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Saviano è cotto: ama ogni divisa del mondo più di ogni altra cosa!

7 aprile 2013 8 commenti

DAL BLOG di Paolo, “INSORGENZE“, una pagina straordinaria ahahahah.
L’ultimo libro di Roberto Saviano ha nelle ultime pagine qualcosa di mai visto prima,
Una “prima volta” nell’editoria italiana che ha dello straordinario, perché un elenco così lungo dettagliato e surreale di divise io non l’avevo mai visto. I ringraziamenti del libro sono una specie di enciclopedia della sbirraglia planetaria:
un “guardie di tutto il mondo, VI AMO”.

Per i Link sull’affare Saviano/Impastato e tutto ciò che ne concerne fate riferimento a questi ultimi link:
Saviano risponde sulla telefonata
– Peppino Impastato, mamma Felicia e le bugie di Saviano
L’intervista di Radio Blackout a Paolo Persichetti
La famiglia Impastato è costretta a ribadire

Buona lettura!
QUI LA PAGINA DI INSORGENZE
Zero Zero Zero, Saviano e la scrittura Embedded

Lo trovate dappertutto, nei posti più inattesi, dal fioraio al fruttivendolo, dal giornalaio al kebabbaro, si tratta di un contenitore cartaceo che al suo interno raccoglie righe d’inchiostro disposte in modo orizzontale, alcuni insistono nel definirlo “libro” ed in effetti da lontano la sua forma può anche ricordare qualcosa del genere, ma una volta vicini il trompe l’œil è presto svelato: è solo una merce rilegata, fogli pressati e incollati, un albero segato e ridotto in poltiglia, un pezzo di bosco raso al suolo.

450 pagine per 18 euro. Ma più dell’insieme contano i dettagli. Ad esempio le due paginette, 441 e 442, situate nei ringraziamenti. Qui l’autore è prodigo di riconoscimenti e gratitudine verso:

«L’Arma dei Carabinieri, la Polizia, la Guardia di Finanza, i Ros, i Gico, lo Sco, la Dia e la Dda di Roma, Napoli, Milano, Reggio Calabria, Catanzaro e tutte quelle che qui ho dimenticato, per avermi permesso di studiare, leggere e in alcuni casi vivere le loro inchieste e operazioni: Alga, Box, Caucedo, Crinime-Infinito, Decollo, Decollo bis, Decollo Ter, Decollo Money, Dinero, Dionisio, Due Torri Connection, Flowers 2, Galloway-Tiburon, Golden Jail, Gree Park, Igres, Magna Charta, Maleta 2006, Meta 2010, Notte Bianca, Overloading, Pollicino, Pret à Porter, Puma 2007, Revolution, Solare, Tamanaco, Tiro grosso, Wite 2007, Wite City.
Ringrazio la Dea, l’Fbi, l’Interpol, la Guardia Civil, i Mossos d’Esquadra, Scotland Yard, la Gerndarmerie Nationale francese, la Polícia Civil brasiliana, alcuni membri della Policía Federal messicana, alcuni membri della Policía Nacional de Colombia, alcuni membri della Policija Russa, che mi hanno accompagnato nelle loro inchieste e operazioni: Cabana, Cornestone, Dark Waters, Delfín Blanco, Leyneda, Limpieza, Millennium, Omni Presence, Padrino, Pier Pressure, Processo 8000, Project Colissée, Project Coronado, Russiagate, Reckoning, Relentles, SharQC 2009, Sword, Xcellerator.
Ringrazio tutti i pm, antimafia e non solo, con cui ho studiato e discusso in questi anni. Senza di loro non avrei potuto scoprire molte cose: Ilda Boccassini, Alessandra Dolci, Antonello Ardituro, Federico Cafiero De Raho, Raffaele Cantone, Baltasar Garzón, Nicola Gratteri, Luis Moreno Ocampo, Giuseppe Pignatone, Michele Prestipino, Franco Roberti, Paolo Storari.
Ringrazio i vertici dell’Arma dei Carabinieri, il Comandante Generale Gallitelli, il Capo della Polizia di Stato Antonio Manganelli, e il Comandante Generale Capolupo della Guardia di Finanza. Ringrazio in particolare il Generale dei Carabinieri Gaetano Maruccia, il Comandante dei Ros Mario Parente, il Generale della GdF Giuseppe Bottillo, che hanno seguito la crescita di questo libro.
[…]
Ringrazio nell’Arma dei Carabinieri coloro che gestiscono la mia vita: il colonnello Gabriele Degrandi, il capitano Giuseppe Picozzi, il capitano Alessandro Faustini».

Zero zero 1

Zero zero 2

E bene, cosa c’è di nuovo? Qualcosa c’è. Quanto era già largamente percettibile in passato, seppur ancora in modo implicito nelle pieghe del discorso, non certo nelle fonti impiegate, ora è esposto in modo trasparente: Saviano ammette la sua natura di scrittore embedded.

Che cosa è uno scrittore embedded?
Il termine è divenuto d’uso corrente nel 2003 quando nel febbraio di quell’anno venne introdotta dal nuovo regolamento del Dipartimento della Difesa Usa, diffuso poco prima dello scoppio della guerra in Iraq, una nuova figura professionale: il giornalista arruolato dalle forze armate di una nazione per essere al loro fianco, in prima linea, a narrare cosa accade durante le azioni belliche. Il regolamento diceva: «Questi embedded media vivranno, lavoreranno, viaggeranno come parte delle unità in cui saranno inseriti per facilitare la copertura delle azioni delle forze di combattimento».
Questa innovazione è stata recepita dalla stragrande maggioranza degli eserciti mondiali, compreso quello italiano. Ovviamente l’intento che ha mosso gli Stati Maggiori delle forze militari non era certo quello di farsi democratici e trasparenti ma di riuscire in questo modo a governare il “Quarto potere”, imbrigliando l’informazione, controllandola e orientandola alla fonte, memori della guerra del Vietnam persa politicamente nelle retrovie, all’interno delle proprie frontiere a causa della circolazione di immagini sulla guerra troppo libere e anarchiche, che non nascondevano la sofferenza dei propri morti, i bombardamenti a tappeto delle città vietnamite, le stragi e le violenze gratuite inferte alla popolazione civile. Scene che avevano mobilitato l’opinione pubblica statunitense e mondiale creando una forte corrente pacifista.
Tutto ciò non avrebbe più dovuto ripetersi. La guerra doveva diventare asettica, pulita ed etica, i morti andavano nascosti dietro i cosiddetti “danni collaterali”, il flusso e il ritmo delle informazioni selezionato e ripulito. L’uso delle immagini, della parola e della scrittura trasformato in una nuova arma strategica. Per fare ciò andava creato un nuovo tipo di soldato: il giornalista embedded.

Saviano ha innovato ulteriormente questa figura professionale, diventando l’arruolato numero uno delle forze di polizia, degli apparati investigativi e inquirenti sul fronte interno della criminalità organizzata e dei narcotraffici. Una funzione intellettuale che appartiene alla particolare categoria degli imprenditori morali, al prototipo dei creatori di norme, come li ha descritti il sociologo Howard S. Becker che in Outsiders: costui «opera con un’etica assoluta: ciò che vede è veramente e totalmente malvagio senza nessuna riserva e qualsiasi mezzo per eliminarlo è giustificato. Il crociato è fervente e virtuoso, e spesso si considera più giusto e virtuoso degli altri».

Il dispositivo Saviano con le sue parole, i suoi libri, le sue prese di posizione, la sua semplice presenza, legittimate dalla postura cristica e l’interpretazione vittimistica del proprio ruolo, garantisce sulla verità morale, sempre più distante da quella storica. Una macchina da guerra mediatica messa a totale disposizione degli imprenditori delle emergenze, dei guerrieri delle battaglie giudiziarie contro il crimine. Il risultato è una trasfigurazione della lotta contro le organizzazioni criminali che rende mistica la legalità, edifica una forma di Stato etico che fa della soluzione giudiziario-militare predicata una medicina peggiore del male.

Tutto ciò era stato sempre negato da Saviano. Fino ad oggi.
Per aver sollevato, nel 2010, degli interrogativi «sul ruolo di amministratore della memoria dell’antimafia che a Saviano è stato attribuito da potenti gruppi editoriali» e sottolineato «L’inquietante livello di osmosi raggiunto con gli apparati inquirenti e d’investigazione, che l’hanno trasformato in una sorta di divulgatore ufficiale delle procure antimafia e di alcuni corpi di polizia, dovrebbe sollevare domande sulla sua funzione intellettuale e sulla sua reale capacità d’indipendenza critica», (vedi qui), sono stato querelato da Saviano e attaccato dalla Direzione del carcere (sono in regime di semilibertà).

Saviano poi ha perso. Le denuncia è stata archiviata (vedi qui). Forse la lezione gli è servita. La trasparenza è sempre un valore positivo, un atto di onestà. Saviano si è così deciso a fare un passo avanti contribuendo alla chiarezza sul proprio ruolo e sulla propria funzione intellettuale messa la servizio di alcuni apparati dello Stato.
Appunto, la libertà infatti sta da un’altra parte.


Per saperne di più

Sull’affaire Impastato-Saviano
Archeologia dell’ignoranza. Se Roberto Saviano ignora Michel Foucault
Saviano débouté d’une plainte contre le quotidien Liberazione
Filippo Facci – Caso Impastato, Saviano perde la causa contro l’ex-br
Liberazione.it – Criticare Saviano è possibile
www.articolo21.org: Archiviata la querela di Roberto Saviano contro il quotidiano Liberazione
“Persichetti ha utilizzato fonti attendibili”, il gip archivia la querela di Saviano contro l’ex brigatista
Filippo Facci – Caso Impastato, Saviano perde la causa contro l’ex-br
Liberazione – Criticare Saviano è possibile
La bugia e la camorra. La madre di Peppino Impastato non parlò con Saviano
Corriere del mezzogiorno – La madre di Peppino Impastato non parlò con Saviano. Persichetti vince la causa
“Non c’è diffamazione”. Per la procura la querela di Saviano contro l’ex brigatista in semilibertà va archiviata
Saviano e il brigatista

I due articoli che hanno disturbato Saviano
Non c’è verità storica: il Centro Peppino Impastato diffida l’ultimo libro di Roberto Saviano
Ma dove vuole portarci Saviano?

Per saperne di più
Il paradigma orwelliano impiegato da Roberto Saviano
Attenti, Saviano è di destra, criticarlo serve alla sinistra
Diffida e atto di messa in mora. Rettifica libro “La parola contro la camorra” di Roberto Saviano
Alla destra postfascista Saviano piace da morire

Roberto Saviano è una paglietta: parola di Antonio Gramsci
Saviano le pussy riot e Gioacchino Belli
Arriva il partito della legalità
Michele Serra,“Saviano è di destra ma siccome in Italia non c’è una destra politica rispettabile allora lo ospitiamo a sinistra
Ucciso il sindaco di Pollica: dubbi sulla matrice camorristica
Covergenze paralelle: iniziativa con Saviano e confronto Fini-Veltroni

Ancora su Saviano
La denuncia del settimanale albanes “Saviano copia e pure male”
Occupazione militare dello spazio semantico: Saviano e il suo dispositivo

Il ruolo di Saviano. Considerazioni dopo la partecipazione a “Vieni via con me”
Aldo Grasso: “Vieni via con me un po’ come a messa”
La macchina del fango di Saviano contro i manifestanti del 14 dicembre

Un principio d’autorità vittimaria
Il capo della mobile: “Contro Saviano minacce non riscontrate”
Il capo della Mobile di Napoli: “Vi spiego perché ero contrario alla scorta per Roberto Saviano”

Un uomo di destra
Pg Battista: “Come ragalare un eroe agli avversari. Gli errori della destra nel caso Saviano”
Il razzismo anticinese di Saviano. L’Associna protesta
Buttafuoco, “Saviano agita valori e codici di destra, non regaliamo alla sinistra”

L’eroe di carta
Alessandro Dal Lago:“La sinistra televisiva un berlusconismo senza berlusconi”
Daniele Sepe scrive un rap antiSaviano: “E’ intoccabile più del papa”
Il diritto di criticare l’icona Saviano
La libertà negata di criticare Saviano
Saviano, l’idolo infranto
Pagliuzze, travi ed eroi

Denunce e menzogne
Saviano in difficoltà dopo la polemica su Benedetto Croce
Marta Herling: “Su Croce Saviano inventa storie”
Saviano, prime crepe nel fronte giustizialista che lo sostiene

Uh Maro’, che risate!

22 marzo 2013 3 commenti

Praticamente prelevati con la forza, che poverini non se l’aspettavano.
“Le famiglie passano dall’euforia allo sconcerto”, uh poverini: la latitanza autorizzata direttamente dal Ministro Terzi per i due Marò, unici accusati dell’omicidio di due pescatori indiani, è terminata.
Sono in volo verso l’India, per rientrare in una prigionia che probabilmente non sarà comoda, protetta e ricca di permessi premio come era stata fino alla loro fuga,
su tappeto rosso ministeriale.
una figura di merda colossale, quasi da scompisciarsi dalle risate:
“Hanno ricevuto garanzie dal governo indiano”, come se prima non ce ne fossero state, visti i due permessi premio in Italia (uno per festeggiare il Natale in famiglia (!!) e l’altro per votare),
come se avessero passato il loro periodo di detenzione come dei cittadini indiani,
come se non ci fossero già state tutte le garanzie possibile, quelle che sull’attenti scattano immediatamente quando alla sbarra degli imputati siedono, o rischiano di sedersi, degli uomini in divisa,
anfibi e fucile.

L’ambasciatore italiano in India, colui che di suo pugno aveva firmato la promessa di rientro dopo la licenza premio per permettere il voto (ma non potevano vota’ come tutti gli italiani all’estero????) e che quindi ora si trovava privo della sua immunità e del suo passaporto, è tornato libero.
Loro in volo, verso cella e tribunale.

Terzi non si dimette eh, sia mai:
d’altronde non l’ha votato mai nessuno, è stato messo lì in quanto “tecnico” bravo bravo esperto esperto,
ha fatto una delle più colossali figure di merda della storia della diplomazia internazionale,
ma no, non si dimette. Che siete matti?!
Anzi, nel leggere le sue dichiarazioni sembra sia stato proprio un genio della diplomazia, un gioco delle tre carte che avrebbe permesso di strappare condizioni ottime, ampie assicurazioni. *
I giornali nel frattempo ci raccontano che ci son volute più di 5 ore a convincere i du’ soldatini a salire a bordo,
eh sì, il “torni a bordo, cazzo” continua a esser presente sulle nostre cronache.
Tanto inchiostro ci racconta il dolore e lo strazio di mogli e figli,
senza vergogna alcuna. Furente (!!!) il sindaco di Bari, tengono a dirci

Hanno moglie e figli, mariti e figlie, anche i quasi 70.000 detenuti nelle carceri italiane (senza diritto di voto in buona parte),
quelli per cui nessuno chiede “garanzie”, ammassati disumanamente e di cui una percentuale vomitevole in attesa di giudizio,
o in carcere per qualche furto, o smercio di sostanze stupefacenti.
Chi può provare ad accedere alle misure alternative, alle licenze premio, sono pochi, pochissimi,
un numero praticamente insignificante.
Insomma, non 70.000 persone che hanno scaricato l’intero caricatore dei loro supermegafantastici fucili,
contro due lavoratori in mezzo al mare.

Abbiate almeno il coraggio di vergognarvi un po’.

* ORE 12.30: LEGGO CHE “I militari risiederanno nell’ambasciata italiana a New Delhi. “‘
?????????????????????????????????????????
Hai capito questi, quando parlano di garanzie tocca fidarsi. Niente sbarre, niente cemento,
avranno anche le famiglie accanto quando lo desiderano.
Un paese proprio libertario st’India: mortaccidetutti

Papi nuovi, torture e dittature antiche

14 marzo 2013 4 commenti

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soy Madre yo también!

Un articolo di molti anni fa: tra i tanti che stanno ricircolando in rete da ieri sera,
quando il nuovo Papa Francesco I si è affacciato sorridente davanti ai suoi fedeli, in Piazza San Pietro.
C’hanno messo 24 ore a scegliere il nuovo Papa, un conclave rapido, che fa immaginare una volontà comune nel scegliere quel nome, senza eccessivi scontri di potere.
Si vede che esser collusi coi colonnelli argentini da punti, che aver presidiato ad interrogatori e torture, aver avallato una delle più sanguinose dittature del sud america rende infinitamente vicini alla gerarchia ecclesiastica dei livelli più elevati.
ma è stato già scritto e detto molto Jorge Maria Bergoglio, quando era ad un passo dalla poltrona più ambita del Vaticano, al precedente Conclave che incoronò Papa Benedetto XVI, quello dalle foto di gioventù a mano tesa.
Insomma, tutto rimane nella tradizione:
Giovanni Paolo II sottobraccio a Pinochet ce lo ricordiamo tutti,
le foto dell’album di famiglia di Ratzinger son complicatissime da dimenticare,
ed ora lui,
decisamente più “attivo” dei suoi predecessori.
Il commento di una delle donne di Plaza De Mayo è chiaro, nel momento in cui le chiedono un commento a riguardo: “Amèn”.

“Le donne sono per natura inette ad esercitare incarichi politici. L’ordine naturale e i fatti ci insegnano che l’uomo é l’essere politico per eccellenza; le scritture ci dimostrano che la donna è sempre l’appoggio dell’uomo che pensa e agisce, ma null’altro che questo”. PAPA FRANCESCO I

FUORI PRETI, PAPI, STATI e TORTURATORI DAI NOSTRI CORPI, DALLE NOSTRE MUTANDE, DALLE NOSTRE VITE!

