismo ultraliberale attraverso forme di regolazione economica, strumenti procedurali e regole etiche. Misure inadeguate quanto l’idea di poter fermare l’Oceano in tempesta con dei sacchetti di sabbia. Nello stesso periodo, un appello sottoscritto da intellettuali italiani e francesi, tra cui spiccavano le firme d’alcuni ex partecipanti ai movimenti politici degli anni Settanta, censurava le violenze e gli scontri di piazza, in modo particolre le brutalità commesse nei confronti di merci come “i cassonetti bruciati e le vetrine rotte”. Costoro invocavando manifestazioni ordinate e ottenevano nient’altro che forze dell’ordine.

Foto di Valentina Perniciaro _Genova, 20 luglio 2001_

Foto di Valentina Perniciaro _Genova, 20 luglio 2001_

Decisamente la storia non è intenzionata a smentire quell’adagio che vuole ogni tragedia ripresentarsi in farsa. Per nulla appagati da tanta stigmatizzazione etica prim’ancora che politica, prendiparola del Forum sociale genovese e leaders d’alcune componenti noglobal, sponsorizzati dai loro grandi elettori mediatici, lanciarono il ritornello infinito, e per giunta dopo un anno ancora non provato, degli infiltrati. Lo fecero a caldo, sopraffatti dal pregiudizio e da servile paura, quando il corpo straziato di Carlo Giuliani non aveva ancora un nome. Nei salotti volanti delle dirette Rai di prima serata che seguivano il G8 circolava ancora la voce che il giovane ucciso fosse uno spagnolo, di certo un basco, un black bloc in ogni caso. Gli invitati (2), ancora accaldati per aver sfilato nei cortei del pomeriggio, attaccarono le forze di polizia colpevoli d’inerzia per aver lasciato devastare la città da bande di facinorosi vestiti di nero. Le forze dell’ordine avevano assalito i cortei quando questi sfilavano ancora lungo i percorsi autorizzati, in diversi punti della città i carabinieri avevano fatto uso d’armi da fuoco, in risposta gli acuti esponenti noglobal invece di pretendere meno forze dell’ordine invocavano più forza pubblica in piazza. Sollecitati con tanto ardore, il sabato successivo le forze di polizia eseguirono con zelo il loro mandato fin dentro alla Diaz. Immemore o forse ignaro che solo nei paesi dove vi è un controllo autoritario dello spazio pubblico le forze di polizia organizzano e svolgono il servizio d’ordine nei cortei, l’arrogante e mai pago presidente della Lila, Vittorio Agnoletto, pretendeva la tutela poliziesca per le sue sfilate nonviolente. Solo in tarda serata, sopraggiunta la notizia che quel manifestante deceduto altri non era che il figlio di un noto sindacalista della Cgil genovese, il “reprobo” Carlo Giuliani divenne finalmente un ragazzo da difendere, un imbarazzante martire da far proprio.

(1) Le Courrier d’information, n. 246, Martedi 19 giugno 2001.

(2) Un isterico Vittorio Agnoletto e un fin troppo incauto Fausto Bertinotti.

Dieci anni da Genova

A Carlo Giuliani, 8 anni dopo

19 luglio 2009 12 commenti

Scrivere a te mi è stato facile per molto tempo, quasi naturale … ora non lo è più.

Carlo, a pochi passi dal proiettile che l'ha ucciso

Carlo, a pochi passi dal proiettile che l’ha ucciso

E’ ogni giorno, ogni anno più doloroso e gli anni ormai son tanti, son otto.
Otto anni fa eri ancora vivo, lo eri a pochi passi da me, lo eravamo ancora tutti.
Quell’urlo, le urla di ognuno di noi squarciarono quel cielo maledetto, quel cielo violentemente limpido,
che appariva lontanissimo per il persistere dei fumi dei lacrimogeni… quel maledetto cielo che sarebbe stato meglio ci cascasse addosso: sarebbe stato meno doloroso di quell’urlo maledetto. Genova assassina e maledetta, Genova che mai liberammo, Genova che spezzò le nostre gambe senza farle mai rialzare..
Quell’urlo indimenticabile…che c’ha ammazzato tutt@ sette anni fa, e che persiste…
Carletto col nostro stesso sangue, Carletto con la stessa identica necessità di noi tutt@ di essere lì quel giorno,
Carletto e la sua voglia di vivere che l’ha fatto scendere in strada,
Carletto e il suo estintore, e il suo istinto di re-azione davanti a quel nemico marciante, mai visto prima in quel modo.
Un nemico nuovo, mai più come prima.
E in quello spartiacque sei scomparso tu, sangue nostro.
Tu e il tuo magro passamontagna.
Tu, ad aggiungerti a già troppi nomi, tu ad aprire la lista dei morti nostri, della mia generazione.
Ciao Carle’, mi vivi dentro passo dopo passo

A Carlo Giuliani, al suo assassino stupratore
“Non è un tipo che si fa ingabbiare”
Dieci, Nessuno, Trecentomila
Genova, dieci anni dopo
La vergogna di Strasburgo
Quel passo in più

Finanzieri che stuprano…

17 giugno 2009 1 commento

Foto di Valentina Perniciaro _Genova 2007_

Foto di Valentina Perniciaro _Genova 2007_

I due militari di 25 e 30 anni, del gruppo pronto impiego, sono indagati per violenza sessuale. Oltre al fermo per stupro, la contestazione di un’altra mezza dozzina di reati: fra questi il peculato, l’omissione di atti d’ufficio, l’abuso di potere e l’abbandono di posto, che da solo comporta fino a tre anni di carcere

Hanno accostato con la pattuglia di servizio. Un normale controllo antiprostituzione, all’apparenza, uno dei tanti previsti dalle ordinanze del Comune. Il cliente, impaurito, ha fatto scendere la ragazza, ha messo in moto ed è sgommato via. Lei, romena, una ventina d’anni, davanti ai due uomini in divisa grigia e basco verde era pronta a recitare la solita formula: «Non ho documenti, non ho un fidanzato, qui si lavora poco, la multa non so come pagarla». Invece di vedersi recapitato il verbale da 450 euro, la lucciola è stata invitata a seguire il capopattuglia in auto. Qui è stata costretta a un rapporto orale, poi ancora a un rapporto completo mentre l’autista, fuori, voltava lo sguardo da un’altra parte.

Adesso i due militari di 25 e 30 anni, del gruppo pronto impiego della guardia di finanza, sono indagati per violenza sessuale. banner_donneperbeneOre 2 di lunedì notte, viale De Gasperi, oltre la circonvallazione esterna. Tra le viuzze laterali dello stradone che porta all’i mbocco dell’Autolaghi e dell’A4 c’è la solita attività notturna di prostitute e clienti. La Fiat Bravo blu notte con bande laterali verde e gialla punta i fari su un’auto in sosta isolata. Dal finto controllo all’aggressione della lucciola, è un attimo. Lo stupro si consuma in meno di mezz’ora. La ragazza è scossa, si produce in un pianto ininterrotto, disperato. L’autista della pattuglia, racconterà più tardi la ragazza alla polizia, le si avvicina senza dire nulla e senza saper bene se per consolarla o filar via in fretta. Quando la pattuglia delle Fiamme gialle rimette in moto, ci sono un paio di compagne di marciapiede attorno alla ragazza. Raccolgono i suoi singhiozzi. Una di loro prende la targa della pattuglia e fa il 113.

 

Agli agenti delle volanti la ragazza fa un racconto dettagliato, lucido, prima di essere portata al soccorso violenze sessuali della Mangiagalli per le visite di rito, il tampone e il referto. I due finanzieri vengono portati in questura di prima mattina, la loro auto parcheggiata nel piazzale e a disposizione della scientifica per i rilievi. Dopo qualche titubanza, il graduato e il sottufficiale ammettono: «Abbiamo fatto una cazzata».

La loro posizione, tralasciati gli ovvi imbarazzi di Questura e comando provinciale della Gdf, è delicatissima. I due militari rischiano, oltre al fermo per stupro, la contestazione di un’altra mezza dozzina di reati. Tra questi il peculato, l’omissione di atti d’ufficio, l’abuso di potere e l’abbandono di posto, che da solo comporta una pena fino a tre anni di carcere. Oltre a uno scontato provvedimento disciplinare — e la «piena collaborazione» con la magistratura, fanno sapere i vertici milanesi delle Fiamme gialle — e a un possibile approfondimento d’indagini per verificare se i due militari avessero già commesso violenze in passato

Foto di Valentina Perniciaro

Foto di Valentina Perniciaro

Il New York Times attacca la giustizia italiana

12 giugno 2009 Lascia un commento

 Il New York Times attacca la giustizia italiana, da Reportonline, di Valentina Perniciaro

Amanda Knox, il « volto d’angelo » presunta complice nell’assassinio di Meredith ha preso parola per la prima volta davanti ai giudici della Corte d’assise di Perugia, continuando a dichiararsi innocente : « Tutto ciò che ho detto, me l’ha suggerito la Polizia. Gli agenti mi hanno picchiato, mi chiamavano stupida e bugiarda. Ciò che ho detto, l’ho detto perché messa sotto pressione. Le dichiarazioni sono state prese contro la mia volontà. Ho detto ciò che ha suggerito il pm”.

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Parole pesanti, che avranno peso nel processo e forte eco sulla stampa americana che già da giorni, dopo l’articolo del premio Pulitzer Thimoty Egan sul New York Times on line, scrive dell’innocenza della studentessa e soprattutto sul processo farsa di cui lei sarebbe vittima.
Nel suo articolo Egan non usa mezzi termini contro il sistema giudiziario italiano, la stampa e soprattutto contro l’inchiesta che sta portando avanti dal primo giorno il pm Giuliano Mignini « potente procuratore italiano incriminato per comportamento scorretto che qualunque giuria seria lo avrebbe già ricusato da mesi» e difende con forza l’innocenza dell’imputata, « una studentessa altrettanto vivace della vittima la cui vita e’ stata quasi distrutta dalla collisione fra un giornalismo rapace e una procura sciatta”.
Nel suo blog il giornalista ricostruisce l’intera vicenda giudiziaria, dimostrandosi già sufficientemente scandalizzato dal primo interrogatorio che durò un’intera notte senza la presenza di un avvocato nè di un interprete. Le dichiarazioni di quella notte sono state per mesi la sola prova nelle mani degli inquirenti ed hanno permesso gli arresti di Amanda Knox e del suo fidanzato Raffaele Sollecito, dando in pasto alla stampa italiana quella che Egan descrive come una vera e propria ossessione del pm Mughini : dimostrare che l’assassinio sia avvenuto durante un’orgia con fiumi di cocaina a cui la vittima voleva sottrarsi.
Le prove trovate dopo mesi contro la coppia « appaiono difettose ed incerte », e i due continuano a dichiararsi innocenti., mentre Rudy Guede è stato già condannato a 30 anni per questo delitto.
La stampa italiana, e non solo quindi la procura che si occupa delle indagini, fa una pessima figura tra le righe del NYTimes, per la pubblicazione continua  di numerosi dettagli della vita privata e dei costumi sessuali di Amanda, « una cosa che non sarebbe stata mai fatta con un uomo”.
Difficile controbattere a questa ricostruzione, anche dopo le dichiarazioni di ieri della stessa Amanda, ma soprattutto conoscendo la giustizia italiana e l’onestà di certe indagini. Chi ricorda Karol Racz e Loyos, accusati dello stupro della Caffarella sa come funzionano gli interrogatori della polizia e come la stampa è pronta a sciacallare e ad invocare il boia. Certo è difficile immaginare che quello sia il viso di un’assassina, ma non siamo soliti usare metodi lombrosiani per arrivare ai verdetti, nè però, lo ammettiamo, per questi abbiamo un grande amore, privatori di libertà e chiavistellatori di vite umane.

a tra poco…

1 giugno 2009 2 commenti
Categorie:Personale Tag:,

Ancona: si suicida invece di attendere lo sfratto…

29 Maggio 2009 1 commento

Ci si suicida per paura di perdere casa e lavoro, nel paese che parla di Noemi, nel paese che non è più nemmeno in grado di sognare un qualcosa di diverso per noi, per i nostri figli e per i nostri vecchietti.
E’ successo in un quartiere della periferia di Ancona, questa mattina. Un uomo di 63 anni s’è ammazzato, con un colpo di pistola al cuore mentre aspettava lo sfratto. Aveva lasciato anche le chiavi di casa attaccate alla porta, già consapevole probabilmente che il suo corpo sarebbe stato proprio trovato dall’ufficiale giudiziario che lo cercava per consegnagli lo sfratto.
Gli ha lasciato le chiavi…  
Nel frattempo un esempio di come vengono licenziate i lavoratori, con telegrammi ad effetto immediato… decine e decine al giorno. 

