Archivio
Cerchi lavoro? Il Mossad assume!!
Sei un giovane che ama le sfide? Disposto a condurre una vita di imprevisti?
Disposto a compiere ripetute visite all’estero?
Pensi in maniera non convenzionale e conosci alcune lingue straniere?
Sei “capace di inventare realtà e svolgervi un ruolo centrale”?
Il tuo carattere e il tuo modo di fare hanno capacità di influenzare gli altri?

Questa è la campagna pubblicitaria che il più famoso dei servizi segreti sta facendo per ingaggiare nuovi agenti segreti.
Sembra una notizia surreale ma è proprio così e lo riferisce con le parole che vi ho riportato sopra, la televisione commerciale israeliana Canale 2.
Alla fine di questo mese il capo del Mossad da più di otto anni, Meir Dagan, passerà lo scettro al suo successore Tamir Pardo (nominato il 30 novembre) ,che è proprio l’ideatore di questa campagna di grandi dimensioni anche televisiva!
Il servizio segreto israeliano cerca nuovi agenti e per candidarsi basta compilare il form on-line!
Il nuovo capo, Tamir Pardo, è un personaggio più che conosciuto nelle fila delle spie israeliane. Conosciuto per anni come l’agente T., anonimo vice di Meir Dagan, era soprannominato da Ariel Sharon “colui che aveva rimesso il coltello tra i denti al Mossad”: proprio Sharon lo aveva scelto nel 1997 per ricominciare ad agire fuori dal territorio israeliano. Sono state classificate sotto le sue responsabilità anche la recente azione di Dubai e l’omicidio mirato del leader Hezbollah Imad Mughniyeh, residente a Damasco.
In più, l’ex agente anonimo, è un grande esperto di Iran e ha fatto molta carriera nella Neviot, l’intelligence informatica leggendaria per l’istallazione di microspie e telecamere in territorio e strutture nemiche.
Nevi e bufere mediorientali!!
Il generale inverno (che dio solo sa quanto posso odiare da sempre, anche per questi suoi gradi militari) ha bussato, e lo sta violentemente facendo da ieri su tutto il mio amatissimo medioriente!
Iniziamo con le zone di casa, quelle di cui passo passo si conoscono i vicoli e le finestrelle socchiuse: Damasco è sotto un’ondata di freddo eccezionale, probabilmente tra poche ore il cappello del Qassiun si colorerà di bianco, le stufette sbilenche delle case del centro staranno faticando e lottando contro un freddo a loro sconosciuto. Le alture del Golan occupate e non, sono sotto molta neve e ghiaccio (poveri melograni!!) e un fortissimo vento inseguito dall’alluvione si è abbattuto su tutto il territorio libanese, facendo registrare anche un morto.
La Giordania ha paura che l’alluvione di questa notte possa non fermarsi: non sono territori capaci a reagire all’acqua.
L’Egitto è piegato da quest’ondata di maltempo e la quantità di vittime già registrate è purtroppo soggetta a escalation numeriche: il vento spira oltre i cento kilometri, accolto da tempeste di sabbia e grandinate molto violente che hanno fatto crollare una fabbrica tessile vicino ad Alessandria. Al momento del crollo si trovavano 30 lavoratori: per ora risultano 3 morti e 5 feriti gravi.
Poi ci son 7 morti per incidenti stradali capitati a causa dell’incredibile maltempo, soprattutto ad Asiut (nella penisola del Sinai).
Il canale di Suez è estremamente trafficato: 26 navi provenienti dal Mediterraneo e altre 29 dal Mar Rosso sono in attesa di passare!
Nuove costruzioni a Gerusalemme Est, soliti uccisi a Gaza
E’ di questa mattina la notizia, passata alla radio israeliana, dell’autorizzazione data alla costruzione di ben 625 nuove unità abitative nell’insediamento di Pisgat Zèev, a Gerusalemme Est. Ci specificano che il ministero degli interni ha finalmente dato il via libera definitivo: che la danza del cemento e dell’occupazione abbia di nuovo inizio, senza che si sia mai fermata.
Tutto fermo, i negoziati iniziati il 2 settembre e miseramente falliti nemmeno tre settimane dopo, per non dire già prima di partire, si sono arenati proprio sulla richiesta di congelamento delle nuove costruzioni di colonie in Cisgiordania.
Cosa che Israele non può accettare.
Figuriamoci qualunque tipo di moratoria sulle costruzioni a Gerusalemme Est, impensabile!
Quella è la sua natura: demolire, distruggere, eliminare ogni traccia, occupare, cancellare.
Nel frattempo nella Striscia di Gaza sono stati uccisi due palestinesi dal fuoco dei soldati israeliani, mentre tentavano di infiltrarsi in Israele la comunicazione è arrivata dal sito di Hamas e poi è stata confermata anche da fonti militari israeliane che specificano di aver trovato sui corpi armi leggere e materiale esplosivo.
Diversi tank israeliani e mezzi blindati sostano nella zona del cimitero di al-Shuhada, ad est di Gaza.
Israele: un nuovo muro tra Sinai e Neghev e un campo per migranti, nel centro del nulla…
Un paio di giorni fa le agenzie internazionali ci raccontavano dell’inizio della costruzione di un nuovo muro, che seguirà il confine egizio-israeliano per tutti i 240 km complessivi che dividono i due paesi. Ce lo raccontava il ministro israeliano della Difesa, specificando la necessità di una separazione tangibile, fisica, tra i due paesi.
Un muro che non servirà a bloccare kamikaze, come c’hanno raccontato per quello che sventra i territori occupati palestinesi, ma per bloccare tutti coloro che entrano clandestinamente in Israele alla ricerca di lavoro. C’è un afflusso costante di “infiltrati” africani che affrontano il deserto del Sinai e poi quello del Neghev per cercare fortuna nel paese più ricco e sviluppato dello spicchio di mondo di cui parliamo.
Immigrazione clandestina, contrabbando di armi e quant’altro: questo quello che giustificherà l’ennesimo scempio geografico e politico: 270 milioni di euro in cemento armato e filo spinato, per dei lavori che lo stesso governo israeliano pretende “a ritmo serrato”.
Ed oggi infatti di notizia da quel democraticissimo stato ce n’è un’altra: Israele ha annunciato la costruzione di un grande “campo”, da costruire in pieno deserto, dove “raccogliere” gli oltre diecimila migranti clandestini provenienti dal continente africano. I dati che gli apparati di governo stanno facendo circolare parlano di 34.556 clandestini che attualmente vivono nello stato ebraico…
che bella democrazia esiste in Medioriente!
Completamente raso al suolo villaggio in Cisgiordania
Oggi Tsahal s’è mosso con i piedi di piombo: la devastazione portata oggi dai bulldozer israeliani ha superato il livello solito di media devastando diverse cose in Cisgiordania. E’ avvenuto tutto in una regione della valle del Giordano adiacente alla città di Gerico e molto vicina al confine giordano: il fatto più grave è avvenuto nel villaggio di Abu al-Ajaj, letteralmente raso al suolo.
I due bulldozer che sono entrati, coperti da 200 soldati, hanno abbattutoTUTTE le casi del villaggio, che ora ha 1000 persone per la strada, private per sempre di qualunque loro bene. Non è ancora chiaro se l’area appena demolita, evacuata, sgomberata e rastrellata sia destinata per l’edificazione di nuove colonie, l’allargamento di Masua (colonia illegale nelle vicinanze) o per qualche avamposto militare.
Sempre forze di sicurezza israeliane hanno poi abbattuto diverse costruzioni palestinesi nella zona, tra cui anche una tenda e due rifugi per il bestiame, che l’esercito d’Israele considerava illegali, forse perchè troppo vicini all’insediamento (quello si illegale) di Masua. Poi terrazzamenti, palizzate e sistemi d’irrigazione: tutto spazzato via.
Ynet news, importante sito d’informazione israeliano ci informa di scontri scoppiati dopo le demolizioni, ma che per ora non risultano arresti né feriti.
“Fino a quando avrò un ulivo…”
Fino a quando avrò pochi palmi della mia terra!
Fino a quando avrò un ulivo…
un limone…
un pozzo…un alberello di cactus!..
Fino a quando avrò un ricordo,
una piccola biblioteca,
la foto di un nonno defunto.. un muro!
Fino a quando nel mio paese ci saranno parole arabe…
e canti popolari!
Fino a quando ci saranno un manoscritto di poesie,
racconti di ‘Antara al-‘Absi
e di guerre in terra romana e persiana!
Fino a quando avrò i miei occhi,
le mie labbra,
le mie mani!
Fino a quando avrò… la mia anima!
La dichiarerò in faccia ai nemici!..
La dichiarerò… una guerra terribile
in nome degli spiriti liberi
operai.. studenti.. poeti..
la dichiarerò.. e che si sazino del pane della vergogna
i vili… e i nemici del sole.
Ho ancora la mia anima..
mi rimarrà… la mia anima!
Rimarranno le mie parole.. pane e arma.. nelle mani dei ribelli!
