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Ucciso nel suo letto ad Hebron e altre storie quotidiane della terra di Palestina
Ucciso nel suo letto, nella sua camera da letto, senza avere vicino a lui alcuna arma da fuoco. Si chiamava Amr Qawasme, aveva 65 anni e risiedeva ad Hebron, fino alla sua morte, due settimane fa. Oggi un’agenzia ci racconta che il suo assassino, soldato dell’esercito israeliano è stato espulso dal corpo, malgrado abbia espresso il suo profondo rammarico per quello che aveva compiuto.
Avrebbe dovuto compiere un arresto in una casa, dentro la città palestinese di Hebron di cinque presunti membri di Hamas: “per errore” il soldato (di cui non ci viene fornito nessun dato) sarebbe entrato nell’abitazione di Qawasme (un piano sopra all’appartamento sospetto) uccidendolo dopo pochi secondi per una “mossa sospetta”, però non confermata dall’esercito, che infatti ha chiesto la sua espulsione.
Diverso il comportamento del Ministero dell’interno in un caso simile avvenuto a giugno dello scorso anno, a Gerusalemme Est.
Qui la vittima, ovviamente palestinese, Ziad Jilani è stata uccisa malgrado fosse già ferita e a terra: il ministero ha ammesso che la morte è avvenuta quando il sospettato era già a terra, ma giustifica il comportamento della polizia perchè gli agenti temevano di essere obiettivo di un attacco terroristico. Tutto normale insomma.
Da Jenin invece ci riferiscono oggi dell’uccisione di un palestinese che avrebbe aperto il fuoco contro un check point nei pressi dell’insediamento di Mevo Dotan. Sarebbe avvenuto intorno alle 11 di questa mattina: i colpi partiti da un soldato del Battaglione Netzah Yehuda, tristemente noto per aver reclutato un gran numero di giovani ortodossi e di coloni.
La “crema” di quel paese.
Srebrenica-Israele: a ciascuno il suo Eichmann
A ciascuno il suo Eichmann
Uno degli assassini di Srebrenica arrestato in Israele, dove viveva dal 2006
Ormai pensava di averla fatta franca. Quindici anni dopo la strage di Srebrenica lo zelante soldato Aleksander, il boia Aleksander, pensava di potersi godere la sua nuova vita, con moglie e figli, quando il governo israeliano aveva concesso la cittadinanza israeliana. Adesso è stato arrestato, a Gerusalemme, in attesa di estradizione verso la Bosnia – Erzegovina. Ha sbagliato i suoi calcoli, però. Perché il governo di Sarajevo, come il vecchio Simon Wiesenthal faceva con i nazisti, non ha mai smesso di dare la caccia ai criminali di guerra. Aleksander Cvetkovic é uno di loro. Tra gli esecutori materiali del massacro più grande della storia recente d’Europa. Miliziano delle formazioni serbo-bosniache durante la guerra in Bosnia, nel 1995 era tra coloro che massacrarono in poco più di ventiquattro ore almeno ottomila civili musulmani dell’enclave di Srebrenica e dintorni. Alla fine della guerra, nel 1995, ha fatto perdere le sue tracce, come tanti altri. Molti, in questi anni, sono stati catturati. 
Lo stesso Radovan Karadzic, leader politico dei serbi di Bosnia, langue nel carcere dell’Aja in attesa che il Tribunale Internazionale per la ex Jugoslavia emetta la sua sentenza. Manca all’appello ancora il generale Ratko Mladic, comandante militare dei serbo-bosniaci, ma si spera che arriverà presto il suo turno. Cvetkovic, oggi, ha 43 anni. Ha sposato una donna ebrea e, in base alla Legge sul Ritorno israeliana, che permette a ogni ebreo del mondo di chiedere e ottenere la cittadinanza d’Israele se si trasferisce a vivere nel Paese, ha ottenuto anche lui la regolarizzazione. Il mandato di cattura della magistratura bosniaca è stato recepito da quella israeliana e sarà una corte distrettuale di Gerusalemme a stabilire, nei prossimi giorni, se il fermo di polizia possa tramutarsi in estradizione.
Un problema non da poco, per Israele. In quanto cittadino israeliano, infatti, le accuse di Cvetkovic potrebbero non rientrare nella fattispecie dei crimini riconosciuti da Israele per l’estradizione. Tel Aviv, infatti, non ha mai ratificato i tribunali internazionali. Temendo di vedere, un giorno, i suoi militari o i suoi politici inquisiti per gli stessi crimini. Uno strano senso del diritto, questo. Nel 1960, a Buenos Aires, un commando del Mossad (servizio segreto israeliano) sequestrò Adolf Eichmann, gerarca nazista e ufficiale delle SS, con un ruolo di primo piano nello sterminio degli ebrei durante la Seconda Guerra mondiale, che si era rifugiato nell’America Latina dopo la guerra. Eichmann, senza che il governo argentino venisse coinvolto, venne trascinato in Israele, giudicato e condannato a morte. Lo spirito di quell’iniziativa era lampante. Non deve esistere nessun posto sicuro, al mondo, per chi si è macchiato di un crimine orrendo come quello della Shoah. Non è da meno il massacro di Srebrenica e lascia per lo meno esterrefatti che un Paese come Israele, noto per le sue procedure di sicurezza, non sapesse chi era Aleksander Cvetkovic quando questi ha richiesto la cittadinanza israeliana. Lascia ancora più perplessi, però, il mancato riconoscimento dei tribunali internazionali che proprio da quello di Norimberga presero la loro legittimazione etica e giuridica.
di Christian Elia, Peacereporter
Intervista ad un militante del FPLP, detenuto per 18 anni in Israele
tratto da rebelión.org
traduzione a cura del Collettivo Autorganizzato Universitario – Napoli
– Ci puoi raccontare le cause della tua detenzione, le accuse in base alle quali ti incarcerarono?
In realtà le accuse furono tre. In primo luogo mi accusarono di cercare di infiltrarmi armato all’interno dello stato di Israele; in secondo luogo, di eliminare collaborazionisti e la terza accusa fu di appartenere, in Giordania, ad un gruppo illegale, l’FPLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina).
Ci sono tre tipi diversi di detenzione in Israele. C’è quella amministrativa, quella per precauzione o preventiva e una terza, dovuta alla appartenenza ad un gruppo terrorista. Noi fummo detenuti in base a questo terzo tipo di accusa.
Era la prima tappa della lotta palestinese nel 1967, la guerra dei 6 giorni: nella mia unità eravamo 19 persone capeggiate da Abu Ali Mustafa, che più tardi sarebbe diventato segretario generale dell’FPLP per essere poi assassinato nel 2002. Tutti gli appartenenti al nostro gruppo morirono; rimanemmo in quattro e fummo arrestati mentre cercavamo di dirigerci verso la Giordania. Eravamo in una fase di preparazione e immagazzinamento di munizioni. Torniamo al tema in questione. Fummo detenuti in quanto legati ad un gruppo terrorista, per cui fummo interrogati e sottoposti ad una tortura che assunse mille forme diverse. Sono torture che hanno l’obiettivo di estorcere un riconoscimento di colpevolezza, cercano di strapparti dichiarazioni che permetta loro di accusarti e farti condannare dai tribunali israeliani in maniera quasi automatica. Ci torturano fisicamente e psicologicamente in diversi momenti per estorcerci le confessioni che gli servivano. Una volta ottenuto ciò che è sufficiente per poterti accusare, anche se non hai fatto nulla di ciò che dichiari, ti accusano e danno per scontata la tua colpevolezza.
– Avevate qualche tipo di consulenza legale? Qualche tipi di garanzia? In che condizioni avvenne il processo?
In quei momenti la situazione era molto particolare. Ci sottoposero ad un tribunale militare e nominarono un avvocato d’ufficio. Rifiutammo l’avvocato: se lo avessimo accettato avremmo riconosciuto implicitamente il tribunale che ci giudicava. Obbligarono un avvocato arabo ad assumere la nostra difesa ma noi ci rifiutammo di farci difendere, gli dicemmo che eravamo combattenti per la libertà contro le forze d’occupazione e che quindi non riconoscevamo un tribunale delle forze dell’occupazione, né gli avvocati che avrebbero nominato. Noi, gli dicemmo, non ci pentivamo di nulla e avremmo continuato a lottare se ci avessero rimesso in libertà.
Israele ritiene importanti due criteri: la sicurezza, dalla sua ottica, e gli effetti politici. Quando c’è un picco nella lotta dei palestinesi, moltiplicano gli arresti e aumentano le condanne per dissuadere e demoralizzare. Quando invece la situazione è più calma, allora ci sono meno arresti e lo stesso vale per le condanne.
Rimasi in carcere per 18 anni, dall’8 dicembre del 1967 all’8 maggio del 1985.
– Come fu la liberazione? Perché ti scarcerarono? Intervennero organismi internazionali?
Fui parte di uno scambio tra Israele e l’FPLP – Comando Generale per liberare prigionieri israeliani detenuti dalla suddetta organizzazione, in cambio di prigionieri palestinesi.
– Ma questo in realtà non è un riconoscimento di uno stato di guerra, non di terrorismo, come dicono gli israeliani?
Sì, Israele non lo riconosce ufficialmente ma implicitamente riconosce di essere in uno stato di guerra. Solo dinanzi alla forza si vedono costretti a scambiare prigionieri e riconoscono in maniera indiretta l’occupazione. Invece, quando negozi con loro in una situazione di pace, non sono capaci di riconoscere nulla né di metterti in libertà.
Qual è stata la tua attività da quando ti rimisero in libertà?
Ora sono impegnato in una lotta su diversi fronti. Da una parte, come militante dell’FPLP, sono giornalista e scrittore. Sono anche presidente della commissione dei prigionieri nelle carceri israeliane e sono membro del comitato disciplinare dell’FPLP. Sono attivo anche come padre, a casa, con i miei figli.
– Quali sono i problemi più importanti dei prigionieri palestinesi in questo momento?
Israele ha due obiettivi in relazione ai prigionieri. Come essere umano, vuole trasformarti in un problema per la tua famiglia, per la società, vale a dire, renderti invalido fisicamente e psicologicamente. Noi in carcere vogliamo superare questa situazione cerchiamo di formarci, di trasformarci in una scuola di costruzione e coscientizzazione e di far fallire così questa strategia. Allo stesso tempo, non dobbiamo dimenticare la ragione per la quale veniamo incarcerati: mettere fine alla causa di liberazione della Palestina; per cui il nostro scopo è continuare questa lotta dovunque ci troviamo.
Però dovresti chiedermi del nostro apprendistato in carcere, le cose che abbiamo imparato e che ci aiutano a sopravvivere e a mantenere viva la causa.
– Va bene, allora parlami di questo apprendistato…
Uno degli strumenti della lotta che abbiamo sviluppato nelle carceri e che si è dimostrato molto efficace è lo sciopero per il miglioramento delle condizioni di vita, dato che consente di contrastare gli effetti dell’isolamento e della tortura. Lottare per il miglioramento delle condizioni fisiche e psichiche dei prigionieri è una delle armi più pericolose per preservare la nostra mente e il nostro corpo, per poter continuare la nostra lotta in futuro. Israele vuole trasformarci in cadaveri, vivi ma cadaveri; vuole annichilirci in vita, affinché non possiamo servire né alle nostre famiglie né alla nostra società, per renderci un peso per loro e per la nostra stessa causa.
– Che tipo di attività svolgi con i prigionieri che continuano ad essere in carcere?