MITTENTE: 
_ _ _ _ _ _  SPA
ZONA INDUSTRIALE
74100 TARANTO

DESTINATARIO:
MARCO _ _ _ _ _ _
VIA _ _ _ _ _ _ _  N. _ _
74024 MANDURIA

TESTO:
IL PRESENTE PER COMUNICARLE L’AVVENUTA CESSAZIONE DEL RAPPORTO DI LAVORO TRA LEI E L’AZIENDA _ _ _ _ _ SPA.
 IL PRESENTE HA EFFETTO IMMEDIATO , QUINDI NON DEVE RAGGIUNGERE IL SUO POSTO DI LAVORO GIA’ DA DOMANI MATTINA. SEGUE RACCOMANDATA CON I DETTAGLI. CORDIALMENTE
DISTINTI SALUTI
IL RESPONSABILE RISORSE UMANE G. _ _ _ _ _ _ 

Foto di Valentina Perniciaro _Corteo cittadino per il diritto all'abitare e per la difesa degli spazi sociale, Giugno 2008_

Foto di Valentina Perniciaro _Corteo cittadino per il diritto all'abitare e per la difesa degli spazi sociali, Giugno 2008_

Presidio sotto al C.I.E. di Ponte Galeria

26 Maggio 2009 Lascia un commento

Foto di Valentina Perniciaro _Il Coordinamento di Lotta per la casa in presidio sotto al Campidoglio_

Foto di Valentina Perniciaro _Il Coordinamento di Lotta per la casa in presidio sotto al Campidoglio_

Il 28, 29 e 30 maggio prossimi si riuniranno qui a Roma i ministri degli interni e della giustizia degli 8 principali stati capitalisti. Discuteranno e decideranno delle vite di milioni di persone, ed in particolar modo di chi in occidente è ben accett* solo se e fin quando serve ad ingrossare l’esercito degli sfruttati.
E’ la popolazione migrante a pagare il prezzo piu’ alto della crisi, subendo infami ricatti lavorativi, clandestinita’ obbligata e il razzismo costruito dalle istituzioni attraverso il terrorismo dei media e leggi infami. La detenzione nei lager chiamati C.I.E., la deportazione nei paesi di origine, il respingimento di massa e la reclusione nei campi di concentramento in Libia come in Marocco, sono la risposta che l’Europa di Schengen ha scelto di voler dare alla questione della migrazione.
Nell’odierno clima di propaganda xenofoba si inserisce l’aggressione squadrista di venerdi’ scorso a Villa Gordiani ai danni di membri della comunita’ bengalese, un’intimidazione razzista legittimata dall’ostilita’ e l’ostruzionismo attraverso cui le istituzioni locali (Comune e Municipio VI) hanno posto ripetuti ostacoli burocratici ai festeggiamenti del capodanno Bangla non garantendo la liberta’ di espressione di migliaia di cittadini di Roma e innescando una spirale di odio per il diverso. Negli ultimi due mesi solo nel centro di Ponte Galeria hanno perso la vita un uomo (Salah Souidani) e una donna (Nabruka Mimuni), entrambi vittime della brutalita’ della Polizia di Stato e della complice indifferenza della Croce Rossa Italiana. Sono questi due apparati militari a dividersi la responsabilita’ della gestione di questo lager della democrazia, in qualita’ di esecutori materiali delle politiche di discriminazione e sterminio applicate all’interno e all’esterno di esso. In entrambe le occasioni i prigionieri e le prigioniere del C.I.E. hanno dato inizio ad uno sciopero della fame e dieci giorni dopo la morte di Nabruka riescono ad evadere due persone delle tre che ci avevano provato, mentre all’interno la polizia si accanisce su un recluso a caso, pestandolo a sangue.
•Per venerdi’ 29, durante i giorni del G8 su sicurezza e immigrazione, lanciamo un appello cittadino a partecipare ad un presidio solidale sotto al C.I.E. di Ponte Galeria, con amplificazione e microfono aperto agli interventi di chiunque voglia comunicare con i/le reclus*.
Facciamo sentire a chi e’ prigionier* dietro quelle sbarre la solidarieta’ di tutt* coloro che non sono piu’ dispost* a tollerare l’esistenza di questi lager, ne’ le torture e gli omicidi di stato che si vorrebbero occultare al loro interno.

L’appuntamento è dalle 17 nel parcheggio della fermata “Fiera di Roma” del trenino per fiumicino aeroporto (via gaetano rolli lorenzini angolo via cesare chiodi)
SOLIDARIETA’ CON I/LE MIGRANTI IN LOTTA
CHIUDERE I C.I.E. SUBITO
NESSUNA GALERA, NESSUNA FRONTIERA
CONTRO IL G8
SIAMO TUTTE/I CLANDESTINE/I
                                                 Compagne e Compagni antirazziste/i

Ucciso un compagno ad Atene

26 Maggio 2009 Lascia un commento

Hanno assassinato un compagno cretese a colpi di pistola nel quartiere simbolo della rivolta dello scorso dicembre ad Atene,  Eksarkia.
Il ragazzo, 28enne,  è stato ucciso oggi a mezzogiorno a pochi passi dal Politecnico : fermato all’angolo di una strada da una moto da Enduro con sopra due persone che indossavano maschere sotto i caschi integrali e freddato con 4 colpi di pistola. Una volta a terra è stato colpito da altri due colpi a bruciapelo, poi i due killer si sono dileguati in moto.
Moto che è stata ritrovata poco dopo, abbandonata non troppo lontano.
Il ragazzo ucciso faceva parte del movimento, era un un operaio elettricista, un compagno che era stato arrestato durante gli scontri dei mesi scorsi. 
Proveremo a capirci qualcosa tra un po’…
MALEDETTI ASSASSINI
DOLOFONI! 

Foto di Valentina Perniciaro _Fucking Mary in Athens_

Foto di Valentina Perniciaro _Fucking Mary in Athens_

Ballata per una prigioniera

26 Maggio 2009 3 commenti

Era pericolosocarcere_blindato
lasciarle mani franche
senza ferri avvitati intorno ai polsi
quando rivide spazio,alberi,strade,
al cimitero dove
portavano suo padre.
Dieci anni già scontati,
ma contarli non serve,
l’ergastolo non scade ,
più vivi più ci resti.

Era pericoloso
permetterle gli abbracci,
e da regolamento
è escluso ogni contatto.
Era pericoloso2550_67020283277_618018277_2260865_426553_n
il lutto dei parenti,
di fronte al padre morto
potevano tentare
chissà di liberare
la figlia irrigidita,
solo per pareggiare
la morte con la vita.

Spettacolo mancato
la guerriera in singhiozzi,
ma chi è legato ai polsi
non può sciogliere gli occhi.Marina6
Per affacciarsi,lacrime e sorrisi,
debbono avere un pò di intimità
perchè sono selvatici,non sanno
nascere in cattività.

<<Non si è più stati insieme,vero,babbo?
Prima la lotta,gli anni clandestini,
neppure una telefonata per Natale,
poi il carcere speciale, la tua faccia
rivista dietro il vetro divisorio,
intimidita prima, poi spavalda
e con una scrollata delle spalle
dicevi: ”muri, vetri, sbarre, guardie,
non bastano a staccarci,
io sto dalla tua parte
anche senza toccarti,
anzi, guarda che faccio,
metto le mani in tasca”
Porta pazienza babbo, anche stavolta
non posso accarezzarti
tra i miei guardiani e i ferri.
Però grazie: di avermi fatto uscire
stamattina,di un gruzzolo di ore
di pena da scontare all’aria aperta>>.

Ora la puoi incontrareamnistia
la sera quando torna
a via Bartolo Longo,
prigione di Rebibbia
domicilio dei vinti
di una guerra finita,
residenza perpetua
degli sconfitti a vita.
Attravesa la strada,non si gira,
compagna Luna,antica prigioniera
che s’arrende alle sbarre della sera.

Erri De Luca, Ballata per una prigioniera

DEDICATO A TUTTI QUELLI CHE LA SERA, E POI DI NUOVO OGNI MATTINA, ANIMANO IL GRIGIO DI VIA BARTOLO LONGO, FACENDO USCIRE I PROPRI SORRISI AL SOLE DAL BLU DI QUELLA PORTA MALEDETTA.

Lettera a Trenitalia per Dante De Angelis

24 Maggio 2009 4 commenti

DAL BLOG DI ANNALISA MELANDRI

Il licenziamento di Dante De Angelis non può essere un problema esclusivamente di chi sta scioperando per farlo riassumere, i ferrovieri e il sindacato di

Foto di Valentina Perniciaro _Reparto manutenzione locomotori, Scalo San Lorenzo_

Foto di Valentina Perniciaro _Reparto manutenzione locomotori, Scalo San Lorenzo_

 

base, ma deve interessare tutti coloro che del treno ne fanno un mezzo di trasporto importante. Vi chiediamo pertanto di partecipare  a questa protesta per la giustizia e la sicurezza di tutti i viaggiatori,  diffondendo quanto più possibile questo volantino e inviandolo agli indirizzi indicati.  La richiesta è rivolta soprattutto ai pendolari che possono riprodurlo  e lasciarlo in giro sulle panchine delle stazioni, nei bar e “casualmente” dimenticarne qualcuno sui sedili dei treni.(A.M) Scarica qui il volantino formato word

Spett.le Direzione
Trenitalia Spa 
Ferrovie dello Stato S.p.a.
Piazza della Croce Rossa, 1 – 00161 Roma
rapporticlienti@trenitalia.it

Roma, maggio 2009

Siamo donne e uomini che utilizzano con convinzione il treno per gli spostamenti interurbani.

Il treno da sempre è considerato, a ragione, un mezzo di trasporto poco inquinante, compatibile con l’ambiente e sicuro. Più sicuro degli altri mezzi di trasporto; ciò è quanto emerge infatti dalla storia del trasporto su rotaia.

Noi, viaggiatori e cittadini di questo paese, desideriamo  che il treno continui a mantenere queste  sue caratteristiche.

 I lavoratori delle ferrovie, sappiamo, stanno facendo di tutto perché il treno mantenga e migliori queste sue prerogative, soprattutto, per quanto attiene alla loro attività, la SICUREZZA.

Foto di Valentina Perniciaro _La rotonda, Scalo San Lorenzo

Foto di Valentina Perniciaro _La rotonda, Scalo San Lorenzo

 Sappiamo che, grazie alle loro lotte sindacali, i ferrovieri hanno raggiunto importanti innovazioni a vantaggio della sicurezza, una delle più significative è stata l’aver conquistato il “Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza” (Rls), come espressione della sorveglianza e verifica degli stessi lavoratori al buon funzionamento delle macchine e delle procedure.

Noi viaggiatori ci sentiamo sicuri, in un certo senso protetti, sapendo che chi produce il trasporto ferroviario, allo stesso tempo vigila con attenzione per tutelare la salute e l’incolumità di chi lavora e chi viaggia.

 Ci è sembrata questa conquista un gran passo avanti di civiltà, purché il “Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza” (Rls), operi nel rispetto della verità.

 Invece… un giorno veniamo a sapere che uno di questi “Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza”, uno dei più attivi e attenti, svolgendo il proprio lavoro di macchinista (quello che conduce il treno) e discutendo con i suoi compagni di lavoro, si era accorto di alcune anomalie che potevano compromettere la sicurezza di chi lavora e di chi viaggia e -giustamente- l’ha prontamente segnalato all’Azienda Trenitalia.

