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Archive for the ‘RIVOLTE e RIVOLUZIONI’ Category

verso lo sciopero: BASTA CREPARE DI LAVORO!

4 dicembre 2008 1 commento

6 DICEMBRE , 1° ANNIVERSARIO DELLA STRAGE ALLA TYSSEN-KRUPP
B A S T A , CREPARE DI LAVORO !

Il 6 dicembre 2007 un incendio sviluppatosi alle acciaierie Tyssen-Krupp di Torino uccideva 7 operai : 7 vite spezzate ed altrettante famiglie distrutte !

nomortilavoro.org

Dal blog: comitatonomortilavoro.org

Dopo la rabbia, la commozione generale, le tante parole al vento spese dalle massime istituzioni , quei martiri del lavoro sono usciti di scena .
La sporca politica ha ripreso il sopravvento inscenando “ l’emergenza securitaria”, scatenando la caccia al rom e all’immigrato , militarizzando il paese e la sceneggiata dell’esercito nelle strade.
Eppure si continua a morire di lavoro peggio che in Iraq ed Afganistan!
La strage alla Tyssen-Krupp non è stata la prima , purtroppo non sarà l’ultima : i 4 morti al giorno per causa del lavoro e delle malattie professionali , sono lì a testimoniarlo!
Solo l’operato del giudice Guariniello e del GUP di Torino, che hanno fatto rinviare a giudizio l’Ammistratore Delegato della Tyssen per “ omicidio volontario”, nonché aver disposto l’ammissione degli operai e delle loro associazioni come parti civili, ci rende meno amara questa tragedia e ci sprona a non lasciare niente di intentato ovunque !

Nel frattempo, la sporca politica rende sempre più inefficaci i provvedimenti di contrasto e sanzione nei confronti delle aziende , vedi :
 ulteriore limitazione dei poteri di intervento di RLS ed Ispettori del lavoro ( testo unico L.81/08 e Direttiva     Ministero Lavoro/sett.08);
 deregolamentazione mercato del lavoro ( L. 133/08) ;
 detassazione degli straordinari ( L. 126/08) ;
 sterilizzazione dell’azione legale e dei processi, intesa a frenare l’attività sanzionatoria dei giudici del           lavoro e penali ( DDL 1441-quater,in discussione alla Camera).

vauroIl segnale è evidente e tremendo. I padroni sono sollecitati ad utilizzare la crisi per stravolgerla a loro esclusivo favore, attivando : licenziamenti, cassa integrazione, precarietà, ritmi-orari massacranti, meno spese e controlli sulla salute e sicurezza dei lavoratori . 

BASTA CON LA SPORCA POLITICA E LA CRIMINALITA’ DATORIALE .
BASTA CON LE STRAGI DEL LAVORO, CON IL PREVENTIVATO GENOCIDIO.

NON FACCIAMO MORIRE UNA SECONDA VOLTA CHI SI E’ GIA’ IMMOLATO PER IL LAVORO SALARIATO !!
PRENDIAMO IMPEGNO A NON SMETTERE DI LOTTARE FIN QUANDO NON SIA CESSATO LO STILLICIDIO DEI MORTI DEL LAVORO, FIN QUANDO NON SIA STATO CONQUISTATO IL LAVORO STABILE E SICURO .

 

NELLA SETTIMANA CHE PRECEDE LO SCIOPERO GENERALE DEL 12 DICEMBRE – in cui cade 
il 1° anniversario della strage alla TyssenKrupp – E NELLE MANIFESTAZIONI CHE 
SI TERRANNO IN TUTTA ITALIA , FACCIAMO SENTIRE OVUNQUE LA VOCE DELLA PROTESTA CONTRO IL LAVORO CHE UCCIDE .

Roma 4 dicembre 
2008 CONFEDERAZIONE COBAS

una vecchia intervista a Franca Salerno

4 dicembre 2008 32 commenti

“Sono stata arrestata ed ero incinta, ma mi hanno picchiata
Franca Salerno, Arrestata il 9 luglio 1975, condannata a quattro anni e mezzo per appartenenza ai Nap, Nuclei armati proletari, evasa insieme a Maria Pia Vianale dal carcere di Pozzuoli e riarrestata il primo luglio 1977 in piazza San Pietro in Vincoli a Roma…“In un conflitto a fuoco dove Antonio Lo Muscio è morto ammazzato”.

Antonio Lo Muscio appena giustiziato

Antonio Lo Muscio appena giustiziato

Ricordo le foto sui giornali, la tua all’ospedale… “Sì, loro ti cercano, ti pedinano e quando ti catturano ti massacrano di botte. Per quei tempi era normale. Gridavano: “Ammazziamole, facciamole fuori”. Se non ci fosse stata la gente a guardare dalle finestre sarebbe stata un’esecuzione. A Pia hanno sparato perché si era mossa. Ricordo i loro occhi, dentro c’era rabbia e eccitazione; erano fuori di sè perché eravamo donne. Averci prese, per loro, era una vittoria anche dal punto di vista maschile“.

Al processo, a quanti anni ti hanno condannata?A 18, per banda armata”.
Sapevi di essere incinta al momento dell’arresto? “Sì, avevo questo bambino in pancia e volevo salvaguardare la sua vita. Antonio era morto, Pia era stata portata via con l’autoambulanza ferita, io ero sul selciato e gridavo: “Sono incinta”, ma da ogni autocivetta uscivano uomini e picchiavano. Sino a quando è arrivato anche per me il momento di andare in ospedale”.

Cosa vuol dire fare un figlio in carcere? “Guarda che io il figlio l’ho fatto fuori, in carcere l’ho partorito.

Franca incinta al processo

Franca incinta al processo

Ma non mi sono sentita mamma da subito, all’inizio mi vergognavo. Quasi che il mio essere gravida fosse un tradimento alla rivoluzione”.

Ed è rimasto con te in carcere? “Sino ai tre anni andava e veniva, perché in carcere i bambini non stanno bene. E poi ho fatto molto carcere da sola, come a Nuoro, dove in sezione c’eravamo solo io e lui. Forse dalle lettere avevano capito che vivevo la maternità in modo confittuale e mi hanno messo alla prova”.

Come si chiama? “Antonio”.

Poi cosa è successo? “Compiuti i tre anni, i bambini in carcere non ci possono più stare. È stato un grosso dolore, ma esistevano i compagni e le compagne. E lui esisteva, esisteva come cosa viva, non solo come perdita. Poi ci sono stati le carceri speciali, i vetri divisori nella sala colloquio che per anni ci hanno impedito di toccarci, e tutte le altre difficoltà che “loro” mettevano in mezzo. Ma a me non fregava niente. Mio figlio esiste, mi dicevo, e anche se va via troverò un modo per costruirci qualcosa assieme, per crescerci assieme”.

Chi lo ha tenuto? “Mia madre, mia sorella, l’altra nonna”.

Lui ti ha mai chiesto perché stavi in carcere? “Si, aveva cinque anni e voleva dare risposte alla sua vita di bambino nato dietro le sbarre. Potevo spiegargli la rivoluzione? E poi non mi piace la retorica gloriosa. Così gli ho detto: la mamma ha rubato. Poi, piano piano, ho cercato di spiegare. Ma il racconto vero dei percorsi che mi avevano portato in carcere c’è stato quando sono uscita e lui aveva 16 anni”.

Antonio

Foto di Valentina Perniciaro _Antonio_

E dopo sedici anni di galera come si riprende a vivere fuori? “Per un anno avevo i piedi fuori e la testa da detenuta. Cercavo emozioni passate, fili, ed ero comunque e sempre sulla difensiva. Poi, un po’ alla volta, ho iniziato a misurarmi con la realtà. Col lavoro necessario, con mio figlio. Era una presenza intensa, ma io da sedici anni non ero abituata alle presenze, ad avere persone attorno, all’interesse di qualcuno su di me. Ero disabituata alla materialità degli affetti, ai corpi da toccare. Ho dovuto imparare a non vivere di continue elaborazioni del cervello, a mettere in comunicazione corpo e mente”.

E il carcere, lo hai dimenticato? “Lo sogno continuamente. E per me sognare non è una seconda vita. Per me il carcere è presente, come sono presenti i compagni e le compagne che sono ancora dentro, a scontare una pena che non ha fine. In nessun modo disposti però a barattare dignità e rispetto di se stessi in cambio di libertà. Abbiamo rincorso l’utopia di un mondo migliore e mai l’interesse personale. Non lo faremo adesso”.

È stato facile trovare lavoro? “È stato necessario. Ma tutt’altro che facile. Mi sono state fatte offerte di lavoro da qualche parlamentare in cambio di un mio intervento sul dibattito della dissociazione. Ho rifiutato e mi sono affidata alla gente del quartiere e ho trovato lavoro in un’impresa di pulizie”.

Dell’esperienza del carcere cosa rimane addosso? “Dei vizi. Dentro la borsetta metto di tutto: spazzolino, penna, fogli bianchi, insomma quello che può servire per i cambiamenti improvvisi. Le cose che una detenuta inserisce nello zaino quando c’è aria di trasferimento e sa che, quando avverrà, non le sarà concesso nemmeno il tempo di prepararsi la borsa. E quando mangio lascio sempre qualcosa nel piatto, per dopo, perché non si sa mai”.

Lascia l’amaro in bocca quest’intervista, più di quanto le parole di Franca non lo lascino già.

Perchè quel bimbo di cui si parla, Antonio, non smette di mancare ad ognuno di noi.
Perchè la storia di quella vita nata tra le sbarre di un carcere di massima sicurezza non doveva finire spezzata sul lavoro, come troppe persone ogni giorno.
Solo oggi tra la lista dei morti spunta un ragazzo di 20 anni, morto accanto al fratello, rimasto gravemente ferito….non se ne può più. QUESTA PAGINA E’ QUINDI CONTRO IL CARCERE, CONTRO LA PRESENZA DI BAMBINI DA 0 A 3 ANNI,
MA

Antonio

Foto di Valentina Perniciaro _Antonio_

ANCHE PER LA SICUREZZA SUL LAVORO, PER FERMARE LA QUOTIDIANA SEQUELA DI ASSASSINII

Il giorno in cui è morto quel 17 Gennaio del 2006, Antonio Salerno Piccinino stava lavorando e faceva una consegna straordinaria, un favore personale ad uno dei suoi dirigenti, un viaggio fino ad Ostia improvvisato probabilmente per la voglia di dimostrare affidabilità.

Antonio è morto perchè andava troppo veloce a causa dei ritmi inarrestabili e delle pressioni emotive costanti che ci vogliono disponibili, sorridenti e veloci, sempre.
Antonio era un pony express, il contratto di lavoro era scaduto a fine dicembre e formalmente, quando è morto sulla Cristoforo Colombo non gli era ancora stato rinnovato.
Antonio era in nero. Il suo lavoro era quello di corriere addetto ai ritiri presso gli ambulatori veterinari, percorreva sulle strade di Roma 130Km al giorno. 14 ritiri al giorno, 3 euro per ogni ritiro in città, 5 euro per ogni ritiro oltre il Grande Raccordo Anulare e 6 euro per ogni ritiro nella zona mare comprendente Ostia, Torvajanica e Fiumicino.
E’ Indispensabile andare veloce perché l’equazione è semplice: aumentare il numero di ritiri per aumentare la propria busta paga.
E’ così che è morto Antonio. Ma Antonio non era affatto il suo lavoro, anzi. Era un ragazzo pieno di vita e di sogni. Antonio era un ragazzo di ventinove anni consapevole dei meccanismi di sfruttamento che era costretto a subire, era un precario che lottava quotidianemente contro la precarietà del lavoro e della vita.

La legge e la forza. Proposta di dibattito…

29 novembre 2008 Lascia un commento

Con piacere pubblico l’articolo di Bifo uscito oggi sulla prima pagina di Liberazione. Come già mi è capitato di scrivere sul mio blog non ho una perfetta sintonia con lui, ma anche questa volta è stato in grado di lasciarci, dopo poche righe, con dei buonissimi punti di partenza. Ha la grande capacità di saper centrare il problema, di non girare intorno alle cose. Quindi l’attacco totale in questo articolo è contro questo bisogno irrefrenabile di legalismo che ha ormai impregnato qualunque movimento, opinione o idea anche solo vagante per l’aria. Un’opposizione ad un governo autoritario e pericoloso fatta solo di richiesta di legalità, foraggiata da personaggi poco interessanti come i Grillo, i Travaglio, i Nanni Moretti…sempre pronti a non far altro che chiedere giustizia e legalità. Come sola battaglia di “civile democrazia”.
Un buon punto di partenza per parlarne un po’ … 

Il danno del Berlusconismo? L’antiberlusconismo
di
Franco Berardi Bifo, Liberazione 29 novembre 2008

In un articolo uscito sull’ Herald Tribune il 3 Novembre 2008, Thomas Friedman scriveva: «Dovremo tutti pagare perché il collasso avviene nel contesto di quello che può essere considerato forse il più grande trasferimento di ricchezza dalla rivoluzione bolscevica del ’17. Non è un trasferimento di ricchezza dai ricchi ai poveri, ma un trasferimento di ricchezza dal futuro al presente. Mai nessuna generazione ha speso tanto della ricchezza dei suoi figli in un periodo di tempo così breve. L’America ha imposto alle generazioni future un immenso peso per finanziare i tagli delle tasse, le guerre e i salvataggi delle banche. Inoltre l’amministrazione Bush ci lascia in eredità un altro debito, quello con madre natura. Abbiamo aggiunto all’atmosfera sempre più CO2 senza nessuno sforzo di riduzione».
Il futuro non c’è più: è stato speso, ipotecato, devastato dal capitalismo neoliberista. E adesso?   

Foto di Valentina Perniciaro _sciopero nazionale Cobas_

Foto di Valentina Perniciaro _sciopero nazionale Cobas_

Nelle scuole e nelle università italiane è esploso un movimento che grida: “Questa crisi noi non la paghiamo”. Non pagheremo il debito che avete accumulato. Non rinunceremo all’istruzione, al piacere della vita, ai servizi sociali solo perché una classe di accaparratori irresponsabili ha distrutto tutto prima che noi arrivassimo al mondo.
Quello slogan è il segno della tempestività di questo movimento, della sua intelligenza. Ma più che uno slogan è un problema. Come si fa a non pagare questo debito? Il problema di adesso è proprio quello di una nuova dimensione dell’esistere collettivo, capace di rovesciare il dispositivo della crescita capitalista, di imporre una redistribuzione del reddito e di conquistare una riduzione del tempo di lavoro. Il vero nemico degli studenti non è il decreto Gelmini, puro e semplice atto di cieca devastazione. E’ la Carta di Bologna del 1999, che sancì l’impegno dei paesi europei a subordinare i sistemi scolastici alle esigenze dell’economia d’impresa, e che avviò il processo di frammentazione dei saperi, e di precarizzazione della figura studentesca.La mobilitazione contro la legge Gelmini ha avuto una funzione importantissima, perché ha interpretato un sentimento diffuso tra la maggioranza degli studenti e degli insegnanti. Ma ha anche creato una situazione complicata, perché questo governo non ha un’opposizione parlamentare, gode di una maggioranza schiacciante, e controlla mediaticamente l’opinione. Di conseguenza non si può batterlo sul piano legislativo.
Non è stato certo sbagliato andare allo scontro con la legge Gelmini, ma se vogliamo che l’esito della scontro non si risolva in una sconfitta dobbiamo ragionare sul lungo periodo, dobbiamo liberarci di alcuni limiti culturali che sono iscritti nelle forme stesse della soggettività contemporanea. Le grandi mobilitazioni producono effetti significativi quando filtrano nel tessuto della vita quotidiana, altrimenti svaniscono come la nebbia. E perché questa onda filtri nei circuiti della vita quotidiana occorre fare i conti con una fragilità che finora nessuno ha avuto il coraggio di mettere in questione: quella fragilità si chiama legalismo.