Lo sciopero come forma di lotta ha diverse varianti. Una strada è rifiutarci di prestare servizi come la rasatura; un’altra è non accettare colloqui con la direzione delle carceri, rifiutare le mediazioni delle persone giuridiche che vogliono offrirsi come mediatori. C’è anche lo sciopero della fame, ed anche la ribellione contro i carcerieri. A volte abbiamo perso compagni perché l’esercito ha lanciato elicotteri contro le carceri. La lotta dei prigionieri è coordinata e ha un appoggio logistico dall’esterno per poter influenzare l’amministrazione e per poter negoziare, per obbligare gli uffici penitenziari a negoziare. Si tratta di una lotta che dipende da noi perché tutto ciò che facciamo qui parte dalla coscienza dei prigionieri, se non lo facciamo in questo modo non serve a nulla. Ciò che facciamo fuori per quelli che sono dentro deve essere il riflesso di quello che fanno loro.
– Che importanza dai a questo Forum arabo in appoggio ai prigionieri?
È una cerimonia, come una piccola luce che finirà per spegnersi, non mi pare che sia il metodo ottimale per lottare. Bisogna comprendere bene la fase di lotta in cui ci si trova.
Bisogna tenere in conto che il corpo della resistenza nel suo insieme sono i prigionieri, tanto quelli che stanno dentro come quelli che stanno fuori: sono loro il corpo della resistenza dal 1965. Siamo un tutto, con un’entità propria al margine delle organizzazioni cui apparteniamo e siamo la garanzia della continuità della lotta.
In primo luogo bisogna considerare le diverse tappe che ha attraversato la lotta palestinese. Nella prima la lotta era generica, si trattava di una causa nazionale che era al di sopra di tutto e indipendente dalle organizzazioni; a livello di coscienza superava le differenziazioni tra partiti, per tutti era una lotta di resistenza contro un nemico occupante. Poi c’erano le diverse categorie di prigionieri secondo il carcere in cui erano rinchiusi, poiché il grado di implicazione nella resistenza era differente. Il carcere in cui ero rinchiuso io era emblematico, il carcere di Ascalon. Avevamo le condanne più lunghe perché eravamo guerriglieri, rappresentavamo la lotta armata, l’avanguardia che, in qualche modo, forniva l’esempio agli altri prigionieri delle carceri israeliane. Eravamo in un momento precedente a quello delle militanza politica. Se non si fosse dato questo tipo di resistenza, la lotta dei prigionieri avrebbe finito per fallire.
Questa è la prima tappa, dal 1965 al 1973. La seconda tappa è quella in cui le contraddizioni della militanza politica, quelle relazionate all’età biologica, quelle che derivano dall’appartenenza all’uno o all’altro gruppo, si ripercuotono sui prigionieri. In quel momento Israele moltiplica l’utilizzo di collaborazionisti, offre privilegi agli uni contro gli altri per suscitare scontri all’interno del fronte palestinese. È una tappa molto negativa quella tra il 1973 e il 1976. Ti riassumo molto quello che è successo. La terza tappa è quella in cui cominciamo nuovamente a spostare le contraddizioni nel campo del nemico, contro Israele.
Queste tappe riassumono il nostro apprendistato. Abbiamo imparato nelle carceri a risolvere le differenze interne tramite il dialogo democratico e ad anteporre l’interesse generale dei palestinesi, la causa nazionale, la lotta contro il nemico, alle discrepanze tra di noi. Questo è quello che ha conseguito il movimento dei prigionieri.
A differenza di ciò che accade tra i palestinesi al di fuori, dove prevalgono le differenze, nelle carceri non avviene. La terza tappa di cui ti parlo è quella del superamento delle contraddizioni. Questo non vuol dire che non ci siano state divergenze arrivate dall’esterno: per esempio, gli accordi di Oslo generarono gravi tensioni tra i prigionieri, ma la linea prevalente è stata quella di raggiungere una maggior presa di coscienza politica, un maggior coordinamento e un dialogo democratico per contribuire alla causa. Da lì nacque il documento dei prigionieri che è stato tanto importante per definire la loro posizione e per chiedere l’unità nella lotta. Questo documento fu un’iniziativa dei prigionieri, non delle organizzazioni politiche. Venuto alla luce nel 2005, è conosciuto come il documento dei prigionieri e in esso si fa prevalere l’unità nella lotta contro l’occupazione su qualsiasi divergenza politica.
Oggi, dopo gli accordi di Oslo del 1993, siamo davanti ad una situazione molto difficile: ci sono 350 prigionieri arrestati prima di questi accordi e che non sono stati presi in considerazione. Israele ha separato i prigionieri di Fatah da quelli di Hamas, questi da quelli dell’FPLP, questi da quelli del 1948, gli arabi dai palestinesi…, e questo è un riflesso della realtà esterna, della frammentazione della resistenza. Si è prodotta una profonda ferita nello stato d’animo dei prigionieri. In questo senso, l’unità diventa un’arma fondamentale per poter superare questa situazione, affinché la lotta dei prigionieri continui e affinché non si arrivi ad una depoliticizzazione. Non si può consentire la separazione dei prigionieri della Cisgiordania da quelli di Gaza, di quelli di Fatah da quelli di Hamas e dal resto…
– Che succede con i giovani? Anche i giovani palestinesi incarcerati mantengono quest’impegno?
Ci sono due generazioni in carcere. C’è la generazione della resistenza armata e ci sono i bambini dell’intifada. Mentre la coscienza della prima generazione è nazionalista globale e integrale, quella dei giovani dell’intifada ha una maggiore tendenza verso il particolare, verso il proprio gruppo, verso la propria forma di portare avanti concretamente la lotta. Noi apparteniamo ad una tappa che si vuole eliminare. Il sionismo si è applicato per cercare di aprire questa spaccatura generazionale. Viviamo una situazione simile a quella del Titanic: colui che è sulla nave affonda e colui che si getta in mare muore. È in atto un chiaro tentativo accelerato di liquidare la tappa rivoluzionaria palestinese. Purtroppo le nuove generazioni che sono incluse negli accordi di Dayton non sono coscienti di questa situazione si cerca di separarli dai ‘vecchi’ per evitare che abbiano una visione d’insieme della lotta.
L’altro giorno è accaduto un fatto utile a capire questa situazione. C’era un concentramento contro il processo di negoziazioni dirette e i giovani palestinesi hanno pestato i membri dell’esecutivo dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina). Quando abbiamo chiesto loro se conoscessero i dirigenti palestinesi che avevano attaccato, se conoscessero i loro nomi, non conoscevano nessuno, lo stesso Arafat sembra un ricordo lontano. Manifestavano contro i negoziati diretti e quando uscirono i membri del comitato esecutivo li hanno picchiati senza conoscerli. Manca la comprensione del significato storico della lotta palestinese.
– Quali credi siano i passi da fare, tanto per le organizzazioni che sono fuori quanto per quelle di appoggio ai prigionieri?
Non è facile dire quale sia la tappa in cui ci troviamo e quale debba essere la strategia da seguire. Credo che si debba seguire la massima di Gramsci quando parlava di pessimismo dell’intelligenza e ottimismo della volontà. Ci troviamo in un villaggio globalizzato e tutto è strettamente legato. La lotta non è tanto semplice da poter sapere in anticipo che una strada è migliore di un’altra, ma la cosa certa è che bisognerebbe iniziare ad agire e che questa situazione dovrebbe sboccare nella creazione di una serie di forze che sappiano cogliere il momento storico e tracciare una linea strategica determinata per una via di uscita globale, non solo in relazione alla questione palestinese. Dalla preistoria allo spazio c’è un lungo percorso che non è paino, ma in salita. Io continuo a credere che ci sia una via d’uscita. È come per le navi, bisogna procedere a zig-zag ma senza perdere d’occhio la meta.
– Che pensi di Hezbollah? Credi possa assolvere un ruolo nel processo di unità del mondo arabo e nella causa palestinese?
Gli Stati Uniti continuano ad essere un impero e vogliono farla finita con Hezbollah perché vogliono farla finita con la Siria, il Libano… Gli USA non cesseranno di impegnarsi per colpirli. Ma all’impero rimangono al massimo 25 anni per cercare di distruggere tutte le resistenze. Finché Hezbollah è parte dell’asse costituito dalla resistenza del mondo arabo sarà un alleato fondamentale contro l’occupazione; ha una grande influenza in tutto il mondo arabo ma non possiamo sapere quale sarà la sua evoluzione. L’assenza delle forze della sinistra laica aggrava molto le cose. Siamo intrappolati tra una destra collaborazionista e una sinistra incapace. Abbiamo molti anni di lotta alle spalle e non abbiamo raggiunto obiettivi concreti e questo ha portato al disincanto tra le masse che si sono rifugiate nella religione. Quando fallì la rivoluzione del 1905 molti appartenenti ai settori popolari russi si rifugiarono nella religione, esattamente come accade ora. Dovremmo studiare come superare questa situazione.
Palestine: diario per immagini da Freepalestine
Per capodanno una delegazione di Freepalestine si è recata nei Territori occupati dall’esercito israeliano.
Questo un racconto-diario.

Siamo partit* in quattro di Free Palestine Roma ma all’aereoporto di Tel Aviv due di noi sono stati fermati e successivamente rimpatriati con un’espulsione per 5 anni. L’arbitrarietà e l’arroganza con cui questo è avvenuto sono tipici di Israele. La motivazione è stata che una dei due era stata già stata espulsa in aprile (cosa non vera perchè era stata fermata a casa di una signora sotto sgombero, ma aveva ricevuto solo un’ammonizione a stare fuori da quella zona per una settimana ma non un’espulsione) e per lui perchè viaggiavano insieme.

Con una buona dose di incazzatura siamo arrivate nella casa rimasta tagliata fuori dal muro che in quel punto separa la zona di Betlemme da quella di Gerusalemme, tutta la vita degli abitanto di questa casa la famiglia, il lavoro, sono al di là del check point. Questo chech point in 10 gg l’abbiamo passato tantissime volte, mettendoci ore o minuti a discrezione del soldato di guardia. Da una parte si esce a piedi e da una parte in macchina.

Dopo le 10 di sera, dalla parte pedonale, quasi sempre la guardia fa finta di non esserci, così aspetti un’ora chiamando inutilmente prima che qualcuno decida di premere il pulsante che apre il primo tornello e da’ accesso alla zona del metal detector, dove perdi almeno altri 10 minuti perchè continua a suonare e tu non sai più che cazzo devi toglierti .. I palestinesi devono infilare la mano in una gabietta e compare la loro faccia sul monitor della guardia, a noi basta mostrare il passaporto, ci rivestiamo bestemmiando e usciamo dall’altra parte.

Il centro Amal al Mustakbal di Aida Camp funziona bene, la mattina c’è la scuola per i bambini fino a tre anni, il pomeriggio i corsi di dabka (la danza tradizionale che si balla a tutte le età) e inglese per quelli più grandi. Con i soldi raccolti in italia si stanno facendo molti lavori di ristrutturazione e messa a norma, si pagano le bollette, si cerca di dare un rimborso alle volontarie che ci lavorano. Insieme ai bambini facciamo 2 murales

Radio Voce Unita è nata da pochi mesi a Deisheh Camp. Ci lavorano compagni con tanti anni di prigione alle spalle. La loro idea è fare una radio di tutti, lontana dalle influenze dei partiti, ma vicina ai bisogni dei palestinesi. E che dia un apporto culturale alla Palestina di oggi che invece vede sempre più nella religione le uniche risposte alle tante domande disattese. Tutti i venerdì in molti villaggi della Palestina i comitati di resistenza non violenta organizzano manifestazioni e azioni contro il muro che li isola e frammenta. Bil’in, 800 persone, un pezzo di terra rossa e ulivi, pietre, una rete lunga come l’orizzonte, dietro a questa una strada sterrata su cui passano solo mezzi militari, qualche altro centinaio di metri e il muro vero e proprio. Poi dietro ancora, in cima a una cava la colonia di Kiryat Sefer.