 Si poteva pensare che questo macchinista fosse stato proposto per un premio, così sarebbe successo in un paese civile, così doveva accadere  in un paese democratico… invece… è stato licenziato! Si chiama Dante De Angelis.

 Sembra un racconto dell’orrore, o forse del terrore. Terrore e intimidazione con cui i dirigenti di Trenitalia cercano di ridurre al silenzio i ferrovieri, con la minaccia di licenziamento, mettendo a repentaglio la loro e la nostra sicurezza.

 Ma ancor più preoccupante ci sembra la motivazione del licenziamento: “è venuto definitivamente meno il rapporto di fiducia”. Con queste parole Trenitalia ha licenziato Dante De Angelis.

Foto di Valentina Perniciaro _Scalo San Lorenzo, alla ricerca del binario giusto_

Foto di Valentina Perniciaro _Scalo San Lorenzo, alla ricerca del binario giusto_

Noi viaggiatori vorremmo, anzi,  esigiamo,  di poter avere fiducia nella correttezza dei dirigenti di Trenitalia quando è in gioco la salvaguardia dell’incolumità di chi lavora e chi viaggia. Non riusciamo a comprendere quale altra fiducia la dirigenza di Trenitalia pretenda dai ferrovieri. O forse confonde fiducia con omertà?

 Da quel 15 agosto del 2008, giorno in cui il ferroviere macchinista e Rls Dante De Angelis è stato licenziato per aver detto la verità su alcuni pericoli incombenti, (poi puntualmente verificatisi), noi viaggiatori sui treni italiani NON CI SENTIAMO PIU’ SICURI.

 E non ci sentiremo sicuri,  né cittadini di un paese civile,  fino a quando  Dante De Angelis non verrà reintegrato in servizio e finché non venga sanzionata l’attività antisindacale di Trenitalia lesiva dell’incolumità di chi lavora e di chi viaggia.

 Il nostro auspicio, che è anche una precisa richiesta, è che l’Amministratore delegato di Trenitalia Spa Mauro Moretti e tutta la dirigenza facciano un sostanziale passo indietro e riconoscano il proprio errore.

 

Annalisa Melandri

per un gruppo di viaggiatori delle Ferrovie di Roma Trastevere
http://www.annalisamelandri.it 
 

 

Ad esplorar le mie quattro ossa…

20 Maggio 2009 Lascia un commento

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QUESTE PAGINE RESTERANNO SILENZIOSE PER UNA MANCIATA DI GIORNI.

NOI SI VA A FAR PERDERE LO SGUARDO, A VOLARE INTORNO AI FALCHI, A CHIACCHIERARE COL VENTO…

 

“Non ho mai aperto una via di roccia, perché mi sento un passante, senza diritto di chiodo e martello. In montagna mi piace passare senza far rumore, anche quando salgo un sentiero. Cerco nei passi e nei gesti della scalata di essere leggero, di non lasciare traccia. Lì più che altrove sono un intruso.
Mi piace tentare cose dure per me ma prima di tutto viene l’entusiasmo per l’ambiente, l’intesa con l’atmosfera e i compagni di scalata. Invece rinuncio senza difficoltà alla magnesite, non l’ho mai usata. Ho pelle secca e mani esercitate da quasi vent’anni di vita da operaio, non mi sudano, anzi le devo lubrificare con qualche sputo.

Tutte le vie che ho salito, compreso “Viaggio = infinito”, portano le mie impronte digitali senza polvere bianca. A volte rinuncio volentieri alle scarpette, per piacere di scalare scalzo.

Il gusto delle scalate sta per me nel fatto che il corpo prende il sopravvento sulla testa, governa lui. La roccia è il campo in cui la testa smette di dare ordini, di essere padrona e signora. Le parti del corpo impongono il loro regime assembleare, tutte le parti, dalle dita dei piedi fino ai muscoli del collo. L’arrampicata è il regime democratico del corpo, la sua presa di potere. La testa registra, ricorda, archivia, ma segue, viene dietro il corpo. Qualche volta la testa si ribella e manda al corpo segnali di paura, ma basta che il corpo si fermi un momento ad ascoltarsi vivere, respirare, e il messaggio viene rispedito indietro. Insomma sulla roccia il corpo dimostra che magnifica macchina sia e quanto sconosciuta.

Non obbedisco a prescrizioni scientifiche, non tocco il pan Gullich, faccio molte prese su tetto, medie e grandi, poi reggo un po’ di tacche con del sovraccarico cercando di migliorare la forza delle singole dita. Una seduta mi consuma più di una giornata a scalare. E’ bello scoprire che ci sono margini impensati di miglioramento anche tardi, è bello inoltrarsi in questa magnifica macchina del corpo che ci è stata fornita dal massacrante lavoro delle innumerevoli generazioni. Io sento di stare nelle ossa di un prototipo messo a punto da un’officina di m millenni. Più m’inoltro e più si rivelano funzioni nuove, comprese quella di poter essere più efficiente adesso di quando avevo vent’anni. Sono un esploratore delle mie quattr’ossa.” Erri De Luca in un’intervista sull’arrampicata

“n’omo che come te c’ereno pochi”

20 Maggio 2009 1 commento

CI’AI LASCIATI COSI, SENZA DI GNENTE, SENZA NEMMENO DICCE N’A PAROLA;
STAVI BENE, ERI FORTE, SORRIDENTE N’OMO GAJARDO,
N’OMO DE PAROLA! N’OMO DE N’ANTRA RAZZA, N’OMO VERO!
N’OMO SPECIALE, N’OMO FUMANTINO, N’OMO LAVORATORE, N’OMO FIERO,
N’OMO CHE COME TE C’ERENO POCHI, UN ROMANO DE ROMA D’ARTRI TEMPI,
L’URTIMO DE N’A STIRPE CHE SCOMPARE, N’OMO SINCERO,N’OMO DE GRAN CORE!

DE ROMA CE SAPEVI DI DE TUTTO; LI RIONI, LE STRADE, ER VICOLETTO:
L’ARITORNELLI, LE CANZONI ANTICHE… LE TRATTORIE DE ROMA DE N’A VORTA…
DE QUANNO ER MONNO STAVA ANCORA IN PACE,
DE QUANNO LA FAMIJA S’ARADUNAVA INTORNO AR TAVOLINO PE’ LA CENA
E SI NUN C’ERI TU…NON SE MAGNAVA! UN’OMO COME TE NON SE RIMPIAZZA..
ERI UN TRASTEVERINO…N’ANTRA RAZZA!!
(Alessandro Picchi)

Foto di Valentina Perniciaro _Uno scorcio dedicato a te, che ancora borbotti camminando sui sampietrini, con il tuo passo zoppo e l'ironia del tuo sguardo. Uno scorcio della tua piazza, che è cambiata in tutto tranne che nel tuo vocione che cantava e in quella risata, de core, romana. Un pensiero a te, Rena'

Foto di Valentina Perniciaro _n’o scorcio dedicato a ‘tte, che ancora nun riesci a smette de borbotta’ a cammina’ su quei sampietrini, co’ quer  passo cionco e ‘na risata drentro all’occhi. ‘no scorcio de la piazza tua, che te farei vede’ che  j’anno fatto, tra ‘mericani e pizzardoni  nun sembra certo quella de li racconti tua.  Un pensiero a te, Rena’, che ancora te se sente strillà e ride come nte ne fossi mai annato. Che poi, maledetto quer giorno a no’, perchè troppo c’avevamo ancora da disse e da raccontasse, avevamo appena cominciato ma er core tuo nun c’ià fatta, troppo bbono pe’ sto monno avvelenato.E allora un bacio da drentro er core mio, forte come er piacere che c’avrei a famme ‘na risata co’ ‘tte ‘n mezzo a quei vicoletti aripuliti, a parlà e raccontacce er monno


Appello agli studenti per boicottare Israele

14 Maggio 2009 5 commenti

QUESTA LETTERA E’ PRESA DAL SITO BOICOTTA ISRAELE, E SAREBBE UTILE FARLA CIRCOLARE COME MEGLIO SI PUO’..ATTACCARLA NELLE BACHECHE DELLE SCUOLE, AI CANCELLI O DAVANTI GLI INGRESSI DI PARCHI.
INSOMMA…IMPARIAMO L’IMPORTANZA DEL BOICOTTAGGIO! e magari riprendiamo anche quelle belle usanze dell’attacchinare e volantinare in quartiere, nei propri posti di lavoro, nelle scuole…

Foto di Valentina Perniciaro _Palestina, Betlemme, giocando nei campi profughi_

Foto di Valentina Perniciaro _Palestina, Betlemme, giocando nei campi profughi_

Tra qualche giorno, care ragazze e ragazzi delle scuole elementari e medie avrete finito questa fatica. Sarete sicuramente promosse e promossi, ma se anche dovesse esserci qualche complicazione, qualche piccolo inciampo… suvvia non sarà la fine del mondo. Avete una vita davanti e tutto il tempo per recuperare brillantemente qualsiasi rallentamento e andare ancora più avanti. Alla vostra età si ha il tempo dalla propria parte, è un prezioso alleato il tempo, non dimenticatelo. Comunque vada sarà stato un anno importante. Avete imparato tante cose, fatto conoscenze interessanti, avete approfondito conoscenze precedenti…
Ricordate? Ogni mattina vi recavate, casomai un po’ insonnolite/i, con i vostri libri, quaderni, matite, pennarelli, che poi utilizzavate per trascorrere ore piacevoli e interessanti… Fermiamoci qui un momento e pensiamo: siamo sicuri che per tutti i bambini e le bambine del mondo ogni mattina era così ?

boycott-israel-free-palestineMacchè! Sono 100 milioni (fonte-Unicef) i ragazzi e le ragazze che non hanno la possibilità di andare a scuola: guerre, povertà, oppressione…
Prendiamo un esempio non lontano da noi: i vostri fratellini e sorelline palestinesi (sono duecentomila a Gaza) anche quando le bombe avevano smesso di cadere e nessuno sparava più, non potevano andare a scuola con i libri, quaderni, matite negli astucci colorati. Perchè?

Semplicemente perché i burocrati del governo di Israele, che mantiene uno stretto controllo su questa piccola striscia di terra lungo il Mediterraneo e sui suoi abitanti, anche dopo il ritiro dei coloni israeliani nel 2005, ritiene che la carta e l’inchiostro non siano “bisogni umani fondamentali”… e questa non è una bella cosa.
Anzi è una cosa talmente brutta che bisogna mettercela tutta per farli smettere.
Si può fare qualcosa? Certo! Dite ai vostri genitori, per esempio, di non comprare più i prodotti israeliani, che sono quelli che hanno il “codice a barre” che inizia con 729.
Per maggior informazioni leggi 
qui.

Libano: Israele consegna all’Onu le mappe delle bombe cluster lanciate durante la guerra del 2006

13 Maggio 2009 1 commento

Ci son voluti tre lunghi anni per ottenere dall’esercito israeliano le mappe delle zone in cui sono state utilizzate le famigerate (nonché vietate da tutte le convenzioni internazionali) cluster bomb, le bombe a grappolo. Anni in cui molti bambini, contadini e persone che andavano a ricostruire le proprie case hanno perso la vita o sono rimasti gravemente mutilati dalle esplosioni di ordigni inesplosi, che disseminano tutto il sud del paese dei Cedri, il Libano.
Sono state consegnate solamente ieri sera nelle mani del generale Claudio Graziano, comandante dell’Unifil, la forza delle Nazioni Unite dispiegata nel sud del paese.

Foto di Valentina Perniciaro _Beirut e i bombardamenti israeliani, agosto 2006_

Foto di Valentina Perniciaro _Beirut e i bombardamenti israeliani, agosto 2006_

Il premier libanese Fuad Siniora ha dichiarato l’importanza del gesto ma ha tenuto a sottolineare il pesante ritardo d’Israele che avrebbe dovuto fornire le mappe immediatamente dopo la risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dell’agosto 2006, in cui si sanciva la fine dei bombardamenti e del confitto che ha martoriato la popolazione libanese per 34 giorni.
La sesta guerra libanese fu caratterizzata da giorni e notti di bombardamenti a tappeto sui quartieri meridionali di Beirut, sulla valle del Beka’a e su tutto il territorio meridionale del paese, uscito dall’occupazione militare israeliana solamente nel 2000: tutte le zone bombardate erano roccaforti, e lo sono tuttora, del partito armato sciita Hezbollah che ha inflitto pesanti perdite ai reparti speciali israeliani che si erano assestati non senza difficoltà fino al fiume Litani.