Foto di Valentina Perniciaro

Foto di Valentina Perniciaro

Uno dei peggiori effetti che il berlusconismo ha prodotto nella cultura politica italiana (e nella formazione della generazione che è cresciuta sotto Berlusconi) è proprio l’antiberlusconismo.
Non mi si fraintenda. Quello instaurato da Berlusconi è per me un regime di totalitarismo mediatico forse ancor più deleterio per la democrazia di quanto fu il fascismo mussoliniano. Non sono di quelli che consigliano di “non demonizzare Berlusconi”. Berlusconi è il demonio, se demonio significa ignoranza, truffa, immiserimento, paura, razzismo arroganza.
Ma l’antiberlusconismo corrente (rappresentato da persone come Grillo, Di Pietro, Travaglio o Moretti) è solo marginalmente una riflessione sull’effetto che i media hanno prodotto sull’immaginario e sulle forme di vita. Essenzialmente è una riflessione su legalità e illegalità.
Sembra che tutti i mali derivino dal fatto che al governo ci sta una classe politica che viola la legge.
Semplificazione del tutto fuorviante, ma come non capirla? Se al governo ci sta (come ci sta) un ceto politico di sistematici predatori e di violatori professionali delle leggi, è comprensibile che gran parte della società finisca per attribuire la miseria, la disoccupazione, la crisi della scuola pubblica e tutto il resto all’illegalità.
Basterebbe allora che tutti rispettassero la legge? Credo proprio di no. La legge non è altro che la sanzione formale di un rapporto di forze. E’ legale sfruttare la gente. E’ legale costringerla a fare straordinario. E’ legale uccidere sul lavoro. E’ legale costringere la gente a subire una vita precaria.
E’ legale fin quando i principi su cui si scrive la legge sono quelli della competizione e della crescita illimitata.
La legge non è che la sanzione di un rapporto di forza, e anche quando la legge è rispettosa dei bisogni della società (come in molti suoi punti è la Costituzione della Repubblica Italiana) se non esiste la forza per imporne il rispetto, la legge è scritta sull’acqua.
Solo la forza può restituire alla società autonomia dal dominio del profitto. Solo la forza può dare ai lavoratori e agli studenti la possibilità di difendere la loro dignità e i loro diritti.

Foto di Valentina Perniciaro _Genova, 20 luglio 2001_

Foto di Valentina Perniciaro _Genova, 20 luglio 2001_

Ma la forza cos’è? La forza sta nell’unità delle diverse componenti del lavoro sfruttato, sta nella ricomposizione del mosaico infinitamente complesso della vita di chi produce valore. La forza sta nella capacità di vivere in condizione di indipendenza, sta nella capacità di non subire le idee e le immagini e le paure di chi ha il potere.
La forza sembra oggi sfuggirci perché la precarietà ha sgretolato i rapporti fra le diverse sezioni del lavoro sociale. E questa frammentazione la ritroviamo anche nei movimenti. In questo movimento c’è una gelosia dell’identità, una paura della contaminazione, un riflesso di chiusura e di settorialità che, prevalendo, preparerebbero la sconfitta. Dobbiamo allora curarli, dobbiamo allora superarli questo legalitarismo e questo identitarismo, che sono fattori di fragilità del movimento. Occorre curarli, occorre superarli, se vogliamo che il movimento conquisti il lungo periodo fino a divenire senso comune e forma della vita quotidiana.

E’ uscita SCARCERANDA 2009!

28 novembre 2008 Lascia un commento

 

È uscita Scarceranda 2009, l’agenda autoprodotta da Radio Onda Rossa, contro ogni carcere giorno dopo giorno, perché di carcere non si muoia più ma neanche di carcere si viva. Quest’anno Scarceranda celebra la sua decima edizione! Per questo l’abbiamo chiamata Scarceranda X.
È BELLISSIMA!Vedi l’indice dei materiali presenti in questa edizione dell’agenda.
Scarceranda (agenda annuale + libro) è in vendita a 12 euro presso Radio Onda Rossa e negli infoshop, centri di documentazione, librerie.
Scarceranda può essere pagata tramite conto corrente postale e richiesta in spedizione direttamente a Radio Onda Rossa

Valerio Bindi / Sciattovia dei volsci 56 00185 Roma
Tel 06491750   ondarossa@ondarossa.it

Il versamento di 12 euro a copia va effettuato sul ccp 61804001 intestato a Radio Onda Rossa indicando in maniera leggibile nominativo e indirizzo cui si vuole venga spedita l’agenda. Per chi utilizza il versamento online tramite Bancoposta il versamento va intestato a Cooperativa Culturale Laboratorio 2001 (se si effettua il bonifico l’IBAN è IT15 D076 0103 2000 0006 1804 001).

Scarceranda viene donata alle persone detenute che ne facciano richiesta o segnalate alla Radio. Se avete conoscenti in carcere cui volete far giungere la Scarceranda potete comunicare a Radio Onda Rossa il nominativo e il carcere in cui si trovano.

Se inoltre vi interessa organizzare iniziative di presentazione, prendervene più copie per distribuirla tra compagn@, conoscenti, amici/che… contattate la radio per metterci d’accordo.

Iniziative Scarceranda

  • 29 novembre 2008: CSOA Forte Prenestino, via Delpino, Roma
     

Rote Armee Fraktion: la Germania sa voltare pagina

27 novembre 2008 2 commenti

La lezione tedesca: liberazione condizionale senza richiesta di pentimento per gli ultimi detenuti della Raf

di Paolo Persichetti, Liberazione 26 novembre 2008

La Germania chiude o forse, sarebbe meglio dire, schiude i suoi anni di piombo. Il via libera alla scarcerazione di Christian Klar, concessa due giorni fa dalla corte di appello di Stoccarda, porta lo Stato federale tedesco verso il definitivo azzeramento degli strascichi penali ancora aperti della stagione della lotta armata. A differenza di quelle passate, queste ultime scarcerazioni riguardano i prigionieri che hanno rifiutato di pentirsiDEU TERROR RAF KLAR MOHNHAUPT o dissociarsi. Ex militante della Rote armee fraktion (Raf), Klar uscirà dal carcere il 3 gennaio 2009 al maturare del ventiseiesimo anno di detenzione (forse anche prima, se le riduzioni di pena legate alla buona condotta lo consentiranno), 7 dei quali passati in totale isolamento. Klar aveva ottenuto la possibilità di uscire in permesso già dalla primavera scorsa. In realtà la parola fine potrà dirsi soltanto dopo la liberazione di Birgit Hogefeld, arrestata nel 1993, ed unica a restare ancora detenuta dopo la liberazione condizionale concessa a Klar. Esponente dell’ultima fase della storia politico-militare della Raf (la cosiddetta “terza generazione”, definizione che però viene rigettata dai membri del gruppo autodiscioltosi nel 1998, i quali hanno sempre messo l’accento sull’unità del percorso della loro organizzazione), la Hogefeld è liberabile a partire dal 2011.

Per anticipare la sua uscita Klar aveva fatto richiesta di grazia, ma nel maggio 2007, dopo le polemiche suscitate dalla concessione della liberazione condizionale a, altro membro della Raf con 24 anni di carcere sulle spalle, il presidente della Repubblica, Horst Köeler, rispose negativamente. Un polverone mediatico fu sollevato dalla stampa di destra a causa di un suo messaggio di solidarietà inviato ad una meinhoffahndungconferenza su Luxenburg-Liebknecht, tenutasi a Berlino nel gennaio dello stesso anno, nel quale Klar auspicava una società futura senza capitalismo. Campagna mediatica che chiedeva una esplicita dichiarazione di pentimento come condizione necessaria alla scarcerazione. Tuttavia ciò non ha impedito che nell’agosto successivo fosse concessa la liberazione condizionale anche a Eva Haule, dopo 21 anni di carcere. Incassato il rifiuto della grazia, Klar ha continuato a difendere il proprio diritto di tacere (da intendersi come il rifiuto di sottomettersi a dichiarazioni pubbliche di pentimento) e non fare mercanteggiamenti per uscire. Il 15 agosto 2008 è sopraggiunta una importante decisione della Corte federale che ha chiarito come il diritto al silenzio sia compatibile con terrorlistel’ammissione ai benefici di legge. Questa sentenza ha così definitivamente sbloccato la situazione.
Il sistema penale tedesco, infatti, non prevede che la pena dell’ergastolo venga scontata a vita. Se i giudici ritengono che il comportamento del recluso sia tale da escludere il permanere di una sua pericolosità sociale, l’accesso alla libertà vigilata per una durata di 5 anni, passati i quali la pena è estinta, è ammessa una volta scontati 15 anni di pena, salvo nei casi in cui in sede di condanna venga stabilito un tetto più alto, in ragione della particolare «gravità della colpa». Tetto di reclusione incomprimibile che nel caso di Klar era stato fissato a 26 anni, ovvero allo scadere del 3 gennaio 2009.
A differenza dell’ordinamento italiano, il sistema tedesco non prevede il requisito del ravvedimento,

<Klar>

 la concessione della liberazione condizionale è dunque valutata sulla base del comportamento oggettivo, esternato nel corso degli anni di detenzione dal soggetto, e non sulla scorta di una presunta analisi del suo foro interiore. Prassi che in Italia si è consolidata in una giurisprudenza dei tribunali di sorveglianza (in più casi censurata dalla Cassazione) che da luogo ad ipocrite procedure di richiesta di scuse e domande di perdono nei confronti dei familiari delle vittime per via epistolare, il più delle volte da queste giustamente rinviate al mittente. L’esperienza dimostra però che all’autorità giudiziaria non interessa l’esito finale di questo tentativo di mediazione, quanto l’atto in sè, inteso come una vera e propria forca caudina, un gesto che di riparatore ha ben poco. In realtà è solo una forma di assoggettamento al sovrano, essenza moderna dei vecchi autodafé, cerimonia di degradazione pubblica, umiliazione dell’intelligenza, etica a buon mercato, grado infimo della coscienza.
Anni di piombo era il titolo che la regista Margarethe Von Trotta scelse per il suo film realizzato nel 1981. Ispirato alla storia di Gudrun Ensslin, militante della Raf uccisa nel carcere di Stammhein nel 1977, quel titolo voleva indicare la cappa plumbea gettata sulle speranze, il germogliare di idee, libertà, conquiste sociali che la rivolta degli anni 70 aveva suscitato. Col tempo l’espressione ha assunto il significato opposto, trasformandosi nel sinonimo della rivolta stessa ridotta al piombo cupo delle armi. Oggi ciò che resta di quella cappa soffocante, le mura e il ferro delle prigioni, almeno in Germania cominciano a fondersi.

In Italia il piombo tiene ancora.

Contro la “carta di Parma”

24 novembre 2008 Lascia un commento

TREMATE TREMATE!!!

23 novembre 2008 Lascia un commento

 

Foto di Valentina Perniciaro _Le streghe_

Foto di Valentina Perniciaro _Le streghe_

INDECOROSE E LIBERE era lo slogan che chiamava a questa piazza, un anno dopo quell’enorme corteo di donne che aveva colorato in modo determinato e sorprendente la città.

Eravamo molte meno quest’anno, ma è stato un bel corteo, con un’atmosfera di bell’autodeterminazione,
di capacità di camminare con le proprie gambe…autorganizzate.
Un corteo separato, che ha sfilato in un percorso lungo, allegro, determinato e compatto.
Un corteo di donne, di femministe, di lesbiche..
Un corteo di compagne come ce ne dovrebbero essere tanti.
Contro la violenza maschile sui nostri corpi, contro la violenza che si manifesta in molti modi, che è anche nel letto della proprio relazione.
Per l’autodeterminazione, per la libertà di essere come si vuole, di muoversi nel mondo come si vuole, per la libertà di essere donne con tutto quello che significa, di essere tante, di essere forti e belle.
Con i nostri corpi, con le nostre menti, con la bellezza dei nostri sorrisi. Grazie compagne…
una gran bella piazza.

Foto di Valentina Perniciaro _piccole e autodifese_

Foto di Valentina Perniciaro _piccole e autodifese_

Foto di Valentina Perniciaro _Libere e Indecorose_

Foto di Valentina Perniciaro _Libere e Indecorose_

Attentato…all’orario dei treni!

23 novembre 2008 1 commento

Una enorme montatura poliziesca campeggia da alcuni giorni sulla stampa francese
Paolo Persichetti, Liberazione, 22 Novembre 2008