Venerdì 31 dicembre è anche il 6° anniversario del comitato del villaggio di Bil’in, la manifestazione si prevede più partecipata, i compagni sono organizzati per tagliare la rete con delle tronchesi. Sulla strada che congiunge Ramallah a Bil’in e altri villaggi, spunta un posto di blocco, un check point volante con tanto di spunzoni in mezzo alla strada per impedire il passaggio. Il nostro taxi viene fermato. Siamo 3 italiane un basco e un palestinese col documento verde (cioè che si può muovere abbastanza liberamente nei territori). Un ventenne con mitra molto più grosso di lui dice che la zona è chiusa per 2 o 3 ore. Non da spiegazioni e non sente ragioni. Proviamo l’altra strada, stessa scena. Niente corteo per noi. .

La manifestazione si è fatta però, con 800 persone, la rete è stata tagliata in alcuni punti. L’esercito ha reagito con lacrimogeni, bombe sonore e gas. A causa delle inalazioni due giorni dopo morirà Jawaher Abu Rahmah, sorella di Bassem, diventato un po’ il simbolo della resistenza di Bil’in, ucciso 2 anni fa da un lacrimogeno ad altà velocità. Siamo state a Bil’in qualche giorno dopo a portare la nostra solidarietà e abbiamo deciso di tornarci per il corteo del venerdì successivo

Il campo profughi di Balata è sempre particolarmente sofferente e segnato dalle numerose incursioni militari che ci sono state negli anni, ha un gran numero di morti ammazzati per mano israeliana di cui molti bambini. Abbiamo incontrato i volontari dell’Happy child wood club e con loro abbiamo immaginato la possibilità di tornare. Nablus rimane una delle città più belle e più accoglienti della Palestina. Consigliamo sempre una visita in questa città resistente circondata dall’alto da sempre più colonie. Sulla strada tra Balata e Nablus l’Autorità Palestinese sta costruendo uno dei più grossi carceri che la storia della Palestina ricorsi. Questo per rendervi l’idea di cosa si respira oggi in quella terra repressa anche da questo. Silwan è un quartiere palestinese di Gerusalemme Est dove ogni giorno ci sono sgomberi e demolizioni per insediare nuove famiglie di israeliani, poi costrette a vivere sotto scorta sotto lo sguardo giustamente ostile dei residenti. Abbiamo incontrato il comitato, che tra i molti problemi ha denunciato una fortissima repressione soprattutto verso i ragazzini che cercano di contrastare l’occupazione.

Abbiamo deciso di tornare a Bil’in il primo venerdi del nuovo anno. La comunità è molto piccola e ruota intorno a due famiglie. Sono tutti molto ospitali e gentili. E sorridono e scherzano nonostante la brutalità esistenziale a cui sono costretti. Cantiamo bella ciao, balliamo, mangiamo i felafel più buoni di tutto il viaggio. Al corteo c’è un sacco di gente, ci sono i comitati delle donne di diversi vilaggi e città. Si arriva come sempre fino alla rete che viene tagliata in alcuni punti. Poi i lacrimogeni, le bombe assordanti, delle palle di ferro che piovono dal cielo cambiando direzione grosse come un pugno che sprigionano gas, e un idrante tutto bianco che spara per centinaia di metri un liquido nauseabondo che fa immediatamente vomitare, liquido che poi si è rivelato essere acqua di fogna addizionato con agenti chimici. Un venerdì come tutti gli altri negli ultimi 6 anni a Bil’in.
Tunisia: un resoconto di queste ultime ore
Alle 16 il bilancio della giornata parla già di “almeno dieci morti” in tre diverse città tunisine: Douz, Dagache e Qabali. E’ difficile seguire le notizie proprio per la quantità di mobilitazioni simultanee presenti in numerosissime città del paese.
Proprio a Douz è stato registrato anche il suicidio di un docente universitario dopo i due morti avvenuti, questo è quanto viene riferito dalla tv satellitare Al-Arabiya. A Sfax, dove già dalla prima mattinata sfilavano in piazza più di ventimila manifestanti, ci sarebbero due ragazzi colpiti alle gambe da pallottole esplose dai militari: la polizia si sta ritirando per lasciare la città in mano all’esercito. Nemmeno Tunisi è stata risparmiata: violenti scontri e l’uso di pesanti lacrimogeni che stanno torturando i ribelli, insieme al fischio dei proiettili che sempre più spesso taglia l’aria anche a pochi passi dalla sede del Consiglio dei ministri. Qui si è parlato per un paio d’ore di due giornalisti del Tg3 aggrediti dai manifestanti proprio nel centro della capitale, ma poco fa è stata la stessa Maria Cuffaro a raccontare all’Adnkronos che l’aggressione subita da lei e dal suo operatore è stata opera di poliziotti in borghese, che hanno preso e danneggiato la telecamera, manganellato l’operatore e lanciando a terra la giornalista.
Ben Ali, riferisce poco fa Al-Jazira, ha convocato il Parlamento per domani alle 14, per discutere della situazione. Chissà quanti altri morti ci saranno da qui a domani; le immagini che sempre più numerose affollano la rete, provengono sempre più spesso dagli ospedali che non riescono a reggere il numero dei feriti in continuo arrivo.
La nottata è stata pesante come le precedenti: retate e perquisizioni, estremamente violente, sono avvenute in molte località del paese e ancora non si riesce ad avere un numero preciso delle persone in stato di fermo o arresto. Oggi invece, il neo ministro dell’Interno Ahmad Faria, ha ordinato l’arresto di Hama al-Hamami. Ex detenuto politico scarcerato nel 2002, portavoce del Partito Comunista del Lavoro (fuorilegge nel paese) e leader della rivolta dei disoccupati: sarebbe stato prelevato dalla sua abitazione insieme al suo avvocato, trovato all’interno dell’appartamento.
Nell’attesa di nuovi aggiornamenti segnalo una notizia da Tozeur, città alle porte del deserto del Sahara, dove da circa tre ore il tribunale è avvolto dalle fiamme.
Palestina: ancora un’intervista che si trasforma in testamento dopo 5 minuti.
Da Vittorio Arrigoni ci arriva questo testamento.
Doveva essere un’intervista, ma in pochi minuti è diventata un testamento. Accade spesso in terra di Palestina
Il mio nome è Mohammed Shaban Shaker Karmoot. Sono nato nel 1964.
Ho iniziato a lavorare come agricoltore quando ero giovane, prima di sposarmi, più di 35 anni fa.
Quanti figli hai?
Ho sei figli maschi, questo è qui Kamal (indica il ragazzo), nato dalla seconda moglie. Ho quattro figli e tre figlie dalla mia prima moglie, e tre figlie e due figli dalla mia seconda moglie.
Ho comprato due dunam (un dunam equivale ad un chilometro quadrato)accanto alla via comunale più vicina alla buffer zone nei pressi Al Basayna. Qui ho desiderato e costruito una casa nella quale vivere con la mia famiglia.
Accanto a questo muro?
A 22 metri di distanza da quel muro. Queste due dunam sono mie, le ho comprate.
Quanto ti sono costate?
Le ho comprate per 7500 dinari giordani (circa 8 200 euro)
E dimmi, può raggiungere quei due ettari della tua terra?
Sì, certo, ma è molto rischioso, perché i soldati sparano.
Quindi non la puoi coltivare e neanche costruirci sopra?
Esatto, non posso fare nulla nella mia terra.
E’ stato così fin dall’inizio?
Una volta non era così. La mia terra era piena di alberi: palme, limoni, arance, clementine e altri frutti. Era piena di tutti i tipi di frutta possibili e immaginabili la mia terra. L’albero di mandorle che mi permetteva di riempire sacchi e sacchi di mandorle quando c’erano frutti, (i soldati israeliani) me l’hanno sradicato proprio nel momento in cui ero pronto a raccogliere. Sono venuti di notte con i bulldozer e lo hanno sradicato.
Come è stata la tua vita? Come hai fatto per mantenere la tua famiglia?
Eravamo abituati a vivere una vita felice, lavorando su queste terre riusciamo a fare 650 NIS ogni mese (circa 150 euri), più il lavoro nei campi altrui, riuscivamo a cavarcela bene.
Questo in che anno è accadeva?
Prima che mi distruggessero le terre, credo nel 2003, all’inizio dell’ultima intifada.
Come ti sei sentito in quel momento?
Beh, come pensi che mi sia sentito? Mi sentivo come qualcuno a cui stavano strappando via il mio cuore, mentre coi bulldozer gli israeliani distruggevano le mie terre. Ho assistito alla distruzione tutta una notte. Là c’era un grande albero di sicomoro, quando è arrivato il bulldozer e ha distrutto e sradicati tutto sono uscito con una torcia e ho visto che almeno mi avevano lasciato quell’albero dopo essersi ritirati. Era una notte di Ramadan, quando è successo, e poi le ruspe sono tornate di nuovo all’alba e hanno distrutto ciò che era rimasto dell’albero. Hanno impiegato solo tre ore per distruggere tutto la zona, utilizzando 8 bulldozer per distruggere tutta la zona.
E oggi continui a vivere in questa zona?
Quello che faccio qui o che si suppone io faccia, lo si può capire guardando questi alberi verdi qui. Sono io che lo ho coltivati, come ho coltivato il grano e l’orzo che al momento del raccolto è stato bruciato dall’esercito israeliano. Quest’anno quando siamo venuti a semonare i campi i soldati ci hanno sparato addosso.
5 MINUTI DOPO AVER RILASCIATO QUESTA INTERVISTA ALL’ONG ITALIANA GVC, UN CECCHINO ISRAELIANO A SPARATO E UCCISO MOHAMMED SHABAN SHAKER KARMOOT. Quest’ultimo assassinio è una sorta di avvertimento mafioso per quanti solidarizzano con i lavoratori palestinesi che resistono, gli ultimi veri uomini in questi tempi anonimi.
A Mario, dai muri della terra di Palestina
I muri della Palestina sanno cos’è la prigionia…
I muri della terra di Palestina sanno guardare al di là di quello che rinchiudono…
I muri della Palestina stringono con calore tutti i reclusi, tutti i combattenti per la libertà…
I muri della Palestina questa volta salutano Mario…
e i compagni lasciati dall’altra parte della frontiera.
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La resistenza palestinese colpisce a Kissifum
La resistenza palestinese oggi s’è fatta sentire, vicino al kibbutz israeliano di Kissifum, a ridosso della Striscia di Gaza.
Le notizie per ora sono abbastanza contrastanti: inizialmente s’è parlato del ferimento di 4 soldati israeliani ( di cui due in maniera risultata immediatamente grave ) mentre cercavano di neutralizzare un gruppo di combattenti palestinesi scoperto mentre si avvicinava ai reticolati di confine. Le prime fonti israeliane parlano di un gruppo che voleva deporre ordigni esplosivi; una volta scoperti e iniziato lo scontro a fuoco il commando di Gaza avrebbe usato colpi di mortaio ai danni del gruppo di paracadutisti israeliani colpiti.