 

Rapporti tra Hezbollah e Hamas

Proprio ieri, in un’intervista al quotidiano Financial Times, il numero due del partito sciita Hezbollah guidato da Hasan Nasrallah ha dichiarato che il partito fornisce “ogni genere di supporto” alle milizie di Hamas, al governo nella striscia di Gaza. Senza entrare nel dettaglio del genere di aiuto fornito, non specifica se si tratti di fornitura di armi o solo di preparazione militare, la sua è stata comunque la prima dichiarazione ufficiale di rapporti e scambi tra le due formazione islamiche, unite dallo stesso obiettivo: quello di muovere “guerra eterna allo stato ebraico d’Israele, almeno fino alla liberazione dei territori palestinesi sulla linea di confine del 1967”. La scorsa settimana il leader di Hamas in esilio a Damasco aveva infatti dichiarato: ”Prometto all’amministrazione americana e alla comunità internazionale che siamo disposti ad una soluzione; siamo favorevoli ai confini del 1967, basati su un lungo periodo di tregua. Questo comprende Gerusalemme est, lo smantellamento delle colonie e il diritto dei palestinesi rifugiati a tornare”.

di Valentina Perniciaro da Internationalia

Mediterraneo, il mare nostrum è sempre più un cimitero liquido

11 Maggio 2009 9 commenti

“Non è spuntato ancora un Omero per cantare le imprese colossali e desolate dei migratori che traversano il mondo a piedi e salgono sulle onde ammucchiati in zattere. Non si è affacciato un poeta cieco e perciò visionario a raccontare il mare spalancato, la deriva e il naufragio. Non c’è un Omero e neanche lo straccio di un nocchiero, di un Miseno, nella ciurma di Ulissi senza governo, tra Eolo re dei venti e Posidone signore delle terre emerse.”
Erri De Luca, “Odissea di morte”

Foto di Valentina Perniciaro _Presidio in Campidoglio contro le "leggi razziali"

Foto di Valentina Perniciaro _Presidio in Campidoglio contro le “leggi razziali”

LEGGI:
Siamo tutti assassini!
Il mare della morte
La strage di Catania
I corpi sugli scogli

SGOM: sgommiamo Diliberto e tutti i forcaioli

6 Maggio 2009 6 commenti

Sgommiamo Oliviero Diliberto
Cacciamolo dalle piazze dove prenderà la parola
Impediamogli di tenere ancora in ostaggio la parola comunismo

Oliviero Diliberto è candidato come capolista per la circoscrizione centro della lista “comunista e anticapitalista” che raccoglie i candidati del Prc, del Pcd’I,  Socialismo 200 e Consumatori uniti.
Attuale segretario nazionale del Pdc’I, in passato è stato braccio destro di Armando Cossutta prima di pugnalarlo alle spalle come Bruto.
Ha diretto dal 1994 al 1995 Liberazione, allora settimanale del Prc, dove si guadagnò il soprannome di Diliberia. Quando nel 1998 fu tra gli artefici della scissione interna a Rifondazione, perché in disaccordo con la decisione di sfiduciare il primo governo Prodi, ricopriva il ruolo di capo gruppo alla Camera. Fondato con Cossutta il Pcd’I prese parte nel 1999 al governo D’Alema con l’importante incarico di Guardasigilli.
Rispolverata dai ripostigli la scrivania che fu di Togliatti in via Arenula, prendendo a pretesto alcuni mancati rientri di detenuti dai permessi, mise immediatamente fine alla timida stagione “riformista” avviata da Sandro Margara, presidente del Dap nominato dal precedente ministro della Giustizia prodiano Flick.
Dopo aver posto ai vertici dell’amministrazione penitenziaria il giudice Giancarlo Caselli in sostituzione dello stesso Margara (figura storica della magistratura di sorveglianza più illuminista), cacciato in malo modo, perché ritenuto poco incline ad una concezione unicamente sicuritaria della funzione penitenziaria, fece nascere l’Ugap (Ufficio garanzie penitenziarie, ovvero i servizi segreti penitenziari) che attualmente dirigono l’attività dei Gom.
A capo dell’Ugap nominò il generale Enrico Ragosa, già a capo degli Scop (Servizio coordinamento operativo polizia penitenziaria) e appartenente al Sisde, che guiderà anche la spedizione di funzionari del ministero di giustizia italiano in Kossovo per procedere alla ricostruzione e riorganizzazione post-bellica del sistema penitenziario kosovaro.

Il Gruppo Operativo Mobile

Il Gruppo Operativo Mobile


I Gom (Gruppo operativo mobile) erano nati nel maggio 1997 su iniziativa dell’allora direttore del Dap Michele Coiro, nel momento in cui il servizio traduzioni dei detenuti tornava in mano alla polizia penitenziaria, dopo la lunga parentesi emergenziale voluta dal generale Dalla Chiesa che l’aveva data in gestione all’Arma dei Carabinieri.
Ma è solo nel febbraio 1999 che i Gom assumono le funzioni del soppresso Scop, grazie a un decreto firmato da Oliviero Diliberto che ne regolamentava l’istituzione e ne stabiliva le funzioni, il personale, i mezzi e le attrezzature tecnico – logistiche di cui sarebbe stato dotato.
Appena creato il Gom si è trovato al centro di pesanti denunce per la scia di pestaggi lasciati all’interno delle carceri dopo il loro passaggio, come quello nel carcere San Sebastiano di Sassari dell’aprile 2000 e per le brutali perquisizioni nel carcere milanese di Opera (l’ex presidente della commissione Giustizia della Camera, l’avvocato Giuliano Pisapia, aveva denunciato senza mezzi termini gli “episodi di brutalità” avvenuti, parlando del passaggio di “un vero e proprio uragano che ha distrutto ogni cosa”), fino alla gestione del lager di Bolzaneto, con relative torture, durante il G8 di Genova 2001.
Non sono mancate nemmeno feroci critiche da parte dei penalisti perché personale del Gom in più di un’occasione aveva agito come una sorta di servizio segreto, ascoltando e registrando le conversazioni tra i legali ed i loro clienti detenuti, malgrado la legge lo vieti espressamente.
Nel 2006 si è astenuto in parlamento al momento del voto sull’indulto. A Confronto Antonio Di Pietro assomiglia a santa Maria Goretti.

 

Link
Oliviero Diliberto: “Le riforme non potremo farle”
Gom

Sgommiamo Oliviero Diliberto, cacciamolo dalle piazze dove prenderà la parola
Impediamogli di tenere ancora in ostaggio la parola comunismo

Campagna per il boicottaggio dei giustizialisti e forcaioli  a cura dello SGOM

“Hai portato un’altra isola in te”

5 Maggio 2009 6 commenti

CALIPSO Odisseo, non c’è nulla di molto diverso. Anche tu come me vuoi fermarti su un’isola. Hai veduto e patito ogni cosa. Io forse un giorno ti dirò quel che ho patito. Tutti e due siamo stanchi di un grosso destino. Perché continuare? Che t’importa che l’isola non sia quella che cercavi? Qui mai nulla succede. C’è un po’ di terra e un orizzonte. Qui puoi vivere sempre.
ODISSEO Una vita immortale
CALIPSO Immortale è chi accetta l’istante. Che non conosce più un domani. Ma se ti piace la parola, dilla. Tu sei davvero a questo punto?
ODISSEO Io credevo immortale chi non teme la morte.
CALIPSO Chi non spera di vivere. Certo, quasi lo sei. Hai patito molto anche tu. Ma perché questa smania di tornartene a casa? Sei ancora inquieto. Perché i discorsi che da solo vai facendo tra gli scogli?
ODISSEO Se domani io partissi tu saresti infelice?

Foto di Valentina Perniciaro

Foto di Valentina Perniciaro

CALIPSO Vuoi sapere troppo, caro. Diciamo che sono immortale. Ma se tu non rinunci ai tuoi ricordi e ai sogni, se non deponi la smania e non accetti l’orizzonte, non uscirai da quel destino che conosci,.
ODISSEO Si tratta sempre di accettare un orizzonte. E ottenere che cosa?
CALIPSO Ma posare la testa e tacere, Odisseo. TI sei mai chiesto perché anche noi cerchiamo il sonno? Ti sei mai chiesto dove vanno i vecchi dèi che il mondo ignora?perchè sprofondano nel tempo, come le pietre nella terra, loro che pure sono eterni? E chi son io, che è Calipso?
ODISSEO Ti ho chiesto se tu sei falice.
CALIPSO Non è questo, Odisseo. L’aria, anche l’aria di quest’isola deserta, che adesso vibra solamente dei rimbombi del mare e di stridi d’uccelli, è troppo vuota. In questo vuoto non c’è nulla da rimpiangere, bada. Ma non senti anche tu certi giorni un silenzio, un arresto, che è come la traccia di un’antica tensione e presenza scomparse?
ODISSEO Dunque anche tu parli con gli scogli?
CALIPSO E’ un silenzio, ti dico. Una cosa remota e quasi morta. Quello che è stato e non sarà mai più. Nel vecchio mondo degli dèi quando un mio gesto era destino. Ebbi nomi paurosi, Odisseo. La terra e il mare mi obbedivano. Poi mi stancai; passò del tempo, non mi volli più muovere. Qualcuna di noi resisté ai nuovi dèi ; lasciai che i nomi sprofondassero nel tempo; tutto mutò e rimase uguale; non vale la pena di contendere ai nuovi il destino. Ormai sapevo il mio orizzonte e perché i vecchi non avevano conteso con noialtri.
ODISSEO Ma non eri immortale?
CALIPSO E lo sono, Odisseo. Di morire non spero. E non spero di vivere. Accetto l’istante. Voi mortali vi attende qualcosa di simile, la vecchiezza e il rimpianto. Perché non vuoi posare il capo con me, su quest’isola?
ODISSEO Lo farei, se credessi che sei rassegnata. Ma anche tu che sei stata signora di tutte le cose, hai bisogno di me, di un mortale, per aiutarti a sopportare.
CALIPSO E’ un reciproco bene, Odisseo. Non c’è vero silenzio se non condiviso
ODISSEO Non ti basta che sono con te quest’oggi?
CALIPSO Non si con me, Odisseo. Tu non accetti l’orizzonte di quest’isola. E non sfuggi al rimpianto.
ODISSEO Quel che rimpiango è parte viva di me stesso come di te il tuo silenzio. Che cos’è mutato per te da quel giorno che terra e mare ti obbedivano? Hai sentito ch’eri sola e ch’eri stanca e scordato i tuoi nomi. Nulla ti è stato tolto. Quel che sei l’hai voluto.
CALIPSO Quello che sono è quasi nulla, caro. Quasi mortale, quasi un’ombra come te. E’ un lungo sonno cominciato chissà quando e tu sei giunto in questo sonno come un sogno. Temo l’alba, il risveglio; se tu vai via, è il risveglio
ODISSEO Sei tu, la signora, che parli?
CALIPSO Temo il risveglio come tu temi la morte. Ecco prima ero morta, ora lo so. Non restava di me su quest’isola che la voce del mare e del vento. Oh non era patire. Dormivo. Ma da quando sei giunto hai portato un’altra isola in te.
ODISSEO Da troppo tempo la cerco. Tu non sai quel che sia avvistare una terra e socchiudere gli occhi ogni volta per illudersi. Io non posso accettare e tacere.
CALIPSO Eppure, Odisseo, voi uomini dite che ritrovare quel che si è perduto è sempre un male. Il passato non torna. Nulla regge all’andare del tempo. Tu che hai visto l’Oceano, i mostri e l’Eliso, potrai ancora riconoscere le case, le tue case?
ODISSEO Tu stessa hai detto che porto l’isola in me
CALIPSO Oh mutata, perduta, un silenzio. L’eco di un mare tra gli scogli o un po’ di fumo. Con te nessuno potrà condividerla. Le case saranno come il viso di un vecchio. Le tue parole avranno un senso altro dal loro. Sarai più solo che nel mare.
ODISSEO Saprò almeno che devo fermarmi.
CALIPSO Non vale la pena, Odisseo. Chi non si ferma adesso, subito, non si ferma mai più. Quello che fai, lo farai sempre. Devi rompere una volta il destino, devi uscire di strada, e lasciarti affondare nel tempo.. 
ODISSEO Non sono immortale.
CALIPSO Lo sarai, se mi ascolti. Che cos’è vita eterna se non questo accettare l’istante che viene e l’istante che va? L’ebbrezza, il piacere, la morte non hanno altro scopo. Cos’è stato finora il tuo errare inquieto?
ODISSEO Se lo sapessi avrei già smesso. Ma tu dimentichi qualcosa.
CALIPSO Dimmi
ODISSEO Quello che cerco l’ho nel cuore, come te.
       L’ISOLA  -Tratto da “Dialoghi con Leucò. Cesare Pavese-

 

Foto di Valentina Perniciaro, parlando con Odisseo

A te, che sei la vita mia.