SAMIH AL-QASIM
PALESTINA
[Trad. di Antonietta Giampaglia]
Coloni israeliani assaltano e danno alle fiamme una scuola
Una di quelle notizie che non sai nemmeno come riportare, tanta è la rabbia. Sempre i “coloni”, maledettissimi coloni, che da decenni tentano di portare avanti il loro piano di terrore, un terrore che porti alla fuga, alla rassegnazione, alla fine del popolo palestinese. Oggi l’attenzione è focalizzata su un villaggio del distretto di Nablus, as-Sawiya. La notizia è riferita all’agenzia stampa Maan dallo stesso preside della scuola colpita: un gruppo di coloni israeliani ha fatto irruzione nella scuola femminile. La porta principale e quella del magazzino avevano la serratura rotta e tutto il contenuto all’interno era stato dato alle fiamme: molti mobili contenenti materiale didattico e tutta l’attrezzatura sportiva sono andati perduti. “Siamo stati fortunati, se non è andata a fuoco tutta la struttura è perchè il deposito d’acqua principale è proprio adiacente al magazzino e ha bloccato l’avanzata delle fiamme” dice Maysoon Sawalha, preside dell’istituto che è stato completamente cosparso di scritte xenofobe contro la popolazione araba, e con la firma “saluti dalle colline”. “Non è la prima volta che la nostra scuola viene attaccata; l’ultima di queste è avvenuta meno di un anno fa quando i coloni hanno assaltato le aule con lacrimogeni e spari.
Alcuni portavoce degli insediamenti vicini, intervistati da Maan, hanno risposto alle accuse dicendo che non c’erano prove per accusare i coloni e che se la tensione è alta nella zona è per la presenza di molti attivisti internazionali venuti ad aiutare i palestinesi per la raccolta delle olive. Nel frattempo un’associazione israeliana per i diritti umani fa sapere che il 90% delle denunce depositate contro i coloni per assalti contro persone e proprietà in Cisgiordania rimangono impunite. Lo scorso mercoledi, giorno dell’inizio della raccolta delle olive, sono stati incendiati molti ettari di terreni agricoli e due settimane fa una moschea è stata incendiata in un villaggio vicino a Betlemme.
Sconcertante: arrestato il bambino palestinese investito da un colono
Non avevo pubblicato la foto di quel bimbo di 8 anni investito a Silwan, quartiere arabo di Gerusalemme, teatro di numerosi scontri.
Non l’avevo pubblicata perchè mi faceva schifo, perchè non volevo vederla sul mio blog, malgrado ci sia di peggio da digerire.
Ma quel colono che investiva un bambino non riuscivo a metterlo.
Oggi però la situazione è diversa, perché c’è una novità non da poco. Mufid Mansur, di -ripeto- 8 anni è stato prelevato dalla sua casa dalla polizia israeliana che oltretutto ha impedito al padre di accompagnarlo.
Il colono invece, uomo più che noto, è libero. Si chiama David Beeri ed è il leader di un’organizzazione di estrema destra israeliana -ELAD- impegnata nell’acquisto di immobili per colonizzare Gerusalemme Est. E’ stato rilasciato immediatamente dopo l’incidente, perchè “si stava difendendo da una sassaiola”.
Cercheremo di aggiornarci tra poco su Mufid.
Tanto per farvi capire l’atmosfera che si respira a Silwan: oggi si tiene la riunione dei capi dei coloni presenti in Cisgiordania proprio lì.
Cecchini sono posizionati sui tetti, i carri armati circondano tutta la zona. Il vertice è previsto nell’insediamento di Beit Jonathan, costruito più di un anno fa nel quartiere Batn al-Hawa di Silwan.
PALESTINA: storia di una pulizia etnica (1). Un po’ di citazioni, per iniziare a capire
“Il nostro pensiero è che la colonizzazione della Palestina debba avvenire in due direzioni: l’insediamento ebraico di Eretz Israel e la ricollocazione degli arabi di Eretz Israel in aree oltre confine. Il trasferimento di così tanti arabi può all’inizio sembrare economicamente inaccettabile, ma ciò non di meno è pratico. Insediare un villaggio palestinese su un’altra terra, non richiede troppo denaro.” _Leo Motzkin (pensatore liberale del movimento sionista) 1917_
“Uccidere la dirigenza politica palestinese.
Uccidere gli istigatori palestinesi e i loro finanziatori.
Uccidere i palestinesi che agivano contro gli ebrei.
Uccidere gli ufficiali e i funzionari palestinesi [ del sistema mandatario ]
Danneggiare i trasporti palestinesi.
Danneggiare le fonti di sussistenza palestinesi: pozzi d’acqua, mulini, etc
Attaccare i villaggi palestinesi vicini che avrebbero potuto partecipare ad attacchi futuri.
Attaccare i club, i caffè, i ritrovi palestinesi etc.”
_Piano C “Gimel” 1947_
“Possiamo far morire di fame gli arabi di Haifa e Giaffa se vogliamo farlo” _Ben Gurion, carteggio con Sharrett, dicembre 1947_![]()
“C’è il 40% di non ebrei nell’area assegnata allo Stato ebraico. Questa composizione non è una base solida per uno Stato ebraico. E dobbiamo affrontare questa nuova realtà con rigore e chiarezza. Tale equilibrio demografico mette in questione la nostra capacità di mantenere la sovranità ebraica… Soltanto uno Stato con almeno l’80% di ebrei è uno Stato stabile e sostenibile” _Ben Gurion, 3 dicembre 1947
“Si possono effettuare queste operazioni nella maniera seguente: distruggere i villaggi (dandogli fuoco, facendoli saltare in aria e minandone le macerie) e specialmente quei centri popolati difficili da controllare con continuità; oppure attraverso operazioni di rastrellamento e controllo, con le seguenti linee guida: circondare i villaggi e fare retate all’interno. In caso di resistenza si devono eliminare le forze armate e la popolazione deve essere espulsa fuori dai confini dello Stato” _Piano D “Dalet”, 10 marzo 1948_
TUTTE LE CITAZIONI SONO TRATTE DA “La pulizia etnica della Palestina” Ilan Pappe. Fazi Editore 2008
Gli scontri si spostano sulla Spianata delle moschee
Di solito quando camionette e lacrimogeni si avvicinano ad Al-Aqsa c’è aria di Intifada, vuol dire che alla Palestina inizia a mancar la terra sotto i piedi, che il tutto sta per scoppiare definitivamente, ancora una volta. Pochi minuti fa sono entrati nella spianata delle moschee, a Gerusalemme… ma procediamo con ordine.
Stamattina un guardiano di un convoglio di coloni ha ucciso un ragazzo palestinese e ne ha feriti altri cinque nel quartiere di Silwan, già teatro di ripetuti scontri negli ultimi mesi. L’area di Silwan, quartiere arabo di Gerusalemme Est, dove risiedono più di 12000 palestinesi sarebbe destinata, nei progetti israeliani, ad un parco archeologico e naturalistico dedicato al re Salomone. Per questo motivo sono state destinate all’immediata demolizione 22 palazzine palestinesi. Per tutta la mattinata fitti lanci di pietre e ripetuti scontri ci son stati tra la popolazione palestinese e la polizia israeliana.
Alle 16, poco più di mezzora fa, le prime agenzie dicono che la giornata di scontri si sta allargando, ed ha appena sfiorato il punto più caldo del medioriente, simbolo dello scoppio dell’Intifada.
La polizia israeliana è entrata nella Spianata delle moschee: fino a questo momento i manifestanti sono rifugiati all’interno della moschea di Al-Aqsa dove la polizia non è entrata, almeno per ora. Si parla di una quindicina di feriti tra manifestanti e poliziotti.
Proviamo ad aggiornarci tra un po’.
Kurdistan turco: armi chimiche contro i combattenti del PKK
PER ORA NON PUBBLICO LE FOTO DI CUI SI PARLA: sono raccapriccianti
Armi chimiche contro i guerriglieri curdi? Fotografie diffuse da attivisti per i diritti umani accusano l’esercito turco
di Michele Vollaro
Sono foto raccapriccianti e sconcertanti, quelle che dimostrerebbero l’utilizzo di armi chimiche da parte della Turchia contro i guerriglieri curdi. Una serie di immagini che raffigurano i corpi di otto membri del Partito curdo dei lavoratori (Pkk), uccisi lo scorso settembre durante un attacco dell’esercito turco e poi gettati in un lago per tentare di nasconderne le prove.
I resti resi irriconoscibili da strane ustioni e mutilazioni causate dalle sostanze sprigionate. A denunciarlo per primi lo scorso 12 agosto il quotidiano tedesco Taz e il settimanale Der Spiegel, che hanno ricevuto le fotografie da una delegazione di attivisti, avvocati e medici tedeschi in visita in Kurdistan prima a marzo. I partecipanti alla delegazione, le immagini sono state consegnate loro da un’associazione curda per la difesa dei diritti umani, che per motivi di sicurezza non è possibile citare. Trentuno immagini che mostrano il ritrovamento dei cadaveri dei guerriglieri del Pkk, l’organizzazione armata fondata negli anni Ottanta da Abdullah Ocalan per opporsi al centralismo del governo turco, rivendicando autonomia politica e culturale a favore della minoranza curda nel paese. Le fotografie sono state poi consegnate ai media tedeschi nel mese di luglio, mentre nello stesso periodo un’altra delegazione composta da giuristi internazionali si è recata nella regione sud-orientale e ha ricevuto altre immagini che testimonierebbero crudeli violazioni sui cadaveri dei combattenti curdi e il probabile uso di armi chimiche.