Poco dopo diversi elicotteri si sono alzati in aria e Vittorio Arrigoni ci racconta in diretta di diverse sirene della Mezzaluna rossa che urlano intorno al campo di Bureij….
ore 20.56 (italiane): secondo fonti militari israeliane uno dei due soldati che avevano riportato le peggiori ferite è appena deceduto, mentre è salito a 5 il numero dei feriti. Poco fa i media israeliani hanno tentato di parlare di “fuoco amico”… come sempre, gli brucia troppo dichiarare che i loro super soldati sono stati colpiti dal fuoco palestinese.
Grecia-Turchia: THE WALL
La costruzione di un muro è sempre la più grande delle sconfitte.
La Grecia conferma le voci che giravano negli ultimi giorni. L’ennesimo scempio sul suolo di questo pianeta, nel Mediterraneo, a pochi passi da casa, nel paese dove “tutto ebbe inizio”. Un altro muro; un altro muro eretto per fermare corpi in movimento, corpi migranti, corpi in cerca di vita e speranze. La conferma viene anche dai numeri, che ora circolano liberamente: sarà un muro lungo 12 kilometri e mezzo, lungo il confine con la Turchia; il tratto più a rischio dei 206 in totale.
Kathimerini, giornale greco, ci dice anche che il Ministero della Protezione del Cittadino inizierà tra poco studi e sondaggi sull’area decisa per il muro: esistenza di proprietà, qualità del suolo, costi della realizzazione e quant’altro. [ci sono agenzie che già parlano di una “fine lavori” a maggio 2011].
Tutto si dovrebbe svolgere su suolo europeo, senza sconfinare in nessun punto nel territorio turco.Non si sa se sarà un reticolato, robusto ed elettrificato, non facilmente danneggiabile: anche se c’è chi parla di una base di cemento e diversi pilastri destinati a reggere il reticolato e gli impianti di video sorveglianza o addirittura di un vero e proprio muro alto tre metri, sulle rive del fiume Martisa, vicino alla città di Orestiada.
Cristos Papoutsis, ministro della Protezione civile ha affermato che Atene deve istallare mezzi di deterrenza all’immigrazione illegale; che non si tratta assolutamente di una misura rivolta contro la Turchia, ma è anzi pensata con l’intento di favorire la collaborazione bilaterale.
Territori Occupati: Israele demolisce pozzi e cisterne d’acqua
QUESTO VIDEO E’ FATTO DA UN GRUPPO DI PACIFISTI CATTOLICI.
MERCOLEDI 14 dicembre.
Khashem ad-daraj-hathaleen, colline a sud di Hebron, nei Territori Palestinesi Occupati.
L’esercito israeliano demolisce tre cisterne d’acquq e due pozzi nei villaggi beduini della zona.
I villaggi in questione si trovano in Area C, dove, secondo gli accordi di Oslo, Israele ha il totale controllo militare e civile.
Tra le strutture abbattute ci sono anche due pozzi, costruiti una 70ina di anni fa, colmati di terra dai bulldozer israeliani: trattandosi di strutture costruite prima dell’occupazione israeliana dei Territori del 1967. La loro demolizione risulta una palese violazione del diritto internazionale e della stessa legge militare israeliana riguardante la salvaguardia delle proprietà nei Territori Palestinesi Occupati.
L’impatto sulla comunità palestinese a sud di hebron e la sua sopravvivenza della distruzione di pozzi e cisterne è enorme.
La politica portata avanti da israele in Area C è quella di impedire lo sviluppo delle comunità palestinesi, negando ogni permesso di costruzione e demolendo ogni struttura considerata “illegale”.
Allo stesso tempo, gli insediamenti ed avamposti israeliani presenti nella stessa area, pur essendo illegali secondo il diritto internazionale, continuano ad espandersi senza sosta, mentre i coloni continuano ad attaccare impunemente la popolazione autoctona.
Questa politica di restrizioni, chiusure, demolizioni, evacuazioni e soprusi, unita alle continue violenze da parte dei coloni israeliani presenti nell’area, nega di fatto i diritti umani dei palestinesi, ostacolando la possibilità di vivere nei propri villaggi e coltivare le proprie terre, impedendo lo sviluppo delle comunità locali.
Cerchi lavoro? Il Mossad assume!!
Sei un giovane che ama le sfide? Disposto a condurre una vita di imprevisti?
Disposto a compiere ripetute visite all’estero?
Pensi in maniera non convenzionale e conosci alcune lingue straniere?
Sei “capace di inventare realtà e svolgervi un ruolo centrale”?
Il tuo carattere e il tuo modo di fare hanno capacità di influenzare gli altri?

Questa è la campagna pubblicitaria che il più famoso dei servizi segreti sta facendo per ingaggiare nuovi agenti segreti.
Sembra una notizia surreale ma è proprio così e lo riferisce con le parole che vi ho riportato sopra, la televisione commerciale israeliana Canale 2.
Alla fine di questo mese il capo del Mossad da più di otto anni, Meir Dagan, passerà lo scettro al suo successore Tamir Pardo (nominato il 30 novembre) ,che è proprio l’ideatore di questa campagna di grandi dimensioni anche televisiva!
Il servizio segreto israeliano cerca nuovi agenti e per candidarsi basta compilare il form on-line!
Il nuovo capo, Tamir Pardo, è un personaggio più che conosciuto nelle fila delle spie israeliane. Conosciuto per anni come l’agente T., anonimo vice di Meir Dagan, era soprannominato da Ariel Sharon “colui che aveva rimesso il coltello tra i denti al Mossad”: proprio Sharon lo aveva scelto nel 1997 per ricominciare ad agire fuori dal territorio israeliano. Sono state classificate sotto le sue responsabilità anche la recente azione di Dubai e l’omicidio mirato del leader Hezbollah Imad Mughniyeh, residente a Damasco.
In più, l’ex agente anonimo, è un grande esperto di Iran e ha fatto molta carriera nella Neviot, l’intelligence informatica leggendaria per l’istallazione di microspie e telecamere in territorio e strutture nemiche.
Nevi e bufere mediorientali!!
Il generale inverno (che dio solo sa quanto posso odiare da sempre, anche per questi suoi gradi militari) ha bussato, e lo sta violentemente facendo da ieri su tutto il mio amatissimo medioriente!
Iniziamo con le zone di casa, quelle di cui passo passo si conoscono i vicoli e le finestrelle socchiuse: Damasco è sotto un’ondata di freddo eccezionale, probabilmente tra poche ore il cappello del Qassiun si colorerà di bianco, le stufette sbilenche delle case del centro staranno faticando e lottando contro un freddo a loro sconosciuto. Le alture del Golan occupate e non, sono sotto molta neve e ghiaccio (poveri melograni!!) e un fortissimo vento inseguito dall’alluvione si è abbattuto su tutto il territorio libanese, facendo registrare anche un morto.
La Giordania ha paura che l’alluvione di questa notte possa non fermarsi: non sono territori capaci a reagire all’acqua.
L’Egitto è piegato da quest’ondata di maltempo e la quantità di vittime già registrate è purtroppo soggetta a escalation numeriche: il vento spira oltre i cento kilometri, accolto da tempeste di sabbia e grandinate molto violente che hanno fatto crollare una fabbrica tessile vicino ad Alessandria. Al momento del crollo si trovavano 30 lavoratori: per ora risultano 3 morti e 5 feriti gravi.
Poi ci son 7 morti per incidenti stradali capitati a causa dell’incredibile maltempo, soprattutto ad Asiut (nella penisola del Sinai).
Il canale di Suez è estremamente trafficato: 26 navi provenienti dal Mediterraneo e altre 29 dal Mar Rosso sono in attesa di passare!
Israele brucia: ma gli aerei servon solo a bombardar civili!
Tanti mezzi militari da esser l’esercito più intoccabile del pianeta, il più forte, il più moderno e ricco di avanzata tecnologia.
Eppure per un incendio ci son stati 41 morti.
41 morti, perchè gli unici aerei che si comprano in Israele sono i cacciabombardieri, non i canadair.
41 morti…la resistenza palestinese ci mette anni a farli.
scritto per Peacereporter da Vittorio Arrigoni – Gaza City
La festa ebraica delle Luci, la Hanukkah, ha messo in luce il vero nemico d’Israele: Israele stesso.
E’ salito a quarantadue il numero dei mortinel terribile incendio che da ieri sta divorando i boschi del monte Carmelo, nei pressi della città di Haifa. Mentre la stampa critica pesantemente le autorità e gli apparati di soccorso nazionali, il governoammette di essere stato colto di sorpresa e di non riuscire a domare da solo l’inferno che in 24 ore ha ridotto in cenere quasi quattro mila ettari di terra e ha causato l’evacuazione di ventimila persone.
Si attendono in Israele gli arrivi di una ventina di mezzi di soccorso da Europa, Stati Uniti, Egitto, Giordania e perfino dalla Turchia, primo atto di distensione fra i due paesi voluto dal premier Erdoğan dopo la crisi politica conseguente al massacro di civili turchi a bordo della nave Mavi Marmara da parte di commandos israeliani.
Un Paese che spende ogni anno il 12,3 percento del suo Pil per la sicurezza (la maggioranza dei paesi dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico spendono l’1-2 percento del loro Pil per la sicurezza) per la difesa contro i pericoli esterni, per lo più immaginari, certamente esagerati, non può fingere di essere sorpreso. Solo all’inizio di ottobre alla firma del contratto di acquisto di venti cacciabombardieri F-35A Lightning II dagli Stati Uniti, per un importo di 2,75 miliardi di dollari, il premier Netanyahu definì la spesa come “vitale” per la difesa della nazione. Ed eccoci ad oggi, ad una scintilla su un terreno arido nelle periferia di Haifa che in poche ore cause quarantadue morti, molte più vittime di quante ne possa provocare il terrorismo palestinese in dieci anni.
Forse era più intelligente e responsabile acquistare qualche cacciabombardiere in meno e qualche Canadair in più, invece di richiederne disperatamente da Grecia e Cipro.
In un Paese in cui l’opinione pubblica è stata addomesticata ad adottare la paura del nemico esterno, degli arabi, come il pilastro principale della politica e della cultura non risulta paradossale avere a disposizione un arsenale di centinaia di testate nucleari, e contemporaneamente un corpo di vigili del fuoco da realtà terzomondista. Tranne quando avviene una strage come questa a risvegliare dal torpore le coscienze.
Israele è questo, un Paese dove l’establishment della difesa dedica quasi tutte le sue risorse per sviluppare tecnologie sempre più avveniristiche, e insieme, secondo quanto denuncia oggi l’associazione dei pompieri israeliani, mentre gli standard internazionali richiedono un vigile del fuoco ogni mille cittadini, un paese in cui questo rapporto è di solo uno ogni diecimila. Lo scandalo delle incompetenze dinnanzi alla più grande catastrofe naturale della storia d’Israele, sta facendo divampare le fiamme da Haifa sulle fondamenta della Knesset, il Parlamento israeliano.
Il governo vacilla sotto il peso delle critiche e la prima testa destinata a cadere sembra essere quella del ministro degli Interni Eli Yishai. Leader del partito della destra religiosa Shas, noto razzista, Yishai è il responsabile dei progetti edilizi per i coloni israeliani in Cisgiordania, ed è anche il principale teorico dell’esistenza di una sorta di gene ebraico acquisibile per conversione (a detta sua: “Un convertito, se si converte attraverso l’ortodossia, ha un gene ebraico”): in pratica la teoria nazista della razza superiore in chiave mistica israeliana.