Qui l’articolo trovabile su PeaceReporter: LINK
Leggi anche Il Papa Nero
In un libro le collusioni dell’arcivescovo di Buenos Aires con la dittatura militare
Papa Giovanni Paolo II con il Cardinal Jorge Mario BergoglioIl cardinale Jorge Mario Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires, presidente dei vescovi argentini, nonché tra i più votati, un anno fa, nel conclave Vaticano che ha scelto il successore di Giovanni Paolo II, è accusato di collusione con la dittatura argentina che sterminò novemila persone. Le prove del ruolo giocato da Bergoglio a partire dal 24 marzo 1976, sono racchiuse nel libro L’isola del Silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina, del giornalista argentino Horacio Verbitsky, che da anni studia e indaga sul periodo più tragico del Paese sudamericano, lavorando sulla ricostruzione degli eventi attraverso ricerche serie e attente.
I fatti riferiti da Verbitsky. Nei primi anni Settanta Bergoglio, 36 anni, gesuita, divenne il più giovane Superiore provinciale della Compagnia di Gesù in Argentina. Entrando a capo della congregazione, ereditò molta influenza e molto potere, dato che in quel periodo l’istituzione religiosa ricopriva un ruolo determinante in tutte le comunità ecclesiastiche di base, attive nelle baraccopoli di Buenos Aires. Tutti i sacerdoti gesuiti che operavano nell’area erano sotto le sue dipendenze. Fu così che nel febbraio del ’76, un mese prima del colpo di stato, Bergoglio chiese a due dei gesuiti impegnati nelle comunità di abbandonare il loro lavoro nelle baraccopoli e di andarsene. Erano Orlando Yorio e Francisco Jalics, che si rifiutarono di andarsene. Non se la sentirono di abbandonare tutta quella gente povera che faceva affidamento su di loro.
Cardinal Jorge Mario BergoglioLa svolta. Verbitsky racconta come Bergoglio reagì con due provvedimenti immediati. Innanzitutto li escluse dalla Compagnia di Gesù senza nemmeno informarli, poi fece pressioni all’allora arcivescovo di Buenos Aires per toglier loro l’autorizzazione a dir messa. Pochi giorni dopo il golpe, furono rapiti. Secondo quanto sostenuto dai due sacerdoti, quella revoca fu il segnale per i militari, il via libera ad agire: la protezione della Chiesa era ormai venuta meno. E la colpa fu proprio di Bergoglio, accusato di aver segnalato i due padri alla dittatura come sovversivi. Con l’accezione “sovversivo”, nell’Argentina di quegli anni, venivano qualificate persone di ogni ordine e grado: dai professori universitari simpatizzanti del peronismo a chi cantava canzoni di protesta, dalle donne che osavano indossare le minigonne a chi viaggiava armato fino ai denti, fino ad arrivare a chi era impegnato nel sociale ed educava la gente umile a prendere coscienza di diritti e libertà. Dopo sei mesi di sevizie nella famigerata Scuola di meccanica della marina (Esma), i due religiosi furono rilasciati, grazie alle pressioni del Vaticano.
Escuela de Mecanica de la Armada, teatro delle torture dei desaparecidos argentiniBotta e risposta.  Alle accuse dei padri gesuiti di averli traditi e denunciati, il cardinal Bergoglio si difende spiegando che la richiesta di lasciare la baraccopoli era un modo per metterli in guardia di fronte a un imminente pericolo. Un botta e risposta che è andato avanti per anni e che Verbitsky ha sempre riportato fedelmente, fiutando che la verità fosse nel mezzo. Poi la luce: dagli archivi del ministero degli Esteri sono emersi documenti che confermano la versione dei due sacerdoti, mettendo fine a ogni diatriba. In particolare Verbitsky fa riferimento a un episodio specifico: nel 1979 padre Francisco Jalics si era rifugiato in Germania, da dove chiese il rinnovo del passaporto per evitare di rimetter piede nell’Argentina delle torture. Bergoglio si offrì di fare da intermediario, fingendo di perorare la causa del padre: invece l’istanza fu respinta. Nella nota apposta sulla documentazione dal direttore dell’Ufficio del culto cattolico, allora organismo del ministero degli Esteri, c’è scritto: “Questo prete è un sovversivo. Ha avuto problemi con i suoi superiori ed è stato detenuto nell’Esma”. Poi termina dicendo che la fonte di queste informazioni su Jalics è proprio il Superiore provinciale dei gesuiti padre Bergoglio, che raccomanda che non si dia corso all’istanza.
E non finisce qui. Un altro documento evidenzia ancora più chiaramente il ruolo di Bergoglio: “Nonostante la buona volontà di padre Bergoglio, la Compagnia Argentina non ha fatto pulizia al suo interno. I gesuiti furbi per qualche tempo sono rimasti in disparte, ma adesso con gran sostegno dall’esterno di certi vescovi terzomondisti hanno cominciato una nuova fase”. È il documento classificato Direzione del culto, raccoglitore 9, schedario B2B, Arcivescovado di Buenos Aires, documento 9. Nel libro di Verbitsky sono pubblicati anche i resoconti dell’incontro fra il giornalista argentino e il cardinale, durante i quali quest’ultimo ha cercato di presentare le prove che ridimensionassero il suo ruolo. “Non ebbi mai modo di etichettarli come guerriglieri o comunisti – affermò l’arcivescovo – tra l’altro perché no ho mai creduto che lo fossero”.
Militari argentina accusati di crimini di guerraMa… Ad inchiodarlo c’è anche la testimonianza di padre Orlando Yorio, morto nel 2000 in Uruguay e mai ripresosi pienamente dalle torture, dalla terribile esperienza vissuta chiuso nell’Esma. In un’intervista rilasciata a Verbistky nel 1999 racconta il suo arrivo a Roma dopo la partenza dall’Argentina: “Padre Gavigna, segretario generale dei gesuiti, mi aprì gli occhi – raccontò in quell’occasione – Era un colombiano che aveva vissuto in Argentina e mi conosceva bene. Mi riferì che l’ambasciatore argentino presso la Santa Sede lo aveva informato che secondo il governo eravamo stati catturati dalle Forze armate perché i nostri superiori ecclesiastici lo avevano informato che almeno uno di noi era un guerrigliero. Chiesi a Gavigna di mettermelo per iscritto e lo fece”.
Nel libro, inoltre, Verbistky spiega come Bergoglio, durante la dittatura militare, abbia svolto attività politica nella Guardia di ferro, un’organizzazione della destra peronista, che ha lo stesso nome di una formazione rumena sviluppatasi fra gli anni Venti e i Trenta del Novecento, legata al nazionalsocialismo. Secondo il giornalista, l’attuale arcivescovo di Buenos Aires, quando ricoprì il ruolo di Provinciale della Compagnia di Gesù, decise che l’Università gestita dai gesuiti fosse collegata a un’associazione privata controllata dalla Guardia di ferro. Controllo che terminò proprio quando Bergoglio fu trasferito di ruolo. “Io non conosco casi moderni di vescovi che abbiano avuto una partecipazione politica così esplicita come è stata quella di Bergoglio”, incalza Verbitsky. “Lui agisce con il tipico stile di un politico. È in relazione costante con il mondo politico, ha persino incontri costanti con ministri del governo.
El Silencio, l'ultimo libro di Horacio VerbitskyOggi. Nonostante non abbia mai ammesso le sue colpe, il presidente dei vescovi argentini ha spinto la Chiesa del paese latinoamericano a pubblicare una sorta di mea culpa in occasione del 30esimo anniversario del colpo di Stato, celebratosi lo scorso marzo. “Ricordare il passato per costruire saggiamente il presente” è il titolo della missiva apostolica, dove viene chiesto agli argentini di volgere lo sguardo al passato per ricordare la rottura della vita democratica, la violazione della dignità umana e il disprezzo per la legge e le istituzioni. “Questo, avvenuto in un contesto di grande fragilità istituzionale – hanno scritto i vescovi argentini – e reso possibile dai dirigenti di quel periodo storico, ebbe gravi conseguenze che segnarono negativamente la vita e la convivenza del nostro popolo. Questi fatti del passato che ci parlano di enormi errori contro la vita e del disprezzo per la legge e le istituzioni sono un’occasione propizia affinché come argentini ci pentiamo una volta di più dai nostri errori  per assimilare l’insegnamento della nostra storia nella costruzione del presente”.
Tanti tasselli, quelli raccolti dal giornalista argentino nel suo libro che ci aiutano a vedere un po’ meglio in un mosaico tanto complesso quanto doloroso della storia recente di Santa Romana Chiesa.

Stella Spinelli

Marò: latitanza autorizzata dal Ministro in persona!

11 marzo 2013 25 commenti

Che se non provassi un senso di repellenza totale ne avrei scritto da tempo,
perché sarebbe da sottolineare mille cose sulla storia dei Marò,
sarebbe da archiviare e riportare continuamene tonnellate di dichiarazioni (a partire dal presidente della Repubblica, Napolitano) in difesa di due fucilieri della Marina,
assassini di pescatori indiani, categoria umana che a quanto pare non rientra in quelle prese in considerazione non solo dalle forze armate di questo paese,
ma anche da quelle politiche.

Ora la provocazione totale, che sinceramente non mi lascia di stucco, anzi era più che prevedibile:il ministro Terzi (ministro scelto da non so chi per altro) ha dichiarato poco fa che
NO, i nostri bravi ragazzi dalla mira ineccepibile non tornano in cella.
No no, la licenza di un mese per votare (son lentissimi a votare i Marò, voi ci mettete meno di cinque minuti loro ben quattro settimane) si trasforma in una latitanza legalizzata:
in India non ci tornano, se ne fottono proprio.
Eppure proprio Terzi poche settimane fa aveva detto che la concessione di questa seconda licenza premio (poverini i due traumatizzatissimi assassini avevano anche passato Natale in casa, cosa non concessa a 70.000 detenuti nelle carceri italiane che vivono anche in 12 a cella) era uno “sviluppo molto positivo che consentirà ai nostri due ragazzi di esercitare il loro diritto di voto e di trascorrere quattro settimane con i loro familiari in Italia, ma anche perchè la decisione di oggi conferma il clima di fiducia e collaborazione con le autorità indiane e lascia ben sperare per un positivo esito della vicenda».

E invece pernacchie,
pernacchie italiane ai pescatori morti ammazzati,
alla giustizia indiana, ai rapporti internazionali, alle promesse di Stato:
NOI GARANTIAMO L’IMPUNITA’ A CHIUNQUE INDOSSI UNA DIVISA E IMBRACCI UN ARMA,
è la sola cosa chiara di questa vicenda.
Siamo un paese di assassini, di sbirri soldati marinati piloti ministri ASSASSINI

Applausi del Sap, camper solidali del Cosip: ecco come la polizia si rivendica Aldrovandi

26 febbraio 2013 14 commenti

E non venitemi a parlare di mele marce eh! Che nemmeno si riesce a commentarla questa notizia,carica
tanto è lo schifo che provo per voi,
maledetti assassini di Stato.

(ANSA) – BOLOGNA, 26 FEB – E’ uscito dall’aula del tribunale
di Sorveglianza di Bologna, che deve decidere se disporre il
carcere, tra gli applausi dei colleghi: c’erano una trentina di
appartenenti al Sap (sindacato autonomo di polizia) ad
accompagnare e manifestare vicinanza a Enzo Pontani, ultimo dei
quattro agenti condannati per l’omicidio di Federico Aldrovandi
a dover ancora discutere la propria posizione. Gli altri tre,
Monica Segatto, Luca Pollastri e Paolo Forlani sono in carcere
dopo l’ordinanza del tribunale del 29 gennaio.

Anzi, il Cosip, sindacato indipendente di polizia ha fatto proprio il Camper della solidarietà in difesa dei 4 boia di Aldro. DIcono che dal 2 marzo gireranno per Ferrara (provincia compresa) con il loro bel camper per dimostrare la vicinanza alle “vittime di una campagna d’odio attuata da alcuni contro le forze dell’ordine”.
Il resto delle dichiarazioni nemmeno riesco a riportarle, che è già abbastanza così

Egitto: lo stupro del branco come arma politica

26 febbraio 2013 1 commento

Anche i muri si mobilitano contro le aggressioni sessuali nelle piazze egiziane

Articolo preso da Contropiano a firma di Enrico Campofreda

”Ricordo le mani sopra il mio corpo che mi afferrano e stringono sotto i maglioni. Strappano il reggiseno, cercano i seni. Tante mani sulla schiena, sulle gambe, i miei pantaloni erano stati abbassati. Con tutta la forza provavo a tirarli su. Inutilmente. Poi ho sentito le dita nell’ano e nella vagina, tante penetrazioni davanti e dietro“.

E’ la testimonianza shock di una donna che frequentava piazza Tahrir. Una giovane piena di speranze per se stessa e per l’Egitto che quest’abuso ha allontanato dalla vita pubblica. Si tratta del volto nero della piazza della Rivoluzione, un lato inconfessabile e a lungo inconfessato sebbene qualche episodio allarmante s’era già verificato durante i 18 giorni della lotta anti Mubarak. Il più famoso riguarda la cronista sudafricana Lara Logan che nel corso d’una diretta televisiva venne circondata da una folla di uomini col classico sistema dei cerchi concentrici, allontanata dalla troupe e abusata sessualmente.

Il cerchio infernale

E’ definito così dalle poverette che ne sono state inghiottite. La tattica usata mostra come l’azione sia non solo premeditata in sé ma abbia, e lo  vedremo, ulteriori finalità. Durante più d’una delle adunate ciclopiche ospitate dal grande spazio nel cuore del Cairo è accaduto che una folla di almeno duecento uomini formasse due linee iniziando ad attraversare la piazza. Ondeggiavano, cantavano, ripetevano slogan. Un’accattivante coreografia. Davano l’impressione di partecipazione e tripudio. Individuate le vittime – due o tre donne isolate – si disponevano a U chiudendo il cerchio. Ne nascevano tre concentrici. Gli uomini di quello più interno iniziavano a palpeggiare e spogliare la donna. Chi formava il secondo faceva finta di aiutare le donne impedendo l’avvicinamento a chi volesse davvero soccorrerle. Il terzo cerchio distoglieva la folla estranea da ciò che stava accadendo. Secondo la testimonianza di una vittima “La confusione era assoluta, capivo di essere in pericolo e abusata ma pensavo che quelli dietro mi aiutassero. Fingevano. Tutto era confuso, il cerchio s’ingrandiva e io ero in balìa di cento braccia”.

Un sistema consolidato

Molte donne sono uscite non solo stuprate ma pestate da ginocchiate e seviziate da lame. Taluni attivisti di Tahrir, che in seguito hanno creato strutture contro le molestie sessuali sulle donne, ricordano l’assenza di episodi preoccupanti nella piazza nel corso della rivolta. Dicono che il caso della Logan fu un unicum sebbene il malcostume delle molestie faccia parte dei comportamenti delle fasce maschili egiziane più degradate. Ora i giovani del movimento fanno ammenda, hanno compreso in ritardo d’aver sottovalutato quel pericolo oppure di averlo etichettato politicamente e catalogato come l’altro famoso caso dell’attivista Samira Ibrahim, abusata da medici in divisa all’interno del Museo Egizio della piazza, durante un fermo ai primi di marzo 2011 dopo che Mubarak aveva già lasciato il potere. Insomma si pensava che il machismo sadico fosse opera di poliziotti frustrati, come coloro che mesi dopo picchiarono e spogliarono, sempre a piazza Tahrir, il povero corpo di un’attivista. Non era così.

Tradizione machista

Come in altri angoli del mondo il machismo che mira a fischiare, importunare, toccare le donne che transitano in strada è presente nella sottocultura locale della stessa megalopoli cairota. Episodi rimasti tristemente noti sono narrati anche dallo scrittore Ala Al-Aswani in una  celebre pubblicazione: la gioventù maschile egiziana pratica da sempre molestie sessuali verso il genere femminile. Purtroppo né più né meno del bullismo occidentale, questo non giustifica né l’uno né l’altro e soprattutto diventa inammissibile che un moto di cambiamento sia infestato di simili reati. Le prime a tacere sono state le vittime. Pudore, imbarazzo, sottomissione di ritorno, paura per il futuro le hanno inizialmente bloccate. Gli stessi media locali, che pure avevano raccolto alcune testimonianze,  non hanno insistito come gli attivisti uomini che non volevano infangare il simbolo di Tahrir. Ma proprio quest’ultimi sulla spinta delle manifestanti più coscienti e coraggiose hanno compreso che l’omertà non serve alla causa del nuovo Egitto, oltre ovviamente alla condizione della donna.

Stupro come arma politica

Una teoria elaborata dal novembre scorso e ora apertamente diffusa dai  Socialisti Rivoluzionari è l’ipotesi dell’uso dello stupro quale strumento per allontanare le donne dalla vita pubblica. Un altro volto dei misteri d’Egitto come i baltagheya nella ‘battaglia dei cammelli’, gli agenti infiltrati nelle stragi del Maspero e dello Stadio, l’immagine dell’Egitto mubarakiano che sta sopravvivendo anche per l’immobilismo dell’Egitto attuale. Il dito è puntato sul governo Qandil, sulla gestione islamica che non prende provvedimenti contro gli odiosi crimini, ma anche sulla presunta opposizione di El Baradei-Sabbahi-Moussa. Il cerchio si chiude se si parla delle strutture di sicurezza: polizia, forze armate, intelligence al di là di qualche sostituzione di vertice sono formate dagli stessi uomini di due anni or sono. NOIDUE!Tahrir_puliziegeneraliQuelli che massacravano di botte Khaled Said, abusavano di Samira, picchiavano e spogliavano le attiviste in strada, violentavano anche gli uomini. Non solo praticando torture ai detenuti ma abusando dei cittadini. Una storia diventata di pubblico dominio è quella di un conducente di bus che venne sodomizzato e filmato da due poliziotti, quindi ricattato e umiliato con la diffusione del videotape nel suo quartiere.

I princìpi della violenza

Non stupisce che l’abuso sessuale diventi un’arma politica, assassina come i colpi al cuore che hanno fatto in due anni più di mille martiri. E che si serve degli strati più miserabili per attuare il proprio disegno reazionario. Indagini compiute dai gruppi antistupro individuano le pedine di tale  disegno in una delle aree più degradate di una capitale che conta più di un quarto dell’intera popolazione del Paese. Sono adolescenti e giovani reclutati in località come Nazlet El-Saman, assoldati per molto meno dei picchiatori di mestiere. Ricevono anche un solo dollaro a testa per creare caos, colpire l’immagine della piazza e svuotarla. “La svuotano non solo dalle donne ma della stessa presenza di tanti cittadini disgustati da violenza e viziosità. E’ l’ennesimo livello di boicottaggio di cui si serve il potere dopo aver detto per tutto il 2011 che nella piazza circolava droga” sostengono all’Ong che ha creato l’Harrassmap, iniziativa di lavoro volontario per arginare il turpe fenomeno.

Un’intervista con Manal ci racconta l’Arabia Saudita per le donne

19 febbraio 2013 Lascia un commento

Giorni di silenzio su queste pagine,
giornate intense, passate in una nordica città verso la quale ero molto prevenuta e che mi ha donato emozioni e incontri di una forza incredibile…
giornate che prima o poi vi racconterò, una volta metabolizzate.

Intanto “rubo” dal Corriere Immigrazione quest‘intervista a Manal, donna saudita di cui avevamo già parlato in queste pagine e la cui campagna abbiamo seguito sulla pagina Fb creata qui in Italia… in queste righe ci racconta un po’ di cose…

Manal al Sharif ha 33 anni. È la ragazza saudita che nel 2011 ha lanciato la campagna per il diritto delle donne alla guida. Nel 2012 ha vinto il premio Václav Havel dell’Oslo Freedom Forum. Vive tra Dubai e l’Arabia Saudita.

Lei si considera un’attivista?
«No, sono solo una mamma single che dopo aver combattuto tante battaglie ha iniziato a domandarsi: perché? Ho un alto livello di istruzione, la mia professionalità è riconosciuta, ma sono sempre stata trattata come una minorenne. Ho divorziato, ho un figlio, ho 33 anni, e sono ancora una minorenne. Mio figlio ha 7 anni: tra un decennio, se mio padre dovesse morire, lui diventerebbe il mio guardiano: dovrei chiedergli il permesso per accettare un lavoro o viaggiare. Mi sembra totalmente illogico oltre che ingiusto. Mio padre – mio attuale guardiano – ha fiducia in me, mi permette tutto, ma io devo comunque passare da lui per molte cose: rifare il passaporto, andare in tribunale… ci sono uffici governativi ai quali le donne non hanno accesso, quindi occorre che lui vada per me… e la mia famiglia vive a due ore di volo da dove vivo io! Così, dopo aver passato tutta la vita a lamentarmi per questo stato di cose, ho deciso di agire».

Com’è nata la campagna per il diritto alla guida?
«La storia è questa: io vivo e lavoro in un complesso residenziale all’interno del quale posso guidare l’auto e muovermi a capo scoperto. Se esco di lì però scattano i divieti. Un giorno dovevo andare da un medico in città e ho preso un taxi. All’uscita non ne ho trovato uno che mi riportasse a casa. Mi sono messa a camminare ed è stato un grave errore: erano le nove di sera e non avevo il volto coperto. Sono stata molestata continuamente, un tizio in auto stava quasi per rapirmi, ho dovuto tirargli una pietra per farlo allontanare. Ho iniziato a piangere per la rabbia: perché doveva succedermi una cosa così? Ho la patente e possiedo un’auto! L’indomani ne ho parlato con un collega, il quale mi ha detto che non esiste una legge che vieti alle donne di guidare. È una consuetudine. La maggior parte delle regole che disciplinano la vita delle donne nel mio Paese non sono scritte. Non guidiamo perché la gente non è abituata a vedere una donna che guida. Allora ho pensato: facciamola abituare! Così ho aperto una pagina su Facebook e un account su Twitter e ho scritto: il 17 giugno (del 2011, ndr) ci metteremo a guidare. Le donne avevano tantissima paura, e io volevo dimostrare loro che non avevano niente da temere. Così ho guidato per un’ora in città, filmandomi con una telecamera: nessuno mi ha fermato, né molestato. Poi ho postato il video su Youtube e per questo sono stata messa in prigione. Non per aver guidato, ma per aver usato i social media per “incitare le donne alla guida”. Ho chiesto: quale legge lo vieta? Ho fatto pure causa al governo, ma nessuno mi ha mai risposto…».

Cosa pensano le donne saudite della propria situazione?

«Sono divise. Molte chiedono che venga creata una rete di trasporto pubblico. La prima domanda che una donna si fa, appena trova un lavoro, è: come ci vado? Non esistono autobus, non possiamo guidare, non possiamo andare in bicicletta, non possiamo camminare. Dobbiamo avere un autista o prendere un taxi. E siccome costa molto, chi non se lo può permettere rimane a casa. Un altro aspetto del problema è che le madri spingono i figli maschi a guidare anche se sono minorenni, perché hanno bisogno di uscire e sbrigare le loro faccende. È certificato che la maggior parte degli incidenti automobilistici sono dovuti o ad autisti troppo stanchi (perché dovendo essere sempre a disposizione, lavorano per molte ore, con salari bassi), oppure alla guida da parte di minori. Il mondo cambia, le donne oggi hanno più bisogno di muoversi, ma il governo resta fermo. Allora noi diciamo: ok, va bene, non guidiamo, ma almeno includete nel nostro stipendio un’indennità per il trasporto, oppure forniteci dei mezzi pubblici. Oggi la nostra vita lavorativa è resa impossibile: una mia amica spende due terzi del suo salario per pagare l’autista che la porti avanti e indietro dall’ufficio!».