In base al racconto dei membri dell’associazione per i diritti umani curda, i guerriglieri sono stati uccisi durante un attacco dell’esercito turco nei pressi del villaggio di Çukurca, vicino il confine con l’Iraq. Lo scorso 8 settembre, lo stato maggiore turco diede la notizia di un agguato in quel villaggio costato la vita a un soldato turco. E del conseguente invio in loco di elicotteri e di unità di rinforzo dell’esercito per combattere la ribellione. Quasi una routine in una zona considerata roccaforte della guerriglia curda, che – secondo informazioni diffuse da loro stessi – conterebbe attualmente circa 7.000 combattenti ben armati e addestrati, nascosti sulle montagne. Più volte le organizzazioni per i diritti umani, sia turco-curde sia internazionali, hanno denunciato violazioni da parte della Turchia delle convenzioni che regolano il diritto bellico, in questo conflitto che dura da oltre vent’anni. Denuncie che questa volta sono corroborate da una testimonianza e fotografie che non lasciano abito a dubbi.
Un residente del villaggio avrebbe osservato il combattimento: gli otto combattenti curdi si erano nascosti in una grotta per sfuggire ai soldati che avanzano. Questi, dopo averli scoperti, avrebbero sparato una granata nell’antro; poi, attesa una decina di minuti, i militari sarebbero entrati nella grotta per prelevare gli otto corpi senza vita e si sarebbero accaniti su di essi, sparandogli contro e passandoci sopra con i blindati. Prima di pubblicare la denuncia, Der Spiegel ha fatto controllare l’autenticità di queste immagini ad Hans Baumann, esperto tedesco di falsi fotografici, il quale ha attestato che le fotografie sono autentiche e che non sono state ritoccate. A supporto della tesi che i turchi avrebbero usato armi chimiche c’è anche il rapporto del medico forense Jan Sperhanke del Policlinico universitario di Amburgo-Eppendorf, contattato dalla Taz, il quale conferma che “è molto probabile che gli otto curdi siano morti a causa dell’uso di armi chimiche”.
Inoltre le fotografie mostrano i segni di quello che potrebbe essere stato un espianto, compiuto probabilmente, secondo Sperhanke, per asportare quegli organi che avrebbero potuto dimostrare come le morti siano state causate da agenti chimici vietati. Secondo Murat Karayilan, il presidente del Consiglio esecutivo del Congresso del popolo del Kurdistan (Kck, l’istanza collegiale che dirige le azioni del Pkk dai monti del Qandil, nel nord dell’Iraq), l’utilizzo di armi chimiche si protrae da oltre 16 anni.
“Non è una novità”, ha affermato in un’intervista all’agenzia di stampa curda FiratNews. “Lo Stato turco utilizza armi chimiche contro i nostri guerriglieri sin dal 1994 quando si trovò in grossa difficoltà. Ancora nella Primavera del 1999, credo in maggio, 20 dei nostri guerriglieri, sotto il comando del compagno Hamza, furono massacrati da gas chimici nei pressi di Sirnak. Dico questo perché, dopo gli scontri, i nostri compagni trovarono un proiettile chimico che era stato sparato nel luogo degli scontri. Quel proiettile fu inviato in Europa, dove all’epoca mi trovavo anche io. Ho potuto seguire personalmente le analisi presso un laboratorio di Monaco di Baviera che dichiarò che quel proiettile aveva contenuto sostanze chimiche capaci di avvelenare una certa porzione di territorio”. Un’accusa che, se confermata, proverebbe che la Turchia ha violato la Convenzione sulle armi chimiche, siglata a Parigi nel 1993 e ratificata dal paese oggi guidato da Recep Tayyip Erdogan nel giugno 1997. Immediata la reazione del governo di Ankara. Secondo il portavoce del primo ministro Erdogan, sarebbe tutto frutto di una campagna diffamatoria messa in piedi dal Pkk con l’aiuto di organizzazioni internazionali ostili al suo governo. Sulla stessa linea il ministero degli Esteri turco che respinge le accuse affermando che la Turchia rispetta rigorosamente la Convenzione di Parigi. La denuncia pubblicata dei due media tedeschi, intanto, ha portato il Partito socialdemocratico (Spd) e i Verdi (Grünen) a chiedere l’apertura di un’inchiesta internazionale. “La Turchia deve urgentemente fornire spiegazioni”, ha dichiarato in merito alla vicenda la co-presidente dei Grünen Claudia Roth.
Secondo l’esponente politica tedesca, infatti, i dati raccolti duranti gli ultimi mesi e le molte segnalazioni sospette, compreso il fatto che le autopsie degli otto membri del Pkk ripresi nelle foto siano state secretate dalle autorità turche, rendono necessario che la vicenda venga verificata dall’esterno. Ma, stranamente, Ankara rifiuta di sottoporsi a qualsiasi inchiesta internazionale sostenendo che si tratta di una “chiara intrusione in faccende interne alla Turchia”. In questi giorni, mentre stiamo scrivendo, altri esperti incaricati da Der Spiegel e da altri quotidiani internazionali stanno verificando nuove fotografie che riguarderebbero altri guerriglieri del Pkk e alcune autopsie eseguite da medici turchi su sei vittime curde che si sospetta siano state uccise da armi chimiche. Queste nuove fotografie sono state consegnate alle delegazioni internazionali durante la loro ultima visita in Kurdistan, a fine luglio, dalla stessa organizzazione curda per i diritti umani che aveva consegnato le prime fotografie.
E’ caduta la testa del boia: SHARON E’ MORTO!
PARE CHE SHARON SIA MORTO.
SU TWITTER LA NOTIZIA VIAGGIA DA QUASI UN’ORA…
NON HO PAROLE PER COMMENTARE QUESTA NOTIZIA.
TOCCHERA’ UBRIACARSI ALLE DUE DEL POMERIGGIO!!!
VORREI CREDERE NELL’INFERNO OGGI, NON SAI QUANTO BRUTTO MACELLAIO ASSASSINO!

Israele sconfina in Libano: scontri e morti.
Me ne sono accorta con un’oretta di ritardo e la lettura di queste tonnellate di agenzie mi lascia sconcertata, anche se ovviamente non stupita.
Israele ha sempre “sconfinato”, Israele ha sempre ritenuto quel territorio un luogo dove poter agire come e quando vuole, e non è l’unico, come ben sappiamo.
Di nuovo Libano, di nuovo la terra dei cedri scossa dalle bombe d’Israele, o meglio -stavolta- dai suoi corpi di mortaio.
Un giornalista ucciso (reporter di Al-Akhbar, quotidiano filo-sciita) e tre soldati libanesi morti nei dintorni del villaggio di Adaysseh. Un elicottero da combattimento israeliano è apparso sui cieli di Adeisseh intorno alle 14. Il giornalista Assaf Abu Rahhal è stato ucciso mentre riprendeva il loro arrivo.
Erano entrati per abbattere degli alberi: vizio che oltre a Gaza e ai Territori Occupati hanno anche nelle (siriane) alture del Golan e nel meridione libanese. Si parla di un ufficiale israeliano ucciso, ma ovviamente non ci sono conferme da Tel Aviv e potrebbero non essercene mai.
Le ultime notizie parlano però di una richiesta dell’esercito israeliano a quello libanese di sospendere gli scontri per poter recuperare i loro soldati feriti: un cessate il fuoco chiedono, surreale. Secondo la tv degli Hezbollah, Al-Manar (più volte bombardata durante i 35 giorni di guerra del 2006) l’ufficiale israeliano sarebbe stato ucciso da un colpo sparato da un cecchino libanese.
Sul fronte della politica internazionale siamo alle solite: Hariri e un po’ tutta la classe dirigente chiedono alle Nazioni Unite (la missione dell’Unifil è ancora in corso e i combattimenti stanno avvenendo in piena linea blu) che intervengano davanti alla palese violazione israeliana della risoluzione 1701 del 2006.
Tanto per cambiare.
Nel frattempo si spara, proprio in questi momenti. (Le truppe italiane per ora non sono state coinvolte ma operano proprio in quella zona)
Ed Hezbollah non ha ancora preso “parola”.
ORE 15.20: arriva uno straccio di comunicato dall’esercito israeliano. Ridicolo e provocatorio.
Ci risiamo: come nel 2006. Entrano, attaccano e alla prima risposta si rigirano la frittata per passare da vittime e poi iniziare una guerra.
Ci risiamo, leggete qui e ditemi se non l’avete già visto:
«Israele ritiene il governo libanese responsabile del serio incidente e minaccia ripercussioni se queste violazioni continueranno; Israele considera l’attacco alle forze IDF che agiscono in coordinamento con l’Unifil lungo la regione di confine come una violazione della Risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza» delle Nazioni Unite, prosegue il comunicato. Si tratta, ritiene Israele, di «una di una lunga serie di violazioni, prima delle quali è il massiccio rifornimento di armi a Hezbollah nel sud del Libano»
CI RISIAMO ECCOME.
Io lo sapevo che stavano per ricominciare le danze in Libano, lo sapevo.
E’ arrivato agosto: ci risiamo
Beit Jala, ancora una volta
22 Aprile 2010
Oggi a Beit Jalla vicino a Betlemme, cittadini palestinesi con alcuni internazionali hanno dato vita ad una manifestazione di protesta contro il muro dell’apartheid in costruzione in quella zona. Per diverse ore l’esercito ha sdradicato decine di ulivi centenari e buttato giù il portico di una cosa perchè proprio li soergerà la continuazione del muro dell’apartheid. I manifestanti hanno tentato di avvicinarsi alle case ma i militari li hanno respinti sparando lacrimogeni e proiettili di gomma. Sono state fermate 6 persone, tra cui 2 italiani, che ora sono nelle mani dell’esercito israeliano. Le accuse sono di violazione di una zona militare chiusa perchè, in maniera simbolica, hanno piantato una bandiera palestinese sul perimetro del futuro muro, dove era appena stata distrutta una parte di una casa di palestinesi.