Una enorme montatura poliziesca campeggia da alcuni giorni sulla stampa francese. 9 giovani tra i 25 e i 33 anni sono stati messi sotto inchiesta e incarcerati dal giudice della sezione antiterrorista di Parigi con l’accusa di partecipazione ad una “associazione con finalità di terrorismo”, mentre 5 di loro si sono visti contestare alcuni atti di degradazione delle linee elettriche dell’alta velocità. Capi d’imputazione molto pesanti che possono arrivare a 20 anni di reclusione. La Società nazionale delle ferrovie aveva denunciato nei giorni precedenti diversi atti di sabotaggio. Nella notte tra il 7 e l’8 novembre alcuni ganci forgiati con crochettondini di ferro erano stati apposti sulle catenarie, i fili elettrici che alimentano la rete ferroviaria, provocando un vero e proprio stravolgimento del traffico con ritardi per 160 treni sulle linee del Tgv. Episodi che hanno suscitato enorme allarme al punto che il governo ha sospettato, visto il clima di tensione che si trascinava da giorni tra sindacati e direzione delle Ferrovie, un coinvolgimento dei lavoratori. Un clima di pesante sospetto si era diffuso verso le sigle sindacali più radicali, come Sud-rail e la stessa Cgt, al punto che le autorità hanno dovuto smentire la presenza di dipendenti tra gli arrestati.
All’alba dell’11 novembre 150 agenti appartenenti ai diversi servizi antiterrorismo della polizia hanno fatto irruzione in un casale di campagna, una vecchia fattoria in località le Goutailloux, nel piccolo villaggio di Tarnac (350 anime), situato nel centrophoto-tarnacdella Francia, più precisamente in Corrèze nella regione del Limousin. E in effetti, la vecchia fattoria in pietra da taglio messa sotto sorveglianza fin dalla primavera scorsa si trova proprio nel plateau des millevaches . Qui sono state arrestate 5 persone. Nelle stesse ore altre 15 sono state fermate nel resto della Francia, a Rouen, nella Meuse e a Parigi. In gran parte studenti universitari. Alla fine solo 9 di loro sono stati incriminati. Tra questi Julien Coupat, multilaureato, conosciuto a Parigi per la sua attività politico-intellettuale, «di formazione postsituazionista, ottimo conoscitore di Guy Debord», spiega Luc Boltanski, direttore di studi all’Ehss che l’ha avuto tra i suoi allievi. Componente alla fine degli anni 90 del collettivo che diede vita alla rivista Tiqqun , vicina al lavoro del filosofo Giorgio Agamben. Tra gli autori di un testo pubblicato anche in Italia da Bollati-Boringhieri, La teoria della jeunne-fille . Indicato come la figura trainante di quella che gli inquirenti hanno definito «cellula invisibile». La retata è stata subito presentata come un affare di Stato. Il ministro degli Interni, Michèle Alliot-Marie, in compagnia del presidente delle ferrovie, Guillaume Pepy, l’ha addirittura annunciata ai mezzi d’informazione. «Queste persone hanno voluto colpire le ferrovie perché sono un simbolo dello Stato e sapevano che i loro atti avrebbero suscitato una forte eco mediatica», ha spiegato alla stampa aggiungendo che i fermati appartengono ad una fantomatica area dell’ultra-sinistra «anarco-autonoma». Sullo stesso tono si è pronunciato il presidente della repubblica Nicolas Sarkozy, felicitandosi per i risultati «rapidi e promettenti» ottenuti dagli investigatori, salutando «l’efficacia e la mobilitazione» della polizia e della gendarmeria e in modo tutto particolare la nuova «Direzione centrale dell’informazione interna e della Sotto-Direzione antiterrorista», nati proprio dalla riforma dei Servizi di sicurezza da lui voluta. In effetti, questi arresti ultramediatici sembrano proprio un’operazione di marketing costruita appositamente per dimostrare l’efficienza e il successo di queste nuove strutture. L’inchiesta, infatti, nasce da lontano e solo all’ultimo momento sembra essersi interessata agli atti di sabotaggio realizzati sulle reti elettriche delle ferrovie.images-1L’indagine parte da New York dove nella primavera scorsa l’Fbi ha segnalato ai Servizi francesi la presenza di alcuni dei giovani arrestati nella fattoria di Tarnac. Individuati nel corso di una manifestazione pacifista organizzata nel gennaio 2008 davanti ad un centro di reclutamento dell’esercito americano. Attività contro la guerra che non si capisce come possa essere accostata a comportamenti di natura terroristica, tali da richiedere uno scambio d’informazioni a livello internazionale. Dopo questa segnalazione, una inchiesta preliminare è stata aperta dalla procura nazionale antiterrorismo di Parigi. Da 11 mesi i movimenti attorno alla fattoria erano seguiti senza dare però alcun risultato. Una lavoro davvero frustrante per gli 007 dell’antiterrorismo che hanno dispiegato mezzi di controllo sofisticati. Il gruppo di giovani, che da alcuni anni si era ritirato nel paesino, coltivava l’orto, allevava capre, anatre, galline, insomma aveva deciso di mettere in pratica una forma d’esistenza che voleva darsi «i mezzi materiali e affettivi per fuggire la frenesia metropolitana e sperimentare forme di condivisione», ha spiegato a le Monde Mathieu B., 27 anni, uno dei fermati poi rilasciato. Alcuni di loro avevano rilevato il piccolo negozio d’alimentari del paese e organizzato un servizio di rifornimento degli anziani sparpagliati nelle diverse contrade e masserie della zona. Insomma un vero servizio sociale molto apprezzato dagli abitanti del posto e dal sindaco che aveva concesso al gruppo anche dei locali di proprietà del comune. Il loro arrivo aveva portato idee, entusiasmo ed aria nuova in quel piccolo angolo di Francia rurale, vivacizzandone anche la vita culturale. L’intera Tarnac si è infatti subito mobilitata in difesa dei ragazzi creando un comitato di sostegno che ha spiazzato le autorità. L’immagine dei cattivi, dei feroci terroristi che attentavano… all’orario dei treni si è presto sgretolata. Col passare dei giorni non sono emersesabotage le prove schiaccianti promesse e il Dna tanto sbandierato. Nella fattoria, oltre ai polli e alle galline, sono stati trovati dei depliant della Sncf con gli orari dei treni… quelli che normalmente vengono offerti agli sportelli, delle scale del tipo presente in ogni domicilio familiare, materiale da arrampicata che molti dei ragazzi praticavano come hobby.
La piccola comunità discuteva, faceva politica, aveva contatti nel resto della Francia, in Europa e Oltreoceano, incontrava gente che la pensava allo stesso modo, partecipava a manifestazioni per i sans papiers e contro la banca dati Edwige ( vedi Queer del 5 ottobre 2008 ) e poi scriveva. Agli arrestati, e in particolare a Julien Coupat, viene attribuita la stesura di un pamphlet, L’insurrection qui vient , edizioni La Fabrique, che ha già venduto 10 mila copie (il testo è interamente scaricabile da internet, basta cliccare www.lafabrique.fr ) che polizia e magistratura considerano una sorta di manuale della sovversione.
E in effetti è proprio questo l’aspetto, oltre alla assoluta carenza di prove sui fatti contestati, che ha suscitato vive proteste nell’opinione pubblica, che ha differenza di quella italiana non è assuefatta ai metodi dell’emergenza antiterrorismo. «A partire da questo libro, ritrovato in alcune perquisizioni nella primavera scorsa – spiega l’editore Eric Hazan – sembra che ci sia stata una sorta di costruzione poliziesca del nemico interno». Giorgio Agamben su Libération ha denunciato la deriva legislativa che ormai assimila al reato di terrorismo ogni forma di opposizione sociale che si ponga in antitesi con i governi e le istituzioni e consente di attribuire la finalità di terrorismo ad attività come picchettaggi, occupazioni, boicottaggi o sabotaggi di merci e infrastrutture, ma appartengono alla lunga storia delle lotte sociali del movimento operaio. In Italia chi avrebbe avuto il coraggio di dire una cosa del genere. Per Maria Sole e Baleno ci fu solo silenzio.

Per scrivergli ed avere gli altri indirizzi:
Julien COUPAT :  N° d’écrou 290173   42 rue de la santé     75014 PARIS

Al-khalil. Il dramma di Hebron, la città divisa

20 novembre 2008 2 commenti

La situazione della città di Hebron, Al-Khalil, sta nuovamente precipitando senza che nessuno o quasi se ne accorga. La città della divisione, la città simbolo delle violenze dei coloni, di come uno Stato sia nato sulla pelle di un popolo, di come una terra sia stata stuprata, giorno dopo giorno da più di 60 anni.

Il centro storico di Hebron

Dalla rete: Il centro storico di Hebron

Prima di passare ai fatti di questa notte bisognerebbe scrivere cosa il mondo ha permesso ad Israele in quella città, ciò che si sono presi, strappandolo via ad un popolo che non aveva certo gli strumenti per capire, per organizzarsi, per difendersi e contrattaccare come sarebbe naturale fare.
Facile, troppo facile per un pachiderma foraggiato da tutti, calpestare le umili aiuole di qualche pastore, di qualche contadino che aveva come sola ricchezza il succo prezioso delle sue olive.
Erano 5000 anni che la vita procedeva in quel modo, ad Hebron.

Dal 1967 in poi, dopo periodi di violenti scontri tra il 1929 e il ’36, la situazione muta completamente. Un gruppo di coloni si finge gruppo turistico ed occupa il principale albergo della città, per poi occupare una base militare abbandonata che trasformeranno in poco tempo nel primo “mattone” dell’insediamento Kyriat Arba. Saranno le donne israeliane, colone illegali, ad occupare un’altra parte della città e a strappare l’appoggio assoluto dell’esercito che ha poi sempre coperto e legittimato il processo di espansione ebraica, mai terminato. Se guardiamo i dati del 2005 possiamo capire facilmente come è mutata la vita dei palestinesi residenti nel centro di Hebron o nelle aree limitrofe: ora sono più di 20 gli insediamenti, per un numero di coloni sempre più alto.
s7301137I coloni sono diversi dai normali cittadini. I coloni sono militanti di estrema destra (nella maggior parte dei casi), che soprattutto nel caso del centro di Hebron, occupano passo passo quel che riescono, girano armati fino ai denti permettendo che i loro figli prendano a sassate le case e le scuole dei loro coetanei arabi.
La parte palestinese della città è facilmente riconoscibile.
E’ un carcere. Un carcere vero e proprio, dove tutte le case, le finestre e le porte di ogni edificio pubblico e privato, le strade percorse….tutto è avvolto da fitte reti metalliche, per salvarsi dai ripetuti lanci dei coloni, soprattutto di donne e bambini. 
La vita di queste persone è distrutta da qualche decennio, il commercio è inesistente, le saracinesche tutte abbassate, i bambini vivono come piccoli detenuti, impossibilitati anche a giocare per strada, per le loro strade, le poche che gli sono concesse…. «Le violenze contro le famiglie arabe sono all’’ordine del giorno», racconta un ’attivista statunitense per i diritti umani. «I palestinesi hanno le inferriate alle finestre perché erano puntualmente prese a sassate dai coloni. I soldati dovrebbero intervenire, ma si limitano a raccogliere a voce le denunce». Idris, un macellaio che vive  nella zona alta di Tel Rumeida, mostra la bocca senza denti. «La mia vicina israeliana è entrata nella mia casa e mi ha colpito più volte con un bastone, accusandomi di occupare la sua terra», dice. «Quando sono arrivati i soldati hanno portato via uno dei miei ragazzi dicendo che l’’aveva provocata»

Hebron è un caso unico nell’assurdo conflitto israeliano. La città della divisione, delle reti metalliche, dell’odio infinito verso un popolo gemello, abitante delle stesse colline. Da troppo tempo.

Ma passiamo ai fatti di questa notte:
decine di coloni e di attivisti di estrema destra si sono scontrati la scorsa notte a Hebron con palestinesi e con soldati e poliziotti israeliani:  hanno sconsacrato tombe in un antico cimitero musulmano, scritto sul muro di una moschea slogan offensivi contro la religione musulmana “Maometto maiale” e “Morte agli arabi”,  danneggiato automezzi dell’esercito e della polizia.

Ovviamente la polizia e l’esercito sono intervenuti per calmare la situazione, sono impegnati a togliere le scritte e ripristinare l’ordine: nessuno è stato arrestato fino ad ora, malgrado questi scontri siano stati provocati dai coloni dopo che l’Alta Corte di Giustizia israeliana aveva imposto lo sgombero di uno stabile di quattro piani, illegalmente occupato. Da tutto lo stato israeliano, decine di attivisti di estrema destra stanno raggiungendo Hebron per aiutare i coloni  ad impedire lo sgombero.

Tutto tace da questa mattina: questo blog proverà a seguire gli sviluppi della situazione.

AMNISTIA PER LA POLIZIA

14 novembre 2008 2 commenti

 

Giovedì 13 novembre 2008 si è concluso l’ultimo dei tre grandi processi di primo grado per gli eventi legati alle proteste contro il G8 del luglio 2001 a Genova.
Il processo a 29 funzionari di polizia per l’irruzione alla scuola Diaz che terminò con 93 persone arrestate illegalmente e 61 di queste ferite gravemente si è concluso con una sentenza esemplare: sedici assoluzioni e tredici condanne.
Il tribunale ha deciso di condannare solo gli operativi e di assolvere a pieno titolo chi ha pianificato un’operazione vendicativa e meschina. Di assolvere le menti che per giustificare una carneficina hanno deciso di piazzare due bombe molotov recuperate nel pomeriggio tra gli oggetti rinvenuti, di mentire circa l’accoltellamento di un agente, di coprirsi l’uno con l’altro raccontando incredibili resistenze da parte degli occupanti della scuola e saccheggiando il media center che vi si trovava di fronte. La ciliegina sulla torta del presidente Barone e delle sue due giudici a latere Maggio e Deloprete: alle vittime di quella notte va qualche spicciolo, tanto perché nessuno si lamenti di essere stato tagliato fuori da una immaginaria torta.

Foto di Valentina Perniciaro

Foto di Valentina Perniciaro

Alla lettura della sentenza nessuno di noi si è meravigliato. Non siamo delusi, non siamo tristi, né pensiamo alcuno dovrebbe esserlo. Siamo solo furiosi.

Non abbiamo mai creduto che la giustizia fosse veramente “uguale per tutti”, non abbiamo mai creduto che chi esercita il potere avrebbe ammesso di essere giudicato, di essere messo in discussione.
Ma il dileggio con cui è stata confezionata questa sentenza parla da sé: l’amnistia per la polizia è la seconda parte di quell’operazione vendicativa e meschina che ha portato alla Diaz.
E’ il secondo tempo della vendetta per la frustrazione e il terrore che lo Stato e i suoi apparati hanno provato in quei giorni di rivolta. Non ce l’hanno mai perdonata e non ce la perdoneranno.
La sentenza che chiude questo ciclo di processi di primo grado dovrebbe essere una lezione di storia, e forse grazie ad essa restituiremo la dignità a una vicenda che ne ha avuta molto poca, perché molti oltre a noi si accorgeranno di
qualcosa che è la base di quanto è successo a Genova in quei giorni.
Esiste una posizione per cui parteggiare: quella degli insofferenti, quella dei subalterni, degli sfruttati, dei deboli, di coloro che lottano per un mondo migliore e più equo.
Ed esiste un’altra posizione, quella di chi comanda ed esegue, di chi tortura e vìola, dei forti con i deboli e dei deboli con i forti, quella di chi esercita il potere e lo coltiva.

Nella vita bisogna scegliere. Noi lo abbiamo fatto, oliando meccanismi di memoria che altrimenti avrebbero condannato all’oblìo una pagina nera della storia italiana e internazionale. Noi lo facciamo tutti i giorni. Non abbiamo rimorsi e non abbiamo rimpianti per quanto è avvenuto.
Solo rabbia. E non siamo i soli.

                                           Supportolegale

Assoluzioni al processo Diaz

13 novembre 2008 1 commento

“Ricordo perfettamente quel momento. E ricordo anche di che discutevamo con i colleghi. images-7Bisognava evacuare i feriti dalla scuola e creare una cintura di sicurezza intorno alla Diaz, dal momento che continuava ad affluire gente e il clima era tesissimo. Di questo discutevamo. Avevo cose più importanti cui pensare che non guardare in terra per controllare cosa c’era e accorgermi di quelle due molotov. Potrà piacere o meno. Ma è la verità. Ho sempre avuto fiducia che prima o poi sarebbe venuta fuori. Il tempo mi sta dando ragione”.

stor_10608309_25080Eh si, bravo Canterini, sei riuscito perfettamente nel tuo piano. Il tempo ti ha dato ragione.
I vertici della polizia sono stati assolti: assolti si. Ormai è legge: se distruggi una vetrina ti prendi otto anni, se torturi, massacri, umili e ancora torturi vieni assolto se sei uno importante e se sei uno stronzo qualunque ti becchi un paio d’anni.
E’ un dato di fatto, è il nostro paese. E’ quello che ci meritiamo, ne sono sempre più convinta.
E’ tutto ciò che dovrebbe insegnarci a capire la lezione, che dovrebbe farci capire quanto c’è da fare, quanto è stupido aspettare e credere in una giustizia che non è mai stata dalla nostra parte, perchè non può starci.
E non mi venissero più a parlare di processi, di verità, di bisogno di portare la storia nei tribunali per punire i colpevoli: impariamo a tornare per le strade, a riappropriarci delle nostre cose.
Impariamo a capire che non possiamo cascare dalle nuvole, che non si scende in piazza così, che non si tiene la guardia così bassa, che non si può continuare così.
Che ci stanno spazzando via, senza che nemmeno nessuno se ne accorga.
E ce lo meritiamo. E’ la conseguenza diretta di quello che i compagni hanno lasciato morire, è l’assenza di organizzazione, di autonomia, di aggregazione e crescita. 
Spero sia stata l’ultima volta, l’ultima volta che aspettiamo giustizia nei loro tribunali.

ASSASSINI SERVI DI STATO. ASSASSINI ASSASSINI ASSASSINI ASSASSINI 

Da Repubblica:
Nessuna condanna, dunque, per Giovanni Luperi, attuale capo del Dipartimento di analisi dell’Aisi (ex Sisde), nel 2001 vice direttore dell’Ucigos e Francesco Gratteri, attuale capo dell’Anticrimine, all’epoca dei fatti direttore dello Sco e Gilberto Calderozzi, oggi a capo dello Sco. In totale erano 28 i poliziotti sul banco degli imputati, ma il collegio presieduto da Gabrio Barone ha deciso di emettere 13 condanne, esclusivamente nei confronti dei responsabili delle violenze all’interno della scuola. Sono state inflitte condanne per 35 anni e sette mesi, rispetto agli oltre 108 anni chiesti dall’accusa. Tre e due anni di carcere sono stati comminati rispettivamente A Pietro Troiani e Michele Burgio, colpevoli di aver portato all’interno dell’edificio due bottiglie incendiarie trovate durante la manifestazione del pomeriggio e di averle attribuite ai manifestanti che dormivano all’interno della scuola. Assolti invece i funzionari di polizia che firmarono il verbale di perquisizione e cioè Gratteri, Luperi e Calderozzi. E insieme a loro Filippo Ferri, Massimiliano Di Bernardini, Fabio Ciccimarra, Nando Dominici, Spartaco Mortola e Carlo Di Sarro. Per ognuno di loro la pubblica accusa aveva chiesto 4 anni e 6 mesi ritenendoli colpevoli di calunnia, falso ideologico e arresto illegale. Il tribunale ha assolto inoltre per non aver commesso il reato o perché il fatto non sussiste Massimo Mazzoni, Renzo Cerchi e Davide Di Novi. Per loro la pubblica accusa aveva chiesto 4 anni ritenendoli colpevoli di calunnia, falso ideologico e arresto illegale. Assolti anche da ogni responsabilità Massimo Nocera, Maurizio Panzieri e Salvatore Gava. Massimo Nocera era accusato di aver Simulato un finto accoltellamento e il pm aveva chiesto per lui 4 anni di carcere. 
La totalità delle condanne riguarda i componenti del Settimo nucleo mobile di Roma, del suo capo dell’epoca Vincenzo Canterini condannato a 4 anni e accusato di calunnia, falso ideologico e lesioni, e dai suoi sottoposti Fabrizio Basili, Ciro Tucci, Carlo Lucaroni, Emiliano Zaccaria, Angelo Cenni, Fabrizio Ledoti e Pietro Stranieri, condannati a 3 anni e accusati di lesioni aggravate in concorso. Il vice di Canterini, Angelo Forniè è invece stato condannato a due anni di reclusione.  