Finale Champions a Roma…ma l’Arco di Costantino che c’entra?

3 Maggio 2009 2 commenti

 

Il progetto per la finale ... tra meno di un mese

Il progetto per la finale ... tra meno di un mese

Io e l’imperatore Costantino non abbiamo proprio un feeling profondo;  non ne ho con nessun tipo di “imperatore”…
ho invece un rapporto particolare (ognuno si vive le sue contraddizioni) con l’Arco da lui voluto e inaugurato nel 315, e che sta lì a due passi dal Colosseo.
Io quando passo lì…praticamente tutti i giorni da quando sono al mondo… bhè, il mio sguardo (DA SEMPRE!) ha occhi solo per lui, per quell’arco e le figure del suo marmo millenario: lo amo profondamente, di giorno e di notte, amo le pieghe di quel marmo, le forme delle persone scolpite, i bordi mangiucchiati dai secoli. Il Colosseo non prende un centesimo dell’attenzione che dedico a lui. Sono innamorata del marmo e del basalto intrisi di secoli, ovunque essi siano, ma l’Arco di Costantino è uno di quelli che vive dentro di me, sempre, come mio patrimonio personale oltre che collettivo.
LA FINALE DI CHAMPIONS CON L’ARCO “MESSO A FARE IDEALMENTE DA PORTA AL RETTANGOLO VERDE”?????
Ma ve lo immaginate? Vi immaginate due campi, le tribune, la pubblicità, le luci, e tutto quello che può ruotare intorno ad una finale di Champions League? Senza parlare di soldi poi, che non voglio nemmeno immaginare. 
Vi prego ditemi che non mi farete anche questo, ditemi che l’orrore quotidiano che sta diventando questa città sempre più invivibile e fascista, non accetterà di regalare al calcio (oltre ad avergli regalato tutto, oltre ad avergli permesso di creare una “cultura”, che è riuscita ad insinuarsi, e bene anche, addirittura negli atteggiamenti dei compagni, delle piazze, delle sedi…) anche il nostro NOSTRO patrimonio archeologico.

Ditemi che almeno questo è uno scherzo.

Aiuto!

Aiuto!

Ronde e Bidet

1 Maggio 2009 Lascia un commento

MA VI RENDETE CONTO?
MOLTE DONNE SU 100  ODIANO LE RONDE, I PACCHETTI SICUREZZA, LO SPECULAZIONE CHE SI FA SUI NOSTRI CORPI E SULLA VIOLENZA CHE SUBIAMO, MOLTE DONNE SU 100  SI DIFENDONO ORGANIZZANDOSI, PRENDENDO COSCIENZA DI SE’, PARTECIPANDO AD UNA COLLETTIVITA’ ALTRA, LIBERANDOSI DA STUPRATORI, PRETI, GIUDICI E CARCERIERI.
MOLTE DONNE SU 100 SPERO SI LAVERANNO CON ALTRO. 

Foto di Valentina Perniciaro _Il 1° NO VAT_

Foto di Valentina Perniciaro _Il 1° NO VAT_

bhè, questo non posso non metterlo… ;-)

28 aprile 2009 Lascia un commento

Roma: quando la “musica solidale” entra anche a Regina Coeli
 di Sandro Podda Liberazione, 27 aprile 2009

“No, lei signorina non può entrare”. Con un accento del sud e un po’ di imbarazzo, la guardia carceraria comunica alla ragazza che è venuta con me per fare le foto che all’ultimo minuto le è stato negato l’accesso. Siamo all’accettazione del carcere di Regina Coeli e da dietro un vetro la guardia carceraria che ci parla è l’unica a darci un po’ retta e qualche risposta dialogante. Il suo non è l’unico accento meridionale. Quasi tutti gli agenti nel gabbiotto si scambiano battute in marcati accenti del sud d’Italia. Alcuni hanno uno sguardo vagamente ostile, diffidente.

Foto di Valentina Perniciaro _cella del San Michele_

Foto di Valentina Perniciaro _cella del San Michele_

  Un po’ come quello dei tanti Padre Pio appesi quasi sopra a due timidi Cristi in croce. Altri, i più anziani, sembrano invece rassegnati alle lungaggini burocratiche e al fatto che dietro a quello che c’è scritto in quelle mille carte spesso non ci sia alcuna ragione di “sicurezza”, ma un accenno neanche tanto velato all’idea di “punizione”. In carcere niente è o deve essere semplice sembrano dire quelle carte. Neanche venire, come abbiamo fatto noi – a questo punto solo io – a vedere uno spettacolo fatto dai detenuti per i detenuti e per i “liberi”, quelli che stanno fuori, a cui magari non è mai capitato di vedere cosa ci sia oltre quelle mura che si trovano un livello più in basso del Lungotevere in uno dei posti più cantati dalla tradizione popolare trasteverina e romana: Regina Coeli.

 

“La signorina ha delle segnalazioni e quindi le è stato revocato il permesso di entrare”. “Segnalazioni? Ma non doveva essere tutto cancellato? Come fa a risultarvi una cosa che non dovrebbe esserci e che tra l’altro risale a dieci anni fa?”. Tant’è che invece risulta, che non è stata cancellata e che non può entrare. Anzi, la macchina fotografica può, perché è stata autorizzata. La fotografa, no.
E neanche il mio registratore portatile che deve restare insieme al cellulare dentro un armadietto. Senza la cortesia di Dino Centonze che fotografa e riprende questi spettacoli da tempo non avremmo avuto immagini. L’agente mi fa entrare e mi scorta lungo un corridoio bianco sul quale si affacciano diversi quadri che raccontano la lunga tradizione delle guardie carcerarie attraverso una storia delle loro divise. Arriviamo ad un cancellone in ferro battuto dipinto di nero dove altri agenti formano un piccolo capannello. Il mio accompagnatore fa un cenno e un’altra guardia che fa scivolare una grossa chiave nella serratura aprendo la sala. Mi vengono incontro Angelo Litti e Antonio Pappadà. Sono i due ragazzi (qualcosa di più anagraficamente, ma non nello spirito) che una ventina di giorni fa sono venuti in redazione a raccontare quello che fanno da qualche anno. Vengono dal Salento, hanno una passione coltivata per la pizzica, il teatro e le tradizioni popolari. Nel 2004 hanno iniziato un’esperienza nella Casa Circondariale di Perugia tramite “Ora

Foto di Valentina Perniciaro _Le sbarre del San Michele_

Foto di Valentina Perniciaro _Le sbarre del San Michele_

d’aria” dell’Arci per “attivare uno scambio alla pari”, come dice Angelo e da allora hanno tenacemente dato seguito a quella idea di mettere in comunicazione l’”esterno” e l’”interno” attraverso la musica e il teatro. “Noi portiamo la nostra musica, loro quello che hanno da mettere a disposizione. Canzoni, scritti, idee. Dopo sei al massimo sette incontri si mette in scena uno spettacolo con dodici-quindici detenuti per gli altri detenuti e qualche persona che riusciamo a fare entrare come pubblico. Tra le difficoltà di chi magari esce, chi invece viene trasferito o chi si vede alla fine rifiutato il permesso di partecipare”. Hanno chiamato questa piccola creatura “Canto Libero, scambio di vite in corso d’opera”. Dopo Perugia sono stati nelle carceri di Orvieto, Bolzano e due volte a Spoleto e infine, mercoledì scorso, a Regina Coeli.
Ciascuna di queste situazioni presenta delle differenze, a seconda del tipo di carcere, e delle analogie. La più profonda di queste è l’effetto immortalato nelle foto di un libro che Angelo e Antonio mi mostrano. L’effetto prima e dopo, si potrebbe chiamare. Le facce lunghe dei primi incontri e la gioia che ogni tanto esplode nei visi durante gli spettacoli o nelle prove. Libera. Dal peso della memoria di trovarsi dentro un carcere. Per un momento, per un paio d’ore, anche se guardati a vista, anche se per la durata di una canzone o poco più da cantare come se si fosse all’aperto, tra amici e affetti. Hanno deciso di chiamare questo spettacolo a Regina Coeli “La carrozza”, per sottolineare la natura itinerante di questo progetto che intendono proseguire. Dopo essermi venuti incontro corrono a prepararsi.
Una responsabile li rimbrotta: “Sbrigatevi che sennò sforiamo”. E ricorda a tutti che, finito lo spettacolo, si torna tutti dentro. E qualcuno fuori, con il sapore che a volte è stato solo il caso o la vita a scegliere diversi destini e che sempre il caso o la vita potrebbero un giorno portare chiunque a vivere la negazione fisica e psicologica della libertà. La prima delle sensazioni con cui impatto è questa. I visi, gli scherzi, le battute, le persone sono le stesse con cui sei cresciuto. Sono te. E sono gli stessi degli agenti che girano intorno alla sala. Nessun segno di vera differenza. Tranne il ruolo da cui è difficilissimo uscire: “la guardia”, “il ladro”, “l’operatore”, “il visitatore”. La sala in cui si svolge tutto è la “Prima Rotonda”, un ampio dodecagono su cui si affacciano i cancelloni neri di quattro bracci e quello del corridoio. Tre piani con buie porte dalle finestre oscurate corrono verso il soffitto a cupola interrotti da altri cancelloni attraverso cui non si può vedere nient’altro che ombre a causa di alcuni fogli di cellophane messi tra le sbarre. Su una di queste piccole porticine si legge “Biblioteca”. Nella Rotonda il clima è sinceramente piacevole e più sereno di quello respirato all’ingresso. Su un piccolo palco gli attori si preparano, ripassano la parte, i tempi. Ad assistere siamo in una cinquantina, tra detenuti e un piccolo gruppetto di “visitatori”, più operatori e operatrici e una decina di guardie. Seduti su sedioline da scuola, sulla mia destra quattro ragazzi si scambiano abbracci e piccoli gesti di confidenza.