Ascolta la corrispondenza di Radiondarossa e gli aggiornamenti
Il secondo giorno della V Conferenza Internazionale di Bil’in sulla Resistenza Popolare Palestinese comincia con la brutta notizia del riavvio dei cantieri per la costruzione del muro attorno a Betlemme. Numerosi bulldozer e circa dieci jeep dell’IDF sono entrati a Beit Jalla e Al Walaja per sradicare gli ulivi lungo il tracciato del muro e demolire il cortile di una casa palestinese.
Diversi attivist* internazionali (tra cui alcun* del nostro gruppo) e israeliani sono andati sul posto per portare la solidarieta’ attiva alla famiglia di Beit Jalla e, eludendo la sorveglianza, sono riusciti a rimanere al fianco dei palestinesi mentre procedeva inesorabile la demolizione. I militari israeliani sono intervenuti trascinando brutalmente gli/le attivist* per centinaia di metri, picchiandone e ferendone tre. Due attivisti israeliani sono stati arrestati.
Questa casa e’ stata al centro di un processo completamente falsato dalla giustizia israeliana: il terrazzamento del cortile era stato demolito qualche mese fa e poi ricostruito in seguito alla sospensione del processo stesso. Due giorni fa, il 20 Aprile, il tribunale ha definitivamente autorizzato il governo israeliano a dare inizio ai lavori di costruzione del muro che passera’ a pochi metri dalla casa stessa, isolandola e usurpandone la terra.
Nel frattempo, a pochissimi chilometri da li’ e a pochi metri dalla terra di Abed, nel villaggio palestinese di Al Walaja,altri bulldozer hanno sradicato almeno 50 ulivi e 50 alberi da frutta. Gia’ la settimana scorsa nello stesso villaggio ci sono stati 3 arresti e varie minacce e pestaggi intimidatori da parte dell’esercito; anche stavolta hanno minacciato di arrestare i membri del comitato popolare locale se avessero continuato a protestare contro il muro e la demolizione delle case.
Nel primo pomeriggio, terminati i lavori della conferenza internazionale, altr* attivist* internazionali sono tornat* a Beit Jalla per cercare di raggiungere la famiglia rimasta isolata dalla mattina, rompendo la zona militare chiusa.
Quando siamo giunti sulla strada che conduce alla casa i militari hanno messo di traverso i loro mezzi e steso il filo spinato per impedirci il passo. Abbiamo provato a forzare il blocco in maniera pacifica ma i soldati hanno reagito nervosamente puntando i mitra e minacciandoci con le granate in mano. Ne e’ seguito un tafferuglio e dopo 2 ore di blocco stradale, durante le quali i militari hanno impedito il passaggio di qualsiasi veicolo – compresa un’ambulanza -, un piccolo gruppo e’ riuscito ad aggirare lo schieramento e a raggiungere la famiglia portandogli da mangiare e piantando simbolicamente una bandiera della Palestina. Perche’ questa terra non appartiene alla prepotenza sionista.
Sei persone sono state fermate, ammanettate e portate alla stazione di polizia di Gush Ezion (una delle tante colonie israeliane in Cisgiordania) e stiamo attualmente in attesa della loro liberazione. Nel gruppo ci sono quattro ragazze e due ragazzi, tra questi un compagno e una compagna del nostro gruppo.
In seguito agli arresti i soldati hanno sparato lacrimogeni sul resto dei manifestanti, disperdendoli. Alcuni ragazzi palestinesi hanno iniziato a lanciare pietre, rovesciando cassonetti, e l’esercito ha sparato alcuni colpi.
WITHOUT YOUR FREEDOM WE’LL NEVER BE FREE
PALESTINA LIBERA
Per gli aggiornamenti seguire Freepalestine ed ascoltare Radio Onda Rossa
Sono passati 8 anni da quando ero per i vicoli di Beit Jala, caricati dall’esercito! Quella terra è dentro di me…
sono stretta ai compagni presenti nei Territori Occupati, stretta stretta a quella terra resistente
Sosteniamo il centro Amal Al-Mustakbal nel campo di Aida, in West Bank
Il centro Amal Al Mustakbal è nato nel 1987 nel campo profughi di Aida, nella zona di Betlemme (Palestina). L’idea di un asilo nasce dal desiderio di attivare progetti per strappare i bambini e le bambine dalle strade e fornire una preparazione prescolastica attraverso attività di gioco, danza, studio, sport e arte.
Nel 2002, con la costruzione del muro di separazione, l’economia interna al campo profughi è precipitata. La totale disoccupazione, l’espropriazione di terre coltivabili e la continua occupazione militare, sono le ragioni per cui la struttura oggi si trova senza alcun sostegno economico, contando unicamente sul lavoro volontario di donne e uomini del campo profughi.
Nonostante l’obiettivo sia di garantire a tutti e tutte la possibilità di studiare, sono solo 40 i bambini e le bambine che possono utilizzare gratuitamente gli spazi del centro e, attraverso la guida dei volontari, partecipano alle attività culturali e di apprendimento. Ogni giorno, dalle 8.00 alle 12.00, bambine e bambini partecipano ad attività e giochi con lo scopo di imparare a leggere, scrive e contare mentre nel pomeriggio il centro resta aperto per dare vita a laboratori di danza, arte e sport. Durante la pausa estiva le attività proseguono con i campi estivi. Il motivo per il quale scegliamo di parlarvi di questa realtà è perchè abbiamo attivato una cassa di sostegno alla vita del centro, considerando fondamentale il ruolo che svolge all’interno dell’esistenza drammatica delle persone che vivono nel campo profughi di Aida.
Da Marzo 2009 non esiste alcun finanziamento che possa garantire il regolare svolgimento delle attività. Le persone che s’impegnano a tenere in vita questo progetto, non percepiscono alcuna forma di reddito e non possono garantire la sopravvivenza del centro. I materiali non sono minimamente sufficienti per consentire un dignitoso svolgimento delle attività. L’edificio che ospita questo grande sogno richiede l’impegno costante nel pagamento dell’affitto.
Per queste ragioni il centro Amal Al Mustakbal ha dovuto sospendere le attività ma la forza dei volontari ha portato ad una riapertura provvisoria. Come gruppo che fa riferimento al blog freepalestine.noblogs.org abbiamo attivato da diversi mesi una campagna di sostegno al centro Amal Al Mustakbal che ha portato a coinvolgere diverse scuole della capitale. Si può aiutare il centro in diversi modi: economicamente, alcune scuole hanno devoluto i ricavati volontari delle recite scolastiche, con uno scambio di disegni tra bambini o mandando in Palestina tutto lʼoccorrente didattico per continuare lʼapprendimento o la ricreazione. Tutte queste forme aiutano una popolazione a non sentirsi sola, soprattutto
nei confronti di bambine e bambini le maggiori vittime di muri e separazioni.
Per info: carovanapalestina@autistici.org
VIDEO DAL CAMPO DI AIDA
Mossad e passaporti…i guai della società del controllo
E’ estremamente interessante leggere la stampa israeliana in questi giorni, dopo l’assassinio di Dubai e i video mostrati dalla polizia degli Emirati in cui vengono mostrati 11 appartenenti al commando che ha compiuto l’azione ai danni del capo di Hamas, all’interno di un albergo locale.
Tutti a cercar di mischiar le carte; anche il ministro degli esteri israeliano, quel “brav’uomo” di Avigdor Lieberman ci tiene a dire che non esistono prove che quei personaggi siano agenti del Mossad. Le undici false identità usate sono di cittadini stranieri immigrati in Israele, sette di queste risultano rientrate nel paese questa settimana.
Gran Bretagna ed Irlanda hanno confermato che i passaporti usati dal presunto commando erano stati falsificati. Liebermann è stato in grado di dichiarare che “non vi è alcun motivo di pensare che sia stato il Mossad, potrebbe essere il servizio segreto di qualche altro paese”. Già in passato c’erano stati problemi tra Israele e Gran Bretagna per l’uso di passaporti falsi britannici usati dagli agenti del Mossad durante le loro operazioni all’estero: nel 1987 ci fu la prima protesta ufficiale sull’abuso di documenti falsi e il governo israeliano aveva dato rassicurazioni in proposito.
Tanti però sono stati i casi successivi anche con altri paesi: nel 1997 agenti del Mossad furono arrestati in Giordania dopo un tentativo fallito di attentato alla vita del leader di Hamas Khaled Meshaal. Avevano passaporti canadesi. Anche Ottawa chiese chiarimenti e ottenne la promessa che non sarebbero stati più usati passaporti battenti bandiera canadese.
Anche in Norvegia accadde un fatto simile…
In Nuova Zelanda agenti del Mossad furono catturati mentre tentavano di ottenere un passaporto reale, non falso, a nome di un giovane tetraplegico: anche qui promessa al governo che Israele e i suoi agenti non avrebbero più violato la sovranità di quel paese con le loro operazioni.
Questo fatto della Nuova Zelanda fa capire che il lavoro dei servizi segreti è decisamente più complicato nell’era del controllo totale. In questo caso gli agenti arrestati stavano cercando di procurarsi passaporti veri: con le nuove misure di sicurezza che entreranno in vigore (misurazioni biometriche all’interno dei passaporti) sarà praticamente impossibile rubare identità come spesso è stato fatto o falsificare impronte ed iride. Il Mossad ha bisogno di passaporti veri, come un po’ tutti i servizi segreti che operano nel pianeta.