Netstrike: 13 novembre ore 14

11 novembre 2008 Lascia un commento

LORO FERMANO IL NOSTRO FUTURO…NOI FERMIAMO I LORO SITI

Giovedi’ 13 novembre alle ore 14 si tentera’ un Netstrike contro il sito del Ministero dell’Istruzione, Universita’ e Ricerca (MIUR)<http://www.miur.it> . All’ora stabilita il magior numero di persone dovranno visitare il sito Internet; se saremo in tanti, il server che lo ospita sara’ bloccato e inaccessibile per diverse ore.hack_strike

E’ una manifestazione online pacifica, alla quale chiunque disponga di una connessione ad Internet puo’ partecipare usando il proprio browser (Internet Explorer, Firefox, Opera, Safari, ecc). E’ una azione di forza con cui vogliamo dare altro risalto sui media “ordinari” alla protesta contro la distruzione dell’istruzione pubblica, dell’universita’ e dellaricerca.

Maggiori informazioni sono reperibili sul sito<http://www.autistici.org/133strike/>. Segnalate a chiunque questainiziativa, se avete un sito/blog/altro promuovetela, diffondetela sui social network (Facebook, flickr, badoo, ecc), sui forum, dovunque. Piu’siamo e piu’ pesante sara’ l’impatto. Facciamoci sentire!

Informatica in movimento – <http://www.autistici.org/133strike/>

L’urlo di Towanda

9 novembre 2008 2 commenti

Vi ricordate di Towanda?
di Valentina Perniciaro, Queer, inserto settimanale di Liberazione, 9 novembre 2008

Vi ricordate di Towanda? Provate ad urlarlo. Non potrà non tornarvi in mente quel grido di battaglia che

Foto di Valentina Perniciaro -in Layca frocessione-

Foto di Valentina Perniciaro -in Layca frocessione-

 trasforma Evelyn, una delle protagoniste del film culto “Pomodori Verdi fritti (alla fermata del treno)”, in una donna nuova, pronta ad affrontare qualunque avversità nel suo percorso di emancipazione e liberazione.
Quell’urlo sembra proprio essere tornato, e sta riempiendo l’Onda di contenuti nuovi, di determinazione, di protagonismo tutto femminile. Un gruppo di giovani donne, studentesse medie ed universitarie e collettivi di genere hanno dato vita ad un coordinamento che prende proprio questo nome: Towanda nasce il 20 novembre 2007 per poi muovere i suoi primi passi nella manifestazione di donne per le donne contro la violenza maschile che ha sfilato, imponente e determinata, per le vie di Roma il 24 novembre dello scorso anno.
La particolarità che salta agli occhi è la giovane età, Towanda è in gran parte composto da collettivi femministi di diverse medie superiori di Roma e provincia. Proprio perciò non poteva rimanere estranea all’esplosione di mobilitazioni di questo periodo: dal primo giorno è parte integrante di un’Onda che sta scuotendo il mondo della scuola, dagli asili agli atenei universitari.
Queste giovani donne non sono solo impegnate a protestare contro il decreto Gelmini, ma si muovono nelle piazze gremite di studenti per riempire la protesta di contenuti diversi. Considerano il decreto sessista perché colpisce soprattutto le donne: molte insegnanti, grazie ai tagli previsti, perderanno il lavoro mentre la cancellazione, di fatto, del tempo pieno, spiegano, limita ulteriormente la libertà che ogni donna ha di portare avanti la maternità e allo stesso tempo il diritto di lavorare ed essere autosufficiente. Come se non bastasse, la riforma è profondamente razzista, perché le “classi ponte”renderanno ancora più difficile il processo d’integrazione dei giovani migranti o dei figli di seconda generazione.
L’urlo di Towanda sa che quest’Onda, per non morire, deve verificare i propri contenuti e crescere anche culturalmente: nei cortei romani di queste settimane., raccontano, si sono trovate ad affrontare spezzoni che usavano parole d’ordine intrise di maschilismo o omofobia, per esempio offendevano la ministra Gelmini in quanto donna con parole come “puttana”. Towanda non vorrebbe condividere la piazza con chi usa un linguaggio o ha un atteggiamento omofobo e maschilista.

Foto di Valentina Perniciaro

Foto di Valentina Perniciaro

Per questo, dicono, sono impegnate in diverse campagne di controinformazione nelle scuole e nelle piazze. Chiedono quindi una scuola che sappia ricostruire e raccontare tutti quei percorsi di liberazione femminile che la storia e i libri di testospesso trascurano o addirittura omettono. Vogliono un femminismo che sappia rifiutare ogni delega e sia reale partecipazione attiva e consapevole delle donne in ogni contesto sociale perché una società in cui le donne siano protagoniste non è solo possibile, ma necessaria per il bene di tutte e tutti. E’ proprio la violenza maschile sulle donne uno degli argomenti principali delle loro campagne, spesso portate avanti a fianco di chi opera nei centri antiviolenza, come nella partecipata assemblea che si è tenuta al Liceo scientifico Righi la scorsa settimana, cui hanno partecipato le avvocate impegnate nei centri.
Attualmente sentono forte la necessità di essere al fianco delle donne e dei giovani migranti, e si sono unite all’assemblea giovanile e antirazzista e contro ogni discriminazione, con la quale sono scese in piazza con un unico striscione: “Per una scuola libera, solidale e aperta al mondo”.

Se avete voglia di ascoltare il grido di battaglia di Towanda, non vi rimane che entrare nell’Onda, o cercarle su studentessetowanda.splinder.com.

Sotto casa di KoSSiga

5 novembre 2008 Lascia un commento

 

DA INDYMEDIA:
Oggi alle ore 15.30 oltre una cinquantinadi studenti del collettivo autorganizzato, del mamiani in mobilitazioni, del virgilio e di altri istituti della città si sono recati sotto casa del Presidente Cossiga per consegnare una lettera.Gli studenti e le studentesse inoltre tenevano cartelli e fogli, con su scritto “vergogna”, “chi copre le provocazioni neofasciste nelle piazze studentesche?” “se sai qualcosa, non aspettarae trentanni per dirla”, alcune foto dell’aggressione di piazza navona e via dicendo.
La lettera, visto che il Presidente non si è affacciato, è stata quindi attaccata con lo scotch sul portone del palazzo (nel frattempo, ma non ci stupisce, gli uomini della scorta identificavano tre studenti…)

Foto di Valentina Perniciaro _opliti in marcia_

Foto di Valentina Perniciaro _opliti in marcia_

Caro Presidente Cossiga,
In questi giorni a mezzo stampa stanno da Lei venendo rese note delle verità per anni da tanti denunciate, e proprio da Lei e da tanti altri “servitori dello Stato” sempre negate.
Le piazze negli anni ’70 venivano riempite di agenti provocatori per avere “pretesti” per dare il via alla repressione.La polizia aveva l’incaricato di “massacrare” i manifestanti, non per difendersi come dicevate, ma per far passare loro la voglia di stare in piazza. Esisteva una rete di intelligence clandestina, coordinata anche con partiti e sindacati, che svolgeva un ruolo oscuro. Esistevano reparti dell’esercito pronti ad intervenire per occupare Bologna ed altre città del nostro paese.Tutte azioni oscure, illegali, sporche – create ad arte per bloccare un Movimento che doveva farvi molta paura. Anche adesso, sembra, esistere un’Onda che vi fa paura.
Un’Onda che ha travolto un governo che si sentiva sicuro dei suoi sondaggi, un parlamento di delegati convinto di poter fare quello che voleva senza mai rendere conto a nessuno, una classe di dirigenti ed imprenditori che sperava di poter usare la crisi economica per spremerci un altro po’ ed arricchirsi ancora un pochino.. E allora ci chiediamo: cosa starà venendo studiato adesso nelle stanze del potere per fermarci?

E ci chiediamo, allora, se per caso le aggressioni di venti neofascisti, noti e stranoti, con tanto di mazze e tirapugni, nel bel mezzo di una manifestazione a piazza Navona, con la complicità sorniona (come testimoniato da curzio maltese) delle forze dell’ordine, c’entri qualcosa con la paura che vi facciamo, e con le trappole che vorreste seminare.

Caro Presidente Cossiga, non vogliamo aspettare altri trenta anni per sapere cosa è successo veramente a Piazza Navona e cosa sta venendo discusso in qualche stanza di qualche ministero.
Del resto, nonostante in questo paese alcune cose sembrino immutabili ed immortali, siamo portati a credere che fra trentanni Lei non potrà fare altre candide confessioni.
Ed allora, in sincerità, Le chiediamo: se la sa, ce la dica subito la verità.

I FASCISTI, perdio!

29 ottobre 2008 Lascia un commento

Piazza Navona, questa mattina: non avrei mai voluto sapere, ascoltare, trasmettere.

Foto di Valentina Perniciaro _assedio al senato

Foto di Valentina Perniciaro _assedio al senato

Blocco Studentesco ha preso la piazza dalla prima mattina.
Si sono appropriati della testa della manifestazione, con le loro parole d’ordine, i saluti romani e il sostegno del camion di Casa Pound. 
Fascisti, nient’altro che fascisti.
E pochi minuti fa, verso le 11.20, hanno fatto il loro ingresso anche a Piazza Navona, spazzando via a suon di catenate i compagni presenti. Botte corpo a corpo, qualche testa rotta, molte cinghiate…
conosciamo bene i mezzi che usano per aggredire, conosciamo bene il loro modo di muoversi,
non conoscevamo questa capacità aggregativa nel movimento studentesco ed ora la stiamo imparando giorno dopo giorno; rimanendo sempre più sbalorditi da quello che la piazza, almeno questa piazza romana, ci sta offrendo.
Ed oggi le prime botte, di cui ancora si sa troppo poco …

 

13.10: Non sono mai riuscita a fermarmi un attimo per scrivere. Mattinata assurda, incomprensibile.
Ci sono due compagni con la testa aperta…dopo  la prima carica contro il camion dei Cobas e gli studenti medi presenti in quel momento, è arrivato il corteo degli studenti universitari della Sapienza e di Roma 3.
Si è ricompattato su Corso Vittorio ed è rientrato in piazza, rispondendo a Blocco Studentesco.
Pare che il loro camion abbia fatto la fine che doveva fare.
Non scrivo una riga di più: sconcerto e orrore!

FASCISTI CAROGNE TORNATE NELLE FOGNE! 

Se non li conoscete guardateli un minuto
Li riconoscerete dal tipo di saluto.
Lo si esegue a braccio teso mano aperta e dita dritte
Stando a quello che si è appreso dalle regole prescritte.
È un saluto singolare fatto con la mano destra
Come in scuola elementare si usa far con la maestra
Per avere il suo permesso ad assentarsi e andare al cesso.

Ora li riconoscete senza dubbio a prima vista
Solamente chi è fascista
fa questo saluto qui.

Se non li conoscete è norma elementare
Guardare la maniera con cui sanno marciare
Le ginocchia non piegate vanno al passo tutti quanti
Chi sta dietro dà pedate nel sedere a chi sta avanti
Chi le piglia senza darle è chi marcia in prima fila
Chi le dà senza pigliarle siano in dieci o in diecimila
È chi un po’ meno babbeo sta alla coda del corteo.

Ora li riconoscete senza dubbio a prima vista
Solamente chi è fascista
marcia in questo modo qui.

Se non li conoscete guardategli un po’ addosso
L’organica allergia che c’hanno per il rosso
Non gli riesce di vedere senza scatti di furore
Fazzoletti o bandiere che sian di questo colore
Forse tu li paragoni a dei tori alle corride
Ma son privi di coglioni e il confronto non coincide
Si è saputo da un’inchiesta che li tengon nella testa.

Ora li riconoscete come se li aveste visti
Solamente dei fascisti
sembran tori ma son buoi.

Se non li conoscete guardate quanto vale
Quel loro movimento che chiamano sociale
Movimento di milioni ma milioni di denari
Dalle tasche dei padroni alle tasche dei sicari
Già eran chiare ad Arcinazzo le sue vere attribuzioni
Movimento ma del cazzo come le masturbazioni
Fatte a tecnica manuale con la destra nazionale.

Li riconoscete adesso che sapete chi li acquista
Solamente chi è fascista
sa far bene da lacchè.

Se non li conoscete guardate il capobanda
È un boia o un assassino colui che li comanda
Sull’orbace s’è indossato la camicia e la cravatta
Perché resti mascherato tutto il sangue che lo imbratta 
Ha comprato un tricolore e ogni volta lo sbandiera
Che si sente un po’ l’odore della sua camicia nera
Punta a far l’uomo da bene fino a quando gli conviene.

(…)

Ora li riconoscete sti fascisti ste carogne
Se ne tornino alle fogne
con gli amici che han laggiù.

Calamandrei sulla scuola

28 ottobre 2008 Lascia un commento

Discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III Congresso in difesa della Scuola nazionale, Roma, 11 febbraio 1950   da: “Scuola democratica”, 20 marzo 1950.

foto di Valentina Perniciaro _studenti assediano il Senato_

foto di Valentina Perniciaro _studenti assediano il Senato_

“Facciamo l’ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l’aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata  dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito?

Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali.
C’è una certa resistenza; in quelle scuole c’è sempre, perfino sotto il fascismo c’è stata. Allora, il partito dominante segue un’altra strada (è tutta un’ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole  private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. Emagari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A “quelle” scuole private.Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio.Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata.Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, amici, in questo convegno questo è il punto che bisogna discutere.

Foto di Valentina Perniciaro _NO AL DECRETO GELMINI_

Foto di Valentina Perniciaro _NO AL DECRETO GELMINI_

Attenzione, questa è la ricetta.
Bisogna tener d’occhio i cuochi di questa bassa cucina. L’operazione si fa in tre modi: ve l’ho già detto: rovinare le scuole di StatoLasciare che vadano in  malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico. Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico.

Piero Calamandrei

Aboliamo il carcere -un testo di V. Guagliardo-

27 ottobre 2008 5 commenti

ABOLIZIONISMO di Vincenzo Guagliardo

 

Per fortuna ormai un pò di gente arriva a dire che è in atto da anni una regressione dallo Stato sociale allo Stato penale, criminalizzando la miseria, ovvero mettendo in galera il diseredato solo perché è tale e neanche più per quello che ha potuto fare. Tendere a imprigionare la gente per quel che è a prescindere da quel che ha fatto, è anche un passaggio, come alcuni ricorderanno, dalla logica penitenziaria a quella del lager, dove si finiva in quanto ebrei, zingari, omosessuali … 

la cella "liscia"

la cella "liscia"

Questa tendenza, auspicata da tanti e denunciata da pochi, vive dagli anni di Reagan, in pratica da un ventennio, e ha invaso tutto l’Occidente. Essa richiede una riflessione che non si limiti a dire che è in atto una svolta repressiva contro i poveri; richiede una riflessione in grado di capire che questa è la conclusione di una lunga storia. Quanto avviene in questi due decenni è l’epilogo grave, l’ultima evoluzione d’una civiltà fondata sul dominio ed è perciò che bisogna cominciare a parlare di abolizionismo: di movimento per l’abolizione di tutto il sistema penale, dal diritto penale alle prigioni; e non nella società del domani in testa a qualcuno, ma in questa. 
    