Ieri notte un prefisso israeliano è apparso sul display del mio telefonino: un caro e vecchio amico mi avvisava di una voce inquietante che gira per Israele. “Il governo farà di tutto per restare in sella, e piuttosto che pagare il prezzo della sua imperizia, potrebbe costruire ad arte la matrice di questo inferno come un attentato. Magari su mandato di Gaza.” Allora l’incendio che si sta inghiottendo i boschi di Haifa sarebbe uno scherzo rispetto alla coperta di lava magmatica che ricoprirebbe la Striscia.
Restiamo Umani.
Nuove costruzioni a Gerusalemme Est, soliti uccisi a Gaza
E’ di questa mattina la notizia, passata alla radio israeliana, dell’autorizzazione data alla costruzione di ben 625 nuove unità abitative nell’insediamento di Pisgat Zèev, a Gerusalemme Est. Ci specificano che il ministero degli interni ha finalmente dato il via libera definitivo: che la danza del cemento e dell’occupazione abbia di nuovo inizio, senza che si sia mai fermata.
Tutto fermo, i negoziati iniziati il 2 settembre e miseramente falliti nemmeno tre settimane dopo, per non dire già prima di partire, si sono arenati proprio sulla richiesta di congelamento delle nuove costruzioni di colonie in Cisgiordania.
Cosa che Israele non può accettare.
Figuriamoci qualunque tipo di moratoria sulle costruzioni a Gerusalemme Est, impensabile!
Quella è la sua natura: demolire, distruggere, eliminare ogni traccia, occupare, cancellare.
Nel frattempo nella Striscia di Gaza sono stati uccisi due palestinesi dal fuoco dei soldati israeliani, mentre tentavano di infiltrarsi in Israele la comunicazione è arrivata dal sito di Hamas e poi è stata confermata anche da fonti militari israeliane che specificano di aver trovato sui corpi armi leggere e materiale esplosivo.
Diversi tank israeliani e mezzi blindati sostano nella zona del cimitero di al-Shuhada, ad est di Gaza.
Israele: un nuovo muro tra Sinai e Neghev e un campo per migranti, nel centro del nulla…
Un paio di giorni fa le agenzie internazionali ci raccontavano dell’inizio della costruzione di un nuovo muro, che seguirà il confine egizio-israeliano per tutti i 240 km complessivi che dividono i due paesi. Ce lo raccontava il ministro israeliano della Difesa, specificando la necessità di una separazione tangibile, fisica, tra i due paesi.
Un muro che non servirà a bloccare kamikaze, come c’hanno raccontato per quello che sventra i territori occupati palestinesi, ma per bloccare tutti coloro che entrano clandestinamente in Israele alla ricerca di lavoro. C’è un afflusso costante di “infiltrati” africani che affrontano il deserto del Sinai e poi quello del Neghev per cercare fortuna nel paese più ricco e sviluppato dello spicchio di mondo di cui parliamo.
Immigrazione clandestina, contrabbando di armi e quant’altro: questo quello che giustificherà l’ennesimo scempio geografico e politico: 270 milioni di euro in cemento armato e filo spinato, per dei lavori che lo stesso governo israeliano pretende “a ritmo serrato”.
Ed oggi infatti di notizia da quel democraticissimo stato ce n’è un’altra: Israele ha annunciato la costruzione di un grande “campo”, da costruire in pieno deserto, dove “raccogliere” gli oltre diecimila migranti clandestini provenienti dal continente africano. I dati che gli apparati di governo stanno facendo circolare parlano di 34.556 clandestini che attualmente vivono nello stato ebraico…
che bella democrazia esiste in Medioriente!
Completamente raso al suolo villaggio in Cisgiordania
Oggi Tsahal s’è mosso con i piedi di piombo: la devastazione portata oggi dai bulldozer israeliani ha superato il livello solito di media devastando diverse cose in Cisgiordania. E’ avvenuto tutto in una regione della valle del Giordano adiacente alla città di Gerico e molto vicina al confine giordano: il fatto più grave è avvenuto nel villaggio di Abu al-Ajaj, letteralmente raso al suolo.
I due bulldozer che sono entrati, coperti da 200 soldati, hanno abbattutoTUTTE le casi del villaggio, che ora ha 1000 persone per la strada, private per sempre di qualunque loro bene. Non è ancora chiaro se l’area appena demolita, evacuata, sgomberata e rastrellata sia destinata per l’edificazione di nuove colonie, l’allargamento di Masua (colonia illegale nelle vicinanze) o per qualche avamposto militare.
Sempre forze di sicurezza israeliane hanno poi abbattuto diverse costruzioni palestinesi nella zona, tra cui anche una tenda e due rifugi per il bestiame, che l’esercito d’Israele considerava illegali, forse perchè troppo vicini all’insediamento (quello si illegale) di Masua. Poi terrazzamenti, palizzate e sistemi d’irrigazione: tutto spazzato via.
Ynet news, importante sito d’informazione israeliano ci informa di scontri scoppiati dopo le demolizioni, ma che per ora non risultano arresti né feriti.
Le menzogne della stampa sulla resistenza turca
Resistenza kurda. Le bugie della stampa turca, della stampa internazionale e di quella italiana.
di Aldo Canestrari e Michele Vollaro (7 novembre 2010)
Le bugie, si sa, a Pinocchio fanno crescere il naso. E un Pinocchio con un lungo nasone era il disegnino che compariva in sovraimpressione sullo schermo durante un servizio di approfondimento della televisione curda Roj Tv. Mandato in onda il 3 novembre, la trasmissione aveva lo scopo di smascherare la penosa ‘messa in scena’ dei quotidiani e delle televisioni turche dei giorni precedenti, che si erano scatenati nell’ attribuire al PKK, il Partito dei lavoratori kurdi, l’attentato suicida del 31 ottobre nell’affollata piazza di Taksim, ad Istanbul, durante il quale sono rimaste ferite 32 persone, 15 poliziotti e 17 civili. Alcuni media turchi sono andati ben più oltre, addossando la responsabilità alla stessa televisione curda e sostenendo che i suoi giornalisti si trovavano già nella piazza con una troupe, pronti a filmare la scena, perché “avvisati in anticipo dai terroristi” (il primo a diffondere questa notizia è stato il quotidiano Milliyet, seguito poi dal giornale in lingua inglese The Turkish Weekly e dall’edizione turca della Cnn).
L’attentato in realtà era stato sconfessato lo stesso giorno ed apertamente condannato dal PKK e da tutto il mondo politico kurdo. D’altrondel’ipotesi di una attribuzione al PKK di tale attentato era inverosimile anche a causa del fatto che lo stesso PKK aveva rinnovato la sua tregua unilaterale il 1 novembre, cioè l’indomani dell’attentato. Ma il fatto che l’attentatore, deceduto nell’attentato, risultasse essere stato “in passato” un militante del PKK ha alimentato i fiumi di inchiostro della stampa nazionalista turca, che non aspettavano migliore occasione per descrivere la spietatezza e la perfidia del movimento kurdo. Finché – il 4 novembre – l’attentato non è stato rivendicato dal gruppo terroristico “TAK”, cioè i “Falchi della Libertà”, che è invece autonomo e del tutto indipendente dal PKK.
Ma Pinocchio non si lascia scoraggiare così facilmente e la valanga delle menzogne è continuata, non solo in Turchia, grazie a un terreno reso fertile da molte menzogne e un giornalismo poco approfondito, quando non è apertamente propaganda. Infatti è un “leitmotiv” diffuso da anni nella stampa turca, ed ampiamente ripreso dai media internazionali, l’affermazione che le “TAK”, questi “Falchi della Libertà”, altro non sarebbero che una sorta di “longa manus” del PKK. Una frottola infondata quanto assurda. Si tratta invece di un gruppuscolo fondato intorno alla metà degli anni 2000 da esponenti fuoriusciti dal PKK perché ritenevano la sua azione troppo morbida e benevola nei confronti del governo turco. Dedito ad attività terroristiche nell’occidente della Turchia e ad Istanbul, volte in particolare a colpire il turismo in Turchia con attentati contro alberghi che sono spesso costati la vita a turisti di origine straniera, il gruppo è stato esplicitamente sconfessato dal PKK che ha dichiarato di non aver nessun legame con esso. E ha più di una volta condannato il genere di azioni praticato dalle “TAK”.
Il vizio di raccontare frottole, spesso anche grossolane, a proposito della questione kurda è purtroppo un’abitudine ormai di vecchia data della stampa internazionale, compresa quella italiana. E non solo su fatti di difficile documentazione, per comprendere i quali è magari necessario un accurato approfondimento e un’attenzione da “specialisti”. Le fandonie raccontate dai media sulla questione kurda riguardano in primo luogo le notizie che sono di pubblico dominio, dove “sbagliare” è proprio da perfetti somari e, oltre al ridicolo che suscita, fa parte di un brutto e pericoloso gioco – se così vogliamo chiamarlo – di disinformazione. Un gioco che viene fatto proprio non solo da testate giornalistiche di second’ordine, ma anche dalle più accreditate agenzie stampa internazionali. L’esempio più “ridicolo”, appunto, è la definizione, ricorrente e continuata, del PKK come “i separatisti curdi” (o gli “indipendentisti curdi”). Talvolta, i più diligenti non si limitano nemmeno a una simile sbrigativa quanto bugiarda qualifica, ma entrano nei dettagli, sostenendo che il loro scopo sarebbe “la creazione di uno Stato indipendente curdo in territorio turco”. A scrivere questa fandonia è stata per ultima l’italiana Apcom, in un lancio di agenzia del 4 novembre 2010, (che recava un titolo ancora più bugiardo: “Pkk rivendica attentato in Piazza Taksim di domenica”. Insomma, non ci si limitava, come fanno i più, a sostenere falsamente che le TAK sono legate al PKK, ma si inventava addirittura, di sana pianta, che l’attentato fosse stato “rivendicato” in prima persona dal PKK, mentre il testo di rivendicazione è stato fatto dalle TAK, come anche il resto della stampa ammette). Per trovare altri esempi, basta andare su internet e cercare su google o qualsiasi altro motore di ricerca le parole “separatisti curdi”: il numero di pagine trovate ed il loro contenuto inducono davvero a mettersi le mani nei capelli. Tanto vale chiamare la Russia di oggi “Unione Sovietica”, il Parlamento della Repubblica federale di Germania “Reichstag” e la città di Roma “capitale dell’Impero Romano”. La rinuncia alla “creazione di uno Stato indipendente curdo” è diventata – a partire dal 1999 – uno dei capisaldi dell’orientamento politico condiviso dal movimento kurdo in Turchia. Ci sono ovviamente minuscole frange estremiste contrarie, ma il fatto stesso che questa è la posizione del PKK dovrebbe aiutare a comprendere che il mondo del Kurdistan e della Turchia in generale dipinto da molti media sia ben diverso da come esso è in realtà. Basti a questo punto riflettere sul fatto che la “linea” che muove l’agenda politica kurda è incentrata sul principio della “autodeterminazione democratica”, un concetto promosso allo stesso tempo da Adbullah Ocalan e dal Partito della pace e della democrazia (BDP) dove l’affermazione dell’identità del popolo kurdo e la democratizzazione dell’intera Turchia diventano le due facce della stessa medaglia.