Comunque…questo piccolo giallo di spionaggio internazionale sembra proseguire: anche se son sicura che non verrà fuori nulla, ci aggiorneremo presto a riguardo…
Gli 11 volti del Mossad: bel colpo!
E’ la prima volta, credo, che accade una cosa simile..e penso alle facce che staranno facendo i loro capi, le facce di chi dirige e gestisce il miglior servizio segreto del mondo, quello israeliano. Assassini matricolati…la storia del Mossad è la storia delle tante guerre segrete dello Stato ebraico d’Israele, guerre che non hanno mai avuto confini territoriali; non sono cose che interessano agli 007 israeliani.
La storia di quel paese è composta di eccidi, di un’occupazione militare unica nei suoi metodi e nella sua durata; è una storia di apartheid, è una storia di segregazione razziale e anche di omicidi mirati, di liste nere di persone da far fuori.![pports248b[3]](https://baruda.net/wp-content/uploads/2010/02/pports248b3.jpg?w=595)
E gli omicidi mirati avvengono in due modi: dentro i Territori Occupati o nella Striscia di Gaza il metodo è semplice e credo anche poco dispendioso per Israele. Il suo esercito non conosce regole né confini: quindi basta alzare un elicottero da combattimento e permettergli di colpire la macchina o l’appartamento giusto al momento giusto, per eliminare dal pianeta qualcuno di scomodo. Nessuno si accorgerà di quella detonazione nel mondo, nessuno accuserà nessuno, a nessuno interesserà sapere da dove è partito quel missile e chi cercava.
Nella storia di questo servizio segreto però c’è un elenco infinito di morti, di assassinii compiuti in tutti i paese del Medioriente, in Europa e in Sudamerica: tanti nomi, troppi nomi di persone uccise a freddo dentro un portone, o nella stanza d’albergo dove alloggiano… tanti arabi, tanti palestinesi ammazzati con una detonazione o un colpo di pistola silenziata… in posti, paesi, città dove si pensavano al sicuro.
La storia delle vittime del Mossad è spesso la storia non di capi militari o politici ma di intellettuali, di scrittori, di poeti: da quando è nato, il 2 marzo 1951 per ordine di Ben-Gurion le vittime sono tante, tutte colpite a freddo.
Peccato però che nel 2010 avrebbero dovuto imparare a muoversi in modo un po’ più intelligente: il Mossad di cazzate ne ha fatte tante anche se sappiamo bene che sono i più bravi del mondo nel loro lavoro di spionaggio e “affari speciali”; il libro di Benny Morris e Ian Black racconta bene la storia di questa struttura, lo consiglio a chi vuole capirci qualcosina in più.
Andiamo ai fatti:
Dubai, 20 gennaio 2010: Mahmoud Al-Mabhouh, capo di Hamas, viene ucciso nella stanza del suo albergo.
A distanza di meno di un mese, incredibile ma vero, spuntano diversi video. Il servizio segreto più fico del mondo non ha pensato alle telecamere dell’albergo: quasi comico come scivolone. E così per la prima volta abbiamo dei visi, dei movimenti, dei passaporti (falsi): per la prima volta abbiamo addirittura la richiesta di 11 mandati di cattura internazionali. STUPENDO!
I giornali israeliani ironizzano non poco: “Li riconoscete?”, “Saranno del Mossad?”. Che appartengano al Mossad non si ha la certezza, ovviamente; parliamo di undici persone (tra cui una donna) con 6 passaporti britannici, 3 irlandesi, 1 francese e 1 tedesco, con rispettivi nomi e cognomi, ovviamente falsi.
Difficile andare ad accoppare un tipo dentro un lussuoso albergo degli Emirati Arabi senza essere immortalati in mille immagini della sorveglianza: il video mostra la rapidità d’esecuzione del commando.
Mahmoud Al-Mabhouh entra in albergo alle 20.24 e poco dopo nella sua stanza: alle 20.46 il gruppo di assassini se ne vanno, l’uomo di Hamas è già morto, pare per soffocamento (stanno controllando che non si tratti di avvelenamento). Alle 22.30 i due che sono entrati nella stanza a compiere materialmente l’omicidio sono già imbarcati su un volo.
Piena di errori quest’operazione: si parla di telefoni criptati e materiale estremamente sofisticato, ma i volti ci sono e sono stati già arrestati due palestinesi che avrebbero collaborato: la stampa internazionale parla anche di servizi iraniani e siriani. Insomma, una storia complicata, come sempre quando si parla di spionaggio: ma questa volta di nuovo abbiamo 11 volti.
Anche se….penso che ne fossero consapevoli: era un rischo che sapevano di correre. Al mondo d’oggi non si può pensare di compiere azioni simili senza che una telecamera spii ogni movimento; sicuramente anche questo era stato calcolato e questa storia che pure ci intriga non poco, morirà nel silenzio.
Le soldatesse israeliane tirano fuori un po’ di cadaveri dall’armadio…
6 anni dopo l’inizio della sua attività possiamo dire che l’organizzazione israeliana “Breaking the silence” sta facendo un buon lavoro. Il giornalista israeliano Amir Shilo racconta su Y-net le ultime testimonianze uscite su un libricino di testimonianze di soldati israeliani. Queste ultime dichiarazioni hanno una particolarità comune non da poco: sono state tutte rilasciata da donne, soldati dell’IDF, impegnate nei Territori Occupati.
Ci raccontano come le donne abbiano la necessità di dimostrare ai colleghi uomini la loro forza e la loro capacità di essere macchine da guerra e quindi, spesso, questa morbosa necessità si risolve diventando peggio di loro, usando ancora più violenza, umiliando ancora di più il nemico. Che in questo caso, molto spesso, è inerme, è minorenne, è in uno stato di totale costrizione.
E così le dichiarazioni lasciano particolarmente senza parole, i metodi usati per umiliare gli arabi fanno rabbrividire e pensare che tutto ciò venga compiuto da donne alla sottoscritta fa decisamente più schifo del solito. Negli ultimi anni il numero delle donne soldato impiegate nelle operazioni di guerra e in quelle di frontiera è di molto moltiplicato: avere testimonianze da loro è ancora più difficile perchè in quanto minoranza all’interno dell’IDF si trovano in una situazione di debolezza.
Ma nel report dell’associazione sono circa 50 le donne soldato ad aver preso parola: tutte raccontano di come la violenza sia molto più brutale rispetto a quella dei loro colleghi. Si prendono i prigionieri e li si sbatte al muro, li si umilia facendoli cantare canzoncine, facendoli saltare al ritmo desiderato, deridendoli e schiaffeggiandoli anche per 6-8 ore di fila, senza alcuna ragione.
Una soldatessa impiegata nell’unità di polizia militare Sachlav racconta di un bambino palestinese che ripetutamente avrebbe provocato i soldati e lanciato anche alcune pietre. Lo stesso bambino sembrerebbe aver causato la frattura di una gamba ad un soldato, perchè spaventatosi dal lancio di una pietra, sarebbe caduto rompendosi l’arto. L’immediata ritorsione viene raccontata così: il bimbo viene preso da due soldati e caricato su una jeep per esser portato al check point, da dove esce con una mano rotta, rotta sulla sedia su cui era stato fatto sedere.
Ma nemmeno i bambini più piccoli vengono risparmiati da queste perversioni legalizzate: un’altra donna soldato racconta di un bimbo di soli 5 anni, schiaffeggiato con forza perchè piangeva. Gli urlavano di smettere di piangere, quando c’è riuscito ed ha abbozzato un sorriso gli è stato dato un forte pugno nello stomaco: “Non mi ridere in faccia!”, gli è stato urlato.
Chi ha provato a ribellarsi a simili atti di violenza gratuita è stata/o rimproverato dagli ufficiali. “Anche chi non partecipa a certe azioni sa che avvengono: tutti sanno e vedono quello che compie l’IDF”, racconta una testimone di guardia in un checkpoint nell’area di Jenin.
“Ai checkpoint ci appropriamo del cibo e di qualunque oggetto: giocattoli, batterie, sigarette. Sono sicura che qualcuno di noi prende anche i soldi durante le perquisizioni. Una volta uno di questi furti è stato ripreso da una telecamera. Pensavo scoppiasse un caso e invece nessuno è stato punito. A noi è permesso colpire e umiliare come vogliamo.”
Alcune testimonianze parlano con preoccupazione delle procedure israeliane per poter aprire il fuoco nei Territori Occupati, in particolare in situazioni di “ordine pubblico”. Ad esempio è procedura comune usare i proiettili di gomma puntando all’addome. Viene raccontato un episodio che ha portato alla morte di un bambino di 9 anni. Aveva provato a scavalcare la palizzata, è caduto e ha rinunciato fuggendo via in bicicletta: colpito all’addome (hanno dichiarato che stando in bici non lo riuscivano a colpire alle gambe). “Nessuno viene mai punito per questo. Subito viene decisa una versione ufficiale: si parla di situazioni fuori controllo, pericolo di fuga di terroristi e il caso viene chiuso.”
Le testimonianze sono tante e fastidiose che non ho la forza di raccontarvele tutte: non mi piace mettermi a tradurre le perversioni di una donna in divisa che per sentirsi “accettata” da un arabo in stato di fermo lo prende a calci nelle palle con i suoi “spettacolari anfibi militari”. Penso che non serva, sbagliandomi probabilmente, entrare per forza nel dettaglio.