Foto di Valentina Perniciaro _Regina Coeli_

Foto di Valentina Perniciaro _Regina Coeli_

Scherzano, ridono, si danno dei buffetti e si raccontano piccoli episodi della vita fuori. Più in là c’è un ragazzo che sembra un po’ più grande per i capelli bianchi che stridono con un volto ancora giovane. Sembra più malinconico. Le guardie e qualcuno affianco lo chiamo “Er poeta”. Non è difficile capire come si sia guadagnato il soprannome. Mentre aspettiamo l’inizio dello spettacolo, chiama l’agente che gli ronza dietro e attacca: “Senti, questa mi è venuta su così, de panza come se dice a Roma: Vedo tutta sta gente che se riunisce/ e un pensiero me sortisce/ Tutto me possono levà/ Tranne che la libertà de pensà”. Qualcuno grida “I cantanti li stamo ad aspettà dall’ottavo”. Penso che sia l’inizio di una serie di lazzi e battute che prenderanno di mira i poveretti che si trovano sul palco. Invece il loro ingresso è salutato con un caldo applauso che scalda tutti. Il palco e il pubblico sono tutt’uno. Anche i più pensierosi si lasciano andare a un gesto di partecipazione che via via si fa più coinvolgente. Alla mia sinistra due ragazzetti nordafricani che erano un po’ meno coinvolti non si trattengono e scattano in piedi quando Omar, un ragazzo brasiliano, e Marco, un ragazzo rumeno, mettono in scena un’ottima capoeira. Canti corali con “Lella” – specialmente nella parte “nun lo dì a nessuno, tiettelo pè te” – interpretata dal gemello mancato di Claudio Amendola, Alberto, sul palco grazie a un miracolo visto che all’inizio aveva un “divieto d’incontro”. Lo djembé suonato da Mohammed ed Abdelleh e le percussioni di Marian rimbombano nella sala e sembrano lacerare le pareti. È un’illusione, alla quale in pochi resistono e un momento in cui anche i più “duri” si lasciano andare al ritmo battendo sulle gambe. Un attore nato, Alessandro, sottolinea alcuni passaggi nascosto dietro le quinte con balletti e movimenti che strappano risate a chi lo vede. Canterà due stornelli della storia dei romani e di Regina Coeli: quello che elargisce la patente di romanità ad una condizione – “A Reggina Coeli ce sta ‘no scalino,chi nun salisce quelo nun è romano, manco ‘n trasteverino” – il celebre “Le mantellate”. Anche la sua è una storia particolare. Poteva essere fuori in permesso, ma ha deciso di restare per partecipare allo spettacolo.

Regina Coeli, nel ventre del mostro

Regina Coeli, nel ventre del mostro

I canti popolari salentini portati da Angelo e Antonio riscuotono successo e una pizzica sorretta dalla sola voce di Angelo (veramente una bellissima voce) diventa spunto per un improvvisato e apprezzato ballo tra Antonio e una ragazza riccia venuta con loro. Nonostante si tratti di un carcere maschile, nessuno fa commenti sull’avvenenza della ragazza omaggiata solo da una standing ovation per il bel momento offerto. Perché sembra di trovarsi ad una festa, se il termine non stridesse così tanto con il luogo. Con la chitarra di Mauro che canta accompagnato da tutti nel coro “Cuccurucucu Paloma”. Con il suo cappello di paglia e l’abbigliamento di chi ha trovato il suo buen retiro in un paese sudamericano. Qualcuno legge i suoi pensieri e tocca le corde di molti quando accenna agli affetti lasciati oltre quelle sbarre. Ad un certo punto parte un base rap e la curiosità si fa stupore. Sul palco c’è uno del Truceklan, Armando, che tutti fuori conoscono con il suo soprannome. I più giovani lo riconoscono, gli altri, in molti, si fermano ad ascoltare quelle liriche cantate con rara determinazione. Ma qual è il brano che riscuote più successo attraversando le generazioni, le nazionalità di provenienza e i gusti personali? Neanche a dirlo, il ponte tra tutti è Robert Nesta Marley, Bob. Quando l’afro-californiano Michael attacca “No woman no cry” tutti si uniscono nel ritornello a dar man forte ad una interpretazione penalizzata all’inizio da un po’ di emozione. Solo “Porta Portese” di Baglioni aveva scaldato così tanto la parte più “romana de Roma”. Ma Bob abbatte anche l’ultima forma di separazione. Lo spettacolo si allarga e si stringe e al di là della sua funzione sociale come si dice in questi casi ha anche un suo deciso valore artistico. Difficile distinguere tra chi sta sul palco e chi siede come “pubblico”. Il risveglio arriva brutale alla fine, quando una guardia carceraria mi dice “Lei è un giornalista no? Venga da parte che li facciamo rientrare”. Mi indicano di stare all’angolo mentre gli altri tornano dentro scambiandosi ancora qualche battuta. Solo allora vedo i lunghi bracci delle sezioni quando i cancelli si aprono per fare rientrare i detenuti. Angelo, Antonio e i loro amici raccolgono le loro cose e si scattano qualche foto. Un agente mi accompagna fuori, mentre una guardia li osserva e commenta: “Sono comunisti o qualcosa di simile. Si divertono così…”.

La sindrome di Quirra

26 aprile 2009 21 commenti




La trasmissione l’INCHIESTA di Rainews24 torna a Villaputzu in Sardegna, un piccolo centro adiacente al poligono militare di Quirra, il più grande d’Europa. 

Dopo le denunce sull’uranio impoverito e la presenza delle nano particelle di metalli pesanti individuate in animali nati malformati e persino nei tessuti di alcuni militari del poligono interforze, si parla ormai da anni della cosiddetta Sindrome di Quirra.
L’ inchiesta si occupa anche di un aspetto finora tralasciato dalle ricerche precedenti: la presenza di campi elettromagnetici nella banda delle microonde, prodotti presumibilmente dai radar installati nell’area militare. Il “caso Quirra” riemerge dunque con la sua lunga catena di morti nella minuscola frazione alle porte del poligono più grande d’Europa e con i dati terribili delle nascite di bambini deformi nel piccolo paese di Escalaplano. Da oltre vent’anni gli abitanti vivono nel terrore. Il tasso di natalità medio è di 20 nascite l’anno ma nel 1988 ci sono state ben sei nascite “anomale”, tra le quali anche un caso di ermafroditismo.guerra_morte
L’attività del poligono non sembra rallentare. Il poligono di Quirra, cresce non solo in estensione ma soprattutto nelle tipologie di armi sperimentate e nei test degli aerei senza pilota e rischia di trasformare la Sardegna in un territorio asservito alle esigenze militari e industriali su scala internazionale. 
Per avere dati precisi sulla cosiddetta sindrome di Quirra il gruppo inchieste di Rainews24 ha deciso di effettuare delle analisi sulle urine di 3 volontari: il primo è un agricoltore che vive e lavora vicino al poligono sempre a contatto con la terra e quindi con le polveri;
Il secondo è un ex operatore missilistico che ha lavorato fin dal 1968 in basi militari, la maggior parte del tempo proprio qui in Sardegna, malato terminale che non vuole che il suo caso venga usato per coinvolgere il poligono anche se non esclude l’eventualità che questo sia coinvolto. Il terzo è un pastore. Suo padre è morto di leucemia e la zona dove opera si trova proprio tra le due aree del poligono. Racconta che 3 anni fa 20 capretti sono nati ciechi SU UN GREGGE DI 300.
Siccome non riuscivano ad essere autonomi, a pascolare, li hanno macellati. Ma quale è la causa misteriosa della Sindrome di Quirra?  

MA QUI NESSUNO CHIEDE GIUSTIZIA E CERTEZZA DELLA PENA?
CI AMMAZZANO QUOTIDIANAMENTE, CI AVVELENANO, CI SFRUTTANO, CI MASSACRANO LE TERRE E NESSUNO PAGA.
NESSUNO PAGA MAI.  
PERO’ COME SI URLA PER OTTENERE L’ESTRADIZIONE DI MARINA PETRELLA, COME SI URLA PER NON DARE LA CONDIZIONALE A GUAGLIARDO DOPO 33 ANNI TRA LE SBARRE, COME SI SBRAITA SULL’ALLARME SICUREZZA/ROM/ROMENI E TUTTE LE ALTRE STRONZATE.
CONTINUIAMO COSI’, A FARCI AMMAZZARE E A FARE I GIUSTIZIALISTI.
POVERA ITAGLIA


Qui il comandante del poligono Fabio Molteni con le sue agghiaccianti dichiarazioni!

“Il sesso lo decideranno i padroni”: piccolo elogio del film Louise Michel

26 aprile 2009 3 commenti

200px-louise_michelIo non so scrivere di cinema, non so raccontare i film, non so fare recensioni. Ma questa volta non riesco a non farlo perchè da quando ho visto questa pellicola mi prudono le mani e vorrei che più gente possibile vedesse questo piccolo capolavoro francese, manifesto tragicomico, provocatorio e radicale del bisogno di alzare la testa in qualche modo rocambolesco della sfruttata classe operaia nell’Europa del capitalismo delle multinazionali.

Louise Michel prende il suo nome dalla comunarda anarchica francese…è un film di cui non so se raccontarvi la trama (non credo sia il caso altrimenti poi non ci andate) in cui un uomo per lavorare in una fabbrica si finge donna e una ex bambina diventa uomo per raggiungere una soddisfazione sportiva. “Avete rifiutato le 35 ore e gli aumenti di salario, ma non rifiuterete questi grembiuli nuovi” … il padrone (che poi non è che un servo tra i tanti del vero, quasi irraggiungibile, padrone) louiseprova ad imbonirsi le operaie malgrado i loro sguardi scettici: prendono questo grembiule e il giorno dopo trovano la fabbrica vuota. Tutto era stato portato via: macchinari e lavoro, quindi il proprio sfruttamento quello che ti permette di arrivare al giorno dopo. 
20.000 euro di risarcimento da dividere in venti: spiccioli inutili in questo modo. Che fare? 
Bhè sono pochi per tutti: ma non per un killer che vada ad ammazzare il padrone. La votazione è unanime: questo si che è un modo per far fruttare quella miseria data da un porco padrone dopo 20 anni di sudore nella sua fabbrica.
E qui inizia il bello, l’avventura divertente di questa strana coppia che tra Francia, Belgio ed Inghilterra cercano di ammazzare il padrone giusto,  quello che sia il vero responsabile della chiusura della fabbrica e quindi del licenziamento di tutte le operaie. 
La decisione, ad ogni errore, è sempre la stessa, unanime: andare avanti fino ad accoppare quello giusto.
Geniale, sarcastico, girato in modo strano con la telecamera quasi sempre fissa, con le immagini sfocate e i dialoghi stretti e necessari: con un gioco di sguardi, sessualità negate e poi ritrovate, di pistole autocostruite, di killer professionisti che non sanno azzittire i cani, di piccioni spennati e cinismo, tanto cinismo.
Un film piaciuto alla critica ma che ha creato grandi deliri nei forum italiani, in cui il popolino servile e estremamente attaccato al culo del padrone (come amano leccare questi miserabili italiani) si è molto innervosito e quasi scandalizzato per una pellicola del genere.
Stiamo anni luce indietro alla Francia: tanto che lì sequestrano i manager, qui li facciamo passare sui nostri corpi mentre lecchiamo le loro suole.

Chi odia i padroni, chi è sfruttato, chi è stato costretto a modificare se stesso per arrangiare il modo di arrivare a fine mese:  QUESTO E’ IL FILM PER NOI

Ora che sappiamo che i ricchi sono dei ladri, se i nostri padri e madri non riusciranno a bonificare la terra quando saremo grandi ne faremo noi  carne macinata” Louise Michel

Drug detector per mamme preoccupate e dipendenti di Montecitorio con valigie colme di cocaina

23 aprile 2009 1 commento

Distribuito gratuitamente in 73 farmacie di Brescia e provincia (nemmeno poche, cavolo!) il DRUG DETECTOR consentirà alle mamme italiane di scoprire se i loro amati figlioletti si drogano o no. 
E’ un’iniziativa promossa dalla stessa amministrazione provinciale ( più che provinciale sembra penitenziaria ) inserita nella campagna No Alla Droga!.
Un test semplice e rapido in grado di rilevare la quantità e il tipo di sostanza assunta (cannabis, cocaina, ecstasy, anfetamina, eroina…) che verrà dato a disposizione delle famiglie (proprio vero che la Famiglia è il luogo più pericoloso…) che ne faranno richiesta.2854_1086152006481_1606848852_192450_7731624_n
Ma non è finita qui e l’invidia tra province (eh, proprio Province con la P maiuscola) ha fatto immediatamente mobilitare  il comune di Milano con dichiarazioni dell’assessorato provinciale ai giovani che ci tranquillizzano dicendo che non è certo quella di Brescia la prima iniziativa mirata a promuovere il controllo dei figli all’interno della stessa famiglia. Corrado Ghiardelli, dell’assessorato, ha ricordato il progetto presentato poco fa di un braccialetto con etilometro capace di spedire al genitore un sms qualora il figlio avesse superato il limite consentito e non fosse quindi in grado di mettersi al volante. “E’ ora di finirla con l’omertà. Serve uno sforzo di tutti: anche in famiglia bisogna prestare la massima attenzione e la Provincia vuole essere d’aiuto in tale direzione.”