Almeno in Italia, l’attuale svolta non cominciò considerando ogni emarginato un potenziale colpevole, ma colpendo con meccanismi inquisitoriali. Tizio e Caio vennero puniti più di altri se volevano pensare con la loro testa. Già qui non importava più quel che si era fatto; fu l’epoca dei pentiti e delle dissociazioni, ovvero delle delazioni e abiure a pagamento, in nome dell’emergenza antiterrorista. E’ da quella fase tipo gulag che si è poi arrivati all’inizio di questa nuova, tipo lager. Naturalmente i due principi continuano a coesistere; se il primo storicamente prepara il secondo, il secondo comprende il primo. E se ci si pensa, non è la prima volta che questo processo si verifica nella storia della nostra civiltà. Solo che questa volta, tale processo, unito ad altri fattori degenerativi, rischia di travolgere tutto e tutti con beate incoscienze e diffuse partecipazioni. 
Il rito del capro espiatorio è stato e resta a fondamento della nostra cultura, la base su cui si è costruito ogni potere prima, quindi ogni dominio e infine ogni sistema di sfruttamento. E’ la costante, il fattore K. E’ utile rileggersi cosa fu il massacro degli eretici fino alla definitiva sconfitta dei catari nel Duecento, e poi vedere non già esaurirsi, ma rilanciarsi l’Inquisizione che lì era nata, per darsi al massacro nella cosiddetta “caccia alle streghe” durante i secoli successivi. Vi si scopre che tante novità non sono tali, appunto. Anche allora ci fu un passaggio dal modello tipo gulag verso gli eretici e i mondi sociali che rappresentavano, a quello tipo lager contro le streghe, donne mandate al rogo non più per quello che pensavano (se non nell’immaginario degli inquisitori) ma per ciò che costituivano: l’indipendenza di un mondo fondato sulla sussistenza, fuori dalla logica invadente del mercato. Oggi, nel regno liberista, tutto questo avviene però in un giorno, invece che in qualche secolo. Ecco che chi fa l’abiura delle lotte per la liberazione sociale – riducendola a vicende da KGB e di subordinazione al regime dittatoriale dell’URSS – manda negli stessi giorni il grande messaggio della lotta alla criminalità: in pratica contro i più deboli dei deboli, quei 50 mila in carcere che sono già, comunque, il doppio di alcuni anni fa. 
Ancora una volta, dunque: ancora una volta vediamo che offrire vittime sacrificali serve ad ogni potere a “limitare” la violenza e a controllarla a suo uso e consumo. La si indirizza contro qualcuno per evitare che tutti si scannino contro tutti mossi dall’invidia, dal risentimento, dato che comunque si tratta di salvare un sistema basato sull’ingiustizia e non certo sull’amorevolezza … Questo antichissimo meccanismo permette di cooptare chiunque, anche il ribelle, perché è la via più facile per spiegarsi le cose. E’ infatti più facile vedere la pagliuzza nell’occhio altrui che la trave nel proprio; soprattutto è più comodo. E non è forse vero che anche i rivoluzionari hanno spesso mantenuto questo vizio, “tradendo” così ogni volta ogni rivoluzione? In un breve scritto poco conosciuto, Gramsci si entusiasmò per la nuova profonda autenticità della rivoluzione bolscevica perché il primo atto che la contraddistinse fu la liberazione dei prigionieri a Riga. La rivoluzione francese ha ancora oggi come simbolo la presa della Bastiglia. Ma poi arrivano quelli della rivoluzione diventata potere … e sappiamo che Stalin fece fuori per primi proprio i bolscevichi suoi compagni, e poi instaurò un immenso sistema penale che giunse a incarcerare anche i dodicenni (sì, come Blair). E nella rivoluzione francese quando, pochi anni dopo, furono assalite delle carceri, fu per massacrare i prigionieri! 
Il principio della pena è l’unico valore, il centro della morale di questa società. Essa non ha altro, e praticamente tutti partecipano al suo sistema, da cui discendono modelli educativi, teorie psicologiche, concezioni filosofiche, ecc. Quella della pena è la lingua in cui parliamo tutti, e fin da piccoli. I benpensanti vogliono in galera i poveracci, gli altri i ricchi o i “fascisti”, ma tutti accettano quel centro, i ruoli previsti dalla tragica sceneggiatura, il cui perno è la vittima sacrificale, demone per l’ uno o eroe per l’altro. La pena non è mai servita a reprimere realmente i colpevoli; ogni storico serio lo riconoscerà. Serve a gratificare, a cementare il senso d’appartenenza di quelli che la vogliono applicata ad altri. La pena è dunque “inefficiente” per definizione, per la sua stessa natura; e proprio così unisce tutti, amici e nemici. 
    
Ma ora che, nella vita sempre più atomizzata del mondo attuale, tutte le sue istituzioni implodono, è come se – per reazione – si tornasse sempre più alle origini con l’esplosione del sistema penale. E’ come se, dopo aver distrutto via via tutto, non restasse più altro, come valore morale, che questo atto fondatore di una comunità linciante. Perciò oggi la violenza insita nel rito della vittima sacrificale non incontra più i confini, i “limiti” stabiliti nel sacro da cui è nata e vediamo anzi la logica del sistema penale diventare sempre più invadente: dominando la politica interna (questione sociale = questione criminale), quella internazionale (dalla crisi della diplomazia verso l’esaltazione di un tribunale penale internazionale permanente), fino ad aver pericolosamente rovesciato recentemente lo stesso senso “tradizionale” della guerra. Le guerre non sono mai state definite come delle sentenze. La guerra convenzionale è una sanzione violenta che pretende di raggiungere l’ordine che si è dato, come è in fondo altro tipo di lotta violenta e non, dallo sciopero al boicottaggio. Solo l’incarcerazione e la pena di morte hanno generalmente lo scopo di punire la disobbedienza a un ordine e non di raggiungere l’obbiettivo per cui esso è stato dato. Ma la guerra Nato condotta nei Balcani è stata frutto di un ragionamento penale invece che guerresco vero e proprio. 
 In questo nuovo contesto, parlare di abolizionismo significa anzitutto guardar se stessi prima di mettere in croce un altro (o volere che ci resti come martire e faro di ribellione … futura): perché si vada alla radice della pena come centro della morale comune, onde definire una nuova strategia dei conflitti non più fondata su una loro prevalente riduzione a reati. 
 Tutto ciò apre il campo a molte riflessioni che non si possono affrontare qui per ragioni, se non altro, di spazio. Ma una cosa mi è chiara: non tutti gli abolizionisti saranno necessariamente dei rivoluzionari; ma, di sicuro, chi non è abolizionista, rivoluzionario da oggi in poi non potrà più esserlo.

Vincenzo Guagliardo

Carcere di Opera, ottobre 1999

Rigurgiti dittatoriali

22 ottobre 2008 2 commenti

Manifesto del maggio francese _1968_

Manifesto del maggio francese _1968_

 

FRANCESCO COSSIGA: “Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand’ero ministro dell’Interni.

In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito…Gli universitari? Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri. Le forze dell’ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli a sangue e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano. Non quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì.Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che in- dottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà a insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei che ci si dimenticasse che le Brigate rosse non sono nate nelle fabbriche ma nelle università.E che gli slogan che usavano li avevano usati prima di loro il Movimento studentesco e la sinistra sindacale”

KoSSiga non sta bene! E’ definitivamente impazzito.

Foto di Valentina Perniciaro _Studenti assediano il Senato_

Foto di Valentina Perniciaro _Studenti assediano il Senato_

“Non permetterò l’occupazione delle università. L’occupazione di luoghi pubblici non è la dimostrazione dell’ applicazione della libertà, non è un fatto di democrazia, è una violenza nei confronti degli altri studenti che vogliono studiare. Avete 4-5 anni per fare il callo su queste cose. Io non retrocederò di un millimetro. Convocherò oggi – prosegue Berlusconi – il ministro degli Interni, e darò a lui istruzioni dettagliate su come intervenire attraverso le forze dell’ordine per evitare che questo possa succedere. La realtà di questi giorni è la realtà di aule piene di ragazzi che intendono studiare e i manifestanti sono organizzati dall’estrema sinistra, molto spesso, come a Milano, dai centri sociali e da una sinistra che ha trovato il modo di far passare nella scuola delle menzogne e portare un’opposizione nelle strade e nelle piazze alla vita del nostro governo”. 

                                  _Il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi ieri mattina_

SCIOPERO GENERALE!

17 ottobre 2008 3 commenti

Foto di Valentina Perniciaro _Sciopero Generale del 17 ottobre_

Foto di Valentina Perniciaro _Sciopero Generale del 17 ottobre_

Una manifestazione imponente, estremamente piacevole, forse anche inaspettata, malgrado la rabbia condivisa sia tanta. Un corteo nato e terminato sotto un diluvio battente e quasi comico: non abbiamo fatto in tempo ad iniziare ad entrare in Piazza San Giovanni che è spuntato un bel sole, quasi caldo. Sicuramente una mano santa per asciugarci tutti, quella miscela di generazioni sotto stessi slogan e bandiere.
Uno sciopero generale determinato, incazzato, che ha creato un fiume di gente che la piazza se l’è voluta prendere tutta, malgrado il clima, malgrado quella pioggia incredibile.

Foto di Valentina Perniciaro _Sciopero generale, 17 ottobre 2008_

Foto di Valentina Perniciaro _Sciopero generale, 17 ottobre 2008_

Io con i numeri non sono molto brava, ma quando arrivi a San Giovanni, stazioni un po’ con tutta la testa, guardi sfilare ancora, poi decidi di tornare al motorino (quasi alla piazza di partenza) e sei “costretto” a rimanere ancora più di un’ora prima di poter vedere sfilare la coda appena uscita dalla piazza di partenza….bhè, vuol dire che si è molti di più di 100.000 e quanti di più nemmeno mi interessa.

Perchè era un corteo nazionale e se ne respirava l’aria…perchè la marea di studenti era enorme e non si vedeva così da un bel po’ di tempo.

E quindi, malgrado il mal di gola creato, che mi porterò dietro per un po’…è stato proprio un bello sciopero.
Un bell’inizio d’autunno. (per dirlo io poi, che torno dalla piazza sempre più delusa e annoiata!) 

 

Foto di Valentina Perniciaro _Sciopero Generale_

Foto di Valentina Perniciaro _Sciopero Generale_

 

Foto di Valentina Perniciaro _Tank e donzelle allo sciopero generale_

Foto di Valentina Perniciaro _Tank e donzelle allo sciopero generale_

Sabina Rossa ottima e coraggiosa!

16 ottobre 2008 1 commento

Sabina Rossa: «Scarcerate l’uomo che ha sparato a mio padre»
Giorgio Ferri, Liberazione del 16 ottobre 2008 

Sabina Rossa, la figlia di Guido Rossa, l’operaio dell’Italsider di Cornigliano, sindacalista della Cgil e militante del Pci ucciso nel corso di un’azione realizzata dalla colonna genovese delle Brigate rosse, ha chiesto alla magistratura di sorveglianza di riconsiderare la decisione che ha portato al rifiuto di concedere la libertà condizionale a Vincenzo Guagliardo, 31 anni di carcere sulle spalle, anche lui ex operaio della Fiat e membro del gruppo di fuoco che la mattina del 24 gennaio 1979 colpì suo padre.
«Ho incontrato Vincenzo Guagliardo quando era in regime di semilibertà e credo di poter testimoniare a favore del suo ravvedimento», ha dichiarato la deputata del Pd, aggiungendo di voler «parlare con il giudice perché possa riconsiderare la sua decisione».
Guido Rossa venne colpito dopo aver denunciato e fatto arrestare dai carabinieri un altro operaio, Francesco Berardi, suo compagno di lavoro, sospettato di diffondere volantini delle Br in fabbrica e poi morto suicida nel carcere speciale di Cuneo. 
L’episodio fu uno dei momenti più drammatici e laceranti della storia di quegli anni. Mise a nudo la profondità di un conflitto che arrivava fin nel cuore più rosso e combattivo della classe operaia e segnò uno dei punti di crisi maggiore nella strategia brigatista.
La scelta di colpire Rossa fu molto dibattuta all’interno delle Br, consapevoli dei rischi politici che quell’azione comportava per la loro organizzazione. Dopo aver scartato per ragioni operative l’ipotesi del rapimento incruento, i brigatisti optarono per il ferimento ma qualcosa andò male quella mattina. L’inchiesta giudiziaria accertò che Guagliardo aprì il fuoco solo per ferire il sindacalista. Dietro di lui Riccardo Dura intervenne nuovamente colpendo Rossa, questa volta mortalmente forse perché questi nel tentativo di sottrarsi aveva spostato il baricentro del suo corpo. In un comunicato dell’esecutivo i brigatisti parlarono di errore. La morte di Rossa suscitò viva emozione nel paese e i funerali furono l’occasione per un grande cordoglio di massa. La colonna genovese non si riprese più dopo quell’episodio.
Sabina Rossa era una bambina in quegli anni e in un libro pubblicato nel 2006, Guido Rossa, mio padre (Rizzoli Bur), rievoca il doloroso percorso della memoria, la riscoperta del padre attraverso chi l’aveva conosciuto e con lui aveva vissuto la fabbrica, la lotta politica, il clima di “guerra civile contro il terrorismo”, la grande passione per l’alpinismo. Un libro molto sincero, che non nasconde nulla e svela anche aspetti rimasti sconosciuti. Un percorso del lutto che la porta a voler incontrare anche le persone condannate dalla giustizia per la morte del padre. Una passaggio difficile ma a cui Sabina Rossa, mostrando grande forza e coraggio, non si sottrae. Il libro si apre con la telefonata a Guagliardo, che interpella subito con un «tu», quasi fosse una figura familiare. Finalmente dava una voce, una consistenza materiale a una figura che per decenni aveva accompagnato i suoi pensieri, le sue angosce, la sua rabbia, i suoi incubi, la voglia di sapere.
Il libro riporta i passaggi registrati della telefonata, l’imbarazzo ma anche la cordialità umana del detenuto. «Tu hai debito con me, non puoi rifiutarti di incontrarmi» e Guagliardo accetta. 
Nell’ordinanza che il 23 settembre scorso il tribunale di sorveglianza di Roma ha emesso per motivare il rigetto della domanda di semilibertà non c’è però alcuna traccia di questo episodio. A Guagliardo, sia pur riconoscendo la positività del «percorso trattamentale» realizzato, si contesta paradossalmente «la scelta consapevole di non prendere contatti con i familiari delle vittime. 
Qui si tocca un nodo di fondo, lo stesso affrontato in una lettera scritta nel luglio scorso da Marina Petrella, ma resa nota solo ieri e pubblicata da Le Monde , «il dolore delle vittime mi ha sempre accompagnato. Il pudore nel manifestarlo e il rifiuto di ricavarne un qualunque guadagno personale sono state sempre le uniche ragioni che hanno fatto ostacolo alla sua espressione».

Un anno dall’assassinio di Aldo Bianzino!

14 ottobre 2008 Lascia un commento

 

E si, lo hanno detto in tanti, la memoria e’ un ingranaggio collettivo.
Che va lubrificato, animato, fatto girare.