Ieri invece è stato PeaceReporter ( le notizie vengono sempre dal quotidiano israeliano Yedioth Ahronot ) a raccontarci come furono riscritte le regole di ingaggio per l’operazione “Piombo Fuso” a Gaza lo scorso anno. Anche questa volta le notizie ci arrivano attraverso le ammissioni di un alto ufficiale israeliano. “Non ci deve essere nessuno nell’area delle operazioni. Se ci sono segni di movimento, si spara. Sono queste, essenzialmente, le regole d’ingaggio. Sparare a cio’ che si muove”.
Israele e gli “organi” palestinesi …
IL GOVERNO EGIZIANO CONTINUA A BLOCCARE I PARTECIPANTI ALLA GAZA FREEDOM MARCH.
Nel frattempo, da Infopal, un po’ di notizie di qualche giorno fa, da non lasciare nel dimenticatoio
Nazareth – Infopal. Il deputato palestinese nel parlamento israeliano Ahmad at-Tibi, capogruppo del Blocco Arabo Unito, ha rivelato che negli anni Novanta l’Istituto medico forense israeliano “Abu Kabir” ha “prelevato frammenti di tessuto cutaneo, cornee, ossa, e talvolta valvole mitraliche, dai cadaveri dei palestinesi uccisi dagli israeliani, per trapiantarli ai soldati israeliani”.
At-Tibi ha affermato che “nella serata del 18 dicembre 2009, il secondo canale della televisione israeliana ha trasmesso un dossier contenente registrazioni audio del direttore dell’Istituto Abu Kabir mentre raccontava alcune realtà che non sono state rese pubbliche in passato e che confermano che negli anni Novanta dai cadaveri arrivati presso l’Istituto sono stati estratti frammenti di tessuto cutaneo (dalle schiene, in particolare, per trapiantarli a soldati feriti o ustionati), senza il consenso delle famiglie dei defunti”.
Egli ha anche detto che il rapporto ha evidenziato che il responsabile di questo progetto era l’ufficiale dell’Esercito Aryeh Eldad, attualmente deputato del Parlamento israeliano.
Nello speciale della tv israeliana è stato confermato che dai cadaveri sono state prelevate le cornee. Nancy Scheper-Hughes, docente all’Università di Berkeley, ha incontrato dieci anni fa il direttore dell’Istituto e ha registrato i suoi discorsi su questi fatti. Ha detto alla televisione israeliana: “È vero che le cornee ed i tessuti cutanei venivano presi dai palestinesi e dagli israeliani, ma il fatto grave è che la pelle veniva presa dai palestinesi e poi applicata ai soldati israeliani loro nemici”.
At-Tibi ha dichiarato: “Possono prelevare da israeliani per altri israeliani, ma con il consenso della famiglia, ma come si fa a prelevare gli organi di palestinesi per i soldati che li hanno uccisi?!”. “Tuttavia gli israeliani non uccidono un palestinese per prendergli gli organi, ma perché lotta o manifesta contro di loro, poi ne approfittano per prelevare dal suo cadavere gli organi e trapiantarli ai soldati israeliani, come hanno rivelato sia il secondo canale israeliano che gli stessi funzionari dell’Istituto”.
Ha poi aggiunto: “Tutto ciò si ricollega all’inchiesta del giornalista svedese pubblicata alcuni mesi fa su fatti simili e che ha fatto infuriare il governo israeliano, il suo ministro degli Esteri Lieberman e tutti i media israeliani”.
At-Tibi ha affermato che, a seguito di fatti simili, qualche anno fa aveva presentato un’interrogazione all’allora Ministro della Sanità israeliano Nissim Dahan: quest’ultimo non confermò né smentì il contenuto dell’interrogazione, ovvero se istituti israeliani prelevavano organi dai martiri palestinesi senza il consenso delle loro famiglie. Vi si riferiva che i tessuti cutanei pelle venivano depositati in un’apposita “banca”, dalla quale venivano poi prelevati per essere trapiantati a soldati israeliani ustionati o feriti durante le operazioni militari contro i palestinesi.
At-Tibi ha chiesto agli israeliani, e in particolare al Ministero degli Affari Esteri, di scusarsi con il giornalista del quotidiano svedese “Aftonbladet” per tutti gli attacchi lanciatigli contro due mesi fa, quando aveva rivelato il turpe fenomeno dello sfruttamento degli organi di palestinesi uccisi da parte degli israeliani.
Arresti natalizi a tappeto in Kurdistan!
GLI ARRESTI DI NATALE DEGLI AMMINISTRATORI KURDI
24 Dicembre 2009 – Questa mattina alle ore 5:00 ha avuto inizio una operazione di polizia da parte delle Forze di sicurezza turche che ha portato all’arresto di decine di sindaci e amministratori locali del neonato partito BDP (Partito della pace e della democrazia). Al momento si segnalano oltre 85 fermi in attesa di convalida dell’arresto.
Questa operazione, attuata nel giorno della vigilia di Natale, dimostra, ancora con maggior forza, l’assoluta mancanza di volontà della Turchia di avviare un reale confronto democratico col popolo kurdo ed i suoi rappresentanti, legalmente e democraticamente, eletti nelle elezioni amministrative della scorsa primavera.
Questa operazione chiude un 2009 che ha visto da marzo ad oggi, l’arresto di migliaia di amministratori locali dell’ex DTP (Partito della società democratica) e attivisti della società civile kurda, la chiusura da parte della Corte costituzionale turca del DTP ed una serie di violenze di piazza che rendono quest’anno che volge al termine, l’ennesimo anno di violenza e repressione e che vede le speranze di pace e dialogo che sembrava si stessero concretizzando, allontanarsi sempre di più.
Giungono notizie di assembramenti di uomini e mezzi dell’esercito turco nella zona kurda in preparazione di operazioni militari: il riaccendersi della guerra sembra essere prossimo e concreto.
Consapevoli che alla repressione delle forme democratiche e alla cancellazione del diritto di rappresentanza politica segue la repressione armata e la guerra, ci rivolgiamo con forza a tutti gli amministratori locali italiani, che in molti casi in questi anni hanno iniziato degli importanti progetti di collaborazione e di sviluppo con le amministrazione del DTP nel Kurdistan turco, ed ai mezzi di informazione affinché facciano sentire la loro protesta forte e la loro denuncia contro questo ennesimo tentativo di affossare la pace e di reprime il legittimo diritto di un popolo ad esistere.
Aggiungiamo la lista aggiornata dei fermati:
Sindaci in carica fermati:
- Leyla Güven, Sindaco di Viranşehir, (Membro della assemblea degli enti locali del Consiglio d’Europa)
- Aydın Budak, Sindaco di Cizre,
- Selim Sadak, Sindaco di Siirt – ( Ex. Deputato del DEP che è stato in carcere per 10 anni con Leyla Zana) ,
- Zülküf Karatekin, Sindaco di Kayapınar,
- Ethem Şahin, Sindaco di Suruç,
- Ahmet Cengiz, Sindaco di Çınar,
- Ferhan Türk, Sindaco di Kızıltepe,
- Abdullah Demirbaş, Sindaco di Sur,
- Necdet Atalay, Sindaco di Batman
- Songul Erol Abdil, Sindaco di Dersim
Ex Sindaci :
- Emrullah Cin, Sindaco di Viranşehir
- Hüseyin Kalkan, Sindaco di Batman
- Fikret Kaya, Sindaco di Silvan
- Abdullah Akengin.Sindaco di Dicle
- Avv. Firat Anli, Il presidente della federazione del DTP Diyarbakır e ex. Sindaco di Yenisehir,
- Ali Simsek, il vice sindaco di Diyarbakır,
– Hatip Dicle, copresidente del DTK (Congresso della Società Democratica ed ex. Deputato del DEP che è stato in carcere per 10 anni con Leyla Zana)
Ex dirigenti del DTP: Aydın Kılıç, İlyas Sağlam Il presidente della Federazione del DTP di Batman, Nurhayat Üstündağ, Abdullah Ürek, Celil Piranoğlu ed il consigliere del comune Batman Şirin Bağlı
Ed in oltre :
- Avv.Muharrem Erbey,il presidente del IHD (Associazione dei diritti umani) di Diyarbakir
- Sakine Kayra, membro del movimento delle donne libere e democratiche,
- Fethi Suvari, Agenda locale 21,
- Avv. Servet Özen, Presidente del DİSKİ ed il suo vice Yaşar Sarı,
- Gülizar Akar, Impiegata dell’ assemblea delle donne Kadın,
- Kerem Çağıl, Dirigente del asso. Göç-Der (Associazione dei sfolatti Interni),
- Ferzende Abi, Presidente del Associazione MEYADER di Van,
- Gli altri arresti secondo le citta:
– Diyarbakır: Adil Erkek, Bedriye Aydın, Fatma Karaman, Ramazan Debe,
– Van: Tefik Say, M. Sıdık Gün, Yıldız Tekin, Hilmi Karakaya, Cafer Koçak, Ferzende Abi, Sabiha Duman, Ahmet Makas, Zihni Karakaya, Resul Edmen ve ismi öğrenilemeyen bir öğrenci
– Urfa: Mehmet Beşaltı, Müslüm Caymaz, Mehmet Çağlayan, İbrahim Halil Göv, Abdürrezzak İpek,
– Şırnak: Memduh Üren, Necip Tokgözoğlu, Sami Paksoy, Ömer Yaman, Serbest Paksoy, Mesut Altürk, Hasan Tanğ, Serdar Tanğ, Yusuf Tanğ, Cahit Tanğ, Ekrem Babat, Segban Bulut, Mustafa Tok, Agit Berek.