Non mi pare molto ottimista riguardo al futuro…
«Non lo sono. Abbiamo portato la nostra battaglia avanti per quasi due anni senza ottenere nient’altro che riforme di facciata, varate per accontentare l’opinione pubblica. Il governo non vuole concedere alle donne il diritto alla guida perché non vuole aprire la porta alle vere riforme».

Però nel 2015 le saudite potranno votare: non è una svolta storica?

«E che accade se nel frattempo re Abdallah muore? La sua età ufficiale è di 89 anni, quella ufficiosa di 93. E se chi gli succede cambia idea? Nel mio Paese non esiste ancora un’età minima per il matrimonio: una bambina può essere data in sposa. Se una donna divorzia, il marito si prende i figli. E se lei intenta una causa, che comunque può durare anni, le potrà succedere quello che è accaduto a una ragazza che conosco: l’ha persa perché il giudice ha giudicato negativamente il fatto che lei non avesse il capo coperto. Lo status quo va cambiato. Ma non succederà finché non saranno le donne a farsi motore del cambiamento».

Gabriella Grasso

Potere e controllo operaio: una Grecia da brividi

12 febbraio 2013 2 commenti

Il comunicato che annuncia l’avvio della produzione alla Vio.Me tradotto dalla redazione di Infoaut (siete i mejo):

La fabbrica Vio.Me. (Industria Mineraria) avvia la produzione sotto il controllo dei lavoratori

“Siamo coloro che impastano, eppure non abbiamo pane,
siamo coloro che scavano il carbone, eppure abbiamo freddo.
Siamo coloro che non hanno nulla, e stiamo venendo a prendere il mondo ”
Tassos Livaditis (poeta greco, 1922-1988)

 

NEL CUORE DELLA CRISI, I LAVORATORI DELLA VIO.ME. MIRANO AL CUORE DELLO SFRUTTAMENTO E DELLA PROPRIETA’

Con la disoccupazione che sale al 30%, i redditi dei lavoratori prossimi a zero, stanchi e delusi di paroloni, promesse ed ulteriori tasse, non pagati dal Maggio 2011 e attualmente in rifiuto di prestare la propria manodopera, con la fabbrica abbandonata dai datori di lavoro, i lavoratori della Vio.Me. per decisione della loro assemblea generale dichiarano la propria determinazione a non cadere preda di una condizione di disoccupazione perpetua, ma all’opposto di lottare per prendere la fabbrica nelle proprie mani e di gestirla essi stessi. Attraverso una proposta formale risalente all’Ottobre 2011 hanno affermato la costituzione di una cooperativa operaia sotto il pieno controllo dei lavoratori, rivendicando il riconoscimento legale sia per la loro stessa cooperativa operaia che per tutte le altre che seguiranno. Allo stesso tempo hanno continuato a rivendicare il denaro necessario per mettere in moto la fabbrica, denaro che in ogni caso appartiene ad essi, in quanto produttori della ricchezza della società. Il piano che era stato redatto incontrò l’indifferenza delle burocrazie statali e sindacali. Ma fu recepito con grande entusiasmo dal mondo dei movimenti sociali i quali, attraverso la creazione dell’Iniziativa Aperta di Solidarietà a Tessalonica ed in seguito con iniziative simili in molte altre città, hanno lottato per gli ultimi 6 mesi per diffondere il messaggio di Vio.Me. attraverso la società.

Ora è il tempo del controllo dei lavoratori della Vio.Me.!

I lavoratori non possono più aspettare che lo stato fallito assolva alle sue promesse gratuite di sostegno (anche l’aiuto di emergenza di 1000 euro promesso dal Ministero del Lavoro non è mai stato approvato dal Ministero delle Finanze). E’ tempo di vedere la fabbrica Vio.Me. – oltre che ogni altra fabbrica che sta chiudendo, andando in bancarotta o licenziando i propri lavoratori – riaperta dai suoi lavoratori, e non dai suoi vecchi o nuovi padroni. La lotta non dovrebbe essere limitata alla Vio.Me., affinché essa sia vittoriosa dovrebbe essere generalizzata e diffusa a tutte le fabbriche ed attività che stanno chiudendo, perché solo attraverso una rete di fabbriche autogestite la Vio.Me. sarà capace di prosperare ed illuminare la strada verso una diversa organizzazione della produzione e dell’economia, senza sfruttamento, disuguaglianza o gerarchia.

Quando le fabbriche stanno chiudendo una dopo l’altra, il numero dei disoccupati in Grecia si avvicina ai 2 milioni e la vasta maggioranza della popolazione è condannata alla povertà ed alla miseria dalla coalizione di governo del PASOK-ND-DIMAR, che continua le politiche dei governi precedenti, la rivendicazione di gestire la fabbrica sotto il controllo dei lavoratori è l’unica risposta ragionevole al disastro che viviamo ogni giorno, l’unica risposta alla disoccupazione; per questa ragione, la lotta di Vio.Me. è la lotta di tutti.

Esortiamo tutti i lavoratori, i disoccupati e tutti quelli che sono colpiti dalla crisi ad essere al fianco dei lavoratori della Vio.Me e di sostenere il loro tentativo di mettere in pratica la convinzione che i lavoratori possano farcela senza padroni! Li chiamiamo a partecipare ad una Carovana di Lotta e Solidarietà nazionale che culmini in tre giorni di lotta a Tessalonica. Li esortiamo ad intraprendere la lotta ed organizzare le loro stesse lotte dentro i propri luoghi di lavoro, con procedure di democrazia diretta, senza burocrati. Per partecipare ad uno sciopero politico generale per estromettere coloro che distruggono le nostre vite!

Mirando a instaurare il controllo dei lavoratori sulle fabbriche e sull’insieme della produzione ed organizzare l’economia e la società che desideriamo, una società senza padroni!

E’ il tempo di Vio.Me.. Mettiamoci al lavoro!
Spianando la strada per l’autogestione dei lavoratori ovunque!
Spianando la strada per una società senza padroni!

Iniziativa Aperta di Solidarietà e Supporto alla lotta dei lavoratori Vio.Me.

La Grecia delle lotte contro l’austerità compie ancora un piccolo, grande, passo avanti. Con un comunicato pubblicato l’8 febbraio 2013, gli operai della fabbrica Vio.Me annunciano l’inizio dell’autogestione della produzione. Avevo incontrato alcuni operai della fabbrica questa estate ad Atene durante una delle numerose iniziative di discussione pubblica dedicate alla lotta della Vio.Me.
Nel maggio 2011, la Philkeram-Johnson, azienda leader della ceramica, decide di chiudere lo stabilimento Viomihaniki Metalleytiki di Salonicco, lasciando senza salario più di ottanta operai. Inizieranno giornate di lotta e di sciopero per i dipendenti costretti a sopravvivere con poco più di trecento euro al mese del sussidio sociale. Durante le assemblee operaie, organizzate per fare il punto della situazione, i lavoratori si rendono conto di essere ormai prossimi alla fine del vicolo cieco, in cui la crisi li aveva trascinati, e decidono con il consenso del 98% dell’assemblea di organizzarsi per autogestire la fabbrica. “Vogliamo essere conosciuti e riconosciuti dalla società. Vogliamo che più cittadini possibili siano al corrente degli obiettivi della nostra lotta”, mi avevano detto con una certa preoccupazione gli operai con cui avevo discusso. Il timore era che senza solidarietà diffusa nel territorio dove sorge la fabbrica, e più in generale nella società greca, la lotta per il controllo operaio, e l’autogestione della produzione, non avrebbe vinto.
“Lo stato sta cercando con ogni mezzo di sabotare la nostra lotta. E le alte burocrazie sindacali tentano di bloccarci. Hanno paura di perdere il loro potere. D’altronde se autogestiamo la fabbrica non hanno più motivo di esistere!”,
e così dalla fabbrica di Salonicco parte il tour di sensibilizzazione in giro per la Grecia, sostenuto soprattutto dai movimenti sociali. L’assemblea ad Atene venne organizzata a metà agosto, con la città ancora deserta, sulla terrazza del centro sociale Nosotros che si affaccia su Piazza Exarchia.
Ma già alle ore 21 mancavano le sedie libere! Più di un centinaio di solidali avevano sfidato l’afa e le strade roventi della capitale per ascoltare le parole degli operai della Vio.Me: “siamo convinti che per vivere, e vivere bene, abbiamo bisogno solo di noi stessi e di quello che sappiamo fare insieme! Non abbiamo bisogno dei padroni, dello stato, o del capitalismo per produrre! Sappiamo fare tutto senza di loro!”. Gli applausi scroscianti sembravano diradare la tensione accumulata dai giorni successivi alle elezioni di giugno, dove la salita in parlamento di Alba Dorata, le coltellate e il pogrom istituzionale Zeus Xenio contro i migranti avevano occupato con violenza la scena, già resa tetra dagli ennesimi tagli alle pensioni e alla sanità del governo neoeletto. Ricordo il discorso calmo e determinato con cui un operaio della fabbrica illustrò il progetto di autogestione, e ricordo bene anche la forza delle sue parole, quando spiegava che era tempo di andare anche oltre alla forma di lotta dello sciopero sindacale, per passare immediatamente alla realizzazione della solidarietà tramite l’autogestione e la cooperazione. Dopo circa sei mesi quella forza ha raggiunto l’obiettivo. E in fabbrica si festeggiano le prime giornate di produzione completamente autogestita. E’ primo piccolo, grande, passo in avanti delle lotte in Grecia. L’esperienza di autorganizzazione oltre lo stato e contro la crisi capitalistica in questo caso ha a che fare immediatamente con la produzione. Se fino ad oggi le istituzioni autonome della mutualità e della solidarietà avevano riguardato la distribuzione dei beni di prima necessità e la riproduzione sociale colpita dalla fine del welfare, finalmente la Grecia della dignità e della giustizia sociale sperimenta anche la possibilità del controllo diretto e dell’autogestione dei mezzi di produzione. E’ la prima esperienza nel suo genere, ma possiamo credere che in Grecia potrebbe avere degli effetti virali proprio come nel caso degli ambulatori popolari o di altri comitati di lotta. D’altronde nella penisola ellenica chi pensa ancora che pagare la crisi della finanza globale possa preludere ad una crescita dell’economia accompagnata da un nuovo welfare? Dopo questi anni in cui si sta provando il peso sul proprio corpo dei memorandum della Troika, in che cosa si può avere fiducia se non nelle proprie mani unite a delle altre?
La Vio.Me autogestita risponde chiaramente a questi quesiti ed indica la direzione dell’autogestione e della solidarietà per risolvere il problema. Anche in questo caso dei lavoratori lasciati a campare con le loro famiglie con pochi euro al mese, hanno intrapreso una lotta per fare i propri interessi collettivi, distanti e antagonisti da quelli del padrone e delle elites dell’austerità. Per loro quegli operai, come il resto dei poveri, precari e disoccupati, potrebbero crepare fuori al pronto soccorso di un ospedale perché senza soldi o assicurazione sanitaria, oppure potrebbero far crescere i propri figli malnutriti e senza riscaldamento per l’inverno. A loro non interessa se ormai è comune per una famiglia decidere quali dei quattro membri avranno il privilegio di comprare un’assicurazione sanitaria. No, loro non si preoccupano di ciò, perché si interessano solo dei propri guadagni e del mezzo migliore per aumentarli. Se questo significa anche distruggere vite e condannare a morte tramite disoccupazione e precarietà, è chiaro che fa lo stesso!
La lotta di Vio.Me spezza per la prima volta, sul terreno della produzione, questa storia che fino ad oggi hanno scritto solo i padroni, e apre alle lotte contro l’austerità in Grecia un nuovo orizzonte del possibile. Finalmente i lavoratori fanno i propri interessi collettivi, e decidono come, cosa, perché, e per chi produrre e cooperare. Certo, alla Vio.Me autogestita sanno bene che la loro esperienza per andare avanti non può restare un caso esemplare, ma ha bisogno che ancora altre attività produttive e servizi sociali vengano riconquistati dagli sfruttati. Hanno bisogno che le variegate forme della produzione operaia conquisti autonomia per realizzare quel nuovo passo avanti per cui alla Vio.Me si lotta con determinazione: “uno sciopero politico generale per estromettere chi distrugge le nostre vite”. Uno sciopero generale che non chiede niente a nessuno, ma afferma l’urgenza di sbarazzarsi di quell’egoismo parassitario di pochi, da sempre nemico della vita e della dignità di molti.

Su twitter @fulviomassa che vi consiglio di seguire sempre

Leggi: Grecia, se vi pare normale tutto ciò

I quotidiani che rimuovono lo stupro e la condanna a Tuccia

1 febbraio 2013 11 commenti

Sembro una pazza, sfoglio sfoglio questi due quotidiani che ho davanti e rimango basita.
Io trovo infinite difficoltà a scrivere dopo una sentenza di tribunale, avendo un rifiuto totale per l’impianto giudiziario e ancor di più per quello carcerario: non sono capace a commentare la galera altrui,
soprattutto quando ad andarci sono stupratori, a maggior ragione se vestiti di qualche divisa di stato.
Per noi “contro il carcere” sempre e comunque non è mica facile da gestire una pagina di commento su otto anni di carcere ad un militare che ha lasciato una ragazza in fin di vita, sulla neve abruzzese, in piena notte, a morire là (cosa non avvenuta per un soffio)

La cosa che mi lascia sconvolta, e sfoglio sfoglio questi maledetti due giornali, è che a quanto pare anche il Corriere della Sera e Il Messaggero son così libertari e intrisi di pensieri abolizionisti che non reputano doveroso scriverne o non sanno come farlo.
Ieri si è concluso il processo dello stupro di Pizzoli, contro il soldato Francesco Tuccia
processo discusso e da sempre presidiato da donne di tutta italia,
ieri la colpevolezza del bravo soldatino dal faccino pulito è stata sancita dai loro tribunali
eppure tutto tace.
Tutta questa carta e nessuno si è degnato di mettere nemmeno una breve.
Una breve che raccontasse cosa è accaduto, con quale forza e dignità quella ragazza ha deposto e vissuto tutto il processo,
nessuno nella stampa nazionale (parlo di quel che ho davanti ovviamente) si è degnato di raccontarcelo,
di mettere una foto dell’infinita solidarietà attiva fuori da quel tribunale aquilano. Nulla.

“il colloquio con i prof. si fa da casa via Skype” una pagina di questo c’è sul Corriere della Sera..
di spazio da buttare o riempire un po’ a caso ce ne stava tanto quindi..
uno così inizia a pensare che sia proprio una scelta politica, o no?

Abbiamo dei quotidiani illeggibili perchè intrisi di una cronaca becera e poi certe cose si omettono.
Otto anni per uno stupro selvaggio e mostruoso, effettuato da un soldato dell’esercito italiano,
vengono rimossi, almeno dal quotidiano più venduto d’Italia.
Vergognatevi

Pagine di questo blog che ne hanno parlato
Uomini in divisa, stupratori in divisa
Lo stupro di Pizzoli e le donne del PD di L’aquila
Ci riguarda tutte
Si apre il processo

a piazza Tahrir, sul corpo delle donne

29 gennaio 2013 2 commenti

Come dicevo nel precedente post in questi giorni son riuscita solo a seguire da lontano il susseguirsi degli eventi egiziani,
prendo e ripubblico con piacere invece, un articolo comparso su Sguardisuigeneris che analizza a caldo gli stupri avvenuti a tonnellate in piazza Tahrir e nei vicoli circostanti.
Stupri che parlano chiaro.

I corpi della rivoluzione. Appunti sulle violenze di piazza Tahrir

Non è facile prendere parola, con le notizie che arrivano rapide, numerose e confuse. Vogliamo provare a farlo comunque, denunciando sin d’ora la provvisorietà di queste note. Più che un’analisi, forse, si tratta di un segnale di vicinanza alle donne di piazza Tahrir. Donne i cui volti ci sono diventati familiari, soprattutto attraverso la mediatizzazione massiccia della cosiddetta Primavera Araba e di tutto ciò che ne è conseguito sino ad oggi. Volti sui quali, sin dall’inizio, si sono costruiti significati ambigui, sempre ed eternamente eurocentrici. Volti facilmente traducibili in icone pop del cosiddetto “protagonismo femminile” che trasforma la politica in mero civismo. Per noi, quei volti, sono sempre stati qualcosa più di questo. Quei volti, oggi, sono anche quelli di corpi straziati da una repressione che – come sempre – passa prima di tutto sul corpo delle donne.

Le cronache di oggi, ancora incalzanti e parziali, raccontano di stupri di gruppo ad opera dei contro-rivoluzionari egiziani: gruppetti di uomini che accerchiano una donna in piazza, la molestano, aggrediscono, stuprano. Queste violenze non sono effetti collaterali del caos. Queste violenze non colpiscono le donne perché sono più deboli. Queste violenze non nascono dal nulla.

Queste violenze testimoniano, ancora una volta, che il corpo delle donne viene usato/abusato come terreno politico. Testimoniano che “decidere” delle donne e sulle donne è un atto di violenza politica. Può esserlo a vari livelli. A livello fisico e personale con aggressioni e stupri; a livello fisico e generalizzato con norme che violano la libertà delle donne; a livello verbale con ingiurie e insulti; a livello simbolico con immagini e immaginari e così via. La lista è infinita e non fa che definire gli attributi dello spazio politico in cui le donne si muovono. La violenza del patriarcato non esplode come una tempesta, ma si radica nella società, in Egitto come altrove.

Questi stupri sono parte di quella violenza e come tali vanno combattuti al fianco delle donne. Pare che molti uomini si stiano organizzando per far fronte, insieme alle donne, alle aggressioni di gruppo. Non direi che proteggono le donne – come se la rivoluzione fosse una contesa tra uomini giocata, guarda caso, sul corpo delle donne. Direi che continuano la loro rivoluzione, uomini e donne insieme. Dove le donne sono più colpite, perché sul loro ruolo si gioca la tenuta di un sistema sociale vecchio e marcio o la costruzione di uno nuovo. Questo vale a sud e a nord del mediterraneo.

Laboratorio Sguardi Sui Generis

Di seguito riportiamo la traduzione di un comunicato diffuso da alcune donne sul sito ‘The uprising of women in the Arab world‘:

I nostri corpi non sono campi di battaglia

Con le proteste di questi giorni in Egitto contro i Fratelli Musulmani, stiamo assistendo con grande sdegno al fatto che le donne che protestano vengono picchiate e umiliate nelle strade. Lo stesso identico fenomeno avvenne durante le proteste contro Mubarak e contro l’esercito egiziano.
È interessante osservare come nelle fasi di conflitto politico il ruolo della donna venga ridotto da cittadina attiva a ‘corpo femminile’ aggredito dal regime in carica. Il suo corpo diventa campo di battaglia: una testimonianza della brutalità del regime e dello sfruttamento di quanti vogliono rovesciarlo. La retorica suona così: il regime sta attaccando anche i più deboli, dobbiamo proteggerli!

Comunque è altrettanto interessante notare come la maggior parte di quelli che sono shockati dalla brutalità usata contro le donne durante le proteste non sembrino curarsi della violenza fisica, sessuale e psicologica con cui le donne del mondo arabo si ritrovano a fare i conti ogni singolo giorno della loro vita.

Essere scandalizzati per la brutalità di un regime contro i suoi cittadini e cittadine è fondamentale; è irrilevante che la vittima sia un uomo o una donna, dovremmo denunciarla allo stesso modo. Ma dov’è lo stesso sdegno per quanto riguarda le leggi nazionali che tollerano i crimini ‘d’onore’, lo stupro,  le molestie sessuali, la violenza domestica e la mutilazione degli organi genitali femminili?
Queste leggi stanno sopravvivendo ai cambi di regime politico, sono avallate dai precetti religiosi e trascurate da quelli laici.

La secca conclusione è che le donne vengono continuamente sfruttate per le cause politiche ma quando si tratta dei loro diritti vengono lasciate indietro. Stiamo assistendo al ripetersi di questo fenomeno continuamente in tutto il mondo arabo e oltre.

Donne e uomini dovrebbero avere gli stessi diritti e doveri, nel bene e nel male. La lotta per avere più giustizia e più libertà non fa distinzione tra i generi. È tempo per noi donne di prendere in mano il nostro destino, di imporci come cittadine allo stesso modo degli uomini, senza distinzione.
Nessuna distinzione quando si tratta di prendere parte ad una rivoluzione, nessuna distinzione quando si tratta di mettere in pratica i nostri diritti e le nostre libertà pubbliche e private in ogni giorno della nostra vita.