ITALIA-PALESTINA: i devastatori hanno gli stessi nomi
Quest’articolo, ripreso da Nena News, che ho trovato ripubblicato da FreePalestine.noblogs.org palesa una realtà surreale.
In un territorio di guerra permanente, di devastazione ambientale, di occupazione militare…… si parla di Alta Velocità. Oltretutto un paese piccolissimo, con distanze (per gli israeliani che son liberi di percorrerle al contrario dei palestinesi) quasi ridicole!
In Italia sin dal 1999 è coinvolta in una storia di tangenti e grandi appalti, che si dipana lungo due filoni: in primo piano i lavori per l’Alta velocità sulla tratta Roma-Napoli; in seconda battuta, alcuni fondi per il Giubileo. Un’inchiesta aperta da tempo, che ha portato ad alcuni arresti e alla sospensione di alcuni funzionari dagli incarichi legati alla realizzazione dell’Alta velocità. 
Tra questi c’è appunto l’imprenditore Paolo Pizzarotti. Ma ciò non causò un rallentamento dell’imprenditore di Parma che nel 2005 acquisisce a sorpresa Garboli, grande impresa nel settore dei cantieri, battendo Astaldi. Pizzarotti si avvia così a diventare una stella nel firmamento italiano delle imprese di costruzione-viabilità-edilizia. I tempi in cui veniva incarcerato (con ammissione di colpevolezza, per aver dato soldi all’allora segretario della DC Citaristi e pure a Craxi, dai giudici di Tangentopoli )sembrano lontani, per ora. E così che il Pizzarotti si sposta dallo speculare in Italia alla colonizzazione della Palestina.
Due o tre treni ogni ora e soltanto 28 minuti per raggiungere Gerusalemme da Tel Aviv e viceversa. E’ il più grande progetto infrastrutturale che il governo israeliano abbia mai intrapreso negli ultimi dieci anni: la costruzione di un treno ad alta velocità, anche conosciuto come progetto A1, che collegherà i due centri abitati. Peccato che il percorso del treno, per sei chilometri e almeno in due aree, vada ben oltre la “Linea Verde”, ed entri nel territorio occupato palestinese. Comportando ulteriore requisizione di terra del futuro Stato di Palestina, mettendo a rischio almeno tre comunità, tra cui il villaggio di Beit Furik che ha già lanciato un appello di aiuto e mobilitazione alla comunità internazionale.
A lanciare l’allarme è stato il nuovo rapporto diffuso in questi giorni da “Whoprofit.org”, un progetto di ricerca della Ong israeliana femminista, Coalizione di Donne per la Pace.
Anche un’azienda italiana, la Pizzarotti &C S.p.A è coinvolta nel progetto, che vede la partecipazione, in qualità di contractor, non solo di aziende private europee ma anche di due imprese pubbliche, la tedesca Deutsche Bank e la Moscow Metrostroy (russa). Attualmente, parte della costruzione della ferrovia è già iniziata: delle quattro sezioni del percorso, la prima parte è già stata completata, mentre altre due sono in fase di inizio; la costruzione del tunnel principale vero e proprio invece, non è ancora stata avviata. L’intero progetto, da sei miliardi di shekel, per completare la ferrovia terminerà nel 2016-2017.
La prima parte del documento illustra il percorso della ferrovia progettata e le sue implicazioni, analizzando il processo della progettazione e le considerazioni legali riguardanti il percorso, in collegamento con le conseguenze dirette sulle comunità palestinesi interessate, Yalu, Beit Surik e Beit Iksa. Penetrando in due aree (la cosiddetta enclave di Latrun e la zona dei villaggi di Beit Surik e Beit Iksa) all’interno della Linea Verde, parte del percorso del treno A1 è illegale, dal momento che il diritto internazionale vieta all’occupante di utilizzare le risorse dell’occupato esclusivamente a beneficio dei propri cittadini. La seconda parte del rapporto mette invece a fuoco il coinvolgimento di società israeliane ed internazionali nella progettazione e nella costruzione della ferrovia, aziende che forniranno esperti speciali per fornire consulenza economica ed ingegneristica, apparecchiature per la costruzione di tunnel ed il lavoro stesso di costruzione delle gallerie.
La Coalizione di Donne per la Pace ha dato avvio ad una mobilitazione della società civile israeliana, a cui stanno già rispondendo anche diversi gruppi europei che appoggiano e sostengono la campagna BDS ( boicottaggio, disinvestimento e sanzioni).
Dal sito FREEPALESTINE
Sunniti contro sciiti e cristiani, nell’impotenza delle forze di sicurezza irachene
Per molti quel giorno segna il punto di non ritorno della lotta interconfessionale, nel cuore dell’Islam e dell’Iraq. Negli ultimi anni le cose erano andate meglio, fino allo spostamento del grosso delle truppe Usa nel Paese, reindirizzate verso l’Afghanistan. L’azione di ieri, però, con almeno undici cariche esplosive piazzate in quartieri sciiti di Baghdad, che hanno ucciso almenocento persone, hanno riportato l’attenzione su una tensione che divide l’Islam, non solo in Iraq. Il vaso di Pandora è stato aperto e adesso è molto difficile richiuderlo.
L’Iraq è senza governo da marzo, quando le elezioni sono state vinte da Iyad Allawi, l’unico candidato che ha fatto del discorso multireligioso un punto fermo del programma. Il premier uscente Nouri al-Maliki, però, ha giocato il tutto per tutto e, sciita come Allawi, ha radicalizzato le sue posizioni, avvicinandosi all’ayatollah sciita radicale Moqtada al-Sadr, che molti ritengono manovrato dall’Iran, Paese dove si è rifugiato da tre anni. L’ultimo tentativo di mediazione saudita, che guarda con preoccupazione all’evoluzione politica (e religiosa) delle faccende irachene, è naufragata.
L’Iraq sembra sempre più vicino alle posizioni sciite più radicali e i gruppi sunniti, alcuni dei quali ritenuti vicini ad al-Qaeda, si fanno sentire per imporre la loro agenda, ostile all’influenza iraniana.
I gruppi sunniti più radicali parevano essere stati messi fuori gioco, dopo che il generale statunitense Petraeus (spostato anche lui in Afghanistan), era riuscito a comprare la fedeltà dei cosiddetti Consigli del Risveglio, milizie tribali sunnite, che si erano occupate di ripulire le loro zone dagli ‘stranieri’, come vengono chiamati i mujhaiddin internazionalisti accorsi da tutto il mondo islamico dopo l’invasione della Coalizione internazionale del 2003. Appena gli Usa hanno allentato la presa, però, gli sciiti al governo – al-Maliki in testa – non hanno rispettato i patti, rifiutandosi di coinvolgere i sunniti delle milizie nell’esercito e nella polizia. Questo ha riportato molti sunniti sulle antiche posizioni radicali, anche perché la deriva sciita del Paese e la crescente influenza iraniana preoccupa pure loro.
Nel mezzo di questa lotta di posizione si viene a trovare, indifesa, la comunità cristiana. Domenica 31 ottobre, a Baghdad, un commando ha assaltato una chiesa cristiana.Quarantaquattro le vittime, tra assalitori, ostaggi e forze di sicurezza irachene che (appoggiate dagli Usa) hanno fatto irruzione nel luogo di culto. Sparando all’impazzata, secondo le ricostruzioni. Lo Stato Islamico d’Iraq (Isi), sigla ritenuta vicina ad al-Qaeda, ha rivendicato l’assalto, definendo i cristiani ”bersagli legittimi”.
L’accusa, senza riscontri, è alla chiesa cristiana copta d’Egitto. Secondo gli integralisti, due donne copte si sarebbero convertite all’Islam e per questo sarebbero ‘detenute’ in un convento al Cairo.
L’Isi aveva dato un ultimatum di due giorni per liberare le due donne.
La vicenda pare, a prescindere da eventuali riscontri, un pretesto per proseguire quella’pulizia etnica’ denunciata dal Sinodo Vaticano sul Medio Oriente nei giorni scorsi. Obiettivo delle frange estremiste, sunnite e sciite, è quello di liberarsi della comunità cristiana per dividersi il nuovo Iraq. Una lotta sanguinosa che la polizia e l’esercito iracheno non paiono in grado di contrastare. L’amministrazione Usa, dal 2004 a oggi, ha
speso ventidue miliardi di dollari nella formazione di poliziotti e soldati iracheni, nel tentativo di affidargli l’ordine pubblico. La situazione, come dimostrano i fatti degli ultimi giorni, è molto lontana dall’essere sotto controllo. Un’inchiesta del New York Times, pubblicata il 24 ottobre scorso, emerge che la dipendenza da alcool e droghe tra le forze di sicurezza irachene è dilagante.
”Ho iniziato nel 2004…dopo un mese di turni continui”, racconta al Nyt Jasim Harim, 29 anni, soldato di stanza a Baghdad. ”Mi sentivo un bersaglio disegnato addosso, mi pareva che tutti volessero uccidermi. Mantenere la calma era impossibile…sono scivolato lentamente nelle droghe. Adesso non riesco più a farne a meno”. Si va dalle tradizionali eroina, hashish e marijuana fino a una verisione iraniana del Valium, chiamata Sangue, per il colore rosso della scatola. Passando per l’Abu Hajib (Sopracciglia del padre) e ilLabenani, ma non mancano anfetamine e antidepressivi. Molto diffuso anche lo ‘sciroppo’, nome in codice della vecchia grappa Arak, nascosta in flaconi di medicinali. ”Il problema è dilagante”, spiega il colonnello dell’esercito iracheno Muthana Mohammed, seppur il ministero della Difesa di Baghdad smentisce. ”Credo che la metà degli uomini di esercito e polizia abbiamo questo problema. Quando arrestano uno spacciatore, lo rilasciano e lo fanno lavorare per loro. Ma il dramma non riguarda solo i militari, tutta la società irachena è nei guai. La roba arriva da Iran e Afghanistan e il traffico è gestito dai guerriglieri che si autofinanziano”.
Christian Elia, Peacereporter
“Fino a quando avrò un ulivo…”
Fino a quando avrò pochi palmi della mia terra!
Fino a quando avrò un ulivo…
un limone…
un pozzo…un alberello di cactus!..
Fino a quando avrò un ricordo,
una piccola biblioteca,
la foto di un nonno defunto.. un muro!
Fino a quando nel mio paese ci saranno parole arabe…
e canti popolari!
Fino a quando ci saranno un manoscritto di poesie,
racconti di ‘Antara al-‘Absi
e di guerre in terra romana e persiana!
Fino a quando avrò i miei occhi,
le mie labbra,
le mie mani!
Fino a quando avrò… la mia anima!
La dichiarerò in faccia ai nemici!..
La dichiarerò… una guerra terribile
in nome degli spiriti liberi
operai.. studenti.. poeti..
la dichiarerò.. e che si sazino del pane della vergogna
i vili… e i nemici del sole.
Ho ancora la mia anima..
mi rimarrà… la mia anima!
Rimarranno le mie parole.. pane e arma.. nelle mani dei ribelli!
SAMIH AL-QASIM
PALESTINA
[Trad. di Antonietta Giampaglia]
Chiedendo l’asilo politico: racconti dalla questura romana
Pubblico questa notizia che sta girando per la rete e che potete trovare sulla homepage del sito dell’associazione Senza Confine.