Buon compleanno bimbo senza terra!
Il natale m’ha sempre innervosito.
Il natale mi rende antipatica.
Il natale mi piacerebbe se vivessi in un pianeta con meno di 2 miliardi di abitanti.
Il natale è solo il compleanno di un bambino senza terra, dateve tutt@ ‘na calmata!

Arrestato Jamal Juma’, portavoce della campagna contro il Muro
Free Jamal Juma’! – Free the anti-Wall prisoners!
Il 16 dicembre le autorità israeliane hanno arrestato Jamal Juma’. Questo arresto segue quello di Mohammad Othman, un altro attivista della Campagna Stop the Wall, e di Abdallah Abu Rahmeh, una figura di spicco in seno al comitato popolare di Bil’in contro il muro, così come quello di decine di altri che sono attualmente in carcere per la loro azione di difesa contro il Muro. Quest’ultimo arresto è l’ennesima prova dell’escalation di attacchi contro i difensori dei diritti umani palestinesi da parte di Israele che continua a reprimere il diritto alla libertà di espressione e il diritto di associazione.
Aderisci alla campagna per la liberazione di Jamal Juma’ e per la libertà dei prigionieri del movimento contro il Muro! E’ fondamentale che la società civile globale esprima la sua solidarietà alle sue loro controparti palestinesi.
Le azioni raccomandate:
• Incoraggiare i soci a partecipare a questa campagna attraverso petizioni, manifestazioni e/o la scrittura di lettere e chiamate telefoniche. Si prega di fornire loro numeri e indirizzi di contatto.
• Sollecitare i vostri rappresentanti presso gli uffici consolari di Tel Aviv e Gerusalemme/Ramallah a sostenere il rilascio immediato di Jamal Juma ‘, Mohammad Othman, Abdallah Abu Rahmeh e degli altri attivisti contro il Muro. Vedi proforma lettera qui sotto. (Per verificare i contatti della tua ambasciata, vedere: http://www.embassiesabroad.com/embassies-in/Israel # 11725)
• Rendere noto all’Ambasciata di Israele presso il tuo paese a sapere che stai sostenendo una campagna per la liberazione di Jamal Juma’ e degli altri prigionieri contro il Muro.
• Denunciare le misure prese a danno degli attivisti contro il Muro all’attenzione dei media locali e nazionali.
• Consultare e diffondere le notizie che appaiono nell sito, blog e gruppo di Facebook per quanto riguarda la questione:
Sito: www.stopthewall.org
Blog: http://freejamaljuma.wordpress.com/; http://freemohammadothman.wordpress.com/
Facebook: Free Anti-Wall prigionieri
Twitter: http://twitter.com/wallprisoners
Vi invitiamo a coordinare le varie azioni con noi, questo ci permette di sapere se ci sono altri attivisti e organizzazioni che stanno prendendo provvedimenti analoghi. Quanto migliore sarà il livello di coordinamento, tanto più efficace risulterà la nostra azione.
Per maggiori informazioni contattare: global@stopthewall.org
I FATTI
Verso la mezzanotte del 15 dicembre, i servizi di sicurezza israeliani hanno convocato Jamal Juma’ per un interrogatorio. Qualche ora più tardi, lo hanno ricondotto a casa sua. Una volta a casa, Jamal Juma’ è stato ammanettato, mentre i soldati hanno perquisito la casa per due ore, mentre la moglie e i tre figli piccoli stavano a guardare impotenti. Al momento di andarsene, i soldati hanno detto alla moglie che avrebbe potuto rivedere il marito solo attraverso uno scambio di prigionieri. Jamal Juma’ è stato quindi portato via e arrestato, col divieto di incontrare un avvocato o di ricevere familiari, senza che gli fosse fornita alcuna spiegazione per il suo arresto.
Jamal ha 47 anni, è nato a Gerusalemme e ha dedicato la sua vita alla difesa dei diritti umani palestinesi. L’obiettivo principale del suo lavoro è volto alla responsabilizzazione delle comunità locali perché reclamino i loro diritti umani di fronte alle violazioni dell’occupazione. E’ membro fondatore di diverse ONG palestinesi e reti della società civile e coordina la Campagna palestinese contro il Muro dell’Apartheid fin dal 2002. Il suo ruolo è riconosciuto a livello internazionale, è stato più volte invitato a presentare all’estero il dramma rappresentato dal Muro ed è intervenuto anche presso le Nazioni Unite. I suoi articoli e le sue interviste sono ampiamente pubblicate e diffuse e la sua opera è stata tradotta in diverse lingue. Essendo un personaggio di grande visibilità, Juma ‘non ha mai tentato di nascondere o mascherare le sue attività.
Quello di Jamal Juma’ rappresenta l’arresto di più alto profilo all’interno di una crescente campagna di repressione tesa a colpire la base diella mobilitazione contro il Muro e le colonie. Inizialmente sono stati arrestati attivisti locali dei villaggi colpiti dal Muro, ma recentemente le autorità israeliane hanno cominciato a spostare la loro attenzione sui difensori dei diritti umani di fama internazionale, come Mohammad Othman e Abdallah Abu Rahmeh. Mohammad, un altro membro della campagna Stop the Wall, è stato arrestato quasi tre mesi fa, di ritorno da un giro di conferenze in Norvegia. Dopo due mesi di interrogatori, le autorità israeliane non essendo in grado di formulare accuse specifiche contro Mohammad, hanno emesso un ordine di detenzione amministrativa in modo da impedire la sua liberazione. Abdallah Abu Rahma, una figura di spicco nella lotta non violenta contro il Muro a Bil’in, è stato prelevato dalla sua abitazione da soldati a volto coperto nel bel mezzo della notte, e dopo una settimana è seguito l’arresto di JamalJuma’.
Con questi arresti, Israele mira a indebolire la società civile palestinese e la sua influenza sulle decisioni politiche a livello nazionale e internazionale. Questo processo criminalizza chiaramente il lavoro dei difensori dei diritti umani palestinesi e palestinesi, la disobbedienza civile.
E’ fondamentale che la comunità internazionale si mobiliti contro i tentativi di Israele di criminalizzare chi lotta contro il Muro. La politica israeliana mettendo nel mirino le organizzazioni che pretendono che vengano riconosciute le responsabilità dello stato ebraico, intende sfidare le decisioni dei governi e degli organismi internazionali, come la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ), che denunciano le violazioni israeliane del diritto internazionale. Una sfida che non deve vincere
Lettera Pro Forma in italiano:
Cari x,
Vi scrivo per esprimere la mia più profonda preoccupazione per la detenzione di Jamal Juma’, avvenuta in data 16 dicembre. Chiamato per un interrogatorio dai servizi di sicurezza israeliani a mezzanotte, è stato mantenuto in detenzione da allora. Pur essendo in possesso della carta d’identità di Gerusalemme est, a Jamal Juma’ sono stati applicati dli ordini militari vigenti in Cisgiordania, in modo da impedirgli di incontrare un avvocato per la prima settimana del suo arresto.Nessuna accusa è stata fatta contro di lui. Temo che la detenzione di Jamal Juma’ sia il risultato della sua critica pacifica delle violazioni del diritto internazionale da parte delle autorità israeliane. Le accuse contro di lui non sono state chiarite, ma non vi è motivo di credere che si tratta di un prigioniero di coscienza, arrestato solo per il suo lavoro sui diritti umani attraverso le organizzazioni legali. Il suo arresto segue una serie di altri arresti di natura analoga. Questo sembra dimostrare una violazione sistematica palestinese per la libertà di espressione e di riunione e un attacco sistematico rivolto ai difensori dei diritti umani palestinesi da parte delle autorità israeliane. Vi chiedo di prendere tutte le misure appropriate, comprese le inchieste amministrative e di protesta, al fine di garantire il rilascio immediato e incondizionato di Jamal Juma ‘e di ogni altro palestinese, difensori dei diritti umani. presente nelle carceri israeliane. Inoltre, pur essendo detenuto, egli deve essere protetto da ogni forma di tortura o maltrattamenti, e le condizioni della sua detenzione devono soddisfare i requisiti del diritto internazionale.
Grazie per la vostra pronta attenzione a questo problema urgente.
Cordiali saluti,
in inglese:
Dear x,
I am writing to you to express my deepest concern about the detention of Jamal Juma’ on December 16. He was summoned from his home for interrogation with the Israeli security at midnight and has been kept in detention ever since. Though Jamal Juma’ is a Jerusalem ID card holder, West Bank military orders have been applied to bar him for access to legal counsel for the first week of his arrest. No charges have been made against him. I fear that the detainment of Jamal Juma’ is a result of his peaceful criticism of violations of international law by Israeli authorities. The charges against him have not been made clear, but there is reason to believe that he is a prisoner of conscience, arrested solely for his human rights work through legal organizations. His arrest follows a number of other arrests of similar nature. This seems to show a systematic disregard for Palestinian freedom of expression and assembly and a full-scale attack on Palestinian human rights defenders by Israeli authorities. I ask you to take all appropriate measures, including official inquiries and protests, to ensure the immediate and unconditional release of Jamal Juma’ and the other Palestinian human rights defenders in Israeli prisons. Furthermore, whilst being held, he should be protected from any form of torture or ill-treatment, and the conditions of his detention should fulfill the requirements of international law.
Thank you for your prompt attention to this urgent matter.