I nostri corpi non sono campi di battaglia.

Oscar Fioriolli, stupratore e torturatore di Stato ai domiciliari: ma per corruzione

8 gennaio 2013 4 commenti

Aprendo il Corriere della Sera online, di nascosto, dalla mia postazione a lavoro leggo: APPALTI PER LA POLIZIA, 8 ARRESTI…
nel leggere le pochissime righe che ci raccontanto quest’operazione anti corruzione si legge ancora:

IL PREFETTO FIOROLLI – Tra i destinatari delle ordinanze di custodia cautelare c’è anche l’ex direttore delle specialità della polizia, il prefetto Oscar Fiorolli, direttore Centrale Risorse Umane del dipartimento Pubblica Sicurezza. Nei confronti del quale sono stati disposti gli arresti domiciliari

Basta una rapida ricerca su Google per capire che forse c’è un errore di battitura, visto che di Oscar Fiorolli in polizia non se ne trovano, mentre si trova facilmente il PREFETTO OSCAR FIORIOLLI. (quello con una “i” in più)
TORTURATORE DI STATO,  colui che interrogò Elisabetta Arcangeli con un manganello nella vagina e tirandole i capezzoli con una pinza, nella stanza accanto a quella in cui torturavano il suo compagno,
che sentite quelle urla ha parlato, dicendo dove si trovava Dozier.
Proprio un brav’uomo di Stato: uno stupratore in divisa, torturatore patentato.
Ora ai domiciliari per corruzione…
ma ricordatevi che grazie all’Avvocato Francesco Romeo è stata chiesta la revisione del processo Triaca, che se verrà accoltà riaprirà a livello giudiziario una delle pagine più buie della storia d’Italia.

Quando vi dicevo “ricordatevi il nome di Fioriolli” eh!

CHI E’ OSCAR FIORIOLLI: LEGGI la BIOGRAFIA DI UN TORTURATORE
Richiesta revisione del processo : LEGGI
LEGGI: Cercando Dozier dentro una vagina

Karoshi: lavoro e suicidio in Giappone. (Mejo i Maya)

20 dicembre 2012 1 commento

Arrivare a lavoro,
con la fretta di chi comunque sceglie il 4° ritardo del mese pur di bere un caffè come si deve e non quello della macchinetta automatica, dal sapore unico dal tasto 11 al 36, con o senza zucchero che sia.
Arrivi a lavoro, inserisci 5 password diverse in altrettanti programmi che oltretutto si impallano, vanno a rilento, hanno la rotella che gira gira gira,
poi guardi tutti gli altri in sala e dagli sguardi potresti far la mappatura degli orari; quello che ha attaccato alle 6, quello che fa la settimana dall’orario lungo ma con ben 2 OH DICO DUE giorni di riposo attaccati.
Insomma, arrivi a lavoro e ti accorgi che il solo Dio in cui puoi credere si chiama NON lavoro, e gira abbracciato e un po’ brillo alla LIBERTA’.

Insomma, entri qui e il “non mi avrete mai come volete voi” si tatua nel tono di voce, nel buongiorno, si scioglie nel caffè fasullo che tanto prima o poi nell’arco del turno andrai a bere.
Ma entrare a lavoro e, di nascosto ovviamente, leggere quest’articolo sul Giappone, ti apre proprio un mondo.
Mamma mia oh! Per solidarietà ai lavoratori e alle lavoratrici giapponesi oggi non produco proprio un cazzo per l’azienda. No, no.

Morire di Lavoro in Giappone
Di recente sono stato a Bruxelles e in ostello ho incontrato dei giapponesi in vacanza. Quando ho sentito Sayaka—la mia nuova amica giapponese—rispondere sommessamente a telefono alle 4 di mattina e scivolare fuori dal suo letto per dirigersi nella sala computer, al piano inferiore, mi sono incuriosito. Era una talpa che teneva sotto controllo gli ospiti per conto dei proprietari? Forse contattava i suoi genitori a tarda notte perché non si sentiva a suo agio usando internet alla luce del giorno?

Niente di tutto questo. Come poi ho scoperto, quella era l’unica vacanza che Sayaka si fosse presa in tutto l’anno, e le puntatine mattiniere alla sala computer servivano a finire un lavoro “urgente” per il suo capo—in poche parole, un modo abbastanza schifoso di trascorrere le vacanze. Ma di sicuro è meglio delle 16 ore al giorno di lavoro che l’attendono al rientro a casa.

La situazione di Sayaka non è rara; nelle principali città del Giappone, un’enorme quantità di persone ha un rapporto distruttivo con il lavoro, e molti decidono di condannarsi a una morte prematura. Questo fenomeno sociale ha un suo termine preciso, karoshi. Non si tratta dello sfruttamento lavorativo in fabbrica o di incidenti nei cantieri. Il termine indica esattamente le morti dei lavoratori di grandi aziende, per lo più dovute a ictus, infarti o suicidi dopo aver lavorato oltre il limite.

Quest’anno, il suicidio della 26enne Mina Mori è stato riconosciuto come karoshi dopo che un’indagine aveva svelato che la ragazza faceva 140 ore di straordinario ogni mese presso un ristorante della popolare catena Watami. I dipendenti di numerose aziende sono tenuti ad adottare una cultura del lavoro che sta distruggendo le loro vite.

Il fenomeno del karoshi è stato identificato alla fine degli anni Sessanta, quando un ragazzo occupato nel reparto spedizioni del principale quotidiano giapponese morì di ictus (fatto un po’ insolito, per un 29enne), e la gente comprese che l’esagerazione dell’orario di lavoro poteva avere effetti negativi sull’organismo. Incredibilmente, la notizia sorprese tutti. Da allora, i casi di karoshi si sono trasformati in implacabili battaglie tra i membri della famiglia del defunto, decisi a dimostrare che la causa della morte è il troppo lavoro, e la società datrice di lavoro, che fa del suo meglio per mettere a tacere la cosa.

Gli interinali costituiscono circa un terzo della forza lavoro giapponese, il che significa meno paga e quasi nessun diritto, anche dopo anni di lavoro nella stessa azienda. L’impiego fisso è una reliquia del passato ormai sepolta. Jake Adelstein ha trascorso 12 anni in Giappone come primo giornalista non-giapponese del quotidiano Yomiuri Shinbun, lavorando faticosamente per giorni e notti, interrotte da pochissime ore di sonno.

Aokigahara, la foresta dei suicidi

Come mi ha detto, “Una delle cose che contribuisce alle pessime condizioni all’interno delle aziende giapponesi è la forte presenza di agenzie di lavoro interinale. Se qualcuno sta all’interno dell’azienda per più di cinque anni si suppone sia destinato a un posto fisso, ma nella realtà accade che raggiunto quel traguardo, il dipendente viene licenziato. Questa promessa di lavoro a tempo indeterminato o di lavoro vero viene sventolata davanti ai suoi occhi, e poi strappatagli in un colpo, come un tappeto da sotto i piedi”.

Dato che la gente ha bisogno di nutrirsi e pagare l’affitto, il contesto di precarietà è diventato la norma, con aziende particolarmente inclini allo sfruttamento—conosciute con il nome di “Aziende Nere”—capaci di condurre i propri dipendenti alla rovina a forza di farli lavorare. Nel timore costante di essere sostituiti da un momento all’altro, i lavoratori hanno sviluppato la capacità di assecondare i superiori, facendo straordinari folli non retribuiti e persino contraffacendo l’ammontare di ore di lavoro registrate per tenere l’azienda fuori dai guai. È stato Jake a spiegarmi la situazione, aggiungendo:

“Al lavoro avevamo due registri. Su uno inserivamo le ore effettivamente svolte, mentre l’altro seguiva gli standard. Parte del nostro dovere come lavoratori notturni era organizzare l’orario di lavoro di tutti. Si poteva lavorare per una settimana intera senza giorno libero, e alla fine, invece di segnare tutte le ore, si annotavano semplicemente quelle dovute, aggiungendo giorni di vacanza per il resto.”

“C’è tutta una tradizione che prevede il non registrarsi durante gli straordinari e di lavorare senza paga extra. Dipende molto dai costumi tradizionali—c’è ancora l’idea che gli anziani abbiano la precedenza. In molti casi, lasciare l’ufficio prima di una persona più anziana è tuttora considerato scortese o sconveniente.”

Un hotel a capsule, per chi non riesce a passare la notte a casa.

Ovviamente tutto questo lavoro lascia poco tempo per le altre cose di cui la gente ha bisogno per non trasformarsi in disperate bombe umane pronte a esplodere al minimo rumore. Mi riferisco a cose come socializzare, passare del tempo con la famiglia e dormire più di due ore a notte. Gli hotel a capsule esistono semplicemente perché un’enorme quantità di gente sostiene che abbia più senso dormire in bare imbottite, impilate l’una sopra l’altra, piuttosto che prendere il treno per casa dopo aver lavorato sino alle prime ore del mattino.

Jake mi ha spiegato: “Il problema è il circolo vizioso in cui si entra: vivi in periferia, il tragitto è lungo, ti sposti su un treno affollato e arrivi in ufficio già stanco perché sei stato in piedi tutto il tragitto. Poi lavori sino alle 23:00 o le 00:00, vai a casa con lo stesso treno affollato, e non puoi stare sveglio né rilassarti perché il giorno dopo devi lavorare. Sopporti una continua privazione del sonno, e vai avanti per inerzia.”

“Una delle ragioni per cui il Giappone ha un tasso di natalità e matrimoni così basso è che, se la gente passa tutto il tempo in ufficio, finisce per non avere una vita privata. Come si fa a coltivare i rapporti? Come si fa a incontrare qualcuno, uscirci e avere una storia? Finisce che la tua vita ruota intorno al lavoro. Il tuo lavoro è la tua vita, questo è tutto ciò che sei”.

“Se non sei sottoposto a un ritmo di lavoro intenso, schiavo dell’alba e vittima della privazione del sonno, con ogni probabilità i colleghi e il capo ti accuseranno di non lavorare abbastanza. Per questo a volte è importante mantenere l’aspetto di un esaurito, dell’emarginato che saresti se facessi il tuo lavoro fino in fondo.”

“Se non hai lavorato per ore, cerchi di apparire come se lo avessi fatto, dai l’impressione di soffrirne molto. Questo aspetto sembra avere più valore di un compito svolto bene. Devi sempre sembrare stanco, anche se non lo sei.”

Un manuale del suicidio.

Il Giappone registra uno dei più alti tassi di suicidio al mondo, fatto che conferma come una grande quantità di giapponesi stia passando un momento estremamente di merda, per molti dovuto principalmente al lavoro. Nel 2009, il numero totale di suicidi è aumentato del due percento, toccando i 32.845 casi, ovvero, sostanzialmente, 26 suicidi ogni 100.000 persone. E nei 2.207 suicidi legati all’impiego del 2007, il motivo più comune era il troppo lavoro. Del resto, quando un Paese nomina un bosco “la Foresta dei Sucidi” e vende ogni anno un alto numero di manuali del suicidio, le statistiche di questo tipo non appaiono poi così scioccanti.

Come mi ha spiegato Jack, il libro in questione descrive situazioni comuni a un gran numero di giapponesi: “È stata un’altra pessima giornata in ufficio, il lavoro si è accumulato e tu sei in ritardo sulle bollette. Non stai dormendo, sei stanco e ti devi alzare alle 06:00 e fare i 90 minuti di strada per arrivare al lavoro. Stai per passare tutta la notte in ufficio per l’ennesima volta—e lo farai più e più volte. Non sarebbe bello andare a dormire e non svegliarsi più? Dormire davvero?” È facile intuire la presa che queste parole hanno sul gran numero di persone le cui vite sono consumate dal lavoro.

Nel parlare con Sayaka, in ostello, non ho potuto fare a meno di notare un barlume di soddisfazione quando ho espresso la mia indignazione per le sue giornate di lavoro di 16 ore. Questo unico barlume conferma solo che la linea di demarcazione tra lo sfruttamento e il rispetto guadagnato con lunghe ore di lavoro sta su una linea estremamente sottile, tra un corpo che rinuncia a te o tu che decidi di rinunciare al tuo corpo. Sayaka è giovane e pare che la questione dei diritti del lavoro stia lentamente migliorando, quindi spero che questo  processo guadagni terreno velocemente—altrimenti, il suo ingenuo entusiasmo potrebbe facilmente essere portato sino al limite.

Di Sam Clements

LEGGI:
– Mirafiori e la dialettica del Sanpietrino
Il lavoro è sfruttamento Il lavoro salariato, Karl Marx
Il lavoro giusto per me
Il lavoro non si festeggia, si abolisce

Perché coprire quei corpi?

18 dicembre 2012 5 commenti

Ringrazio l’articolo che pubblico qui sotto, ringrazio la donna che l’ha scritto perché mi ha messo a conoscenza di una cosa che non conoscevo,
e perché ha usato le mie parole, i miei pensieri,
ha avuto le mie stesse reazioni.
E’, quella raccontata qui, un’azione che non comprendo,
dalla quale con facilità politica, di genere e “a pelle”, prendo le distanze: le prendo con il mio corpo, il mio corpo di donna, nudo anche …soprattutto se la cosa vi infastidisce.
Il mio corpo  sì, quello che vorrei decidere io come usare.
Io.
E così le mie compagne, amiche, sorelle, figlie.
E le parole di questa donna, che ha anche lavorato col suo corpo per tirar su due lire in più, dovrebbero insegnare molto a quei compagni che coprivano con i loro giubotti i corpi  di alcune ragazze “cubiste”.
Ma dove siamo arrivati?
Ma le abbiamo interpellate? o abbiamo deciso che in quanto “oggetti” potevano essere sovradeterminate da qualunque azione?
Poi magari sullo stesso marciapiede polizia o vigili urbani facevano una delle solite retate anti immigrazione, con sequestri di merce e multe da capogiro, e magari anche una vacanza gratuita in Centri di Identificazione ed Espulsione.
Non so, rimango basita.
Dei compagni che coprono le cosce di chi ha scelto di lavorare in una vetrina, senza prendere in considerazione che dietro delle cosce c’erano delle teste,
senza comunicare nulla a loro ma rendendole ancor più OGGETTO.
Brutta, brutta iniziativa.
Ne sarebbero orgogliosi salafiti vari, quelli che le compagne egiziane e tunisine combattono strada per strada: la fratellanza musulmana potrebbe donare dei seggi al Cairo.

Il primo che me copre una coscia lo pisto.
VI INCOLLO IL TESTO E LE IMMAGINI: TRATTE DA abbattoimuri

[LEGGI ANCHE
IL CORPO DELLE DONNE E’ DELLE DONNE
“NON AMO I TUTORI, ANCHE SE COMPAGNI“]

Su Facebook mi segnalano questa nota con relativa discussione e commenti che se volete potete leggere. Da lì viene il comunicato e le immagini che riporto in basso.

C’è un negozio – a Napoli – che vende elettronica e che per farsi pubblicità ha scelto di realizzare una vetrina munita di ragazze/cubo ballereccie che di certo non passano inosservate. Non so se prima si fossero lamentate o abbiano dato segni di rivolta compagne, femministe, ma mi fa specie che un gruppo di ragazzi, compagni, da ciò che leggo, decidano di andare a “salvare” queste donzelle in pericolo anche se non l’avevano chiesto, o almeno non mi pare di leggerlo da nessuna parte, e anche se probabilmente per quel mestiere venivano pagate.

Perché mai questi ragazzi non hanno coinvolto un collettivo femminista per decidere se quella fosse la cosa giusta da fare? Perché mai la protesta scelta è stata di coprire alla vista dei e delle passanti i corpi delle ragazze? Sapete che così avete detto alle ragazze che erano indecorose e moralmente reprensibili? Avete chiesto alle ragazze che ballavano cosa ne pensavano? Ma non si usa più che le battaglie passano per l’autodeterminazione dei soggetti coinvolti? Siamo ai piani salvifici e paternalisti? Alle colonizzazioni? Alle soluzioni imposte?

Ho fatto la ragazza/cubo molti anni fa per campare, come terzo lavoro, e se fosse venuto qualcuno a coprirmi facendomi sentire una specie di svergognata grata per tanta generosa attenzione da parte di un salvatore qualunque io gli avrei dato il tacco con la zeppa in faccia.

Avrete avuto tutte le migliori intenzioni ma vi giuro che mai una iniziativa di compagni mi è sembrata tanto inopportuna e offensiva nei confronti delle donne e se questo genere di iniziative vengono perfino percepite come positive io credo che la deriva scivolosa che sta assumendo questa cosiddetta battaglia moralista rispetto ai corpi delle donne sia arrivata al limite.

Questa azione andava fatta pressappoco così, se si voleva fare.

1] Bisognava coinvolgere le compagne, antisessiste, e le ragazze e chiedere se si sentivano sfruttate, se avevano scelto, se erano pagate poco, male, in nero, con contratto regolare o chi lo sa. Perché è possibile che avessero delle richieste da fare ma forse riguardavano tutt’altro. Magari migliori condizioni contrattuali, per esempio.

2] Avuta notizia della condizione di sfruttamento bisognava che le compagne svolgessero, forse, un presidio disturbante, un volantinaggio, ché se interrompi gli affari di una impresa privata comunque devi saperlo che ti becchi una denuncia, ma non è quello il punto. Il punto è che tutto avreste dovuto fare meno che coprire le cosce di queste ragazze perchè loro non erano la cosa sporca da cancellare dalla vista dei benpensanti.

3] Le compagne avrebbero simbolicamente potuto coprire, per operare un rovesciamento di senso, un subvertising, le televisioni, la merce, perchè giudicata immorale, o avrebbero potuto inscenare un balletto in quel marciapiede per non fare sentire sole le ragazze, mostrando una solidarietà vera e non prurigginosa e paternalista.

E tante altre cose si sarebbero potute fare ma tutte, sempre e comunque, ricordando che non si può salvare qualcun@ che non vuole essere salvat@ o che non sembra essere assolutamente in condizioni di pericolo. Che le lotte si fanno a partire da se’ e che ci si salva da sole se si vuole senza bisogno di “tutori”, inclusi quelli antagonisti.

In questo senso vorrei chiedere chi ha fatto peggio tra il venditore e i compagni perché mi pare che entrambi abbiano usato quei corpi, il primo chiedendo si spogliassero per vendere e i secondi coprendoli e poi facendo caciara in nome della difesa della dignità delle donne.

Il punto è che le donne non sono merce, è vero, ma non lo sono neppure in senso lato, neppure per accreditare azioni che personalmente giudico lesive del diritto all’autodeterminazione di ciascun@ perché vorrei capire dove sta la differenza tra questa azione, in termini simbolici intendo, e un bombardamento in Afghanistan in nome delle donne.

Comunque eccovi il loro comunicato e le immagini e per un aggiornamento leggete QUI.

>>>^^^<<<

VERGOGNA!! Il corpo delle donne non è una merce da mettere in vetrina!

E’ questa l’idea di lavoro che ha in mente per i giovani il noto megastore di elettronica di piazza Quattro Giornate “Dino Galiano”? Erano ormai giorni che passando per piazza Quattro Giornate si assisteva al triste spettacolo di nostre coetanee ridotte a “merce animata”, messe in una vetrina a ballare in abiti corti e provocanti, per far vendere qualche televisore di più. A tutto questo come ragazzi del quartiere riuniti nel collettivo “Zona Collinare in Lotta” abbiamo deciso di dire basta. Intorno alle 19,30 di oggi martedì 14 dicembre, abbiamo messo in scena una protesta.
Con i nostri giubbotti abbiamo oscurato il degradante spettacolo. Da subito si è radunata una piccola folla di passanti che ci ha manifestato tutto il proprio appoggio. Applausi e urla di disapprovazione verso Dino Galiano hanno fatto subito comprendere allo store che la festa era finita. Tutti i clienti sono stati fatti uscire in fretta e furia e le serrande abbassate. Inutile sottolineare come subito dalla vicina caserma si siano precipitati un po’ di carabinieri a dar manforte ai gorilla di Dino Galiano che con modi a dir poco intimidatori cercavano di allontanarci dalla pubblica via.
E’ meglio che Galiano così come tutti gli altri padroni, capiscano che nel nostro quartiere non c’è posto per chi, in nome del profitto, vuole speculare e mercificare sul corpo delle donne!

Zona Collinare in Lotta

Pubblicato anche su Femminismo a Sud.

Ad un ragazzo, ucciso a 15 anni dall’omofobia.