Progetti a firma di una classe dirigente mafiosa e bagnata da fiumi di cocaina: cocaina2_50027basta guardare l’arresto avvenuto la scorsa settimana a Lugano della segretaria del gruppo parlamentare  della Lega Nord a Roma (Simona Patrignani, 38enne romana), che si trovava tranquillamente a passeggio con una borsa contenente 8 kg di cocaina  (che ammontano a circa 200mila dosi: i conti fateli voi) appena sbarcati dal Brasile con un breve scalo a Zurigo. Non era nemmeno la prima volta che l’illustre impiegata viaggiava dal Sudamerica con scali svizzeri. 
Notizia che però ha trovato solo 19 righe del Corriere della Sera e poco più. POVERA ITALIA.

Suicidi in carcere ed etica della responsabilità

23 aprile 2009 Lascia un commento

La metto così: il carcere è, e in sostanza è sempre stato, una questione totale: cioè, una questione in ogni suo aspetto, un continuum di criticità, che si tengono tutte fra loro. La questione dei suicidi in carcere, a mio avviso, va letta così. Nel contesto del carcere, per dire una cosa ovvia, tutto quello che dovrebbe rilevare sul nostro tema è la sua vivibilità o la sua invivibilità. Il discorso potrebbe allora svilupparsi nella ricostruzione di tutti i fattori e dinamiche di invivibilità, non pochi e non leggeri. Poi, bisognerebbe attuare una strategia dell’attenzione nei confronti di coloro che soffrono in modo speciale la invivibilità.
Ma c’è, indubbiamente, a monte di questi aspetti, un primo punto che non può essere ignorato: ed è quella che potrebbe essere chiamato la «vivibilità dell’arresto», che ha un proprio rilievo, provato dal dato statistico (ricavato dal libro di Baccaro e Morelli: «Il carcere: del suicidio e di altre fughe», letto in bozza) che il 28% dei suicidi in carcere si verificano entro i primi dieci giorni e il 34% entro il primo mese. Sotto questo profilo del «tintinnio delle manette», il carcere fa solo da cornice al precipitare di vicende individuali, rispetto alle quali un sistema di attenzione degli operatori non è facile, specie in presenza di certe strategie processuali. Naturalmente, c’è chi dirà: «Non vorrai mica che il carcere non faccia paura?». 
Ma veniamo ai fattori di invivibilità del carcere, subìti e sofferti da tutti e da alcuni fino a rinunciare alla vita. Il primo è quello legato al sovraffollamento, che ha due aspetti a cominciare dal fatto di vivere a ridosso immediato di altre vite, il levarsi reciprocamente l’aria, il che non è affatto poco (gli esperimenti per le scimmie dicono che diventano nervose: e gli uomini?). Ma poi, in una struttura sovraffollata, inevitabilmente le disfunzioni sono infinite. Si lotta per sopravvivere a livelli minimi. 
Il Comitato per la Prevenzione della Tortura del Consiglio di Europa (Cpt), ha considerato la situazione di sovraffollamento in carcere, come «trattamento inumano e degradante». Tanto maggiore sarà la invivibilità quanto più si accompagnerà alle lunghe permanenze in cella, a fare della cella il luogo di una vita invivibile. E la normalità, in situazioni del genere, è che dalla cella si esce solo per brevi periodi «d’aria», ma non per lavorare o per altre attività né, per molti dei detenuti (stranieri, persone sbandate per le ragioni più varie, etc.), per avere colloqui con i familiari. E’ possibile costruire prospettive di uscita da queste situazioni? Lo impediscono: la povertà delle risorse organizzative del carcere su questo versante, le risposte sempre più difficili e spesso negative della magistratura, lo stesso ridursi delle possibilità o la mancanza di queste per la fascia sempre più numerosa degli stranieri, che attendono solo l’espulsione (nei grandi carceri metropolitani sono ormai ben oltre il 50%, ma anche la media nazionale si avvicina al 40%). C’era una volta un Ordinamento penitenziario che dava delle speranze di permessi di uscita, di misure alternative, ma anche questi spazi si sono sempre più ristretti – per leggi forcaiole e per magistrati condizionati dal clima sociale che le produce – e le speranze si sono trasformate in delusioni. 
D’altronde, il suicidio non è l’unico prodotto della invivibilità delle carceri: lo sono anche i tentati suicidi, come pure, spesso difficili da distinguere dai primi, i gesti autolesionistici. Tutto insieme, si arriva vicini all’inferno. C’è, comunque, una campagna della amministrazione penitenziaria per individuare e agire a sostegno dei soggetti più a rischio. Ma non si può sperare che questo serva quando gli sforzi necessari sono limitati da poche risorse, destinati a durare per poco tempo, come accaduto in passato, affidati ad un sistema di sorveglianza psicologica e psichiatrica mai costruito adeguatamente: il tutto sempre dentro quelle condizioni di invivibilità che si mantengono e si concorre anzi ad aggravare, come dimostra l’accelerazione delle dinamiche di sovraffollamento. Tento una conclusione. Sentire, tutti, la responsabilità di questi morti e del carcere che li produce è una scelta etica desueta.

____Sandro Margara: Il Manifesto del 22 Aprile 2009____

Giornata della Terra

22 aprile 2009 2 commenti

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PER IL 39° ANNO SI CELEBRA LA GIORNATA DELLA TERRA…
SI CELEBRA LA MERAVIGLIA SENZA TEMPO, SI CELEBRANO I COLORI, L’INFINITO, GLI SPAZI IMMENSI E I PICCOLI PERTUGI DELLA ROCCIA, SI CELEBRA LA VIOLENZA DELL’ACQUA E L’AVANZARE DEL FUOCO,  GLI ANIMALI CON LE LORO CORSE E I LORO VOLI , GUERRE E  CUCCIOLATE. OGGI SI CELEBRA LA VERA E PROPRIA RESISTENZA, ANTICIPANDO DI QUALCHE GIORNO IL 25 APRILE, LA NOSTRE PICCOLA RESISTENZA ITALIANA. ORMAI COSÌ LONTANA E MAI STATA COSI’ VERAMENTE LIBERAZIONE.

LA PIU’ FORTE DELLE RESISTENZE SI CELEBRA OGGI, CON UN’ODE ALLA NATURA CHE CI RESISTE SENZA ANCORA MUOVERCI CONTRO UNA GUERRA GUERREGGIATA MALGRADO SIAMO I PEGGIORI TRA GLI OCCUPANTI, I PIU’ INFAMI TRA GLI OSPITI POSSIBILI.
OGGI SI CELEBRA L’UNICO VERO DIO IN CUI CREDERE, LA MAMMA PIU’ DOLCE E CALDA: LA PIU’ DIFFICILE DA PIEGARE TRA LE COMBATTENTI.
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E’ morto J. G Ballard

19 aprile 2009 1 commento

 

J. G. Ballard

J. G. Ballard

Abbiamo a che fare con un nuovo esempio di uomo e di donna: occhi stretti, passivi, che stringono in mano le loro carte di credito dei grandi magazzini. Credono a qualsiasi cosa che la gente come lei gli dice. Vogliono essere presi in giro, vogliono essere convinti a comprare delle emerite schifezze. La loro istruzione si basa sugli spot televisivi. Sanno che le uniche cose che valgono sono quelle che possono mettere nella busta della spesa. Questa è una zona infestata e la peste si chiama consumismo. […] E’ un nuovo tipo di democrazia, si vota alla cassa invece che alle urne. Il consumismo è lo strumento migliore mai inventato per controllare le persone. Nuove fantasie, nuovi sogni, nuove antipatie, nuove anime da salvare. Per qualche strana ragione chiamano questo shopping. Ma in realtà è la forma più pura di politica. 
[…]Avevo assistito all’insorgenza di un nuovo tipo di odio, silenzioso e disciplinato, un razzismo stemperato da tessere fedeltà e codici pin.
[…] Il consumismo è andato fuori strada e adesso sta cercando di trasformarsi in qualcos’altro. Ha provato con il fascismo, ma non è abbastanza primitivo.  L’unica cosa che rimane è la follia allo stato puro…

LIBERAMENTE TRATTO DA “REGNI A VENIRE”

Damasco, raccontata 700 anni fa…

16 aprile 2009 Lascia un commento

Il giovedì 9 del venerabile mese di Ramadan dell’anno giunsi a Damasco di Siria e presi alloggio nella màdrasa malikita, nota come al-Sharabishiyya [dei fabbricanti di sharbush, copricapo tipico degli emiri]. Damasco supera le altre città in bellezza e le oltrepassa con il suo splendore.

Foto di Valentina Perniciaro _Spruzzi damasceni_

Foto di Valentina Perniciaro _Spruzzi damasceni_

Ogni descrizione, per quanto precisa, è sempre troppo limitata per dirne tutta l’avvenenza, ma non vi sono parole più squisite di quelle di Abu al-Husayn ibn Jubayr, che così si espresse: “Sì, Damasco è il paradiso d’oriente, il luogo dell’origine della sua splendida luce; l’ultimo paese dell’Islam in cui siamo giunti, sposa novella fra le città che svelammo. Agghindata di fiori di piante odorose, spunta dai giardini avvolta in drappi di broccato e per la sua bellezza occupa un posto d’alto rango, s’asside sul trono nuziale con splendidi ornamenti. S’onora d’aver dato rifugio al Messia e a sua madre su un’altura tranquilla e irrigata di fonti, dove l’ombra è fitta e l’acqua paradisiaca. Qui i ruscelli serpeggiano ovunque e la brezza leggera dei giardini infonde vita agli animi. Damasco mostra il proprio fascino a chi l’ammira in tutto il suo splendore e dice: “Orsù venite qui, ove beltà risiede sia la notte che il dì!” La sua terra è a tal punto sazia d’acqua che quasi desidera aver sete, e poco ci manca che anche i duri e aspri sassi dicano: “Percuoti col piede la terra: ne sgorgherà acqua fresca buona a lavarti e per bere!” [Corano]. I giardini la circondano come l’alone che cinge la luna, sembrano petali tutto intorno ad un fiore. Verso

Foto di Valentina Perniciaro _passeggiando sulla via retta_

Foto di Valentina Perniciaro _passeggiando sulla via retta_

oriente si estende a perdita d’occhio la sua Ghuta verdeggiante e ovunque si volga lo sguardo, si resta ammaliati dallo splendore dei frutti maturi. Oh sì, ben son nel vero quanti di lei dissero: “Se il paradiso è qui sulla terra, esso per certo si trova a Damasco, ma se non può stare altrove che in cielo, in bellezza Damasco lo sfida quaggiù.”
Ibn Juzary aggiunge che un poeta di Damasco ha composto a tale proposito questi versi:
Se l’Eden eterno è qui sulla terra,
esso è a Damasco, e in nessun altro luogo.
Se invece è nei cieli, su Damasco ha disperso
la sua lieve brezza e le sue qualità.
Ecco un paese stupendo e un Maestro indulgente!
Gioiscine dunque da mane a sera!

Ibn  Juzary afferma inoltre: “Quel che hanno detto i poeti descrivendo le bellezze di Damasco è così tanto che non lo si può contare. Mio padre era solita descriverla declamando i versi di Sharaf al-Din ibn Muhsin:

Damasco! Mi rodo di struggente desiderio
come oppresso da calunnia e dal biasimo assillato…
Ah paese dove i ciottoli son perle e la terra appare d’ambra!
Vi frizza l’aria quale dolce vinello,
l’acqua vi scorre in libertà,
e rinfresca i giardini di un lieve soffio di vento!

E infine Nur al-Din:
Damasco: 
Siccome l’Eden è per lo straniero,
che qui si scorda il paese natio.
Ah, qui suoi sabati tanto famosi
stupendo spettacol di grande beltà!
Qui non si vedon che amanti e amati,
colombe che tuban sui rami al vento
e, tra gioia ed effluvi, superbi fiori

Questo brano è tratto da “I VIAGGI” di Ibn Battuta,  steso a partire  dal 1325. Personaggio incredibile, di origine berbera, passò 28 anni della sua vita percorrendo l’equivalente di quarantaquattro stati moderni (Africa, Medioriente, India, Cina, Isole Maldive, territori del Volga…). Il celebre libro fu steso da uno scriba del sultano che annotava con ordini i racconti e le sue osservazioni.