Turchia: conversazioni in una sede del DTP, partito kurdo dichiarato fuorilegge
Oggi (14 dicembre) ho fatto visita ad una Sezione locale del DTP di un quartiere di Istanbul.
di Aldo Canestrari
Era una visita per me irrinunciabile: dopo la chiusura del partito, decisa dalla sentenza dell’11 dicembre dalla Corte costituzionale turca, avvertivo la necessità di ascoltare finalmente dalla viva voce dei membri del partito, e non solo da una caterva di pagine di giornali e notiziari sorbiti tramite Internet, le reazioni ed i commenti a tale evento.
Si tratta della sede del DTP di un quartiere della costa asiatica che si affaccia sul Mar di Marmara, zona altamente industrializzata, con alta percentuale di immigrati kurdi. Nella stanza erano presenti sei o sette membri del partito, l’atmosfera era vivace, attiva e serena. Subito ho chiesto se la loro sede aveva subito vessazioni. Una compagna del partito mi ha risposto che i fascisti si erano radunati sotto la sede, anche ieri, ma – ha aggiunto con una punta di orgoglio – non avevano avuto il coraggio di attaccare: “hanno paura di noi”.
Una notizia che non mi ha stupito: in questi giorni sono molte le sedi del partito che subiscono attacchi di varia portata, a partire dalla sede di Ankara, e sono numerosi anche i casi di attacchi ed aggressioni di strada ai kurdi, come quello verificatosi pochi giorni fa nel quartiere di Istanbul dove abito, Tarlabas, documentato da foto che mostrano gli aggressori fascisti armati di pistola e in atto di lanciare pietre; un giovane kurdo è stato ferito, poi – nei giorni successivi – gli autori dell’aggressione sono stati identificati e portati in questura, ma subito rilasciati (i ragazzi kurdi che lanciano pietre alle camionette blindate della polizia, invece, vengono condannati a decine di anni di carcere).
Ho voluto sapere quali erano state, nel loro quartiere, le reazioni dei kurdi alla chiusura. Mi ha risposto un “vecchio dirigente”, cioè uno che aveva vissuto tutte le precedenti chiusure dei partiti kurdi, dicendomi che questa volta la reazione prevalente era stata diversa: le altre volte la chiusura non aveva destato stupore, ma ora, dopo l’affermazione del partito in parlamento, dopo l’inizio di una fase di maggior partecipazione istituzionale e di apertture di dialogo, la reazione di amarezza e di delusione è assai maggiore, viste anche le prospettive che si erano recentemente aperte, di inizio di un possibile processo di pace. Maggior sconforto, maggiore rabbia, ma anche inalterata volontà di continuare la lotta, e di proseguire attraverso i metodi della partecipazione democratica.
Un altro argomento che abbiamo approfondito è stato quello della posizione dell’Europa in questa vicenda. Ho riferito ai miei interlocutori della notizia da me letta su Internet proprio stamane: le valutazioni negative espresse dal Presidente della Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa sulla decisione turca di chiudere il DTP: una prospettiva incoraggiante per l’imminente esame della vicenda da parte della Corte europea dei Diritti umani.
Ma su questo tema i miei interlocutori hanno mostrato diffidenza e scetticismo sull’Europa. Come se ci si trovasse di fronte a una sorta di… “lacrime di coccodrillo”. Mi è stato fatto presente che, quando si dibatteva l’anno scorso la possibile chiusura del partito di governo, l’AKP di Erdogan, l’Europa aveva protestato a gran voce sin dall’inizio; ora invece si limita, a cose fatte, ad esprimere una tiepida disapprovazione. E pure il contesto generale dell’atteggiamento europeo sulla questione kurda viene valutato con scetticismo: il dirigente di partito mi dice che, mentre in un primo tempo l’Unione europea aveva mostrato posizioni coraggiose, ora si sono rinsaldati i legami politici con il governo di Erdogan, e, soprattutto, si sono intensificati gli investimenti ed accordi economici europei in Turchia, creando una rete di interessi economici che induce l’Europa ad un orientamento benevolo verso il governo turco.
Il gruppo parelamentare, mi è stato confermato, dovrebbe lasciare il Parlamento (di propria spontanea volontà e come atto di protesta, poiché i parlamentari, essendo stati eletti come indipendenti e non come partito, in teoria potrebbero resare in parlamento anche dopo l’avvenuta chiusura del partito, se lo volessero). L’appuntamento decisivo sarà alle prossime elezioni politiche, previste per l”11 luglio 2011.
Ma sin da ora, come titola il fascicolo odierno del quotidiano kurdo “Günlük”, la parola è al popolo, che ovunque ha manifestato in piazza, nonostante i continui e violenti attacchi della polizia, per testimoniare il proprio sostegno al partito.
Anche da altri partiti e gruppi politici democratici, mi è stato detto, esponenti e delegazioni sono venuti nella sede di quartiere del DTP ad esprimere la loro solidarietà.
Ho voluto quindi sapere quali sarebbero state le conseguenze della chiusura del partito sulle moltissime Municipalità governate dal DTP. La risposta è stata confortante: nulla di serio muterà. Solo quattro sindaci, in quanto presenti nella lista delle persone colpite dal provvedimento della Corte costituzionale, decadranno, mentre nessuna Municipalità sarà colpita: i Consiglieri e le Giunte municipali permarranno immutate (e rieleggeranno sindaci anche dove i quattro sindaci colpiti sono decaduti), solamente non potranno più valersi della sigla del DTP, bensì di quella del… nuovo nascituro partito kurdo. Sì, perché questo è stato l’argomento più confortante dell’incontro: il nuovo partito kurdo sta nascendo, in pratica c’é già, anche se non sarà breve il periodo del… “trasloco”. Si chiama (sì, è già stato… “battezzato”…) “Partito della Pace e della Democrazia” (“Baris ve Demokrasi Partisi”), e mi è stata anche mostrato il drappo della nuova bandiera: su sfondo giallo campeggia una quercia (assai più alta, robusta e frondosa di quella che fu dei DS italiani…).
Istanbul, Aldo, 14 dicembre 2009
Droni israeliani sorvolano, libanesi aprono il fuoco
Che l’esercito libanese apra il fuoco contro velivoli israeliani che entrano nello spazio aereo nazionale è cosa molta rara: i droni israeliani compiono incursioni quasi quotidiane sui cieli libanesi, violando la risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, risoluzione che pose fine ai 34 giorni di guerra di Israele contro i combattenti sciiti del partito Hezbollah, nell’agosto 2006.
Oggi invece unità dell’esercito libanese hanno aperto il fuoco di contraerea verso un drone con bandiera israeliana, nel sud del paese: è l’agenzia ufficiale Nna a renderlo noto citando un comunicato ufficiale dell’esercito. Il velivolo si sarebbe allontanato immediatamente dalla zona, che sembrerebbe essere quella di Bint Jbeil, tra le più colpite durante i bombardamenti e le incursioni del 2006, roccaforte del partito di Dio ( Hezbollah) guidato da Hassan Nasrallah.
Le tensioni sul confine negli ultimi mesi sono in continuo aumento, soprattutto dopo la grande giornata di esercitazione militare interforze avvenuta a largo e sui cieli di Haifa e del confine con il paese dei cedri. L’arrivo di una nuova ondata di bombardamenti è sempre più nell’aria.
Israele e gli internazionali nei Territori: leggete leggete!
Le autorita’ israeliane hanno cominciato a porre restrizioni a cittadini stranieri in arrivo per impedire a loro di visitare in una sola volta il territorio dell’ Autorita’ palestinese e quello israeliano. Secondo fonti diverse, visitatori all’arrivo all’aeroporto Ben Gurion, vicino a Tel Aviv, e alla stazione di confine tra la Giordania e la Cisgiordania sul ponte Allenby, che e’ sotto controllo di Israele, si sono visti apporre sul passaporto un timbro con la precisazione che l’ingresso e’ valido solo per il territorio dell’ Autorita’ palestinese. Fonti governative, citate dal quotidiano Jerusalem Post, hanno affermato la necessita’ di essere certi che persone che possono rappresentare una minaccia per la sicurezza non siano libere di vagabondare dentro Israele. Ma per altre fonti le nuove disposizioni violano il diritto internazionale e gli accordi israelo-palestinesi di Oslo. Uno di questi critici, Salwa Duabis, di una Ong di Ramallah denominata Diritto all’ Ingresso, ha detto che dozzine di visitatori stranieri, soprattutto se di origine palestinese, hanno avuto impresso questo timbro sui loro passaporti, col risultato che e’ stato a loro vietato entrare in territorio israeliano, inclusa la parte est di Gerusalemme. Ad altri visitatori, ha aggiunto, e’ stato rifiutato l’ingresso all’arrivo all’ aeroporto Ben Gurion con la richiesta di entrare in Cisgiordania dalla Giordania. Critiche a questo provvedimento deciso dal ministero dell’interno – che non ha finora rilasciato alcuna dichiarazione in materia – sono giunte dal ministero del turismo per il quale ”si tratta di una decisione che fa grande torto all’immagine di Israele e ostacola il soggiorno di turisti che vogliono visitare anche i luoghi santi situati in territorio dell’ Autorita’ palestinese”. Per motivi di sicurezza Israele vieta ai suoi cittadini di entrare in aree della Cisgiordania sotto pieno controllo dell’ Autorita’ palestinese e nella striscia di Gaza, ad eccezione di casi particolari. (ANSA)


































































Commenti recenti