22 novembre 2012 28 commenti

A 15 anni non puoi prendere una sciarpa, legarla al tuo collo e appenderti.
Non puoi, cazzo, preferire la morte ad un futuro, un qualsiasi futuro.
E invece lui ha deciso che non ce la poteva fare,
che non poteva più sopportare le umiliazioni costanti che il suo corpo, la sua testa, i suoi desideri subivano costantemente,
senza alcuna possibilità di difesa.
Perchè non si hanno molte armi quando già sei circondato da una normalità che non accetti e non senti tua,
perché non è possibile pensare di poter combattere da soli l’esclusione totale.
Magari perché ti vesti di rosa, vuoi lo smalto alle unghie,
sei semplicemente omosessuale, e il mondo intorno a te invece è bello maschio,
turgido e macho...
e capace di creare pagine Facebook dedicate a te, a te che ti piace il rosa, a te “che sei un frocio”.

E penso che colpevoli di questa morte agghiacciante, che mi lascia annichilita,
siano i genitori TUTTI dei suoi compagni di classe.
Mio figlio non ha ancora 3 anni, eppure quello su cui fatico tantissimo, da quando il linguaggio è finalmente un mondo che lui può provare a destreggiare,
è proprio lo smontare gli aggettivi, le parole, i giudizi.
E allora quando facciamo la lotta, niente “cicciona” (anche perchè so’ mezza tisica), niente “brutta”…niente di tutto ciò.
Perchè, gli dico, i ciccioni son belli, son simpatici, sono amici cari cari e dolci come gli altri.
Perché cicciona e brutta fra un po’ saranno “frocio” “puttana” “lesbica”.
Io DEVO smontare tutto ciò dentro mio figlio, mio figlio che cresce e studia in una sottoproletaria periferia romana,
fatta di un lessico molto pesante, ma anche di migranti, di transessuali, di “diversi” di ogni genere.

I colpevoli della morte di Davide (non è il suo vero nome), che potrebbe essere figlio di ognuna e ognuno di noi, sono quelle mamme e quei papà che hanno reso i loro maschietti virili machi (non escludo certo le femmine, che avranno messo il loro carico da 90 così come i loro compagni di scuola cum penis) , che non hanno mai lavorato sul linguaggio e gli atteggiamenti escludenti e coatti, che magari hanno cresciuto i loro bambini con parole tipo “guarda quello pare frocio”, “hai visto che checca impazzita?”.

Ecco, la checca impazzita s’è impiccata che aveva 15 anni.
E mi chiedo come possano stare quelle mamme e quei papà che avranno riso a tavola quando i loro goliardici figli raccontavano a casa che “sai che oggi quel frocio de Davide portava lo smalto?”.

Io voglio che tutto ciò venga distrutto.
Distrutto, sì.
Voglio che mio figlio possa decidere che maschio diventare,
voglio che mio figlio impari che ogni suo desiderio sessuale è lecito, se non lede nessuno,
voglio che mio figlio vada a giocare a calcio coi super maschi di scuola,
e magari vada ad imparare come si abbinano i colori dall’effemminato, dal “femminiello”,
voglio che sappia che un bambino su 4000 nasce intersessuale e quindi tra le gambe e dentro il DNA ha un patchwork di sessi che si determineranno strada facendo.

Voglio poter raccontare a mio figlio che una volta in questo paese gretto e schifoso c’erano 15enni che si dovevano impiccare con una sciarpa, perchè troppo veri, troppo belli, troppo strani per essere accettati dalla normale mediocrità escludente.

Ciao piccolo uomo bello,
la terra sarà lieve, come non lo è stata la tua adolescenza.
Mi piacerebbe stringerti forte,
mi piacerebbe sapere che combatti ancora per essere quel che vuoi.

 

Da un minatore, ad un sindaco piegato al padronato

18 novembre 2012 3 commenti

Pubblico una lettera del carissimo Antonello Tiddia, minatore del Sulcis che ho avuto modo di conoscere nella sua bella terra.
Minatore sardo, incazzoso e in lotta,
sempre pronto a difendere la sua terra, il suo lavoro, i suoi ideali,
contro la violenza padronale.
[QUI il racconto della giornata]

Caro Sindaco ,
del comune di Carbonia le scrivo in base alle sue dichiarazioni sui fatti di martedi 13 , “Condanno fermamente gli atti di violenza”.
Quindi condanna gli scontri che si sono avuti tra le lavoratrici,i lavoratori, i cassintegrati , i disoccupati e gli studenti con le forze dell’ordine . Questo nella vecchia miniera di Serbariu di Carbonia, in concomitanza con la venuta nel Sulcis dei ministri Passera e Barca. Per Passera e i suoi compari la disoccupazione, lo smantellamento dell’apparato produttivo, la precarietà non sono affatto una priorità: sono soltanto i soliti indecenti argomenti di recitazione tipici di chi va a rendere visita a un ammalato che si desidera spacciato: una passerella in abito di circostanza con le più fantasiose promesse di guarigione. In realtà si occupano di debito pubblico, di spread, di liquidità delle banche, di scudi salva-stati, di fiscal compact, di pareggio di bilancio e di spending review, ma nell’interesse di chi ne è responsabile piuttosto che nell’interesse di chi ne è vittima: cioè nell’interesse del mercato finanziario e nella cura delle sue convulsioni. Il loro compito è soddisfare gli appetiti famelici di un branco di banchieri, di finanzieri, di speculatori e di ricchi.
In ogni modo e a ogni costo.
Come lei forse non sa i lavoratori avevano capito che non avevano portato niente di utile al tavolo e  si sono leggermente incazzati e hanno bloccato le uscite della miniera. A quel punto sono arrivati gli elicotteri per portare via quei pagliacci di ministri. Per i lavoratori la manifestazione era finita lì, perché avevano dato il messaggio che non è più il caso di venire a prendere per il culo la gente! Stavano già decidendo di andare via quando a qualcuno è venuta la brillante idea di dare l’ordine di sparare i lacrimogeni (ad altezza d’uomo)e da li sono nati i grossi scontri.
Quindi mi aspettavo da parte sua la solidarietà alle lavoratrici ed ai lavoratori sardi . Invece da buon servo e suddito ha condannato gli scontri con le forze dell’ordine , per ingraziarsi le simpatie dei poteri forti . Io e lei nel futuro saremo agli antipodi, lei con i padroni , io con i lavoratori e con le fasce più deboli .

ANTONELLO TIDDIA OPERAIO CARBOSULCIS

L’aria che si respirava con l’arrivo di Passera

I minatori del Carbosulcis

Sciopera, lotta, blocca, riprenditi TUTTO! #14Nit

14 novembre 2012 2 commenti

A Roma per ora una sola cosa è più che palese: le piazze gentilmente richieste alla Questura sono mezze vuote…i cortei spontanei, non autorizzati e molto determinati stanno bloccando la città in più punti.
Mobilitazioni e focolai di desiderio di rivolta spuntano come funghi,
a Piazza Esedra un po’ de bandierine che attendono che gli studenti arrivino.

Il desiderio è palesato: le strade son nostre, non le chiediamo a nessuno,
E andiamo dove vogliamo !

Daje! To dromos! Tutti per la strada! Toma la calle!
Riprendiamoci quel che c’hanno tolto, con gli interessi!

 

#14N un sciopero “per udire i passi del tiranno che se ne va”

13 novembre 2012 3 commenti

Ringrazio la bella Slavina per questo dono,
ringrazio la mia cara Slavina perché ha permesso a queste righe di entrare dentro di me con la forza di una slavina vera e propria, come solo Goliarda  Sapienza sa fare.

E allora grazie ancora e leggete il suo blog ( e il suo libro!!),
e soprattutto: DOMANI NON LAVORATE, INCROCIATE LE BRACCIA, SCENDETE IN PIAZZA, STRAPPATE IL FUTURO A MORSI.

SCIOPERO GENERALE, SCIOPERO EUROPEO,
TUTTI INSIEME CONTRO IL CAPITALE, LO SFRUTTAMENTO, I PADRONI

fotografia di Willy Ronis: 1938, occupazione della fabbrica Citroen-Javel. Rose Zehner arringa le compagne

Sciopero

Voglio uno sciopero dove andiamo tutti.
Uno sciopero di braccia, gambe, di capelli,
uno sciopero che nasca in ogni corpo.
Voglio uno sciopero
di operai di colombe
di autisti di fiori
di tecnici di bambini
di medici di donne.
Voglio uno sciopero grande,
che raggiunga anche l’amore.
Uno sciopero dove tutto si fermi,
l’orologio le fabbriche
il personale i collegi
l’autobus gli ospedali
le strade i porti.
Uno sciopero di occhi, di mani e di baci.
Uno sciopero dove non sia permesso respirare,
uno sciopero dove nasca il silenzio
per udire i passi del tiranno che se ne va.

(Gioconda Belli – tratta da un articolo del blog di Coral Herrera Gomez e tradotta da Silvia Corti)

Ikea alza bandiera bianca online ;-)

11 novembre 2012 3 commenti

Tratto da Infoaut
[
leggi anche I manganelli IKEA si trasformano in licenziamenti]

Ikea alza bandiera bianca e decide di chiudere il sito “spazioalcambiamento.it”, oggetto negli ultimi giorni di un’azione di detour collettiva e spontanea nata in rete. Il motivo? Un attacco hacker. Mai avvenuto.

altLa vicenda è nota. Il portale promozionale di Ikea “spazioalcambiamento.it” negli ultimi giorni era stato preso d’assalto da migliaia di persone, infuriate per i 107 licenziamenti messi in atto dall’azienda svedese dopo gli scontri avvenuti al polo di Piacenza. Il dirottamento dell’hashtag#spazioalcambiamento aveva radicalmente trasformato i connotati della pagina: da vetrina in cui i clienti avevano la possibilità di esprimere le loro idee sui prodotti, a manifesto dove esprimere indignazione e solidarietà nei confronti della lotta dei lavoratori. E come se non bastasse anche la pagina Facebook della multinazionale era stata inondata da un fiume di insulti e vibrate proteste, arginato a fatica dagli amministratori con una censura sistematica dei commenti negativi.

Ikea aveva provato a correre ai ripari utilizzando il più classico degli stratagemmi: la creazione di qualche decina di bot, ovvero account Twitter falsi, creati appositamente con l’intento di ridare una curvatura positiva ai messaggi collegati all’hashtag #spazioalcambiamento. Ma di fronte al montare della protesta in rete non c’è stato nulla da fare. E nel tardo pomeriggio di oggi sull’homepage di spazioalcambiamento.it campeggiavano queste poche laconiche frasi:

«Questo sito ha subito un attacco informatico da parte di hacker. Siamo perciò costretti a oscurare queste pagine per tutelare la privacy di tutte le persone che avevano lasciato la loro idea sul cambiamento.
Grazie a tutti i contributi.
IKEA Italia»

altUna panzana bella e buona per tamponare il danno di immagine subito dall’azienda, dopo che la notizia aveva assunto rilevanza nel circuito mainstream. Infatti, se anche il sito della campagna Ikea fosse stata oggetto di un non meglio precisato “attacco hacker”, i dati personali di quanti vi avevano partecipato non sarebbero stati in alcun modo compromessi: i messaggi sulla timeline a forma di alveare provenivano interamente da profili twitter pubblici.

L’ingenuo ricorso ad una delle figure più abusate nella nostra epoca di moral panic (quella dell’hacker sbucato dal nulla che mette in pericolo la privacy di utenti ignari ed indifesi) è semmai segno della totale mancanza di una policy di comunicazione a cui ricorrere nei momenti di crisi: detta in altro modo, lo staff di Ikea, non sapendo come giustificare la chiusura del sito – e non volendo assumersene la responsabilità – ha preferito dire le bugie. Pessima idea. O come si dice su Twitter #epicfail. Gli sberleffi sui social network già si sprecano. E quella crepa all’immagine, che l’azienda sperava di tamponare, sembra allargarsi sempre di più.

Keep calm and hack Ikea 😉

InfoFreeFlow (@infofreeflow) per Infoaut

Ieri 3 piazze a Roma: la più partecipata? Il Flash Mob in stile coreano!

11 novembre 2012 4 commenti

Piazza del Popolo, due anni fa

Bisogna prendere atto di quel che accade.
Bisogna prender atto sì, che non vuol dire rassegnarsi, però almeno contestualizzare la propria esistenza, i propri desideri di ribellione,
quella folle convinzione che una condizione sociale ed economica come quella che viviamo porti inevitabilmente ad uno scontro di classe,
ad un’alzata di testa.
E nella storia, anche quella del nostro buon vecchio Novecento, abbiamo visto che ad alzare la testa son le classi subalterne e sfruttate,
e sono i giovani, gli studenti, coloro che hanno tutto il desiderio e il diritto di vivere e costruire una società diversa,
adatta ai loro bisogni e ai loro desideri.

Ma a quanto pare bisogna mettere in conto altro.
A quanto pare abbiamo avuto, noi compagni, la superficialità e la spocchia di non prendere in considerazione una cosa come questa.
Che nasce spontanea e autorganizzata come dovrebbe esser la rabbia e il desiderio di altro,

Sono 30.000 persone, il doppio di quelle previste: a riempire Piazza del Popolo in una giornata in cui Roma era divisa tra due importanti appuntamenti.
Uno, da tempo organizzato, tutto loro: un imponente corteo in difesa della scuola, che aveva come obiettivo quello di assediare il Miur per avvertire che ulteriori tagli all’istruzione non potranno essere accettati.
Un altro appuntamento, un presidio antifascista, contro una pagliacciata tutta celtiche e saluti romani, che andrebbe estirpata con un po’ di derattizzante.

Nè il desiderio di partecipare ad una giornata di lotta in difesa dei propri diritti, per imparare a vivere collettivamente l’idea di cambiamento,
né un desiderio tutto comprensibile di ricacciare nelle fogne dei rigurgiti fascisti che si aggirano con sempre più insistenza nelle nostre strade.
Niente di tutto ciò: quel che ieri ha attratto 30.000 giovani è stato il flash mob,
“GangGnam Style”, il tormentone coreano che da mesi impazza in rete con qualche decina di milioni di condivisioni.
Surreale? Nemmeno tanto, realtà vera e propria.

Nessuno slogan, nessun pugno al cielo per chiedere e pretendere ALTRO:
ma solo cellulari sincronizzati a mandare la canzone all’unisono e un solo grande urlo
“Posizionatevi dove volete e ballate rivolti verso il Pincio!”

così è.
Famosele du’ domande

I manganelli di Ikea si trasformano in lettere di licenziamento

10 novembre 2012 4 commenti

 

Quel che sta succedendo a Piacenza ai lavoratori IKEA che hanno azzardato una mobilitazione per denunciare le loro condizioni lavorative è sconcertante.
Oltre ai manganelli, alle botte, ai feriti, alle denunce,
ora a casa: licenziamento per 107 lavoratori.
Qui potete vedere il volantino che verrà distribuito oggi in molte città, in cui si chiederà solidarietà e partecipazione a tutti i clienti Ikea.
Solidarietà di classe: cerchiamo di riscoprirla, di alimentarla, di innamorarcene.
Poi per chi ha siti, blog, social network vari ci sono molti banner e fotografie da condividere sulle proprie pagine: la maggiorparte sono molto divertenti e rendono possibile un passa-parola che in questi casi è necessario.
Boikotta Ikea, porta solidarietà ai lavoratori in mobilitazione,
Diffondi il materiale che stanno producendo,

SABATO 10 NOVEMBRE

– Napoli: ore 16:00 presso l’ingresso dell’IKEA di Afragola
– Firenze: ore 16:30 presso l’ingresso dell’Ikea dell’Osmannoro (Sesto Fiorentino)
– Milano: ore 15:00 all’IKEA di San Giuliano Milanese (uscita tangenziale San Giuliano Milanese)
– Milano: ore 17:30 all’IKEA di Carugate (uscita tangenziale Carugate)
– Bologna: ore 16:00 presso l’ingresso del parcheggio IKEA di Casalecchio
– Padova: ore 15:00
presso l’ingresso dell’IKEA

DOMENICA 11 NOVEMBRE

– Torino: ore 10:00 all’IKEA di Collegno

Qui invece puoi ascoltare una trasmissione di Radio Onda Rossa con i lavoratori Ikea : ASCOLTA

Saviano, le Pussy Riot e Gioacchino Belli

9 novembre 2012 2 commenti

Stavolta mi hai battuto sul tempo, Insorgenze 
😉

Courbet, pittore comunardo, la definì l’origine del mondo,
Gioacchino Belli nel nominarla racconta un pezzo di Roma, uno di quelli certamente indelebili.
Saviano invece pare ne abbia paura, la FICA non la può nominare, non cerca nemmeno un sinonimo malgrado la tradizione popolare e la letteratura ne abbia migliaia.
Ma non ci stupisce la sua ignoranza,
non ci stupirà nemmeno se inizierà a querelarci, chiedendoci risarcimenti da decine di migliaia di euro,
o augurandoci la galera.
Lo fa spesso, da ‘ste parti l’ha già fatto.

Un po’ di LINK:
Saviano e il brigatista

Solidarietà a Paolo Persichetti

Dovrò spiegare il carcere a mio figlio. Il rigetto dell’affidamento a Paolo Persichetti

Paolo Granzotto e il funzionario di Rebibbia

Le sparate di Saviano

Avatar di insorgenzeInsorgenze

Roberto Saviano sull’Espresso di questa settimana ha scritto:

A mettere a posto il ridicolo politically correct di Saviano
ci pensa Gioachino Belli che con questo sonetto


La madre de le Sante

Chi vvò cchiede la monna a Ccaterina,
pe ffasse intenne da la ggente dotta
je toccherebbe a ddí vvurva, vaccina, [1]
e ddà ggiú[2] co la cunna[3] e cco la potta

Ma nnoantri fijjacci de miggnotta
dìmo[4] scella,[5] patacca, passerina,
fessa, spacco, fissura, bbuscia, grotta,
fregna, fica, sciavatta, chitarrina,

sorca, vaschetta, fodero, frittella,
ciscia, sporta, perucca, varpelosa,
chiavica, gattarola, finestrella,

fischiarola, quer-fatto, quela-cosa,
urinale, fracoscio, ciumachella,
la-gabbia-der-pipino, e la-bbrodosa.

E ssi vvòi la scimosa,[6]
chi la chiama vergogna, e cchi nnatura,
chi cciufèca, tajjola, [7] e ssepportura.

            
Roma, 6 dicembre 1832

    Note
1. Vagina.
2. Dar giù, cioè: «seguitare».
3. Cunno.
4. Diciamo.
5. Cella.
6. Cimosa: lembo rozzo di drappi: sta per «giunta, un-di-più».
7. Tagliuola.

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Terremoto di L’Aquila: dibattito sulla sentenza contro i membri della “Commissione grandi rischi”

30 ottobre 2012 1 commento

L’Aquila: RESISTERE!

Un’intervista molto interessante.
Sono anche un po’ di parte, visto l’intervistatore (mon amour) e l’intervistato, una delle persone a me più care,
fratellone di tante cose, di pezzi di vita e lotta,
di un’amicizia profonda,
un cervello raro, direi introvabile.
E allora, il Professor Lucarini, fisico,  (a Lucari’, me farà sempre strano chiamarti professore), docente di Meteorologia Teorica all’università di Amburgo,
ci racconta la sua reazione alla sentenza di pochi giorni fa, ai danni dei componenti della Commissione Grandi Rischi.
Una prima valutazione, pre pubblicazione delle motivazioni del Tribunale Penale de L’Aquila, da parte di un uomo di scienza,
esperto di prevenzione dei rischi geoambientali.
Dopo l’intervista a Valerio Lucarini, pubblico il comunicato del 3e32, centro sociale della città martoriata dal terremoto, che ha accolto con gioia la condanna.

Sperando che si possa aprire un bel dibattito.