 

Foto di Valentina Perniciaro _Carcere di Rebibbia_

Foto di Valentina Perniciaro _Carcere di Rebibbia_

Aldo Bianzino è stato arrestato il 12 ottobre 2008 e condotto nel carcere Capanne di Perugia
La mattina del 14 è stato trovato morto nella cella in cui era stato rinchiuso.
E’ passato un anno dalla morte “misteriosa” di Aldo.
Un anno di solidarietà concreta, di appelli, presidi, volantinaggi, iniziative di informazione, dibattiti , concerti di sostegno, a Perugia e nel resto d’Italia.
Ma anche un anno di inchieste, insabbiamenti, reticenze, richieste di archiviazione.
C’e’ chi vuole dimenticare e chi si ostina a reclamare la verità.
Per questo riprendiamo un percoso di mobilitazione, consapevoli che ora più che mai è necessario fare sentire la nostra voce, perchè la morte di Aldo non passi sotto silenzio:  

 

Martedi 14 ottobre 2008 ore 11, presso la sala della Vaccara a Perugia: Conferenza Stampa dei familiari di Bianzino e del Comitato “Verità per Aldo”.

Venerdi 17 ottobre ore 10, via XIV settembre (Palazzina ex enel): presidio e volantinaggio presso il tribunale dove si trova l’aula del gup, in cui si svolgerà la prima udienza di opposizione all’archiviazione.

Sabato 18 ottobre presso il Centro Sociale ExMattatoio: concerto benefit ore 22

Perchè di carcere non si può morire!
Perchè in carcere per qualche pianta d’erba non si deve finire!

Comitato verità per Aldo http://veritaperaldo.noblogs.org

ODIO IL CARCERE!

BUONGIORNO: E’ morto Joerg Haider

11 ottobre 2008 8 commenti

EDDAI…OGNI TANTO UN BUONGIORNO COME SI DEVE
Da Repubblica:
“Ha perso la vita in un incidente d’auto Joerg Haider, rifondatore dell’estrema destra austriaca della quale era tornato leader di recente.
Haider, 58 anni, all’alba stava guidando la sua auto nella parte sud di Klagenfurt, capitale del Land della Carinzia di cui era governatore, allorché ha compiuto un’improvvisa sterzata andando a cozzare contro un altro veicolo; quindi ha perso il controllo ed è uscito violentemente dalla carreggiata, dopo essersi ribaltato diverse volte. Nell’incidente ha riportato lesioni gravissime alla testa e al torace. Poco dopo il decesso.”

Una boccata d’aria per tutti i libertari, i migranti, i comunisti, gli omosessuali, le lesbiche, gli antifascisti.
Una merda di meno a cui dover pensare.

Radiolina si spegne

7 ottobre 2008 Lascia un commento

 

Una voce libera si spegne. E’ un brutto giorno, una stretta al cuore.
Sperando possa riaprire al più presto.

 

Radiolina scende dell’etere 

Il nostro progetto di assalto all’etere si ferma qui. Dopo anni di costruzione di un futuro in cui la frequenza dei 104.9 FM a Napoli potesse essere liberata e riconsegnata a una comunità di produzione/ascolto, abbiamo deciso di fermarci.
Sarebbe troppo lunga da riproporre qui la lista delle iniziative ideate, delle difficoltà incontrate, della solidarietà ricevuta, degli attacchi respinti o degli errori commessi. L’occupazione di una frequenza ci ha visti impegnati tutte e tutti in un tentativo di riproporre a Napoli l’idea di radio, dell’ascolto e della trasmissione, della diffusione tra i soggetti potenzialmente interessati o tra la gente che oggi vive immersa in un mondo di decoder, connessioni e ricezioni da cellulari. Forse un compito improbo ma di certo molto interessante. Lungo il nostro percorso in più di un’occasione ci siamo sentiti vicini alla realizzazione della nostra idea di radio, per poi dopo pochi giorni dover affrontare difficoltà tecnico-economiche titaniche; e allora sotto con la riproposizione del progetto, con i concerti di autofinanziamento, con i cd da distribuire in città, con le dirette dai cortei e dai luoghi del conflitto sociale. A un certo punto però tutto ciò non è bastato più e di fatto il meccanismo si è inceppato. Quando si riesce a essere più importanti singolarmente all’interno di un progetto piuttosto che solo uno dei tanti pezzi del mosaico allora c’è qualcosa che non va. In questo facciamo autocritica e diciamo tra di noi e a tutti coloro che ci guardavano allora o osservano oggi, da vicino o lontano, che di errori ne abbiamo commessi e che partiamo da questi per decidere di fermarci. Le diverse forme di comunicazione, tutte le trasmissioni prodotte, le collaborazioni con le radio sorelle dell’allora circuito di radioGAP, il ponte con il progetto di comunicazione di indymedia, gli scambi di mail con radiomuda in Brasile, le dirette da gianturco, da pianura, da chiaiano e da bagnoli, le interviste semiserie e gli scherzi telefonici, i bambini del quartiere in regia,  i gruppi musical/precari ospitati, le centinaia di ore di musica trasmessa, le serate organizzate con il CSOA Officina99, l’interazione con il TerzoPianoAutogestito della facoltà di Architettura e il LinaBOX mmiez ‘a via: questa è la nostra storia, insieme a tanto altro. Ne abbiamo coscienza e ne andiamo fieri, rispettiamo a fondo ciò che abbiamo costruito in 6 lunghi anni, lo riteniamo al contempo nostro e di tutti, locale e globale, un progetto allo stesso tempo andato in porto e bloccatosi. Viste le energie, viste le difficoltà suddete, e visto il bene che vogliamo a Lina preferiamo decisamente fermarci e chiudere qui il nostro arrampicarci al ripidissimo etere.
Il progetto così come lo abbiamo immaginato e portato avanti fino ad oggi finisce qui.
Per non disperdere le esperienze accumulate e il positivo lavoro di informazione fatto sul territorio napoletano, continueremo a comunicare attraverso il sito www.radiolina.info.
I modi e i tempi del nostro impegno sono le cose di cui discuteremo nei giorni a venire assieme a chi  ritiene importante continuare a lavorare ad un progetto di radio Libera, Comunitaria e Indipendente.

La voglia e l’entusiasmo a noi non mancano: appiccia a radio!
 

Un libro che non si doveva fare.

6 ottobre 2008 1 commento

*questo libro non s’aveva da fare*

E’ stato pubblicato da Derive Approdi “Bolzaneto, la mattanza della democrazia” a cura di Massimo Calandri.Ovviamente a nostro avviso è un bene che si parli di Bolzaneto e di coloroche vi sono stati torturati dopo essere stati arrestati (tra questi anche i93 provenienti dalla mattanza della scuola Diaz).

E’ invece un male che in questo libro si violi totalmente la privacy di queste persone pubblicando le loro foto segnaletiche e tutti i loro dati personali. Sorprende e ferisce che a farlo, con la stessa leggerezza con cui lo farebbe Il Resto del Carlino, sia proprio una casa editrice “di parte” come DeriveApprodi. E ci stupiscono le risposte superficiali che ci hanno dato le persone coinvolte. La privacy delle persone non argomento da affrontare con leggerezza. Da parte nostra c’è la richiesta di non dare spazio con presentazioni o altro a questo libro a meno che non ne esca una versione priva delle foto e dei dati personali delle parti lese. Al limite potremmo approvare lapubblicazione delle schede degli agenti colpevoli  delle torture così se uno se li ritrova davanti quando va a rifare il passaporto sa con chi ha a che fare. Ma dubitiamo che DeriveApprodi trovi ora il coraggio che non ha avuto ieri con la prima edizione. L’invito invece che vogliamo fare a tutti è quello di cominciare seriamente a ragionare insieme sui meccanismi di tutela delle personecoinvolte, in questi ed altri processi, e sulla pluricitata privacy.

 L’augurio è che DeriveApprodi voglia togliere nella prossima edizione tutti i riferimenti personali che non sono solo invadenti, ma soprattutto inutili.
I processi a Genova non sono finiti. Se nemmeno le persone “vicine” hanno la dovuta e scontata minima sensibilità la nostra preoccupazione non può che essere ai massimi livelli.

 

Lettera/comunicato dell’autore del libro su Bolzaneto, Massimo Calandri, in risposta a SupportoLegale

Quando ho accettato la proposta di Sergio Bianchi di scrivere un libro su Bolzaneto, ho pensato: questa è finalmente l’occasione di raccontare a tutti cosa è accaduto. A tutti, e cioè non solo alle persone che allora furono coinvolte e a quelle che appartengono ad un circuito ben definito, informato ed impegnato. A tutti, e cioè anche e soprattutto a quelli che spesso si fermano ai titoli dei quotidiani o alle sintesi di un telegiornale. Che di Bolzaneto sanno tutto sommato poco. Che ricordano giusto la «devastazione» e il «saccheggio» della città. Che pensano – insomma – che quelli che sono stati fermati avranno comunque fatto qualcosa di male per meritarselo. Ho rifiutato l’idea di un libro fatto di verbali d’inchiesta e atti processuali. Però quegli atti ne rappresentano comunque la spina dorsale: dovevo essere rigoroso ed inattaccabile. L’editore mi ha contattato perché sono il giornalista che più di ogni altro ha seguito le indagini e il dibattimento. In questi anni ho ascoltato, letto, incontrato, preso nota. Ho pensato allora di raccontare Bolzaneto attraverso testimonianze e punti di vista diversi, esperienze che ho fatto dal 2001 e che ho continuato a fare. Intanto partendo dalla notte della sentenza. Poi dalle sensazioni provate dalla prima persona che fu condotta in caserma, quando ancora era tutto sole e silenzio. Quindi, il punto di vista di un avvocato che vive nel rimorso di non essere riuscito ad impedire tutto questo. Gli imputati, la loro storia. Il medico ribattezzato dottor Mengele, lo sprezzo con cui parla di questa storia. I pubblici ministeri e il tormento di un’inchiesta che nessuno voleva. Ma Bolzaneto è violenza, sopraffazione, tortura fisica e psicologica. E’ la storia di 252 persone – e forse più – che loro malgrado sono diventate degli eroi. Le indagini successive hanno denunciato che l’85% non doveva neppure essere portato lì. Invece sono stati fotografati di fronte e profilo, gli hanno preso le impronte come criminali comuni. Sono stati «schedati». Schedati come questa società fa con tutti coloro che la pensano diversamente. E quelle «schede segnaletiche», che provocatoriamente ho ribattezzato “le figurine”, sono la prova provata dell’orrore perpetrato. La forza, l’impatto emotivo di quei documenti è straordinaria. E’ l’orrore. Lo stesso, passatemi il paragone, che si prova osservando le immagini dei “desaparecidos”. Chi guarda quei documenti e legge cosa è accaduto a ciascuno fermato – così come dimostrato dal dibattimento –, non ha paradossalmente bisogno d’altro per capire. E’ già tutto scritto. Ed è sufficiente per far dire ad ognuno: MAI PIU’. Sono documenti pubblici ed è un patrimonio comune che abbiamo il dovere di far conoscere. Comprendo la scossa elettrica che ciascuna delle persone direttamente coinvolte possa provare, rivedendosi in quei documenti. E mi dispiace di averle in qualche modo ferite una volta di più. Fa male, fa paura. Mi spiace, ripeto. Ma c’è un’altra scossa, ancora più forte: ed è quella nella coscienza di chiunque legga il libro, affrontando quelle pagine e leggendo gli altri capitoli, in particolare la prefazione di D’Avanzo che è strettamente collegata a tutto ciò. Ne ho avuto tante testimonianze, in questi giorni. Ed è il segnale che questa è la strada che dobbiamo percorrere. Perché ognuno di noi ripeta: MAI PIU’. Massimo Calandri p.s. Qualcuno mi ha fatto notare: perché non avete pubblicato le fotografie dei poliziotti? Avete avuto paura, vero? Che sciocchezza. Non mi interessava pubblicare le immagini degli imputati, tutto qui. La loro storia, le colpe e le condanne sono raccontate in dettaglio. I volti non hanno alcun senso nel contesto del libro che vi ho raccontato. Non aggiungono nulla. Avrei potuto pubblicare le foto dei vertici dello Stato di allora, che secondo me sono i veri responsabili di questa barbarie. Ma li conoscete già. 

Nessuno o tutti – O tutto o niente

4 ottobre 2008 2 commenti

Una selezione di poesie di Bertold Brecht…così, a mia scelta.
Girovagando tra una libreria nuova, ogni giorno più familiare. 

Fuggito sotto il tetto di paglia danese, amici,
seguo la vostra lotta. Di qui vi mando,
come già ogni tanto, i miei versi, incalzati
da sanguinose visioni oltre il Sund e il fogliame.
Fate uso, di quel che ve ne giunga, con prudenza!
Libri ingialliti, consunti rapporti
mi sono scrittoio. Se ci vedremo ancora,
volentieri ancora ritornerò apprendista.

                             Svendborg, 1939

I LAVORATORI GRIDANO PER IL PANE
I COMMERCIANTI GRIDANO PER I MERCATI.
IL DISOCCUPATO HA FATTO LA FAME. ORA
FA LA FAME CHI LAVORA.
LE MANI CHE ERANO FERME TORNANO A MUOVERSI: 
TORNISCONO GRANATE.

Foto di Valentina Perniciaro _Totem de comitato nomortilavoro.org_

Foto di Valentina Perniciaro _Totem del comitato nomortilavoro.org_

Schiavo, chi ti libererà?
Chi sotto a tutti, in fondo a tutto sta.
Compagno, ti vedranno
e udranno le tue grida:
schiavi ti libereranno.
                              Nessuno o tutti – o tutto o niente.
                              Non si può salvarsi da sè.
                              O i fucili – o le catene.
                              Nessuno o tutti – o tutto o niente.

Affamato, chi ti sfamerà?
Se vuoi pane, te ne darà
chi non ne ha per sé. Vieni con noi,
il cammino ti mostreremo,
affamati ti sfameremo. 
                              Nessuno o tutti – o tutto o niente.
                              Non si può salvarsi da sè.
                              O i fucili – o le catene.
                              Nessuno o tutti – o tutto o niente. 

 

Vinto, chi ti vendicherà?
Tu, se ti hanno colpito,
cammina con chi è ferito.
C’è in noi deboli, compagno,
quel che ti vendicherà.
                              Nessuno o tutti – o tutto o niente.
                              Non si può salvarsi da sè.
                              O i fucili – o le catene.
                              Nessuno o tutti – o tutto o niente.

Perduto, chi oserà?
Chi la miseria non sa
più sopportare stia
con chi vuole che questo il giorno sia,
non quello che verrà
                              Nessuno o tutti – o tutto o niente.
                              Non si può salvarsi da sè.
                              O i fucili – o le catene.
                              Nessuno o tutti – o tutto o niente. 

 

Foto di Valentina Perniciaro _ Ammazzati sul lavoro_

Foto di Valentina Perniciaro _ Ammazzati sul lavoro_

E QUESTO E’ TUTTO, E NON E’ GIA’ CHE BASTI,
MA FORSE VI DIRA’: ESISTO ANCORA.
SON COME QUELLO CHE CON SE PORTAVA
SEMPRE UN MATTONE PER MOSTRARE AL MONDO
COM’ERA STATA UN GIORNO LA SUA CASA. 

Spike Lee e la storia violentata

1 ottobre 2008 2 commenti

Mi piacerebbe chiedere a Spike Lee cosa pensa della guerriglia.
Come si farebbe secondo lui ad attaccare un esercito nemico, occupante?
Si stupisce, il grande storico (!), che i partigiani colpivano per poi fuggire…
Cosa avrebbero dovuto fare?Mai sentito parlare di Mordi e fuggi?
Le conosce minimamente le tecniche possibili in simili situazioni?
Che facevamo..gli schieravamo l’esercito contro? Quale?
Un film che poteva risparmiarsi..un film che avrebbe dovuto sottintendere  degli studi, non dico specifici sulla resistenza italiana, ma sulla resistenza in generale.
Sulla guerriglia, sulle lotte di liberazione che sono mandate avanti da popoli armati e non certo da eserciti che si possono permettere di scegliere campo di battaglia, durata e scopo di un attacco.
Se lo poteva risparmiare…buono l’articolo di Giorgio Bocca uscito oggi su Repubblica.