Prima poi metterò sul blog un altro piccolo omaggio alla mia amata Damasco… con qualche stralcio di poesie di Nizar Qabbani, straordinario  poeta siriano scomparso poco più di dieci anni fa

Piccolo racconto dalla grande moschea di Damasco

14 aprile 2009 8 commenti

Passare sotto quel portone fa tornare indietro di millenni, in una terra sconosciuta che apparentemente sembra non notarti.

Foto di Valentina Perniciaro  _Il portone d'ingresso della Moschea Omayyade di Damasco_

Foto di Valentina Perniciaro _Il portone d’ingresso della Moschea Omayyade di Damasco_

Passo sotto al portone cercando di imitare e capire in pochi secondi gesti che vengono da molto lontano, che odorano di millenni e di spezie che hanno traversato l’oriente più sconfinato. Il portone della grande moschea di Damasco è solo uno dei tre, ma è una scelta obbligata per chi entra la prima volta e non sa come muoversi, se da turista o mischiandosi tra le persone che entrano per pregare o per viversi un po’ della propria comunità.
Se avessi un velo sulla testa non passerei per la biglietteria, che ti timbra un pezzo di carta con un inchiostro che ti tinge la mano come fosse invidioso del fatto che quella visita sarà indelebile nella tua memoria, e ti dona per un po’ un piccolo velo a coprire capelli e spalle, cingendoti la vita con un laccetto.
Imitare i gesti si, e il primo che inevitabilmente si impara è quello di togliersi le scarpe e capire dove metterle: potrei lasciare tra un milione di scarpe all’ingresso, ma sono

Foto di Valentina Perniciaro _dentro la sala di Preghiera. Lì c'è la testa di San Giovanni Battista, che rotolò da Gerusalemme a Damasco, un po' come ho fatto io

Foto di Valentina Perniciaro _dentro la sala di Preghiera. Lì c’è la testa di San Giovanni Battista, che rotolò da Gerusalemme a Damasco, un po’ come ho fatto io

praticamente certa che non avrei modo di ritrovarle, non perchè qualcuno le toccherebbe, ma perchè non riesco ad avere punti di riferimento: troppo bianco, troppi sandali, troppo cuoio mischiato e spaiato per la mia inesperienza.
Ok. Le lego in qualche modo alla borsa della macchinetta fotografica: lo faccio nervosamente e infastidita perchè fremo all’idea di perdermi in questo luogo millenario, perchè ora ci voleva anche l’ingombro delle scarpe e il modo per non perderle a distrarmi da questo colore che mi acceca e che ancora devo capire da dove viene. E’ il sole che si scontra con quel cortile immense, un sole mediorientale che cade lasciando poche ombre e scalda il candore di strati di marmo che provengono dal tempio innalzato a Zeus, molto prima che una qualunque formaq di   monoteismo fosse arrivata a devastare le menti.
Il marmo mi attira; richiudo la borsa con i miei sandali che penzolano fuori e mi precipito ad assaporare con la pianta del piede quel bianco cotto al sole.
Che sensazione! Il marmo caldo mi accarezza, mentre le briciole e il mangime per gli uccelli che i bambini (quante centinaia di bimbi ci sono) si divertono a lanciare continuamente mi pizzicano il passo, rendendolo frizzante e ancora più stupito.
Incredibile come certi luoghi sembrino anche in grado di

insegnarti nuovamente a camminare, a farlo in un altro modo, a farti pensare il tuo movimento.
Parlo di quel luogo come fosse sacro anche per me, per me atea e comunista, per me blasfema, rivoluzionaria, senza padroni nella testa. 
Ma non posso negarlo. Quel luogo ti lascia stupito solo nel suo cortile, ancor prima che l’immenso colonnato della sala centrale di preghiera ti accolga nei suoi rumori mistici e nella sua calca riposata, nel colore dei tappeti che cercano di sfiorare il rosso, nei disegni geometrici, nella madreperla, nel legno intarsiato con la loro calligrafia…
Il grande utero caldo della moschea omayyade di Damasco è il suo cortile, che immediatamente ti fa sentire a casa, senza alcuna sensazione di estraneità, senza imbarazzo. Mosaici bizantini  con il loro oro aiutano il sole ad entrarti dentro e rendere quel cortile una piccola luminosa succursale dell’Eden, con quegli alberi disegnati e uccelli veri e finti che intrecciano i loro voli al ritmo del muezzin che chiama alla preghiera di mezzogiorno.
Senza alcuna timidezza, che tante volte ho provato dentro le nostre tetre e silenziose cattedrali, mi incammino verso una delle entrare della sala di preghiera. Mi scelgo un pezzetto di tappeto dove rannicchiarmi a terra, insieme alla mia macchinetta e alla mia voglia di diventare invisibile, di cancellare dai miei tratti l’occidente che mi porto dietro per essere un tutt’uno con quella grande comunità riunita da un rito che se non distinguesse uomini dalle donne (con un baldacchino in legno) sarebbe totalmente orizzontale, privo di quella gerarchia ecclesiastica che intimoriva la nostra crescita da bambini di

Foto di Valentina Perniciaro _ Girotondi in moschea _

Foto di Valentina Perniciaro _ Girotondi in moschea _

un’Italia che di laico non ha mai avuto molto nel suo sistema scolastico/educativo.
La preghiera inizia ed è tutto un gioco di mani, di teste, di sederi grandi e piccoli che si muovono in simbiosi. Le parole mi giungono ormai familiari, almeno nella prima parte del loro canto ed hanno il potere di rilassarmi, di farmi stendere le gambe e sentire con i piedi nudi il pizzicorio dei kilim.
Una bimba si è accorta di me e si stacca dalla sua famiglia correndomi incontro. Non faccio un solo gesto, non volevo esser vista e invece ora lei attira l’attenzione su di noi: si mette in ginocchio accanto a me, come per insegnarmi il movimento, mi prende le mani e mi fa capire come poggiarle a terra per poi alzarmi con loro, in un movimento unico.
La ringrazio e lei mi sorride felice, dopo aver compiuto quel gesto straordinario: stupenda lei, aveva capito che ero l’unica, tra forse un migliaio di persone, ad essere emarginata dall’ignoranza dei gesti e mi ha mostrato la sua solidarietà così, aprendomi la porta dei suoi riti e della sua comunità e strappando un sorriso d’approvazione alla sua mamma e a suo padre, distante e avvolto nella sua veste bianca.

Foto di Valentina Perniciaro _La moschea Omayyad di Damasco_

Foto di Valentina Perniciaro _La moschea Omayyad di Damasco_

Da quel giorno i tre minareti della moschea omayyade hanno cadenzato le mie giornate, da quel giorno i miei piedi hanno iniziato ad avvertire -ogni piccola manciata di giorni- il desiderio di camminare scalzi sui secoli e sul grano per i piccioni, avvolta dall’oro bizantino e dai sorrisi di bimbe dai capelli liberi e dallo sguardo sincero e dolce.
Un luogo dove molte volte mi sono ritrovata a leggere o a fare un pisolino all’ombra di una colonna o di un arco, sul morbido dei tanti tappeti: un luogo sacro dove non esiste silenzio, un luogo sacro che non ha nulla a che vedere con quella che da noi si definisce “Casa del Signore”. Per l’Islam non è assolutamente così: è la casa di una popolazione, è il luogo dove si prega e poi si mangia e si gioca, dove ci si incontra, dove i ragazzi si scambiano i primi sguardi maliziosi, dove gli anziani dormono e i bambini si rincorrono rotolando su tappeti e nel cortile. Un luogo dove ci si sente a casa, abbracciati.
E per dirlo io!

Epicentro Solidale e il fantasma “sciacallo”

11 aprile 2009 Lascia un commento

I compagni hanno aperto un sito dall’ Epicentro Solidale creato dal movimento romano in Abruzzo, 
come forma di solidarietà dal basso per tutti coloro che sono stati colpiti  dallo sciame sismico che ha raso al suolo L’Aquila e la sua provincia e continua a flagellare la popolazione, che ha già perso tutto ed ora si trova doppiamente vittima dei teatrini di potenti e speculatori.
Ovviamente assolti gli unici 4 che erano riusciti ad indagare per sciacallaggio: si preparano ad inasprire pene e scarabocchiare decreti per una cosa totalmente inventata. Sappiamo benissimo chi sono gli sciacalli.
 
Un appello per chi porterà nei centri di raccolta  : sarebbe utile portare, oltre a stufe, fornelletti, coperte, materassini e tutto quello che può far giocare e star bene i bambini, anche qualcosa per gli adulti e per i più anziani. Qualcosa che possa distrarli e fargli passare un po’ le ore, visto che passano intere giornate a non far nulla, nel totale sconforto, dentro le tendopoli. Quindi sono utili carte, parole crociate, riviste, scacchiere e cose simili.
Anche quello è importante.
Il tempo tra quelle montagne belle e stracolme di disperazione non sembra passare mai.

Resisti Abruzzo, RESISTI!

6 aprile 2009 Lascia un commento

Foto di Valentina Perniciaro

Rientro dall’Abruzzo, ormai terra familiare, solamente ieri sera e poche ore dopo…il terremoto.

Foto di Valentina Perniciaro _Sulla vetta della Majeletta_

Foto di Valentina Perniciaro _Sulla vetta della Majeletta_

Terra di dirupi, di grotte e panorami che cambiano ogni metro, terra di lupi e orsi (stavolta lo posso dire forte), di montagna aspra e colline dolci.
Terra di gente genuina, dal dialetto stretto , simpatico e contagioso; gente generosa, silenziosa e piena di voglia di cantare, ridere e mangiare.

Una terra che sa accogliere e farti tornare indietro nel tempo, come se per bere dovessi risalire dal Calacroce con la conca in testa e l’acqua della fonte, come se la Morgia fosse sempre stata nel mio orizzonte.
Un Abruzzo in ginocchio ad una manciata di ore da quando m’ha salutato, da quando ho riempito di baci quella mamma montagna che ogni giorno svela un ruscello, un fiore, un animale, un lato sconosciuto.

Foto di Valentina Perniciaro _La Morgia_

Foto di Valentina Perniciaro _La Morgia_

Ogni luce dona alla dolce Majella un colore nuovo, un profilo più dolce del precedente.

Terra di pascolo e mulattiere, di scoppolette e formaggi di pecora, terra genuina che non sembra l’Italia di oggi.
Aspro e dolce Abruzzo, RESISTI.

E DOVRETE RACCONTARCI DI CHI SONO LE RESPONSABILITA’ DI TUTTO QUESTO, CI DOVRETE DIRE COME E’ POSSIBILE CHE CADANO SBRICIOLATI OSPEDALI E PREFETTURE E NON CASE ANTICHE, O ABUSI DI PERIFERIA.

Foto di Valentina Perniciaro

Foto di Valentina Perniciaro

CI DOVRETE DIRE COME COSTRUITE IN UN TERRITORIO ALTAMENTE SISMICO, CI DOVRETE DIRE PERCHE’ SIAMO L’UNICO PAESE AL MONDO DOVE IL CEMENTO ARMATO SI SBRICIOLA COME IL CARTONE.

UN PENSIERO VA A TUTTI GLI SFOLLATI, A TUTTI COLORO CHE LOTTANO PER USCIRE VIVI DALLE MACERIE.

UN PENSIERO PARTICOLARE A TUTTI I DETENUTI DELLA REGIONE ABRUZZO, RICCA ANCHE DI CARCERI DI MASSIMA SICUREZZA, DI CUI NESSUNO CI FA SAPERE NULLA: PERCHE’ TERREMOTO E CARCERE SONO DUE COSE CHE PENSATE INSIEME DOVREBBERO FAR VENIRE VOGLIA A TUTTI, A TUTTI, DI ANDARE LI’ E BUTTAR GIU’ QUELLE MURA, QUEI BLINDATI, QUELLE SBARRE.

Foto di Valentina Perniciaro

Foto di Valentina Perniciaro