L’intervista – Sentenza di L’Aquila contro i membri della Commissione grandi rischi. Parla Valerio Lucarini fisico, docente di meteorologia teorica presso l’università di Amburgo, esperto di prevenzione dei rischi geoambientali
di Paolo Persichetti

Ha creato molto scalpore la sentenza del giudice monocratico del tribunale di L’Aquila, Marco Brilli, che lo scorso 22 ottobre ha condannato a 6 anni di carcere (due di più di quelli richiesti dalla pubblica accusa) e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici per omicidio colposo plurimo e lesioni colpose, il vice direttore della Protezione civile Bernardo De Bernardinis e i sei membri della Commissione grandi rischi, tra cui figurano nomi come Franco Barberi ed Enzo Boschi, massimi esperti mondiali nel campo della sismologia.
Molto dure le reazioni del mondo scientifico che hanno visto nella sentenza un ritorno dei processi alle streghe mentre il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, auspicando un ribaltamento del verdetto in appello ha chiamato in causa il precedente della condanna di Galileo.
In attesa delle motivazioni della sentenza, ad esser note per il momento sono solo le giustificazioni utilizzate dall’accusa per chiedere le condanne. Argomenti, a dire il vero, molto diversi dalle interpretazioni della sentenza apparse sui media. I pm Fabio Picuti e Roberta D’Avolio, dopo aver ricordato che la scienza attuale non dispone di conoscenze e strumenti per la previsione deterministica dei terremoti, hanno sostenuto che agli imputati non poteva essere addebitata «la mancata previsone della scossa distruttiva del 6 aprile 2009» o il fatto di «non aver lanciato allarmi di forti scosse imminenti», cosa che in realtà gli esperti avevano fatto, o «non aver ordinato l’evacuazione della città», ma per essersi prestati ad una operazione politica voluta dal capo della protezione civile. Bertolaso aveva chiesto di rassicurare la popolazione aquilana allarmata dal lungo sciame sismico e dalle denuncie di Giampaolo Giuliani, fondate sulla misurazione delle emissioni di gas radom dal terreno. Un metodo contestato dalla comunità scientifica.
Ha senso dunque parlare di una condanna contro la scienza? In realtà la sentenza sembra sollecitare un altro tipo di dibattito più complesso e meno manicheo, come il rapporto tra scienza e politica o ancora sul grado di indipendenza e autorevolezza dei pareri tecnici rispetto alle amministrazioni e più in generale alla società. Ne parliamo con Valerio Lucarini, fisico, docente di meteorologia teorica presso l’università di Amburgo, esperto di prevenzione dei rischi geoambinetali, uno dei nostri migliori cervelli “in fuga” dall’Italia.

Professore, suppongo che questa sentenza non susciti in lei nessuna nostalgia per l’Italia?
Decisamente no, per una lunga serie di ragioni. Certamente questa sentenza e tutta questa vicenda mettono in luce il difficilissimo rapporto che esiste in Italia fra scienza, politica, opinione pubblica, e rendono chiaro quanto sia difficile per un esperto operare con serenità ed esercitare la proprie competenze in situazioni in cui l’incertezza è intrinsecamente grande e seri sono i rischi per persone, beni pubblici e privati. Naturalmente non dobbiamo pensare solo al rischio sismico, ma, ad esempio, anche al rischio idro-meteo-climatico – il mio ambito di competenze – cui l’Italia è fortissimamente esposta.

L’inchiesta ha accertato che gli scienziati all’inizio hanno fatto correttamente il loro lavoro, avvertendo della possibilità di altre scosse, anche forti. Poi c’è stata quella conferenza stampa, «l’evento mediatico» di cui parla Bertolaso nella intercettazione. Come si spiega un fatto del genere? Gli esperti si sono lasciati strumentalizzare dalla politica?
Io direi che è emersa una situazione di fondamentale debolezza per la Commissione grandi rischi. Da un lato si sono trovati schiacciati dalle pressioni di Bertolaso, e dal suo peculiare modo d’interpretare il ruolo della Protezione civile come mano operativa della Presidenza del consiglio dei ministri, con tutte le implicazioni politiche e mediatiche del caso. Dall’altro, si sono trovati schiacciati da un’opinione pubblica presa dal panico prodotto dallo sciame sismico prolungato ma anche dall’allarme diffuso da personaggi privi di qualsiasi credibilità scientifica. Giuliani, che è un tecnico senza laurea dei laboratori del Gran Sasso, aveva preannunciato un terremoto anche a Sulmona che poi non c’è stato. Incredibilmente, la denuncia per procurato allarme che Bertolaso ha – giustamente – effettuato contro Giuliani è stata respinta dal giudice dopo il terremoto di L’Aquila. Perché il fatto non sussiste. Come se l’allarme di Giuliani fosse stato giustificato! Purtroppo la tendenza ad affidarsi a teorie del complotto, per cui la scienza ufficiale nasconde la “vera verità” per fini secondi o terzi è molto radicata. Quindi la Commissione era in realtà assai debole in termini di comunicazione.

Dunque non un errore di previsione ma di comunicazione provocato dal tentativo di diffondere un messaggio antipanico?
Italia c’è da sempre una cattiva comunicazione e un bassissimo livello di ricezione scientifica. Cosa che non avviene altrove. Negli Usa è diffusa in tutti gli strati sociali un’alta capacità di ricezione dell’informazione scientifica, per esempio in materia di rischio idrometeorologico. Tutti sono in grado di decodificare informazioni come “esiste l’X% di probabilita’ che in questa regione Y si possano avere delle precipitazioni piu’ intense di Z”. E nessuno si stupisce o si scandalizza se le precipitazioni in Y sono meno intense di Z o se alla fine in una regione K vicino a Y si osservano precipitazioni molto intense. Al contrario in Italia è successo in passato che i bagnini della Romagna e della Versilia abbiano chiesto di non pubblicare le previsioni del tempo nelle località balneari per non scoraggiare i turisti. Dimenticandosi di quelli che venendo al mare “sperando” nel bel tempo e trovandosi in mezzo a condizioni avverse, perderebbero soldi, tempo, o anche la vita.
Tuttavia la risposta nel caso di L’Aquila non è così facile: cosa vuol dire, infatti, “rassicurare”, soprattutto in quel contesto traversato da voci allarmistiche e su una materia come quella sismica? Bisognava dare un messaggio immediato e forte di fronte a situazioni di vero e proprio procurato allarme. Il panico non aiuta a diffondere informazioni importanti in situazione di grande incertezza. Esiste nell’opinione pubblica e nei media italiani la capacità di dare e recepire un’informazione del tipo: questo sciame sismico implica/non implica un aumento della possibilità di una scossa più forte entro questo segmento spaziale e temporale, con questa incertezza?

A quanto pare no, ma ciò giustifica la “narcotizzazione del rischio”?
Il rischio sismico è dato dalla combinazione tra quanto si scuote la terra e la capacità di resistenza di ciò che esiste sopra il suolo. Non basta che la terra tremi (pericolosità sismica), occorre conoscere la situazione socio-urbana dei territori. Faccio un esempio: il centro di Tokio è ad altissima pericolosità sismica ma a rischio assai basso grazie alle infrastrutture antisismiche, al livello di organizzazione sociale e alla preparazione dei singoli cittadini. Ma non limitiamoci al Giappone, come caso limite. Certi standard sono ormai comuni in moltissimi paesi, inclusi quelli molto più poveri dell’Italia. A Messina o in altre parti d’Italia, in presenza di una pericolosità sismica forte, il rischio è altissimo a causa del basso livello di prevenzione socio-urbana. La mappatura della pericolosità sismica italiana è stata accuratamente svolta anni fa dall’Ingv, ente allora guidato proprio da Boschi.

Professore, sta dicendo che la narcotizzazione del rischio è avvenuta molto prima?
Certo. Quanto è comodo prendersela con dei meravigliosi capri espiatori, come gli esperti, perché non hanno saputo impedire il terremoto, come se lo scienziato fosse uno stregone. E’ paradossale ma si guarda alla scienza in modo ancora superstizioso, come se possedesse proprietà divine. Così dal cono di luce della tragedia viene tolto chi ha costruito male, chi non ha controllato, tutti gli interessi locali e nazionali, gli imprenditori, gli amministratori e anche la società che si è adagiata su tutto questo. Una somma di responsabilità diluite nel tempo che hanno impedito la riduzione del rischio. Per le comunità locali chiudersi a riccio ed esportare verso l’esterno ogni colpa è la soluzione più comoda. In questo senso, il modo in cui i media esteri hanno riportato la sentenza, “L’Italia condanna sette esperti per non essere stati capaci di prevedere il terremoto”, è piu’ corretta di quanto le carte letteralmente dicano.

Le sue sono parole forti.
Non c’è altra soluzione. Mappare sempre più accuratamente la pericolosità sismica, minimizzare il rischio ottimizzando la gestione del territorio con rigorose misure antisismiche, preparando socialmente e culturalmente gli abitanti ad affrontare razionalmente il rischio facendo convivere sapere scientifico e vita quotidiana. Non esistono miracoli. Lo stesso discorso vale per il rischio idro-meteo-climatico, vogliamo ricordare Sarno e Messina?

Quindi lei assolve i tecnici?
Ma io non faccio il giudice. Dico che il rapporto tra esperti, politica e amministrazione dovrebbe essere diverso. Problemi molto seri non sono presenti solo in Italia. Penso a quanto è accaduto nel 2006 nel Regno Unito: una commissione di medici di altissimo livello propose una revisione della calssificazione delle droghe, normalmente suddivisa in tre categorie per ordine di pericolosità. Provocatoriamente, ma seguendo alla lettera i fatti medici, questa commissione mise nella prima fascia l’alcool, il tabacco, e l’eroina. Le droghe chimiche (oltre che ovviamente la cannabis), contro le quali si rivolge attualmente la repressione poliziesca e su cui si concentrano i media, finirono in ultima fascia. Questo perché, se non ricordo male, ogni anno ci sono molte decine di migliaia di morti per alcool, alcune decine di migliaia per tabacco, alcune migliaia per eroina, poche decine per il resto.

Come andò a finire?
Ovviamente il governo ignorò fragorosamente gli esperti asserendo che politica aveva la supramazia assoluta su tali questioni.
Si veda http://www.official-documents.gov.uk/document/cm69/6941/6941.pdf

Sentenza Grandi Rischi: un’interpretazione dolosamente distorta

Il commento del sito www.3e32.com

24 ottobre  2012
In questi giorni i media nazionali stanno mettendo in atto una vergognosa operazione mediatica, diffondendo una interpretazione completamente distorta della sentenza e del processo stesso alla Commissione Grandi Rischi.
Secondo gran parte dei mezzi di informazione – che seguono pedissequamente la tesi espressa anche dai vertici della Protezione Civile – gli imputati sarebbero stati condannati per non aver previsto il terremoto. Si tenta così di ribaltare il senso stesso del processo che non tratta affatto della capacità di previsione della scienza, ma che, lo ricordiamo per chi parla senza sapere, è basato sul fatto che i membri della Commissione hanno rassicurato la popolazione.
E’ vergognoso constatare come attraverso questa operazione mediatica si stia tentando di raccontare l’ennesima bugia, in Italia e all’estero (dopo, per esempio, la favola del “miracolo aquilano”), arrivando alla follia di sostenere che adesso la Protezione Civile non potrà più lavorare liberamente, come afferma senza pudore in comunicato del Dipartimento stesso.
Al presidente dimissionario della grandi rischi Maiani che ha affermato che “non c’è nessuna indagine su chi ha costruito in maniera non adeguata”, vorremmo ricordare che pochi giorni prima della sentenza di lunedì era arrivata la condanna per l’Ing. De Angelis, giudicato responsabile per il crollo della palazzina in via generale Rossi, dove lui viveva, e dove ha perso la vita anche sua figlia.
E’ triste inoltre che anche la politica debba esprimere giudizi di merito anche su questo, smascherando ancora una volta come dietro a degli incarichi tecnici, si cerchi di utilizzare arbitrariamente un potere tutto politico, come ha fatto e continua a fare il Capo della Protezione Civile (ed ex prefetto de L’Aquila) Gabrielli.
I membri della Commissione Grandi Rischi avrebbero dovuto dimettersi il 31 marzo 2009, quando piegarono il proprio operato ed il proprio giudizio scientifico al potere del Governo e del Capo della Protezione Civile Bertolaso, prestandosi all’intercettata “operazione mediatica” tesa a tranquillizzare i cittadini del cratere.
Abbiamo vissuto sulla nostra pelle quale sia l’enorme potere che passa trasversalmente attraverso il Dipartimento della Protezione Civile.
Un potere capace anche di modificare a proprio interesse l’oggettività dei fatti attraverso i media. Ma questa volta si è davvero passato il segno. La coraggiosa sentenza del giudice stabilisce evidentemente una verità non in sintonia con questo potere a cui da subito come 3e32 ci siamo opposti nel quotidiano del nostro territorio.
La sentenza apre finalmente una breccia di civiltà e riscatto nella cappa di ingiustizie e disagio in cui questa città sembra rimanere ancora come paralizzata.
Una breccia importante da cui può finalmente iniziare quel difficile processo di elaborazione collettiva di quanto realmente accaduto a partire dal terremoto. Un’elaborazione scomoda, finora impedita a tutti i costi e che però è l’unica cosa che può salvarci dal baratro.
La strada da percorrere ce la stanno mostrando prima di tutto la dignità vera, il coraggio e la tenacia dimostrate dai parenti delle vittime che in questi anni hanno continuato a battersi nel silenzio di gran parte della città e contro ogni manipolazione.

Ieri, al tribunale di L’Aquila: apertura processo allo stupratore in mimetica

19 ottobre 2012 6 commenti

Ieri è stata una lunga giornata: alle 5.30 di mattina salto in motorino per attraversare la città, sotto un manto di stelle e lontana ancora dalle luci dell’alba.

Foto @baruda _Ieri, tribunale di L’Aquila_

Poi una bella partenza, di macchine e sorrisi, di compagne assonnate e determinate a raggiungere il tribunale di L’Aquila, ora sito tra i capannoni della zona industriale di Bazzano, proprio sotto al Gran Sasso e al suo panorama che ruba il cuore.
Determinate eccome, a presenziare all’apertura del processo contro Francesco Tuccia,
militare del 33° Reggimento Acqui, di stanza a L’Aquila, stupratore maledetto, torturatore, assassino mancato solo per una gran fortuna.
Tutte lì, da diverse parti d’Italia ad urlare a quella donna che siamo tutte con lei,
ad urlarle che non è sola, che siamo tutte state stuprate insieme a lei, in quella lunga maledetta e ghiacciata notte di Pizzoli.
Tutte presenti sì, col cuore in gola, a portare vicinanza a chi ha il coraggio di denunciare e testimoniare, di rialzarsi e reagire,
di deporre a volto scoperto e senza vergogna, per rispondere a violenza e menzogne,
Sul suo corpo, su quello di tutte noi.
Un presidio di donne, che malgrado le mille differenze di parole d’ordine e pratiche, si son ritrovate lì, perché non c’era altro posto dove dovevamo stare: davanti alle camionette di quell’esercito che nell’operazione “strade sicure” nella martoriata città di L’aquila, ha portato solo militarizzazione, rabbia, e il corpo di una donna maciullato da una violenza sessuale brutale,
avvenuta con metodologie che ricordano molto gli stupri di guerra.

Foto @baruda _ Tribunale di l’Aquila_

Eravamo lì, torneremo lì: affinchè nessuna donna si senta sola, affinchè nessuno stupratore si senta tranquillo.
I vostri tribunali ci interessano poco, son gli stessi che carcerano a noi, quindi: Francesco Tuccia esci fuori adesso, te lo facciamo un bel processo!
Vi allego un testo, scritto da un compagno del 3e32, letto ieri sera cn molto piacere: lo sguardo di un uomo, di un compagno, di un terremotato, sull’arrivo colorato e determinato di una manciata di donne incazzate! Grazie Alessandro, grazie a te.

Oggi a Bazzano (L’Aquila) ho assistito, tra l’altro, alla prima contestazione ad una camionetta di militari in quanto militari presenti su questo territorio. Non poteva che venire da delle donne sopratutto dopo quello che di tremendo è successo e il contesto dove ci trovavamo: fuori il tribunale di L’aquila per la prima udienza al militare stupratore di Pizzoli.
Queste donne venute da più parti, hanno fatto sentire con la loro presenza la vittima della violenza meno sola. Ma hanno fatto sentire meno sole anche tutte le altre donne di questo territorio militarizzato. Hanno fatto sentire meno soli anche noi uomini che ci troviamo, anche noi, su questo territorio – nostro malgrado – militarizzato. Forse era dovuta anche a questa frustrazione la presenza discreta e del tutto minoritaria di alcuni nella prima parte del presidio.
Volevamo dare la solidarietà a voi donne toccate per prime e direttamente sui corpi da questa infame militarizzazione.
Una lotta alla militarizzazione non può che partire dalla questione di genere perché secondo me è una lotta che attacca il genere portato alla sua massima costruzione ed esaltazione con la divisa militare.
Per questo reputo una bella vittoria l’ammissione a parte civile delle donne del centro antiviolenza al processo contro Francesco Tuccia. Allo stesso tempo, credo che, parallelamente, una tale lotta debba essere portata nelle strade militarizzate che viviamo nella sua dimensione intrinseca di conflitto sociale e materiale a partire dal genere, senza correre il rischio di essere disinnescata nelle aule di tribunale.

Mentre parlavo con una compagna romana che di teatri di guerra ne conosce, prendevo coscienza con amarezza di quanto per me tutto questo fosse divenuto normale: la militarizzazione, la violenza, i divieti, la frammentazione creata ad arte che ora ti impedisce di lottare. Un raggio di sole è uscito per primo oggi dalla nebbia di Bazzano: era dentro quelle urla di donne che forse per la prima volta a L’Aquila non facevano più sentire così sicuri quei signori in divisa.

Grazie compagne!!!
Alessandro

Foto @baruda _CI RIGUARDA TUTTE_

Ah….c’era sempre la richiesta delle donne del PD: non ve la dimenticate : QUI

Ad un bimbo trascinato per i capelli, che voleva solo andare a scuola

11 ottobre 2012 15 commenti

Non ci sono parole per commentare quello che vedrete qui sotto.
Non c’è parola alcuna per descrivere la violenza inaudita di cui è vittima un bambino di 10 anni.
Un bambino sì, prelevato con forza dal banco della sua classe, trascinato per gambe e capelli dalla polizia di Stato (con l’aiuto del suo bravo papà) fin dentro la macchina, dove è stato infilato a spintoni, urla, violenza.

Un fotogramma del video

una violenza che questa notte non m’ha fatto chiudere occhio: mi risuonano da ieri in testa quelle due voci.
La voce di un bimbo di 10 anni che chiede aiuto, che implora aiuto, che non ha nemmeno il fiato di chiedere aiuto.
La voce di sua zia, che non sa come aiutarlo, che non sa come e cosa fare,
che ha un dolore dentro che esplode da quel video.
Non posso accettare questa cosa, non ci riesco, ho la testa che scoppia, che fa male.
Perché quando avevo la sua età anche i miei genitori si facevano la guerra,
perché mi rendo conto solo ora che sarebbe pastato pochissimo per finire come lui,
perché avviene troppo spesso e queste sono le metodologie che si usano.
La caccia alle streghe ora ha altri nomi, si chiama PAS, si chiama come vi pare…
il risultato è strapparci i figli, strapparli alla loro scuola, ai loro amici, ai loro campetti giochi e sportivi,
alla loro normalità.
Il risultato di quest’operazione è che da ieri questo bimbo non ha una casa nè una famiglia: è in un istituto dove potrà vedere i suoi cari con “incontri protetti”.
E allora mi chiedo come possa esser possibile, che per “tutelare” un padre si abusi così sulla vita di un bambino,
senza che nessuno lo abbia mai ascoltato: una bambino di 10 anni, persona più che consapevole della sua vita e di quel che ha intorno.
Ora questo bambino, che ieri ha resistito alla violenza in tutti i modi a lui possibili, è rinchiuso chissà dove, privato di ogni minimo brandello di libertà.

SIETE DEI MALEDETTI. SIETE DEI BASTARDI: DEI FABBRICANTI DI ODIO E TERRORE.
Spero solo vi torni tutto contro: tutto.
A quel padre, a quei giudici, a quegli assistenti sociali, a quella stronza che riesce a dire “io sono un ispettore di polizia lei non è nessuno” davanti ad una scena simile.
Mi fate schifo, mi fa schifo questo paese, mi fanno schifo i vostri giudici, mi fa schifo una scuola che permette tutto ciò,
vorrei solo prendere per mano il mio bimbo e dirgli “da oggi si cambia paese”…
ma la libertà non appartiene manco a noi, purtroppo. Per ora.

Solo una precisazione: per tutti quelli che si indignano e pensano sia un caso isolato.
Avviene costantemente, e soprattutto…avviene giornalmente nei campi rom, tra i migranti,
dove lo Stato può perpetrare la sua violenza nell’oblio e nel silenzio.

Il 18 ottobre a L’Aquila: perché CI RIGUARDA TUTTE

10 ottobre 2012 5 commenti

Sullo stupro di Pizzoli leggi QUI  sul rientro in servizio dei complici; QUI  con un comunicato del 3e32 e QUI sulla merdosa richiesta delle donne del PD di L’Aquila.