“Non bisogna” il vecchio disse, “piangere per loro”.
“Non bisogna piangere?” disse Berta.
“No figliola. Non del sangue che oggi e’ sparso”.
“Non dell’offesa? Non del dolore?”
“Se piangiamo accettiamo. Non bisogna accettare”.
“Gli uomini sono uccisi e non bisogna piangere?”
“Certo che no! Che facciamo se piangiamo? Rendiamo inutile ogni cosa che e’ stata”.
[…]
“Ma che dobbiamo fare?”
“Oh!” il vecchio rispose “Dobbiamo imparare”.
“Imparare dai morti?”
“Si capisce. Da chi si puo’ imparare se non da loro? Loro soltanto insegnano”.
“Imparare che cosa?” chiese Berta. “Cos’e’ che insegnano?”.
“Quello per cui” il vecchio disse “sono morti”.
____Elio Vittorini___

Walter Rossi. Oggi come ieri.

29 settembre 2008 3 commenti

30 SETTEMBRE 1977- 30 SETTEMBRE 2008 UN RICORDO SENZA PACE

La svolta autoritaria, necessario strumento di controllo e gestione della crisi economica, e lo stato d’emergenza permanente si concretizzano in un razzismo istituzionale ed in una militarizzazione dei territori che rimanda ai teatri di guerra internazionali. E’ una aperta ostilita’ verso qualsiasi espressione della societa’ che rivendica e agisce per una trasformazione del presente al di fuori del profitto che sfrutta e specula sulle nostre vite e sui nostri territori.
La linea di continuita’ fra tutto questo e le lame delle aggressioni squadriste che negli ultimi tempi hanno sostenuto gli ideali di una pseudocultura neofascista, e’ la volonta’ di intimidire, omologare e reprimere consentendo e legittimando chi a livello istituzionale determina tutto questo.

31 anni fa veniva assassinato Walter Rossi, antifascista militante e attivista delle lotte sociali di allora, veniva ucciso per mano dei neofascisti del MSI, di Almirante, Fini e Alemanno, con la copertura della polizia di stato. L’assassino, Cristiano Fioravanti, vive ancora oggi sotto protezione dello stato.

Questo a dimostrazione di quale fosse la connivenza tra estrema destra e apparati dello stato, che utilizzarono la manovalanza fascista nelle strategie eversive e terroristica che dalla fine degli anni ’60 hanno caratterizzato la storia di questo paese.

Come 31 anni fa, anche oggi rivediamo la stessa intenzione di insabbiare e coprire i reali responsabili della violenza squadrista oggi presenti e rappresentatati in parlamento. Tollerati da una mentalita’ dell’equidistanza e ora addirittura leggittimati da politiche che approvano le loro pratiche squadriste contro immigrati,nomadi, omosessuali, attivisti antifascisti, come strumento di controllo sociale e di prevenzione del dissenso.

Dopo un’estate di rastrellamenti verso gli immigrati e i senza fissa dimora, le aggressioni come quella avvenuta a via Ostiense alla fine dell’iniziativa in ricordo di Renato Biagetti, torniamo in piazza a ribadire la nostra opposizione ai fascisti in camicia nera e in divisa, a rivendicare la liberta di determinare le proprie esistenze.

Appuntamento martedi 30 settembre ore 17.30 P.le degli Eroi – M Cipro

GLI/LE ANTIFASCISTI/E di ROMA

Vendola e le scorie…

27 settembre 2008 Lascia un commento

“Non ci si puo’ rinchiudere – dice Vendola al Tg3 – in un fortino identitatrio, inseguendo il mito della riconnessione di tutti i frammenti e delle scorie di tutti i tipi di comunismo. Questo per la sinistra e’ il tempo di scendere in mare aperto”. Vendola sottolinea: “Siamo impegnati a trasformare la linea di Rifondazione comunista. Siamo impegnati alla nascita di una nuova grande sinistra di popolo, che sia capace di sfidare le destre, di sfidare la fabbrica delle paure. Di ricostruire un principi comunitario e collettivo di speranza”.

O MIO DIO… MA MAGARI CI SCENDETE SUL SERIO IN MARE APERTO…
LE “SCORIE” DEL COMUNISMO DETTO DA UNO SPACCIATORE DI TESSERE MI FA PROPRIO RIDERE.
CHE BELLO LEGGERE QUESTE COSE E SAPERE DI NON AVER MAI VOTATO.
CHE BELLO LEGGERE QUESTE COSE CONSAPEVOLE DI NON AVER MAI CONTRIBUITO A TUTTO CIO’.
 

NON VOTARE, LOTTA!

“Sallo”…che Sossi è fascista. Gasparazzo attualissimo

22 settembre 2008 2 commenti

Roma, 22 set. (Adnkronos)AZIONE SOCIALE: MARIO SOSSI, CON LA MUSSOLINI CONTRO L’ITALIA DI GHEDDAFI
«Bisogna spostare il baricentro della Pdl più a destra». «Resto sempre nell’ambito del centrodestra. Azione sociale è un pezzo di Pdl. Ma si tratta di spostare un pochino il baricentro. Troppi errori e si vede». Lo afferma in un’intervista a «La Stampa» l’ex magistrato rapito dalle Br nell’aprile del ’74, Mario Sossi, che spiega così il suo passaggio al partito di Alessandra Mussolini. Ed il primo esempio di errori per Sossi è «la questione Gheddafi». «Lui manda gli immigrati e noi -sottolinea- lo riempiamo di soldi». Ma per Sossi, Gheddafi non è l’unico punto su cui non condivide le scelte. I punti per lui sono anche «L’effettività della pena che ancora non si riesce ad assicurare. La promessa di dare il voto agli extracomunitari. C’è quest’Europa che se non proprio atea, si avvia verso la scristianizzazione e nessuno che ne difenda le radici cristiani». «Io capisco che la politica -dice ancora- sia il frutto di compromessi ma qui ci vogliono dei paletti… dei valori…l c’è persino un esponente del centrodestra, a Genova, che propone le narcosale… E poi, dobbiamo lasciare a Violante la difesa di Salò?». (Rre/Col/Adnkronos) 22-SET-08 09:34 NNN 

 

 

 

 

Come corrono!!!

21 settembre 2008 1 commento

Sarei proprio voluta esserci…perchè l’idea che se la sono data a gambe in questo modo rocambolesco mi mette proprio di buon umore. Poi proprio a Koln, una città che ho visto con i miei occhi come convive con le tante etnie rifugiate. Una città che mi ha accolto per un mese, avvolta da migranti kurdi, e che ha dimostrato ogni momento la piena tolleranza, l’amichevole convivenza, l’ospitalità che ha stupito anche me.
Una città dove sono più i migranti dei tedeschi, dove si vive bene, dove si respira un’aria piacevole, assolutamente non razzista, xenofoba, conflittuale.
E sono proprio scappati, usando i battelli, salpando con la coda tra le gambe: da buoni fascisti.
Scappano si, perchè non hanno altro da fare su questa terra, loro, feccia immonda di quest’Europa medievale e reazionaria.
La sola trentina che si è presentata in piazza ieri erano italiani, capitanati da Borghezio che si aggirava con la sua “bibbia”, -La Rabbia e L’Orgoglio- di Oriana Fallaci.
Solo loro, nascosti da una parte, circondati da migliaia di antifascisti.
Pubblico sul blog quest’articolo preso da PeaceReporter perchè m’ha fatto sorridere..
i miei complimenti all’autore
e buon divertimento a chi li può veder correre, tornare nelle fogne.
Solidarietà ai topi di Colonia, che forse non accettano nemmeno loro questi nuovi amici tra la merda. 

COLONIA, I FASCISTI INVISIBILI

 

Hanno giocato al gatto col topo per tutta la mattinata. Inseguiti da polizia, giornalisti e movimenti antifascisti. La conferenza stampa di presentazione della grande manifestazione anti-islamizzazione prevista per domani a Colonia, nel Nord Reno-Westfalia, era fissata per le 11 di mattina nella circoscrizione di Nippes, vicino alla grande cattedrale gotica, unica vestigia della città medievale rimasta in piedi dopo i bombardamenti della Seconda Guerra mondiale. Pro-Koeln, questo il nome dell’organizzazione ‘civica’ populista formatasi cinque anni fa per protestare contro la costruzione della più grande moschea tedesca nel quartiere di Ehrenfeld, ha preso tutti di sorpresa. Per evitare le contestazioni degli anti-fascisti (ne sono attesi 50 mila domani nella piazza del mercato), ha deciso all’insaputa di tutti di tenere la ‘conferenza stampa internazionale’ cinque chilometri più a sud. La nuova sede avrebbe dovuto essere la circoscrizione di Roedenkirchen, sulle sponde del Reno. Qui si sono radunati tutti, soprattutto una manciata di militanti antifascisti che, precedendo persino i giornalisti della Ard, il canale nazionale tedesco, della Zeit e vari altri, li hanno accolti con slogan e fischietti, minacciando di aggredirli fisicamente. La fuga, a quanto racconta l’unico giornalista che ha assistito alla scena, il corrispondente locale della Tageszeitung, Pascale Beucker, è stata precipitosa. La decina di politici e attivisti di Pro-Koeln ha in fretta e furia lasciato Rodenkirchen per salire su un battello sul Reno e dirigersi verso il porto fluviale di Nihl, sei chilometri più a nord. Beucker è l’unico ad aver assistito agli insulti e alla sassaiola degli antifascisti, che ha costretto quelli di Pro-Koeln a mollare gli ormeggi più in fretta che potevano.
A Colonia, la maggioranza della popolazione è favorevole alla moschea, e non nutre alcuna ostilità nei confronti degli immigrati. I musulmani sono il 12 percento, su un  milione di abitanti, ma la loro presenza è stata da sempre caratterizzata dal dialogo e dall’integrazione con i residenti. Fino a quando la lista civica di Pro-Koeln non ha messo i bastoni tra le ruote al progetto dell’architetto tedesco Paul Bohem di una grande moschea che, secondo gli oppositori di destra, avrebbe ‘oscurato’ la grande cattedrale gotica e ‘stravolto lo skyline’ di Colonia.
 
Tre settimane fa il via libera del sindaco della Cdu, Fritz Schramma. La moschea si farà. A Ehrenfeld, storico quartiere musulmano a maggioranza turca. A finanziarla saranno proprio i turchi. La Commissione per gli affari religiosi del governo turco, con una sua ‘branca’ nell’organizzazione Ditib, che opera a Colonia, verserà la gran parte dei 20 milioni di euro destinati a edificarla. Tra gli altri finanziatori, oltre 800 donazioni da varie altre organizzazioni musulmane. In risposta alla delibera comunale, Pro-Koeln ha chiamato a raccolta una messe di politici di estrema destra da ogni parte d’Europa: da Jean Marie Le Pen (che ha poi declinato l’invito), a Heinz-Christian Strache, austriaco dell’Fpo (Partito per la libertà), a Filip Devinter del belga Vlaams Belang (Interesse fiammingo), all’italiano Mario Borghezio della Lega. Sono tutti attesi nella piazza del mercato, a pochi metri dalla cattedrale, domani alle 11, dove, assieme a un migliaio di neo-nazi, naziskin e varie altre sigle fasciste, dovrebbero tenere l’annunciata adunata di piazza.
 
Il problema è che la mobilitazione antifascista è stata talmente rumorosa e imponente (50 mila persone, nella contro-manifestazione dei sindacati, per non parlare dei movimentisti-antagonisti-belligeranti antifascisti che, in un tam-tam generale, cercheranno in ogni modo di impedirne lo svolgimento), che neanche la polizia sa più che pesci prendere. 

25 aprile 2005, Roma

Foto di Valentina Perniciaro: 25 aprile 2005, Roma

Stamani, decine di camionette attendevano il battello, che ironicamente si chiamava ‘Moby Dick’, per l’attracco. Ma il capitano Achab-Marcus Wiener, leader di Pro-Koeln, eludeva giornalisti e agenti rimanendo al largo. Per tre ore, invano, tutti attendevano lo sbarco, in un gioco dell’oca che aveva come percorso la mappa della città di Colonia. I politici locali di Pro-Koeln hanno dovuto aspettare a lungo in mezzo al fiume. Finchè non hanno attraccato a Bastion, un molo vicino allo zoo comunale. Blindati e cinturati dai poliziotti, sono rimasti invisibili ai più, noi compresi. Forse solo i pochi giornalisti rimasti, pazienti e irriducibili, senza poterli avvicinare più di tanto hanno potuto vederli da lontano. Come si guarda un animale esotico dentro una gabbia dello zoo.

Un saluto a Marco Melotti, “Karletto”!

18 settembre 2008 3 commenti

Questa notte Karletto c’ha lasciato. Stroncato da un infarto.
Ci mancherà troppo, ci mancherà la sua capacità di analisi, la sua forza, la capacità di far parte integrante del movimento anche da una sedia a rotelle.
Ci hai lasciato troppo presto, tu che dagli ultimi anni ’60 non hai mai smesso di lottare.

Ciao Karlè…che la terra ti sia lieve.
A pugno chiuso.

Pugni chiusi  25 aprile 2008

Pugni chiusi 25 aprile 2008

Per tutti i compagni che vogliono salutarlo, i funerali saranno domani alle 14.30 al deposito del crematorio di  Prima Porta, Via Flaminia. 

 

 

CIAO COMPA’….Buon Viaggio.
Sarai in ogni lotta, in ogni piazza, in ogni pugno chiuso, in ogni bandiera rossa.

Ciao Abdul!

15 settembre 2008 2 commenti

Abdul William Guibre, 19 anni, italiano, originario del Burkina Faso e residente a Cernusco sul Naviglio.

Abdul, 19 anni. Ucciso a sprangate

Ammazzato a sprangate. 
L’ennesimo morto che sento mio, che mi rende cieca di rabbia e odio.
L’ennesimo morto che palesa l’atmosfera del nostro paese, del razzismo dilagante e trasversale che bagna di sangue le nostre strade sempre più spesso. Viviamo intrisi di una mentalità squadrista che nemmeno può definirsi fascista…perchè questi due assassini balordi non sono dei militanti, non sono di quelli che escono col coltello in tasca per “puncicare” un immigrato, un comunista, o qualcuno di un’altra squadra.
Peggio ancora, questa gentucola difende il proprio fortino a mano armata, difende la proprietà privata uccidendo senza nemmeno pensarci, questa gente si fa giustizia da sola ammazzando sempre e comunque il più debole. Questa gente pensa che il nemico sia il nero, il migrante, il precario, il libero pensatore che parla e lotta….e non i padroni, gli sfruttatori, il liberismo sfrenato che ci porta ad odiare tutto quello che potrebbe mettere a rischio la propria miseria. Miseria, perchè non è altro che miseria.
Una miseria di stampo fascista ma non solo. Una miseria da bottegai.
Un popolo di bottegai, pronto a sparare su chiunque è diverso, su chiunque non accetta questo fottuto ordine delle cose. Ancora un morto, da piangere TUTTI.
L’ennesima prova di quanto bisogna rimboccarsi le maniche…di quanto urge cambiare le cose, stare in mezzo alla gente, parlare, creare reti di lotta, crescita, dibattito e anche autodifesa.
Dobbiamo difenderci, dobbiamo mettere in conto che lo scontro arriverà e nessuno potrà rimanerne fuori.

Dovrebbero pagarla cara…i bottegai giustizieri, i cittadini che pensano e commentano che tutto ciò è normale… che “se era il tuo di bar cosa avresti fatto?”.
Dovrebbero assaggiarla una sprangata in testa, almeno imparerebbero a star zitti, a non sentirsi superiori a nessuno, fascisti assassini bottegai merdosi.

Ciao Abdul. Il tuo sorriso vivrà in chiunque lotta per un mondo diverso. Non un mondo migliore, ma un mondo completamente “altro”.

Foto di Valentina Perniciaro -corteo per il diritto all'abitare

Foto di Valentina Perniciaro -corteo per il diritto all'abitare

Aboliamo l’ergastolo!