Niente di nuovo, niente che ci stupisce, niente che ci lascia a bocca aperta … ma credo sia comunque importante sapere cosa accade a chi richiede l’asilo politico nel nostro paese.
Ciò che segue è il racconto di quella che Bianca, Valeria e Aldo, volontari di Senzaconfine, hanno definito “una mattinata di ordinaria follia”, vissuta oggi insieme ai richiedenti asilo (i nomi riportati sono di fantasia) che ogni mattina (o meglio dal lunedì al giovedì, perchè il venerdì non si riceve il pubblico) si mettono in fila la mattina molto presto, con il caldo e con il freddo, sperando di rientrare nel ristretto numero dei fortunati che passano dalla clandestinità alla condizione di richiedenti asilo (solo la prima tappa di un lungo gioco dell’oca….con caselle Dublino, CARA, Commissione, Tribunale, etc…).
Alcuni fra voi conosceranno questo tipo di racconto; negli anni è successo svariate volte. Ma quello che voglio farvi notare oggi è che fortunatamente questi volontari hanno reagito, non hanno pensato che non serve a nulla parlarne, e hanno pensato di scrivere quanto successo oggi. E’ un dialogo surreale, specchio di cosa è diventata oggi l’Italia, così come surreale è che un agente di polizia pensi che chi cerca di far rispettare i diritti delle persone che vengono così impunemente violati altro non sia in realtà che un profittatore.
Lascio a voi i commenti; da parte mia aggiungo solo due righe prese in prestito da Pablo Neruda e che mi sono arrivate da qualcuno in rete: “La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose; il coraggio per cambiarle”.
Car*,
vi scrivo per raccontarvi quello che è successo oggi in questura, o meglio, quello che io Bianca, Aldo, Valeria e Mehmet abbiamo dovuto subire oggi.
Come sapete il povero Mehmet è andato ben quattro volte in questura prima di oggi, ma ogni suo tentativo di fare domanda di asilo politico è stato vano perchè ogni volta è stato brutalmente cacciato dalla poliziotta opportunamente soprannominata da Aldo “la belva”.
Questa mattina, quando siamo arrivati, lui era già il primo della fila al cancello. Noi ci siamo messi in disparte, aspettando di vedere cosa sarebbe successo. Chiaramente la belva l’ha riconosciuto e, invece di dargli il modulo per la richiesta asilo, gli ha urlato contro dicendogli “Turchia?!?!te ne devi annà a casa!”, mimando il tutto con un esplicativo gesto della mano. 
A quel punto sono intervenuta dicendo che lo accompagnavo per sapere il motivo per cui non potesse fare richiesta d’asilo; non mi è stata data risposta, ma dopo 5 minuti lui ha ricevuto il suo modulo. Hallelujah!
Ma il peggio doveva ancora arrivare…
Alle 11.30 finalmente ci chiamano allo sportello. Riporto il dialogo che abbiamo avuto (io e Valeria abbiamo scritto su un quaderno tutto quello che ci hanno detto mentre tornavamo in metro, cercando di evitare interpretazioni)
LA BELVA: Questo ha preso ‘n’espulsione a Bolzano, e dopo manco 3 giorni già è venuto a Roma? Perchè non ha chiesto asilo lì?
MEHMET (tradotto da Aldo): Sono venuto a Roma perchè a Bolzano la polizia mi ha cacciato e mi ha impedito di fare domanda d’asilo.
LA BELVA: E hanno fatto bene! Come ho provato a fà io ‘stamattina!
BIANCA: Ma è un suo diritto fare domanda d’asilo!
LA BELVA: Ah si? E perchè è venuto a Roma? To’ dico io perchè! Perchè questo è ‘r paese dei balocchi. A Bolzano o rimannavano a casa. E invece qua ce state voi che aiutate questi…
POLIZIOTTA 2: E poi ve ‘nformate un pò de questi che aiutate? Chi sò questi? Voi aiutate pure l’assassini!
BIANCA: Ma perchè lui è un assassino?
POLIZIOTTA 2: é ‘n’esempio, pè dì!
LA BELVA: Si ma perchè pè loro sò tutti bboni, sò tutti bbravi. Tanto a voi ve pagano!
BIANCA E VALERIA (all’unisono!): No veramente noi non siamo pagati!
LA BELVA: forse voi no ma l’associazione ne pija dè sordi!
BIANCA E VALERIA (di nuovo all’unisono): No veramente no!
LA BELVA: E pè che o fate, pè la gloria??
BIANCA: No, perchè crediamo sia giusto far rispettare i diritti…
LA BELVA: Ah la giustizia. BRAVE BRAVE (battendoci anche le mani)
LA BELVA: si ma comunque perchè è venuto a Roma?
BIANCA: Guardi è venuto anche perchè a Roma c’è un grande centro di curdi…
LA BELVA (rivolgendosi all’altra poliziotta): eh sì, perchè nun c’o sai che i Turchi sò tutti curdi? Dò sta scritto che questo è curdo?
BIANCA: Sul suo documento!
POLIZIOTTA 2: Ah si? e faccelo vedè sto documento!
(gli diamo la carta d’identità di Mehmet)
POLIZIOTTA 2:e ‘ndò sta scritto Kurdistan?
ALDO: Ma guardi se mi dice la città glielo dico io, ci ho vissuto 10 anni in Turchia (e sottovoce) altrimenti le porto una cartina!
Nel frattempo finiscono di sistemare i fogli e gli tirano il suo modulo perchè aveva sbagliato a scrivere la data di arrivo in Italia, mettendoci la data di oggi.
In più tutta la conversazione è stata condita da commenti sul fatto che tanto lo status non glielo danno, che questi vengono solo per dargli un pò più di lavoro a loro, commenti sul povero Mehmet (la poliziotta lo guardava e diceva “guarda che faccia” ed è volato anche un ” ‘sto pezzo de merda!”)
Bè, peggio di così…
Continua Aldo, che parla la lingua turca: Mehmet doveva ancora aspettare che gli venisse materialmente consegnato il tagliando di prenotazione che finalmente gli era stato promesso, occorreva un po’ di tempo perché lo preparassero, per cui anche io me ne stavo nel salone ad aspettare, ad una trentina di metri dallo sportello, quando, da dietro lo sportello, un funzionario mi fa cenno con le mani di andare da lui allo sportello.
Gesticolando con le mani mi schermisco: cosa c’entro io? Lui insiste, per cui mi avvicino per capire cosa vuole, lui mi indica una signora al suo fianco, dietro il vetro dello sportello, vestita in abiti civili, italiana, la quale inizia con me una conversazione mezza in turco e mezza in italiano…
comincia a chiedermi se sono turco o italiano, e cosa ci vengo a fare lì; gli dico che i richiedenti hanno talvolta difficoltà per la lingua, e mi avevano chiesto un aiuto per comunicare allo sportello; lei mi risponde di essere proprio lei la interprete della questura incaricata per la lingua turca; io le rispondo che sono lietissimo che in questura esista anche una interprete per la lingua turca, ma che proprio non ero riuscito ad accorgermene, perché avevo constatato la volta scorsa ed oggi stesso che invece quando i kurdi arrivavano allo sportello non c’era nessun presente che facesse da interprete per loro, tanto meno lei; ma certo! – mi risponde – lei sovente è nelle stanze interne, compare solo quando… i funzionari di polizia la chiamano.
Poi mi dice che io potrei occupare meglio il mio tempo, che così facendo si favorisce l’immigrazione clandestina, che esistono molte associazioni che si occupano di assistenza ai rifugiati, se proprio voglio rendermi utile dovrei farlo lì invece che venire in questura , al che le rispondo di concordare con lei sull’utilità di impiegare meglio il mio tempo, e sul fatto che andare a spasso nei parchi sia assai più gradevole che venire in questura, ma che in tal caso sarebbe utile che lei fosse veramente presente allo sportello quando ce n’è bisogno, in modo da permettere la comunicazione in turco senza che io debba venir fin lì…
27/10/2010
Mossad: il sesso per la sicurezza nazionale è Kosher
Le donne che lavorano per il Mossad hanno ottenuto l’ennesima e definitiva “benedizione” dai rabbini del loro paese, il democraticissimo Stato Ebraico d’Israele, fondato sulla pulizia etnica della terra di Palestina a partire dal 1947, un abbondante semestre prima della proclamazione del loro stato elitario.
Qualche giorno fa Haaretz riportava gli studi del rabbino Ari Schvat titolati “Il sesso illegale per questioni di sicurezza nazionale”, pubblicato dall’Istituto Tzomet, che studia i rapporti tra religione e modernità.
La definizione ufficiale delle missioni del Mossad in cui sono inseriti rapporti sessuali per l’ottenimento delle informazioni ricercate è Honey Pot, barattolo di miele. Ora le donne agenti hanno avuto la benedizione ufficiale: è kosher avere rapporti sessuali per il bene del paese, nessun peccato. Gli ortodossi sono gli stessi che recitano al risveglio, ogni sacrosanta mattina, una preghiera di ringraziamento a Dio perchè NON li ha fatti nascer donna…insomma gente da prendere d’esempio, che ha il medioevo nel patrimonio genetico, oltre che il desiderio di supremazia in una terra occupata manu militari, con la Torah alla mano.
Ma la cosa più bella di questo delirante studio è che, come la pulizia etnica e l’occupazione delle terre più fertili della Palestina, tutto è giustificato perchè GIA’ SCRITTO SULLE SACRE SCRITTURE. Così anche il coito delle spie ci viene raccontato che vien da molto lontano, che il Mossad l’ha solo preso ad esempio dal suo libro sacro. Ed ecco Ester che nel 500 A.C va a letto col re persiano Serse per salvare il suo popolo; o Yael, moglie di Hever, che va a letto con il capo delle truppe nemiche Sisra per poi tagliargli la testa.
Consiglia però, di usare agenti segreti che siano donne possibilmente non sposate, altrimenti il bravo maritino ha diritto a divorziare e a riprendersi la moglie dopo la missione.
Coloni israeliani assaltano e danno alle fiamme una scuola
Una di quelle notizie che non sai nemmeno come riportare, tanta è la rabbia. Sempre i “coloni”, maledettissimi coloni, che da decenni tentano di portare avanti il loro piano di terrore, un terrore che porti alla fuga, alla rassegnazione, alla fine del popolo palestinese. Oggi l’attenzione è focalizzata su un villaggio del distretto di Nablus, as-Sawiya. La notizia è riferita all’agenzia stampa Maan dallo stesso preside della scuola colpita: un gruppo di coloni israeliani ha fatto irruzione nella scuola femminile. La porta principale e quella del magazzino avevano la serratura rotta e tutto il contenuto all’interno era stato dato alle fiamme: molti mobili contenenti materiale didattico e tutta l’attrezzatura sportiva sono andati perduti. “Siamo stati fortunati, se non è andata a fuoco tutta la struttura è perchè il deposito d’acqua principale è proprio adiacente al magazzino e ha bloccato l’avanzata delle fiamme” dice Maysoon Sawalha, preside dell’istituto che è stato completamente cosparso di scritte xenofobe contro la popolazione araba, e con la firma “saluti dalle colline”. “Non è la prima volta che la nostra scuola viene attaccata; l’ultima di queste è avvenuta meno di un anno fa quando i coloni hanno assaltato le aule con lacrimogeni e spari.