CI RIGUARDA TUTTE
Il 12 febbraio 2012, in una discoteca di Pizzoli (L’Aquila), una giovane donna di 20 anni è stata stuprata e ridotta in fin di vita. Accusato di questa aggressione e tentato omicidio è Francesco Tuccia, un militare in servizio all’Aquila per l’operazione “Aquila sicura” partita dopo il terremoto.
La ragazza è stata ridotta in fin di vita e le sono state procurate lesioni gravissime e permanenti. Il 18 ottobre all’Aquila si terrà la prima udienza del processo.
Quel giorno GIOVEDI’ 18 OTTOBRE alle ore 08.30 noi saremo lì sotto il Tribunale de L’Aquila (Zona Industriale di Bazzano) a dire che:
CI RIGUARDA TUTTE l’animalità, l’efferatezza e la viltà degli uomini che in una notte di febbraio hanno massacrato il corpo e la vita di una donna lasciata sul selciato a morire.
CI RIGUARDA TUTTE il massacro del corpo e dei desideri di ogni donna, di ogni età condizione e luogo, che viene disprezzata, usata, maltrattata, percossa, uccisa, stuprata.
CI RIGUARDA TUTTE l’uso che si fa dei nostri corpi in nome di una sicurezza che non ci tutela ma, anzi, ci usa per emettere leggi razziste e repressive. Non ci stancheremo mai di dire che la violenza di certi uomini sulle donne non dipende dalla nazionalità/cultura/religione, né dalla classe sociale di appartenenza.
CI RIGUARDA TUTTE perché non vogliamo più doverci difendere da padri, fidanzati, amici, vicini di casa, datori di lavoro, fratelli, zii, medici, maestri, militari….
Saremo lì ad affermare la voglia e il diritto di autodeterminare le nostre vite.

GIOVEDI’ 18 OTTOBRE Ore 8:30 Tribunale de L’Aquila Zona Industriale di Bazzano

Centro Antiviolenza per le Donne – L’Aquila e Martedì Autogestito da Femministe e Lesbiche di Roma –

Martedì Autogestito da Femministe e Lesbiche tutti i martedì dalle 17.oo alle 23.oo su Radio Onda Rossa (87.9 fm) http://mfla.noblogs.org/

Le notti di Taranto, ottobre 2012

9 ottobre 2012 4 commenti

A Vauro da un detenuto.

4 ottobre 2012 26 commenti

Il testo che leggerete qui sotto è scritto da Paolo Persichetti, matricola penale n. EE010201071,
detenuto nella Casa di Reclusione di Rebibbia, Sezione Semiliberi, Terzo piano, cella 17,
blog Insorgenze.
Scrive a Vauro, che ultimamente degenera di giorno in giorno, e che oggi ha inaugurato la sua collaborazione con il FattoQuotidiano, superando in squallore le precedenti uscite su Il Manifesto
[per leggere altro sulle vignette di Vauro: QUI]

Guardare e vedere a volte sono cose diverse. Tutti noi guardiamo ma non sempre vediamo la stessa cosa. Per esempio questa vignetta di Vauro Senesi che ha inaugurato stamani la sua collaborazione con il Fatto quotidiano, l’organo del partito giustizalista italiano, i manettari per farla breve, dopo aver lasciato di corsa il manifesto come i topi che fuggono dalla nave che affonda.
Vauro ora è nel suo ambiente naturale, come già lo era con Anno zero; da anni le sue vignette grondano questo tipo di risentimento da sotterraneo di questura.
Cosa vedete voi in questa vignetta?
Intanto non vedo la porta. Sarà che in cella ci rientro ogni sera e dunque ho l’occhio abituato. Mi chiedo perché le celle di Vauro non hanno quasi mai il blindo. L’ho notato spesso nei suoi disegni sul carcere. Chi vi è dentro e murato. Si trata di interni claustrofobici.
So che qualcuno potrebbe obiettare che la porta è dal lato del disegnatore che da lì ci rappresenta quel che accade dentro. Però c’è un fatto, le finestre sono situate di fronte alla porta blindata per consentire alla custodia di controllare con un semplice sguardo gettato dallo spioncino che le sbarre siano integre. Come vedete nelle celle di Vauro c’è il mura.

Osservate la differenza con la vignetta che ha fatto eri di Giannelli. La porta c’è, si tratta del cancello che è addirittura socchiuso.

Che altro vedete poi? Io vedo due brutti ceffi, la parodia del detenuto, il luogo comune più abietto sulla popolazione carcerata che possa esistere. Mi si dirà: ma come non vedi Fiorito, quel pappone, quel ciccione di merda, l’emblema della casta famelica? Sapete che c’è, che Fiorito stava in piazza Navona – come lui ha dichiarato – a tirare le monetine a Craxi che usciva dal Raphael. La sua vicenda mi sembra che chiuda il cerchio di quella buffonata che è stata Tangentopoli, la “rivoluzione di velluto”,“ Mani pulite”. Non c’è peggior impostore di un moralista, diceva qualcuno. I Fiorito sono gli homines novi della catarsi rigeneratrice dell’etica che agitava il cappio in parlamento. Gli amichetti di Travaglio, insomma. Perché dovrebbe allora scandalizzarmi o stupirmi? Suvvia qualche chiarimento ce lo dovrebbero dare tutti quelli che hanno agitato per più decenni la via giudiziaria e penale come soluzione di tutti i probemi. Ecco il risultato.

Dunque dicevo che vedo la rappresnetazione più abietta del detenuto, l’inculatore di cella che sta aspettando un paio di chiappe fresche. C’era bisogno di una rappresentazione del genere per esprimere il disprezzo umano, politico e civile nei confronti di uno come Fiorito? A me sembra che nella sua vignetta ad essere disprezzato e umiliato è il popolo rinchiuso, rappresentato come una massa di strupratori. Io faccio parte di quel popolo. Vivo nel carcere non mi ricordo pià da quanti anni, 13 o 14 ora nonvado a guardare, non ho tempo. Me ne sono fatti 11 di esilio. Ho 50 anni, ne avevo 25 quando tutto è cominciato.
Vauro non è nuovo ad imprese del genere. Due anni fa se ne uscì con una vignetta che descriveva i manifestanti del 14 ottobre come una truppa di infiltrati (QUI).
Non so cosa pensate voi, ma una cosa del genere ad un tipo così non la permetto.
Dico solo una cosa, speriamo di incontrarci in piazza, quando potrò andarci liberamente, o la mattina davanti a Rebibbia…

Alemanno, ordinanze anti bivacco e grano ad essiccare…

2 ottobre 2012 Lascia un commento

Quando ho incontrato l’amore ero su un capitello di basalto rovente,
Quando ho capito che quell’innamoramento mi avrebbe accompagnato per sempre ero a mangiare sul cardo polveroso, assaggiavo delle verdure ripiene di carne che la mamma del mio fratellone beduino aveva preparato per me.

Foto di Valentina Perniciaro _l’essiccazione del grano sul basalto di Bosra_

Quel giorno nessun pranzo sui tappeti e i vassoi d’argento e rame, quel giorno nessuna chiacchiera, nessun bicchiere di yoghurt da bere…avevo voglia di parlare col vento, sotto la sua porta nabatea, avevo voglia di far entrare nel mio sangue la vita della città vecchia che ogni giorno attraversavo stupita.
Volevo scoprire ancora i suoi cortili, volevo vedere da dove partivano i fili su cui pendevano le vesti ad asciugare, ero curiosa di capire se anche il chiodo che li teneva al basalto era romano, o nabateo, o omayyade, o abbaside.
Perche’ Bosra ash-Sham, così come buona parte delle antiche città del medioriente è VIVA.

Le sue vecchie case, quelle millenarie, sono vive. La mattina vedono uscire i bimbi con la cartella azzurra sulle spalle, dopo poco sentono i profumi delle melanzane che si arrostiscono sul fuoco vivo:
ogni vicolo, ogni ciottolo del decumano, ogni nicchia è strabordante vita, strabordante storia e presente.

Il grano più buono che io abbia mai mangiato veniva essiccato (verrebbe tuttora essiccato così se non ci fosse l’artiglieria a distrarre la vita quotidiana, lì) sul basalto,  proprio come facevano i nabatei quando nel loro viaggio verso Petra si fermavano qui, nella città nera.
Ho cercato rovine in giro per il mondo, forse perchè ci sono nata in mezzo.
Ho cercato, amato e rispettato le rovine del mondo perché fanno parte della mia natura, perché sono nata a Roma e sento il bisogno fisico di abbracciare il marmo, di penetrare le scanalature delle colonne, o degli altari pagani:
ho sempre odiato il mio paese e questo nostro amorfo occidente pulito e asettico per la sua incapacità di trasmettere la potenza di certi luoghi,
per l’aver trasformato in tanti musei a cielo aperto, puliti e immobili come un ospedale, tutti i nostri siti archeologici. Perché camminare per il Foro o il Palatino non dona nemmeno un miliardesimo delle emozioni che trasmette un bello scambio a pallone coi bimbi, nell’agorà romana, davanti alle antiche locande del mercato, ancora praticamente intatte.

Ora andiamo peggiorando.
Non ho diritto ad abbracciare le mie colonne (sia mai, si rovinano eh!), non ho diritto a far arrampicare mio figlio tra le mura del Palatino (sia mai, è devastazione!), non ho diritto di vedere panni stesi tra gli archi romani (sia mai, brutti zingari di merda come vi viene in mente)..
ma ora non posso nemmeno mangiare.
Non possiamo mangiare per le strade della nostra città: e allora Alemanno vallo a spiegare a Tonino, che fa quei supplì che uno tira l’altro,
vallo a spiegare a mio figlio che l’ho cresciuto nella gioia di mangiucchiare libero di regole tra i gradini delle fontane, delle piazze, dei parchi della sua città, che penso sia di tutti.
Ordinanza anti bivacco: se si mangia o si beve per strada è multa dai 25 ai 500 euro.
Se vuoi riposarti un po’ sul decumano, o su un muretto del Palatino: multa, dai 25 ai 500 euro.

Forse se mangi porchetta, prodotto romanissimo e fascistissimo (scherzo eh!) so’ 25 euro,
se mangi un kebab odorante spezie islamiche (scherzo anche qui) so’ 500…non so, non c’è dato sapere.
Quel che si sa è che E’ VIETATO MANGIARE E BERE.
Devi essere decoroso, devi sederti e pagare la consumazione, non devi inquinare con la tua presenza stracciona la città del grande sindaco, braccio teso e tuta da ginnastica, quello che mangiava la pajata co’ Bossi, ve ricordate?

Ma le parolacce le potemo ancora di’? E allora va’ a morì ammazzato, Alemà!

Arrestate e torturate due compagne del gruppo turco folk Grup Yorum

24 settembre 2012 4 commenti

Loro son più che famose, appartenenti ad un gruppo che ha una lunga storia nel paese turco.
Una storia di canti di lotta e attivismo politico contro il regime di Erdogan, con quasi 20 album pubblicati.
Prese ad una mobilitazione del DHKP-C, hanno immediatamente subito la violenza fisica mirata delle forze di sicurezza turche, che hanno rotto il timpano alla cantante e spezzato un braccio alla violinista.
Qui il racconto di Marco Santopadre:

Alcuni giorni fa la Polizia ha arrestato e torturato due musiciste del Grup Yorum, nota band della sinistra radicale turca. Un episodio che svelerebbe la brutalità della repressione di Ankara contro minoranze e opposizioni politiche. Se solo i media ne parlassero…

Due musiciste del Grup Yorum, storica formazione folk di sinistra della Turchia, sono state arrestate e torturate dalle forze di sicurezza di Ankara che da tempo perseguitano i componenti della band molto attiva a fianco dei movimenti che contestano il regime nazionalista e islamico di Tayyip Erdogan.
Il loro avvocato ha riferito che la violinista Selma Altin e la cantante Ezgi Dilan Balci sono state arrestate venerdì 14 ad Istanbul, insieme ad altre 25 persone (tra i quali alcuni minorenni) che stavano manifestando nei pressi dell’Istituto Forense per reclamare la restituzione del corpo di un giovane che l’11 settembre si era fatto esplodere davanti a una stazione di polizia, nel quartiere di Gazi, uccidendo un agente. L’attentato era stato rivendicato dal Fronte Rivoluzionario per la liberazione del popolo (DHKP-C), che anche Stati Uniti e Unione Europea considerano un gruppo terrorista.
Le due donne ”sono state torturate fin dal momento del loro arresto”, ha detto all’agenzia France Presse l’avvocato Taylan Tanay. Gli agenti dell’antiterrorismo di Istanbul hanno consapevolmente rotto il timpano di un orecchio della cantante del gruppo Selma Altin e rotto il braccio della violinista. Le due donne sono state ripetutamente percosse e le lesioni sono state procurate loro intenzionalmente ha dovuto ammettere l’edizione online del quotidiano turco Hurriyet. ”Sono state ammanettate, costrette a stendersi per terra e picchiate da molti agenti per diversi minuti. Le torture sono poi continuate in macchina. Gli agenti sapevano che Altin era la cantante del gruppo e le hanno rotto intenzionalmente il timpano, picchiandola ripetutamente sulle orecchie” ha denunciato l’avvocato.
Entrambe sono state liberate dopo alcune ore di prigionia in attesa del processo e il loro legale ha presentato una denuncia contro la polizia. Alcuni degli arrestati, tra i quali vari giornalisti, sono stati arrestati per “propaganda terrorista” e “incitamento alla violenza”.

grup yorum manifestationAlcuni giorni dopo l’arresto centinaia di persone, sostenute da un appello firmato da numerosi artisti, hanno manifestato in Piazza Taksim, a Istanbul, per protestare contro il trattamento riservato alle due componenti del Grup Yorum e a decine di attivisti dell’organizzazione della sinistra rivoluzionaria Fronte del Popolo. Durante la loro marcia verso piazza Galatasaray i manifestanti sono stati circondati da centinaia di agenti in tenuta antisommossa e dai mezzi blindati della polizia. Al termine del corteo uno dei componenti storici del gruppo musicale, Cihan Keşkek, ha detto: “Continueremo a rispettare il nostro impegno come artisti rivoluzionari, così come abbiamo sempre fatto negli ultimo 27 anni”.

Fondato nel 1985 da quattro studenti dell’Università di Marmara, il Grup Yorum é famoso in Turchia e all’estero per le sue canzoni rivoluzionarie. Ispirati dai cileni Inti Illimani e politicamente appartenenti all’area socialista internazionalista, non é la prima volta che i loro membri subiscono la repressione dello Stato turco, con il sequestro dei loro dischi e il divieto di tenere concerti. Diversi suoi membri in passato sono stati arrestati, e sostituiti volta a volta con altri musicisti. Hanno pubblicato 19 album e dato concerti in diversi paesi europei, fra cui Italia, Francia, Germania e Inghilterra.

Squirting e passeggiate domenicali

23 settembre 2012 2 commenti

Vauro: i du’ schiaffi che male non farebbero

19 settembre 2012 25 commenti

Ma di che ci stupiamo?
del sessismo di Vauro? E perché mai?
ma la vignetta in cui l’operaio difendeva l’art. 18 sculacciando LA ministra e intitolata “facciamola piangere” era normale?
Curioso anche il clichè per cui l’operaio è maschio, uomo peloso che magari rutta pure…perché se quello è il modo in cui Vauro scherza sull’esser donna, mi immagino con quali categorie classifichi gli “operai.
E la vignetta post scontri del 15 dicembre 2010 (link 1 2) invece ve la ricordate?
Mise a confronto l’assassino di Giorgiana Masi, infiltrato in borghese nel corteo di quel 12 maggio 1977, con un ragazzo armato di un palo,
che poi si scoprì essere un manifestante, un semplice manifestante, che ha pagato caro anche questa “gaffe” del vignettista,
gaffe che malgrado la prima pagina del 15 dicembre, fu rimossa dal sito appena venne arrestato il giovane.

Insomma, non è la prima volta che lo dico, ma Vauro fa proprio parte di quella sinistra superficiale, stolta, sessista, questurina, incapace anche di occuparsi correttamente di medioriente spesso perché cade facilmente in uno strumentalizzabile antisemitismo. Insomma, a me di Vauro non piace nulla, da quando sculacciava la Fornero utilizzando mani operaie, a quando ha deciso di definirla MINISTRA SQUILLO,
a quel ragazzo, armato di pala, preso a furor di popolo (popolo di sinistra ovvio) come il pericoloso infiltrato e sbattuto in prima pagina come mostro anche, e soprattutto, da Vauro e la redazione de Il Manifesto.
Ma ve scordate sempre tutto oh!

E non me venite a rispondere che gli ombrelli di Altan allora so’ omofobi,  primo perché so’ sempre finiti in culo a tutti (democrazia anale) secondo perché maschilismo, approssimazione e volgarità non hanno mai fatto parte delle sue vignette…

INCREDIBILE MA VERO…Tocca anche riaggiornare…
per tutta risposta pubblica subito dopo le polemiche quest’altra vignetta…
si diverte così si vede, poraccio:

A Michela che lotta per la vita, e che per questo paese è solo una puttana rumena

12 settembre 2012 6 commenti

Oggi provo ad aprire questo blog con un istante in più di tempo del solito,
Che ormai anche aggiornare questa pagina sembra diventato un gran lusso…
E allora prendo un post comparso da qualche ora su Femminismo A Sud, lo prendo così com’è, senza aggiungere una sola parola perché non ce la faccio, perché tutto ciò non smette di sconcertarmi,
no.
Non quello che riguarda il nostro corpo, non quella violenza cieca da stupratori, non quel che ne segue,
tra le chiacchiere della tanto brava gente, tra le donne pronte a condannare, tra chi tira fuori i distinguo, chi conta i centimetri delle gonne, chi decide chi è puttana e chi no, chi è solo rumena, chi è santa, chi è uno straccio da scoparsi e poi magari da dar fuoco.
Perché Michela, in fin di vita dopo che un balordo l’ha “appicciata”, è stata stuprata da ogni italiano e italiana che parla di puttane e di donne, di donne e di rumene, di “allarme prostituzione” quando a terra c’è il corpo di una donna.
E son sempre loro, è sempre il PD, son sempre le donne del PD…quindi prima di copiare qui sotto questo post delle compagne di Femminismo a Sud vi metto anche questo link,
che vien da L’Aquila, e che ha a che fare sempre con la solita solfa: stupro, allarme sicurezza, PD.
Oltretutto dopo uno stupro mostruoso, compiuto da uno di quei soldatini messi in città per la loro bastarda sicurezza.
Ora basta!
LA VIOLENZA SULLE DONNE NON SI COMBATTE CON LE “EMERGENZE SICUREZZA”,
LA VIOLENZA SULLE DONNE SI SCARDINA SCARDINANDO QUESTA VOSTRA MALEDETTA MENTALITA’,
DI MASCHI COME DI DONNE.
Non vogliamo altre divise, non vogliamo altra sicurezza, non vogliamo controllo.

[L’AQUILA: LE DONNE DEL PD VOGLIONO POLIZIA, POLIZIA E ANCORA POLIZIA]

 

Da pochi minuti ho letto la notizia di una donna picchiata e bruciata viva a Roma. I giornali la identificano come la “prostituta rumena”, un’espressione che ci ricorda che nella società in cui viviamo noi siamo il nostro lavoro, il nostro titolo, la nostra qualifica ancor prima di esser persone.

Per me Michela, questo è il nome con cui è conosciuta, è prima di tutto una donna che sta rischiando la vita perché qualcuno ha deciso di darle fuoco. Io non conosco la sua storia, non so se era costretta a prostituirsi, se lo faceva per motivi economici o altro, so solo che ciò che le è successo non può essere semplificato come un regolamento di conti tra bande rivali che gestiscono la prostituzione o un’intimidazione. L’atroce violenza che ha subito questa donna ci dice molto altro.

Il segretario del Pd Roma, Marco Miccoli, dichiara che “il grave fatto di sangue avvenuto questa notte alla Borghesiana è l’ennesima dimostrazione di come la prostituzione a Roma sia sempre più un fenomeno dilagante e in crescita” e ci ricorda che un mese fa c’è stata una manifestazione dei cittadini dell’Eur contro “la prostituzione imperante nelle strade del quartiere”.

Quindi, in poche parole, ci si dice che Michela è stata bruciata perché faceva la prostituta: se te ne vai a zonzo per la città di notte, nelle strade buie, poco trafficate, a offrire servizi sessuali a chiunque come puoi non pensare di essere il bersaglio di qualche squilibrato? Se se ne stava a casa a fare la maglia questo mica le succedeva? O no?