9 settembre 2008 11 commenti

Quando un Tribunale condanna un recluso ad una pena temporale, anche elevata, gli riconosce comunque il diritto alla libertà. Se invece condanna una persona all’ergastolo gli toglie questo diritto e, per il malcapitato, la libertà diventa una concessione.

Dopo 6 anni l’ergastolo mi è stato tolto e tramutato in trent’anni di carcere.
Mi sono raddrizzato. Da curvo che ero, con quel macigno sul collo.

Il suo compagno di cella insisteva.
-L’ergastolo di fatto non esiste più, al massimo dopo vent’anni si esce.
Quella sera stizzito rispose:
-Ma tu…ti sei mai addormentato con l’ergastolo?

 336 ergastoli, tanti ne sono stati erogati tra il 1969 e il 1989 in processi contro le Brigate Rosse ed altre organizzazioni di sinistra per fatti di lotta armata. 
L’art. 1 della legge antiterrorismo, varata tra il dicembre del 1979 ed il febbraio 1980, introducendo un’aggravante particolare per i reati commessi con finalità eversiva, rendeva certo ed automatico l’ergastolo per tutti quei delitti che lo prevedevano. L’impennata nelle condanne all’ergastolo si ha proprio negli anni successivi all’entrata in vigore di quella legge approvata dal parlamento in un periodo di acutizzazione dello scontro. Basti ricordare che nella primavera del 1978 avvennero il sequestro e l’omicidio dell’onorevole Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. 
Con le leggi emergenziali per la lotta al terrorismo il Parlamento ha legittimato, per la prima volta in Italia, un uso massivo ed abnorme dell’ergastolo. Delle centinaia di ergastoli una parte sono stati sicuramente erogati per responsabilità materiale diretta al reato, molti però, per semplice concorso morale o per la partecipazione solo marginale alle attività preparatorie di un delitto. 

Terrorista: persona senza inflessioni dialettali. Sradicata da qualunque contesto sociale. Alieno. Manovrato da forze occulte, o paesi stranieri. Infatuato da ideologie deliranti. Senza alcun seguito di massa. Assalta la democrazia. Semina il terrore nella comunità.
Questo, a grandi linee, potrebbe essere lo stereotipo del terrorista che è stato impropriamente applicato alle persone e al fenomeno della lotta armata degli anni ’70.
Terrorista può tradursi anche in ergastolano. Terrorista – ergastolano. Due termini che legano bene. L’ergastolo sembra infatti la sanzione più ovvia e naturale per un terrorista, perché non fa che espellere a vita dal consorzio umano un corpo che gli è stato giudicato estraneo.

-TRATTO DA “ERGASTOLO” di Nicola Valentino- 

 

PER L’ABOLIZIONE DELL’ERGASTOLO.
FUORI I DETENUTI POLITICI, AMNISTIAMO GLI ANNI ’70
CONTRO IL CARCERE, GIORNO DOPO GIORNO 

A Fabrizio Ceruso, 19 anni

5 settembre 2008 6 commenti

FABRIZIO CERUSO, 19 ANNI. UCCISO DALLO STATO IL 5 SETTEMBRE 1974

Soltanto 19 anni per loro non eri nessuno 
soltanto 19 anni e per loro non eri che uno 
uno come tanti, un cameriere, un garzone d’officina 
un operaio, un disoccupato un emigrante 
eppure quella mattina 8 settembre 
a San Basilio hanno mandato 
più di 1000 uomini per ammazzarti 
più di 1000 uomini che credevano bastasse spararti 
e sono stati invece loro ad avere paura di te 
Perchè quella domenica giù a San Basilio 
eravamo in tanti a non essere nessuno 
in tanti a difenderci le case 
a farci la storia con le nostre mani 
il proletariato sarà sempre per la rivoluzione 
lo è stato Fabrizio Ceruso a 19 anni 
se credevate di ammazzarlo avete sbagliato 

Fabrizio è l’uomo nuovo che non muore mai 
Fabrizio vive in tutti noi 
nelle lotte del proletariato 
altri giovani nel suo nome si preparano già la fossa 
Il primo ministro, il presidente a dirigere le operazioni 
per il tuo assassinio 
lo stato maggiore riformista mobilitato a condannarti 
perchè con gli estremisti non volevi sgombrare 
una montagna di calugne per prepare, giustificare 
la tua condanna, la tua sicura morte 
Tanto per ammazzare un proletario 
un comunista di 19 anni 
per far pesare la sua morte 
sulla lotta giusta lotta 
Ma tanto sferragliare di truppe non è servito a niente 
il sole rosso è rimasto nei tuoi occhi 
la rabbia proletaria già l’ha detto 
compagno Fabrizio noi ti vendicheremo 
assassini di stato la pagherete e pagherete tutto 

Ma tanto sferragliare di truppe non è servito a niente 
il fiore rosso è rimasto sul tuo petto 
il pianto amaro di tuo padre 
il rumore prodotto nella coscienza di tanti 
anche l’odio è prezioso 
quando il popolo prepara la riscossa 
na na nanana na na na nanana… 

Fabrizio Ceruso

Fabrizio Ceruso

Roma, 5 settembre 1974. La lotta per il diritto alla casa era molto forte a Roma quando, il 5 settembre, nella borgata di San Basilio, all’estrema periferia est della capitale, la polizia interviene con un ingente schieramento, iniziando a sgomberare le quasi 150 famiglie che da circa un anno occupavano altrettanti appartamenti IACP in via Montecarotto e via Fabriano.

L’incontro fra la decisa opposizione popolare agli sfratti e la volontà dei militanti della sinistra rivoluzionaria di difendere una delle più estese occupazioni in atto nella città, portò a organizzare una dura resistenza, che sfociò in vere e proprie battaglie di strada.
Fin dalle prime ore del mattino di venerdì vengono erette barricate agli ingressi del quartiere con pneumatici, vecchi mobili e oggetti di tutti i tipi. La polizia, accolta da sassi, bottiglie incendiarie, bulloni lanciati con le fionde, spara centinaia di lacrimogeni, ma nel pomeriggio è costretta a sospendere gli sfratti.

Sabato, mentre gli occupanti hanno ripreso tutti gli appartamenti, e una loro delegazione si è recata in pretura e allo IACP, vengono di nuovo tentati gli sgomberi.

Questa volta a resistere ci sono centinaia di manifestanti affluiti da tutta la città, tra i quali numerosi membri di consigli di fabbrica.
La giornata trascorre in un susseguirsi di “tregue”, accordate dalla polizia a Lotta Continua, che gestisce l’occupazione, per dare spazio a quella che si dimostrerà una trattativa-truffa, con l’unico scopo di prendere tempo e fiaccare il forte schieramento proletario. La delegazione rientra a San Basilio con un accordo di sospensione degli sfratti fino al lunedì mattina.

Nonostante ciò, domenica 8 i poliziotti irrompono di nuovo nelle case occupate intimidendo le famiglie e abbandonandosi ad atti di vandalismo. Riprendono gli scontri.
L’assemblea popolare nella piazza centrale della borgata, organizzata per le 18 dal Comitato di Lotta per la casa di San Basilio, viene caricata con lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo. Nella battaglia che segue, mentre un plotone di polizia è costretto a ritirarsi, da un altro vengono sparati numerosi colpi di arma da fuoco.

Fabrizio Ceruso, 19 anni, militante del Comitato Proletario di Tivoli, organismo dell’Autonomia Operaia, è colpito in pieno petto da una pallottola.
Caricato su un taxi, giungerà senza vita in ospedale.
Alla notizia della morte del giovane comunista tutto il quartiere scende in piazza. La rabbia esplode in modo violento. I pali dei lampioni vengono divelti e le strade rimangono al buio.
Questa volta è la polizia ad essere presa di mira da colpi di arma da fuoco sparati in strada e dalle case. Otto poliziotti, tra i quali un capitano, rimangono feriti, alcuni in modo grave. Brevi scontri isolati si accendono fino a tarda notte. l giorno seguente avranno inizio le trattative per le assegnazioni di alloggi alle famiglie d San Basilio e agli occupanti di Casalbruciato e Bagni di Tivoli.

Aggressione Fascista all’iniziativa per Renato

30 agosto 2008 5 commenti

Questa notte, intorno alle 4,30 7 fascisti hanno aggredito quattro compagni che uscivano dall’iniziativa per Renato Biagetti che si svolgeva a Pirateria, dopo il concerto al parco della Basilica di San Paolo. Uno dei compagni ha preso 3 coltellate su una coscia ed è ricoverato in ospedale.
Brutte carogne!
Erano nei parcheggi ad aspettare di accoltellare i primi che gli capitavano per le mani.
Fascisti bastardi.

Comunicato  del L38:

AGGREDITI 4 COMPAGNI, ACCOLTELLATO COMPAGNO DEL L38 SQUAT
Alle 4,30 della notte del 30 Agosto di ritorno dall’iniziativa al parco di San Paolo, che dal  pomeriggio aveva visto partecipare migliaia di persone e che ha ricordato la  vile aggressione che porto’ alla morte di Renato Biagietti all’uscita della  festa reggae sulla spiaggia di Focene, con coltelli e bastoni circa 10 topi di  fogna hanno atteso nascosti nel buio che tutti fossero andati via per colpire  alle spalle quattro compagni isolati che tornavano alle macchine. Il primo atto dell’aggressione è stata una serie di coltellate alla gamba da dietro  senza provocazione e senza dire una parola alla pronta reazione dei compagni  gli infami sono scappati. Questo gesto evidentemente vuole rivendicare  “politicamente” la matrice infame e fascista e la vile pratica della lama  dell’omicidio di Renato. Il nostro affetto e la nostra rabbia ai nostri  compagni aggrediti, con Renato nel cuore, NIENTE RESTERA’ IMPUNITO! L38SQUAT

Comunicato di Indymedia Roma:
A margine della iniziativa in ricordo per Renato Biagetti

L’infamità veste di nero, del nero dei fascisti, questo ormai è lapalissiano.

La serata di ieri al Parco Schuster è stata bella, emozionante e partecipata, con centinaia di persone passate a ricordare Renato Biagetti e la sua storia.
La serata poi è proseguita lì vicino a Pirateria, a qualche centinaio di metri sulla via ostiense.
Stanotte verso le 4.30/5 4 compagni che tornavano all’altezza del parco per recuperare l’auto, sono stati aggrediti coltelli alla mano da un gruppetto di una decina di fascisti.
Un ragazzo ha ricevuto 3 coltellate su una coscia e ha dovuto ricorrere ad alcuni punti di sutura. “I giovani leoni” sono successivamente fuggiti, mostrando così tutta la loro squallida infamia.
Ancora coltelli, ancora fascisti, la storia di Renato non ha insegnato niente a nessuno.
Solidarietà ai ragazzi.
Antifascismo attivo.


Squadristi in città con spranghe e coltelli 

di Paolo Persichetti     Liberazione 31 agosto 2008  [http://insorgenze.wordpress.com]

Allarmi siam fascisti… Era negli anni venti lo slogan delle squadracce nere all’attacco delle case del popolo, delle camere del lavoro, delle sedi dei partiti del movimento operaio e della lega delle cooperative, devastate, bruciate, chiuse con la forza. Qualcosa del genere sta tornando in Italia? 
La domanda ha raggiunto recentemente l’onore delle cronache grazie ad un articolo di Asor Rosa che ha fatto scorrere un po’ d’inchiostro. Il professore però non si riferiva alla violenza squadristica. Il suo ragionamento era più complesso. Si trattava di un drastico giudizio di valore sulla destra politica attuale, da lui ritenuta peggiore del fascismo perché priva del progetto di società che l’ideale “totalitario” fascista conteneva. Secondo Asor Rosa la destra attuale, sommatoria di spinte diverse e contraddittorie, offre uno spettacolo decadente. Nel fascismo c’era una risposta alla terribile crisi che aveva travolto il vecchio mondo liberale. Una modernizzazione autoritaria dell’economia, una nazionalizzazione totalitaria delle masse. Visione tragica, dittatoriale, ma pur sempre visione. Oggi forse presente, ma solo in rapidi squarci, in qualche trovata di Tremonti. Altri hanno preferito ricorrere a formule nuove: c’è chi ha scelto «regime dolce». 
Il filoso Alain Badiou ha parlato di «petenismo trascendentale» a proposito del sarkozismo. In realtà ciò che è venuto meno è l’antifascismo. L’effetto domino provocato dalla caduta del muro di Berlino ha ridato forza all’anticomunismo e reso evanescente l’antifascismo. A seppellire definitivamente “l’arco costituzionale”, cioè quel complesso di forze politiche che avevano partecipato alla fondazione della repubblica e alla 

Genova caccia i fascisti, giugno 1960

Genova caccia i fascisti, giugno 1960

 scrittura del compromesso costituzionale, è stato l’attacco delle procure della repubblica in nome di un giustizialismo populista e di un emergenzialismo penale che ha sdoganato la destra. La vecchia destra neofascista uscita definitivamente dall’angolo, liberata dai complessi del minoritarismo e del reducismo storico e “obbligata” così a divenire destra europea, destra di governo. Altre destre sono apparse dalle pieghe del territorio, dalle valli del Nord. Destre identitarie, rancorose.
Va detto che a questo bel risultato ha largamente contribuito il “partito storico dei giudici”, cioè quel Pci-Pds-Ds-Pd che della via penale alla politica e dell’alleanza con le procure aveva fatto l’asse centrale della sua strategia. Ma questa è un’altra storia che andrà prima o poi raccontata. 
La fine dell’antifascismo ha prodotto l’effetto “zoo liberato”. Si sono aperte le gabbie, o forse scoperte le pattumiere, insomma sono riemersi dalla storia chincaglierie, cimeli, reliquie che sopravvivevano nelle catacombe del paese. Ma poi si è scoperto che tanto catacombe non erano. La costruzione del sistema politico bipolare, l’introduzione del maggioritario ha fatto il resto. Per vincere ogni voto era buono. Berlusconi è stato il più abile e spregiudicato. Ha messo insieme tutto ciò che esisteva a destra e alla sua destra, comprando, finanziando apertamente o sottotraccia. 
La destra ha persino messo fine ai suoi anni di piombo. Ha messo fuori tutti (meno due o tre) i militanti dei suoi gruppi eversivi; alcuni li ha arruolati, altri eletti. E’ questo contesto politico che ha rilegittimato valori del passato prerepubblicano e preantifascista e ridato alla violenza politica proveniente da destra una nuova legittimazione sociale che si traduce in disattenzione, sottovalutazione se non comprensione e connivenza. Forse altri Novecento sono finiti ma quel Novecento lì c’è ancora e ha superato il giro di boa, tanto che dal 2000 si registrano 2 morti, due giovani di sinistra uccisi da mani fasciste. Chi contesta queste etichette, lo fa in nome di una rappresentazione della politica che non c’è più. Nessuno tra gli aggressori, come tra gli aggrediti, ha più tessere politiche in tasca perché le forme della partecipazione sono cambiate. 
Alle vecchie sedi si sono sostituiti i centri sociali, le occupazioni non conformi, le curve degli stadi. Sono cambiati i luoghi di aggregazione ed anche la fisionomia della partecipazione. Tutto è più confuso e approssimativo, le idee sono anche più rozze ma le coltellate sono vere, le lame di puro acciaio e il sangue non è pomodoro. Davide Cesare (Dax) e Renato Biagetti sono stati uccisi nel 2003 e nel 2006. Dal 2005 almeno 262 le aggressioni recensite attribuibili alla destra: 88 attacchi a sedi e centri sociali di sinistra; 76 aggressioni razziste e 98 gli atti vandalici. Senza dimenticare Carlo Giuliani e Federico Aldovrandi. Anch’essi da annoverare in questa tragica contabilità. Vittime di un clima di violenza che è tornata pratica diffusa negli apparati di polizia, come i fatti di Genova del 2001 hanno dimostrato al mondo intero.