Alcuni portavoce degli insediamenti vicini, intervistati da Maan, hanno risposto alle accuse dicendo che non c’erano prove per accusare i coloni e che se la tensione è alta nella zona è per la presenza di molti attivisti internazionali venuti ad aiutare i palestinesi per la raccolta delle olive. Nel frattempo un’associazione israeliana per i diritti umani fa sapere che il 90% delle denunce depositate contro i coloni per assalti contro persone e proprietà in Cisgiordania rimangono impunite. Lo scorso mercoledi, giorno dell’inizio della raccolta delle olive, sono stati incendiati molti ettari di terreni agricoli e due settimane fa una moschea è stata incendiata in un villaggio vicino a Betlemme.
Kurdistan turco: processo di massa. 150 persone accusate di terrorismo
Processo di massa contro la società civile curda.
Oltre 150 persone, tra cui decine di sindaci, in tribunale con l’accusa di terrorismo
Transenne attorno al Palazzo di Giustizia e numerosi cordoni di poliziotti in assetto antisommossa. È questa la scena che si sono trovati davanti a Diyarbakir, nel Kurdistan turco, gli osservatori internazionali giunti in Turchia per monitorare il corretto svolgimento del processo cominciato oggi (18 ottobre) contro 151 esponenti della società civile curda. Tra i processati, i sindaci eletti delle principali città della regione, come Osman Baydemir di Diyarbakir, Nedjet Atalay di Batman ed Etem Sahin di Sanliurfa, oltre all’avvocato Muharrem Erbey vice presidente dell’associazione per i diritti umani Ihd, sindacalisti, attivisti, consiglieri comunali, donne e minori.
L’udienza di oggi è l’inizio della fase processuale della cosiddetta “operazione Kck”, durante la quale sono stati arrestati in tutto 1925 esponenti della società civile curda e turca con l’accusa di aver avuto rapporti con l’Unione delle Comunità del Kurdistan (Koma Civiken Kurdistan), considerato il braccio politico del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk). L’operazione Kck è partita lo scorso 14 aprile 2009 con un’ondata di arresti avviata subito dopo una significativa quanto schiacciante vittoria alle elezioni amministrative del marzo 2009 del Partito della Società Democratica (Dtp), il partito filo-curdo, e proseguita in un’escalation di violenza per tutto il 2009, culminata verso la fine dell’anno con il bando dello stesso Dtp.
Insieme agli osservatori internazionali, tra i quali anche una delegazione italiana composta da avvocati, sindacalisti, giornalisti e attivisti dei diritti umani, una folla di oltre 2000 persone ha atteso stamattina l’inizio del processo, tenuti a debita distanza dal tribunale da centinaia di poliziotti e due plotoni di militari. Quando arrivano gli imputati, raccontano i partecipanti alla manifestazione, “dalle piccole aperture in alto sui pullman che li trasportano e che non si possono chiamare finestrini date le misure, si vedono le mani alzate nel segno della V, il segno della resistenza”.
Dei 151 accusati, ben 103 si trovano ancora in stato di detenzione e sono stati condotti in tribunale a bordo di pullman blindati con un’imponente scorta di mezzi corazzati dell’esercito. Agli imputati sono contestati reati che vanno dall’appartenenza a gruppi armati, all’attentato all’unità dello stato, alla diffusione di propaganda terroristica, perché avrebbero garantito sostegno logistico e finanziario all’organizzazione politica del Pkk, movimento di lotta armata considerato un gruppo terroristico non solo da Ankara ma anche dagli Usa e dall’Unione Europea.
La pubblica accusa ha chiesto pene compresa tra i cinque anni e il carcere a vita, mentre oggi gli avvocati difensori hanno chiesto di poter pronunciare le loro arringhe difensive in curdo, affermando che questa è la loro lingua madre. L’udienza è stata interrotta alle cinque di pomeriggio e aggiornata a domani, quando la Corte avrà deliberato sulla richiesta della difesa.
Il processo, le cui udienze proseguiranno fino al 15 novembre, viene giudicato da numerosi commentatori come un importante test politico per valutare le reali intenzioni del governo turco di ampliare i diritti della minoranza curda. Soprattutto dopo le notizie diffuse la settimana scorsa da alcuni quotidiani turchi, secondo i quali la procura di Ankara avrebbe aperto un’indagine sul primo congresso del Partito della Pace e della Democrazia (Bdp), che ha preso il posto del Dtp. In base alle indiscrezioni diffuse dal quotidiano turco in lingua inglese ‘Today’s Zaman’, nel corso del congresso fondativo del Bdp svoltosi a febbraio di quest’anno alcuni suoi membri si sarebbero resi responsabili di apologia di istituzioni criminali e avrebbero invitato a rifiutare l’obbligo di leva militare.
All’esterno del tribunale, intanto, la folla radunatasi davanti al Palazzo di Giustizia ha riempito la piazza davanti al Comune e invaso anche la strada a due larghe corsie separate da larghe aiuole di prato e fiori. Tuttavia, secondo quel che raccontano i membri della delegazione italiana slogans e canzoni sembrano dare molto fastidio.
Dal report della delegazione italiana a Diyarbakir: “la polizia, a questo punto, dà segno di volere intervenire. Infatti i poliziotti indossano i caschi e in pieno assetto d’attacco si schierano di fronte alla folla con un mezzo blindato dietro la prima fila. Decidiamo in fretta e ci precipitiamo nella nostra azione di interposizione pacifica rivolgendo il nostro striscione ‘Liberi tutti’ verso i poliziotti che avanzavano e davanti ai primi manifestanti. Segue una lunga discussione con i loro dirigenti che insistono nel volerci allontanare mentre noi rispondiamo di non potere perché siamo lì per la pace, per contribuire ad evitare incidenti. Sono minuti interminabili ma alla fine la polizia desiste ed il blindato arretra. Quindi parte un lungo applauso e poi con i Kurdi si canta ‘Bella Ciao’. Per ora si è vinto. Ma dopo un po’ viene fatta richiesta di lasciare libero il traffico per consentire il passaggio delle ambulanze. In realtà la polizia aveva fatto avanzare le auto che all’imbocco della strada venivano prima dirottate in altre direzioni. In testa un pulmino che asserisce di dover andare verso un ospedale. La scusa è vecchia ma è sempre buona. E poi abbiamo già incassato un ottimo risultato.
Decidono di lasciare libero il traffico in una corsia della strada e la folla si assiepa sui larghi marciapiedi, sulla piazza e sulla rimanente corsia. Così anche il comandante della polizia incasserà un risultato utile, pensiamo, e non perderà completamente la faccia con i suoi superiori. Si va avanti così e fra la gente, nel punto più interno, spuntano anche le bandiere con i simboli del PKK e il volto di Öcalan portato da applauditissimi ragazzi con il volto prudentemente coperto. Sembra tutto procedere nel migliore dei modi e la mobilitazione popolare appare vincente quando un’auto scura e di grossa cilindrata passa a velocità elevata sfiorando le persone che devono attraversare e stanno ai bordi della corsia libera. E’ però costretta a fermarsi al semaforo sucessivo, bloccato da altre auto in attesa del verde. Qui viene raggiunta da almeno cento, forse duecento persone, che in breve le provocano seri danni prima che riesca a fuggire. La provocazione scalda gli animi dei più giovani che tentano di occupare l’intera carreggiata, prima lasciata libera, sotto gli occhi minacciosi della polizia. I più grandi intervengono e i giovani vengono dissuasi. I più aggressivi fra i poliziotti fremono ma per questa volta restano senza vittime”.
di Michele Vollaro
Sconcertante: arrestato il bambino palestinese investito da un colono
Non avevo pubblicato la foto di quel bimbo di 8 anni investito a Silwan, quartiere arabo di Gerusalemme, teatro di numerosi scontri.
Non l’avevo pubblicata perchè mi faceva schifo, perchè non volevo vederla sul mio blog, malgrado ci sia di peggio da digerire.
Ma quel colono che investiva un bambino non riuscivo a metterlo.
Oggi però la situazione è diversa, perché c’è una novità non da poco. Mufid Mansur, di -ripeto- 8 anni è stato prelevato dalla sua casa dalla polizia israeliana che oltretutto ha impedito al padre di accompagnarlo.
Il colono invece, uomo più che noto, è libero. Si chiama David Beeri ed è il leader di un’organizzazione di estrema destra israeliana -ELAD- impegnata nell’acquisto di immobili per colonizzare Gerusalemme Est. E’ stato rilasciato immediatamente dopo l’incidente, perchè “si stava difendendo da una sassaiola”.
Cercheremo di aggiornarci tra poco su Mufid.
Tanto per farvi capire l’atmosfera che si respira a Silwan: oggi si tiene la riunione dei capi dei coloni presenti in Cisgiordania proprio lì.
Cecchini sono posizionati sui tetti, i carri armati circondano tutta la zona. Il vertice è previsto nell’insediamento di Beit Jonathan, costruito più di un anno fa nel quartiere Batn al-Hawa di Silwan.
PALESTINA: storia di una pulizia etnica (1). Un po’ di citazioni, per iniziare a capire
“Il nostro pensiero è che la colonizzazione della Palestina debba avvenire in due direzioni: l’insediamento ebraico di Eretz Israel e la ricollocazione degli arabi di Eretz Israel in aree oltre confine. Il trasferimento di così tanti arabi può all’inizio sembrare economicamente inaccettabile, ma ciò non di meno è pratico. Insediare un villaggio palestinese su un’altra terra, non richiede troppo denaro.” _Leo Motzkin (pensatore liberale del movimento sionista) 1917_
“Uccidere la dirigenza politica palestinese.
Uccidere gli istigatori palestinesi e i loro finanziatori.
Uccidere i palestinesi che agivano contro gli ebrei.
Uccidere gli ufficiali e i funzionari palestinesi [ del sistema mandatario ]
Danneggiare i trasporti palestinesi.
Danneggiare le fonti di sussistenza palestinesi: pozzi d’acqua, mulini, etc
Attaccare i villaggi palestinesi vicini che avrebbero potuto partecipare ad attacchi futuri.
Attaccare i club, i caffè, i ritrovi palestinesi etc.”
_Piano C “Gimel” 1947_
“Possiamo far morire di fame gli arabi di Haifa e Giaffa se vogliamo farlo” _Ben Gurion, carteggio con Sharrett, dicembre 1947_![]()
“C’è il 40% di non ebrei nell’area assegnata allo Stato ebraico. Questa composizione non è una base solida per uno Stato ebraico. E dobbiamo affrontare questa nuova realtà con rigore e chiarezza. Tale equilibrio demografico mette in questione la nostra capacità di mantenere la sovranità ebraica… Soltanto uno Stato con almeno l’80% di ebrei è uno Stato stabile e sostenibile” _Ben Gurion, 3 dicembre 1947
“Si possono effettuare queste operazioni nella maniera seguente: distruggere i villaggi (dandogli fuoco, facendoli saltare in aria e minandone le macerie) e specialmente quei centri popolati difficili da controllare con continuità; oppure attraverso operazioni di rastrellamento e controllo, con le seguenti linee guida: circondare i villaggi e fare retate all’interno. In caso di resistenza si devono eliminare le forze armate e la popolazione deve essere espulsa fuori dai confini dello Stato” _Piano D “Dalet”, 10 marzo 1948_
TUTTE LE CITAZIONI SONO TRATTE DA “La pulizia etnica della Palestina” Ilan Pappe. Fazi Editore 2008







































































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