E’ come dire che lo stupro accade per l’uso imperante della minigonna, dei jeans stretti, delle maglie scollate e dei tacchi alti. E’ come dire che una donna viene ammazzata da suo marito perché lo voleva lasciare, lo voleva denunciare. Se stai insieme a lui, sopporti le botte, le umiliazioni e le segregazioni nulla ti può accadere di male. O no? E’ come dire che l’essere prostituta giustifica di per sé ogni violenza che subirai.

E se a questo aggiungiamo che Michela è rumena, abbiamo chiuso il cerchio delle discriminazioni (donna-prostitura-rumena). Dato che per Miccoli la colpa è della prostituzione invita a dare un “impulso alla lotta” affinchè ce ne si liberi. Il segretario però non ricorda che questa lotta già c’è, che le ordinanze per il decoro nelle strade esistono, che le campagne di demonizzazione delle prostitute ci invadono, che le campagne per la moralità, quella sì imperante, sono fatte da chiunque, destra-sinistra-centro-lato, e che proprio questi elementi hanno portato le prostitute a spostarsi sempre di più nelle zone periferiche, marginalizzandole e rendendole sempre più esposte a ogni tipo di violenza.

La prostituzione non è mai stata accettata né come lavoro né come scelta. E’ sempre stata vista solo come un ricatto, un sopruso. Non nego che la tratta esista e che sia un cancro da debellare, non nego che Michela potrebbe esserne vittima, ma non capisco come queste ordinanze possano in qualche modo aiutare queste donne ad uscirne, possibilmente vive. Obbligare una prostituta a vestirsi in modo meno provocante, marginalizzarla nei sobborghi più degradati la aiuterebbe a liberarsi dai suoi ricattatori? Davvero lo credete possibile? E se Michela fosse una prostituta autodeterminata e dunque avesse scelto questo mestiere, pensate davvero che meriti queste violenze? Che meriti l’essere privata di qualunque diritto, dato che la prostituzione non è riconosciuta come lavoro?

Sono anni che le/i sex workers chiedono a questo paese di riconoscergli lo stato di lavoratori, di garantirgli quei diritti che li tutelerebbero molto di più delle ordinanze di decoro e cavolate varie. Ma probabilmente, e questo è il mio pensiero, qui non si vuole combattere la tratta, ma salvaguardare la finta moralità di un paese che è cattolico. Quello che i sindaci fanno è spostare le prostitute, come si spostò la munnezza a Napoli, dalle zone centrali a quelle periferiche, da quelle periferiche a quelle maggiormente degradate e così via, senza mai risolvere il problema dello sfruttamento delle vittime della tratta da un lato e della regolamentazione delle prostitute autodeterminate dall’altro.

Inoltre, forse Miccoli non lo sa, ma ci sono anche tante donne che per scappare dai loro paesi lacerati dalla guerra e dalla fame, pagano delle madame per raggiungere il paese più vicino in cui pensano di avere possibilità di riscatto. Ma 50milioni, questo è costo del viaggio, è difficile da racimolare e quindi che succede? Che la madame anticipa e poi, una volta arrivata in un paese come il nostro, senza documenti, né un posto di lavoro, cosa crede che queste donne possano fare per ripagarla? La prostituzione è l’unica possibilità. Aveva mai pensato, signor segretario, che il razzismo, la chiusura delle frontiere, i Cie, le deportazioni se da una parte non impediscono a persone disperate di raggiungere le nostre sponde, pensando di essere in un paese civile che poi si dimostrerà altro, incentivano dall’altro canto l’immigrazione clandestina e lo sfruttamento sessuale?

Lei cosa farebbe, signor segretario, se volesse scappare dalla miseria ma non avesse nè soldi nè conoscenze? A mio avviso la tratta si combatte in tanti modi, permettendo alle immigrate di accedere al permesso di soggiorno, di veder riconosciuti i loro titoli di studio, combattendo il razzismo che porta gli/le immigrat@ a svolgere i lavori che gli/le italian@ non vogliono più fare, con tanta educazione sessuale che insegnerebbe il rispetto dell’altro, con la regolamentazione della prostituzione e il riconoscimento di diritti indispensabili per la tutela dell’individuo, ed ect. Non con securitarismi, ordinanze e cacce alle streghe,che puzzano di fascismo e paternalismo.

P.S. L’ultimo mio pensiero lo lascio a Michela nella speranza che le sue condizioni migliorino e presto possa uscire da quell’ospedale.

Leggi anche: Roma: bruciano la puttana. Pd: “lotta contro il fenomeno della prostituzione”!

“parole barbare da non pronunciare mai”

2 settembre 2012 6 commenti

“Solo fino a dieci anni fa si parlava ancora di verginità e oggi non più, così sarà per l’aborto, il divorzio, ecc.
Anche di Dio non si parlerà più, se si continua ad ignorarlo. Come abbiamo ignorato la parola “verginità”. Verginità, Dio, parole barbare da non pronunciare mai.”
Dal diario di Goliarda Sapienza, 1977

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Foto di Valentina Perniciaro _non c’è altra via_

Damasco,sobborghi e campi profughi: di massacro in massacro..

2 settembre 2012 7 commenti

Al-Kadam è uno dei quartieri della periferia meridionale di Damasco,
il suo cimitero coincide con il confine di Yarmouk, il più grande dei campi profughi palestinesi all’interno della cinta periferica della capitale siriana. Una zona povera e polverosa, solo poco più vicina al centro rispetto a Daraya,
ultimamente diventata famosa per il più grosso dei massacri da quando questo conflitto è inziato.
Una zona particolare della città, come particolare è la compagine di Yarmouk, zone da sempre pullulanti di comitati di quartiere, di organizzazioni laiche, di donne,
dove le anime più progressiste riuscivano  ad emergere dai meccanismi della dittatura militare baathista,
costruendo un minimo di tessuto sociale che non fosse “Allah, Suriya, Assad wa Bass” (Allah, Syria, Assad e basta),
il “Dio, Patria, Famiglia” slogan numero uno della società siriana per decenni
ed ora di chi la difende, anche qui.

Sono infatti le zone che la stanno pagando più cara, a Damasco.
Il campo palestinese di Yarmouk  da subito è sceso in piazza contro il regime e già dal 15 maggio (anniversario della Nakba palestinese) dello scorso anno ha chiaramente fatto capire che non si sarebbe sottomesso allo sporco gioco di strumentalizzazione portato avanti dalle truppe di Assad.

maggio 2012, un funerale a Daraya

Dopo troppi funerali e sventramenti, ha accolto le truppe dell’esercito libero con le braccia aperte, per trovarsi poi a combattere qualche ducetto salafita, non certo ben visto tra i vicoli polverosi di Yarmouk.
E non si respira un’aria che possa definirsi respirabile.

Daraya, tutto il quartiere di Daraya, è sceso in piazza dal primo istante e non ha mai smesso di farlo:
Si è sempre distinto, fino all’ultimo suo respiro, per dei cortei fitti fitti, stracolmi di tutti gli abitanti di quelle strade,
cortei autorganizzati e liberi, mossi dai comitati di quartiere, mossi dai giovanissimi e da tante donne.
Daraya non s’è sottomesso alla militarizzazione del conflitto,  ha sempre scelto di muoversi senza armi,
testa alta e coraggio da vendere,
ed ora non resta che un lago di sangue.
L’elenco dei morti, che non ricordo se si aggira tra i trecento e i quattrocento, è facilmente reperibile in rete…
si accavallano nomi e cognomi, luoghi e date di nascita,
di un eccidio che lascia un amaro in bocca difficile da mandar giù.
L’orrore, l’orrore quello inimmaginabile, è stato tirato contro chi ha sempre scelto da che parte stare,
contro chi ha cercato di dimostrare dal primo istante la genuinità di questa ribellione,
poi facilmente svenduta alla militarizzazione e ai giochi internazionali.
Da che parte stare però appare chiaro,

Il campo profughi Al-zatary in territorio giordano…
nel nulla totale

perché son centinaia di migliaia i siriani che vogliono abbattere la dittatura militare che li ha piegati e resi muti fino ad ora,
senza passare per quella religiosa,
sono in migliaia a non voler scambiare una regime per un altro,

è proprio la sinistra siriana, la sinistra palestinese prigioniera dei campi,
chi ha sempre provato ad autorganizzarsi..
sono loro a passare il momento più buio, loro ad aver il cappio intorno al collo più stretto di altri.
Mi piacerebbe pensare che non siano abbandonati a loro stessi,
accusati anche di esser servi di giochi geopolitici che vi stanno mangiando la materia grigia.

C’è molto da leggere sul massacro di Daraya,
gli stessi comitati cittadini, quel poco di loro che è rimasto dopo quella strage fatta porta per porta,
hanno risposto all’articolo di Robert Fisk apparso pochi giorni fa e che in pochi secondi ha fatto il giro del mondo…
uno scivolone commentato da molti, che poteva risparmiarsi visto che poi scrive di suo pugno che non può muoversi senza “militari alle calcagna”…
sui commenti al suo articolo è facile reperire tonnellate di carta,
mentre vi allego integralmente la risposta dei comitati cittadini (QUI IN ARABO) :

On Wednesday 29 August 2012, Mr. Robert Fisk of The Independent wrote a report on the Daraya Massacre that was perpetrated only 4 days earlier. Mr. Fisk is a world-famous journalist known for his balanced opinion pieces and ground-breaking reports especially from the Middle East. The people of Syria especially remember Fisk for being the first foreign reporter to enter the city of Hama after the 1982 massacre and relate to the world the horrors he saw there. Thus, we were absolutely astonished by the above-mentioned report and would like to make sure that certain points in it are not left uncorrected. We do this out of respect to the fallen heroes and to make sure the voice of the victims is heard.

Daraya


Anyone who watched the infamous and insolent report made by the state-favored Addounia TV, would notice the obvious similarities between the two reports.
One major concern that would invalidate any statement taken from the victims is the presence of army personnel as admitted by Mr. Fisk himself. Anyone with the slightest knowledge of the Syrian regime would know the degree of intimidation this would incur in the hearts and minds of witnesses. The army does not need to spoon-feed the statements to the witnesses as fear is more than enough to make them repeat the narrative propagated by the government about armed militias and radical Islamists.

Moreover, the article is headlined and predicated on the government’s unbelievable prisoner-swap story. The question that begs to be asked is the following: Even if there was a prisoner exchange and it failed, does the Assad regime have any grounds at all for this level of retaliation? Were there similar failed rounds of negotiation before the massacres of Muaddamiya, Saqba etc. In fact, what has been happening in the towns of the Damascus Countryside Governorate, and indeed all of Syria, follows a similar scenario that begins with shelling and ends with massacres of civilians.
A seemingly strong point in Mr. Fisk’s report is his mentioning of real names of people telling their real stories. However, the Coordination Committee of Daraya has been in touch with some of these people and the following corrections need to be made.

1- The story of Hamdi Khreitem’s parents. The witness must have been too intimidated to identify his parents’ killers. Our reliable sources from the field hospital of Daraya confirm that both of them were targeted by a sniper (from the Assad army of course).

2- The story of Khaled Yahya Zukari. The witness was actually in a car with his brother and their wives and children. They were shot at by government forces and his wife and daughter (Leen) were hit. The baby girl’s head was almost split in half and a bullet penetrated the mother’s chest. The mother became hysterical as a result of the shock. Later she died as the field hospital had to be evacuated prior to an army raid. The Assad army told the people that the FSA raped and killed the woman.

The fear and intimidation of witnesses is reflected sometimes in their refusal to name a guilty side. Moreover, Mr. Fisk should know better than reporting conjecture such as this: ‘Another man said that, although he had not seen the dead in the graveyard, he believed that most were related to the government’s army and included several off-duty conscripts.’ The implicit accusation is of course directed against the FSA and this method of reporting resembles Syrian state propaganda par excellence, something that we wish Mr. Fisk had not done.
The revolution committee would finally like to stress also that Mr. Fisk did not meet any member of the opposition in Daraya and that he merely depended on the narrative of his ‘tour guides’ in reporting on such a horrific massacre, the ugliest Syria has seen in the 17 months of the revolution.

E vi lascio con il volto di Wissam Ali, nato e cresciuto non molto lontano da lì, nel quartiere di KafrBatna.
Lui è stato ucciso sulla porta di casa, giustiziato davanti alla sua famiglia.
Sul suo volto è chiara la scritta ASSAD E NESSUN ALTRO.
Basta questo penso…

Wissam Ali, Damascus
Sul suo viso la scritta “Assad e nessun altro”

Su stupri, gravidanze e candidati al senato americano…

28 agosto 2012 1 commento

Non ci permettete di parlare di altro, troppo spesso.
Non ci permettete di dormire profondamente, come sarebbe anche nostro diritto.
Non ci permettete di rimuovere, di scarnificare quella violenza, magari addirittura di dimenticarla.
E non mi piace parlare “agli uomini”, mi scuso da subito perchè lo sto facendo,
mi scuso perché sono una donna cresciuta tra gli uomini, perché sono una donna innamorata degli uomini, perché sono una mamma di un uomo,
quindi scusate, scusate questo modo di parlare non corretto,
che sembra generalizzare.  Ve ne chiedo scusa, ma ogni tanto forse è meglio parlare così, indisponenti, generalizzanti, sofferenti e poco “politicamente corrette”,
ma almeno quando parliamo di stupro, di aborto, di quel che lacera le nostre carni
fatecelo fare.
Permettetecelo, e state zitti (senza perfavore)… ma accogliete le mie scuse.

Foto di Valentina Perniciaro

Non avevo possibilità di accedere alla rete mentre Todd Akin, candidato al senato statunitense, vomitava le sue parole su stupri legittimi e illegittimi, sull’impossibilità di esser fecondate…
insomma, quei deliri nazisti che passano sempre sulla nostra pelle,
dentro la nostra fica, parole che lacerano la carne più di un pene indesiderato e bastardo,
parole assassine, criminali, che io non riesco a sostenere senza aver voglia di …

non lo so, le parole che ho letto nell’articolo che vi riporto qui sotto cercano di spiegare a questo boia in cravatta cosa sia uno stupro, cosa sia una gravidanza causata da uno stupro e quindi un’intera vita da madre di un bimbo nato dalla più becera delle violenze,
un bimbo che abbia QUEL patrimonio genetico,
ringrazio la donna che l’ha scritte
e fossi in lui ringrazierei il genere femminile tutto, perché è ancora vivo: siamo incapaci a stuprare, ma non ad uccidere e lui ispira un forte desiderio di sangue…
almeno a me, che non son pacifista, che non son non violenta,
che son stufa che tutto passi sul corpo mio e delle mie compagne.

Onorevole Todd Akin,
le scrivo riguardo allo stupro. Sono le due di notte e non riesco a dormire qui nella Repubblica Democratica del Congo. Mi trovo a Bukavu nella City of Joy per servire e sostenere e lavorare con centinaia, migliaia di donne che sono state stuprate e violate e torturate in questa incessante guerra per i minerali combattuta sui loro corpi.
Mi trovo in Congo ma le potrei scrivere da una qualsiasi località degli Stati Uniti, Sud Africa, Regno Unito, Egitto, India, Filippine o da uno dei tanti campus dei college statunitensi. Le potrei scrivere da una qualsiasi città o villaggio dove mezzo miliardo di donne del pianeta viene stuprato nel corso della sua vita.
Mr. Akin, le sue parole mi hanno tenuta sveglia.

In quanto sopravvissuta allo stupro, mi sto riprendendo dalla sua recente affermazione di essersi espresso male quando ha detto che le donne non restano incinte dopo uno stupro legittimo e che stava parlando “a braccio”. Intendiamoci. Lei non ha fatto una semplice osservazione superficiale buttata lì. Lei ha fatto una dichiarazione molto specifica dettata da ignoranza che indica chiaramente che non ha alcuna consapevolezza di che cosa significa essere stuprati. E non una dichiarazione casuale, ma una fatta con l’intenzione di regolamentare per legge l’esperienza di donne che sono state stuprate. Forse ancora più terribile: era una finestra nella psiche del Gop (Grand Old Party, ovvero il Partito Repubblicano, n.d.t.).

Lei ha usato l’espressione stupro “legittimo” come se esistesse anche lo stupro “illegittimo”.
Cercherò di spiegarle l’effetto che ha sulle menti, cuori e anime dei milioni di donne che vengono stuprate su questo pianeta. È una forma di stupro reiterato. Il presupposto alla base della sua affermazione è che non ci si deve fidare delle donne e delle loro esperienze. Che la loro comprensione di cosa è lo stupro deve essere stabilita da un’autorità superiore, più qualificata. Così facendo vengono delegittimati, minati e sminuiti l’orrore, l’invasività, la profanazione che hanno sperimentato. Questo le fa sentire sole e impotenti tanto quando si sentivano al momento dello stupro.
Quando lei, Paul Ryan e 225 dei vostri cofinanziatori giocate con le parole sullo stupro insinuando che solo lo stupro “forzato” debba essere trattato seriamente come se tutti gli stupri non fossero forzati, fate riaffiorare una marea di ricordi sul modo in cui gli stupratori si sono divertiti con noi mentre venivamo violentate – intimidendoci, minacciandoci, riducendoci al silenzio. Il vostro giocare con parole come “forzato” e “legittimo” è giocare con le nostre anime che sono state spezzate da peni non voluti che ci entravano dentro, strappando la nostra carne, le nostre vagine, la nostra coscienza, la nostra fiducia in noi stesse, il nostro orgoglio, il nostro futuro.

Ora lei dice di essersi espresso male quando ha detto che uno stupro legittimo non può causare una gravidanza.
Credeva forse che lo sperma di uno stupratore sia diverso dallo sperma di un amante, che si verifichi un qualche misterioso processo religioso e che lo sperma dello stupratore si autodistrugga per via del suo contenuto malefico? O stava forse insinuando che le donne e i loro corpi sono in qualche modo responsabili di rifiutare lo sperma di uno stupro legittimo, mettendo ancora una volta l’onere su di noi?
Ciò che ha detto sembrerebbe implicare che restare incinta dopo uno stupro indica che non era uno stupro “legittimo”.

Ecco cosa le chiedo di fare.

La merda

Voglio che chiuda gli occhi e immagini di essere nel suo letto o contro un muro o rinchiuso in un piccolo spazio soffocante. Immagini di essere legato lì e immagini che un estraneo amico o parente aggressivo, indifferente, invasato le strappi i vestiti di dosso e penetri il suo corpo – la parte più personale, sacra, privata del suo corpo – e che si faccia strada dentro di lei con tale violenza e odio da lacerarla. Poi immagini lo sperma di questo estraneo schizzare dentro di lei e riempirla senza potersene liberare. Sta piantando qualcosa dentro di lei. Immagini di non avere alcuna idea di che cosa consista quella vita, spiritualmente concepita nell’odio, senza conoscere lo stato mentale o fisico dello stupratore.
Poi immagini che arrivi una persona, una persona che non ha mai sperimentato lo stupro, e che quella persona le dica che non ha altra scelta se non tenere il prodotto di quello stupro che le cresce dentro contro la sua volontà e che quando sarà nato avrà il volto del suo stupratore, il volto della persona che ha sostanzialmente distrutto il suo essere e lei dovrà guardare quel volto ogni giorno della sua vita e verrà giudicato severamente se non riuscirà ad amare quel volto.

Non so se riesce a immaginare niente di tutto questo (una posizione di comando richiederebbe questo tipo di empatia), ma se è disposto a scendere nel cuore di queste tenebre, capirà presto che non c’è nessuno che possa fare la scelta di avere o non avere quel bambino se non la persona che lo porta dentro.
Ho passato molto tempo con le madri che hanno dato alla luce bambini che sono il prodotto di uno stupro. Ho visto come si torturano lottando contro il loro odio e la loro rabbia, cercando di non proiettarli sui propri figli.
Chiedo a lei e al Gop di uscire dal mio corpo, uscire dalla mia vagina, dal mio utero, di uscire da tutti i nostri corpi. Queste non sono decisioni che sta a voi prendere. Queste non sono parole che sta a voi definire.
Perché non usate il vostro tempo per porre fine allo stupro invece di ridefinirlo? Usate le vostre energie per perseguire i criminali che distruggono le donne con tanta facilità invece di fare distinguo linguistici usando un linguaggio manipolativo che minimizza la loro distruzione.
E a proposito, ha appena dato a milioni di donne un’ottima ragione per fare in modo che non venga eletto mai più, e un’ottima folle ragione per insorgere.

Eve Ensler
Articolo originale su Huffpost, traduzione di Flavia Vendittelli